Archivio mensile:marzo 2019

Attacco!

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( Dal Web )

Ogni mattina, il suono della sveglia mi strappa al sonno.
Atto primo: accendo il mio cellulare.
Tramite satelliti, snodi di comunicazione, antenne e quant’ altro, il mio telefono si sincronizza con quelli di tutti gli altri.
Viviamo la stessa vita nello stesso tempo.
Connesso ad internet, qualcosa di invisibile mi attraversa, il mio telefono invia e riceve incessantemente.
Non appena il ritmo della notte viene ucciso dalla suoneria ed io mi sincronizzo con il mondo in rete, è un altro tempo a dominare.
Lo staccato di trasmissioni in diretta, di ininterrotta accessibilità, di permanente disponibilità, di tempi ed appuntamenti, di orari e scadenze.
Atto secondo: stacco il mio cellulare dalla presa.
Senza elettricità, non sarebbe nulla, solo plastica e ferraglia con qualche elemento di terre rare.
È grazie alla produzione di elettricità dipendente dal nucleare e dal carbone che una rete globale, un’infrastruttura critica che garantisce la nostra vita quotidiana, può funzionare, con l’ausilio di specialisti protetti dalla polizia e dall’esercito.
Dopo aver utilizzato vari dispositivi che necessitano anch’ essi di una rete — senza la quale sarebbero completamente inutili — metto piede in strada.
Camminando  in una città, dove l’oscurità non esiste più, dove nessun luogo sfugge alla vista,  accanto ai lampioni, alle scatole di derivazione elettrica e telefonica, alle luccicanti pubblicità, ai negozi coi loro sistemi di sorveglianza, si insinua in me un’evidenza: l’elettricità serve i rapporti basati sulla proprietà tramite migliaia di chilometri di cavi in ​​fibra ottica e rame che corrono ad appena 50 centimetri sotto i miei piedi;
intanto passo su tombini che danno accesso a pozzi in fondo ai quali sono posate le arterie del mondo moderno.
Seduto in treno, mi viene in mente che sotto le canaline di cemento che corrono lungo i binari serpeggiano altri cavi,  che ogni 100 metri sono installati sistemi di segnalazione: senza tutto ciò, più niente funzionerebbe, il capitale umano come i beni morti non sarebbero più raggiungibili dove dovrebbero produrre o essere consumati.
Abbandonando la mia osservazione da formica, alzo lo sguardo e scorgo sui tetti i ripetitori per internet, per il telefono, oltre che per le onde radio… comprese quelle della polizia.
Il mantenimento della miseria quotidiana ha i suoi canali, che occorre interrompere affinché le persone possano cambiare la propria esistenza quotidiana.
La comunicazione di coloro che difendono la proprietà nelle strade, la polizia e l’esercito  passa attraverso le antenne sotto cui sfiliamo da mane a sera.
Quando un’antenna-radio cade, quando un fascio di cavi brucia lentamente, quando un piccolo taglio intacca un cavo in fibra ottica o in rame dell’illuminazione, improvvisamente si manifesta una zona di ombra, un momento di confusione per coloro che non hanno imparato e non vogliono imparare ad agire e a pensare in modo autonomo, che obbediscono e sono sempre in attesa di ordini e direttive, ma questo potrebbe pur dare la possibilità ad altri di fare cose che spesso sembrano impossibili.
Se il nostro mondo diventa sempre più una mega-macchina, se le arterie del dominio si fanno sempre più sottili e rivestono l’intero territorio con la loro rete, noi dobbiamo, se intendiamo attaccare, essere in grado di distogliere lo sguardo dalle cose più ovvie e cercare di applicare la nostra analisi sugli attuali sviluppi alle prospettive che vogliamo darci.
Più il mondo è aggrovigliato, più è vulnerabile alle interferenze.
I nodi di comunicazione e le connessioni tra essi, che sono dappertutto e poco protetti, corrispondono ai punti sensibili da tagliare.
In un momento in cui l’aria stessa brucia, non ha senso accendere un fuoco dove le fiamme stanno già danzando e dove sono rivolti tutti gli occhi.
Il silenzio radio, il blocco delle comunicazioni, l’interruzione delle catene di comando e molto altro ancora, sono possibilità che possiamo trovare con uno sguardo creativo e minuzioso quando lo dirigiamo alla ricerca di obiettivi da attaccare.

L’eroe ed il criminale

ESERCITOROMA

( Dal Web )

Il primo è un italiano, ovviamente.
Il secondo è un immigrato, ovviamente.
Lorenzo e Ousseynou.
Un anno e mezzo fa Lorenzo ha lasciato una vita tranquilla, sicura, e ha percorso 3.700 chilometri per andare a combattere tra le file della formazione curda Ypg, in Siria.
Non si è battuto solo contro i tagliagole dell’Isis, ma anche contro le truppe turche che assediavano Afrin.
Evidentemente non ha trovato differenze fra l’invasione dei miliziani di al-Baghdadi e quella dei soldati di Erdogan.
Tutti miravano a conquistare e dominare quei territori, terrorizzando e massacrando la popolazione là residente.
Ousseynou invece è nato in Francia, ma è di origini senegalesi.
Diversi anni fa è venuto a vivere in Italia, a Crema, dove lavorava come autista di autobus.
Lorenzo è stato ucciso, assieme ad alcuni suoi compagni, in una imboscata tesa dai miliziani dell’Isis a Baghuz.
Fosse tornato vivo qui in Italia, sarebbe finito sotto indagine in quanto foreign fighter e proposto per la sorveglianza speciale (come accaduto ad altri volontari italiani andati a combattere per il Rojava).
Da morto, è diventato un eroe.
A Firenze, sua città natale, c’è chi lo ha proposto alla massima onorificenza cittadina, il fiorino d’oro, la stessa che alcune settimane fa è stata conferita all’Arma dei carabinieri ed alla Guardia di Finanza.
Il presidente della regione Toscana lo ha definito «un ragazzo nostro», mostrando tutta la sua comprensione verso “queste persone che hanno una particolare sensibilità.
Abbiamo avuto giovani toscani che partirono con le brigate internazionali per combattere, prima degli Stati Uniti e prima di Churchill, il fascismo e i nazisti in Spagna. Mi pare che questi ragazzi avessero la stessa anima, che bisogna apprezzare”.
Anche i politici hanno una loro particolare sensibilità: sono in grado di apprezzare sia i carnefici che le vittime.
A Firenze, ad esempio, c’è un consolato turco con cui i politici locali hanno ottimi rapporti in vista di concludere buoni affari.
Ma sanno apprezzare anche i loro giovani concittadini col ghiribizzo di fare i partigiani, soprattutto se muoiono a migliaia di chilometri di distanza.
Lorenzo, che eroe!
Gli elicotteri italiani venduti alla Turchia ed usati per bombardare Afrin, che affare! Seee, altro che fiorini d’oro!
Ousseynou no, lui è un criminale.
Lui non è un partigiano del terzo millennio, è un volgare dirottatore.
Qualche giorno fa, dopo aver caricato sul bus una cinquantina di ragazzi delle classi medie da portare in palestra a Crema, si è diretto verso l’aeroporto di Linate con l’intenzione di compiere un gesto eclatante.
Bloccato dai carabinieri avvisati da uno dei ragazzi, per poco non è finita in tragedia.
C’è chi diceva che avesse cosparso di benzina il mezzo appiccandovi il fuoco, c’è chi diceva che l’incendio fosse scaturito da sé.
C’è chi diceva che avesse fatto scendere lui gli studenti, c’è chi diceva che fossero riusciti a scappare.
Le notizie sono a tutt’oggi alquanto confuse, ma non è questo il punto.
Lorenzo è andato lontano a fare la guerra perché non sopportava l’idea di rimanere inerme davanti al massacro compiuto ai danni della popolazione curda, Ousseynou è rimasto qui a portare la guerra perché non sopportava l’idea di rimanere inerme davanti al massacro compiuto ai danni dei migranti annegati nel Mediterraneo.
Nel suo testamento, Lorenzo l’ eroe ha dichiarato di non avere rimpianti essendo «morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà».
Invece nel corso del suo interrogatorio, Ousseynou il criminale ha dichiarato: «È stata una mia scelta personale, non ne potevo più di vedere bambini sbranati da squali nel Mediterraneo, donne incinta e uomini che fuggivano dall’Africa».
Chissà se per lui qualcuno in Senegal proporrà una onorificenza.
Di certo, qui in Italia, chi tanto si dà da fare per riempire di cadaveri i fondali del Mediterraneo il Ministro degli Interni, ormai legittimato dal Parlamento per aver chiuso i porti italiani ad una nave carica di dannati della terra, gli toglierà la cittadinanza.
Non se la merita, così impara a rimanere qui a seminare il panico fra i «ragazzini nostri» e a disturbare la nostra buona coscienza.
Per l’eroe morto, persino il Ministro degli Interni ha detto «una preghiera»;
per il criminale vivo no, c’è solo la galera.
Passi per l’etica che crepa lontana un continente, sotto una bandiera ed in tuta mimetica, ma l’etica che brucia di disperazione umana sotto l’uscio di casa, questo mai!
La particolare sensibilità delle persone dabbene, quelle che rimangono in silenzio, immobili, rassegnate spettatrici, non la apprezza.

Dall’altra parte dello specchio

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( Dal Web )

Il tizio sorride ai fotografi, con gli occhiali da sole pigiati sul naso e le cime innevate sullo sfondo.
Giunto la sera di Giovedì in una località sciistica degli Alti Pirenei, ha previsto di trascorrervi il fine settimana.
Quest’uomo è il Presidente della Repubblica.
È venuto a festeggiare in tutta tranquillità la fine del Gran Dibattito, il cui obiettivo era quello di incanalare sui binari istituzionali un movimento di rivolta che ormai dura da quattro mesi.
Sabato 16 marzo, a metà pomeriggio, questo stesso uomo, ora col volto contratto, è costretto ad interrompere la sua vacanza in tutta fretta.
Poco prima, la sindaca del distretto più ricco della capitale, ebbra di rabbia, ha chiesto di decretare lo stato di assedio per affidare all’esercito funzioni di polizia.
Poche ore dopo, un Primo Ministro quasi livido sbraiterà a più non posso, lanciando strali a casaccio contro gli atti dei «teppisti, saccheggiatori, incendiari, criminali».
E pure «assassini», ci tiene ad aggiungere senza batter ciglio il suo specialista in terrorismo di Stato.
È il 18° sabato consecutivo,  il potere è stato ancora una volta colto di sorpresa: impegnato a iperproteggere il suo piccolo triangolo composto da ministeri, ambasciate e Palazzo Presidenziale, ha dovuto cedere terreno al cospetto di una rabbia e di una determinazione che hanno devastato la più grande vetrina del paese.
E questa volta senza alcun riguardo.
Sabato 16 marzo, a fine mattinata, ce n’era per tutti i gusti sugli Champs-Elysees.
Le lussuose gioiellerie di BulgariMauboussin e Swarovski saccheggiate dopo che le pesanti protezioni erano state divelte, così come la boutique Celio i cui abiti sono stati condivisi al volo, o i negozi di cosmetici Yves Rocher, la gastronomia di Macaron Ladurée, i grandi magazzini di Tara JarmonZaraH&M e Lacoste, i negozi di elettronica Samsung, di smartphone Xiaomi, di calzature Weston, del PSG, di pelletteria Tumi e Longchamp, o ancora nel disordine i negozi di Hugo BossEric BompardNespressoEtamAl Jazeera PerfumesNikeSFRFoot LockerLeon de BruxellesDisneyGaumont e persino il cioccolataio Jeff de Bruges.
Almeno 110 negozi attaccati, 26 dei quali saccheggiati, senza contare più di un centinaio di altri che si trovavano sul percorso di manifestazioni selvagge.
Ben pochi sono stati risparmiati durante questa giornata di apertura al pubblico sugli Champs, malgrado i 256 manifestanti arrestati e i feriti, una giornata di sole che è riuscita a combinare altre discipline olimpiche non ufficiali, come il lancio di pavé disselciato o l’incendio volontario (in particolare quello del ristorante Le Fouquet’s, del mezzo di un cantiere e di altri veicoli, compreso uno della polizia di fronte al commissariato des Halles).
Quando abiti e gioielli di lusso cominciano a svolazzare gioiosamente in aria al grido di «rivoluzione! rivoluzione!» ed altri beni finiscono in fiamme o in svariati pezzi, non si può che riflettere sul tempo strappato allo sfruttamento, sul lavoro che schiaccia carne e neuroni giorno dopo giorno in cambio di poche briciole.
Ma il conseguente saccheggio di tutti questi beni che ci imprigionano tocca anche un’altra dimensione, quella della sua ultima ratio, come è stato detto a proposito delle rivolte dei Watts: colpisce la funzione stessa della polizia, una delle cui ragioni d’essere è appunto quella di ottenere che il prodotto del lavoro umano rimanga una merce la cui magica volontà è di essere pagata.
Sospinto da una folla eterogenea, questo Sabato parigino ha così espresso in modo eclatante una buona vecchia pratica di rivolta che non si può dire che manchi in molte altre città (come Tolosa, Bordeaux o Montpellier) fin dal mese di dicembre: spaccare le vetrine che quotidianamente si fanno beffe di noi, ma soprattutto cercare di passare dietro cogliendo l’occasione di prendere o distruggere ciò che proteggono.
Con le dovute cautele, fracassare lo specchio della normalità e ritrovarsi dall’altra parte potrebbe persino rivelarsi ancora più sorprendente.
Poiché, oltre al temporaneo rovesciamento dello spazio e del tempo del dominio, è la stessa prospettiva che potrebbe essere ribaltata.
Una volta infranto il fascino della vetrina, una volta che lo sguardo è capace di proiettarsi oltre la sua facciata, perché dovrebbe fermarsi in effetti in un così positivo percorso?
La libertà e la rabbia non sono altrettanto contagiose della passività e della sottomissione?
L’immaginazione e la perspicacia non sono qualità per coloro che vogliono andare ancora più oltre?
E in tal caso, perché lo sguardo non può continuare a vagabondare a piacimento, non solo dietro le vetrine ma anche in tutte le altre direzioni, in basso o in alto, dove proliferano i flussi di dati e di energia che le alimentano?
Sotto i nostri piedi o magari sopra le nostre teste.
Come un modo per continuare a eliminare il problema, questa volta direttamente alla fonte.
Anche in pochi, ciascuno secondo i propri tempi.

Dal carcere di Zurigo

tumblr_p65wz6jFC01ufku32o1_500( Dal Web )

Cari compagni, cari amici,
È ormai passato un mese da quando, il 29 gennaio, sono stato bloccato da alcuni poliziotti in borghese in auto e da altri due in bici che mi sono piombati addosso, mentre pedalavo in bicicletta dalla Langstrasse in direzione della Josefstrasse.
Tra gli agenti in borghese che erano in bici, ricordo una donna che deve avermi seguito fin da quando ho lasciato il mio appartamento.
Successivamente, in compagnia di una quindicina di intrusi, hanno fatto un’ ultima visita al mio appartamento, alla mia auto e alla biblioteca anarchica Fermento, dove hanno prelevato ogni disco rigido, materiale cartaceo e quant’ altro.
Così ora sono atterrato in questa altra dimensione, costituita da spazi angusti, da mobili fatti in serie, da lunghi corridoi, da sbarre e ancora sbarre e porte d’acciaio, a cui il via vai di chiavi nelle serrature detta il ritmo quotidiano.
A poche centinaia di metri da luoghi e persone che mi sono familiari, ma lontano dalla violenza di un’intera società, che preferisce il regime dei muri e delle leggi al regno della libertà e della coscienza.
All’esterno, è possibile sognare, sperimentare, ribellarci per la dignità negata davanti alle atrocità che sostengono questo mondo e a poco a poco le nostre esperienze e idee formano un tutt’ uno e ci chiariscono, col pensiero e l’azione, le condizioni del dominio per liberarcene, rifiutando il catalogo di modelli prestabiliti, compresi quelli definiti anarchici.
Un progetto rivoluzionario in cui la teoria e l’azione si intrecciano e si scontrano costantemente si sviluppa in noi e, come per magia, cresciamo arrivando quasi a credere di poter abbracciare il mondo e poi, crack!.
In un attimo tutto si riduce a pochi metri quadrati!
Ogni anarchico lo sa e lo ha sempre più o meno presente in un angolino della propria testa.
E il fatto stesso che esista questa possibilità, che è emblematica e sta alla base di questo ordine sociale, costituisce più di una semplice ragione per non rendere la nostra vita una prigione già fuori dalle mura: quella delle convenzioni e dei pregiudizi, dei crescenti compromessi e delle soddisfazioni superficiali che il giorno dopo ci portano ad agire per costrizione e per la paura di sentirci minuscoli.
Questo progetto rivoluzionario che ogni anarchico sviluppa in sé, continua a progredire anche quando si finisce in prigione.
Per favorire la solidarietà rivoluzionaria, non soltanto antirepressiva o com’ è comprensibile umana, che è quella che sento anche nei confronti di chiunque langue nelle galere dello Stato, non dobbiamo sacrificare la nostra iniziativa ai diktat della repressione.
Potremmo essere tentati a concentrarci solo sul manganello e sul carcere.
Ma in fondo, repressione è anche sottomettersi a contenuti e rituali simbolici che ci rinchiudono in un ghetto culturale, è rimanere al di fuori della realtà della guerra sociale, offrire soluzioni partecipative per piccoli compromessi, rimproverare e assillare in generale con riprovazioni e informazioni che hanno un’importanza sempre meno reale, perdere il linguaggio con cui formuliamo le nostre idee per renderle più comprensibili a noi stessi e agli altri.
Tutto ciò d’ altronde contribuisce forse molto più a reprimere una rivolta contro l’ordine vigente e le relazioni instaurate.
Penso che dovremmo quanto meno intravedere un legame fra questi problemi.
Per quanto mi riguarda, considerate le circostanze, posso dire di stare bene.
Mi rattrista essere stato strappato all’ improvviso dai miei cari e dai miei amati sogni.
Ma riesco perfettamente a trovare una dimensione dentro di me e attorno a me.
Uso il mio tempo anche libero per leggere e scrivere, imparare e studiare.
Ci sono alcune persone, qui, con le quali riesco a intendermi.
Avrei davvero piacere di ricevere notizie e analisi sugli accadimenti in tutto il mondo, pubblicazioni anarchiche (in buste appropriate) e naturalmente lettere di amici e compagni.
Capisco il tedesco, il francese, l’ italiano, l’ inglese e un po’ lo spagnolo e il turco. Ovviamente, i miei accusatori partecipano anch’ essi alla lettura di ciò che mi viene inviato.
Infine, vorrei ringraziare calorosamente tutti coloro che mi sostengono con i mezzi che hanno a disposizione.
Auguro forza e coraggio a voi che siete fuori , ce n’è più bisogno che dentro.
La salute è in voi, come si diceva una volta.
Vi abbraccio con tutto il cuore!
1 marzo 2019, prigione di Zurigo
[13/3/19]
Per scrivergli utilizzare come tramite la Biblioteca anarchica Fermento di Zurigo:
Anarchistische Bibliothek Fermento
Zweierstrasse 42
8005 Zürich
bibliothek-fermento [ät] riseup.net

Interrogativi fatali

L’ospite inatteso
Alfredo M. Bonanno
Edizioni Anarchismo, Trieste 2014
«Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono.
Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu?
Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi.
Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio.
Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi».
(Frank Kafka, lettera ad Oskar Pollack, 27/1/1904)
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Questo libro è un’ascia.
Ma prima di usarlo forse sarebbe il caso di porsi un interrogativo: cosa c’è dentro di noi? Se non c’è alcun mare ghiacciato, ma il flusso di dati telematici il cui compito è quello di in-trattenere, non abbiamo bisogno di un’ascia.
Se non c’è una banchisa che paralizza i nostri movimenti, ma un deserto del cui nulla si è felici e soddisfatti perché non ci fa perdere tempo con idee e sogni di cui progettare la realizzazione, non abbiamo bisogno di un’ascia.
Perché vibrare un colpo nel vuoto non spezza, non rompe, non libera, fa solo perdere l’equilibrio.
Di una simile ascia abbiamo bisogno se vogliamo aprire gli occhi, non tenerli chiusi; se desideriamo chiarire i pensieri, non offuscarli.
Non voler essere morsi e punti è un ottimo motivo per stare alla larga da questo libro, la cui lettura non corre certo il rischio di rendere felici.
Perché la protagonista assoluta di queste pagine è la morte.
Non la morte astratta, intesa in senso più o meno metafisico, né quella che prima o poi sappiamo bene incontreremo tutti, dato cronologico su cui è inutile soffermarsi sopra. No, è proprio la morte concreta, materiale, inaspettata, quella che su decisione fatale riduce un corpo umano vivente in «un mucchietto di stracci».
Quella che non solo ci può sempre essere inflitta dai nostri nemici, ma che noi possiamo sempre infliggere ai nostri nemici.
Al di qua di tale soglia conosciamo a memoria le lamentele ed i riti di circostanza, ma al di là… bastano le rivendicazioni ideologiche?
Questo libro è un’ascia.
Fosse un uncino, conterrebbe magari comode istruzioni d’uso ed immagini eroiche come parate in mimetica.
Parole edificanti, mobilitanti, roboanti — un bando di arruolamento alla causa, una promessa di vittoria internazionalista, da smerciare in fretta e furia sul mercato della politica rivoluzionaria.
Ma qui non ci sono certezze corroboranti, solo dubbi.
Non vengono ostentati trofei per raccogliere applausi, con molta discrezione viene evocata l’apparizione di ciò che non si attende — la morte violenta di un essere umano, per quanto reputata giusta e necessaria — per interrogarsi sul suo significato.
Ecco perché questo libro fa male.
Perché non offre risposte facili da mandare a memoria, capaci di cullare il sonno del giusto, ma solleva domande insopportabili e tuttavia indispensabili da affrontare.
Quella decisione fatale infatti è irrevocabile, se non dà scampo a chi la subisce in un certo senso non lo dà nemmeno a chi la prende.
Premere un grilletto è facile quando lo si fa per riflesso condizionato, o per obbedire ad un ordine.
Basta un dito.
Ma premerlo in piena consapevolezza, su decisione autonoma, richiede una riflessione incondizionata (senza la quale non si è esseri umani, ma fantocci, foss’ anche con la bandiera che reputiamo giusta).
Nel primo caso si mette a tacere la voce dell’anima, nel secondo la si interroga senza sosta con domande spietate.
Spietate come quelle che hanno segretamente tormentato l’autore di questo libro per oltre quarant’ anni e di cui solo ora, giunto quasi alla fine del suo viaggio, ci fa partecipi.
Regalo terribile quanto prezioso, di una generosità di cui essergli grati in quest’epoca infestata da diari di guerra istantanei e vanitosi come un selfie.

Antiprogressismo in Leopardi

Di questa età superba, 
Che di vote speranze si nutrica, 
Vaga di mance, e di virtù nemica: 
Stolta, che l’util chiede, 
E inutile la vita 
Quindi più sempre divenir non vede 
(Il Pensiero dominante). 
Adriano Tilgher
Ciò che all’ età sua Leopardi non sapeva perdonare era l’esaltazione della Ragione come forza benefica ormai destinata essa sola a reggere l’umanità, era l’ ideologia con cui essa giustificava a sé stessa il suo travaglio: l’ideologia del Progresso perpetuo necessario illimitato e del Lavoro concepito come dovere supremo e somma felicità dell’uomo ed esaltato come forza demiurgica creatrice di una società più ricca, più giusta, più felice. Ideologia che nei primi anni del secolo decimonono, favorita dalla pace succeduta alle guerre napoleoniche e dai primi trionfi della grande industria, era diventata una vera e propria religione laica, il Sansimonismo, che dalla Francia cominciava a dilagare in tutta Europa.
Contro questa ideologia che esalta le magnifiche sorti e progressive dell’umanità (La Ginestra) il poeta scocca frecce di cui il secolo trascorso dopo che furono lanciate mostra ad esuberanza quanto fossero acute e come toccassero il segno.
Che il cresciuto commercio, i progressi tecnici, la possa de’ lambicchi e delle storte — e le macchine al cielo emulatrici (Palinodia), la diffusa istruzione possano dare all’ uomo benessere e distrazione, egli ammette volentieri; ma felicità, no di certo.
Felicità delle masse?
E come possono essere felici le masse quando gli individui uno per uno son tutti infelici! Egli prevede le guerre che nasceranno dalla concorrenza commerciale e industriale. L’amore universale bandito dai fanatici del Progresso come meta finale del progresso umano gli sembra una utopia, e nemmeno troppo bella: l’amore universale ucciderà l’amor di patria e chi lo sostituirà non sarà l’amore di ognuno per tutti, ma l’odio di ciascuno contro ciascuno e l’egoismo universale.
Pensare che l’intensificarsi dei commerci, il crescere del confort, il progresso tecnico significhi miglioramento morale è per Leopardi follia: in ogni età, con o senza macchine, virtù valore merito staranno in basso; ardire frode mediocrità trionferanno; il buono sarà sempre vinto, il vile sarà sempre vittorioso, il debole sarà sempre oppresso, il povero sarà sempre servo e ciò per legge di natura ineluttabile ( Palinodia. Cfr. anche Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi ).
Di che si vanta questa età? Del progresso?
Ma gli Antichi erano più forti, quindi più felici, di noi.
Dei lumi più diffusi?
Ma il sapere progredisce per opera di pochi dottissimi, non di molti semidotti.
Dei suoi studi di economia, statistica e politica?
Ma alla felicità contribuisce più la immaginazione che la ragione, più la poesia che la scienza, più il dilettevole che l’utile (Dialogo di Tristano e di un Amico; lettera a Giordani 24 luglio 1828).
Ma se il poeta è sdegnato e disgustato, non meno sdegnato e disgustato è «di quelli che piangono, condannano, biasimano, oppugnano, combattono la civiltà moderna e i lumi del secolo e i suoi progressi» (Discorso sui costumi degl’Italiani) e vorrebbero il ritorno al Medio Evo.

Insomma, ciò di cui Leopardi non vuol sapere non è la civiltà moderna, che molto occupando l’uomo molto lo distrae, è la Filosofia del Progresso.
E non ne vuol sapere perché in essa (molto esattamente), vedeva una forma laica del Cristianesimo, un nuovo antropocentrismo, un rigurgito di Medio Evo.
Infatti dire che l’uomo è oggetto delle cure di un Dio personale che lo ha messo al mondo, si è incarnato ed è morto per lui, ne guida i passi e lo conduce a una finale felicità, dire che il cammino dell’Umanità è retto dalla legge del progresso perpetua indefinito necessario (legge che per alcuni era voluta da Dio, per altri era Dio sesso, Dio immanente) è, in fondo, la stessa cosa, è sempre un concepire il mondo come retto da una potenza provvidente e benevola all’ uomo, è sempre un fare dell’ uomo il centro del mondo, il termine finale del moto delle cose.
Il Cristianesimo professava il Dio-Uomo; la Filosofia del Progresso l’Uomo-Dio; ma per Leopardi il mondo non è retto da nessuna legge provvidenziale di svolgimento, è a caso, dominio di un Potere ignoto e ostile,  l’ uomo non può mai essere altro che uomo cioè un animale inesorabilmente infelice.
E la Filosofia del Progresso gli sembrava cullasse l’uomo in vane speranze e ne incoraggiasse la segreta viltà: «Ho il coraggio — scrive magnanimamente Leopardi — di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera» (Dialogo di Tristano e di un Amico).
Ci sono stati, certo, pensatori più grandi di Leopardi, ma nessuno mai animato da più intrepida ed eroica volontà di scrutare la verità fino in fondo, per triste e desolata che ne fosse la vista.
Nessuna meraviglia, perciò, che quella «filosofia» dell’ accomodamento, dell’ ipocrisia e della pusillanimità che è il pseudo idealismo italiano gli sia nemica e tenti ridicolmente negargli qualità di filosofo.

Schiavi oppure operai?

James Henry Hammond

Il 4 marzo 1858 James Henry Hammond, senatore ed ex-governatore del South Carolina, nonché ricco proprietario di schiavi, tenne al Senato degli Stati Uniti un memorabile discorso in favore della schiavitù. La sua assai poco ironica analogia fra gli schiavi del Sud e gli operai del Nord fece infuriare molti suoi colleghi politici nordisti. Persino i più razzisti fra loro mostrarono di non gradire le sue parole. In effetti non capita tutti i giorni di sentire pronunciare, e con sprezzante sincerità, l’apologia della gerarchia sociale basata sulla divisione di classe. Ricordiamo che l’onorevole James Henry Hammond — secondo cui gli schiavi erano i più fortunati dei neri, «felici e contenti» di venire elevati grazie alla schiavitù — stuprò ripetutamente almeno due delle sue schiave (una delle quali, la prima volta, aveva appena 12 anni).
Quello che segue è un estratto del suo disgustosamente istruttivo discorso.

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( Dal Web )

In tutti i sistemi sociali ci deve essere una classe per adempiere agli umili doveri, per svolgere il lavoro ingrato della vita.
Ovvero una classe con un basso grado di intelligenza e poca abilità.
I suoi requisiti siano vigore, docilità, fedeltà.
Occorre che ci sia una classe di tal fatta, altrimenti non esisterebbe quell’altra classe che conduce al progresso, alla civiltà e alla raffinatezza.
Essa costituisce il vero basamento della società e del governo politico, senza il quale potreste anche tentare di costruire una casa in aria…
Fortunatamente per il Sud, si ritrova una razza adatta a questo scopo.
Una razza assai inferiore, ma eminentemente qualificata per temperamento, vigore, docilità, capacità di sopportare il clima, di corrispondere alle sue richieste.
Li usiamo per i nostri scopi e li chiamiamo schiavi.
Li abbiamo definiti schiavi con il comune «consenso dell’umanità» che, secondo Cicerone, «lex naturae est».
La principale prova di ciò è la legge della Natura.
Siamo ancora vecchio stile, al Sud; schiavo è una parola ora scartata dalle «orecchie educate».
Non definirò quella classe al Nord con quel termine, ma voi l’avete.
È lì, è in ogni luogo, è eterna.
Il senatore di New York ha detto ieri che il mondo intero ha abolito la schiavitù.
Sì, il nome, non la cosa; tutte le potenze della terra non possono abolirla.
Dio solo può farlo qualora rinneghi l’ordine «il povero che hai sempre con te».
Perché l’uomo che vive con il lavoro quotidiano e vive a malapena grazie ad esso e che deve mettere il proprio lavoro sul mercato per ricavarne il meglio che può ottenere, in breve, la vostra intera classe prezzolata di lavoratori manuali e «operativi», come li chiamate voi , essenzialmente è formata da schiavi.
La differenza fra noi e voi è che i nostri schiavi sono assunti a vita e ben ricompensati; non c’è fame, né accattonaggio, né bisogno di lavoro tra la nostra gente, e neanche troppo lavoro.
I vostri sono assunti di giorno in giorno, non vengono curati e sono malamente ricompensati, il che può essere provato nel modo più doloroso a qualsiasi ora in qualsiasi strada di una qualsiasi delle vostre grandi città.
Perché s’incontrano più mendicanti in un solo giorno, in una singola strada di New York, di quanti se ne incontrerebbero nel corso di una vita in tutto il Sud.
Non pensiamo che i bianchi debbano essere schiavi né per legge né per necessità.
I nostri schiavi sono neri, di un’altra ed inferiore razza.