Archivio mensile:dicembre 2019

A cattiva società, cattiva energia

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( Dal Web )

A quanto pare non tutti i militanti della CGT (il più grande sindacato francese) hanno dimenticato il vecchio Émile Pouget, l’anarchico che 123 anni or sono riuscì a far adottare dalla loro organizzazione il sabotaggio come strumento d’azione contro il padronato.
Fu lui difatti l’artefice della mozione presentata ed approvata al Congresso Confederale di Tolosa, nel 1897, che sanciva: «Ogni volta che scoppierà un conflitto tra padroni ed operai, sia che il conflitto sia provocato da esigenze padronali, sia che sia provocato dall’iniziativa operaia, nel caso in cui risulterà che lo sciopero non dia i risultati voluti dai lavoratori, questi ultimi applichino il boicottaggio od il sabotaggio — o entrambi contemporaneamente».
Per spiegare teoria e pratica di questo strumento di lotta, alcuni anni dopo Pouget pubblicò per una «biblioteca del movimento proletario» un libro che sarebbe diventato una piccolo classico del pensiero sovversivo, tradotto nelle lingue di mezzo mondo: Sabotaggio.
Ebbene, martedì scorso, 17 dicembre, le idee di Pouget si sono scrollate di dosso la polvere degli archivi per tornare a respirare un po’ d’aria fresca.
Durante il tredicesimo giorno di sciopero generale dei trasporti, indetto per protestare contro la prevista riforma delle pensioni voluta dal governo Macron, una serie di black-out ha paralizzato le attività in molti edifici in tutto il paese.
Sorprendentemente, il black-out è stato rivendicato dalla CGT — per intenzionale volontà o per scaltra necessità? — i cui portavoce hanno precisato che le 90.000 abitazioni rimaste senza corrente elettrica — fatto che pare abbia indignato l’opinione pubblica transalpina — erano soltanto un effetto collaterale di un’azione che in realtà prendeva di mira ben altri obiettivi (zone industriali e commerciali, sedi istituzionali).
Mentre la ministra della Transizione ecologica ha condannato questi atti definendoli «inammissibili», un delegato sindacale della Federazione Nazionale Miniere ed Energia (CGT) ha così difeso le azioni compiute dai suoi rappresentati:
«Non è sabotaggio.
La rete elettrica è lo strumento di lavoro dei salariati.
Vogliono mostrare che, quando sono in sciopero, l’elettricità non può essere trasportata come quando non c’è sciopero.
I salariati vogliono farsi sentire… e dire che non si lasceranno togliere 300, 400, 500 euro della loro pensione senza difendersi».
Per altro, i tagli dell’elettricità sono solo alcuni degli atti compiuti dalla FNME, a cui vanno aggiunti anche il ripristino della corrente per le famiglie più indigenti o i rallentamenti del traffico con i propri veicoli.
Come diceva Pouget, se lo sciopero non basta… Va da sé che, al di là del termine che ciascuno userà per definire simili azioni, «sabotaggio» o «non-uso di uno strumento di lavoro», gli odierni militanti della CGT non hanno nulla in comune con gli anarco-sindacalisti di un secolo fa (i quali iniziavano sempre le sedute «al grido di Viva la Rivoluzione Sociale!», laddove oggi non si è in grado di immaginare null’altro al di là della democrazia).
Che i sindacalisti siano di per sé pompieri che possono talvolta giocare col fuoco ma che alla fine, dopo il recupero di una lotta, inevitabilmente lo spengono, che la CGT che oggi rivendica il sabotaggio sia la stessa che ieri lo condannava, che i salariati della FNME interrompano il lavoro solo quando è in gioco il peso della propria busta paga… tutto ciò rientra nelle banalità che possono fare da pretesto all’esplodere di una rivolta.
Così come non ha molta importanza quale sia la rivendicazione iniziale che scatena gli animi, allo stesso modo è irrilevante l’identità e le motivazioni di chi può arrivare al blocco dell’erogazione di corrente elettrica.
Non si tratta di lodare e sostenere quel gesto sempre e comunque, a prescindere dal contesto in cui è avvenuto (né di assegnare un attestato di radicalità ai suoi autori, magari ripetendone le motivazioni), si tratta bensì di coglierne le potenzialità qualora si verificasse, si prolungasse, si generalizzasse, si incrociasse con altre pratiche, dando vita a prospettive inaspettate (soprattutto per chi ha iniziato la mobilitazione) altrimenti impossibili.
Sostenere il suo possibile divenire, più che il suo attuale essere.
Se oggi un movimento sociale, pur con i limiti insiti nelle sue rivendicazioni di base, si ritrova a paralizzare i trasporti e l’energia di un paese (ovvero quanto permette il funzionamento della macchina sociale), ciò non costituisce forse un’occasione per chi desidera la fine di questo mondo?
Non l’occasione di adulare la protesta per meglio cavalcarla, né tanto meno di sminuirla per meglio ingigantirsi, ma di farla lievitare, straripare, eccedere, al fine di togliere dalle teste non solo la preoccupazione delle feste natalizie, ma anche quella delle pensioni — fermare la momentanea corsa ai regali di Natale, per poi proseguire lo slancio e fermare la continua corsa al lavoro.
Un sabotaggio rivendicato dalla CGT, per quanto paradossale possa sembrare, è una splendida opportunità per (far) ricordare le parole di Pouget, per afferrarne tutto il senso e l’attualità:
«I proletari si comportano come un popolo che, dovendo resistere all’invasione straniera e non sentendosi abbastanza forte per affrontare il nemico in una battaglia campale, si lancia nella guerra di imboscata, di guerriglia.
Lotta spiacevole per i grandi corpi d’armata, lotta talmente orripilante e micidiale che, per lo più, gli invasori rifiutano di riconoscere ai franchi-tiratori il carattere di belligeranti.
L’esecrazione della guerriglia, da parte delle armate regolari, è simile all’orrore ispirato ai capitalisti dal sabotaggio.
In effetti il sabotaggio è, nella guerra sociale, ciò che la guerriglia è nelle guerre nazionali: esso nasce dagli stessi sentimenti, rispondendo alle stesse necessità ed ha sulla mentalità operaia identiche conseguenze.
Si sa quanto la guerriglia sviluppi il coraggio individuale, l’audacia di decisione; altrettanto si può dire del sabotaggio: esso tiene in allenamento i lavoratori, impedisce loro di affondare in una fiacchezza perniciosa e, necessitando di un’azione permanente e senza respiro, sviluppa lo spirito d’iniziativa, abitua ad agire da soli, eccita la combattività.
L’operaio ha grande bisogno di queste qualità, perché il padrone agisce nei suoi confronti con la stessa mancanza di scrupoli degli eserciti invasori, operanti in un paese conquistato: depreda più che può».
La diffusione di questo coraggio individuale, di questo spirito d’iniziativa, di questa azione solitaria e permanente, di questa alterità nei confronti di un nemico percepito come «invasore straniero», con cui non si ha nulla da condividere o trattare, potrebbe non mettere semplicemente in crisi la politica di un governo; ma rischierebbe di mettere in pericolo la politica, con le sue strategie, i suoi compromessi, le sue convergenze, le sue alleanze.
Fine dei governi, dei partiti, dei sindacati.
Oltre un secolo fa, Émile Pouget ha riassunto le ragioni del sabotaggio operaio con la formula «a cattiva paga, cattivo lavoro».
Se i padroni non davano ai lavoratori ciò che si aspettavano per la loro fatica, perché mai i lavoratori avrebbero dovuto dare ai padroni ciò che pretendevano per i loro investimenti?
Ecco perché a Tolosa, nel 1897, egli suggerì ai delegati della CGT la seguente deposizione: «il Congresso, riconoscendo che è superfluo biasimare il governo — poiché è nella sua logica stringere il freno ai lavoratori — esorta i lavoratori municipali a fare danni per centomila franchi ai servizi della città di Parigi».
Mettendo in pratica oggi questo ragionamento, che cosa si otterrebbe?
Che essendo superfluo biasimare il governo, giacché rientra nella sua logica sfruttare ed opprimere, ha molto più senso esortare gli individui a fare miliardi di danni alle infrastrutture di questo mondo che li vuole al suo servizio.

Nemmeno di Venerdì

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( Dal Web )

George Orwell ha scritto un romanzo (1984 ) divenuto celebre in tutto il mondo per la sua critica del totalitarismo.
Ma di quale totalitarismo?
Essendo stato scritto nel 1948, quasi tutti i suoi lettori lo hanno considerato una denuncia dei regimi stalinista e nazi-fascista.
Il successo riscosso da 1984 si fonda quindi sulla presunzione che esso descriva un mondo ben diverso da quello in cui viviamo, dando ai bravi e buoni cittadini del «mondo libero» un’idea e una percezione di un orrore già accaduto o visibile altrove, comunque lontano nel tempo o nello spazio.
Non era così.
Orwell non intendeva affatto dimostrare una banalità, ovvero che il totalitarismo è brutto e cattivo.
La sua intenzione non era neppure quella di denunciare un particolare tipo di regime politico contemporaneo, ma piuttosto di disvelare i meccanismi intellettuali e psicologici che ne stanno alla base e mostrare come questi funzionino non solo nelle tirannie, ma anche nelle democrazie.
Ieri, anche fuori dalla Russia di Stalin, dalla Germania di Hitler, dall’Italia di Mussolini. Oggi, dappertutto.
L’essenza del totalitarismo infatti non si manifesta con l’onnipotenza di una polizia brutale, ma col totale controllo mentale.
La sorveglianza costante, gli arresti di massa, gli interrogatori, le torture, i processi sommari e i campi di concentramento sono solo… accessori; sono mezzi per ottenere il dominio delle menti, o meglio per addestrare l’individuo a controllare da sé il proprio pensiero.
Ma lo strumento imprescindibile di ogni totalitarismo non è affatto la stanza 101, che a seconda dei contesti e delle circostanze può tranquillamente essere sostituita dagli schermi televisivi (non a caso Orwell si ispirò al Mondo nuovo del suo maestro Huxley, dove il controllo totale viene raggiunto attraverso la beatitudine, e non attraverso il terrore).
Se l’intento è quello di sopprimere il pensiero, non esistono sostanziali differenze tra bruciare i libri e renderli di nessun interesse.
Se è difficile riscontrare un’effettiva differenza tra un territorio controllato da invadenti pattuglie di poliziotti presenti ad ogni angolo di strada ed un territorio sorvegliato da discrete telecamere disseminate un po’ dovunque, allo stesso modo qual è la differenza tra una corrispondenza cartacea intercettata dai servizi segreti ed una corrispondenza telematica a totale disposizione di multinazionali come Google o Facebook?
Nel mondo totalitario di 1984 è criminale qualsiasi pensiero, per quanto insignificante, che non sia del tutto allineato alla dottrina del Partito (cioè dello Stato).
Allo scopo di scongiurare la minaccia sovversiva si distrugge la capacità critica degli individui, riducendo drasticamente il numero di parole a loro disposizione, semplificandone al massimo le possibili elaborazioni logiche.
Meno parole esistono, meno riflessioni si possono fare.
Una volta resi incapaci di esprimere un pensiero complesso proprio, agli individui non rimane altro che ripetere gli slogan e le frasi fatte diffuse dalla propaganda.
È in questo modo che secondo Orwell il totalitarismo arriva al «controllo della realtà», al bispensiero («la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe»).
Il bispensiero viene utilizzato come arma di manipolazione psicologica, per rendere l’individuo incapace di pensare da sé; d’altronde, sostenere nel contempo qualcosa e il suo contrario non può che produrre una disintegrazione della coscienza.
La negazione dell’opposizione tra due affermazioni impedisce qualsiasi rappresentazione.
Non è più possibile percepire e interpretare la realtà, si può solo sperimentarla, subirla, diventarne soggetti, non analizzarla e trasformarla.
Per imporsi con le sue continue contraddizioni, il bispensiero ha bisogno di rendere la psiche degli individui molto fluida, facendoli vivere solo nel e sul presente:
la verità è ciò che il Partito (cioè lo Stato) dice.
O meglio, è ciò che sta dicendo.
E che, un attimo dopo, potrebbe capovolgersi nel suo esatto contrario.
L’obiettivo finale del potere è quindi spezzare il rapporto dell’individuo con la verità del significato, con la sua profondità storica, al fine di renderlo un essere totalmente malleabile, cioè manipolabile.
In fondo è un ideale condiviso da tutte le grandi ideologie a partire dall’inizio del XX secolo: plasmare l’essere umano, riuscire a fargli credere qualsiasi cosa, addestrarlo a negare il minimo senso e talvolta anche la testimonianza dei propri sensi.
Si tratta di un progetto quasi del tutto realizzato, essendo diventato il bispensiero la cosa più condivisa.
In quale altro modo spiegarsi la pretesa di difendere la natura dal progresso industriale che la devasta, mentre si sostiene la scienza e ci si rivolge ai governanti che finanziano e realizzano questo stesso progresso?
Se nel caso della giovanissima Greta Thunberg si può forse parlare di ingenuità, negli adulti che la adulano di cosa si può parlare?
Non è certo difficile notare la pari assurdità fra gli slogan del Big Brother («la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza») e quelli del Fridaysforfuture («lo sviluppo è sostenibile, l’economia è circolare, la scienza è verde»).
Allo stesso modo non dovrebbe essere troppo arduo capire che invitare chi detiene il potere ad «unirsi dietro la scienza» equivale a credere che il problema sia al tempo stesso la soluzione.
L’inarrestabile distruzione della natura non è uno sbadato errore dell’attuale organizzazione sociale suscettibile di venir corretto una volta presone atto, bensì una delle conseguenze ovvie del capitalismo, per il quale «tutte le risorse naturali hanno il colore dell’oro.
Più rapidamente le sfrutta, più s’accelera il flusso d’oro».
Chiedere gentilmente a funzionari e servitori del Dio Denaro di porre fine allo sfruttamento delle risorse («fare pressione sulle istituzioni locali, regionali, nazionali, affinché siano intraprese azioni di governo e di organizzazione internazionale più efficaci nel contenere gli effetti del collasso climatico») è come chiedere gentilmente ai lupi di porre fine allo sterminio delle pecore.
Non si può stare contemporaneamente da entrambe le parti.
Non saranno la scienza e lo Stato a «far tornare selvaggia la natura», ma solo la lotta contro la scienza e lo Stato.
Per capire fino a che punto il bispensiero abbia annichilito ogni capacità critica basterebbe spostarsi a Taranto, città in subbuglio contro la decisione della multinazionale Arcelor Mittal di spegnere gli altiforni dell’Ilva.
La preoccupazione di salvaguardare il «livello occupazionale» e di garantire «il diritto al lavoro» è tale da far convergere governo, sindacati e forze progressiste verso un unico obiettivo: impedire ad ogni costo la chiusura della più grande acciaieria d’Europa.
Ma, considerato che governo, sindacati e forze progressiste non nascondono il loro sostegno alla causa ambientalista della salvaguardia del clima, eccoci di fronte a un dilemma.
Essendo l’Ilva di Taranto la principale fonte di anidride carbonica presente in Italia, la prima responsabile quindi nel nostro paese del riscaldamento climatico planetario, come si può al tempo stesso sostenere la rapida riduzione di emissioni nocive nell’atmosfera ed il mantenimento di quanto diffonde veleni nell’atmosfera?
Il ministro dello Sviluppo economico potrà anche delirare definendo l’Ilva «un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili, con forni elettrici e altri impianti ecosostenibili», ma è fin troppo ovvio che la difesa della natura esige l’immediata chiusura della fabbrica, altro che una produzione annuale di 8 milioni di tonnellate di acciaio!
Ma un’Italia senza industria, e una Taranto senza posti di lavoro, come potrebbero vivere all’interno di questa civiltà fondata sull’industria e sul lavoro?
Ecco una domanda a cui gli slogan che pensano al posto nostro non potranno fornire una risposta.
Nemmeno di Venerdì.

Smartphone, suonerie, capitale

«Credo che entro la prossima generazione i padroni del mondo scopriranno che il condizionamento infantile e la narco-ipnosi sono più efficienti come strumenti di governo di manganelli e prigioni, e che la loro brama di potere potrà essere completamente soddisfatta suggestionando le persone ad amare la loro schiavitù, invece di fustigarle e ridurle all’obbedienza».
(Aldous Huxley, lettera a George Orwell del 21 ottobre 1949)
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Mezzo secolo fa, piazza Fontana.
L’avvio della cosiddetta strategia della tensione.
Una bomba esplodeva all’interno di una banca affollata, a pochi passi dal Duomo di Milano.
Oltre cento vittime fra morti e feriti, una strage di sangue perpetrata al fine di diffondere in tutto il paese la paura, il terrore e l’angoscia necessari per far scattare il riflesso condizionato dell’ordine.
Seminare un panico tale da giustificare, se non far invocare, l’intervento dello Stato (anche mediante il suo braccio armato poliziesco, anche mediante la sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Mezzo secolo dopo piazza Fontana, siamo in piena strategia della distensione.
Dopo le bombe, lo smartphone.
Dopo il sangue, le suonerie.
Milioni di persone iperconnesse, un’ecatombe di neuroni compiuta al fine di diffondere in tutto il paese il divertimento, lo svago ed il compiacimento necessari per neutralizzare la riflessione incondizionata della rivolta.
Seminare una distrazione tale da legittimare, se non rendere naturale, la presenza dello Stato (anche del suo braccio armato della legge, anche della sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Insomma, dalla repressione si è passati alla prevenzione.
Attualmente chi detiene il potere non deve scongiurare la minaccia rivoluzionaria, non c’è alcun attacco massiccio diretto all’organizzazione capitalistica del lavoro, quanto al proletariato come soggetto storico della propria azione eversiva si tratta di una vera e propria allucinazione ideologica.
Semplicemente oggi la tecnologia permette di realizzare bonariamente ciò che ieri fascisti e servizi segreti volevano imporre brutalmente.
La violenza indiscriminata del terrorismo statale intendeva dimostrare che nessuno e in nessun luogo poteva sentirsi al sicuro, premessa indispensabile affinché tutti e in tutti i luoghi dovessero essere controllati.
Ebbene, questo obiettivo è stato raggiunto giacché è in atto un controllo capillare del territorio e della stessa psiche degli individui attraverso dispositivi assai più discreti ed efficienti dei militari nel mettere in sicurezza le strade e bandire ogni avventura dalla vita.
Ed il modo migliore per essere indifferenti al presente, non è forse quello di commuoversi del passato?
Così, il 12 dicembre sta diventando come il 25 aprile, una ricorrenza nazionale per ricordarsi di dimenticare.
È l’istituzionalizzazione dell’ipocrisia, che rispetta i morti di entrambe le parti (i partigiani ed i repubblichini, Pinelli e Calabresi), festeggia la Liberazione assieme a chi impone schiavitù, elemosina la Verità a chi vende menzogne, celebra la Resistenza per decretare la fine della resistenza, condanna la strage di Stato per sancire l’eternità dello Stato.
Dopo il depistaggio delle indagini, l’obnubilamento delle coscienze…

Lettera sul fronte unico

Schermata del 2019-12-01 11:52:55

( Dal Web )

Paolo Schicchi
Né a scusare le vostre canagliate vale menomamente il pretesto del «fronte unico antifascista» collo scopo precipuo di abbattere il più presto possibile il teschio di morto. Lo so bene che voi venite fuori colla vecchia e rancida massima di tutti i ribaldi e di tutti i gesuiti: il fine giustifica i mezzi, che è anche un’insegna essenzialmente fascista.
Ma nel caso vostro tale massima non regge nemmeno per delle ragioni semplicissime, che anche un caporale di deposito capirebbe.
Innanzitutto la qualificazione di «fronte unico» qui è sbagliata, trattandosi di vero e proprio «esercito unico» e non soltanto di fronte.
Ma passi pure il fronte unico.
Questo presuppone, oltre il nemico comune, comunanza d’intenti e di mezzi, unità di metodo e di condotta, volontà unica, ecc.
Ora tutti sanno che per molte ragioni nemmeno nell’ultima grande guerra fu possibile il fronte unico.
Anzi può dirsi che fino all’ultima fase, non era stato possibile nemmeno dentro i confini della Francia;
nella stessa guisa in cui non fu mai possibile in alcuna delle grandi guerre passate, per le stessissime ragioni.
Tu, che sei un grande storico e un grandissimo condottiero di tresca (tanto nomini nullum por elogium), leggi quello che scrisse Napoleone I sulla mancanza di fronte unico e anche d’affiatamento nella guerra dei Sette Anni; mancanza che permise a Federico il Grande di resistere a tante forze e a tante sconfitte.
E sì che Laudon, Daun, ed altri generali di non comune valore, se avessero potuto, non avrebbero aspettato gl’incitamenti del tuo luogotenente per affiatarsi meglio e combattere più uniti.
Alcune volte il criticare è facile, ma l’attuare è difficile, e spesso anche impossibile quando le circostanze di tempo e di luogo non lo consentono.
E lo stesso Napoleone all’ultimo, quando gli venne meno anche suo cognato Gioacchino Murat, dovette provarlo a spese sue.
Il caso tipico però l’abbiamo nelle invasioni barbariche, quando i vari eserciti e popoli barbari assalivano l’impero romano ognuno per conto proprio, nel medesimo tempo in cui essi stessi si combattevano e di frequente si annientavano a vicenda.
A questo punto tu potresti osservarmi che io esco fuor del seminato e che le mie disquisizioni d’arte militare c’entrano come i cavoli a merenda.
Ma no, le stesse leggi dinamiche che regolano le mischie del popoli all’esterno, regolano quelle dell’interno.
Le stessissime.
In quale rivoluzione del passato, anche delle più grandi, vi fu vero fronte unico tra i diversi ribelli e i vari partiti, se si eccettua e non sempre l’attimo improvviso, inaspettato e quasi fuggevole d’un primo assalto e d’un primo urto come la presa della Bastiglia? Dove?
Quando?
Sapresti dirmelo?
Ti sfido a rispondere.
Nella gigantesca palingenesi cristiana fin dall’inizio le varie dottrine, congreghe, sette e chiese furono senza tregua in contrasto tra loro e si azzannarono come cani.
Nella rivoluzione della Riforma successe la stessissima cosa fino allo sterminio degli Anabattisti, predicato e mandato ad effetto dallo stesso Lutero.
Erasmo, Melantone, Lutero ed altri ancora in cuor loro si odiavano cordialmente, mentre Calvino, a Ginevra, consegnava fraternamente al rogo Michele Serveto.
E così via di seguito.
Durante tutto il corso della Rivoluzione Francese, eccetto che nella presa della Bastiglia, che fu gesta fulminea di tutto il popolo parigino, un partito non fu mai d’accordo con un altro, e sarebbe stato preso per un babbeo o per un pazzo chi avesse parlato di fronte unico, che non esistette mai neppure mentre i nemici irrompevano alle frontiere e marciavano a gran passi sulla capitale.
E lo stesso può dirsi della Rivoluzione Russa.
Nelle rivoluzioni del Risorgimento italiano non si sapeva neanche che cosa fosse il fronte unico, e nessuno si sognò mai di parlarne.
Dappertutto repubblicani contro monarchici, federalisti contro unitari, Mazzini contro Cavour, Giuseppe La Farina e Giorgio Pallavicino emissari di Cavour che vanno a brigare contro Garibaldi a Palermo e a Napoli, conservatori contro democratici, pensiero ghibellino contro pensiero guelfo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari contro Mazzini.