Archivio mensile:giugno 2018

L’Unione Europea intende approvare la controversa legge-bavaglio sul copyright di Internet

Schermata del 2018-06-26 16:27:03

( Dal Web )

Di Margherita Russo

Per un governo sovranazionale, che non sia emanazione dei cittadini, e saldamente “al riparo dal processo elettorale”, permettere l’esistenza di una struttura aperta e democratica come Internet è pericoloso, perché rende impossibile controllare l’informazione. E il controllo è indispensabile, per convincere i cittadini che tutto va bene e che hanno il migliore dei governi possibili. Per questo motivo da anni la Commissione Europea tenta di calare sulla rete una struttura di controllo che permetta un accesso selettivo sia ai contenuti sia agli utenti.

Per anni una visione così orwelliana dei canali di comunicazione sarebbe sembrata da relegare a regimi autoritari e non democratici, ma dopo le rivelazioni di Snowden dovrebbe essere chiaro che non è affatto così: in Occidente censura e controllo non vengono, per scelta, esercitati direttamente dai governi, ma sono affidati direttamente alle grandi multinazionali del web come Facebook, Twitter, Google, Amazon, in cambio di lucrative opportunità di affari e pubblicità grazie ai dati degli utenti.

Oggi, con la nuova direttiva europea sulla protezione del diritto d’autore, siamo di fronte a una nuova, ancora più pericolosa minaccia per la libertà d’informazione. Se approvata, questa nuova legislazione rischierebbe di silenziare a tutti gli effetti qualsiasi voce indipendente, fuori dal coro e dissidente. Incoraggiamo dunque vivamente i lettori a firmare l’appello lanciato da Byoblu per sensibilizzare gli Eurodeputati ad opporsi a questa direttiva.

Di James Vincent, 20 giugno 2018

L’Unione europea ha compiuto il primo passo verso l’approvazione di una nuova legislazione sul diritto d’autore che secondo i suoi critici rischia di distruggere Internet.

Lo scorso 20 giugno la commissione per gli affari giuridici dell’UE (JURI) ha votato a favore della legislazione, denominata “Direttiva sul diritto d’autore”. Se buona parte del testo della direttiva non è altro che un aggiornamento del linguaggio tecnico per la legge sul copyright nell’era di Internet, al suo interno include due disposizioni molto controverse. Si tratta dell’articolo 11 che introduce una “tassa sui link”, che costringerebbe piatteforme online come Facebook e Google ad acquistare licenze da società di media prima di poter linkare qualsiasi contenuto; e l’articolo 13 sul “filtro di caricamento”, che richiederebbe il controllo di violazione del copyright su tutto ciò che è stato caricato online nell’UE. (Lo si può immaginare come il sistema Content ID di YouTube, ma per l’intero Internet.)

I legislatori europei critici verso la legislazione affermano che, nonostante le iniziali buone intenzioni – come la protezione dei diritti d’autore – questi articoli sono formulati in modo vago e passibili di abuso. “Le misure per risolvere il problema sono catastrofiche e finiranno col danneggiare proprio le stesse persone che intendono proteggere”, ha detto ai giornalisti l’eurodeputata verde Julia Reda questa settimana. Dopo il voto di stamattina, Reda ha dichiarato a The Verge: “È una giornata triste per internet… ma la lotta non è ancora finita”.

“È già successo che, in vista delle elezioni, cattive proposte di legge siano state rigettate”, afferma McNamee, riferendosi alla legislazione ACTA del 2012, anch’essa volta a regolamentare la violazione del copyright online con disposizioni formulate in modo oscuro. “Sappiamo che i cittadini potrebbero essere scoraggiati, ma le loro opinioni vengono ascoltate e prese in considerazione”, dice. “JURI non è il Parlamento”.

 

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Il melting pot dell’Unione Europea sta crollando

Schermata del 2018-06-19 21:57:42

( Dal Web )

Sul Times Niall Ferguson sostiene chiaramente che il problema dell’immigrazione si pone oggi in tutta la sua drammaticità a causa delle disastrose politiche passate, promosse dalla Merkel in Germania e dai governi mainstream in Italia, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi. Le conseguenti tensioni politiche dicono che il futuro dell’Europa non sarà di maggiore integrazione, ma di divisione, talmente esplosiva da far sembrare la Brexit solo un piccolo segnale premonitore.

 Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018

Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.

“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.

È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].

Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.

Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.

Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. A sinistra si insiste nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).

Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare  poloverni,iticamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.

I centristi europei hanno le idee molto confuse sulla immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.

In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia.

La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.

In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.

E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.

Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.

Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.

Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.

Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.

La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.

Il “movimento” è morto, viva la… riforma!

Copia di copmorte

( Dal Web )

https://finimondo.org/sites/default/files/definitivo-vivalariforma.pdfhttps://finimondo.org/sites/default/files/definitivo-vivalariforma.pdf

Questo testo è stato scritto nell’autunno 2017 nella ZAD di Notre-Dame-des-Landes. In seguito, la situazione è stata sconvolta dall’annuncio del 17 gennaio 2018 dell’abbandono del progetto dell’aeroporto da parte del governo.
Potrebbe sembrare fuori tempo massimo pubblicarlo dopo la “vittoria”.
Ma, malgrado l’importanza che riveste per me questa lotta, si dà il caso che io non abbia mai festeggiato questa vittoria.
Probabilmente sono troppo diffidente e puntiglioso sulle magagne che vi si nascondono dietro.
In questo periodo, difficile per le lotte sociali, la battaglia contro l’aeroporto ha preso i contorni di un simbolo contro l’offensiva capitalista, un po’ una lotta da non perdere in un oceano di disfatte.
Allora, nel tentare un approccio critico, è facile imbattersi nel riflesso difensivo di una visione idealizzata.
Eh beh, tanto peggio…
Questo testo è per chi vuole mettere in discussione la vittoria e scavare un po’ più in profondità su quella che è la posta in gioco.
Da un lato perché la fine della battaglia contro l’aeroporto lascia il movimento orfano, anzi morto, e quindi in una situazione nuova.
Ma quand’anche fosse nuova, resterà conseguenza di questi lunghi anni di mescolanze e di conflitti tra varie tendenze politiche, con diversi obiettivi e mezzi.
Dall’altro lato perché gli ultimi mesi che hanno preceduto questa “vittoria storica” hanno molto da raccontare per contribuire a una cultura di lotta in generale.
E perché già si può immaginare l’alone glorioso ed eterno che molti vogliono conferire a questa vittoria.
Novembre 2017

Sarà l’irriformabilità dell’Europa, non l’Italia, a distruggere l’eurozona

Schermata del 2018-06-07 16:44:12

( Dal Web )

Sul Financial Times, Wolfgang Münchau chiarisce che l’attuale rivolta italiana contro l’eurozona non è da attribuire a un governo populista non ancora insediato, ma ai vent’anni di economia stagnante nel Paese. Se questa rivolta dovesse portare a una dissoluzione dell’eurozona, sarà a causa dell’impossibilità di cambiare le assurde regole dell’area valutaria, e non della normale reazione di un popolo che non ha più alcun motivo per rimanere in essa.

Di Wolfgang Münchau, 3 giugno 2018

È un peccato che così tanti europei trattino l’integrazione europea come una questione di fede. Il dibattito sulla Brexit mette a confronto i veri credenti eurofili contro gli scettici atei, e questo è il motivo per cui si sta parlando di due cose ugualmente assurde: un secondo referendum e una Brexit “hard”. Gli italiani considerano la loro appartenenza all’euro in maniera simile. O sei in questo campo, o in quello. Se sei, come me, in una terra di mezzo, le persone si confondono. Ritengo che sia ragionevole per un paese in difficoltà come l’Italia rimanere nell’eurozona fintantoché esiste una minima speranza che la relazione sia sostenibile. È stato l’incondizionato pro-europeismo della passata leadership italiana ad aver causato l’attuale reazione nazionalista. I governi precedenti hanno accettato la legislazione europea, che era profondamente contraria agli interessi italiani. Per esempio la regola di calcolare i contributi italiani al Meccanismo Europeo di Stabilità, il paracadute di salvataggio dell’area, all’interno del deficit massimo ammesso. Poi l’accettazione delle regole di risoluzione delle crisi bancarie che ha lasciato migliaia di correntisti italiani senza protezione. E, peggio di tutti, l’adesione del 2012 al fiscal compact, che richiede di fatto all’Italia di avere il pareggio di bilancio. Se i precedenti primi ministri fossero stati più combattivi, la reazione anti-europea sarebbe stata minore. Trovo ugualmente stupido da parte del M5S e della Lega aver sollevato la questione di uno scontro totale e serrato con l’UE come hanno fatto. L’idea di chiedere alla BCE di cancellare il debito italiano acquistato nell’ambito del QE era folle. L’idea è apparsa in una bozza dell’accordo di governo ed è poi scomparsa. Per cominciare, il debito italiano è detenuto per la maggior parte dalla Banca d’Italia non dalla BCE (e quindi a maggior ragione… NdVdE). Se vogliono far la guerra all’eurozona, devono farsi furbi. Il mio primo consiglio sarebbe di abbandonare l’unilateralismo e iniziare un percorso transazionale – porre condizioni che permettano all’Italia di rimanere e prosperare nell’eurozona. Come prima priorità, Giuseppe Conte, il Primo Ministro italiano, dovrebbe prendere una dura posizione al Consiglio Europeo di questo mese nel dibattito sulla governance dell’eurozona. Angela Merkel ha rifiutato praticamente tutte le riforme proposte da Emmanuel Macron.

 

Conte dovrebbe considerare di sostenere il presidente francese per far capire alla cancelliera tedesca l’enorme costo del “no” tedesco. Pedro Sanchez, il leader del partito socialista che ha giurato sabato come Primo Ministro spagnolo, potrebbe aiutare a cementare l’alleanza.

 

Conte dovrebbe far capire che un’eurozona non riformata non ha possibilità di sopravvivenza. Finora, la migliore ragione per l’Italia di rimanere nell’eurozona era la speranza di un’eventuale riforma. Se sappiamo per certo che questo non succederà, le cose cambiano. Non è la politica italiana che uccide l’euro, ma la mancanza di riforme e l’enorme disavanzo commerciale della Germania. La maniera migliore per opporsi alle politiche dell’eurozona è dall’interno. L’Italia potrebbe usare il suo peso nelle prossime nomine dei principali attori UE: il presidente della Commissione Europea, il Consiglio Europeo e la BCE. Ci sono accordi e compromessi da fare. Non mettetevi a parlare di un’uscita unilaterale (dall’eurozona, NdVdE) finché tutto il resto non è fallito. In secondo luogo, la spinta fiscale keynesiana prospettata dal governo di coalizione italiano è ben fatta, ma troppo ambiziosa. Dovrebbero smorzarla e accompagnare una politica fiscale moderatamente espansiva con alcune riforme strutturali focalizzate, nel settore bancario, nel sistema giudiziario e nell’mministrazione pubblica. In terzo luogo, non c’è niente di sbagliato ad avere un buon piano B, una lista di misure da mettere in atto se una crisi dovesse rendere insostenibile la permanenza nell’eurozona. Sarei sorpreso se il precedente governo non avesse un piano del genere nascosto in un cassetto (si sorprenda pure, caro Munchau… NdVdE). Ma bisogna resistere al piano A: creare una situazione che porterebbe inesorabilmente a un’uscita dall’eurozona. Era il sospetto di questo piano che ha indotto Sergio Mattarella, il Presidente italiano, a mettere il veto su Paolo Savona come ministro delle Finanze. E infine, non pensate nemmeno di chiedere all’elettorato di esprimersi sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona. Sarebbe un autogol per qualsiasi politico che ponesse la domanda. L’uscita dall’eurozona è un incidente per cui essere preparati, non un risultato da perseguire. Dubito che un governo italiano gli sopravviverebbe. E quanto a noi, dovremmo smetterla di trattare questo nuovo governo come uno shock inaspettato. Il governo populista è la logica conseguenza di vent’anni di fallimenti economici dei governi dei partiti di centrosinistra e centrodestra. Questo è quel che ha causato tutto il caos. Se siete realmente favorevoli all’euro, il mio consiglio è di smetterla di considerarlo come un oggetto di fede, e di combattere per la sua sostenibilità. La battaglia non può essere vinta dall’Italia da sola. Richiede anche grandi cambiamenti di politiche a Bruxelles.

Il Mondo potrebbe finire per la più stupida delle ragioni

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( Dal Web )

DI DMITRY ORLOV

cluborlov.blogspot.com

Noi umani amiamo credere che le cose avvengano per qualche ragione e detestiamo pensare che una cosa così importante come la fine del mondo potrebbe arrivare senza ragione alcuna. Ciò che noi dovremmo detestare di più, è l’idea che il mondo potrebbe finire per una ragione veramente stupida, talmente stupida che fa venire voglia di piangere. Ed è proprio questo invece che potrebbe verificarsi. È una lunga storia, dunque cominciamo.

C’era una volta una tribù nomade chiamata “Ebrei” che per i tempi erano molto avanzati. Hanno messo a punto una prima versione di alfabeto, per lo più partendo dall’alfabeto fenicio, e l’hanno utilizzato per scrivere tutte le cose che avevano sentito raccontare da altre tribù o che venivano dalla loro propria storia. I miti, le cronache, la poesia, i discorsi allucinati, parti di legislazione e di dibattiti politici sono stati tutti raccolti in un solo documento ingannevolmente chiamato “Il Libro” (in realtà “i libri” ,τά βιβλία in greco antico- N.d.T.) . Come opera letteraria è molto discontinua e in generale molto noiosa anche se alcune parti hanno veramente valore.

Poichè erano parecchio dominati dalla loro “hybris”, gli Ebrei si sono proclamati “popolo eletto da Dio” e hanno organizzato un culto centrato su questo “Libro” come testo sacro. In varie epoche sono riusciti ad organizzare una piccola dominazione locale, che aveva centro in Gerusalemme in Palestina, che loro hanno chiamato Israele, ma la loro indipendenza politica è definitivamente terminata verso il 930 A.C. Poi a metà del primo secolo gli Ebrei sono stati obbligati a disperdersi e a tornare al nomadismo. I Romani avevano distrutto il loro tempio a Gerusalemme, che era il punto focale del loro culto suprematista, e anche se alcune parti di questo culto sono sopravvissute, la nazione ebraica non è sopravvissuta.

Circa alla stessa epoca, un nuovo culto prendeva forma all’interno dell’impero romano, centrato sul concetto di un Dio Martire chiamato Gesù. Gesù mostrava una curiosa somiglianza con diverse divinità precedenti, compreso il dio egizio Horus ma non solo con quello; non era stato concepito nel modo ordinario, aveva 12 discepoli; era morto e risuscitato, eccetera. Particolari simili si erano diffusi in diversi altri culti per migliaia di anni, e questo nuovo culto, che era sostanzialmente un movimento politico ed anarchico, è diventato popolare tra gli schiavi e i liberti dell’impero romano, che lo avevano abbracciato in molti. Per dargli uno spessore supplementare, serviva un libro sacro. Fortunatamente gli Ebrei erano stati espulsi dalla Palestina, e i loro libri sacri erano stati messi in vendita. I cristiani allora li hanno presi e rivendicati come loro.

Poi hanno cominciato a fare delle aggiunte. Le prime aggiunte sono stati gli Atti degli Apostoli, e alcuni tentativi timidi letteratura sacra, ma poi sono diventati più seri ed hanno arruolato degli eccellenti scrittori ombra (Ghost writers) per scrivere i quattro Vangeli, che sono stati alquanto subdolamente inseriti nel testo prima degli Atti degli Apostoli. Lo schema geometrico di questo Nuovo Testamento evoca i vari culti degli Dei del Sole precedenti: 12 Apostoli – i segni dello zodiaco; quattro evangelisti – i punti cardinali; proprio al centro, il dio sole unico figlio di Dio (in inglese, la differenza non sta che in una sola lettera da sun a son).

Per coronamento hanno inserito nelle Scritture il libro dell’Apocalisse, una filippica a metà allucinatoria e a metà politica (i cui eufemismi e perifrasi sono al momento indecifrabili), chiaramente scritto da qualcuno completamente fuori di senno. Cavallette con la testa di leone che saltano fuori da squarci nel terreno? Ohibò… Ma questo piccolo testo pazzesco si è rivelato importante, perché tra le altre cose ha parlato della seconda venuta di Cristo e dell’Apocalisse. Per questa ragione ha occupato un posto centrale nell’escatologia Cristiana, la teoria che cerca di spiegare come andrà a finire tutto.

Alcuni secoli più tardi, sotto l’imperatore romano Costantino, il cristianesimo è diventato la religione di stato. In quel periodo la sede dell’impero si era spostata verso est a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, mentre l’ ovest si apriva un faticoso cammino attraverso gli anni bui sotto la direzione di una sequela di papi rinchiusi in ciò che restava di Roma. Mentre dentro la Costantinopoli urbana e illuminata, che si doveva allegramente sviluppare ancora per 1123 anni, i Testi Sacri erano tradotti in tutte le lingue vernacolari dell’impero d’Oriente, nell’occidente che attraversava periodi oscuri, questi testi sono rimasti in latino, lingua che il popolo non comprendeva più, e che solo i preti potevano leggere. I preti li cantavano sotto forma di incantesimo come una filastrocca santa incomprensibile e nel tempo dovevano poi giustificare la comparsa di tesori poco ortodossi come l’inquisizione, la messa al rogo degli eretici e la vendita di indulgenze per il perdono dei peccati.

Alla fine il popolo si è ribellato e il risultato è stata la Riforma, con la quale le popolazioni hanno preteso di sapere che cosa c’era nel Libro, per poter decidere da soli. A quell’epoca, i concetti di caratteri mobili a stampa si aprivano il cammino dalla Cina attraverso la Mongolia fino alla Germania, dove intorno all’anno 1450, Gutenberg stampa la prima Bibbia in tedesco. La tecnologia della stampa si è rapidamente diffusa in tutta l’Europa, le traduzioni della Bibbia hanno incominciato ad apparire in altre lingue locali, compreso l’inglese, e le persone hanno incominciato a cercare di dare un senso a questi testi.

Purtroppo è accaduta una cosa veramente terribile: hanno scoperto il Libro dell’Apocalisse e hanno cominciato a pensare seriamente alla fine dei tempi, com’è descritta nell’Apocalisse. In se stesso questo non era necessariamente negativo; dopotutto i primi cristiani, insediati nelle catacombe romane, hanno anche riflettuto molto sulla fine del mondo e hanno immaginato che la seconda venuta del Cristo avrebbe potuto essere molto vicina, ma secolo noioso dopo secolo noioso, Cristo non si è manifestato, e l’effetto è svanito.

Ma questa volta era diverso. I protestanti hanno preso la Bibbia letteralmente come parola di Dio. Fin nei più piccoli dettagli, e non affatto come una raccolta eterogenea di miti, di poemi e di scarabocchi burocratici che non possono essere interpretati se non metaforicamente con una buona conoscenza del contesto sociale e culturale dell’epoca in cui sono stati scritti. Poi hanno incominciato a dedurne quella che pensavano fosse la ricetta perfetta per favorire la seconda venuta del Cristo.

Il risultato è stata una dottrina chiamata dispensazionalismo (1), che separa la storia umana in epoche distinte basate principalmente sul libro della Genesi e sul libro dell’Apocalisse con altri vari pezzi assortiti in funzione delle necessità. Secondo quella dottrina, per favorire la seconda venuta del Cristo, gli Ebrei devono ricostituire il Regno di Israele, e una grande guerra deve aver luogo nella parte settentrionale di questo Regno, in Libano e in Siria. Una volta che queste condizioni preliminari saranno soddisfatte, avverrà qualcosa chiamato Estasi, nel corso della quale i buoni, i veri credenti, saranno trasportati in cielo mentre tutti gli altri saranno lasciati dove sono.

Ci saranno poi esattamente 7 anni di tribolazioni (non sei, non otto), che metteranno a dura prova i superstiti. Ma se questi riescono a sopravvivere senza ricevere il marchio della bestia (Satana) sulle loro fronti e sulle loro mani, alla fine di questo periodo saranno anche essi assunti in cielo. Il Cristo apparirà nell’aria. Poi ci sarà un millennio (esattamente 1000 anni) di pace durante il quale il Cristo in persona governerà la terra dalla sua capitale Gerusalemme. Alla fine di questo millennio, Satana apparirà brevemente, si batterà ma sarà vinto. A questo seguirà la risurrezione di tutti i morti e Cristo siederà per il Giudizio Universale.

Con questa ricetta in mano, le sette protestanti che hanno abbracciato questo dogma dispensazionalista si sono messe a cercare di portare a termine la profezia. Per fare questo dovevano radunare degli Ebrei, ricostituire il Regno di Israele e dare inizio a una guerra gigantesca. Era una grande sfida, perché fino ad allora i Giudei europei (considerati i discendenti dei vecchi Ebrei) erano considerati come dei pagani ed espulsi, da tutti i paesi, compresa l’Inghilterra. Ma ora che si sono rivelati un ingrediente chiave nella ricetta dell’Apocalisse (questo è avvenuto in Inghilterra sotto Cromwell), sono stati autorizzati a tornare e sono stati trattati gentilmente.

Ci sono dei seri problemi nella la logica di questo dogma dispensazionalista. Prima di tutto assimilare i Giudei europei moderni agli Ebrei del passato biblico equivale un po’ a dire che il sovrano del Regno Unito è una nave da crociera dismessa, attraccata a Dubai e utilizzata come hotel, dato che tutti e due si chiamano Queen Elizabeth II. Secondariamente assimilare il regno di Israele teorico a partire dal quale Gesù Cristo governerà la terra per 1000 anni allo Stato moderno di Israele non è affatto politicamente astuto: la Knesset potrebbe non approvare questa soluzione. Terzo: la Bibbia ha manifestamente torto in quanto a cronologia stretta. Se, come si indica nel libro della Genesi, Dio ha creato Eva partendo da una costola di Adamo, allora questa costola dovrebbe contenere diversi elementi come per esempio il carbonio ( Adamo ed Eva sono delle forme di vita a base di carbonio). Ma il carbone non si genera se non quando una stella diventa una Nova, e le stelle impiegano un milione di anni a diventarlo. Allora, come s’è potuto creare questo angolo di Universo in soli 7 giorni?

L’assurdità apocalittica è passata dall’Inghilterra all’America del Nord con i puritani. La si è radicata tra i cristiani fondamentalisti ed evangelici degli Stati Uniti e del Canada. Nel corso del cammino, sono state fatte numerose predizioni riguardanti il momento esatto di questa Estasi. I millenaristi hanno avuto il torto di predire che si sarebbe verificata nell’aprile del 1843; più tardi, la paura dell’anno 2000 ha indotto a credere che l’Estasi fosse prevista per il primo gennaio 2000. Molti avvenimenti, dallo scoppio delle guerre al naufragio del Titanic, sono stati interpretati come segnali che la fine dei tempi era vicina. Grazie agli sforzi di diversi dispensazionalisti ben organizzati, il dogma dispensazionalista si è radicato nella cultura popolare americana.

Perché questo è importante ? Considerate questo: i due soli gruppi più della metà dei membri dei quali sostengono sistematicamente lo Stato di Israele sono gli Ebrei e i protestanti evangelici, mentre invece solo il 35% degli americani esprime un sostegno a Israele e il 37% alla Palestina. Tenendo conto del margine di errore è poco (fonte: Gallup). È facile immaginare perché gli Ebrei sostengono Israele (in fondo è lo stato ebraico); ma perché i protestanti evangelici? Ecco la risposta: quando si è posta loro la domanda “Israele soddisfa la profezia biblica della seconda venuta?”, solo la maggioranza dei bianchi evangelici e dei neri hanno risposto “sì” (63% di bianchi e 51 % dei neri) mentre il 76% dei non credenti ha detto “no” (fonte Pew Forum). Un sondaggio Harris ha determinato che su circa 89 milioni di persone che negli Stati Uniti sostengono Israele, circa 32 milioni lo fanno in ragione delle credenze dispensazionaliste, escatologiche. Quando si è chiesto loro quali avvenimenti nel mondo fossero segno della fine dei tempi, era molto citato il conflitto arabo-israeliano (fonte: Tarrance Group).

Questi dati ci portano a concludere che negli Stati Uniti, il dispensazionalismo non è in nessun modo un fenomeno marginale, e che il letteralismo biblico è un fattore molto importante del sostegno politico di cui beneficia Israele. Anche se questo è più concentrato nel Sud, non è circoscritto lì e non è neanche riconducibile a un solo partito: in tutto il paese, il 40% dei repubblicani il 38% dei democratici e il 33% degli indipendenti hanno affermato che Israele era quello che facilitava il Secondo Avvento. Per il Sud i numeri sono il 53% dei Repubblicani, 50% dei Democratici e 44% degli Indipendenti .

Dal punto di vista dell’establishment di Washington, la predominanza del dispensazionalismo è una facilitazione. Dopo tutto il congresso americano è stato cooptato dalle lobby israeliane e il dispensazionalismo fornisce una copertura politica per le loro azioni al servizio di una potenza straniera e crea l’apparenza che essi seguano i desideri degli americani piuttosto che rispondere alle esigenze degli Israeliani. Così da un punto di vista politico, i protestanti evangelici non sono altro che degli utili idioti che servono ad un programma politico israeliano.

E’ piuttosto pericoloso far cooptare la propria classe politica da una potenza straniera minore che si trova in una regione instabile e fortemente militarizzata, piena di conflitti e di contrasti cronici. Questo pericolo è esacerbato dal fatto che l’esercito americano è stato permeato ugualmente dal pensiero dispensazionalista. A partire dallla guerra del Vietnam, contro la quale numerose confessioni religiose hanno protestato, gli evangelici hanno cominciato a trattare l’esercito con un campo fertile per il loro lavoro di missionari. Attualmente più di due terzi dei cappellani militari sono affilati delle confessioni evangeliche o pentecostali. La prospettiva che mettono avanti ai militari e agli ufficiali di tutti i ranghi è che il loro compito è servire “il disegno di Dio” piuttosto che fare semplicemente il loro dovere. E qual è “il disegno di Dio”? Sicuramente quello di realizzare la profezia biblica della fine dei tempi !

Ciò che rende ulteriormente pericolosa questa situazione già pericolosa, è che la finestra di opportunità per scatenare quel tipo di guerra che secondo loro darebbe inizio all’Apocalisse, si chiude rapidamente. Il Pentagono ha annunciato che le grandi operazioni di combattimento in Iraq sono finalmente terminate. La Siria è stata quasi persa dagli Stati Uniti, con quei pochi avamposti nel deserto che non servono a niente, ora che l’Isis è quasi cancellata. Assad ha consolidato il suo territorio, la Turchia distrugge i sogni curdi di autonomia, e l’esercito Russo controlla una grande parte dello spazio aereo. Neanche Israele spinge con tutto il suo peso per dare inizio all’Armageddon. La sua ultima esperienza con l’invasione del Libano nel 2006 non è andata bene, e i suoi attacchi aerei sporadici sulla Siria stanno per finire dopo che la Russia avrà aggiornato i sistemi di difesa aerea della Siria con la sua tecnologia recente (S-300).

Mentre comincia a mancare la speranza, tutto ciò che servirebbe sarebbe un battitore libero al quale l’Estasi fa prudere le mani, che metta in pista una sequenza di avvenimenti che potrebbe teoricamente degenerare in guerra totale. In pratica tutte le grandi potenze, guardando agli Stati Uniti, comprendono molto bene che stanno esaminando un paziente mentalmente disturbato e non sono suscettibili di rispondere alle provocazioni con una escalation aperta. Una provocazione è tutto ciò che un battitore libero sarebbe capace di produrre: un missile o due persi. Lo scenario complessivo del dottor Stranamore non è semplicemente possibile: ci sono troppe chiusure e troppe misure di salvaguardia perché un solo operatore possa farlo scattare. Ci vorrebbe una cospirazione più grande, ma più la cospirazione è grande, più diventa facile scoprirla. Aggiungete a questo che dare inizio a un qualunque tipo di confronto militare diretto tra le grandi potenze è sostanzialmente un’operazione suicida per tutte le parti coinvolte, combinatelo col fatto che per i veri credenti il suicidio è vietato e dunque la probabilità di fare iniziare una guerra totale per adempiere la profezia biblica scende quasi a zero.

Infine, facendo una carrellata all’indietro per guardare la situazione con una prospettiva molto più ampia, la vera religione che opera negli Stati Uniti non è il cristianesimo ma il culto di Mammona. Più precisamente, il compito dell’esercito americano è stato di difendere il petrodollaro, attaccando in modo vendicativo e con rabbia furiosa tutti quelli che cercavano di sfuggire a questo sistema, perché è lui che permette agli Stati Uniti di imporre continuamente un debito ridicolmente enorme al resto del mondo a tassi di interesse artificialmente bassi. Se non ci fosse questo sistema gli Stati Uniti si troverebbero rapidamente in fallimento. Saddam Hussein ha cercato di uscirne ma è stato impiccato; anche Muhammar Gheddafi è morto in un modo orribile. Ora però la Cina ha lanciato con successo il suo petro-Yuan basato sull’oro, e l’esercito americano non sarà in grado di fare alcunchè al proposito. L’epoca in cui gli Stati Uniti potevano regolare i loro problemi finanziari con dei mezzi militari sta per finire.

Il culto americano di Mammona non è considerato una religione, perché il posto è già tenuto da diverse altre credenze, e poi “Nessuno può servire due padroni: perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure terrà le parti di uno e criticherà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona.” [Matteo 6.24] Ma gli americani giudicano un po’ tutto in termini di valore venale e in pratica adorano i ricchi e i potenti perché nella loro considerazione il denaro è la bontà, e malgrado tutta questa bontà e senza voler infierire troppo, c’è un bel giro di stronzi. Il dollaro super potente è un elemento chiave di questo rituale della fiducia e costituisce il collante che tiene unita l’America. Quando questo sistema alla fine farà fallimento, basterà un Crepuscolo degli Dei per soddisfare anche i più apocalittici.