Archivio mensile:maggio 2019

Lega menzogne e violenza

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( Dal Web )

Che la politica di ogni colore si schieri a fianco di leghisti conservatori, reazionari, omofobi, razzisti, fascisti e infami non meraviglia.
Chi difende il suo ruolo di parassita non può che essere al fianco di parassiti suoi simili, sbraitando la solita litania che ognuno deve esprimere la propria opinione poiché altrimenti si minano le basi della democrazia.
Certo nessuno di essi risulta essere indignato da ciò che la politica della Lega sta portando avanti ormai da più di un ventennio e che ora che è al Governo ha la possibilità di mettere in pratica.
Una politica assassina nei confronti degli stranieri rei di essere poveri o di scappare da guerre e calamità poco naturali; una politica di restaurazione dell’ordine e repressione della libertà in ogni ambito della vita quotidiana: basterebbe pensare alle parole del Senatore Pillon che vorrebbe obbligare le donne a partorire per decidere di agire contro chi minaccia la libertà.
Domenica 19 maggio nella piazza centrale di Lecce alcuni militanti della Lega promuovevano queste politiche, dopo aver raccolto firme per la castrazione chimica contro chi si rende autore di abusi sessuali.
Una proposta feroce, così come feroce è l’ideologia che considera i corpi umani sacrificabili come si faceva in altre epoche.
Quella mattina qualcuno ha deciso di ostacolarli e naturalmente ne è nato un parapiglia.
Permettere a questi soggetti di parlare ed essere nelle piazze non ha nulla a che vedere con la libertà di pensiero.
Sarebbe come dare la parola a Goebbels e consentirgli di esprimere quali erano i programmi del partito nazista o ad Eichmann per spiegare la gestione dei campi di concentramento.
Un fascista, un leghista non devono parlare, devono essere cancellati dalla Storia perché sono una minaccia costante per la libertà di tutti.
Un candidato sindaco ha espresso loro solidarietà citando le parole di Pertini secondo cui tutti hanno diritto di parola, dimenticando che lo stesso Pertini nella medesima intervista sosteneva che il fascismo, al contrario, andava solo combattuto, poiché era un crimine.
Usare la violenza per respingere la violenza è necessario, affermava l’ anarchico Malatesta, ed è per noi anche giusto.
Pensare invece che fascismo, leghismo, autoritarismo, iniquità, privilegio, sopraffazione e devastazione della natura si cancelleranno pacificamente è una grande illusione e anche un pensiero molto comodo.
Detto questo non si può non ribadire la correttezza di mandare via i leghisti da ogni luogo anche perché, insieme ai servi giornalisti, sono solo in grado di mistificare la realtà e piagnucolare.
Nessuna ragazza minorenne è stata infatti ferita la mattina del 19 Maggio, mentre un leghista ha sferrato un pugno in faccia ad un compagno, rompendogli i denti.
Questa la realtà, ma passare da vittime serve ai leghisti per nascondere la loro vigliaccheria e quella di tutti i politici che li hanno difesi.
Nemici della Lega e di ogni Fascismo
[Manifesto affisso a Lecce, 20/5/19]
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Arriva!

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( Dal Web )

Arriva, la rivoluzione arriva!
Toh, ecco un’altra trovata dei pubblicitari che cercano di piazzarci il loro ultimo prodotto, come suol dirsi.
Ma non questa volta.
Oggi, sono smanettoni falsamente rilassati e pappagalli di Stato a suonare le loro trombe: una nuova «rivoluzione digitale» sarebbe in marcia con l’imminente arrivo del 5G.
La Corea del Sud è stata la prima a inaugurare la sua commercializzazione a livello nazionale nel mese di aprile, mentre Stati Uniti, Cina e Giappone dovrebbero seguire il suo esempio nei prossimi mesi (in tale città o in tale regione), seguiti dal vecchio continente l’anno che viene.
Se la questione riguardasse il galoppante spossessamento generalizzato, la crescente derealizzazione che colpisce la sensibilità umana in profondità, il rafforzamento partecipativo delle reti di alienazione e controllo o l’ inasprimento delle condizioni di sfruttamento, in breve, le conseguenze sulla nostra vita di qualsiasi evoluzione tecnologica.
Non ci sarebbe nulla di nuovo in questa copertura supplementare che subiremo!
Pur facendo attenzione a non prendere per oro colato il discorso del potere su ogni suo «progresso» e a non scambiare la parte (tale innovazione) per il tutto (il dominio), come talvolta hanno cercato di fare alcuni oppositori della manipolazione genetica della vita o delle nanotecnologie, non possiamo tuttavia limitarci ad osservare che il 5G sarà lo stesso in peggio.
Né a restare con le mani in mano di fronte all’accelerazione del disastro ambientale, col pretesto che tutto si equivale e che c’è già tanto da distruggere.
Perché, in fondo, è anche una questione di prospettiva.
Questa quinta generazione di standard considerati una «tecnologia chiave» è essenzialmente un salto di potenza che permetterà al dominio di aumentare significativamente il suo controllo, aprendo una serie di possibilità da far sbavare battaglioni di ricercatori, industriali e creatori di startup.
In termini concreti, mettendo nello stesso paniere la rete Internet e gli smartphone da un lato, la moltiplicazione di sensori (in città come al lavoro) abbinati a dispositivi e macchine di ogni genere dall’ altro, abbiamo sotto gli occhi enormi raccolte e scambi di dati.
In questo quadro, il 5G consente dei flussi nominali fino a mille volte più rapidi di quelli delle reti mobili nel 2010, e fino a cento volte più rapidi del 4G.
Moltiplicando la velocità, la reattività e la capacità quantitativa di questi scambi di dati, si profila lo sviluppo, finora lento e limitato (perché troppo avido di dati), di un mondo totalmente interconnesso, ma stavolta su scala molto ampia:
Un mondo zeppo di telecamere a riconoscimento facciale, di veicoli autonomi e di congegni telecomandati a distanza, di droni polizieschi e militari pilotati da un’intelligenza artificiale, della famosa smart city, di un’amministrazione digitale di soggetti statali o di nuovi processi di automazione della produzione… senza contare la trasformazione dei rapporti sociali.
Nella neolingua, con 5G si parla di «realtà e umano accresciuti», di «gestione dei flussi di persone, veicoli, derrate, beni e servizi in tempo reale» o di «facilitare il controllo delle catene produttive nei siti industriali».
Infine, come sottolineava un recente opuscolo contro l’organizzazione nella capitale tedesca, a Maggio, della più grande mostra europea sull’Intelligenza Artificiale (IA), lo sviluppo di quest’ultima è legato anche a quello del 5G:
«L’IA, insieme ad altri fattori, sta cambiando l’economia e la società, grazie a potenti processi di automazione.
Sia nell’ assemblaggio, nell’ istruzione, nella medicina, in servizi come i call center o nella guida, ma anche nel perfezionamento della tecnologia militare, come la navigazione di droni autodistruttivi,l’IA  ne è prioritaria.
Le IA sono utilizzate da quasi tutti i principali fornitori di servizi su Internet, come Google, Facebook e Amazon.
In futuro, dovremo contare sul fatto che la maggior parte di dispositivi e oggetti saranno dotati di sensori connessi via Internet ai «server» delle multinazionali («l’ Internet degli oggetti», «Internet of Things – IoT»).
Per poter elaborare una tale massa di dati, l’ Intelligenza Artificiale ha bisogno di questi Big Data, che a loro volta richiedono infrastrutture come la rete 5G o i cavi in fibra ottica».
Dal 2018, le bande di frequenza assegnate per il 5G (all’ incirca 700 MHz; 3,5-3,8 GHz e 26-28 GHz) sono state vendute all’asta per 20 anni, con grossi ricavi per gli Stati:
380 milioni di franchi alla Svizzera (sborsati da SwisscomSunrise e Salt), 437 milioni di euro alla Spagna (da TelefónicaVodafoneOrange), 1,36 miliardi di sterline nel Regno Unito (da TelefónicaVodafoneBritish Telecom e Hutchison Whampoa), 6,5 miliardi di euro all’ Italia (da Telecom ItaliaVodafoneIliad e Wind) e almeno 5,8 miliardi di euro alla Germania (da Deutsche TelekomVodafoneTelefónica e United Internet).
In Francia (con BouyguesIliadOrange e SFR) cominceranno in autunno e in Belgio l’anno prossimo.
La maggior parte dei tralicci che sostengono il 4G verranno gradualmente adattati tecnicamente per il 5G (generalmente prodotto da HuaweiEricsson o Nokia), ma nuovi ripetitori specifici giganti o in miniatura saranno installati dappertutto*, con una potenza ancora più nefasta per la salute, creando un aumento generale e massiccio di esposizione alle onde.
Certo, in Francia la commercializzazione del 5G inizierà solo nel 2020 e la massificazione del suo utilizzo è prevista per il 2022, ma fin d’ora si stanno effettuando test sul campo necessari per il suo impiego, trasformando gli abitanti di diverse città in topi da laboratorio:
Nantes, Tolosa e Francazal (SFR); Lille-Douai (dieci ripetitori 5G), Parigi (quartiere dell’Opéra), Marsiglia (place de la Joliette) e Nantes (Orange); Lione, Bordeaux (antenna 5G accanto al museo d’arte contemporanea), Linas-Montlhéry (sull’autodromo) e Saint-Maurice-de-Rémens (a Transpolis) (Bouygues).
E per non essere da meno, anche l’ ente francese per l’energia nucleare e alternativa (CEA) è autorizzata a testare il 5G a Grenoble e sulla costa normanna tra Ouistreham e Portsmouth servendosi di due traghetti della Brittany Ferries.
Al 27 dicembre 2018, erano 25 i test effettuati in 18 città cui fare riferimento ufficialmente, classificati secondo nove usi:
mobilità connessa, IoT, smart city, telemedicina, video UHD, videogiochi, esperimenti tecnici, industria del futuro e realtà virtuale, con questi ultimi due settori che da soli raggruppavano 20 dei 25 test in vivo.
Un esempio applicato all’«industria del futuro» è un’azienda-pilota automatizzata con robot che gestisce 50 vacche da latte a Shepton Mallet, nel sud dell’Inghilterra.
I collari connessi al loro collo comunicano direttamente in 5G con i molteplici sensori e robot installati nell’ azienda per automatizzare la mungitura, la spazzolatura, l’alimentazione e l’apertura delle porte in base alle condizioni atmosferiche.
Questo progetto è finanziato dal governo inglese (Agri-EPI Centre) e sviluppato da Cisco.
Fortunatamente, come ci ricordano periodicamente i fiammeggianti barbecue in Francia, in Germania e in Italia, tutto questo si basa principalmente su una circolazione di dati tra data center/server e trasmettitori-spioni, le cui informazioni viaggiano fisicamente attraverso reti di cavi in fibra ottica e ripetitori telefonici, il tutto dipendente da un’alimentazione elettrica (a sua volta composta da cavi, trasformatori e tralicci).
Oltre ad altrettante strutture sparse nel territorio, alla portata di tutti coloro che dispongono di un pizzico di fantasia e di una sensibilità ancora palpitante.
Essendo d’altronde la G l’unità corrispondente all’accelerazione della gravità sulla superficie terrestre, è giunto il momento di alleggerire la nostra esistenza dal peso di queste protesi, sia fisiche che mentali.
Che per di più, sono in 5G! 
* Una grande antenna-ripetitore 4G con MIMO («entrate multiple, uscite multiple») regge attualmente fino a una dozzina di connettori – i grandi parallelepipedi bianchi verticali fissati sopra – (otto per la trasmissione e quattro per la ricezione).
Un’antenna 5G con MIMO può portare fino ad un centinaio di questi connettori e in beamforming (cioè che non emette il segnale in tutte le direzioni sotto forma di ombrello ma solo nella direzione richiesta).
In città densamente popolate, le mini antenne 4G (piccole celle) offrono una copertura di 20 metri per otto utenti, mentre il 5G permette di collocare queste antenne in miniatura su lampioni, pensiline per autobus, cartelloni pubblicitari ogni 300 metri per centinaia di utenti contemporaneamente. 
JC Decaux è ovviamente già in lizza. 

Tartufi

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( Dal Web )

Ci si lamenta spesso che la diffusione delle nuove tecnologie digitali ha modificato radicalmente in peggio il comportamento umano.
Sono infatti sempre più numerosi gli studi che dimostrano come l’assalto ininterrotto al cervello umano da parte di un flusso indistinto di dati, suoni ed immagini stia provocando non pochi effetti deleteri quali la disorganizzazione del pensiero, la fuga dalla realtà, il crollo dell’empatia, il narcisismo sfrenato, la riduzione del linguaggio, la diminuzione della memoria, lo stordimento della coscienza…
Circondati come siamo da orde di zombi con lo smartphone in mano che vagano senza nemmeno vedere dove stanno andando, è difficile negarlo.
Ma perché non ricordare anche qualche effetto positivo di questa grande mutazione cultural-antropologica?
Un esempio?
La scomparsa definitiva dell’ ipocrisia come categoria morale!
Nell’ antica Grecia l’ hypokrités era l’attore che, servendosi di una maschera, simulava e rappresentava l’altro da sé.
Non c’era dunque nulla di spregevole nella hypókrisis, questa ammirata capacità di entrare in scena e coinvolgere i presenti attraverso l’ espressione di un sentimento in grado di rispondere alle circostanze, facendole riecheggiare, imitandole mimeticamente. Secondo Aristotele, la messinscena è innanzitutto kínesis: moto reale, derivante da azione e commozione, che comporta la sollecitazione dei sensi e dell’ intelletto.
Il passaggio di significato dell’ ipocrisia, da simulazione da palcoscenico ( per stimolare negli altri il pensiero e le sensazioni ) a simulazione di virtù ( per ottenere dagli altri un riconoscimento immeritato ), è stato introdotto dalla religione.
Famosa è la maledizione lanciata da Gesù nel Vangelo secondo Matteo «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che siete simili a sepolcri imbiancati, belli di fuori, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni sporcizia», molto meno famoso è il passo del trattato talmudico Sotah in cui si ammonisce che non bisogna temere i farisei o i non-farisei, ma «gli ipocriti che scimmiottano i farisei, perché i loro atti sono quelli di Zimri ma si aspettano una ricompensa come quella di Pinchas».
Il termine «gli ipocriti» viene tradotto con tzevuʻin, letteralmente «i dipinti», «i colorati»: qui l’immagine non è tratta dal teatro, ma dalla cosmesi, riferendosi comunque a un trucco, ad un artificio diretto al conseguimento di effetti illusori.
Da allora, per millenni, con la parola ipocrisia si è inteso l’ odioso atteggiamento di chi ostenta sentimenti, qualità, idee, che di fatto non possiede, al solo scopo di carpire il favore altrui.
Ipocrita non è chi fa il contrario di ciò che pensa, che in sé potrebbe ridursi ad una innocua contraddizione personale, magari senza secondi fini, ma chi fa il contrario di ciò che pubblicamente sostiene con l’intento di ottenere un qualche riconoscimento.
Non è involontaria mancanza di chiarezza nel modo di essere e nelle proprie azioni, è intenzionale mancanza di sincerità.
Una ben nota definizione di ipocrisia è quella del «politico che abbatterebbe una sequoia e ne farebbe un palco sul quale pronunciare un discorso sulla conservazione della natura»: una parola, virtuosa perché espressa davanti al pubblico, smentita però dall’ azione.
Una discrepanza dovuta non ad incapacità o a debolezza, ma a mero calcolo.
Più quella parola è virtuosa e roboante, più quel pubblico è incantato e numeroso, maggiore è quell’ ipocrisia.
Ma se, a dispetto delle condanne e delle critiche che nel tempo le sono piovute addosso, l’ipocrisia si è diffusa nel mondo, è perché si è rivelata una formidabile strategia di adattamento, in grado, al pari della diplomazia, di aiutare l’essere umano a gestire la complessità delle relazioni sociali.
Basti pensare all’ ambito politico, laddove l’ ipocrisia diviene una modalità persistente di relazionarsi con gli altri e con se stessi.
Dentro i palazzi del potere, esiste forse un politico che non sia un simulatore interessato?
Fra sfruttatori sostenitori dell’ uguaglianza umana, devastatori ambientali sostenitori della natura, oppressori sostenitori della libertà, massacratori sostenitori dell’ inviolabilità della vita, speculatori sostenitori del benessere per tutti, razzisti sostenitori del rispetto per le differenze… non c’è un solo politico che sia conseguente.
Tutti lo sanno, tutti li conoscono, eppure loro sono sempre lì, a governare e a impartire ordini.
Se ne è fatta l’ abitudine e ciò è dovuto solo in parte ad un fenomeno di assuefazione. Certo, la simulazione interessata è talmente insita nella politica da finire per risultare scontata, come se si trattasse di un tratto connaturato ed ineliminabile.
Ma come non accorgersi che se oggi l’ ipocrisia è talmente tollerata, se è riscontrabile pressoché dovunque, ciò è soprattutto una conseguenza diretta dell’ingresso nell’ era digitale?
Ormai l’ essere umano non è più al centro del mondo e non è più lui a circondarsi di protesi tecnologiche.
Ora è la macchina ad essere al centro del mondo e l’ essere umano è diventato la sua protesi.
Non è la macchina a dover aiutare l’ essere umano a vivere meglio, come hanno sempre preteso i cantori del progresso, è l’ essere umano a dover aiutare la macchina a funzionare meglio.
L’ essere umano si deve in un certo senso adattare alla macchina, deve “pensare” come una macchina, deve “comportarsi” come una macchina.
Perciò, nel momento in cui i dispositivi tecnologici bombardano l’essere umano con continui stimoli contrastanti ed intercambiabili, sollevandolo dal gravoso compito di conoscere e ricordare e riflettere e valutare e scegliere, va da sé che anche l’ essere umano finisca col pensare e comportarsi in maniera contrastante ed intercambiabile.
Ridotto ad androide funzionale alla compulsiva ricerca di gratificazione per la propria «performatività», l’ essere umano del terzo millennio, ormai quasi del tutto privo di pensiero, di dignità, di coscienza, di storia,  non può più essere sospettato di ipocrisia.
La sua mutevolezza non è più definibile attraverso le caratteristiche del vizio umano dell’ ipocrisia, quanto a quelle della qualità tecnica dell’adattabilità.
L’ incoerenza, la falsità, lo stesso tradimento, sono infatti tratti antiquatamente umani. Rimembranze di un passato lontano definitivamente superato.
Meglio essere maneggevoli, pratici, multifunzionali.
Ciò pone al di là di ogni possibile critica anche perché, quando una macchina presenta qualche problema di funzionamento, cosa si fa?
Non la si critica, la si resetta, ovvero la si azzera riportandola allo stato iniziale.
Una volta resettata, una macchina diventa come nuova, pronta per l’uso.
Per l’essere umano accade lo stesso.
Del suo pensiero, della sua azione, si apprezza solo il valore d’ uso e, nel caso in cui sorga qualche conflitto, lo si resetta.
Questa mutazione sta avvenendo dovunque, in ogni ambito, senza incontrare troppa resistenza.
Va da sé che ciò che non viene più chiamato ipocrisia non tenga banco solo in alto, nei salotti parlamentari, ma dilaghi oggi anche in basso, nelle piazze e in quella messinscena militante chiamata Movimento.
Fra gli autoritari, fra coloro che hanno sempre sostenuto il primato della politica sull’ etica, ovviamente è diventata moneta corrente.
In Italia, chi non conosce quei baldi capipopolo che sono al tempo stesso compagni sia di galeotti sia dei magistrati che li hanno fatti marcire in galera, che sono al tempo stesso sia rivoluzionari che indicatori di polizia?
In Francia, chi non conosce quei capiplebe che da un lato frequentano le ribalte mediatiche e dall’ altro si scagliano contro chi concede interviste ai giornalisti, da un lato siedono nelle amministrazioni comunali e dall’ altro sostengono l’ingovernabilità?
Non vivendo purtroppo fuori dal mondo, anzi, incaponendosi a mettervi salde radici, anche molti nemici dell’autorità non fanno eccezione.
Il che spiega come mai la tensione etica che un tempo li animava si sia man mano dissolta nel giro di pochi anni.
A parte qualche nostalgico passatista, deriso e messo all’ indice, chi volete che possa prendere davvero sul serio le parole pronunciate il secolo scorso da certi anarchici ( i mezzi devono essere conseguenti ai fini ), da certi surrealisti ( non si può essere al tempo stesso poeti e ambasciatori ), da certi situazionisti ( non si combatte l’alienazione con mezzi alienati )?
No, oggi anche i nemici dello Stato vogliono stare al mondo e ci tengono a dimostrare che si può e si deve al tempo stesso servire e sovvertire.
Gli esempi, anche qui, non mancano.
Basti pensare a quegli anarchici che si fanno un vero e proprio vanto di sapersi adeguare alla situazione, il cui anarchismo ( un mezzo fra i tanti, senza più un fine ) è talmente occasionale da variare a seconda dei giorni e delle notti.
Oppure a chi, passato da un Comontismo alla luce di Debord e Vaneigem ad un Movimento 5 Stelle agli ordini di Grillo e Casaleggio, scrive una sobria introduzione di 192 pagine al primo volume che vorrebbe celebrare la sedicente Critica Radicale in Italia.
Ma l’ ultimo esempio in ordine cronologico, quello che in un certo senso li raccoglie tutti, lo fornisce l’imminente iniziativa che si terrà fra una settimana nel capoluogo piemontese, Librincontro, in dichiarata opposizione ad un Salone del Libro di Torino ritenuto «una delle vetrine più luccicanti della produzione culturale dell’industria nazionale… Un evento definito come successo culturale da chi realizza questi prodotti e si occupa del loro marketing per il turismo cittadino, per i suoi alberghi e ristoranti». Partendo dalla constatazione che in «Pochi s’interrogano se questa cultura, a parte soldi e turismo, contribuisce a migliorare la società, le facoltà individuali, il senso critico, la capacità di giudizio… Librincontro si muove in direzione opposta e contraria.
Chi organizza e partecipa a questa manifestazione parte da altre premesse: quelle che vogliono la cultura lontana dal business editoriale e vicina a chi fa comunicazione libera e autogestita; senza proprietari né censure, capace di creare riflessione e dibattito».
Se poi fra chi partecipa a Librincontro, autoritario o libertario che sia, c’è anche chi partecipa contemporaneamente al Salone del Libro (chi allo Stand M75 e chi allo Stand Q23, chi probabilmente non più allo Stand H40 né allo Stand F72 come l’anno scorso), o che forse non vi parteciperà quest’anno ma di sicuro vi ha partecipato nelle edizioni passate, o che ha partecipato pure all’ istituzionale Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma Più libri più liberi ( quella inaugurata l’anno scorso dal capo della polizia, che vi interviene un anno sì e l’altro pure, polizia per altro sempre presente col proprio stand ), è perché non esiste più l’ipocrisia.
Se poi fra chi partecipa a Librincontro c’è anche chi collabora con partiti o organizza dibattiti con magistrati o si è adoperato a trasformare i centri sociali occupati in imprese, è perché non esiste più l’ipocrisia.
Se poi a Librincontro c’è anche chi fa da galoppino ad acclamati delatori, chi calunnia, chi millanta, chi si dissocia dagli atti di rivolta, chi specula su compagni suicidati, chi si detesta reciprocamente da decenni… è perché non esiste più l’ipocrisia.
Clic, tutto resettato, tutto azzerato.
Il ballo in maschera sulla messinscena di Movimento può cominciare: senso critico, riflessione e dibattito, senza censure ed in autogestione, all’ insegna dell’eclettismo, dell’ elasticità, della versatilità, della mancanza di dogmi e pregiudizi.
Non sarà virtuoso, ma di certo è maneggevole, pratico, multifunzionale.