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Stato

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(Dal Web )

Come tante altre, la concezione dello stato ha origine nella tendenziosa associazione di due parole.
Si è voluto confondere stato (maniera d’essere) e stato (potere centrale),
quest’ultimo termine poco per volta ha acquistato il carattere ineluttabile di una necessità naturale di cui in origine era sprovvisto.
Così lo stato, governo, è divenuto stato di fatto e lo stato civile, stato d’ animo.
Ora, se la lunghissima esperienza che gli uomini hanno dello stato (amministrazione)
li riduce ad uno stato (situazione) sempre meno sopportabile, è significativo constatare per contro che i rari esempi di non-stato (assenza di governo) coincidono con uno stato (disposizione) di totale allegrezza negli individui.
La tundra desolata in cui risuona il riso degli Eschimesi ne fornisce un impressionante esempio.
È chiaro che il non-stato è il solo stato che si possa oramai tollerare.
[Le Da Costa Encyclopédique, 1947]

Traditori della razza

Race Traitor
Nata nello spirito di John Brown, la rivista Race Traitor (1993-2005) fu fondata da Noel Ignatiev e John Garvey per dar voce al Movimento del Nuovo Abolizionismo. Il suo obiettivo era quello di abolire la razza bianca bloccando le istituzioni e le pratiche che la riproducono (ad esempio, il sistema di giustizia penale, il sistema educativo, il mercato del lavoro). A tale scopo, Race Traitor esortava le persone nominalmente classificate come bianche a sfidare le «regole bianche» in modo così vigoroso da mettere a repentaglio i propri privilegi, diventando «traditori della razza» in grado di dare vita a nuovi rapporti. Sebbene nata su iniziativa di professori universitari legati all’estrema sinistra, Race Traitor non fu mai indulgente né col gergo accademico né con la retorica attivista-militante.
Il testo che segue, apparso alcuni anni fa su Machete, era stato ricavato da ampi stralci degli articoli: Abolish the white race – By any means necessary (n. 1, inverno 1993), When does the unreasonable act make sense? (n. 3, primavera 1994), Anti-fascism, “anti-racism” and abolition (n. 3, primavera 1994).

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La razza bianca è una formazione sociale costruita storicamente, costruita storicamente perché (come la sovranità) è un prodotto delle risposte di alcune persone a circostanze storiche, una formazione sociale perché è un fatto sociale corrispondente a nessuna classificazione riconosciuta dalla scienza naturale.
La razza bianca attraversa le linee etniche e di classe.
Non si estende con quella parte della popolazione di discendenza europea, giacché molti fra coloro classificati «di colore» possono rintracciare alcuni dei loro avi in Europa, mentre nelle vene di molti considerati bianchi scorre sangue africano, asiatico o indiano americano.
Né l’appartenenza alla razza bianca implica benessere, dato che esistono moltissimi poveri bianchi, così come esistono alcune persone che vivono nella ricchezza e nell’agio e non sono bianchi.
Alla razza bianca appartengono coloro che sono compartecipi dei privilegi della pelle bianca in questa società.
I suoi membri più disgraziati condividono una condizione maggiore, per certi aspetti, delle più celebri persone escluse da essa, e in cambio essi danno il loro sostegno al sistema che li degrada.
Reclamare l’abolizione della razza bianca è diverso da quel che viene chiamato «antirazzismo».
Il termine «razzismo» ha finito con l’essere applicato a tutta una serie di comportamenti, alcuni dei quali incompatibili, e si è svalutato fino a significare poco più di una tendenza a non gradire certe persone a causa del colore della loro pelle.
Inoltre l’antirazzismo ammette l’esistenza naturale delle «razze», pur operando delle distinzioni sociali fra esse.
Gli abolizionisti affermano, al contrario, che le persone non sono favorite socialmente perché bianche; piuttosto vengono definite «bianche» perché sono favorite.
La razza in sé è un prodotto della discriminazione sociale;
finché esisterà la razza bianca, tutti i movimenti contro il razzismo saranno votati al fallimento.
L’esistenza della razza bianca dipende dalla volontà di quelli che pongono i loro privilegi razziali al di sopra dei loro interessi di classe, di sesso, etc.
La defezione di un numero sufficientemente elevato dei suoi membri affinché essa cessi di determinare sistematicamente il comportamento di tutti scatenerà scosse telluriche che condurranno al suo crollo.
Il tradimento della razza bianca è lealtà verso l’umanità.
La razza bianca è un club, che arruola alcune persone alla nascita senza il loro consenso, e le alleva secondo le proprie regole.
Per la maggior parte, i suoi membri trascorrono tutta la vita accettando i vantaggi della loro appartenenza al club, senza interrogarsi sui costi.
Quando alcuni individui rimettono le regole in discussione, i responsabili sono pronti a ricordar loro tutto ciò che devono al club e a metterli in guardia sui pericoli che dovrebbero affrontare se lo abbandonassero.
In rari momenti la pace nervosa dei sedicenti bianchi va in frantumi, la loro certezza viene turbata ed essi sono costretti a rimettere in questione la logica che regola abitualmente la loro vita.
Uno di questi momenti furono i giorni immediatamente seguenti il verdetto Rodney King, quando una maggioranza di bianchi americani accettarono di riconoscere davanti ai sondaggisti che i neri avevano buone ragioni per ribellarsi e alcuni di loro si unirono ad essi.
Di solito questi momenti sono brevi, dato che basta mandare armi e programmi di riforma per ristabilire l’ordine e, soprattutto, l’ illusione che gli affari sono in buone mani e la gente può tornare a dormire.
Sia le armi che i programmi di riforma sono indirizzati ai bianchi come ai neri, le armi come avvertimento e i programmi di riforma come sollievo per le loro coscienze.
Gli scienziati hanno concluso che non esiste nessun criterio biologico per distinguere una «razza» da un’altra, gli scienziati sociali hanno cominciato ad esaminare come la razza bianca è stata costruita e come si è riprodotta.
Tuttavia, pochi studiosi o attivisti hanno fatto il passo successivo:
infatti si potrebbe dire che fino ad ora i filosofi abbiano solo interpretato la razza bianca; il punto, invece, è di abolirla.
Come si può fare? 
La razza bianca è come un club privato, che garantisce privilegi a certe persone in cambio di obbedienza alle sue regole.
Si fonda su un immenso presupposto: che tutti coloro che appaiono bianchi siano, quali che siano le loro lamentele o riserve, fondamentalmente leali ad essa.
Cosa accadrebbe se la pelle bianca perdesse la sua utilità come simbolo di lealtà?
Cosa accadrebbe se lo sbirro, il giudice, l’ assistente sociale, l’ insegnante ed altri rappresentanti della società ufficiale non fossero più in grado di riconoscere una persona leale semplicemente guardandola, questo come influenzerebbe il loro comportamento?
E se il colore non servisse più da facile guida per dispensare favori, cosicché i bianchi comuni iniziassero a sperimentare il genere di trattamento a cui sono solitamente immuni, questo come influenzerebbe il loro punto di vista?
Il modo per abolire la razza bianca è di spezzare la conformità.
Se abbastanza persone che appaiono bianche violassero le regole della “bianchezza”, la loro esistenza non potrebbe essere ignorata.
Se diventasse impossibile per i fautori delle regole bianche parlare in nome di tutti quelli che appaiono bianchi, la razza bianca cesserebbe di esistere.
Gli abolizionisti sono traditori della razza bianca;
agendo audacemente, essi mettono a repentaglio la loro appartenenza al club bianco e la loro capacità di trarne privilegi.
Riconosciamo che questo parere va contro quanto viene in genere visto come efficace, di senso pratico.
Persino (potremmo dire soprattutto), fra le fila dei riformatori il buon senso convenzionale insegna che la maniera per raggiungere un cambiamento sociale è sforzarsi di esprimere le esigenze di un collegio elettorale esistente.
Forse è per questo che la maggior parte delle riforme sociali sono così inutili.
Noi stiamo invocando l’ opposto:
una minoranza che voglia intraprendere oltraggiosi atti di provocazione, consapevole che si imbatterà nell’ opposizione di molti fra coloro che potrebbero essere d’ accordo con essa se solo adottasse un approccio più moderato.
Quante persone ci vorranno?
Nessuno può dirlo con certezza.
È un po’ il problema del denaro:
quanto denaro falso deve circolare per distruggere il valore della moneta corrente?
La risposta non è quasi la maggioranza, ma una quantità sufficiente per minare la fiducia pubblica nella sostanza ufficiale.
Quando si tratta di abolire la razza bianca, l’ obiettivo non è di persuadere più bianchi ad opporsi al “razzismo”;
ci sono già abbastanza “antirazzisti” a fare questo mestiere.
Esistono ormai negli Stati Uniti e nel mondo intero un certo numero di progetti, di centri di ricerca e di pubblicazioni che si definiscono «antirazzisti».
Quasi tutta l’ attenzione del movimento «antirazzista» si concentra su gruppi come i nazisti o il Ku-Klux-Klan che confessano esplicitamente il loro razzismo, e su movimenti anti-abortisti o anti-omosessuali che sono in gran parte diretti da individui che si trovano all’estrema destra della canea politica, e le sue iniziative programmatiche mirano quasi esclusivamente a combattere queste forze.

Pensiamo sia un errore.
Così come il sistema capitalista non è un complotto di capitalisti, la nozione di razza non è opera dei razzisti.
Al contrario, essa è riprodotta dalle principali istituzioni della società, fra cui figurano le scuole (che definiscono l’«eccellenza»), il mercato del lavoro (che definisce l’«impiego»), la legge (che definisce il «crimine»), il sistema di protezione sociale (che definisce la «miseria») e la famiglia (che definisce la «parentela») ed è rafforzato dai diversi programmi di riforma riguardanti molti problemi sociali di cui si occupa tradizionalmente la «sinistra».
I gruppi razzisti e di estrema destra rappresentano nell’ insieme delle caricature della realtà che offre questa società definita dalle razze:
al peggio, esprimono gli sforzi di una minoranza che mira a respingere la barriera razziale più lontano di quanto sia di solito considerato conveniente.
Da parte sua, il movimento «antirazzista» s’ inganna gravemente sulle radici del problema razziale e adotta una strategia errata di attacco.
Riteniamo che l’ obiettivo principale di quelli che cercano di eliminare le barriere razziali dovrebbero essere le istituzioni e i comportamenti che le mantengono:
scuole, giustizia penale e sistema di protezione sociale, imprenditori e sindacati, famiglia.
In ciò siamo all’ unisono coi primi abolizionisti, che non si stancarono mai di illustrare che il problema non erano i proprietari di schiavi della Carolina ma i bravi cittadini del Massachusetts.
Noi siamo d’ accordo a cacciare i nazisti dalle strade con la forza ogni volta che si mostrano, con gli scontri con i «razzisti» e altri reazionari di destra (o di sinistra).
Ma poniamo una domanda:
«A cosa serve questa strategia?». 
Se si tratta di causare danni materiali ai fascisti, non bisogna essere dei geni per vedere che i danni possono essere inflitti in maniera più efficace in qualsiasi altro giorno dell’anno in cui non compaiono in pubblico circondati da un muro di sbirri e di telecamere televisive.
Se si tratta di favorire la diserzione dei nazi, non abbiamo alcun mezzo per sapere in quale misura queste azioni siano efficaci.
Se lo scopo è dimostrare che lo Stato è il difensore dei nazi, si tratta di una verità assai parziale:
lo Stato è difensore dell’ ordine pubblico e ha mostrato di essere pronto a reprimere sia i nazi che gli altri estremisti bianchi che minacciano questo ordine.
E se lo scopo è quello di radunare le persone a una visione del mondo senza barriere razziali, siamo costretti ad affermare che ogni azione che mira a schiacciare i nazi fisicamente e non vi riesce a causa dell’ intervento dello Stato, ha come effetto quello di rafforzare l’autorità dello Stato, il quale come abbiamo detto è la principale forza che erige le barriere razziali.

 

«Negazionista sarà lei!»

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( Dal Web )

Forse è il destino di ogni concetto quello di nascere con un significato preciso, crescere poco alla volta di dimensione estendendo la propria ombra, fino ad invecchiare diventando fiacco, confuso, traballante, e magari pure rinsecchito.
Come un impero che, a furia di espandersi per imporre la propria potenza, finisce per indebolirsi.
Prendiamo ad esempio il concetto di negazionismo, il cui significato potrebbe essere quanto mai chiaro.
Per definizione con questo termine si indica una corrente del revisionismo la quale, attraverso l’uso di uno scetticismo storiografico portato all’estremo, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea connessi al fascismo e al nazismo, ma in alcuni casi si spinge fino a negarne la stessa esistenza (per esempio, dell’uso delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti).
Ora, va da sé che per la stragrande maggioranza delle persone il termine negazionismo emana un tale tanfo di carogna che può essere apprezzato solo per malafede o per ignoranza.
Chi mai può essere negazionista, se non un ammiratore di Hitler o un mezzo analfabeta? Se poi si prende atto sia dell’estraneità di alcuni studiosi negazionisti all’estrema destra, sia dell’esistenza — sconosciuta ai più — di gruppuscoli più o meno bordighisti fedeli lettori di Rassinier, l’interrogativo viene formulato così:
chi può essere negazionista, se non un ammiratore di Hitler, un mezzo analfabeta, o qualche imbecille di storico o di militante che inconsapevolmente fa da sponda agli ammiratori di Hitler? 
Ad ogni modo, quale che sia il giudizio che se ne possa avere o il movente che li anima — all’estrema destra l’immonda necessità politica di ripulire le amate uniformi militari del Terzo Reich dal sangue delle vittime dell’Olocausto, all’estrema sinistra lo sciocco avvitamento speculativo nella ricerca di una verità storica in quanto tale rivoluzionaria —, negazionisti sono considerati coloro che mettono in discussione l’intenzionalità teorica e la realizzazione pratica dello sterminio degli ebrei.
Tutto chiaro?
Sì, ma non per molto.
Perché la riprovazione del revisionismo si è rivelata talmente forte ed unanime, e quindi talmente efficace a zittire chiunque ne venga accusato, da spingere a brandire questo concetto come arma polemica poliedrica, usata a proposito e a sproposito un po’ da tutti contro tutti, anche fuori dal contesto storiografico che le è proprio.
Ciò è avvenuto dopo che, in un certo senso, si è abbandonata la questione specifica dell’Olocausto, che da oggetto esclusivo del negazionismo ne è diventato esempio e modello.
Una volta sottoposto ad astrazione, ecco che il negazionismo si è trasformato in negazione di fenomeni storici riferiti a genocidi e crimini contro l’umanità. Ampliamento di significato che, per quanto frutto di una logica talora comprensibile, ha ottenuto l’aberrante risultato di permettere all’accusato di ergersi ad accusatore.
È quanto accaduto in Italia con gli eredi del regime fascista, i quali approfittando di un governo amico hanno istituzionalmente decretato che le centinaia di cadaveri di camerati e collaborazionisti rinvenuti dopo la fine della seconda guerra mondiale nelle foibe, sul confine con l’ex-Jugoslavia, erano in realtà migliaia di italiani uccisi per la loro nazionalità e non per il regime che sostenevano.
Versione faziosa eletta a verità pubblica ufficiale, sancita addirittura con l’istituzione di una pomposa Giornata del Ricordo, utile per inoculare un veleno teorico in grado di produrre col tempo un effetto micidiale:
non ci sono grosse differenze fra militari nazisti e partigiani slavo-comunisti, i primi ebbero solo maggior successo dei secondi nello sterminio di un popolo.
Dopo che la storiografia italica ufficiale ha avallato questa delirante interpretazione che trasforma l’inevitabile vendetta delle vittime nel tentato genocidio del popolo cui appartenevano i carnefici, gli studiosi che erano in disaccordo ed hanno dedicato numerose opere critiche per smontare il mito delle foibe si sono visti equiparare ai negazionisti dell’Olocausto, nel metodo e nelle intenzioni.
Chi (al fine di difendere l’onore della Resistenza) misura la profondità delle foibe per dimostrare l’incapacità di contenervi così tanti cadaveri, sarebbe uguale a chi (al fine di difendere l’onore del nazismo) misura le dimensioni delle camere a gas per dimostrare l’impossibilità di eliminarvi così tanti prigionieri.
L’intento di questi paragoni è ovvio: diffondere quanta più confusione possibile al fine di far prevalere la logica del tutti colpevoli, nessun colpevole utile a rilanciare la moda delle camicie nera e bruna.
Ora, se l’estremista di destra che nega l’Olocausto è un negazionista per democratici e sovversivi, e il sovversivo che nega la «tragedia delle foibe» è un negazionista per democratici ed estremisti di destra, ne deriva che per incappare nell’accusa di negazionismo basta contestare la verità dello Stato democratico.
Perché, semplicemente, è lo Stato a stabilire cosa sia verità accertata e cosa interpretazione infondata.
E più si avrà interesse a mettere questa verità al riparo da ogni critica, più la si decreterà oggettiva, più si potrà denunciare come negazionista chiunque intenda sottoporla a critica.
Lo slittamento di significato di questo concetto si è poi ulteriormente aggravato nel momento in cui è stato ripreso anche in ambito scientifico.
Di recente, davanti ai pochi politici e ai molti industriali decisi a dimostrare che il pianeta gode di ottima salute, si è parlato di negazionismo climatico inteso come rifiuto testardo e irragionevole di prendere atto delle evidenze scientifiche su cui la comunità scientifica ha raggiunto un consenso in materia di inquinamento atmosferico.
Questa evoluzione del concetto di negazionismo lo stravolge radicalmente:
cambia l’epoca presa in considerazione, cambia l’autorità depositaria di verità da non mettere assolutamente in discussione (dallo Stato alla Scienza, per bocca della sua comunità di tecnici), cambia la «natura» della volontà di chi ha provocato il disastro (che da diretta-dolosa diventa indiretta-colposa), cambia anche la responsabilità di chi protesta contro questo presunto negazionismo (non trattandosi più di uno studioso privo di legami con quanto accaduto, bensì di una parte in causa, spesso e volentieri al servizio degli stessi devastatori dell’ambiente).
Ennesima grottesca mutazione, in questi ultimi mesi si è tacciato di negazionismo (virale?) chi ha osato osservare la sproporzione fra le misure di contenimento della pandemia in corso e l’effettiva minaccia costituita dal virus che ne è all’origine.
Se nel caso dell’inquinamento atmosferico la comunità scientifica ha emesso la sua verità dopo decenni di osservazioni, confronti, esami, dibattiti, perizie, qui si è saltato ogni passaggio pur di soffocare sul nascere le perplessità e le critiche che delegittimavano la politica dei governi.
Poco importa se persino due esperti virologi dello stesso ospedale, colleghi che si conoscono e collaborano da anni, hanno pareri diametralmente opposti sulla questione — non c’è tempo da perdere in discussioni faccia-a-faccia.
La politica del governo, quella che pretende di contrastare una pandemia annientando ogni minima libertà personale, va difesa nell’immediato.
La verità vera, univoca, incontrovertibile, è quella che di volta in volta dicono i funzionari del ministero, punto e basta.
E chi non è d’accordo è solo un negazionista.
Va da sé che l’utilizzo disinvolto di questo termine rischia di non risparmiare nessuno dalla riprovazione che scatena.
Se per venire accusati di negazionismo basta dissentire dal parere che in un dato momento va per la maggiore fra gli scienziati salariati del dominio, essendo solo la maggioranza quantitativa ad istituire la veridicità qualitativa, quanto tempo ci vorrà per finire tutti quanti in un medesimo esecrabile calderone, in mezzo a «No-Vax» e a «terrapiattisti»?
Calderone senza fondo, riempito di continuo, perché un domani potrebbe accogliere anche chi nega l’accertata efficacia terapeutica dei farmaci, chi nega l’accertata superiorità nutritiva della dieta onnivora, chi nega l’accertata meraviglia tecnica del progresso, chi nega l’accertata ineluttabilità storica del capitalismo e dello Stato… Insomma, chiunque oserà contestare il parere di un’autorità vedrà bollare le proprie argomentazioni con questo marchio, sinonimo di ambiguità o stupidità.
La disinvolta denuncia di negazionismo manifesta solo l’incapacità di portare avanti le proprie argomentazioni, sostituendole con una comoda accusa stronca-dibattito: la maniera più sicura e sbrigativa per evitare discussioni, «vincendo» non sul campo, ma per squalifica dell’avversario.
Ecco perché si tratta di una scappatoia che non viene imboccata solo da chi in alto vuole difendere le verità di Stato o di Scienza, ma anche da chi in basso non si priva di facili espedienti pur di imporre il proprio parere.
Creando anche qui un interessato confusionismo.
Basti pensare ai miasmi sollevati dalla furibonda polemica sui cosiddetti negazionisti di sinistra, i quali hanno avuto la pessima idea di sostenere una cosa giusta (il nazismo non ha l’esclusiva in materia di orrore statale) nella maniera più sbagliata (affermando che lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto).
Ciò ha permesso ad alcuni prima di far osservare la sporcizia del dito per non far guardare la luna, poi di sospettare chiunque guardi la luna di avere il dito sporco.
Come se chiunque critichi l’orrore democratico sia ad un passo dal minimizzare quello nazista.
Deduzione priva di senso respinta anche da un noto storico, studioso fra l’altro del totalitarismo nazista e della Shoah, il quale ha criticato il presunto «isolamento del passato nazista che impedisce di coglierne i legami con gli altri fascismi europei e, più in generale, col modello di civilizzazione del mondo occidentale.
Cogliere questi legami non significa “normalizzare” o riabilitare il nazismo, ma piuttosto “denormalizzare” la nostra civiltà e rimettere in discussione la storia dell’Europa».
Ma è una storia quest’ultima che sono in molti a non voler mettere in discussione, considerata l’accusa di negazionismo rivolta da qualche mente paranoico-delirante, sia contro chi ha ricordato che i campi di sterminio colonialisti hanno preceduto quelli nazisti, sia contro chi all’indomani del massacro al Bataclan ha precisato di non gradire «né la loro guerra né la loro pace».
E sapete qual è il colmo?
Che a lungo andare, per eccessiva e banale consunzione, la critica al negazionismo perderà ogni significato, e quindi ogni efficacia polemica.
Con gran sollievo dei difensori di Auschwitz…

Sollevatevi e protestate contro i responsabili dell’omicidio di George Floyd!

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( Dal Web )

Il Partito Comunista USA si unisce alla popolazione di Minneapolis per chiedere l’immediato arresto e il perseguimento degli sbirri responsabili dell’omicidio di George Floyd.

Le orribili prove di otto minuti, trasmesse in streaming in tutto il mondo, sono chiare e incomprensibili.

 Rivela che l’omicidio di George Floyd è stato un’esecuzione pubblica da parte della polizia. 

Il rifiuto di effettuare immediatamente arresti ha suscitato comprensibilmente rabbia a Minneapolis e in tutto il paese. 

Ancora una volta, “Non riesco a respirare” è diventato il grido di battaglia di milioni di persone. 

Non commettere errori, le proteste continueranno fino a quando non sarà fatta giustizia.

La ribellione di Minneapolis è colpa non dei manifestanti ma del sistema di razzismo e violenza istituzionalizzati che consente che tali atrocità si verifichino in primo luogo. 

Questi omicidi razzisti si verificano ripetutamente, “vivi e in colori viventi”, e molto spesso senza accusa: è una meraviglia che non si siano verificate più ribellioni.

L’irresponsabile minaccia di Donald Trump di “sparare ai saccheggiatori” è tanto sprezzante quanto prevedibile.

 Ricordiamo con disgusto la sua minaccia di ordinare alle truppe di sparare agli immigrati al confine tra Stati Uniti e Messico. 

In effetti, le minacce di violenza fanno parte regolarmente del suo kit di strumenti. 

In effetti, incoraggia apertamente le forze di polizia a gestire gli arrestati.

 È Trump che è il delinquente in capo.

L’uso di Trump del razzismo come strumento organizzativo centrale si concluderà con la sua sconfitta solo a novembre. 

Ma il paese non vede l’ora di affrontare l’epidemia di violenza razzista. 

Congresso, legislature statali, consigli comunali, leader dei lavoratori, clero e rappresentanti delle organizzazioni della comunità di ogni area del paese devono affrontare la crisi. 

Il tempo è passato per il controllo comunitario della polizia.

 In primo luogo, i neonazisti, il KKK e altri elementi neofascisti devono essere cacciati dai dipartimenti di polizia in tutto il paese. 

Indagalo! 

Inoltre, il nostro Paese ha bisogno di una radicale riforma della polizia.

Ad aggravare la violenza di routine contro gli afroamericani è l’impatto di COVID-19 sulle comunità di colore della classe operaia in tutti gli aspetti. 

Sono quelli che muoiono in proporzioni eccessive.

 Sono i primi a servire in prima linea e, come in ogni guerra, i primi a morire.

Chiediamo ai nostri membri e amici di unirsi alle proteste per la giustizia in tutti i modi possibili e di rendere giustizia per George Floyd parte di ogni manifestazione in corso.

I nostri cuori, le nostre preghiere e la nostra solidarietà vanno alla famiglia di George Floyd e allo stesso Floyd, che ha gridato per la sua defunta madre mentre un delinquente gli era seduto sul collo. 

Diciamo, alzati e protesta.

 Ci uniamo a milioni chiedendo giustizia ora!

 

A bassa voce

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( Dal Web )

Arrabbiati.
Alle nostre latitudini, gli individui affetti da rabbia venivano sottoposti a severe misure di detenzione fino all’inizio del XIX secolo, poiché si pensava che la malattia di cui soffrivano potesse trasformarli in animali selvatici.
Oggi si vogliono rinchiudere gli arrabbiati che non rispettano né i limiti di spostamento né i gesti-barriera quotidiani (tre multe e potenzialmente si è arrestati, grazie allo stato di emergenza prolungato al 23 luglio), giacché si ritiene che il male dell’insubordinazione di cui soffrono necessiti della loro trasformazione in esseri addomesticati.
Ma ciò significa dimenticare troppo in fretta che la rivolta può scoppiare anche nel cuore di questi luoghi di infamia, come ad Uzerche (Corrèze) lo scorso marzo, dove duecento prigionieri hanno devastato e poi incendiato circa 300 celle.
In questa grande prigione sociale a cielo aperto, l’attuale laboratorio del «deconfinamento» significa null’altro che un tentativo di stringere le sbarre delle gabbie in cui tentiamo di sopravvivere, e di cui la galera sarebbe sia il punto cieco che l’apice (come punizione e come minaccia).
Distruggerle tutte non è quindi solo una necessità per avanzare verso l’ignoto di una pratica esagerata di libertà, è anche uno slancio di vita elementare — siano esse di cemento munito di torrette, di cavi interrati o di servitù volontaria.
Attaccare.
Lo Stato e i suoi alleati occasionali a tratti sconcertanti che raccomandavano di autorecludersi in massa nel nome del bene comune mentre il dominio si dava carta bianca, ci sono rimasti male.
Sia in periferia, dove gli scontri con la polizia non si sono fermati — con incendi di telecamere, di volanti e di edifici istituzionali —, che durante le passeggiate al chiaro di luna che hanno provocato un po’ dovunque la distruzione di decine di strutture di telecomunicazione, questi 55 giorni di confinamento nell’esagono sono stati anche contrassegnati da una certa conflittualità.
Non quella di manifestanti che rivendicano un cambiamento dall’alto, ma quella di piccoli gruppi mobili che agiscono direttamente senza aspettarsi né chiedere nulla a nessuno, prendendo di mira due pilastri indispensabili a questo mondo: gli sbirri e i gendarmi garanti di un ordine spietato, e le reti di dati che gli consentono di funzionare in ogni circostanza (dal telelavoro alla telescolastica, dall’economia alla telegiustizia).
Se già si sapeva che la guerra sociale non conosce tregua, è rimarchevole che alcuni ribelli e rivoluzionari non abbiano ceduto al ricatto volto alla pacificazione della mano del potere che cura a suo piacimento (selezionando, ad esempio, chi deve morire o vivere), mentre lava l’altra che colpisce, mutila, assassina e imprigiona.
Ora che queste due mani si congiungono esplicitamente per formare gli sbirri in camice bianco delle Brigate Sanitarie e altri dispositivi di tracciamento; ora che i poteri di polizia si estendono a una miriade di tirapiedi armati della loro buona coscienza sanitaria (seguaci dei braccialetti elettronici, secondini col volto ben mascherato, controllori di temperature troppo alte, guardiani delle distanze di sicurezza);
ora che è più che mai evidente che la digitalizzazione della nostra sopravvivenza continuerà ad accelerare… questi differenti attacchi e sabotaggi condotti in condizioni più difficili del solito potrebbero avere qualcosa da dirci: la normalità è la catastrofe che produce tutte le catastrofi.
 Non si tratta di implorare il suo ritorno urgente o la sua educata revisione a chi sta in alto, ma di impedirne il ritorno, sia teoricamente che praticamente, attraverso l’auto-organizzazione e l’azione diretta.
Dati.
Dai campi in cui gli input chimici permanenti sono misurati da droni e satelliti, fino agli esseri viventi addomesticati dall’ecologia della catastrofe munendo gli alberi di sensori e gli animali di chip, attraverso città intelligenti che intendono valorizzare il minimo flusso, dobbiamo affrontare continuamente questa economia del dato che quantifica il mondo riducendolo a una serie di cifre ingurgitate dai computer (presto quantistici), ma anche ad astrazioni matematiche che permettono ogni potere.
Cosa c’è di più apparentemente oggettivo dei dati, se non fosse che questi sono influenzati dalla scelta arbitraria di ogni loro misura e criterio iniziali la cui domanda contiene già la risposta e che questa elaborazione di modelli è proprio ciò che consente di integrare l’autorità della gestione senza mai mettere in discussione le cause del problema, per concentrarsi sulle sue sole conseguenze previste?
Come affermavano qualche anno fa alcuni feroci oppositori del nucleare e del suo mondo, dopo la distruzione volontaria di rilevatori di radioattività nei pressi di centrali nucleari: «Staccata dai suoi usi, la misura è un surrogato di sapere, quale che sia la sofisticazione delle conoscenze che vi sono investite per farla apparire.
Essa diventa uno strumento ideologico quando, come il denaro, permette di modulare le effettive disuguaglianze senza rovesciare i rapporti di dominio che ne sono la causa».
La moltiplicazione di rilevatori di calore con droni e termocamere, la modellizzazione epidemiologica mediante algoritmi di comportamenti sociali ed interazioni umane per registrare, sorvegliare e tracciare, alla fine non fanno altro che consacrare una misurazione di tutto ciò che non può essere risolto dagli individui singolari, per farli rientrare nei ranghi o isolarli.
Per l’ennesima volta, se l’epidemia di covid-19 non è che il pretesto per accelerare e consolidare una griglia tecnologica e sociobiologica non prevista, costituisce nel contempo il suo schema ideale nel nome di ciò che è in gioco: il pericolo di una morte improvvisa che rinvia alla vita in sé e non alla sua qualità.
È così che finiamo per belare «viva la vita» come qualsiasi mistico religioso, piuttosto che cercare di rafforzare ed estendere il legame tra quest’ultima e la rivolta contro l’esistente che le dà un senso.
Distanziamento sociale.
L’integrazione di distanze di sicurezza asettiche tra gli esseri umani nelle strade, nei trasporti, nelle caserme di addestramento o in quelle di sfruttamento è in linea col progetto di un dominio su corpi-soggetti atomizzati che interagiscano essenzialmente in modo telematico.
In un momento in cui ciascuno è chiamato a diventare un imprenditore autonomo che valorizza anche il suo capitale-salute, perché rischiare l’ignoto al di fuori della famosa cerchia familiare che costituisce notoriamente un modello di salubrità fisica e mentale? Il distanziamento fisico permanente tra individui permetterebbe così che il gregge si mantenga in buona salute e produttivo malgrado l’epidemia in corso e quelle a venire, facilitando la sorveglianza, l’identificazione e l’isolamento dei corpi sospetti, indocili o superflui grazie ad una massa circolante meno compatta.
Allo stesso modo consentirebbe di accelerare una ristrutturazione del flusso dei contatti e dei rapporti umani ottimizzandoli maggiormente affinché non si perdano più in tutti questi eccessi di vita troppo umani e decisamente improduttivi.
Ammettiamo che contestare un tale progetto verso un mondo meglio ordinato e più fluido che arriva fino alla minima nostra interazione fisica sarebbe a dir poco irresponsabile!
Un simile progetto di massa non può beninteso funzionare in modo unilaterale grazie al solo manganello, e cosa c’è di meglio di un’epidemia col suo corteo di morti per poter contare sulla partecipazione di una maggioranza di cittadini impauriti che preferiscono la sicurezza alla libertà, la gerarchia accettata alla reciprocità senza delega, l’autorità rassicurante all’auto-organizzazione incerta?
A titolo di esempio, gli occhi del potere che già si esercitavano a individuare ogni assembramento sospetto, a reprimere qualsiasi movimento incontrollato di massa, a regolare i comportamenti imprevedibili al di fuori della circolazione ordinaria non sono più soli: «mantenete la distanza» e che ognuno rimanga chiuso nel suo perimetro invisibile, rischia di diventare una delle ingiunzioni più banali, sia essa sbraitata da un drone poliziesco o borbottata da qualcuno perso nel suo schermo.
Il fatto che le misure di distanziamento sociale siano seguite ben oltre situazioni e relazioni interindividuali particolari, dal senso di colpa o dal riflesso di obbedienza, mantiene soprattutto l’illusione che questa società di concentramento e di flussi non sia la fonte dell’epidemia di covid-19, ma che sia sufficiente gestire bene questo momento adattandosi alle nuove condizioni perché tutto l’orrore di questo mondo possa continuare a propagarsi (quasi) come prima.
Il diffuso rispetto per questo distanziamento da sé e dagli altri, insostenibile senza grossolane contraddizioni, è il risultato di un esercizio difensivo di temperanza e autodisciplina — integrato perfino in alcuni incontri o manifestazioni — che non solo non agisce contro l’esistente mortifero, ma per di più rafforza solo l’insieme delle separazioni che già lo attraversano.
Separazioni in seno alla pienezza della vita per estrarne la sfera del lavoro che consenta l’economia, o quella del sapere condiviso che permetta l’educazione; completa separazione tra ciò che produciamo e le sue finalità; separazione, inoltre, tra il pensiero e l’azione, che apre la strada alla politica.
Una volta che la vita viene sezionata in pezzi catalogati e staccati gli uni dagli altri, una volta che il mondo interiore, il linguaggio e l’immaginario vengono ridotti a riprodurre un eterno presente col dominio come unico orizzonte, non restava ancora che distanziare radicalmente gli atomi fra di loro e con il loro ambiente immediato all’interno della massa informe: la crescente virtualizzazione dei rapporti vi sta in parte provvedendo, il distanziamento fisico generalizzato potrebbe completare questo lavoro di separazione dal reale, trasformando senza ritorno ciò che resta di direttamente sensibile in ognuno di noi.
Virus.
Se ciò che preoccupa le belle anime del movimento è frenare la diffusione su scala collettiva del covid-19, si pensa veramente che moltiplicare i piccoli gesti individuali distanziati, mascherinati e di barriera cambierà la situazione, come si autogestisce la propria dose di radioattività in territorio contaminato per continuare a consumare e a produrre?
Non è ovvio che gli imperativi economici li rendano altrettanto vani a livello globale quanto il differenziare i rifiuti per salvare il pianeta?
Anche a costo di comportarsi da amministratori responsabili del disastro, perché non tentare allora di sradicare i principali focolai di contaminazione che ormai sono noti a tutti, come il trasporto pubblico, i commissariati, le scuole, le fabbriche e i magazzini? Tanto più che si conosce da secoli anche un comprovato rimedio contro i virus: il fuoco. Certo, questo rischierebbe di provocare tutta una serie di altri problemi, come quello di un mondo che ci ha reso completamente dipendenti, ma alla fine bisogna pur sapere cosa si vuole: cercare di frenare il virus chiedendo allo Stato più mezzi per gli ospedali e la ricerca, così come il rigoroso tracciamento delle persone contaminanti, oppure occuparsene direttamente da soli devastando l’organizzazione sociale ed economica che lo favorisce e lo propaga.
Sempre che si voglia salvare qualcosa, ovviamente.

Il lavoro non nobilita più l’uomo?

Lavoro

( Dal Web )

La grande maggioranza degli esseri umani nel corso della storia ha lavorato per pura esigenza di sostentamento.

Molti hanno trovato conforto, valore e significato nei loro sforzi, ma alcuni hanno definito il lavoro come una necessità da evitare, se possibile.

Nel Libro III della “Politica“, Aristotele sostiene che la virtù non appartiene all’uomo libero in generale, bensì «a quanti sono liberi dai lavori necessari», escludendo quindi gli schiavi e chi compie lavori manuali.

La promessa dell’intelligenza artificiale e dell’automazione solleva oggi nuove domande sul ruolo del lavoro nelle nostre vite.

La maggior parte di noi resterà concentrata ancora per decenni sulle attività di produzione fisica o finanziaria, ma poiché la tecnologia fornisce servizi e beni a costi sempre più bassi, gli esseri umani saranno costretti a scoprire nuovi ruoli che non sono necessariamente legati a ciò che viene oggi concepito come lavoro.

Parte della sfida, come ha recentemente proposto l’economista Brian Arthur, “non sarà economica ma politica“.

Il professor Arthur sottolinea che le turbolenze politiche di oggi negli Stati Uniti e in Europa, sono dovute in parte alla notevole distanza tra le élite e il resto della società;

egli afferma che, più tardi nel corso del secolo, le società scopriranno come distribuire i vantaggi produttivi della tecnologia per due motivi principali: perché sarà più facile e perché saranno costretti.

Con il trascorrere del tempo, la tecnologia consentirà più produzione con meno sacrifici, ma nel frattempo, la storia suggerisce che la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi porta a pressioni sociali che dovranno essere affrontate attraverso la politica per evitare l’insorgere di manifestazioni – anche violente – di scontento.

In un recente articolo “How Automation Will Change Work, Purpose, and Meaning” pubblicato dall’Harvard Business ReviewRobert C. Wolcott ( professore alla Kellogg School of Management ) ritiene che ciò solleverà una seconda sfida, ancora più ardua: poiché i benefici della tecnologia diventeranno sempre più ampiamente disponibili  attraverso la riforma politica o la rivoluzione, molti di noi si troveranno a chiedersi cosa fare e perché, quando la tecnologia sarà in grado di fare quasi tutto.

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In particolare, fin dalla rivoluzione industriale la tecnologia ha allontanato una porzione sempre più ampia di umanità dalla produzione di elementi essenziali della vita.

Mentre molte persone restano intrappolate in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, una percentuale minore viene così oppressa e trascinata verso l’ angoscia.

Man mano che l’intelligenza artificiale e i sistemi robotici diventeranno molto più capaci e impiegati, il lavoro continuerà a procedere senza gli esseri umani, forse raggiungendo ciò che l’economista John Maynard Keynes ha descritto in “Economic Possibilities for our Grandchildren” come la “disoccupazione tecnologica“, in cui la tecnologia sostituisce il lavoro umano più velocemente di quanti nuovi diversi tipi di lavoro vengano scoperti. Keynes predisse che questa sarebbe stata solo una “fase temporanea di disadattamento” e che entro un secolo il genere umano avrebbe potuto superare la sua fondamentale sfida economica ed essere liberato dalla necessità biologica del lavoro.

Questa potrebbe essere interpretata come una visione di immensa speranza, ma anche un percorso tortuoso e pericoloso.

Keynes ammoniva: «Se il problema economico viene risolto, l’umanità sarà privata del suo scopo tradizionale … Eppure non c’è nessun paese e nessun popolo, penso, che possa guardare avanti all’età del tempo libero e dell’abbondanza senza paura

Con trepidazione, Keynes si chiedeva come le persone avrebbero focalizzato le loro attenzioni, interessi e paure se assolti dal guadagnarsi da vivere.

Mentre l’uomo si svincola dalle attività tradizionali, come eviteremo un futuro nichilista e huxlianiano?

Come riscopriremo il senso della nostra vita, lo scopo, il significato e valore?

Possiamo esplorare questa domanda attraverso il lavoro della filosofa, storica e giornalista Hannah Arendt, che negli anni ’50 ha delineato un quadro di vasta portata per comprendere e analizzare tutte le attività umane.

Nell’opera “The Human Condition“, uno scritto stimolante e profondo, la Arendt descrive tre livelli di ciò che lei definisce, dopo i greci, come “Vita Activa“.

Il “Lavoro” genera necessità metaboliche – gli input, come il cibo – che sostengono la vita umana.

L’ “Opera” crea artefatti fisici e infrastrutture che definiscono il nostro mondo e spesso ci sopravvivono, dalle case e dai beni alle opere d’arte.

L’ “Azione” comprende attività interattive e comunicative tra gli esseri umani: la sfera pubblica.

Nell’azione, esploriamo e affermiamo la nostra distintività come esseri umani e cerchiamo l’immortalità.

«Il fatto che l’uomo sia capace d’azione»scrive la Arnedt «significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile.

E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

Nei prossimi 100 anni, l’ Intelligenza Artificiale e i sistemi robotici domineranno sempre più il lavoro e le opere, producendo le necessità e gli artefatti fisici della vita umana e consentendo a molti di noi di “ascendere” (come viene definito dalla stessa Arendt) alla sfera dell’azione.

Certamente alcuni continueranno ad impegnarsi nel lavoro per scelta, ma è proprio questa “scelta” a rappresentare la distinzione essenziale.

La maggior parte dei filosofi greci antichi privilegiava la contemplazione sull’azione come il culmine dello sforzo umano e la sua maggiore rappresentazione, l’atto della facoltà più elevata dell’intelletto.

Tuttavia, secondo quanto riportato da Robert Wolcott nell’articolo citato, l’ azione e la contemplazione possono raggiungere i migliori risultati quando agiscono insieme, di concerto.

Scrive Wolcott: «L’uomo ha l’opportunità – forse la responsabilità – di trasformare la propria curiosità e natura sociale in azione e contemplazione.»

Hannah Arendt

Arendt apre “The Human Condition” con un monito di cautela su «una società di lavoratori che sta per essere liberata dalle catene del lavoro»,evidenziando che il pericolo risiede nel fatto che «questa società ha ormai dimenticato quelle attività più elevate e più significative per cui tale libertà meriterebbe di essere raggiunta».

Se confrontiamo il mondo moderno con quello del passato, la perdita di esperienza umana cui abbiamo assistito in questo sviluppo è straordinariamente sconcertante.

Non è solo la contemplazione che è per molti un’esperienza del tutto priva di significato, ma si sta assistendo a un’angosciosa abdicazione del pensiero umano stesso a favore delle scelte effettuate dai dispositivi tecnologici in nostro possesso.

La sfera dell’agire è stata sottomessa a quella del fare e dell’utilità.

Nel frattempo, l’uomo si è dimostrato abbastanza ingegnoso da trovare metodi e invenzioni per alleviare la fatica e la difficoltà di vivere, fino al punto in cui un’eliminazione del lavoro dalla gamma delle attività umane non può più essere considerata come un’utopia.

Scrive Hannah Arendt: «È abbastanza plausibile che l’era moderna – che è iniziata con un tale inaspettato e promettente sfogo di attività umane – possa finire nella passività più micidiale e sterile che la storia abbia mai conosciuto

Secondo la filosofa, se si applicasse un indice di attività a tutte le modalità della “Vita Activa” (lavoro, opere e azioni), il “pensare” le supererebbe comunque tutte.

Il pensiero è ancora possibile e senza dubbio reale, ovunque gli uomini vivano nelle condizioni della libertà politica.

Sfortunatamente, e contrariamente a quanto si pensa attualmente sulla proverbiale indipendenza dei pensatori – nessuna altra capacità umana è così vulnerabile, ed è infatti molto più facile agire in condizioni di tirannia che pensare.

Hannah Arendt conclude la sua opera con le parole attribuite da Cicerone (De Republica) a Catone: «Non si è mai più attivi di quando non si ha nulla da fare e non si è mai meno soli di quando si è con se stessi

Avendo perduto nel corso degli anni le nostre migliori esperienze e la nostra capacità di confrontarci con la natura e l’universo, la nostra unicità, nel momento in cui le macchine avranno liberato l’ uomo da compiti sempre più numerosi, a cosa rivolgeremo le nostre attenzioni?

Sarà questa la domanda determinante del nostro secolo.

Ognuno ha le sue debolezze

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(Dal Web )

In periodo di confinamento, alcuni non hanno più granché da mettere sotto i denti. Questo è dovuto principalmente alla chiusura di molti negozi di alimentari.
Ma per soddisfare il loro feroce appetito, i nostri amici roditori, che sono dotati di un olfatto assai sviluppato tra le specie che popolano il pianeta, hanno trovato una prelibatezza altrettanto succulenta e abbondante.
A partire dal XVIII secolo, Rattus norvegicus ha progressivamente sostituito alle nostre latitudini Rattus rattus, più comunemente chiamato «ratto nero».
Più grande, più grosso e più goloso del suo predecessore, possiede un gusto assai sviluppato e non esita a scegliere il proprio cibo per trovare gli alimenti che più gli piacciono.
D’altra parte, è in grado di registrare il gusto di ciò che mangia e riesce perfino a capire se un alimento che già conosce sia stato modificato.
A Poitiers, nella Vienne, la notte tra l’11 e il 12 aprile i nostri fini buongustai si sono concessi una leccornia situata sotto il cemento tra il municipio e la biblioteca multimediale.
Ma cosa ci potrà mai essere a pochi metri sotto i nostri piedi che i roditori sappiano apprezzare adeguatamente?
Cavi in fibra ottica le cui guaine sono ricche di amido.
Questi potrebbero dunque diventare uno dei loro pranzi preferiti negli anni a venire, considerata la loro diffusione in tutto il territorio.
Il loro pasto non è stato gradito dal dominio, avendo escluso in particolare diversi server installati nei siti annessi del Comune.
Questo piccolo animale molto mobile e con un’alta capacità riproduttiva non ha mai goduto di grande popolarità nel corso della storia, soprattutto perché è considerato responsabile della propagazione della peste oltre che di una moltitudine di malattie.
Ma che importa la cattiva reputazione, questa esagerata squisitezza del Poitou può parlare al cuore di coloro che hanno già gioito per i recenti sabotaggi contro la rete…
Da lì a vedervi la zampata di un movimento di ultra-Rattus che, in pieno confinamento, moltiplica i pasti ricchi di fibre e rosicchia le arterie del dominio tecnologico…

Quarantena o morte!?

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( Dal Web )

«Le malattie infettive sono un argomento triste e terribile, certo,
ma in condizioni ordinarie sono eventi naturali,
come un leone che sbrana uno gnu o un gufo che ghermisce un topo»
David Quammen, Spillover, 2012
O come un terremoto che fa tremare il suolo, o come uno tsunami che sommerge le coste. Laddove non provocano vittime, o quasi, questi fenomeni non vengono nemmeno notati. È solo quando il macabro conteggio comincia a salire che cessano di essere considerati eventi naturali per diventare immani tragedie.
Assumono contorni terribili e insopportabili soprattutto quando si verificano sotto i nostri occhi, qui ed ora, non in un continente o in un passato lontani facili da ignorare. Ora, quand’è che questi eventi di per sé naturali seminano la morte?
Quando il loro verificarsi non viene tenuto minimamente in considerazione, presupposto per non prendere alcuna misura precauzionale nei loro confronti.
Costruire case in calcestruzzo in zone altamente sismiche, ad esempio, è un modo sicuro per trasformare un terremoto in una catastrofe.
In attesa delle prossime piogge, disboscare una montagna significa preparare una frana che spazzerà via il paese sottostante, così come cementare il letto di un fiume che attraversa zone abitate significa promettere un’esondazione che manderà sott’acqua sotterranei e parti basse degli edifici.
Lo stesso si può dire di una pandemia.
Se un microrganismo è in grado di uccidere ovunque non è perché la natura è tanto cattiva e deve essere perciò addomesticata dalla scienza che è buona.
Prendiamo ad esempio il coronavirus: prima l’organizzazione sociale dominante lo ha creato (con la deforestazione e l’urbanizzazione), poi lo ha diffuso in tutto il pianeta (con la circolazione aerea e il sovraffollamento), infine ne ha aggravato gli effetti (con la carenza di mezzi idonei a curarli e la concentrazione delle persone più predisposte e sensibili al contagio, trasformate in cavie delle più disparate terapie somministrate secondo discutibili criteri).
Tenuto conto di ciò, dovrebbe essere chiaro che il modo migliore per ostacolare il più possibile la comparsa di un virus maligno ( impedirla del tutto sarebbe pretenzioso quanto impedire un uragano, considerato poi che il corpo umano è sempre pieno di virus e di batteri di vario genere ), è di sovvertire da cima a fondo il mondo in cui viviamo, al fine di renderlo meno favorevole allo sviluppo di epidemie.
Mentre il modo migliore per evitare un’eventuale infezione è quello di rafforzare il sistema immunitario.
Si tratta di una duplice prevenzione, sull’ambiente generale e sui corpi particolari, che però non riscuote alcun favore.
La prima perché comporta una trasformazione sociale ritenuta utopica in quanto troppo radicale, la seconda perché è un intervento biologico considerato insufficiente in quanto troppo individuale.
Rimedi troppo vaghi e lontani, soprattutto viziati da un difetto fondamentale: non sono erogabili da uno Stato cui si è affidato il compito di sollevare dalla fatica di vivere. Insomma, misure poco pragmatiche e non rivendicabili all’alto.
Nulla a che vedere con il potenziamento dei servizi sanitari o l’invenzione di un vaccino, rimedi oggi impetrati a gran voce da tutte le parti.
Nel nostro universo mentale a senso unico la questione della salute è come tutte le altre, oscilla fra le due corsie della via maestra data per scontata e obbligata:
settore pubblico gestito dallo Stato oppure settore privato gestito dalle imprese?
Poiché il secondo è riservato ai ricchi, è dal primo che la stragrande maggioranza delle persone si attende con urgenza la salvezza.
Tertium non datur, direbbero i latini (e chi accusa i critici del sistema ospedaliero di fare il gioco delle cliniche di lusso).
Ma dato che questa via maestra è quella perorata dal dominio e dal profitto, non sarà certo privilegiando una corsia rispetto all’altra che si potrà cambiare una situazione che è frutto proprio dell’esercizio del dominio e della ricerca del profitto.
Ecco perché è necessario fugare l’aura di ineluttabilità che fa da scudo a questa società, impedendo di intravedere altre possibilità.
Qui però si sbatte contro una difficoltà in più.
Quando e come uscire di strada per esplorare altri sentieri, se quando si gode di ottima salute non si pensa mai alla malattia, mentre quando si è malati si pensa solo a come venire guariti il più in fretta possibile?
E come riuscirvi senza mettere in discussione non solo l’istituzione medica, ma anche il concetto stesso di salute, nonché il significato di sofferenza, di malattia e di morte?
Pensiamo ad esempio a come oggi chi osa osservare che la morte fa parte della vita, soprattutto superati gli ottant’anni di età, venga bollato di cinismo malthusiano (da chi, da aspiranti all’immortalità transumanista?).
Oppure pensiamo alle considerazioni formulate a suo tempo da Ivan Illich sulla nemesi medica.
Se oggi, in piena psicosi da pandemia, questo critico non certo sospettabile di estremismo anarchico fosse ancora vivo e si azzardasse a fare uno dei suoi interventi, verrebbe linciato prima sulla piazza virtuale e poi su quella reale.
Ve lo immaginate se, davanti ad un pubblico distanziato e con i suoi asettici dispositivi di protezione, in spasmodica attesa di un vaccino salvifico, qualcuno cominciasse a sostenere che «solo limitare la gestione professionale della sanità può permettere alla gente di mantenersi in salute», o che «il vero miracolo della medicina moderna è di natura diabolica: consiste nel far sopravvivere non solo singoli individui, ma popolazioni intere, a livelli di salute personale disumanamente bassi.
Che la salute non possa se non scadere col crescere della somministrazione di assistenza è una cosa imprevedibile solo per l’amministratore sanitario», o che «nei paesi sviluppati, l’ossessione della salute perfetta è divenuta un fattore patogeno predominante.
Ciascuno esige che il progresso ponga fine alle sofferenze del corpo, mantenga il più a lungo possibile la freschezza della gioventù e prolunghi la vita all’infinito.
È il rifiuto della vecchiaia, del dolore e della morte.
Ma si dimentica che questo disgusto dell’arte di soffrire è la negazione stessa della condizione umana», magari concludendo con la preghiera «non lasciateci soccombere alla diagnosi, ma liberateci dai mali della sanità»?
Simili affermazioni, in giorni isterici come quelli che stiamo attraversando, apparirebbero come minimo di cattivo gusto persino a certi militanti rivoluzionari, ridotti chi ad attribuire ad uno Stato capitalista il compito di debellare un virus capitalista, chi a passare dal ruggito libertà o morte!
 Al miagolio quarantena e sopravvivenza!.
Eppure, la tanto bramata autonomia che si vorrebbe raggiungere facendola finita con tutte le dipendenze, può mai rinunciare alle sue intenzioni davanti al corpo umano, alla sua vita come alla sua morte?

Pensiero stupendo

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( Dal Web )

Un fatto di cronaca locale
Non si sa quando, non si sa chi, non si sa perché, si sa solo dove.
E ciò basta per aprire il cuore, anche se ciò che è successo pare non abbia avuto molto successo.
Ma, come si sa, in certe cose è il pensiero che conta.
Un pensiero come quello che lo scorso fine settimana qualcuno ha lasciato sul muro di cinta di una ditta, alla periferia di Lecce.
Non era un manifesto, né una scritta, no, era una pentola piena di benzina con attaccate un paio di bombolette di gas, il tutto corredato da un innesco rudimentale forse difettoso. Una grande fiammata c’è stata, l’esplosione no.
Nel darne notizia, gli organi di informazione locali non sanno specificare quando ciò sia avvenuto.
Boh, tra venerdì 24 aprile sera a lunedì 27 aprile mattina?
Non dicono nemmeno chi possa essere stato, e per quale motivo.
Boh, un atto di intimidazione o di ritorsione da parte di qualche malavitoso o squilibrato?
In compenso sono stati molto precisi sul dove si sia verificato: in via del Platano 7, nel rione Castromediano, sede della Parsec 3.26.
Ma di cosa si occupa codesta Parsec 3.26?
È un’azienda informatica specializzata in tecnologie digitali per la pubblica amministrazione.
Ad esempio, ha creato il software usato dalla polizia e dalle banche per il riconoscimento facciale di chi viene ripreso dalle telecamere di videosorveglianza.
Ah, tutto qui?
Sarà stata presa di mira solo perché, come si apprende scorrendone il sito dall’insopportabile linguaggio tecno-anglo-cretinizzante, la sua «passione è l’E-Government»?
Solo perché «ha avviato una divisione denominata Reco 3.26, attiva nella produzione di sistemi software nell’ambito smart recognition… nella ricerca in sistemi biometrici e si avvale di team interdisciplinari che includono Ingegneri e Scienziati…
I settori maggiormente nei quali va a impattare questa tecnologia attualmente sono i trasporti, finanza, sicurezza (pubblica e privata).
La crescita è spinta soprattutto dalle iniziative dei governi in tema di sicurezza.
Le aziende appartenenti a settori come quello del retail e quello bancario stanno adottando sistemi di riconoscimento facciale per l’identificazione dei clienti e il monitoraggio del loro comportamento.
Ad oggi le soluzioni prodotte Parsec 3.26 rappresentano lo stato dell’arte delle tecnologie di riconoscimento in Italia per la pubblica sicurezza.
Difatti la società si è contraddistinta, per aver realizzato una soluzione di riconoscimento biometrico ad oggi utilizzata dal Ministero dell’interno – Direzione Centrale Anticrimine nell’ambito del sistema SARI»?
È mai possibile che ci sia qualcuno ostile a questa «contraddistinta» società solo perché aiuta lo Stato a riempire le patrie galere e le banche a proteggere le proprie casseforti? Chi lo avrebbe mai detto!
Ecco, il fatto che in tempi di confinamento, posti di blocco, autocertificazioni, tracciamento, sorveglianza coi droni e quant’altro… — roba da far vergognare quelle mammolette dei regimi totalitari del passato — qualcuno abbia avuto un simile pensiero poco prima, durante o poco dopo l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ci lascia incantati.
Sarà anche stata solo una fiammata, ma quanta splendida luce in mezzo alle tenebre dell’odierna servitù volontaria.
Luce di vendetta, luce di dignità, luce di libertà.

Disarmare

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( Dal Web )

Gli Stati si armano.
Anzi, sviluppano e moltiplicano i loro armamenti da guerra.
La guerra si prepara nella pace.
Le nazioni attualmente sono in stato di pace.
Ma la pace apparente d’oggi è molto più pericolosa e minacciosa della guerra di ieri.
È un periodo di pace in cui non si pensa e non si lavora che per scatenare e potenziare la prossima guerra.
Tutti gli Stati vogliono e preparano la guerra.
Tutti i governanti e tutti i militarismi pensano alla guerra.
A che servirebbero gli eserciti se non si dovessero fare più guerre?
Tutti i popoli lavorano febbrilmente per la guerra.
A chi è utile la guerra?
Alle dinastie, alle caste militari, ai finanzieri, ai capitalisti, ai fornitori.
A chi è dannosa la guerra?
Al proletariato, ai lavoratori tutti.
Ma chi arma la guerra è il proletariato.
È il proletariato che fabbrica i fucili, le mitragliatrici, i carri d’assalto, i cannoni, gli aeroplani, le navi, i sottomarini, i gas, le polveri, gli esplosivi e ogni altro ordigno micidiale.
Ed è il proletariato che marcia a fare la guerra.
I lavoratori sudano per fabbricare le armi che dovranno ucciderli.
Le loro mani, dopo aver fabbricato le armi, le impugnano per uccidersi.
Cosa si direbbe di un individuo il quale, non con la coscienza di suicidarsi, ma per desiderio di vivere, faticasse ostinatamente a fabbricarsi un’arma per poi rivolgerla mortalmente contro se stesso?
Si direbbe che è un idiota o un pazzo.
E non meno idiota o pazzo è il proletariato che fabbrica armi e macchine micidiali per poi adoperarle a maciullarsi.
Dunque gli Stati capitalistici, ad opera e in danno dei rispettivi proletariati preparano la guerra.
Ma non la meschina guerra di ieri l’altro di appena dieci milioni di morti.
Bensì, come ha detto un deputato francese e come dicono tanti scienziati e tecnici al servizio del regno della morte, «la prossima guerra che sarà una guerra di distruzione tremendamente potente».
La scienza guerresca fa dei progressi prodigiosi.
Conta distruggere — con le sue meravigliose invenzioni e scoperte scientifiche — intere città in poche ore.
Mezzo, uno, cinque milioni di persone cadranno esanimi, come cinque milioni di cimici, sotto l’azione di asfissianti o sotto diluvi di fuoco.
La scienza progredisce, gli scienziati imbarbariscono e l’ Umanità istupidisce e perisce. Perciò le Nazioni armano.
Sembrano prese da una collettiva follia degli armamenti.
Armano per ucciderci, decimarci.
E noi non ci accorgiamo nemmeno che lavoriamo per armarle.
Ma se non siamo degli idioti o dei pazzi, dobbiamo riconoscere la delittuosa colpa nostra, massima colpa nostra.
E dobbiamo disarmare.
Rifiutandoci dal fabbricare armi e macchine da guerra;
rifiutandoci dal fare il soldato;
rifiutandoci dal rispondere a qualsiasi chiamata alle armi o ordine di mobilitazione; rivoltandoci distruttivamente contro la guerra e contro ogni opera di guerra.
Disarmiamo il nemico Stato.
[la Rivendicazione, anno II, n. 20, 29 marzo 1924]