Spie

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«In verità vi dico che le spie crescono sulla terra come le erbe malvagie,
il mondo è invaso dalla Delazione. Tutti i nostri nipoti saranno agenti di polizia…
la polizia scomparirà solo a causa della sua stessa generalizzazione.
Bisogna che copra il mondo di una inondazione di fango.
Se tutti gli uomini si spieranno non ci sarà bisogno di spie.
La polizia, come tutti i monopoli, costituisce una società nella società, una gerarchia nel mondo…
La polizia è la meglio servita delle amministrazioni pubbliche.
La peste è preziosa per i becchini; il vizio per i ruffiani; i partiti per le spie…
Si è seminata miseria, si raccoglie infamia».
Ernest Cœurderoy

( Dal Web )

In passato l’orrore per la delazione era talmente radicato e diffuso che persino le madri più pie e bigotte, quelle piene di rancore verso Giuda Iscariota, insegnavano ai loro piccoli che «chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto». Un vero reietto, insomma. Con simili lezioni di pedagogia non c’è da stupirsi se poi a scuola, quando qualcuno commetteva una marachella, la maestra perdeva inutilmente fiato e tempo ad interrogare la classe per scoprire il responsabile: scena muta. Il disprezzo verso il dito puntato per dare indicazioni all’autorità su chi punire era pressoché universale. Chi si macchiava di tale infamia doveva rasentare i muri, guardarsi le spalle, abbassare gli occhi, trovarsi nuovi amici. Oggi no, oggi la delazione è diventata una pubblica virtù, qualcosa da sbandierare e di cui andare orgogliosi.
Anche qui è possibile ricordare un episodio preciso che, in un certo senso, ha dato la stura. Non che sia stato la causa di quanto avvenuto in seguito, sia chiaro, ma in qualche modo lo ha annunciato e ne è stato il test da laboratorio. Passato quello, poteva passare pure il resto. Il 31 luglio 2004 a Roma, su indicazione di una passante, veniva intercettato ed abbattuto Luciano Liboni, detto il Lupo, un fuorilegge a cui le forze dell’ordine davano da tempo la caccia. Fatto mai avvenuto prima, i media non nascosero l’identità di chi lo aveva denunciato, anzi, ne pubblicarono il nome, la foto, addirittura l’indirizzo. Così, mentre sui muri delle città veniva tracciata l’antica verità («meno spioni, più liboni»), i grandi mezzi di informazione iniziavano ad imporre la nuova menzogna: la delazione è un esempio da seguire. Questa semina avveniva su un terreno sociale fertile perché già abbondantemente ricoperto di letame, come l’abitudine a sorvegliare la vita privata degli altri introiettata attraverso programmi televisivi come il Grande Fratello. Lanciato qui in Italia nel 2000 dal canale televisivo del pappone miliardario che ha governato il paese per vent’anni, quella trasmissione aberrante riscosse (e continua a riscuotere) un enorme successo presso il grande pubblico, abituando un popolo di spioni a ficcare il naso nelle vicende altrui e ad eliminare chi ispira antipatia. Le più recenti tecnologie digitali hanno infine permesso alla polizia di raccogliere a piene mani i frutti dell’infamia, allargando a dismisura il numero dei suoi collaboratori civili.
Un passo necessario. Nella misura in cui si estende lo Stato, si estende la polizia. Lo Stato moderno ha privato l’essere umano di ogni responsabilità, rendendolo dipendente alle sue decisioni. L’individuo autonomo ha lasciato definitivamente il posto al cittadino automa, incapace di affrontare qualsivoglia situazione e quindi perennemente bisognoso dell’intervento dell’autorità. E poiché in ogni ambito della vita c’è conflitto, ogni ambito della vita è diventato una faccenda di polizia. La polizia si ritrova così a dover assicurare il rispetto di un numero sempre crescente di leggi, dunque a reprimere delitti sempre più numerosi. Bisognava trovare una maniera per rispondere a questa esigenza.
«Non c’è controllo più capillare di quello dell’occhio dei cittadini, che sono ovunque», si compiaceva alcuni mesi fa Alberto Intini, questore di Firenze. In certe regioni a questi cittadini viene dato un nome preciso. Non sono delatori, sono «sentinelle». Vale la pena soffermarsi un attimo su questa squisita distinzione, ennesima acrobazia terminologica destinata ad anestetizzare una brutale realtà. I delatori richiamano alla mente figuri spregevoli e vigliacchi, pronti a mettere nei guai chiunque in cambio di qualche briciola. Non sono amici di nessuno, non sono compagni di nessuno, come già detto non sono nemmeno figli di nessuno. Fanno schifo perfino a chi li usa, infatti fino a non troppo tempo fa non potevano nemmeno mettere piede nell’aula di un tribunale, da tanto la loro sola presenza avrebbe infangato la dea giustizia. Le sentinelle invece ispirano rispetto ed ammirazione, perché vigilano sulla sicurezza e sul benessere di tutti. La loro insonnia garantisce la tranquillità del nostro sonno. Sono l’avamposto di un’unica armata, quella che comprende tutti i cittadini, lo Stato, ed il loro compito è di lanciare l’allarme ed avvertire le truppe quando intravedono un nemico. I delatori meritano disprezzo, le sentinelle gratitudine.
Lo Stato sta sollecitando in ogni modo l’arruolamento di queste sentinelle. Promulga leggi come quella sul «Whistleblowing» che a Roma ha fatto l’altro giorno la prima vittima (una impiegata del Comune è stata licenziata su segnalazione anonima di un collega, che l’aveva accusata di evadere dalla galera salariale dopo aver timbrato il cartellino), istituisce numeri verdi telefonici per favorire le denunce di illegalità (come appena avvenuto a Prato), oppure tiene corsi un po’ in tutta Italia per istruire i propri sudditi su come effettuare il cosiddetto controllo di vicinato. «Quando tutti saranno sbirri, la società sarà perfetta» diceva un poeta surrealista.
Al di là della gratitudine che in effetti bisognerebbe esprimere verso queste forme di totalitarismo tecnodemocratico, e dell’imperfezione con cui bisognerebbe turbare questa società, resta comunque vero che si raccoglie infamia quando si semina miseria. Infatti è la miseria della politica, istituzionale e rivoluzionaria, ad aver fatto sbocciare un po’ dappertutto il frutto della delazione. Starne alla larga è precauzione minima di igiene personale, ma se si vuole mietere ben altri raccolti bisognerà seminare ovunque… cosa, se non incanto, ricchezza e meraviglia?

 

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Pubblicato il 1 dicembre 2017, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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