Archivi categoria: Il raggio riflesso

L’ informazione deve essere libera di viaggiare senza filtri, condizionamenti e manipolazioni. Come un raggio che si riflette su una superficie levigata, rimbalza, si espande nell’etere.

Litanie della donna onesta

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( Dal Web )

Anne Archet

Non mi vergogno di dire che ho un vibratore e che so usarlo. Amo il mio vibratore. Il mio vibratore è il mio migliore amico. Non darei il mio vibratore a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio vibratore. Ho sempre il mio vibratore vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio vibratore. Grazie al mio vibratore, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio vibratore è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio vibratore se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio vibratore è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio vibratore fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un vibratore per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho una rivoltella e che so usarla. Amo la mia rivoltella. La mia rivoltella è la mia migliore amica. Non darei la mia rivoltella a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare la mia rivoltella. Ho sempre la mia rivoltella vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie alla mia rivoltella. Grazie alla mia rivoltella, non ho mai paura di rimanere sola. La mia rivoltella è sempre pulita e ben oliata — devo prendermi cura della mia rivoltella se voglio che lei si prenda cura di me. La mia rivoltella è grossa quanto basta per poterla maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo la mia rivoltella fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di una rivoltella per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un marito e che so usarlo. Amo mio marito. Mio marito è il mio migliore amico. Non darei mio marito a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare mio marito. Ho sempre mio marito vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie a mio marito. Grazie a mio marito, non ho mai paura di rimanere sola. Mio marito è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura di mio marito se voglio che lui si prenda cura di me. Mio marito è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo mio marito fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un marito per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un Signore Gesù Cristo e che so usarlo. Amo il mio Signore Gesù Cristo. Il mio Signore Gesù Cristo è il mio migliore amico. Non darei il mio Signore Gesù Cristo a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio Signore Gesù Cristo. Ho sempre il mio Signore Gesù Cristo vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio Signore Gesù Cristo. Grazie al mio Signore Gesù Cristo, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio Signore Gesù Cristo è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio Signore Gesù Cristo se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio Signore Gesù Cristo è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio Signore Gesù Cristo fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un Signore Gesù Cristo per assicurarsi una tranquillità di spirito.
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Ricominciare

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( Dal Web )

Ricominciare, sempre. È il destino, che può apparire alquanto tragico, di tutti coloro che sono in guerra contro questo mondo di infiniti orrori. Lungo la via alcuni cadono sotto i colpi, altri non resistono alle sirene che invitano a rassegnarsi e a rientrare nei ranghi, cioè a cambiare bandiera una volta per tutte. Gli altri, quelle e quelli che insistono a battersi fra alti e bassi, devono ogni volta ritrovare forza e determinazione per ricominciare. Eppure, a ben pensarci, la tragedia non è quella di ricominciare, di ripartire da zero, ma di abbandonare e di tradire se stessi. La coscienza, sempre individuale, può essere un fardello pesante da portare, e diventa crudele quando la si tradisce senza disporre di sufficienti anestetici. Perché questo mondo non ne è privo, e li distilla pure a volontà. Una piccola carriera alternativa in proprio, qualche domenica alla scoperta di un parco naturale, un progetto umanitario o culturale, o magari droghe decisamente più pesanti: schermi di ogni tipo, realtà e socialità virtuali, abbrutimento totale. No, un simile destino ci spaventa assai più di qualsiasi sofferenza, di qualsiasi difficoltà legata all’impossibilità di distruggere l’autorità.
Allora, ricominciare. Per affilare le coscienze in un mondo che le prende di mira lanciando contro di esse i suoi letali veleni. Perché cosa sono l’accettazione, la rassegnazione e la sottomissione, se non il soffocamento della propria coscienza, giustificato — o meno — dalle condizioni in cui siamo tutti impantanati? «Sono troppo forti», «le persone sono troppo stupide», «la mia sopravvivenza è già troppo difficile», «è troppo fuori dalla mia portata» sono le frasi classiche. Allora, affilare le coscienze significa anche riprendere gusto per le idee che permettono di vedere, di distinguere più chiaramente i contorni di coloro che gettano cemento sulla libertà, e nello stesso tempo aprire orizzonti al fine di poter guardare, anche solo furtivamente, al di là dei muri e delle antenne, al di là delle prigioni e dei laboratori, al di là dei massacri e dei soldati. Le idee non si comprano al supermercato e non si approfondiscono su internet. È ogni individuo che le fa proprie passo dopo passo fino ad amarle, e le difende superando ogni ostacolo, soprattutto in tempi come i nostri in cui il totalitarismo democratico, mercantile e tecnologico pretende di sopprimere ogni slancio, di insediare schiavitù e dipendenze ancora più perfide. Da qualche parte si trova il tesoro più prezioso dell’anarchico: la sua convinzione che non vi è adeguamento possibile tra libertà ed autorità, che si escludono reciprocamente, dovunque e sempre. Mille istituzioni, organizzazioni, ideologie cercano di distruggere quel tesoro. Si tratti di uno Stato che affoga nel sangue le grida finalmente risvegliate degli oppressi di ieri o del tecnocrate che parla di libertà per indicare un sistema tecnologico che estende ogni giorno di più la sua influenza in tutto il pianeta. Si tratti di futuri capi che cercano di guidare un movimento di rabbia o dell’abile acrobata della retorica che si sforza di sottrarre significato agli attacchi sferrati contro questo mondo.
Se parliamo di ricominciare, è per esprimere la nostra volontà di riprendere, ancora una volta, l’approfondimento delle nostre idee, per renderle tossiche a tutti gli autoritari che le avvicinano, e rivitalizzanti per tutti gli amanti della libertà che le abbracciano. È per ricominciare ancora una volta, nei contesti che ci sono dati e che sono parecchio cambiati in pochi anni, ad elaborare il nostro progetto anarchico di sempre: distruggere l’oppressione e lo sfruttamento. Nel tempo, se ci applichiamo, sorgeranno altre esperienze, altri tentativi, altri fallimenti: tutto ciò fa parte del nostro arsenale, del nostro patrimonio se vogliamo, che invece di farci cadere in una plumbea malinconia può armarci per ricostruire un progetto di liberazione individuale e collettiva, una prospettiva rivoluzionaria. Certo, è impossibile evitare errori, non ritrovarsi in certi momenti in un vicolo cieco, non naufragare in acque tempestose, ma quei fallimenti fanno parte a pieno titolo del nostro percorso. Come diceva quell’anarchico all’inizio del XX secolo: «Ci muoviamo con ardore, con forza, con piacere in un determinato senso in quanto abbiamo la consapevolezza di aver fatto e di essere pronti a tutto perché questa sia la direzione giusta. Dedichiamo allo studio la più grande cura, la più grande attenzione e impiegheremo nell’azione la massima energia. (…) Per affrettare il nostro cammino, non abbiamo bisogno di miraggi che ci mostrino la meta vicina, a portata di mano. Ci basta sapere che andiamo… e che, se a volte segniamo il passo, non ci smarriamo».
Ma le idee da sole non ci bastano. Sapere che l’autorità è nostra nemica, e che tutto ciò che l’incarna è quindi un bersaglio, dai politicanti agli sbirri, dai tecnocrati agli ufficiali, dai capitalisti ai capireparto, dai preti ai delatori, è una cosa; progettare la distruzione necessaria dei rapporti sociali, delle strutture e delle reti che permettono loro di esistere è un’altra. I vasi comunicanti fra idea e azione sono il cuore dell’anarchismo. Affinché l’idea non appassisca, occorre che l’azione la rinvigorisca. Affinché l’azione non giri a vuoto, occorre che l’idea la incanti. Le idee per corrodere la mentalità di obbedienza, le ideologie e le sottomissioni; l’azione per distruggere le strutture e gli uomini del dominio. E se è sempre ora di agire, se è sempre tempo di colpire ciò che sfrutta ed  opprime, l’agire non può essere tuttavia un semplice riflesso condizionato, non può accontentarsi di rispondere (re-agire) al solo caso per caso con rabbia e fragore. Affinché l’agire divenga veramente tale, in una prospettiva anarchica e rivoluzionaria, l’iniziativa deve venire da noi, in una offensiva che parta dalla nostra individualità, dalla nostra immaginazione, dalle nostre analisi e dalla nostra determinazione. Siccome l’agire non ci è concesso e non cade dal cielo, è indispensabile riflettere sul suo come. Ecco perché non possiamo che rimettere sul tavolo ancora una volta la questione della progettualità, la nostra capacità autonoma di proiettare idee ed azioni direttamente nel campo del nemico. Attendere che «la gente» — quella vuota astrazione che ha sostituito il defunto proletariato — prenda coscienza e desideri la libertà, sforzarsi di «educarla», non fa per noi. Non solo perché non funzionerebbe, ma anche perché una simile prospettiva è ormai del tutto obsoleta (sempre che non lo sia sempre stata) di fronte al continuo bombardamento delle menti e delle sensibilità da parte del dominio. Avanzare a poco a poco, lotta dopo lotta, movimento sociale dopo movimento sociale, verso il grande momento in cui tutto convergerà infine per annunciare lo sconvolgimento totale, non ci convince nemmeno: se in ogni rivolta contro ciò che ci viene imposto sonnecchia sempre il potenziale della messa in discussione di tutto al di là del suo punto di partenza iniziale, troppi freni, troppe ripetizioni e canalizzazioni sono all’opera in questo genere di movimenti sociali perché saltino le dighe e si apra l’ignoto della sovversione.
Rimane allora, perdonateci se andiamo un po’ alla svelta, la possibilità di agire da anarchici, per conto nostro — ma al fine di andare ben oltre noi stessi. Restituire i colpi è una base, elaborare una progettualità per non limitarci a colpire, ma anche a distruggere le dighe del dominio, ne è un prolungamento più che desiderabile. È qui che rientriamo nell’ambito dell’insurrezione: la prospettiva di far saltare le dighe, di scatenare le cattive passioni come diceva qualcuno, di aprire un arco temporale per poter dare colpi altrimenti più sferzanti allo Stato e al Capitale. Ovviamente non esistono ricette di insurrezione, malgrado gli appelli da parte dei leninisti moderni che riciclano sotto abiti un po’ meno rattoppati la vecchia ricetta della presa del potere (questa volta dal basso). Ma senza ricette, ciò non impedisce che delle ipotesi anti-autoritarie possano comunque essere ponderate, messe alla prova ed esplorate: da una lotta contro una realizzazione specifica del potere all’intervento autonomo in un accesso di febbre, dalla paralisi di infrastrutture che permettono la riproduzione quotidiana della schiavitù salariale allo sconvolgimento impetuoso ed improvviso dei piani di un nemico in fase di ristrutturazione dall’esito ancora incerto. Sperimentare nella propria stessa vita simili ipotesi insurrezionali su basi anarchiche, anche in piccola scala (la nostra), ci conduce in ogni caso ben oltre i noiosi dormitori del militantismo, oltre i ritornelli speculativi su ciò che pensa o meno «la gente», su ciò che «il movimento» fa o non fa, oltre l’attesa del prossimo movimento sociale, e così di seguito. Significa prendere da sé l’iniziativa di attaccare secondo i propri modi e tempi.
Pensare una prospettiva insurrezionale ed anarchica ci porta infine per forza di cose alla questione di come organizzarci per avanzare in tal senso. Che i sindacati, compresi quelli più o meno libertari, non siano gli strumenti adatti è abbastanza evidente, soprattutto coi tempi che corrono in cui le antiche «comunità» basate sul lavoro sono state accuratamente sezionate e dissolte dai progressi del capitale. Lo stesso dicasi per le grandi organizzazioni anarchiche, con le loro sezioni, i congressi, le risoluzioni e le sigle. Meno evidente è forse il fatto che nemmeno le grandi assemblee (che si amano agghindare con l’aggettivo «orizzontali») hanno senso. Che, pur non negando l’importanza che la discussione aperta e contraddittoria può avere all’interno delle lotte e delle rivolte, e quindi l’eventuale interesse di prendervi parte, gli anarchici non dovrebbero comunque limitarsi a partecipare a questi momenti di scambio, ma anche organizzarsi al di fuori di essi. Che il miglior elemento per garantire i vasi comunicanti tra idea e azione, per avere una reale autonomia di azione, è l’affinità fra individui: la conoscenza reciproca, delle prospettive condivise, una disponibilità all’azione. E che poi, per dare maggiore incisività, aumentare le possibilità, elaborare una progettualità più vasta, coordinare gli sforzi, apportare il proprio aiuto a momenti potenzialmente cruciali, può anche nascere fra tutte queste costellazioni affini — sempre secondo le necessità di un progetto — una organizzazione informale, ovvero una auto-organizzazione senza nome, senza delega, senza rappresentazione… E per essere chiari: le organizzazioni informali sono anch’esse molteplici, in funzione degli obiettivi. Il metodo informale non aspira a radunare tutti gli anarchici in una medesima costellazione, ma consente di moltiplicare i coordinamenti, le organizzazioni informali, i gruppi d’affinità. Il loro incontro può avvenire sul terreno di una proposta concreta, di una ipotesi o di una progettualità precisa. È questa la differenza tra una organizzazione informale, dai contorni per forza di cose «vaghi e sotterranei» (senza cercare riflettori nei confronti di nessuno), ed altri tipi di organizzazioni di lotta, per le quali l’importante è quasi sempre affermare la propria esistenza nella speranza di pesare sugli avvenimenti, dare indicazioni riguardo i percorsi da seguire, essere una forza che rientra nella bilancia degli equilibri del potere. L’organizzazione informale si proietta altrove: sottraendosi alle attenzioni dei cani del dominio, esiste solo nei fatti che favorisce. In breve, non ha un nome da difendere o da affermare, ha solo un progetto da realizzare. Un progetto insurrezionale.
Ecco allora da dove ricominciamo: coi tempi che corrono, in cui le rivolte stentano ad esplodere, e sono più sulla difensiva che offensive, in cui la guerra avanza parallelamente all’ingabbiamento tecnologico del mondo, in cui la rete del controllo si restringe su tutti, quindi anche sugli anarchici, in cui l’adesione di numerosi oppressi al sistema che li abbrutisce costituisce come sempre la miglior difesa di cui il dominio possa servirsi, noi ci ostiniamo a voler propagare le nostre idee di libertà attraverso una lotta senza compromessi con l’autorità. Al di fuori dei cammini battuti, con l’affinità e l’organizzazione informale, coscienti della necessità della rivoluzione sociale, indipendentemente dal fatto che essa possa apparire vicina o più lontana, per trasformare da cima a fondo i rapporti sociali su cui si fonda ogni società autoritaria. Diffondendo così idee ed echi di attacchi distruttivi contro le strutture e gli uomini che incarnano l’oppressione e lo sfruttamento, per aprire orizzonti insurrezionali.

Archi e trivelle

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( Dal Web )

La foresta di Sherwood, o per meglio dire ciò che ne rimane, sta per essere definitivamente devastata. Sotto i suoi alberi malati ci potrebbe essere infatti un giacimento di gas ed una multinazionale petrolchimica intende scoprirlo attraverso la fratturazione idraulica (quel fracking ritenuto responsabile dell’aumento esponenziale dei terremoti). Le trivellazioni pare arriveranno a poche centinaia di metri dalla Quercia Maggiore, il maestoso albero che fungeva da casa per i fuorilegge più amati, se non della storia, di sicuro della fantasia.
Di tutti i disastri di cui veniamo informati ogni giorno, questo rischia di assumere un contorno particolarmente lugubre. Non che abbiamo mai creduto di dover associare ad un luogo fisico, foss’anche leggendario, ciò che scaturisce dal nulla creatore, ciò che dipende soltanto dalla travolgente forza della nostra immaginazione. Ma l’esistenza stessa della foresta di Sherwood ogni primavera ridava alle idee di libertà e rivolta la sua fresca fronda, l’ombra nera dove nascondersi, giocare, amare e cospirare. Chi, fra tutti noi, non si è mai avventurato in cuor suo tra gli alberi di quella foresta? Chi non ha mai desiderato unirsi alla banda di Robin Hood, imparando così bellezza e significato di rubare ai ricchi per dare ai poveri? Chi non ha iniziato assieme a loro — e grazie a loro — ad odiare lo sceriffo ed i suoi sgherri, a combattere il re cattivo (perché il solo re buono è il re sempre assente) ed i suoi cortigiani?
Quella foresta, già invasa nel corso degli ultimi decenni dai turisti, verrà ora massacrata da ruspe e camion. Se le guardie di Nottingham non sono mai riuscite ad espugnare il nascondiglio di Robin Hood, Little John e Fra Tuck, gli ingegneri e le maestranze della Ineos lo spazzeranno via dalla faccia della terra. Sarà l’ennesima testimonianza della disperata inattualità delle immense lotte del sogno per incarnarsi. Come può un arco fermare una trivella?

Benemerita solidarietà

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( Dal Web )

Ormai non passa mese senza che fiocchino gli attestati di solidarietà ai Carabinieri. Politici, sindacalisti, giornalisti, burattini del mondo dello spettacolo, ma anche comuni cittadini, non mancano di esprimere vicinanza e solidarietà, solidarietà e vicinanza all’Arma ogni qualvolta finisce al centro dell’attenzione. Va subito detto che tutta questa solidarietà è più che comprensibile. Senza questi militi fedeli nei secoli, usi ad obbedir tacendo, effettivamente chi sta in alto come potrebbe godere dei propri privilegi? E chi sta in basso, come potrebbe adagiarsi nella sicurezza di poter sopravvivere e crepare in santa pace (lasciando che ogni spiffero di avventurosa libertà venga rappresentato sugli schermi)? Non sarebbe possibile. Per cui, diciamolo senza mezzi termini, per tutti i potenti e per tutti i loro servi i carabinieri sono davvero indispensabili.
Il punto è che non tutti sono potenti o servi. E chi ha cuore, intelligenza, dignità, non può che provare disprezzo ed ostilità verso coloro che non sono solo militari, sono pure sbirri; che non sono solo sbirri, sono pure militari — incarnando quindi al tempo stesso due tare (guerra e quotidiana repressione) in una. Ecco perché noi non ci stupiamo se qualcuno lascia una testa di maiale, due cartucce e un pezzo di corda accanto ad una caserma dei carabinieri, come avvenuto a Sala Consilina lo scorso luglio. Viceversa ci meravigliamo che si arrivi a domandarsi quale sia stato il motivo che abbia potuto spingere a compiere tale gesto, definito come da copione un «atto vile».
L’amore della gente dabbene per i carabinieri è tale che quando ai primi di settembre il capopattuglia Marco Camuffo e il carabiniere scelto Pietro Costa hanno compiuto un atto coraggioso, stuprando due giovani turiste americane a Firenze, c’è perfino qualche cuor di leone che ci ha tenuto ad esprimere solidarietà… a tutti i carabinieri! Come se fossero loro ad aver subito violenza! Come se per chi indossa un’uniforme e sa di godere dell’impunità dello Stato, soprusi ed arroganza non fossero ovvie conseguenze all’ordine del giorno. Vien quasi da ridere al pensiero che una ventina di giorni dopo lo stupro di Firenze, il 29 settembre, alla benemerita Arma sia stato conferito il XII premio della Solidarietà, istituito dalla Croce Rossa e ispirato al principio dell’umanità. Sapete come si chiama il premio? «Darsi una mano non è dare una mano». Non sembra una battuta?
Chi non l’avesse capita può farselo spiegare dai fatti di cronaca dei primi di ottobre. In due comuni della Lunigiana, Aulla e Licciana Nardi, ben 37 carabinieri sono stati indagati per abusi ai danni di immigrati. Le solite poche mele marce? Macché! Brigadieri, marescialli, appuntati, un tenente colonnello e un comandante di compagnia (qualche esempio: Andrea Tellini, Luca Granata, Marco Manetta, Francesco Rossignoli, Iain Charles Edward Nobile, Amos Benedetti, Alessandro Fiorentino, Luigi Stasio, Emiliano Crielesi, Giovanni Farina, Flavio Tursi, Mario Mascia, Omar Lomonaco, Gianluca Varone, Daniele Bacchieri, Simone Del Polito, Salvatore Leoni, Massimiliano Dadà, Giovanni Maria Cocco, Giuseppe Ernesto, Mauro De Pastena, Massimiliano Caporale, Massimo Del Vecchio, Diego Gradellini, Paolo Bucci, Francesco D’Amato, Domenico Di Fazio, Valerio Liberatori, Saverio Cappelluti, …). Chi dedito ai pestaggi, alle minacce, ai ricatti, agli stupri, e chi a coprire gli atti coraggiosi dei suoi colleghi o sottoposti. L’inchiesta va avanti da mesi ed erano già scattati alcuni arresti che hanno provocato la «solidarietà» di una piazza istruita dal solito PD, partito a cui appartiene il sindaco di Aulla (nonché avvocato difensore dei carabinieri indagati).
E davvero ci si stupisce se qui e là avvengono altri… com’è che vengono chiamati, ah già… «atti vili»? Il 22 ottobre, a Calolziocorte, è stato sfregiato il monumento ai carabinieri. Qualcuno vi ha tracciato sopra l’acronimo ACAB. Passano poche settimane, ed ecco che nella notte tra il 7 e l’8 novembre viene incendiato l’ingresso del garage della caserma di Palagianello, a Taranto. Ancora sdegno, ancora indignazione, ancora condanna. I benemeriti possono molestare, minacciare, picchiare, bastonare, torturare, stuprare ed ammazzare, ma giammai bisogna mancare di rispetto nei loro confronti! Come non bastasse, il processo iniziato il 16 novembre contro i carabinieri (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, Roberto Mandolini, Vincenzo Nicolardi) accusati della morte di Stefano Cucchi o dei vari successivi «depistaggi».
Ai primi di dicembre, nella solita Firenze, scoppia lo scandalo della bandiera nazistoide fotografata all’interno della caserma sul Lungarno (che sorge nella piazza dove nell’antichità venivano eseguite le condanne a morte). Ne nasce uno spassoso battibecco fra imbecilli di destra che precisano che quella è solo una bandiera del Secondo Reich, e idioti di sinistra che ricordano come l’antifascismo faccia parte della storia dei carabinieri. Ma davvero dopo l’omicidio Magherini (punito, sia chiaro, che una condanna a 7/8 mesi se la sono beccata tutta Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, sentenza confermata dalla Cassazione lo scorso ottobre) e lo stupro delle due turiste avvenuto in quella città, ci si indigna per un pezzo di stoffa appeso su un muro?
Solo pochi giorni dopo un ordigno rudimentale — rivendicato da alcuni anarchici aderenti alla FAI — scoppia davanti alla stazione dei carabinieri San Giovanni, a Roma, con l’intento di portare la guerra in casa del ministro Minniti. È l’ennesimo «atto vile» che scatena la trasversale solidarietà dei politici verso le loro guardie del corpo; dal piddino presidente della regione Lazio che esprime «solidarietà e vicinanza all’Arma dei Carabinieri» vittima di un «gravissimo atto intimidatorio», alla sorella d’Italia secondo cui «gli uomini e le donne in divisa sono dei patrioti da difendere e sostenere: saremo sempre al loro fianco», passando per una deputata pentastellata che condanna «questo gesto vigliacco».
Ma sì, ma sì, bisogna pur ammetterlo: prendersela con i poveri carabinieri è un «atto vile», come quello di ridicolizzarli attraverso una delle tante barzellette che circolano su di loro. Chi ha coraggio e sprezzo del pericolo, invece, li applaude, li loda e li imbroda. Chiaro, no?

Paradisi fiscali nel mondo: Ecco la Black List 2018!

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( Dal Web )

Quali sono i paradisi fiscali nel mondo? Ce ne sono anche in Europa? In quali paesi rimarrà il segreto bancario? Ecco la lista nera dell’agenzia dell’entrate secondo la normativa fiscale

Evasori e pensionati di tutta Italia, da qualche anno le cose cominciano a diventare piuttosto problematiche! Ebbene si, se persino capisaldi del “viver bene” come le Cayman o la Svizzera hanno chiuso le porta ai “risparmiatori” del Bel Paese, c’è ben poco da stare tranquilli!
Tutta colpa (o merito, a seconda delle prospettive) del Common Reporting Standard, un accordo del 2014 che elimina il “segreto bancario” e promuove lo scambio di informazioni finanziarie fra i governi di 52 paesi (che diventeranno 92 entro il 2018).
La collaborazione spontanea di questi paesi ha incentivato gli evasori ad aderire alla “voluntary disclosure“; che sfruttando tale norma possono “rivelare” capitali non dichiarati al fisco italiano senza incorrere in pesanti sanzioni.
Ma per chi non è intenzionato ad aderire alla “voluntary disclosure“, quali sono i paradisi fiscali affidabili nel 2018? Scopriamolo insieme…

Si tratta di una sorta di “zona franca” della tassazione, paesi in cui non ci sono regimi fiscalinon si pagano tasse o comunque la pressione fiscale è davvero bassissima. E soprattutto, i tassi sui depositi in banca sono ridotti ai minimi termini.

E così, chi vuole godersi una pensione felice senza le “mazzate” del regime fiscale italiano o chi vuole crearsi un gruzzolo in banca senza con ciò dover “dividere il bottino” con lo Stato, fa un biglietto per il Paradiso. Fiscale, si intende.

VEDI ANCHE I 10 PAESI PIU’ CORROTTI DEL MONDO

Il Common Reporting Standard ha mietuto vittime illustrissime tra il 2016 ed il 2017. Oltre alle già citate Svizzera e Cayman, hanno aderito anche Ecuador, Bermuda, le Isole di Man e Jersey, Gibilterra, Mauritius, Filippine, e ancora Barbados, Cile, Dominica, India, Niue, Seychelles, Uruguay, Trinidad e Tobago.
Per restare invece in orbita europea, Lichtenstein, Città del Vaticano, San Marino e Montecarlo si sono “redenti”, perdendo una buona fetta di “turismo” italiano votato al “risparmio”.

Ma non finisce qui! Sono tantissimi gli stati che hanno già manifestato interesse ad aderire nel 2018, tra questi:
Andorra, Arabia Saudita, Australia, Bahamas, Belize, Brasile, Brunei, Canada, Cina, Costa Rica, Dar es Salaam, Grenada, Emirati Arabi, Hong Kong, Indonesia, Israele, Giappone, Isole Marshall, Macao, Malesia, Monaco, Nuova Zelanda, Qatar, Russia, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadines, Samoa, Singapore, Sint Maarten, Turchia.

Esiste una classificazione dei paesi inseriti nella black list, in base alla tipologia di tassazione o regime adottato:

  1. Pure Tax Haven: non ci sono tasse e garantisce l’assoluto segreto bancario anche con altri stati;
  2. No taxation on foreign income: sono esclusi da ogni tassazione i redditi esterni, e si tassa solo il reddito interno;
  3. Low taxation: tassazione modesta su qualunque reddito;
  4. Special Taxation: paesi con regimi fiscale simile a quello dei paesi considerati normali ma che permettono la costituzione di società flessibili.

Sulla base di questa classificazione dell’OCSE, di seguito trovate l’elenco dei paradisi fiscali che ancora resistono nel 2017, molti dei quali definiti dalla Commissione Europea come “entità non cooperative per ciò che concerne le politiche fiscali“.

NB: I paesi tagliati sono paradisi fiscali che hanno trovato un accordo o sono in trattativa con lo stato italiano per il raggiungimento di un patto finanziario e potrebbero essere esclusi dalla lista entro il 2018.

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  • Antigua e Barbuda – Caraibi
  • Isole Vergini – Caraibi
  • Antille Olandesi – Caraibi
  • Dominica – Caraibi
  • Barbados – Piccole Antille (Caraibi)
  • Bahamas – America Centrale
  • Costa Rica – America Centrale
  • Belize – America Centrale
  • Panama – America Centrale
  • Guatemala – America Centrale
  • Trinidad & Tobago – America Centrale
  • Uruguay – Sud America
  • Tonga – Polinesia
  • Samoa – Oceania
  • Nuova Caledonia – Oceania
  • Salomone – Oceania
  • Isole Marshall – Oceania
  • Polinesia Francese – Oceania
  • Vanuatu – Oceania
  • Nauru – Oceania
  • Micronesia – Oceania
  • Taiwan – Cina
  • Macao – Cina
  • Brunei – Sud-est asiatico
  • Malaysia – Sud-est asiatico
  • Libano – Medio Oriente
  • Bahrein – Medio Oriente
  • Oman – Medio Oriente
  • Gibuti – Africa orientale
  • Liberia – Africa Occidentale
  • Seichelles – Oceano Indiano
  • Maldive – Oceano Indiano
  • Principato di Andorra – Europa
  • Cipro – Mar Mediterraneo

 

 

 

 

Prepariamoci alla rivoluzione

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( Dal Web )

Pëtr Kropotkin

In una rivoluzione, demolire non è che una parte del compito che spetta al rivoluzionario. Bisogna ricostruire, e la ricostruzione si farà o secondo le formule del passato apprese nei libri, e che si cercherà di imporre al popolo; o secondo il genio popolare che, spontaneamente, in ogni piccolo villaggio e in ogni centro urbano, si metterà all’opera per costruire la società socialista. Ma per fare ciò, occorre che il popolo possieda un ideale; bisogna soprattutto che vi siano degli uomini d’iniziativa in mezzo ad esso.
Ora, è precisamente l’iniziativa del lavoratore e del contadino che tutti i partiti — il partito socialista autoritario compreso — hanno sempre soffocato, scientemente o no, con la disciplina di partito. I comitati, il centro ordinatore, gli organi locali non avevano che da obbedire, al fine di non mettere in pericolo l’unità dell’organizzazione. Tutto un insegnamento, tutta una storia, tutta una scienza incomprensibile furono elaborate a questo scopo.

Ebbene! coloro che lavoreranno a demolire codesta tattica anacronistica, coloro che sapranno risvegliare lo spirito d’iniziativa negli individui e nei gruppi, coloro che arriveranno a creare nei loro rapporti reciproci un’azione e una vita basate su codesti principi, coloro che comprenderanno essere la varietà, il conflitto stesso, la vita, e che l’uniformità è la morte, lavoreranno non per i secoli a venire, ma per la rivoluzione prossima.

Noi non abbiamo da temere «i pericoli e gli scarti della libertà», solo coloro che non fanno nulla non commettono errori. Quelli che sanno semplicemente obbedire ne commettono egualmente, ed anche più di quelli che cercano da se stessi la loro strada, tentando di agire nella direzione che il loro spirito e la loro educazione sociale suggeriscono. Mal comprese e sopratutto male applicate, le idee di libertà dell’individuo in un ambiente — in cui la nozione di solidarietà non è sufficientemente accentuata dalle istituzioni — possono certamente produrre atti che ripugnano ai sentimenti sociali della umanità. Ammettiamo che ciò accada, è forse una ragione per rigettare il principio di libertà? È una ragione per accettare il ragionamento dei signori che ristabiliscono la censura onde impedire «gli scarti» di una stampa affrancata, e ghigliottinare i partiti avanzati e mantenere l’uniformità e la disciplina — ciò che, in fin dei conti, come si è visto nel 1793, è il miglior mezzo per assicurare il trionfo della reazione?
La sola cosa che vi ha da fare quando si vedono prodursi degli atti antisociali in nome della libertà dell’individuo, è di ripudiare il principio del «ciascuno per sé e lo Stato per tutti», e d’avere il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa di codesti atti. Questo può, senza dubbio, condurre il conflitto; ma il conflitto è la vita medesima. E dal conflitto sorgerà un apprezzamento di questi atti molto più giusto di tutti quelli che avrebbero potuto prodursi sotto la sola influenza delle idee acquisite.
Quando il livello morale di una società abbassa al punto in cui è oggi, attendiamoci che la rivolta contro la società prenda qualche volta forme che ci faranno fremere; ma non condanniamo a priori la rivolta. Certo, le teste portate in giro in cima delle picche ci ripugnano; ma le forche dell’antico regime, e le gabbie di ferro delle quali Victor Hugo ci ha parlato non sono esse state la causa dei cortei sanguinosi? Speriamo che il massacro dei 35 mila parigini nel 1871 e il bombardamento di Thiers siano passati sulla nazione francese senza lasciarvi un fondo troppo grande di ferocia; speriamo che la vergogna degli alti borghesi, messa a nudo da molti processi recenti, non abbia ancor roso il cuore della nazione.

Sì, speriamolo! Ma se le nostre speranze sono frustrate, volteremo noi le spalle al popolo in rivolta perché la ferocia dei potenti del giorno avrà lasciato le sue tracce nello spirito popolare? perché il fango dei governi avrà seminato tutt’intorno le sue chiazze?

È evidente che una rivoluzione così profonda producentesi negli spiriti, non può rinchiudersi nel dominio delle idee senza tradursi nel dominio dei fatti. Come viene bene affermato da un giovane filosofo troppo presto strappato alla vita, Jean-Marie Guyau, in uno dei più bei libri pubblicati negli ultimi cinquant’anni, non vi è un abisso fra il pensiero e l’azione, almeno per coloro che non sono abituati alla sofistica moderna. Il concepimento è già un principio dell’azione.
Così le nuove idee hanno provocato una moltitudine di atti di rivolta, in tutti i paesi, sotto tutti gli aspetti possibili: prima di tutto la rivolta individuale contro il Capitale e lo Stato, poi la rivolta collettiva — lo sciopero e l’insurrezione operaia; entrambe atte a preparare, nelle menti come nei fatti, la rivolta in massa, la rivoluzione. In questo il socialismo e l’anarchismo non hanno fatto che seguire l’evoluzione, sempre seguita dall’idea-forza all’avvicinarsi delle grandi sollevazioni popolari.
È per questo che sarebbe errato il voler attribuire all’Anarchia il monopolio degli atti di rivolta. E infatti, quando passiamo in esame gli atti di rivolta degli ultimi quarant’anni, li vediamo provenire da tutti i partiti. In tutta l’Europa vediamo una moltitudine di sollevazioni di masse operaie e contadine. Lo sciopero che era prima «una guerra di braccia incrociate», diventa oggi molto facilmente una rivolta, e prende spesso — negli Stati Uniti, nel Belgio, in Andalusia, in Italia, ecc. — le proporzioni di una vasta insurrezione. A dozzine si contano nei due mondi le sollevazioni degli scioperanti, diventate rivolte.
D’altra parte, l’atto di rivolta individuale prende tutti i caratteri possibili, e tutti gli elementi avanzati vi partecipano. Vediamo passare davanti a noi la giovane ribelle, semplicemente socialista, Vera Zasulič, che spara contro un satrapo di Alessandro II; il social-democratico Hoedl ed il repubblicano Nobiling che sparano contro l’imperatore di Germania; l’operaio Otero che attenta al re di Spagna; ed il mazziniano Passannante che va per colpire il re d’Italia. Vediamo le uccisioni agrarie in Irlanda e le esplosioni a Londra, organizzate da nazionalisti irlandesi che hanno il socialismo e l’anarchia in orrore. Vediamo tutta una generazione di gioventù russa — socialisti, costituzionalisti, giacobini — dichiarare la guerra a oltranza ad Alessandro II, e pagare questa rivolta contro il regime assoluto salendo il patibolo e marciando all’esilio. Numerosi attentati si producono fra i minatori belgi, inglesi e americani. E non è che verso la fine di questa lunga serie che vediamo sorgere gli anarchici coi loro atti di rivolta in Spagna, in Francia, in Italia — gli Artal ed i Morral, i Vaillant e gli Henry, i Lega e i Bresci, ecc.

E durante questo periodo i massacri in grosso e al dettaglio, organizzati dai governi, seguitano a prodursi. Agli applausi della borghesia europea, l’Assemblea di Versailles fa massacrare 35 mila operai parigini — la maggior parte dei prigionieri della Comune vinta. I «briganti di Pinkerton» — soldatesca privata al servizio dei capitalisti americani — massacrano secondo le regole dell’arte i lavoratori in sciopero. I preti incitano un uomo, un debole di spirito, a tirare su Louise Michel, che — da vera anarchica — lo salva dalle grinfie dei giudici grazie ad una generosa difesa. Al di fuori dell’Europa, si massacrano gli Indiani del Canada e si strangola Riel, si sterminano i Matabeli, si bombarda Alessandria, senza parlare delle carneficine alle quali si dà il nome di guerra, a Madagascar nell’Oriente Estremo, al Marocco, eccetera. Ed infine, si distribuiscono ogni anno centinaia, migliaia d’anni di prigione ai lavoratori ribelli dei due mondi, e si dannano alla più nera delle miserie le loro donne ed i loro figli — sono così condannati a pagare i sedicenti crimini dei loro padri. Si trasportano codesti ribelli in Siberia, alle isole di Tremiti, di Lipari, di Pantelleria, a Biribi, a Numea ed alla Guyana, e in questi luoghi d’esilio si fucilano ancora i condannati per il minimo atto d’insubordinazione…
Quale libro terribile sarebbe quello che darebbe il bilancio delle sofferenze sopportate dalla classe operaia e dai suoi amici, durante gli ultimi cinquant’anni! Quale folla di dettagli spaventosi, ignoti al grosso pubblico, che a descriverli farebbero fremere il cuore dei più induriti ai dolori umani! Quali eccessi di furore provocherebbe ogni pagina di un tale martirologio dei precursori moderni della grande rivoluzione sociale! — Ebbene questo libro l’abbiamo vissuto, ciascuno di noi ne ha percorso, almeno, delle pagine intere di sangue e di nera miseria!
E davanti a queste miserie, a queste esecuzioni, a queste Guyane, Siberie, Tremiti, Numea, si ha ancora il triste coraggio di venire a rimproverare al lavoratore ribelle la sua mancanza di rispetto per la vita umana?
Ma tutto l’insieme della nostra vita attuale raggiunge il rispetto per la vita umana! Il giudice che ordina di uccidere, ed il suo luogotenente, il carnefice, che garrota in pieno sole a Madrid o ghigliottina all’alba a Parigi o in Russia, provocando le risa sguaiate dei degradati sociali; il generale che massacra a Bacleh o a Fez, o il corrispondente di giornale che si accinge a coprire di gloria gli assassini; il padrone che avvelena i suoi operai con la biacca, perché — risponde egli — «costerebbe assai più caro il sostituirvi il bianco di zinco»; il sedicente geografo inglese che uccide una vecchia perché non risvegli un villaggio nemico coi suoi pianti, e il geografo germanico che fa impiccare come infedele la giovane nera che aveva preso per concubina; il consiglio di guerra che si accontenta di quindici giorni d’arresto per il guardaciurma di Biribi convinto d’assassinio… tutto, tutto, nella società attuale insegua il disprezzo assoluto della vita umana — di questa carne tanto deprezzata sul mercato! Ed essi che garrotano, che assassinano, che uccidono la merce umana deprezzata, essi, che hanno fatto una religione della massima: per la salvezza pubblica bisogna garrotare, fucilare, uccidere — si lamentano perché poco si rispetta la vita umana!
No, fino a quando la società reclamerà la legge del taglione, finché la religione e la legge, la caserma e la corte di giustizia, la prigione ed il bagno industriale, la stampa e la scuola continueranno ad insegnare il disprezzo supremo della vita dell’individuo, non chiedete ai ribelli il rispetto di questa società! Sarebbe esigere da essi una dolcezza ed una magnanimità di un grado infinitamente superiore a quello di tutta la società.
Se volete, come noi, che la libertà intera dell’individuo, e per conseguenza la sua vita, sia rispettata, siete forzatamente condotti a ripudiare il governo dell’uomo sull’uomo, qualunque sia la forma che prende; siete costretti di accettare i principi dell’Anarchia, per tanto tempo maledetti e beffeggiati e perseguitati nella persona dei suoi adepti. Dovete cercare, con noi, le forme sociali che possono in meglio realizzare questo ideale, e mettere fine a tutte le violenze che vi ripugnano.

Abbattere! Non rabberciare

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( Dal Web )

Luigi Molinari

È indubbio che la responsabilità e la colpa del presente ordine sociale spetta a coloro che si arrogarono e si arrogano il diritto di guidare l’umanità. L’ordine attuale, che si vuol conservare, e si chiama ordine per suprema ironia, rappresenta uno stato di cose creato, voluto e mantenuto da coloro che costituiscono le autorità.

La guerra sociale che ci dilania, è voluta, è fomentata dalle autorità, siano esse monarchiche o repubblicane, deiste o atee, borghesi o socialiste. Elementare conseguenza di ciò che appare tanto evidente è questa: se coloro che dirigono la società umana si sono finora mostrati ignoranti o crudeli, o inadatti al compimento della loro funzione al punto da presentarci una società di miserabili invece di una società di relativamente felici, cerchiamo insieme di rovesciarli dal potere. Su questo punto tutti dobbiamo trovarci d’accordo, ed in buona parte lo siamo.
Ma ecco presentarsi una prima e gravissima difficoltà. Rovesciare le autorità per sostituirle o per non sostituirle? Qui sta la differenza tra le tantissime scuole che infestano la numerosa schiera dei sovversivi a maggior trionfo della parte conservatrice, che ha nell’ordine attuale la ricchezza ed il lusso.
La legge stringe l’uomo con una forte cinghia di cuoio. I governanti possono a piacimento allargare la stretta fino a lasciare all’uomo l’assoluta sua libertà; possono attingere fino a far morire l’uomo impunemente. E non è questione, né di monarchia, né di repubblica, né di deismo, né di ateismo, né di socialismo.
La repubblica più liberale può, colle sue leggi liberalissime, uccidere impunemente i suoi concittadini in nome della legge, come il monarca assoluto può in un momento di buon umore compiere un atto di vera giustizia. Il socialista intransigente e settario sarà mille volte più dispotico del democratico e non tollererà obiezioni ed applicherà severamente le sue leggi con più brutalità di quello che potrebbe fare un deista di cuore. Pronto quest’ultimo però a far abbrustolire qualche migliaio di eretici nella ferma convinzione di purificarli!
A che vale dunque rovesciare le autorità per sostituirle con altre? Saremo sempre allo stesso risultato: oppressione, oppressione, oppressione, con relativa lotta sociale e sue innumerevoli vittime.
La condotta che i partiti socialisti autoritari del mondo intero tengono in seno al loro partito ci dimostra con esuberante evidenza quello che in grande avverrebbe se il bastone del comando della società umana fosse a loro affidato. La lotta più brutale e la più accanita per il trionfo del se stesso a danno di tutto e di tutti, la lotta più spudorata per la conquista della supremazia, il nepotismo più sfacciato in danno del vero merito, la distribuzione delle cariche e dei posti più lucrosi fatta ai più influenti della setta… si avrebbe insomma una edizione non corretta ma peggiorata di quello che forse con un po’ più di pudore e di almeno apparente giustizia, fa tutti i giorni la classe dirigente che ci governa.
Rovesciare per sostituire dunque no!
E allora? Siamo noi arrivati a tal punto di evoluzione da poter rovesciare senza sostituire? L’uomo, l’animale re, ha egli ancora bisogno di curvarsi al suo simile genuflettendosi come un vecchio orango-tango a questo imperatore, a quel re, a quel presidente di repubblica, o all’effigie del nuovo capo socialista? L’uomo non sente ancora che il piegare la spina dorsale al suo prossimo è un atto vile e bestiale? L’uomo non ha ancora compreso che autorità è sinonimo di padrone e che egli è nato per essere libero e non schiavo? Se i tempi sono immaturi, pazienza e lavoro. Bisogna che tutti i buoni intensifichino la loro opera di propaganda ad elevare l’uomo fino a quel grado di relativa perfezione, ed allora il trionfo della libertà sarà proclamato.
Oh! le migliaia di obiezioni che mi sento muovere anche dai cortesi lettori a questo punto! Ma come si farà a vivere senza autorità? Ma chi farà rispettare i deboli? Ma chi farà lavorare i neghittosi? Ma chi ci difenderà dai violenti ? ecc.
La risposta potrebbe essere facile: oggi colle autorità si vive bene? siete contenti? sono rispettati i deboli? lavorano i neghittosi? siamo difesi dai violenti e dai ladri di banche, ecc., ecc.
L’uomo libero non ha bisogno né di leggi né di autorità. L’organizzazione futura si baserà sul libero accordo di esseri vincolati unicamente da un sentimento di reciproco amore e di sincero rispetto per la dignità umana. Speciali simpatie, tendenze particolari ad un determinato esercizio riuniranno l’umanità in una infinita e mutevole agglomerazione di gruppi nei quali l’infimo sarà veramente uguale al più grande.

Spie

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«In verità vi dico che le spie crescono sulla terra come le erbe malvagie,
il mondo è invaso dalla Delazione. Tutti i nostri nipoti saranno agenti di polizia…
la polizia scomparirà solo a causa della sua stessa generalizzazione.
Bisogna che copra il mondo di una inondazione di fango.
Se tutti gli uomini si spieranno non ci sarà bisogno di spie.
La polizia, come tutti i monopoli, costituisce una società nella società, una gerarchia nel mondo…
La polizia è la meglio servita delle amministrazioni pubbliche.
La peste è preziosa per i becchini; il vizio per i ruffiani; i partiti per le spie…
Si è seminata miseria, si raccoglie infamia».
Ernest Cœurderoy

( Dal Web )

In passato l’orrore per la delazione era talmente radicato e diffuso che persino le madri più pie e bigotte, quelle piene di rancore verso Giuda Iscariota, insegnavano ai loro piccoli che «chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto». Un vero reietto, insomma. Con simili lezioni di pedagogia non c’è da stupirsi se poi a scuola, quando qualcuno commetteva una marachella, la maestra perdeva inutilmente fiato e tempo ad interrogare la classe per scoprire il responsabile: scena muta. Il disprezzo verso il dito puntato per dare indicazioni all’autorità su chi punire era pressoché universale. Chi si macchiava di tale infamia doveva rasentare i muri, guardarsi le spalle, abbassare gli occhi, trovarsi nuovi amici. Oggi no, oggi la delazione è diventata una pubblica virtù, qualcosa da sbandierare e di cui andare orgogliosi.
Anche qui è possibile ricordare un episodio preciso che, in un certo senso, ha dato la stura. Non che sia stato la causa di quanto avvenuto in seguito, sia chiaro, ma in qualche modo lo ha annunciato e ne è stato il test da laboratorio. Passato quello, poteva passare pure il resto. Il 31 luglio 2004 a Roma, su indicazione di una passante, veniva intercettato ed abbattuto Luciano Liboni, detto il Lupo, un fuorilegge a cui le forze dell’ordine davano da tempo la caccia. Fatto mai avvenuto prima, i media non nascosero l’identità di chi lo aveva denunciato, anzi, ne pubblicarono il nome, la foto, addirittura l’indirizzo. Così, mentre sui muri delle città veniva tracciata l’antica verità («meno spioni, più liboni»), i grandi mezzi di informazione iniziavano ad imporre la nuova menzogna: la delazione è un esempio da seguire. Questa semina avveniva su un terreno sociale fertile perché già abbondantemente ricoperto di letame, come l’abitudine a sorvegliare la vita privata degli altri introiettata attraverso programmi televisivi come il Grande Fratello. Lanciato qui in Italia nel 2000 dal canale televisivo del pappone miliardario che ha governato il paese per vent’anni, quella trasmissione aberrante riscosse (e continua a riscuotere) un enorme successo presso il grande pubblico, abituando un popolo di spioni a ficcare il naso nelle vicende altrui e ad eliminare chi ispira antipatia. Le più recenti tecnologie digitali hanno infine permesso alla polizia di raccogliere a piene mani i frutti dell’infamia, allargando a dismisura il numero dei suoi collaboratori civili.
Un passo necessario. Nella misura in cui si estende lo Stato, si estende la polizia. Lo Stato moderno ha privato l’essere umano di ogni responsabilità, rendendolo dipendente alle sue decisioni. L’individuo autonomo ha lasciato definitivamente il posto al cittadino automa, incapace di affrontare qualsivoglia situazione e quindi perennemente bisognoso dell’intervento dell’autorità. E poiché in ogni ambito della vita c’è conflitto, ogni ambito della vita è diventato una faccenda di polizia. La polizia si ritrova così a dover assicurare il rispetto di un numero sempre crescente di leggi, dunque a reprimere delitti sempre più numerosi. Bisognava trovare una maniera per rispondere a questa esigenza.
«Non c’è controllo più capillare di quello dell’occhio dei cittadini, che sono ovunque», si compiaceva alcuni mesi fa Alberto Intini, questore di Firenze. In certe regioni a questi cittadini viene dato un nome preciso. Non sono delatori, sono «sentinelle». Vale la pena soffermarsi un attimo su questa squisita distinzione, ennesima acrobazia terminologica destinata ad anestetizzare una brutale realtà. I delatori richiamano alla mente figuri spregevoli e vigliacchi, pronti a mettere nei guai chiunque in cambio di qualche briciola. Non sono amici di nessuno, non sono compagni di nessuno, come già detto non sono nemmeno figli di nessuno. Fanno schifo perfino a chi li usa, infatti fino a non troppo tempo fa non potevano nemmeno mettere piede nell’aula di un tribunale, da tanto la loro sola presenza avrebbe infangato la dea giustizia. Le sentinelle invece ispirano rispetto ed ammirazione, perché vigilano sulla sicurezza e sul benessere di tutti. La loro insonnia garantisce la tranquillità del nostro sonno. Sono l’avamposto di un’unica armata, quella che comprende tutti i cittadini, lo Stato, ed il loro compito è di lanciare l’allarme ed avvertire le truppe quando intravedono un nemico. I delatori meritano disprezzo, le sentinelle gratitudine.
Lo Stato sta sollecitando in ogni modo l’arruolamento di queste sentinelle. Promulga leggi come quella sul «Whistleblowing» che a Roma ha fatto l’altro giorno la prima vittima (una impiegata del Comune è stata licenziata su segnalazione anonima di un collega, che l’aveva accusata di evadere dalla galera salariale dopo aver timbrato il cartellino), istituisce numeri verdi telefonici per favorire le denunce di illegalità (come appena avvenuto a Prato), oppure tiene corsi un po’ in tutta Italia per istruire i propri sudditi su come effettuare il cosiddetto controllo di vicinato. «Quando tutti saranno sbirri, la società sarà perfetta» diceva un poeta surrealista.
Al di là della gratitudine che in effetti bisognerebbe esprimere verso queste forme di totalitarismo tecnodemocratico, e dell’imperfezione con cui bisognerebbe turbare questa società, resta comunque vero che si raccoglie infamia quando si semina miseria. Infatti è la miseria della politica, istituzionale e rivoluzionaria, ad aver fatto sbocciare un po’ dappertutto il frutto della delazione. Starne alla larga è precauzione minima di igiene personale, ma se si vuole mietere ben altri raccolti bisognerà seminare ovunque… cosa, se non incanto, ricchezza e meraviglia?

 

Il governo costretto a ritirare la proposta sulla cybersecurity

Schermata del 2017-11-27 10:49:01

( Dal Web )

Il fatto che il governo abbia ritirato all’ultimo istante l’emendamento che in maniera alquanto maldestra aveva inserito nel decreto fiscale avrebbe dovuto tranquillizzare tutti. Ma così non è. Il solo tentativo di far rientrare dalla finestra la “privatizzazione” della cybersecurity italiana, che appena un anno fa era uscita dalla porta di Palazzo Chigi, è un dato di per sé inquietante.

La disposizione di affidare la delicatissima funzione di gestore della sicurezza cibernetica ad una fondazione di diritto privato era stata inserita in un primo momento nel ddl Bilancio, poi stralciata, per essere reinserita nel giro di poche ore nel disegno di legge fiscale. Con quella proposta si autorizzava il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del consiglio a costituire una fondazione di diritto privato con la partecipazione di enti, amministrazioni pubbliche e soggetti privati. La struttura, con una dotazione annua di 1 milione di euro, si occuperebbe anche della protezione delle infrastrutture critiche di rilevanza nazionale, oltre a definire le idonee misure tecniche a tutela dei dati e delle comunicazioni.

Né più né meno di quanto aveva fatto Renzi un anno e mezzo fa con la proposta di nominare il suo amico/imprenditore, Marco Carrai, consulente di Palazzo Chigi per la sicurezza cibernetica e i big data. Nelle intenzioni dell’ex presidente del Consiglio si sarebbe dovuta creare una nuova struttura di missione a cui trasferire le competenze del Nucleo per la sicurezza cibernetica, allora alle dipendenze del consigliere militare della Presidenza del consiglio, gen. Carmine Masiello.

Quel tentativo fallì non sono per l’avvicinarsi della prova referendaria che sconsigliava scontri troppo accesi con le altre forze politiche, ma soprattutto per le critiche piovute sulla proposta dai più alti vertici istituzionali.

Tant’è che ad agosto di quest’anno il ministro dell’Interno, Marco Minniti, annunciò in Parlamento una serie di interventi «che determineranno un salto di qualità nella difesa dei sistemi informatici italiani». Ci sarà sempre l’Agenzia per l’Italia Digitale ad occuparsi della tutela di siti istituzionali, aziende private e infrastrutture. Ma qualora ci sia un attacco cibernetico ai gangli dello Stato –disse Minniti – crescerà il peso politico del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr, una sorta di gabinetto di guerra con il premier e i ministri di Esteri, Interno, Difesa, Giustizia, Economia e Sviluppo Economico). Braccio operativo della cyber-security saranno i servizi segreti, ovvero il Dis (Dipartimento informazione e sicurezza) guidato dal prefetto Alessandro Pansa. In questo modo si superava tra l’altro il dualismo che si trascinava da tempo all’ombra di palazzo Chigi.

Ma evidentemente il premier Gentiloni non ha tenuto conto dei propositi del suo ministro dell’Interno, riproponendo, con qualche piccola variante, il vecchio schema simil-privatistico della sicurezza informatica, contro cui anche questa volta si è formato un largo fronte di oppositori.Tra questi si è distinto il senatore Felice Casson (Mdp) che, intervenendo in aula sul decreto fiscale, aveva chiesto al presidente del Consiglio di ritirare definitivamente l’emendamento sulla cybersicurezza.

“Quell’emendamento – ha sostenuto l’ex magistrato – rappresenta una grave deviazione istituzionale in una materia delicatissima che presenta forti opacità sia nel contenuto, sia nelle modalità di presentazione, visto che non sono stati informati preventivamente né il Copasir, né i gruppi parlamentari. La trasparenza deve essere massima su temi che riguardano la sicurezza e non si possono tollerare zone grigie in un settore fondamentale per la sicurezza dello Stato”.

Anche questa volta dunque il governo è stato battuto nel tentativo di sottrarre la sicurezza informatica dei nostri apparati sensibili al rigido controllo delle autorità pubbliche. L’ostinazione però con cui la maggioranza ripropone sempre lo stesso schema è il dato politico su cui riflettere. Su materie di questa rilevanza occorre tenere alta la guardia affinchè con qualche colpo di mano di fine legislatura non si alteri il quadro istituzionale e la governance, in modo che il governo che verrà possa decidere in piena libertà.

Non molliamo

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( Dal Web )

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.
Per chi battersi?
Qui non è il caso di rifare la storia, già fatte tante volte e sempre con un forte fondo di verità anche quando monca e unilaterale per criteri e calcoli di parte, della genesi della scalata al potere […].
Ma è il caso invece di pensare, e seriamente, ai mezzi ed alle vie onde abbreviare i promessi anni di schiavitù ed uscire da sotto il peso del terrore, che abbrutisce ed umilia, liberandosi e liberando.
Certamente la bisogna non è facile ed è sommamente pericolosa. Troppo tempo è stato lasciato al fascismo per assicurarsi ogni difesa e tutte le complicità. Ha potuto crearsi anche una vasta clientela di gente che vive e lautamente perché vive il fascismo ed alle cui sorti è legata con tutti i cordoni ombelicali.
Ma bisogna volere, fortemente volere. Ed anzitutto scartare i mezzi termini e cessare dal prestare troppo facile orecchio a tutte le panzane fatte circolare da interessati, da ingenui e da perdigiorno […].
Il popolo d’Italia non potrà essere liberato da altri se non da se stesso. In nessun partito deve aver più fiducia. Deve volere la propria libertà; la libertà di tutti i singoli cittadini che compongono il suo complesso, e nient’altro.
E deve servire un’unica idea: quella della libertà che esclude ogni tirannia di partiti e di uomini provvidenza.
Il fascismo-governo nega, e di fatto, all’individuo ogni diritto ed ogni manifestazione personale (fisica o spirituale) che sfugga al controllo dello stato fascista e che non ne segua le prescrizioni. […]
Ora, se in Italia e tra gli italiani emigrati, vi sono ancora uomini che hanno pudore e amore di se sessi, che non vogliono servire la più folle, sanguinosa ed oscena di tutte le tirannie, sorgano in piedi e si battano per la loro libertà!
Sì, individuo del quale è stata decretata la morte ingloriosa o l’asservimento, mani e piedi legati e cervello castrato, alla tirannia, dello stato fascista, sì, uomo, e cittadino, in piedi! Tocca a te; è l’ora tua; in piedi!
Per la libertà!
Come battersi?
In quanto alle grandi masse popolari e proletarie esse sono ancora troppo terrorizzate e avvilite e troppo ancora risentono di tradimenti prossimi e lontani per poter rispondere al primo appello insurrezionale. Le ultime leggi repressive e il domicilio coatto hanno poi ancor di più indebolito le resistenze attive e intelligenti.
Conseguentemente il pensare oggi ad un assalto frontale è temerario e potrebbe risolversi in quella strage che il fascismo anela compiere per meglio assicurarsi il potere.
D’altra parte, contro il fascismo, solo l’azione può servire. Agire si deve per batterlo e per creare quelle condizioni di sgretolamento che renderanno possibili movimenti su più larga scala o generali.
Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili.
Nei diversi ambienti e tra i diversi ceti si formino ristretti comitati e gruppi d’azione. Non è detto che ognuno debba compiere necessariamente atti violenti; ognuno compia invece quegli atti, di offesa al nemico, possibili, date le attitudini le capacità e i mezzi dei componenti un determinato gruppo costituitosi per affinità e per reciproca fiducia. Che ciascun gruppo faccia e compia la sua parte di azione senza chiedersi quello che faranno altri gruppi.
Tutti dritti allo scopo unico. E poiché il nemico vigila attento e insidioso che ciascun comitato o gruppo di azione conosca e controlli i propri partecipanti. […]
Se una vasta intesa per una comune azione — e non certamente con quegli equivoci elementi che il fascismo cullarono e che vorrebbero a quel passato che del fascismo fu padre amorevole — dovrà realizzarsi essa maturerà automaticamente e logicamente quando gli avvenimenti matureranno.
Per oggi, ripetiamo, è raccomandabile che i gruppi d’azione si moltiplichino, non lasciando riposare il nemico, pronti alle necessarie rappresaglie, ma svolgendo un’azione autonoma.
[…]
Il Re prigioniero
E bisogna innanzitutto decidersi a prendere a calci nel sedere gli antifascisti di sua Maestà che all’antifascismo, fin da oggi, preparano imboscate e tradimenti per impedirgli di arrivare, o comunque avviarsi, alle sue logiche conclusioni, conclusioni che per essere logiche, dato gli scopi di assoluto accentramento statale e di completa soppressione dei diritti umani, civili e politici dell’individuo che il fascismo ha per meta — meta in gran parte raggiunta —, devono sfociare nell’antistato e nelle libere comuni. […]
L’azione antifascista non può dunque darsi per meta il perpetuare di situazioni che dopo lunghi turlupinamenti democratici, sfociano nella reazione, crispina ieri, fascista oggi… per poi tornare daccapo.
Essa deve colpire tutto l’insieme delle cause, degli interessi ed anche delle illusioni che ci hanno condotto all’attuale stato di schiavitù.
Colpire nell’insieme dunque bisogna, e colpire a fondo…
Agire!
In Italia e specialmente al di là delle Alpi si chiacchiera nuovamente di fronti unici antifascisti che bisogna ricostruire o rinsaldare tra elementi troppo diversi perché possano marciare insieme. Noi pensiamo che si perde del tempo e che forse anche tra i più prossimi la cosa potrà esaurirsi, come altre volte si è esaurita, in discorsi inutili e parate sterili.
Troppi retori e troppi politicanti prendono ancora in giro loro stessi ed il prossimo.
Certamente per un’azione d’insieme bisogna marciare in molti. Ma questi molti se cominciano col paralizzarsi tra di loro colle solite discussioni colla richiesta di reciproche rinunce che ognuno chiede al vicino, ma che nessuno vuole concedere o concede con tanto di restrizione mentale, non marceranno mai.
Del resto il fascismo già molto deve alla sterilità dei fronti unici sorti per combatterlo e che si risolvevano in una castrazione interna.
Il meglio sarebbe che ogni partito ed ogni corrente facessero tutto quello che loro fosse possibile di fare, senza preoccuparsi di quello che farebbero gli altri. L’accordo per una più vasta azione verrebbe più tardi da sé e sul campo dell’azione. Non dobbiamo perciò ridar vita al mito dei fronti unici rimettendoci a quello per ogni miracolo. S’invoca il mito per non credere in se stessi o per non chiedere a se stessi il massimo sforzo.
Che ogni antifascista educhi la propria volontà alla fiducia nell’azione individuale oggi la più urgente. Ognuno di noi, se vuole, molto può fare contro il fascismo e i fascisti.
Si sommino poi pure queste singole volontà, ma che la somma avvenga spontaneamente e tra elementi che si conoscono e si comprendono. Se più vaste intese, per forza di cose, dovranno poi maturare, matureranno.
Si agisca intanto come si può e come si sa.
Che ognuno di noi agisca come può e come sa.
Ma si agisca. In molti, in pochi, da soli si faccia tutto quello che è possibile ed anche più del possibile.
Ma si faccia. Tutto il resto è accademia. E l’accademia ci divide e paralizza.
L’azione invece unisce. E dal suo martellare incessante soltanto possiamo attendere salute.