Archivio mensile:febbraio 2019

Due più tre uguale undici

«Me se loro hanno tanto osato, voi avete tutto permesso. 
Più l’oppressore è vile, più lo schiavo è infame»
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Martedì 19 febbraio si annunciava essere un giorno importante per tutti gli scrupolosi cittadini italiani rispettosi della legge, quelli fedeli alle «istituzioni democratiche che rappresentano la volontà popolare espressa nel corso di libere elezioni».
Era il giorno in cui nel loro Parlamento avrebbero deciso se il Bullo degli Interni doveva andare sotto processo per aver impedito lo sbarco in Italia dei profughi raccolti nel Mediterraneo dalla nave Diciotti.
Dal punto di vista giuridico, il quesito sembrava quasi una banalità considerato che il secondo articolo della loro Costituzione garantisce i «diritti inviolabili» riconosciuti all’«uomo».
«Inviolabili» – capite? – inteso in senso assoluto.
Non validi sotto un governo, nei giorni pari, di giorno, e trascurabili sotto un altro governo, nei giorni dispari, di notte; ma intoccabili sempre e comunque.
«All’uomo» – capite? – inteso in senso universale.
Non ai soli cittadini italiani, non ai soli cittadini europei, né ai soli maschi o maggiorenni, ma a tutti gli esseri umani a prescindere dal paese in cui sono nati, dalla lingua che parlano, dal colore della loro pelle, dalla loro età o dal cromosoma.
Ovviamente, poiché la legge è sempre la legge del più forte (non viene certo scritta per proteggere chi sta in basso dagli abusi di chi sta in alto);
poiché la democrazia (che già di per sé non è affatto sinonimo di virtù, anche qualora fosse reale o diretta) è l’abituale foglia di fico di una oligarchia;
poiché i risultati elettorali da parecchio tempo non esprimono nemmeno matematicamente la volontà popolare (ammesso e non concesso che esista un simile feticcio, creato su commissione dagli organi di propaganda);
poiché la Costituzione è come la Bibbia, testo sacro che nessuno prende sul serio (nemmeno i pochi che la conoscono davvero)…
Insomma, poiché ogni carta dei diritti è carta da culo, è andata come doveva andare.
Il Bullo degli Interni non finirà alla sbarra, salvato da chi dopo aver giurato che avrebbe aperto il Parlamento come una scatola di tonno lo ha chiuso come una cassaforte di potere e privilegi.
Ma non crediate che la sera di martedì 19 febbraio gli scrupolosi cittadini italiani rispettosi della legge, quelli fedeli alle «istituzioni democratiche che rappresentano la volontà popolare espressa nel corso di libere elezioni», non siano andati comunque a dormire sereni.
Affinché non dubitassero che la legge è uguale per tutti, cruccio che avrebbe guastato il loro sonno minando all’indomani la loro produttività sul lavoro, quello stesso giorno è stato servito loro uno zuccherino, anzi due, per aiutarli ad inghiottire l’amara pillola.
Senza guardare in faccia a nessuno, per effettuare degli arresti le forze dell’ordine hanno infatti bussato sia alla porta dei genitori dell’ex capo del governo, faccendieri di banche in Toscana, sia a quella di alcuni anarchici in Trentino.
I primi (due) sono finiti agli arresti domiciliari in una villa di loro proprietà con l’accusa di falsa fatturazione e bancarotta, i secondi sono finiti quasi tutti in carcere (sei su sette) con l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo.
Tralasciando pure le disavventure giudiziarie dei primi, il minimo che si possa dire è che si è trattato ancora una volta di uno spettacolo giuridico-politico-mediatico indecente. Che degli anarchici possano organizzarsi per compiere delle azioni dirette contro strutture del potere, questo è poco ma sicuro.
Che il lavoro delle forze dell’ordine consista nell’individuarli ed arrestarli, pure.
Ma che contro gli arrestati gli inquirenti sbandierino in conferenza stampa non prove inoppugnabili e nemmeno prove discutibili, non testimonianze dirette e nemmeno confidenze indirette, ma a malapena comportamenti quotidiani in difesa della propria privacy, intercettazioni di semplici ragionamenti logici (altrui, per di più!) e il ritrovamento di banali oggetti d’uso quotidiano, ebbene, ciò la dice lunga sui tempi che stiamo attraversando.
Non è questione di formalità, ma di sostanza.
Lo scorso millennio, all’epoca dell’inchiesta Marini contro decine di anarchici, i Ros dei carabinieri si presero la briga di fabbricare una falsa pentita per attizzare la fantasia dei magistrati.
Non sapeva niente, non capiva nulla, non era nemmeno in grado di ricordarsi a memoria lo spartito che le era stato consegnato, era convincente come una moneta antica raffigurante una rock star?
Sì, è vero, ma almeno esisteva, dando così ai magistrati la possibilità di prendersi l’infame licenza di affermare che proprio le numerose e colossali discrepanze e contraddizioni presenti nelle sue «rivelazioni» ne dimostravano l’autenticità (?!). Ma oggi gli inquirenti non hanno più bisogno neanche di quello.
Se un anarchico cerca di evitare orecchie indiscrete, o di rimanere soffocato dai gas lacrimogeni sparati durante le manifestazioni, se (parla con qualcuno che) sostiene una ovvietà come il fatto che è impossibile fare una rivoluzione senza spargere sangue, ciò basta e avanza per far diventare la sua casa un «covo di terroristi».
E se in questo covo viene rinvenuta una tanica o un bastone, allora è fatta, le manette possono scattare.
Ci sembra evidente che quanto gli inquirenti stanno cercando di far passare sia un passo enorme sul terreno repressivo.
Dopo aver fatto entrare i delatori in tribunale, dopo aver spostato l’onere della prova dall’accusa alla difesa, dopo aver offuscato la differenza tra prova e indizio, ora la magistratura sta facendo del non conformismo una ragione sufficiente a giustificare un intervento repressivo.
L’insistenza con cui gli inquirenti ci hanno tenuto a sottolineare la legittimità del dissenso, a differenza del reato, ha un che di tragicomico se si considera che la sola certezza che hanno mostrato di possedere a proposito degli arrestati è data proprio dalle idee di dissenso di questi ultimi.
Fa un certo effetto sentire un inquirente dichiarare papale papale che gli arrestati hanno nascosto sicuramente qualcosa in un bosco, anche se i carabinieri non sono riusciti a trovarlo.
Beh, mica ne hanno avuto bisogno prima di formulare certe accuse, giusto?
No, ormai non è più necessario rispettare simili seccanti formalità.
Perché perdere tempo a trovare prove che confermino i sospetti o fabbricare false prove con cui incastrare i sospettati, se adesso il solo sospetto è già di per sé sufficiente?
Decisamente, mai come in questo periodo la soluzione finale alla questione sovversiva è a portata di mano.
Perché, se la possibilità di farla finita con chi minaccia la pace sociale è sempre stato il sogno delle istituzioni, mai come oggi questo incubo può essere reso realizzabile da una realtà talmente ignobile da consentire solo la libertà di obbedire.
Quanto sta accadendo non sarebbe infatti possibile se da (troppo) tempo la libertà non fosse stata barattata con la sicurezza, l’etica con la convenienza, l’intelligenza singolare con la pubblica opinione.
Le manovre repressive non sono la causa di tale degrado, ne sono una conseguenza.
Se così è, tentare un’inversione di rotta ha ben poco a che fare con il dare una risposta alla repressione, ma semmai con il darsi (ed offrire) una prospettiva di vita.
Cercare di far ricrescere la foresta, anziché bagnare la propria striminzita pianticella.

Parva favilla…

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( Dal Web )

Le scintille sono un po’ come le ciliegie, una tira l’altra.
La scorsa settimana nei palazzi del potere, fra conti di bilancio e protocolli consolari, è stata tutto un balenìo.
Da un lato il ministro dell’Economia (grigio e triste come solo chi è dedito al denaro può esserlo) non ce l’ha più fatta a negare ancora l’evidenza: ma quale ripresa produttiva, ma quale rilancio industriale, il Belpaese è in recessione!
Dall’altro lato, è esplosa la più grave crisi diplomatica italiana del dopoguerra con un governo europeo tradizionalmente amico, quello francese.
I rapporti fra i dirigenti dei due paesi, già incrinati da tempo, sono saltati del tutto dopo l’incontro, avvenuto martedì 5 febbraio, fra un ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano ed alcuni esponenti del movimento di protesta che da mesi scende in piazza in tutta la Francia per far cadere il proprio governo.
L’inquilino dell’Eliseo si è letteralmente infuriato ed era fin troppo facile prevedere una sua plateale reazione per… diciamo giovedì 7 febbraio?
Ecco, a questo punto, al nostro inetto governo né di destra né di sinistra che, dopo il fallimento dell’inetto governo di centro-destra (eletto dal popolo) e quello dell’inetto governo di centro-sinistra (eletto dalle banche), si è a sua volta cimentato nell’impresa ridicola quanto irrealizzabile di rianimare il nostro inetto e cadaverico sistema sociale, cosa restava da fare?
Cosa, se non boccheggiare e tentare di aspirare aria altrove?
È questo un compito di cui si fa puntualmente carico un altro ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano, il Bullo degli Interni.
Quando l’indice di gradimento del suo governo scende da una parte, lui lo fa prontamente alzare dall’altra.
Non potendo mettere a tacere i fischi spezzando le reni a chi sta in alto, alle istituzioni finanziarie mondiali o alla Francia (è un bullo da social, mica un uomo forte nella vita), ancora una volta ha cercato di strappare applausi scatenando la repressione contro chi sta in basso.
A chi è toccato questa volta?
Avendo già raso al suolo le baracche dei rom («nicht lebenswert», secondo il lessico nazista, esseri che non meritano di vivere dato che non votano, non lavorano, non pagano le tasse), avendo già chiuso le frontiere agli stranieri poveri (quelli che sbarcano dai gommoni con le tasche vuote, che l’invasione di chi arriva in yacht col portafoglio gonfio è benedetta), avendo già sbattuto in galera un latitante sfuggito per decenni alla giustizia italiana ed aver annunciato pari trattamento per altri suoi simili (ex-estremisti di sinistra militanti della lotta armata contro lo Stato, mica gli ex-piloti della Nato in volo sopra Cermis o gli ex-amministratori delegati alla ThyssenKrupp di Torino), ha trovato una nuova preda da ostentare agli infoiati di legalità.
Giovedì 7 febbraio, poche ore prima che il governo francese richiamasse il proprio ambasciatore a Roma (fatto accaduto in passato solo dopo l’ascesa di Mussolini), le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in uno spazio occupato anarchico di Torino, l’Asilo, con lo scopo di sgomberarlo ed effettuare alcuni arresti fra chi è sospettato di battersi con troppa veemenza contro le politiche razziste istituzionali.
Il testimonial delle forze dell’ordine, il guardiano delle patrie frontiere, il protettore degli interessi imprenditoriali, il custode del patrimonio immobiliare pubblico, viste le circostanze non poteva scegliere miglior bersaglio.
Ha mandato i suoi scagnozzi nella città-retrovia della lotta contro il progetto dell’Alta Velocità (per altro, questione «calda» con la Francia), per stroncare spazi e individui accusati di far parte di associazioni sovversive (per altro, altra questione «calda» con la Francia) che sostengono anche gli immigrati (per altro, ulteriore questione «calda» con la Francia e non solo).
Quest’operazione metà di politica poliziesca e metà di polizia politica, ebbene sì, è stata chiamata «Scintilla».
Come sua abitudine il Bullo degli Interni non ha atteso la fine dell’operazione prima di dare fiato allo stomaco e tirare il suo rutto preferito: «È finita la pacchia!».
Rutto immediatamente amplificato dai mass-media, i quali si guardano bene dall’osservare che pacchia deriva da pacchiare («mangiare con ingordigia») ed indica una condizione di vita facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza alcuna preoccupazione di ordine materiale.
Meglio non chiedere all’inquilino del Viminale — questo pingue rampollo di un dirigente d’azienda… nonché fin da ragazzino bramoso di apparire su schermi televisivi… nonché consigliere comunale appena ventenne in una grande metropoli… nonché europarlamentare assenteista ma con lauto stipendio… nonché segretario di un partito che in 80 anni dovrà restituire con comode rate bimestrali i 49 milioni di euro truffati allo Stato di cui oggi è ministro… nonché compulsivo appassionato del cosiddetto porn-food — quale sarebbe la «pacchia» dei dannati della terra e dei ribelli: una vita di elemosine o piccoli furti, ritrovi di fortuna, traversate in barcone, naufragi, sfruttamento, percosse, torture, fughe, nascondigli, discriminazione, arresti, sorveglianza continua, reclusione?
I giornalisti non considerano molto professionale fare domande imbarazzanti, preferiscono sfidare il ridicolo e riportare pari pari le veline questurine senza nemmeno correggervi gli strafalcioni più grossolani, come ad esempio che i sei anarchici arrestati sarebbero i «leader storici» dell’Asilo.
Già un leader è di troppo per gli anarchici, figuriamoci sei!
Ma poi, avendo una trentina d’anni di età, come avranno fatto ad aver occupato storicamente un posto 24 anni prima?
Non penseranno mica che l’asilo di via Alessandria all’epoca fosse funzionante e sia stato occupato dai suoi piccoli ospiti?
Ad ogni modo, la scintilla poliziesca ha dato fuoco alle polveri della rabbia.
Sabato 9 febbraio si è dipanata per Torino una nutrita manifestazione di protesta, conclusasi con scontri di piazza (ed ulteriori arresti) che hanno fatto piangere il trasversale Partito delle Persone Oneste, quella Grande Alleanza del Signorsì che inorridisce davanti a una vetrina infranta e rimane indifferente davanti al saccheggio della natura o al naufragio dell’umanità.
Si è arrivati a sentire il questore di Torino indignarsi verso chi compie atti violenti sicuro della propria impunità… manco i manifestanti fossero poliziotti o carabinieri!
Domenica 10 febbraio un altro corteo si è diretto verso il carcere cittadino, con l’intento di salutare chi vi era (appena stato) rinchiuso.
Ed è in quel preciso momento che si è verificato l’imprevisto, sotto forma di ennesima scintilla.
Un petardo lanciato, dopo aver superato il muro di cinta, ha dato il via ad un incendio diventato incontrollabile dopo aver lambito alcune bombole di gas. Un capannone all’interno è crollato, danneggiando un’intera ala del carcere.
Ora, è evidente che davanti alle convulsioni di questa società putrefatta, chi sta in alto abbia le sue buone ragioni di Stato per togliere subito di mezzo chi dal basso potrebbe un domani soffiare sul fuoco.
Come diceva un politico esperto (tre volte presidente del Consiglio francese), «fare politica non significa risolvere i problemi, significa mettere a tacere quelli che li sollevano».
Ma dovrebbe essere altrettanto evidente che manganelli e galera non possono impedire ai problemi, sollevati non da qualcuno in particolare ma da una vita miserabile in generale, di accavallarsi ed esplodere.
È il potere ad aver fatto seccare la prateria dell’esistenza umana, è il potere ad aver caricato di tensioni l’aria, non chi con i suoi movimenti provoca scintille.
Qualsiasi fulmine proveniente dall’alto, qualsiasi fiammifero acceso in basso, potrebbe far divampare un incendio fatale.
Il Bullo degli Interni può anche esultare per la democratica vittoria (consenso del 25% della popolazione adulta) ottenuta dalla sua coalizione alle elezioni regionali abruzzesi, ma resta il fatto che anno dopo anno l’astensionismo cresce inarrestabile.
E all’indifferenza passiva che sprofonda nella muta rassegnazione potrebbe bastare uno sfavillante attimo per diventare quell’indifferenza attiva che insorge nella rivolta al grido: «che se ne vadano tutti».
Nessuna configurazione politica, quale che sia il suo colore, è in grado di restituire allo Stato un consenso reale.
Chi esercita il potere, in particolare in una simile situazione, non ha modo di evitare una pioggia di scintille durante le sue sempre più sbadate e sbandate manovre (non si è ancora chiusa la crisi diplomatica con la Francia che già si sta aprendo quella con Slovenia e Croazia, per via della storiella sulle foibe e degli sguardi languidi lanciati da alcuni politici all’Istria).
Pensa davvero che, per far crollare la sua struttura tanto imponente quanto fragile, sia necessaria una colossale organizzazione, con grandi mezzi a disposizione ed un largo seguito alle spalle?
Il piccolo petardo che ha raso al suolo quell’ala del carcere di Torino non gli dice niente?
«Evidentemente, Signori, se voi temete per la moralità delle vostre mogli, l’educazione dei vostri figli, la tranquillità delle vostre cuoche e la fedeltà delle vostre amanti, la solidità delle vostre poltrone, dei vostri pitali e dell’ordine costituito, l’organizzazione dei vostri casini e la sicurezza del vostro Stato, avete ragione.
 Ma che farci?
Voi siete marci e il fuoco è acceso».

Noi rifugiati

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( Dal Web )

Hannah Arendt
In primo luogo non desideriamo essere chiamati “profughi”.
Solitamente il termine “profugo” designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica.
È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale.
Con noi, il significato del termine “profugo” è cambiato.
Ora “profughi” sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell’aiuto dei Refugee Committee.
Prima che la guerra scoppiasse eravamo ancora più sensibili al fatto di essere chiamati “profughi”.
Facevamo del nostro meglio per dimostrare agli altri che eravamo solo comuni immigrati.
Abbiamo dichiarato di essere partiti di nostra spontanea volontà per paesi scelti da noi e abbiamo negato che la nostra situazione avesse qualcosa a che fare con i “cosiddetti” problemi ebraici.
Eravamo “immigrati” o “nuovi arrivati” perché, un bel giorno, avevamo lasciato i nostri paesi, nei quali non era più opportuno rimanere o per ragioni puramente economiche. Volevamo ricostruire le nostre vite, e questo era tutto. Per ricostruirsi la vita è necessario essere forti e ottimisti.
Per questo noi siamo molto ottimisti.
Il nostro ottimismo, in effetti, è ammirevole, anche se siamo noi ad affermarlo.
La storia della nostra lotta è stata alla fine conosciuta.
Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana.
Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo.
Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti.
Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.
Tuttavia, non appena siamo stati salvati — e la maggior parte di noi è stata salvata parecchie volte — abbiamo cominciato le nostre nuove vite, cercando di seguire quanto più fedelmente possibile tutti i buoni consigli dei nostri salvatori.
Ci è stato detto di dimenticare, e abbiamo dimenticato più velocemente di quanto sia possibile immaginare.
Ci è stato amichevolmente ricordato che il nuovo paese sarebbe diventato una nuova casa; poi, dopo quattro settimane in Francia o sei settimane in America, si è preteso che fossimo o francesi o americani.
I più ottimisti fra noi sarebbero persino disposti ad ammettere che tutta la loro vita precedente è trascorsa in una sorta di esilio inconsapevole e che solo dal loro nuovo paese hanno imparato che cosa sia realmente una casa.
È vero che qualche volta ci siamo opposti alla richiesta di dimenticare la nostra opera precedente; inoltre, di solito, non abbandoniamo facilmente gli ideali del passato se il nostro valore sociale è in pericolo.
Con la lingua, tuttavia, non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua, e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua — il loro tedesco è una lingua che ricordano appena.
Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento che abbiamo provato in quasi tutti i paesi europei — la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. Inoltre, ci è stato detto tante volte che a nessuno piace ascoltare tutto ciò; l’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi.
Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani — quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.
Persino tra di noi non parliamo di questo passato.
Abbiamo invece trovato un nostro modo di padroneggiare un futuro incerto.
Poiché tutti fanno progetti, hanno desideri e nutrono speranze, così facciamo anche noi. Tuttavia, a prescindere da questi atteggiamenti generici e naturali, noi cerchiamo di rendere chiaro il futuro in modo più scientifico.
Dopo tanta sfortuna, vogliamo procedere sicuri.
Perciò, abbandoniamo la terra con tutte le sue incertezze e volgiamo lo sguardo al cielo. Le stelle — e non i giornali — ci dicono quando Hitler verrà sconfitto e quando noi diventeremo cittadini americani.
Le riteniamo più attendibili di tutti i nostri amici; esse ci mostrano quando dovremmo pranzare con i nostri benefattori e quale sarà il giorno più propizio per compilare uno degli innumerevoli questionari che accompagnano le nostre vite presenti.
Qualche volta non ci fidiamo nemmeno delle stelle, ma solo delle linee della mano o dei segni della nostra scrittura.
In questo modo ne sappiamo meno degli avvenimenti politici, ma più dei nostri cari io, anche se la psicoanalisi non sembra essere più di moda.
Quei tempi più felici sono finiti insieme alle conversazioni che signore annoiate e gentiluomini dell’alta società facevano sulle piacevoli trasgressioni della loro prima infanzia.
Essi non vogliono più storie di fantasmi; è l’esperienza concreta che fa loro accapponare la pelle.
Non c’è più alcun bisogno di cercare i fantasmi nel passato; esso è abbastanza stregato nella realtà.
Così, nonostante il nostro sincero ottimismo, usiamo ogni sorta di trucchi magici per evocare gli spiriti del futuro.
Non so quali ricordi e quali pensieri dimorino nei nostri sogni notturni.
Non oso fare domande perché anch’io sono stata piuttosto ottimista.
Qualche volta immagino tuttavia che almeno di notte pensiamo ai nostri morti o ricordiamo le poesie che un tempo amavamo.
Posso anche capire che i nostri amici della costa occidentale, durante il coprifuoco, abbiano avuto idee tanto singolari, come quella di credere che noi siamo non solo «potenziali cittadini», ma anche, attualmente, «nemici stranieri».
Alla luce del giorno, naturalmente, diventiamo nemici stranieri solo «tecnicamente» — tutti i profughi lo sanno.
Ma quando ragioni tecniche impedivano di lasciare la propria casa durante le ore notturne, non era certamente facile evitare cupe congetture sulla relazione tra tecnicismo e realtà.
No, c’è qualcosa che non va nel nostro ottimismo.
Tra di noi ci sono quei bizzarri ottimisti che, dopo aver fatto un mucchio di discorsi ottimistici, vanno a casa e aprono il gas o si servono di un grattacielo in modo del tutto imprevisto.
Costoro sembrano provare che la nostra decantata allegria si fonda su una pericolosa preparazione alla morte.
Educati nella convinzione che la vita sia il bene più alto e la morte l’evento più spaventoso, diventiamo testimoni e vittime di paure più grandi di quella della morte — senza essere stati capaci di scoprire un ideale più alto di quello della vita.
Così, per quanto la morte non sia più per noi così spaventosa, perdiamo la volontà e la capacità di rischiare la vita per una causa. Invece di lottare — o di pensare a come riacquistare la capacità di lottare — i profughi si sono abituati a desiderare la morte per gli amici e i parenti; se qualcuno muore, ci rallegriamo all’idea che abbia potuto evitare tanti guai. Così, molti pensano che anche noi potremmo evitare dei guai — e agiscono di conseguenza.
[…]
Per descrivere il nostro comportamento, è stata inventata una bella storiella; un bassotto émigré, derelitto e angosciato, comincia a parlare dicendo: «Un tempo, quando ero un San Bernardo…».
I nostri nuovi amici, oppressi come sono dal gran numero di divi e di celebrità, non si rendono perfettamente conto che alla base di tutte le loro descrizioni di antichi splendori sta una verità umana: una volta la gente si preoccupava di noi, gli amici ci amavano, persino i padroni di casa ci conoscevano come quelli che pagavano regolarmente l’affitto.
Una volta potevamo fare la spesa e viaggiare in metropolitana senza sentirci dire che eravamo indesiderati.
Siamo diventati un po’ nervosi da quando i giornalisti hanno cominciato a individuarci e a dirci in pubblico di smettere di comportarci in modo sgradevole quando compriamo il latte e il pane.
Ci chiediamo come si possa agire in questo modo; in ogni momento della giornata stiamo già così terribilmente attenti ad evitare che qualcuno indovini chi siamo, che passaporto abbiamo, da dove provengono i nostri certificati di nascita — e che a Hitler non eravamo graditi.
Facciamo del nostro meglio per inserirci in un mondo in cui è necessario avere un atteggiamento da politici per andare a fare la spesa.
In queste condizioni, il San Bernardo diventa sempre più grosso.
Non posso dimenticare quel giovane che, nel momento in cui ci si aspettava da lui che accettasse un certo tipo di lavoro, disse con un sospiro: «Leinon sa con chi sta parlando; io ero direttore di reparto al Karstadt [grande emporio di Berlino]».
Ma c’è anche la profonda disperazione di quell’uomo di mezza età che, dopo aver sopportato innumerevoli stratagemmi messi in atto da differenti comitati allo scopo di salvarlo, alla fine ha esclamato: «E qui nessuno sa chi sono io!».
Poiché nessuno voleva trattarlo come un essere umano dotato di una sua dignità, cominciò ad inviare cablogrammi a personaggi di rilievo e alle sue conoscenze importanti. Imparò rapidamente che in questo folle mondo è molto più facile venire accettato come «uomo importante» che come essere umano.
Meno siamo liberi di decidere chi siamo o di vivere come desideriamo, più ci sforziamo di presentare una facciata, di nascondere i fatti e di recitare una parte.
Siamo stati espulsi dalla Germania perché eravamo ebrei, se non che, dopo aver attraversato con difficoltà il confine francese, siamo stati trasformati in «boche» [termine spregiativo con cui i francesi indicano i tedeschi] Ci è stato persino detto che dovevamo accettare questo appellativo se veramente eravamo contrari alle teorie razziali di Hitler. Per sette anni abbiamo recitato la ridicola parte di quelli che cercano di essere francesi — o, per lo meno, potenziali cittadini; eppure, all’inizio della guerra, siamo stati ugualmente internati come «boche».
Nel frattempo, tuttavia, la maggior parte di noi è diventata a tal punto fedele alla Francia, che non abbiamo potuto nemmeno criticare un ordine del governo francese. Così abbiamo dato il benestare al nostro stesso internamento. Siamo stati i primi «prisonnier volontaire» che la storia ricordi.
[…]
Dopo lo scoppio della guerra e la catastrofe che si è abbattuta sugli ebrei d’Europa, il semplice fatto di essere dei profughi ci ha impedito di mescolarci con la comunità degli ebrei nativi, una regola confermata da poche eccezioni.
Queste leggi sociali non scritte, per quanto mai riconosciute pubblicamente, hanno la stessa grande efficacia dell’opinione pubblica.
E una tacita opinione e consuetudine di tal genere è più importante per le nostre vite quotidiane di tutte le dichiarazioni ufficiali di ospitalità e di buona volontà.
L’uomo è un animale sociale e la vita non è facile per lui quando vengono recisi i legami sociali.
Nel tessuto sociale è molto più facile conservare gli standard morali. Pochissimi individui hanno la forza di conservare la loro integrità se la loro condizione sociale, politica e giuridica è del tutto indefinita.
Mancando del coraggio di lottare per un cambiamento della propria condizione sociale e giuridica, molti di noi hanno invece deciso di cercare di cambiare l’identità.
E questo singolare comportamento peggiora la situazione.
La confusione in cui noi viviamo è in parte opera nostra.
È vero che un uomo che vuole liberarsi del proprio  scopre le possibilità dell’esistenza umana, le quali sono tanto infinite quanto lo è la creazione.
Tuttavia, il recupero di una nuova personalità è tanto difficile — e tanto illusorio — quanto una nuova creazione del mondo.
Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa pretendiamo di essere, non riveliamo altro che il nostro insano desiderio di essere trasformati, di non essere ebrei.
[…]
È quell’immigrato ideale che, in qualsiasi tempo e luogo sia stato condotto da un destino terribile, immediatamente vede ed ama le montagne del posto.
Poiché però non si ritiene ancora che il patriottismo sia una questione di pratica, è difficile convincere la gente della genuinità delle nostre continue trasformazioni.
È questo conflitto che rende così fragile la nostra società; chiediamo piena affermazione come individui perché non siamo in una posizione tale da ottenerla come gruppo.
I nativi, messi di fronte ad esseri tanto singolari quali noi siamo, diventano sospettosi; dal loro punto di vista, di regola, soltanto il fatto che rimaniamo fedeli ai nostri paesi è incomprensibile.
Questo ci rende la vita molto amara.
Potremmo vincere questo sospetto se spiegassimo che, in quanto ebrei, il nostro patriottismo aveva una forma molto particolare nei paesi d’origine.
Nondimeno, era veramente genuino e profondamente radicato.
Abbiamo scritto grossi volumi per dimostrarlo; abbiamo pagato un’intera burocrazia per indagare il suo passato e definirlo in termini statistici.
[…]
Se è vero che gli uomini imparano raramente dalla storia, è altrettanto vero che possono imparare dalle esperienze personali che, come nel nostro caso, si ripetono infinite volte. Ma prima di gettare la prima pietra contro di noi, ricordate che essere ebrei non dà alcuno status giuridico in questo mondo.
Se cominciassimo a dire la verità, e cioè che non siamo altro che ebrei, ciò significherebbe esporci al destino degli esseri umani i quali, non essendo protetti da alcuna specifica legge o convenzione politica, non sono altro che esseri umani.
Mi è difficile immaginare un atteggiamento più pericoloso, perché realmente viviamo in un mondo in cui gli esseri umani in quanto tali hanno cessato di vivere per tanto tempo; perché la società ha scoperto che la discriminazione è la grande arma sociale con cui uccidere gli uomini senza spargere sangue; perché i passaporti o i certificati di nascita, e qualche volta persino le ricevute dell’imposta sul reddito, non sono più documenti ufficiali, ma questioni di differenziazione sociale.
È vero che la maggior parte di noi si basa interamente sui criteri di vita abituali; perdiamo fiducia in noi stessi se la società non ci approva; noi siamo — e siamo sempre stati — pronti a pagare qualsiasi prezzo per essere accettati dalla società.
Tuttavia, è altrettanto vero che i pochissimi tra noi che hanno cercato di tirare avanti senza tutti questi trucchi e queste farse hanno pagato un prezzo sproporzionato rispetto ai loro sforzi: hanno messo in pericolo le poche opportunità che un mondo sconvolto offre anche ai proscritti.
[…]
Quei pochi profughi che insistono nel dire la verità, addirittura fino all’indecenza», ottengono in cambio della loro impopolarità un vantaggio inestimabile: per loro la storia non è più un libro chiuso e la politica non è più un privilegio dei gentili.
Sanno che la proscrizione del popolo ebraico in Europa è stata subito seguita da quella della maggior parte delle nazioni europee.
I profughi costretti di paese in paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli — se conservano l’identità.
Per la prima volta la storia ebraica non è separata, bensì legata a quella di tutte le altre nazioni.
Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando, e perché, permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati.