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Stato è violenza

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( Dal Web )

Jacques Ellul
Ho dimostrato a lungo altrove che ogni Stato è fondato e sussiste unicamente sulla e attraverso la violenza.
Mi rifiuto di fare la classica distinzione tra forza e violenza.
I giuristi hanno inventato che la «forza» è quella dello Stato quando usa la coercizione e persino la brutalità, mentre solo individui o gruppi non statali (sindacati, partiti) userebbero la violenza: è una distinzione totalmente ingiustificata.
Lo Stato si istituisce attraverso la violenza: rivoluzioni americana e francese, Stati comunisti, Stato franchista, ecc.
C’è sempre una violenza in principio e lo Stato diventa legittimo quando gli altri Stati lo riconoscono (so che non è il criterio abituale di legittimità, ma è l’unico serio!).
Oppure, quando lo si riconosce?
Quando il regime è durato abbastanza: in principio ci si scandalizza per la violenza che ne è all’origine e poi ci si abitua.
Nel giro di alcuni anni si riconosce lo Stato comunista, di Hitler, Franco, ecc. come legittimi.
Come si mantiene il governo?
Solo attraverso la violenza.
Deve eliminare i suoi avversari, creare nuove strutture; tutto ciò è una questione di violenza.
E anche quando la situazione sembra normalizzata, le autorità possono vivere solo esercitando violenze successive.
Qual è il limite tra la brutalità della polizia e un’altra?
Il fatto che sia legale?
Ma sappiamo quante leggi possono essere fatte anche per giustificare la violenza?
Il miglior esempio è ovviamente il processo di Norimberga: era necessario sopprimere i capi nazisti.
Era normale, era una reazione di violenza contro la violenza.
Una volta sconfitti i violenti, ci si vendica.
Ma gli scrupoli democratici hanno preteso che non si trattasse di violenza, bensì di giustizia.
Ora, nulla condannava legalmente ciò che i capi nazisti avevano fatto:
allora è stata fatta una legge speciale, sul genocidio, grazie alla quale è stato possibile condannare in buona coscienza, come un tribunale serio, dicendo che era giustizia e non violenza.
Reciprocamente, si sapeva perfettamente che Stalin era pari ad Hitler quanto a genocidi, campi di deportazione, torture, esecuzioni sommarie… solo che non è stato sconfitto:
non si poteva quindi condannarlo.
Semplice questione di violenza.
E al suo interno, l’azione dello Stato non è violenta?
La grande legge, la grande regola dello Stato è di far regnare l’ordine.
Non è l’ordine legale che conta innanzitutto, è l’ordine nella strada.
Non esiste costrizione fedele alle leggi, sottomessa alla giustizia, se non quando le situazioni non sono troppo difficili, quando i cittadini sono obbedienti, quando l’ordine regna di fatto.
Ma non appena si è in crisi e in difficoltà, allora lo Stato si scatena e fa come per Norimberga, fabbricando leggi speciali per giustificare la sua azione che di per sé è pura violenza.
Sono «leggi eccezionali» in uno «stato di emergenza», nozioni che esistono in tutti i «paesi civilizzati».
Siamo davanti ad una parvenza di legalità che ricopre una realtà di violenza.
E ritroviamo tale rapporto di violenza a tutti i livelli della società.
Forse che il rapporto economico o il rapporto di classe sono qualcosa di diverso dai rapporti di violenza?
Bisogna davvero accettare di vedere le cose per come sono e non come le immaginiamo o le desideriamo!

Il sistema competitivo ipotizzato dalla famigerata libera impresa, in cui per così dire «vince il migliore», non è in definitiva una «lotta al coltello» economica, espressione di pura violenza che le leggi non riescono a temperare, dove i più deboli, i più morali, i più delicati sono necessariamente perdenti?
La critica del sistema di libera concorrenza come mezzo di violenza è essenziale.
Ma non dobbiamo credere che, in compenso, la pianificazione impedisca la violenza: perché in questo caso è la violenza dello Stato ad imporre implacabilmente la propria legge agli imprenditori.
Basta vedere, anche in Francia, a qual punto la pianificazione implichi un necessario calcolo di ciò che deve essere sacrificato:
quella categoria di produttori, quel tipo di sfruttamento, tutto viene spazzato via in base ad un calcolo economico.
E non è minor violenza solo perché il piano che prevede questi olocausti al dio economico è votato da un parlamento e diventa legge.

Lo stesso dicasi a proposito del rapporto di classe.
So bene che un’intera scuola sociologica negli Stati Uniti nega l’esistenza delle classi sociali, ma penso che ciò implichi rifiutare di vedere la realtà a causa di un metodo pseudo-scientifico, e si comincia ad accorgersene.
Ora, non c’è dubbio che tra le classi esista un rapporto di concorrenza violenta per decidere chi dirigerà una nazione, per afferrare una «fetta di torta» (il reddito nazionale) più grande!
Come potrebbe essere altrimenti?
Si può sperare che la classe inferiore, gli operai, gli impiegati, i contadini accettino senza protestare la direzione della classe superiore, sia essa borghese, capitalista, burocratica o tecnocratica?
E in ogni caso, certe classi inferiori non hanno il desiderio di prenderne il posto o di accedervi!
Non voglio riprendere la «teoria» generale della lotta di classe, non è a questo che mi riferisco, ma al rapporto di violenza che nasce appena esiste una gerarchia.
Violenza del superiore che può essere sia materiale (la più elementare che provoca reazioni morali ostili) sia psichica e spirituale quando il superiore utilizza mezzi morali incluso il cristianesimo, per ricondurre l’inferiore alla sottomissione e infondergli uno spirito di asservimento, che è la violenza peggiore di tutte.
Il comunismo non agisce diversamente con i suoi metodi di propaganda.
La violenza psicologica, chiamata in Francia «terrorismo psicologico», è la più grave ed è sempre grazie ad essa che una gerarchia può mantenersi.
Ma la classe inferiore, quando cessa di essere addomesticata (alla stregua di animali da compagnia), coltiva allora risentimento, invidia, odio, fermenti di violenza:
Sorel l’ha analizzato perfettamente.
Da qualsiasi parte ci giriamo, ovunque troviamo la violenza nella società: è lo stato naturale.
Hobbes l’aveva capito e analizzato perfettamente quando, partendo dalla necessità di proteggere l’individuo dalle violenze, ha finito con l’ammettere che solo uno Stato onnipotente, illimitato e che usi esso stesso la violenza può proteggere l’individuo dalle violenze sociali.
Potrei qui fare appello a tanti di quei sociologi e filosofi moderni da formare una bibliografia schiacciante; ne cito due molto famosi e assai diversi.
Paul Ricœur:
«La non-violenza dimentica che ha contro di sé la storia».
Perché la storia è il prodotto della violenza.
Eric Weil:
«Per elevare l’individuo al di sopra della sua individualità, non c’è altra forza che la guerra… Sul piano della realtà, il bene non ha forza: ogni forza si trova dalla parte del male».
Posso attestare che questo è il bene della realtà.
Ma è più piacevole, più facile, più consolante, più morale, più pietoso credere che la violenza stia accuratamente nascosta in un angolo, correttamente repressa, che la dolcezza e il bene trionferanno sempre…
Purtroppo, questa è un’ illusione.

Il capitalista

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( Dal Web )

Arthur Arnould
Quando si osserva il complesso della società attuale, sbarazzandola di tutti gli elementi artificiali creati dalle forme politiche e governanti, si constata che realmente non vi sono che due classi di uomini:
capitalisti —
i detentori cioè del capitale sociale, in tutte le sue forme (terra, materie prime, utensili, macchine, merci scambiabili (1), ecc.);
non-capitalisti —
ossia coloro, che non posseggono che la loro persona, o forza di lavoro, intellettuale e muscolare, — in una parola, i salariati.
Qualunque altra classificazione è arbitraria, fittizia o accidentale.
Per giustificare questo stato di cose, gli economisti borghesi rispondono, che ciò è il risultato della libertà del lavoro — principio essenziale, che non si può violare sotto pena di uccidere il lavoro stesso e ritornare alla barbarie.
Vi domandate subito se questa «libertà del lavoro» che ha per risultato di spogliare gli uni a profitto degli altri, e di condurre alla concentrazione delle ricchezze prodotte dal lavoro di tutti, nelle mani di un piccolo numero di persone, rassomiglia allora alla «libertà di brigantaggio», poiché le sue conseguenze sono esattamente le stesse.
Effettivamente, che mi si spogli, in un bosco, del mio orologio, della mia borsa e del mio soprabito, — in nome di un coltello e di una pistola, — o che mi si spogli dei miei strumenti di lavoro — in nome della «libertà del lavoro» — che differenza ci trovate?
Ma, rispondono ancora gli economisti, il capitale non è che lavoro accumulato.
Ora, i capitali essendo prodotti dal lavoro, il capitalista ne è legittimo possessore, poiché egli ne deve il possesso alla sua energia, alla sua intelligenza ed alla sua attività.
Una volta che li ha così conquistati col sudore della fronte, non è forse naturale che se li tenga, ne usi a suo piacimento, li dia a prestito o li trasmetta a chi gli piace meglio, con o senza condizioni?
D’altronde, comunque ne disponga, purché non li sotterri nella sua cantina, se li mette in circolazione, sia che li impresti ad usura, sia che li collochi in una industria, sia ancora che li lasci ai suoi figli, che li faranno valere a loro volta, i capitali ritorneranno ad alimentare il  lavoro, dal quale sono stati prodotti; per conseguenza produrranno nuovi capitali che andranno ad aumentare la ricchezza nazionale, e così di seguito fino alla fine dei secoli.
Tale, credo, è il ragionamento in tutta la sua semplicità.
Si dice che il capitale sia lavoro accumulato.
Nulla di più esatto e di più evidente.
All’ infuori delle ricchezze naturali, come l’aria, la luce, l’acqua corrente dei fiumi e dei torrenti, la terra primitiva, gli animali allo stato selvaggio, le forze misteriose che cambiano il grano in spiga, fanno di una ghianda una quercia e presiedono alle leggi della fisica, alle affinità chimiche, ogni ricchezza sociale, o valore scambiabile e produttivo, è opera del lavoro dell’uomo e delle sue forze, siano esse intellettuali o muscolari (2).
Di queste ricchezze e forze naturali che abbiamo enumerate, ve n’è solo un numero ristrettissimo che possa contare, propriamente parlando, come ricchezze e forze sociali prima d’essere state appropriate, cioè prima d’aver subito quella parte di collaborazione umana o di lavoro che lo rende utile ai nostri bisogni.
L’elettricità, senza il lavoro dell’uomo produce il fulmine; col lavoro dell’uomo essa diviene il telegrafo.
La terra non appropriata, allo stato vergine, è bensì un capitale assoluto, una ricchezza sociale, poiché, senza essa nulla esisterebbe, e poiché produce i frutti selvaggi e nutre la selvaggina; ma le miniere che racchiude nel suo seno, le foreste dalle quali è ricoperta, le facoltà germinative che possiede, hanno bisogno per divenire utilità dirette, positive, del lavoro dell’uomo.
È necessario il lavoro dell’uomo per estrarre dalle miniere il ferro ed il carbone; occorre il lavoro dell’uomo per tagliare i boschi e trasformarli in calore, in mobili, in vascelli; occorre il lavoro dell’uomo affinché la fecondità naturale del terreno giunga a produrre i legumi ed i frutti saporiti che ci nutrono; e così di seguito.
Dunque ogni ricchezza sociale, o utilità, o valore, come si vorrà chiamarle, di consumo, o di scambio o di produzione — salvo, ripeto, le ricchezze naturali che, non avendo richiesto e non richiedendo alcun sforzo, appartengono a tutti (l’aria, la luce, ecc.) e per conseguenza il Capitale che non è se non la parte di ricchezza sociale accumulata per la produzione — è il prodotto del lavoro umano.
Dunque è vero che il capitale è «lavoro accumulato».
Dunque è il lavoro che crea il capitale.
Bisogna forse concludere che il lavoro crea il capitalista?
A tutta prima ciò sembra logico; ma osserviamo più attentamente.
Ecco un padrone di officina che occupa trecento operai a fondere e fucinare il ferro per farne gli utensili e le macchine più complesse.
Questo capo di officina lavora, non già come i suoi operai, poiché non adopera la pala e il martello, ma si occupa della contabilità, delle compere e delle vendite, oppure, se lo credete più esatto, dei rapporti per lo scambio dei prodotti fabbricati nell’officina, sorveglia, distribuisce il lavoro, ecc., sia solo, sia con un certo numero di individui che lo aiutano in questa parte speciale ed essenziale del lavoro comune.
Finora noi non vediamo che un gruppo di lavoratori identici, separati solamente nelle funzioni dalla legge della divisione del lavoro.
Ritornate dieci anni dopo.
L’ officina funziona sempre coi suoi trecento operai, o più o meno, poco importa; si lavora sempre il ferro.
Non vi è che una sola differenza: il padrone dell’officina è milionario, gli altri sono restati quello che erano.
Lui, va in carrozza, può vivere dei suoi redditi, e morrà in un palazzo.
Essi, ancora malvestiti, ancora malnutriti, ancora male alloggiati come il primo giorno, continuano a sudare al fuoco della fucina, e a penare all’incudine.
Quando le loro forze saranno esaurite, cadranno a carico della carità pubblica e moriranno all’ospedale.
Eppure, il lavoro di questi uomini ha creato questa ricchezza, «ha fabbricato questo capitale».
Ne è prova il fatto che il padrone dell’officina, con questo lavoro, ha potuto accumulare sia in materie prime, sia in prodotti appropriati, sia in terreni, in fabbricati, in macchine, sia come moneta in seguito a scambio di merci, i milioni che assicurano a lui ed ai suoi figli un’esistenza felice, provvista di tutto il necessario e di tutto il superfluo.
Perché gli altri non hanno accumulato nulla?
Perché, di questa ricchezza, creata dal lavoro comune non è rimasto nelle loro mani altro che la piccola parte detta salario, appena sufficiente, quando lo è, ad assicurare presso a poco il rinnovamento, in ciò che più strettamente è indispensabile, delle forze del lavoratore col fornirgli di che nutrirsi male e grossolanamente, vestirsi non meno male e non meno grossolanamente e alloggiare peggio e più grossolanamente ancora?
Vi sono dunque due sorta di lavoro: uno che produce il capitale e l’altro che produce il capitalista.
Se interrogate il padrone dell’ officina, vi risponderà orgogliosamente, pavoneggiandosi, col sorriso sulle labbra, mentre i ciondoli della sua catena saltellano sul suo ventre impinguito:
«Il mio lavoro mi ha arricchito, la mia intelligenza ha fatto la mia fortuna, la mia attività mi ha reso milionario!».
Il suo lavoro? Vediamo un po’.
Abbiamo ammesso che il capo dell’officina lavora quanto i suoi operai, d’un altro lavoro, imposto dalla divisione del lavoro e dalla diversità delle attitudini; che il suo lavoro personale fosse l’equivalente del lavoro degli operai, poiché se il capo dell’officina non può fare a meno degli operai, questi hanno ugualmente bisogno di qualcuno che compia funzioni analoghe.
Quanto guadagnano al giorno i suoi operai? Prendiamo una media: cinque franchi; dunque anche la sua giornata di lavoro produce nell’officina per 5 franchi, vale cinque franchi.
Ma supponiamo che il capo sia di gran lunga più intelligente, e più attivo dei suoi collaboratori; supponiamo anche che egli renda un utile doppio, triplo di ciascuno dei suoi operai.
Ebbene, allora la sua giornata varrà al massimo, dieci o quindici franchi.
Potrebbe forse su questi quindici franchi economizzati, accumulare cinque milioni in dieci anni?
Evidentemente no.
Ciò non ostante questo valore è stato prodotto (3) — Da chi? — Dal lavoro di tutti. — Nulla tocca agli altri, ma tutto a lui.
Non è dunque col suo lavoro personale, col suo lavoro proprio, colla sua intelligenza, colla sua attività, che questo plus-valore, di cui gode solo, è stato creato; ma col lavoro dei trecento operai, unito al suo.
Egli non è dunque divenuto milionario in base al principio della libertà del lavoro.
Ciò che l’ha arricchito è semplicemente il lavoro accumulato degli altri.
Per conseguenza, se è giusto dire che il capitale è lavoro accumulato, bisogna però aggiungere: il capitalista è il prodotto del lavoro accumulato degli altri; il che lo rende — bisogna confessarlo — infinitamente meno rispettabile e meno sacro.
(1) La moneta non è altro che una merce di scambio, come tutte le altre, ma più comoda, più facile a trasportarsi, e generalmente ammessa come equivalente comune di tutte le altre merci.
(2) Non parlo qui di «valori d’uso» i quali, destinati al consumo e da questo distrutti ogni giorno, non potrebbero accumularsi e, per conseguenza, entrare in conto nel capitale sociale, tale come noi qui lo consideriamo, sebbene essi vi partecipino, mantenendo le forze del produttore.
(3) All’infuori delle spese di produzione, e ciò che resta si chiama «plus-valore».

A cattiva società, cattiva energia

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( Dal Web )

A quanto pare non tutti i militanti della CGT (il più grande sindacato francese) hanno dimenticato il vecchio Émile Pouget, l’anarchico che 123 anni or sono riuscì a far adottare dalla loro organizzazione il sabotaggio come strumento d’azione contro il padronato.
Fu lui difatti l’artefice della mozione presentata ed approvata al Congresso Confederale di Tolosa, nel 1897, che sanciva: «Ogni volta che scoppierà un conflitto tra padroni ed operai, sia che il conflitto sia provocato da esigenze padronali, sia che sia provocato dall’iniziativa operaia, nel caso in cui risulterà che lo sciopero non dia i risultati voluti dai lavoratori, questi ultimi applichino il boicottaggio od il sabotaggio — o entrambi contemporaneamente».
Per spiegare teoria e pratica di questo strumento di lotta, alcuni anni dopo Pouget pubblicò per una «biblioteca del movimento proletario» un libro che sarebbe diventato una piccolo classico del pensiero sovversivo, tradotto nelle lingue di mezzo mondo: Sabotaggio.
Ebbene, martedì scorso, 17 dicembre, le idee di Pouget si sono scrollate di dosso la polvere degli archivi per tornare a respirare un po’ d’aria fresca.
Durante il tredicesimo giorno di sciopero generale dei trasporti, indetto per protestare contro la prevista riforma delle pensioni voluta dal governo Macron, una serie di black-out ha paralizzato le attività in molti edifici in tutto il paese.
Sorprendentemente, il black-out è stato rivendicato dalla CGT — per intenzionale volontà o per scaltra necessità? — i cui portavoce hanno precisato che le 90.000 abitazioni rimaste senza corrente elettrica — fatto che pare abbia indignato l’opinione pubblica transalpina — erano soltanto un effetto collaterale di un’azione che in realtà prendeva di mira ben altri obiettivi (zone industriali e commerciali, sedi istituzionali).
Mentre la ministra della Transizione ecologica ha condannato questi atti definendoli «inammissibili», un delegato sindacale della Federazione Nazionale Miniere ed Energia (CGT) ha così difeso le azioni compiute dai suoi rappresentati:
«Non è sabotaggio.
La rete elettrica è lo strumento di lavoro dei salariati.
Vogliono mostrare che, quando sono in sciopero, l’elettricità non può essere trasportata come quando non c’è sciopero.
I salariati vogliono farsi sentire… e dire che non si lasceranno togliere 300, 400, 500 euro della loro pensione senza difendersi».
Per altro, i tagli dell’elettricità sono solo alcuni degli atti compiuti dalla FNME, a cui vanno aggiunti anche il ripristino della corrente per le famiglie più indigenti o i rallentamenti del traffico con i propri veicoli.
Come diceva Pouget, se lo sciopero non basta… Va da sé che, al di là del termine che ciascuno userà per definire simili azioni, «sabotaggio» o «non-uso di uno strumento di lavoro», gli odierni militanti della CGT non hanno nulla in comune con gli anarco-sindacalisti di un secolo fa (i quali iniziavano sempre le sedute «al grido di Viva la Rivoluzione Sociale!», laddove oggi non si è in grado di immaginare null’altro al di là della democrazia).
Che i sindacalisti siano di per sé pompieri che possono talvolta giocare col fuoco ma che alla fine, dopo il recupero di una lotta, inevitabilmente lo spengono, che la CGT che oggi rivendica il sabotaggio sia la stessa che ieri lo condannava, che i salariati della FNME interrompano il lavoro solo quando è in gioco il peso della propria busta paga… tutto ciò rientra nelle banalità che possono fare da pretesto all’esplodere di una rivolta.
Così come non ha molta importanza quale sia la rivendicazione iniziale che scatena gli animi, allo stesso modo è irrilevante l’identità e le motivazioni di chi può arrivare al blocco dell’erogazione di corrente elettrica.
Non si tratta di lodare e sostenere quel gesto sempre e comunque, a prescindere dal contesto in cui è avvenuto (né di assegnare un attestato di radicalità ai suoi autori, magari ripetendone le motivazioni), si tratta bensì di coglierne le potenzialità qualora si verificasse, si prolungasse, si generalizzasse, si incrociasse con altre pratiche, dando vita a prospettive inaspettate (soprattutto per chi ha iniziato la mobilitazione) altrimenti impossibili.
Sostenere il suo possibile divenire, più che il suo attuale essere.
Se oggi un movimento sociale, pur con i limiti insiti nelle sue rivendicazioni di base, si ritrova a paralizzare i trasporti e l’energia di un paese (ovvero quanto permette il funzionamento della macchina sociale), ciò non costituisce forse un’occasione per chi desidera la fine di questo mondo?
Non l’occasione di adulare la protesta per meglio cavalcarla, né tanto meno di sminuirla per meglio ingigantirsi, ma di farla lievitare, straripare, eccedere, al fine di togliere dalle teste non solo la preoccupazione delle feste natalizie, ma anche quella delle pensioni — fermare la momentanea corsa ai regali di Natale, per poi proseguire lo slancio e fermare la continua corsa al lavoro.
Un sabotaggio rivendicato dalla CGT, per quanto paradossale possa sembrare, è una splendida opportunità per (far) ricordare le parole di Pouget, per afferrarne tutto il senso e l’attualità:
«I proletari si comportano come un popolo che, dovendo resistere all’invasione straniera e non sentendosi abbastanza forte per affrontare il nemico in una battaglia campale, si lancia nella guerra di imboscata, di guerriglia.
Lotta spiacevole per i grandi corpi d’armata, lotta talmente orripilante e micidiale che, per lo più, gli invasori rifiutano di riconoscere ai franchi-tiratori il carattere di belligeranti.
L’esecrazione della guerriglia, da parte delle armate regolari, è simile all’orrore ispirato ai capitalisti dal sabotaggio.
In effetti il sabotaggio è, nella guerra sociale, ciò che la guerriglia è nelle guerre nazionali: esso nasce dagli stessi sentimenti, rispondendo alle stesse necessità ed ha sulla mentalità operaia identiche conseguenze.
Si sa quanto la guerriglia sviluppi il coraggio individuale, l’audacia di decisione; altrettanto si può dire del sabotaggio: esso tiene in allenamento i lavoratori, impedisce loro di affondare in una fiacchezza perniciosa e, necessitando di un’azione permanente e senza respiro, sviluppa lo spirito d’iniziativa, abitua ad agire da soli, eccita la combattività.
L’operaio ha grande bisogno di queste qualità, perché il padrone agisce nei suoi confronti con la stessa mancanza di scrupoli degli eserciti invasori, operanti in un paese conquistato: depreda più che può».
La diffusione di questo coraggio individuale, di questo spirito d’iniziativa, di questa azione solitaria e permanente, di questa alterità nei confronti di un nemico percepito come «invasore straniero», con cui non si ha nulla da condividere o trattare, potrebbe non mettere semplicemente in crisi la politica di un governo; ma rischierebbe di mettere in pericolo la politica, con le sue strategie, i suoi compromessi, le sue convergenze, le sue alleanze.
Fine dei governi, dei partiti, dei sindacati.
Oltre un secolo fa, Émile Pouget ha riassunto le ragioni del sabotaggio operaio con la formula «a cattiva paga, cattivo lavoro».
Se i padroni non davano ai lavoratori ciò che si aspettavano per la loro fatica, perché mai i lavoratori avrebbero dovuto dare ai padroni ciò che pretendevano per i loro investimenti?
Ecco perché a Tolosa, nel 1897, egli suggerì ai delegati della CGT la seguente deposizione: «il Congresso, riconoscendo che è superfluo biasimare il governo — poiché è nella sua logica stringere il freno ai lavoratori — esorta i lavoratori municipali a fare danni per centomila franchi ai servizi della città di Parigi».
Mettendo in pratica oggi questo ragionamento, che cosa si otterrebbe?
Che essendo superfluo biasimare il governo, giacché rientra nella sua logica sfruttare ed opprimere, ha molto più senso esortare gli individui a fare miliardi di danni alle infrastrutture di questo mondo che li vuole al suo servizio.

Nemmeno di Venerdì

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( Dal Web )

George Orwell ha scritto un romanzo (1984 ) divenuto celebre in tutto il mondo per la sua critica del totalitarismo.
Ma di quale totalitarismo?
Essendo stato scritto nel 1948, quasi tutti i suoi lettori lo hanno considerato una denuncia dei regimi stalinista e nazi-fascista.
Il successo riscosso da 1984 si fonda quindi sulla presunzione che esso descriva un mondo ben diverso da quello in cui viviamo, dando ai bravi e buoni cittadini del «mondo libero» un’idea e una percezione di un orrore già accaduto o visibile altrove, comunque lontano nel tempo o nello spazio.
Non era così.
Orwell non intendeva affatto dimostrare una banalità, ovvero che il totalitarismo è brutto e cattivo.
La sua intenzione non era neppure quella di denunciare un particolare tipo di regime politico contemporaneo, ma piuttosto di disvelare i meccanismi intellettuali e psicologici che ne stanno alla base e mostrare come questi funzionino non solo nelle tirannie, ma anche nelle democrazie.
Ieri, anche fuori dalla Russia di Stalin, dalla Germania di Hitler, dall’Italia di Mussolini. Oggi, dappertutto.
L’essenza del totalitarismo infatti non si manifesta con l’onnipotenza di una polizia brutale, ma col totale controllo mentale.
La sorveglianza costante, gli arresti di massa, gli interrogatori, le torture, i processi sommari e i campi di concentramento sono solo… accessori; sono mezzi per ottenere il dominio delle menti, o meglio per addestrare l’individuo a controllare da sé il proprio pensiero.
Ma lo strumento imprescindibile di ogni totalitarismo non è affatto la stanza 101, che a seconda dei contesti e delle circostanze può tranquillamente essere sostituita dagli schermi televisivi (non a caso Orwell si ispirò al Mondo nuovo del suo maestro Huxley, dove il controllo totale viene raggiunto attraverso la beatitudine, e non attraverso il terrore).
Se l’intento è quello di sopprimere il pensiero, non esistono sostanziali differenze tra bruciare i libri e renderli di nessun interesse.
Se è difficile riscontrare un’effettiva differenza tra un territorio controllato da invadenti pattuglie di poliziotti presenti ad ogni angolo di strada ed un territorio sorvegliato da discrete telecamere disseminate un po’ dovunque, allo stesso modo qual è la differenza tra una corrispondenza cartacea intercettata dai servizi segreti ed una corrispondenza telematica a totale disposizione di multinazionali come Google o Facebook?
Nel mondo totalitario di 1984 è criminale qualsiasi pensiero, per quanto insignificante, che non sia del tutto allineato alla dottrina del Partito (cioè dello Stato).
Allo scopo di scongiurare la minaccia sovversiva si distrugge la capacità critica degli individui, riducendo drasticamente il numero di parole a loro disposizione, semplificandone al massimo le possibili elaborazioni logiche.
Meno parole esistono, meno riflessioni si possono fare.
Una volta resi incapaci di esprimere un pensiero complesso proprio, agli individui non rimane altro che ripetere gli slogan e le frasi fatte diffuse dalla propaganda.
È in questo modo che secondo Orwell il totalitarismo arriva al «controllo della realtà», al bispensiero («la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe»).
Il bispensiero viene utilizzato come arma di manipolazione psicologica, per rendere l’individuo incapace di pensare da sé; d’altronde, sostenere nel contempo qualcosa e il suo contrario non può che produrre una disintegrazione della coscienza.
La negazione dell’opposizione tra due affermazioni impedisce qualsiasi rappresentazione.
Non è più possibile percepire e interpretare la realtà, si può solo sperimentarla, subirla, diventarne soggetti, non analizzarla e trasformarla.
Per imporsi con le sue continue contraddizioni, il bispensiero ha bisogno di rendere la psiche degli individui molto fluida, facendoli vivere solo nel e sul presente:
la verità è ciò che il Partito (cioè lo Stato) dice.
O meglio, è ciò che sta dicendo.
E che, un attimo dopo, potrebbe capovolgersi nel suo esatto contrario.
L’obiettivo finale del potere è quindi spezzare il rapporto dell’individuo con la verità del significato, con la sua profondità storica, al fine di renderlo un essere totalmente malleabile, cioè manipolabile.
In fondo è un ideale condiviso da tutte le grandi ideologie a partire dall’inizio del XX secolo: plasmare l’essere umano, riuscire a fargli credere qualsiasi cosa, addestrarlo a negare il minimo senso e talvolta anche la testimonianza dei propri sensi.
Si tratta di un progetto quasi del tutto realizzato, essendo diventato il bispensiero la cosa più condivisa.
In quale altro modo spiegarsi la pretesa di difendere la natura dal progresso industriale che la devasta, mentre si sostiene la scienza e ci si rivolge ai governanti che finanziano e realizzano questo stesso progresso?
Se nel caso della giovanissima Greta Thunberg si può forse parlare di ingenuità, negli adulti che la adulano di cosa si può parlare?
Non è certo difficile notare la pari assurdità fra gli slogan del Big Brother («la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza») e quelli del Fridaysforfuture («lo sviluppo è sostenibile, l’economia è circolare, la scienza è verde»).
Allo stesso modo non dovrebbe essere troppo arduo capire che invitare chi detiene il potere ad «unirsi dietro la scienza» equivale a credere che il problema sia al tempo stesso la soluzione.
L’inarrestabile distruzione della natura non è uno sbadato errore dell’attuale organizzazione sociale suscettibile di venir corretto una volta presone atto, bensì una delle conseguenze ovvie del capitalismo, per il quale «tutte le risorse naturali hanno il colore dell’oro.
Più rapidamente le sfrutta, più s’accelera il flusso d’oro».
Chiedere gentilmente a funzionari e servitori del Dio Denaro di porre fine allo sfruttamento delle risorse («fare pressione sulle istituzioni locali, regionali, nazionali, affinché siano intraprese azioni di governo e di organizzazione internazionale più efficaci nel contenere gli effetti del collasso climatico») è come chiedere gentilmente ai lupi di porre fine allo sterminio delle pecore.
Non si può stare contemporaneamente da entrambe le parti.
Non saranno la scienza e lo Stato a «far tornare selvaggia la natura», ma solo la lotta contro la scienza e lo Stato.
Per capire fino a che punto il bispensiero abbia annichilito ogni capacità critica basterebbe spostarsi a Taranto, città in subbuglio contro la decisione della multinazionale Arcelor Mittal di spegnere gli altiforni dell’Ilva.
La preoccupazione di salvaguardare il «livello occupazionale» e di garantire «il diritto al lavoro» è tale da far convergere governo, sindacati e forze progressiste verso un unico obiettivo: impedire ad ogni costo la chiusura della più grande acciaieria d’Europa.
Ma, considerato che governo, sindacati e forze progressiste non nascondono il loro sostegno alla causa ambientalista della salvaguardia del clima, eccoci di fronte a un dilemma.
Essendo l’Ilva di Taranto la principale fonte di anidride carbonica presente in Italia, la prima responsabile quindi nel nostro paese del riscaldamento climatico planetario, come si può al tempo stesso sostenere la rapida riduzione di emissioni nocive nell’atmosfera ed il mantenimento di quanto diffonde veleni nell’atmosfera?
Il ministro dello Sviluppo economico potrà anche delirare definendo l’Ilva «un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili, con forni elettrici e altri impianti ecosostenibili», ma è fin troppo ovvio che la difesa della natura esige l’immediata chiusura della fabbrica, altro che una produzione annuale di 8 milioni di tonnellate di acciaio!
Ma un’Italia senza industria, e una Taranto senza posti di lavoro, come potrebbero vivere all’interno di questa civiltà fondata sull’industria e sul lavoro?
Ecco una domanda a cui gli slogan che pensano al posto nostro non potranno fornire una risposta.
Nemmeno di Venerdì.

Smartphone, suonerie, capitale

«Credo che entro la prossima generazione i padroni del mondo scopriranno che il condizionamento infantile e la narco-ipnosi sono più efficienti come strumenti di governo di manganelli e prigioni, e che la loro brama di potere potrà essere completamente soddisfatta suggestionando le persone ad amare la loro schiavitù, invece di fustigarle e ridurle all’obbedienza».
(Aldous Huxley, lettera a George Orwell del 21 ottobre 1949)
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Mezzo secolo fa, piazza Fontana.
L’avvio della cosiddetta strategia della tensione.
Una bomba esplodeva all’interno di una banca affollata, a pochi passi dal Duomo di Milano.
Oltre cento vittime fra morti e feriti, una strage di sangue perpetrata al fine di diffondere in tutto il paese la paura, il terrore e l’angoscia necessari per far scattare il riflesso condizionato dell’ordine.
Seminare un panico tale da giustificare, se non far invocare, l’intervento dello Stato (anche mediante il suo braccio armato poliziesco, anche mediante la sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Mezzo secolo dopo piazza Fontana, siamo in piena strategia della distensione.
Dopo le bombe, lo smartphone.
Dopo il sangue, le suonerie.
Milioni di persone iperconnesse, un’ecatombe di neuroni compiuta al fine di diffondere in tutto il paese il divertimento, lo svago ed il compiacimento necessari per neutralizzare la riflessione incondizionata della rivolta.
Seminare una distrazione tale da legittimare, se non rendere naturale, la presenza dello Stato (anche del suo braccio armato della legge, anche della sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Insomma, dalla repressione si è passati alla prevenzione.
Attualmente chi detiene il potere non deve scongiurare la minaccia rivoluzionaria, non c’è alcun attacco massiccio diretto all’organizzazione capitalistica del lavoro, quanto al proletariato come soggetto storico della propria azione eversiva si tratta di una vera e propria allucinazione ideologica.
Semplicemente oggi la tecnologia permette di realizzare bonariamente ciò che ieri fascisti e servizi segreti volevano imporre brutalmente.
La violenza indiscriminata del terrorismo statale intendeva dimostrare che nessuno e in nessun luogo poteva sentirsi al sicuro, premessa indispensabile affinché tutti e in tutti i luoghi dovessero essere controllati.
Ebbene, questo obiettivo è stato raggiunto giacché è in atto un controllo capillare del territorio e della stessa psiche degli individui attraverso dispositivi assai più discreti ed efficienti dei militari nel mettere in sicurezza le strade e bandire ogni avventura dalla vita.
Ed il modo migliore per essere indifferenti al presente, non è forse quello di commuoversi del passato?
Così, il 12 dicembre sta diventando come il 25 aprile, una ricorrenza nazionale per ricordarsi di dimenticare.
È l’istituzionalizzazione dell’ipocrisia, che rispetta i morti di entrambe le parti (i partigiani ed i repubblichini, Pinelli e Calabresi), festeggia la Liberazione assieme a chi impone schiavitù, elemosina la Verità a chi vende menzogne, celebra la Resistenza per decretare la fine della resistenza, condanna la strage di Stato per sancire l’eternità dello Stato.
Dopo il depistaggio delle indagini, l’obnubilamento delle coscienze…

Lettera sul fronte unico

Schermata del 2019-12-01 11:52:55

( Dal Web )

Paolo Schicchi
Né a scusare le vostre canagliate vale menomamente il pretesto del «fronte unico antifascista» collo scopo precipuo di abbattere il più presto possibile il teschio di morto. Lo so bene che voi venite fuori colla vecchia e rancida massima di tutti i ribaldi e di tutti i gesuiti: il fine giustifica i mezzi, che è anche un’insegna essenzialmente fascista.
Ma nel caso vostro tale massima non regge nemmeno per delle ragioni semplicissime, che anche un caporale di deposito capirebbe.
Innanzitutto la qualificazione di «fronte unico» qui è sbagliata, trattandosi di vero e proprio «esercito unico» e non soltanto di fronte.
Ma passi pure il fronte unico.
Questo presuppone, oltre il nemico comune, comunanza d’intenti e di mezzi, unità di metodo e di condotta, volontà unica, ecc.
Ora tutti sanno che per molte ragioni nemmeno nell’ultima grande guerra fu possibile il fronte unico.
Anzi può dirsi che fino all’ultima fase, non era stato possibile nemmeno dentro i confini della Francia;
nella stessa guisa in cui non fu mai possibile in alcuna delle grandi guerre passate, per le stessissime ragioni.
Tu, che sei un grande storico e un grandissimo condottiero di tresca (tanto nomini nullum por elogium), leggi quello che scrisse Napoleone I sulla mancanza di fronte unico e anche d’affiatamento nella guerra dei Sette Anni; mancanza che permise a Federico il Grande di resistere a tante forze e a tante sconfitte.
E sì che Laudon, Daun, ed altri generali di non comune valore, se avessero potuto, non avrebbero aspettato gl’incitamenti del tuo luogotenente per affiatarsi meglio e combattere più uniti.
Alcune volte il criticare è facile, ma l’attuare è difficile, e spesso anche impossibile quando le circostanze di tempo e di luogo non lo consentono.
E lo stesso Napoleone all’ultimo, quando gli venne meno anche suo cognato Gioacchino Murat, dovette provarlo a spese sue.
Il caso tipico però l’abbiamo nelle invasioni barbariche, quando i vari eserciti e popoli barbari assalivano l’impero romano ognuno per conto proprio, nel medesimo tempo in cui essi stessi si combattevano e di frequente si annientavano a vicenda.
A questo punto tu potresti osservarmi che io esco fuor del seminato e che le mie disquisizioni d’arte militare c’entrano come i cavoli a merenda.
Ma no, le stesse leggi dinamiche che regolano le mischie del popoli all’esterno, regolano quelle dell’interno.
Le stessissime.
In quale rivoluzione del passato, anche delle più grandi, vi fu vero fronte unico tra i diversi ribelli e i vari partiti, se si eccettua e non sempre l’attimo improvviso, inaspettato e quasi fuggevole d’un primo assalto e d’un primo urto come la presa della Bastiglia? Dove?
Quando?
Sapresti dirmelo?
Ti sfido a rispondere.
Nella gigantesca palingenesi cristiana fin dall’inizio le varie dottrine, congreghe, sette e chiese furono senza tregua in contrasto tra loro e si azzannarono come cani.
Nella rivoluzione della Riforma successe la stessissima cosa fino allo sterminio degli Anabattisti, predicato e mandato ad effetto dallo stesso Lutero.
Erasmo, Melantone, Lutero ed altri ancora in cuor loro si odiavano cordialmente, mentre Calvino, a Ginevra, consegnava fraternamente al rogo Michele Serveto.
E così via di seguito.
Durante tutto il corso della Rivoluzione Francese, eccetto che nella presa della Bastiglia, che fu gesta fulminea di tutto il popolo parigino, un partito non fu mai d’accordo con un altro, e sarebbe stato preso per un babbeo o per un pazzo chi avesse parlato di fronte unico, che non esistette mai neppure mentre i nemici irrompevano alle frontiere e marciavano a gran passi sulla capitale.
E lo stesso può dirsi della Rivoluzione Russa.
Nelle rivoluzioni del Risorgimento italiano non si sapeva neanche che cosa fosse il fronte unico, e nessuno si sognò mai di parlarne.
Dappertutto repubblicani contro monarchici, federalisti contro unitari, Mazzini contro Cavour, Giuseppe La Farina e Giorgio Pallavicino emissari di Cavour che vanno a brigare contro Garibaldi a Palermo e a Napoli, conservatori contro democratici, pensiero ghibellino contro pensiero guelfo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari contro Mazzini.

Respingiamo la servitù



«… Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»
Dante
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A dire il vero, noi non siamo «furiosi della libertà», ma amanti della libertà, che consideriamo la prima condizione di vita.
Tutti i doni, i beni, i mezzi, le forze, i talenti, le abilità, contano solo quando siamo liberi di servircene.
Se ci viene impedito di usarli, o se siamo costretti ad impiegarli soprattutto a beneficio di un padrone, la nostra vita ne risulterà sminuita.
Questo è il motivo per cui rimaniamo fedeli all’ idea di libertà in tutti gli ambiti e ci piace definirci libertari.
Orbene, noi viviamo in un’ epoca in cui vengono sferrati alla libertà i più gravi attacchi in nome delle idee più antitetiche:
rivoluzione e controrivoluzione, comunismo e capitalismo, democrazia e autocrazia, irreligione e religione, socialismo e monopolismo.
Anche nei cosiddetti ambienti avanzati, la libertà individuale viene ignorata e ci si affida a leader con sempre più funzioni e poteri.
Si sognano valori sociali che derivano principalmente da una svalorizzazione individuale.
Il mondo non soffre a causa di pastori inclini a tosature troppo rase e a sgozzamenti troppo frequenti; NO, la colpa è tutta delle pecore arrabbiate!

Per di più, sembra che i giovani siano stufi delle poche libertà ereditate dagli eroi e dai martiri del passato.
Sognano soltanto di irreggimentarsi, di allinearsi, piegarsi, dispiegarsi, andare avanti, indietro, sempre a comando.
Ogni idea di indipendenza, ogni pensiero personale, ogni gesto spontaneo, ogni scelta libera, ogni azione diretta fanno loro orrore.
Anelano solo a formare file di automi, dai movimenti impeccabili, saluti uniformi, passi cadenzati, rigidi andamenti, rigorose discipline.
Pensate quale disordine comporta il poter respirare, muoversi, spostarsi, esprimersi, comportarsi a proprio piacimento!
Quando sulla stampa borghese si parla di gioventù, è di una certa gioventù che si tratta. Quella pronta a formare orde di pretoriani al servizio di un capo, di un dittatore, di un padrone.
E guai a tutti coloro che hanno la pretesa di voler restare liberi!
È per consolarci da tanti servi abietti che abbiamo riletto Gli Eleuteromani [ovvero i maniaci della libertà] di Diderot.
Che grandi massime!
Eccole:

Ho conosciuto, con l’esperienza,
Che chi può tutto, raramente vuole il bene.

. . . . . . 

Il figlio della natura aborrisce la schiavitù:

Implacabile nemico di ogni autorità,
Si indigna per il giogo, la costrizione lo oltraggia;
Libertà è il suo desiderio; il suo grido è Libertà.
. . . . . . 

Testimone dei tempi; mi rivolgo ad ogni età;
Mai a beneficio pubblico

L’uomo ha veramente sacrificato i suoi diritti;
Se osasse col cuore ascoltare solo la voce;

Cambiando improvvisamente linguaggio,

Ci direbbe, come l’ospite dei boschi:

«La natura non ha fatto né servitori né padroni;
Non voglio né dare né ricevere leggi».

Gli odierni letterati non sarebbero capaci di usare simili toni.
Anche loro svolgono un incarico ufficiale per il rinnovamento nazionale ed i loro scritti sono servili come il resto.
Persino  nell’antica schiavitù rilevano una poesia particolare, una bellezza speciale, un fascino indefinibile, così vogliono che le nuove generazioni l’assaporino a loro volta!

Ebbene, no!
Ancora una volta gridiamo ad alta voce il nostro amore per la libertà;
ancora una volta avanziamo nel suo nome, dovessimo per questo finire in fondo a una galera.
Questa follia collettiva che spinge gli uomini a degradarsi, ad avvilirsi, a compiacersi persino della loro abiezione, un giorno finirà;
ma nell’ attesa dobbiamo sapervi resistere e denunciare ovunque la contaminazione di una servitù che diventa volontaria.

Perché è così difficile?

Rompere il legame con l’ abusatore

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( Dal Web )

Alcuni sopravviventi sono stupefatti e frastornati in prima persona per i sentimenti confusi e ambivalenti che provano per chi ha usato loro violenza.
Perché questo accade?
Perché una donna abusata dal padre lascia che sia lui ad accompagnarla all’ altare il giorno del matrimonio?
Perché una donna maltrattata dal marito continua a vivere sotto lo stesso tetto?
Perché un operaio sfruttato continua a recarsi sul posto di lavoro, mantenendo così il suo padrone?
Perché un cittadino abusato e tradito regolarmente da qualsiasi partito si presenta alle urne il giorno delle elezioni?
Ecco alcune delle ragioni che vengono solitamente date.
Sé danneggiato:
Si è visto che tutte le persone che hanno subìto un abuso sviluppano un’ immagine profonda di sé come cattive, sbagliate, diverse, peggiori.
Si convincono di aver causato in qualche modo l’ abuso così da preservare l ’immagine di chi è importante per loro e, nel caso dello Stato e dell’ imprenditore, ancor più, trattandosi di ciò da cui devono dipendere per cura, protezione, pagnotta.
Colpa:
Nel caso, ad esempio, che l’ abusante sia un politico o un industriale, il cittadino si sente in dovere di ubbidire, perché così gli è stato insegnato, e si sente in colpa perché disobbedendo non è un bravo cittadino;
gli abusanti potrebbero essere anche persone a tratti gentili e amorevoli verso le vittime. Il senso di colpevolezza resta fin quando non si comincia a comprendere che l’abuso non dipende mai dalla colpa del cittadino-operaio.
In questo processo di chiarificazione la responsabilità viene rivolta più saggiamente verso gli abusanti, anche se molti sopravviventi sanno che questo è più facile a dirsi che a farsi.
Paura/Preoccupazione per gli altri membri della famiglia:
Alcuni sopravviventi vengono minacciati con le conseguenze che rendere pubblico          l’ abuso potrebbe avere sulla quiete sociale.
La società sarebbe rovinata, l’ abusante passerebbe dei grossi guai.
Alcuni sopravviventi mantengono legami con gli abusanti per paura di far del male agli altri membri della società che soffrirebbero se lo venissero a sapere.
Ambivalenza:
I sopravviventi raramente provano sentimenti inequivoci nei confronti dei loro abusanti, soprattutto se si tratta di persone che conoscono bene.
Provano una combinazione tra confusione ed emozioni diverse quali amore, affetto, angoscia, ansia, paura, disprezzo, rabbia, fedeltà.
Spesso gli abusanti appaiono «buoni» e le vittime si chiedono se non siano per caso loro stessi a reagire in maniera eccessiva all’ abuso.
Quando gli abusanti poi non trattano bene i cittadini-operai, per questi il momento dell’ abuso potrebbe coincidere con l’unico sostentamento emotivo che il sopravvivente riceve.
Una persona assetata di acqua la beve anche da un pozzo avvelenato se c’è solo quella. Un operaio disoccupato va a lavorare anche all’ Ilva se c’è solo quel salario disponibile. Spesso gli abusati, non sapendo convivere con questa ambivalenza, arrivano a credere e a dire che l’ abuso non c’è stato, non è Stato.
Dipendenza fisica/economica:
Le istituzioni isolano deliberatamente i loro cittadini-operai da altri mezzi di sostentamento, oppure offrono loro aiuto sottendendo implicitamente che la vittima deve mantenere un rispettoso silenzio sull’ abuso e concordare che gli abusanti costituiscono una classe meravigliosa.
Gli abusanti possono continuare a tenere con sé i loro cittadini-operai, fino alla morte, grazie alla dipendenza finanziaria e alla minaccia di licenziamento.
Conformarsi al silenzio da parte della vittima e di chi la circonda:
Il cittadino-operaio non riesce a dare un senso a ciò che gli succede.
Il disorientamento, e talvolta la soddisfazione provata, lo lascia sospeso tra fedeltà, ansia, paura e protezione, portandolo ad affidarsi alla forza del silenzio.
Così facendo, spesso e implicitamente si rinforza la ripetizione dell’ abuso politico-economico che, in questo modo, si cronicizza ed intrappola sempre più la vittima e il suo carnefice all’ interno di un meccanismo simile a un circolo vizioso.
La violenza subita è quasi sempre accompagnata dall’ implicito patto che ciò che è successo tra il cittadino-operaio e il dirigente resterà un segreto da non raccontare a nessuno, mai, e in alcun modo e occasione.
È veramente terribile quando la vittima sa che altri membri della società sono a conoscenza dell’ abuso ma continuano comunque a sostenere e proteggere l’ abusante.
Vergogna: 
Molti sperimentano la terribile vergogna di dover rigettare l’ amata immagine dello Stato giusto, dell’ azienda equa, dell’ abusante «buono» insomma, e l’ atto di separazione da questi può essere vissuto come un’amputazione senza anestesia.
Religione:
Nella maggior parte dei credo religiosi si promuove il perdono come un valore che riflette il concetto di grazia e di remissione del peccato al peccatore stesso, quando è pentito.
In alcune comunità religiose però ancora oggi una visione distorta della religiosità può portare a considerare il perdono un «obbligo», quasi un atto dovuto per compiacere Dio. I sopravviventi sembrano quasi obbligati a «perdonare» l’ abusante, ma ciò li fa sprofondare ancor più in una condizione di sofferenza, di dubbio, che li porta a continuare a subire ulteriori abusi, mentre la loro rabbia viene considerata un peccato o qualcosa da sopprimere.
Riconciliazione genuina:
A volte l’ abusante può esprimere una piena e onesta ammissione e scusarsi, cercando di alleviare il dolore che ha causato.
Quando un sopravvivente in fase di protesta ritiene che questo atteggiamento sia genuino, può fare la scelta di riprendere i rapporti con l’ abusante.
Dissociazione e negazione:
L’ abuso politico-economico è qualcosa di così terribile, un tradimento così lancinante, che la vittima potrebbe far finta che non sia mai accaduto.
La natura del trauma porta il sopravvivente in uno stato di confusione.
Dissociandosi dai ricordi o dalle emozioni, un sopravvivente è in grado di andare avanti nella sua vita e preservare la relazione con gli altri.
Speranza di cambiamento:
Una delle cose più difficili da accettare per molti sopravviventi è giungere alla conclusione che, a prescindere da quello che fanno, l’ abusante non cambierà e non darà alla vittima il sostegno di cui ha bisogno sempre.
Fino a quando c’è anche la più piccola probabilità che questo accada e che l’ abusante possa cambiare, la vittima si aggrappa a questo lumicino di speranza.
Legame traumatico:
Il legame traumatico si verifica nei bambini abusati, nelle donne picchiate, nei prigionieri di guerra, negli operai in fabbrica, nei cittadini nelle urne e in altre situazioni in cui le persone si trovano in uno stato di cattività.
Se nella «sindrome di Stoccolma» gli ostaggi che non avevano precedenti legami significativi con i loro rapitori si sono legati in seguito al trauma con emozioni positive quali empatia, affetto, gratitudine, ecc., figuriamoci quanto può essere più facile per un cittadino-operaio venire legato dal e al potere!
Un sopravvivente può portare con sé questo sentimento fino alla morte.

Lontano dagli occhi, vicino al cuore

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( Dal Web )

Nella notte fra Domenica 3 e Lunedì 4 Novembre è capitato qualcosa ad una linea elettrica d’alta tensione di La Spezia.
Un trasformatore, in cui arrivava corrente a 130000 volt, è andato in tilt provocando un black-out che è durato molto più del previsto.
Il trasformatore infatti è risultato talmente danneggiato da dover essere sostituito,  si sa come vanno queste cose: bisogna fare arrivare un altro trasformatore, allacciarlo, testarlo…
Un vero danno per chi produce in quell’ area, rimasto a secco di energia.
Ad esempio, 180 operai della Termomeccanica sono stati costretti per un paio di giorni a non poter fare il loro onesto lavoro: costruire pompe e compressori.
Anche peggio è andata ai 960 lavoratori della ex Oto-Melara (oggi Leonardo), i quali sono stati costretti per ben tre giorni a non poter prestare la propria opera per fabbricare i prodotti che hanno reso celebre la “loro” azienda in tutto il mondo: cannoni, carri armati e altre macchine di morte.
Ma cosa è successo a quel trasformatore?
Boh, chi lo sa.
Si sa solo che un delegato dei pacifici lavoratori bellici ha dichiarato:
«l’ azienda ci ha detto che la causa più probabile del guasto dell’ altra notte è stato un fulmine.
In ogni caso il trasformatore era già stato fatto oggetto della regolare manutenzione solo pochi giorni fa».
Insomma, l’ attività di una delle principali industrie belliche d’ Europa è rimasta paralizzata a causa di un imprevisto intervenuto non all’ interno o all’ ingresso delle sue sorvegliatissime mura, ma lontano, lontano, lontano…

Interruzioni

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( Dal Web )

Quando interviene il silenzio sembra che tutto sia giustificabile.
Le parole, per di più quelle sovversive, scompaiono.
Diventano oggetti interscambiabili che avviluppano la quotidianità.
Ma l’ ennesimo sforzo di dare vita alle parole non ha tempo né spazio.
Battibeccando con il fato, solo i tentativi possono trasformare il mondo.
Nell’ orrore di quanto ci circonda, la ripresa ostile contro questo mondo dell’energia,
ciò che accende ininterrottamente l’ autorità e le sue ramificazioni, apre talvolta un breccia diversa nelle tenebre.
Andare oltre, pensare la profondità per trovare forze nascoste, è un buon esercizio per non perdersi nella forsennata contesa muscolare con il potere.
Se il mondo è un deserto senza significato, tacere è sempre una sostituzione ardua del dire: ciò che è illuminato non chiarifica come potrebbe farlo un fuoco intelligibile.
Al di fuori della noiosa quotidianità non c’è niente, ma ad un certo momento essa si arresta, si blocca, di colpo, anche per poco e senza preavviso.
Un salto nel buio.
Il 27 ottobre a Cremona mentre era in corso la «festa del salame» (sic!) e la «fiera internazionale della zootecnica», piena di scienziati proni alle biotecnologie sperimentate sulla sofferenza di questo mondo animale, un blackout nel centro cittadino ha fatto cessare la normalità della domenica per circa un’ ora, sospendendo l’illuminazione pubblica.
Citelum, ditta che lavora in tantissime città del nord Italia di EDF, nota per la sua attività nel settore dell’ energia nucleare nella vicina Francia, ha risolto tutto in poco tempo dopo che una fotocellula di una centralina elettrica era saltata.
Naturalmente la notizia è apparsa sui giornali locali il giorno dopo; vi abbiamo letto che le cause non erano ancora note, ma si ipotizzava un guasto dovuto al probabile surriscaldamento di quella fotocellula.
Ecco come le parole possono ingannare le apparenze.
Non ci è dato sapere cosa sia realmente successo quel pomeriggio a Cremona, ma certe domande riaffiorano in chi non si vuole fermare all’ orrore della realtà.
In questo caso sarà stato un dispositivo tecnico a fare cilecca, come può sempre capitare, o sarà stato un granello di sabbia in uno dei mille ingranaggi del dominio?
Un granello messo da chi vorrebbe sussurrare a chi sa ascoltare che la possibilità di scardinare l’ impossibile è sempre forza del pensiero e braccia energiche per oltrepassare la soglia del già dato.
Chi lo saprà mai.
Tempesta per tempesta, come stiamo vedendo in questi giorni in Cile (come ad Hong Kong, in Ecuador, in Libano, in Catalogna e in Iraq), nessuno può prevedere cosa può succedere in un mondo fortificato tecnicamente nell’ oppressione, ma è chiaro come certe parole che lo spettro della ribellione può prendere forma anche nei momenti in cui il silenzio ci pare assordante.