Archivio dell'autore: HDMarsil

La strategia della lumaca

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( Dal Web )

«Bisogna portare il panico alla superficie delle cose»

Questa mattina, dieci giorni dopo il ventunesimo anniversario della morte di Maria Soledad Rosas, due giorni dopo il diciottesimo anniversario della morte di Carlo Giuliani e poche ore prima della prevista sentenza da parte del Tribunale di Firenze contro una trentina di anarchici, la linea ferroviaria che collega Roma e Firenze è ferma, sospesa, bloccata.
Cosa è successo?
All’ alba, nella prima periferia del capoluogo toscano, una cabina elettrica dell’ Alta Velocità si è surriscaldata al punto da andare in fiamme.
Sarà stato un caso?
Una coincidenza?
Una «vile provocazione»?
Oppure, più semplicemente ed umanamente, un gesto d’ amore e di rabbia?
È facile immaginare che sul posto sia tutto un brulichio di tecnici delle Ferrovie e della Questura.
Dopo i primi accertamenti, i responsabili della Rfi hanno dichiarato che « Il principio d’ incendio agli impianti che gestiscono la circolazione dei treni è stato causato da un atto doloso ad opera di ignoti ».
Ignoti che con un nonnulla hanno gettato nel caos la circolazione ferroviaria nazionale, settore importante di quel sistema pubblico di trasporti che ogni giorno fa funzionare la nostra amabile società, spostando merci umane e inumane a seconda delle esigenze del mercato.
Ma quando non funziona più nulla, si sa, si è costretti a pensare a tutt’ altro.
Eh, lo sappiamo, lo sappiamo, che sbirri e giornalisti, abituati come sono o al mutismo dell’ obbedienza o al coro del consenso, prenderanno queste nostre parole nientepopodimenoche per una «rivendicazione».
Ma che ci volete fare?
È più forte di noi.
Non riusciamo a trattenere la nostra emozione nel constatare come questo gigante chiamato Potere abbia sempre e comunque i piedi di argilla.
Come sia sufficiente accendersi una sigaretta all’ aria aperta in campagna e sotto la luna per mandarlo in tilt.
Come tutta la sua esaltata magnificenza, tutta la sua tracotante invincibilità, dipendano da fragili cavi disseminati un po’ dovunque.
Talmente vulnerabili da poter essere neutralizzati persino da una lumaca.
Lo spettro della morte e la minaccia della galera potranno fermare chi ha da curare i propri interessi, ma non hanno mai fermato chi desidera ardentemente la propria libertà.
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Potere totale male totale

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( Dal Web )

Parrebbe che l’immensa catastrofe attuale, dovuta anzitutto ai regimi totalitari, senza voler con ciò assolvere quelli democratici, avrebbe dovuto aprire gli occhi ai più;
ma per intanto non si nota che la tendenza ad estendere il totalitarismo al mondo intero.
È insomma tristemente logico.
Ammessa l’esistenza di poteri, invano si pretenderà distinguerli in legittimi e illegittimi. La forza soltanto li mantiene e li estende, la forza che non ha nulla da vedere con la legittimità.
Anzi più un potere è mostruoso, più incute con la paura il rispetto.
Non si può parlare di grandi potenze senza grandi impotenze di popoli e di piccoli Stati.
Non si può immaginare pretesa più odiosa che quella di esigere « il potere, tutto il potere », ossia di dominare su masse di cui si requisiscono tutte le forze e tutti i beni, cosicché perdono ogni vita propria e non esistono che come strumenti ciechi d’occhiuta rapina.
Il dominio dell’uomo sull’uomo con tutte le usurpazioni che ne derivano, ecco la maggiore sorgente dei mali dell’umanità.
Si è creduto rimediarvi, scacciando dei poteri per sostituirvene degli altri,  se qualche miglioramento si è avuto, fu in una diminuzione non in un accrescimento della loro autorità.
Potere totale è così eguale a male totale.
Ecco perché noi dobbiamo combattere soprattutto coloro che cianciano d’ un potere forte, d’ un governo che governa, di un’ autorità rispettata, d’ una disciplina rigorosa, tutte cose che mirano all’ annientamento della persona umana, alla militarizzazione universale, alla soppressione d’ ogni indipendenza, volontà e iniziativa dei singoli.
Col pretesto di tutto, proteggere, regolare, dirigere, salvare, si mira a soffocare ogni possibilità d’ emancipazione, ogni tentativo di ribellione, ogni aspirazione di giustizia.

I funghi marci del linguaggio

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( Dal Web )

Hugo von Hofmannsthal
In un primo tempo mi divenne gradualmente impossibile intrattenermi su argomenti tanto elevati quanto comuni,  quindi proferire proprio quelle parole di cui gli uomini comunemente usano servirsi.
Soltanto a pronunciare le parole spirito, anima o corpo, avvertivo un inspiegabile turbamento.
Mi riusciva impossibile nell’ intimo esprimere giudizi sui fatti della corte, sulle questioni del Parlamento, o su qualsiasi altro argomento vogliate immaginare.
E questo non per una sorta di prudenza:
Vi è nota la mia franchezza che si perde nella leggerezza!
Piuttosto le astratte parole di cui la lingua naturalmente usa servirsi per portare una qualsiasi idea alla luce del giorno, mi si sfarinavano sulla bocca come funghi marci.
Ed una tale infezione andò dilatandosi nel tempo come ruggine che tutto macera all’ intorno.
Persino nel discorrere domestico e familiare, l’ esprimere un qualsiasi parere di quelli che si offrono leggermente e con noncurante sicurezza, divenne per me così problematico che dovetti cessare di partecipare a queste conversazioni.
Provavo una indescrivibile irritazione che solo a fatica riuscivo a dissimulare nell’ ascoltare frasi del genere: 
la tal cosa è per il tale o per il talaltro andata bene o male;
il predicatore T. è un brav’ uomo;
il fittavolo M. è da compatire perché ha dei figli scialacquatori;
 un altro è da invidiare perché le sue figlie sono parsimoniose;
una famiglia sale ed un’altra declina
Tutto ciò mi appariva indimostrabile, falso, vuoto, sino al parossismo.
Per di più il mio spirito mi induceva a vedere vicina in modo inquietante qualsiasi cosa fosse attinente a tali discorsi, così come una volta un lembo di pelle del mio dito mignolo, osservato attraverso una lente di ingrandimento, mi era apparso come un territorio cosparso di profondi solchi e voragini, così mi accadeva ora con gli uomini e con le loro azioni.
Non riuscivo più a coglierli nello sguardo semplificato dell’abitudine.
Ogni cosa mi si sfaldava incoerentemente in più parti e queste ancora in ulteriori parti,  nulla si lasciava più ricondurre ad un unico concetto.
Singole parole giravano rapide attorno a me, si mutavano in occhi che mi fissavano ed in cui io a mia volta dovevo concentrarmi, erano vortici in un perenne turbinare che a fissarli nel profondo si è presi da un senso di capogiro ed al di là dei quali si è nel vuoto.

In stato di guerra

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( Dal Web )

M. B.
Tenersi nel ricordo di questa verità:
Qui, dove possiamo dire tutto o quasi, non possiamo che parlare in territorio nemico, in uno spazio in cui ogni parola, intercettata dall’avversario, sarà messa al suo servizio un nemico amichevole, benevolo, feroce.
Non siamo mai abbastanza consapevoli di questo, apparteniamo a una società contro cui siamo in stato di guerra, abitiamo in zona occupata.
Tra il 1940 e il 1944 un numero abbastanza elevato di persone, per istinto o per riflessione, è stato consapevole di ciò che bisognava fare per vivere, agire e pensare in dissenso con la legge imposta.
Detto senza giri di parole.
La verità:
Anche qui dobbiamo sentirci e comportarci come i neri di una società bianca;
neri contro la nostra bianchezza, neri in lotta contro i più forti, pronti ad organizzare la segregazione a loro spese, cioè a rovesciarla contro di loro, anche se dovesse essere contro di noi.
Segregazione, parola odiosa, decisione terribile.
A dispetto del disagio, però, capiamo che quando per astuzia e assenso generale le sbarre vengono rese invisibili, la prigione non solo continua ad esserci, ma diventa prigione a vita, poiché a nessuno viene più in mente di lottare per fuggire,  il primo compito è allora quello di mostrare le sbarre, magari di dipingerle di rosso.
Che cos’è la lotta di classe?
Non è affatto una lotta per aprire quel ghetto che è la classe inferiore e permettere l’ accesso a una classe migliore in un’armonia soddisfacente, al contrario, significa servirsi della chiusura del ghetto per rendere impossibile un contatto tra le classi che non sia un contatto aspro, violento, distruttore…
Capiamo anche l’esigenza di questa nuova segregazione, consiste nel concedere tutto a coloro che già hanno tutto.
Sì, tutti i valori, la verità, il sapere, i privilegi onorevoli, la bellezza, compresa quella delle arti e del linguaggio, l’umanità, dunque, li abbandoniamo a quelli che si sentono in accordo con la società costituita, sono qualcosa che appartiene a loro, il Bene è dalla loro parte.
Che vivano con questo bene come con Dio o con ciò che viene chiamato umanesimo, è di loro proprietà, non vale che per loro, non permette loro altra cosa che comunicare tra di loro.
E gli altri, allora?
Agli altri, cioè, se possibile, a noi, la penuria, la mancanza di tutto, la potenza del nulla.
Ciò porta a una sorta di demenza?
È vero.
Ma bisogna anche capire che nelle nostre società moderne il modo collettivo di pensare, sempre dissimulato, viene definito volta per volta  schizofrenia o paranoia o entrambe le cose, e che se accettiamo di guarire, come ci viene amichevolmente proposto, per noi significherebbe ritrovarci senza accorgercene dietro l’invisibilità delle sbarre.

Un film

«Il programma di questa sera non è nuovo
Questo spettacolo lo avete visto e rivisto
Avete visto la vostra nascita la vostra vita la vostra morte
Potreste ricordarvi tutto il resto
Avete avuto un buon mondo quando siete morti?
Bello abbastanza da farci un film?»
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Il 5 marzo 1998 vengono arrestati a Torino tre anarchici con l’accusa di aver compiuto dei sabotaggi contro i cantieri dell’Alta Velocità in Val Susa.
Il 28 marzo 1998 uno di loro, Edoardo Massari, detto Baleno, viene trovato impiccato nel carcere di Torino.
L’ 11 luglio 1998 anche la sua compagna Maria Soledad Rosas dà l’addio a questa esistenza, mentre si trova ristretta agli arresti domiciliari.
Nel 2003 viene pubblicato in Argentina Amor y Anarquia, il romanzo che lo scrittore Martin Caparròs ha ricavato dalla tragica morte di Sole e Baleno.
Per la stesura del libro, che non esita a soffermarsi morbosamente sui dettagli più intimi della breve vita dell’ anarchica argentina morta in Italia, l’ avvoltoio argentino si è avvalso della collaborazione di alcuni sciacalli, tuttora presenti, fra gli anarchici torinesi.
Il 22 novembre 2015 Mauricio Macri viene eletto 57° presidente dell’Argentina.
Si è sposato più volte, ha prole.
La sua figlia maggiore, che di nome fa Agustina, dopo aver studiato sociologia si è dedicata alla settima arte.
L’ 1 agosto 2017 l’ anarchico argentino Santiago Maldonado scompare nel nulla, a Cushamen.
Quel giorno aveva preso parte ad alcuni blocchi stradali in solidarietà con la lotta dei Mapuche, popolazione indigena che si batte da anni dopo che la loro terra è stata comprata dalla famiglia Benetton (la quale vuole liberarla dall’ inutile presenza umana per destinarla al solo allevamento di bestiame da lana).
La manifestazione viene dispersa dall’ energico intervento delle forze dell’ordine, la Gendarmeria Nazionale, agli ordini diretti del ministro della Sicurezza (a sua volta sotto il controllo del presidente Macri).
Alcuni testimoni vedono Santiago Maldonado venire circondato dagli agenti, nel corso delle cariche.
Il suo cadavere martoriato verrà ritrovato dopo 78 giorni in fondo ad un pozzo.
Non è stato il primo e non sarà l’ultimo dei desaparecido nel paese sud-americano.
Nell’ottobre 2017 cominciano a Torino le riprese del primo film da regista di Agustina Macri, tratto dal romanzo Amor y Anarquia.
La figlia del capo di Stato argentino affermerà che il libro del suo connazionale Caparròs «è stato per me la porta d’ingresso per fare il film.
Dopo ho scoperto anche un altro libro molto utile, Le scarpe dei suicidi, e tanti altri materiali che ho utilizzato per Soledad.
Quello che mi ha colpito di più è l’amore.
Lottare per amore tramite un’idea, l’ anarchia».
Sarà tuttavia costretta a trasferire le riprese a Genova, dopo dure contestazioni che la colgono di sorpresa: «Non me le aspettavo tutte queste proteste.
Sono dalla loro parte e penso che l’unico modo per far conoscere una storia sia quello di raccontarla.
Tutti abbiamo diritto alla libertà di espressione.
Abbiamo provato diverse volte a parlare con gli anarchici, ma loro non ne hanno voluto sapere di un confronto.
Però noi restiamo aperti ad un dialogo».
Nel febbraio 2018 esce anche in Italia, per la casa editrice Einaudi, il romanzo di Martin Caparròs.
Il titolo completo è Amore e anarchia: La vita urgente di Soledad Rosas 1974-1998.
Nel settembre 2018 esce nelle sale argentine «Soledad», il film di debutto come regista della figlia del presidente del paese Macri.
Il 28 novembre 2018 la famiglia di Santiago Maldonado riceve una telefonata dal magistrato che sta indagando sulla morte del loro congiunto.
Alla madre e al fratello viene comunicato che il caso è chiuso, anche per via delle eccessive pressioni esercitate dall’ alto.
Il 13 giugno 2019 esce in decine di sale italiane  l’ opera d’ esordio di Agustina Macri: «Soledad».
La regista non nasconde la propria soddisfazione: «È stato un film forte, emozionale, sentivamo molto ogni cosa che facevamo.
Quando abbiamo fatto le riprese in tribunale, ogni volta che dicevo stop e mi giravo vedevo che c’era qualcuno che piangeva.
E anche quando abbiamo fatto la scena in cui si abbracciavano, c’era tutta la troupe che piangeva».
Ecco, trattenendo a stento la nausea ed il disgusto ed il vomito e la vergogna e la rabbia, tremiamo al pensiero di cosa potrebbe accadere in un futuro che sembra proprio non lasciare avvenire.
Chissà, magari nel 2037, il primo figlio di Matteo Salvini, Federico, andrà in Argentina per le riprese del film che segnerà il suo debutto come regista.
Il film sarà ispirato dalla tragica morte dell’anarchico Santiago Maldonado, avvenuta 20 anni prima.
Ciò che lo spingerà ad affrontare un simile soggetto sarà la solidarietà, lottare per solidarietà nei confronti di una popolazione indigena tramite un’idea, l’ anarchia.
Sarà un film forte, emozionale, ovviamente finanziato da Brando Benetton, l’ ultimo figlio del fondatore del celebre marchio.
Perché no, tutti hanno diritto alla libertà di espressione.
Bisogna essere dei «fanatici intolleranti»  come Severino Di Giovanni, l’ anarchico italiano, che proprio in Argentina fece saltare in aria la fabbrica che aveva messo in commercio le sigarette «Sacco e Vanzetti» per non riuscire a capirlo.

Una questione energica

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( Dal Web )

Affrontare la questione dell’energia, o meglio delle risorse energetiche da cui dipende il buon funzionamento dello sfruttamento capitalista ed il potere statale, non è facile. Soprattutto, precisiamolo fin da subito, se non si tratta di fare un elenco di dati tecnici su questa o quella fonte di energia, di enumerare le nocività provocate dalla voracità energetica del sistema industriale, le devastazioni che comporta a livello ambientale.
Ciò che vogliamo qui tentare è un’analisi più ampia, più profonda, di cosa significhi l’energia in questo mondo.
È difficile evitare che rimanga in parte incompleta, ma l’obiettivo è arrivare ad una comprensione generale dell’importanza della questione energetica.
Partiamo da una semplice constatazione: da diversi decenni, con la massiccia imposizione del nucleare da parte dello Stato e la crescita esponenziale dei bisogni energetici della produzione industriale, della guerra e del modello societario di consumo di massa, numerosi conflitti sono legati alle risorse energetiche, alla produzione ed al trasporto di energia.
Da un lato, vediamo come gli Stati abbiano scatenato guerre sanguinose per conquistare determinate risorse, come il petrolio o le miniere di uranio, per fare un esempio ovvio, o per assicurarsene il rifornimento continuo.
Dall’altro lato, ci sono stati anche molti conflitti diciamo sociali, a volte più ecologici, a volte radicalmente anticapitalistici, a volte di rifiuto di un’ulteriore devastazione del territorio o di rifiuto dell’imposizione di certi rapporti sociali conseguenti a questi progetti: opposizione allo sfruttamento di una miniera, alla costruzione di una centrale nucleare, alle nocività causate da una centrale elettrica a carbone.
Il lungo elenco di lotte e di guerre ci dà già un’idea dell’ importanza che riveste l’ energia, la sua produzione e il suo controllo.
Oggi, in tempi in cui ogni prospettiva rivoluzionaria di trasformazione totale dei rapporti esistenti, di distruzione del dominio, sembra essere quasi scomparsa, almeno nei paesi europei, esistono tuttavia non pochi conflitti e lotte di opposizione alle infrastrutture energetiche.
Pensiamo alla gigantesca miniera di lignite a cielo aperto ad Hambach, in Germania, dove la lotta contro la sua estensione è scandita da molti e vari sabotaggi che inceppano il funzionamento della miniera esistente;
alla lotta contro la costruzione del gasdotto TAP, che si scontra con un’opposizione nel sud dell’Italia;
alle lotte qui in Francia che hanno avuto luogo contro la costruzione di nuove linee ad alta tensione nella Durance (per aumentare la capacità di esportazione dell’elettricità nucleare francese) o in Normandia (per collegare la nuova centrale nucleare di Flamanville alla rete);
senza dimenticare quelle contro l’installazione di nuove turbine eoliche o contro i permessi di esplorazione e sfruttamento del gas di scisto…
Certo, tutti questi conflitti non denotano sempre aspirazioni rivoluzionarie, e spesso al loro interno si rileva non solo il cittadinismo, l’ecologismo cogestionario, la ricerca di dialogo (e quindi di riconoscimento) con le istituzioni, ma anche una fastidiosa confusione, nel migliore dei casi, oppure un opportunismo politico, nel peggiore da parte degli autoproclamati radicali.
Sul modello, ad esempio, di quanto i comitati invisibili e gli strateghi populisti di servizio teorizzano sotto forma di strategie della composizione, ovvero riunire tutto ciò che è incompatibile sotto la direzione di un alto comando politico che essi cercano di imporre con maggiore o minor successo.
Ma non entriamo nel vivo di questo argomento che è già stato qui affrontato.
Ciò che tutte queste lotte potrebbero permettere, a noi anarchici e anti-autoritari che stiamo sempre a scrutare l’orizzonte per scoprire i segni del malcontento e di possibili superamenti insurrezionali, dimenticando troppo spesso che si tratta soprattutto e innanzitutto di agire in prima persona, sulla base delle proprie idee e delle proprie tensioni, è sviluppare un progetto di lotta, non necessariamente nuovo ma in ogni caso relativamente assente da qualche tempo, che proponga di tagliare l’energia a questo mondo, sia essa nucleare, termica, solare o eolica.
«Il diavolo si è installato in un nuovo domicilio. E anche se fossimo incapaci di farlo uscire dal suo rifugio da un giorno all’altro, dobbiamo per lo meno sapere dove si nasconde e dove possiamo stanarlo, per non combatterlo in un angolo in cui non trova più rifugio da molto tempo — e affinché non si prenda gioco di noi nella stanza accanto»

Günther Anders
E quindi, che cos’è l’energia di cui si parla?
Già, si tratta di un termine che proviene dal lessico delle scienze fisiche, per misurare e quantificare determinati processi, come ad esempio il calore (che può essere misurato in temperatura ma, prendendo l’approccio energetico, anche in energia che il calore sprigiona per far girare, ad esempio, una turbina).
In generale, tuttavia, tendiamo ad associare l’energia alla vita.
Senza energia, niente vita.
Senza energia, niente movimento.
Che si tratti di una visione storica, maturata nel corso di secoli di scienza e capitalismo, è fin troppo ovvio.
Oggi il discorso sull’energia è penetrato dappertutto, anche dove in passato veniva ancora e giustamente distinto dai processi vitali.
Per determinare la vita, per misurarla e cartografarla, si misura ad esempio l’energia chimica delle cellule, base della vita biologica, ed è così che la stessa consapevolezza che la vita è molto più di una serie di dati chimici o di un filamento di DNA, tende rapidamente a svanire.
Non dimentichiamo che ciò che non è quantificabile non rappresenta possibilità di accumulazione.
Quindi la qualità, come l’esperienza singolare, le passioni, le sensazioni, insomma tutto ciò che costituisce la poesia della vita, non possono essere misurate e quindi facilmente trasformate in merce.
L’energia è quindi un termine derivante dalle scienze fisiche, non un semplice sinonimo di vita.
La distinzione potrebbe sembrare un po’ ridicola, un po’ superflua, ma non lo è:
se proponiamo di tagliare l’energia a questo mondo, questa distinzione che suggeriamo come preliminare assumerà tutta la sua importanza.
Quando parliamo di energia, di risorse energetiche, bisogna quindi intendersi.
Non si tratta, come solitamente si dice nella lingua parlata, che «l’ umano libera energia» contenuta nell’atomo, nel petrolio, nell’olio di colza, nel gas o nel vento.
No, è attraverso strumenti, strutture, processi e macchine che l’energia viene misurata, prodotta, generata, convertita, accumulata, immagazzinata e trasportata.
Il soffio del vento non è semplicemente «energia cinetica».
In sé, è inutilizzabile per il capitale e lo Stato:
occorrono pale eoliche, turbine, cavi per trasformarla in energia elettrica al fine di far funzionare altre macchine.
Ci sarebbe quindi molto da dire su questa stessa idea di conversione delle risorse in energia elettrica ad uso industriale o domestico, per esempio sul rendimento di queste conversioni.
Basti pensare a quanti litri di petrolio sono necessari per produrre un chilo di grano, che si potrebbe a sua volta quantificare in termini di energia (calorie), per constatare fino a che punto il rendimento dell’agricoltura industriale a petrolio non sia affatto così razionale come si pensa normalmente.
Ma ciò ci allontanerebbe dal nostro soggetto e rischieremmo di impantanarci in penosi dibattiti tecnici.
Riprendiamo il filo:
quando parliamo di energia, parliamo qui di tutti i procedimenti, oggi quasi tutti industrializzati, per convertire qualcosa in forza motrice, in energia elettrica…
Checché se ne dica, questi diversi procedimenti messi a punto nel corso della storia non derivano da una semplice volontà di razionalizzazione, ed ovviamente ancor meno da una preoccupazione etica o ambientale come si vanta oggi il dominio, che investe massivamente nello sfruttamento di altre risorse come le cosiddette energie rinnovabili. Dato che energia equivale a potere, tali processi derivano da strategie.
La generalizzazione dell’uso del petrolio come carburante è istruttiva a questo proposito. Il pericolo rappresentato da una forte dipendenza dallo sfruttamento del carbone è stato colto da alcune grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti.
Richiedendo strutture che concentrano migliaia di proletari in uno stesso luogo per estrarre il carbone, dando vita a potenti movimenti operai talvolta sovversivi, il carbone costituisce un grosso rischio, inaccettabile per lo Stato, di vedere la sua produzione paralizzata da vasti movimenti di sciopero.
La petrolizzazione del mondo è stata in gran parte una risposta, e non solo a titolo preventivo, ai movimenti operai rivoluzionari che si sviluppavano massicciamente proprio alla fonte della riproduzione del capitalismo.
Poiché sebbene lo sfruttamento del petrolio necessiti ovviamente anch’esso di manodopera, i pozzi non ne richiedono tanto quanto una miniera di carbone.
Pensiamo ai vasti giacimenti petroliferi del Texas, dove migliaia di macchine estraggono a perdita d’occhio senza alcun intervento umano oltre alla manutenzione tecnica, ciò che fa funzionare questo mondo.
Finite le pericolose concentrazioni di proletari laddove un numero molto più ridotto di tecnici, operai specializzati e addetti alla sicurezza sono sufficienti per garantire il flusso continuo.
A sua volta, la nuclearizzazione del mondo deriva molto meno da una ricerca della famosa «indipendenza energetica» degli Stati, in particolare dopo la crisi petrolifera del 1973, quanto dall’ assoggettamento e dal maggiore incasellamento delle popolazioni.
Con il nucleare, l’organizzazione gerarchica è diventata tecnicamente inevitabile, ponendo grossi ostacoli ad ogni orizzonte rivoluzionario di distruzione dell’esistente. Insomma, lo sfruttamento di una tale fonte energetica segue i disegni del dominio.
Ma allora, le energie rinnovabili odierne, in nome delle quali le colline ed i mari sono coperti di pale eoliche, i campi ed i deserti di pannelli fotovoltaici, le valli inondate e il corso e il flusso dei fiumi modificati e regolamentati?
Una preoccupazione ambientale?
Certo che no, oppure sì, se intendiamo l’estensione di queste energie rinnovabili come il proseguimento dello stesso mondo industriale e produttivista con altri mezzi.
Le irreversibili devastazioni e le contaminazioni lasciate in eredità da due secoli di industrialismo capitalista e statale spingono oggi il dominio a cercare superamenti tecnici e soluzioni tecniche per ridurre l’inquinamento e l’avvelenamento.
Si tratti di fantasmi o di possibilità reali, in fondo non cambia nulla: è comunque la perpetuazione di quello stesso dominio che intendiamo abbattere.
«La sincope è una momentanea sospensione dell’attività cardiocircolatoria e cerebrale che provoca una perdita improvvisa e transitoria della coscienza.
Gli effetti possono essere irrilevanti, un momentaneo scombussolamento, ma talvolta possono anche essere più gravi.
In alcuni casi se l’interruzione del flusso di sangue nell’organismo umano si prolunga oltre certi limiti sopraggiunge la morte.
Fra tutte, la “sincope oscura” — quella cioè priva di cause identificate, logiche — è considerata la più pericolosa.
Perché non consente ai medici, tecnici del corpo, di intervenire.
Anche il funzionamento dell’organismo sociale è garantito da un insieme di flussi.
Flussi di merci, di persone, di dati, di energie.
Flussi che possono sospendersi per i motivi più svariati.
Un guasto tecnico, ad esempio.
Oppure un furto di materiali.
Magari un sabotaggio».
Sincopi (2013)
Le energie rinnovabili tentano oggi di mitigare un rischio importante.
Cioè, per far fronte a bisogni energetici esponenziali e ad una dipendenza sempre maggiore da un rifornimento elettrico stabile di interi settori dell’economia, dell’amministrazione statale o dell’orizzonte cibernetico che si afferma ad una velocità e con una potenza impossibile da sopravvalutare, il dominio deve non solo moltiplicare, ma anche diversificare i processi per generare energia elettrica.
Anche il vasto parco nucleare francese non sa fare fronte ai «picchi di consumo», per ragioni tecniche, ragion per cui le centrali elettriche convenzionali non sono mai state abbandonate.
Visto che i progressi tecnici permettono oggi un rendimento più elevato (sebbene, dato che il vento non soffia sempre e non così forte, le pale eoliche hanno ad esempio un fattore di capacità molto basso, attorno al 20%), il sistema si è lanciato in questa diversificazione energetica permessa dalle energie dette rinnovabili.
Non si tratta di una transizione energetica, come del resto non è mai avvenuta nella storia, bensì di una addizione, come dimostra non solo il fatto che le centrali nucleari o convenzionali non siano chiuse (la loro produzione non potrebbe in ogni caso venire sostituita dalle sole energie rinnovabili), ma anche il fatto che nuove centrali vengano costruite o sviluppate (EPR o altro), che altre fonti di energia vengano esplorate, testate ed utilizzate, come gli impianti a biomassa (difficili tuttavia definirli «rinnovabili», anche nella neolingua del potere, dal momento che la loro prospettiva è principalmente quella di bruciare piante geneticamente modificate), o che uno dei tre principali programmi di ricerca finanziati dall’ Unione Europea è quello del trasporto di elettricità per cercare, soprattutto attraverso l’uso di nano-materiali, di ridurre in minima percentuale la perdita di calore sulle linee.
In generale, le energie rinnovabili consentono di accrescere ciò che ormai viene definita la resilienza di approvvigionamento elettrico, ovvero la sua capacità di continuare a funzionare in caso di intoppi, si tratti di una tempesta, di un accidente o di un sabotaggio.
Questa volontà di resilienza spinge anche verso una diminuzione della centralizzazione della rete elettrica, nella misura in cui è possibile.
Ma non confondiamo le loro parole con le nostre valutazioni, perché l’attuale centralizzazione della rete elettrica significa già che siamo di fronte ad una rete con strutture attaccabili disseminate in tutto il territorio, dappertutto.
L’utilizzo dell’elettricità secondo l’uso attuale della società industriale, rimarrà infatti ancora a lungo dipendente da una vasta rete di trasporto e distribuzione.
Non sorprenderà nessun nemico dell’ autorità che le infrastrutture energetiche siano quindi classificate dall’Unione Europea (così come da quasi tutti gli Stati del mondo) con il leggiadro eufemismo di «infrastrutture critiche», si tratti ovviamente di una centrale, ma anche di un gasdotto, di una linea d’alta tensione, di trasformatori elettrici, di una pala eolica o di un campo di pannelli fotovoltaici.
Nella relazione annuale 2017 dell’Agenzia di osservazione delle tensioni politiche e sociali nel mondo (sovvenzionata dai giganti mondiali delle assicurazioni), si poteva così leggere che sull’insieme di attentati e sabotaggi contati come tali nel mondo e compiuti da attori «non statali», messe insieme tutte le tendenze ed ispirazioni, niente meno che il 70% prendevano di mira le infrastrutture energetiche e logistiche (ossia: tralicci, trasformatori, oleodotti e gasdotti, antenne di trasmissione, linee elettriche, depositi di carburante, miniere e ferrovie).
Che le motivazioni dietro tutti questi sabotaggi ci soddisfino o meno, non è questo il punto.
Ciò su cui si potrebbe riflettere è sapere, essendo l’energia un perno del dominio nel senso che è necessaria alla sua riproduzione tanto quanto sottomette e rende dipendenti i dominati, se sia possibile sviluppare una progettualità anarchica su questo terreno.
In altre parole, disponiamo di analisi sufficienti per comprendere il ruolo svolto dall’ energia, per cogliere l’importanza dei nuovi progetti energetici, ed è immaginabile sviluppare e proporre un metodo di lotta basato sull’azione diretta, la conflittualità permanente e l’auto-organizzazione che miri alle infrastrutture che permettono a questo mondo di alimentarsi di energia?
Riusciamo a scorgere, immaginare ed elaborare una progettualità che riesca a portarci di là delle occasioni presentate dal calendario dell’attualità, determinando noi stessi i tempi ed angoli?
Quasi in conclusione di questo articolo, diventa necessario un piccolo ulteriore sforzo di attenzione.
Faccio ora una piccola digressione, perché tutta questa storia sull’energia in definitiva è solo una possibilità, una potenzialità, niente di più.
Ciò che mi interessa alla fine, ciò che merita a mio avviso l’attenzione dei vari compagni e compagne, è ciò che si evoca spesso in mancanza di meglio, e talvolta a casaccio, come è in generale abitudine tra gli anarchici, amanti incalliti del caos e del disordine, anche a proposito di termini più o meno precisi con il termine di «progettualità».
Non scappate subito, o non ancora.
La questione non è necessariamente così barbosa come sembra.
Secondo me, gli anarchici non dovrebbero correre dietro agli avvenimenti (neanche quando ci presentano situazioni simpatiche come scontri con la polizia e distruzioni),
ma dovrebbero cercare loro stessi di creare gli avvenimenti.
Non subire l’iniziativa altrui, ma prendere l’iniziativa.
Non seguire il corso delle cose, ma andare contro corrente, vivificare la nostra corrente nel fiume della guerra sociale.
È da lì che si potrebbe, che si dovrebbe, se me lo consentite partire:
con un progetto autonomo che sia nostro, che intervenga in una realtà che ci circonda e ci ingloba, un progetto che renda possibile l’agire.
Non può essere la realtà a intervenire in noi, per suggerirci o sconsigliarci le cose da fare. È proprio per andare in questa direzione che penso ci sia bisogno di una tale progettualità anarchica:
proiettarsi nella realtà della guerra sociale con degli obiettivi in testa, con metodi e proposte in tasca, con analisi per cercare di cogliere i movimenti del nemico.
Non è questo il cuore dell’anarchismo autonomo e informale, quello del nostro anarchismo?
Basta correre dietro agli altri solo perché è la situazione del momento o il soggetto politico del giorno (cioè senza alcuna altra idea in testa se non quella di partecipare).
Se parliamo agli altri, è perché abbiamo qualcosa da dire, da proporre e da suggerire.
Se analizziamo i conflitti che avvengono intorno a noi, non è per perdere la nostra bussola nell’ ammirazione o nel disgusto di quanto fanno o non fanno gli altri.
Se disertiamo le scene della contestazione concertata e della composizione, è per aprire terreni di lotta su ben altre basi.
Certo, so che non è troppo difficile essere d’accordo con le frasi dette sopra.
Ma ciò che lo è di più, è andare oltre ed afferrare il toro per le corna:
elaborare una progettualità che permetta di agire in prospettiva, qualcosa che abbiamo creatoche ci appartieneche amiamoche approfondiamo, senza farci limitare da ciò che succede vicino a noi, da ciò che si dice sui social network o sui siti di movimento, attraverso cui l’attualità viene bombardata come soggetto da commentare all’infinito, tutte cose che alla fine noi subiamo.
Senza progettualità, è difficile arrivare da qualche parte, si finisce con l’agitarsi e lasciarsi agitare senza orizzonte.
«La distruzione necessita — oltre che di conoscenze elementari del nemico, di proprie realizzazioni e propri progetti — di una conoscenza e una disponibilità dei mezzi di distruzione. È l’aspetto costruttivo menzionato; ricercare, sperimentare e poi condividere le maniere di attaccare la bestia tecnologica, le sue unità produttive e i suoi laboratori, le sue antenne di telecomunicazione e le sue infrastrutture energetiche, i suoi strumenti di propaganda e le sue fibre ottiche. Ciò di cui avremmo bisogno è una nuova cartografia, una cartografia del nemico che non menzioni solo i posti di polizia, le banche, gli uffici di partiti e sindacati, le istituzioni, ma sulla quale si possa leggere anche tutto ciò che alimenta lo sfruttamento e il dominio, tutto ciò che ci incatena a questo mondo. Una simile cartografia può armarci in qualsiasi situazione. Che sia in presenza di una calma piatta o di un movimento di rivolta, che si sia coinvolti in una lotta specifica o si intervenga per sabotare una nuova fase nelle guerre condotte dagli Stati, essa servirà per guardare meglio, per meglio scorgere le nostre possibilità di azione. Non è detto che nel corso di un movimento contro una ristrutturazione dello sfruttamento sia impossibile indicare i ripetitori di telefonia mobile come infrastrutture necessarie alla flessibilità del lavoro; così come non è detto che lo scontro fra arrabbiati e poliziotti in un quartiere non possa estendersi al sabotaggio delle infrastrutture energetiche. “Abbandonare ogni modello per studiare le possibilità” diceva il poeta inglese, abbandonare i modelli obsoleti di un confronto simmetrico, abbandonare ogni mediazione politica o sindacale, per studiare le possibilità di portare il conflitto soprattutto laddove il potere non vuole che avvenga».

Les chaînes technologiques d’aujourd’hui et de demain (2016)
Torniamo ora a questa famosa questione energetica:
elaborare una progettualità su questo terreno potrebbe rivelarsi molto interessante. Perché, se questa società-titanic sta effettivamente andando verso il naufragio, distruggendo al suo passaggio ogni vita autonoma, ogni vita interiore, ogni esperienza singolare, devastando le terre, avvelenando l’aria, inquinando le acque, mutilando le cellule, pensiamo davvero che sarebbe spiazzante o troppo azzardato suggerire che per nuocere al dominio, per avere qualche speranza di aprire orizzonti sconosciuti, per dare qualche spazio ad una libertà senza misura e senza freni, il suggerimento di scalzare le sua fondamenta energetiche non sarebbe prezioso?
Una tale progettualità dovrebbe chiaramente prendere di mira un asse fondamentale della riproduzione del dominio, l’ energia, anche se è vero che fino quando non si prova non si sa cosa potrebbe generare in termini di trasformazione sociale il suo disturbo o la sua paralisi, il che non toglie che in ogni caso sappiamo che è necessario perlomeno che la macchina si fermi perché possa emergere qualcos’altro.
Inoltre, esistono già molti conflitti in atto o emergenti, che possono consentire superamenti insurrezionali nel contesto di lotte specifiche contro un obiettivo preciso, come potrebbe esserlo ad esempio una nuova centrale nucleare, una miniera, un parco eolico o una linea ad alta tensione.
Ma ancora più profondamente, e qui tocchiamo ciò che dovrebbe stare a mio avviso alla base di una tale progettualità, è che il modo in cui il sistema energetico è costruito (dalle centrali elettriche ed eoliche ai trasformatori, dalle linee ad alta tensione alle scatole elettriche di media tensione, che corre sotto i marciapiedi e lungo le strade) non richiede una concezione centralista o autoritaria dello scontro, al contrario.
Una tale progettualità fa appello a piccoli gruppi autonomi, che agiscano ognuno secondo la propria analisi, la propria abilità, la propria creatività e le proprie prospettive, praticando  l’azione diretta contro le decine di migliaia di obiettivi, spesso senza particolari difese e raggiungibili in molti modi differenti.
Se la storia delle lotte rivoluzionarie è piena di esempi significativi sulle possibilità d’azione contro ciò che fa girare la macchina statale e capitalista, basta gettare uno sguardo alle recenti cronologie di sabotaggi per accorgersi che in diversi contesti europei nemmeno il presente ne è sprovvisto.
Disfarsi degli imbarazzi che accompagnano molto spesso i dibattiti tra rivoluzionari quando si tratta di tagliare la corrente di questo mondo.
Osare affrontare la questione della progettualità per emanciparsi dal triste destino di anarchici troppo spesso a rimorchio d’altri.
Ciò che può aprirsi è la possibilità di migliaia di sabotaggi diffusi, che colpiscano l’approvvigionamento energetico del mostro che bisogna abbattere.
Nessuno può prevedere a cosa ciò possa portare, ma una cosa è certa: è una pratica della libertà.

Contro lo smartphone

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( Dal Web )

È sempre lì, è sempre acceso, non importa dove siamo o cosa facciamo.
Ci informa su tutto e su tutti: cosa fanno i nostri amici, quando parte la prossima metropolitana o come sarà il tempo domani.
Si preoccupa di noi, ci sveglia al mattino, ci ricorda appuntamenti importanti e ci ascolta  s e m p r e.
Sa tutto di noi, quando andiamo a dormire, dove siamo e quando ci fermiamo, con chi comunichiamo, chi sono i nostri migliori amici, che musica ascoltiamo e quali sono i nostri hobby.
E tutto ciò di cui ha bisogno, è solo un po’ di elettricità di tanto in tanto.
Quando gironzolo per il quartiere o prendo la metropolitana, osservo quasi tutti e nessuno riesce a trattenersi per più di qualche secondo senza mettere la mano in tasca con uno scatto improvviso: velocemente il telefono esce fuori, si invia un messaggio, si controlla una email, si seleziona e si riordina una foto, una breve pausa, e si ricomincia, passando velocemente delle notizie del giorno a quel che faranno oggi gli amici…?
È il nostro compagno quando siamo in bagno, al lavoro o a scuola,  apparentemente ci aiuta a superare la noia mentre aspettiamo o lavoriamo, e così via.
Sarà questa una delle ragioni del successo di tutti gli apparecchi tecnologici che ci circondano, che la vita reale è talmente noiosa e monotona che uno schermo di pochi centimetri quadrati è quasi sempre più emozionante del mondo e delle persone che ci circondano?
È come una dipendenza (perlomeno ci sono persone che presentano chiari sintomi d’astinenza…) o addirittura fa talmente parte del nostro corpo da non riuscire più ad orientarci, perennemente con la sensazione che ci manchi qualcosa; è perfino diventato, più che un aiuto o un giochino, addirittura una parte di noi che esercita un certo controllo su di noi, a cui ci adattiamo, visto e considerato che non usciamo di casa se non dopo aver caricato completamente la batteria?
Lo smartphone come prima tappa verso l’offuscamento del confine tra l’essere umano e il robot?
Vedendo quel che i vari tecnocrati profetizzano (Occhiali Google, chip impiantati, ecc.), sembra che siamo quasi a un passo dal diventare dei cyborg, persone con gli smartphone impiantati che controlliamo attraverso i nostri pensieri (finché i nostri pensieri a un certo punto non si auto-controlleranno).
Non è sorprendente che i portavoce del dominio, i media, ci mostrino solo gli aspetti positivi di questa involuzione, ma è scioccante che praticamente nessuno metta in discussione questa visione delle cose, nemmeno per principio.
È probabilmente il sogno più eccitante di qualsiasi potente: essere in grado di monitorare costantemente i pensieri e le azioni di tutti e di intervenire immediatamente al minimo intoppo.
Autorizzare i bravi lavoratori a svagarsi un po’ (virtualmente) come ricompensa, mentre pochi si riempiono le tasche.
Allo stesso modo il controllo e il monitoraggio hanno raggiunto un livello inaspettato, con l’enorme quantità di dati così facilmente accessibili da tutti in qualsiasi momento della giornata.
Questo va ormai ben oltre la semplice intercettazione dei telefoni cellulari o l’analisi dei messaggi (come durante le sommosse di Londra del 2011).
Col loro accesso ad una quantità incredibile di informazioni, i servizi segreti sono in grado di definire cosa sia «normale».
Possono dirci quali luoghi siano «normali», quali contatti siano «normali», eccetera.
In breve, possono rilevare quasi in tempo reale se e quando le persone deviano dal loro «normale» modo di agire e intervenire immediatamente.
Questo dà ad alcuni un potere enorme, che sarà utilizzato ogni qualvolta ci sia l’opportunità di sfruttare tale potere (di monitorare le persone).
La tecnologia è parte del potere, ne deriva e ne ha bisogno.
Necessita di un mondo in cui alcuni abbiano il potere estremo di produrre e attivare cose come lo smartphone.
Qualsiasi tecnologia che scaturisca dall’odierno mondo oppressivo ne fa parte e consoliderà l’oppressione.
Niente è neutro nel mondo attuale, tutto ciò che è o è stato sviluppato finora serve sia per estendere il controllo che per fare soldi.
Inoltre, molte innovazioni degli ultimi decenni (come il GPS, l’energia nucleare o Internet) provengono direttamente dall’esercito.
Per lo più, questi due aspetti vanno di pari passo, ma il «benessere dell’umanità» non è certamente un motivo per sviluppare qualsiasi cosa, e soprattutto non quando viene prodotto dall’esercito.
È possibile che, su esempio dell’ architettura, si possa illustrare meglio qualcosa di tanto complesso come la tecnologia: se consideriamo una prigione vuota e dismessa, cosa bisognerebbe farne, se non abbatterla?
Già solo la sua architettura, i suoi muri, le sue torri di guardia e le sue celle contengono lo scopo di quell’ edificio: imprigionare le persone e distruggerle psicologicamente. Viverci per me sarebbe impossibile, semplicemente perché l’edificio stesso porta già in sé l’oppressione.
Lo stesso vale per tutte le tecnologie, che ci vengono presentate come un progresso e come qualcosa che ci facilita la vita.
Esse sono state sviluppate con l’intento di arricchirsi e di controllarci e porteranno sempre questo con sé.
Al di là dei presunti vantaggi che possono derivare dal tuo smartphone, chi si arricchisce raccogliendo i tuoi dati e sorvegliandoti ne trarrà sempre più vantaggi di te.
Se in passato si affermava «Sapere è potere», oggi si dovrebbe dire piuttosto: «Le informazioni sono potere».
Più i governanti conoscono le loro pecore, meglio possono dominarle.
In questo senso, la tecnologia nel suo complesso è un potente strumento di controllo per prevedere e di fatto impedire che le persone si ritrovino e attacchino ciò che le opprime.
Dopo tutto, questi smartphone sembrano esigere qualcosa di più di un po’ di corrente…
Nella nostra generazione, fra coloro che almeno hanno conosciuto il mondo senza smartphone, può darsi ci sia ancora qualcuno che comprende di cosa sto parlando, che sa ancora cosa significhi avere una conversazione senza guardare il proprio cellulare ogni trenta secondi, perdersi mentre cammina e quindi scoprire nuovi luoghi o parlare di qualcosa senza ricevere immediatamente una risposta da Google.
Non si tratta per me di tornare al passato, anche se ciò non sarebbe comunque possibile, ma più la tecnologia penetrerà nella nostra vita, più difficile sarà distruggerla.
E se fossimo una delle ultime generazioni ancora in grado di fermare questa progressiva trasformazione dell’essere umano in robot totalmente controllati?
E se a un certo punto non potessimo più invertire la tendenza?
L’umanità ha raggiunto uno stadio storicamente nuovo con la tecnologia.
Uno stadio in cui è in grado di annientare per sempre la vita umana (con l’energia atomica) o di modificarla (con la manipolazione genetica).
Questo fatto sottolinea ancora una volta la necessità di agire oggi per distruggere questa società.
Per fare questo, dobbiamo incontrarci con altri complici e comunicare le nostre idee.
Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che a lungo termine avrà un effetto se comunichiamo attraverso messaggi di cinque frasi al massimo invece di parlare tra di noi.
Una cosa che in apparenza non conta.
Prima di tutto, il nostro modo di pensare influenza il nostro modo di parlare, ma è altrettanto vero il contrario: il nostro modo di parlare e di comunicare influenza il nostro modo di pensare.
Se siamo solo capaci di scambiarci messaggi più che mai brevi e concisi, come potremo parlare di un mondo completamente diverso?
E se non possiamo nemmeno parlare di un mondo altro, come potremo arrivarci?
La comunicazione diretta tra individui autonomi è la base di qualsiasi ribellione comune, è il punto di partenza di sogni e lotte comuni.
Senza una comunicazione inalterata, è impossibile lottare contro questo mondo e per la libertà!
Quindi, sbarazziamoci degli smartphone e incontriamoci direttamente nell’ insurrezione contro questo mondo!
Diventiamo incontrollabili!
P.S.: Dovrebbe essere ovvio che i nostri telefoni cellulari e gli smartphone sono già utilizzati per sorvegliarci.
Quindi, se deciderete di passare all’ azione, lasciateli a casa e non parlate quando li avete con voi!

Lega menzogne e violenza

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( Dal Web )

Che la politica di ogni colore si schieri a fianco di leghisti conservatori, reazionari, omofobi, razzisti, fascisti e infami non meraviglia.
Chi difende il suo ruolo di parassita non può che essere al fianco di parassiti suoi simili, sbraitando la solita litania che ognuno deve esprimere la propria opinione poiché altrimenti si minano le basi della democrazia.
Certo nessuno di essi risulta essere indignato da ciò che la politica della Lega sta portando avanti ormai da più di un ventennio e che ora che è al Governo ha la possibilità di mettere in pratica.
Una politica assassina nei confronti degli stranieri rei di essere poveri o di scappare da guerre e calamità poco naturali; una politica di restaurazione dell’ordine e repressione della libertà in ogni ambito della vita quotidiana: basterebbe pensare alle parole del Senatore Pillon che vorrebbe obbligare le donne a partorire per decidere di agire contro chi minaccia la libertà.
Domenica 19 maggio nella piazza centrale di Lecce alcuni militanti della Lega promuovevano queste politiche, dopo aver raccolto firme per la castrazione chimica contro chi si rende autore di abusi sessuali.
Una proposta feroce, così come feroce è l’ideologia che considera i corpi umani sacrificabili come si faceva in altre epoche.
Quella mattina qualcuno ha deciso di ostacolarli e naturalmente ne è nato un parapiglia.
Permettere a questi soggetti di parlare ed essere nelle piazze non ha nulla a che vedere con la libertà di pensiero.
Sarebbe come dare la parola a Goebbels e consentirgli di esprimere quali erano i programmi del partito nazista o ad Eichmann per spiegare la gestione dei campi di concentramento.
Un fascista, un leghista non devono parlare, devono essere cancellati dalla Storia perché sono una minaccia costante per la libertà di tutti.
Un candidato sindaco ha espresso loro solidarietà citando le parole di Pertini secondo cui tutti hanno diritto di parola, dimenticando che lo stesso Pertini nella medesima intervista sosteneva che il fascismo, al contrario, andava solo combattuto, poiché era un crimine.
Usare la violenza per respingere la violenza è necessario, affermava l’ anarchico Malatesta, ed è per noi anche giusto.
Pensare invece che fascismo, leghismo, autoritarismo, iniquità, privilegio, sopraffazione e devastazione della natura si cancelleranno pacificamente è una grande illusione e anche un pensiero molto comodo.
Detto questo non si può non ribadire la correttezza di mandare via i leghisti da ogni luogo anche perché, insieme ai servi giornalisti, sono solo in grado di mistificare la realtà e piagnucolare.
Nessuna ragazza minorenne è stata infatti ferita la mattina del 19 Maggio, mentre un leghista ha sferrato un pugno in faccia ad un compagno, rompendogli i denti.
Questa la realtà, ma passare da vittime serve ai leghisti per nascondere la loro vigliaccheria e quella di tutti i politici che li hanno difesi.
Nemici della Lega e di ogni Fascismo
[Manifesto affisso a Lecce, 20/5/19]

Arriva!

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( Dal Web )

Arriva, la rivoluzione arriva!
Toh, ecco un’altra trovata dei pubblicitari che cercano di piazzarci il loro ultimo prodotto, come suol dirsi.
Ma non questa volta.
Oggi, sono smanettoni falsamente rilassati e pappagalli di Stato a suonare le loro trombe: una nuova «rivoluzione digitale» sarebbe in marcia con l’imminente arrivo del 5G.
La Corea del Sud è stata la prima a inaugurare la sua commercializzazione a livello nazionale nel mese di aprile, mentre Stati Uniti, Cina e Giappone dovrebbero seguire il suo esempio nei prossimi mesi (in tale città o in tale regione), seguiti dal vecchio continente l’anno che viene.
Se la questione riguardasse il galoppante spossessamento generalizzato, la crescente derealizzazione che colpisce la sensibilità umana in profondità, il rafforzamento partecipativo delle reti di alienazione e controllo o l’ inasprimento delle condizioni di sfruttamento, in breve, le conseguenze sulla nostra vita di qualsiasi evoluzione tecnologica.
Non ci sarebbe nulla di nuovo in questa copertura supplementare che subiremo!
Pur facendo attenzione a non prendere per oro colato il discorso del potere su ogni suo «progresso» e a non scambiare la parte (tale innovazione) per il tutto (il dominio), come talvolta hanno cercato di fare alcuni oppositori della manipolazione genetica della vita o delle nanotecnologie, non possiamo tuttavia limitarci ad osservare che il 5G sarà lo stesso in peggio.
Né a restare con le mani in mano di fronte all’accelerazione del disastro ambientale, col pretesto che tutto si equivale e che c’è già tanto da distruggere.
Perché, in fondo, è anche una questione di prospettiva.
Questa quinta generazione di standard considerati una «tecnologia chiave» è essenzialmente un salto di potenza che permetterà al dominio di aumentare significativamente il suo controllo, aprendo una serie di possibilità da far sbavare battaglioni di ricercatori, industriali e creatori di startup.
In termini concreti, mettendo nello stesso paniere la rete Internet e gli smartphone da un lato, la moltiplicazione di sensori (in città come al lavoro) abbinati a dispositivi e macchine di ogni genere dall’ altro, abbiamo sotto gli occhi enormi raccolte e scambi di dati.
In questo quadro, il 5G consente dei flussi nominali fino a mille volte più rapidi di quelli delle reti mobili nel 2010, e fino a cento volte più rapidi del 4G.
Moltiplicando la velocità, la reattività e la capacità quantitativa di questi scambi di dati, si profila lo sviluppo, finora lento e limitato (perché troppo avido di dati), di un mondo totalmente interconnesso, ma stavolta su scala molto ampia:
Un mondo zeppo di telecamere a riconoscimento facciale, di veicoli autonomi e di congegni telecomandati a distanza, di droni polizieschi e militari pilotati da un’intelligenza artificiale, della famosa smart city, di un’amministrazione digitale di soggetti statali o di nuovi processi di automazione della produzione… senza contare la trasformazione dei rapporti sociali.
Nella neolingua, con 5G si parla di «realtà e umano accresciuti», di «gestione dei flussi di persone, veicoli, derrate, beni e servizi in tempo reale» o di «facilitare il controllo delle catene produttive nei siti industriali».
Infine, come sottolineava un recente opuscolo contro l’organizzazione nella capitale tedesca, a Maggio, della più grande mostra europea sull’Intelligenza Artificiale (IA), lo sviluppo di quest’ultima è legato anche a quello del 5G:
«L’IA, insieme ad altri fattori, sta cambiando l’economia e la società, grazie a potenti processi di automazione.
Sia nell’ assemblaggio, nell’ istruzione, nella medicina, in servizi come i call center o nella guida, ma anche nel perfezionamento della tecnologia militare, come la navigazione di droni autodistruttivi,l’IA  ne è prioritaria.
Le IA sono utilizzate da quasi tutti i principali fornitori di servizi su Internet, come Google, Facebook e Amazon.
In futuro, dovremo contare sul fatto che la maggior parte di dispositivi e oggetti saranno dotati di sensori connessi via Internet ai «server» delle multinazionali («l’ Internet degli oggetti», «Internet of Things – IoT»).
Per poter elaborare una tale massa di dati, l’ Intelligenza Artificiale ha bisogno di questi Big Data, che a loro volta richiedono infrastrutture come la rete 5G o i cavi in fibra ottica».
Dal 2018, le bande di frequenza assegnate per il 5G (all’ incirca 700 MHz; 3,5-3,8 GHz e 26-28 GHz) sono state vendute all’asta per 20 anni, con grossi ricavi per gli Stati:
380 milioni di franchi alla Svizzera (sborsati da SwisscomSunrise e Salt), 437 milioni di euro alla Spagna (da TelefónicaVodafoneOrange), 1,36 miliardi di sterline nel Regno Unito (da TelefónicaVodafoneBritish Telecom e Hutchison Whampoa), 6,5 miliardi di euro all’ Italia (da Telecom ItaliaVodafoneIliad e Wind) e almeno 5,8 miliardi di euro alla Germania (da Deutsche TelekomVodafoneTelefónica e United Internet).
In Francia (con BouyguesIliadOrange e SFR) cominceranno in autunno e in Belgio l’anno prossimo.
La maggior parte dei tralicci che sostengono il 4G verranno gradualmente adattati tecnicamente per il 5G (generalmente prodotto da HuaweiEricsson o Nokia), ma nuovi ripetitori specifici giganti o in miniatura saranno installati dappertutto*, con una potenza ancora più nefasta per la salute, creando un aumento generale e massiccio di esposizione alle onde.
Certo, in Francia la commercializzazione del 5G inizierà solo nel 2020 e la massificazione del suo utilizzo è prevista per il 2022, ma fin d’ora si stanno effettuando test sul campo necessari per il suo impiego, trasformando gli abitanti di diverse città in topi da laboratorio:
Nantes, Tolosa e Francazal (SFR); Lille-Douai (dieci ripetitori 5G), Parigi (quartiere dell’Opéra), Marsiglia (place de la Joliette) e Nantes (Orange); Lione, Bordeaux (antenna 5G accanto al museo d’arte contemporanea), Linas-Montlhéry (sull’autodromo) e Saint-Maurice-de-Rémens (a Transpolis) (Bouygues).
E per non essere da meno, anche l’ ente francese per l’energia nucleare e alternativa (CEA) è autorizzata a testare il 5G a Grenoble e sulla costa normanna tra Ouistreham e Portsmouth servendosi di due traghetti della Brittany Ferries.
Al 27 dicembre 2018, erano 25 i test effettuati in 18 città cui fare riferimento ufficialmente, classificati secondo nove usi:
mobilità connessa, IoT, smart city, telemedicina, video UHD, videogiochi, esperimenti tecnici, industria del futuro e realtà virtuale, con questi ultimi due settori che da soli raggruppavano 20 dei 25 test in vivo.
Un esempio applicato all’«industria del futuro» è un’azienda-pilota automatizzata con robot che gestisce 50 vacche da latte a Shepton Mallet, nel sud dell’Inghilterra.
I collari connessi al loro collo comunicano direttamente in 5G con i molteplici sensori e robot installati nell’ azienda per automatizzare la mungitura, la spazzolatura, l’alimentazione e l’apertura delle porte in base alle condizioni atmosferiche.
Questo progetto è finanziato dal governo inglese (Agri-EPI Centre) e sviluppato da Cisco.
Fortunatamente, come ci ricordano periodicamente i fiammeggianti barbecue in Francia, in Germania e in Italia, tutto questo si basa principalmente su una circolazione di dati tra data center/server e trasmettitori-spioni, le cui informazioni viaggiano fisicamente attraverso reti di cavi in fibra ottica e ripetitori telefonici, il tutto dipendente da un’alimentazione elettrica (a sua volta composta da cavi, trasformatori e tralicci).
Oltre ad altrettante strutture sparse nel territorio, alla portata di tutti coloro che dispongono di un pizzico di fantasia e di una sensibilità ancora palpitante.
Essendo d’altronde la G l’unità corrispondente all’accelerazione della gravità sulla superficie terrestre, è giunto il momento di alleggerire la nostra esistenza dal peso di queste protesi, sia fisiche che mentali.
Che per di più, sono in 5G! 
* Una grande antenna-ripetitore 4G con MIMO («entrate multiple, uscite multiple») regge attualmente fino a una dozzina di connettori – i grandi parallelepipedi bianchi verticali fissati sopra – (otto per la trasmissione e quattro per la ricezione).
Un’antenna 5G con MIMO può portare fino ad un centinaio di questi connettori e in beamforming (cioè che non emette il segnale in tutte le direzioni sotto forma di ombrello ma solo nella direzione richiesta).
In città densamente popolate, le mini antenne 4G (piccole celle) offrono una copertura di 20 metri per otto utenti, mentre il 5G permette di collocare queste antenne in miniatura su lampioni, pensiline per autobus, cartelloni pubblicitari ogni 300 metri per centinaia di utenti contemporaneamente. 
JC Decaux è ovviamente già in lizza. 

Tartufi

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( Dal Web )

Ci si lamenta spesso che la diffusione delle nuove tecnologie digitali ha modificato radicalmente in peggio il comportamento umano.
Sono infatti sempre più numerosi gli studi che dimostrano come l’assalto ininterrotto al cervello umano da parte di un flusso indistinto di dati, suoni ed immagini stia provocando non pochi effetti deleteri quali la disorganizzazione del pensiero, la fuga dalla realtà, il crollo dell’empatia, il narcisismo sfrenato, la riduzione del linguaggio, la diminuzione della memoria, lo stordimento della coscienza…
Circondati come siamo da orde di zombi con lo smartphone in mano che vagano senza nemmeno vedere dove stanno andando, è difficile negarlo.
Ma perché non ricordare anche qualche effetto positivo di questa grande mutazione cultural-antropologica?
Un esempio?
La scomparsa definitiva dell’ ipocrisia come categoria morale!
Nell’ antica Grecia l’ hypokrités era l’attore che, servendosi di una maschera, simulava e rappresentava l’altro da sé.
Non c’era dunque nulla di spregevole nella hypókrisis, questa ammirata capacità di entrare in scena e coinvolgere i presenti attraverso l’ espressione di un sentimento in grado di rispondere alle circostanze, facendole riecheggiare, imitandole mimeticamente. Secondo Aristotele, la messinscena è innanzitutto kínesis: moto reale, derivante da azione e commozione, che comporta la sollecitazione dei sensi e dell’ intelletto.
Il passaggio di significato dell’ ipocrisia, da simulazione da palcoscenico ( per stimolare negli altri il pensiero e le sensazioni ) a simulazione di virtù ( per ottenere dagli altri un riconoscimento immeritato ), è stato introdotto dalla religione.
Famosa è la maledizione lanciata da Gesù nel Vangelo secondo Matteo «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che siete simili a sepolcri imbiancati, belli di fuori, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni sporcizia», molto meno famoso è il passo del trattato talmudico Sotah in cui si ammonisce che non bisogna temere i farisei o i non-farisei, ma «gli ipocriti che scimmiottano i farisei, perché i loro atti sono quelli di Zimri ma si aspettano una ricompensa come quella di Pinchas».
Il termine «gli ipocriti» viene tradotto con tzevuʻin, letteralmente «i dipinti», «i colorati»: qui l’immagine non è tratta dal teatro, ma dalla cosmesi, riferendosi comunque a un trucco, ad un artificio diretto al conseguimento di effetti illusori.
Da allora, per millenni, con la parola ipocrisia si è inteso l’ odioso atteggiamento di chi ostenta sentimenti, qualità, idee, che di fatto non possiede, al solo scopo di carpire il favore altrui.
Ipocrita non è chi fa il contrario di ciò che pensa, che in sé potrebbe ridursi ad una innocua contraddizione personale, magari senza secondi fini, ma chi fa il contrario di ciò che pubblicamente sostiene con l’intento di ottenere un qualche riconoscimento.
Non è involontaria mancanza di chiarezza nel modo di essere e nelle proprie azioni, è intenzionale mancanza di sincerità.
Una ben nota definizione di ipocrisia è quella del «politico che abbatterebbe una sequoia e ne farebbe un palco sul quale pronunciare un discorso sulla conservazione della natura»: una parola, virtuosa perché espressa davanti al pubblico, smentita però dall’ azione.
Una discrepanza dovuta non ad incapacità o a debolezza, ma a mero calcolo.
Più quella parola è virtuosa e roboante, più quel pubblico è incantato e numeroso, maggiore è quell’ ipocrisia.
Ma se, a dispetto delle condanne e delle critiche che nel tempo le sono piovute addosso, l’ipocrisia si è diffusa nel mondo, è perché si è rivelata una formidabile strategia di adattamento, in grado, al pari della diplomazia, di aiutare l’essere umano a gestire la complessità delle relazioni sociali.
Basti pensare all’ ambito politico, laddove l’ ipocrisia diviene una modalità persistente di relazionarsi con gli altri e con se stessi.
Dentro i palazzi del potere, esiste forse un politico che non sia un simulatore interessato?
Fra sfruttatori sostenitori dell’ uguaglianza umana, devastatori ambientali sostenitori della natura, oppressori sostenitori della libertà, massacratori sostenitori dell’ inviolabilità della vita, speculatori sostenitori del benessere per tutti, razzisti sostenitori del rispetto per le differenze… non c’è un solo politico che sia conseguente.
Tutti lo sanno, tutti li conoscono, eppure loro sono sempre lì, a governare e a impartire ordini.
Se ne è fatta l’ abitudine e ciò è dovuto solo in parte ad un fenomeno di assuefazione. Certo, la simulazione interessata è talmente insita nella politica da finire per risultare scontata, come se si trattasse di un tratto connaturato ed ineliminabile.
Ma come non accorgersi che se oggi l’ ipocrisia è talmente tollerata, se è riscontrabile pressoché dovunque, ciò è soprattutto una conseguenza diretta dell’ingresso nell’ era digitale?
Ormai l’ essere umano non è più al centro del mondo e non è più lui a circondarsi di protesi tecnologiche.
Ora è la macchina ad essere al centro del mondo e l’ essere umano è diventato la sua protesi.
Non è la macchina a dover aiutare l’ essere umano a vivere meglio, come hanno sempre preteso i cantori del progresso, è l’ essere umano a dover aiutare la macchina a funzionare meglio.
L’ essere umano si deve in un certo senso adattare alla macchina, deve “pensare” come una macchina, deve “comportarsi” come una macchina.
Perciò, nel momento in cui i dispositivi tecnologici bombardano l’essere umano con continui stimoli contrastanti ed intercambiabili, sollevandolo dal gravoso compito di conoscere e ricordare e riflettere e valutare e scegliere, va da sé che anche l’ essere umano finisca col pensare e comportarsi in maniera contrastante ed intercambiabile.
Ridotto ad androide funzionale alla compulsiva ricerca di gratificazione per la propria «performatività», l’ essere umano del terzo millennio, ormai quasi del tutto privo di pensiero, di dignità, di coscienza, di storia,  non può più essere sospettato di ipocrisia.
La sua mutevolezza non è più definibile attraverso le caratteristiche del vizio umano dell’ ipocrisia, quanto a quelle della qualità tecnica dell’adattabilità.
L’ incoerenza, la falsità, lo stesso tradimento, sono infatti tratti antiquatamente umani. Rimembranze di un passato lontano definitivamente superato.
Meglio essere maneggevoli, pratici, multifunzionali.
Ciò pone al di là di ogni possibile critica anche perché, quando una macchina presenta qualche problema di funzionamento, cosa si fa?
Non la si critica, la si resetta, ovvero la si azzera riportandola allo stato iniziale.
Una volta resettata, una macchina diventa come nuova, pronta per l’uso.
Per l’essere umano accade lo stesso.
Del suo pensiero, della sua azione, si apprezza solo il valore d’ uso e, nel caso in cui sorga qualche conflitto, lo si resetta.
Questa mutazione sta avvenendo dovunque, in ogni ambito, senza incontrare troppa resistenza.
Va da sé che ciò che non viene più chiamato ipocrisia non tenga banco solo in alto, nei salotti parlamentari, ma dilaghi oggi anche in basso, nelle piazze e in quella messinscena militante chiamata Movimento.
Fra gli autoritari, fra coloro che hanno sempre sostenuto il primato della politica sull’ etica, ovviamente è diventata moneta corrente.
In Italia, chi non conosce quei baldi capipopolo che sono al tempo stesso compagni sia di galeotti sia dei magistrati che li hanno fatti marcire in galera, che sono al tempo stesso sia rivoluzionari che indicatori di polizia?
In Francia, chi non conosce quei capiplebe che da un lato frequentano le ribalte mediatiche e dall’ altro si scagliano contro chi concede interviste ai giornalisti, da un lato siedono nelle amministrazioni comunali e dall’ altro sostengono l’ingovernabilità?
Non vivendo purtroppo fuori dal mondo, anzi, incaponendosi a mettervi salde radici, anche molti nemici dell’autorità non fanno eccezione.
Il che spiega come mai la tensione etica che un tempo li animava si sia man mano dissolta nel giro di pochi anni.
A parte qualche nostalgico passatista, deriso e messo all’ indice, chi volete che possa prendere davvero sul serio le parole pronunciate il secolo scorso da certi anarchici ( i mezzi devono essere conseguenti ai fini ), da certi surrealisti ( non si può essere al tempo stesso poeti e ambasciatori ), da certi situazionisti ( non si combatte l’alienazione con mezzi alienati )?
No, oggi anche i nemici dello Stato vogliono stare al mondo e ci tengono a dimostrare che si può e si deve al tempo stesso servire e sovvertire.
Gli esempi, anche qui, non mancano.
Basti pensare a quegli anarchici che si fanno un vero e proprio vanto di sapersi adeguare alla situazione, il cui anarchismo ( un mezzo fra i tanti, senza più un fine ) è talmente occasionale da variare a seconda dei giorni e delle notti.
Oppure a chi, passato da un Comontismo alla luce di Debord e Vaneigem ad un Movimento 5 Stelle agli ordini di Grillo e Casaleggio, scrive una sobria introduzione di 192 pagine al primo volume che vorrebbe celebrare la sedicente Critica Radicale in Italia.
Ma l’ ultimo esempio in ordine cronologico, quello che in un certo senso li raccoglie tutti, lo fornisce l’imminente iniziativa che si terrà fra una settimana nel capoluogo piemontese, Librincontro, in dichiarata opposizione ad un Salone del Libro di Torino ritenuto «una delle vetrine più luccicanti della produzione culturale dell’industria nazionale… Un evento definito come successo culturale da chi realizza questi prodotti e si occupa del loro marketing per il turismo cittadino, per i suoi alberghi e ristoranti». Partendo dalla constatazione che in «Pochi s’interrogano se questa cultura, a parte soldi e turismo, contribuisce a migliorare la società, le facoltà individuali, il senso critico, la capacità di giudizio… Librincontro si muove in direzione opposta e contraria.
Chi organizza e partecipa a questa manifestazione parte da altre premesse: quelle che vogliono la cultura lontana dal business editoriale e vicina a chi fa comunicazione libera e autogestita; senza proprietari né censure, capace di creare riflessione e dibattito».
Se poi fra chi partecipa a Librincontro, autoritario o libertario che sia, c’è anche chi partecipa contemporaneamente al Salone del Libro (chi allo Stand M75 e chi allo Stand Q23, chi probabilmente non più allo Stand H40 né allo Stand F72 come l’anno scorso), o che forse non vi parteciperà quest’anno ma di sicuro vi ha partecipato nelle edizioni passate, o che ha partecipato pure all’ istituzionale Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma Più libri più liberi ( quella inaugurata l’anno scorso dal capo della polizia, che vi interviene un anno sì e l’altro pure, polizia per altro sempre presente col proprio stand ), è perché non esiste più l’ipocrisia.
Se poi fra chi partecipa a Librincontro c’è anche chi collabora con partiti o organizza dibattiti con magistrati o si è adoperato a trasformare i centri sociali occupati in imprese, è perché non esiste più l’ipocrisia.
Se poi a Librincontro c’è anche chi fa da galoppino ad acclamati delatori, chi calunnia, chi millanta, chi si dissocia dagli atti di rivolta, chi specula su compagni suicidati, chi si detesta reciprocamente da decenni… è perché non esiste più l’ipocrisia.
Clic, tutto resettato, tutto azzerato.
Il ballo in maschera sulla messinscena di Movimento può cominciare: senso critico, riflessione e dibattito, senza censure ed in autogestione, all’ insegna dell’eclettismo, dell’ elasticità, della versatilità, della mancanza di dogmi e pregiudizi.
Non sarà virtuoso, ma di certo è maneggevole, pratico, multifunzionale.