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È possibile pensare ancora la fine della scuola?

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 «Decenni di fede nella scolarizzazione hanno tramutato il sapere in una merce, un prodotto commerciabile di tipo speciale. Oggi lo si considera un bene di prima necessità e, contemporaneamente, la moneta più preziosa di una società. (La trasformazione del sapere in merce si rispecchia in una parallela trasformazione del linguaggio. Parole che un tempo avevano funzione di verbi stanno diventando sostantivi che indicano possesso. Sino a non molto tempo fa “abitare”, “imparare”, “guarire” designavano delle attività: oggi si riferiscono di solito a delle merci o a dei servizi da fornire. Parliamo di industria edilizia, di prestazione di assistenza medica; nessuno pensa più che la gente sia in grado di farsi una casa o di guarire per proprio conto. In una società cosiffatta si finisce per credere che i servizi professionali siano più preziosi della cura personale. Invece d’imparare ad assistere la nonna, l’adolescente impara a picchettare l’ospedale che non vuole accoglierla)» Ivan Illich, Descolarizzare la società,1972  

In questi giorni segnati dalla pandemia non si è mai parlato così tanto di scuola.

Da quando è entrata sulla scena la «didattica a distanza» poi la confusione è esplosa a livelli esponenziali.

Docenti e genitori che protestano per la chiusura delle scuole, genitori e docenti che protestano per la riapertura delle scuole senza la dovuta sicurezza, ministri che polemizzano con presidenti di regione che chiudono le scuole, scienziati che affermano che la scuola sia il luogo dove il virus si diffonde più degli altri luoghi, genitori che affermano il contrario, e così via, in un crescendo di grida strozzate da talk-show televisivo.

Mentre tutti sono contro tutti, però, su una cosa sono tutti d’accordo: la scuola è un luogo importante, importantissimo, forse è l’istituzione più importante di tutta la nostra società, della nostra democrazia.

Il ministro dell’Istruzione, ovviamente, dirà che nel pur necessario lockdown le scuole devono essere le ultime a chiudere e quindi si inventerà un distanziamento tra banchi a rotelle.

Il presidente di Confindustria sarà d’accordo e dirà che la scuola deve formare i lavoratori del futuro.

E così di seguito tutti i partiti, di destra di centro e di sinistra, diranno che la scuola è un’istituzione centrale, sacra, intoccabile.

Chi critica questo coro unanime lo farà soltanto per smascherare un’ipocrisia palese, ovvero che nel mentre tutti i governi hanno proclamato la scuola come centrale per il funzionamento della democrazia, l’hanno contemporaneamente svuotata di finanziamenti, precarizzando il corpo docente e lasciando gli istituti in un degrado crescente, con i soffitti che cadevano in testa agli studenti.

Questa critica non fa che rafforzare il coro del governo: sì, il precedente esecutivo poteva fare di più, ma adesso ci siamo noi e dobbiamo puntare tutto sulla scuola.

Non se ne esce, in tutto questo dibattito pubblico, in questi mesi di feroci accuse tra scienziati e politici sulla didattica in presenza e a distanza, non si è alzata nemmeno una voce che mettesse in discussione il cuore, il progetto, l’utilità e la funzione di questo baraccone osceno che chiamiamo scuola.

Il motivo di questa assenza è semplice ma forse è illuminante rispetto a tanto di quella falsa opposizione che sinistra e movimenti fanno ad un sistema che vorrebbero combattere ma di cui in realtà condividono principi e fondamenti.

Come altre istituzioni totali sviluppatesi nel Novecento, come il carcere, l’ospedale o il manicomio, anche la scuola è stata profondamente riadattata nella fase più recente del dominio capitalista.

Come le altre istituzioni che un tempo facevano da ausilio ideologico alla grande fabbrica fordista, anche la scuola è diventata più flessibile, i suoi insegnamenti più adatti a formare la mentalità imprenditoriale dei suoi studenti.

Così come la polizia e il controllo si sono diffusi e ramificati nella società e così come il lavoro si è reso pervasivo, totalizzante, con gli smartphone che ci attaccano al meccanismo produttivo h24, così la scuola è diventata smart, i suoi insegnanti sono precari che devono formare clienti e futuri lavoratori iper-sfruttati.

Cambiato lo scenario, cambiati gli strumenti, resta l’obiettivo di fondo: a scuola si deve insegnare a obbedire.

Oggi la ginnastica dell’obbedienza deve essere permanente, così come si suol dire che la formazione non deve finire mai, perché se perdi il lavoro a cinquant’anni ovviamente è per colpa tua che non ti sei adeguatamente aggiornato.

Se però durante la fase fordista qualche eretico poteva immaginare la descolarizzazione, la fine della scuola, e si poteva pensare un’alternativa del sapere e dell’apprendere in comunità dislocate fuori dalle logiche del capitalismo, oggi sembra che questo scenario (parimenti con quello della fine del capitalismo) non sia nemmeno immaginabile.

Gli unici movimenti che abbiamo visto in questi anni sono stati sempre sulla difensiva, con comitati di base di professori che lottavano contro la trasformazione della scuola da fabbrica fordista ad azienda con produzione just in time.

E dunque anche nel dibattito avvenuto durante questa pandemia si è parlato della stabilizzazione dei docenti precari, delle aule pollaio, dei concorsi, della sicurezza e di tanto altro, certo non di «abolizione della cattedra» o altri concetti di quello che viene demonizzato come residuato ideologico degli anni 70.

Sarebbe invece il caso di riscoprire quanto hanno detto questi teorici della descolarizzazione, per tracciare almeno qualche idea differente.

Ivan Illich nel suo Descolarizzare la società inseriva la scuola tra le istituzioni manipolatorie e non conviviali, un’istituzione fondata sulla confusione tra l’erogazione dell’istruzione e l’assegnazione del ruolo sociale.

L’attacco di Illich al sistema istituzionale d’istruzione si può capire soltanto  insieme alla sua critica dell’architettura moderna, della famiglia e del sistema di merci.

In questo senso Illich nel 1971 ha forse preconizzato la completa integrazione della scuola con gli strumenti tecnologici del dominio, questa oscena formazione (a distanza o meno) che lo Stato ti eroga attraverso i software di una multinazionale come Google.

Per questo motivo pensare la fine della scuola sarà di nuovo possibile solo se riemergerà la voglia di distruggere questo mondo, reinventando così l’arte di costruirne uno nuovo. 

Sterpaglia

( Dal Web )

Per una sfida senza ricorso

 La preminenza del «distanziamento sociale» nella discussione odierna, sia questa in forma mediatica, scientifica o informale, non potrebbe essere tale senza l’apparato tecnologico di cui oggi disponiamo.

Si è quasi tentati di pensare che fuori da questa contingenza, da questo reticolato di infrastrutture molecolari e terminali digitali, ci saremmo forse accontentati del concetto di accortezza, non troppo dissimile dalla cautela che si è soliti adottare quando ci rapportiamo con persone che non sono in salute.

Ma sappiamo che non è così, che nel passato le malattie virali sono sempre state accompagnate da specifiche ordinanze di potere: divieto di uscire in determinati orari, divieto di varcare determinati confini, prescrizioni sui comportamenti domestici, sulla dieta, sugli incontri e via dicendo.

Quello che probabilmente non si sarebbe potuto verificare è l’accreditamento dell’idea che si possa vivere bene anche così: confinati geograficamente, recisi da alcuni legami, dipendenti in tutto e per tutto (dal bisogno più materiale alla velleità più immateriale) dalle autorità e dal mercato.

Un’estensione smisurata dell’accettazione positiva dell’oppressione impensabile al di fuori dell’attuale industria tecnologica, la quale dietro l’incanto di un sorriso scambiato tra amiche in webcam organizza l’assalto alla possibilità di sorridere gratuitamente alla vita.

Che la libertà risulti inconciliabile tanto con l’invasione dei nuovi dispositivi tecnologici quanto con l’ambiente economico che li rende possibili non può però diventare l’espediente per dimenticarsi che il corpo, l’affetto e l’amore non sono state libere configurazioni del desiderio anche quando per godere del sorriso di un’amica lontana non restava altro che incamminarsi lungo territori inospitali.

Saffo canta i dolori del mondo in un tempo in cui il grado di tecnologia disponibile non era nient’altro che la disposizione arbitraria del corpo umano;

mentre Artaud è proprio contro l’anatomia del corpo, contro la dislocazione degli organi incastonati al suo interno, che non smetterà di lottare.

La realtà non ci sta dinanzi per essere sacrificata in nome della tecnica o sacralizzata in nome della natura, essa ci circonda come una sfida, la cui scommessa non risiede nel vincerla o nell’essere vinti da essa, ma nel piacere di non darla vinta a nessuno.

La crisi la paghino i padroni…

( Dal web )

che la servitù volontaria la offriamo noi

Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Ancona, Bologna, Livorno, Teramo, Trento… in tutto il paese aumentano le piazze da cui si alza forte l’ urlo di protesta contro le misure restrittive decise dal governo:

«tu ci chiudi, tu ci paghi».

Il «tu» in questione è ovviamente lo Stato, reo di essersi rivelato inetto ed incapace di garantire la normalità quotidiana, dopo aver annunciato l’esistenza di una terribilissima pandemia ed aver proclamato un’emergenza sanitaria di proporzioni inusitate.

Se le grandi fabbriche sono rimaste aperte, le piccole e medie imprese sono state costrette a chiudere.

Per molti, i conti non tornano più.
Ed in una società che ha fatto del lavoro (e del denaro che procura) l’unica ragione di vivere e che ha delegato allo Stato il compito di organizzare e controllare ogni aspetto ed ambito di questa sopravvivenza spacciata per vita, decretando impossibile e quindi irrealizzabile qualsiasi altro orizzonte oltre a quello istituzionale, cosa resta da fare ai suoi cittadini se non pretendere dallo Stato una forma di risarcimento quando li si costringe a non lavorare?

Pretesa trasversale, per altro, giacché il lockdown ha bucato le tasche di tutti.

Non solo gli sfruttatori…ops, scusate… gli imprenditori sono rimasti a corto di profitti, ma anche gli sfruttati… ehm… i dipendenti sono rimasti a secco di salari.

Gli uni come gli altri pretendono quindi di essere soccorsi ed aiutati, chi a continuare a fare la bella vita e chi a tirare a campare.

D’altronde è comprensibile, perché in fondo il Prodotto Interno Lordo è frutto non solo del ricco che produce e si trastulla, ma anche del povero che consuma e non si ribella.

Investimenti & pace sociale.

Oltre al «lavoro, guadagno, pago, pretendo» dell’onorevole commendatore, le autorità devono tener conto anche del «lavoro, consumo, obbedisco, pretendo» dell’onesto operaio.

Che cosa pretendono entrambi? Ma denaro, ovviamente, chi sotto forma di contributi e chi sotto forma di reddito (universale? di emergenza? sicuramente di obbedienza).
Così, davanti a misure governative che mettono la libertà in quarantena e spalancano la porta ad un totalitarismo che solo il panico impedisce di vedere, milioni di donne e uomini non provano alcun desiderio di insorgere e farla finita con quest’ordine sociale mortifero che nega bellezza, dignità, passione ed autonomia all’esistenza umana.

In passato si sfidava la morte pur di assaporare la libertà, oggi si è disposti a rinunciare ad ogni libertà pur di evitare anche solo un remoto rischio di morte.

Dopo aver introiettato i valori e i modelli di questa società (autoritaria, mercantile e tecnologica) fino a farli diventare una seconda natura, al culmine dell’irritazione per non poter all’improvviso manifestare la propria partecipazione attiva al conformismo ambientale oggi si è capaci solo di formulare l’imbarazzante richiesta di venire pagati per continuare ad obbedire trascorrendo i propri giorni chiusi in casa davanti ad uno schermo, magari con una museruola sulla bocca ed un vaccino nel sangue.
Che a reggere il megafono di questa furiosa quanto triste identificazione con le demenziali istanze collettive del momento sia la mano destra o quella sinistra — fra i camerati che si mobilitano affinché gli sfruttatori possano continuare ad essere tali e i kompagni che si mobilitano affinché gli sfruttati possano continuare ad essere sfruttati — fa forse qualche differenza?

Non esiste diritto alla salute

( Dal Web )

Ivan Illich

 Ciò che viene definita «salute» è oggi fonte di confusione per molte persone. Gli esperti discettano sapientemente sui «sistemi sanitari».

Alcune persone credono che senza accesso a trattamenti elaborati e costosi, le malattie dilagherebbero.

Tutti si preoccupano per l’aumento della «spesa sanitaria».

Si sente anche parlare di una «crisi delle cure sanitarie».

Mi piacerebbe dare il mio parere su questi temi.

Prima di tutto, credo sia necessario riaffermare la verità della condizione umana: sto male.

Soffro di alcuni disturbi.

È certo che morirò.

Alcuni sentono il dolore più intensamente, altri sono affetti da disturbi più debilitanti, ma tutti affronteremo ugualmente la morte.

Guardandomi attorno, constato che abbiamo una grande capacità di assisterci a vicenda, specialmente durante le nascite, gli incidenti e i decessi e così è altrove nel tempo e nello spazio.

A meno di restare disorientate dalle novità storiche, le nostre famiglie, in stretta collaborazione con la comunità circostante, sono state mirabilmente accoglienti, vale a dire, in generale, in grado di rispondere positivamente ai reali bisogni umani: vivere, festeggiare e morire.

In contrasto con questa esperienza, alcuni tra noi oggi sono giunti a credere che abbiamo un disperato bisogno di forniture mercantili standardizzate, tutte rientranti sotto l’etichetta «salute», progettate e fornite da un sistema di servizi professionali.

Alcuni si sforzano di convincerci che il neonato viene al mondo non solo senza forze né capacità, bisognoso quindi delle amorevoli cure della famiglia, ma anche malato, bisognoso di un trattamento specifico somministrato da esperti autocertificati.

Altri credono che gli adulti abbiano sempre bisogno di farmaci e di interventi per raggiungere la vecchiaia, mentre i morenti abbiano bisogno delle cosiddette cure mediche palliative. 

L’asservimento al mito tecnico

Molte persone hanno dimenticato o non sono più in grado di goderne di questi modi di vivere basati sul buon senso, che contribuiscono al benessere delle persone e alla loro capacità di guarire dalle malattie.

Molti si sono lasciati asservire ad un mito tecnico che si auto-glorifica e di cui tuttavia si lamentano perché, in modo impersonale, impoverisce la maggioranza e arricchisce una minoranza.

Noto con rammarico che molti di noi nutrono la singolare illusione che tutti abbiano «diritto» a qualcosa che viene definita «assistenza sanitaria».

Si è quindi legittimati a ricevere il più recente assortimento di terapie tecniche, in base alla diagnosi di qualche professionista, al fine di sopravvivere più a lungo in condizioni spesso terribili, dolorose o semplicemente fastidiose.

Credo sia giunto il momento di mettere in chiaro che queste condizioni e queste situazioni specifiche sono fattori di morbosità, molto più di quanto lo siano le malattie stesse.

I sintomi che la medicina moderna si sforza di trattare hanno poco a che fare con lo stato del nostro corpo; sono, assai più, i segni dei pregiudizi e dei disordini propri del moderno modo di lavorare, di divertirsi, di vivere.

Eppure molti di noi vengono affascinati dal clamore delle «soluzioni» high-tech.

Crediamo pateticamente in rimedi miracolosi, crediamo falsamente che ogni dolore sia un male che bisogna sopprimere, vogliamo ritardare la morte a qualsiasi costo.

Mi appello all’esperienza personale di ognuno, alla sensibilità delle persone comuni, in contrapposizione alla diagnosi e alle decisioni dei professionisti. Mi appello alla memoria popolare, in contrapposizione alle illusioni del progresso.

Prendiamo in considerazione le condizioni di vita nella nostra cerchia familiare e nella nostra comunità, e non la qualità dei «servizi sanitari»;

la salute non è una merce che si distribuisce e le cure non possono essere fornite da un sistema.

Sì, soffriamo, ci ammaliamo, moriamo, ma anche speriamo, ridiamo, festeggiamo;

conosciamo le gioie di prendersi cura l’uno dell’altro;

spesso ci siamo ristabiliti e siamo guariti in diverse maniere.

Non dobbiamo seguire un percorso standardizzato e banalizzato del nostro vissuto.

Invito tutti a distogliere lo sguardo ed i propri pensieri dalla ricerca della salute, e a coltivare l’arte di vivere.

E, altrettanto importante oggi, l’arte di soffrire, l’arte di morire.

 I diritti e le libertà dei pazienti

Rivendico alcune libertà per coloro che preferiscono celebrare l’esistenza piuttosto che preservare la «vita»: la libertà di giudicare da solo se sono malato;

la libertà di rifiutare in qualsiasi momento le cure mediche;

la libertà di scegliere personalmente un rimedio o un trattamento;

la libertà di essere accudito da una persona di mia scelta, ovvero da chiunque in una comunità si reputi capace di guarire, si tratti di un agopuntore, un omeopata, un neurochirurgo, un astrologo, uno stregone o qualsiasi altra persona;

la libertà di morire senza diagnosi.

Non mi sembra necessario che gli Stati abbiano una politica «sanitaria» nazionale, quella cosa che concedono ai loro cittadini.

Ciò di cui questi ultimi hanno bisogno è la coraggiosa facoltà di guardare in faccia certe verità:

non elimineremo mai il dolore;

non guariremo mai tutte le malattie;

sicuramente moriremo.

Ecco perché, in quanto creature pensanti, dobbiamo renderci conto che la ricerca della salute può essere fonte di morbosità.

Non ci sono soluzioni scientifiche o tecniche.

C’è l’obbligo quotidiano di accettare la contingenza e la fragilità della condizione umana. 

[1994]

Trasportati dal vento

( Dal Web )

Assiduo ricercatore di «un equilibrio tra responsabilità economica, responsabilità Sociale e responsabilità ambientale», il gruppo Agsm di Verona è un’ impresa che afferma di avere qualche scrupolo di coscienza.

Il suo scopo è ovviamente quello di ricavare profitto, ma lo vuole fare in maniera pulita, si potrebbe azzardare quasi etica.

Attiva nel settore energetico, questa azienda non vuole saperne di petrolio, di gas o nucleare.

Nossignori, poiché «la sostenibilità è nel dna del Gruppo Agsm» la sua specialità è lo sfruttamento delle cosiddette risorse rinnovabili.

Anche il sole, l’ acqua e il vento possono alimentare la Mega-macchina che sta devastando il pianeta!

Uno dei suoi ultimi progetti è la costruzione di un grande impianto eolico sul monte Giogo, nel Mugello toscano.

La Agsm ne ha presentato il progetto un anno fa, dando l’avvio all’ iter autorizzativo guidato dalla Regione che ha visto la partecipazione di 44 Enti, nonché un «dibattito aperto con i cittadini» conclusosi lo scorso 24 agosto.

Terminato perché ha trovato tutti d’accordo?

No di certo, terminato perché ogni dibattito è solo una seccante formalità, da sbrigare in fretta prima di passare ai lucrosi fatti.
Così lo scorso mercoledì 21 ottobre i tecnici della Agsm si sono recati sul monte Giogo per installarvi una sonda geognostica, una specie di trivella che fin dal mattino è stata messa in funzione per perforare il terreno.

Al termine della prima giornata di lavoro, loro scendevano dal monte stanchi ed affaticati e qualcun altro lo risaliva pieno di rabbia.

Entrato nel cantiere, ha sabotato il macchinario bloccando il cavo dell’ acceleratore, tranciando uno dei tubi del circuito aerodinamico della perforatrice, tagliando alcuni dei cavi di protezione e forando le gomme del trattore usato per portare il macchinario sul posto.

Secondo il parere degli stessi tecnici della Asgm, questo qualcuno sarebbe poi tornato la mattina successiva (giovedì 22) per gettare in un fossato tubi e strumentazioni lasciate dagli addetti un po’ più a valle.

Il sabotatore colpisce sempre due volte?
Alla Agsm non è rimasto che presentare alla stazione dei Carabinieri di Vicchio una denuncia contro ignoti per atti vandalici e sabotaggio.

Inutile dire che il sabotaggio è stato condannato da tutti i politicanti, nessuno escluso, dai sindaci dei paesi limitrofi (secondo cui i sabotatori avrebbero «messo a repentaglio l’incolumità dei lavoratori» e «Dicomano, Vicchio, il Mugello non si meritano questo») ai dirigenti di partito («Un episodio sconcertante… atti vergognosi commessi da delinquenti»), passando per gli anemici cittadinisti del Comitato per la Tutela dei Crinali mugellani («Fin dal primo giorno e dalla prima riunione abbiamo dichiarato che avremmo combattuto con tutti i mezzi della legalità»).

Tutti là, a domandarsi chi sia stato a travalicare il civile confronto democratico…
Eppure, la risposta aleggia nel vento, nemico mio, la risposta aleggia nel vento.

Anarchici a Marsiglia alla fine del XIX secolo

( Dal Web )

Marsiglia la ladra, Marsiglia la violenta.

Marsiglia impregnata dal sudicio delle sue taverne, dagli abiti lerci dei suoi abitanti dannati.

Marsiglia dai vicoli scuri e oscuri, dai bassifondi decadenti e insidiosi.

Marsiglia, l’anarchica.

Questo l’immaginario scomodo della città più mediterranea di Francia, e in special modo del suo centro storico, eredità medievale, costruito sulla calanque Lacydon, sulla sponda settentrionale dell’attuale Vecchio Porto.

Questi bassifondi, ricettacolo di crimine e di costumi amorali, iniziano ad essere stigmatizzati a partire dagli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo e intorno ad essi si forgia un immaginario di decadenza eretto a vergogna nazionale.

La Terza Repubblica (1870-1940) fa della lotta al crimine un motore di consenso e di Marsiglia il suo nemico pubblico numero uno.

I tentativi di ristrutturazione urbana si succedono negli anni, senza mai davvero riuscire a trasformare il tessuto sociale della città.

Marsiglia non corrisponde affatto ai canoni dell’urbanismo moderno ispirato dagli interventi di Haussmann, che già avevano modificato il centro di Parigi.

Alle deplorate condizioni urbanistiche corrispondono costumi apertamente condannati.

La povertà che non fa mistero di se stessa non se ne sta nascosta in un ghetto, ma ben visibile nel centro cittadino, con i suoi abitanti deviati da codici barbari quanto il linguaggio che deforma la lingua nazionale, che sfugge ai modelli della tanto decantata civilizzazione.

 Per questi e altri motivi ancora, Marsiglia non è europea, Marsiglia non è francese.

Si burla del razionalismo cartesiano canzonandolo con l’esoterismo carico di mistero dei suoi tarocchi; rifiuta un’unica e unificata identità nazionale, attraversata com’è da tutta quell’umanità venuta da chissà dove.

Gli accattoni della sua tenebrosa corte dei miracoli ispireranno la letteratura ottocentesca che saprà o darne un’immagine pittoresca, o criminalizzarli a chiare lettere: sono la feccia, sono il cancro della società. 

Il terrore del crimine e delle associazioni di malfattori assilla, non lascia scampo.

Lo Stato vuole bonificare e civilizzare Marsiglia, ma le sue strade sono quelle degli ubriaconi, dei galeotti, delle prostitute.

Nasce così la figura dei nervis, i briganti marsigliesi, dal provenzale nervi, nervo, tendine, ma anche forza e vigore.

I politicanti e la stampa dell’ordine ne parlano, ne dissertano, emergono degli specialisti in materia e, mentre Lombroso dall’altra parte delle Alpi stila il profilo tipo del delinquente e dell’anarchico, anche in Francia le due categorie finiranno per comporne una soltanto.

I recidivi, i criminali, gli anarchici sono un unico grande problema per la società dell’ordine; gli stranieri, specie gli italiani, sono dei malfattori di professione.

Che sinistra popolazione è quella dei poveri, dei vagabondi, dei ladri, delle puttane, degli immigrati.

Che sinistra popolazione è quella degli anarchici.

 A questo proposito una tra le tante penne conservatrici e in voga dell’epoca, Paul Maras, scrisse: «[…] è una cosa triste, ma vera, è necessario che ci siano dei ricchi e dei poveri […] sarebbe la fine, se tutti fossero ricchi […]. A ciascuno il proprio compito; alcuni usano i propri corpi, altri il loro spirito. […] Pensare e agire, la vita è fatta così, è necessario che quello che non ha il tempo di pensare abbia qualcuno che pensi per lui e che lo istruisca». 

A Marsiglia, alla fine del XIX secolo, saranno in tanti a smentire quest’odioso determinismo. In tanti a pensare e agire in nome della loro coscienza, in odio della bieca riproduzione sociale, in odio dei detentori del potere quanto di quelli del sapere. 

La religione del dominio

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due giorni sullo scientismo e le tecnologie di controllo 

31 ottobre – 1 novembre Circolo “Amici del Cels” borgata Morlière – Cels, Exilles (TO) 31 ottobre, ore 17 proiezione del documentario Fissate le luci, miei cari! di Jordan Brown (2017)  

Viviamo in un mondo di schermi.

L’adulto medio trascorre la maggior parte delle sue ore di veglia davanti allo schermo di un dispositivo.

Siamo abbacinati, siamo letteralmente dipendenti da Facebook, Google, Instagram, Twitter… Come siamo arrivati a questo punto? 

Chi ne trae beneficio?

Qual è il loro impatto sugli esseri umani e sulla società nel suo insieme?

Cosa succederebbe se l’intera esistenza umana venisse ridotta alla portata di un clic?

Ed è davvero questo che vogliamo? 

Fissate le luci, miei cari! — documentario indipendente realizzato senza fini di lucro — solleva tali interrogativi nel tentativo di tornare al mondo fisico reale, di formare una visione critica dell’odierna pervasività tecnologica guidata dall’interesse economico di poche compagnie e dalla ragione di ogni Stato.

Affrontando temi come la dipendenza, la «privacy», la sorveglianza, la manipolazione delle informazioni, la modificazione del comportamento ed il controllo sociale, ci pone tutti davanti ad una domanda semplice quanto immediata: mentre il mondo è in fiamme, mentre ciò che resta dell’universo sensibile sta scomparendo, distrutto da un algoritmo, noi dove siamo?

   1 novembre, ore 17 presentazione del libro Contro lo scientismo di Pierre Thuiller, S-edizioni (2020)  

Il nome di Pierre Thuillier, filosofo, epistemologo della scienza, di cui viene qui proposto il saggio breve “Contro lo scientismo” (1980), per la prima volta tradotto in italiano, risulterà sconosciuto ai più, anche a quelle lettrici e a quei lettori familiari con le opere di altri grandi critici della tecnica come Lewis Mumford, Jacques Ellul e Günther Anders.

Eppure quella proposta da Thuillier, in questo come in altri suoi scritti (l’unico libro pubblicato finora in Italia è La grande implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002”, introvabile da tempo), è una critica spietata alla traiettoria della civiltà occidentale e alle conseguenze disastrose verso cui ci sta portando.

Se ne “La grande implosione” Thuillier affonda il coltello nelle radici culturali dell’odierno sistema di dominio tecno-scientifico, andando a ripercorrere i processi di urbanizzazione, lo sviluppo tecnico, l’ascesa dell’economia capitalista e il cambio di visione portato dalla scienza moderna che ne sono i prodromi, in “Contro lo scientismo” l’accusa è in particolare contro quest’ultima, la scienza, di cui vengono analizzati il percorso storicamente condizionato e l’ideologia mortifera di cui si fa portatrice. 

 (Dopo ogni iniziativa seguiranno dibattito e cena vegetale, porta qualcosa da mangiare e da bere!) 

Guastafeste

( dal web )

Cosa c’è di più irritante di un compleanno, di un rituale prestabilito che ogni anno ti ricorda che un bel giorno sei nato senza averlo chiesto, rimandandoti a scadenza fissa al tempo che passa fino alla tomba?

Per non parlare di quelle cifre tonde che in base all’arbitrarietà del sistema decimale dovrebbero sfociare in una di quelle feste dove l’ipocrisia sociale raggiunge l’acme.

Eppure, ciò che vale per l’individuo che può sempre districarsi dalle ricorrenze sparando sull’orologio, assume un’altra dimensione quando il dominio decide di autocelebrarsi.

Allora non si tratta più del filo di Crono che si allunga, ma dello spettacolo del padrone che si manifesta per intimare agli schiavi l’enormità della loro servitù.

Come un eterno presente il cui solo orizzonte è costituito da catene forgiate col medesimo acciaio: quello dell’autorità.

Le pubbliche commemorazioni di avvenimenti del passato costituiscono un buon esempio del duplice uso degli anniversari da parte dei potenti in carica.

Da un lato, imprimere la loro versione della storia nella mente delle persone e, dall’altro, riaffermare la loro legittimità attraverso una continuità regolarmente scossa dal basso dalle rivolte.

In Italia, ad esempio, la Festa della Liberazione fissata il 25 aprile (1945) corrisponde alla data che segna la presa dei pieni poteri da parte del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), mentre lo sciopero generale insurrezionale a Torino e Milano era cominciato il 18 e il 23 aprile, e Napoli era già insorta nel settembre 1943 scacciando gli occupanti nazisti.

Così come è  il 28 aprile, tre giorni dopo, la data in cui Mussolini fu giustiziato dai partigiani e il suo cadavere appeso in Piazzale Loreto a Milano.

Ma la scelta di quella data avrebbe certo ricordato in modo troppo crudo la guerra civile tra i pro- e gli anti-fascisti, a scapito di una «riconciliazione nazionale» allora auspicata sia dai conservatori che dal partito comunista al fine di spartirsi in santa pace il potere.

Quanto ai nazisti, le truppe tedesche si sono arrese agli angloamericani il 2 maggio, segnando la definitiva liberazione del territorio della penisola.

Ma quest’ultima data avrebbe ovviamente lasciato troppo poco spazio alla resistenza nazionale.

Una delle conseguenze dell’istituzione di una ufficialissima Festa della Liberazione fin dall’aprile 1946, mentre i fascisti sarebbero stati amnistiati in massa a partire da giugno per venire in parte riciclati nell’apparato di Stato repubblicano, è che quei rivoluzionari che hanno proseguito la lotta per la libertà nei mesi e negli anni successivi, dopo l’aprile 1945 sono ridiventati «banditi» e «criminali» come sotto il fascismo, e non più «partigiani».

Qui la questione va ben oltre le controversie commemorative e i confini della legalità.

È legata piuttosto al fatto di agire in prima persona senza attendere date esterne o masse fluttuanti, a partire dalle proprie temporalità, dalle proprie idee e da esperienze radicate in fondo alle proprie viscere.

Allo stesso modo, non si tratta di rinunciare all’utopia dato che i tempi sono spesso senza speranza (e quando non lo sono?), ma per farvi fronte esser capaci nel contempo di coltivare un mondo interiore singolare e di sviluppare le nostre proiezioni su quello che ci circonda: per non lasciarci più semplicemente trascinare dalle burrasche della storia, dobbiamo pur iniziare a fare la nostra.

Per dirla con le parole di un compagno come Belgrado Pedrini, che come altri non aveva atteso la rottura del patto tra Stalin e Hitler per combattere armi in pugno contro il fascismo, né si era fermato quel 25 aprile, «Si faccia o no la rivoluzione, io farò la mia». 

Ma non c’è bisogno di valicare le Alpi per produrre immaginari legati più all’eternità dell’oppressione statale che alla sua distruzione.

Pensiamo ad esempio alla Rivoluzione del 1789, che i dirigenti di questo paese brandiscono ancora oggi come un totem d’immunità quasi culturale, mentre esportano le loro armi in ogni angolo del pianeta (se il massacro nello Yemen, ad esempio, vi dice qualcosa).

Ma no, suvvia, niente di tutto questo, noi siamo la patria dei Diritti dell’Uomo!

E la presa della Bastiglia, non è persino diventata la nostra Festa Nazionale?

Una festa che tra l’altro è stata indicata nel 14 luglio quasi cento anni più tardi, nel 1880, dopo parecchi cambiamenti sotto forma di compromesso tra borghesi liberali e conservatori… certamente in relazione alla presa della Bastiglia, ma anche alla Festa della Federazione dell’anno successivo, che vide il Re prestare giuramento alla Costituzione dopo una messa celebrata da 300 sacerdoti e davanti a un Te deum intonato dalla folla.

In quest’ultima scelta, nessuna visione di teste reali mozzate, tutt’altro, né di assalti ad arsenali militari da parte degli insorti per impadronirsi della polvere e dei cannoni.

Con questa data è in sostanza un intero movimento, difeso dall’esperienza di un Varlet nel suo opuscolo del 1794, che la continuità repubblicana del potere avrebbe voluto cancellare dalla memoria ribelle: «Per qualsiasi essere senziente, governo e rivoluzione sono incompatibili…».

Infine, al di là della sacralizzazione dello Stato o della proprietà tramite incisione della loro autorità nella pietra marmorea di una Dichiarazione Universale, ricordiamo che uno dei successi poco conosciuti di quel periodo è stato inoltre l’importazione in diverse lingue comuni di due concetti del dominio che avrebbero presto colonizzato le menti: «vandalismo» e «terrorismo».

Il primo termine, coniato nel 1794 da un deputato a partire dal nome di una popolazione considerata la più barbara di tutte (i Vandali), mirava a porre fine alle pratiche di chi continuava ad attaccare le chiese e i castelli per distruggerne il contenuto, come nei bei tempi andati.

Attraverso l’invenzione del vandalismo, la ragione di Stato ha inteso arrogarsi il monopolio delle buone distruzioni fattori di progresso — in chiave contemporanea sommergendo villaggi per costruire dighe, radendo al suolo quartieri poveri per farvi passare un treno o costruirvi torri di uffici, distruggendo una montagna per estrarre il litio — opponendosi a quelle malvagie, per forza di cose irrazionali.

Ovvero a tutte le altre distruzioni diverse dalle proprie, quelle praticate in modo autonomo, a maggior ragione se attaccano beni fondamentali per lo Stato.

Il secondo termine, risalente anch’esso all’anno 1794, designava il regime di terrore politico del Comitato di Salute Pubblica. 

Non si nominavano gli attacchi provenienti dal basso contro il potere, per spaventare e squalificarli, ma si indicava il terrore di Stato esercitato in modo indiscriminato.

Mentre alcuni gruppi come i populisti russi tentarono di riappropriarsi della parola all’inizio del secolo scorso, nello stesso periodo il potere comprese l’uso interessato che avrebbe potuto farne rovesciandone il significato contro chi gli si opponeva mediante l’azione diretta.

Una confusione che si è rapidamente diffusa con l’aiuto dei suoi portavoce di massa (prima la stampa popolare poi la radio), ed è così che ad esempio i sabotatori di reti elettriche, di linee ferroviarie o di fabbriche di armi diventavano partigiani o terroristi a seconda che fossero amici o nemici di uno dei regimi in carica, vale a dire sostenuti dalle potenze alleate o vilipesi dal regime nazista.

Così come lo stesso atto di sabotaggio compiuto dagli stessi individui durante gli scioperi insurrezionali del 1947 e del 48 sarebbe diventato «terrorista» piuttosto che «di liberazione» a detta degli stessi dirigenti… ormai passati dagli scranni dell’opposizione a quelli del potere.

Ancora una volta, era una data ormai anniversario destinata a fare la differenza, l’8 maggio 1945. 

Lo scorso 4 settembre, al Pantheon, la crema progressista del paese si è stretta attorno a Macron per celebrare nientemeno che «un momento fondante del modello repubblicano», ovvero il 150° anniversario della Terza Repubblica (1870).

Sì, sì, quella che si concluse quando 572 dei suoi deputati e senatori riunitisi al Gran Casino di Vichy votarono per i pieni poteri a Pétain.

Quella che, prima di realizzare la sua grande opera a suon di massacri coloniali, feroce industrializzazione, leggi scellerate e macellerie della prima guerra mondiale, aveva caratterizzato l’inizio del suo regime con il repubblicano squartamento di 20000 insorti della Comune. 

All’interno del pesante edificio in pietra bianca, proprio sotto i piedi dei potenti assisi in ranghi meno serrati del solito, c’è la tomba di un grand’uomo in putrefazione che probabilmente li ha lasciati perplessi.

Si tratta del primo presidente della Repubblica la cui carriera è stata tagliata di netto prima del suo termine.

Che bel giorno è stato quel 24 giugno 1894, quando il pugnale dell’anarchico Sante Caserio è penetrato a fondo nel fegato di Carnot, liberandolo definitivamente del peso del suo fardello. Contrapporre il nostro 24 giugno omicida alla loro ultima buffonata istituzionale del 4 settembre potrà apparire magari ridicolo a molti, ma è più che altro assurdo, tanto la nostra dimensione, quella della qualità, è radicalmente diversa dalla loro, quella della politica.

La cosa più importante qui è infatti che un compagno di carne e ossa come noi, un nemico dell’autorità come noi, abbia deciso di forzare il destino armato di coraggio e di determinazione, realizzando la propria storia.

«Se il governo usa contro di noi i fucili, le catene, il carcere, dovremmo, forse noi anarchici che difendiamo la nostra vita, restare chiusi in casa?»

chiese non senza ironia Caserio alla giuria, dopo aver già risposto a modo suo.

È nel corso della nostra stessa vita, di fronte alle sfide del presente, che ognuno dovrà trovare la propria risposta.

Come solo calendario in tasca, la nostra irragionevole passione per la libertà.

Vita offesa

Jean Michel Palmier

Autonomia

Una volta per me la parola aveva tre significati principali.

1. Una rivendicazione politica espressa da un popolo, da una cultura.

2. Una rivendicazione della città greca.

Grazie alla costituzione, alle leggi, alla democrazia diretta, che riuniva i cittadini nell’ agorà, ciascuno aveva la sensazione di seguire le proprie leggi, di ritrovare nella volontà collettiva la propria, tanto che Socrate ha preferito morire piuttosto che sottrarsi alle leggi di Atene.

3. Una caratteristica essenziale della vera morale per Kant.

Sottomettendosi all’ imperativo categorico della legge morale, la volontà umana non fa che obbedire alla ragion pratica, la legge morale non è giustificata da nulla di esterno a se stessa, diversamente dalle morali «utilitaristiche» fondate sulla ricompensa e sul castigo.

«Autonomia» è la parola magica dell’ ospedale.

Il paziente deve farla propria, e poi dovrà andarsene.

La scoperta dell’«autonomia», di quello che significa, è spesso vissuta come un trauma.

Il «paziente» aspetta, spera nonostante tutto nella guarigione, nel miracolo. A poco a poco capisce di aver sbagliato strada, che vogliono insegnarli a vivere con «quello che gli resta».

Non gli resta che fare proprio questo progetto di vita (di sopravvivenza) concepito per lui e senza di lui, lo voglia o meno.

Inizialmente «svezzato» dalle infermiere, deve poi passare all’«autonomia», e successivamente all’«autonomia accelerata».

Sicuramente egli trae qualche magro piacere sfuggendo a così tanta assistenza umiliante, ma si rende conto molto in fretta dei limiti di tale autonomia non appena esce dagli spazi predisposti per lui.

Come affrontare una scala, una porta troppo stretta?

La vita autonoma che deve conquistare è ancora vita?

Vale ancora veramente la pena di essere vissuta?

Ci si interroga sul modo in cui egli vive l’apprendimento a volte un po’ stacanovista dell’autonomia? 

Autonomos:

colui che si dà la propria legge, secondo l’ etimologia greca.

Qual’ è il rapporto con questa esistenza da galeotto?

Pensato spesso a questa storia che raccontano i bambini in Algeria:

quando si traccia un cerchio con la benzina intorno allo scorpione e vi si dà fuoco, l’ artropode, sentendosi prigioniero, si punge da se stesso dietro il segmento toracico.

Vero o falso che sia, questo racconto mi colpisce per varie ragioni.

Ricordi di catture notturne di scorpioni in Africa, il Pandinus imperator spesso supera i quindici centimetri, anche in posizione di svantaggio l’animale non esita ad attaccare.

Da quando sono in ospedale ho la sensazione che l’ autentica autonomia si realizzi soltanto nella decisione volontaria di interrompere il processo biologico.

Perché a questa autonomia, semplice autogestione dell’ handicap, non si dovrebbe preferire la morte?

Una morte sdrammatizzata che significa soltanto:

«Spiacente, ma questo gioco non mi interessa, amo troppo la vita per accontentarmi del suo pallido fantasma».

Giocate senza di me.

Vita

In fondo ci sono soltanto due concezioni della vita.

Una, fondata sul cristianesimo, sembra vedere nella sofferenza il segno della nostra finitudine.

La sofferenza, intrinseca alla condizione umana, anche se resta un enigma quanto al suo senso, ci fa partecipare alla Passione di Cristo.

Per questa via essa può diventare un’ esperienza spirituale.

La concezione greca, o più generalmente antica, sembra interrogarsi sull’essenza stessa della vita da un punto di vista più estetico.

Fino a che punto merita di essere vissuta?

E se non se ne trae più piacere, come non scegliere di porvi fine?

Ricordi delle lettere di Seneca dell’ ammirevole suicidio di Petronio che sottrasse a Nerone il piacere della propria esecuzione, della fine dell’ Apologia di Socrate.

Condannato a morte, dice a un dipresso così ai propri giudici:

«Voi andate a vivere, io vado a morire.

Chi di noi ha la sorte più invidiabile?

Soltanto gli dèi possono dirlo».

Potere

Ricordo delle discussioni tra Foucault e Baudrillard sul potere. L’ospedale, con la sua gerarchia complessa, la struttura dei suoi servizi, è uno stupefacente luogo di potere e di gerarchizzazione sociale. I pazienti sono poco sensibili a questi problemi. Mi hanno spesso fatto riflettere partendo da dettagli. Osservazione fatta da un infermiere a un aiutante, divisione dei compiti (in ospedale), tono di voce con cui una sorvegliante si rivolge a un’aiuto-infermiera davanti ai pazienti, desiderio di certe infermiere di «piacere» ai sorveglianti riportando loro le proprie osservazioni sulla vita del paziente, le sue frequentazioni, la sua intimità. Provo per tutto questo soltanto malessere. Ingenuità di credere che l’ambiente ospedaliero sfugga alla logica sociale.

Dicerie

Edgar Morin ne ha analizzato a lungo il meccanismo.

A fianco dei comunicati e delle trasmissioni ufficiali, è stupefacente vedere a che punto la diceria è un modo privilegiato della comunicazione di non-informazioni in ospedale.

Disinteresse

Il mio disinteresse per l’ esistenza è così profondo che devo trovare ogni giorno delle ragioni per vivere.

Spesso devo fare uno sforzo per leggere i giornali, ascoltare la radio.

Mi sono spesso svegliato con il rimpianto di essere ancora vivo.

Provvisorio

Certezza che il mio stato è provvisorio: o la guarigione o la morte.

Ricordo di una discussione con un infermiere di notte dell’ ospedale sulle conseguenze disastrose dei suicidi mancati.

Accidente

Tutti qui, hanno visto la propria esistenza precipitare a causa di un accidente senza importanza.

Kant

Nella Critica della ragion pura Kant riassume il proprio interrogarsi in tre domande:

Che cosa posso sapere?

Che cosa devo fare?

Che cosa mi è permesso di sperare?

Egli afferma che queste tre domande sono riassumibili in una sola:

«Che cos’è l’uomo?»

Domanda che è alla base della sua antropologia dal punto di vista pragmatico.

Dopo l’ archeologia dei sogni passati, il presente del trauma, la rieducazione funzionale mi sembra a volte un’ antropologia della speranza.

Morte al Re

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( Dal Web )

Luigi Galleani
E maledetto il re!
Dei galantuomini
dei ricchi il re che viscere non ha!
È inteso: l’ anarchismo è iconoclasta.
Coltivare sulle tombe dei precursori il culto d’ una nuova fede, erigere sui patiboli gli altari e i simboli d’ una nuova religione, elevare intorno alle urne dei martiri il                  te-deum della beatificazione, non è nei nostri desideri, nei nostri propositi, nelle nostre aspirazioni.
E se oggi ravviviamo nell’ urna sacra dei nostri cuori la fiamma dell’ olocausto di Gaetano Bresci, è per rispondere ad un più virile desiderio:
quello di fugare dal tumulo del baldo giustiziere la nera coorte dei gufi che vi si raccolgono ad insultare la memoria di lui;
quello di rivendicare l’ eroico suo atto, che la bieca turba degli sciacalli insozza della sua lurida bava;
quello di ricacciare in gola ai rigattieri della antropologia manutengola l’ accusa maramalda che chiunque osi levar la mano sulla sacra ed inviolabile persona del re,
non può essere che un criminale;
quello di sbugiardare i rauchi menestrelli che dalle bigoncio coloniali, cantano le laudi bugiarde ai savoiardi dai rimorsi gialli.
Oggi più che mai:
mentre la terza Italia profonde il sangue ed i sudori dei suoi giovani e vecchi figli;
a maggior gloria dei Savoia, a maggior profitto degli avidi e sordidi pirati delle patrie banche;
mentre il piccolo re smorza nei rivoli di sangue che scoscendono dalle vette inespugnate del Trentino, la riarsa sete di un più grande imperio;
mentre le patrie galere inghiottono a cento a cento gli audaci che non vollero piegarsi contriti agli infingardi voleri dei pretoriani regi;
mentre monarca e papa, negrieri e mercanti si preparano a ribadir sulla plebe spossata ed esangue, col più atroce dei disinganni, col più vile dei tradimenti, il giogo della secolare tirannide.
I giullari del socialismo dinastico, i paltonieri rossi scesi di dedizione in dedizione nel più schifoso melmaio delle viltà umane, i rossi buffoni di piazza che con un laccheismo ributtante cercavano di arrivare poi al posto di buffoni di corte, affidarono il giudizio dell’ eroico vendicatore alle sibille dell’ antropologia ufficiale.
Noi lo affidiamo alla storia.
E la storia, soffocata dalle regie mordacchie, dice oggi con flebile voce;
ed infranta la fragile trama delle salariate apologie, stracciato il manto tenebroso che copre lo stuolo immenso delle vittime innocenti della nequizie sabauda, dirà domani con la voce di mille petti ai liberi cieli;
Che ossequienti alle codine tradizioni di famiglia, ladino ai morbosi desideri delle auguste sgualdrine, Umberto I portò la terza Italia ai piedi del Vaticano, per far dimenticare la balussada di aver aperto attraverso le sacre mura della città dei papi, un varco al libero pensiero;
Che sordo alle aspirazioni e ai propositi dei migliori fra i suoi sudditi, il re buono
e leale prostituì l’ Italia rinata dal martirio e dall’ eroismo di tre generazioni, alla libidine felina degli Hoenzollern e degli Asburgo, infeudò il bell’ italo regno al nuovo impero, strappò mille volte le garanzie costituzionali, congiurò con la camarilla di corte il colpo di stato perla restaurazione dell’ autocrazia militare;
Che i dilapidatori del pubblico denaro, i prevaricatori, i falsari, i bancarottieri, trovarono in Umberto I il complice necessario ed il fido manutengolo;
Che pel folle sogno della conquista etiopica, pei turpi appetiti di una banda di sciacalli, mandò a morir di tifo, di peste e di piombo, nelle aride dune dell’ Africa infida, il più bel fiore della gioventù italiana insozzando il nome d’ Italia con i tradimenti e le viltà dei generali da vedova allegra, con le paradossali rapine dei fornitori e dei proconsoli;
Che sui figli non degeneri di Mazzini e di Garibaldi, anelanti alla libertà e al benessere per cui i padri avevan invano lottato, si rovesciò spietata la rabbia caina dei nuovi tiranni;
Che i pellagrosi schiavi della risaia, gli smunti reclusi delle solfatare e delle fabbriche, vassalli dei feudi pugliesi, a Conselice, a Buggerru, a Milano, travolse il torrente di fuoco e di piombo vomitato dai cannoni di Bava Beccaris;
Che alla iena insaziata il re buono, donava, l’ indomani della strage orrenda, di motu proprio e in segno di gratitudine e d’approvazione, la più alta commenda dello Stato, il più alto grado dell’ esercito;
Dirà la storia che mai pagine così sanguinanti furono scritte negli annali della storia patria, come quelle che v’ impressero i ventotto anni del bieco, fosco regno di Umberto I;
Che il gagliardo fuciliere della legione anarchica, custodita nell’ eroica sua anima la dolorosa tragica passione di tutto un popolo, affidò il 29 Luglio 1900 al lampo della sua rivoltella la vendetta anonima delle innumerevoli vittime di un regno di sangue e di terrore.
Morte al re!
Riecheggi ancora il grido sacrilego, che or son due lustri, urlava nella morta gora del parlamento nazionale Leonida Bissolati, che oggi, purgato dei suoi peccati giovanili, contrito dei suoi antichi livori antidinastici, smacchiato del suo passato scarlatto, officia nel presidio monarchico, inneggia alla salute del rachitico reuccio.
Riecheggi dai petti nostri e dal cavo petto degli schiavi inconsapevoli, più forte e più sonoro che mai;
perché ieri come oggi s’ addensa sui reprobi fosca ed implacata la tempesta delle persecuzioni, mai come oggi imperversò sulle turbe dei pezzenti e degli ignavi la procella dello sterminio.
Viva Gaetano Bresci!
Viva nei cuori nostri più che nel dì lontano della sua vendetta, perché dura come allora ancor oggi, la regia confisca della libertà della gioia e del pane!
Viva nel cuore esulcerato degli iloti, spasimanti nell’ atroce agonia, tra i lazzi dei pagliacci rossi e degli arruffianati versipelle della guerra regia.
Viva nei nostri liberi cuori, e nell’ affranto cuore delle plebi, il bagliore dell’ eroica vendetta di Bresci, e ci guidi e ci sproni verso le aurore fiammanti dell’ anarchia.
[Cronaca Sovversiva, anno XIV, num. 31, 29/7/1916]