Archivi categoria: Il raggio riflesso

L’ informazione deve essere libera di viaggiare senza filtri, condizionamenti e manipolazioni. Come un raggio che si riflette su una superficie levigata, rimbalza, si espande nell’etere.

Morte per morte

«Al mondo c’è una cosa che rende felici e una che rende infelici.
La prima è la pace con la propria coscienza,
l’altra la mancanza di pace con la propria coscienza.
Tutto il resto sono sciocchezze e assurdità».
Sergej Kravčinskij, 24 luglio 1878
«Io non posso più vivere senza vendicare i compagni giustiziati.
Mi conducano pure al patibolo quando avrò portato a termine il mio compito».
Sergej Kravčinskij, 3 agosto 1878
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La mattina del 4 agosto 1878 Sergej Kravčinskij — l’anarchico russo che un anno prima era stato arrestato per la sua partecipazione alla banda del Matese — accoltella all’addome il generale Nikolaj Mezencov, capo della Terza Sezione (la polizia politica), mentre questi sta passeggiando per le strade di Pietroburgo in compagnia del tenente colonnello Makarov. Mezencov morirà poche ore dopo, mentre il suo attentatore riesce a fuggire e a mettersi in salvo. Il 17 agosto al quotidiano di Pietroburgo Golos viene recapitato un opuscolo, redatto dai responsabili dell’azione. Si intitola Smert’ za smert’, ovvero Morte per morte: «Il capo dei gendarmi, cervello della banda che tiene sotto il giogo tutta la Russia, è stato ucciso… L’assassinio è una cosa tremenda. Solo nel momento più forte della disperazione che conduce alla perdita della coscienza, un uomo che non sia uno scellerato può sacrificare la vita di un suo simile… Il governo ha condotto noi socialisti russi, noi che ci siamo votati a tutte le sofferenze per sollevare gli altri, il governo russo ci ha condotto a questo punto, alla decisione di assassinare in maniera sistematica. Ci ha portato a ciò col suo gioco cinico con decine e centinaia di vite umane…».
Vi sembra una storia del lontano passato? Non lo è.
La mattina del 31 ottobre 2018 Mikhail Zhlobitsky, un anarchico di diciassette anni, si è fatto saltare in aria nell’atrio dell’edificio che ospita la sede del FSB, i servizi segreti russi. È accaduto ad Arkhangelsk, città all’interno del Circolo Polare Artico, a circa 1200 chilometri a nord di Mosca. Tre agenti sono rimasti feriti nell’esplosione che ha devastato il locale, mentre il giovane attentatore è morto in quello che è stato definito il primo attacco suicida non-jhadista della storia della Russia. Poco prima di entrare in azione, Mikhail Zhlobitsky aveva inviato un messaggio in cui spiegava le ragioni del suo gesto: «…in risposta al FSB che costruisce montature e tortura persone».
Solo tre giorni prima, il 28 ottobre, erano stati indetti alcuni presidi davanti alle sedi del FSB di Mosca e San Pietroburgo per protestare contro la brutale repressione scatenata dagli eredi del KGB (e della Terza Sezione) ai danni di decine e decine di anarchici e di antifascisti, che in tutto il paese vengono sequestrati e torturati. I presidi si erano conclusi con l’arresto di una cinquantina di manifestanti.
Poche ore dopo l’esplosione ad Arkhangelsk, gli inquirenti russi hanno iniziato ad indagare per scoprire chi avesse «manipolato» Mikhail Zhlobitsky, se qualche gruppo islamico o qualche potenza straniera, mentre una sua familiare dichiarava di non avere idea di cosa avesse spinto un ragazzo che «non beveva, non fumava, andava a scuola» a compiere un tale gesto. Decisamente, per l’autorità (statale o familiare che sia) solo un’obbediente normalità non desta sospetti e non è incomprensibile. Quanto all’adolescenza, essa deve trascorrere all’insegna della frivolezza.
Ma l’ultima immagine che ritrae Mikhail Zhlobitsky, quella che ha fatto il giro del mondo, non è un selfie da ostentare con vanità. Non è stato lui a scattarla, non ha chiesto lui di riprenderla, non aveva nessuno a cui mostrarla in seguito. Perché quella mattina egli sapeva perfettamente a cosa andava incontro. A diciassette anni, mosso da una esigenza assoluta si è lanciato all’attacco, nella piena consapevolezza che avrebbe perduto la vita. Si è costruito una bomba artigianale, è entrato da solo dritto nella tana del lupo e poi… Si è ucciso, perché nemmeno lui poteva più vivere senza vendicare i compagni massacrati. È uscito dal teatro della vita sbattendo la porta, perché non accettava di convivere con l’infamia del potere e non ha trovato altre possibilità per lui degne di essere realizzate. Ed ha cercato di uccidere, perché non gli bastava una protesta giusta ma passiva. Di più, ha cercato di fare strage di carnefici — perché, a differenza degli jhadisti, non ha mirato ad altre vittime.
Chi lo deriderà — chi bussa alla porta del potere solo per essere invitato al tavolo di trattative?
Chi lo criticherà — chi ha bisogno di un vasto consenso popolare prima di passare all’azione?
Chi lo esalterà — chi mai e poi mai vorrebbe essere stato al suo posto?
Esterrefatti dalla determinazione fatale del gesto di Mikhail Zhlobitsky, noi siamo purtroppo consapevoli di ben altro: di rimanere qui a contemplare impotenti e furiosi i tronfi sorrisi dei Salvini, dei Putin, dei Trump, di tutti i potenti che giocano cinicamente con la vita di innumerevoli esseri umani. Cercando di cancellarli con sdolcinate mitopoiesi, roboanti comunicati o amare discussioni. E nonostante la sola scommessa che vogliamo fare sia quella di una rivolta che sia piena di vita, non possiamo fare a meno di pensare alla privata confidenza di qualcuno che combatté a favore del «comunismo anarchico» nella Spagna rivoluzionaria del 1936-39: «perché sappiamo che i discorsi e le conversazioni spirituali o idiote non servono a niente quando si ha a che fare con un signore che vi minaccia con una rivoltella. ed è oltremodo utile che il mondo lo impari… bisogna pur sapere quando finiscono le parole».
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L’Europa deve stringere un accordo con l’Italia

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foto fanpage.it

( Dal Web )

Il Chief Economist di Deutsche Bank, dopo avere inaspettatamente difeso l’Italia in una nota intervista a Bloomberg di qualche tempo fa, sul Financial Times ora scopre le carte in tavola lanciando la sua proposta per risolvere il pericoloso scontro tra Italia e Bruxelles, che minaccia la sopravvivenza dell’euro: sarebbe saggio offrire all’Italia un prestito del MES, il cosiddetto meccanismo europeo di stabilità, per permetterle di riacquistare parte del suo debito, il cui costo è salito a causa dello spread, e consentirle così un certo spazio fiscale per investimenti e per la ripresa. Naturalmente per rendere digeribile la proposta all’opinione pubblica tedesca occorre correggere nella direzione della verità la storia finora raccontata della “dissolutezza” delle nostre finanze pubbliche. La digestione resta comunque difficile per l’Italia, che come noto ha già versato oltre 50 miliardi per finanziare i vari fondi salva stati. Questi hanno in realtà salvato le banche francesi e tedesche, e ora l’Italia pagherebbe questo prestito a interesse con un commissariamento del suo governo e una definitiva cessione di sovranità. In proposito è illuminante questo thread di @giuslit, che in pochi tweet spiega tutto. 

di David Folkerts-Landau, 12 novembre 2018

Un’altra crisi del debito sovrano nell’area dell’euro è inevitabile, a meno che l’approccio conflittuale della Commissione europea al problema del debito italiano non ceda il passo a una maggiore cooperazione. L’imminente deterioramento della posizione fiscale dell’Italia – trainato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rallentamento della crescita e dalla prossima recessione – e la situazione politica stanno preparando il terreno a ulteriori turbolenze nei mercati. Solo la presunzione, tra gli investitori, che la Banca centrale europea garantirà l’accesso dell’Italia ai mercati internazionali sta impedendo un ulteriore aumento dei rendimenti.

Contrariamente ai pregiudizi diffusi, l’Italia è stata un paese parsimonioso. Il peso del suo debito è un retaggio del periodo precedente all’ingresso nell’eurozona. Da allora ha registrato un avanzo primario di bilancio (entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno. Dal 2000 il nuovo debito dell’Italia è stato tutto utilizzato per pagare gli interessi; non per finanziare la spesa. Inoltre, negli ultimi anni il paese ha anche ottenuto un avanzo delle partite correnti.

Tuttavia, la politica di riduzione del debito attraverso una politica fiscale restrittiva, insieme a dolorose riforme strutturali per promuovere la crescita, ha fallito. L’Italia è in stagnazione. Negli ultimi due decenni l’economia italiana è cresciuta appena del 7%, contro il 40% della Spagna e il 30% di Francia e Germania.

Nel frattempo, il suo debito ha continuato a crescere. I tagli di spesa hanno abbassato il tenore di vita in misura tale da radicalizzare l’elettorato italiano. Gli sforzi di riforma si sono fermati, perché non possono essere attuati contemporaneamente all’austerità. Persino la Germania nel 2003 ha infranto i limiti di deficit della Ue con il suo programma di riforme Agenda 2010.

Alcuni sostengono che i limiti del deficit dell’Italia devono essere allentati per far ripartire l’economia. Ma questo porterebbe solo a un aumento della crescita a breve termine. Disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito, spingeranno verso l’alto i rendimenti obbligazionari, aumentando ulteriormente i deficit. E di conseguenza l’inasprimento della pressione fiscale sul reddito o sulla ricchezza per finanziare le spese porterà a diminuire il tasso di crescita ed allontanerà ulteriormente l’elettorato.

Inoltre, l’atmosfera politica in Europa è tale che ridurre il debito dell’Italia attraverso la mutualizzazione o i trasferimenti fiscali diretti è inconcepibile. Anche l’opzione di una ristrutturazione del debito con il coinvolgimento del settore privato è irrealizzabile. L’unica opzione valida è quella di ridurre la spesa per il servizio del debito italiano. Ciò creerebbe lo spazio per aumentare la spesa diretta a modernizzare l’economia senza aumentare deficit e debito. L’aumento della spesa per le infrastrutture, dando anche la garanzia di una attuazione delle riforme, farà finalmente aumentare i tassi di crescita del paese rispetto ai suoi attuali livelli anemici. E migliorerà anche la sua capacità di servire il debito in futuro. Se l’economia non dovesse crescere, allora è inevitabile che saremo costretti ad accettare una sostanziale ristrutturazione del debito italiano.

Gli investitori privati ​​non accetteranno volontariamente una dilazione dei pagamenti del servizio del debito. Pertanto, dovrebbe essere coinvolto il Meccanismo Europeo di Stabilità, finanziando un riacquisto di parte del debito ad alto costo. L’interesse sul prestito dovrebbe essere pagato quando l’economia italiana raggiungesse una maggiore produttività e una maggiore crescita. Il MES non sovvenzionerebbe direttamente l’Italia con un trasferimento fiscale, anche se aumenterebbe significativamente la sua esposizione verso il paese e probabilmente i costi del prestito aumenterebbero.

Se il servizio del debito italiano fosse dimezzato, a circa due punti percentuali del prodotto interno lordo, sarebbe possibile aumentare la spesa pubblica di circa 35 miliardi di euro all’anno. Coinvolgere l’ESM in questo percorso equivarrebbe a un voto di fiducia sul potenziale di crescita dell’Italia e comporterebbe un significativo calo dei rendimenti e del servizio del debito. La Banca centrale europea potrebbe anche utilizzare il suo programma OMT (outright monetary transactions) per portare i rendimenti ai livelli pre-crisi.

La bozza di questo grande accordo è la seguente: l’Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali. L’Europa, da parte sua, dovrebbe riconoscere che la soluzione al peso del debito non è semplicemente l’austerità.

Se entrambe le parti possono accettare questo accordo, si apre la strada verso una soluzione MES. Alcuni sosterranno che aiutare l’Italia vuol dire solo incoraggiare la dissolutezza. Ma le prestazioni del paese negli ultimi decenni contraddicono questa visione.

Una crisi del debito italiano costituisce un rischio esistenziale per la zona euro. L’attuale “gioco del coniglio” è irresponsabile. Ignora i pericoli insiti in ogni crisi finanziaria, i cui costi farebbero sembrare insignificanti quelli del MES.

L’autore è chief economist presso Deutsche Bank

La pozzanghera e l’oceano

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( Dal Web )

Un antico dilemma. Aprirsi ai possibili complici sconosciuti di cui si dà per certa (o si ipotizza, o anche solo si auspica) l’esistenza fuori dell’uscio di casa, oppure chiudersi in compagnia dei proverbiali quattro gatti che già si conoscono e che godono della propria fiducia? Si tratta di una scelta che va ben al di là delle singole attitudini caratteriali, così come della valutazione dei rispettivi pro e contro, ma coinvolge le proprie aspirazioni, i propri sogni. Non tanto un’opzione strategica da calcolare, quanto una prospettiva umana da vivere. Ciò detto…
A tarpare le ali ad ogni tensione utopica nell’ultimo decennio è piombato il flagello della comunellanza politica, l’infettante convinzione che per nuotare nell’oceano sociale sia obbligatorio alleggerire il più possibile il proprio bagaglio rivoluzionario al fine di renderlo più galleggiante, sia necessario porgere il microfono ad esperti possibilmente di fama per farsi prendere sul serio da masse a digiuno di aspirazioni radicali, sia doveroso insomma correre dietro alla gggente per blandirla ed ottenerne i favori (il tutto facendo da sponda a chi ha sempre affossato le idee antiautoritarie).
L’allegra adozione di questa tattica opportunista ha contribuito non poco alla quasi estinzione dell’anarchismo più iconoclasta, il quale si è visto svuotare di buona parte del proprio contenuto non dall’intervento esterno, bensì da quello interno. Tale scelta (che di scelta si tratta, presa da alcuni con piena cognizione di causa, non di abbaglio) da parte di alcuni illuminati sulla via di Venaus ha provocato in altri anarchici una forte reazione allergica di segno diametralmente opposto, che si manifesta nel netto rifiuto di ogni possibile apertura verso l’esterno. No, gli anarchici non devono cercare altri, devono bastare a se stessi, punto. Ed essendo innegabile che l’insurrezione e la rivoluzione sono fatti sociali e in quanto tali necessitano soprattutto della partecipazione di altri, beh, allora tanto peggio per queste cariatidi concettuali del passato. Vorrà dire che gli anarchici moderni non devono più desiderare la distruzione di ogni potere, non devono più riflettere sulle possibilità di abbattere lo Stato, devono avere occhi e cuore solo per la rivolta individuale, solo per l’insorgenza di pochi (non) eletti contro un’autorità ritenuta ormai ineluttabile ed invincibile non solo dai grandi e piccoli servi del dominio, ma anche da questi loro nemici.
Che bizzarro paradosso! Cittadinismo sovversivo e solipsismo nichilista, pur nella loro asimmetrica distanza, partono dal medesimo presupposto condiviso come punto di partenza: la convinzione che nell’oceano sia possibile nuotare esclusivamente a stile compromesso. C’è chi si butta e chi no, preferendo rimanere nella pozzanghera. Chi fa di tutto per apparire bello e buono, e chi fa di tutto per apparire brutto e cattivo. Si tratta di una alternativa che ha fatto strage fra compagne e compagni, come dimostra l’emergere di categorie in sé pressoché insulse come «anarchismo sociale» o «anarchismo d’azione», rimasticature di vecchie suddivisioni già inutili in altra epoca. Alternativa che però non desta in noi il minimo interesse ed in cui non intendiamo trovare spazio, non essendo appassionati né di assemblee (che troviamo il più delle volte disprezzabili) né di eremi (che troviamo non di rado noiosi).
Questione di prospettive. La nostra rimane quella della distruzione di ogni autorità, la cui premessa è una scintilla insurrezionale che va cercata con ostinazione. Nell’oceano, quindi, non nella pozzanghera. Andare alla ricerca di possibili complici, sì, ma a partire dalle nostre idee e solo da quelle. Non per atto di fede o per attaccamento ideologico, come amano commentare i pragmatici babbei, ma semplicemente perché non riusciamo davvero a credere al loro «dogma»; e cioè che si possa arrivare all’autonomia attraverso la sudditanza. Il fine indica i mezzi, i mezzi contengono e giustificano il fine.
Inutile farci notare che le condizioni sociali non sono favorevoli, che non c’è nulla di radicale da attendersi dalle enormi mandrie contemporanee di portatori di smartphone, che l’assuefazione sociale alla droga del potere ha raggiunto livelli tali da rendere materialmente impossibile un’insurrezione oggi. Ciò non giustifica a nostro avviso né il ricorso al salvagente della politica, né la bandiera tirata sugli occhi a mo’ di sudario.
In primo luogo perché, come dovrebbe essere ben noto, le esplosioni sociali sono come ladri nella notte: irrompono senza farsi annunciare. Se sotto forma di sommossa più o meno prolungata, di insurrezione, o di guerra civile, dipenderà dagli avvenimenti (e quindi in parte anche dalla nostra capacità di influenzarli).
Poi, perché abbiamo sempre pensato che debbano essere i desideri sovversivi a travolgere e a trasformare la realtà imposta, e non la realtà imposta a formare e a mitigare i desideri sovversivi. Ecco perché lasciamo ad altri la preoccupazione di fare esclusivamente ciò che sembra loro possibile, preferendo dedicarci ad azzardare quanto può sembrare impossibile.
Quanto alla presunta refrattarietà generalizzata nei confronti delle idee anarchiche, ci domandiamo fino a che punto ciò corrisponda a un dato di fatto o sia piuttosto un comodo alibi per giustificare la propria indolenza. Troviamo comunque buffo che in un momento in cui la fiducia nei partiti politici ha toccato i suoi minimi storici, al punto che molti orfani di ideologie emancipatrici si affrettano a saccheggiare l’arsenale teorico anarchico (magari tentando di farlo passare per farina del proprio sacco), siano proprio i sedicenti nemici dello Stato a provare imbarazzo davanti alla possibilità di esprimere a voce alta le proprie idee. Imbarazzo che li porta a seguire la ruota altrui contando sullo sprint finale, oppure a rimanere zitti con la testa imbottita di nulla non-creatore. Ma se non sono gli anarchici a far risuonare bestemmie nelle orecchie di chi finora ha udito solo preghiere, chi altri mai potrà farlo? È questo che troviamo incomprensibile, negli uni come negli altri.
Sul versante cittadinista: a meno di credere all’esistenza di un meccanismo storico determinista che porterà sempre e comunque nella giusta direzione, al tonto «anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia», quanto putridume etico e quanta idiozia intellettuale sono necessari per accantonare le idee anarchiche e fare da megafono a quelle autoritarie? Così facendo si finisce per applicare in anticipo, senza rivoluzione, la delirante teoria marxista del periodo di transizione. Ovvero quella fase storica di pacifica coesistenza fra pressione autoritaria e tensione libertaria che dovrebbe sfociare nell’estinzione dello Stato. Una vera e propria barzelletta logica e storica, una favoletta per bimbi. Davvero si pensa che il modo migliore per abbattere domani il potere sia quello di porsi oggi al servizio dei suoi aspiranti futuri amministratori, invitando gli sfruttati ad esserci per correggere e migliorare le istituzioni?
Sul versante solipsista: i primi nichilisti conosciuti nella storia, quelli russi della fine dell’Ottocento, si trovavano in condizioni favorevoli, loro? Primi sovversivi di un paese sconfinato — dove regnava una rassegnazione atavica secolare, dove un centinaio di milioni di contadini spesso analfabeti inanellava preghiere a Dio e allo Zar, dove pressoché nessuno conosceva le idee radicali — non si misero ad imprecare contro l’ignoranza del popolo che impediva oggettivamente l’avvento della liberazione, né si chiusero nei loro cenacoli per rimanere in poca ma buona compagnia. Uscivano di giorno per diffondere il più possibile le proprie idee fra chi stava in basso, ed uscivano di notte per attaccare il più possibile chi stava in alto. I nichilisti moderni, no. Mirano ai loro nemici in alto, ma non si degnano di cercare complici in basso. Perché, a loro avviso, non ne esistono. Il loro striminzito mondo non va oltre il proprio naso: l’umanità si divide in servi dello Stato più o meno indegni, ed in anarchici più o meno degni. Su un punto almeno, i reazionari di ogni sorta avrebbero perciò ragione: la rivoluzione è morta, lo Stato dominerà in eterno. Ineffabile malinconoia.
No, grazie. Parlare solo fra noi, di noi, per noi, non ci interessa. Parlare con quasi chiunque scodinzolando utilizzando indifferentemente il nostro linguaggio e quello altrui, ci ripugna. Non si tratta di rivolgersi agli altri con l’ambizione di convertirne o arruolarne il maggior numero possibile; l’intento è di prendere appuntamento con qualcuno di loro, con chi non si lascia scorrere addosso le nostre parole ma ne avverte qualche risonanza. I partiti sono sempre stati marci ed impotenti, i movimenti lo sono diventati. Ma le singole individualità non hanno bisogno di feticci collettivi, hanno bisogno di incontrarsi e conoscersi.
Immergersi nelle acque dell’oceano significa allora diffondere le proprie idee il più possibile, senza soffocarle con slogan da corteo o un gergo da accademia. Significa affrontare argomenti che potenzialmente toccano chiunque. Significa guardare dritti negli occhi gli sconosciuti che si potrebbero incrociare, senza sorridere per adescarli e senza ringhiar loro addosso per spaventarli. L’oceano è enorme, al suo interno non vi sono soltanto politicanti, funzionari, bottegai, accademici, periti, giornalisti, preti, militanti. Tutti costoro vanno tenuti alla larga, con rigore. E qualora si avvicinino troppo, vanno affondati.
Ma perché precludersi la possibilità di imbattersi in altri esseri umani in preda ad una rabbia che, se non è esattamente la nostra, è non di meno simile?

La premier islandese: Stiamo meglio fuori dall’Ue. E la Nato non piace al mio partito

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( Dal Web )

A un anno dal suo insediamento, in un’intervista Jakobsdottir afferma di non aver motivi per aderire all’Unione. “Facciamo meglio rispetto a qualsiasi altro paese del nord Europa”. “La Bce non è democratica”

Bruxelles – L’Islanda nell’ Unione europea? “Nessuna ragione plausibile per aderire”.

A dirlo è Katrin Jakobsdottir, prima ministra islandese dal novembre 2017 e leader del partito dei Verdi, in un’intervista rilasciata a Euobserver in occasione del suo anniversario alla guida del governo.

Nel 2009, travolta dalla crisi economica e finanziaria, con le banche in ginocchio, l’Islanda aveva presentato domanda di adesione all’Ue, prendendo però la decisione (unilaterale) di interrompere il processo nel 2015, quando oramai, anche grazie all’aiuto dell’Unione, era fuori dai pasticci. “Era un tema delicato e controverso allora, e lo è anche oggi”, sottolinea la verde, riportando i dati di un recente sondaggio da cui emerge che il 60 percento degli islandesi vuole rimanere fuori dall’Unione.

Le relazioni tra il Continente e la “Terra ghiacciata” (in inglese Iceland) sono al momento riconducibili allo Spazio Economico Europeo (See) e agli accordi di Schengen. Sembra riconoscerlo anche lei, la premier euroscettica, quando afferma con convinzione che “Il libero scambio con l’Ue è indubbiamente positivo per l’Islanda, portando benefici al Paese”. Benefici arrivati senza bisogno di prendere parte al progetto europeo. Stessa cosa vale, a suo avviso, per tutti gli altri indici: parità di genere, performance economiche, indicatori sociali “dove facciamo meglio rispetto a qualsiasi altro paese del nord Europa”.

Jakobsdottir però non solo sottolinea gli ottimi risultati dall’Islanda. Sembra quasi di capire dall’intervista, che è “meglio soli che mal accompagnati”. “Sono critica nei confronti delle politiche economiche dell’Ue”, dichiara riferendosi alla creazione dell’Eurozona “senza delle vere regole centralizzate su tassazione e politiche fiscali”. Non solo: “La Banca centrale europea è diventata davvero forte senza essere democratica, con strategie economiche lontane dai cittadini e che hanno avuto come risultato lo sviluppo di divisioni interne”.

Anche la Nato è nel mirino della donna (la seconda ad essere alla guida del paese). La più grande alleanza militare al mondo non rientra in effetti nelle grazie del suo partito, pur essendo appoggiata dal governo di coalizione di cui fanno parte, oltre quello di appartenenza della premier (dell’ala sinistra), il partito dell’Indipendenza (di centrodestra) e il partito Progressista (di centro).

“Noi Verdi siamo contrari alla permanenza dell’Islanda alla Nato”, dichiara, “pur sapendo che il resto del Governo lo appoggia. Siamo critici nei confronti di qualsiasi incremento della militarizzazione dell’alleanza”, aggiunge.

L’Islanda, che fu salvata dai soldati Usa dall’ invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, fu tra i paesi fondatori dell’organizzazione nel 1949, ma adesso sono cambiate molte cose.

“Il mio partito è in favore di soluzioni più pacifiche e non crediamo che la militarizzazione e il suo incremento possano portare a niente di buono”, afferma la premier, che auspica invece “un rafforzamento delle relazioni diplomatiche e politiche con i paesi”.

Nessuna richiesta, nessun dovere

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( Dal Web )

Ci sono rimasti male, proprio male. Il governo non ha accolto le ragioni degli oppositori come si deve al Tap, il mega-gasdotto che dovrà far passare anche in Italia il gas azero. Il Tap si può e si deve fare, magari non perché quel gas sia effettivamente indispensabile, ma di sicuro perché l’Italia non può permettersi di pagare le penali previste in caso di non adempimento di certi obblighi contrattuali. Non è una motivazione fantastica? Sì, il progetto è inutile e nocivo, ma dato che fare la cosa sbagliata è più economico che fare la cosa giusta, tanto vale continuare a fare la cosa sbagliata fino in fondo! Ragionamento politico-contabil-burocratico per altro già usato per il Tav e che ha già scatenato i contro politici-contabili-burocrati di movimento, i quali calcolatrice alla mano e comma in bocca accatastano precisazioni su precisazioni…
Ma oggi in Salento non è ancora il giorno di fare i conti. Oggi è il giorno della delusione e della rabbia. Sarà per l’arietta transalpina zadista che aveva illuso circa le possibilità governative di tornare sulle proprie decisioni, sarà perché loro ce l’avevano messa proprio tutta a seguire con scrupolo democratico le norme di una opposizione come si deve ad una Grande Opera (attuazione di una bassa conflittualità, banalizzazione delle ragioni della lotta al fine di adescare ogni possibile simpatizzante, recupero o isolamento delle teste calde, gioco di sponda con interlocutori altolocati…), fatto sta che gli oppositori No Tap come si deve ci credevano: la lotta cittadinista paga perché spinge lo Stato ad offrire (che geniale controsenso, eh?). La pressione dal basso spingerà chi sta in alto a fare il proprio lavoro, ovvero… ehm… mettersi al servizio di chi sta in basso?
Non vi permettiamo di credere che gli oppositori No Tap come si deve siano dei babbei, nossignori. Loro lo sanno che non esistono «governi amici», lo ripetono di continuo, mica sono ingenui, loro, infatti li considerano composti da liberi professionisti a cui pagare regolare parcella. I governi sono come broker, non devono essere simpatici amici, devono solo fare investimenti sul mercato di cui sono esperti con il capitale altrui. Se l’investimento va a buon fine, ci guadagnano tutti, chi più chi meno. Altrimenti… ci guadagna solo il broker, che qualcosina in tasca gli rimane sempre.
Ecco, gli oppositori No Tap come si deve avevano investito il loro gruzzoletto di voti e consenso, affidandolo a certi partiti-broker nella poca speranza e tanta certezza di diventare domani ricchi di salute e dignità. Ci avevano parlato con quei broker, li avevano invitati a cene popolari, li avevano guardati dritto negli occhi, avevano creduto in loro, perché sembravano sicuri di sé ed esperti nel loro ramo. Ed invece?! Invece, niente! L’investimento si è rivelato un disastro, la Borsa della politica ha appena annunciato il tracollo delle azioni No Tap e l’impennata di quelle Tap! E adesso, cosa rimane da fare agli oppositori No Tap come si deve? Affidarsi ai miracoli di Padre Pio? Tenersi stretti quei titoli senza valore e sperare in futuro nei flussi e riflussi della Borsa? Buttarli via e dimenticare tutto, salute e dignità comprese? Aspettare l’arrivo di un nuovo broker più efficiente nell’aprire Parlamenti come scatolette di tonno?
Per il momento danno sfogo a tutta la loro delusione e rabbia: «Governanti, dimettetevi!». Ehhh, che pretese però, avrebbero pur dovuto saperlo che gli investimenti in borsa sono sempre ad alto rischio. Di che si lamentano? No, davvero, tutto questo loro rancore non ci sembra giusto. Se si sono affidati alle speculazioni altrui anziché alla propria determinazione, chi è che dovrebbe dimettersi? In effetti, noi un’idea ce l’avremmo.
È il cittadinismo come si deve a doversi dimettere, anzi, a doversi disperdere. Che si tolga di mezzo la cretinizzante fiducia nelle istituzioni e nei tribunali. Che spariscano gli insulsi ricorsi giuridici e le controperizie tecniche. Che si levino di torno gli infami (non)amici sindaci, vigili urbani, magistrati, parlamentari. Che il governo, qualsiasi governo, venga riconosciuto per ciò che è, ciò che è sempre stato e ciò che sempre sarà: un vero e proprio nemico. Che l’opposizione al Tap torni ai suoi primi entusiasmanti giorni, incontrollabili prima della calata dei parassiti della politica come si deve. Che si straccino i titoli di borsa e si torni ad impedire la costruzione delle Grandi Opere del potere — quelle dell’alienazione umana, dello sfruttamento economico, della devastazione ambientale — nel solo modo possibile. Attraverso l’azione diretta, individuale o collettiva, diurna o notturna, a seconda delle attitudini, delle circostanze, delle occasioni.

Goebbels è vivo

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( Dal Web )

Ogni orrore ha il suo glossario burocratico.
Ogni forma di dominio, per rendere invisibile il sangue che versa, deve piegare e distorcere le parole incaricate di esprimere la realtà fino a far loro acquisire la falsità necessaria per dissimulare le infamie commesse.
Da qui l’uso ed abuso di neologismi e metafore dall’effetto anestetizzante.
L’esempio storico più celebre, ed al tempo stesso famigerato, è senza dubbio quello fornito dalla propaganda nazista, di cui riportiamo qui alcuni indicativi esempi.
Revisione: irruzione armata in casa
Uniformazione: eliminazione di partiti, gruppi o giornali di opposizione
Mettere al sicuro: sequestrare, rubare
Accudire: sorvegliare
Pezzi: prigionieri dei campi di concentramento
Coventrizzare: radere al suolo una città mediante bombardamento aereo
Morte pietosa: programma di eutanasia dei cittadini «disabili» al fine di preservare la «purezza della razza»
Sincronizzazione: controllo totale di ogni singolo aspetto della società
Spazio vitale: evocato come indispensabile ad un popolo che vuole espandersi, fu la giustificazione delle invasioni militari che portarono alla seconda guerra mondiale
Soluzione finale: genocidio
Gli ingegneri di anime non sono scomparsi con la caduta del nazismo, anzi, si sono moltiplicati.
Oggi si trovano ovunque, dai ministeri delle grandi metropoli alle amministrazioni comunali delle piccole città.
E il loro compito rimane lo stesso: edulcorare il massacro, rendere trasparente il sangue, coprire le urla.
In questo modo la nostra magnifica civiltà non assomiglia più ad un rullo compressore che distrugge tutto ciò che incrocia sul suo cammino producendo cumuli di cadaveri, la sua corsa al massimo può causare, di tanto in tanto, spiacevoli «effetti collaterali».
 Basta un poco di zucchero e la pillola…
Facciamo un esempio.
Non sufficientemente lontana dagli spifferi del vento padano, anche a Lecce nell’ultimo periodo è stata aperta la caccia allo straniero.
A quello povero ovviamente, all’immigrato talvolta senza documenti e sempre senza denaro, non certo al ricco turista.
Per la sua cattura è stato introdotto l’uso di una rete particolare, che non ha il peso truce della repressione, la rete sterile della medicina.
Capita spesso che non sia una volante a portare via il dannato della terra di turno, bensì un’ambulanza equipaggiata di tutto punto, psichiatri compresi.
In tal modo, grazie alla tempestiva firma dei signori dottori, talmente servizievoli da indicare alla polizia eventuali contestatori, al malcapitato straniero viene imposto un immediato TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).
Grazie a questo civile e asettico metodo, anche le strade di Lecce (come quelle di Berlino negli anni 30), saranno infine epurate da chi inquina la razza non apparendo come si deve, non comportandosi come si deve, non parlando come si deve, non pregando come si deve, ma soprattutto non spendendo come si deve.
Sapete qual è la formula burocratica usata per indicare questa operazione?
«Stazioni pulite».
E sapete cosa pensano di compiere gli strizzacervelli che vi si prestano?
Una «sanificazione del disagio psichico». 
Non c’è dubbio, il premio Goebbels 2018 ha trovato nella città di Lecce una delle vincitrici favorite.

Smarriti tra gli specchi

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«I nostri nemici disegnano il nostro volto.
Questa verità spaventa»

( Dal Web )

In linea di massima, ciò che siamo ha ben poco di spontaneo e naturale.
È anzitutto il risultato del secolare condizionamento imposto dall’organizzazione sociale dominante.
La società in cui viviamo — autoritaria, capitalista, tecno-industriale — produce le persone di cui ha bisogno. Ne progetta il modello, le fabbrica in serie, ne formatta la mentalità, concedendo tutt’ al più una diversificazione di tonalità (purché registrata).
Lo scopo è quello di produrre il genere di persona di cui questa società ha bisogno per funzionare, ovvero il cittadino sottomesso, conformista, che crede ai miti necessari allo Stato («democrazia», «lavoro», «progresso»).
Ma poiché a nessuno piace considerarsi un automa, tutti credono di esseri autonomi. Se votiamo per qualche partito, non è perché crediamo alle menzogne della propaganda; è perché pensiamo davvero che i politici siano al nostro esclusivo servizio. Se compriamo le ultime merci lanciate sul mercato, non è perché abbocchiamo alla pubblicità; è perché qualche imprenditore ha finalmente capito quali sono i nostri veri desideri. Se siamo ricchi di protesi tecnologiche, non è perché ci siamo impoveriti di abilità umane; è perché usufruiamo di una tecnica che serve a migliorare la vita.
«Anche l’uomo deforme trova specchi che lo rendono bello», scriveva Sade. Ma la traduzione in italiano purtroppo non permette di cogliere appieno la sfumatura di significato presente nelle parole del più scandaloso degli illuministi, il quale non usa il termine medievale difforme («che non ha forma e proporzioni naturali», riferito soprattutto proprio al corpo umano), bensì contrefait. Ora, questo termine significa «mal conformato, mal costruito» e deriva dal verbo contrefaire, cioè «riprodurre per imitazione, imitare fraudolentemente»… contraffare, appunto. Quindi la frase di Sade possiede un’altra possibile chiave di lettura: anche l’uomo contraffatto trova specchi che lo rendono bello.
Mentre l’essere umano che risplende di autentica bellezza è quello che rifiuta ogni integrazione alla norma sociale e crea la propria vita rendendola un’opera unica, l’essere umano contraffatto è quello fabbricato in serie dalla società. Privo di originalità, di luce propria, programmato per adempiere ad una funzione… ma che vuole ad ogni costo considerarsi bello, genuino, spontaneo, libero. Se una tale eclatante contraddizione non era possibile da nascondere ai tempi di Frankestein, l’uomo creato ex-novo nel laboratorio della scienza di fine Ottocento, oggi invece ha tutte le carte in regola per passare inosservata. Perché oltre un secolo di progresso tecnologico ha nel frattempo creato l’umanità necessaria, pronta a credere ad una simile assurdità.
Si tratta di una mutazione di interpretazione colossale che non può avvenire dal giorno alla notte, ma richiede anni, decenni, persino secoli di preparazione. Perché bisogna travagliare a fondo l’animo umano, rimuovere ed invertire le basi della cultura che gli è stata tramandata, cancellare gli antichi valori sedimentati nel corso della storia per sostituirli con altri contrapposti. Un’operazione che ovviamente risulta più semplice da compiere laddove c’è un terreno vergine, privo di troppi ostacoli. Non è perciò strano che la culla della civiltà tecnologica siano gli Stati Uniti, continente che una volta epurato dalla presenza di tribù selvagge andava colonizzato da cima a fondo da chi era in fuga da paesi diversi, dalle culture più disparate. Sbarcati sulla nuova terra dopo essersi lasciati alle spalle il proprio passato, cosa hanno trovato davanti a sé? Nessuna città o infrastruttura già pronta perché ereditata, nessun costume o uso comune da rispettare; tutto da costruire, tutto da organizzare, tutto da far funzionare. E bisognava farlo subito. L’umanesimo che si attarda sulla distinzione etica fra giusto e sbagliato doveva così lasciar posto al pragmatismo che si affretta ad utilizzare la tecnica più efficiente e conveniente.
Per comprendere meglio le conseguenze di questa gigantesca transizione culturale ci si può far accompagnare da uno dei suoi primi testimoni e critici, immune da sospetti eversivi, lo studioso italiano Guglielmo Ferrero. Prima allievo, poi collaboratore, infine genero del famigerato antropologo criminale Cesare Lombroso, nel 1903 Ferrero venne invitato dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti, per tenere alcune conferenze a carattere storico. La sua prolungata permanenza, frutto di più viaggi, gli permise di osservare da vicino quel Nuovo Mondo così diverso per cultura ed abitudini dal vecchio continente. Tornato in Italia, riportò le proprie impressioni nelle sue conferenze e pubblicazioni. Nel 1913 pubblicò Fra i due mondi, dialogo immaginario fra i passeggeri di una nave partita dall’Europa e diretta verso gli Stati Uniti, mentre le sue conferenze furono raccolte nel 1918 in La vecchia Europa e la nuova (la prima ancora attaccata all’eccellenza delle cose, la seconda già affascinata dalla loro abbondanza).
Nella sua opera Ferrero osserva il passaggio di consegne fra due civiltà storiche contrastanti. Da una parte la civiltà europea erede del mondo classico — legata indissolubilmente alle antiche Roma e Atene — col suo culto del bello, del giusto e dell’ideale; una civiltà che egli definisce qualitativa. Dall’altra parte la moderna civiltà industriale che ha New York come capitale — con il suo entusiasmo per tutto ciò che è efficace, veloce, pratico —; una civiltà quantitativa. Questo passaggio è stato accelerato e suggellato da un evento storico maggiore, quella prima guerra mondiale che vide per la prima volta sia l’impiego di armi formidabili sia l’esercito statunitense invadere l’Europa. Alla fine del conflitto, scrive Ferrero, «Il mondo si è capovolto. La faccia di tutte le cose è sfigurata. L’umanità non riconosce più sé medesima… Le idee si confondono nelle menti; le formule sono rovesciate ad ogni istante; e solo i controsensi hanno ancora un senso nel mondo capovolto su sé medesimo».
Una confusione data dal fatto che «la vecchia Europa giudicava sintomi di decadenza molti fatti che la grande industria impone oggi come progressi; massime l’aumento dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli». Per il vecchio continente infatti il valore dell’esistenza «non sta nella supremazia industriale e nella ricchezza; che a dar bellezza, nobiltà e dignità alla vita concorrono altre virtù e qualità, le quali non dipendono e spesso anzi sono nemiche del progresso moderno». Passato e presente appaiono dunque inconciliabili, constatazione su cui Ferrero si sofferma a lungo, ribadendola più volte nel corso della sua opera di cui vale forse la pena riportare qualche stralcio:
«Per gli antichi l’incremento della ricchezza, della potenza, del sapere, era “corruzione”, ossia male: per noi è “progresso”, cioè bene. Tra i fatti che gli antichi lamentavano come effetto o causa di corruzione, non pochi sono quelli che riempiono noi di orgoglio, come splendidi esempi del progresso umano […] Insomma gli antichi temevano e riprendevano questo eterno desiderio di una maggiore ricchezza e di una maggiore potenza, che non cessa di spingere le generazioni ad opere nuove; mentre noi lo incoraggiamo e magnifichiamo, come la prova più alta della nostra eccellenza fra tutti i popoli e tutte le civiltà della storia. La tentazione diabolica è diventata una vocazione divina; l’antica via dell’abisso sembra oggi condurre sulle vette della grandezza […] la civiltà moderna ha imposto a ciascuno, come dovere, di spendere, di sprecare, di godere quanto più può, senza darsi alcun pensiero di indagare quale sarà l’ultimo effetto di questa gara sfrenata per la ricchezza e per la potenza. […] La civiltà moderna si è fatta così potente, rovesciando tutti i limiti antichi; ma per questa stessa ragione essa non sa limitarsi, né nel bene né nel male; e perciò spesso deteriora le cose buone abusandone, e peggiora le cattive esagerandole in mostri ed eccessi. Se grandi sono in essa l’impeto, l’audacia, lo spirito inventivo, l’alacrità, le mancano la misura, il ritegno, la virtù di sapersi fermare a tempo, il senso del giusto mezzo, l’arte di equilibrare le forze che si contrastano il dominio del mondo; e quindi il senno, la prudenza, la moderazione, la saggezza. […] Gli adoratori del presente e gli ammiratori dell’America argomentano più o meno consapevolmente da una definizione del progresso, che del progredire farebbe tutt’uno con l’accrescere la potenza e la velocità delle macchine, e quindi la ricchezza, e quindi il dominio nostro sulla natura, sia pur dilapidando freneticamente le riserve della terra che sono, sì, immense, ma non infinite. […] le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desideri, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposto come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciato o cancellato tutti i limiti antichi, conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa, al posto d’onore. […] Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono nel seno dei tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo capaci di definire il progresso. Perché affermiamo ora che il mondo progredisce, ora che declina? Perché i nostri tempi hanno accresciuto di molto la quantità di tutte le cose, ma a scapito della qualità; cosicché paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perché confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente. […] Tale è il mondo in cui viviamo. Misurato con il metro e con la bilancia è un gigante. Gli uomini non possedettero mai tanta terra, tanta ricchezza, tanta potenza. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate».
Facile accorgersi come Ferrero, di moderate simpatie socialiste, fosse del tutto incapace di vedere la mancanza di freni sotto altra forma della tirannia. Motivo per cui egli attribuisce alla sete di libertà generata dalla Rivoluzione francese la principale responsabilità di questa trasformazione degradante. Prometeo liberato è Prometeo scatenato, il fuoco sottratto all’oculato controllo degli dèi finirà col consumare il mondo. Il passaggio fra qualità e quantità è infatti considerato irreversibile:
«possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma chi di noi crede che possa soggiogare oggi le menti una dottrina — o religiosa o politica o filosofica — che imponga a tutti gli ordini sociali la restrizione dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinché il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinché i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di fare più spese, la quantità ingrandirà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come sola misura sicura del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci».
Ai nostalgici dell’aria limpida di Roma e Atene non resta che andare avanti con un occhio rivolto all’indietro, «non per resuscitare un passato, che è morto e che non può rinascere: ma per ritrovare nel confronto tra il passato e il presente la coscienza, oggi quasi del tutto smarrita, di alcune norme di vita, che non si possono violare senza andar contro alla ragione stessa delle cose».
Questa coscienza smarrita troverà nei decenni successivi ben altre voci in sua difesa, note e meno note. Nel 1932 un conoscitore del pensiero di Ferrero, l’inglese Aldous Huxley, pubblica Il mondo nuovo, romanzo sulle conseguenze disumanizzanti di un progresso scientifico in grado (attraverso le tecnologie riproduttive e il controllo mentale) di forgiare la società.
A partire dalla metà degli anni 30 l’oscuro pensatore francese Bernard Charbonneau, che influenzerà l’opera dell’amico Jacques Ellul, inizia ad intraprendere la sua pluridecennale critica della società industriale, della tecnocratizzazione della vita sociale, nonché della «grande mutazione» umana che ne è derivata.
Nel 1948 un ex-allievo di Huxley, George Orwell, comincia a scrivere il suo celebre romanzo 1984 su una società totalitaria dominata da un pensiero unico, sorvegliata da schermi onnipresenti, dove i saperi umanistici vengono riscritti continuamente, e in cui gli esseri umani spinti ad adeguarsi alle norme sociali hanno perduto ogni individualità. Il titolo originario del libro era L’ultimo uomo in Europa.
Nel 1956 il filosofo Günther Anders, rientrato in Europa dopo un lungo esilio trascorso negli Stati Uniti, si ispira alle sue esperienze per dimostrare nel suo capolavoro che L’uomo è antiquato, reso obsoleto da una civiltà tecnologica di cui è vittima e prigioniero. Privati della loro unicità, esplosa in molteplici frammenti che esprimono solo una specifica funzione, gli individui modellano il proprio essere su quello delle merci e delle macchine.
Da allora il pensiero critico nei confronti del progresso, pur persistendo nel tempo, è andato via via affievolendosi. Non in virtù dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Semplicemente, chi nasce e cresce in una società già totalmente dominata dalla tecnologia ha sempre maggiori difficoltà a metterla in discussione. Non avendo mai vissuto altrove, non ha pietre di paragone immediate e tende a percepirla come qualcosa di innato e irrinunciabile. Così oggi, ad un secolo di distanza da quando Ferrero espose le sue critiche, il ricordo del mondo della qualità è quasi del tutto scomparso ed al suo posto regna incontrastato quello della quantità. L’avvento del terzo millennio è stato per di più segnato da innovazioni tecnologiche tali da stravolgere sia l’apprendimento del sapere (la nascita di Google nel 1998 e di Wikipedia nel 2001), sia il modo stesso di comunicare e relazionarsi (la nascita di Facebook nel 2004, di Twitter nel 2006, di Instagram nel 2010).
L’odierna società tecno-industriale produce così gli utenti di cui necessita per espandersi: esseri umani dal linguaggio ridotto, che deambulano senza guardare dove vanno perché ammaliati dal loro smartphone, privi di memoria, senza profondità di pensiero, incapaci di concentrazione, ossessionati dal bisogno di ottenere l’approvazione degli altri, che non prestano alcuna attenzione al senso delle cose che dicono e fanno ma solo al numero di cose che dicono e fanno. E non si tratta solo dei cittadini fedeli alle istituzioni, ma anche di chi vorrebbe metterle a soqquadro. Anche fra questi ultimi si può osservare la stessa enfasi quantitativa, la stessa mutazione di valori e comportamenti riscontrabile in chiunque altro. Forse perché affidarsi alla corrente è assai meno faticoso che disertare una realtà sociale onnipresente? Ovvio, anche i sovversivi contraffatti trovano specchi che li fanno sembrare belli. E li trovano nei medesimi cristalli prescelti dai loro nemici.
Prendiamo ad esempio la classica analisi sull’evoluzione dell’ideologia del lavoro. È convenzione far iniziare l’epoca della produzione industriale di massa al 1913, anno in cui Henry Ford progettò per la sua fabbrica di automobili la prima linea di montaggio della storia (coincidenza vuole che fosse anche l’anno in cui apparve il primo libro di Ferrero contro il progresso). La serializzazione dei prodotti, un’attenta pianificazione e separazione dei compiti, una rigida disciplina anestetizzata da alcuni incentivi, tutto ciò garantiva un’efficienza ed una rapidità esecutiva tali da accrescere al massimo il rendimento. Questo modello industriale andò avanti per decenni, finché i progressi tecnologici non consentirono di superarlo — ma forse sarebbe più giusto dire di accompagnarlo — con una produzione diversificata. Gli imprenditori non erano più costretti a vendere merci uguali per tutti, ora potevano produrle a seconda delle esigenze del cliente. L’automazione ipertecnologica permetteva inoltre un alleggerimento delle strutture produttive, che potevano essere dislocate nei paesi con la manodopera più economica; tutto ciò non fece che ingrossare le fila dei disoccupati in questa parte del mondo.
Un simile cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva doveva per forza di cose essere accompagnato da un cambiamento di mentalità. Ormai diventato una chimera il posto di lavoro fisso — quello che fino ad allora veniva considerato la massima aspirazione del lavoratore, sinonimo di sicurezza, primo passo della carriera, nonché fornitore di una vera e propria identità sociale — si è passati a decantare le gioie della flessibilità. Se vuole un lavoro, l’essere umano deve accettare di cambiare posto di continuo, di cambiare mansioni di continuo, di cambiare stipendio di continuo, il tutto senza protestare. Flettersi, modificarsi, piegarsi, l’esatto contrario di quanto veniva richiesto all’operaio del secolo scorso. Gli ideologi del lavoro hanno così iniziato ad esortare milioni di senza-lavoro ad assaporare la bellezza del cambiamento rispetto alla bruttezza della stabilità, l’avventura del posto temporaneo rispetto alla noia di quello fisso, la ricchezza insita nello sperimentare molteplici funzioni rispetto alla povertà della specializzazione.
Ecco, ora pensiamo un attimo a quello che alcuni sovversivi si ostinano a chiamare «lavoro politico». Qui non si è forse passati dalla militanza di partito(scelta politica di vita, in grado di coinvolgere e plasmare tutta l’esistenza) all’attivismo nelle lotte (impegno politico legato a singole situazioni e circostanze)? E per far passare questa mutazione non si ricorre alla stessa identica retorica usata per convincere i lavoratori che è molto più eccitante venire sfruttati prima in un call-center, poi in una cooperativa di pulizie, poi in un cantiere, poi in una ditta di facchinaggio, rispetto che unicamente alla catena di montaggio della Fiat? Si acquisiscono maggiori conoscenze, ci si fa più amici, ci si sposta di più, si imparano più cose, senza fossilizzarsi nello stesso incarico.
Premesso che il lavoro resta una infamia che pretende di esprimere l’attività umana, e che la militanza resta una specializzazione organizzativa-gerarchica che pretende di rappresentare l’azione trasformatrice, non possiamo fare a meno di pensare a quanto diceva un uomo della qualità dello scorso millennio per cui l’agire non è mai stato una forma di politica, ma un atto di vita. Un anno prima di morire, l’anarchico Luigi Galleani confidava ad un suo corrispondente tutta la propria gioia per non aver mai tradito il senso che aveva inteso dare alla propria vita: «Tu vedi dunque che io inauguro il mio settantesimo anno con una certa solennità che ha poco d’originale, è vero, ma che dice dentro, all’anima ignara di bassezze e ripugnante alle piaggerie ed agli scodinzolamenti servili, che la fede e la bandiera del primo giorno sono ancora quelle dell’ultimo, ravvivando tutte le ragioni e le cagioni della immutabilità, della costanza, e della immarcescibile speranza che le regge e le anima». Per Galleani, come per molti altri come lui, solo gli opportunisti, i pavidi e gli imbelli possono mutar pelle.
Quale abisso con i camaleonti odierni che pretendono di animare la sovversione saltando di qui e di là, mimetizzandosi con l’ambiente, cambiandosi di abito continuamente, il tempo di un selfie ben studiato allo specchio magico che li rende belli: quello del rifiuto della «identità». Ben strano rifiuto quello che si manifesta non nella negazione (non ne voglio), ma nella moltiplicazione (lo voglio, ma in più forme). Più che la saggia intenzione di eludere il riconoscimento poliziesco, qui si persegue la voglia matta di ottenere un riconoscimento sociale. Con l’imbarazzante risultato che la sola cosa che si finisce col rifiutare è l’individualità. Il che è esattamente ciò che risponde alle esigenze dell’ordine, della disciplina, della gerarchia. Ieri si è creata la folla solitaria, oggi l’individuo affollato.
Nell’udire l’enfasi dei sovversivi 3.0 che respingono ogni prospettiva a favore dell’intensità dell’attimo fuggente, vengono in mente le parole di Ferrero sulla frenesia che coglie chi «ha abbozzato in fretta un ordine di cose disordinato e potente, nel quale agli ideali antichi è sottentrato un ideale nuovo: far molto e far presto…».
Ma la qualità richiede tempo, ad esempio il tempo necessario per studiare il nemico, capirne il funzionamento, individuarne i punti deboli, organizzarsi, per tentare di colpire dove più nuoce. Fuori da ciò rimangono le botte di adrenalina, da accumulare in quantità per tentare di superare la quotidiana angoscia di vivere.
Un altro piccolo esempio indicativo ci viene offerto dallo sport. Vero e proprio spettacolo circense organizzato per distrarre la plebe moderna dalle proprie disgrazie, per indurla alla coesione nazionale ed allo sciovinismo, nonché ovviamente per spremerne le tasche — e proprio per questo benedetto da tutti i dittatori della storia —, lo sport per tutto il Novecento è stato preso di mira da sovversivi («flagello di contraria apparenza»), da artisti («le parole sport e passaporto mi fanno immediatamente pensare alla morte»), da pensatori («una alienazione di massa»). Fuori da questi eretici, l’adorazione collettiva. Ebbene, nella diffusione planetaria dello sport non ha forse giocato un ruolo importante il suo carattere essenzialmente quantitativo?
Come è stato già notato oltre mezzo secolo fa, «una spiegazione della nostra passione per gli sport, in contrasto con la nostra apatia verso le arti e le lettere, può essere che la qualità della prestazione negli sport può essere determinata statisticamente». In effetti non è difficile capire che Pelé sia considerato il più grande giocatore di calcio della storia in quanto autore di 1281 reti segnate in 1363 incontri (una media di 0,94 gol a partita) e vincitore di 3 coppe del mondo, 2 coppe intercontinentali, 1 supercoppa dei campioni intercontinentali, 6 campionati brasiliani, 10 campionati paulisti… Tutti dati facili da riportare per poter fare accese discussioni con gli ammiratori di Maradona o chi per lui, dopo aver messo a confronto i palmares dei rispettivi beniamini. Ecco perché i Bar Sport sono sempre aperti, affollati, rumorosi, e non conoscono divisioni di classe.
Viceversa, perché Shakespeare viene considerato da molti il più grande poeta della storia? E cosa pensare invece di un Villon o di un Dante Alighieri? Conversazioni tra eruditi in via di estinzione, chiusi nei loro chiostri. Un parere individuale sulla poesia non si può ricavare con un qualche criterio numerico, non si misura.
Ma un secolo di critiche radicali allo sport non hanno lasciato proprio nulla, se nel corso degli ultimi anni si è assistito al sorgere e dilagare dello «sport popolare». Ciò che stupisce non è tanto il fervore per l’autorganizzazione e l’autogestione dei circenses, quanto l’assoluta ignoranza delle innumerevoli riflessioni critiche sull’essenza dello sport (non solo sulla sua amministrazione e spettacolarizzazione). L’insegnante di ginnastica e sociologo Jean Marie Brohm, tanto per fare un esempio, avrà anche iniziato la sua critica dello sport all’indomani del 1968, ma ogni sua argomentazione letteralmente non esiste per tifosi che hanno occhi soltanto per le prestazioni tecniche di muscoli proletari (e per lo spirito di squadra che alimentano).
Fatto curioso, lo sport è rimasto il solo luogo in cui è rigorosamente vietato l’accesso ai camaleonti a due zampe. Chi tradisce la squadra del cuore è — all’unanimità — una merda. Là sì che è inconcepibile cambiare casacca, in ciò che (si) conta e che dà sollievo all’esistenza umana: le acrobazie di un pallone di cuoio.
Le idee no, quelle non trovano più posto nell’organo simbolo della vita, delle passioni e delle emozioni. E, a proposito di cuore, lo sapevate che fra gli antichi valori rimossi dalla sua sede c’è perfino l’amore? Infatti non bisogna più dare retta alla voce del vecchio mondo qualitativo, quello che per bocca di uno dei suoi più grandi poeti romantici così definiva l’amore:
«È quella forza potente che ci attrae verso tutto quello che concepiamo o temiamo o speriamo fuori di noi stessi, quando scopriamo nei nostri pensieri l’abisso di un insaziabile vuoto e cerchiamo di risvegliare in tutte le cose che esistono, una consonanza con quello che proviamo dentro di noi. Se ragioniamo, vorremmo essere intesi; se immaginiamo, vorremmo che gli eterei figli del nostro cervello rinascessero nel cervello di un altro; se sentiamo, vorremmo che i nervi altrui vibrassero con i nostri, che i raggi dei loro occhi in un solo istante si accendessero e si unissero e si fondessero con i nostri, che due labbra tremanti e ardenti del più puro sangue non si posassero su labbra glaciali e immobili. Questo è l’Amore».
No, l’amore non esiste, anzi, non è mai esistito! Lo proclamano da circa mezzo secolo le esponenti del femminismo cibernetico made in USA, secondo cui l’amore è il perno dell’oppressione delle donne e l’amore romantico è lo strumento più potente inventato dai porci maschi cis per controllarle e soggiogarle. A cosa affidarsi per raggiungere l’agognata liberazione? Al progresso tecnologico, ovviamente. La pioniera Shulamith Firestone, ad esempio, vedeva nella maternità lo sfortunato fattore biologico che impedisce l’uguaglianza dei sessi. Ciò la portava a sostenere marxisticamente che il fine ultimo della tecnologia è quello di liberare l’umanità dalla schiavitù di un obsoleto ordine naturale. Nel caso specifico delle donne, al progresso era affidato il compito dell’invenzione dell’utero artificiale. Verso la metà degli anni 80 il manifesto cyborg-femminista insisteva sulla necessità di approfondire il progresso tecnico, non di fermarlo, allo scopo di emancipare le donne.
Ebbene, cosa resta dell’amore una volta che viene ridotto nel migliore dei casi ad una provetta di laboratorio? Nulla, ed è per questo che non trova più spazio nel cuore. Ciò che ne rimane non pulsa più nel petto, al massimo dentro le mutande. Dall’emozionante colpo di fulmine si è passati al poco poetico avviso dello smartphone che annuncia il successo delle «app» di incontri. Anche qui, insomma, una botta e via… si passa ad altro senza perdere tempo.
Basta con quei filosofi e poeti qualitativi che hanno cantato l’amore facendone l’origine della vita, il primo degli dèi, l’onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l’essere. Tutte stronzate. La nostalgia per l’antica Atene è polverosa, non scintilla quanto l’euforia per l’odierna New York. Ciò spiega il motivo per cui oggi (quasi) nessuno condividerebbe il concetto di un «amore fisico inseparabile dall’amore celeste», né si sognerebbe di affermare che «malvagio è quell’amante che è volgare e ama il corpo più dell’anima». Eros è morto e sepolto sotto le macerie dell’Olimpo. Il suo posto è stato preso da Tinder, tecno-divinità di chi non ama né il corpo né l’anima; gode delle misure del primo senza nemmeno sapere cosa sia la seconda ed il suo incanto.
Sì, i nostri nemici disegnano il nostro volto. Lo fanno da sempre, è vero. Ma da sempre esiste anche la possibilità di cancellare i loro tratti. Non solo di restare insensibili alle loro invadenti suggestioni, ma di bonificare a fondo i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri pensieri dal veleno della servitù volontaria. Di far crescere la giungla laddove è stato fatto deserto. Opera immensa, mai terminata, che riprende da capo ogni giorno.
La civiltà tecnologica va fermata e demolita. La vita va reinventata e rianimata. Fra la razionalità strumentale che vuole superare ciò che considera i limiti della natura e la fede tradizionalista che li vuole rispettare, preferiamo la ragione critica che non vede in essi dei limiti, bensì le condizioni della vita. Se fino ad oggi l’essere umano è stato soprattutto il prodotto delle sue azioni, non sarebbe ora che ne diventi l’autore? Il modo migliore per conoscere il futuro è effettivamente quello di farlo. La scommessa lanciata già nel lontano 1838 va ripresa — coloro che si oppongono a questo mondo non devono più essere «strumenti ciechi del caso o della necessità, bensì artefici coscienti della propria libertà».

Sul fallimento della Turchia e l’opportunità dell’Italia di uscire dall’euro

anniversario UE

( Dal Web )

Charles Gave, sul blog francese dell’Institut des Libertés, parla dei guai finanziari della Turchia, che si trova di fronte all’improbabile sfida di dover rinnovare una quota di debito estero pari al 30 percento del proprio PIL entro un anno. Molte grandi banche europee sono esposte verso la Turchia, e potrebbero subire pesanti perdite. In questo contesto, la necessità dei governi di ricapitalizzare alcune delle proprie banche potrebbe cozzare con le “regole europee”. L’Italia, con un forte surplus sia nei conti con l’estero sia nel bilancio primario (e con un governo spregiudicato),  avrebbe i migliori incentivi a uscire dall’euro, dato che nella situazione attuale non avrebbe la necessità di finanziarsi sui mercati internazionali. L’articolo è di fine maggio,  ma ancora attuale.

di Charles Gave, 28 maggio 2018

Qualche mese fa spiegavo ai lettori dell’Institut des Libertés che il prossimo paese a saltare sarebbe stata la Turchia – il paese del buon Erdogan, ben noto difensore dei diritti umani, basta che si parli di Palestina e non di Siria. Adesso ci siamo.

Qualche cifra: circa 180 miliardi di dollari di debito estero della Turchia giungeranno a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi.

A questo importo dobbiamo aggiungere circa 50 miliardi di deficit delle partite correnti, che dovranno a loro volta essere finanziati. La somma totale è pari a circa il 30 percento del PIL turco, mentre le riserve valutarie interne ed esterne ammontano a poco meno del 20 percento del PIL.

Oops…Questo sembra indicare che c’è un problema di “liquidità” a breve, brevissimo termine.

E improvvisamente la lira turca comincia ad accartocciarsi su se stessa, e questo aggrava il problema, perché il debito è denominato in dollari o in euro, i tassi d’interesse a breve termine sono ai massimi, e a mio avviso il FMI è sul punto di prenotare dei biglietti (di prima classe, ovviamente, perché queste persone viaggiano esclusivamente in prima classe) per fare visita al caro Receip nel suo gran palazzo alle porte di Ankara.

In un certo senso è tutta routine. Può essere.

Ma le cose cominciano a diventare davvero interessanti quando in tutta questa equazione si inseriscono le banche europee.

Secondo le statistiche ufficiali (che ancora sottovalutano la realtà) la Turchia è indebitata verso le banche per 450 miliardi di dollari… principalmente si tratta di banche europee, e indubbiamente che tra queste ci saranno i soliti sospetti come Deutsche Bank, Crédit Agricole, ING, Unicredit e Socgen.

E con un debito del genere ciò che si profila all’orizzonte non è solo un problema di liquidità, ma anche un problema di solvibilità.

Liquidità + Solvibilità = grossi guai in vista. E ci saranno elezioni anticipate a giugno in Turchia, destinate a consolidare il potere già assoluto del signor Erdogan.

Sembra dunque probabile che le banche non riavranno indietro che una piccola parte del denaro che avevano prestato alla Sublime Porta [metafora per indicare il governo dell’Impero Ottomano, NdT], e che nessuno sappia esattamente quando questi ipotetici rimborsi saranno effettuati.

Le suddette banche saranno costrette a subire perdite sulle loro esposizioni verso la Turchia fino al 50 percento del valore, ovvero circa 225 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un duro colpo alla già precaria solvibilità delle nostre care (oh, certo!) istituzioni finanziarie, perché tali esposizioni saranno detratte dai loro propri fondi, che per alcune sono già quasi in negativo.

In effetti, come già tutti dovrebbero sapere, i crediti in sofferenza di queste stesse banche sono di circa 1000 miliardi di euro, una cifra già mostruosa.

Nel caso di un fallimento della Turchia si passerebbe ad almeno 1200 o 1300 miliardi di euro.

Poiché una tale somma sarebbe più grande del capitale delle banche stesse, ciò renderebbe sempre più difficile nascondere il fatto che una gran parte di essere è praticamente già fallita.

E quando i depositari se ne accorgeranno, è probabile che andranno a fare un salto in banca a prelevare tutti i loro risparmi. Avremmo dunque una “corsa agli sportelli” come nel diciannovesimo secolo…

Inoltre mi chiedo se queste banche europee, non contente di concedere prestiti alla Turchia anziché alle piccole e medie imprese francesi o italiane, non si siano avventurate anche a prestare fondi in… dollari statunitensi. Niente di più facile: la filiale americana della banca emette carta commerciale sul mercato di New York, poniamo all’uno percento, e la ripropone alle istituzioni turche al due percento. Ma se l’istituzione turca fallisce, allora la banca si troverà a corto della cifra in dollari che ha prestato. E allora la banca dovrà iniziare a coprire le proprie posizioni convulsivamente, generando un aumento del valore del dollaro, che non fa che fiaccare ancor di più la povera Turchia.

E di colpo il valore dei titoli bancari europei crollano con un tonfo, e questo rende del tutto impossibile qualsiasi aumento di capitale. Non vedo chi potrebbe sottoscrivere un aumento di capitale quando la gran parte di queste banche si trova tecnicamente in bancarotta, con un ammontare di fondi propri inferiore alla somma dei crediti in sofferenza. In effetti, perché dovrei pagare oggi per sottoscrivere un aumento del capitale o comprare una banca in Europa coi tempi che corrono?

E quindi non è affatto impossibile che le nostre élite finanziarie siano obbligate a fare un saltino a Bruxelles per chiedere nuovi aiuti vari ed eventuali in termini di ricapitalizzazioni, vantaggi fiscali, autorizzazioni alla fusione con un concorrente, sotto la semplice condizione di trasferire qualche migliaio di piccoli impiegati o altro del genere.

E tutte le persone del vecchio continente si renderanno conto da sole che i cosiddetti sforzi fatti da loro e solo da loro per “salvare” le banche dopo i disastri del 2008-2009 e del 2011-2012 non saranno serviti assolutamente a nulla.

Ed è qui che rischia di intervenire il nuovo governo italiano, il terzo personaggio di questo antico dramma, la cui condizione passa da interessante ad appassionante.

I due partiti arrivati oggi al potere in Italia hanno fatto una campagna elettorale usando un messaggio semplice e di buon gusto, che riassumo liberamente così:

Le élite europee sono incompetenti e corrotte, il progetto monetario comune (l’euro) è un’indicibile idiozia, ed è prioritario cambiare le prime e abbandonare il secondo. Di fatto e di diritto, le decisioni importanti in materia di moneta, di credito e banche, devono essere tolte a Bruxelles e riportate a livello nazionale”.

Ecco qui qualcosa di cui sono ben sicuro e di cui la maggior parte dei lettori dell’Institut des Libertés è convinta.

Immaginiamo ora che una grande banca italiana sia pesantemente esposta verso la Turchia.

Immaginiamo che questa banca italiana si trovi in difficoltà e chieda al governo italiano di essere salvata. Questo è formalmente vietato da quei geni che ci governano da Bruxelles.

Sarebbe una vera provocazione per il nuovo governo italiano, che in nessun caso potrebbe lasciar crollare una delle sue banche senza innescare una vera depressione in Italia.

Ecco la situazione dell’ Italia oggi:

– Un avanzo dei conti con l’estero pari al 3,5 percento del PIL

– Un avanzo primario di bilancio (vale a dire prima di dover pagare gli interessi sul debito) pari al 2 percento del suo PIL

– Un debito la cui durata è aumentata significativamente dopo il 2012

– Un debito che è per la maggior parte detenuto da italiani

Vale a dire, in caso di uscita dall’euro i nostri cugini latini non avrebbero assolutamente bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali.

E questo è ben lungi dall’essere il caso della Francia…

L’Italia non è mai stata in una posizione così favorevole per uscire dall’euro e dall’Unione Europea.

Senza dubbio la Gran Bretagna sarebbe ben lieta di iniziare immediatamente dei negoziati con il nuovo governo italiano per un trattato commerciale.

Ho sempre detto e scritto che sarà l’Italia a suonare la campana dell’uscita dall’euro.

Potremmo essere vicini a quel punto.

Il momento di comprare massicciamente in Europa si sta avvicinando. Ma per ora tenete la vostra polvere all’asciutto, bene all’asciutto, e tenetela dovunque ma ben lontana dall’euro.

Avremmo dovuto chiedere scusa?

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( Dal Web )

Jean-Paul Michel

Come si può pensare di dover presentare delle “scuse” tardive — o anche solo formulare dei “rimpianti” — per l’ardente cammino alla cieca, per la febbre che è stata?
Per non aver desiderato che bellezze di fuoco e fratellanze mai osate — con un pauroso disinteresse (mai più ritrovato) da parte di tutti nei confronti di tutti i poteri?
Per ingenuità di questo calibro, bisogna senz’altro pagare. Siamo venuti a più miti consigli.
Ma, per essere state sognate, potrebbero mai cessare d’essere bellezze, fratellanze, dispendio senza calcolo — anche se in effetti avessimo ignorato tutto del mondo in cui pretendevano di avere un valore?
D’altronde come avrebbe potuto andare diversamente, in fatto di sapere e di azione, considerando quel che eravamo in quell’istante della storia e in quel momento della nostra vita?
Ci trascinava una forza, cieca come la vita, senza timore né rimorso:
una possibilità, una felicità, un’innocenza, una festa.
Che perdita sarebbe espiare per slanci di questo genere! E quanto sarebbe irriflessivo, vano, fuori luogo!
Ciò che noi abbiamo «voluto» così intensamente, altri lo «vorranno», senza averlo prima «scelto», con la stessa smisurata passione. Il mondo sarà giovane e bello un’altra volta, tutte le volte che la vita autentica abbandonerà la sua vecchia pelle sul finire dell’inverno. Questa non è una profezia. Giusto la comunicazione di un fatto.
Come si potrebbe andare incontro a tanto ignoto, se non con una benda sugli occhi?
Se «ciascuno è Figlio del suo tempo», che senso avrebbe a questo punto “pentirsi” nei confronti di passioni assolutamente fatali? E come abbandonarsi alla resipiscenza, quando al contrario in questi transiti abbiamo fatto provvista per tanto tempo di una gioia senza nuvole? —
di fierezza, onore, orgoglio, ingenuità, bellezza, coraggio?
Avremmo dovuto chiedere scusa per essere stati felici, innocenti, folli e belli?
Altra questione è sapere quanto in realtà di quei nostri “saperi”, delle nostre parole e anche delle nostre azioni, avessimo “scelto”: si è trattato innanzitutto di un’incontenibile spinta vitale, e molto giovanile!
Supponendo che allora non avessimo riconosciuto come finzioni le fantasie che ci trascinavano — potenti illuminazioni datate. Nuovamente: fatali —, che senso avrebbe non riconoscere come tali quelle illuminazioni? Per tenere penosamente il broncio alla smisurata ebbrezza generata da quelle battaglie?
E come potremmo parlare senza tristezza di qualche nuova acquisizione, in fatto di “sapere”, se dovessimo barattarla con tanta gioia perduta?
— Magro profitto. Grande perdita.
Non che non ci piacerebbe considerarci dei vecchi bambini.
«Una forma della vita è stata vissuta». Ciascuno è diventato un altro.
Ma che almeno non si trascorra la nostra nuova vita a prezzo della calunnia di ciò che in altri tempi siamo stati.
Una simile ingiustizia riguardo il passato lascerebbe dei contestabili contributi di aspettative per le giovani vite future.
Insegneremmo loro la rassegnazione — fra tutte, la peggiore delle disfatte.
Fate come vi pare. Noi non chiederemo scusa.

Frangenti / numero speciale Energia

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( Dal Web )

Attaccare la corrente

Nella notte fra il 31 maggio ed il 1 giugno, sulle colline di Marsanne (dipartimento della Drôme, Francia), due pale eoliche vengono date alle fiamme da alcuni refrattari all’ordine presente: questo era solo l’ultimo di una serie di attacchi all’energia avvenuti nell’arco di poche settimane, provocando ingenti danni.
Perché colpire l’eolico e non, ad esempio, il vituperato nucleare? Perché fare un attacco alla cosiddetta sostenibilità, tanto cara a verdi, democratici e ambientalisti?
Questa azione esprime un rigetto radicale del sistema energetico in toto, andando a colpire uno dei nodi fondamentali per il progresso: le cosiddette energie rinnovabili. Al fabbisogno energetico della megamacchina, cioè produzione, leggi e rapporti di potere che la sostengono, si produce una razionalizzazione che è fondamento dell’evolversi di questo esistente. L’insostenibilità delle vecchie forme di produzione di energia non sono solo una minaccia ad ogni forma di vita, ma anche all’aumento di produttività energetica fondamentale al sistema di dominio per sopravvivere. Perché un ambiente inquinato, sottoposto ad un continuo sfruttamento, finirà per risultare sempre meno proficuo e nel tempo richiederà un numero maggiore di mezzi per diversamente configurare ciò che ha lo stesso fine.
Per questo è necessario rivolgersi ad altre fonti, che hanno inoltre la potenzialità di essere sviluppate in modo decentrato e diffuso, così che ogni nodo della rete energetica risulti più indipendente.
Perché possa esistere il nucleare o le miniere di carbone è necessario uno sviluppo di queste nuove forme di energia che andranno ad alimentare le sempre più sofisticate macchine necessarie all’ottimizzazione delle centrali.
Il mito della sostenibilità è un grazioso prato verde che ricopre una discarica di scorie radioattive. Necessario così che la passeggiata serale del bravo cittadino non venga disturbata dalla vista della merda prodotta dal mondo in cui sopravvive. Se si vuole scavare fino in fondo per eliminare tutto ciò che c’è di nocivo in questo mondo, è anche necessario calpestare e deturpare quell’odioso prato verde e regolare che piace molto ai sostenitori di una normalità regolamentata, dei gendarmi della decrescita felice, dalla sostenibilità solo apparente.