Individui oppure no

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( Dal Web )

È un classico. Un bicchiere contenente del liquido. Diciamo che il bicchiere ha una capienza di 200 ml, e diciamo che contiene 100 ml di liquido. Come definireste quel bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto? Molti diranno che è la stessa identica cosa. In un certo senso sì, lo è, a livello meramente tecnico. Ma una definizione non fornisce solo una descrizione oggettiva, il più delle volte esprime anche una prospettiva soggettiva.
Cosa si vuole dire?
Quando si sostiene che quel bicchiere è mezzo pieno si sottolinea la presenza del liquido, dando più o meno ad intendere che la sua quantità sia sufficiente. Chi dice che il bicchiere è mezzo pieno è come se stesse notando che, per il momento, non vuole altro liquido. Viceversa, sostenere che il bicchiere è mezzo vuoto significa sottolineare l’assenza del liquido, e quindi la sua mancanza. Chi dice che il bicchiere è mezzo vuoto sta suggerendo di colmarlo. Un bicchiere di pessimo vino sarà sempre mezzo pieno (basta così!), un bicchiere di vino squisito sarà sempre mezzo vuoto (troppo poco!).
Ciò detto, passiamo ora all’essere umano e a ciò che lo circonda. Che ogni essere umano nasca all’interno di una società, subendone le infinite e talvolta contrastanti influenze, è un’ovvietà. Da un certo punto di vista, è perciò innegabile che l’essere umano sia il prodotto della società. Ma è altresì innegabile che la società non si sia formata dal nulla, eternamente immutabile; a sua volta essa stessa è opera dell’essere umano. La società plasma l’essere umano e ne viene a sua volta modellata. Può quindi venire trasformata, anche radicalmente, in un senso o nell’altro. Questo perché l’influenza della società non riuscirà mai a determinare del tutto gli esseri umani, ma solo in parte.
Se l’essere umano fosse infatti completamente determinato dalle condizioni materiali della società in cui vive, allora non solo noi umani dovremmo essere tutti più o meno identici, ma per di più nessuno dovrebbe essere ritenuto responsabile di ciò che fa. Non soltanto saremmo tutti consumatori di merci ed aspiranti consumatori di merci, ma per di più i ruoli sociali in cui si divide la vita in questo mondo attenderebbero ineluttabilmente ciascuno di noi, nessuno escluso: perché i politici non possono fare a meno di essere politici, i poliziotti non possono fare a meno di essere poliziotti, gli scienziati non possono fare a meno di essere scienziati…
Se viceversa le influenze sociali contribuiscono sì a formare l’essere umano, ma senza riuscire mai a determinarlo del tutto, allora da un lato noi umani siamo tutti individui unici, dall’altro ognuno è responsabile delle proprie azioni. Certo, abbiamo tutti (o quasi) una carta d’identità in tasca, siamo costretti ad usare denaro, ci spostiamo in automobile e magari ci ritroviamo pure a canticchiare una canzoncina idiota sotto la doccia. Ma se quanto ci circonda ci spinge a prendere parte a questo mondo, a rispettarne le regole e ad adempiere ai suoi compiti, dentro di noi rimane pur sempre qualcos’altro: desideri, aspirazioni, sogni non omologabili. Qualcosa che non trova spazio all’interno di questa società. È qui che possiamo trovare la forza di opporre un netto rifiuto ad imposizioni ed obblighi. Possiamo fare delle scelte, per quanto marginali e pericolose. Possiamo scegliere di (cercare di) contribuire il meno possibile alla riproduzione sociale. Possiamo scegliere di (cercare di) sabotare la società che ci circonda.
Nel caso in cui non si sia notato, questa diversa interpretazione è uno dei principali tratti distintivi che separano autoritari e anti-autoritari. La tesi che considera l’essere umano un’ameba, semplice riflesso condizionato della società, è sempre stata uno dei cavalli di battaglia di chi vuole comandare — dai marxisti agli stalinisti, passando per i leninisti, i trotskisti, i maoisti. Lo chiamano materialismo (e deridono chi ama l’Unico e la sua proprietà). Viceversa, chi non vuole né comandare né obbedire preferisce pensare che sia l’essere umano a creare la società. Lo chiama volontarismo (e disprezza chi prescrive l’Identico e la sua banalità). I primi sono sicuri che una trasformazione sociale radicale abbia bisogno soprattutto di condizioni oggettive e di tempi maturi, per cui guardano il cielo e misurano l’aria. Scrutano i rapporti di produzione, soppesano i bilanci di Stato, valutano i tassi di profitto, e concludono che bisogna attendere. I secondi sono sicuri che una trasformazione sociale radicale abbia bisogno soprattutto di determinazioni singolari e di esseri umani maturi, per cui guardano dritti negli occhi ed ascoltano il battito del cuore. Eccitano i desideri, provocano le intelligenze, attizzano le passioni, e concludono che bisogna agire.
C’è chi dice che si tratta di una piccola differenza teorica, una sfumatura facilmente superabile. Sarà, ma a noi spesso e volentieri sembra una differenza antropologica — un abisso letteralmente invalicabile.
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Pubblicato il 24 aprile 2018, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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