Archivio mensile:ottobre 2019

Lampi dal Cile

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( Dal Web )

Non sempre i poveri sono ragionevoli, e poi, perché dovrebbero esserlo a fronte di un’esistenza di miseria che viene loro riservata giorno dopo giorno dal potere?
In qualche caso, basta una goccia d’acqua perché il negativo dispieghi le ali e attacchi quello che ha identificato da tempo come nemico.
Ciò non farà certo piacere al braccio sinistro del capitale e alla sua ideologia cittadinista, tuttavia a Santiago del Cile da venerdì 18 ottobre, studenti, liceali, anarchici e altri vandali incontrollati hanno cominciato a distruggere una parte importante del loro alienazione quotidiana: il sacrosanto trasporto pubblico.
Hanno capito che nulla di quanto appartiene allo Stato o alle imprese è nostro e merita di essere aggredito dalle fiamme della vendetta contro un esistente di spossessamento e di sfruttamento.
E poiché c’è sempre bisogno di una scintilla iniziale, il pretesto è stato dato dal doppio aumento del prezzo della metropolitana della capitale cilena nelle ore di punta.
Un aumento inizialmente di venti pesos nel gennaio 2019, poi di trenta pesos il 6 ottobre (da 800 a 830 pesos, ovvero 1,04 euro il biglietto, ben sapendo che il sussidio è inferiore a 300 euro al mese e che non tutti ce l’hanno), mentre il governo evoca l’aumento dei costi energetici e la debolezza del peso.
Di fronte alle prime mobilitazioni, il ministro dell’Economia Juan Andrés Fontaine, forte dell’arroganza dei potenti, ha persino dichiarato che agli utenti non restava che alzarsi ancor prima la mattina, per usufruire di tariffe più basse (essendo queste flessibili a seconda della frequenza, un buon esempio di liberalismo)!
In un momento in cui alcuni treni locali sono paralizzati in Francia da due giorni dai dipendenti della SNCF che applicano il loro “diritto a fermarsi” per rivendicare… la presenza di controllori su tutti i treni, lo slogan più comune a Santiago da una settimana è «evasión ya» (Frode adesso) o «Evadir = Luchar» (Frodare = Lottare).
Dopo le manifestazioni selvagge per tutta la giornata di venerdì 18 ottobre, gli arrabbiati hanno scelto il prolungamento notturno e hanno iniziato a distruggere tutto ciò che era loro ostile: almeno 16 autobus Transantiago sono stati ridotti in cenere, 9 dei quali in piazza Grecia.
Là i manifestanti se ne sono appropriati dopo aver fatto scendere autista e passeggeri, e poi li hanno spostati in mezzo alla strada per utilizzarli come barricate in fiamme.
Ma non è finita qui, poiché dopo intensi combattimenti per tutto il giorno nella metropolitana, dove nessuno era più disposto a pagare, forzando i passaggi, affrontando all’ occorrenza i carabinieri e le guardie, distruggendo i terminali di pagamento e altri tornelli, barricate sono state erette al calar della notte in Plaza Italia, Los Héroes, Portogallo e in diverse strade di Eje Alameda.
Fra gli attacchi mirati, si annoverano l’incendio del monumento ai Carabineros ad Alameda e quello del gigantesco quartier generale della compagnia di gas ed elettricità Enel.
Situato proprio nel centro della capitale cilena, all’incrocio tra i viali di Santa Rosa e Alonso, il fuoco è stato appiccato alle scale di emergenza dell’azienda ed è riuscito a propagarsi fino al 12° piano, devastando tutto al proprio passaggio nella torre di uffici. Da notare inoltre l’incendio di una succursale della Banca del Chile nel centro e il saccheggio di un supermercato.
La polizia ha effettuato almeno 180 arresti, mentre 57 agenti sono rimasti feriti [bilancio che aumenta di ora in ora].
Nel frattempo, il presidente della Repubblica Sebastián Piñera è stato sorpreso a far festa in una pizzeria del centro (a Viracura) mentre gli scontri perduravano da ore, il che non ha mancato di far aumentare il livello di tensione, come simbolo del suo disprezzo. Ritornato al suo palazzo, ha decretato poco dopo la mezzanotte lo stato di emergenza militare nelle province di Santiago, Chacabuco e nelle città vicine a Puente Alto e San Bernardo.
Il cosiddetto Estado de Emergencia può essere decretato dall’esecutivo senza bisogno di un’approvazione del Congresso per 15 giorni prorogabili, limitando la libertà di movimento e di riunione e autorizzando i militari ad andare nelle strade per ripristinare l’ordine.
Tutti gli assembramenti pubblici sono ora vietati: ad esempio, l’Asociación Nacional de Fútbol Profesional (ANFP) ha immediatamente annunciato la sospensione delle partite di calcio di tutte le divisioni, e la potente chiesa cattolica dei suoi pellegrinaggi, anche al famoso Santuario di Teresa de Los Andes.
Sono inoltre previsti fino a 10 anni di carcere per chiunque «incita a distruggere, metter fuori servizio, interrompere o paralizzare qualsiasi installazione pubblica o privata di illuminazione, elettricità, acqua potabile, gas e simili, al fine di sospendere, interrompere o distruggere i mezzi o gli elementi di qualsiasi servizio pubblico o di utilità pubblica».
In pratica, il generale di divisione Javier Iturriaga del Campo che è a capo della difesa nazionale, responsabile dell’applicazione dello stato di emergenza, ha precisato che le pattuglie militari sorveglieranno i principali siti della capitale.
Lunedì è inoltre prevista una sessione straordinaria della Camera dei deputati alla presenza del Ministro degli Interni a Valparaíso, lontano dalla capitale nelle mani dei militari.
Come si può vedere, quando si verificano rivolte nelle strade, cosa abbastanza frequente in Cile, e qualora si limitino allo scontro o alla distruzione dell’arredo urbano, questo è ancora concepito come sfogo democratico.
Ma allorché i manifestanti iniziano ad attaccare infrastrutture critiche come la metropolitana o il quartier generale di un gigante dell’energia, le cose cambiano improvvisamente.
Tutte le 164 stazioni della metropolitana di Santiago sono già state chiuse per l’intero fine settimana e fino a nuovo ordine, per limitare gli spostamenti, 700 autobus sono stati requisiti dalle autorità per gestire i movimenti.
Ultima nota ma non meno importante, subito dopo gli scontri quotidiani e lo stato di emergenza, numerosi gruppi di rivoltosi hanno quindi deciso di non piegarsi e di cercare la fonte del problema per risolverlo radicalmente.
Da Plaza de Maipú, sono scesi sotto terra e hanno saccheggiato tutto ciò che poteva essere fatto nei corridoi della metropolitana trasformati in gallerie commerciali: dai bancomat ai negozi, dagli uffici della metropolitana alle sue attrezzature (telecamere o obliteratrici) è successo di tutto.
In totale sulle linee 4, 4A e 5, le stazioni della metropolitana Trinidad, San Jose dell’Estrella, Elisa Correa, Pedrero, Los Quillayes e Santa Julia sono state tutte affidate interamente e senza pietà alle fiamme.
Secondo l’ente amministratore della metropolitana, i danni ammontano a 400-500 milioni di pesos (630.000 euro).
Attualmente sono del tutto inutilizzabili.
Se si può solo salutare la rivolta quando si impadronisce delle strade, auspicando che si approfondisca e superi il suo pretesto iniziale, non tutte le situazioni sono comparabili, come ad Hong Kong dove da diversi mesi i manifestanti colpiscono con cura gli interessi cinesi o in Catalogna dove da diversi giorni le proteste faticano a superare la questione indipendentista (senza menzionare le recenti rivolte sociali in Ecuador, in Iraq o a Beirut…).
Ciò che sta succedendo in Cile da alcuni giorni, pur facendo parte di una più vasta ebollizione, dove di volta in volta nuove tasse o aumenti dei prezzi fanno traboccare il vaso, ci sembra richieda tutta l’attenzione solidale degli anti-autoritari, ora che lo stato di emergenza militare sta tentando di reprimere le proteste in gran parte distruttive.
E non solo perché tante compagne e compagni combattono senza compromessi da anni in questa parte del mondo.
Non esistono anche da noi infrastrutture critiche di trasporto, energia o comunicazione che, come a Santiago, sono indispensabili per perpetuare l’ordine esistente e che sono alla portata di qualsiasi ribelle?
Se solidarietà non è solo una parola vuota, è tempo di iniziare ad alimentare e prolungare dove viviamo le rivolte che si stanno sviluppando attorno a noi.
E poiché la distruzione, anche dei beni comuni, è un linguaggio che parla direttamente da un angolo all’altro del pianeta… ognuno ha l’imbarazzo della scelta per esprimere la propria rabbia per la libertà in azione contro questo mondo di denaro e gendarmi.

Fuoco alla nazione start-up

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( Dal Web )

Martedì 8 ottobre 2019 a Villeurbanne, un incubatore di start-up è bruciato verso le 7 del mattino, ricoprendo la zona di Lione con un bel pennacchio di fumo.
Il fuoco sarebbe partito dall’ immondizia per poi propagarsi al Bel Air Camp, un ex magazzino Alstom dove funzionavano «una cinquantina di start-up e di piccole e medie imprese, con circa 350 dipendenti, che stanno lavorando all’ “industria di domani”» (robotica, realtà aumentata, commercio elettronico, design…).
Più precisamente, 58 start-up erano installate nella parte orientale della città in 10.000 m2 di locali, 7000 dei quali sono finiti in cenere.
Nessuna di queste società era classificata Seveso.
«Tutti i nostri prototipi sono andati in fumo.
Eravamo in una fase di preindustrializzazione.
Oggi non ci è rimasto granché: né ufficio, né computer, né mezzi di comunicazione, né documenti», lamenta Julie Fessy della start-up Meersens.
Hease Robotics è stata colpita più duramente: «Siamo andati sul posto con i nostri collaboratori ed è stato un vero shock.
Siamo tutti traumatizzati», afferma Jade Le Maître, co-fondatrice della start-up di Lione con 16 dipendenti.
«Tutte le nostre scorte di robot sono sfumate.
È una perdita enorme», afferma la donna, che stima l’entità del danno in oltre un milione di euro.
«Ci vorranno dagli otto ai dieci mesi per realizzare un altro robot.
Nel frattempo, come farò con l’azienda, coi dipendenti, cosa consegneremo ai clienti?»
[…] Se respirare i fumi di un incendio non è mai una buona idea, in effetti è inutile fare gli allarmisti e i rischi qui non hanno nulla a che vedere con quelli affrontati dalla popolazione di Rouen.
C’è da dire che il vantaggio di un fab lab (laboratorio di fabbricazione digitale) – o di un incubatore di start-up, o di un vivaio di imprese… tre espressioni che al giorno d’oggi significano grosso modo la stessa cosa – è che quando brucia, le uniche cose che vanno in fumo sono uffici condivisi, cialde di caffè, macbook, stampanti 3D e i progetti di merda che ne derivano.
Non solo tutto questo inquina moderatamente, ma inoltre è piuttosto piacevole vederlo bruciare.
Inaugurato nel 2016, Bel Air Camp si è auto-battezzato «la tana dell’industria di domani». Il luogo offre «uffici, officine private, un parco-macchine, sale riunioni… consentendo a start-up, a piccoli e grandi gruppi di far crescere il loro progetto in una comunità con diversi profili».
Non è un sogno?
Come qualsiasi altro luogo del genere, Bel Air Camp ospita anche molte realtà dai nomi più o meno comprensibili ma che mirano a dare un tocco di eleganza a questo capitalismo in salsa digitale:
 MeetupSlack Chain [?!], palestre, sessioni d’iniziazione alla stampa 3D e al taglio laser o pranzi mensili per creare sinergie commerciali con altre aziende della zona…
Tra le start-up (i funzionari del Bel Air Camp le definiscono «pepite») ospitate si può trovare un po’ di tutto: scatole che forniscono cibo biologico, un’altra composta da mamme «che creano prodotti belli e intelligenti per conservare i ricordi d’infanzia» (sic!), sviluppatori e mezzi di comunicazione di ogni tipo, specialisti della realtà aumentata, informatici, produttori di droni sottomarini e di robot, architetti, ecc.
Tra le altre, persino un’associazione «che spinge e coordina i concorsi regionali e nazionali, fasi di selezione per costituire la squadra di Francia dei Mestieri con la vocazione di difendere i colori della Francia nella competizione internazionale WorldSkills».
In generale, tutto ciò viene presentato come molto virtuoso.
MCE-5 si presenta come trasformatrice di «invenzioni uscite dalla ricerca in tecnologie innovative, da trasferire all’industria allo scopo di ridurre l’impatto ambientale della propulsione automobilistica» (decodificando, ciò significa trarre profitti dall’industria automobilistica finanziata con fondi pubblici).
Oltre a quella automobilistica, anche l’industria della bicicletta è ben rappresentata, con due produttori di scooter, uno specialista di batterie e un costruttore di biciclette di bambù (difettose perché infiammabili).
Più divertente, nelle scatole bruciate troviamo imprese «che sviluppano soluzioni app + IoT per testare se l’ambiente circostante (aria, acqua, cibo, rumore, …) presenti rischi per la salute» e «servizi di allarme innovativi per prevenire i rischi e migliorare la sicurezza».
In breve, Bel Air Camp era un po’ una corte dei miracoli e una caricatura di questo genere di posti.
Amen!

 

Se le energie rinnovabili costano così poco, perché fanno salire il prezzo dell’elettricità?

Un articolo di Forbes, dell’anno scorso, ma molto attuale oggi, mostra lo sbilanciamento della posizione dei mezzi di informazione – e di conseguenza dell’opinione pubblica – sull’ energia prodotta da fonti rinnovabili: l’energia prodotta con il solare e con l’eolico è sempre presentata, e quindi considerata, come economicamente molto più conveniente di quello che è. Benché i costi dei pannelli e delle pale eoliche in sé siano in calo, più essi vengono utilizzati per produrre energia, più ne fanno salire il prezzo per gli utenti. Un fattore di cui non si può non tenere conto nel dibattito e nelle decisioni di politica energetica. 

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( Dal Web )

Di Michael Schellenberger, 23 aprile 2018

Nell’ ultimo anno, i media hanno pubblicato articoli su articoli su articoli a proposito del prezzo in calo dei pannelli solari e delle pale eoliche.

Le persone che leggono questi articoli restano comprensibilmente con l’impressione che più energia solare ed eolica produciamo, più bassi saranno i prezzi dell’elettricità.

Eppure non è quello che sta succedendo. In realtà, succede il contrario.

Tra il 2009 e il 2017, il prezzo dei pannelli solari per watt è diminuito del 72%, mentre quello delle pale eoliche per watt è diminuito di poco meno del 50% .

Eppure – nello stesso periodo – il prezzo dell’elettricità per gli utenti nelle zone dove si è fatto ricorso a quantità significative di energie rinnovabili è aumentato in misura notevole.

I prezzi dell’elettricità sono aumentati in questa misura:

– 51 per cento in Germania, durante l’espansione dell’energia solare ed eolica dal 2006 al 2016;
– 24 per cento in California durante la produzione di energia solare dal 2011 al 2017;
– oltre il 100 per cento in Danimarca dal 1995, quando ha iniziato a distribuire sul serio energie rinnovabili (principalmente eolico).

Come mai? Se i pannelli solari e le pale eoliche sono diventati molto più economici, perché il prezzo dell’elettricità per gli utenti è aumentato invece di diminuire?

Un’ipotesi potrebbe essere che, mentre l’elettricità solare ed eolica è diventata più economica, altre fonti energetiche come il carbone, il nucleare e il gas naturale siano diventate più costose, eliminando qualsiasi risparmio e aumentando il prezzo complessivo dell’elettricità.

Ma, anche in questo caso, non è questo che è successo.

Tra il 2009 e il 2016 negli Stati Uniti il prezzo del gas naturale è diminuito del 72%,  grazie alla rivoluzione del fracking. Nello stesso periodo in Europa i prezzi del gas naturale sono diminuiti di poco meno della metà.

Il prezzo del nucleare e del carbone in quelle aree nello stesso periodo è stato per lo più stabile.

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Un’altra ipotesi potrebbe essere che la chiusura delle centrali nucleari abbia comportato un aumento dei prezzi dell’energia.

Una prova a sostegno di questa ipotesi deriva dal fatto che gli stati leader nella produzione di energia nucleare – Illinois, Francia, Svezia e Corea del Sud – godono dell`elettricità più economica al mondo.

Dal 2010, la California ha chiuso un impianto nucleare (2.140 MW di capacità installata) mentre la Germania ha chiuso cinque impianti nucleari e quattro reattori in impianti ancora operativi (10.980 MW in totale).

L’elettricità in Illinois è del 42 per cento più economica che in California, mentre in Francia costa il 45 per cento in meno che in Germania.

Ma l’ipotesi è indebolita dal fatto che il prezzo dei principali carburanti sostitutivi, gas naturale e carbone, è rimasto basso, nonostante l’aumento della domanda di questi due carburanti in California e Germania.

Questo ci lascia con il solare e l’eolico come principali sospettati di essere la causa dell’aumento dei prezzi dell’energia elettrica.

Ma perché pannelli solari e pale eoliche più economiche produrrebbero un’elettricità più costosa?

La causa principale sembra essere stata prevista da un giovane economista tedesco nel 2013.

In un articolo su Energy Policy, Leon Hirth ha stimato che il valore economico del vento e del solare diminuirà in modo significativo mano a mano che occuperanno una quota maggiore della produzione di elettricità.

La ragione? La loro natura fondamentalmente inaffidabile. Sia il solare che il vento producono troppa energia quando le società non ne hanno bisogno e non abbastanza quando il bisogno c’è.

Il solare e l’eolico richiedono quindi che gli impianti alimentati a gas naturale, le dighe idroelettriche, le batterie e altre forme di energia affidabile siano pronte immediatamente a iniziare a produrre energia elettrica quando il vento smette di soffiare e il sole smette di splendere.
L’inaffidabilità richiede che i luoghi a forte produzione di solare e/o eolico come la Germania, la California e la Danimarca  paghino le nazioni o gli stati vicini per assorbire la loro energia solare ed eolica quando ne producono troppa.

Hirth ha previsto che il valore economico del vento sulla rete europea diminuirà del 40 per cento una volta che diventerà il 30 per cento delle fonti di elettricità, mentre il valore del solare scenderà del 50 per cento quando raggiungerà già solo il 15 per cento della produzione.

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Nel 2017, la quota di elettricità proveniente dall’energia eolica e solare era del 53 per cento in Danimarca, del 26 per cento in Germania e del 23 per cento in California. Danimarca e Germania hanno la prima e la seconda elettricità più costose in Europa.

Parlando della diminuzione dei costi dei pannelli solari e delle pale eoliche, ma non menzionando il fatto che fanno salire il prezzo dell’elettricità, i giornalisti – che sia o meno loro intenzione – traggono in errore i politici e l’opinione pubblica su queste due tecnologie.

Il Los Angeles Times l’anno scorso ha dato conto del fatto che il prezzo dell’elettricità per gli utenti in California era in aumento, ma non ha collegato l’aumento alle energie rinnovabili, provocando un’aspra reazione da parte dell’economista dell’Università di Berkeley James Bushnell.

“La storia di come il sistema elettrico della California è arrivato al suo stato attuale è lunga e cruenta”, ha scritto Bushnell, ma “la spinta politica dominante nel settore elettrico è stato senza dubbio il focus sullo sviluppo di fonti di produzione di elettricità rinnovabili”.

Parte del problema è che molti giornalisti non comprendono la questione dell’elettricità. Pensano all’elettricità come a un prodotto quando, in effetti, è un servizio, come mangiare al ristorante.
Il prezzo che paghiamo per il lusso di mangiare fuori non è solo il costo degli ingredienti, la maggior parte dei quali, proprio come i pannelli solari e le pale eoliche, sono  diminuiti di prezzo per decenni.

Piuttosto, il prezzo di servizi come il mangiare fuori e l’elettricità riflette non solo il costo degli ingredienti, ma anche della loro preparazione e consegna.

Questo è però un problema di schieramento, non solo di analfabetismo energetico. Anche giornalisti normalmente scettici guardano regolarmente con un occhio di favore alle energie rinnovabili. Il motivo  non è perché non sappiano fare inchieste in modo critico sull’energia – lo fanno regolarmente quando si tratta di fonti di energia non rinnovabili – ma piuttosto perché non vogliono farlo.

Ciò può – e dovrebbe – cambiare. I giornalisti hanno l’obbligo di riferire in modo accurato ed imparziale su tutte le questioni di cui si occupano (sì, buonanotte – NdVdE), in particolare su quelle importanti come l’energia e l’ambiente.

Un buon inizio sarebbe fare un’inchiesta sul perché, se il solare e l’eolico sono così economici, stanno rendendo l’elettricità per gli utenti così costosa.

Dazi amari, gli Usa spaventano l’Europa

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Dal Web )

Il caso Airbus. Il Wto riconosce a Washington la possibilità di imporre diritti doganali sui prodotti dell’Ue fino a 7,5 miliardi di dollari. Un record. Ora Bruxelles attende la risposta contro le sovvenzioni statali a Boeing

La guerra commerciale ha fatto un nuovo passo.

Ieri, il Wto ha autorizzato gli Usa a imporre dei diritti doganali sulle importazioni dall’Europa per il valore di 7,5 miliardi di dollari.

È un record.

Mai l’Organizzazione mondiale del commercio, che vive ormai da qualche tempo un momento di grande difficoltà, aveva dato il via libera a sanzioni commerciali di questa entità.

È una vittoria della politica aggressiva di Donald Trump.

Anche se in realtà si tratta di una risposta a un’offensiva europea e se il Wto, nei fatti, ha rivisto molto al ribasso le pretese di Trump, che aveva sventolato la cifra assurda di sanzioni per 100 miliardi (per poi ridimensionare le velleità a 11 miliardi, ulteriormente ridotti a 7,5 dal Wto).

La giustificazione dei dazi è basata sulla condanna delle sovvenzioni europee ad Airbus, giudicate «illegali» e contestate da Washington.

I «colpevoli» non sono tutti gli stati europei, ma Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna.

Questa ultima decisione è una nuova tappa di un conflitto che dura da una quindicina di anni: una manche era stata vinta dall’ Europa, quando il Wto aveva condannato gli Usa per gli aiuti di stato «nascosti» a Boeing.

Ma la vicenda non finisce qui: tra qualche mese, il Wto dovrà reagire a una vecchia richiesta europea contro le sovvenzioni statali a Boeing e dire quali saranno i diritti doganali che l’ Europa potrà imporre ai prodotti Usa.

La commissaria europea al commercio, Cecilia Malmström, ammette l’addizione di errori, da una parte e dall’altra: «Anche se entrambi abbiamo commesso errori e possiamo imporci reciprocamente dei dazi doganali, non è certo una buona soluzione».

E aggiunge: «L’Unione europea prende atto della decisione del gruppo speciale di artibraggio del Wto nel caso Airbus e del montante di eventuali contro-misure . Anche se gli Stati uniti ottengono l’avallo dell’organo di risoluzione dei conflitti del Wto, restiamo convinti che optare per l’applicazione di contro-misure sarebbe una soluzione di breve termine e contro-produttiva».

Tanto più che i focolai di guerra commerciale nel mondo si moltiplicano, c’è la tensione Usa-Cina, c’è la diminuzione già visibile degli scambi, in settori come l’acciaio ad esempio, dove Trump ha alzato i dazi e fatto crollare l’export anche dall’Europa.

Per la Francia, che è in prima linea – sono sotto minaccia Usa i dazi sui vini, ritorsione per la tassa sulle multinazionali del digitale (Gafa), «molto antiamericana» per Trump – «una soluzione amichevole è la migliore – ha dichiarato il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire – se gli Stati uniti scelgono di imporci delle sanzioni, sarà un errore economico e politico».

Poi reagisce: «Saremo pronti con i nostri partner a rispondere in modo deciso».

Bruxelles ha cercato di trovare un accordo con Trump, ma senza riuscirci, le proposte europee fatte lo scorso luglio non hanno avuto risposta.

Lo scontro atlantico e i rischi di trascinare il conflitto nei prossimi mesi hanno già fatto cadere le previsioni sugli scambi commerciali, che quest’anno dovrebbero aumentare dell’1,2%, contro una prima previsione del 2,6%.

La decrescita del commercio è in corso, ma non è particolarmente «felice» perché disordinata, frutto di colpi di testa, di ritorsioni, non di una razionalizzazione in vista della protezione ambientale.

Adesso gli effetti della guerra commerciale rischiano di farsi sentire tra i partner europei, in un clima degradato già in difficoltà per l’imminente Brexit, che non trova una soluzione per evitare il no deal (le ultime proposte di Boris Johnson sono già state respinte dall’ Irlanda, visto che non fanno che riprendere una proposta irrealistica già scartata nel corso del negoziato).

A decidere sarà il rappresentante americano al commercio, Robert Lighthizer, che dovrà scegliere chi colpire.

Evidentemente in prima linea c’è Airbus, gli aerei e i pezzi di ricambio.

Ma altri prodotti sono nel mirino: oltre all’ ormai famoso vino francese, si parla persino di formaggi, olio d’ oliva, pesce spada e salmone in filetti, whisky, ma ci sono anche le moto e prodotti tessili.

Tra l’altro, anche prodotti italiani.

I governi europei possono dividersi, per cercare, ognuno per suo conto, di sedurre Washington ed evitare il peggio.

Per Airbus il futuro potrebbe essere nero: i costi del nuovo aereo A320neo potrebbero diventare eccessivi, proprio nel momento in cui il concorrente della Boeing è in difficoltà a causa dei recenti incidenti (una cosa spiega l’altra?).

Ma c’è l’ altra faccia della medaglia: come già per i dazi sull’ acciaio, anche quelli sui pezzi di ricambio di Airbus danneggeranno in fretta le compagnie aeree Usa che hanno aerei europei nella loro flotta.

E la Ue ha delle armi per difendersi, colpendo Boeing, già in difficoltà, sotto accusa per aver ricevuto sovvenzioni pubbliche per 18 miliardi di dollari.

La decisione definitiva alla Wto è prevista il 28 ottobre.

Ma i capricci di Donald Trump potrebbero accelerare la risposta di aumento dei dazi, una scappatoia che il presidente Usa potrebbe usare nella speranza di superare il difficile momento politico che sta vivendo, con il ricorso alla propaganda nazionalista.