Archivio mensile:maggio 2018

All’infinito

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( Dal Web )

Contro lo Stato, contro le Zone Alternative Destituenti

«Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»
Benito Mussolini, 28 ottobre 1925
Per capire fino a che punto questa logica totalitaria non sia peculiarità del solo fascismo, ma di qualsiasi forma di potere politico — incluso quello democratico, incluso quello aspirante rivoluzionario — non c’è niente di meglio che volgere lo sguardo a quanto sta accadendo in Francia a pochi chilometri da Nantes, in quella Notre-Dame-des-Landes dove si trova(va?) la ZAD: 1.600 ettari di territorio rurale fuori dal controllo dello Stato, ospitante quasi un centinaio di costruzioni illegali dai nomi fantasiosi come la loro architettura, nate con le motivazioni più diverse dalla pluridecennale lotta contro una delle tante grandi opere inutili e nocive. È qui che, nello spazio di pochi mesi, forme di vita e di rivolta al di fuori dell’orbita istituzionale sono state prese di mira non solo dalle granate e dalle ruspe di chi ha il compito di difendere il vecchio potere, ma anche dagli accordi e dai negoziati di chi aspira ad un nuovo potere. Questo laboratorio tuttora attivo di repressione e di recupero fornisce un notevole esempio pratico di come la politica non possa che contaminare e soffocare ogni anelito di libertà. Abbiamo così cercato di esaminare quanto avvenuto alla ZAD negli ultimi mesi seguendo non solo le mosse del nemico dichiarato (lo Stato), ma anche di quello non dichiarato, del falso amico (il cittadinismo) e del falso compagno (l’insurrezionalismo filo-istituzionale).
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Lavoro salariato

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( DalWeb )

Renato Chaughi

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti: è una pena accettata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri. È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste. I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere. Si presentano umilmente e dicono: «Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi. In cambio, posso affaticarmi pel suo benessere. Cosa le abbisogna oggi? Vuole che seghi delle assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte? Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano. Il ladro vi getta alcuni soldi. Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi nella sua stamberga per dormirvi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali. Sono degli uguali, quest’uomo fiero e quello sottomesso, l’uno pulito, ben vestito e istruito, l’altro sporco, cencioso e ignorante, l’uno la cui vita è assicurata, l’altro condannato a una morte certa, senza l’elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero. Dite invece che gli uni, appropriandosi la terra, impediscono agli altri di vivere, e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’offerta e della domanda. L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile. E, per quanto cattive siano queste condizioni, l’operaio è ben costretto d’accettarle.
– Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
– Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire. Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
– Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché ricompensa il merito. Io la trovo giustissima.
– Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità. Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che si aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo, e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune. In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni. Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedirgli d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre di più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima. E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli. Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile. Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta. Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ora, od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’affittatore è proprietario dei muscoli dell’affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi i muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tenuto ad affittare la sua fatica per vivere.

A cosa servono i governi

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( Dal Web)

Arthur Arnould
La buona comare che aveva perduto il suo gatto aveva l’aria meno desolata di quanto l’avrebbero avuta non pochi cittadini francesi, se l’indomani, svegliandosi, avessero sentito dire che avevano perduto il loro governo.
Senza governo! Poveri noi! Cosa si farà? Come potremo vivere!
Ma, dunque, non avremmo più esercito permanente per difenderci e, se del caso, per combatterci?
Ma, dunque, i nostri magistrati – queste persone temibili, da cui dipende per noi onore, fortuna, libertà e vita – non sarebbero più nominati, decorati e promossi da un ministro incaricato in nome di tutti, senza che si sappia il perché, di distribuirci quel tanto di giustizia che concepisce, mediante funzionari a sua immagine?
Ma, dunque, la pace e la guerra non sarebbero più tra le mani d’un altro ministro – quello degli affari esteri – che gioca, nel silenzio del gabinetto, con l’Europa, quella partita di whist, di cui la nostra influenza e la nostra dignità sono la posta, e in cui la Francia sostituisce il morto?
Ma, dunque, non avremmo più un ministro dell’istruzione pubblica, per pesare nelle sue bilance – d’accordo col clero – le quantità infinitesimali d’idee che lascerà amministrare a quelli tra i nostri figli che si vuol bene istruire nel modo che permette la reazione governativa del giorno?
Ma, dunque, non avremmo più un altro ministro, per scegliere a sua volontà ed a volontà del supremo signore delle mitragliatrici, i prefetti che regolano i funerali civili, chiudono i caffè dove non si brinda a Napoleone IV, ed i circoli in cui il signor de Mun non predica la crociata all’interno?
Ma, dunque, saremmo davvero ridotti a far da noi i nostri propri affari?
Ma, dunque, subiremmo la necessità di difenderci da noi, di amministrarci da noi, di confezionare noi stessi, a volontà, le leggi che ci inceppano e rovinano, di non dover consultare, nelle nostre decisioni, che i nostri propri interessi e la nostra propria ragione, invece di subire per amore o per forza l’interesse del governo e la ragione di Stato?
Vi siete mai chiesti chi tra i due abbia bisogno dell’altro – del macellaio o del montone, del ricco o del povero, del governante o del governato?
È ben evidente che il macellaio ha bisogno del montone, e che il montone, senza il macellaio, non starebbe che meglio.
È egualmente evidente che se non ci fossero più poveri, ricchi ed oziosi si troverebbero in serio imbarazzo, perché, non avendo più nessuno da far lavorare per loro conto, i ricchi stessi dovrebbero lavorare e guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte, come semplici manovali, mentre la signora duchessa, privata dei servizi della sua cuoca, sarebbe costretta a preparar da mangiare al suo uomo con le sue bianche mani.
Supponete, invece, che non vi siano più sfruttatori, parassiti ed oziosi – cosa ci perderanno coloro che producono e lavorano?
La terra e le sue ricchezze naturali od appropriate saranno forse scomparse?
Il macchinario industriale accumulato sarà forse scomparso?
Non resteranno forse più foreste per darci il legno, miniere per caverne carbone e ferro, campi per produrre frumento, braccia per mettere il tutto in attività?
L’umanità non morrebbe dunque né di freddo, né di fame. Le condizioni del lavoro e della ripartizione dei prodotti sarebbero solamente cambiate.
Avete forse più bisogno di quel governo onnipotente che pesa su voi governati?
Cosa fa, in vostro nome, che voi non potreste fare in sua vece, meglio e a minor prezzo?
Difendervi contro l’invasione straniera? – Ne siete ben certi? – Non vi riesce sempre? – Per difendersi contro un’aggressione ingiusta, un esercito non varrà mai un popolo.
Le Repubblica, nel 1792, non aveva che dei volontari, ed è il popolo armato di Francia che ha respinto la coalizione europea.
Mentre tutti gli eserciti di governi stranieri fuggivano davanti a Napoleone I, non è l’esercito ma il popolo spagnolo che resisteva al despota, divorava i suoi soldati e i suoi generali.
Nel 1870, a Parigi, non sapete più che è il popolo armato, la guardia nazionale che, durante cinque mesi, ha salvato l’onore e resistito alla Prussia ed a Trochu?
Gli eserciti permanenti non sono utili che all’interno.
A chi?
Al governo! – Senza esercito, niente colpo di Stato del 2 dicembre.
Credete voi che i vostri magistrati non varrebbero i suoi?
Siete voi ben certi che la vostra polizia non varrebbe la sua?
Tutto ciò, se uscisse e dipendesse da voi, sarebbe quel che voi vorreste che fosse, e non volgerebbe mai contro voi stessi le armi affidate a garantire la vostra tranquillità.
Il governo, come lo si comprende finora, non è che un congegno inutile, imbarazzante e pericoloso, che fa saltar la macchina ogni quindici o vent’anni. La sua unica funzione è di sostituire al libero esercizio delle iniziative individuali e collettive, al libero sviluppo dei gruppi naturali federati tra loro per il bene comune e la sicurezza generale, il giogo soffocante delle passioni, dei pregiudizi, degli egoismi e delle ambizioni di alcune individualità che il caso o la forza ha portato al Potere, grazie all’ignoranza degli uni, all’indifferenza degli altri, all’abdicazione di tutti.
Senza quel congegno, voi avreste l’Autonomia Comunale completa, che rappresenta la libertà nella sola sua forma pratica – e l’Unità arbitraria spezzata lascerebbe posto alla solidarietà economica, che vi darebbe la pace mediante la giustizia.
Oggi, checché si faccia, la società è divenuta, da militare o distruttiva, industriale o produttiva.
Il lavoro è padrone – non nella legge, è vero, ma nella realtà economica.
Le autonomie, le collettività, tutte quante, non hanno più che un interesse, un bisogno – la produzione abbondante, lo scambio assicurato, la circolazione rapida, la ripartizione universale.
A tutto ciò, manca una cosa – la giustizia.
Chi ve la darà?
I governi?
No, voi stessi!
Figli del passato, prodotti di un’epoca di lotte e di competizioni violente per la forza, i governi mantengono le caste che crollerebbero senza il loro appoggio, e gettano sulla bilancia del lavoro la pesante loro spada intrisa di sangue.
Dopo d’essere stati l’immagine della civiltà passata, sono divenuti il contrapposto della civiltà presente e futura.
Voi volete la pace? – Sono la forza, ossia la guerra.
Volete l’Autonomia? – Sono l’Unità, ossia la compressione.
Volete la giustizia? – Sono il Potere, ossia la più alta incarnazione del privilegio.
Volete la solidarietà? – Sono la ragione di Stato, ossia l’antagonismo.
( 1877 )