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A bassa voce

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( Dal Web )

Arrabbiati.
Alle nostre latitudini, gli individui affetti da rabbia venivano sottoposti a severe misure di detenzione fino all’inizio del XIX secolo, poiché si pensava che la malattia di cui soffrivano potesse trasformarli in animali selvatici.
Oggi si vogliono rinchiudere gli arrabbiati che non rispettano né i limiti di spostamento né i gesti-barriera quotidiani (tre multe e potenzialmente si è arrestati, grazie allo stato di emergenza prolungato al 23 luglio), giacché si ritiene che il male dell’insubordinazione di cui soffrono necessiti della loro trasformazione in esseri addomesticati.
Ma ciò significa dimenticare troppo in fretta che la rivolta può scoppiare anche nel cuore di questi luoghi di infamia, come ad Uzerche (Corrèze) lo scorso marzo, dove duecento prigionieri hanno devastato e poi incendiato circa 300 celle.
In questa grande prigione sociale a cielo aperto, l’attuale laboratorio del «deconfinamento» significa null’altro che un tentativo di stringere le sbarre delle gabbie in cui tentiamo di sopravvivere, e di cui la galera sarebbe sia il punto cieco che l’apice (come punizione e come minaccia).
Distruggerle tutte non è quindi solo una necessità per avanzare verso l’ignoto di una pratica esagerata di libertà, è anche uno slancio di vita elementare — siano esse di cemento munito di torrette, di cavi interrati o di servitù volontaria.
Attaccare.
Lo Stato e i suoi alleati occasionali a tratti sconcertanti che raccomandavano di autorecludersi in massa nel nome del bene comune mentre il dominio si dava carta bianca, ci sono rimasti male.
Sia in periferia, dove gli scontri con la polizia non si sono fermati — con incendi di telecamere, di volanti e di edifici istituzionali —, che durante le passeggiate al chiaro di luna che hanno provocato un po’ dovunque la distruzione di decine di strutture di telecomunicazione, questi 55 giorni di confinamento nell’esagono sono stati anche contrassegnati da una certa conflittualità.
Non quella di manifestanti che rivendicano un cambiamento dall’alto, ma quella di piccoli gruppi mobili che agiscono direttamente senza aspettarsi né chiedere nulla a nessuno, prendendo di mira due pilastri indispensabili a questo mondo: gli sbirri e i gendarmi garanti di un ordine spietato, e le reti di dati che gli consentono di funzionare in ogni circostanza (dal telelavoro alla telescolastica, dall’economia alla telegiustizia).
Se già si sapeva che la guerra sociale non conosce tregua, è rimarchevole che alcuni ribelli e rivoluzionari non abbiano ceduto al ricatto volto alla pacificazione della mano del potere che cura a suo piacimento (selezionando, ad esempio, chi deve morire o vivere), mentre lava l’altra che colpisce, mutila, assassina e imprigiona.
Ora che queste due mani si congiungono esplicitamente per formare gli sbirri in camice bianco delle Brigate Sanitarie e altri dispositivi di tracciamento; ora che i poteri di polizia si estendono a una miriade di tirapiedi armati della loro buona coscienza sanitaria (seguaci dei braccialetti elettronici, secondini col volto ben mascherato, controllori di temperature troppo alte, guardiani delle distanze di sicurezza);
ora che è più che mai evidente che la digitalizzazione della nostra sopravvivenza continuerà ad accelerare… questi differenti attacchi e sabotaggi condotti in condizioni più difficili del solito potrebbero avere qualcosa da dirci: la normalità è la catastrofe che produce tutte le catastrofi.
 Non si tratta di implorare il suo ritorno urgente o la sua educata revisione a chi sta in alto, ma di impedirne il ritorno, sia teoricamente che praticamente, attraverso l’auto-organizzazione e l’azione diretta.
Dati.
Dai campi in cui gli input chimici permanenti sono misurati da droni e satelliti, fino agli esseri viventi addomesticati dall’ecologia della catastrofe munendo gli alberi di sensori e gli animali di chip, attraverso città intelligenti che intendono valorizzare il minimo flusso, dobbiamo affrontare continuamente questa economia del dato che quantifica il mondo riducendolo a una serie di cifre ingurgitate dai computer (presto quantistici), ma anche ad astrazioni matematiche che permettono ogni potere.
Cosa c’è di più apparentemente oggettivo dei dati, se non fosse che questi sono influenzati dalla scelta arbitraria di ogni loro misura e criterio iniziali la cui domanda contiene già la risposta e che questa elaborazione di modelli è proprio ciò che consente di integrare l’autorità della gestione senza mai mettere in discussione le cause del problema, per concentrarsi sulle sue sole conseguenze previste?
Come affermavano qualche anno fa alcuni feroci oppositori del nucleare e del suo mondo, dopo la distruzione volontaria di rilevatori di radioattività nei pressi di centrali nucleari: «Staccata dai suoi usi, la misura è un surrogato di sapere, quale che sia la sofisticazione delle conoscenze che vi sono investite per farla apparire.
Essa diventa uno strumento ideologico quando, come il denaro, permette di modulare le effettive disuguaglianze senza rovesciare i rapporti di dominio che ne sono la causa».
La moltiplicazione di rilevatori di calore con droni e termocamere, la modellizzazione epidemiologica mediante algoritmi di comportamenti sociali ed interazioni umane per registrare, sorvegliare e tracciare, alla fine non fanno altro che consacrare una misurazione di tutto ciò che non può essere risolto dagli individui singolari, per farli rientrare nei ranghi o isolarli.
Per l’ennesima volta, se l’epidemia di covid-19 non è che il pretesto per accelerare e consolidare una griglia tecnologica e sociobiologica non prevista, costituisce nel contempo il suo schema ideale nel nome di ciò che è in gioco: il pericolo di una morte improvvisa che rinvia alla vita in sé e non alla sua qualità.
È così che finiamo per belare «viva la vita» come qualsiasi mistico religioso, piuttosto che cercare di rafforzare ed estendere il legame tra quest’ultima e la rivolta contro l’esistente che le dà un senso.
Distanziamento sociale.
L’integrazione di distanze di sicurezza asettiche tra gli esseri umani nelle strade, nei trasporti, nelle caserme di addestramento o in quelle di sfruttamento è in linea col progetto di un dominio su corpi-soggetti atomizzati che interagiscano essenzialmente in modo telematico.
In un momento in cui ciascuno è chiamato a diventare un imprenditore autonomo che valorizza anche il suo capitale-salute, perché rischiare l’ignoto al di fuori della famosa cerchia familiare che costituisce notoriamente un modello di salubrità fisica e mentale? Il distanziamento fisico permanente tra individui permetterebbe così che il gregge si mantenga in buona salute e produttivo malgrado l’epidemia in corso e quelle a venire, facilitando la sorveglianza, l’identificazione e l’isolamento dei corpi sospetti, indocili o superflui grazie ad una massa circolante meno compatta.
Allo stesso modo consentirebbe di accelerare una ristrutturazione del flusso dei contatti e dei rapporti umani ottimizzandoli maggiormente affinché non si perdano più in tutti questi eccessi di vita troppo umani e decisamente improduttivi.
Ammettiamo che contestare un tale progetto verso un mondo meglio ordinato e più fluido che arriva fino alla minima nostra interazione fisica sarebbe a dir poco irresponsabile!
Un simile progetto di massa non può beninteso funzionare in modo unilaterale grazie al solo manganello, e cosa c’è di meglio di un’epidemia col suo corteo di morti per poter contare sulla partecipazione di una maggioranza di cittadini impauriti che preferiscono la sicurezza alla libertà, la gerarchia accettata alla reciprocità senza delega, l’autorità rassicurante all’auto-organizzazione incerta?
A titolo di esempio, gli occhi del potere che già si esercitavano a individuare ogni assembramento sospetto, a reprimere qualsiasi movimento incontrollato di massa, a regolare i comportamenti imprevedibili al di fuori della circolazione ordinaria non sono più soli: «mantenete la distanza» e che ognuno rimanga chiuso nel suo perimetro invisibile, rischia di diventare una delle ingiunzioni più banali, sia essa sbraitata da un drone poliziesco o borbottata da qualcuno perso nel suo schermo.
Il fatto che le misure di distanziamento sociale siano seguite ben oltre situazioni e relazioni interindividuali particolari, dal senso di colpa o dal riflesso di obbedienza, mantiene soprattutto l’illusione che questa società di concentramento e di flussi non sia la fonte dell’epidemia di covid-19, ma che sia sufficiente gestire bene questo momento adattandosi alle nuove condizioni perché tutto l’orrore di questo mondo possa continuare a propagarsi (quasi) come prima.
Il diffuso rispetto per questo distanziamento da sé e dagli altri, insostenibile senza grossolane contraddizioni, è il risultato di un esercizio difensivo di temperanza e autodisciplina — integrato perfino in alcuni incontri o manifestazioni — che non solo non agisce contro l’esistente mortifero, ma per di più rafforza solo l’insieme delle separazioni che già lo attraversano.
Separazioni in seno alla pienezza della vita per estrarne la sfera del lavoro che consenta l’economia, o quella del sapere condiviso che permetta l’educazione; completa separazione tra ciò che produciamo e le sue finalità; separazione, inoltre, tra il pensiero e l’azione, che apre la strada alla politica.
Una volta che la vita viene sezionata in pezzi catalogati e staccati gli uni dagli altri, una volta che il mondo interiore, il linguaggio e l’immaginario vengono ridotti a riprodurre un eterno presente col dominio come unico orizzonte, non restava ancora che distanziare radicalmente gli atomi fra di loro e con il loro ambiente immediato all’interno della massa informe: la crescente virtualizzazione dei rapporti vi sta in parte provvedendo, il distanziamento fisico generalizzato potrebbe completare questo lavoro di separazione dal reale, trasformando senza ritorno ciò che resta di direttamente sensibile in ognuno di noi.
Virus.
Se ciò che preoccupa le belle anime del movimento è frenare la diffusione su scala collettiva del covid-19, si pensa veramente che moltiplicare i piccoli gesti individuali distanziati, mascherinati e di barriera cambierà la situazione, come si autogestisce la propria dose di radioattività in territorio contaminato per continuare a consumare e a produrre?
Non è ovvio che gli imperativi economici li rendano altrettanto vani a livello globale quanto il differenziare i rifiuti per salvare il pianeta?
Anche a costo di comportarsi da amministratori responsabili del disastro, perché non tentare allora di sradicare i principali focolai di contaminazione che ormai sono noti a tutti, come il trasporto pubblico, i commissariati, le scuole, le fabbriche e i magazzini? Tanto più che si conosce da secoli anche un comprovato rimedio contro i virus: il fuoco. Certo, questo rischierebbe di provocare tutta una serie di altri problemi, come quello di un mondo che ci ha reso completamente dipendenti, ma alla fine bisogna pur sapere cosa si vuole: cercare di frenare il virus chiedendo allo Stato più mezzi per gli ospedali e la ricerca, così come il rigoroso tracciamento delle persone contaminanti, oppure occuparsene direttamente da soli devastando l’organizzazione sociale ed economica che lo favorisce e lo propaga.
Sempre che si voglia salvare qualcosa, ovviamente.

Il lavoro non nobilita più l’uomo?

Lavoro

( Dal Web )

La grande maggioranza degli esseri umani nel corso della storia ha lavorato per pura esigenza di sostentamento.

Molti hanno trovato conforto, valore e significato nei loro sforzi, ma alcuni hanno definito il lavoro come una necessità da evitare, se possibile.

Nel Libro III della “Politica“, Aristotele sostiene che la virtù non appartiene all’uomo libero in generale, bensì «a quanti sono liberi dai lavori necessari», escludendo quindi gli schiavi e chi compie lavori manuali.

La promessa dell’intelligenza artificiale e dell’automazione solleva oggi nuove domande sul ruolo del lavoro nelle nostre vite.

La maggior parte di noi resterà concentrata ancora per decenni sulle attività di produzione fisica o finanziaria, ma poiché la tecnologia fornisce servizi e beni a costi sempre più bassi, gli esseri umani saranno costretti a scoprire nuovi ruoli che non sono necessariamente legati a ciò che viene oggi concepito come lavoro.

Parte della sfida, come ha recentemente proposto l’economista Brian Arthur, “non sarà economica ma politica“.

Il professor Arthur sottolinea che le turbolenze politiche di oggi negli Stati Uniti e in Europa, sono dovute in parte alla notevole distanza tra le élite e il resto della società;

egli afferma che, più tardi nel corso del secolo, le società scopriranno come distribuire i vantaggi produttivi della tecnologia per due motivi principali: perché sarà più facile e perché saranno costretti.

Con il trascorrere del tempo, la tecnologia consentirà più produzione con meno sacrifici, ma nel frattempo, la storia suggerisce che la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi porta a pressioni sociali che dovranno essere affrontate attraverso la politica per evitare l’insorgere di manifestazioni – anche violente – di scontento.

In un recente articolo “How Automation Will Change Work, Purpose, and Meaning” pubblicato dall’Harvard Business ReviewRobert C. Wolcott ( professore alla Kellogg School of Management ) ritiene che ciò solleverà una seconda sfida, ancora più ardua: poiché i benefici della tecnologia diventeranno sempre più ampiamente disponibili  attraverso la riforma politica o la rivoluzione, molti di noi si troveranno a chiedersi cosa fare e perché, quando la tecnologia sarà in grado di fare quasi tutto.

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In particolare, fin dalla rivoluzione industriale la tecnologia ha allontanato una porzione sempre più ampia di umanità dalla produzione di elementi essenziali della vita.

Mentre molte persone restano intrappolate in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, una percentuale minore viene così oppressa e trascinata verso l’ angoscia.

Man mano che l’intelligenza artificiale e i sistemi robotici diventeranno molto più capaci e impiegati, il lavoro continuerà a procedere senza gli esseri umani, forse raggiungendo ciò che l’economista John Maynard Keynes ha descritto in “Economic Possibilities for our Grandchildren” come la “disoccupazione tecnologica“, in cui la tecnologia sostituisce il lavoro umano più velocemente di quanti nuovi diversi tipi di lavoro vengano scoperti. Keynes predisse che questa sarebbe stata solo una “fase temporanea di disadattamento” e che entro un secolo il genere umano avrebbe potuto superare la sua fondamentale sfida economica ed essere liberato dalla necessità biologica del lavoro.

Questa potrebbe essere interpretata come una visione di immensa speranza, ma anche un percorso tortuoso e pericoloso.

Keynes ammoniva: «Se il problema economico viene risolto, l’umanità sarà privata del suo scopo tradizionale … Eppure non c’è nessun paese e nessun popolo, penso, che possa guardare avanti all’età del tempo libero e dell’abbondanza senza paura

Con trepidazione, Keynes si chiedeva come le persone avrebbero focalizzato le loro attenzioni, interessi e paure se assolti dal guadagnarsi da vivere.

Mentre l’uomo si svincola dalle attività tradizionali, come eviteremo un futuro nichilista e huxlianiano?

Come riscopriremo il senso della nostra vita, lo scopo, il significato e valore?

Possiamo esplorare questa domanda attraverso il lavoro della filosofa, storica e giornalista Hannah Arendt, che negli anni ’50 ha delineato un quadro di vasta portata per comprendere e analizzare tutte le attività umane.

Nell’opera “The Human Condition“, uno scritto stimolante e profondo, la Arendt descrive tre livelli di ciò che lei definisce, dopo i greci, come “Vita Activa“.

Il “Lavoro” genera necessità metaboliche – gli input, come il cibo – che sostengono la vita umana.

L’ “Opera” crea artefatti fisici e infrastrutture che definiscono il nostro mondo e spesso ci sopravvivono, dalle case e dai beni alle opere d’arte.

L’ “Azione” comprende attività interattive e comunicative tra gli esseri umani: la sfera pubblica.

Nell’azione, esploriamo e affermiamo la nostra distintività come esseri umani e cerchiamo l’immortalità.

«Il fatto che l’uomo sia capace d’azione»scrive la Arnedt «significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile.

E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

Nei prossimi 100 anni, l’ Intelligenza Artificiale e i sistemi robotici domineranno sempre più il lavoro e le opere, producendo le necessità e gli artefatti fisici della vita umana e consentendo a molti di noi di “ascendere” (come viene definito dalla stessa Arendt) alla sfera dell’azione.

Certamente alcuni continueranno ad impegnarsi nel lavoro per scelta, ma è proprio questa “scelta” a rappresentare la distinzione essenziale.

La maggior parte dei filosofi greci antichi privilegiava la contemplazione sull’azione come il culmine dello sforzo umano e la sua maggiore rappresentazione, l’atto della facoltà più elevata dell’intelletto.

Tuttavia, secondo quanto riportato da Robert Wolcott nell’articolo citato, l’ azione e la contemplazione possono raggiungere i migliori risultati quando agiscono insieme, di concerto.

Scrive Wolcott: «L’uomo ha l’opportunità – forse la responsabilità – di trasformare la propria curiosità e natura sociale in azione e contemplazione.»

Hannah Arendt

Arendt apre “The Human Condition” con un monito di cautela su «una società di lavoratori che sta per essere liberata dalle catene del lavoro»,evidenziando che il pericolo risiede nel fatto che «questa società ha ormai dimenticato quelle attività più elevate e più significative per cui tale libertà meriterebbe di essere raggiunta».

Se confrontiamo il mondo moderno con quello del passato, la perdita di esperienza umana cui abbiamo assistito in questo sviluppo è straordinariamente sconcertante.

Non è solo la contemplazione che è per molti un’esperienza del tutto priva di significato, ma si sta assistendo a un’angosciosa abdicazione del pensiero umano stesso a favore delle scelte effettuate dai dispositivi tecnologici in nostro possesso.

La sfera dell’agire è stata sottomessa a quella del fare e dell’utilità.

Nel frattempo, l’uomo si è dimostrato abbastanza ingegnoso da trovare metodi e invenzioni per alleviare la fatica e la difficoltà di vivere, fino al punto in cui un’eliminazione del lavoro dalla gamma delle attività umane non può più essere considerata come un’utopia.

Scrive Hannah Arendt: «È abbastanza plausibile che l’era moderna – che è iniziata con un tale inaspettato e promettente sfogo di attività umane – possa finire nella passività più micidiale e sterile che la storia abbia mai conosciuto

Secondo la filosofa, se si applicasse un indice di attività a tutte le modalità della “Vita Activa” (lavoro, opere e azioni), il “pensare” le supererebbe comunque tutte.

Il pensiero è ancora possibile e senza dubbio reale, ovunque gli uomini vivano nelle condizioni della libertà politica.

Sfortunatamente, e contrariamente a quanto si pensa attualmente sulla proverbiale indipendenza dei pensatori – nessuna altra capacità umana è così vulnerabile, ed è infatti molto più facile agire in condizioni di tirannia che pensare.

Hannah Arendt conclude la sua opera con le parole attribuite da Cicerone (De Republica) a Catone: «Non si è mai più attivi di quando non si ha nulla da fare e non si è mai meno soli di quando si è con se stessi

Avendo perduto nel corso degli anni le nostre migliori esperienze e la nostra capacità di confrontarci con la natura e l’universo, la nostra unicità, nel momento in cui le macchine avranno liberato l’ uomo da compiti sempre più numerosi, a cosa rivolgeremo le nostre attenzioni?

Sarà questa la domanda determinante del nostro secolo.

Ognuno ha le sue debolezze

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(Dal Web )

In periodo di confinamento, alcuni non hanno più granché da mettere sotto i denti. Questo è dovuto principalmente alla chiusura di molti negozi di alimentari.
Ma per soddisfare il loro feroce appetito, i nostri amici roditori, che sono dotati di un olfatto assai sviluppato tra le specie che popolano il pianeta, hanno trovato una prelibatezza altrettanto succulenta e abbondante.
A partire dal XVIII secolo, Rattus norvegicus ha progressivamente sostituito alle nostre latitudini Rattus rattus, più comunemente chiamato «ratto nero».
Più grande, più grosso e più goloso del suo predecessore, possiede un gusto assai sviluppato e non esita a scegliere il proprio cibo per trovare gli alimenti che più gli piacciono.
D’altra parte, è in grado di registrare il gusto di ciò che mangia e riesce perfino a capire se un alimento che già conosce sia stato modificato.
A Poitiers, nella Vienne, la notte tra l’11 e il 12 aprile i nostri fini buongustai si sono concessi una leccornia situata sotto il cemento tra il municipio e la biblioteca multimediale.
Ma cosa ci potrà mai essere a pochi metri sotto i nostri piedi che i roditori sappiano apprezzare adeguatamente?
Cavi in fibra ottica le cui guaine sono ricche di amido.
Questi potrebbero dunque diventare uno dei loro pranzi preferiti negli anni a venire, considerata la loro diffusione in tutto il territorio.
Il loro pasto non è stato gradito dal dominio, avendo escluso in particolare diversi server installati nei siti annessi del Comune.
Questo piccolo animale molto mobile e con un’alta capacità riproduttiva non ha mai goduto di grande popolarità nel corso della storia, soprattutto perché è considerato responsabile della propagazione della peste oltre che di una moltitudine di malattie.
Ma che importa la cattiva reputazione, questa esagerata squisitezza del Poitou può parlare al cuore di coloro che hanno già gioito per i recenti sabotaggi contro la rete…
Da lì a vedervi la zampata di un movimento di ultra-Rattus che, in pieno confinamento, moltiplica i pasti ricchi di fibre e rosicchia le arterie del dominio tecnologico…

Quarantena o morte!?

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( Dal Web )

«Le malattie infettive sono un argomento triste e terribile, certo,
ma in condizioni ordinarie sono eventi naturali,
come un leone che sbrana uno gnu o un gufo che ghermisce un topo»
David Quammen, Spillover, 2012
O come un terremoto che fa tremare il suolo, o come uno tsunami che sommerge le coste. Laddove non provocano vittime, o quasi, questi fenomeni non vengono nemmeno notati. È solo quando il macabro conteggio comincia a salire che cessano di essere considerati eventi naturali per diventare immani tragedie.
Assumono contorni terribili e insopportabili soprattutto quando si verificano sotto i nostri occhi, qui ed ora, non in un continente o in un passato lontani facili da ignorare. Ora, quand’è che questi eventi di per sé naturali seminano la morte?
Quando il loro verificarsi non viene tenuto minimamente in considerazione, presupposto per non prendere alcuna misura precauzionale nei loro confronti.
Costruire case in calcestruzzo in zone altamente sismiche, ad esempio, è un modo sicuro per trasformare un terremoto in una catastrofe.
In attesa delle prossime piogge, disboscare una montagna significa preparare una frana che spazzerà via il paese sottostante, così come cementare il letto di un fiume che attraversa zone abitate significa promettere un’esondazione che manderà sott’acqua sotterranei e parti basse degli edifici.
Lo stesso si può dire di una pandemia.
Se un microrganismo è in grado di uccidere ovunque non è perché la natura è tanto cattiva e deve essere perciò addomesticata dalla scienza che è buona.
Prendiamo ad esempio il coronavirus: prima l’organizzazione sociale dominante lo ha creato (con la deforestazione e l’urbanizzazione), poi lo ha diffuso in tutto il pianeta (con la circolazione aerea e il sovraffollamento), infine ne ha aggravato gli effetti (con la carenza di mezzi idonei a curarli e la concentrazione delle persone più predisposte e sensibili al contagio, trasformate in cavie delle più disparate terapie somministrate secondo discutibili criteri).
Tenuto conto di ciò, dovrebbe essere chiaro che il modo migliore per ostacolare il più possibile la comparsa di un virus maligno ( impedirla del tutto sarebbe pretenzioso quanto impedire un uragano, considerato poi che il corpo umano è sempre pieno di virus e di batteri di vario genere ), è di sovvertire da cima a fondo il mondo in cui viviamo, al fine di renderlo meno favorevole allo sviluppo di epidemie.
Mentre il modo migliore per evitare un’eventuale infezione è quello di rafforzare il sistema immunitario.
Si tratta di una duplice prevenzione, sull’ambiente generale e sui corpi particolari, che però non riscuote alcun favore.
La prima perché comporta una trasformazione sociale ritenuta utopica in quanto troppo radicale, la seconda perché è un intervento biologico considerato insufficiente in quanto troppo individuale.
Rimedi troppo vaghi e lontani, soprattutto viziati da un difetto fondamentale: non sono erogabili da uno Stato cui si è affidato il compito di sollevare dalla fatica di vivere. Insomma, misure poco pragmatiche e non rivendicabili all’alto.
Nulla a che vedere con il potenziamento dei servizi sanitari o l’invenzione di un vaccino, rimedi oggi impetrati a gran voce da tutte le parti.
Nel nostro universo mentale a senso unico la questione della salute è come tutte le altre, oscilla fra le due corsie della via maestra data per scontata e obbligata:
settore pubblico gestito dallo Stato oppure settore privato gestito dalle imprese?
Poiché il secondo è riservato ai ricchi, è dal primo che la stragrande maggioranza delle persone si attende con urgenza la salvezza.
Tertium non datur, direbbero i latini (e chi accusa i critici del sistema ospedaliero di fare il gioco delle cliniche di lusso).
Ma dato che questa via maestra è quella perorata dal dominio e dal profitto, non sarà certo privilegiando una corsia rispetto all’altra che si potrà cambiare una situazione che è frutto proprio dell’esercizio del dominio e della ricerca del profitto.
Ecco perché è necessario fugare l’aura di ineluttabilità che fa da scudo a questa società, impedendo di intravedere altre possibilità.
Qui però si sbatte contro una difficoltà in più.
Quando e come uscire di strada per esplorare altri sentieri, se quando si gode di ottima salute non si pensa mai alla malattia, mentre quando si è malati si pensa solo a come venire guariti il più in fretta possibile?
E come riuscirvi senza mettere in discussione non solo l’istituzione medica, ma anche il concetto stesso di salute, nonché il significato di sofferenza, di malattia e di morte?
Pensiamo ad esempio a come oggi chi osa osservare che la morte fa parte della vita, soprattutto superati gli ottant’anni di età, venga bollato di cinismo malthusiano (da chi, da aspiranti all’immortalità transumanista?).
Oppure pensiamo alle considerazioni formulate a suo tempo da Ivan Illich sulla nemesi medica.
Se oggi, in piena psicosi da pandemia, questo critico non certo sospettabile di estremismo anarchico fosse ancora vivo e si azzardasse a fare uno dei suoi interventi, verrebbe linciato prima sulla piazza virtuale e poi su quella reale.
Ve lo immaginate se, davanti ad un pubblico distanziato e con i suoi asettici dispositivi di protezione, in spasmodica attesa di un vaccino salvifico, qualcuno cominciasse a sostenere che «solo limitare la gestione professionale della sanità può permettere alla gente di mantenersi in salute», o che «il vero miracolo della medicina moderna è di natura diabolica: consiste nel far sopravvivere non solo singoli individui, ma popolazioni intere, a livelli di salute personale disumanamente bassi.
Che la salute non possa se non scadere col crescere della somministrazione di assistenza è una cosa imprevedibile solo per l’amministratore sanitario», o che «nei paesi sviluppati, l’ossessione della salute perfetta è divenuta un fattore patogeno predominante.
Ciascuno esige che il progresso ponga fine alle sofferenze del corpo, mantenga il più a lungo possibile la freschezza della gioventù e prolunghi la vita all’infinito.
È il rifiuto della vecchiaia, del dolore e della morte.
Ma si dimentica che questo disgusto dell’arte di soffrire è la negazione stessa della condizione umana», magari concludendo con la preghiera «non lasciateci soccombere alla diagnosi, ma liberateci dai mali della sanità»?
Simili affermazioni, in giorni isterici come quelli che stiamo attraversando, apparirebbero come minimo di cattivo gusto persino a certi militanti rivoluzionari, ridotti chi ad attribuire ad uno Stato capitalista il compito di debellare un virus capitalista, chi a passare dal ruggito libertà o morte!
 Al miagolio quarantena e sopravvivenza!.
Eppure, la tanto bramata autonomia che si vorrebbe raggiungere facendola finita con tutte le dipendenze, può mai rinunciare alle sue intenzioni davanti al corpo umano, alla sua vita come alla sua morte?

Pensiero stupendo

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( Dal Web )

Un fatto di cronaca locale
Non si sa quando, non si sa chi, non si sa perché, si sa solo dove.
E ciò basta per aprire il cuore, anche se ciò che è successo pare non abbia avuto molto successo.
Ma, come si sa, in certe cose è il pensiero che conta.
Un pensiero come quello che lo scorso fine settimana qualcuno ha lasciato sul muro di cinta di una ditta, alla periferia di Lecce.
Non era un manifesto, né una scritta, no, era una pentola piena di benzina con attaccate un paio di bombolette di gas, il tutto corredato da un innesco rudimentale forse difettoso. Una grande fiammata c’è stata, l’esplosione no.
Nel darne notizia, gli organi di informazione locali non sanno specificare quando ciò sia avvenuto.
Boh, tra venerdì 24 aprile sera a lunedì 27 aprile mattina?
Non dicono nemmeno chi possa essere stato, e per quale motivo.
Boh, un atto di intimidazione o di ritorsione da parte di qualche malavitoso o squilibrato?
In compenso sono stati molto precisi sul dove si sia verificato: in via del Platano 7, nel rione Castromediano, sede della Parsec 3.26.
Ma di cosa si occupa codesta Parsec 3.26?
È un’azienda informatica specializzata in tecnologie digitali per la pubblica amministrazione.
Ad esempio, ha creato il software usato dalla polizia e dalle banche per il riconoscimento facciale di chi viene ripreso dalle telecamere di videosorveglianza.
Ah, tutto qui?
Sarà stata presa di mira solo perché, come si apprende scorrendone il sito dall’insopportabile linguaggio tecno-anglo-cretinizzante, la sua «passione è l’E-Government»?
Solo perché «ha avviato una divisione denominata Reco 3.26, attiva nella produzione di sistemi software nell’ambito smart recognition… nella ricerca in sistemi biometrici e si avvale di team interdisciplinari che includono Ingegneri e Scienziati…
I settori maggiormente nei quali va a impattare questa tecnologia attualmente sono i trasporti, finanza, sicurezza (pubblica e privata).
La crescita è spinta soprattutto dalle iniziative dei governi in tema di sicurezza.
Le aziende appartenenti a settori come quello del retail e quello bancario stanno adottando sistemi di riconoscimento facciale per l’identificazione dei clienti e il monitoraggio del loro comportamento.
Ad oggi le soluzioni prodotte Parsec 3.26 rappresentano lo stato dell’arte delle tecnologie di riconoscimento in Italia per la pubblica sicurezza.
Difatti la società si è contraddistinta, per aver realizzato una soluzione di riconoscimento biometrico ad oggi utilizzata dal Ministero dell’interno – Direzione Centrale Anticrimine nell’ambito del sistema SARI»?
È mai possibile che ci sia qualcuno ostile a questa «contraddistinta» società solo perché aiuta lo Stato a riempire le patrie galere e le banche a proteggere le proprie casseforti? Chi lo avrebbe mai detto!
Ecco, il fatto che in tempi di confinamento, posti di blocco, autocertificazioni, tracciamento, sorveglianza coi droni e quant’altro… — roba da far vergognare quelle mammolette dei regimi totalitari del passato — qualcuno abbia avuto un simile pensiero poco prima, durante o poco dopo l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ci lascia incantati.
Sarà anche stata solo una fiammata, ma quanta splendida luce in mezzo alle tenebre dell’odierna servitù volontaria.
Luce di vendetta, luce di dignità, luce di libertà.

Disarmare

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( Dal Web )

Gli Stati si armano.
Anzi, sviluppano e moltiplicano i loro armamenti da guerra.
La guerra si prepara nella pace.
Le nazioni attualmente sono in stato di pace.
Ma la pace apparente d’oggi è molto più pericolosa e minacciosa della guerra di ieri.
È un periodo di pace in cui non si pensa e non si lavora che per scatenare e potenziare la prossima guerra.
Tutti gli Stati vogliono e preparano la guerra.
Tutti i governanti e tutti i militarismi pensano alla guerra.
A che servirebbero gli eserciti se non si dovessero fare più guerre?
Tutti i popoli lavorano febbrilmente per la guerra.
A chi è utile la guerra?
Alle dinastie, alle caste militari, ai finanzieri, ai capitalisti, ai fornitori.
A chi è dannosa la guerra?
Al proletariato, ai lavoratori tutti.
Ma chi arma la guerra è il proletariato.
È il proletariato che fabbrica i fucili, le mitragliatrici, i carri d’assalto, i cannoni, gli aeroplani, le navi, i sottomarini, i gas, le polveri, gli esplosivi e ogni altro ordigno micidiale.
Ed è il proletariato che marcia a fare la guerra.
I lavoratori sudano per fabbricare le armi che dovranno ucciderli.
Le loro mani, dopo aver fabbricato le armi, le impugnano per uccidersi.
Cosa si direbbe di un individuo il quale, non con la coscienza di suicidarsi, ma per desiderio di vivere, faticasse ostinatamente a fabbricarsi un’arma per poi rivolgerla mortalmente contro se stesso?
Si direbbe che è un idiota o un pazzo.
E non meno idiota o pazzo è il proletariato che fabbrica armi e macchine micidiali per poi adoperarle a maciullarsi.
Dunque gli Stati capitalistici, ad opera e in danno dei rispettivi proletariati preparano la guerra.
Ma non la meschina guerra di ieri l’altro di appena dieci milioni di morti.
Bensì, come ha detto un deputato francese e come dicono tanti scienziati e tecnici al servizio del regno della morte, «la prossima guerra che sarà una guerra di distruzione tremendamente potente».
La scienza guerresca fa dei progressi prodigiosi.
Conta distruggere — con le sue meravigliose invenzioni e scoperte scientifiche — intere città in poche ore.
Mezzo, uno, cinque milioni di persone cadranno esanimi, come cinque milioni di cimici, sotto l’azione di asfissianti o sotto diluvi di fuoco.
La scienza progredisce, gli scienziati imbarbariscono e l’ Umanità istupidisce e perisce. Perciò le Nazioni armano.
Sembrano prese da una collettiva follia degli armamenti.
Armano per ucciderci, decimarci.
E noi non ci accorgiamo nemmeno che lavoriamo per armarle.
Ma se non siamo degli idioti o dei pazzi, dobbiamo riconoscere la delittuosa colpa nostra, massima colpa nostra.
E dobbiamo disarmare.
Rifiutandoci dal fabbricare armi e macchine da guerra;
rifiutandoci dal fare il soldato;
rifiutandoci dal rispondere a qualsiasi chiamata alle armi o ordine di mobilitazione; rivoltandoci distruttivamente contro la guerra e contro ogni opera di guerra.
Disarmiamo il nemico Stato.
[la Rivendicazione, anno II, n. 20, 29 marzo 1924]

Lo Stato con la mascherina

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(Dal Web )

Miguel Amorós
L’attuale crisi ha provocato un notevole inasprimento del controllo sociale statale.
Gli elementi essenziali in questo ambito erano già in atto poiché le condizioni economiche e sociali oggi prevalenti lo esigevano.
La crisi ha solo accelerato il processo.
Veniamo obbligati a partecipare come massa di manovra ad una prova generale di difesa dell’ordine dominante da una minaccia globale.
Il Covid-19 serve da pretesto per riarmare il dominio, ma una catastrofe nucleare, un vicolo cieco climatico, un movimento migratorio inarrestabile, una rivolta persistente o una bolla finanziaria senza controllo sarebbero servite allo stesso modo.
Tuttavia la vera causa più importante è la tendenza mondiale alla concentrazione del capitale, ciò che i dirigenti chiamano indifferentemente globalizzazione o progresso. Questa tendenza è correlata al processo di concentrazione del potere, quindi al rafforzamento degli apparati di mantenimento dell’ordine, di disinformazione e di repressione dello Stato.
Se il capitale è la sostanza dell’uovo, lo Stato ne è il guscio.
Una crisi che mette in pericolo l’economia globalizzata, una crisi sistemica come si dice adesso, provoca una reazione difensiva quasi automatica, e riattiva meccanismi disciplinari e punitivi già esistenti.
Il capitale passa in secondo piano, ed è allora che lo Stato si palesa in tutta la sua pienezza.
Le leggi eterne del mercato possono andare in vacanza senza che la loro validità ne sia inficiata.
Lo Stato pretende di presentarsi come l’ancora di salvezza a cui la popolazione deve aggrapparsi quando il mercato si addormenta nella tana della banca e della Borsa. Mentre lavora per tornare al vecchio ordine, vale a dire, come dicono gli informatici, mentre cerca di creare un punto di ripristino del sistema, lo Stato svolge il ruolo del protagonista protettore, sebbene in realtà sia più simile a un giullare magnaccia. Malgrado tutto, e checché ne possa dire, lo Stato non interviene a difesa della popolazione, tanto meno delle istituzioni politiche, ma per difendere l’economia capitalista, e quindi il lavoro dipendente e il consumo indotto che caratterizzano lo stile di vita determinato da quest’ultima.
In certo qual modo, si protegge da una eventuale crisi sociale derivante da una crisi sanitaria, difendendosi cioè dalla popolazione.
La sicurezza che conta davvero per lo Stato non è quella delle persone, ma quella del sistema economico, quella solitamente definita sicurezza «nazionale».
Di conseguenza, il ritorno alla normalità non sarà altro che il ritorno al capitalismo:
ai quartieri alveari e alle seconde case, al rumore del traffico, al cibo industriale, ai trasporti privati, al turismo di massa, al panem et circenses…
Finiranno le forme estreme di controllo come il confinamento e il distanziamento tra gli individui, ma il controllo continuerà.
Niente è transitorio:
uno Stato non disarma volontariamente né rinuncia di buon grado alle prerogative che la crisi gli ha concesso.
Si accontenterà di «congelare» quelle meno popolari, come ha sempre fatto.
Teniamo a mente che la popolazione non è stata mobilitata, ma immobilizzata, quindi è logico pensare che lo Stato del capitale, in guerra più contro di essa che contro il coronavirus, tenti di curarne la salute imponendole condizioni di sopravvivenza sempre più innaturali.
Il nemico pubblico designato dal sistema è l’individuo disobbediente, l’indisciplinato che ignora gli ordini unilaterali impartiti dall’alto e rifiuta il confinamento, che non accetta di restare in ospedale e non mantiene le distanze.
Colui che non è d’accordo con la versione ufficiale e che non crede alle sue cifre.
È ovvio che nessuno rimprovererà ai responsabili di aver lasciato il personale sanitario e curante senza dispositivi di protezione e gli ospedali con un numero insufficiente di letti e di unità di terapia intensiva, né ai pezzi grossi di essere responsabili della mancanza di test diagnostici e di respiratori, né ai dirigenti amministrativi di aver trascurato gli anziani nelle case di riposo.
Non verrà puntato il dito nemmeno contro gli esperti della disinformazione, o gli uomini d’affari che speculano sulle serrate, o gli assicuratori avvoltoi, o coloro che hanno beneficiato dello smantellamento della sanità pubblica o che commerciano con la salute e le multinazionali farmaceutiche…
L’attenzione sarà sempre deviata, o meglio telecomandata verso altri aspetti: l’interpretazione ottimistica delle statistiche, l’occultamento delle contraddizioni, i messaggi governativi paternalistici, l’istigazione sorridente alla docilità da parte dei personaggi dei media, i commenti umoristici delle banalità che circolano sui social network, la carta igienica, ecc.
L’obiettivo è che la crisi sanitaria sia compensata da un livello più elevato di addomesticamento.
Che il lavoro dei dirigenti non venga messo in discussione per un nonnulla.
Che si sopporti il male e che s’ignorino coloro che l’hanno scatenato.
La pandemia non ha nulla di naturale; è un fenomeno tipico dello stile di vita malsano imposto dal turbocapitalismo.
Non è il primo e non sarà l’ultimo.
Le vittime non sono dovute tanto al virus quanto alla privatizzazione dell’assistenza sanitaria, alla deregolamentazione del lavoro, allo spreco delle risorse, all’aumento dell’inquinamento, all’urbanizzazione galoppante, alla ipermobilità, al sovraffollamento metropolitano e al cibo industriale, in particolare quello proveniente dai macro-sfruttamenti, luoghi in cui i virus trovano il miglior focolaio di riproduzione.
Tutte condizioni ideali per le pandemie.
La vita che deriva da un modello di industrializzazione in cui comandano i mercati è di per sé isolata: polverizzata, limitata, tecno-dipendente e soggetta a nevrosi, tutte qualità che favoriscono la rassegnazione, la sottomissione e il cittadinismo «responsabile». Sebbene siamo guidati da inutili, incompetenti e incapaci, l’albero della stupidità governativa non deve impedirci di vedere la foresta della servitù cittadina, la massa impotente disposta a sottomettersi incondizionatamente e a rinchiudersi per perseguire l’apparente sicurezza promessa dall’autorità statale.
La quale non usa premiare la fedeltà, ma diffida degli infedeli.
E per essa, siamo tutti potenzialmente infedeli.
In un certo senso, la pandemia è una conseguenza della spinta del capitalismo di Stato cinese nel mercato mondiale.
Il contributo orientale alla politica consiste principalmente nella sua capacità di rafforzare l’autorità dello Stato fino a livelli inimmaginabili grazie al controllo assoluto delle persone tramite la totale digitalizzazione.
A questo genere di abilità burocratico-poliziesca si può aggiungere la capacità della burocrazia cinese di mettere la stessa pandemia al servizio dell’economia.
Il regime cinese è un esempio di capitalismo tutelato, autoritario e ultra-produttivista generato dalla militarizzazione della società.
È in Cina che il dominio avrà la sua futura età d’oro.
Ci saranno sempre ritardatari pusillanimi a lamentarsi del declino della «democrazia» che comporta il modello cinese, come se ciò che definiscono così fosse la forma politica di un periodo obsoleto, che corrispondeva alla compiacente partitocrazia a cui partecipavano volentieri fino a ieri.
Ebbene, se il parlamentarismo comincia ad essere impopolare e maleodorante per la maggioranza dei governati, e se di conseguenza diventa sempre meno efficace come strumento di addomesticamento politico, ciò è in gran parte dovuto alla preponderanza che in questi nuovi tempi il controllo poliziesco e la censura hanno acquisito sugli intrighi dei  partiti.
I governi tendono ad usare lo stato d’allarme come abituale mezzo per governare, poiché le relative misure sono le sole che funzionano correttamente per il dominio nei momenti critici.
Tuttavia esse mascherano la vera debolezza dello Stato, la vitalità della società civile e il fatto che non è la forza a sostenere il sistema, ma l’atomizzazione dei suoi sudditi scontenti. In una fase politica in cui la paura, il ricatto emotivo e i big data sono indispensabili per governare, i partiti politici sono assai meno utili di tecnici, comunicatori, giudici e gendarmi.
Ciò che ora dovrebbe preoccuparci di più è che la pandemia non solo è il culmine di alcuni processi che arrivano da lontano, come quello della produzione alimentare industriale standardizzata, della medicalizzazione sociale e della irreggimentazione della vita quotidiana, ma avanza anche notevolmente nel processo di informatizzazione sociale.
Se il cibo-spazzatura come dieta alimentare mondiale, l’uso generalizzato di rimedi farmaceutici e la coercizione istituzionale costituiscono gli ingredienti di base della torta della vita quotidiana postmoderna, la sorveglianza digitale (coordinamento tecnico delle videocamere, riconoscimento facciale e tracciamento dei cellulari) ne è la ciliegina.
Si raccoglie quel che si semina.
Quando la crisi sarà passata, quasi tutto sarà come prima, ma il sentimento di fragilità e d’inquietudine durerà più a lungo di quanto vorrebbe la classe dominante.
Questo disagio della coscienza minerà la credibilità della vittoria di ministri e portavoce, ma resta da vedere se ciò potrà buttarli giù dalla poltrona in cui si sono installati. Qualora conservassero il proprio posto, il futuro del genere umano rimarrebbe nelle mani di impostori, perché una società capace di prendere in mano il proprio destino non potrà mai formarsi all’interno del capitalismo e in uno Stato.
La vita delle persone non potrà percorrere il cammino della giustizia, dell’autonomia e della libertà, senza staccarsi dal feticismo della merce, senza rinnegare la religione statalista, senza disertare gli ipermercati e le chiese.

Eterno apprendistato

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(Dal Web )

«Su tutti i piani: politico, morale, spirituale, materiale,
si sperimenterà ciò che c’è dietro il progresso: la morte.
Che sfida!
O l’Auschwitz della natura
O la Stalingrado dell’industria
Ogni predica è inutile. Il progresso si fermerà solo da sé,
grazie alle catastrofi che provocherà»
Così scriveva a metà degli anni 70 un poeta svizzero, il cui nome non compare nella lista dei precursori della pedagogia delle catastrofi tanto cara ai sostenitori della Decrescita.
Il loro indiscusso maestro Serge Latouche si è sempre dichiarato ottimista a proposito della capacità dei disastri di risvegliare la coscienza; sì… ma quale?
Quella della classe politica, spinta dalla forza degli eventi a riportare sulla retta via della frugalità un’umanità smarrita, resa sorda, cieca e muta dalla prolungata dipendenza tossica dal consumismo.
È una convinzione che fa capolino anche oggi, con circa metà della popolazione mondiale confinata in casa per sfuggire ad un virus ritenuto responsabile della morte di oltre 100.000 persone in tutto il pianeta.
E sarebbero gli anarchici quelli ingenui, gli illusi, gli abitanti sulla Luna!
Meno male che pragmatico, concreto, coi piedi piantati per terra, viene considerato chi pretende che la pace nel mondo sia garantita dagli eserciti, che le finalità delle banche siano etiche, o che a «decolonizzare l’immaginario» ci pensi il Parlamento!
A sostegno della sua argomentazione, Latouche ricorda fra l’altro che il disastro brutto e cattivo provocato dal «grande smog di Londra» — il ristagno di un miscuglio di nebbia e fumo di carbone che dal 5 al 9 dicembre 1952 causò nella capitale inglese 4.000 morti nell’immediato e 10.000 nel periodo successivo — portò quattro anni dopo all’istituzione della bella e buona legge Clean Air Act.
Il poveruomo dimentica non solo che il consumo di carbone da allora non è mai diminuito, anzi, è aumentato di pari passo all’inquinamento nelle metropoli, ma che già a Donora (Usa), dal 26 al 31 ottobre 1948, un miscuglio di nebbia e fumo delle acciaierie aveva causato 70 morti e rovinato i polmoni di 14.000 abitanti.
Allo stesso modo, non pare proprio che il disastro avvenuto nell’impianto chimico di  Flixborough (Inghilterra) l’1 giugno 1974 sia servito a prevenire quello verificatosi a Beek (Olanda) il 7 novembre 1975, e entrambi non hanno impedito la fuga di diossina avvenuta a Seveso il 10 luglio 1976.
Quale lezione è stata tratta da quelle tre tragiche esperienze?
Nessuna. Infatti il peggio doveva ancora arrivare e si verificò a Bophal (India) il 3 dicembre 1984, quando ci fu una vera e propria ecatombe: migliaia di morti e oltre mezzo milione di feriti per una fuoriuscita di isocianato di metile.
Vi risulta che alla fine gli stabilimenti chimici siano stati chiusi?
No di certo, e neanche si può dire che sia venuto meno l’uso industriale di sostanze nocive, se pensiamo al flusso di cianuro partito il 31 gennaio 2000 da una miniera d’oro in Romania che ha avvelenato le acque di diversi fiumi, fra cui il Danubio.
E i disastri provocati dalla produzione dell’oro nero, hanno mai insegnato qualcosa? L’incidente di una petroliera della ExxonMobil, incagliatasi il 24 marzo 1989 nello stretto di Prince William in Alaska, che ha causato lo sversamento in mare di oltre 40 milioni di litri di petrolio, non è certo servito ad impedire il naufragio della petroliera Haven, la quale il 14 aprile 1991 ha disperso 50.000 tonnellate di greggio nei fondali del mar Mediterraneo dopo averne bruciati 90.000 all’aperto.
Una bazzecola in confronto all’incidente del 20 aprile 2010 nel golfo del Messico, quando dalla piattaforma Deepwater Horizon dipendente dalla BP furono versati in mare per ben 106 giorni dai 500 ai 900 milioni di litri di greggio.
O vogliamo parlare della più micidiale delle industrie energetiche, quella nucleare? Senza soffermarsi a citare i 130 incidenti degli ultimi cinquantanni, quello avvenuto nella centrale statunitense di Three Mile Island il 28 marzo 1979 ha forse impedito quello accaduto nella centrale russa di Chernobyl il 26 aprile 1986? Manco per niente, in compenso entrambi hanno abituato gli animi a rassegnarsi anche a quello scoppiato a Fukushijma l’11 marzo 2011.
Tant’è che USA, Russia e Giappone continuano imperterriti, fra gli altri, a fare uso ancora oggi dell’energia atomica.
Ordunque, ammesso (e non concesso) che esista davvero una disponibilità ad imparare, cosa potrebbe insegnare l’attuale epidemia che sta terrorizzando il mondo intero?
Che bisognerebbe rinunciare alla deforestazione, all’urbanizzazione, agli aerei… oppure che si deve potenziare la ricerca scientifica, rendere obbligatoria la vaccinazione, estendere sempre più il controllo delle autorità «competenti»?
In altre parole, occorre fermare il progresso con i suoi effetti letali, oppure accelerarlo per superarli?
Non c’è dubbio che per quasi tutti la necessità di arrivare al benessere tramite uno Sviluppo portato avanti dallo Stato rimane un assioma, un tabù così assoluto da non dover nemmeno essere proclamato.
È questa la normalità di cui si reclama a gran voce il ritorno, e che non offre alcuna via d’uscita dalle sue false alternative.
Sospesa per decreto ministeriale, verrà ripristinata in forma ancora più abbrutita.
Il diritto alla movida garantito da un drone sopra la testa.
Il catastrofismo pedagogico non è che l’estremo rimedio del determinismo.
Finite nella polvere della storia tutte le preci alla fatalità liberatoria della Ragione, o del Progresso, o del proletariato, o delle contraddizioni intrinseche del capitalismo… non resta che un’improvvisa tragedia planetaria a promettere il lieto fine a chi non cessa di attendere che qualcosa accada, anziché agire per farla accadere.

Fidatevi

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( Dal Web )

Jacques Ellul
È ovvio, le centrali atomiche sono del tutto affidabili.
È ovvio, i missili ammassati, i sottomarini e i razzi, le bombe al neutrone e quelle all’idrogeno, i prodotti tossici al di fuori della guerra, i fusti e i contenitori di scorie radioattive e diossina, i cumuli di piombo e mercurio, lo strato sempre più spesso di anidride carbonica, tutto ciò non è pericoloso.
Non più, ci verrà detto, di quanto lo fossero i gas dell’ illuminazione nel 1850 o le prime ferrovie.

Poveri imbecilli traditori del progresso che non siamo altro, non abbiamo capito nulla.
Mai qualcuno farà l’ ultima delle ultime guerre.
Mai affonderanno le petroliere da 500.000 tonnellate, né perforeranno in modo irreparabile a tremila metri le sonde offshore.
Mai l’ ingegneria genetica devierà per produrre mostri o esseri perfettamente conformi al modello fissato.
Mai i tranquillanti, gli eccitanti, gli ansiolitici saranno una camicia di forza chimica generalizzata.
Mai cibi artificiali prodotti da agili batteri in azione andranno in putrefazione.
Mai l’ informatica sarà strumento di una polizia universale.
Mai le telecamere poste sui viali saranno l’ occhio che non si trova più nella tomba e che non è più di Dio.
Mai lo Stato diventerà totalitario.
Mai il gulag si espanderà.
Fidatevi.
Fidatevi quindi degli scienziati, dei laboratori, degli uomini di Stato, dei tecnici, degli amministratori, degli urbanisti, che vogliono tutti solo il bene dell’ umanità, che tengono bene in pugno il dispositivo e conoscono la giusta direzione.
Fidatevi degli analisti, degli informatici, degli igienisti, degli economisti, dei guardiani della Città (oh Platone, adesso li abbiamo!).


Fidatevi, perché la vostra fiducia è indispensabile a questa stregoneria.
[ La foi au prix du doute, 1980 ]

Delazioni e lezioni

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( Dal Web )

È notizia di ieri che, secondo un sondaggio, il 72% degli italiani ritiene sia giusto segnalare alle forze dell’ordine chi non rispetta i divieti anti-pandemia.
In particolare andrebbero segnalati eventuali assembramenti o festeggiamenti nelle case dei vicini.
Quasi tre italiani su quattro spiano i comportamenti dei loro vicini, pronti a chiamare la polizia se qualcuno ha l’ardire di incontrarsi e divertirsi con gli amici?
E che dire di tutti quei potenziali stragisti che osano andare a correre, portare a spasso il cane, far giocare i propri figli, magari con gli amichetti all’aria aperta?
È notizia di oggi quanto accaduto in Calabria ad un esemplare di questo 72%, il quale aveva postato in rete un video che ritraeva uno dei tanti controlli «per il contenimento epidemiologico» che avvengono per le strade.
In questo video aveva ripreso… ehm, come dire… la persona che non avrebbe dovuto riprendere… la persona sbagliata… o meglio, quella con il parente sbagliato. Quest’ultimo, una volta informato che un suo familiare era stato beccato in flagranza di divieto e messo alla gogna in rete, ha pensato bene di andare a congratularsi di persona con l’autore del video.
In effetti, per diffondere immagini simili bisogna proprio avere un alto senso civico, pregno di orgoglio nazionale.
Il parente sbagliato si è quindi presentato alla porta dell’appartamento da dove era stato fatta la ripresa, ha bussato, e dopo qualche inutile scambio di parole sul valore della riservatezza, ha estratto una pistola facendo risuonare tutta la sua ammirazione. Purtroppo il parente neanche poi tanto sbagliato è stato arrestato e quindi, dovendo da ora in poi stare rinchiuso in una cella anziché stare chiuso in salotto, non potrà più dispensare sagge lezioni di cazzisuologia.
Quanto al suo allievo involontario, trascorrerà il resto dei suoi giorni zoppicando.
Chissà se gli basterà per stare lontano dalla finestra e soprattutto per non ficcare il naso nella vita privata degli altri?