Archivio mensile:gennaio 2020

Ricordare, vomitare e distruggere

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( Dal Web )

Come ogni volta, anche quest’anno si festeggia la giornata della memoria.
Le istituzioni si danno un bel da fare nell’istituire i viaggi nei luoghi dell’orrore: i lager nazisti.
Un giorno santo per ritrovare un po’ di quella vomitevole purezza del dimenticato, la quale viaggia parallelamente con le atrocità contemporanee.
Visitare dei luoghi di tortura e di sterminio può impressionare: questo lo si può intuire. Far riaffiorare un passato funesto, dice qualcuno, è il miglior modo per non scordare.
A patto di chiudere gli occhi sui genocidi e le torture di oggi.
Tutto lo squallore democratico riesce a reinventarsi le menzogne più cruente. Sopravviviamo in una crudeltà continua, con un viaggio della memoria a portata di mano.
La manfrina ideologica di questa giornata è la seguente: dobbiamo ricordare questo passato perché è stato una parentesi atroce della storia.
Ecco che la menzogna si completa, il senso di vomito fa il resto.
Bisognerebbe essere sinceri ma non è possibile: difendere i privilegi del dominio è qualcosa di ecumenico.
Il sacrilegio è capire che il periodo dei lager nazisti non è una parentesi oscura della storia dell’umanità, ma una parte fondamentale della continuazione della storia dell’oppressione.
I lager nazisti vengono dopo i genocidi perpetrati dagli occidentali ai danni delle comunità indigene dell’America Latina.
Vogliamo parlare degli indiani d’America?
E dei buoni cristiani nelle Crociate e nelle Inquisizioni?
Cosa pensiamo della prima rivoluzione industriale dove il lager ha iniziato a chiamarsi fabbrica?
Ma non solo il passato terrorizza, anche il presente è la continuazione della civiltà del genocidio.
Cosa sono i CPR se non lager?
E i laboratori di sperimentazione fatti sugli animali, insieme agli allevamenti intensivi?
La storia è la storia di continue guerre.
Come disse Simone Weil:
«Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.»
La memoria è viva se riesce anche a vendicare le atrocità del passato dando respiro ad una possibilità che esse cessino definitivamente.
E allora come non ricordare le distruzioni delle carceri nelle rivolte di Londra di fine 800, l’abbattimento della Bastiglia nella rivoluzione francese o le sommosse che portarono tante carceri spagnole nel 1936, durante l’insurrezione contro il fascista Franco, ad essere, finalmente, un cumulo di macerie?
E come non sentire i battiti del cuore a mille quando qualche CPT/CIE/CPR viene distrutto dai prigionieri o quando gli animali vengono liberati dalle gabbie di qualche laboratorio scientifico messo a ferro e a fuoco?
Forse bisognerebbe porgere la propria sensibilità verso questi fatti, per distruggere i lager di oggi, come quelli di ieri.
La memoria, così, diventerebbe un profondo e continuo esercizio di gratitudine.

Causa, mezzo ed effetto

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( Dal Web )

A parte i più beceri rappresentanti e tirapiedi dell’industrialismo, sembra che tutti siano davvero preoccupati per il clima.
Non passa ormai giorno senza sentire l’urlo indignato di qualche anima bella ambientalista, la promessa solenne di qualche illuminato funzionario governativo contro il comune nemico: il riscaldamento atmosferico, l’effetto serra, l’anidride carbonica!
Considerato che l’anidride carbonica è un gas che fa parte dei cicli geochimici naturali, la cui presenza nell’atmosfera garantisce quel fenomeno di termoregolazione naturale del pianeta (effetto serra) che permette condizioni termiche idonee all’esistenza della vita terrestre (riscaldamento atmosferico), tanto varrebbe prendersela con la forza di gravità. È un po’ come attribuire lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento allo Zyklon B... vi risulta che a venire impiccato a Norimberga sia stato l’acido cianidrico?
Ovviamente no, a salire sul patibolo furono determinati esseri umani in carne ed ossa, alti funzionari del Terzo Reich.
Non fu l’HCN il responsabile dell’Olocausto, ma i nazisti che lo sprigionarono in apposite camere stracolme di ebrei per compiere un genocidio.
Allo stesso modo oggi non è la CO2 la responsabile dell’ecocidio in corso, ma quegli esseri umani in carne e ossa che ne sprigionano enormi quantità nell’atmosfera attraverso la loro organizzazione politica, economica e sociale.
Ora, se ponete la domanda «Come fermare un riscaldamento climatico globale diventato eccessivo in maniera artificiale, giacché provocato dalla combustione di petrolio, gas e carbone?»
Ad un adolescente, è assai probabile che sia capace di intuire subito la risposta: smettendo immediatamente di bruciare petrolio, gas e carbone.
Ma se fate questa stessa domanda ad un adulto, ecco che vi sentirete proporre le soluzioni più imbarazzanti:
usando più possibile la bicicletta al posto dell’auto, tassando maggiormente la benzina, imponendo filtri ai camini delle fabbriche e ai culi delle mucche, istituendo incentivi per l’uso di pannelli fotovoltaici…
Ciò accade perché gli adulti che compongono la nostra bella società odierna hanno notevoli difficoltà di comprendonio, soprattutto su certe questioni, per cui quella semplice domanda al passaggio del loro orecchio sordo diventa: «come fermare il riscaldamento climatico globale diventato eccessivo in maniera naturale, quindi senza fermare il consumo di petrolio, gas e carbone, senza fermare lo sviluppo industriale, senza fermare la corsa al potere e al profitto, senza rinunciare a nessuna delle merci che tanto desideriamo perché tante comodità ci danno?».
Insomma, come fare una frittata senza rompere le uova?
Si capisce meglio il motivo per cui il nemico contro cui si scagliano oggi molti giovani contestatori e alcuni vecchi politici non abbia un volto e un nome.
Se la battaglia contro le ombre dei primi dipende in primo luogo dalla loro ingenuità, nel caso dei secondi si tratta piuttosto di scaltrezza.
Se dovessero infatti dare sul serio un volto e un nome a chi decide, organizza e provoca l’eccessiva emissione di anidride carbonica nell’atmosfera, dovrebbero cominciare con il proprio, seguito da quello dei propri colleghi, committenti, clienti…
Prendiamo il caso dell’Italia.
Quali sono le quattro principali fonti di emissione di anidride carbonica nel nostro paese?
Stando ai rapporti più o meno ufficiali:
l’acciaieria Ilva di Taranto, le centrali termoelettriche a carbone di Civitavecchia e Brindisi/Cerano, ed una non meglio identificata raffineria (quella di Sarroch?).
Ma, come si è visto di recente a Taranto, la chiusura di una mega-industria ecocida è un’ipotesi che non viene presa in considerazione nemmeno da chi ne muore, qualcosa di impensabile ed inimmaginabile perché crea pur sempre migliaia di posti di lavoro, perché fa da traino all’economia del paese, perché senza di essa si sarebbe costretti ad importare ciò che produce, con enormi contraccolpi sul bilancio.
E quindi…
Quindi, è meglio sentirsi vittime dei gas ad effetto serra anziché sapersi complici o responsabili di ciò che li diffonde nell’atmosfera.
Meglio battersi contro il mezzo e l’effetto, piuttosto che ribellarsi contro la causa.
Ecco perché i giovani contestatori chiedono agli squali della classe politica di difendere i delicati equilibri naturali adottando una dieta vegana (sic!), per poi lamentarsi che — incredibile! — nulla di concreto è stato fatto, mentre i vecchi politici ne tengono a bada ogni tentazione conflittuale pronunciando vaghi discorsi infarciti di moralismo umanista.
Cos’altro si potrebbe fare?
Innanzitutto bisognerebbe capacitarsi che per fare una frittata è inevitabile rompere le uova…

Speranza

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( Dal Web )

Albert Soubervielle
Noi ci culliamo — talora inebriandoci — con fallaci parole che rappresentano solo vaghe astrazioni.
Pretendiamo che la speranza sia il nostro sostegno, se non la nostra guida, nell’aspra lotta che conduciamo nel corso della nostra effimera esistenza.
E coloro che considerano la speranza una chimera a volte sono solo disillusi che, dopo molte speranze infrante, dubitano di tutto e di se stessi.
Ma, a parte questi disincantati dalla vita, tutti gli esseri umani non vedono forse nella speranza il faro luminoso che li guida e verso cui tendono i loro sforzi? Essendo la speranza in un futuro migliore l’unica vera ragione di vita, per tutti?
È così che il credente si rassegna al triste destino della sua vita terrena, contando ingenuamente in una ricompensa nell’aldilà.
Questo è anche il motivo per cui l’eterna vittima pone il proprio futuro nelle mani di un padrone e non si scoraggia, sebbene costantemente ingannata.
Sono queste fallaci speranze che contribuiscono a prolungare miseramente una vita sociale talmente assurda e monotona.
Sperare significa credere in un’ipotetica felicità e aspettarsela ingenuamente dagli dèi, dai padroni o dal cieco caso.
Farsi cullare da una speranza ingannevole significa far addormentare ogni energia in se stessi, talvolta è rinunciare persino a qualsiasi idea di lotta, significa preparare un avvenire che è solo un ritorno del passato e una triste continuazione del presente.
Non dobbiamo avere alcuna fiducia cieca; non crediamo in niente; nessuno può migliorare la nostra vita meglio di noi stessi. Acquisiamone coscienza e mettiamo la nostra energia in continua attività. Lottiamo e reagiamo contro tutto ciò che ostacola la nostra esistenza. La speranza indebolisce e imbroglia. Ci fa marcire nel tran-tran di un’ebete ingenuità o sprofondare in un tetro scoraggiamento.
La volontà, madre dell’azione, è un reale fattore di vita.
Bisogna agire, non sperare.
(l’idée anarchiste, n.5, 8 maggio 1924)

Stato è violenza

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( Dal Web )

Jacques Ellul
Ho dimostrato a lungo altrove che ogni Stato è fondato e sussiste unicamente sulla e attraverso la violenza.
Mi rifiuto di fare la classica distinzione tra forza e violenza.
I giuristi hanno inventato che la «forza» è quella dello Stato quando usa la coercizione e persino la brutalità, mentre solo individui o gruppi non statali (sindacati, partiti) userebbero la violenza: è una distinzione totalmente ingiustificata.
Lo Stato si istituisce attraverso la violenza: rivoluzioni americana e francese, Stati comunisti, Stato franchista, ecc.
C’è sempre una violenza in principio e lo Stato diventa legittimo quando gli altri Stati lo riconoscono (so che non è il criterio abituale di legittimità, ma è l’unico serio!).
Oppure, quando lo si riconosce?
Quando il regime è durato abbastanza: in principio ci si scandalizza per la violenza che ne è all’origine e poi ci si abitua.
Nel giro di alcuni anni si riconosce lo Stato comunista, di Hitler, Franco, ecc. come legittimi.
Come si mantiene il governo?
Solo attraverso la violenza.
Deve eliminare i suoi avversari, creare nuove strutture; tutto ciò è una questione di violenza.
E anche quando la situazione sembra normalizzata, le autorità possono vivere solo esercitando violenze successive.
Qual è il limite tra la brutalità della polizia e un’altra?
Il fatto che sia legale?
Ma sappiamo quante leggi possono essere fatte anche per giustificare la violenza?
Il miglior esempio è ovviamente il processo di Norimberga: era necessario sopprimere i capi nazisti.
Era normale, era una reazione di violenza contro la violenza.
Una volta sconfitti i violenti, ci si vendica.
Ma gli scrupoli democratici hanno preteso che non si trattasse di violenza, bensì di giustizia.
Ora, nulla condannava legalmente ciò che i capi nazisti avevano fatto:
allora è stata fatta una legge speciale, sul genocidio, grazie alla quale è stato possibile condannare in buona coscienza, come un tribunale serio, dicendo che era giustizia e non violenza.
Reciprocamente, si sapeva perfettamente che Stalin era pari ad Hitler quanto a genocidi, campi di deportazione, torture, esecuzioni sommarie… solo che non è stato sconfitto:
non si poteva quindi condannarlo.
Semplice questione di violenza.
E al suo interno, l’azione dello Stato non è violenta?
La grande legge, la grande regola dello Stato è di far regnare l’ordine.
Non è l’ordine legale che conta innanzitutto, è l’ordine nella strada.
Non esiste costrizione fedele alle leggi, sottomessa alla giustizia, se non quando le situazioni non sono troppo difficili, quando i cittadini sono obbedienti, quando l’ordine regna di fatto.
Ma non appena si è in crisi e in difficoltà, allora lo Stato si scatena e fa come per Norimberga, fabbricando leggi speciali per giustificare la sua azione che di per sé è pura violenza.
Sono «leggi eccezionali» in uno «stato di emergenza», nozioni che esistono in tutti i «paesi civilizzati».
Siamo davanti ad una parvenza di legalità che ricopre una realtà di violenza.
E ritroviamo tale rapporto di violenza a tutti i livelli della società.
Forse che il rapporto economico o il rapporto di classe sono qualcosa di diverso dai rapporti di violenza?
Bisogna davvero accettare di vedere le cose per come sono e non come le immaginiamo o le desideriamo!

Il sistema competitivo ipotizzato dalla famigerata libera impresa, in cui per così dire «vince il migliore», non è in definitiva una «lotta al coltello» economica, espressione di pura violenza che le leggi non riescono a temperare, dove i più deboli, i più morali, i più delicati sono necessariamente perdenti?
La critica del sistema di libera concorrenza come mezzo di violenza è essenziale.
Ma non dobbiamo credere che, in compenso, la pianificazione impedisca la violenza: perché in questo caso è la violenza dello Stato ad imporre implacabilmente la propria legge agli imprenditori.
Basta vedere, anche in Francia, a qual punto la pianificazione implichi un necessario calcolo di ciò che deve essere sacrificato:
quella categoria di produttori, quel tipo di sfruttamento, tutto viene spazzato via in base ad un calcolo economico.
E non è minor violenza solo perché il piano che prevede questi olocausti al dio economico è votato da un parlamento e diventa legge.

Lo stesso dicasi a proposito del rapporto di classe.
So bene che un’intera scuola sociologica negli Stati Uniti nega l’esistenza delle classi sociali, ma penso che ciò implichi rifiutare di vedere la realtà a causa di un metodo pseudo-scientifico, e si comincia ad accorgersene.
Ora, non c’è dubbio che tra le classi esista un rapporto di concorrenza violenta per decidere chi dirigerà una nazione, per afferrare una «fetta di torta» (il reddito nazionale) più grande!
Come potrebbe essere altrimenti?
Si può sperare che la classe inferiore, gli operai, gli impiegati, i contadini accettino senza protestare la direzione della classe superiore, sia essa borghese, capitalista, burocratica o tecnocratica?
E in ogni caso, certe classi inferiori non hanno il desiderio di prenderne il posto o di accedervi!
Non voglio riprendere la «teoria» generale della lotta di classe, non è a questo che mi riferisco, ma al rapporto di violenza che nasce appena esiste una gerarchia.
Violenza del superiore che può essere sia materiale (la più elementare che provoca reazioni morali ostili) sia psichica e spirituale quando il superiore utilizza mezzi morali incluso il cristianesimo, per ricondurre l’inferiore alla sottomissione e infondergli uno spirito di asservimento, che è la violenza peggiore di tutte.
Il comunismo non agisce diversamente con i suoi metodi di propaganda.
La violenza psicologica, chiamata in Francia «terrorismo psicologico», è la più grave ed è sempre grazie ad essa che una gerarchia può mantenersi.
Ma la classe inferiore, quando cessa di essere addomesticata (alla stregua di animali da compagnia), coltiva allora risentimento, invidia, odio, fermenti di violenza:
Sorel l’ha analizzato perfettamente.
Da qualsiasi parte ci giriamo, ovunque troviamo la violenza nella società: è lo stato naturale.
Hobbes l’aveva capito e analizzato perfettamente quando, partendo dalla necessità di proteggere l’individuo dalle violenze, ha finito con l’ammettere che solo uno Stato onnipotente, illimitato e che usi esso stesso la violenza può proteggere l’individuo dalle violenze sociali.
Potrei qui fare appello a tanti di quei sociologi e filosofi moderni da formare una bibliografia schiacciante; ne cito due molto famosi e assai diversi.
Paul Ricœur:
«La non-violenza dimentica che ha contro di sé la storia».
Perché la storia è il prodotto della violenza.
Eric Weil:
«Per elevare l’individuo al di sopra della sua individualità, non c’è altra forza che la guerra… Sul piano della realtà, il bene non ha forza: ogni forza si trova dalla parte del male».
Posso attestare che questo è il bene della realtà.
Ma è più piacevole, più facile, più consolante, più morale, più pietoso credere che la violenza stia accuratamente nascosta in un angolo, correttamente repressa, che la dolcezza e il bene trionferanno sempre…
Purtroppo, questa è un’ illusione.

Il capitalista

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( Dal Web )

Arthur Arnould
Quando si osserva il complesso della società attuale, sbarazzandola di tutti gli elementi artificiali creati dalle forme politiche e governanti, si constata che realmente non vi sono che due classi di uomini:
capitalisti —
i detentori cioè del capitale sociale, in tutte le sue forme (terra, materie prime, utensili, macchine, merci scambiabili (1), ecc.);
non-capitalisti —
ossia coloro, che non posseggono che la loro persona, o forza di lavoro, intellettuale e muscolare, — in una parola, i salariati.
Qualunque altra classificazione è arbitraria, fittizia o accidentale.
Per giustificare questo stato di cose, gli economisti borghesi rispondono, che ciò è il risultato della libertà del lavoro — principio essenziale, che non si può violare sotto pena di uccidere il lavoro stesso e ritornare alla barbarie.
Vi domandate subito se questa «libertà del lavoro» che ha per risultato di spogliare gli uni a profitto degli altri, e di condurre alla concentrazione delle ricchezze prodotte dal lavoro di tutti, nelle mani di un piccolo numero di persone, rassomiglia allora alla «libertà di brigantaggio», poiché le sue conseguenze sono esattamente le stesse.
Effettivamente, che mi si spogli, in un bosco, del mio orologio, della mia borsa e del mio soprabito, — in nome di un coltello e di una pistola, — o che mi si spogli dei miei strumenti di lavoro — in nome della «libertà del lavoro» — che differenza ci trovate?
Ma, rispondono ancora gli economisti, il capitale non è che lavoro accumulato.
Ora, i capitali essendo prodotti dal lavoro, il capitalista ne è legittimo possessore, poiché egli ne deve il possesso alla sua energia, alla sua intelligenza ed alla sua attività.
Una volta che li ha così conquistati col sudore della fronte, non è forse naturale che se li tenga, ne usi a suo piacimento, li dia a prestito o li trasmetta a chi gli piace meglio, con o senza condizioni?
D’altronde, comunque ne disponga, purché non li sotterri nella sua cantina, se li mette in circolazione, sia che li impresti ad usura, sia che li collochi in una industria, sia ancora che li lasci ai suoi figli, che li faranno valere a loro volta, i capitali ritorneranno ad alimentare il  lavoro, dal quale sono stati prodotti; per conseguenza produrranno nuovi capitali che andranno ad aumentare la ricchezza nazionale, e così di seguito fino alla fine dei secoli.
Tale, credo, è il ragionamento in tutta la sua semplicità.
Si dice che il capitale sia lavoro accumulato.
Nulla di più esatto e di più evidente.
All’ infuori delle ricchezze naturali, come l’aria, la luce, l’acqua corrente dei fiumi e dei torrenti, la terra primitiva, gli animali allo stato selvaggio, le forze misteriose che cambiano il grano in spiga, fanno di una ghianda una quercia e presiedono alle leggi della fisica, alle affinità chimiche, ogni ricchezza sociale, o valore scambiabile e produttivo, è opera del lavoro dell’uomo e delle sue forze, siano esse intellettuali o muscolari (2).
Di queste ricchezze e forze naturali che abbiamo enumerate, ve n’è solo un numero ristrettissimo che possa contare, propriamente parlando, come ricchezze e forze sociali prima d’essere state appropriate, cioè prima d’aver subito quella parte di collaborazione umana o di lavoro che lo rende utile ai nostri bisogni.
L’elettricità, senza il lavoro dell’uomo produce il fulmine; col lavoro dell’uomo essa diviene il telegrafo.
La terra non appropriata, allo stato vergine, è bensì un capitale assoluto, una ricchezza sociale, poiché, senza essa nulla esisterebbe, e poiché produce i frutti selvaggi e nutre la selvaggina; ma le miniere che racchiude nel suo seno, le foreste dalle quali è ricoperta, le facoltà germinative che possiede, hanno bisogno per divenire utilità dirette, positive, del lavoro dell’uomo.
È necessario il lavoro dell’uomo per estrarre dalle miniere il ferro ed il carbone; occorre il lavoro dell’uomo per tagliare i boschi e trasformarli in calore, in mobili, in vascelli; occorre il lavoro dell’uomo affinché la fecondità naturale del terreno giunga a produrre i legumi ed i frutti saporiti che ci nutrono; e così di seguito.
Dunque ogni ricchezza sociale, o utilità, o valore, come si vorrà chiamarle, di consumo, o di scambio o di produzione — salvo, ripeto, le ricchezze naturali che, non avendo richiesto e non richiedendo alcun sforzo, appartengono a tutti (l’aria, la luce, ecc.) e per conseguenza il Capitale che non è se non la parte di ricchezza sociale accumulata per la produzione — è il prodotto del lavoro umano.
Dunque è vero che il capitale è «lavoro accumulato».
Dunque è il lavoro che crea il capitale.
Bisogna forse concludere che il lavoro crea il capitalista?
A tutta prima ciò sembra logico; ma osserviamo più attentamente.
Ecco un padrone di officina che occupa trecento operai a fondere e fucinare il ferro per farne gli utensili e le macchine più complesse.
Questo capo di officina lavora, non già come i suoi operai, poiché non adopera la pala e il martello, ma si occupa della contabilità, delle compere e delle vendite, oppure, se lo credete più esatto, dei rapporti per lo scambio dei prodotti fabbricati nell’officina, sorveglia, distribuisce il lavoro, ecc., sia solo, sia con un certo numero di individui che lo aiutano in questa parte speciale ed essenziale del lavoro comune.
Finora noi non vediamo che un gruppo di lavoratori identici, separati solamente nelle funzioni dalla legge della divisione del lavoro.
Ritornate dieci anni dopo.
L’ officina funziona sempre coi suoi trecento operai, o più o meno, poco importa; si lavora sempre il ferro.
Non vi è che una sola differenza: il padrone dell’officina è milionario, gli altri sono restati quello che erano.
Lui, va in carrozza, può vivere dei suoi redditi, e morrà in un palazzo.
Essi, ancora malvestiti, ancora malnutriti, ancora male alloggiati come il primo giorno, continuano a sudare al fuoco della fucina, e a penare all’incudine.
Quando le loro forze saranno esaurite, cadranno a carico della carità pubblica e moriranno all’ospedale.
Eppure, il lavoro di questi uomini ha creato questa ricchezza, «ha fabbricato questo capitale».
Ne è prova il fatto che il padrone dell’officina, con questo lavoro, ha potuto accumulare sia in materie prime, sia in prodotti appropriati, sia in terreni, in fabbricati, in macchine, sia come moneta in seguito a scambio di merci, i milioni che assicurano a lui ed ai suoi figli un’esistenza felice, provvista di tutto il necessario e di tutto il superfluo.
Perché gli altri non hanno accumulato nulla?
Perché, di questa ricchezza, creata dal lavoro comune non è rimasto nelle loro mani altro che la piccola parte detta salario, appena sufficiente, quando lo è, ad assicurare presso a poco il rinnovamento, in ciò che più strettamente è indispensabile, delle forze del lavoratore col fornirgli di che nutrirsi male e grossolanamente, vestirsi non meno male e non meno grossolanamente e alloggiare peggio e più grossolanamente ancora?
Vi sono dunque due sorta di lavoro: uno che produce il capitale e l’altro che produce il capitalista.
Se interrogate il padrone dell’ officina, vi risponderà orgogliosamente, pavoneggiandosi, col sorriso sulle labbra, mentre i ciondoli della sua catena saltellano sul suo ventre impinguito:
«Il mio lavoro mi ha arricchito, la mia intelligenza ha fatto la mia fortuna, la mia attività mi ha reso milionario!».
Il suo lavoro? Vediamo un po’.
Abbiamo ammesso che il capo dell’officina lavora quanto i suoi operai, d’un altro lavoro, imposto dalla divisione del lavoro e dalla diversità delle attitudini; che il suo lavoro personale fosse l’equivalente del lavoro degli operai, poiché se il capo dell’officina non può fare a meno degli operai, questi hanno ugualmente bisogno di qualcuno che compia funzioni analoghe.
Quanto guadagnano al giorno i suoi operai? Prendiamo una media: cinque franchi; dunque anche la sua giornata di lavoro produce nell’officina per 5 franchi, vale cinque franchi.
Ma supponiamo che il capo sia di gran lunga più intelligente, e più attivo dei suoi collaboratori; supponiamo anche che egli renda un utile doppio, triplo di ciascuno dei suoi operai.
Ebbene, allora la sua giornata varrà al massimo, dieci o quindici franchi.
Potrebbe forse su questi quindici franchi economizzati, accumulare cinque milioni in dieci anni?
Evidentemente no.
Ciò non ostante questo valore è stato prodotto (3) — Da chi? — Dal lavoro di tutti. — Nulla tocca agli altri, ma tutto a lui.
Non è dunque col suo lavoro personale, col suo lavoro proprio, colla sua intelligenza, colla sua attività, che questo plus-valore, di cui gode solo, è stato creato; ma col lavoro dei trecento operai, unito al suo.
Egli non è dunque divenuto milionario in base al principio della libertà del lavoro.
Ciò che l’ha arricchito è semplicemente il lavoro accumulato degli altri.
Per conseguenza, se è giusto dire che il capitale è lavoro accumulato, bisogna però aggiungere: il capitalista è il prodotto del lavoro accumulato degli altri; il che lo rende — bisogna confessarlo — infinitamente meno rispettabile e meno sacro.
(1) La moneta non è altro che una merce di scambio, come tutte le altre, ma più comoda, più facile a trasportarsi, e generalmente ammessa come equivalente comune di tutte le altre merci.
(2) Non parlo qui di «valori d’uso» i quali, destinati al consumo e da questo distrutti ogni giorno, non potrebbero accumularsi e, per conseguenza, entrare in conto nel capitale sociale, tale come noi qui lo consideriamo, sebbene essi vi partecipino, mantenendo le forze del produttore.
(3) All’infuori delle spese di produzione, e ciò che resta si chiama «plus-valore».