Archivio mensile:marzo 2018

Sotto choc

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( Dal Web )

Floréal

Una signora viene assassinata nella propria casa, a Parigi, in condizioni particolarmente sordide. E siccome la signora è ebrea, giornali, televisioni e radio, tutti in coro ripetono la frase rituale: «La comunità ebrea è sotto choc».
È vero che, se non si è ebrei, non si può comprendere cosa ci sia di commovente nell’omicidio con ben undici coltellate di una persona sola di 85 anni, di cui poi gli assassini hanno cercato di bruciare il corpo. E tutto ciò, probabilmente, solo perché era ebrea.
Ormai è così che vanno le cose. L’emozione è a sua volta un territorio dai confini etnici o religiosi. Se si ammazza un prete, è il mondo cristiano ad essere «sotto choc». Se si tratta del frequentatore abituale d’una moschea, è il mondo musulmano ad essere «sotto choc», e così via.
In base alla logica giornalistica e comunitaria, io che non ho religione dovrei essere «sotto choc» solo quando si uccide un miscredente. Ma siccome non viene mai precisato se questo o quel trucidato fosse un non-credente, ogni emozione mi viene comunque risparmiata. Io non sono mai «sotto choc».
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Il tramonto del machiavellismo

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( Dal Web )

Georges Henein

Le luci delle grandi città sono troppo docili. Sono sempre pronte a spegnersi al primo ordine. Così avvenne in un crepuscolo del settembre 1939. Degli uomini percorrevano le strade e passarono una mano di scuro sui lampioni. Fu come se le metropoli dell’occidente si vestissero a lutto, in una brusca e malefica vedovanza.
L’oscuramento del linguaggio politico richiese più tempo. Nondimeno, dal 1935 al 1945, abbiamo avuto modo di apprezzare le creazioni, le innovazioni terminologiche che, col pretesto di sfumare la realtà, erano altrettanti insistenti inviti alla cecità mentale. Si trattava insomma di impiegare ogni accorgimento per mascherare un impudico spettacolo, nel timore che un pubblico troppo sensibile non ne tollerasse la vista.
Si ebbe all’inizio, durante gli anni della guerra di Spagna, la sinistra avventura del «non intervento». Primo esempio di una Corea piantata nel cuore dell’Europa, la Spagna servì da banco di prova alle tecniche — che poi andarono costantemente perfezionandosi — dell’infiltrazione, della guerra psicologica, dell’organizzazione di corpi di «volontari», in una parola, della clinica manipolazione della crisi di una nazione per scopi estranei al suo destino. Da quel momento l’arte di non intervenire divenne uno degli aspetti dell’azione militante di talune grandi potenze.
Ci fu poi l’equivoco della «non belligeranza», che sembrava dovesse significare uno stato d’animo di particolare simpatia per uno dei belligeranti, senza che si potesse dire con precisione dove terminava la simpatia e dove cominciava la complicità. Nel 1943 si ebbe pure lo strano episodio della «co-belligeranza» praticata dagli alleati verso l’Italia e che, a seconda delle circostanze e dei bisogni, venne di volta in volta interpretata come una ricompensa o come una punizione.
In Asia, il Giappone volle a sua volta dare un nome alle sue rischiose imprese. Combinando la propaganda con l’offensiva militare, pretese di offrire ai suoi vicini una comune zona di prosperità, il che non era evidentemente che una maniera elegante di porre sotto tutela le loro risorse e di curarne lo sfruttamento a proprio esclusivo vantaggio.
In realtà tutti questi vocaboli fumosi, la cui vera funzione era di fuorviare gli spiriti — «non intervento», «non belligeranza», «co-belligeranza», «co-prosperità», per non parlare di altre formule in apparenza più chiare ma non meno sospette —, appartengono al Museo della Mostruosità del Linguaggio. Tuttavia il continuo ricorrere a definizioni così improprie e nebulose costituisce di per sé un’importante indicazione. È segno che stiamo attraversando un periodo di Grande Scisma. Uno scisma che anzitutto esiste nell’anima dei singoli, la quale esita a riconoscere se stessa per ciò che è, e che spesso, per il timore di una irrimediabile solitudine o per il terrore di un mondo ridivenuto vulcanico, si pone alla mercé di forze collettive. In secondo luogo, uno scisma degli Stati. Indubbiamente noi andiamo verso l’Universale verso l’Unità Mondiale ma sta di fatto che ci andiamo per via di una chirurgia infinitamente scabrosa. Oggi l’alleato racchiude il nemico. Il sentimento di chi è neutrale risulta un impasto di ostilità, di attesa e di amicizia. Si taglia in due un paese per dargli una possibilità di sopravvivere. Nel vedere come si agitano i conduttori di popoli, si penserebbe che si sforzino di costruire un’Arca di Noè coi relitti d’un immenso naufragio.
D’altra parte è abbastanza sorprendente osservare che tale proliferazione di termini ellittici, questo esprimersi per allusioni, che non solo non reca alcuna testimonianza degli avvenimenti ma basterebbe a renderli inintelligibili, corrisponde ad un periodo della nostra storia, in cui la diplomazia si fa al balcone ed in cui le masse sono convocate nella pubblica piazza per acclamare dei capi che si servono della parola come di una nuova specie di tuono. Il compito inutilmente assurdo delle cancellerie era quello di tradurre questo enorme rumore in una musichetta di minuetto. Ingrata bisogna intesa a mascherare agli occhi degli uomini il baratro della guerra, del disordine, dell’avventura in cui ci si apprestava a precipitarli. Ma il minuetto delle cancellerie ebbe un altro risultato. Provocò nelle coscienze una sorta di incredulità generale che dura tuttora. Di proposito dico «incredulità» e non «scetticismo». Un essere disubriacato non è perduto per la ragione, anzi. Le grandi masse anonime sanno di costituire la materia prima di ogni costruzione della Storia, e di essere lo strumento tragicamente vulnerabile delle rivalità chiamate a modificare la carta del mondo. Nonostante il gergo che si usa per eccitarle o per ammansirle, esse hanno appreso a distinguere fra una mannaia e un ventaglio, fra un detonatore e un trastullo da bambini. È ormai difficile ch’esse aderiscano a concetti truccati, ed è anche difficile che credano a coloro che incarnano la decadenza della parola. Non è dunque il linguaggio ad essere fuori causa, screditato, tenuto in sospetto, bensì la sua caricatura. Ne deriva un crescente bisogno, per chi desidera appassionatamente un poco di verità, dì sboccare con i suoi soli mezzi ad una libertà nuova che non sia più una semplice facoltà d’espressione, ma un modo di contatto, una libertà che sorga dalla scoperta degli altri.
Oggigiorno, aderire significa avvicinarsi a ciò che vive. E ciò che vive non è la logomachia senza speranza delle conferenze di esperti: è il tumulto dell’insieme umano, il movimento dei gruppi e delle comunità di ogni grandezza, è il pulsare degli esseri umani che si cercano da un punto all’altro del pianeta come sconosciuti in una gigantesca stazione: è l’incontro di coloro che non si son dati mai appuntamento, la comunicazione di tutti coloro che rimangono al di fuori della parola — ciò che vive questo fenomeno di una umanità sino ad ora spezzettata, esasperata e divisa in terribili rivalità tribali e che, per la prima volta, sente il bisogno di articolarsi non già in quadri amministrativi o statali, ma in una storia viva che sorga dalla sua stessa psiche e dalla sua stessa affettività. Assistiamo alla nascita di qualcosa di importante nel campo delle relazioni fra gli uomini. Siamo all’inizio di un’opera il cui contenuto esita a manifestarsi e i cui contorni ancora sono vaghi.
È per queste ragioni che l’espressione timida e un poco patetica di «coesistenza» ha qualche possibilità di avere una sorte diversa da quella che ha sepolto nell’oblio e nella derisione le formule che l’hanno preceduta. V’è in questa espressione un equilibrio fra due cose intimamente legate: l’appetito di contatti umani e il desiderio di mettere ordine nella vita. Per ora la coesistenza ha dato luogo soprattutto a innumerevoli dichiarazioni di carattere piuttosto pubblicitario. Ma guardiamoci bene da dar segni di impazienza! Con tutte le goffaggini che accompagnano il nostro procedere, quello di gente rimasta per molto tempo e volontariamente confinata, stiamo entrando in una fase di apprendistato dei rapporti umani.
Vediamo bene che gli uni e gli altri considerano la coesistenza piuttosto una sosta che un passo avanti. È anche probabile che taluni attendano dalla coesistenza la stabilizzazione della tensione che snerva il mondo. Il progresso in questo campo sarà ancor più lento che in quello delle realizzazioni materiali e degli sviluppi tecnici. Di approssimazione in approssimazione, ci si abituerà a esistere gli uni accanto agli altri. Ma sarà per far posto, un giorno, ad un’altra esigenza, ad un altro modo di essere che consisterà nell’esistere con gli altri. E questa volta la prospettiva avrà veramente acquistato ampiezza. Sottratta al gioco dell’economia, la relazione umana sarà in certo qual modo un’opera d’arteuna morale della coppia. Come opera d’arte sarà una continua creazione. Come morale della coppia comporterà un senso inalterabile di solidarietà nella vita. Parità, non divisione. E se dovrà sussistere la contesa che costituisce pur sempre il nostro principio motore, bisognerà pure ch’essa si eserciti in una prospettiva di coscienza e persino di passione, ma non più a vantaggio di un più grande potere. Tutto questo è teoria — si obietterà. Ma chi è convinto che nell’abbozzo di questo quadro tutto sia fittizio ed irrealizzabile, rinunci onestamente a parlare dell’avvenire. Nel XIX secolo il tema favorito dei teorici era la ricerca di una maggiore armonia. Nel XX secolo i loro discendenti pensano di poter risolvere tutti i problemi con le norme di organizzazione. Gli insuccessi dei primi hanno fatto dell’armonia un desiderio nostalgico ma sempre singolarmente splendido. Le imprese dei secondi finiscono per far sorgere un gravissimo dubbio sui meriti dell’organizzazione, concepita come la chiave di una condizione migliore. Rimane il fatto che tanto gli uni che gli altri hanno intravisto, ciascuno a modo proprio, la riconciliazione umana. Quando diciamo che stiamo facendo l’apprendistato dei rapporti umani, vogliamo dire che lavoriamo ora e che lavoreremo domani per porre fine al nostro stesso esilio. Bisogna decidersi a riconoscere, come scrisse Dyonis Mascolo, «che l’uomo della storia e l’uomo dello spirito sono lo stesso uomo, che hanno lo stesso senso, o che non hanno alcun senso se rimangono separati».
Parimenti, è a questa situazione di cui molti pensatori non misurano ancora la novità, perché essa, più che opera della intelligenza tout court, è opera di tutti gli uomini; è a questa situazione originale e sconvolgente che si attaglia la frase di Giorgio La Pira: «Assistiamo alle ultime convulsioni del machiavellismo».
Il machiavellismo, che fu un modo di governare, cioè di frantumare la spontaneità degli uomini, è ora condannato a sparire. È condannato a perire non già a causa dei pensatori, ma perché a poco a poco gli uomini faranno a meno di intermediari e si interpelleranno direttamente chiamandosi per nome.

Terza Guerra Mondiale

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( Dal Web )

In un recente articolo Paul Craig Roberts torna a parlare di Terza Guerra Mondiale, accusando la Russia di essere troppo pusillanime verso l’aggressiva politica USA: nella velleità di essere riconosciuta come parte dell’Occidente, secondo Roberts la Russia non completa mai il lavoro, ma lascia sempre uno spiraglio aperto agli USA, sperando di ingraziarseli, mentre di fatto concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Questo è quello che è successo in Siria, dove la guerra rischia di riaccendersi, e in Ucraina. E nel frattempo in Occidente continua l’escalation della propaganda: non passa giorno senza che la Russia venga accusata di cyber-attacchi, ingerenza nelle elezioni dei paesi occidentali, addirittura sovversione della democrazia. E col caso Skripal si è fatto un nuovo salto di qualità, andando vicini ad accusarla di terrorismo di stato. Insomma, quel che sembra una preparazione dell’opinione pubblica occidentale alla Terza Guerra Mondiale che Roberts paventa.

 

 

di Paul Craig Roberts, 13 marzo 2018

 

“In un conflitto nucleare, il ‘danno collaterale’ sarebbe la fine di tutta l’umanità” – Fidel Castro

 

I russi, nell’ansia di mostrare all’Occidente quanto sono amichevoli, hanno lasciato mettere a Washington un piede nella porta in Siria, e Washington lo sta utilizzando per ricominciare la guerra. L’insuccesso russo nel finire il lavoro ha lasciato i mercenari stranieri di Washington, che la stampa prezzolata americana fa passare per “combattenti per la libertà”, nell’enclave siriana. Perché la guerra ricominci, Washington deve trovare un modo di andare in aiuto dei suoi mercenari.

 

Il regime di Trump ha trovato, o così pensa, la sua giustificazione per tornare alla falsa accusa del regime di Obama alla Siria sull’uso di armi chimiche. Questa bugia, inventata di sana pianta dal regime di Obama, è stata messa a tacere dall’intervento della Russia, che ha assicurato che non c’erano armi chimiche siriane. Infatti, se la memoria ci assiste, la Russia consegnò le armi chimiche agli USA perché fossero distrutte. Ci sono pochi dubbi che Washington le abbia ancora e che ne userà alcune, con i loro contrassegni siriani, in quello che appare come un attacco false flag imminente di cui potrà essere accusato Assad. In altre parole, Washington creerà un “momento critico”, ne incolperà Assad e Putin, e – con o senza l’autorizzazione del Congresso – inizierà l’intervento americano per conto dei suoi mercenari.

 

Se possiamo credere a James Mattis, il generale degli US Marine in pensione che è Segretario della Difesa, la Siria, un paese senza armi chimiche e che non ne ha bisogno nelle sue operazioni di rastrellamento contro i mercenari di Washington, sta usando gas cloro “contro il suo stesso popolo”, esattamente la stessa frase usata dal regime di Obama quando tentò di orchestrare una giustificazione per l’attacco in Siria. Mattis ha detto di ricevere resoconti sull’uso di gas cloro da parte di Assad, mentre contemporaneamente sostiene che non ci sono prove dell’uso di gas, ancora meno da parte dell’esercito siriano.

 

Il Segretario della Difesa in realtà ha accusato la Siria di “prendere di mira gli ospedali” col gas cloro, anche se ammette che non ci sono prove. Mattis ha continuato accusando la Russia di complicità nell’uccisione di civili, un’impresa nella quale gli USA eccellono.

 

Stephen Lendman riferisce che il direttore della CIA Pompeo “ha suggerito che potrebbe essere prossimo un attacco statunitense alle forze siriane, dicendo che Trump non tollererà attacchi con armi chimiche, aggiungendo che non ha ancora preso una decisione riguardo all’ultimo resoconto sull’uso di gas cloro”.

 

Il Segretario di Stato Tillerson si è unito alle accuse, anche se ammette che non ci sono prove.

 

Naturalmente non c’è stato nessun uso del gas cloro, se non da parte dei mercenari supportati da Washington. Ma i fatti non sono importanti per Washington. Quel che è importante è la richiesta di Israele che Washington distrugga la Siria e l’Iran per sbarazzarsi dei sostenitori di Hezbollah, in modo che Israele possa impadronirsi del Libano del sud.

 

Nessun dubbio che ci siano altri interessi nella trama. Le compagnie petrolifere che vogliono il controllo delle ubicazioni dei gasdotti e degli oleodotti, i pazzi neocon sposati alla loro ideologia dell’Egemonia Mondiale Americana, il complesso militare/della sicurezza a cui servono nemici e conflitti per giustificare il proprio enorme bilancio. Ma è la determinazione di Israele a espandere i suoi confini e le sue risorse idriche che mette in moto tutti i conflitti del Medio Oriente

La Russia questo lo capisce, o il governo russo è troppo assorbito dall’ottenere prima o poi l’accettazione occidentale per essere parte dell’Occidente? Nel secondo caso, il mondo sta andando verso una guerra nucleare. Il governo russo non sembra capire che le sue pavide risposte stanno incoraggiando l’aggressione di Washington e così conducendo il mondo alla guerra finale.

 

Ogni qual volta la Russia fallisce nel finire il lavoro, come in Siria e Ucraina, non si conquista l’amicizia di Washington, ma concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Washington non rallenterà fino a quando i suoi piani non saranno fermati, quello che la Russia non sembra disposta a fare. Di conseguenza, Washington continua a guidare il mondo verso la guerra nucleare.

 

Quand’è che i russi si accorgeranno che letteralmente tutti nel regime di Trump li stanno minacciando? Mattis, Tillerson, Nikki Haley, la portavoce del governo, il Primo Ministro e il Segretario agli Esteri del Regno Unito. Tuttavia i russi ancora parlano dei loro “partner” e di quanto vogliano avere buoni rapporti con l’Occidente.

 

Non c’è alcuna possibilità che i britannici vadano in guerra contro la Russia. L’intero Regno Unito verrebbe immediatamente cancellato, eppure il Primo Ministro britannico dà ultimatum alla Russia.

 

Qui quello che Finian Cunningham ha da dire sul Primo Ministro britannico che minaccia la Russia:

 

Data la loro radicata agenda anti-russa, hanno molto più interesse le autorità britanniche a vedere Skripal avvelenato di quanto ne abbia mai avuto il Cremlino.

 

E mentre siamo nella modalità “chi è stato?”, un’altra possibile importante traccia è questa: se il Venomous Agent X (VX) fosse stato usato per danneggiare l’ex spia russa, gli esecutori ne avrebbero avuto un comodo serbatoio col quale portare a termine le loro azioni.

 

Il laboratorio top secret di armi chimiche della Gran Bretagna a Porton Down è a sole sei miglia di distanza da Salisbury, dove Skripal e sua figlia sono stati apparentemente assaliti la scorsa domenica pomeriggio. Porton Down è il laboratorio in cui il VX è stato originariamente sintetizzato negli anni ’50. Rimane una delle armi chimiche più letali mai inventate. Ed è inglese come il tè delle cinque.

 

Questi sono il movente e i mezzi. Ma, ehi, chi ha bisogno della logica quando il nome del gioco è Russofobia?

 

[Nota di VdE: stando a quanto dichiarato da Theresa May nel suo discorso al Parlamento di lunedì 13 marzo, l’agente nervino individuato nel caso Skripal non è il VX ma il Novichok, sviluppato per la prima volta dai sovietici tra gli anni ’70 e gli anni ’90; l’apparente anomalia può essere spiegata col fatto che l’articolo citato da PCR è di giovedì 8 marzo, quando ancora le autorità, da quanto riporta la stampa inglese, non avevano ufficializzato la natura dell’agente nervino. Anche l’articolo di PCR è del 13 marzo: è quindi plausibile che PCR non fosse ancora venuto a conoscenza della dichiarazione della May. Chiarito questo, vale la pena aggiungere che la formula del Novichok, secondo quanto riportato al Wall Street Journal da Ralf Trapp, uno dei massimi esperti internazionali di armi chimiche, fu oggetto di una fuga di notizie negli anni ’90 e da allora altri paesi potrebbero aver iniziato programmi per la sua produzione.]

 

L’intero mondo occidentale è impazzito. Come dice Michel Chossudovsky, i politici occidentali e la stampa prezzolata che li serve stanno portando il mondo all’estinzione.

 

Nota: sembra che il complesso militare/della sicurezza stia stringendo la presa sul regime di Trump. Il Segretario di Stato Tillerson è stato licenziato e sta venendo rimpiazzato dal direttore della CIA Pompeo. Gina Haspel, il nuovo direttore della CIA, è la persona che supervisionava le prigioni segrete di tortura in Thailandia.

Società senza lavoro

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( Dal Web )

“Le repubbliche e le società contemporanee si dichiarano fondate sul lavoro, presentando questo dato come naturale, certo e immutabile, sino a fare del diritto al lavoro il diritto per il cittadino di realizzare se stesso. Su questo mito dei tempi moderni si sono costruite ideologie e teorie, poi crollate di fronte alla crisi dell’occupazione delle società industriali avanzate. Si è cercata una soluzione nell’economia e nella creazione di posti di lavoro; ma il problema non è e non è mai stato soltanto economico, tecnico o politico, né il lavoro è necessariamente il fondamento delle società. Occorre una nuova riflessione critica, che tenga conto delle rappresentazioni che del lavoro si sono date nella storia, per chiarire una questione che mette in gioco la libertà degli individui e la sopravvivenza della moderna civiltà industriale.” Società senza lavoro: per una nuova filosofia dell’occupazione                                                                                                              (Dominique Méda)

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di Beppe Grillo

Siamo in un periodo di crisi, c’è la crisi e va superata. Sento ripetere queste parole  all’infinito e non riesco a capire cosa stiamo cercando.

Penso che prima di tutto questo non sia un periodo di crisi. Se lo fosse non durerebbe da più di 10 anni. Siamo di fronte a qualcos’ altro.

Questo si collega direttamente al fatto che probabilmente tutti stanno cercando, non solo nel posto sbagliato, un qualcosa che non c’è. O meglio, non c’è più.

Per rispondere a questa crisi, per uscirne fuori, tutti cercano il lavoro. Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il lavoro? Io penso di no. Il lavoro serve a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo. La nostra era è senza precedenti proprio per la sovrabbondanza di merci e servizi che abbiamo. Abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità.

Politici ed economisti si impegnano tutti a capire come produrre di più. Dobbiamo pagare il debito, gridano. Dobbiamo lavorare di più, essere più produttivi, tagliare la spesa improduttiva.

Siamo condizionati dall’idea che “tutti devono guadagnarsi da vivere”, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere.

Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società.

Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita.

Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato.

Eppur si muove

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( Dal Web )

No, i giochi non sono ancora fatti.
No, il gasdotto Tap non è ancora stato costruito, anche se i lavori proseguono nel cantiere di Melendugno.
No, l’opposizione non è solo quella cittadinista che si affida a sindaci e magistrati, stracciandosi le vesti per la democrazia tradita.
No, foraggiare questa opposizione cittadinista non è l’unica possibilità per i nemici di questo mondo.
Contro le grandi opere del potere, la rivolta. Fuori dalle decisioni assembleari del contro-potere, le determinazioni individuali.
«TAP esprime piena solidarietà ad Adecco e ai lavoratori della filiale di Lecce, colpiti questa notte da un atto intimidatorio e inaccettabile». Alle prime luci dell’alba qualcuno ha fatto esplodere una bomba carta contro la sede dell’agenzia interinale, attiva nel reclutare manovalanza a favore della devastazione industriale (che non conosce restrizioni, non essendo soggetta nemmeno alla Valutazione di Impatto Ambientale tanto acclamata dai critici paraistituzionali delle grandi opere).
Accanto all’ingresso, sul muro, una scritta inequivocabile: no tap.
A circa un anno dall’inizio di questa lotta, subito parassitata dai variegati militanti della politica, non poteva esserci più salutare risveglio.

«Solo nel fuoco si semina il fuoco»

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( Dal Web )

«Là nel suo deserto traboccano di semi
meravigliosi i panieri di stelle
e va tranquillo in tutta la statura
tra i solchi il Seminatore
di lacrime ispirate e pentimento:
solo nel fuoco si semina il fuoco
e si sfogliano i libri senza mani
e non si accendono lumi sulle righe,
ma il tuo si spreme, o notte, il tuo, che noi
amiamo, luminoso grappolo».
Ol’ga A. Sedakova
Noi non sappiamo se a Pessina Cremonese ci sia qualche appassionato della poesia teologica russa contemporanea. In compenso sappiamo cosa c’era: il Centro di Ricerca di DuPont Pioneer, uno dei maggiori produttori di semi Ogm del mondo. Là, in quello stabilimento, venivano studiati e sperimentati ibridi di mais, girasole, soia e altre chimere industriali.
Questo c’era, ma adesso non c’è più.
Lo scorso sabato è stato distrutto da un incendio mattutino di natura dolosa (perché dolorante e addolorata). I suoi locali ricerche e amministrativi sono andati in fumo, come il suo laboratorio e il magazzino di stoccaggio dei semi. Fonti ufficiose stimano i danni attorno ai 5 milioni di euro. Pare che gli inquirenti sospettino che si tratti, come già accaduto per altre azioni dimostrative, di un atto di «eco-terrorismo», che nelle loro testoline non è mai sinonimo di distruzione dell’ambiente naturale — quella voluta e realizzata da multinazionali ed istituzioni — ma indica sempre il suo esatto contrario. Ovvero la rivolta contro questa devastazione, l’unica possibilità rimasta per tentare di uscire fuori dalla «catastrofe della coscienza» di cui siamo al tempo stesso vittime e artefici.
Una possibilità che va strappata, va giocata, va accesa. Magari attraverso un luminoso grappolo di molotov.

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( Dal Web )

Non è raro il caso di trovare fra noi anarchici individui che cambiano idea come si cambia la camicia. Oggi anarchici, domani socialisti, o, magari, anarchici… parlamentaristi, ecc. Sono anfibi che agiscono e pensano — o fingono di pensare — mossi da interessi personali e da ambizioni;  cambiano casacca quando intorno la loro nullità non raccatta che indifferenza o ridicolo o disprezzo.
Cotesti individui non sono stati mai anarchici che di nome, ed alla prima occasione in cui l’interesse e l’ambizione non trovano cibo adeguato fra l’ammirazione e la generosità dei compagni, od altrove trovano tornaconti e comodità insperate, appaiono quello che nel loro intimo sono sempre stati: anfibi. […]
Altri, pur facendo il proprio tornaconto anche in contraddizione stridente con le idealità anarchiche, vorrebbero stare con noi ed a noi chiedono appoggio per l’arrembaggio; ed è confortante notare (prova almeno che non abbiamo idoli) come costoro raccolgano, nel caso più benevolo, diffidenza.
Altri, dopo decine d’anni, accortosi finalmente che le idee libertarie oggi domandano abnegazione e non danno la ricchezza, finiscono in sacrestia in compagnia degli altri che, miserabili, furono compagni, ringalluzziti da qualche baiocco, saltarono il fosso divenendo i peggiori diffamatori nostri con calunnie loiolesche e sono essi che decantano la virtù dell’ordine perchè «han visto da vicino la… confusione dell’anarchia» e cercano, se occorre, la riabilitazione o la giustificazione del girellismo, che non è simpatico ad alcuno neppure se è comodo nella prostituzione di altri che li precedettero nella china.
Vi sono poi, disgraziati e deboli più che altro, che non si sanno ribellare all’ambiente in cui vivono. Molti sono libertari sinceri in quanto hanno una aspirazione potente verso una società di liberi e di uguali, approvano le rivolte individuali e collettive, le incitano magari, le provocano quando non ne sono protagonisti ardenti; ma nella pratica quotidiana della vita fanno tanti strappi alla convinzione propria quanto un sacerdote che si rispetti ai dettami del buon dio. […]
L’anarchico testimonia ad ogni istante la sua fede, trova nella natura le sue leggi e si rifiuta al riconoscimento di tutto quello che non ha la sua approvazione.
Vuole governarsi da sé e non accetta altra limitazione al suo diritto che nel diritto di un altro. Non è schiavo di dogmi e cerca nei proletari gli alleati per l’opera di demolizione del regime di privilegio che odia con tutte le sue forze. Non domanda lodi né ricompense né nell’ideale si forma la greppia: questa la lascia agli altri, agli anfibi.

Henry Martin

Ogni 5 minuti un italiano finisce nelle grinfie del cybercrime

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I dati del rapporto Clusit e di Fastweb: circa 10 miliardi di euro di danni causati dal crimine informatico in Italia. Ma le aziende investono poco per difendersi

( Dal Web )

Gli attacchi informatici sono cresciuti su scala globale del 240% rispetto al 2011 e colpiscono sempre più settori cruciali, come la geopolitica, la finanza e i privati cittadini, che nel 2017 sono stati vittime di crimini estorsivi su larghissima scala. Questo è quanto emerge dai dati sulla cybersecurity pubblicati nell’ultimo rapporto Clusit. Negli ultimi sei anni, i costi della insicurezza informatica sono quintuplicati e, nel 2017, è stato colpito oltre un miliardo di persone nel mondo.

La minaccia più diffusa, hanno spiegato gli esperti, è rappresentata dal cybercrime, in crescita del 76% rispetto allo scorso anno. Dal 2011 i costi generati globalmente dalle sole attività del crimine informatico sono quintuplicati, arrivando a toccare quota 500 miliardi di dollari nel 2017, di cui 180 miliardi a carico di privati cittadini. L’Italia, nel 2016, ha subito danni per quasi 10 miliardi di euro. Stando ai dati di Fastweb, che partecipa ogni anno al rapporto Clusit fornendo informazioni relative agli attacchi rilevati dal Security Operations Center (SOC), ogni cinque minuti un utente italiano viene colpito da un evento cybercrime.

Nonostante questi numeri, il crimine informatico non è il pericolo maggiore tra quelli presenti in rete, come spiega Andrea Zapparoli Manzoni, membro del comitato direttivo di Clusit. “Il cybercrime è diventato ormai l’ultimo dei nostri problemi in ambito cibernetico dal punto di vista della sua pericolosità intrinseca. Oggi ci troviamo infatti a fronteggiare problemi ben peggiori”, evidenzia l’esperto.

I trend messi in evidenza dal rapporto 2018 sono principalmente tre, come sottolinea Marco Raimondi, marketing product manager di Fastweb: “Il 2017 è stato l’anno del trionfo del malware, degli attacchi ransomware, aumentati del 90% rispetto al 2016 e di quelli Ddos, con l’impiego di una potenza d’attacco in termini di Gigabit che si è quintuplicata nell’ultimo anno”. La base dati di Fastweb ha permesso di individuare un numero di attacchi superiori al doppio rispetto a quelli registrati nel 2016. “Siamo infatti passati da 16 milioni a 35 milioni di eventi di sicurezza accaduti nel 2017”, spiega Raimondi.

Non è solo il numero di attacchi informatici a essere raddoppiato, ma anche la quota di malware sconosciuti.

L’anno scorso avevamo circa 10 famiglie di malware sconosciute, quest’anno sono 20. È chiaro che in questo contesto difendersi dalle minacce informatiche diventa ancora più complesso”, continua Raimondi.

Nonostante questo contesto, in Italia gli investimenti in sicurezza informatica sono ancora piuttosto scarsi. Nel 2016 sono stati investiti circa un miliardo di euro, un decimo rispetto ai danni provocati dal cybercrime su scala nazionale.“Gli investimenti in sicurezza informatica nel nostro Paese sono ancora largamente insufficienti e ciò rischia di erodere i benefici attesi dal processo di digitalizzazione della nostra società”, afferma Zapparoli Manzoni.

Per le aziende, però, ora diventa più che mai importante affrontare il tema della sicurezza informatica con un approccio sempre più multidisciplinare, soprattutto in vista dell’entrata in vigore del Gdpr, il nuovo regolamento europeo sul trattamento dei dati, in programma il prossimo 25 maggio.

Per Raimondi, “il tema del rispetto del regolamento sulla privacy inizia a essere molto rilevante per le imprese che gestiscono una mole rilevantissima di dati sensibili degli utenti. Nei prossimi mesi questo sarà uno dei focus di Fastweb che attraverso il proprio Security Operations Center già gestisce la sicurezza informatica di un numero altissimo di istituzioni ed imprese. Adesso ci concentreremo anche sugli strumenti per aiutare le imprese a garantire la sicurezza dei dati dei loro clienti – inclusi la formazione dei dipendenti e la costituzione del registro dei trattamenti – come richiesto dal nuovo regolamento che sta per entrare in vigore”.