Archivio mensile:aprile 2019

Il 25 aprile e quel rinnovato rancore

Aprile

( Dal Web )

Cosa si festeggia il 25 aprile? Ciò che genericamente è indicata come “Festa della liberazione d’Italia”, è in realtà l’anniversario del giorno in cui, nel 1945, vennero liberate Milano e Torino. Ciò anche a seguito della proclamazione – qualche giorno prima – dell’insurrezione dei territori e della condanna a morte dei gerarchi fascisti e di Benito Mussolini (sarà fucilato tre giorni dopo presso Como) da parte del Comitato di liberazione nazionale. A far parte dei vertici del Cln c’erano, tra gli altri, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani,

Si tratta, quindi, di una data convenzionale scelta nel 1949 – la guerra, infatti, continuò per qualche altro giorno fino al maggio 1945 – ma altamente simbolica. Il suo valore è strettamente connesso alla memoria di quel periodo e al veto perenne del fascismo da parte della giovane democrazia italiana.

Da allora questa ricorrenza dimostra, tuttavia, come il nostro Paese non sia mai riuscito a fare i conti pienamente con la propria storia. E come la frammentazione ideologica, caratterizzata da continue contrapposizioni, sia nel dna di questo Paese sin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini (o di Romolo e Remo, per “restare in famiglia”).

Infatti persino oggi, a distanza di oltre settant’anni da quel periodo buio, il clima si mantiene inquieto, le polemiche si rinnovano, i toni restano accesi e soprattutto le cronache registrano gesti irriverenti, come la semidistruzione di un monumento in noce dedicato ad una partigiana, collocato soltanto qualche giorno fa a Vighignolo, vicino Milano, o le rituali polemiche per targhe commemorative aggiunte o rimosse.

La convalida dell’inconciliabilità delle due visioni in campo viene dalla natura dei protagonisti della contrapposizione: per lo più scomparsi i testimoni diretti di quelle ormai lontane stagioni, a rinnovare la pregiudiziale antifascista nelle sezioni dell’Anpi, la storica associazione dei partigiani, sono soprattutto i giovani dei centri sociali, mentre a dichiararsi sostenitori e “continuatori” del fascismo sono spesso ragazzini minorenni dell’estrema destra.

Insomma il 25 aprile conferma – spesso accentua – la mancanza di una percezione armonica, unitaria, nazionale nel nostro rapporto con la memoria storica, ripresentandosi ogni anno come una costante occasione persa in termini di “normalizzazione”, qualcuno direbbe di “riappacificazione”, tra ideologie opposte e, obiettivamente, incompatibili.

In questa insanabile frattura, di cui non è facile individuare con esattezza le cause, è però possibile accertare precise responsabilità tanto in ambienti di sinistra quanto di destra.

A sinistra una certa retorica ha voluto imporre il monopolio ideologico a questa ricorrenza, disinteressandosi del carattere collettivo della lotta di liberazione, che ha coinvolto anche forze cattoliche, liberali, persino monarchiche. Ciò ha contribuito a trasformare un momento di celebrazione in una sorta di livorosa resa dei conti. Qualche anno fa esplose, ad esempio, una dura polemica – in un pesante e inaccettabile clima di intimidazione – sulla partecipazione alla manifestazione del 25 aprile della brigata ebraica, cioè proprio dell’etnia che ha pagato il contributo più drammatico all’ideologia nazifascista.

Parallelamente la destra attuale, in particolare la Lega, dovrebbe con chiarezza prendere le distanze da certe formazioni politiche giovanili nostalgiche del Ventennio.

La memoria oggettiva, obiettiva, attiva, capace di consegnarci segni e significati, dovrebbe essere insomma vera metafora di vita. Cioè costituire il vaccino necessario per preservare dal ripetersi di errori ed orrori del passato.

(Domenico Mamone – presidente Unsic)

Diviso zero

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( Dal Web )

Qualche giorno fa, in provincia di Foggia, si è verificato l’ennesimo incidente sul lavoro. Due le vittime, una delle quali deceduta.
Cose che capitano, soprattutto quando si fanno mestieri pericolosi.
E andare in giro a ficcare il naso nella vita altrui, a fare domande impertinenti con tono intimidatorio e minaccioso, a mettere le mani addosso a persone e cose per frugare in maniera indiscreta, talvolta al fine di privarle della loro libertà per un periodo più o meno lungo, è senza dubbio un mestiere pericoloso.
Non a caso chi ha scelto di compierlo segue un addestramento specifico e va sempre in giro armato.
Ecco perché non siamo affatto rimasti sorpresi dalla notizia dell’incidente sul lavoro in cui sono incappati due carabinieri pugliesi.
Il loro aggressore, perquisito già due volte nei giorni precedenti e trovato in possesso prima di droga e poi di un coltello, aveva pure avvisato i militari della caserma («ve la farò pagare»).
Allora, come stupirsi che qualcuno a un dato momento decida di passare dalle parole ai fatti?
Troviamo invece alquanto sbalorditiva l’incredulità espressa sull’ accaduto dalle autorità locali, le quali pare non si capacitino che i loro servitori armati possano rimanere travolti dalla tempesta di rabbia seminata dal vento dei posti di blocco, dei controlli e delle perquisizioni.
Come se fosse ormai dato per scontato, universalmente noto a tutti ed a ciascuno che la repressione — principale compito delle forze dell’ordine — possa e debba raccogliere solo applausi e consensi.
Il procuratore di Foggia, ad esempio, nel corso della conferenza stampa ha dichiarato che l’omicidio del maresciallo ed il ferimento del suo collega di pattuglia sono «totalmente privi di motivazioni».
Parole che indicano l’intima convinzione di aver già realizzato l’incubo totalitario di un mondo epurato da desideri e passioni, il solo in cui chi viene seguito, pedinato, fermato, interrogato, perquisito, denunciato e in molti casi pure maltrattato,  poi processato e condannato, non riesce a provare alcuna ostilità nei confronti di chi lo ha seguito, pedinato, fermato, interrogato, perquisito, denunciato…
Un animale che morde chi lo mette alla catena per consentirgli al massimo di sopravvivere, è ancora ancora comprensibile.
Un’ identica reazione in un essere umano, giammai: è totalmente priva di motivazione.
Il procuratore di Foggia ne è talmente persuaso da denunciare a gran voce «l’atteggiamento culturale che porta a reagire a dei controlli e a sparare contro lo Stato: tutto questo esprime un livello di avversione verso lo Stato. In questa mentalità ci vedo il collegamento con la criminalità organizzata».
Il delirio legalitario divide così l’umanità in onesti cittadini e feroci criminali.
I primi, pur vessati o controllati passo passo, non reagiscono mai.
Non essendo né animali con la loro selvatichezza né esseri umani con la propria dignità, non hanno più una libertà da difendere.
Ridotti ad ingranaggi adibiti a funzionare all’interno del sistema sociale, i cittadini rimangono ossequiosi e scodinzolanti davanti a una divisa.
Chi non lo fa, sarà magari un affiliato della Sacra Corona Unita.
Simili considerazioni fanno il paio con quelle dell’arcivescovo della diocesi.
A suo dire «di fronte a questi fatti uno rimane completamente disarmato… Io sono qui da meno di tre mesi e mezzo e ci sono stati tre delitti con moventi differenti: tenendo conto delle percentuali della popolazione che ci sono è quasi da America Latina. Qualcosa bisogna pur fare. Questo terzo omicidio mi sembra il più grave anche perché è diretto alle Istituzioni al servizio del territorio e della società».
L’esagerazione più patetica è proprio tenendo conto delle percentuali della popolazione che si è stabilito che fra le 50 città più pericolose del mondo nessuna è in Italia e 43 sono in America Latina, viene qui scomodata per giungere alla conclusione più interessata: 
il delitto più grave è quello contro le istituzioni.
Passi ammazzare donne, immigrati, pregiudicati o poveracci vari…
Si tratta questo di un parere condiviso dalla benemerita Arma, la quale in un comunicato (dove per altro curiosamente non si parla di agguato, ma di reazione ad un ennesimo controllo), ha espresso il proprio cordoglio con parole toccanti:
«una vita umana vale il mondo intero».
Va da sé che qui con «umana» si intende solo la vita dei colleghi in uniforme, che quella di uno Stefano Cucchi o di un Giuseppe Uva (tanto per fare solo due esempi noti), non vale un soldo bucato.
Chi li ha massacrati di botte non corre certo il rischio di passare, come augurato col suo solito stile sobrio dal Bullo degli Interni, «il resto dei suoi giorni in galera lavorando dalla mattina alla sera. Troppo comodo stare in carcere a guardare la tv».
Per noi troppo comodo è stare su di uno scranno ad esercitare il potere.
Si finisce con l’abituarsi all’ obbedienza altrui al punto da indignarsi di fronte alle più naturali reazioni umane, come la rabbia e la dignità ritrovata.

Cosa vogliono gli anarchici?

Quello che segue è un contributo inviato da un compagno detenuto nel carcere di Zurigo (Svizzera) alla discussione pubblica Cosa vogliono gli anarchici?, tenutasi presso la biblioteca anarchica Fermento il 9 febbraio. 
Il compagno in questione è stato arrestato il 29 gennaio scorso, accusato dell’incendio di una decina di veicoli dell’esercito nella base militare di Hinwil avvenuto nel settembre 2015, e di quello di una antenna-radio della polizia a Zurigo nel luglio 2016, oltre ad essere accusato di istigazione a delinquere – tramite l’affissione di un manifesto all’interno della biblioteca – ai danni del centro per immigrati di Bässlergut attualmente in costruzione a Basilea e del centro di Polizia e Giustizia a Zurigo.
In Svizzera, la carcerazione preventiva viene prorogata di tre mesi in tre mesi… e può durare diversi anni nell’attesa di un processo.
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Cari compagni,

in occasione della discussione attorno alla questione “Cosa vogliono gli anarchici?” voglio sedermi e mettere su carta alcune riflessioni che sicuramente vi arriveranno con un po’ di ritardo, dato che qui tutto deve passare attraverso la censura.

Cosa vogliono gli anarchici?

Non stare in carcere. È questa la prima cosa che mi viene in mente.

Ma ciò dimostra chiaramente, proprio come le porte blindate che ho davanti agli occhi, che volere qualcosa non è sufficiente.

Senza le condizioni che permettano di afferrare l’oggetto della volontà nella realtà e di superarla con l’azione, ciò rimane la mera espressione di un desiderio, come capita a coloro che ancora credono in Babbo Natale o che, ormai adulti, credono in una forza oggettiva che influenza il mondo e che un giorno ci libererà.

Si chiami essa DioRagioneDialettica o Progresso. Niente di simile.

Per gli anarchici, ognuno di questi principi astratti rappresenta lo stesso inganno.

E può darsi che abbiamo riflettuto troppo poco sul fatto che presso gli antichi greci, prima di diventare sinonimo di dominio, archê designava il principio primario, alla base di tutto.

È a partire da questo elemento religioso originario che si è sviluppata la giustificazione dell’autorità e infine del mostro dello Stato.

Quindi, in mancanza di Weltgeist [spirito del mondo], come lo chiamava Hegel, o di materialismo dialettico nella variante diretta di Marx, dobbiamo liberarci da soli.

E perché questo accada, bisogna ovviamente volerlo, ma la volontà può anche essere una prigione per noi.

Per esempio, in certi momenti le atrocità che abbiamo attorno mi hanno fatto sentire più prigioniero fuori che dentro.

Qui, la volontà viene necessariamente ridotta in un perimetro.

Ma fuori si scontra con altri muri, meno evidenti e per questo motivo ancora più insidiosi.

Sono questi che dobbiamo prima di tutto identificare e demolire pietra su pietra, affinché un giorno possano crollare i muri materiali delle prigioni.

Ecco perché non desidero parlare qui della bellezza dell’anarchia, della purezza dei principi anarchici.

Si tratta di cose nobili a proposito delle quali possiamo fare riferimento a un intero secolo di propaganda anarchica, intendo concentrare la mia attenzione meno sul problema del «Cosa» che su quello del «Volere».

Noi possiamo volere solo ciò che in un modo o nell’altro comprendiamo e che quindi riusciamo ad immaginare, foss’ anche la più singolare delle utopie.

Ciò significa che il nostro volere non è assolutamente libero come quelli su cui per molto tempo si è basata la tradizione volontaristica di tanti anarchici, dipende dal nostro immaginario, dalla nostra cultura nel senso più ampio del termine.

Questi non implicano soltanto la tradizione letteraria e l’istruzione generale, ma anche ciò che mangiamo e come, il modo in cui ci vestiamo, ci relazioniamo, comunichiamo, amiamo, in pratica tutti gli aspetti della vita quotidiana.

In una società in procinto di far rientrare tutti questi aspetti in un cerchio chiuso amministrato dalla tecnologia, il potere si dà la possibilità di separare sempre più la cultura dalla realtà.

Ciò non riguarda solo la massa maggioritaria degli esclusi, amministrati passivamente, ma anche coloro che occupano posti amministrativi, in tal senso, si può dire che la tecnologia abbia progressivamente incorporato lo Stato, le vecchie strutture di dominio politiche ed economiche.

Alcuni hanno usato il concetto di derealizzazione in un tentativo ancora stentato di comprendere questa evoluzione che ingloba tutto e che richiede tutti i nostri sforzi, non bisogna intendere la tecnologia unicamente come un insieme di apparati, ma prima di tutto come un velo inconsistente di forme e contenuti che ricopre vieppiù la realtà, cercando di sostituirla come riferimento.

Una volta sigillatosi questo cerchio, i contenuti culturali e il nostro immaginario non potranno più offrire sbocchi di azione liberatrice alla nostra volontà, che ha bisogno di avere almeno un contatto con la sostanza reale del potere (in tutti i suoi aspetti) e dello sfruttamento.

La volontà di liberarsi si trasformerà in un mero surrogato di azioni simboliche, rinchiuse nel loro universo culturale di schemi di pensiero separati, con slogan e simboli pesanti, chiacchiere e rituali dilaganti.

Inutile sottolineare che anche gli anarchici sono influenzati da questa evoluzione. questo può essere dovuto al fatto che crediamo un po’ troppo di avere la verità o il rosario dei principi in tasca e non riteniamo necessario insistere nell’ approfondimento dei problemi che, alla fin fine, pongono pur sempre la questione dell’agire nella realtà.

Gli anarchici hanno un’idea di libertà che non può essere suddivisa in gradazioni o per settori, né racchiusa in parole.

Dal momento che non vogliono né un semplice adeguamento del dominio esistente, né l’avvento di un nuovo dominio sotto altre forme, devono partire da una visione globale. Il nostro pensiero è costretto ad afferrare il mondo in concetti e situazioni separati per agevolare la comprensione.

Tuttavia, il mondo nella sua totalità, così come l’idea di libertà, è unico e indivisibile e trova spazio solo nel nostro cuore, altrimenti risulterebbe incomprensibile l’affermazione di Bakunin, secondo cui non possiamo essere veramente liberi finché un solo essere umano nel mondo si trovi in catene.

Oggi più che mai, penso che abbiamo bisogno di imparare a non prestare attenzione solo alle parole che spesso sono fuorvianti, ma più al cuore, a ciò che risuona tra le parole, se a comunicare sono solo le parole, la ricerca dell’affinità alla fine può essere vana.

Un giorno qualcuno ha detto che colui che ha una testa d’asino non può scoprirsi all’ improvviso un cuor di leone.

Mi sembra che oggi la sola via d’uscita per la ribellione sia di mirare direttamente al cerchio sopra menzionato, e questo include anche l’appropriazione dei mezzi culturali di cui il potere cerca di privarci a tutti i livelli.

Un elemento è certamente la conoscenza sull’oggetto della volontà, la quale potrebbe diventare persino un ostacolo e perdere il contatto con la realtà qualora avesse una pretesa esclusiva.

Un altro elemento, ancora più importante, è costituito da alcune qualità che possono apparire assai poco moderne, ma che sono la base per il superamento della volontà nell’ azione: in primo luogo il coraggio, la determinazione, ma anche, nient’affatto in opposizione, l’amore nel suo fondamento universale, l’apertura nei confronti degli altri, la sensibilità, la creatività.

Il libro, che fino a un certo momento sembrava essere al centro dell’evoluzione culturale, è diventato un oggetto fuori moda, con la sua pretesa di rinchiudere il mondo in una copertina, ovviamente possiamo mandarlo all’inferno, eppure, è un tesoro quasi inesauribile di stimoli divenuti rari al giorno d’oggi che potrebbe sfuggirci, come occasione di riflessione provvisoria per approfondire e radicare gli elementi che ho citato.

Per concludere, penso che gli anarchici vogliano la trasformazione rivoluzionaria dell’ordine statale basato sulla violenza, con tutta la sua storia di guerre, sfruttamento e miseria di massa per procurare privilegi ad un gruppo dominante.

Una trasformazione nel senso di un’associazione senza Stato, decentralizzata e auto-organizzata, di individui, di gruppi, di comunità, ecc.

Non tutti, ma la maggior parte delle persone sono dell’avviso che le attuali condizioni tecnologiche di produzione siano incompatibili con la prospettiva di un’autonomia in libertà. 

Gli anarchici vogliono organizzarsi nello specifico in minoranza rivoluzionaria per lottare in prima persona, oltre che per incoraggiare l’auto-organizzazione nelle lotte. Solo questa può essere la base di una trasformazione rivoluzionaria che non conduca al potere un nuovo gruppo politico.

Non tutti, ma la maggior parte ritengono che una tale trasformazione non possa essere il risultato di una Grande sera o di un mero lavoro pedagogico, ma che possa realizzarsi solo attraverso una lunga e talvolta dolorosa serie di lotte intermedie e di tentativi insurrezionali degli oppressi. 

Ecco perché cercano di capire sufficientemente i mutamenti delle realtà e dei conflitti sociali in senso globale, per mettersi in gioco non come elementi estranei ma facendo proposte e prendendo l’iniziativa, laddove intravedano un potenziale sviluppo in tale direzione.

Certamente potrei sbagliarmi, ma è quello che penso nell’ attingere dall’esperienza del movimento anarchico, ma è anche ciò che penso personalmente.

Ritengo inoltre che stiano avvenendo dei cambiamenti globali del potere, il che potrebbe significare la nostra perdita senza che ce ne accorgiamo, se non ci apriremo al nuovo, e il nuovo arriva sempre attraverso l’azione.

Mi auguro che la serata darà luogo ad una vivace discussione, con nessun timore di contraddire e confrontarsi, non per la volontà di avere ragione, ma per quella di meglio comprendere per meglio agire.

In fin dei conti, teniamolo sempre a mente, è niente di meno che la nostra vita ad essere in gioco.

«Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante»
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
8 febbraio 2019, carcere di Zurigo

Guarda che bel fungo!

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( Dal Web )

«Un individuo mangia dei funghi e s’avvelena.
Il medico gli dà un emetico e lo salva. Il guarito corre subito dal suo cuoco e gli dice:
— I funghi di ieri in salsa bianca mi hanno avvelenato! Domani li farai con salsa nera.
Il nostro individuo mangia i funghi con salsa nera. Secondo avvelenamento, seconda visita dal medico e seconda cura con emetico.
— Perbacco! — dice al cuoco — Non voglio più funghi con salsa nera né con salsa bianca. Domani li friggerai.
Terzo avvelenamento con accompagnamento dal medico ed emetico.
— Questa volta — esclama il nostro uomo — non mi farò fregare! Mastro Giacomo, fate i funghi canditi.
I funghi canditi lo avvelenano di nuovo.
— Ma è un imbecille — direte voi — Ch’egli getti i funghi nell’immondezzaio e non ne mangi più.
Siate meno severi, ve ne prego, perché questo imbecille siete voi, siamo noi, è l’umanità intera. Sono ormai quattro o cinquemila anni che confezionate lo Stato — cioè il Potere, l’autorità, il governo — in tutte le salse, che fate, disfate, tagliate, limate Costituzioni su tutti i padroni e che l’avvelenamento continua.
Avete provato con i re legittimi, con i re di fatto, con i governi parlamentari, con le repubbliche unitarie e centralizzate, e la cosa che più vi danneggia, il dispotismo, la dittatura di Stato, l’avete scrupolosamente rispettata ed accuratamente conservata».
(Athur Arnould, Stato e Rivoluzione, 1877)
Se sinistrorsi e cittadinisti sono imbecilli non è tanto perché adorano i funghi, che a parecchi di loro in realtà non garbano punto, ma perché ritengono di non poterne fare a meno. Inchiodata saldamente nella loro testolina c’è l’equazione funghi=cibo=vita.
Non c’è scampo.
Sono secoli che cambiano un cuoco dopo l’altro, rimbrottandolo ad ogni visita dal medico e licenziandolo ad ogni ricovero in ospedale.
Di tanto in tanto a qualcuno di loro balza in mente un sospetto, ma essendo degli imbecilli finiscono col ritenersi vittime di qualche oscuro complotto ordito tra i fornelli. Dopo aver deciso di fare da sé, si cimentano facendo saltare in padella l’amanita della politica.
In autonomia, in autogestione, in trasparenza.
Niente da fare, il risultato è sempre lo stesso — l’avvelenamento.
Ora che i funghi gialli in salsa verde stanno provocando gastroenteriti e cefalea, con tanto di nausea e vomito, cosa credete che faranno?
Licenzieranno lo chef a 5 stelle e proveranno con un nuovo cuoco, affidandogli ovviamente il compito di preparare gli stessi miceti.
In basso, chi non si fida della cucina italiana invocherà funghi in salsa tzatziki alla Tsipras, o funghi all’aglio Podemos.
Chi dà tutta la colpa alle ossidate pentole nostrane cercherà di mandare all’estero uno chef italiota, magari qualche casalinga valsusina, a mixare funghi di montagna e cavoletti di Bruxelles.
Fra i vecchi rintronati che ricordano i funghi con burrata alla Nichi Vendola, ma si sono già dimenticati delle conseguenti diarree, si organizzeranno convegni e congressi per prendere la grande decisione storica: il riso rosso ai funghi di Potere al Popolo o l’insalatona mista con funghi fritti e rifritti di Liberi e Uguali?
E più l’organismo umano e sociale viene colpito dalle tossine del potere e dell’obbedienza, più le patologie aumentano, più si smette di respirare e si rantola, si smette di camminare e si striscia, si smette di muoversi e si funziona, si smette di vivere e si tira a campare, più questi imbecilli giurano che la sola maniera a nostra disposizione per evitare la morte è quella di continuare a nutrirsi come si è fatto finora. Perché funghi=cibo=vita.
Ed eccoli, sinistrorsi e cittadinisti, uniti nella rivendicazione, domandare allo Stato l’attuazione di grandi opere utili e benefiche, domandare allo Stato l’applicazione della legge, domandare allo Stato la concessione di diritti civili, domandare allo Stato la creazione di posti di lavoro, domandare allo Stato assistenza in caso di bisogno, domandare allo Stato il rispetto dell’ambiente, domandare allo Stato una prestazione di servizi efficienti, domandare allo Stato la ripresa dell’economia, quando non domandano allo Stato un inasprimento della sorveglianza… e mentre discettano di assemblee costituenti, di istituzioni del comune, di riformismi antagonisti, quando non di potenze destituenti… funghi, funghi, funghi.
Stare alla larga dai miceti è una misura minima di sanità personale, ma all’interno della mensa sociale il digiuno prolungato non è una via percorribile.
E con il livello di assuefazione e dipendenza a cui si è arrivati, persino riuscire a gettare i funghi in uno scatto di rabbia nell’immondezzaio rischia di non essere sufficiente.
Certi imbecilli sarebbero capaci di precipitarsi a frugare nella spazzatura e recuperarli!
Inutile girarci attorno.
Sbarazzarsi sia dei funghi che di tutti i loro aspiranti cuochi resta l’unica soluzione.