Archivio mensile:novembre 2018

Lavoro salariato

SUPERMAN

( Dal Web )

René Chaughi

[Il Risveglio, anno VI, n. 119, 28 gennaio 1905]

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti;
è una pena accollata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri.
È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste.
I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere.
Si presentano umilmente e dicono:
«Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi.
In cambio, posso affaticarmi per il suo benessere.
Cosa le abbisogna oggi?
Vuole che seghi degli assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte?
Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano.
Il ladro vi getta alcuni soldi.
Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’ indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali.
Sono degli uguali, quest’ uomo fiero e quello sottomesso, l’ uno pulito, ben vestito e istruito, l’ altro sporco, cencioso e ignorante, l’ uno la cui vita è assicurata, l’ altro condannato a una morte certa, senza l’ elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero.
Dite invece che gli uni, appropriandosi della terra, impediscono agli altri di vivere e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’ offerta e della domanda.
L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile.
E per quanto cattive siano queste condizioni, l’ operaio è ben costretto d’accettarle.
 Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire.
Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
 Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché compensa il merito.
Io la trovo giustissima.
 Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità.
Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che ne aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune.
In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni.
Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedir loro d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima.
E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli.
Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile.
Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta.
Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ ora od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’ affittatore è proprietario dei muscoli dell’ affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi dei muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tentato d’affittare la propria fatica per vivere.
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Una miniera mortale

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( Dal Web )

Dal 1971 al 1986, la miniera di Salau [sul versante francese dei Pirenei] va a pieno regime. Nonostante una forte presenza di amianto nel terreno, vi viene estratto tungsteno.
Le scorie della miniera generano due discariche che rilasciano nell’ambiente particelle di amianto ed altri agenti cancerogeni.
A distanza di trentatré anni, un cocktail di sostanze chimiche, tra cui arsenico e antimonio, continua a diffondersi nel terreno circostante.
Ma non sarà né l’inquinamento né il decesso per cancro di 15 minatori a far chiudere questa miniera.
La causa è semplicemente legata ai rischi di concorrenza nel mondo capitalista.
Non potendo più la miniera di Salau fronteggiare la produzione cinese, gli imprenditori andranno ad investire altrove lasciandosi alle spalle due cumuli di merda tossica ed altre sorprese inquinanti all’interno delle gallerie.
Il tungsteno, «un minerale prezioso»
Quando si combina il tungsteno con l’acciaio, si ottiene una lega molto dura resistente al calore.
Queste leghe sono utilizzate in particolare dall’industria bellica per progettare ogni genere di abominio: munizioni, blindature per carri armati, teste di granate e altri ordigni metallici omicidi.
Ricercatori di tungsteno e di imbroglioni
Michel Bonnemaison, patron della Varsican Mines SAS vorrebbe riaprire questa miniera per riempirsi le tasche.
Nel 2014 deposita presso le autorità un permesso esclusivo di ricerca (PER) e trova un investitore:
Juniper Capital Partners, una società comodamente nascosta in un paradiso fiscale delle isole Vergini britanniche.
Due anni dopo, lo Stato si sbarazza bene o male dell’ennesimo scandalo, il caso «Panama Papers».
Bonnemaison deve scovare allora altre porcherie un po’ più presentabili,
come Apollo Minerals, azienda sedicente specializzata nell’estrazione del tungsteno.
Per quanto i fondi iniziali rimangano gli stessi, A. Kejriwal di Juniper Capital Partners foraggia Apollo Minerals per diventarne direttore non esecutivo. Attualmente, Varsican Mines ha appena ultimato i suoi intrallazzi per far parte del gruppo dei suoi «nuovi investitori» e progetta di scavare un tunnel d’esplorazione lungo 2 chilometri.
Con un po’ di pazienza, dei buoni contatti e muovendo i fili giusti, Michel Bonnemaison ha capito che era facile accordarsi con lo Stato, che avanza ciecamente a fianco del capitale devastando quotidianamente il pianeta.
Davanti all’aumento del prezzo dei metalli, tutti si agitano per rilanciare lo sfruttamento del sottosuolo cercando di farci ingoiare la pillola col pretesto di miniere «pulite e responsabili».
La società industriale se ne infischia del futuro di questo mondo, dato che trae profitto mercificando tutto ciò che incontra sul suo passaggio.
A Salau come altrove, non c’è nulla da aspettarsi dallo Stato.
Il suo ruolo è quello di servire chi sta in alto, mantenendo avvedutamente al proprio posto coloro che stanno in basso.
Lo «sviluppo economico» promesso con questa miniera come con le altre, non recherà benefici a tutti allo stesso modo, mentre alcuni lavoreranno in mezzo ad agenti cancerogeni per salari miserabili, altri rimarranno al riparo ad accumulare profitti.
Ma, per fortuna, non tutto va come previsto…
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2018, probabilmente col cuore carico di lucidità, alcuni anonimi hanno deciso di attaccare questo progetto di morte.
Un muro è caduto a mazzate, le fiamme sono salite al cielo, devastando completamente uno degli edifici tecnici della miniera.
Sulla scia, il pavimento di un altro locale è stato divorato da un incendio e decine di migliaia di euro sono andate in fumo…
In seguito a ciò, non sorprende che l’associazione per promuovere lo sfruttamento responsabile della miniera di Salau (PPERMS), la CGT e la federazione dei cacciatori dell’ Ariège abbiano lanciato un appello cittadino per manifestare il 9 maggio a St-Girons. Circa 500 persone erano presenti, per chiedere l’apertura della miniera e condannare «l’incendio terroristico».
Ci si potrebbe chiedere che diavolo c’entri la federazione dei cacciatori dell’Ariège. Essendo proprietaria del terreno su cui è avvenuto l’incendio, appare chiaro che la federazione voglia speculare sulla carneficina ecologica in preparazione.
Per quanto riguarda la CGT (e altri sindacati), non è più necessario dimostrare come sia al servizio del potere e partecipi attivamente a debilitare la rabbia degli sfruttati, distribuendo le briciole che lo Stato è disposto a lasciar loro, aromatizzate all’amianto o meno…
«Perché l’estrazione mineraria è mortifera per la natura, gli animali e gli esseri umani!
Perché è meglio lasciare il tungsteno in fondo ad una miniera piuttosto che estrarlo per farlo finire in fondo a un cranio!
Mettiamo i bastoni fra le loro ruote! La miniera di Salau non deve riaprire!»
(Testo di un manifesto visto sui muri di Ariège, estate 2018)

 

Morte per morte

«Al mondo c’è una cosa che rende felici e una che rende infelici.
La prima è la pace con la propria coscienza,
l’altra la mancanza di pace con la propria coscienza.
Tutto il resto sono sciocchezze e assurdità».
Sergej Kravčinskij, 24 luglio 1878
«Io non posso più vivere senza vendicare i compagni giustiziati.
Mi conducano pure al patibolo quando avrò portato a termine il mio compito».
Sergej Kravčinskij, 3 agosto 1878
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La mattina del 4 agosto 1878 Sergej Kravčinskij — l’anarchico russo che un anno prima era stato arrestato per la sua partecipazione alla banda del Matese — accoltella all’addome il generale Nikolaj Mezencov, capo della Terza Sezione (la polizia politica), mentre questi sta passeggiando per le strade di Pietroburgo in compagnia del tenente colonnello Makarov. Mezencov morirà poche ore dopo, mentre il suo attentatore riesce a fuggire e a mettersi in salvo. Il 17 agosto al quotidiano di Pietroburgo Golos viene recapitato un opuscolo, redatto dai responsabili dell’azione. Si intitola Smert’ za smert’, ovvero Morte per morte: «Il capo dei gendarmi, cervello della banda che tiene sotto il giogo tutta la Russia, è stato ucciso… L’assassinio è una cosa tremenda. Solo nel momento più forte della disperazione che conduce alla perdita della coscienza, un uomo che non sia uno scellerato può sacrificare la vita di un suo simile… Il governo ha condotto noi socialisti russi, noi che ci siamo votati a tutte le sofferenze per sollevare gli altri, il governo russo ci ha condotto a questo punto, alla decisione di assassinare in maniera sistematica. Ci ha portato a ciò col suo gioco cinico con decine e centinaia di vite umane…».
Vi sembra una storia del lontano passato? Non lo è.
La mattina del 31 ottobre 2018 Mikhail Zhlobitsky, un anarchico di diciassette anni, si è fatto saltare in aria nell’atrio dell’edificio che ospita la sede del FSB, i servizi segreti russi. È accaduto ad Arkhangelsk, città all’interno del Circolo Polare Artico, a circa 1200 chilometri a nord di Mosca. Tre agenti sono rimasti feriti nell’esplosione che ha devastato il locale, mentre il giovane attentatore è morto in quello che è stato definito il primo attacco suicida non-jhadista della storia della Russia. Poco prima di entrare in azione, Mikhail Zhlobitsky aveva inviato un messaggio in cui spiegava le ragioni del suo gesto: «…in risposta al FSB che costruisce montature e tortura persone».
Solo tre giorni prima, il 28 ottobre, erano stati indetti alcuni presidi davanti alle sedi del FSB di Mosca e San Pietroburgo per protestare contro la brutale repressione scatenata dagli eredi del KGB (e della Terza Sezione) ai danni di decine e decine di anarchici e di antifascisti, che in tutto il paese vengono sequestrati e torturati. I presidi si erano conclusi con l’arresto di una cinquantina di manifestanti.
Poche ore dopo l’esplosione ad Arkhangelsk, gli inquirenti russi hanno iniziato ad indagare per scoprire chi avesse «manipolato» Mikhail Zhlobitsky, se qualche gruppo islamico o qualche potenza straniera, mentre una sua familiare dichiarava di non avere idea di cosa avesse spinto un ragazzo che «non beveva, non fumava, andava a scuola» a compiere un tale gesto. Decisamente, per l’autorità (statale o familiare che sia) solo un’obbediente normalità non desta sospetti e non è incomprensibile. Quanto all’adolescenza, essa deve trascorrere all’insegna della frivolezza.
Ma l’ultima immagine che ritrae Mikhail Zhlobitsky, quella che ha fatto il giro del mondo, non è un selfie da ostentare con vanità. Non è stato lui a scattarla, non ha chiesto lui di riprenderla, non aveva nessuno a cui mostrarla in seguito. Perché quella mattina egli sapeva perfettamente a cosa andava incontro. A diciassette anni, mosso da una esigenza assoluta si è lanciato all’attacco, nella piena consapevolezza che avrebbe perduto la vita. Si è costruito una bomba artigianale, è entrato da solo dritto nella tana del lupo e poi… Si è ucciso, perché nemmeno lui poteva più vivere senza vendicare i compagni massacrati. È uscito dal teatro della vita sbattendo la porta, perché non accettava di convivere con l’infamia del potere e non ha trovato altre possibilità per lui degne di essere realizzate. Ed ha cercato di uccidere, perché non gli bastava una protesta giusta ma passiva. Di più, ha cercato di fare strage di carnefici — perché, a differenza degli jhadisti, non ha mirato ad altre vittime.
Chi lo deriderà — chi bussa alla porta del potere solo per essere invitato al tavolo di trattative?
Chi lo criticherà — chi ha bisogno di un vasto consenso popolare prima di passare all’azione?
Chi lo esalterà — chi mai e poi mai vorrebbe essere stato al suo posto?
Esterrefatti dalla determinazione fatale del gesto di Mikhail Zhlobitsky, noi siamo purtroppo consapevoli di ben altro: di rimanere qui a contemplare impotenti e furiosi i tronfi sorrisi dei Salvini, dei Putin, dei Trump, di tutti i potenti che giocano cinicamente con la vita di innumerevoli esseri umani. Cercando di cancellarli con sdolcinate mitopoiesi, roboanti comunicati o amare discussioni. E nonostante la sola scommessa che vogliamo fare sia quella di una rivolta che sia piena di vita, non possiamo fare a meno di pensare alla privata confidenza di qualcuno che combatté a favore del «comunismo anarchico» nella Spagna rivoluzionaria del 1936-39: «perché sappiamo che i discorsi e le conversazioni spirituali o idiote non servono a niente quando si ha a che fare con un signore che vi minaccia con una rivoltella. ed è oltremodo utile che il mondo lo impari… bisogna pur sapere quando finiscono le parole».

L’Europa deve stringere un accordo con l’Italia

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foto fanpage.it

( Dal Web )

Il Chief Economist di Deutsche Bank, dopo avere inaspettatamente difeso l’Italia in una nota intervista a Bloomberg di qualche tempo fa, sul Financial Times ora scopre le carte in tavola lanciando la sua proposta per risolvere il pericoloso scontro tra Italia e Bruxelles, che minaccia la sopravvivenza dell’euro: sarebbe saggio offrire all’Italia un prestito del MES, il cosiddetto meccanismo europeo di stabilità, per permetterle di riacquistare parte del suo debito, il cui costo è salito a causa dello spread, e consentirle così un certo spazio fiscale per investimenti e per la ripresa. Naturalmente per rendere digeribile la proposta all’opinione pubblica tedesca occorre correggere nella direzione della verità la storia finora raccontata della “dissolutezza” delle nostre finanze pubbliche. La digestione resta comunque difficile per l’Italia, che come noto ha già versato oltre 50 miliardi per finanziare i vari fondi salva stati. Questi hanno in realtà salvato le banche francesi e tedesche, e ora l’Italia pagherebbe questo prestito a interesse con un commissariamento del suo governo e una definitiva cessione di sovranità. In proposito è illuminante questo thread di @giuslit, che in pochi tweet spiega tutto. 

di David Folkerts-Landau, 12 novembre 2018

Un’altra crisi del debito sovrano nell’area dell’euro è inevitabile, a meno che l’approccio conflittuale della Commissione europea al problema del debito italiano non ceda il passo a una maggiore cooperazione. L’imminente deterioramento della posizione fiscale dell’Italia – trainato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rallentamento della crescita e dalla prossima recessione – e la situazione politica stanno preparando il terreno a ulteriori turbolenze nei mercati. Solo la presunzione, tra gli investitori, che la Banca centrale europea garantirà l’accesso dell’Italia ai mercati internazionali sta impedendo un ulteriore aumento dei rendimenti.

Contrariamente ai pregiudizi diffusi, l’Italia è stata un paese parsimonioso. Il peso del suo debito è un retaggio del periodo precedente all’ingresso nell’eurozona. Da allora ha registrato un avanzo primario di bilancio (entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno. Dal 2000 il nuovo debito dell’Italia è stato tutto utilizzato per pagare gli interessi; non per finanziare la spesa. Inoltre, negli ultimi anni il paese ha anche ottenuto un avanzo delle partite correnti.

Tuttavia, la politica di riduzione del debito attraverso una politica fiscale restrittiva, insieme a dolorose riforme strutturali per promuovere la crescita, ha fallito. L’Italia è in stagnazione. Negli ultimi due decenni l’economia italiana è cresciuta appena del 7%, contro il 40% della Spagna e il 30% di Francia e Germania.

Nel frattempo, il suo debito ha continuato a crescere. I tagli di spesa hanno abbassato il tenore di vita in misura tale da radicalizzare l’elettorato italiano. Gli sforzi di riforma si sono fermati, perché non possono essere attuati contemporaneamente all’austerità. Persino la Germania nel 2003 ha infranto i limiti di deficit della Ue con il suo programma di riforme Agenda 2010.

Alcuni sostengono che i limiti del deficit dell’Italia devono essere allentati per far ripartire l’economia. Ma questo porterebbe solo a un aumento della crescita a breve termine. Disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito, spingeranno verso l’alto i rendimenti obbligazionari, aumentando ulteriormente i deficit. E di conseguenza l’inasprimento della pressione fiscale sul reddito o sulla ricchezza per finanziare le spese porterà a diminuire il tasso di crescita ed allontanerà ulteriormente l’elettorato.

Inoltre, l’atmosfera politica in Europa è tale che ridurre il debito dell’Italia attraverso la mutualizzazione o i trasferimenti fiscali diretti è inconcepibile. Anche l’opzione di una ristrutturazione del debito con il coinvolgimento del settore privato è irrealizzabile. L’unica opzione valida è quella di ridurre la spesa per il servizio del debito italiano. Ciò creerebbe lo spazio per aumentare la spesa diretta a modernizzare l’economia senza aumentare deficit e debito. L’aumento della spesa per le infrastrutture, dando anche la garanzia di una attuazione delle riforme, farà finalmente aumentare i tassi di crescita del paese rispetto ai suoi attuali livelli anemici. E migliorerà anche la sua capacità di servire il debito in futuro. Se l’economia non dovesse crescere, allora è inevitabile che saremo costretti ad accettare una sostanziale ristrutturazione del debito italiano.

Gli investitori privati ​​non accetteranno volontariamente una dilazione dei pagamenti del servizio del debito. Pertanto, dovrebbe essere coinvolto il Meccanismo Europeo di Stabilità, finanziando un riacquisto di parte del debito ad alto costo. L’interesse sul prestito dovrebbe essere pagato quando l’economia italiana raggiungesse una maggiore produttività e una maggiore crescita. Il MES non sovvenzionerebbe direttamente l’Italia con un trasferimento fiscale, anche se aumenterebbe significativamente la sua esposizione verso il paese e probabilmente i costi del prestito aumenterebbero.

Se il servizio del debito italiano fosse dimezzato, a circa due punti percentuali del prodotto interno lordo, sarebbe possibile aumentare la spesa pubblica di circa 35 miliardi di euro all’anno. Coinvolgere l’ESM in questo percorso equivarrebbe a un voto di fiducia sul potenziale di crescita dell’Italia e comporterebbe un significativo calo dei rendimenti e del servizio del debito. La Banca centrale europea potrebbe anche utilizzare il suo programma OMT (outright monetary transactions) per portare i rendimenti ai livelli pre-crisi.

La bozza di questo grande accordo è la seguente: l’Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali. L’Europa, da parte sua, dovrebbe riconoscere che la soluzione al peso del debito non è semplicemente l’austerità.

Se entrambe le parti possono accettare questo accordo, si apre la strada verso una soluzione MES. Alcuni sosterranno che aiutare l’Italia vuol dire solo incoraggiare la dissolutezza. Ma le prestazioni del paese negli ultimi decenni contraddicono questa visione.

Una crisi del debito italiano costituisce un rischio esistenziale per la zona euro. L’attuale “gioco del coniglio” è irresponsabile. Ignora i pericoli insiti in ogni crisi finanziaria, i cui costi farebbero sembrare insignificanti quelli del MES.

L’autore è chief economist presso Deutsche Bank

La pozzanghera e l’oceano

altrove

( Dal Web )

Un antico dilemma. Aprirsi ai possibili complici sconosciuti di cui si dà per certa (o si ipotizza, o anche solo si auspica) l’esistenza fuori dell’uscio di casa, oppure chiudersi in compagnia dei proverbiali quattro gatti che già si conoscono e che godono della propria fiducia? Si tratta di una scelta che va ben al di là delle singole attitudini caratteriali, così come della valutazione dei rispettivi pro e contro, ma coinvolge le proprie aspirazioni, i propri sogni. Non tanto un’opzione strategica da calcolare, quanto una prospettiva umana da vivere. Ciò detto…
A tarpare le ali ad ogni tensione utopica nell’ultimo decennio è piombato il flagello della comunellanza politica, l’infettante convinzione che per nuotare nell’oceano sociale sia obbligatorio alleggerire il più possibile il proprio bagaglio rivoluzionario al fine di renderlo più galleggiante, sia necessario porgere il microfono ad esperti possibilmente di fama per farsi prendere sul serio da masse a digiuno di aspirazioni radicali, sia doveroso insomma correre dietro alla gggente per blandirla ed ottenerne i favori (il tutto facendo da sponda a chi ha sempre affossato le idee antiautoritarie).
L’allegra adozione di questa tattica opportunista ha contribuito non poco alla quasi estinzione dell’anarchismo più iconoclasta, il quale si è visto svuotare di buona parte del proprio contenuto non dall’intervento esterno, bensì da quello interno. Tale scelta (che di scelta si tratta, presa da alcuni con piena cognizione di causa, non di abbaglio) da parte di alcuni illuminati sulla via di Venaus ha provocato in altri anarchici una forte reazione allergica di segno diametralmente opposto, che si manifesta nel netto rifiuto di ogni possibile apertura verso l’esterno. No, gli anarchici non devono cercare altri, devono bastare a se stessi, punto. Ed essendo innegabile che l’insurrezione e la rivoluzione sono fatti sociali e in quanto tali necessitano soprattutto della partecipazione di altri, beh, allora tanto peggio per queste cariatidi concettuali del passato. Vorrà dire che gli anarchici moderni non devono più desiderare la distruzione di ogni potere, non devono più riflettere sulle possibilità di abbattere lo Stato, devono avere occhi e cuore solo per la rivolta individuale, solo per l’insorgenza di pochi (non) eletti contro un’autorità ritenuta ormai ineluttabile ed invincibile non solo dai grandi e piccoli servi del dominio, ma anche da questi loro nemici.
Che bizzarro paradosso! Cittadinismo sovversivo e solipsismo nichilista, pur nella loro asimmetrica distanza, partono dal medesimo presupposto condiviso come punto di partenza: la convinzione che nell’oceano sia possibile nuotare esclusivamente a stile compromesso. C’è chi si butta e chi no, preferendo rimanere nella pozzanghera. Chi fa di tutto per apparire bello e buono, e chi fa di tutto per apparire brutto e cattivo. Si tratta di una alternativa che ha fatto strage fra compagne e compagni, come dimostra l’emergere di categorie in sé pressoché insulse come «anarchismo sociale» o «anarchismo d’azione», rimasticature di vecchie suddivisioni già inutili in altra epoca. Alternativa che però non desta in noi il minimo interesse ed in cui non intendiamo trovare spazio, non essendo appassionati né di assemblee (che troviamo il più delle volte disprezzabili) né di eremi (che troviamo non di rado noiosi).
Questione di prospettive. La nostra rimane quella della distruzione di ogni autorità, la cui premessa è una scintilla insurrezionale che va cercata con ostinazione. Nell’oceano, quindi, non nella pozzanghera. Andare alla ricerca di possibili complici, sì, ma a partire dalle nostre idee e solo da quelle. Non per atto di fede o per attaccamento ideologico, come amano commentare i pragmatici babbei, ma semplicemente perché non riusciamo davvero a credere al loro «dogma»; e cioè che si possa arrivare all’autonomia attraverso la sudditanza. Il fine indica i mezzi, i mezzi contengono e giustificano il fine.
Inutile farci notare che le condizioni sociali non sono favorevoli, che non c’è nulla di radicale da attendersi dalle enormi mandrie contemporanee di portatori di smartphone, che l’assuefazione sociale alla droga del potere ha raggiunto livelli tali da rendere materialmente impossibile un’insurrezione oggi. Ciò non giustifica a nostro avviso né il ricorso al salvagente della politica, né la bandiera tirata sugli occhi a mo’ di sudario.
In primo luogo perché, come dovrebbe essere ben noto, le esplosioni sociali sono come ladri nella notte: irrompono senza farsi annunciare. Se sotto forma di sommossa più o meno prolungata, di insurrezione, o di guerra civile, dipenderà dagli avvenimenti (e quindi in parte anche dalla nostra capacità di influenzarli).
Poi, perché abbiamo sempre pensato che debbano essere i desideri sovversivi a travolgere e a trasformare la realtà imposta, e non la realtà imposta a formare e a mitigare i desideri sovversivi. Ecco perché lasciamo ad altri la preoccupazione di fare esclusivamente ciò che sembra loro possibile, preferendo dedicarci ad azzardare quanto può sembrare impossibile.
Quanto alla presunta refrattarietà generalizzata nei confronti delle idee anarchiche, ci domandiamo fino a che punto ciò corrisponda a un dato di fatto o sia piuttosto un comodo alibi per giustificare la propria indolenza. Troviamo comunque buffo che in un momento in cui la fiducia nei partiti politici ha toccato i suoi minimi storici, al punto che molti orfani di ideologie emancipatrici si affrettano a saccheggiare l’arsenale teorico anarchico (magari tentando di farlo passare per farina del proprio sacco), siano proprio i sedicenti nemici dello Stato a provare imbarazzo davanti alla possibilità di esprimere a voce alta le proprie idee. Imbarazzo che li porta a seguire la ruota altrui contando sullo sprint finale, oppure a rimanere zitti con la testa imbottita di nulla non-creatore. Ma se non sono gli anarchici a far risuonare bestemmie nelle orecchie di chi finora ha udito solo preghiere, chi altri mai potrà farlo? È questo che troviamo incomprensibile, negli uni come negli altri.
Sul versante cittadinista: a meno di credere all’esistenza di un meccanismo storico determinista che porterà sempre e comunque nella giusta direzione, al tonto «anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia», quanto putridume etico e quanta idiozia intellettuale sono necessari per accantonare le idee anarchiche e fare da megafono a quelle autoritarie? Così facendo si finisce per applicare in anticipo, senza rivoluzione, la delirante teoria marxista del periodo di transizione. Ovvero quella fase storica di pacifica coesistenza fra pressione autoritaria e tensione libertaria che dovrebbe sfociare nell’estinzione dello Stato. Una vera e propria barzelletta logica e storica, una favoletta per bimbi. Davvero si pensa che il modo migliore per abbattere domani il potere sia quello di porsi oggi al servizio dei suoi aspiranti futuri amministratori, invitando gli sfruttati ad esserci per correggere e migliorare le istituzioni?
Sul versante solipsista: i primi nichilisti conosciuti nella storia, quelli russi della fine dell’Ottocento, si trovavano in condizioni favorevoli, loro? Primi sovversivi di un paese sconfinato — dove regnava una rassegnazione atavica secolare, dove un centinaio di milioni di contadini spesso analfabeti inanellava preghiere a Dio e allo Zar, dove pressoché nessuno conosceva le idee radicali — non si misero ad imprecare contro l’ignoranza del popolo che impediva oggettivamente l’avvento della liberazione, né si chiusero nei loro cenacoli per rimanere in poca ma buona compagnia. Uscivano di giorno per diffondere il più possibile le proprie idee fra chi stava in basso, ed uscivano di notte per attaccare il più possibile chi stava in alto. I nichilisti moderni, no. Mirano ai loro nemici in alto, ma non si degnano di cercare complici in basso. Perché, a loro avviso, non ne esistono. Il loro striminzito mondo non va oltre il proprio naso: l’umanità si divide in servi dello Stato più o meno indegni, ed in anarchici più o meno degni. Su un punto almeno, i reazionari di ogni sorta avrebbero perciò ragione: la rivoluzione è morta, lo Stato dominerà in eterno. Ineffabile malinconoia.
No, grazie. Parlare solo fra noi, di noi, per noi, non ci interessa. Parlare con quasi chiunque scodinzolando utilizzando indifferentemente il nostro linguaggio e quello altrui, ci ripugna. Non si tratta di rivolgersi agli altri con l’ambizione di convertirne o arruolarne il maggior numero possibile; l’intento è di prendere appuntamento con qualcuno di loro, con chi non si lascia scorrere addosso le nostre parole ma ne avverte qualche risonanza. I partiti sono sempre stati marci ed impotenti, i movimenti lo sono diventati. Ma le singole individualità non hanno bisogno di feticci collettivi, hanno bisogno di incontrarsi e conoscersi.
Immergersi nelle acque dell’oceano significa allora diffondere le proprie idee il più possibile, senza soffocarle con slogan da corteo o un gergo da accademia. Significa affrontare argomenti che potenzialmente toccano chiunque. Significa guardare dritti negli occhi gli sconosciuti che si potrebbero incrociare, senza sorridere per adescarli e senza ringhiar loro addosso per spaventarli. L’oceano è enorme, al suo interno non vi sono soltanto politicanti, funzionari, bottegai, accademici, periti, giornalisti, preti, militanti. Tutti costoro vanno tenuti alla larga, con rigore. E qualora si avvicinino troppo, vanno affondati.
Ma perché precludersi la possibilità di imbattersi in altri esseri umani in preda ad una rabbia che, se non è esattamente la nostra, è non di meno simile?