Archivio mensile:novembre 2019

Respingiamo la servitù



«… Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»
Dante
martellata

A dire il vero, noi non siamo «furiosi della libertà», ma amanti della libertà, che consideriamo la prima condizione di vita.
Tutti i doni, i beni, i mezzi, le forze, i talenti, le abilità, contano solo quando siamo liberi di servircene.
Se ci viene impedito di usarli, o se siamo costretti ad impiegarli soprattutto a beneficio di un padrone, la nostra vita ne risulterà sminuita.
Questo è il motivo per cui rimaniamo fedeli all’ idea di libertà in tutti gli ambiti e ci piace definirci libertari.
Orbene, noi viviamo in un’ epoca in cui vengono sferrati alla libertà i più gravi attacchi in nome delle idee più antitetiche:
rivoluzione e controrivoluzione, comunismo e capitalismo, democrazia e autocrazia, irreligione e religione, socialismo e monopolismo.
Anche nei cosiddetti ambienti avanzati, la libertà individuale viene ignorata e ci si affida a leader con sempre più funzioni e poteri.
Si sognano valori sociali che derivano principalmente da una svalorizzazione individuale.
Il mondo non soffre a causa di pastori inclini a tosature troppo rase e a sgozzamenti troppo frequenti; NO, la colpa è tutta delle pecore arrabbiate!

Per di più, sembra che i giovani siano stufi delle poche libertà ereditate dagli eroi e dai martiri del passato.
Sognano soltanto di irreggimentarsi, di allinearsi, piegarsi, dispiegarsi, andare avanti, indietro, sempre a comando.
Ogni idea di indipendenza, ogni pensiero personale, ogni gesto spontaneo, ogni scelta libera, ogni azione diretta fanno loro orrore.
Anelano solo a formare file di automi, dai movimenti impeccabili, saluti uniformi, passi cadenzati, rigidi andamenti, rigorose discipline.
Pensate quale disordine comporta il poter respirare, muoversi, spostarsi, esprimersi, comportarsi a proprio piacimento!
Quando sulla stampa borghese si parla di gioventù, è di una certa gioventù che si tratta. Quella pronta a formare orde di pretoriani al servizio di un capo, di un dittatore, di un padrone.
E guai a tutti coloro che hanno la pretesa di voler restare liberi!
È per consolarci da tanti servi abietti che abbiamo riletto Gli Eleuteromani [ovvero i maniaci della libertà] di Diderot.
Che grandi massime!
Eccole:

Ho conosciuto, con l’esperienza,
Che chi può tutto, raramente vuole il bene.

. . . . . . 

Il figlio della natura aborrisce la schiavitù:

Implacabile nemico di ogni autorità,
Si indigna per il giogo, la costrizione lo oltraggia;
Libertà è il suo desiderio; il suo grido è Libertà.
. . . . . . 

Testimone dei tempi; mi rivolgo ad ogni età;
Mai a beneficio pubblico

L’uomo ha veramente sacrificato i suoi diritti;
Se osasse col cuore ascoltare solo la voce;

Cambiando improvvisamente linguaggio,

Ci direbbe, come l’ospite dei boschi:

«La natura non ha fatto né servitori né padroni;
Non voglio né dare né ricevere leggi».

Gli odierni letterati non sarebbero capaci di usare simili toni.
Anche loro svolgono un incarico ufficiale per il rinnovamento nazionale ed i loro scritti sono servili come il resto.
Persino  nell’antica schiavitù rilevano una poesia particolare, una bellezza speciale, un fascino indefinibile, così vogliono che le nuove generazioni l’assaporino a loro volta!

Ebbene, no!
Ancora una volta gridiamo ad alta voce il nostro amore per la libertà;
ancora una volta avanziamo nel suo nome, dovessimo per questo finire in fondo a una galera.
Questa follia collettiva che spinge gli uomini a degradarsi, ad avvilirsi, a compiacersi persino della loro abiezione, un giorno finirà;
ma nell’ attesa dobbiamo sapervi resistere e denunciare ovunque la contaminazione di una servitù che diventa volontaria.

Perché è così difficile?

Rompere il legame con l’ abusatore

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( Dal Web )

Alcuni sopravviventi sono stupefatti e frastornati in prima persona per i sentimenti confusi e ambivalenti che provano per chi ha usato loro violenza.
Perché questo accade?
Perché una donna abusata dal padre lascia che sia lui ad accompagnarla all’ altare il giorno del matrimonio?
Perché una donna maltrattata dal marito continua a vivere sotto lo stesso tetto?
Perché un operaio sfruttato continua a recarsi sul posto di lavoro, mantenendo così il suo padrone?
Perché un cittadino abusato e tradito regolarmente da qualsiasi partito si presenta alle urne il giorno delle elezioni?
Ecco alcune delle ragioni che vengono solitamente date.
Sé danneggiato:
Si è visto che tutte le persone che hanno subìto un abuso sviluppano un’ immagine profonda di sé come cattive, sbagliate, diverse, peggiori.
Si convincono di aver causato in qualche modo l’ abuso così da preservare l ’immagine di chi è importante per loro e, nel caso dello Stato e dell’ imprenditore, ancor più, trattandosi di ciò da cui devono dipendere per cura, protezione, pagnotta.
Colpa:
Nel caso, ad esempio, che l’ abusante sia un politico o un industriale, il cittadino si sente in dovere di ubbidire, perché così gli è stato insegnato, e si sente in colpa perché disobbedendo non è un bravo cittadino;
gli abusanti potrebbero essere anche persone a tratti gentili e amorevoli verso le vittime. Il senso di colpevolezza resta fin quando non si comincia a comprendere che l’abuso non dipende mai dalla colpa del cittadino-operaio.
In questo processo di chiarificazione la responsabilità viene rivolta più saggiamente verso gli abusanti, anche se molti sopravviventi sanno che questo è più facile a dirsi che a farsi.
Paura/Preoccupazione per gli altri membri della famiglia:
Alcuni sopravviventi vengono minacciati con le conseguenze che rendere pubblico          l’ abuso potrebbe avere sulla quiete sociale.
La società sarebbe rovinata, l’ abusante passerebbe dei grossi guai.
Alcuni sopravviventi mantengono legami con gli abusanti per paura di far del male agli altri membri della società che soffrirebbero se lo venissero a sapere.
Ambivalenza:
I sopravviventi raramente provano sentimenti inequivoci nei confronti dei loro abusanti, soprattutto se si tratta di persone che conoscono bene.
Provano una combinazione tra confusione ed emozioni diverse quali amore, affetto, angoscia, ansia, paura, disprezzo, rabbia, fedeltà.
Spesso gli abusanti appaiono «buoni» e le vittime si chiedono se non siano per caso loro stessi a reagire in maniera eccessiva all’ abuso.
Quando gli abusanti poi non trattano bene i cittadini-operai, per questi il momento dell’ abuso potrebbe coincidere con l’unico sostentamento emotivo che il sopravvivente riceve.
Una persona assetata di acqua la beve anche da un pozzo avvelenato se c’è solo quella. Un operaio disoccupato va a lavorare anche all’ Ilva se c’è solo quel salario disponibile. Spesso gli abusati, non sapendo convivere con questa ambivalenza, arrivano a credere e a dire che l’ abuso non c’è stato, non è Stato.
Dipendenza fisica/economica:
Le istituzioni isolano deliberatamente i loro cittadini-operai da altri mezzi di sostentamento, oppure offrono loro aiuto sottendendo implicitamente che la vittima deve mantenere un rispettoso silenzio sull’ abuso e concordare che gli abusanti costituiscono una classe meravigliosa.
Gli abusanti possono continuare a tenere con sé i loro cittadini-operai, fino alla morte, grazie alla dipendenza finanziaria e alla minaccia di licenziamento.
Conformarsi al silenzio da parte della vittima e di chi la circonda:
Il cittadino-operaio non riesce a dare un senso a ciò che gli succede.
Il disorientamento, e talvolta la soddisfazione provata, lo lascia sospeso tra fedeltà, ansia, paura e protezione, portandolo ad affidarsi alla forza del silenzio.
Così facendo, spesso e implicitamente si rinforza la ripetizione dell’ abuso politico-economico che, in questo modo, si cronicizza ed intrappola sempre più la vittima e il suo carnefice all’ interno di un meccanismo simile a un circolo vizioso.
La violenza subita è quasi sempre accompagnata dall’ implicito patto che ciò che è successo tra il cittadino-operaio e il dirigente resterà un segreto da non raccontare a nessuno, mai, e in alcun modo e occasione.
È veramente terribile quando la vittima sa che altri membri della società sono a conoscenza dell’ abuso ma continuano comunque a sostenere e proteggere l’ abusante.
Vergogna: 
Molti sperimentano la terribile vergogna di dover rigettare l’ amata immagine dello Stato giusto, dell’ azienda equa, dell’ abusante «buono» insomma, e l’ atto di separazione da questi può essere vissuto come un’amputazione senza anestesia.
Religione:
Nella maggior parte dei credo religiosi si promuove il perdono come un valore che riflette il concetto di grazia e di remissione del peccato al peccatore stesso, quando è pentito.
In alcune comunità religiose però ancora oggi una visione distorta della religiosità può portare a considerare il perdono un «obbligo», quasi un atto dovuto per compiacere Dio. I sopravviventi sembrano quasi obbligati a «perdonare» l’ abusante, ma ciò li fa sprofondare ancor più in una condizione di sofferenza, di dubbio, che li porta a continuare a subire ulteriori abusi, mentre la loro rabbia viene considerata un peccato o qualcosa da sopprimere.
Riconciliazione genuina:
A volte l’ abusante può esprimere una piena e onesta ammissione e scusarsi, cercando di alleviare il dolore che ha causato.
Quando un sopravvivente in fase di protesta ritiene che questo atteggiamento sia genuino, può fare la scelta di riprendere i rapporti con l’ abusante.
Dissociazione e negazione:
L’ abuso politico-economico è qualcosa di così terribile, un tradimento così lancinante, che la vittima potrebbe far finta che non sia mai accaduto.
La natura del trauma porta il sopravvivente in uno stato di confusione.
Dissociandosi dai ricordi o dalle emozioni, un sopravvivente è in grado di andare avanti nella sua vita e preservare la relazione con gli altri.
Speranza di cambiamento:
Una delle cose più difficili da accettare per molti sopravviventi è giungere alla conclusione che, a prescindere da quello che fanno, l’ abusante non cambierà e non darà alla vittima il sostegno di cui ha bisogno sempre.
Fino a quando c’è anche la più piccola probabilità che questo accada e che l’ abusante possa cambiare, la vittima si aggrappa a questo lumicino di speranza.
Legame traumatico:
Il legame traumatico si verifica nei bambini abusati, nelle donne picchiate, nei prigionieri di guerra, negli operai in fabbrica, nei cittadini nelle urne e in altre situazioni in cui le persone si trovano in uno stato di cattività.
Se nella «sindrome di Stoccolma» gli ostaggi che non avevano precedenti legami significativi con i loro rapitori si sono legati in seguito al trauma con emozioni positive quali empatia, affetto, gratitudine, ecc., figuriamoci quanto può essere più facile per un cittadino-operaio venire legato dal e al potere!
Un sopravvivente può portare con sé questo sentimento fino alla morte.

Lontano dagli occhi, vicino al cuore

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( Dal Web )

Nella notte fra Domenica 3 e Lunedì 4 Novembre è capitato qualcosa ad una linea elettrica d’alta tensione di La Spezia.
Un trasformatore, in cui arrivava corrente a 130000 volt, è andato in tilt provocando un black-out che è durato molto più del previsto.
Il trasformatore infatti è risultato talmente danneggiato da dover essere sostituito,  si sa come vanno queste cose: bisogna fare arrivare un altro trasformatore, allacciarlo, testarlo…
Un vero danno per chi produce in quell’ area, rimasto a secco di energia.
Ad esempio, 180 operai della Termomeccanica sono stati costretti per un paio di giorni a non poter fare il loro onesto lavoro: costruire pompe e compressori.
Anche peggio è andata ai 960 lavoratori della ex Oto-Melara (oggi Leonardo), i quali sono stati costretti per ben tre giorni a non poter prestare la propria opera per fabbricare i prodotti che hanno reso celebre la “loro” azienda in tutto il mondo: cannoni, carri armati e altre macchine di morte.
Ma cosa è successo a quel trasformatore?
Boh, chi lo sa.
Si sa solo che un delegato dei pacifici lavoratori bellici ha dichiarato:
«l’ azienda ci ha detto che la causa più probabile del guasto dell’ altra notte è stato un fulmine.
In ogni caso il trasformatore era già stato fatto oggetto della regolare manutenzione solo pochi giorni fa».
Insomma, l’ attività di una delle principali industrie belliche d’ Europa è rimasta paralizzata a causa di un imprevisto intervenuto non all’ interno o all’ ingresso delle sue sorvegliatissime mura, ma lontano, lontano, lontano…

Interruzioni

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( Dal Web )

Quando interviene il silenzio sembra che tutto sia giustificabile.
Le parole, per di più quelle sovversive, scompaiono.
Diventano oggetti interscambiabili che avviluppano la quotidianità.
Ma l’ ennesimo sforzo di dare vita alle parole non ha tempo né spazio.
Battibeccando con il fato, solo i tentativi possono trasformare il mondo.
Nell’ orrore di quanto ci circonda, la ripresa ostile contro questo mondo dell’energia,
ciò che accende ininterrottamente l’ autorità e le sue ramificazioni, apre talvolta un breccia diversa nelle tenebre.
Andare oltre, pensare la profondità per trovare forze nascoste, è un buon esercizio per non perdersi nella forsennata contesa muscolare con il potere.
Se il mondo è un deserto senza significato, tacere è sempre una sostituzione ardua del dire: ciò che è illuminato non chiarifica come potrebbe farlo un fuoco intelligibile.
Al di fuori della noiosa quotidianità non c’è niente, ma ad un certo momento essa si arresta, si blocca, di colpo, anche per poco e senza preavviso.
Un salto nel buio.
Il 27 ottobre a Cremona mentre era in corso la «festa del salame» (sic!) e la «fiera internazionale della zootecnica», piena di scienziati proni alle biotecnologie sperimentate sulla sofferenza di questo mondo animale, un blackout nel centro cittadino ha fatto cessare la normalità della domenica per circa un’ ora, sospendendo l’illuminazione pubblica.
Citelum, ditta che lavora in tantissime città del nord Italia di EDF, nota per la sua attività nel settore dell’ energia nucleare nella vicina Francia, ha risolto tutto in poco tempo dopo che una fotocellula di una centralina elettrica era saltata.
Naturalmente la notizia è apparsa sui giornali locali il giorno dopo; vi abbiamo letto che le cause non erano ancora note, ma si ipotizzava un guasto dovuto al probabile surriscaldamento di quella fotocellula.
Ecco come le parole possono ingannare le apparenze.
Non ci è dato sapere cosa sia realmente successo quel pomeriggio a Cremona, ma certe domande riaffiorano in chi non si vuole fermare all’ orrore della realtà.
In questo caso sarà stato un dispositivo tecnico a fare cilecca, come può sempre capitare, o sarà stato un granello di sabbia in uno dei mille ingranaggi del dominio?
Un granello messo da chi vorrebbe sussurrare a chi sa ascoltare che la possibilità di scardinare l’ impossibile è sempre forza del pensiero e braccia energiche per oltrepassare la soglia del già dato.
Chi lo saprà mai.
Tempesta per tempesta, come stiamo vedendo in questi giorni in Cile (come ad Hong Kong, in Ecuador, in Libano, in Catalogna e in Iraq), nessuno può prevedere cosa può succedere in un mondo fortificato tecnicamente nell’ oppressione, ma è chiaro come certe parole che lo spettro della ribellione può prendere forma anche nei momenti in cui il silenzio ci pare assordante.