Archivi categoria: Il raggio riflesso

L’ informazione deve essere libera di viaggiare senza filtri, condizionamenti e manipolazioni. Come un raggio che si riflette su una superficie levigata, rimbalza, si espande nell’etere.

Rompere il cerchio

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( Dal Web )

La reclusione non appare paradossalmente in nessun luogo, relegata in un altrove invisibile tra la folla dei cuori addomesticati e dei cervelli anestetizzati, eppure è presente dappertutto. Nel senso di asfissia che afferra la gola ad ogni passo falso, come nella lunghissima catena di obblighi e sanzioni che si trascina come una palla al piede. È dovunque vengano imposte le regole del gioco (e le leggi sono sempre regole imposte dall’autorità, cioè da coloro che esercitano il potere nella società) a scapito della libera associazione tra individui e della loro reciprocità.
La reclusione è nella cella famigliare, con il suo aiuto reciproco forzato per affrontare la sopravvivenza e la riproduzione elementare di ruoli sociali indispensabili all’ordine in atto. È nella scuola, quella caserma posta sotto il segno dell’obbedienza e della formazione di schiavi-cittadini adeguati ai bisogni del dominio, che ruba un tempo infinito a tutta la gioventù. È nel lavoro salariato, la migliore delle polizie, che costringe gli esseri umani a vendersi al miglior offerente, scambiando una vita di sottomissione a beneficio di pochi con merci adulterate quanto effimere. È nella religione che sfrutta la sofferenza nel nome di un’autorità superiore, forte di leggi divine piuttosto terrene, che presuppongono come quelle dello Stato che gli individui non siano in grado, peggio, non debbano avere in nessun caso la libertà di decidere da soli della propria vita, né di come rapportarsi con gli altri. È nelle catene tecnologiche e negli schermi di ogni tipo, che ci privano via via non solo di relazioni dirette, ma anche della capacità autonoma di costruire il nostro mondo interiore in cui pensare, sognare, immaginare, poetare, progettare e distruggere tutto ciò. È nell’architettura totalitaria, diretta al controllo e alla sorveglianza, affinché i flussi di merci (umane o meno) fluiscano senza troppi ostacoli. È nelle camicie di forza chimiche, distillate con o senza camice bianco, per farci continuare a sopportare l’oppressione quotidiana senza ribaltare il tavolo troppo bruscamente. È dovunque uomini e donne, per abitudine, rassegnazione, servitù volontaria o interesse, siano disposti a difendere i privilegi dei ricchi e il potere. È nello stesso espropriarci della possibilità di unirci e accordarci liberamente in tutti gli aspetti della vita, tentando nel contempo di privarci della possibilità di affrontare i conflitti senza l’intervento di una polizia e di una giustizia.
E naturalmente, la reclusione è anche nella prigione cinta da mura, sotto forma di ospedale psichiatrico o di campo detentivo per indesiderabili, di centri di reinserimento per minori o di sepolcri per lunghe condanne. È lì, a prolungare vieppiù la sua vendetta lontano dalle sue garitte, con la spada di Damocle della condizionale, del controllo, del braccialetto elettronico, dell’obbligo di lavoro o di assistenza, dei regimi di semi-libertà… raffinatezze per cercare di tenerci in balìa di sbirri, psichiatri, assistenti sociali, padroni e giudici. Come prede da sottomettere per molti anni ancora prima e dopo essere passati da un tribunale o in un carcere.
«Se consideriamo le prigioni come roccaforti ben isolate, rimarranno intoccabili. Ma la prigione è anche l’architetto che la progetta, la società che la costruisce, la legge che la stabilisce, il tribunale che ti ci manda, il poliziotto che ti ci porta, il guardiano che ti sorveglia, il prete che sugge la tua sofferenza, lo psicologo che spia la tua mente. Essa è tutto questo e altro ancora. È l’impresa che sfrutta il lavoro dei detenuti, quella che fornisce il cibo o gli apparati di controllo; è l’insegnante che la giustifica, il riformatore che la vuole più “umana”, il giornalista che ne tace le finalità e le condizioni reali, è il cittadino che la osserva rassicurato o che distoglie lo sguardo»
Agli ammutinati del carcere sociale, maggio 2000
Il 12 settembre, lo Stato francese ha finalmente annunciato lo schema del suo nuovo piano carcerario, dividendo quello inizialmente previsto nel 2016 di 33 nuove prigioni e i 15.000 posti aggiunti, in 7000 posti entro il 2022 e 8000 in seguito. L’elenco dei siti scelti in tutto il paese dovrebbe seguire a breve, con tutte le possibilità offerte da questo tipo di costruzioni agli ammutinati del carcere sociale.
Al di là di questa fase preparatoria, tuttavia, ci sembra che un ulteriore aspetto, lungi dall’essere trascurabile, debba attirare la nostra attenzione. Finché non saremo in grado di percepire la prigione, non come un problema specialistico legato al sostegno dei prigionieri, ma piuttosto come il riflesso della società nel suo insieme di spaventare e reprimere i refrattari (alla proprietà, alle frontiere, all’ordine o al lavoro salariato) in particolare e i ribelli in generale, resteremo incapaci di cogliere le mutazioni indotte da questo progetto carcerario, sia in termini di cambiamenti di mentalità promossi all’interno che di nuovi possibili angoli di attacco dall’esterno. Nello stesso modo in cui la ristrutturazione del mercato del lavoro e la tecnologia hanno trasformato le antiche forme di sfruttamento, aumentando la flessibilità, l’auto-imprenditorialità e l’autocontrollo, questo progetto di gestione carceraria vuole effettivamente accrescere il processo di differenziazione tra la maggior parte dei prigionieri, basata non più unicamente sulla pena o sul reato iniziale, ma su una maggiore partecipazione e collaborazione alla propria detenzione. Un po’ come se tutto il sistema di reclusione, dipendenza, arbitrarietà e tortura non fosse altro che una vasta condizione contrattuale. Una condizione in cui ci viene ordinato di diventare sempre più “responsabili” di una pena da scontare e cogestire con l’amministrazione, essendo paradossalmente frammentata all’interno di una struttura di massa, diventando il secondino degli altri in nome dell’evoluzione del proprio percorso carcerario. Va da sé che un tale processo di totalitarismo democratico, in cui partecipare significa dividere, non potrà che accompagnarsi ad un ulteriore giro di vite contro la minoranza di ribelli che non accetterà di collaborare.
In pratica, si giunge così da un lato di fronte ad uno sviluppo di «moduli di rispetto che si ispirano ai moduli “respecto” diffusi in Spagna, con la responsabilizzazione come filo conduttore: i prigionieri firmano una carta d’impegno basata sul rispetto del personale, dei co-detenuti, dell’igiene, delle regole di vita in collettività. In cambio, possono godere di una certa libertà di movimento [muniti di tesserini] e di un maggiore accesso ad alcune attività». Dall’altro lato, si verifica un’estensione delle cosiddette «strutture stagne» (riservate per il momento ai “terroristi” e ai “radicalizzati”), che sono molto più che reparti di isolamento in seno alla detenzione, ma costituiscono una vera e propria prigione nella prigione (sul modello italiano o tedesco delle carceri speciali degli anni 70 o degli ex-FIES spagnoli), destinati a lungo termine a tutti gli irrecuperabili che rifiutano di sottomettersi o rinnegarsi, a coloro che non passerebbero né ai test di valutazione regolari né alle osservazioni dei servizi di intelligence penitenziaria. Se a questo aggiungiamo, all’altra estremità della catena, la costruzione di due carceri “sperimentali” interamente dedicate al lavoro d’impresa (dalla fabbrica-prigione alla prigione-fabbrica) e l’aumento di misure esterne alternative, del braccialetto elettronico e della semi-libertà (con obblighi di tirocinio, formazione e lavoro) per le innumerevoli condanne di meno di un anno, possiamo iniziare ad avere un quadro completo.
Con il rafforzamento delle condizioni di detenzione sotto forma di percorsi, statuti, interessi, e le più disparate carote per costringere a cogestire la propria condanna con le autorità, non sono solo le proposte di lotta di tipo sindacale a integrare più che mai nel processo di reclusione, ma sono anche i margini tra piena cooperazione e messa alla prova che tendono a ridursi per ciascun individuo, ancor più con la collaborazione di altri detenuti riluttanti a veder crollare tanti sforzi pagati a caro prezzo di rispetto per «le regole di vita in collettività». Su immagine dell’esterno, insomma, dove la figura dell’operaio-massa è stata liquidata da tempo a favore di una competizione generalizzata.
Di fronte a questo progetto di potere, rimane ancora un piccolo elemento che i loro calcoli miserabili non potranno mai controllare completamente, e che può rompere in qualsiasi momento il circolo vizioso della collaborazione: la sete di libertà. Da un lato attraverso la ribellione provocata dalla detenzione, come ci ricorda la rivolta devastante della prigione moderna di Vivonne nel settembre 2016. Partita dall’iniziativa di alcuni individui, è durata più di sei ore, portando alla chiusura dell’ala del carcere per 18 mesi per lavori e provocando 2 milioni di euro di danni. D’altro canto, col fatto che la moltiplicazione di attori esterni di ogni tipo per valutare, far partecipare, far lavorare e controllare i prigionieri, accresce a sua volta le possibilità di intervento dall’esterno, vedi le diverse auto di secondini che sono bruciate nel parcheggio di Fresnes dal mese di maggio.
L’unica riforma accettabile delle carceri è raderle al suolo, insieme alla società autoritaria che le produce e ne ha bisogno.
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Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

Semplicità

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( Dal Web )

Lei c’era alla manifestazione contro gli stranieri che si è tenuta pochi giorni fa a Chemnitz, in Germania. Il giornale che l’ha intervistata le ha assegnato un nome fittizio, Silvia Fascher. Non è un’estremista di destra e ci tiene a chiarirlo. Ha 64 anni e lavora in una ditta di pompe funebri. L’altro giorno è scesa in piazza con il figlio, assistente di anziani. Domenica 27 erano in 800, il giorno dopo in 2000. Accanto ai filonazisti, assieme ai filonazisti, anche lei sbraitava contro pochi ragazzi siriani. È la pancia, la pancia che urla, direbbe qualcuno; «non voglio che arrivino altri stranieri. Quando li guardo, mi domando perché le mie tasse vengano usate per loro. Vogliono solo diventare calciatori professionisti o cambiavalute, ma se devono lavorare un po’ sodo si lamentano di avere il mal di schiena!».
Sebbene li consideri dei parassiti scansafatiche aspiranti emuli di Cristiano Ronaldo, Silvia Fascher dichiara di essere consapevole dei tragici motivi che spingono gli immigrati a lasciare il proprio paese. Ma non capisce perché la loro situazione dovrebbe essere più importante di quella dei milioni di tedeschi che vivono sotto la soglia di povertà. Ecco perché si dice furibonda contro il governo, che «non fa niente». Tra un anno lei andrà in pensione, ma non prenderà nulla, una miseria.
Quando hanno chiesto a Silvia Fascher perché, dopo aver valutato l’intera situazione, considera i rifugiati più responsabili dei politici, dei banchieri, degli industriali… sapete cosa ha risposto? «Perché bisogna essere contro qualcuno; e con loro è semplice».
Già, proprio così. Discutere è complicato, ruttare è semplice. Prendersela con i carnefici responsabili di quanto sta accadendo è arduo, fare i bulli con le loro vittime trasformate in capri espiatori è semplice. Disobbedire ai potenti è difficile, collaborarci è semplice.
Prendiamo i gagliardi di Casa Pound, ad esempio. Anche loro conoscono bene a fondo la questione dell’immigrazione, infatti la loro protesta non è «un attacco ad un gruppo di disperati raccattato in mezzo al mare, ma la denuncia del business dell’immigrazione». Ma organizzare manifestazioni eclatanti contro chi sfrutta la tragedia degli immigrati è complicato — si tratterebbe di mettere in discussione buona parte dell’italica economia — accogliere con urla e braccia tese i profughi straccioni della Diciotti al loro arrivo a Rocca di Papa è semplice.
Lo stesso si può dire per i prodi di Forza Nuova, i quali si dicono pronti ad allestire patiboli in piazza per gli stupratori: «non possiamo lasciare le nostre donne in balìa di esseri che hanno nella loro cultura il disprezzo per le donne cristiane ed europee». Ma impiccare fantocci blu davanti alla scuola di polizia a Brescia (da dove provenivano i due stupratori della turista tedesca a Rimini, loro sì rispettosi delle donne cristiane ed europee) è arduo, impiccare sagome nere sulla spiaggia di Jesolo è semplice.
Inutile poi parlare del ministro Salvini. Chiudere le fabbriche che riforniscono di armi le guerre che devastano quei paesi lontani già impoveriti dal colonialismo è difficile (nonché controproducente per il bilancio nazionale, chiodo fisso di ogni uomo di Stato), chiudere i porti a chi cerca di scamparvi è semplice.
Ecco perché oggi una Silvia Fascher ripete gli stessi ritornelli cari a Casa Pound, Forza Nuova o Salvini, ed il razzismo più becero sta dilagando a macchia d’olio. Perché è semplice.
Chemnitz, Germania, fine agosto 2018. Benvenuti nella guerra civile.

L’apoteosi di George Soros

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Dal Web )

DI TOM LUONGO

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“O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da vederti diventare il cattivo”.

– Il Cavaliere Oscuro

George Soros ha effettuato questa trasformazione. Non che sia mai stato un eroe, sebbene pensi di esserlo.

È l’incarnazione dell’idea portata da John Barth, che “l’uomo non può sbagliare”.

Questa è una cosa che i bravi scrittori sanno bene: i cattivi non si considerano mai come tali. Nella propria mente, non possono sbagliare, quel che fanno è per il bene comune ed un mondo migliore.

Ultimamente ho recuperato The Americans (ho appena finito la terza stagione): la lenta consapevolezza in tutti i volti dei personaggi che quel che stanno facendo è distruggere la propria anima è diventata la spinta narrativa dominante.

Credo che la seconda parte della serie si concentrerà sul districarsi da questo incubo.

A tutt’oggi, Soros non si considera ancora il cattivo. Ma lo è. Lo è sempre stato. Non per la sua insana devozione all’idea di una società aperta, ma per ciò che ha fatto in nome di questa ideologia.

Ha mandato in bancarotta diversi paesi, ha tratto profitto dalla loro scomparsa, messa peraltro in moto da lui stesso attraverso l’indebolimento delle istituzioni culturali del posto. Lo ha fatto con calcolata precisione e fredda determinazione.

Nel processo, ha distrutto decine, se non centinaia, di milioni di vite, tutto per asservire le masse e tenersi un potere illimitato per sé.

Lui però non la vede così. Lui la vede come un male necessario per favorire l’evoluzione della specie.

E questa megalomania ora è andata veramente oltre.

Il segreto peggio tenuto nei circoli politici, a parte le mail della Clinton, è il famigerato rapporto di 49 pagine, distribuito da Soros e David Brock di Media Matters, ad un gruppo di insider, con redatta la propria strategia per distruggere Trump, con l’aiuto di giganti dei social media come Facebook.

Gran parte di questa strategia è stata messa in atto sùbito dopo la messa al bando di Alex Jones e di altre voci non progressiste.

Da World Net Daily:

Media Matters ha incontrato Facebook, che vanta circa 2 miliardi di utenti in tutto il mondo, per discutere su come reprimere le notizie false, secondo il rapporto.

Il gigante dei social media è stato dotato di “una mappa dettagliata della costellazione delle pagine Facebook di destra che più avevano fornito fake news”.

Il memo di Brock dice anche che Media Matters ha fornito a Google “le informazioni necessarie per identificare 40 dei peggiori nuovi siti falsi”, di modo che potessero essere banditi dalla sua rete pubblicitaria.

Gateway Pundit ha sottolineato che nel 2016 Google ha realizzato tale piano sul blog del sito e su altri siti conservatori, tra i quali Breitbart, Drudge Report, Infowars, Zero Hedge e Conservative Treehouse.

Facebook, nel mentre, ha cambiato il proprio algoritmo newsfeed, apparentemente per combattere le “fake news”, causando un brusco calo del traffico per molti siti conservatori.

Lo stesso Trump è stato colpito, col suo coinvolgimento su Facebook in calo del 45%.

Uno studio condotto a giugno da Gateway Pundit ha rilevato che FB aveva eliminato il 93% del traffico delle principali fonti di notizie conservatrici.

Western Journal, nel proprio studio,  ha scoperto che, mentre gli editori di sinistra hanno visto un aumento del traffico web di Facebook del 2% circa dopo i cambiamenti dell’algoritmo, i siti conservatori hanno visto una perdita di traffico pari a circa il 14%.

La cosa non dovrebbe sorprendere, ma neanche spaventare. Perché, nonostante questa volontà di soffocare le voci di opposizione alle attività di Soros e Brock, francamente sovversive, le voci alternative hanno continuato a prosperare.

Il picco di Soros

La Russia è stata la prima a stancarsi delle operazioni di regime change di Soros, cacciando la sua Open Society Foundation rea di essere un’operazione di quinta colonna. Più recentemente, il presidente ungherese Viktor Orban si è unito a Putin nella sua crociata, approvando una simile legge anti-ONG.

Orban ha fatto di Soros il fulcro della propria strategia di rielezione, cosa che ha funzionato a meraviglia.

E con la super maggioranza guadagnata dalla sua coalizione di Fidesz, ha approvato il disegno di legge “anti-Soros”, limitando severamente le attività delle ONG straniere e portando alla luce le fonti dei loro finanziamenti.

Ora la Polonia è l’ultimo paese a muoversi contro di lui. kHa infatti deportato in Ucraina Lyudmyla Kozlovska, uno dei principali organizzatori politici di Soros , senza nemmeno un “congedo”.

Kozlovska e la Open Dialogue Foundation stavano, come al solito, organizzando delle proteste contro il governo polacco.

Girano voci che anche in Romania si faranno simili leggi anti-ONG. Tutta l’Europa dell’Est si sta allontanando dall’agenda delle frontiere aperte e dell’omogeneizzazione della cultura.

Lui sa bene quali saranno le conseguenze: intensi sconvolgimenti sociali, assieme a paralisi politica ed economica. E la incita. La spinta ad includere tutti questi paesi sia nell’UE che nella NATO è atta a creare vettori di corruzione nel tessuto politico ed economico di questi paesi.

I popoli dell’Europa orientale, dopo due generazioni di soffocante controllo autoritario, stanno però recuperando le proprie radici culturali e religiose.

Alistair Crooke ha scritto un articolo meraviglioso (qui) su Strategic Culture Foundation, che descrive le radici della crisi esistenziale che Soros ed il suo gruppo stanno vivendo nel mondo di Trump.

Tutti questi progetti utopici (ed assassini) sono fluiti efficacemente da uno stile di pensiero meccanico, a binario unico, che si era evoluto in Europa, nel corso dei secoli, e che collocava nel pensatore occidentale l’irremovibile senso della certezza e convinzione di sé.

Queste certezze giunte empiricamente – ed ora sedute nell’ego umano – hanno innescato un risveglio proprio verso quelle prime concezioni apocalittiche giudeo-cristiane: che la storia, in qualche modo, stava convergendo verso una trasformazione umana, ed una “Fine”, con un castigo per i corrotti, ed un mondo nuovo e radicalmente redento per gli eletti. Non più (nel mondo di oggi) innescato da un atto di Dio, ma “ingegnerizzato” dall’atto dell’uomo illuminista.

Qui Crooke pensa a Soros, che ha peraltro ammesso di “sentirsi Dio”. Sta però anche parlando agli impulsi più profondi che costituiscono il fondamento del successo di Trump, specialmente nel suo slogan della campagna “Make America Great Again”.

C’è un pregiudizio intrinseco nella cultura americana, che dà per scontata la nostra superiorità ed equipara il nostro interesse nazionale al fermare la crescita di altre potenze straniere. Questa cosa sicuramente pervade anche il pensiero del presidente, ed è il terreno che ha in comune con i neocon, sia nel proprio governo che ad Israele (che poi sono la stessa cosa?).

E questo è il motivo per cui le cose sono così confuse al momento. Perché Soros ed il suo compare, David Brock, sono impegnati ad accusare Trump di collusione con la Russia, abbassando così di molto il livello del discorso politico.

Dall’altra parte sta però facendo abbracciare a Trump alcuni degli aspetti più deleteri dell’impero americano, come l’impegnarsi in tattiche di guerra ibride contro chiunque osi sfidarlo, specialmente l’Iran, contro cui ha una specie di fissa.

La fine del Sorosismo

Io credo che questa sia l’eredità della rivolta libertaria di Ron Paul del 2008 e del 2012, diventata poi un fenomeno politico “populista” mondiale. Paul ha dissolto quasi senza sforzo molti dei miti neocon/trotzkisti della continua ossessione americana per il Destino Manifesto ed i sogni utopici di creare il paradiso in terra.

Questo impulso proviene da tutti le parti dello spettro politico, ed è così che il Partito Unico – la leadership ideologicamente unita di Democratici e Repubblicani – ha mantenuto il potere per così tanto tempo.

Lo spostamento demografico che avviene ora, col testimone del potere che passa dai Baby Boomers (disperatamente aggrappati alle proprie posizioni di potere, come McCain, Feinstein, Pelosi, ecc.) alla Generazione X, che non si beve tutta questa spazzatura della Grandezza Nazionale, essendo cresciuta dopo la Guerra Fredda, sarà la morte del “Sorosismo”.

Questo è il motivo per cui Soros ha smesso di speculare sui mercati valutari ed ha iniziato ad investire sui social media. Ha capito che era il mezzo col quale mantenere ancora per un po’ il controllo della narrazione.

È per questo che lui e Brock si sono riuniti ed hanno prodotto un memo di 49 pagine per distruggere Trump.

Finirà però per essere un cattivo investimento, una scommessa perdente. Non è un dio; piuttosto, si è rivelato essere il Cattivo. Ad 89 anni ha vissuto abbastanza a lungo da vedersi disvelato come tale al mondo, e per vedere tutto ciò che ha costruito sgretolarsi in polvere.

Le istituzioni da lui create stanno crollando. I difetti intrinseci del marxismo e gli errori metodologici del socialismo non possono essere sostenuti per sempre. Non può abrogare le leggi dell’economia più di quanto possa riscrivere le leggi della fisica.

La nostra storia condivisa, la nostra cultura e le cose che ci guidano sono radicate nei nostri ricordi, impresse nel nostro DNA. E non saranno spazzate via nel vano tentativo di continuare a creare il Nuovo Uomo Sovietico, senza passato e senza cultura.

Il pendolo oscilla sempre dall’altra parte. E noi come specie esploriamo tutte le opzioni che sono sul nostro percorso, per diventare una versione migliore di noi stessi. Passeremo quindi una vita o due ad esplorare le possibilità del marxismo, per, in ultima analisi, rifiutarlo per la fantasia utopica che è e che rende gli uomini pazzi.

Mi piace pensare dell’umanità quel che Churchill pensava degli americani. “Si può sempre contare che gli americani facciano la cosa giusta – dopo che hanno provato tutto il resto”.

Penso che l’umanità ne abbia avuto abbastanza di George Soros.

 

E tanto basta

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( Dal Web )

Lo scorso 17 luglio, a Roma, una bambina rom di un anno è stata colpita alla schiena da un proiettile di carabina ad aria compressa, mentre si trovava in braccio alla madre. Probabilmente rimarrà paralizzata. Ma è una zingara, e tanto basta. Lo scorso 26 luglio, nei pressi di Palermo, un senegalese è stato aggredito, insultato e picchiato dai clienti del ristorante dove lavora come cameriere. Ma è un negro, e tanto basta. Più o meno nelle stesse ore, nei pressi di Vicenza, un operaio capoverdiano è stato colpito da un proiettile di carabina ad aria compressa mentre si trovava al lavoro. Ma anche lui è un negro, e tanto basta.
Infastidito dalle insistenti domande dei giornalisti a proposito di simili episodi, due giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che «l’allarme razzismo è un’invenzione della sinistra». Fatta questa precisazione, ha potuto tornare ad occuparsi di allarmi reali, quali le violenze subite dalle forze dell’ordine da parte dei “giovani dei centri sociali”. E il clima si è subito disteso.
Infatti la scorsa notte, ad Aprilia, un marocchino sospettato di essere un ladro è stato inseguito, raggiunto e pestato a morte da tre tizi. Ma era un quasi negro, e tanto basta. Nel corso della stessa notte, nei pressi di Torino, una ragazza nata in Italia da genitori nigeriani è stata colpita all’occhio da un uovo lanciato da qualcuno ( tra cui il figlio di un assessore del PD ) su una macchina in corsa.
È una negra, e tanto dovrebbe bastare… se non fosse che è un’atleta della Nazionale Azzurra di atletica leggera. Ops, l’uovo ha fatto la frittata? Pazienza, andrà meglio la prossima spedizione punitiva.
Chissà perché, ma per evitare di pensare a tutte queste cose ci viene in mente Alessandro Profumo. Dopo essere stato presidente del Monte dei Paschi di Siena (la banca del crack da 50 miliardi di euro) è oggi a capo della Leonardo, erede di Finmeccanica, una delle maggiori industrie belliche del mondo. È un super top-manager italiano, e tanto basta.

La vera storia di chi non arriva a fine mese

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( Dal Web )

Di Elizabeth White –

Voi credete di conoscermi. I miei vestiti sono ancora impeccabili, acquistati negli anni buoni, quando ancora si poteva spendere, oppure frutto di qualche regalo. Se mi guardaste non sapreste che la settimana scorsa mi hanno staccato l’elettricità per mancato pagamento, o che ho tutti i requisiti per accedere alla mensa dei poveri.

In questi giorni sto comprando tutto con il massimo sconto. Non importa cos’è e che qualità abbia. Forse non importa nemmeno se mi piaccia o no. Se mi invitate a cena fuori sono frugale nelle mie scelte di menù. Meticolosa, conosco ogni centesimo nella mia testa. A fine cena non sapete quanto mi vergogno a dire che ognuno paghi per quello che ha consumato, ma non posso davvero coprire i dolci, il caffè, il secondo e terzo bicchiere di vino in più

Non ce l’ho con voi. Ero anche io così. Indifferente. Non vedevo.

Sono stanca di cercare di falsificare le apparenze. Un amico mi ha detto che sono un diverso tipo di povero. Io vivo senza abbonamenti a Netflix, senza andare in palestra. Ho scoperto che posso fare i miei capelli da sola e risparmiare i soldi del parrucchiere.

Non ho famiglia o un marito che possa aiutarmi. Ho mesi di retribuzione arretrata, anche il mio datore di lavoro non ce la fa. Ma come posso licenziarmi. Sono una donna di mezza età, ho sì una laurea, ma chi mi assumerebbe. Sai quanti ragazzi con le mie stesse caratteristiche trovi sul mercato ora?

A 55 anni ho imparato a mimare la gioia. Chi l’avrebbe detto.

Non ci sono più molte opportunità di lavoro. Non ricordo esattamente quando tutto si fermò, ma è successo. Ogni tanto provo a guardare qualche annuncio online, ma le decine di domande di lavoro sembrano scomparire in un buco nero. Troppo vecchia, troppo inesperta, troppe capacità che non ho. Troppo e basta.

Ho dovuto anche lasciare questa idea che se fossi stata abbastanza paziente e avessi stretto la cintura, le cose sarebbero tornate alla normalità. Se avessi appena inviato un CV in più o mi fossi candidata ad un altro lavoro online o avessi partecipato ad un altro evento di networking, sicuramente avrei ottenuto il tipo di lavoro che ero abituata ad avere. Sicuramente le cose sarebbero tornate alla normalità.

La verità è che la normalità che conoscevo non c’è più. In questo nuovo mondo ci verrà chiesto di fare cose che non vogliamo fare. Ci verrà chiesto di prendere incarichi che pensiamo non siano adatti al nostro talento e la nostra abilità. Ho dovuto scendere dal mio trono. Mi chiedo cosa ne sarà di me. Finora la mia salute ha retto, ma il mio corpo soffre, come il mio spirito.

Ora quando vedo un “barbone” mi chiedo se le loro storie sono cominciate come le mia.

Ho imparato che non si tocca il fondo così all’improvviso, ma ci si ritrova lì, senza accorgersene.

E la verità è che in realtà non ci vuole molto. La famiglia media negli Stati Uniti, se un solo suo componente perdesse lavoro, ha solo risparmi sufficienti per vivere un solo mese. Il 47% di noi americani non sa dove trovare 400 dollari per affrontare un’emergenza. Un’importante riparazione auto e siamo sull’abisso. Parliamo della metà della popolazione, eppure non sapreste dire chi è guardandovi intorno. Ci sono persone nel tuo condominio che si trovano nella stessa situazione, e se non sei tu, sono i tuoi genitori o tua sorella o forse il tuo migliore amico.

Avete visto come siamo bravi a fingere?

La vergogna ci fa tacere. Ci fa tacere. Quando ho deciso di fare un sito web con la mia storia, un amico ha notato che non c’erano foto di me. Mi nascondevo ancora.

Viviamo in un mondo in cui il successo è definito dal reddito. Quando dici di avere problemi di denaro, annunci che sei un perdente. Quando sei un laureato della Harvard Business School come me, sei una sorta di doppio perdente.

Noi nati nel periodo del Boom sentiamo spesso dire che è tutta colpa nostra. Abbiamo avuto le migliori condizioni e le abbiamo sprecate. Siamo accusati di avere pianificato la nostra povertà, di essere dei pesi morti, di aver speso un mare di soldi in cazzate. Si, avremmo potuto tutti risparmiare di più. So che avrei potuto salvare di più, ma non posso cambiare il passato e nemmeno voi, ma non confondiamo il comportamento individuale, isolato con i fattori sistemici che hanno causato questo divario.

Prendete il risparmio. Per molte famiglie, non c’è più niente da risparmiare dopo il pagamento delle bollette. Poi in America non c’è più nulla. Possiamo solo ricordare quando molte persone avevano la pensione. Oggi solo il 13% dei lavoratori americani è occupato in aziende che offrono loro una pensione normale. Il fatto è che milioni di noi non sono così bravi ad investire i propri risparmi. Milioni di noi non sono così bravi a gestire il rischio di mercato. Magari hanno comprato una casa che ora non vale più nulla e che doveva bastare a dare qualcosa ai due figli e a assicurare un po’ di tranquillità a se stesso. Hanno investito in oro o cose simili.

Non era il mercato che ci doveva salvare?

E in realtà i numeri raccontano la storia. La metà delle famiglie americane non ha alcun risparmio previdenziale. Zero. Tra i 55-64 anni che hanno un conto pensione, il valore mediano di tale conto è 104.000 dollari. Ora, 104.000 dollari suona meglio di zero, ma come rendita, genera circa 300 dollari al mese. Non c’è bisogno di dirvi che non ci si può vivere.

Le cose sono molto cambiate rispetto al 1935, anno dell’introduzione della previdenza sociale. Allora un uomo di 21 anni aveva si e no una probabilità del 50% di vivere fino all’età di 65 anni. Così si ritirava a 60 anni, faceva un po’ di pesca, si rilassava, qualche viaggio o crociera e moriva in media a 5-6 anni dalla ricezione dei benefici. Non servivano tanti soldi. Ma questo non è il modello di oggi. Se siete nati alla fine degli anni ’50 e siete in discreta salute, potete vivere facilmente altri 20 o 25 anni. Questo è un tempo davvero lungo.

Quindi cosa si può fare?

Sono dovuta uscire dall’ombra, stare qui apertamente, e vi invito a farlo anche voi. Non vi dirò che è facile. Ho raccontato la mia storia perché pensavo che avrebbe reso un po’ più facile per le persone raccontare la loro. Penso che sia solo grazie alla nostra forza numerica che possiamo iniziare a cambiare le cose.

Non è facile questa nuova era di lavoro e di vita. Non ci sono ancora modelli chiari da seguire, tutto è nuovo. Mancano politiche e modi per mostrarci come andare avanti. Siamo nel bel mezzo di un cambiamento sismico, e dovremo trovare un modo per sopravvivere. Dobbiamo anche rinunciare a questo concetto che il nostro valore dipende dal nostro reddito e dai nostri titoli e posti di lavoro.

Quindi, se hai bisogno di chiamare tuo fratello per sbarcare il lunario, chiamalo. Fate quello che dovete fare, nessuno vi aiuterà ad uscire dall’ombra se non voi stessi. Sappiate che siamo milioni.

Il mio viaggio mi ha portato da un luogo di paura e vergogna a uno di umiltà e comprensione. Ora sono pronta a combattere questa lotta, e vi invito a unirvi a me.

Cazzari

The Orator, _1920, Magnus Zeller (1888-1972) _ Flickr - Photo Sharing!-1

( Dal Web )

Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi…
No, così non va. Troppo brusco. Prima di sputare in basso, meglio prendere una boccata d’aria in alto…
«Ho scordato la mia razza. Ho lasciato un Paese in fiamme. Ho scritto l’Odissea. Ho sfidato Amleto in duello. Ho sbancato la Borsa di Tokyo. Ho esplorato pianeti lontani ed ho conquistato Silicon Valley. Ho cancellato il debito del Terzo Mondo. Ho diretto una multinazionale. Sono sceso in piazza a Seattle. Mi sono innamorato di una immigrata clandestina. Sono tornato bambino per cominciare daccapo. Ho fatto un film dove vincono gli indiani. Ho combattuto con i Maori, e nel nemico ho visto me stesso. Ho costruito imperi tecnologici. Ho visto me stesso in migliaia di mondi. E più cose ho visto, più cose sono diventato. Sono diventato milioni di persone che sono Internet assieme a me».
Sono trascorsi quasi vent’anni da quando queste parole uscivano in continuazione da tutti gli schermi del paese. L’alba del nuovo millennio aveva trovato il suo mantra. Il tono secco, declamatorio, ipnotico — vi rammenta qualcosa? — accompagnava un alternarsi di immagini (un santone, un poliziotto, un uomo d’affari, un astronauta, un pastore). No, l’idea non venne partorita da qualche cultore della «narrazione» bensì da un’agenzia pubblicitaria, la quale si era avvalsa della creatività di un regista hollywoodiano per accontentare il proprio cliente, una grande industria italiana di telecomunicazioni.
A noi quelle parole rimasero impresse nella mente. Da un lato proponevano con compiacimento la fine dell’unicità individuale, assieme al suo inevitabile corollario: l’avvento dell’io cangiante e multiplo (temporaneo come un contratto di lavoro, flessibile come un orario di lavoro, adattabile come un dipendente al lavoro). Dall’altro annunciavano l’immensa opera di disincarnazione, di anestetizzazione, a cui le parole si sarebbero trovate sempre più sottoposte per costringerle ad esprimere il contrario del loro significato — come falsi testimoni al servizio della polizia.
È la novità d’un linguaggio destinato a sostituirsi alle cose come agli esseri. Il suo incontestabile deterioramento come mezzo di comunicazione — drammaticamente percepibile nel dilagare del cosiddetto «analfabetismo funzionale» — va di pari passo con la diffusione della rete informatica la cui pretesa universalità mira ad annientare ogni altro modo di relazionarsi. Sotto la pressione della ragione tecnica, il linguaggio diventa gergo funzionale e la parola viene ridotta ad esprimere un contenuto opaco, piatto, standardizzato. Come già prometteva quello spot pubblicitario del 2000, la qualità principale delle nuove tecnologie consiste nella ricomposizione di elementi opposti, il raggiungimento di una condizione in cui tutto convive con tutto. Interscambiabilità che produce insignificanza, ed insignificanza che genera un ordine della promiscuità dove la contraddizione viene sostituita sempre più dalla giustapposizione. Con il flusso continuo di segni disparati che ne consegue si produce un continuo sfaldamento del negativo, poco alla volta più nulla si oppone a nulla. La contestazione diventa una attitudine come un’altra, chiamata non più a mettere in discussione, a criticare per dare vita all’assolutamente altro, ma a partecipare a ciò che è per riconfigurare il medesimo.
Qualcuno l’ha definita «razionalità dell’incoerenza». Essa ha l’effetto di far coesistere pareri o comportamenti per definizione incompatibili, cosa che oggi è abbastanza facile constatare persino in uno stesso individuo. Qui il fanatismo coesiste con l’indifferenza, la preoccupazione di sicurezza con il gusto del rischio, e via discordando. La conseguenza di tutto ciò è la progressiva cancellazione di ogni consequenzialità sensibile, fino all’occultamento del senso stesso della relazione ormai ridotta alla «connessione» o al «copia-incolla». Perché no? In fondo non c’è più nulla di universalmente comunedel potere, del denaro e della tecnica. Se esiste davvero una globalizzazione, essa consiste soprattutto nel successo della ragione tecnica di impedirci sempre di più a pensare ciò che viviamo. Una nuova forma di censura basata non più sulla mancanza ma sull’eccesso, che ci minaccia nel più profondo del nostro essere impedendoci di prendere quella distanza necessaria sia per pensare che per sognare. Una «troppa realtà» che sta diventando la nostra sola ed unica realtà, la quale s’impone attraverso un capovolgimento del linguaggio facilitando ciò che si può considerare una vera e propria formattazione del nostro modo di pensare.
Altrimenti, come spiegare l’assenza di ogni critica ed ancor più la soddisfazione generale davanti all’aberrazione di questa «democratizzazione culturale»? Per capire come si tratti di un fenomeno di servitù volontaria particolarmente riuscito, basta osservare figuri e figurine dello spettacolo politico. Cosa si vede?
Cazzari. Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi capo-pagliacci di palazzo, ad esempio. Siate sinceri, come avete reagito lo scorso fine maggio quando è nato il governo verde-grillino? Nel ricordare le vecchie parole del vice-premier Luigi Di Maio («Io sono del Sud. La Lega diceva: “Vesuvio, lavali col fuoco”. Io non ho nessuna intenzione di far parte di un movimento che si allea con la Lega») e quelle del nuovo presidente della Camera Roberto Fico («Siamo geneticamente diversi. Un’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle è fantascienza allo stato puro»), nel rammentare le dichiarazioni di ritorno del vice-premier Matteo Salvini («L’alleanza con 5 Stelle è impossibile, non fanno mai quello che dicono») e quelle del suo collega Roberto Maroni («L’alleanza è una missione impossibile, i due programmi sono incompatibili»), non vi siete rotolati a terra rimanendo quasi soffocati dalle risate? Nel risentire i loro precedenti cori in difesa della rappresentanza tradita («il capo del governo deve essere votato dal popolo»), non vi è salita la nausea? No, è ovvio. Tutto ciò era facilmente prevedibile, scontato, quasi banale. È la politica di palazzo, giorno dopo giorno lo stesso teatrino. Ci siamo abituati, anzi, assuefatti.
Ci abitueremo quindi anche ai cazzari di piazza, anche loro felici di avere una storia da raccontare, alcuni dei quali hanno organizzato per il prossimo fine settimana una esibizione davvero notevole: il “Festival Alta Felicità”, a Venaus, in Val di Susa. Attratto dalla prospettiva di qualche scorribanda ormonale estiva (sesso, droga e rock’n’roll), il pubblico avrà così l’opportunità di assistere anche alla presentazione di libri e a dibattiti.
Il programma di questi «eventi culturali» è tutto una narrazione. Nel corso della tre giorni infatti spiccano autori legati alle due principali scuderie mitopoietiche europee, quella italiana dei romanzieri di Wu Ming (il cui numero 1 è onnipresente) e quella francese dei saggisti del Comitato Invisibile (che predominano nella giornata centrale di sabato 28).
Il pezzo forte di venerdì 27 luglio è un dibattito sul lavoro, ovvero sul più infame luogo comune blandito dalla sinistra. Un’anima bella autrice del libro Non è lavoro, è sfruttamento (titolo di un’idiozia pari a «non è guerra, è massacro»), nostalgica di un’inesistente deontologia della prostituzione salariale ed affranta per le moderne condizioni di sfruttamento che non permetterebbero ai lavoratori di sentirsi «appartenere alla medesima comunità di destino», si confronterà con un ex anarchico finito a fare il megafono per Potere al Pollo dopo essere diventato stalliere di Wu Ming. Il tutto coordinato — a meno di omonimie — da uno degli squatter più amati dagli avvoltoi argentini.
Il giorno dopo, sabato 28 luglio, sarà una vera e propria gara fra miracolati su chi terrà più a lungo il microfono. Non si contano gli affetti dalla malattia infantile dell’estremismo ormai perfettamente guariti grazie alla senilità del riformismo. Alle ore 11 si terrà un dibattito franco-italiano su Movimenti lotte e comunità. Dibattito non orizzontale, sia chiaro. Non è che tutti i presenti prenderanno la parola, no, sarebbe troppo comodo. Certi ordini, certe gerarchie — informali, per carità — vanno rispettate. C’è chi sa parlare e chi no, chi ha esperienza e chi no, chi ha conoscenze e chi no. Insomma, c’è chi parla e c’è chi ascolta. A parlare saranno quindi un ex redattore di pubblicazioni sovversive (come La Banquise o Mordicus) caduto in disgrazia nel movimento francese perché tacciato (ingiustamente) di simpatie negazioniste, ma arruolato dal sito neoblanquista Lundi Matin in quanto celebre autore di romanzi polizieschi; un ex sostenitore del banditismo rivoluzionario, della lotta criminale contro Stato e Capitale, il quale avendo messo la testa a partito (invisibile) collabora anche lui a Lundi Matin da dove oggi si scaglia contro i piccoli gruppi di rivoltosi, ovvero contro il suo passato; nientepopodimenoche l’autodesignatosi erede di Blanqui, lo stratega del Partito dell’Insurrezione di Stato, la penna non-principale di L’insurrezione che viene (quella principale se l’è rivendicata il suo sottopancia, immolandosi in tribunale); lo smilzo clone di Ocalan, già situ, già bordighista, già camattiano, già editore italiota del Comitato Invisibile, uno per cui le idee sono importanti e necessarie quanto la carta igienica (di cui bisogna sempre tenere da parte una buona scorta, da usare-e-gettare a seconda dello stimolo); un simpatico stalinista di ferro, che viene presentato dagli organizzatori solo per i suoi meriti editoriali e non per il suo recente tentativo di entrare in Parlamento nelle liste di Potere al Pollo; infine uno stakanovista delle recensioni, redattore di un famoso sito di letteratura ed opposizione immaginaria.
Considerato che tutta questa bella gente è unita dalla convinzione che le barricate materiali della rivolta durino più a lungo se supportate dalle barricate di carta della politica (perizie tecniche, ricorsi giuridici, mozioni comunali, ecc), non è difficile intuire dove andrà a parare il dibattito. In questo coro a cappella a favore della conflittualità alternata, mancherebbe solo un negriano…
No che non manca, salirà sul palco subito dopo per presentare un libro scritto da un autore della sua cordata, combattente italiano reduce dal Rojava. Una storia «ibrida», la sua, «delle contraddizioni che ogni rivoluzione si porta dentro». Essendo costui un militante di quell’Askatasuna ibrido di rivoluzione e delazione, lo possiamo capire, lo possiamo capire. Ciò di cui non ci capacitiamo proprio è come si possa essere così minchioni da comunicare alla polizia italiana ed internazionale di essere un «foreign fighter», di aver ricevuto un addestramento militare, di aver avuto il battesimo del fuoco. Evidentemente la rivoluzione è bella soltanto sotto un sole esotico, e solo altrove il nemico va abbattuto. Qui da noi, no. Qui da noi, vai con i selfie, le interviste, le comparsate in televisione… una storia ibrida, la vanità che ogni rivoluzionario si porta dentro?
Alle 13.30, verrà presentata la fantasiosa storia della ZAD. Pura melassa mitopoietica, come vendere merda facendola passare per cioccolato. Saranno presenti sia gli autori che i traduttori ed editori italiani. Oltre al clone smilzo di Ocalan, c’è anche il principale animatore del sito Notav.infam. In effetti uno sbadato delatore è la ciliegina sulla torta, la degna chiusura di una tale giornata.
Tutto convive con tutto. Diciassette anni fa molti fra questa bella gente si sarebbero sbranati sul cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani. Chi a sostegno delle tute bianche e chi solidale coi black bloc. Tra qualche giorno saranno là, fianco a fianco, a porgersi rispettosamente il microfono — monumento all’ipocrisia, all’arrivismo, all’opportunismo.
Si conclude domenica 29 luglio. Dopo l’immancabile romanziere di sinistra italiano e il già presentato romanziere di sinistra transalpino, a parlare della resistenza di Hambach sarà Earth Riot, ovvero gli estensori di un comunicato che alla vigilia del corteo no-Expo di Milano dell’1 maggio 2015 metteva in guardia contro i possibili «infiltrati» in cerca di scontri.
Non ci sono dubbi che anche quest’anno il “Festival Alta Felicità” sarà un successo. Perché in fondo è proprio questo che il pubblico di portatori di smartphone vuole. Vedere più cose per diventare più cose.
Aria, aria, aria… per (ri)trovare quella critica indissociabile da una sorta di necessità quasi organica, che malgrado tutto continua a manifestarsi nel desiderio e nel sogno, incitando ognuno di noi a ritrovare la coerenza passionale di cui vorrebbero farci dimenticare perfino il ricordo. Coerenza passionale di ciò che ci unisce al mondo e ce ne differenzia assolutamente; coerenza passionale sempre singolare, soprattutto quando la collettività si richiama a ciascuno solo per negare la vita individuale diluendola nella moltitudine dei suoi spettacoli indifferenziati.

Un mitra per ogni studente: this is America

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( Dal Web ) di 

Gli Stati Uniti sono in una costante guerra interna in tempo di pace, sarà che il popolo americano è nato da un genocidio perpetrato ai danni dei nativi indiani, ma sembra che la predisposizione a sparare sia una tragica prerogativa del paese. Impressionano i dati di un Far West mai finito e dei tanti John Wayne circolanti.

Da inizio anno ad oggi in America ci sono state 30.062 sparatorie che hanno fatto 7.500 morti e 14.376 feriti con 168 stragi in cui ci siano almeno quattro vittime tra morti e feriti. In queste drammatiche condizioni, il numero di persone armate è altissimo e i controlli per chi vuole acquistare un arma anche da guerra, sono molto blandi. Il tutto anche per favorire la potentissima lobby delle armi rappresentata dalla famigerata NRA, che nemmeno di fronte a stragi continue vuole modificare la sua posizione di dare armi a chiunque. Nonostante questa situazione esplosiva, una studentessa negli Stati Uniti ha deciso di prendere una posizione in merito alla possibilità di portare e utilizzare armi nel proprio paese. In rete ha mostrato una sua foto mentre va alla festa di laurea con un vistoso mitra a tracolla.

La ragazza ha voluto con questo gesto porre l’attenzione sulla possibilità di portare per gli studenti armi anche all’interno dei campus per potersi difendere da eventuali attacchi.  Vi immaginate cosa succederebbe se ogni studente si portasse il suo bel mitra a scuola? Solo di morti accidentali per l’uso improprio dell’arma ci sarebbe una ecatombe ed inoltre sarebbe definitivamente istituzionalizzato un paese in stato di guerra civile perenne. Chi sostiene che se tutti avessero armi molte stragi non ci sarebbero, dimentica che spesso chi fa queste stragi ha già deciso di morire, quindi gli importa assai poco se di fronte ha qualcuno armato o meno, anzi, nella logica da videogame che alberga nella mente di molti giovani che uccidono, se c’è anche da guerreggiare un po’, la cosa si fa ancora più eccitante.

E’ evidente che più armi ci sono in giro e più c’è il pericolo che vengano utilizzate. In questo inferno fatto di gente sempre più armata che si augura la povera ragazza armata di mitra, non si vuole vedere la radice del problema. In America il tasso di frustrazione sociale e arrivismo è altissimo, è la patria della competizione per eccellenza e anche dell’apparenza. Se appari e arrivi, sei realizzato, altrimenti sei nulla. Di conseguenza se si fallisce o non si riesce ad avere abbastanza visibilità la frustrazione può facilmente arrivare ad eccessi di odio contro tutto e tutti. Siamo infatti nella patria dei famosi 15 minuti di notorietà per tutti teorizzata da Warhol e dove si fa qualsiasi cosa pur di emergere, pur di farsi notare, per cercare di dare un senso ad un vuoto e disperazione di una società impazzita. Inoltre le disuguaglianze sociali sono grandissime e questo non fa che aumentare la frustrazione.

Ma ci sono anche altri elementi che contribuiscono a creare un clima di guerra nel paese e cioè la televisione e i videogiochi. In TV si vede ogni tipo di scene violente e visto che la televisione vive del sensazionalismo e dell’allarme, ogni notizia drammatica o dove ci sia lo scorrere di adrenalina, viene sempre preferita ad un’altra notizia. Vedere un qualsiasi telegiornale è praticamente come ascoltare un bollettino di guerra. E’ chiaro che questo non fa che aumentare il livello di terrore e psicosi nelle persone. Per qualsiasi governo reazionario è fondamentale che le persone vivano nella paura così da fare crescere un sentimento di odio contro chiunque e richiedano sempre più sicurezza che passa inevitabilmente dalle restrizioni della libertà. Esattamente la politica di Trump in America e della Lega in Italia.

Altro elemento di aumento della violenza è quello relativo al proliferare di videogiochi di cui fanno largo uso adolescenti e adulti e che in ambientazioni assai verosimili si calano nelle vesti di assassini efferati armati in maniera inverosimile facendo carneficine. Tra la virtualità e la realtà il passo può essere breve e infatti più di un ragazzo responsabile delle stragi nelle scuole era un assiduo cultore di video giochi e in casa aveva esattamente un arsenale. Fra sparare all’impazzata su centinaia di bersagli virtuali e farlo su bersagli reali, può esserci poca differenza fra chi passa ore e ore al giorno a massacrare gente con ogni tipo di arma.

In questa situazione, addirittura la Costituzione americana con il secondo emendamento garantisce il diritto di possedere armi. Per dare l’idea di quale delirio sia, quello di avere un arma è un diritto al pari di quello della libertà di espressione. Esattamente come se nel paese ci fossero ancora indiani o bisonti da sterminare.

Fino a quando violenza, disuguaglianza, arrivismo e armi in vendita facilmente, saranno pane quotidiano per  il cittadino americano, la situazione di certo non potrà che peggiorare fin ad arrivare a vere e proprie follie di chi pensa che portandosi un mitra in classe sia la soluzione. Il passo successivo sarà andare direttamente a scuola con un carro armato.

E in Italia c’è anche qualche pazzo che vorrebbe imitare la ragazza con il mitra e fare invadere il paese di armi. Povera Patria….

Comprendere l’ascesa globale del populismo

Schermata del 2018-07-16 12:20:10

Di Saint Simon – Luglio 15, 2018

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

Lo spettro del populismo

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

Chi è un populista?

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

Comprendere i populisti

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

Che cos’è il populismo?

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

Schermata del 2018-07-16 12:24:35

L’impatto del neoliberalismo?

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

La fine del comunismo

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

Impotenza

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

Gli spostamenti della potenza globale

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

Breve storia del neoliberismo (con alcuni antidoti)

Schermata del 2018-07-10 14:37:52

( Dal Web )

Di Margherita Russo – Luglio 7, 2018

Una acuta analisi storica del neoliberismo traccia le tappe dell’affermazione di questa teoria economica elitistica, che contro ogni logica sostiene politiche rivelatesi disastrose. Godendo, nonostante questo, di uno status privilegiato nel dibattito scientifico, al punto che i suoi esponenti ormai lo considerano l’unico approccio legittimo. Il neoliberismo non è sempre stato l’unico modo di concepire la realtà: la sua prepotente affermazione è in realtà il frutto di deliberate scelte politiche da parte di specifiche classi sociali. Oggi è sempre più evidente che le ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile cambiare prospettiva?

di Jason Hickel, 9 aprile 2012

Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neiliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.

Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia. Come scrive Susan George, “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà, che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non maggiore, protezione sociale – queste idee erano del tutto estranee allo spirito del tempo”.

E allora, come sono cambiate le cose? Da dove viene il neoliberismo? I paragrafi seguenti offrono un semplice schema della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo oggi. Si dimostra come la politica neoliberista sia direttamente responsabile del declino della crescita economica e dell’aumento rapido dei tassi di disuguaglianza sociale – sia in Occidente che a livello internazionale – e vengono avanzate alcune idee su come affrontare questi problemi.

Il neoliberismo nel contesto occidentale

La storia inizia con la Grande Crisi degli anni ’30, che fu una conseguenza di ciò che gli economisti chiamano una “crisi di sovrapproduzione”. Il capitalismo si era sviluppato aumentando la produttività e diminuendo i salari, ma ciò generò profonde disuguaglianze, erose progressivamente la capacità di consumo delle persone e creò un eccesso di beni che non riuscivano a trovare un mercato. Per risolvere queste crisi e prevenirle in futuro, gli economisti del tempo – guidati da John Maynard Keynes – suggerirono che lo stato avrebbe dovuto impegnarsi nella regolamentazione del capitalismo. La tesi era che abbassando la disoccupazione, aumentando i salari e stimolando la domanda di beni da parte dei consumatori, lo stato poteva garantire una crescita economica continua e un benessere sociale – una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro, che avrebbe impedito ulteriori volatilità.

Questo modello economico è noto come “embedded liberalism” – una forma di capitalismo incorporato nella società, limitato da opzioni politiche e finalizzato al benessere sociale. Si trattava di garantire un salario familiare dignitoso in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, fornendo alla classe media i mezzi per consumare beni essenziali di produzione industriale. Questi principi furono ampiamente applicati dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. I politici pensavano che applicando i principi keynesiani si potessero garantire stabilità economica e benessere sociale in tutto il mondo, e quindi prevenire un’altra guerra mondiale. Furono a tale scopo create le istituzioni di Bretton Woods (che in seguito sarebbero diventate la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio), al fine di risolvere i problemi di bilancia dei pagamenti e promuovere la ricostruzione e lo sviluppo di un’Europa lacerata dalla guerra.

Il liberalismo incorporato portò alti tassi di crescita negli anni ’50 e ’60 – soprattutto nell’Occidente industrializzato, ma anche in molte nazioni postcoloniali. All’inizio degli anni ’70, tuttavia, il liberalismo incorporato si trovò davanti ad una situazione di “stagflazione”, ossia una combinazione di alta inflazione e stagnazione economica. Negli Stati Uniti e in Europa i tassi di inflazione salirono da circa il 3% nel 1965 a circa il 12% dieci anni dopo. Gli economisti hanno dibattuto sulle ragioni della stagflazione durante questo periodo. Studiosi progressisti come Paul Krugman indicano due fattori. In primo luogo, l’alto costo della guerra del Vietnam lasciò gli Stati Uniti con un deficit di bilancia dei pagamenti – il primo del XX secolo – al punto che gli investitori internazionali, preoccupati, iniziarono a liberarsi dei loro dollari, il che aumentò i tassi di inflazione. Nixon aggravò l’inflazione quando, nel disperato tentativo di coprire gli esorbitanti costi della guerra, sganciò il dollaro dal gold standard nel 1971: il prezzo dell’oro salì alle stelle mentre il valore del dollaro crollava. In secondo luogo, la crisi petrolifera del 1973 fece salire i prezzi e rallentare la produzione e la crescita economica, portando a una stagnazione. Ma gli studiosi conservatori rifiutano queste ragioni. Preferiscono invece la spiegazione che vede la stagflazione come una conseguenza delle onerose tasse sui ricchi e dell’eccessiva regolamentazione economica, e sostengono che questa è  l’inevitabile fine del liberalismo incorporato, giustificando così la demolizione dell’intero sistema.

All’epoca, quest’ultima argomentazione venne accolta con favore dai ricchi, che – secondo David Harvey [1] – stavano cercando un modo per ripristinare il loro potere di classe dopo il liberalismo incorporato. Negli Stati Uniti, la quota del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco era scesa dal 16% all’8% durante i primi decenni del dopoguerra. Fintanto che la crescita economica rimaneva elevata, ciò non li danneggiò molto, perché ottenevano una fetta ancora molto grande di una torta che continuava a crescere rapidamente. Ma quando la crescita si fermò e l’inflazione esplose, negli anni ’70, la loro ricchezza iniziò a diminuire in un modo molto più evidente. Come reazione, cercarono non solo di invertire gli effetti della stagflazione sul loro reddito, ma anche di sfruttare la crisi come scusa per smantellare lo stesso liberalismo incorporato.

La soluzione si è presentata sotto la forma del “Volcker Shock”. Paul Volcker divenne presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti nel 1979, nominato dal presidente Carter. Seguendo le raccomandazioni di economisti della Scuola di Chicago, come Milton Friedman, Volcker sosteneva che l’unico modo per fermare la crisi fosse calmare l’inflazione innalzando i tassi di interesse. L’idea era di limitare la disponibilità di denaro, incentivare il risparmio e quindi aumentare il valore della valuta. Quando Reagan subentrò, nel 1981, Volcker venne riconfermato per continuare ad aumentare i tassi di interesse fino al 20%. Ciò provocò una massiccia recessione, tassi di disoccupazione superiori al 10% e di conseguenza decimò il potere dei sindacati, che – nel sistema del liberalismo incorporato – era stato il contrappeso cruciale agli eccessi capitalisti che avevano portato alla Grande Crisi. Il Volcker Shock ebbe effetti devastanti sulla classe lavoratrice; ma fu efficiente per far scendere l’inflazione.

Se la politica monetaria del rigore (cioè, mirata alla bassa inflazione) fu la prima componente del neoliberismo a essere messa in atto nei primi anni ’80, la seconda fu la teoria economica dal lato dell’offerta. Reagan riteneva che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica, partendo dall’ipotesi che li avrebbero investiti in maggiore capacità produttiva, creando così profitti che sarebbero gradualmente “gocciolati” verso il resto della società (che non aveva lavoro, come vedremo). A tal fine, diminuì l’aliquota d’imposta marginale superiore dal 70% al 28% e ridusse l’imposta più alta sui capitali al 20%, il livello più basso dalla Grande Depressione. Un effetto meno noto correlato a questi tagli è che Reagan ha anche aumentato le tasse sui salari della classe lavoratrice, spostandosi verso l’obiettivo repubblicano di una “flat tax” generalizzata. Un terzo componente del piano economico di Reagan consisteva nel deregolamentare il settore finanziario. Poiché Volcker rifiutava di sostenere questa politica, Reagan nominò al suo posto Alan Greenspan nel 1987. Greenspan – un monetarista fautore di tagli fiscali e della privatizzazione della sicurezza sociale – è stato riconfermato da una serie di presidenti sia repubblicani sia democratici fino al 2006. La deregolamentazione da lui avviata ha finito per scatenare la crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale a milioni di persone sono state pignorate le case.[2]

 

Nel complesso, queste politiche (che durante lo stesso periodo venivano simmetricamente applicate da Margaret Thatcher in Gran Bretagna, insieme alle privatizzazioni selvagge) hanno portato la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti a livelli senza precedenti, come dimostrano i seguenti grafici. Il grafico 1 mostra come la produttività abbia continuato ad aumentare costantemente durante questo periodo mentre i salari sono crollati dopo il Volcker Shock del 1973, spostando effettivamente una percentuale crescente di plusvalore dai lavoratori al capitale. Illustrando ulteriormente questa tendenza, gli stipendi dei CEO sono aumentati in media del 400% durante gli anni ’90, mentre i salari dei lavoratori sono aumentati di meno del 5% e il salario minimo federale è diminuito di oltre il 9%[3]. Il grafico 2 mostra come la quota del reddito nazionale accaparrata dagli strati più alti della società sia aumentata a un ritmo allarmante: la quota che va all’1% superiore è più che raddoppiata dal 1980, dall’8% al 18% (lo stesso vale per la Gran Bretagna, con un balzo dal 6,5% al ​​13% durante questo periodo), ripristinando livelli che non si vedevano dall’epoca vittoriana. Secondo i dati del censimento, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% [4].

 

Figura 1. L’attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti, 1960-2000

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Fonte: R. Pollin, Contours of Descent (New York, Verso, 2005).

Altro che effetto cascata; come ha giustamente affermato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, “rendere più ricchi i ricchi non rende più ricco il resto di tutti noi”. Né stimola la crescita economica, che è l’unica giustificazione per le politiche economiche dal lato dell’offerta. In realtà, è vero il contrario: dall’inizio del neoliberalismo, il tasso di crescita medio pro capite dei paesi industrializzati è sceso dal 3,2% al 2,1%.[5] Come mostrano questi numeri, il neoliberismo ha completamente fallito come strumento di sviluppo economico, ma ha funzionato brillantemente come espediente per ripristinare il potere della ricca élite.

Se la politica neoliberista è stata così distruttiva per la maggior parte della società, com’è possibile che i politici siano riusciti a farla passare? In parte ciò ha a che fare con la disfatta delle organizzazioni dei lavoratori dopo il Volcker Shock, la demonizzazione dei sindacati come “soffocanti” e “burocratici”, i tentativi della sinistra di prendere le distanze dal socialismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e l’ascesa del “consumatore” come figura chiave della cittadinanza, particolarmente in America. Potremmo anche indicare la crescente influenza delle lobby corporative nel sistema politico statunitense e i conflitti di interesse recentemente venuti alla luce tra gli economisti accademici finanziati da Wall Street. Ma forse, cosa più importante, a livello ideologico il neoliberismo è stato commercializzato con successo atteaverso il tipico valore americano della “libertà individuale”[6]. Think-tank conservatori come la Mont Pelerin Society, la Heritage Foundation e la Business Roundtable hanno dedicato gli ultimi quarant’anni a spacciare l’idea che la libertà individuale possa essere realmente raggiunta solo attraverso la “libertà” del mercato. Per loro, qualsiasi forma di intervento statale può condurre al totalitarismo. Questa visione ha acquisito credito quando le due icone della teoria neoliberista – Frederich Von Hayek e Milton Friedman – hanno vinto il Premio Sveriges Riksbank negli anni ’70, un premio comunemente indicato come “il Premio Nobel per l’Economia”, nonostante sia in realtà assegnato da banchieri svedesi e non dalla Fondazione Nobel.

Il Neoliberismo sulla scena internazionale

Non solo i paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato il neoliberismo nelle proprie economie, ma lo hanno anche aggressivamente – e spesso violentemente – imposto al mondo post-coloniale, addirittura in modo ancora più estremo.

La storia del neoliberismo sulla scena internazionale inizia nel 1973. In risposta all’embargo petrolifero dell’OPEC di quell’anno, gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro gli Stati arabi a meno che questi non accettassero di investire i loro petrodollari eccedenti attraverso le banche di investimento di Wall Street, cosa poi avvenuta. Le banche dovettero quindi capire cosa fare con tutto questo denaro e, dal momento che l’economia nazionale era stagnante, decisero di spenderlo all’estero sotto forma di prestiti ad alto interesse ai Paesi in via di sviluppo, che avevano bisogno di fondi per superare lo shock dell’aumento dei prezzi del petrolio, soprattutto in considerazione degli alti tassi di inflazione del tempo. Le banche pensarono che si trattasse di un investimento sicuro perché presumevano che i governi non potessero fallire.

Ma si sbagliavano. Poiché i prestiti erano effettuati in dollari statunitensi, erano per questo vincolati alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. Quando nei primi anni ’80 il Volcker Shock esplose e i tassi di interesse salirono alle stelle, i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili – a cominciare dal Messico – scivolarono sull’orlo del default, dando il via alla cosiddetta “crisi del debito del Terzo mondo“. Sembrava che la crisi del debito avrebbe distrutto le banche di Wall Street e quindi minato l’intero sistema finanziario internazionale. Per prevenire una simile crisi, gli Stati Uniti sono intervenuti per mettere il Messico e altri Paesi in condizione di rimborsare i loro prestiti. Lo hanno fatto riproponendo il FMI. In passato, il FMI aveva utilizzato i propri fondi per aiutare i paesi a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, ma ora gli Stati Uniti avrebbero usato il FMI per assicurarsi che i paesi del Terzo mondo rimborsassero i loro prestiti alle banche di investimento private. Secondo David Harvey, durante questo stesso periodo – a partire dal 1982 – le istituzioni di Bretton Woods furono sistematicamente “epurate” dalle influenze keynesiane e divennero portavoce dell’ideologia neoliberista.