Archivio mensile:settembre 2019

Fate il vostro gioco!

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( Dal Web )

Fate il vostro gioco: 3, 5 o 10 metri? E se siete radicali: 50, 100, 150 metri?
Il governo francese si appresta ad inserire una di queste cifre nella legge.
Esse indicano la distanza da rispettare tra le abitazioni e i campi durante lo spargimento e l’irrorazione di pesticidi.
La presidentessa del sindacato agricolo FNSEA, Christiane Lambert, si è affrettata a intervenire nel «dibattito pubblico» in cui alcune voci si erano levate per parlare invece della cifra maggiore di 150 metri.
«La smettano di delirare!»
Ha sbraitato davanti ai giornalisti, perché questo ridurrebbe la superficie agricola francese del 15%.
Piuttosto che farsi coinvolgere in questo dibattito assurdo e francamente vergognoso, vediamo più da vicino cosa sono i pesticidi e cosa rappresentano nel mondo odierno.
Un pesticida è una sostanza utilizzata per combattere organismi considerati nocivi, direbbe l’enciclopedia.
Tranne che la lingua può rapidamente giocare dei brutti scherzi.
Perché in quasi tutte le forme di agricoltura, le piante devono essere protette da altri organismi.
Esistono già piante che hanno proprietà «pesticide», se lo si vuole, che proteggono i campi e le colture dalle devastazioni di parassiti, insetti e malattie.
Per chiarire le cose: quando si parla di pesticidi, si sta parlando di sostanze, spesso prodotte sinteticamente, che contengono tossicità comprovate.
Tali tossicità agiranno quindi contro gli «elementi nocivi».
E fin qui, potremmo citare il nostro ingegno, va bene.
Ma non è tutto qui, le tossicità «residue», difficili o semplicemente non degradabili, si accumuleranno nel suolo, nell’acqua, nell’aria, negli animali, nei corpi umani, nel cibo… ovunque.
Il trattamento chimico delle colture vegetali esiste da millenni.
Nell’antica Grecia, lo zolfo veniva usato come pesticida.
Nell’impero romano, si diffuse l’uso dell’arsenico come insetticida.
Ma è nel XIX secolo che la chimica minerale decollò.
In Europa, l’uso di pesticidi a base di sali e solfato di rame è in aumento, il che porterà a un primo inquinamento duraturo del suolo (il rame non si degrada).
Per tutto il XX secolo, fino ad oggi in molti paesi che non l’hanno vietato, i semi vengono trattati con sali di mercurio, un metallo altamente tossico.
Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, con una popolazione di quasi 2 miliardi, il chimico tedesco Fritz Haber, impiegato alla Bayer, scoprì un metodo economico per produrre grandi quantità di fertilizzante, realizzando la sintesi dell’ammoniaca dall’azoto atmosferico.
Ciò avrebbe consentito l’estensione dei campi agricoli e l’aumento della produzione alimentare in un momento in cui molti scienziati erano allarmati dal raggiungimento del «tetto» della popolazione mondiale sostenibile.
Ma Fritz Haber e la sua squadra non si fermarono là.
La guerra avrebbe riorientato la loro ricerca grazie alla creazione del terribile gas mostarda [iprite] impiegato in un altro campo, quello della battaglia nelle trincee europee.
La loro ricerca avrebbe portato anche alla creazione di un altro noto pesticida: lo Zyklon B, utilizzato negli anni 30 nell’agricoltura cerealicola e poi nelle camere a gas naziste.
I pesticidi di sintesi provengono dalla ricerca in ambito militare.
Dopo la seconda guerra mondiale, i vasti complessi chimici dedicati alla produzione militare rischiavano di essere fuori servizio… ed è così che furono trasformati in fabbriche per produrre in serie pesticidi di sintesi.
Il più noto è senz’altro il DDT, scoperto già nel 1874, ma le cui proprietà insetticide furono stabilite solo alla fine degli anni 30.
Negli anni del dopoguerra, il DDT prodotto dalle stesse fabbriche chimiche prima dedicate alla produzione di gas tossici e prodotti chimici per uso militare, sarebbe diventato rapidamente il pesticida più utilizzato al mondo.
Un altro pesticida derivante dalla produzione di gas da combattimento è il malathion, ancora oggi utilizzato.
A partire dal 1945, il consumo mondiale di pesticidi è raddoppiato ogni decennio (ovvero una moltiplicazione per 60 fino ad oggi, arrivando a 2,5 milioni di tonnellate all’anno sui terreni agricoli).
Il numero di pesticidi è esploso: sono stati aggiunti sempre più additivi per aumentare questo o quell’effetto, per rispondere a nuove resistenze, per evitare tossicità residue… Malgrado ciò che si potrebbe pensare, più del 75% dei pesticidi utilizzati in tutto il mondo vengono sparsi sulle terre arabili dei cosiddetti paesi sviluppati… e la resistenza di piante e insetti cresce quasi allo stesso ritmo dello sviluppo dei pesticidi.
Nel 1997, 600 specie di insetti sono diventate resistenti a uno o più insetticidi; per le erbe, si parla di 120 specie e per i funghi parassiti la cifra è di 115.
Proseguendo nello sviluppo e la produzione di pesticidi, le aziende agroalimentari e chimiche hanno allora rovesciato il problema, investendo massivamente nella creazione di organismi geneticamente modificati (OGM) in grado di resistere ai loro pesticidi sempre più potenti deputati a sradicare tutti i «parassiti».
Negli Stati Uniti, ad esempio, il 94% delle coltivazioni di cotone, il 92% di quelle di mais e il 94% di quelle di soia sono transgeniche.
In Sudafrica, le percentuali per le stesse piante sono di 85, 95 e 100%.
In Pakistan e India, il 97% di tutto il cotone coltivato è transgenico.
Nelle Filippine, il 65% del mais è transgenico.
In Argentina, quasi tutte le colture di soia sono transgeniche.
Per la salute umana, i pesticidi (considerando che esistono differenze di tossicità tra l’uno e l’altro e che alcuni vengono ritirati dal mercato quando la narrazione non è più sostenibile, come il famoso DDT, vietato dal 1973, o il prodotto made in Francia, l’Atrazine, il cui utilizzo è vietato in patria ma è ancora legale… per l’esportazione) aumentano i rischi, sono all’origine stessa o, combinati con altri fattori di inquinamento, causano tumori di ogni tipo (tumori cerebrali, leucemie, tumori a reni, prostata, testicoli, sistema linfatico); infertilità, morte fetale, prematurità, ipotrofia, malformazioni congenite, alterazioni endocrine; disturbi dermatologici come arrossamenti, prurito, ulcerazioni; compromissioni neurologiche come ridotta sensibilità tattile, affaticamento muscolare, cefalea, ansia, irritabilità, depressione, insonnia, paralisi; disturbi del sistema ematopoietico con una diminuzione dei globuli rossi e bianchi e il rischio di leucemia; danni al sistema cardiovascolare con disturbi del ritmo cardiaco e arresto cardiaco; disturbi del sistema respiratorio come superinfezioni, bronchiti, riniti e faringiti; squilibri delle funzioni sessuali come l’infertilità maschile con la crescente soppressione della spermatogenesi e femminile con disturbi endocrini; malattie neurodegenerative come il Parkinson.
«La smettano di delirare!», come dicono alla FNSEA…
Tra il 1981 e il 1982, l’organofosfati Nemacur 10 della Bayer, utilizzato nella lavorazione del pomodoro, ha causato la morte di oltre un migliaio di persone e la malattia o la disabilità di altre decine di migliaia in Spagna.
L’azienda, lo Stato e gli esperti l’hanno coperta sotto il nome di «olio tossico».
Dieci anni dopo, Jacques Philipponneau ha pubblicato Relazione su l’avvelenamento perpetuato in Spagna e camuffato sotto il nome di sindrome dell’olio tossico dove si può leggere ciò che segue:
«Per molto tempo la malattia è stata una fatalità individuale o un male sociale il cui eventuale alleviamento dipendeva dalla conoscenza medica e da una carità privata sostituita progressivamente dall’autorità pubblica. Attualmente la salute pubblica è un affare economico, e doppiamente del resto. Da una parte perché l’economia mercantile, avendo trionfato sulle antiche condizioni naturali ovunque scomparse, producendo stricto sensu la vita e la morte dell’uomo moderno, si rivela essere in qualche modo un problema di salute, e anche un problema per la salute. Dal momento che alle nostre latitudini nessuno ignora che ciò che mangia, beve, respira, in poche parole le condizioni generali della sua vita quotidiana sulle quali di consueto non può niente, costituiscono una minaccia per il suo “capitale-salute”, secondo la poetica espressione del tempo; e in ogni momento ci viene raccomandato di migliorarne la gestione rinunciando a questa o a quella antica abitudine diventata nefasta e di cui possiamo valutare la nocività nei conti pubblici della nazione».
Queste parole ricordano le frasi pubblicate sull’Encyclopédie des Nuisances n. 5, nel 1985: «L’estremo deterioramento del cibo è un’evidenza che, al pari di altre, è in genere sopportata con rassegnazione: come fosse una fatalità, il prezzo da pagare per un progresso inarrestabile, come sanno tutti coloro che ne sono schiacciati ogni giorno.
Tutti tacciono in proposito.
In alto perché non se ne vuole parlare, in basso perché non si può farlo.
La stragrande maggioranza della popolazione, che sopporta tale degrado, pur avendo forti sospetti, non riesce a far fronte a una realtà così spiacevole».
Oggi l’ignoranza non può più essere invocata.
Il diluvio di studi e libri che denunciano gli effetti dannosi sulla salute e sull’ambiente dei pesticidi utilizzati così pesantemente nell’agro-industria (che converrebbe chiamare sempre così, perché è ciò che l’agricoltura è diventata nella quasi totalità) ha forse generato una presa di coscienza, lotte e opposizioni anche radicali come durante la resistenza agli OGM in Francia, esperimenti per «fare diversamente» (ora recuperati e inseriti nel mercato come qualsiasi altra merce, debitamente etichettati «bio», «organico», «100% naturale», «prodotto dall’agricoltura sostenibile» ecc.), ma alla fine è la rassegnazione a prevalere.
Essa si manifesta principalmente sotto forma di totale negatività, mancanza di interesse o persino incapacità di cogliere l’entità del problema, unite a un’impotenza ad agire direttamente per sopprimere, diciamo, almeno la nocivité che si trova direttamente accanto a casa, nel campo del vicino.
Può anche assumere la forma dell’integrazione all’interno del grande greenwashing del capitalismo industriale a colpi di nuove tecnologie, vaste menzogne ed energie rinnovabili, oppure dell’inserimento sotto forma di «aziende bio» nel mercato convenzionale.
Allo stesso tempo, vediamo anche che «la minoranza delle minoranze» tende ad affinare le sue lotte, sapendosi ormai in fin dei conti poco numerosa nella lotta contro il mostro che si basa essenzialmente sul consenso che riesce a produrre o ad ottenere.
Alcune lotte «locali» generano a volte attacchi importanti contro ciò che devasta il mondo ed i suoi abitanti, proprio come un pugno di individui attacca direttamente, qua e là, i laboratori, i fabbricanti di OGM o gli amministratori della devastazione del pianeta. Con l’avanzata sempre più veloce dell’artificializzazione dell’agricoltura e l’innegabile degradazione dell’habitat, queste lotte rischiano di diventare sempre più radicali in termini di prospettive e di metodi, cosa che non ci dispiace affatto.
In Francia, lo Stato intende imporre all’agro-industria una netta riduzione dell’uso di pesticidi, secondo i suoi piani Ecophyto (un primo lanciato nel 2007 voleva ridurre del 50% lo spargimento di pesticidi intorno al 2018, seguito da un secondo piano nel 2015 che ha rimandato questa scadenza al 2025).
Se da un lato proibisce certi pesticidi (come il famoso glifosato, vietato alla vendita ai privati ​​e all’utilizzo negli spazi pubblici come i parchi dal gennaio 2019, il che non impedisce che un terzo degli erbicidi utilizzati in Francia siano costituiti ancora proprio dello stesso glifosato), d’altro concede permessi a nuovi veleni, come l’autorizzazione nel 2019 di undici fungicidi supplementari contenenti sostanze attive SDHI (Succinate DeHydrogenase Inhibitor).
Eppure nel 2018 sono stati diffusi dei rapporti allarmistici: «anomalie nel funzionamento dell’SDH possono portare alla morte delle cellule causando gravi encefalopatie o, al contrario, ad una proliferazione incontrollata di cellule, che sono all’origine di tumori. Anomalie della SDH si osservano anche in altre malattie umane».
I fungicidi SDHI sono già sparsi ovunque nelle campagne francesi: su quasi l’80% delle superfici di grano, quasi altrettanto su quelle di orzo, sugli alberi da frutta, su pomodori e patate.
Ed oggi lo Stato vorrebbe decidere in merito a questi 3, 5 o 10 metri di distanza dalle case da rispettare quando si applicano i pesticidi!
Ciò che conta è che tutto possa continuare come prima.
Che la produzione aumenti, che i profitti si realizzino.
D’altronde, a costo del naufragio di questa società, non è semplicemente possibile fare a meno dei pesticidi per mantenere l’esistente; l’agricoltura industriale ha già talmente trasformato, inquinato e impoverito la terra che nulla cresce su grande scala senza fertilizzanti sintetici e senza chimica per proteggere le piante da mille malattie e parassiti… che sono a loro volta, in gran parte, creati dalla resistenza che gli organismi tendono naturalmente a sviluppare contro ciò che li uccide.
È un circolo vizioso o, meglio, è il famoso treno che avanza a tutta velocità verso l’abisso. Discutere a proposito di 3, 5 o 10 metri è veramente il dettaglio ipocrita del mare di veleni industriali che fanno scorrere nelle nostre vene e nei bronchi.
I legami tra capitalismo, produzione industriale e malattie si manifestano dappertutto, non solo in agricoltura e nel cibo che essa produce.
Quanti minatori, quanti metalmeccanici, quanti operai tessili, quanti imbianchini, quanti muratori, quanti operai e operaie sono morti in modo spaventoso a causa delle tossicità a cui erano stati esposti sul lavoro?
Quante altre persone sono morte nella stessa maniera atroce a causa dei prodotti che hanno contribuito a diffondere sul mondo?
Quanti tumori crescono nei nostri corpi esposti in modo permanente e consapevole alle radiazioni elettromagnetiche della felice società connessa?
Significherebbe ingannarsi se ci si concentrasse soltanto sulle nocività più palesi, come l’energia nucleare o le emissioni di CO2: ogni prodotto che esce da una fabbrica, ogni merce che viene assemblata, ogni cibo che viene fabbricato in questo mondo contiene, porta in sé o provoca una dose di morte.
È tragico, ma l’aumento vertiginoso dei casi di cancro è solo la punta dell’iceberg avvelenato su cui sopravviviamo.
Sì, bisogna dire che non facciamo altro che sopravvivere, tanto più che la nostra «sopravvivenza» sembra sempre più irreale ed artificiale.
Senza le impressionanti dosi di farmaci e trattamenti (che, per intenderci, contengono molte tossine di cui non si conoscono affatto gli effetti a lungo termine o che generano a loro volta nuove malattie o, nel caso degli antibiotici, batteri più resistenti e nocivi), quanti di noi sopravvivrebbero oltre i cinquant’anni?
Per tornare ai pesticidi, benché sembri ormai molto tardi, potendo la disperazione armare le nostre mani e le nostre menti, il minimo che si possa fare è nominare alcuni responsabili.
Costoro non sono presi a caso da un «rapporto» o un «meccanismo», secondo gli eterni cavilli balbettati per giustificare la servitù volontaria: fanno scelte in piena consapevolezza e ne traggono enorme profitto a scapito di tutti.
Migliaia di documenti e studi a disposizione di tutti testimoniano la natura cancerogena e tossica dei pesticidi da cui dipende quasi tutta la produzione alimentare, per non parlare delle migliaia di altri documenti conservati «for your eyes only» nei sotterranei dei laboratori farmaceutici, negli uffici degli agro-industriali, nelle torri di vetro amministrative.
Diamo un nome quindi a questi avvelenatori di massa.
I maggiori produttori che si occupano del 75% della produzione mondiale di pesticidi sono ovviamente multinazionali:
Bayer-Monsanto,
Syngenta,
BASF,
Dow Chemical.
In Francia, ci sono due federazioni padronali specializzate nel settore:
l’Unione dell’industria della Protezione delle Piante (UIPP) e la Federazione Commercio Agricolo.
La maggior parte dei seguenti produttori di pesticidi ne sono membri:
Action PIN,
Adama,
Ascenza (SAPEC Agro),
Belchim Crop Protection,
Certis,
Corteva Agriscience,
De Sangosse,
FMC, GOWAN,
Lifescientific,
Nufarm,
Philagro,
Phytoeurop,
SBM Company,
SUMI Agro,
UPL,
STE XEDA,
Anios,
Phytorus,
Group 5 S,
Dipter,
Sesol,
Indal,
Helarion Industries,
Emdex,
Al’tech,
Hygia,
Cedre,
Eurotonic.
Vengono poi le autorità statali di pianificazione, emittenti di norme e di ricerche come l’Istituto Nazionale della Ricerca Agronomica (INRA), le cui decine di strutture di ricerca, produzione, sperimentazione, studio e formazione sono della partita, o ancora il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica (CNRS), l’Istituto Nazionale di Salute e Ricerca (INSERM) e l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza sanitaria degli alimenti, dell’ambiente e del lavoro (ANSES).
Rimane infine da porsi un’ultima domanda, non più quella relativa ai produttori di pesticidi, ma a coloro che li usano per coltivare i propri raccolti.
Se non tutti gli agricoltori usano pesticidi e molti di loro vorrebbero farne a meno, alcuni continuano ad avvelenare non solo se stessi, ma anche chi consumerà i loro prodotti o chi vive nelle vicinanze…
Piuttosto che farne un elenco, cosa che sarebbe assurda come redigere un elenco di chi lavora nel nucleare, pensiamo che in seno alla stessa conflittualità vadano considerate le responsabilità degli uni e degli altri, che le possibilità di scelta consapevole possono allargarsi… e che lo storico «faccio solo il mio lavoro» sarà sempre meno accettato.

In punta di piedi, l’orrore

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( Dal Web )

Primo Levi
Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.
Mi spiego:
«comprendere» un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’ autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui.
Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri.
Questo ci sgomenta, ed insieme ci porta sollievo:
perché forse è desiderabile che le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili.
Sono parole ed opere non umane, anzi, contro-umane, senza precedenti storici, a stento paragonabili alle vicende più crudeli della lotta biologica per l’esistenza.
A questa lotta può essere ricondotta la guerra:
ma Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema.
La guerra è un terribile fatto di sempre:
è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la «comprendiamo».
Ma nell’odio nazista non c’è razionalità:
è un odio che non è in noi, è fuori dell’ uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso.
Non possiamo capirlo;
Ma possiamo e dobbiamo capire da dove nasce e stare in guardia.
Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate, anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti.
Tutti devono sapere, ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come Dei.
Erano «capi carismatici»,
possedevano un segreto potere di seduzione che non procedeva dalla credibilità o dalla giustezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo con cui le dicevano, dalla loro eloquenza, dalla loro arte istrionica, forse istintiva, forse pazientemente esercitata e appresa.
Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse e in generale erano aberranti, o sciocche, o crudeli, eppure vennero osannati,  seguiti fino alla loro morte da milioni di fedeli.
Bisogna ricordare che questi fedeli e fra questi anche i diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salve poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque.
I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi, sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hòss comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent’ anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani di trent’ anni dopo, massacratori in Vietnam.
Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia con i capi carismatici.
Dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà.
Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti. E’ meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis.
È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.
È chiaro che questa ricetta è troppo semplice per bastare in tutti i casi.
Un nuovo fascismo, col suo strascico di intolleranza, di sopraffazione e di servitù, può nascere fuori del nostro paese ed esservi importato, magari in punta di piedi e facendosi chiamare con altri nomi, oppure può scatenarsi dall’ interno con una violenza tale da sbaragliare tutti i ripari.
[Se questo è un uomo, 1976]

Grecia, le case pignorate per la crisi finiranno alle grandi holding immobiliari internazionali

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( Dal Web )

Di Antonio Siena

E’ il neo-liberismo, bellezza!

Il governo Mitsotakis ha pronto un provvedimento che prevede incentivi per attirare facoltosi investitori stranieri in terra ellenica.

L’obiettivo?

Lo sconfinato patrimonio immobiliare lasciato abbandonato dalla classe media greca devastata dalla crisi che solo ad Atene conta migliaia di case e interi palazzi pignorati dalle banche per rientrare dei propri crediti.

Per accedere agli incentivi sarà sufficiente garantire investimenti per 2 milioni di € e la permanenza sul territorio per 183 giorni l’anno.

In cambio si otterranno agevolazioni fiscali sul mercato immobiliare e la cittadinanza greca.Morale della favola.

I liberisti prima hanno ridotto sul lastrico i cittadini di un intero paese, poi gli hanno tolto le case e adesso se le rivendono a prezzi di saldo garantendo un giro di affari miliardario a palazzinari e grandi holding immobiliari.

E chi è rimasto senza casa?

Andasse a dormire sotto un portico.

Tanto ad Atene c’è ancora posto.

L’ambiente in Costituzione è da sempre una battaglia del WWF

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( Dal Web )

“Inserire l’ambiente tra i principi costituzionali  non solo per rafforzarne la tutela ma per rilanciare la sfida della sostenibilità al centro dell’agenda politico-istituzionale ed economica è una sfida su cui da tempo il WWF lavora e che trova nelle parole del premier Conte il giusto rilievo”.

Questo il commento del WWF Italia, dopo il discorso di Giuseppe Conte alla Camera, per varare la fiducia del governo Conte bis. L’associazione ambientalista, già nel 2013 rivolse un appello in tal senso al Governo e all’allora Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Perché per fronteggiare in maniera equa ed efficace la crisi economica, ambientale e sociale del Paese, occorre necessariamente legare lo sviluppo economico alle politiche di tutela e conservazione della Natura e del capitale naturale, ripensando il PIL, i bilanci aziendali e i redditi, anche in virtù di una contabilità ecologica, ovvero considerando quante risorse naturali ed ecosistemi vengono trasformati e consumati.

Perché è una scelta coerente con l’evoluzione della Giurisprudenza costituzionale considerare l’ambiente come “valore trasversale costituzionalmente protetto” (Corte Cost. n. 407/2002 e n. 536/2002), integrando quanto stabilito dall’articolo 9 e inserendo la protezione dell’ambiente e della biodiversità nonché lo sviluppo sostenibile,  accanto alla tutela del paesaggio e dei beni culturali già prevista nella nostra Costituzione”.

Il rumore delle chiavi e del metallo

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( Dal Web )

Il tintinnio delle chiavi, il suono dei cardini di metallo che sbattono gli uni contro gli altri, il rumore delle serrature e delle porte che scattano ci accompagnano dal primo momento del risveglio alle 6,45 fino a notte fonda, quando i secondini fanno il loro giro nel cortile illuminato come uno stadio.
Quel rumore è così onnipresente che si ha presto l’ impressione di un sottofondo industriale continuo e ripetitivo, il cui volume viene a volte abbassato, a volte aumentato.
Qui, quando i detenuti lavorano, a un certo punto viene data loro «persino» la chiave della cella.
Un capolavoro di cinismo sulla scacchiera della pacificazione.
Come tante altre trovate nel circuito chiuso della carota e del bastone, funziona purtroppo molto bene.
Comincia con le piccole cose.
Ad esempio, quando la cella non viene più chiamata cella ma «spazio di detenzione» o, come in alcuni moduli da riempire, «luogo di lavoro».
Una logica che qui viene attuata in modo conseguente.
Pertanto le abituali sanzioni, accanto alla cella di punizione ed ai maltrattamenti, consistono principalmente nel sopprimere ad esempio «il permesso di lavorare», «l’autorizzazione di fare acquisti allo spaccio della prigione» o «il permesso di noleggiare una TV con abbonamento» ad un prezzo elevato.
Capisco che molti prigionieri vogliano lavorare, perché è una possibilità di uscire dalla cella o di procurarsi il necessario alla sopravvivenza.
Tuttavia, ritengo sia importante non far confondere i confini tra prigionieri e guardiani di esseri umani.
Deploro il fatto che i secondini partecipino attivamente alle cosiddette «attività ricreative».
Così come non avrò conversazioni personali con loro soltanto perché sono continuamente costretto a condividerne alcuni spazi.
Non sono qui di mia spontanea volontà e loro mi rinchiudono ancora e ancora, giorno dopo giorno.
Troppo spesso sento dire: «fanno solo il loro lavoro».
Ma qui non si può essere su un piano di parità e non è il caso di gettare le basi per un trattamento non ostile.
Certo, è troppo difficile e talvolta pure pericoloso essere costantemente in aperto conflitto col personale penitenziario.
Però è possibile limitare la comunicazione alle necessità tecniche indispensabili alla sopravvivenza in questi luoghi.
Come dappertutto, ci si sbarazza qui della propria responsabilità, ma in un posto come la prigione l’ esercizio permanente del dominio su altre persone è molto chiaro e visibile. Quando, per l’ennesima volta, un detenuto viene strapazzato da un secondino per aver dovuto porre una domanda normale necessaria per (sopra) vivere.
Quando, per l’ ennesima volta, una persona deve chiedere chiarimenti perché la lingua non gli consente di comprendere gli ordini impartiti per lo più esclusivamente in tedesco o raramente in una specie di inglese approssimativo.
Quando poi i guardiani di esseri umani diventano aggressivi e razzisti per mascherare la propria ignoranza.
Quando i prigionieri vengono condotti una volta al giorno in un cortile a camminare in cerchio per un’ ora, prima di venire di nuovo rinchiusi in una cella per 23 ore.
Tutte le cose perfettamente normali ed essenziali per la vita, come ad esempio lo stimolo mentale, guardare delle immagini, poter leggere qualcosa, avere una conversazione con un’ altra persona o anche solo ricevere notizie e informazioni dal mondo fuori dalle mura,  sapere che ora è per chi non ha un orologio, tutto viene presentato e manipolato come un privilegio per il quale i prigionieri dovrebbero essere grati.
Il carcere non ha giustificazione alcuna, perché quelli che vi si trovano per atti incompatibili con una vita libera qui non cambiano.
Ogni persona che collabora con questa macchina, che sia un tecnico, un medico o un assistente sociale, contribuisce a far funzionare l’ insieme, chiudendo con le proprie mani la serratura dietro di sé.
Un prigioniero da Amburgo, luglio 2019

«I diritti della civiltà»

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( Dal Web )

Errico Malatesta
«Noi siamo andati in Libia per portarvi la civiltà, col diritto che ci dà la nostra civiltà superiore.
Quando un popolo ha bisogno di espandersi, quando ha bisogno di trovar posto per la sua popolazione esuberante e di esercitare la sua potenza di lavoro, ed altrove si trova un territorio che i suoi abitatori sono incapaci di mettere in valore, quel popolo, più intelligente, più sapiente, più energico, più civile in una parola, ha diritto di prender possesso del territorio poco o punto utilizzato, ed imporre il suo dominio alla popolazione che lo occupa.
Con la violenza, se non si sottomette volontariamente.
Non si ha il diritto di restare barbari, come non si ha il diritto di restare ignoranti».
Così dicono i nazionalisti che si piccano «d’ intellettualità»;
Così diceva ancora ieri uno dei capi repubblicani… libici.
Ed i nazionalisti anarcheggianti e rivoluzioneggianti (vi è anche qualche raro esemplare di questa specie peregrina) aggiungono:
«La guerra è scuola d’energia; un popolo che è capace di far la guerra è capace anche di far la rivoluzione.
La conquista della Libia preludia e preannunzia la conquista del dominio sociale da parte dei lavoratori».
Nel caso concreto tutto questo non è che retorica svergognata.
L’ Italia ha sopratutto bisogno di civilizzare se stessa, di mettere in valore il suo territorio, di istruire le popolazioni analfabete.
Se la civiltà superiore dà il diritto di conquista, quante parti d’ Italia dovrebbero sottoporsi di buon grado al dominio straniero?!
Ed in quanto agli effetti moralizzatori, «rivoluzionari» della guerra, i fatti son venuti ben presto a confermare e sorpassare le nostre più tristi previsioni.
I soldati d’ Italia che han combattuto in Libia, abbrutiti dalla disciplina più ferrea che richiede la guerra, induriti dalla pratica dell’ assassinio, han ripetuto a Roccagorga, contro lavoratori italiani, miseri, affamati, supplicanti, fuggenti, le scene selvagge di Sciara-Sciat! (1)
Ma portiamo la questione sul terreno dei principi generali e permanenti.
Lasciamo stare il «diritto», che in teoria è l’ espressione di ciò che ciascuno considera utile e buono e quindi varia secondo i vari interessi ed i vari sentimenti, ed in pratica è la consacrazione dei privilegi conquistati dai trionfatori del momento.
Parliamo piuttosto dell’interesse umano, visto che tutti, almeno a parole, dicono di volere il maggior bene possibile di tutti gli esseri umani, il raggiungimento del tipo più elevato di uomo che sia possibile.
È certamente nell’ interesse di tutti che tutta la terra sia utilizzata il meglio che si può, e che tutti siano istruiti, e che la civiltà, la vera civiltà, sparga dovunque i suoi frutti benefici.
Ed è un fatto che vi sono differenze enormi di sviluppo e di civiltà fra i diversi popoli e fra i diversi gruppi ed individui dello stesso popolo.
Ma, supponendo anche che le collettività e già individui più avanzati si facciano guidare nell’ opera loro dall’ interesse generale, supponendo anche che sia possibile stabilire quale sia veramente il tipo di civiltà superiore e che questo tipo resti superiore anche se trapiantato in altro terreno, è pratico, è desiderabile che il meglio sia imposto per forza? E può questa imposizione rispondere ai fini veri della civiltà, che non possono essere se non il massimo benessere e la massima libertà di tutti, il massimo sviluppo materiale, morale ed intellettuale di ciascuno?
Osserviamo anzitutto che se si ammette che il bene si deve imporre per forza e che i migliori hanno il diritto di governare, di dominare gl’ inferiori, si scalza alla base ogni regime democratico, il quale, quando non è una menzogna mantenuta dall’ inganno e dalla corruzione, è la prevalenza del numero inconscio, il dominio della maggioranza, cioè della parte meno illuminata di ogni paese.
Scartata allora la democrazia, scartata la repubblica che è la vera democrazia, qual è il regime che ci proporranno i nostri «civilizzatori»?
Il dispotismo?
Ed infatti vi sono delle scuole, se non dei partiti, che vedono la salvezza nella instaurazione di un dispotismo illuminato di un uomo, di una classe o di una setta.
È in fondo l’ ideale di tutte le sette religiose e filosofiche.
Ma, in pratica, chi sarà il despota?
È veramente l’ individuo più intelligente e più buono, o la collettività più sviluppata e più altruistica quella che ha le qualità volute per imporsi e dominare colla forza?
E quand’ anche può la forza esercitare un’azione moralizzatrice ed elevatrice di coscienze?
Non è vero invece che essa spezza le energie migliori dell’animo, sia pure colle migliori intenzioni, non riesce che a far degli schiavi?
E non è vero che il potere irresponsabile corrompe fatalmente chi ne è investito, individuo o classe, lo acceca e gli dà la più ridicola e la più pericolosa delle manie, la mania della grandezza?
E poi chi soffrirebbe oramai un governo assoluto.
Dunque non resta che l’anarchismo.
L’ anarchismo che è violento quando si tratta di respingere la violenza e di conquistare il suo diritto all’ esistenza, ma che non conta per la diffusione e il trionfo dei suoi ideali che sulla persuasione e sull’esempio.
L’ anarchismo che fa appello alle energie di ciascuno, l’ anarchia che tutto aspetta dalla libertà e dalla solidarietà liberamente ricercata ed accettata.
E non è questo solamente un sogno d’ avvenire.
Tutta la storia sta a dimostrare che ogni progresso è stato il frutto della libera iniziativa e del libero accordo e che l’imposizione non ha mai dato altro che frutti amari di schiavitù e di degenerazione.
[Cronaca Sovversiva, anno XI, n. 38 del 20/9/1913]
Note:
(1) Il 6 gennaio 1913, in questo piccolo paese della provincia di Latina, le forze dell’ordine agli ordini del governo Giolitti uccisero sette manifestanti che protestavano contro l’ amministrazione comunale.
Tra il 23 ed il 24 ottobre 1911, nell’ oasi di Sciara Sciat, nei pressi di Tripoli, si era scatenata la rappresaglia delle truppe coloniali italiane contro l’insurrezione locale (non priva di tratti feroci) che aveva infranto il sogno giolittiano di una facile e pacifica conquista della Libia.
Secondo la testimonianza di un giornalista italiano, a Sciara Sciat fu «un vero macello di arabi; è quasi del tutto spopolata, disseminata ormai quasi soltanto di cadaveri».
Lo storico Angelo Del Boca parla di almeno 4000 arabi uccisi e di 3425 deportati in venticinque penitenziari italiani.