Archivio mensile:settembre 2018

Ombre

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( Dal Web )

In questa epoca di insignificanza generalizzata, ciò che non viene nominato non esiste. Addirittura ciò che viene surrogato dai media diviene verità incondizionata. In esso sta la grande potenza del linguaggio mediatico da circo: il fatto diventa propaganda perché la propaganda è il fatto nell’era tecnologica.
Le notizie volano veloci. Si susseguono costantemente, anche sui canali cosiddetti di controinformazione. La sofferenza sta nel non sapere più cogliere il significato. La riflessione, la quale abbisogna di tempo e spazio, perde di senso perché non c’è più tempo e non si trova più spazio per riflettere. Ormai, come nel mito, la suggestione ha preso il posto della riflessione.
Se ci fermiamo a riflettere su qualche fatto accaduto quest’anno, l’insignificanza assume la forma di una sibillina conferma.
A Cremona, dall’inizio dell’anno si sono susseguiti una serie di black-out in varie parti della città. Ciò ha comportato le lamentele di Citelum, ditta di proprietà della EDF (famosa in tutto il mondo per il suo uso del nucleare e le sue centrali di morte disseminate in tutta la Francia), nel portare a termine il lavoro di illuminazione urbana in città. Qualcuno ha parlato di guasti tecnici. Citelum, che lavora anche in altre città italiane, ha sporto denuncia contro ignoti, imputando la causa a manomissioni sugli impianti elettrici.
A Roma, il 12 giugno il notiziario della Rai della sera va in tilt per un quarto d’ora. Niente notizie dal Grande Fratello. Alcune megabatterie elettriche che danno potenza per la trasmissione nazionale sono andate in corto circuito. La Rai, in un comunicato del giorno dopo, si scusa con i suoi telesudditi per il disguido. Non essendoci spiegazioni fornite dal colosso di distrazione di massa, il tutto viene codificato come guasto.
A Lodi, il 23 agosto sulla linea dell’Alta Velocità, un guasto elettrico riesce a fermare per alcune ore tutta la linea che porta dal centro al nord Italia. Lodi, che sta vicino a Milano, è un punto nodale estremamente importante per la circolazione. Se qualcosa non funziona in quel tratto, si mette a rischio gran parte della circolazione dell’Alta Velocità.
D’altra parte, non esistono rivendicazioni che possano far pensare che tutti questi problemi di energia siano stati causati da qualcuno che si diverte a mettere i bastoni fra le ruote al dominio. Non ci sono parole, quindi niente esiste. Vero, fatto, firmato e controfirmato.
È impossibile che qualcuno stia pensando al meraviglioso reinventarsi del sabotaggio. Senza parole, senza schemi, ma solo con un invito a bloccare la realtà. Senza vocaboli, chi può capirla?
Che diamine, l’azione non parla da sola!
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Il fallimento della democrazia

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( Dal Web )

Luigi Fabbri
Se per democrazia s’intende, come lo dice la parola stessa, governo dei più, vale a dire il potere affidato ai rappresentanti della maggioranza, — mai come in questo momento si potrebbe con ragione dire ch’essa ha fatto bancarotta, ha miserabilmente e fraudolentemente fallito.
È il sistema parlamentare ed elettorale che ha mostrato tutta la sua inanità e la insanabile corruzione che trascina seco: corruzione di uomini e sopratutto corruzione di partiti e d’idee.
Veramente non è la prima volta — come non sarà l’ultima — che il sistema rappresentativo tradisce le speranze dei pochi suoi sostenitori in buona fede. Eppure esso è come certi negozianti che han già fatto bancarotta parecchie volte, colti spesso in flagrante di frode, e che pure continuano a godere la fiducia dei fornitori e la stima del pubblico, — a danno dei veramente onesti che nella concorrenza son destinati a soccombere.
[…]
E noi, persuasi come siamo che non da diversità di uomini e programmi di governo dipenda la libertà ed il benessere del popolo, bensì dalla sua forza di resistenza o di azione rivoluzionaria, indifferenti dinanzi al cambiamento dei direttori della pubblica cosa, proseguiamo nel nostro lavoro modesto di divulgatori di idee, dal trionfo delle quali solo speriamo la salute.

Rompere il cerchio

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( Dal Web )

La reclusione non appare paradossalmente in nessun luogo, relegata in un altrove invisibile tra la folla dei cuori addomesticati e dei cervelli anestetizzati, eppure è presente dappertutto. Nel senso di asfissia che afferra la gola ad ogni passo falso, come nella lunghissima catena di obblighi e sanzioni che si trascina come una palla al piede. È dovunque vengano imposte le regole del gioco (e le leggi sono sempre regole imposte dall’autorità, cioè da coloro che esercitano il potere nella società) a scapito della libera associazione tra individui e della loro reciprocità.
La reclusione è nella cella famigliare, con il suo aiuto reciproco forzato per affrontare la sopravvivenza e la riproduzione elementare di ruoli sociali indispensabili all’ordine in atto. È nella scuola, quella caserma posta sotto il segno dell’obbedienza e della formazione di schiavi-cittadini adeguati ai bisogni del dominio, che ruba un tempo infinito a tutta la gioventù. È nel lavoro salariato, la migliore delle polizie, che costringe gli esseri umani a vendersi al miglior offerente, scambiando una vita di sottomissione a beneficio di pochi con merci adulterate quanto effimere. È nella religione che sfrutta la sofferenza nel nome di un’autorità superiore, forte di leggi divine piuttosto terrene, che presuppongono come quelle dello Stato che gli individui non siano in grado, peggio, non debbano avere in nessun caso la libertà di decidere da soli della propria vita, né di come rapportarsi con gli altri. È nelle catene tecnologiche e negli schermi di ogni tipo, che ci privano via via non solo di relazioni dirette, ma anche della capacità autonoma di costruire il nostro mondo interiore in cui pensare, sognare, immaginare, poetare, progettare e distruggere tutto ciò. È nell’architettura totalitaria, diretta al controllo e alla sorveglianza, affinché i flussi di merci (umane o meno) fluiscano senza troppi ostacoli. È nelle camicie di forza chimiche, distillate con o senza camice bianco, per farci continuare a sopportare l’oppressione quotidiana senza ribaltare il tavolo troppo bruscamente. È dovunque uomini e donne, per abitudine, rassegnazione, servitù volontaria o interesse, siano disposti a difendere i privilegi dei ricchi e il potere. È nello stesso espropriarci della possibilità di unirci e accordarci liberamente in tutti gli aspetti della vita, tentando nel contempo di privarci della possibilità di affrontare i conflitti senza l’intervento di una polizia e di una giustizia.
E naturalmente, la reclusione è anche nella prigione cinta da mura, sotto forma di ospedale psichiatrico o di campo detentivo per indesiderabili, di centri di reinserimento per minori o di sepolcri per lunghe condanne. È lì, a prolungare vieppiù la sua vendetta lontano dalle sue garitte, con la spada di Damocle della condizionale, del controllo, del braccialetto elettronico, dell’obbligo di lavoro o di assistenza, dei regimi di semi-libertà… raffinatezze per cercare di tenerci in balìa di sbirri, psichiatri, assistenti sociali, padroni e giudici. Come prede da sottomettere per molti anni ancora prima e dopo essere passati da un tribunale o in un carcere.
«Se consideriamo le prigioni come roccaforti ben isolate, rimarranno intoccabili. Ma la prigione è anche l’architetto che la progetta, la società che la costruisce, la legge che la stabilisce, il tribunale che ti ci manda, il poliziotto che ti ci porta, il guardiano che ti sorveglia, il prete che sugge la tua sofferenza, lo psicologo che spia la tua mente. Essa è tutto questo e altro ancora. È l’impresa che sfrutta il lavoro dei detenuti, quella che fornisce il cibo o gli apparati di controllo; è l’insegnante che la giustifica, il riformatore che la vuole più “umana”, il giornalista che ne tace le finalità e le condizioni reali, è il cittadino che la osserva rassicurato o che distoglie lo sguardo»
Agli ammutinati del carcere sociale, maggio 2000
Il 12 settembre, lo Stato francese ha finalmente annunciato lo schema del suo nuovo piano carcerario, dividendo quello inizialmente previsto nel 2016 di 33 nuove prigioni e i 15.000 posti aggiunti, in 7000 posti entro il 2022 e 8000 in seguito. L’elenco dei siti scelti in tutto il paese dovrebbe seguire a breve, con tutte le possibilità offerte da questo tipo di costruzioni agli ammutinati del carcere sociale.
Al di là di questa fase preparatoria, tuttavia, ci sembra che un ulteriore aspetto, lungi dall’essere trascurabile, debba attirare la nostra attenzione. Finché non saremo in grado di percepire la prigione, non come un problema specialistico legato al sostegno dei prigionieri, ma piuttosto come il riflesso della società nel suo insieme di spaventare e reprimere i refrattari (alla proprietà, alle frontiere, all’ordine o al lavoro salariato) in particolare e i ribelli in generale, resteremo incapaci di cogliere le mutazioni indotte da questo progetto carcerario, sia in termini di cambiamenti di mentalità promossi all’interno che di nuovi possibili angoli di attacco dall’esterno. Nello stesso modo in cui la ristrutturazione del mercato del lavoro e la tecnologia hanno trasformato le antiche forme di sfruttamento, aumentando la flessibilità, l’auto-imprenditorialità e l’autocontrollo, questo progetto di gestione carceraria vuole effettivamente accrescere il processo di differenziazione tra la maggior parte dei prigionieri, basata non più unicamente sulla pena o sul reato iniziale, ma su una maggiore partecipazione e collaborazione alla propria detenzione. Un po’ come se tutto il sistema di reclusione, dipendenza, arbitrarietà e tortura non fosse altro che una vasta condizione contrattuale. Una condizione in cui ci viene ordinato di diventare sempre più “responsabili” di una pena da scontare e cogestire con l’amministrazione, essendo paradossalmente frammentata all’interno di una struttura di massa, diventando il secondino degli altri in nome dell’evoluzione del proprio percorso carcerario. Va da sé che un tale processo di totalitarismo democratico, in cui partecipare significa dividere, non potrà che accompagnarsi ad un ulteriore giro di vite contro la minoranza di ribelli che non accetterà di collaborare.
In pratica, si giunge così da un lato di fronte ad uno sviluppo di «moduli di rispetto che si ispirano ai moduli “respecto” diffusi in Spagna, con la responsabilizzazione come filo conduttore: i prigionieri firmano una carta d’impegno basata sul rispetto del personale, dei co-detenuti, dell’igiene, delle regole di vita in collettività. In cambio, possono godere di una certa libertà di movimento [muniti di tesserini] e di un maggiore accesso ad alcune attività». Dall’altro lato, si verifica un’estensione delle cosiddette «strutture stagne» (riservate per il momento ai “terroristi” e ai “radicalizzati”), che sono molto più che reparti di isolamento in seno alla detenzione, ma costituiscono una vera e propria prigione nella prigione (sul modello italiano o tedesco delle carceri speciali degli anni 70 o degli ex-FIES spagnoli), destinati a lungo termine a tutti gli irrecuperabili che rifiutano di sottomettersi o rinnegarsi, a coloro che non passerebbero né ai test di valutazione regolari né alle osservazioni dei servizi di intelligence penitenziaria. Se a questo aggiungiamo, all’altra estremità della catena, la costruzione di due carceri “sperimentali” interamente dedicate al lavoro d’impresa (dalla fabbrica-prigione alla prigione-fabbrica) e l’aumento di misure esterne alternative, del braccialetto elettronico e della semi-libertà (con obblighi di tirocinio, formazione e lavoro) per le innumerevoli condanne di meno di un anno, possiamo iniziare ad avere un quadro completo.
Con il rafforzamento delle condizioni di detenzione sotto forma di percorsi, statuti, interessi, e le più disparate carote per costringere a cogestire la propria condanna con le autorità, non sono solo le proposte di lotta di tipo sindacale a integrare più che mai nel processo di reclusione, ma sono anche i margini tra piena cooperazione e messa alla prova che tendono a ridursi per ciascun individuo, ancor più con la collaborazione di altri detenuti riluttanti a veder crollare tanti sforzi pagati a caro prezzo di rispetto per «le regole di vita in collettività». Su immagine dell’esterno, insomma, dove la figura dell’operaio-massa è stata liquidata da tempo a favore di una competizione generalizzata.
Di fronte a questo progetto di potere, rimane ancora un piccolo elemento che i loro calcoli miserabili non potranno mai controllare completamente, e che può rompere in qualsiasi momento il circolo vizioso della collaborazione: la sete di libertà. Da un lato attraverso la ribellione provocata dalla detenzione, come ci ricorda la rivolta devastante della prigione moderna di Vivonne nel settembre 2016. Partita dall’iniziativa di alcuni individui, è durata più di sei ore, portando alla chiusura dell’ala del carcere per 18 mesi per lavori e provocando 2 milioni di euro di danni. D’altro canto, col fatto che la moltiplicazione di attori esterni di ogni tipo per valutare, far partecipare, far lavorare e controllare i prigionieri, accresce a sua volta le possibilità di intervento dall’esterno, vedi le diverse auto di secondini che sono bruciate nel parcheggio di Fresnes dal mese di maggio.
L’unica riforma accettabile delle carceri è raderle al suolo, insieme alla società autoritaria che le produce e ne ha bisogno.

Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.