Archivi categoria: Il raggio riflesso

L’ informazione deve essere libera di viaggiare senza filtri, condizionamenti e manipolazioni. Come un raggio che si riflette su una superficie levigata, rimbalza, si espande nell’etere.

Smartphone, suonerie, capitale

«Credo che entro la prossima generazione i padroni del mondo scopriranno che il condizionamento infantile e la narco-ipnosi sono più efficienti come strumenti di governo di manganelli e prigioni, e che la loro brama di potere potrà essere completamente soddisfatta suggestionando le persone ad amare la loro schiavitù, invece di fustigarle e ridurle all’obbedienza».
(Aldous Huxley, lettera a George Orwell del 21 ottobre 1949)
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Mezzo secolo fa, piazza Fontana.
L’avvio della cosiddetta strategia della tensione.
Una bomba esplodeva all’interno di una banca affollata, a pochi passi dal Duomo di Milano.
Oltre cento vittime fra morti e feriti, una strage di sangue perpetrata al fine di diffondere in tutto il paese la paura, il terrore e l’angoscia necessari per far scattare il riflesso condizionato dell’ordine.
Seminare un panico tale da giustificare, se non far invocare, l’intervento dello Stato (anche mediante il suo braccio armato poliziesco, anche mediante la sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Mezzo secolo dopo piazza Fontana, siamo in piena strategia della distensione.
Dopo le bombe, lo smartphone.
Dopo il sangue, le suonerie.
Milioni di persone iperconnesse, un’ecatombe di neuroni compiuta al fine di diffondere in tutto il paese il divertimento, lo svago ed il compiacimento necessari per neutralizzare la riflessione incondizionata della rivolta.
Seminare una distrazione tale da legittimare, se non rendere naturale, la presenza dello Stato (anche del suo braccio armato della legge, anche della sospensione di alcune libertà date per acquisite).
Insomma, dalla repressione si è passati alla prevenzione.
Attualmente chi detiene il potere non deve scongiurare la minaccia rivoluzionaria, non c’è alcun attacco massiccio diretto all’organizzazione capitalistica del lavoro, quanto al proletariato come soggetto storico della propria azione eversiva si tratta di una vera e propria allucinazione ideologica.
Semplicemente oggi la tecnologia permette di realizzare bonariamente ciò che ieri fascisti e servizi segreti volevano imporre brutalmente.
La violenza indiscriminata del terrorismo statale intendeva dimostrare che nessuno e in nessun luogo poteva sentirsi al sicuro, premessa indispensabile affinché tutti e in tutti i luoghi dovessero essere controllati.
Ebbene, questo obiettivo è stato raggiunto giacché è in atto un controllo capillare del territorio e della stessa psiche degli individui attraverso dispositivi assai più discreti ed efficienti dei militari nel mettere in sicurezza le strade e bandire ogni avventura dalla vita.
Ed il modo migliore per essere indifferenti al presente, non è forse quello di commuoversi del passato?
Così, il 12 dicembre sta diventando come il 25 aprile, una ricorrenza nazionale per ricordarsi di dimenticare.
È l’istituzionalizzazione dell’ipocrisia, che rispetta i morti di entrambe le parti (i partigiani ed i repubblichini, Pinelli e Calabresi), festeggia la Liberazione assieme a chi impone schiavitù, elemosina la Verità a chi vende menzogne, celebra la Resistenza per decretare la fine della resistenza, condanna la strage di Stato per sancire l’eternità dello Stato.
Dopo il depistaggio delle indagini, l’obnubilamento delle coscienze…

Lettera sul fronte unico

Schermata del 2019-12-01 11:52:55

( Dal Web )

Paolo Schicchi
Né a scusare le vostre canagliate vale menomamente il pretesto del «fronte unico antifascista» collo scopo precipuo di abbattere il più presto possibile il teschio di morto. Lo so bene che voi venite fuori colla vecchia e rancida massima di tutti i ribaldi e di tutti i gesuiti: il fine giustifica i mezzi, che è anche un’insegna essenzialmente fascista.
Ma nel caso vostro tale massima non regge nemmeno per delle ragioni semplicissime, che anche un caporale di deposito capirebbe.
Innanzitutto la qualificazione di «fronte unico» qui è sbagliata, trattandosi di vero e proprio «esercito unico» e non soltanto di fronte.
Ma passi pure il fronte unico.
Questo presuppone, oltre il nemico comune, comunanza d’intenti e di mezzi, unità di metodo e di condotta, volontà unica, ecc.
Ora tutti sanno che per molte ragioni nemmeno nell’ultima grande guerra fu possibile il fronte unico.
Anzi può dirsi che fino all’ultima fase, non era stato possibile nemmeno dentro i confini della Francia;
nella stessa guisa in cui non fu mai possibile in alcuna delle grandi guerre passate, per le stessissime ragioni.
Tu, che sei un grande storico e un grandissimo condottiero di tresca (tanto nomini nullum por elogium), leggi quello che scrisse Napoleone I sulla mancanza di fronte unico e anche d’affiatamento nella guerra dei Sette Anni; mancanza che permise a Federico il Grande di resistere a tante forze e a tante sconfitte.
E sì che Laudon, Daun, ed altri generali di non comune valore, se avessero potuto, non avrebbero aspettato gl’incitamenti del tuo luogotenente per affiatarsi meglio e combattere più uniti.
Alcune volte il criticare è facile, ma l’attuare è difficile, e spesso anche impossibile quando le circostanze di tempo e di luogo non lo consentono.
E lo stesso Napoleone all’ultimo, quando gli venne meno anche suo cognato Gioacchino Murat, dovette provarlo a spese sue.
Il caso tipico però l’abbiamo nelle invasioni barbariche, quando i vari eserciti e popoli barbari assalivano l’impero romano ognuno per conto proprio, nel medesimo tempo in cui essi stessi si combattevano e di frequente si annientavano a vicenda.
A questo punto tu potresti osservarmi che io esco fuor del seminato e che le mie disquisizioni d’arte militare c’entrano come i cavoli a merenda.
Ma no, le stesse leggi dinamiche che regolano le mischie del popoli all’esterno, regolano quelle dell’interno.
Le stessissime.
In quale rivoluzione del passato, anche delle più grandi, vi fu vero fronte unico tra i diversi ribelli e i vari partiti, se si eccettua e non sempre l’attimo improvviso, inaspettato e quasi fuggevole d’un primo assalto e d’un primo urto come la presa della Bastiglia? Dove?
Quando?
Sapresti dirmelo?
Ti sfido a rispondere.
Nella gigantesca palingenesi cristiana fin dall’inizio le varie dottrine, congreghe, sette e chiese furono senza tregua in contrasto tra loro e si azzannarono come cani.
Nella rivoluzione della Riforma successe la stessissima cosa fino allo sterminio degli Anabattisti, predicato e mandato ad effetto dallo stesso Lutero.
Erasmo, Melantone, Lutero ed altri ancora in cuor loro si odiavano cordialmente, mentre Calvino, a Ginevra, consegnava fraternamente al rogo Michele Serveto.
E così via di seguito.
Durante tutto il corso della Rivoluzione Francese, eccetto che nella presa della Bastiglia, che fu gesta fulminea di tutto il popolo parigino, un partito non fu mai d’accordo con un altro, e sarebbe stato preso per un babbeo o per un pazzo chi avesse parlato di fronte unico, che non esistette mai neppure mentre i nemici irrompevano alle frontiere e marciavano a gran passi sulla capitale.
E lo stesso può dirsi della Rivoluzione Russa.
Nelle rivoluzioni del Risorgimento italiano non si sapeva neanche che cosa fosse il fronte unico, e nessuno si sognò mai di parlarne.
Dappertutto repubblicani contro monarchici, federalisti contro unitari, Mazzini contro Cavour, Giuseppe La Farina e Giorgio Pallavicino emissari di Cavour che vanno a brigare contro Garibaldi a Palermo e a Napoli, conservatori contro democratici, pensiero ghibellino contro pensiero guelfo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari contro Mazzini.

Respingiamo la servitù



«… Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»
Dante
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A dire il vero, noi non siamo «furiosi della libertà», ma amanti della libertà, che consideriamo la prima condizione di vita.
Tutti i doni, i beni, i mezzi, le forze, i talenti, le abilità, contano solo quando siamo liberi di servircene.
Se ci viene impedito di usarli, o se siamo costretti ad impiegarli soprattutto a beneficio di un padrone, la nostra vita ne risulterà sminuita.
Questo è il motivo per cui rimaniamo fedeli all’ idea di libertà in tutti gli ambiti e ci piace definirci libertari.
Orbene, noi viviamo in un’ epoca in cui vengono sferrati alla libertà i più gravi attacchi in nome delle idee più antitetiche:
rivoluzione e controrivoluzione, comunismo e capitalismo, democrazia e autocrazia, irreligione e religione, socialismo e monopolismo.
Anche nei cosiddetti ambienti avanzati, la libertà individuale viene ignorata e ci si affida a leader con sempre più funzioni e poteri.
Si sognano valori sociali che derivano principalmente da una svalorizzazione individuale.
Il mondo non soffre a causa di pastori inclini a tosature troppo rase e a sgozzamenti troppo frequenti; NO, la colpa è tutta delle pecore arrabbiate!

Per di più, sembra che i giovani siano stufi delle poche libertà ereditate dagli eroi e dai martiri del passato.
Sognano soltanto di irreggimentarsi, di allinearsi, piegarsi, dispiegarsi, andare avanti, indietro, sempre a comando.
Ogni idea di indipendenza, ogni pensiero personale, ogni gesto spontaneo, ogni scelta libera, ogni azione diretta fanno loro orrore.
Anelano solo a formare file di automi, dai movimenti impeccabili, saluti uniformi, passi cadenzati, rigidi andamenti, rigorose discipline.
Pensate quale disordine comporta il poter respirare, muoversi, spostarsi, esprimersi, comportarsi a proprio piacimento!
Quando sulla stampa borghese si parla di gioventù, è di una certa gioventù che si tratta. Quella pronta a formare orde di pretoriani al servizio di un capo, di un dittatore, di un padrone.
E guai a tutti coloro che hanno la pretesa di voler restare liberi!
È per consolarci da tanti servi abietti che abbiamo riletto Gli Eleuteromani [ovvero i maniaci della libertà] di Diderot.
Che grandi massime!
Eccole:

Ho conosciuto, con l’esperienza,
Che chi può tutto, raramente vuole il bene.

. . . . . . 

Il figlio della natura aborrisce la schiavitù:

Implacabile nemico di ogni autorità,
Si indigna per il giogo, la costrizione lo oltraggia;
Libertà è il suo desiderio; il suo grido è Libertà.
. . . . . . 

Testimone dei tempi; mi rivolgo ad ogni età;
Mai a beneficio pubblico

L’uomo ha veramente sacrificato i suoi diritti;
Se osasse col cuore ascoltare solo la voce;

Cambiando improvvisamente linguaggio,

Ci direbbe, come l’ospite dei boschi:

«La natura non ha fatto né servitori né padroni;
Non voglio né dare né ricevere leggi».

Gli odierni letterati non sarebbero capaci di usare simili toni.
Anche loro svolgono un incarico ufficiale per il rinnovamento nazionale ed i loro scritti sono servili come il resto.
Persino  nell’antica schiavitù rilevano una poesia particolare, una bellezza speciale, un fascino indefinibile, così vogliono che le nuove generazioni l’assaporino a loro volta!

Ebbene, no!
Ancora una volta gridiamo ad alta voce il nostro amore per la libertà;
ancora una volta avanziamo nel suo nome, dovessimo per questo finire in fondo a una galera.
Questa follia collettiva che spinge gli uomini a degradarsi, ad avvilirsi, a compiacersi persino della loro abiezione, un giorno finirà;
ma nell’ attesa dobbiamo sapervi resistere e denunciare ovunque la contaminazione di una servitù che diventa volontaria.

Perché è così difficile?

Rompere il legame con l’ abusatore

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( Dal Web )

Alcuni sopravviventi sono stupefatti e frastornati in prima persona per i sentimenti confusi e ambivalenti che provano per chi ha usato loro violenza.
Perché questo accade?
Perché una donna abusata dal padre lascia che sia lui ad accompagnarla all’ altare il giorno del matrimonio?
Perché una donna maltrattata dal marito continua a vivere sotto lo stesso tetto?
Perché un operaio sfruttato continua a recarsi sul posto di lavoro, mantenendo così il suo padrone?
Perché un cittadino abusato e tradito regolarmente da qualsiasi partito si presenta alle urne il giorno delle elezioni?
Ecco alcune delle ragioni che vengono solitamente date.
Sé danneggiato:
Si è visto che tutte le persone che hanno subìto un abuso sviluppano un’ immagine profonda di sé come cattive, sbagliate, diverse, peggiori.
Si convincono di aver causato in qualche modo l’ abuso così da preservare l ’immagine di chi è importante per loro e, nel caso dello Stato e dell’ imprenditore, ancor più, trattandosi di ciò da cui devono dipendere per cura, protezione, pagnotta.
Colpa:
Nel caso, ad esempio, che l’ abusante sia un politico o un industriale, il cittadino si sente in dovere di ubbidire, perché così gli è stato insegnato, e si sente in colpa perché disobbedendo non è un bravo cittadino;
gli abusanti potrebbero essere anche persone a tratti gentili e amorevoli verso le vittime. Il senso di colpevolezza resta fin quando non si comincia a comprendere che l’abuso non dipende mai dalla colpa del cittadino-operaio.
In questo processo di chiarificazione la responsabilità viene rivolta più saggiamente verso gli abusanti, anche se molti sopravviventi sanno che questo è più facile a dirsi che a farsi.
Paura/Preoccupazione per gli altri membri della famiglia:
Alcuni sopravviventi vengono minacciati con le conseguenze che rendere pubblico          l’ abuso potrebbe avere sulla quiete sociale.
La società sarebbe rovinata, l’ abusante passerebbe dei grossi guai.
Alcuni sopravviventi mantengono legami con gli abusanti per paura di far del male agli altri membri della società che soffrirebbero se lo venissero a sapere.
Ambivalenza:
I sopravviventi raramente provano sentimenti inequivoci nei confronti dei loro abusanti, soprattutto se si tratta di persone che conoscono bene.
Provano una combinazione tra confusione ed emozioni diverse quali amore, affetto, angoscia, ansia, paura, disprezzo, rabbia, fedeltà.
Spesso gli abusanti appaiono «buoni» e le vittime si chiedono se non siano per caso loro stessi a reagire in maniera eccessiva all’ abuso.
Quando gli abusanti poi non trattano bene i cittadini-operai, per questi il momento dell’ abuso potrebbe coincidere con l’unico sostentamento emotivo che il sopravvivente riceve.
Una persona assetata di acqua la beve anche da un pozzo avvelenato se c’è solo quella. Un operaio disoccupato va a lavorare anche all’ Ilva se c’è solo quel salario disponibile. Spesso gli abusati, non sapendo convivere con questa ambivalenza, arrivano a credere e a dire che l’ abuso non c’è stato, non è Stato.
Dipendenza fisica/economica:
Le istituzioni isolano deliberatamente i loro cittadini-operai da altri mezzi di sostentamento, oppure offrono loro aiuto sottendendo implicitamente che la vittima deve mantenere un rispettoso silenzio sull’ abuso e concordare che gli abusanti costituiscono una classe meravigliosa.
Gli abusanti possono continuare a tenere con sé i loro cittadini-operai, fino alla morte, grazie alla dipendenza finanziaria e alla minaccia di licenziamento.
Conformarsi al silenzio da parte della vittima e di chi la circonda:
Il cittadino-operaio non riesce a dare un senso a ciò che gli succede.
Il disorientamento, e talvolta la soddisfazione provata, lo lascia sospeso tra fedeltà, ansia, paura e protezione, portandolo ad affidarsi alla forza del silenzio.
Così facendo, spesso e implicitamente si rinforza la ripetizione dell’ abuso politico-economico che, in questo modo, si cronicizza ed intrappola sempre più la vittima e il suo carnefice all’ interno di un meccanismo simile a un circolo vizioso.
La violenza subita è quasi sempre accompagnata dall’ implicito patto che ciò che è successo tra il cittadino-operaio e il dirigente resterà un segreto da non raccontare a nessuno, mai, e in alcun modo e occasione.
È veramente terribile quando la vittima sa che altri membri della società sono a conoscenza dell’ abuso ma continuano comunque a sostenere e proteggere l’ abusante.
Vergogna: 
Molti sperimentano la terribile vergogna di dover rigettare l’ amata immagine dello Stato giusto, dell’ azienda equa, dell’ abusante «buono» insomma, e l’ atto di separazione da questi può essere vissuto come un’amputazione senza anestesia.
Religione:
Nella maggior parte dei credo religiosi si promuove il perdono come un valore che riflette il concetto di grazia e di remissione del peccato al peccatore stesso, quando è pentito.
In alcune comunità religiose però ancora oggi una visione distorta della religiosità può portare a considerare il perdono un «obbligo», quasi un atto dovuto per compiacere Dio. I sopravviventi sembrano quasi obbligati a «perdonare» l’ abusante, ma ciò li fa sprofondare ancor più in una condizione di sofferenza, di dubbio, che li porta a continuare a subire ulteriori abusi, mentre la loro rabbia viene considerata un peccato o qualcosa da sopprimere.
Riconciliazione genuina:
A volte l’ abusante può esprimere una piena e onesta ammissione e scusarsi, cercando di alleviare il dolore che ha causato.
Quando un sopravvivente in fase di protesta ritiene che questo atteggiamento sia genuino, può fare la scelta di riprendere i rapporti con l’ abusante.
Dissociazione e negazione:
L’ abuso politico-economico è qualcosa di così terribile, un tradimento così lancinante, che la vittima potrebbe far finta che non sia mai accaduto.
La natura del trauma porta il sopravvivente in uno stato di confusione.
Dissociandosi dai ricordi o dalle emozioni, un sopravvivente è in grado di andare avanti nella sua vita e preservare la relazione con gli altri.
Speranza di cambiamento:
Una delle cose più difficili da accettare per molti sopravviventi è giungere alla conclusione che, a prescindere da quello che fanno, l’ abusante non cambierà e non darà alla vittima il sostegno di cui ha bisogno sempre.
Fino a quando c’è anche la più piccola probabilità che questo accada e che l’ abusante possa cambiare, la vittima si aggrappa a questo lumicino di speranza.
Legame traumatico:
Il legame traumatico si verifica nei bambini abusati, nelle donne picchiate, nei prigionieri di guerra, negli operai in fabbrica, nei cittadini nelle urne e in altre situazioni in cui le persone si trovano in uno stato di cattività.
Se nella «sindrome di Stoccolma» gli ostaggi che non avevano precedenti legami significativi con i loro rapitori si sono legati in seguito al trauma con emozioni positive quali empatia, affetto, gratitudine, ecc., figuriamoci quanto può essere più facile per un cittadino-operaio venire legato dal e al potere!
Un sopravvivente può portare con sé questo sentimento fino alla morte.

Lontano dagli occhi, vicino al cuore

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( Dal Web )

Nella notte fra Domenica 3 e Lunedì 4 Novembre è capitato qualcosa ad una linea elettrica d’alta tensione di La Spezia.
Un trasformatore, in cui arrivava corrente a 130000 volt, è andato in tilt provocando un black-out che è durato molto più del previsto.
Il trasformatore infatti è risultato talmente danneggiato da dover essere sostituito,  si sa come vanno queste cose: bisogna fare arrivare un altro trasformatore, allacciarlo, testarlo…
Un vero danno per chi produce in quell’ area, rimasto a secco di energia.
Ad esempio, 180 operai della Termomeccanica sono stati costretti per un paio di giorni a non poter fare il loro onesto lavoro: costruire pompe e compressori.
Anche peggio è andata ai 960 lavoratori della ex Oto-Melara (oggi Leonardo), i quali sono stati costretti per ben tre giorni a non poter prestare la propria opera per fabbricare i prodotti che hanno reso celebre la “loro” azienda in tutto il mondo: cannoni, carri armati e altre macchine di morte.
Ma cosa è successo a quel trasformatore?
Boh, chi lo sa.
Si sa solo che un delegato dei pacifici lavoratori bellici ha dichiarato:
«l’ azienda ci ha detto che la causa più probabile del guasto dell’ altra notte è stato un fulmine.
In ogni caso il trasformatore era già stato fatto oggetto della regolare manutenzione solo pochi giorni fa».
Insomma, l’ attività di una delle principali industrie belliche d’ Europa è rimasta paralizzata a causa di un imprevisto intervenuto non all’ interno o all’ ingresso delle sue sorvegliatissime mura, ma lontano, lontano, lontano…

Interruzioni

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( Dal Web )

Quando interviene il silenzio sembra che tutto sia giustificabile.
Le parole, per di più quelle sovversive, scompaiono.
Diventano oggetti interscambiabili che avviluppano la quotidianità.
Ma l’ ennesimo sforzo di dare vita alle parole non ha tempo né spazio.
Battibeccando con il fato, solo i tentativi possono trasformare il mondo.
Nell’ orrore di quanto ci circonda, la ripresa ostile contro questo mondo dell’energia,
ciò che accende ininterrottamente l’ autorità e le sue ramificazioni, apre talvolta un breccia diversa nelle tenebre.
Andare oltre, pensare la profondità per trovare forze nascoste, è un buon esercizio per non perdersi nella forsennata contesa muscolare con il potere.
Se il mondo è un deserto senza significato, tacere è sempre una sostituzione ardua del dire: ciò che è illuminato non chiarifica come potrebbe farlo un fuoco intelligibile.
Al di fuori della noiosa quotidianità non c’è niente, ma ad un certo momento essa si arresta, si blocca, di colpo, anche per poco e senza preavviso.
Un salto nel buio.
Il 27 ottobre a Cremona mentre era in corso la «festa del salame» (sic!) e la «fiera internazionale della zootecnica», piena di scienziati proni alle biotecnologie sperimentate sulla sofferenza di questo mondo animale, un blackout nel centro cittadino ha fatto cessare la normalità della domenica per circa un’ ora, sospendendo l’illuminazione pubblica.
Citelum, ditta che lavora in tantissime città del nord Italia di EDF, nota per la sua attività nel settore dell’ energia nucleare nella vicina Francia, ha risolto tutto in poco tempo dopo che una fotocellula di una centralina elettrica era saltata.
Naturalmente la notizia è apparsa sui giornali locali il giorno dopo; vi abbiamo letto che le cause non erano ancora note, ma si ipotizzava un guasto dovuto al probabile surriscaldamento di quella fotocellula.
Ecco come le parole possono ingannare le apparenze.
Non ci è dato sapere cosa sia realmente successo quel pomeriggio a Cremona, ma certe domande riaffiorano in chi non si vuole fermare all’ orrore della realtà.
In questo caso sarà stato un dispositivo tecnico a fare cilecca, come può sempre capitare, o sarà stato un granello di sabbia in uno dei mille ingranaggi del dominio?
Un granello messo da chi vorrebbe sussurrare a chi sa ascoltare che la possibilità di scardinare l’ impossibile è sempre forza del pensiero e braccia energiche per oltrepassare la soglia del già dato.
Chi lo saprà mai.
Tempesta per tempesta, come stiamo vedendo in questi giorni in Cile (come ad Hong Kong, in Ecuador, in Libano, in Catalogna e in Iraq), nessuno può prevedere cosa può succedere in un mondo fortificato tecnicamente nell’ oppressione, ma è chiaro come certe parole che lo spettro della ribellione può prendere forma anche nei momenti in cui il silenzio ci pare assordante.

Fuoco alla nazione start-up

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( Dal Web )

Martedì 8 ottobre 2019 a Villeurbanne, un incubatore di start-up è bruciato verso le 7 del mattino, ricoprendo la zona di Lione con un bel pennacchio di fumo.
Il fuoco sarebbe partito dall’ immondizia per poi propagarsi al Bel Air Camp, un ex magazzino Alstom dove funzionavano «una cinquantina di start-up e di piccole e medie imprese, con circa 350 dipendenti, che stanno lavorando all’ “industria di domani”» (robotica, realtà aumentata, commercio elettronico, design…).
Più precisamente, 58 start-up erano installate nella parte orientale della città in 10.000 m2 di locali, 7000 dei quali sono finiti in cenere.
Nessuna di queste società era classificata Seveso.
«Tutti i nostri prototipi sono andati in fumo.
Eravamo in una fase di preindustrializzazione.
Oggi non ci è rimasto granché: né ufficio, né computer, né mezzi di comunicazione, né documenti», lamenta Julie Fessy della start-up Meersens.
Hease Robotics è stata colpita più duramente: «Siamo andati sul posto con i nostri collaboratori ed è stato un vero shock.
Siamo tutti traumatizzati», afferma Jade Le Maître, co-fondatrice della start-up di Lione con 16 dipendenti.
«Tutte le nostre scorte di robot sono sfumate.
È una perdita enorme», afferma la donna, che stima l’entità del danno in oltre un milione di euro.
«Ci vorranno dagli otto ai dieci mesi per realizzare un altro robot.
Nel frattempo, come farò con l’azienda, coi dipendenti, cosa consegneremo ai clienti?»
[…] Se respirare i fumi di un incendio non è mai una buona idea, in effetti è inutile fare gli allarmisti e i rischi qui non hanno nulla a che vedere con quelli affrontati dalla popolazione di Rouen.
C’è da dire che il vantaggio di un fab lab (laboratorio di fabbricazione digitale) – o di un incubatore di start-up, o di un vivaio di imprese… tre espressioni che al giorno d’oggi significano grosso modo la stessa cosa – è che quando brucia, le uniche cose che vanno in fumo sono uffici condivisi, cialde di caffè, macbook, stampanti 3D e i progetti di merda che ne derivano.
Non solo tutto questo inquina moderatamente, ma inoltre è piuttosto piacevole vederlo bruciare.
Inaugurato nel 2016, Bel Air Camp si è auto-battezzato «la tana dell’industria di domani». Il luogo offre «uffici, officine private, un parco-macchine, sale riunioni… consentendo a start-up, a piccoli e grandi gruppi di far crescere il loro progetto in una comunità con diversi profili».
Non è un sogno?
Come qualsiasi altro luogo del genere, Bel Air Camp ospita anche molte realtà dai nomi più o meno comprensibili ma che mirano a dare un tocco di eleganza a questo capitalismo in salsa digitale:
 MeetupSlack Chain [?!], palestre, sessioni d’iniziazione alla stampa 3D e al taglio laser o pranzi mensili per creare sinergie commerciali con altre aziende della zona…
Tra le start-up (i funzionari del Bel Air Camp le definiscono «pepite») ospitate si può trovare un po’ di tutto: scatole che forniscono cibo biologico, un’altra composta da mamme «che creano prodotti belli e intelligenti per conservare i ricordi d’infanzia» (sic!), sviluppatori e mezzi di comunicazione di ogni tipo, specialisti della realtà aumentata, informatici, produttori di droni sottomarini e di robot, architetti, ecc.
Tra le altre, persino un’associazione «che spinge e coordina i concorsi regionali e nazionali, fasi di selezione per costituire la squadra di Francia dei Mestieri con la vocazione di difendere i colori della Francia nella competizione internazionale WorldSkills».
In generale, tutto ciò viene presentato come molto virtuoso.
MCE-5 si presenta come trasformatrice di «invenzioni uscite dalla ricerca in tecnologie innovative, da trasferire all’industria allo scopo di ridurre l’impatto ambientale della propulsione automobilistica» (decodificando, ciò significa trarre profitti dall’industria automobilistica finanziata con fondi pubblici).
Oltre a quella automobilistica, anche l’industria della bicicletta è ben rappresentata, con due produttori di scooter, uno specialista di batterie e un costruttore di biciclette di bambù (difettose perché infiammabili).
Più divertente, nelle scatole bruciate troviamo imprese «che sviluppano soluzioni app + IoT per testare se l’ambiente circostante (aria, acqua, cibo, rumore, …) presenti rischi per la salute» e «servizi di allarme innovativi per prevenire i rischi e migliorare la sicurezza».
In breve, Bel Air Camp era un po’ una corte dei miracoli e una caricatura di questo genere di posti.
Amen!

 

Se le energie rinnovabili costano così poco, perché fanno salire il prezzo dell’elettricità?

Un articolo di Forbes, dell’anno scorso, ma molto attuale oggi, mostra lo sbilanciamento della posizione dei mezzi di informazione – e di conseguenza dell’opinione pubblica – sull’ energia prodotta da fonti rinnovabili: l’energia prodotta con il solare e con l’eolico è sempre presentata, e quindi considerata, come economicamente molto più conveniente di quello che è. Benché i costi dei pannelli e delle pale eoliche in sé siano in calo, più essi vengono utilizzati per produrre energia, più ne fanno salire il prezzo per gli utenti. Un fattore di cui non si può non tenere conto nel dibattito e nelle decisioni di politica energetica. 

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( Dal Web )

Di Michael Schellenberger, 23 aprile 2018

Nell’ ultimo anno, i media hanno pubblicato articoli su articoli su articoli a proposito del prezzo in calo dei pannelli solari e delle pale eoliche.

Le persone che leggono questi articoli restano comprensibilmente con l’impressione che più energia solare ed eolica produciamo, più bassi saranno i prezzi dell’elettricità.

Eppure non è quello che sta succedendo. In realtà, succede il contrario.

Tra il 2009 e il 2017, il prezzo dei pannelli solari per watt è diminuito del 72%, mentre quello delle pale eoliche per watt è diminuito di poco meno del 50% .

Eppure – nello stesso periodo – il prezzo dell’elettricità per gli utenti nelle zone dove si è fatto ricorso a quantità significative di energie rinnovabili è aumentato in misura notevole.

I prezzi dell’elettricità sono aumentati in questa misura:

– 51 per cento in Germania, durante l’espansione dell’energia solare ed eolica dal 2006 al 2016;
– 24 per cento in California durante la produzione di energia solare dal 2011 al 2017;
– oltre il 100 per cento in Danimarca dal 1995, quando ha iniziato a distribuire sul serio energie rinnovabili (principalmente eolico).

Come mai? Se i pannelli solari e le pale eoliche sono diventati molto più economici, perché il prezzo dell’elettricità per gli utenti è aumentato invece di diminuire?

Un’ipotesi potrebbe essere che, mentre l’elettricità solare ed eolica è diventata più economica, altre fonti energetiche come il carbone, il nucleare e il gas naturale siano diventate più costose, eliminando qualsiasi risparmio e aumentando il prezzo complessivo dell’elettricità.

Ma, anche in questo caso, non è questo che è successo.

Tra il 2009 e il 2016 negli Stati Uniti il prezzo del gas naturale è diminuito del 72%,  grazie alla rivoluzione del fracking. Nello stesso periodo in Europa i prezzi del gas naturale sono diminuiti di poco meno della metà.

Il prezzo del nucleare e del carbone in quelle aree nello stesso periodo è stato per lo più stabile.

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Un’altra ipotesi potrebbe essere che la chiusura delle centrali nucleari abbia comportato un aumento dei prezzi dell’energia.

Una prova a sostegno di questa ipotesi deriva dal fatto che gli stati leader nella produzione di energia nucleare – Illinois, Francia, Svezia e Corea del Sud – godono dell`elettricità più economica al mondo.

Dal 2010, la California ha chiuso un impianto nucleare (2.140 MW di capacità installata) mentre la Germania ha chiuso cinque impianti nucleari e quattro reattori in impianti ancora operativi (10.980 MW in totale).

L’elettricità in Illinois è del 42 per cento più economica che in California, mentre in Francia costa il 45 per cento in meno che in Germania.

Ma l’ipotesi è indebolita dal fatto che il prezzo dei principali carburanti sostitutivi, gas naturale e carbone, è rimasto basso, nonostante l’aumento della domanda di questi due carburanti in California e Germania.

Questo ci lascia con il solare e l’eolico come principali sospettati di essere la causa dell’aumento dei prezzi dell’energia elettrica.

Ma perché pannelli solari e pale eoliche più economiche produrrebbero un’elettricità più costosa?

La causa principale sembra essere stata prevista da un giovane economista tedesco nel 2013.

In un articolo su Energy Policy, Leon Hirth ha stimato che il valore economico del vento e del solare diminuirà in modo significativo mano a mano che occuperanno una quota maggiore della produzione di elettricità.

La ragione? La loro natura fondamentalmente inaffidabile. Sia il solare che il vento producono troppa energia quando le società non ne hanno bisogno e non abbastanza quando il bisogno c’è.

Il solare e l’eolico richiedono quindi che gli impianti alimentati a gas naturale, le dighe idroelettriche, le batterie e altre forme di energia affidabile siano pronte immediatamente a iniziare a produrre energia elettrica quando il vento smette di soffiare e il sole smette di splendere.
L’inaffidabilità richiede che i luoghi a forte produzione di solare e/o eolico come la Germania, la California e la Danimarca  paghino le nazioni o gli stati vicini per assorbire la loro energia solare ed eolica quando ne producono troppa.

Hirth ha previsto che il valore economico del vento sulla rete europea diminuirà del 40 per cento una volta che diventerà il 30 per cento delle fonti di elettricità, mentre il valore del solare scenderà del 50 per cento quando raggiungerà già solo il 15 per cento della produzione.

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Nel 2017, la quota di elettricità proveniente dall’energia eolica e solare era del 53 per cento in Danimarca, del 26 per cento in Germania e del 23 per cento in California. Danimarca e Germania hanno la prima e la seconda elettricità più costose in Europa.

Parlando della diminuzione dei costi dei pannelli solari e delle pale eoliche, ma non menzionando il fatto che fanno salire il prezzo dell’elettricità, i giornalisti – che sia o meno loro intenzione – traggono in errore i politici e l’opinione pubblica su queste due tecnologie.

Il Los Angeles Times l’anno scorso ha dato conto del fatto che il prezzo dell’elettricità per gli utenti in California era in aumento, ma non ha collegato l’aumento alle energie rinnovabili, provocando un’aspra reazione da parte dell’economista dell’Università di Berkeley James Bushnell.

“La storia di come il sistema elettrico della California è arrivato al suo stato attuale è lunga e cruenta”, ha scritto Bushnell, ma “la spinta politica dominante nel settore elettrico è stato senza dubbio il focus sullo sviluppo di fonti di produzione di elettricità rinnovabili”.

Parte del problema è che molti giornalisti non comprendono la questione dell’elettricità. Pensano all’elettricità come a un prodotto quando, in effetti, è un servizio, come mangiare al ristorante.
Il prezzo che paghiamo per il lusso di mangiare fuori non è solo il costo degli ingredienti, la maggior parte dei quali, proprio come i pannelli solari e le pale eoliche, sono  diminuiti di prezzo per decenni.

Piuttosto, il prezzo di servizi come il mangiare fuori e l’elettricità riflette non solo il costo degli ingredienti, ma anche della loro preparazione e consegna.

Questo è però un problema di schieramento, non solo di analfabetismo energetico. Anche giornalisti normalmente scettici guardano regolarmente con un occhio di favore alle energie rinnovabili. Il motivo  non è perché non sappiano fare inchieste in modo critico sull’energia – lo fanno regolarmente quando si tratta di fonti di energia non rinnovabili – ma piuttosto perché non vogliono farlo.

Ciò può – e dovrebbe – cambiare. I giornalisti hanno l’obbligo di riferire in modo accurato ed imparziale su tutte le questioni di cui si occupano (sì, buonanotte – NdVdE), in particolare su quelle importanti come l’energia e l’ambiente.

Un buon inizio sarebbe fare un’inchiesta sul perché, se il solare e l’eolico sono così economici, stanno rendendo l’elettricità per gli utenti così costosa.

Dazi amari, gli Usa spaventano l’Europa

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Dal Web )

Il caso Airbus. Il Wto riconosce a Washington la possibilità di imporre diritti doganali sui prodotti dell’Ue fino a 7,5 miliardi di dollari. Un record. Ora Bruxelles attende la risposta contro le sovvenzioni statali a Boeing

La guerra commerciale ha fatto un nuovo passo.

Ieri, il Wto ha autorizzato gli Usa a imporre dei diritti doganali sulle importazioni dall’Europa per il valore di 7,5 miliardi di dollari.

È un record.

Mai l’Organizzazione mondiale del commercio, che vive ormai da qualche tempo un momento di grande difficoltà, aveva dato il via libera a sanzioni commerciali di questa entità.

È una vittoria della politica aggressiva di Donald Trump.

Anche se in realtà si tratta di una risposta a un’offensiva europea e se il Wto, nei fatti, ha rivisto molto al ribasso le pretese di Trump, che aveva sventolato la cifra assurda di sanzioni per 100 miliardi (per poi ridimensionare le velleità a 11 miliardi, ulteriormente ridotti a 7,5 dal Wto).

La giustificazione dei dazi è basata sulla condanna delle sovvenzioni europee ad Airbus, giudicate «illegali» e contestate da Washington.

I «colpevoli» non sono tutti gli stati europei, ma Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna.

Questa ultima decisione è una nuova tappa di un conflitto che dura da una quindicina di anni: una manche era stata vinta dall’ Europa, quando il Wto aveva condannato gli Usa per gli aiuti di stato «nascosti» a Boeing.

Ma la vicenda non finisce qui: tra qualche mese, il Wto dovrà reagire a una vecchia richiesta europea contro le sovvenzioni statali a Boeing e dire quali saranno i diritti doganali che l’ Europa potrà imporre ai prodotti Usa.

La commissaria europea al commercio, Cecilia Malmström, ammette l’addizione di errori, da una parte e dall’altra: «Anche se entrambi abbiamo commesso errori e possiamo imporci reciprocamente dei dazi doganali, non è certo una buona soluzione».

E aggiunge: «L’Unione europea prende atto della decisione del gruppo speciale di artibraggio del Wto nel caso Airbus e del montante di eventuali contro-misure . Anche se gli Stati uniti ottengono l’avallo dell’organo di risoluzione dei conflitti del Wto, restiamo convinti che optare per l’applicazione di contro-misure sarebbe una soluzione di breve termine e contro-produttiva».

Tanto più che i focolai di guerra commerciale nel mondo si moltiplicano, c’è la tensione Usa-Cina, c’è la diminuzione già visibile degli scambi, in settori come l’acciaio ad esempio, dove Trump ha alzato i dazi e fatto crollare l’export anche dall’Europa.

Per la Francia, che è in prima linea – sono sotto minaccia Usa i dazi sui vini, ritorsione per la tassa sulle multinazionali del digitale (Gafa), «molto antiamericana» per Trump – «una soluzione amichevole è la migliore – ha dichiarato il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire – se gli Stati uniti scelgono di imporci delle sanzioni, sarà un errore economico e politico».

Poi reagisce: «Saremo pronti con i nostri partner a rispondere in modo deciso».

Bruxelles ha cercato di trovare un accordo con Trump, ma senza riuscirci, le proposte europee fatte lo scorso luglio non hanno avuto risposta.

Lo scontro atlantico e i rischi di trascinare il conflitto nei prossimi mesi hanno già fatto cadere le previsioni sugli scambi commerciali, che quest’anno dovrebbero aumentare dell’1,2%, contro una prima previsione del 2,6%.

La decrescita del commercio è in corso, ma non è particolarmente «felice» perché disordinata, frutto di colpi di testa, di ritorsioni, non di una razionalizzazione in vista della protezione ambientale.

Adesso gli effetti della guerra commerciale rischiano di farsi sentire tra i partner europei, in un clima degradato già in difficoltà per l’imminente Brexit, che non trova una soluzione per evitare il no deal (le ultime proposte di Boris Johnson sono già state respinte dall’ Irlanda, visto che non fanno che riprendere una proposta irrealistica già scartata nel corso del negoziato).

A decidere sarà il rappresentante americano al commercio, Robert Lighthizer, che dovrà scegliere chi colpire.

Evidentemente in prima linea c’è Airbus, gli aerei e i pezzi di ricambio.

Ma altri prodotti sono nel mirino: oltre all’ ormai famoso vino francese, si parla persino di formaggi, olio d’ oliva, pesce spada e salmone in filetti, whisky, ma ci sono anche le moto e prodotti tessili.

Tra l’altro, anche prodotti italiani.

I governi europei possono dividersi, per cercare, ognuno per suo conto, di sedurre Washington ed evitare il peggio.

Per Airbus il futuro potrebbe essere nero: i costi del nuovo aereo A320neo potrebbero diventare eccessivi, proprio nel momento in cui il concorrente della Boeing è in difficoltà a causa dei recenti incidenti (una cosa spiega l’altra?).

Ma c’è l’ altra faccia della medaglia: come già per i dazi sull’ acciaio, anche quelli sui pezzi di ricambio di Airbus danneggeranno in fretta le compagnie aeree Usa che hanno aerei europei nella loro flotta.

E la Ue ha delle armi per difendersi, colpendo Boeing, già in difficoltà, sotto accusa per aver ricevuto sovvenzioni pubbliche per 18 miliardi di dollari.

La decisione definitiva alla Wto è prevista il 28 ottobre.

Ma i capricci di Donald Trump potrebbero accelerare la risposta di aumento dei dazi, una scappatoia che il presidente Usa potrebbe usare nella speranza di superare il difficile momento politico che sta vivendo, con il ricorso alla propaganda nazionalista.

 

 

Fate il vostro gioco!

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( Dal Web )

Fate il vostro gioco: 3, 5 o 10 metri? E se siete radicali: 50, 100, 150 metri?
Il governo francese si appresta ad inserire una di queste cifre nella legge.
Esse indicano la distanza da rispettare tra le abitazioni e i campi durante lo spargimento e l’irrorazione di pesticidi.
La presidentessa del sindacato agricolo FNSEA, Christiane Lambert, si è affrettata a intervenire nel «dibattito pubblico» in cui alcune voci si erano levate per parlare invece della cifra maggiore di 150 metri.
«La smettano di delirare!»
Ha sbraitato davanti ai giornalisti, perché questo ridurrebbe la superficie agricola francese del 15%.
Piuttosto che farsi coinvolgere in questo dibattito assurdo e francamente vergognoso, vediamo più da vicino cosa sono i pesticidi e cosa rappresentano nel mondo odierno.
Un pesticida è una sostanza utilizzata per combattere organismi considerati nocivi, direbbe l’enciclopedia.
Tranne che la lingua può rapidamente giocare dei brutti scherzi.
Perché in quasi tutte le forme di agricoltura, le piante devono essere protette da altri organismi.
Esistono già piante che hanno proprietà «pesticide», se lo si vuole, che proteggono i campi e le colture dalle devastazioni di parassiti, insetti e malattie.
Per chiarire le cose: quando si parla di pesticidi, si sta parlando di sostanze, spesso prodotte sinteticamente, che contengono tossicità comprovate.
Tali tossicità agiranno quindi contro gli «elementi nocivi».
E fin qui, potremmo citare il nostro ingegno, va bene.
Ma non è tutto qui, le tossicità «residue», difficili o semplicemente non degradabili, si accumuleranno nel suolo, nell’acqua, nell’aria, negli animali, nei corpi umani, nel cibo… ovunque.
Il trattamento chimico delle colture vegetali esiste da millenni.
Nell’antica Grecia, lo zolfo veniva usato come pesticida.
Nell’impero romano, si diffuse l’uso dell’arsenico come insetticida.
Ma è nel XIX secolo che la chimica minerale decollò.
In Europa, l’uso di pesticidi a base di sali e solfato di rame è in aumento, il che porterà a un primo inquinamento duraturo del suolo (il rame non si degrada).
Per tutto il XX secolo, fino ad oggi in molti paesi che non l’hanno vietato, i semi vengono trattati con sali di mercurio, un metallo altamente tossico.
Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, con una popolazione di quasi 2 miliardi, il chimico tedesco Fritz Haber, impiegato alla Bayer, scoprì un metodo economico per produrre grandi quantità di fertilizzante, realizzando la sintesi dell’ammoniaca dall’azoto atmosferico.
Ciò avrebbe consentito l’estensione dei campi agricoli e l’aumento della produzione alimentare in un momento in cui molti scienziati erano allarmati dal raggiungimento del «tetto» della popolazione mondiale sostenibile.
Ma Fritz Haber e la sua squadra non si fermarono là.
La guerra avrebbe riorientato la loro ricerca grazie alla creazione del terribile gas mostarda [iprite] impiegato in un altro campo, quello della battaglia nelle trincee europee.
La loro ricerca avrebbe portato anche alla creazione di un altro noto pesticida: lo Zyklon B, utilizzato negli anni 30 nell’agricoltura cerealicola e poi nelle camere a gas naziste.
I pesticidi di sintesi provengono dalla ricerca in ambito militare.
Dopo la seconda guerra mondiale, i vasti complessi chimici dedicati alla produzione militare rischiavano di essere fuori servizio… ed è così che furono trasformati in fabbriche per produrre in serie pesticidi di sintesi.
Il più noto è senz’altro il DDT, scoperto già nel 1874, ma le cui proprietà insetticide furono stabilite solo alla fine degli anni 30.
Negli anni del dopoguerra, il DDT prodotto dalle stesse fabbriche chimiche prima dedicate alla produzione di gas tossici e prodotti chimici per uso militare, sarebbe diventato rapidamente il pesticida più utilizzato al mondo.
Un altro pesticida derivante dalla produzione di gas da combattimento è il malathion, ancora oggi utilizzato.
A partire dal 1945, il consumo mondiale di pesticidi è raddoppiato ogni decennio (ovvero una moltiplicazione per 60 fino ad oggi, arrivando a 2,5 milioni di tonnellate all’anno sui terreni agricoli).
Il numero di pesticidi è esploso: sono stati aggiunti sempre più additivi per aumentare questo o quell’effetto, per rispondere a nuove resistenze, per evitare tossicità residue… Malgrado ciò che si potrebbe pensare, più del 75% dei pesticidi utilizzati in tutto il mondo vengono sparsi sulle terre arabili dei cosiddetti paesi sviluppati… e la resistenza di piante e insetti cresce quasi allo stesso ritmo dello sviluppo dei pesticidi.
Nel 1997, 600 specie di insetti sono diventate resistenti a uno o più insetticidi; per le erbe, si parla di 120 specie e per i funghi parassiti la cifra è di 115.
Proseguendo nello sviluppo e la produzione di pesticidi, le aziende agroalimentari e chimiche hanno allora rovesciato il problema, investendo massivamente nella creazione di organismi geneticamente modificati (OGM) in grado di resistere ai loro pesticidi sempre più potenti deputati a sradicare tutti i «parassiti».
Negli Stati Uniti, ad esempio, il 94% delle coltivazioni di cotone, il 92% di quelle di mais e il 94% di quelle di soia sono transgeniche.
In Sudafrica, le percentuali per le stesse piante sono di 85, 95 e 100%.
In Pakistan e India, il 97% di tutto il cotone coltivato è transgenico.
Nelle Filippine, il 65% del mais è transgenico.
In Argentina, quasi tutte le colture di soia sono transgeniche.
Per la salute umana, i pesticidi (considerando che esistono differenze di tossicità tra l’uno e l’altro e che alcuni vengono ritirati dal mercato quando la narrazione non è più sostenibile, come il famoso DDT, vietato dal 1973, o il prodotto made in Francia, l’Atrazine, il cui utilizzo è vietato in patria ma è ancora legale… per l’esportazione) aumentano i rischi, sono all’origine stessa o, combinati con altri fattori di inquinamento, causano tumori di ogni tipo (tumori cerebrali, leucemie, tumori a reni, prostata, testicoli, sistema linfatico); infertilità, morte fetale, prematurità, ipotrofia, malformazioni congenite, alterazioni endocrine; disturbi dermatologici come arrossamenti, prurito, ulcerazioni; compromissioni neurologiche come ridotta sensibilità tattile, affaticamento muscolare, cefalea, ansia, irritabilità, depressione, insonnia, paralisi; disturbi del sistema ematopoietico con una diminuzione dei globuli rossi e bianchi e il rischio di leucemia; danni al sistema cardiovascolare con disturbi del ritmo cardiaco e arresto cardiaco; disturbi del sistema respiratorio come superinfezioni, bronchiti, riniti e faringiti; squilibri delle funzioni sessuali come l’infertilità maschile con la crescente soppressione della spermatogenesi e femminile con disturbi endocrini; malattie neurodegenerative come il Parkinson.
«La smettano di delirare!», come dicono alla FNSEA…
Tra il 1981 e il 1982, l’organofosfati Nemacur 10 della Bayer, utilizzato nella lavorazione del pomodoro, ha causato la morte di oltre un migliaio di persone e la malattia o la disabilità di altre decine di migliaia in Spagna.
L’azienda, lo Stato e gli esperti l’hanno coperta sotto il nome di «olio tossico».
Dieci anni dopo, Jacques Philipponneau ha pubblicato Relazione su l’avvelenamento perpetuato in Spagna e camuffato sotto il nome di sindrome dell’olio tossico dove si può leggere ciò che segue:
«Per molto tempo la malattia è stata una fatalità individuale o un male sociale il cui eventuale alleviamento dipendeva dalla conoscenza medica e da una carità privata sostituita progressivamente dall’autorità pubblica. Attualmente la salute pubblica è un affare economico, e doppiamente del resto. Da una parte perché l’economia mercantile, avendo trionfato sulle antiche condizioni naturali ovunque scomparse, producendo stricto sensu la vita e la morte dell’uomo moderno, si rivela essere in qualche modo un problema di salute, e anche un problema per la salute. Dal momento che alle nostre latitudini nessuno ignora che ciò che mangia, beve, respira, in poche parole le condizioni generali della sua vita quotidiana sulle quali di consueto non può niente, costituiscono una minaccia per il suo “capitale-salute”, secondo la poetica espressione del tempo; e in ogni momento ci viene raccomandato di migliorarne la gestione rinunciando a questa o a quella antica abitudine diventata nefasta e di cui possiamo valutare la nocività nei conti pubblici della nazione».
Queste parole ricordano le frasi pubblicate sull’Encyclopédie des Nuisances n. 5, nel 1985: «L’estremo deterioramento del cibo è un’evidenza che, al pari di altre, è in genere sopportata con rassegnazione: come fosse una fatalità, il prezzo da pagare per un progresso inarrestabile, come sanno tutti coloro che ne sono schiacciati ogni giorno.
Tutti tacciono in proposito.
In alto perché non se ne vuole parlare, in basso perché non si può farlo.
La stragrande maggioranza della popolazione, che sopporta tale degrado, pur avendo forti sospetti, non riesce a far fronte a una realtà così spiacevole».
Oggi l’ignoranza non può più essere invocata.
Il diluvio di studi e libri che denunciano gli effetti dannosi sulla salute e sull’ambiente dei pesticidi utilizzati così pesantemente nell’agro-industria (che converrebbe chiamare sempre così, perché è ciò che l’agricoltura è diventata nella quasi totalità) ha forse generato una presa di coscienza, lotte e opposizioni anche radicali come durante la resistenza agli OGM in Francia, esperimenti per «fare diversamente» (ora recuperati e inseriti nel mercato come qualsiasi altra merce, debitamente etichettati «bio», «organico», «100% naturale», «prodotto dall’agricoltura sostenibile» ecc.), ma alla fine è la rassegnazione a prevalere.
Essa si manifesta principalmente sotto forma di totale negatività, mancanza di interesse o persino incapacità di cogliere l’entità del problema, unite a un’impotenza ad agire direttamente per sopprimere, diciamo, almeno la nocivité che si trova direttamente accanto a casa, nel campo del vicino.
Può anche assumere la forma dell’integrazione all’interno del grande greenwashing del capitalismo industriale a colpi di nuove tecnologie, vaste menzogne ed energie rinnovabili, oppure dell’inserimento sotto forma di «aziende bio» nel mercato convenzionale.
Allo stesso tempo, vediamo anche che «la minoranza delle minoranze» tende ad affinare le sue lotte, sapendosi ormai in fin dei conti poco numerosa nella lotta contro il mostro che si basa essenzialmente sul consenso che riesce a produrre o ad ottenere.
Alcune lotte «locali» generano a volte attacchi importanti contro ciò che devasta il mondo ed i suoi abitanti, proprio come un pugno di individui attacca direttamente, qua e là, i laboratori, i fabbricanti di OGM o gli amministratori della devastazione del pianeta. Con l’avanzata sempre più veloce dell’artificializzazione dell’agricoltura e l’innegabile degradazione dell’habitat, queste lotte rischiano di diventare sempre più radicali in termini di prospettive e di metodi, cosa che non ci dispiace affatto.
In Francia, lo Stato intende imporre all’agro-industria una netta riduzione dell’uso di pesticidi, secondo i suoi piani Ecophyto (un primo lanciato nel 2007 voleva ridurre del 50% lo spargimento di pesticidi intorno al 2018, seguito da un secondo piano nel 2015 che ha rimandato questa scadenza al 2025).
Se da un lato proibisce certi pesticidi (come il famoso glifosato, vietato alla vendita ai privati ​​e all’utilizzo negli spazi pubblici come i parchi dal gennaio 2019, il che non impedisce che un terzo degli erbicidi utilizzati in Francia siano costituiti ancora proprio dello stesso glifosato), d’altro concede permessi a nuovi veleni, come l’autorizzazione nel 2019 di undici fungicidi supplementari contenenti sostanze attive SDHI (Succinate DeHydrogenase Inhibitor).
Eppure nel 2018 sono stati diffusi dei rapporti allarmistici: «anomalie nel funzionamento dell’SDH possono portare alla morte delle cellule causando gravi encefalopatie o, al contrario, ad una proliferazione incontrollata di cellule, che sono all’origine di tumori. Anomalie della SDH si osservano anche in altre malattie umane».
I fungicidi SDHI sono già sparsi ovunque nelle campagne francesi: su quasi l’80% delle superfici di grano, quasi altrettanto su quelle di orzo, sugli alberi da frutta, su pomodori e patate.
Ed oggi lo Stato vorrebbe decidere in merito a questi 3, 5 o 10 metri di distanza dalle case da rispettare quando si applicano i pesticidi!
Ciò che conta è che tutto possa continuare come prima.
Che la produzione aumenti, che i profitti si realizzino.
D’altronde, a costo del naufragio di questa società, non è semplicemente possibile fare a meno dei pesticidi per mantenere l’esistente; l’agricoltura industriale ha già talmente trasformato, inquinato e impoverito la terra che nulla cresce su grande scala senza fertilizzanti sintetici e senza chimica per proteggere le piante da mille malattie e parassiti… che sono a loro volta, in gran parte, creati dalla resistenza che gli organismi tendono naturalmente a sviluppare contro ciò che li uccide.
È un circolo vizioso o, meglio, è il famoso treno che avanza a tutta velocità verso l’abisso. Discutere a proposito di 3, 5 o 10 metri è veramente il dettaglio ipocrita del mare di veleni industriali che fanno scorrere nelle nostre vene e nei bronchi.
I legami tra capitalismo, produzione industriale e malattie si manifestano dappertutto, non solo in agricoltura e nel cibo che essa produce.
Quanti minatori, quanti metalmeccanici, quanti operai tessili, quanti imbianchini, quanti muratori, quanti operai e operaie sono morti in modo spaventoso a causa delle tossicità a cui erano stati esposti sul lavoro?
Quante altre persone sono morte nella stessa maniera atroce a causa dei prodotti che hanno contribuito a diffondere sul mondo?
Quanti tumori crescono nei nostri corpi esposti in modo permanente e consapevole alle radiazioni elettromagnetiche della felice società connessa?
Significherebbe ingannarsi se ci si concentrasse soltanto sulle nocività più palesi, come l’energia nucleare o le emissioni di CO2: ogni prodotto che esce da una fabbrica, ogni merce che viene assemblata, ogni cibo che viene fabbricato in questo mondo contiene, porta in sé o provoca una dose di morte.
È tragico, ma l’aumento vertiginoso dei casi di cancro è solo la punta dell’iceberg avvelenato su cui sopravviviamo.
Sì, bisogna dire che non facciamo altro che sopravvivere, tanto più che la nostra «sopravvivenza» sembra sempre più irreale ed artificiale.
Senza le impressionanti dosi di farmaci e trattamenti (che, per intenderci, contengono molte tossine di cui non si conoscono affatto gli effetti a lungo termine o che generano a loro volta nuove malattie o, nel caso degli antibiotici, batteri più resistenti e nocivi), quanti di noi sopravvivrebbero oltre i cinquant’anni?
Per tornare ai pesticidi, benché sembri ormai molto tardi, potendo la disperazione armare le nostre mani e le nostre menti, il minimo che si possa fare è nominare alcuni responsabili.
Costoro non sono presi a caso da un «rapporto» o un «meccanismo», secondo gli eterni cavilli balbettati per giustificare la servitù volontaria: fanno scelte in piena consapevolezza e ne traggono enorme profitto a scapito di tutti.
Migliaia di documenti e studi a disposizione di tutti testimoniano la natura cancerogena e tossica dei pesticidi da cui dipende quasi tutta la produzione alimentare, per non parlare delle migliaia di altri documenti conservati «for your eyes only» nei sotterranei dei laboratori farmaceutici, negli uffici degli agro-industriali, nelle torri di vetro amministrative.
Diamo un nome quindi a questi avvelenatori di massa.
I maggiori produttori che si occupano del 75% della produzione mondiale di pesticidi sono ovviamente multinazionali:
Bayer-Monsanto,
Syngenta,
BASF,
Dow Chemical.
In Francia, ci sono due federazioni padronali specializzate nel settore:
l’Unione dell’industria della Protezione delle Piante (UIPP) e la Federazione Commercio Agricolo.
La maggior parte dei seguenti produttori di pesticidi ne sono membri:
Action PIN,
Adama,
Ascenza (SAPEC Agro),
Belchim Crop Protection,
Certis,
Corteva Agriscience,
De Sangosse,
FMC, GOWAN,
Lifescientific,
Nufarm,
Philagro,
Phytoeurop,
SBM Company,
SUMI Agro,
UPL,
STE XEDA,
Anios,
Phytorus,
Group 5 S,
Dipter,
Sesol,
Indal,
Helarion Industries,
Emdex,
Al’tech,
Hygia,
Cedre,
Eurotonic.
Vengono poi le autorità statali di pianificazione, emittenti di norme e di ricerche come l’Istituto Nazionale della Ricerca Agronomica (INRA), le cui decine di strutture di ricerca, produzione, sperimentazione, studio e formazione sono della partita, o ancora il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica (CNRS), l’Istituto Nazionale di Salute e Ricerca (INSERM) e l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza sanitaria degli alimenti, dell’ambiente e del lavoro (ANSES).
Rimane infine da porsi un’ultima domanda, non più quella relativa ai produttori di pesticidi, ma a coloro che li usano per coltivare i propri raccolti.
Se non tutti gli agricoltori usano pesticidi e molti di loro vorrebbero farne a meno, alcuni continuano ad avvelenare non solo se stessi, ma anche chi consumerà i loro prodotti o chi vive nelle vicinanze…
Piuttosto che farne un elenco, cosa che sarebbe assurda come redigere un elenco di chi lavora nel nucleare, pensiamo che in seno alla stessa conflittualità vadano considerate le responsabilità degli uni e degli altri, che le possibilità di scelta consapevole possono allargarsi… e che lo storico «faccio solo il mio lavoro» sarà sempre meno accettato.