Due più tre uguale undici

«Me se loro hanno tanto osato, voi avete tutto permesso. 
Più l’oppressore è vile, più lo schiavo è infame»
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Martedì 19 febbraio si annunciava essere un giorno importante per tutti gli scrupolosi cittadini italiani rispettosi della legge, quelli fedeli alle «istituzioni democratiche che rappresentano la volontà popolare espressa nel corso di libere elezioni».
Era il giorno in cui nel loro Parlamento avrebbero deciso se il Bullo degli Interni doveva andare sotto processo per aver impedito lo sbarco in Italia dei profughi raccolti nel Mediterraneo dalla nave Diciotti.
Dal punto di vista giuridico, il quesito sembrava quasi una banalità considerato che il secondo articolo della loro Costituzione garantisce i «diritti inviolabili» riconosciuti all’«uomo».
«Inviolabili» – capite? – inteso in senso assoluto.
Non validi sotto un governo, nei giorni pari, di giorno, e trascurabili sotto un altro governo, nei giorni dispari, di notte; ma intoccabili sempre e comunque.
«All’uomo» – capite? – inteso in senso universale.
Non ai soli cittadini italiani, non ai soli cittadini europei, né ai soli maschi o maggiorenni, ma a tutti gli esseri umani a prescindere dal paese in cui sono nati, dalla lingua che parlano, dal colore della loro pelle, dalla loro età o dal cromosoma.
Ovviamente, poiché la legge è sempre la legge del più forte (non viene certo scritta per proteggere chi sta in basso dagli abusi di chi sta in alto);
poiché la democrazia (che già di per sé non è affatto sinonimo di virtù, anche qualora fosse reale o diretta) è l’abituale foglia di fico di una oligarchia;
poiché i risultati elettorali da parecchio tempo non esprimono nemmeno matematicamente la volontà popolare (ammesso e non concesso che esista un simile feticcio, creato su commissione dagli organi di propaganda);
poiché la Costituzione è come la Bibbia, testo sacro che nessuno prende sul serio (nemmeno i pochi che la conoscono davvero)…
Insomma, poiché ogni carta dei diritti è carta da culo, è andata come doveva andare.
Il Bullo degli Interni non finirà alla sbarra, salvato da chi dopo aver giurato che avrebbe aperto il Parlamento come una scatola di tonno lo ha chiuso come una cassaforte di potere e privilegi.
Ma non crediate che la sera di martedì 19 febbraio gli scrupolosi cittadini italiani rispettosi della legge, quelli fedeli alle «istituzioni democratiche che rappresentano la volontà popolare espressa nel corso di libere elezioni», non siano andati comunque a dormire sereni.
Affinché non dubitassero che la legge è uguale per tutti, cruccio che avrebbe guastato il loro sonno minando all’indomani la loro produttività sul lavoro, quello stesso giorno è stato servito loro uno zuccherino, anzi due, per aiutarli ad inghiottire l’amara pillola.
Senza guardare in faccia a nessuno, per effettuare degli arresti le forze dell’ordine hanno infatti bussato sia alla porta dei genitori dell’ex capo del governo, faccendieri di banche in Toscana, sia a quella di alcuni anarchici in Trentino.
I primi (due) sono finiti agli arresti domiciliari in una villa di loro proprietà con l’accusa di falsa fatturazione e bancarotta, i secondi sono finiti quasi tutti in carcere (sei su sette) con l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo.
Tralasciando pure le disavventure giudiziarie dei primi, il minimo che si possa dire è che si è trattato ancora una volta di uno spettacolo giuridico-politico-mediatico indecente. Che degli anarchici possano organizzarsi per compiere delle azioni dirette contro strutture del potere, questo è poco ma sicuro.
Che il lavoro delle forze dell’ordine consista nell’individuarli ed arrestarli, pure.
Ma che contro gli arrestati gli inquirenti sbandierino in conferenza stampa non prove inoppugnabili e nemmeno prove discutibili, non testimonianze dirette e nemmeno confidenze indirette, ma a malapena comportamenti quotidiani in difesa della propria privacy, intercettazioni di semplici ragionamenti logici (altrui, per di più!) e il ritrovamento di banali oggetti d’uso quotidiano, ebbene, ciò la dice lunga sui tempi che stiamo attraversando.
Non è questione di formalità, ma di sostanza.
Lo scorso millennio, all’epoca dell’inchiesta Marini contro decine di anarchici, i Ros dei carabinieri si presero la briga di fabbricare una falsa pentita per attizzare la fantasia dei magistrati.
Non sapeva niente, non capiva nulla, non era nemmeno in grado di ricordarsi a memoria lo spartito che le era stato consegnato, era convincente come una moneta antica raffigurante una rock star?
Sì, è vero, ma almeno esisteva, dando così ai magistrati la possibilità di prendersi l’infame licenza di affermare che proprio le numerose e colossali discrepanze e contraddizioni presenti nelle sue «rivelazioni» ne dimostravano l’autenticità (?!). Ma oggi gli inquirenti non hanno più bisogno neanche di quello.
Se un anarchico cerca di evitare orecchie indiscrete, o di rimanere soffocato dai gas lacrimogeni sparati durante le manifestazioni, se (parla con qualcuno che) sostiene una ovvietà come il fatto che è impossibile fare una rivoluzione senza spargere sangue, ciò basta e avanza per far diventare la sua casa un «covo di terroristi».
E se in questo covo viene rinvenuta una tanica o un bastone, allora è fatta, le manette possono scattare.
Ci sembra evidente che quanto gli inquirenti stanno cercando di far passare sia un passo enorme sul terreno repressivo.
Dopo aver fatto entrare i delatori in tribunale, dopo aver spostato l’onere della prova dall’accusa alla difesa, dopo aver offuscato la differenza tra prova e indizio, ora la magistratura sta facendo del non conformismo una ragione sufficiente a giustificare un intervento repressivo.
L’insistenza con cui gli inquirenti ci hanno tenuto a sottolineare la legittimità del dissenso, a differenza del reato, ha un che di tragicomico se si considera che la sola certezza che hanno mostrato di possedere a proposito degli arrestati è data proprio dalle idee di dissenso di questi ultimi.
Fa un certo effetto sentire un inquirente dichiarare papale papale che gli arrestati hanno nascosto sicuramente qualcosa in un bosco, anche se i carabinieri non sono riusciti a trovarlo.
Beh, mica ne hanno avuto bisogno prima di formulare certe accuse, giusto?
No, ormai non è più necessario rispettare simili seccanti formalità.
Perché perdere tempo a trovare prove che confermino i sospetti o fabbricare false prove con cui incastrare i sospettati, se adesso il solo sospetto è già di per sé sufficiente?
Decisamente, mai come in questo periodo la soluzione finale alla questione sovversiva è a portata di mano.
Perché, se la possibilità di farla finita con chi minaccia la pace sociale è sempre stato il sogno delle istituzioni, mai come oggi questo incubo può essere reso realizzabile da una realtà talmente ignobile da consentire solo la libertà di obbedire.
Quanto sta accadendo non sarebbe infatti possibile se da (troppo) tempo la libertà non fosse stata barattata con la sicurezza, l’etica con la convenienza, l’intelligenza singolare con la pubblica opinione.
Le manovre repressive non sono la causa di tale degrado, ne sono una conseguenza.
Se così è, tentare un’inversione di rotta ha ben poco a che fare con il dare una risposta alla repressione, ma semmai con il darsi (ed offrire) una prospettiva di vita.
Cercare di far ricrescere la foresta, anziché bagnare la propria striminzita pianticella.
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Parva favilla…

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( Dal Web )

Le scintille sono un po’ come le ciliegie, una tira l’altra.
La scorsa settimana nei palazzi del potere, fra conti di bilancio e protocolli consolari, è stata tutto un balenìo.
Da un lato il ministro dell’Economia (grigio e triste come solo chi è dedito al denaro può esserlo) non ce l’ha più fatta a negare ancora l’evidenza: ma quale ripresa produttiva, ma quale rilancio industriale, il Belpaese è in recessione!
Dall’altro lato, è esplosa la più grave crisi diplomatica italiana del dopoguerra con un governo europeo tradizionalmente amico, quello francese.
I rapporti fra i dirigenti dei due paesi, già incrinati da tempo, sono saltati del tutto dopo l’incontro, avvenuto martedì 5 febbraio, fra un ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano ed alcuni esponenti del movimento di protesta che da mesi scende in piazza in tutta la Francia per far cadere il proprio governo.
L’inquilino dell’Eliseo si è letteralmente infuriato ed era fin troppo facile prevedere una sua plateale reazione per… diciamo giovedì 7 febbraio?
Ecco, a questo punto, al nostro inetto governo né di destra né di sinistra che, dopo il fallimento dell’inetto governo di centro-destra (eletto dal popolo) e quello dell’inetto governo di centro-sinistra (eletto dalle banche), si è a sua volta cimentato nell’impresa ridicola quanto irrealizzabile di rianimare il nostro inetto e cadaverico sistema sociale, cosa restava da fare?
Cosa, se non boccheggiare e tentare di aspirare aria altrove?
È questo un compito di cui si fa puntualmente carico un altro ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano, il Bullo degli Interni.
Quando l’indice di gradimento del suo governo scende da una parte, lui lo fa prontamente alzare dall’altra.
Non potendo mettere a tacere i fischi spezzando le reni a chi sta in alto, alle istituzioni finanziarie mondiali o alla Francia (è un bullo da social, mica un uomo forte nella vita), ancora una volta ha cercato di strappare applausi scatenando la repressione contro chi sta in basso.
A chi è toccato questa volta?
Avendo già raso al suolo le baracche dei rom («nicht lebenswert», secondo il lessico nazista, esseri che non meritano di vivere dato che non votano, non lavorano, non pagano le tasse), avendo già chiuso le frontiere agli stranieri poveri (quelli che sbarcano dai gommoni con le tasche vuote, che l’invasione di chi arriva in yacht col portafoglio gonfio è benedetta), avendo già sbattuto in galera un latitante sfuggito per decenni alla giustizia italiana ed aver annunciato pari trattamento per altri suoi simili (ex-estremisti di sinistra militanti della lotta armata contro lo Stato, mica gli ex-piloti della Nato in volo sopra Cermis o gli ex-amministratori delegati alla ThyssenKrupp di Torino), ha trovato una nuova preda da ostentare agli infoiati di legalità.
Giovedì 7 febbraio, poche ore prima che il governo francese richiamasse il proprio ambasciatore a Roma (fatto accaduto in passato solo dopo l’ascesa di Mussolini), le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in uno spazio occupato anarchico di Torino, l’Asilo, con lo scopo di sgomberarlo ed effettuare alcuni arresti fra chi è sospettato di battersi con troppa veemenza contro le politiche razziste istituzionali.
Il testimonial delle forze dell’ordine, il guardiano delle patrie frontiere, il protettore degli interessi imprenditoriali, il custode del patrimonio immobiliare pubblico, viste le circostanze non poteva scegliere miglior bersaglio.
Ha mandato i suoi scagnozzi nella città-retrovia della lotta contro il progetto dell’Alta Velocità (per altro, questione «calda» con la Francia), per stroncare spazi e individui accusati di far parte di associazioni sovversive (per altro, altra questione «calda» con la Francia) che sostengono anche gli immigrati (per altro, ulteriore questione «calda» con la Francia e non solo).
Quest’operazione metà di politica poliziesca e metà di polizia politica, ebbene sì, è stata chiamata «Scintilla».
Come sua abitudine il Bullo degli Interni non ha atteso la fine dell’operazione prima di dare fiato allo stomaco e tirare il suo rutto preferito: «È finita la pacchia!».
Rutto immediatamente amplificato dai mass-media, i quali si guardano bene dall’osservare che pacchia deriva da pacchiare («mangiare con ingordigia») ed indica una condizione di vita facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza alcuna preoccupazione di ordine materiale.
Meglio non chiedere all’inquilino del Viminale — questo pingue rampollo di un dirigente d’azienda… nonché fin da ragazzino bramoso di apparire su schermi televisivi… nonché consigliere comunale appena ventenne in una grande metropoli… nonché europarlamentare assenteista ma con lauto stipendio… nonché segretario di un partito che in 80 anni dovrà restituire con comode rate bimestrali i 49 milioni di euro truffati allo Stato di cui oggi è ministro… nonché compulsivo appassionato del cosiddetto porn-food — quale sarebbe la «pacchia» dei dannati della terra e dei ribelli: una vita di elemosine o piccoli furti, ritrovi di fortuna, traversate in barcone, naufragi, sfruttamento, percosse, torture, fughe, nascondigli, discriminazione, arresti, sorveglianza continua, reclusione?
I giornalisti non considerano molto professionale fare domande imbarazzanti, preferiscono sfidare il ridicolo e riportare pari pari le veline questurine senza nemmeno correggervi gli strafalcioni più grossolani, come ad esempio che i sei anarchici arrestati sarebbero i «leader storici» dell’Asilo.
Già un leader è di troppo per gli anarchici, figuriamoci sei!
Ma poi, avendo una trentina d’anni di età, come avranno fatto ad aver occupato storicamente un posto 24 anni prima?
Non penseranno mica che l’asilo di via Alessandria all’epoca fosse funzionante e sia stato occupato dai suoi piccoli ospiti?
Ad ogni modo, la scintilla poliziesca ha dato fuoco alle polveri della rabbia.
Sabato 9 febbraio si è dipanata per Torino una nutrita manifestazione di protesta, conclusasi con scontri di piazza (ed ulteriori arresti) che hanno fatto piangere il trasversale Partito delle Persone Oneste, quella Grande Alleanza del Signorsì che inorridisce davanti a una vetrina infranta e rimane indifferente davanti al saccheggio della natura o al naufragio dell’umanità.
Si è arrivati a sentire il questore di Torino indignarsi verso chi compie atti violenti sicuro della propria impunità… manco i manifestanti fossero poliziotti o carabinieri!
Domenica 10 febbraio un altro corteo si è diretto verso il carcere cittadino, con l’intento di salutare chi vi era (appena stato) rinchiuso.
Ed è in quel preciso momento che si è verificato l’imprevisto, sotto forma di ennesima scintilla.
Un petardo lanciato, dopo aver superato il muro di cinta, ha dato il via ad un incendio diventato incontrollabile dopo aver lambito alcune bombole di gas. Un capannone all’interno è crollato, danneggiando un’intera ala del carcere.
Ora, è evidente che davanti alle convulsioni di questa società putrefatta, chi sta in alto abbia le sue buone ragioni di Stato per togliere subito di mezzo chi dal basso potrebbe un domani soffiare sul fuoco.
Come diceva un politico esperto (tre volte presidente del Consiglio francese), «fare politica non significa risolvere i problemi, significa mettere a tacere quelli che li sollevano».
Ma dovrebbe essere altrettanto evidente che manganelli e galera non possono impedire ai problemi, sollevati non da qualcuno in particolare ma da una vita miserabile in generale, di accavallarsi ed esplodere.
È il potere ad aver fatto seccare la prateria dell’esistenza umana, è il potere ad aver caricato di tensioni l’aria, non chi con i suoi movimenti provoca scintille.
Qualsiasi fulmine proveniente dall’alto, qualsiasi fiammifero acceso in basso, potrebbe far divampare un incendio fatale.
Il Bullo degli Interni può anche esultare per la democratica vittoria (consenso del 25% della popolazione adulta) ottenuta dalla sua coalizione alle elezioni regionali abruzzesi, ma resta il fatto che anno dopo anno l’astensionismo cresce inarrestabile.
E all’indifferenza passiva che sprofonda nella muta rassegnazione potrebbe bastare uno sfavillante attimo per diventare quell’indifferenza attiva che insorge nella rivolta al grido: «che se ne vadano tutti».
Nessuna configurazione politica, quale che sia il suo colore, è in grado di restituire allo Stato un consenso reale.
Chi esercita il potere, in particolare in una simile situazione, non ha modo di evitare una pioggia di scintille durante le sue sempre più sbadate e sbandate manovre (non si è ancora chiusa la crisi diplomatica con la Francia che già si sta aprendo quella con Slovenia e Croazia, per via della storiella sulle foibe e degli sguardi languidi lanciati da alcuni politici all’Istria).
Pensa davvero che, per far crollare la sua struttura tanto imponente quanto fragile, sia necessaria una colossale organizzazione, con grandi mezzi a disposizione ed un largo seguito alle spalle?
Il piccolo petardo che ha raso al suolo quell’ala del carcere di Torino non gli dice niente?
«Evidentemente, Signori, se voi temete per la moralità delle vostre mogli, l’educazione dei vostri figli, la tranquillità delle vostre cuoche e la fedeltà delle vostre amanti, la solidità delle vostre poltrone, dei vostri pitali e dell’ordine costituito, l’organizzazione dei vostri casini e la sicurezza del vostro Stato, avete ragione.
 Ma che farci?
Voi siete marci e il fuoco è acceso».

Noi rifugiati

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( Dal Web )

Hannah Arendt
In primo luogo non desideriamo essere chiamati “profughi”.
Solitamente il termine “profugo” designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica.
È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale.
Con noi, il significato del termine “profugo” è cambiato.
Ora “profughi” sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell’aiuto dei Refugee Committee.
Prima che la guerra scoppiasse eravamo ancora più sensibili al fatto di essere chiamati “profughi”.
Facevamo del nostro meglio per dimostrare agli altri che eravamo solo comuni immigrati.
Abbiamo dichiarato di essere partiti di nostra spontanea volontà per paesi scelti da noi e abbiamo negato che la nostra situazione avesse qualcosa a che fare con i “cosiddetti” problemi ebraici.
Eravamo “immigrati” o “nuovi arrivati” perché, un bel giorno, avevamo lasciato i nostri paesi, nei quali non era più opportuno rimanere o per ragioni puramente economiche. Volevamo ricostruire le nostre vite, e questo era tutto. Per ricostruirsi la vita è necessario essere forti e ottimisti.
Per questo noi siamo molto ottimisti.
Il nostro ottimismo, in effetti, è ammirevole, anche se siamo noi ad affermarlo.
La storia della nostra lotta è stata alla fine conosciuta.
Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana.
Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo.
Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti.
Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.
Tuttavia, non appena siamo stati salvati — e la maggior parte di noi è stata salvata parecchie volte — abbiamo cominciato le nostre nuove vite, cercando di seguire quanto più fedelmente possibile tutti i buoni consigli dei nostri salvatori.
Ci è stato detto di dimenticare, e abbiamo dimenticato più velocemente di quanto sia possibile immaginare.
Ci è stato amichevolmente ricordato che il nuovo paese sarebbe diventato una nuova casa; poi, dopo quattro settimane in Francia o sei settimane in America, si è preteso che fossimo o francesi o americani.
I più ottimisti fra noi sarebbero persino disposti ad ammettere che tutta la loro vita precedente è trascorsa in una sorta di esilio inconsapevole e che solo dal loro nuovo paese hanno imparato che cosa sia realmente una casa.
È vero che qualche volta ci siamo opposti alla richiesta di dimenticare la nostra opera precedente; inoltre, di solito, non abbandoniamo facilmente gli ideali del passato se il nostro valore sociale è in pericolo.
Con la lingua, tuttavia, non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua, e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua — il loro tedesco è una lingua che ricordano appena.
Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento che abbiamo provato in quasi tutti i paesi europei — la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. Inoltre, ci è stato detto tante volte che a nessuno piace ascoltare tutto ciò; l’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi.
Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani — quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.
Persino tra di noi non parliamo di questo passato.
Abbiamo invece trovato un nostro modo di padroneggiare un futuro incerto.
Poiché tutti fanno progetti, hanno desideri e nutrono speranze, così facciamo anche noi. Tuttavia, a prescindere da questi atteggiamenti generici e naturali, noi cerchiamo di rendere chiaro il futuro in modo più scientifico.
Dopo tanta sfortuna, vogliamo procedere sicuri.
Perciò, abbandoniamo la terra con tutte le sue incertezze e volgiamo lo sguardo al cielo. Le stelle — e non i giornali — ci dicono quando Hitler verrà sconfitto e quando noi diventeremo cittadini americani.
Le riteniamo più attendibili di tutti i nostri amici; esse ci mostrano quando dovremmo pranzare con i nostri benefattori e quale sarà il giorno più propizio per compilare uno degli innumerevoli questionari che accompagnano le nostre vite presenti.
Qualche volta non ci fidiamo nemmeno delle stelle, ma solo delle linee della mano o dei segni della nostra scrittura.
In questo modo ne sappiamo meno degli avvenimenti politici, ma più dei nostri cari io, anche se la psicoanalisi non sembra essere più di moda.
Quei tempi più felici sono finiti insieme alle conversazioni che signore annoiate e gentiluomini dell’alta società facevano sulle piacevoli trasgressioni della loro prima infanzia.
Essi non vogliono più storie di fantasmi; è l’esperienza concreta che fa loro accapponare la pelle.
Non c’è più alcun bisogno di cercare i fantasmi nel passato; esso è abbastanza stregato nella realtà.
Così, nonostante il nostro sincero ottimismo, usiamo ogni sorta di trucchi magici per evocare gli spiriti del futuro.
Non so quali ricordi e quali pensieri dimorino nei nostri sogni notturni.
Non oso fare domande perché anch’io sono stata piuttosto ottimista.
Qualche volta immagino tuttavia che almeno di notte pensiamo ai nostri morti o ricordiamo le poesie che un tempo amavamo.
Posso anche capire che i nostri amici della costa occidentale, durante il coprifuoco, abbiano avuto idee tanto singolari, come quella di credere che noi siamo non solo «potenziali cittadini», ma anche, attualmente, «nemici stranieri».
Alla luce del giorno, naturalmente, diventiamo nemici stranieri solo «tecnicamente» — tutti i profughi lo sanno.
Ma quando ragioni tecniche impedivano di lasciare la propria casa durante le ore notturne, non era certamente facile evitare cupe congetture sulla relazione tra tecnicismo e realtà.
No, c’è qualcosa che non va nel nostro ottimismo.
Tra di noi ci sono quei bizzarri ottimisti che, dopo aver fatto un mucchio di discorsi ottimistici, vanno a casa e aprono il gas o si servono di un grattacielo in modo del tutto imprevisto.
Costoro sembrano provare che la nostra decantata allegria si fonda su una pericolosa preparazione alla morte.
Educati nella convinzione che la vita sia il bene più alto e la morte l’evento più spaventoso, diventiamo testimoni e vittime di paure più grandi di quella della morte — senza essere stati capaci di scoprire un ideale più alto di quello della vita.
Così, per quanto la morte non sia più per noi così spaventosa, perdiamo la volontà e la capacità di rischiare la vita per una causa. Invece di lottare — o di pensare a come riacquistare la capacità di lottare — i profughi si sono abituati a desiderare la morte per gli amici e i parenti; se qualcuno muore, ci rallegriamo all’idea che abbia potuto evitare tanti guai. Così, molti pensano che anche noi potremmo evitare dei guai — e agiscono di conseguenza.
[…]
Per descrivere il nostro comportamento, è stata inventata una bella storiella; un bassotto émigré, derelitto e angosciato, comincia a parlare dicendo: «Un tempo, quando ero un San Bernardo…».
I nostri nuovi amici, oppressi come sono dal gran numero di divi e di celebrità, non si rendono perfettamente conto che alla base di tutte le loro descrizioni di antichi splendori sta una verità umana: una volta la gente si preoccupava di noi, gli amici ci amavano, persino i padroni di casa ci conoscevano come quelli che pagavano regolarmente l’affitto.
Una volta potevamo fare la spesa e viaggiare in metropolitana senza sentirci dire che eravamo indesiderati.
Siamo diventati un po’ nervosi da quando i giornalisti hanno cominciato a individuarci e a dirci in pubblico di smettere di comportarci in modo sgradevole quando compriamo il latte e il pane.
Ci chiediamo come si possa agire in questo modo; in ogni momento della giornata stiamo già così terribilmente attenti ad evitare che qualcuno indovini chi siamo, che passaporto abbiamo, da dove provengono i nostri certificati di nascita — e che a Hitler non eravamo graditi.
Facciamo del nostro meglio per inserirci in un mondo in cui è necessario avere un atteggiamento da politici per andare a fare la spesa.
In queste condizioni, il San Bernardo diventa sempre più grosso.
Non posso dimenticare quel giovane che, nel momento in cui ci si aspettava da lui che accettasse un certo tipo di lavoro, disse con un sospiro: «Leinon sa con chi sta parlando; io ero direttore di reparto al Karstadt [grande emporio di Berlino]».
Ma c’è anche la profonda disperazione di quell’uomo di mezza età che, dopo aver sopportato innumerevoli stratagemmi messi in atto da differenti comitati allo scopo di salvarlo, alla fine ha esclamato: «E qui nessuno sa chi sono io!».
Poiché nessuno voleva trattarlo come un essere umano dotato di una sua dignità, cominciò ad inviare cablogrammi a personaggi di rilievo e alle sue conoscenze importanti. Imparò rapidamente che in questo folle mondo è molto più facile venire accettato come «uomo importante» che come essere umano.
Meno siamo liberi di decidere chi siamo o di vivere come desideriamo, più ci sforziamo di presentare una facciata, di nascondere i fatti e di recitare una parte.
Siamo stati espulsi dalla Germania perché eravamo ebrei, se non che, dopo aver attraversato con difficoltà il confine francese, siamo stati trasformati in «boche» [termine spregiativo con cui i francesi indicano i tedeschi] Ci è stato persino detto che dovevamo accettare questo appellativo se veramente eravamo contrari alle teorie razziali di Hitler. Per sette anni abbiamo recitato la ridicola parte di quelli che cercano di essere francesi — o, per lo meno, potenziali cittadini; eppure, all’inizio della guerra, siamo stati ugualmente internati come «boche».
Nel frattempo, tuttavia, la maggior parte di noi è diventata a tal punto fedele alla Francia, che non abbiamo potuto nemmeno criticare un ordine del governo francese. Così abbiamo dato il benestare al nostro stesso internamento. Siamo stati i primi «prisonnier volontaire» che la storia ricordi.
[…]
Dopo lo scoppio della guerra e la catastrofe che si è abbattuta sugli ebrei d’Europa, il semplice fatto di essere dei profughi ci ha impedito di mescolarci con la comunità degli ebrei nativi, una regola confermata da poche eccezioni.
Queste leggi sociali non scritte, per quanto mai riconosciute pubblicamente, hanno la stessa grande efficacia dell’opinione pubblica.
E una tacita opinione e consuetudine di tal genere è più importante per le nostre vite quotidiane di tutte le dichiarazioni ufficiali di ospitalità e di buona volontà.
L’uomo è un animale sociale e la vita non è facile per lui quando vengono recisi i legami sociali.
Nel tessuto sociale è molto più facile conservare gli standard morali. Pochissimi individui hanno la forza di conservare la loro integrità se la loro condizione sociale, politica e giuridica è del tutto indefinita.
Mancando del coraggio di lottare per un cambiamento della propria condizione sociale e giuridica, molti di noi hanno invece deciso di cercare di cambiare l’identità.
E questo singolare comportamento peggiora la situazione.
La confusione in cui noi viviamo è in parte opera nostra.
È vero che un uomo che vuole liberarsi del proprio  scopre le possibilità dell’esistenza umana, le quali sono tanto infinite quanto lo è la creazione.
Tuttavia, il recupero di una nuova personalità è tanto difficile — e tanto illusorio — quanto una nuova creazione del mondo.
Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa pretendiamo di essere, non riveliamo altro che il nostro insano desiderio di essere trasformati, di non essere ebrei.
[…]
È quell’immigrato ideale che, in qualsiasi tempo e luogo sia stato condotto da un destino terribile, immediatamente vede ed ama le montagne del posto.
Poiché però non si ritiene ancora che il patriottismo sia una questione di pratica, è difficile convincere la gente della genuinità delle nostre continue trasformazioni.
È questo conflitto che rende così fragile la nostra società; chiediamo piena affermazione come individui perché non siamo in una posizione tale da ottenerla come gruppo.
I nativi, messi di fronte ad esseri tanto singolari quali noi siamo, diventano sospettosi; dal loro punto di vista, di regola, soltanto il fatto che rimaniamo fedeli ai nostri paesi è incomprensibile.
Questo ci rende la vita molto amara.
Potremmo vincere questo sospetto se spiegassimo che, in quanto ebrei, il nostro patriottismo aveva una forma molto particolare nei paesi d’origine.
Nondimeno, era veramente genuino e profondamente radicato.
Abbiamo scritto grossi volumi per dimostrarlo; abbiamo pagato un’intera burocrazia per indagare il suo passato e definirlo in termini statistici.
[…]
Se è vero che gli uomini imparano raramente dalla storia, è altrettanto vero che possono imparare dalle esperienze personali che, come nel nostro caso, si ripetono infinite volte. Ma prima di gettare la prima pietra contro di noi, ricordate che essere ebrei non dà alcuno status giuridico in questo mondo.
Se cominciassimo a dire la verità, e cioè che non siamo altro che ebrei, ciò significherebbe esporci al destino degli esseri umani i quali, non essendo protetti da alcuna specifica legge o convenzione politica, non sono altro che esseri umani.
Mi è difficile immaginare un atteggiamento più pericoloso, perché realmente viviamo in un mondo in cui gli esseri umani in quanto tali hanno cessato di vivere per tanto tempo; perché la società ha scoperto che la discriminazione è la grande arma sociale con cui uccidere gli uomini senza spargere sangue; perché i passaporti o i certificati di nascita, e qualche volta persino le ricevute dell’imposta sul reddito, non sono più documenti ufficiali, ma questioni di differenziazione sociale.
È vero che la maggior parte di noi si basa interamente sui criteri di vita abituali; perdiamo fiducia in noi stessi se la società non ci approva; noi siamo — e siamo sempre stati — pronti a pagare qualsiasi prezzo per essere accettati dalla società.
Tuttavia, è altrettanto vero che i pochissimi tra noi che hanno cercato di tirare avanti senza tutti questi trucchi e queste farse hanno pagato un prezzo sproporzionato rispetto ai loro sforzi: hanno messo in pericolo le poche opportunità che un mondo sconvolto offre anche ai proscritti.
[…]
Quei pochi profughi che insistono nel dire la verità, addirittura fino all’indecenza», ottengono in cambio della loro impopolarità un vantaggio inestimabile: per loro la storia non è più un libro chiuso e la politica non è più un privilegio dei gentili.
Sanno che la proscrizione del popolo ebraico in Europa è stata subito seguita da quella della maggior parte delle nazioni europee.
I profughi costretti di paese in paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli — se conservano l’identità.
Per la prima volta la storia ebraica non è separata, bensì legata a quella di tutte le altre nazioni.
Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando, e perché, permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati.

Tempo al tempo

«Se si sale sul treno sbagliato, non serve a nulla correre lungo il corridoio nella direzione opposta»
Dietrich Bonhoeffer
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Così diceva un pastore luterano tedesco, fucilato dai nazisti per la sua partecipazione alla resistenza.
Sarà anche stato un teologo servo di Dio, ma queste sue parole ci vengono sempre in mente quando sentiamo i buoni propositi sbandierati da chi, in piena conoscenza di causa, è salito sul treno sbagliato.
Come tutti sanno, il treno è un mezzo di viaggio particolare poiché corre su binari prestabiliti.
Non è il conducente né sono i viaggiatori a scegliere a proprio piacimento la destinazione.
Il treno va dove deve andare, perché non può certo invertire rotta.
Per favore, niente chiacchiere al riguardo.
Se si sale sul treno sbagliato, si arriva nel posto sbagliato.
Il solo modo per evitarlo non è quello di correre lungo il corridoio nella direzione opposta, magari declamando ad alta voce la contrarietà della propria presenza
bisogna scendere
Rimanere sul treno, giurando sulla sincerità delle proprie intenzioni, è sciocco, è puerile, è inutile, è ipocrita.
All’inizio suscita imbarazzo, poi fastidio, poi irritazione, infine disgusto e disprezzo. Soprattutto quando, fermata dopo fermata, diventa sempre più chiara la direzione verso cui si sta andando.
Quando il treno è quello della politica, che porta le insegne della politica, e si viene accolti dal personale della politica, e il treno è partito dal binario della politica, si pensa davvero di poter arrivare alla libertà?
Davvero?
Anche dopo, lungo il tragitto si sono passate una dopo l’altra le fermate dell’omertà, della connivenza, del calcolo, della menzogna, del collaborazionismo… fingendo di dormire abbracciato al bambino mentre si attraversava l’acqua sporca dell’abiura e dell’infamia?
Date tempo al tempo.
Quel treno arriverà a destinazione.
E a chi vi è salito sopra non servirà a nulla rimanere ostinatamente a bordo, in fondo all’ultimo vagone, strillando che si è trattato di un errore e garantendo che mai e poi mai metterà piede a terra.
E allora?
Arriverà comunque.
È già arrivato comunque.
Perché così ha scelto.

Buon appetito, leghisti!

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( Dal Web )

Il passato bussa alle porte del presente. Il più delle volte ha il ghigno del totalitarismo, in qualche raro caso il sorriso della rivolta. Un secolo fa, nel febbraio del 1916 a Chicago, il cuoco Jean Crones (falso nome dietro cui si nascondeva l’anarchico italiano Nestor Dondoglio) avvelenò con l’arsenico la zuppa cucinata per un esclusivo banchetto riservato ai notabili e alla classe dirigente dell’Illinois. Oltre un centinaio di illustri invitati agonizzarono per ore, salvati solo da un caso fortuito (a causa dell’aumentato numero dei commensali, la zuppa era stata allungata dagli addetti della cucina poco prima di essere servita, facendo diminuire l’efficacia del veleno). Come rivelò egli stesso nelle sue successive lettere inviate alla stampa, il cuoco sovversivo aveva colto al volo l’occasione di fare piazza pulita dei parassiti che infestano l’umanità. Per politici, industriali, banchieri, prelati… quella doveva essere l’ultima cena.
Così non fu, purtroppo, ma a quanto pare il cuoco anarchico di Biella ha trovato in Veneto qualche inconsapevole emulo moderno. Lo scorso venerdì 18 gennaio, alla ventiseiesima Fiera del radicchio che si tiene nel paese dal curioso nome Zero Branco, una cinquantina di militanti della Lega hanno avuto l’ottima idea di fare una tavolata separata, tutta per loro. Tornati a casa dopo l’allegra serata, sono stati tutti quanti costretti a trascorrere — letteralmente — una notte di merda. Forti dolori addominali li hanno infatti scaraventati sulla tazza del cesso. Fra loro, anche il presidente della provincia di Treviso.
Non avendo avvertito alcun disturbo nessun’altra delle centinaia di persone accorse quella sera per degustare il risotto con radicchio e salsiccia, o lo spezzatino, si sta facendo strada il sospetto che qualcuno abbia condito i piatti destinati ai leghisti — no, non con l’arsenico — con del lassativo. Ovviamente i responsabili della locale Pro Loco, organizzatrice della manifestazione, smentiscono categoricamente che uno dei loro cuochi o camerieri possa aver materialmente mandato a cagare i militanti di un partito che si vanta di esprimere «la pancia» del paese.
Noi tendiamo ad essere d’accordo. È stata l’invisibile mano di Nestor Dondoglio, senz’altro! A lui, immigrato clandestino, il pensiero di questi massacratori razzisti in camicia verde/blu che si abbuffano mentre i dannati della terra annegano nel Mediterraneo, deve aver fatto venire una voglia folle di tornare sulla terra.

Ancora una volta si sarà detto, con il suo immancabile sorriso — «e come visto quella tavolata della sagra ho pensato che era una cosa salutare fare una buona ripulita».

Odio i politicanti

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( Dal Web )

«Il solo espropriatore italo-americano su cui la letteratura anarchica 
non ha nulla da dire è Cesare Stami, anarchico individualista selvaggio…»
Nunzio Pernicone
Carlo Tresca and the Sacco-Vanzetti Case
La prima volta che ci siamo imbattuti nella sua ombra è stato oltre una decina di anni fa. Per caso, per puro caso. Eravamo in una biblioteca anarchica e stavamo sfogliando una vecchia rivista, di quelle ingiallite dal tempo, pubblicata alla fine degli anni 20 da individualisti italiani emigrati negli Stati Uniti.
A un tratto l’occhio ci è caduto su un articolo commemorativo in cui si rendeva omaggio ad un anarchico italiano sepolto e dimenticato da tutti. Oltre a venire descritto come un uomo pieno di virtù e di vizi, dal pensiero provocatorio e iconoclasta, insofferente ad ogni morale (compresa quella cara a certi anarchici), veniva anche ricordato per essere stato un temibile fuorilegge, ammazzato alcuni anni prima in un agguato dalla polizia. Ecco perché, sospirava l’autore del testo, «la tacita congiura del silenzio e dell’oblio si è fatta attorno al suo nome».
Il suo nome era Cesare Stami.
Abbiamo sgranato gli occhi. Chi?! Cesare Stami? Mai sentito nominare! Da allora, ogni qual volta ne abbiamo avuto il tempo e l’occasione, ci siamo lanciati all’inseguimento della sua ombra nel tentativo di raggiungerla ed afferrarla, con la speranza di riuscire infine a vedere da vicino il suo vero volto. E più andavamo avanti con le nostre ricerche, più rimanevamo colpiti da quanto scoprivamo. Le poche informazioni sul suo conto presenti negli archivi di Stato, tutte antecedenti la sua partenza per gli Stati Uniti, in un certo senso contrastano con le poche informazioni ricavabili dai due soli omaggi postumi che gli vennero dedicati (il necrologio pubblicato alla sua morte su L’Adunata dei Refrattari e quello che aveva destato la nostra curiosità, apparso quattro anni dopo su Eresie).
Le tracce che Stami aveva lasciato dietro di sé erano scarse, confuse, contraddittorie, e svanivano tutte nel nulla. Anzi, peggio, portavano dritte in mezzo a vere e proprie tenebre, laddove la ragionevolezza consiglia di non addentrarsi. Ogni pista che seguivamo sbatteva contro un muro, composto da una sorta di oblio frammisto a sospetto e rancore, che circondava il suo nome.
Ne risultava che nessuno volesse davvero saperne di Cesare Stami, eroe per pochi, mostro per molti. La sua stessa morte ha un che di misterioso, tenuto conto che il governo italiano continuò per decenni a chiedere informazioni sul suo conto, sul suo possibile nascondiglio, come se egli non fosse affatto morto nell’imboscata tesa dalla polizia a lui ed ai suoi compagni, ma si fosse in qualche modo salvato. Sembra quasi la scena di un film, con il fuorilegge ferito che sparisce tra i flutti del fiume, viene dato per morto anche dai suoi amici, e invece… Invece eccolo lì, il suo giornale maledetto, La Rivolta degli Angeli, uscire con un ultimo numero due anni dopo la tragedia per ricordare i compagni caduti e far udire la voce sibillina dell’ombra.
Ma se Stami era morto in quel conflitto a fuoco nel maggio 1924, perché il governo italiano insisteva a cercarlo? Come è possibile che un paio di anni dopo, il 13 gennaio 1926, il prefetto di Ferrara avesse comunicato al ministero dell’Interno che Stami dimorava ancora a New York? E cosa pensare di quel dispaccio n. 955 del Consolato generale d’Italia di New York, datato 16 marzo 1934, in cui il console Crossardi riportava: «dagli accertamenti effettuati non è risultato che il nominato Stami Cesare sia qui deceduto durante l’anno 1924 e che tutte le indagini effettuate per cercare di ottenere qualche notizia sul suo conto hanno avuto finora esito negativo. Sembra che in questi ambienti anarchici nessuno si ricordi di lui»?
Svanito per sempre, con grande sollievo per tutti. Perché mai?
Di Cesare Stami si sa dunque molto poco. Si sa per certo che nacque a Ferrara nell’aprile del 1884, ma già sul giorno della nascita ci sono versioni contrastanti: il 25 o il 15? Abbandonato alla nascita, non si conoscono i suoi genitori (i quali si erano sbarazzati in fretta e furia del frutto del peccato). Non avendo nessuna vera famiglia, era cresciuto sulla strada dove acquisì «l’irrequietezza, la mobilità e l’agilità, lo spirito sarcastico che tutto scavalca con uno sberleffo o con una ghignata beffeggiatrice». Senza un’istruzione, era un semianalfabeta andato a scuola a malapena fino alla terza elementare. Ma la sua mancanza di cultura, come vedremo, non avrebbe costituito da parte sua motivo di rancore verso gli «intellettuali», quanto piuttosto una sfida continua con se stesso.
Privo di ogni affetto familiare, privo di istruzione, senza santi né padrini, trascorse la sua adolescenza con «solo la compagnia della miseria, della fame, della disperazione tetra. Sul solco aspramente lavorato covava il rancore di mille generazioni del rigagnolo, come lui nate dalla strada, abbandonate alla deriva, vilipese ed oltraggiate».
Bestia da soma predestinata, Stami era costretto a passare da un lavoro di fatica all’altro. Ma, essendo insofferente al basto, si dimostrava «poco assiduo al lavoro» nonché sobillatore.
Il 15 luglio 1904 viene condannato dal Tribunale di Ferrara a 25 giorni di detenzione per «attentato alla libertà del lavoro»: è la sua prima condanna. Quello stesso anno, ormai ventenne, viene preteso dall’esercito per svolgere il servizio di leva e spedito a Padova.
Ovviamente la disciplina militare non fa per lui e, a detta del compilatore questurino di turno, Stami «si fece vedere colà con molta assiduità frequentare i peggiori sovversivi».
Finisce sotto processo, perché compare in una fotografia che ritrae dei giovani socialisti antimilitaristi con la bandiera rossa spiegata in mano, mentre altri in divisa da soldato sono ritratti nell’atto di spezzare le armi e schiacciare i kepì. Per questo sfregio arrecato all’onore dell’esercito, Stami viene internato nella famigerata Compagnia di Disciplina di Peschiera, teatro di abusi ed orrori, da cui sarà liberato nel novembre 1907. È sotto le armi che impara a fatica a leggere e a scrivere, uno sforzo grazie al quale «la sua istintiva rivolta assunse consapevolezza e ragione di vita».
La prefettura di Padova riferisce che Stami è «un convinto e fanatico sovversivo non soltanto capace di fare propaganda, ma anche di ricorrere all’azione».
La sua intolleranza per ogni ordine, il suo odio per le uniformi, il suo disprezzo per le leggi e le morali, tutte queste sue caratteristiche lo potevano portare in un sola direzione: l’anarchismo, nella sua manifestazione più individualista.
«Ribelle nato, reietto e legato alla sorte degli umili, cercò e strinse amicizia coi libertari e divenne anarchico. Da qui la sua passione di libertà acquista coscienza e prosegue dritta nella via maestra della ribellione», riporta l’unico necrologio redatto alla sua scomparsa, quello dell’Adunata dei Refrattari.
Il suo nome sulla stampa anarchica appare per la prima volta nell’aprile 1908, sulla Protesta Umana di Milano, dove firma una violentissima lettera contro le Compagnie di Disciplina ed il militarismo. Nel 1910, dopo essersi trasferito a Milano, la testa calda che gli sbirri descrivono «privo di educazione e cultura… non collabora alla redazione di giornali mancando di capacità e così non è in grado di tenere conferenze», diventa gerente di un paio di periodici anarchici individualisti — prima del settimanale La Rivolta, poi della rivista Sciarpa nera — venendo più volte incriminato per alcuni articoli pubblicati.
A fine settembre, Stami lascia il suo domicilio di Pontelagoscuro diretto verso Milano, dove è richiesta la sua presenza al processo che lo vede imputato in qualità di responsabile editoriale. Ma, non potendo respirare la libertà all’interno di un tribunale, Stami allunga il suo viaggio, varca la frontiera e va a Marsiglia (dove viene subito segnalato come elemento «pericoloso»).
La giustizia italiana procede il suo corso e il 15 ottobre Stami viene condannato a sei mesi di detenzione e 75 lire di multa per apologia di reato (e il 18 novembre la Procura di Milano spicca un mandato di arresto nei suoi confronti). Il 4 febbraio 1911 un altro processo per apologia di reato si conclude con una nuova condanna: un anno di reclusione e 490 lire di multa (e il 18 marzo scatta un nuovo mandato di cattura). Sebbene ad aprile dello stesso anno un’amnistia faccia cadere le pendenze a suo carico, Stami rimane in Francia, dove conduce una vita randagia, fra mille difficoltà. A Marsiglia è ospite dell’anarchico pisano Raffaele Nerucci — il cui ristorante funge da punto di riferimento per tutti i fuoriusciti libertari italiani — con cui i rapporti diventeranno tesissimi. La miseria continua a contraddistinguere i suoi giorni, e per sopravvivere è costretto a fare i lavori più faticosi.
Sorpreso dal controllore del treno senza biglietto e fatto scendere ad Avignone, non riuscirà ad arrivare a Parigi all’appuntamento fissato con Pietro Bruzzi (l’anarchico sospettato di aver partecipato all’attentato al Diana, poi fucilato dai nazisti in quanto partigiano).
Il 30 agosto, a Marsiglia, gli informatori della polizia segnalano una vera e propria rissa tra bande di anarchici. Da una parte ci sono Cesare Stami, Adelmo Sardini e Alfredo Cancellieri; dall’altra Raffaele Nerucci, Mugnai e Bendinelli. L’aria è diventata irrespirabile, Stami lascia la Francia e rientra in Italia. Prima viene ricoverato a Genova in ospedale, poi a dicembre viene arrestato a Ronco Scrivia sul treno, nuovamente senza biglietto. Ritorna a vivere a Pontelagoscuro e la polizia continua a tenerlo sotto controllo, ma in modo meno serrato.
Stami lavora (nel settembre 1912 viene assunto da uno zuccherificio a Bondano come capofacchino), legge la stampa anarchica, frequenta sovversivi, ma non partecipa alla vita di movimento.
Nel bollente 1914 il periodo di quiete finisce. Prima viene segnalato per propaganda astensionista, poi perché, nel corso di una riunione chiusa indetta nello zuccherificio dove lavora, Stami esorta — in caso di sciopero — a compiere atti di sabotaggio che siano inesorabili e tali da fiaccare la resistenza padronale. L’11 giugno, nel bel mezzo della Settimana Rossa, viene denunciato a Pontelagoscuro per aver tenuto un comizio non autorizzato. Quattro giorni dopo invita gli operai dello zuccherificio ad una riunione, al fine di spronarli a scioperare. Il direttore dello stabilimento, venutone a conoscenza, minaccia gli operai e li ammonisce che chiuderà la fabbrica piuttosto che farlo entrare.
Il risultato è che gli operai ripudiano lo stesso Stami, il quale a fine giugno viene licenziato in tronco per scarso attaccamento al lavoro.
Lascia di nuovo il paese e torna in Francia, dove interviene in riunioni e conferenze per scagliarsi contro la borghesia e la guerra. Nel mese di novembre rientra in Italia, sempre sprovvisto di mezzi. Subisce una nuova condanna a 5 mesi di detenzione, questa volta per «istigazione a delinquere».
Nel 1915, sempre a Pontelagoscuro, trova lavoro ancora come facchino in un altro zuccherificio. Il Primo maggio fa uscire un numero unico intitolato Il Demolitore (non reperito). Nell’estate di quell’anno lascia per sempre l’Italia, probabilmente per sottrarsi all’arruolamento. Prima va in Svizzera, poi raggiunge Parigi. A fine agosto dell’anno successivo, il 1916, Stami si allontana da Parigi (dove lascia la sua compagna Rosa Bertolini) diretto a Bordeaux, per salpare in compagnia di Mario Maroncelli verso l’America.
Le tracce di Cesare Stami fiutate dai cani da caccia della polizia italiana si fermano là, su quel molo di Bordeaux. Degli otto anni che gli resteranno da vivere si sa poco, ma si può immaginare molto. E ciò che stupisce maggiormente è che il Cesare Stami che sbarca dall’altra parte dell’oceano, e fa capolino sulla stampa anarchica, appare assai diverso da quello descritto dalle italiche veline poliziesche. L’anarchico che solo un anno prima, a detta delle confidenze degli informatori, ha visto fallire il suo progetto di pubblicare un giornale per mancanza di collaborazione («essendo analfabeta la sua proposta non è stata presa sul serio»), negli ultimi mesi del 1916, fra settembre e dicembre, prende più volte la parola in comizi, tiene affollate conferenze e diventa redattore di una rivista. Non solo, ma diverrà anche un temibile rapinatore di banche assieme ad alcuni suoi compagni.
Sembra inverosimile, eppure è così. Il 30 settembre Stami partecipa, a New York, al Grande Comizio Internazionale per le vittime della reazione in America. Nella stessa città, il 15 ottobre, tiene una conferenza su “Gli anarchici e lo sciopero generale”. Il 25 ottobre prende parte ad un altro pubblico comizio di protesta, indetto dalla Federazione Anarchica Internazionale. Da New York si sposta nel Connecticut per altre due conferenze. L’11 novembre è a Bridgeport, dove parla sul tema “La guerra e le sue conseguenze” nel locale Circolo di Studi Sociali. Di questa conferenza rimane una testimonianza, che apparirà sul successivo numero di Cronaca Sovversiva, e che vale la pena riportare:
«Assisté un pubblico numerosissimo di lavoratori che il compagno nostro con parola vibrante e sincera riuscì ad interessare dal principio alla fine, cogliendo occasione per evocare i nostri martiri coperti dal disprezzo delle folle per le quali si sacrificarono incitandole con l’esempio alla riscossa. Frustò poi con una critica fine ed imparziale, uomini e partiti che dal ciclone guerresco si lasciarono travolgere. Cesare Stami è un operaio autentico, quasi deformato dal lavoro sfibrante, ma la sua conferenza semplice ed assennata, piena di sano entusiasmo, ha lasciato nei presenti una profonda impressione. Noi confidiamo che tale simpatia non abbia a svanire».
Il giorno dopo, il 12 novembre, Stami è a New Haven a commemorare i martiri di Chicago al Dreamland Theatre. Rientrato a New York, il 29 novembre tiene una conferenza sul tema “La schiavitù della donna di fronte all’attuale legge sociale” nei locali del gruppo Bresci.
Chissà, forse è proprio in virtù di questa «profonda impressione» e «simpatia» che Stami riusciva subito a riscuotere fra i compagni, che il suo nominativo figurava come distributore a cui richiedere il nuovo periodico anarchico lanciato l’1 dicembre 1916, quel L’Uomo Nuovo al cui interno si può leggere che «l’ignoranza è la massima e la peggiore delle povertà».
Il nome di Stami non figurerà mai all’interno dei due numeri della rivista, dove invece si possono incontrare un paio di pseudonimi che ritorneranno alcuni anni dopo su La Rivolta degli Angeli.
Egli firma invece alcuni testi apparsi su Cronaca Sovversiva, il settimanale di Luigi Galleani, con cui collaborerà fino alla fine e da alcuni di questi articoli si intuisce che era al centro di polemiche con altri anarchici. Non sappiamo se anche lui sia stato coinvolto nelle indagini degli agenti federali contro i collaboratori di Cronaca Sovversiva, se anche su di lui pendesse la minaccia della deportazione o cos’altro. Ciò che sappiamo di certo è che smise di usare il suo cognome e che proprio lui avrebbe dato vita a L’Adunata dei Refrattari, il giornale che prese il posto del settimanale di Galleani e che uscì per mezzo secolo. Infatti, in un articolo apparso il 23 aprile 1932, Costantino Zonchello dedica un articolo (a firma: “Gli iniziatori primi”) ai primi dieci anni di esistenza dell’Adunata in cui svela chi fu promotore del settimanale: «Chi avrebbe pensato il 17 aprile del 1922, nel lanciare il primo numero della pubblicazione, che l’Adunata avrebbe vissuto vegeta e rigogliosa per dieci anni? Non certo quell’anima dannata di Cesare Stami, che ad una opera buona di propaganda scocciava il prossimo circostante e rivoltava mezzo mondo e non dava pace a nessuno sino a che il suo proposito generoso non si traduceva in realtà».
Stami scriveva sull’Adunata usando lo pseudonimo di Cesare Protesta, ma la sua collaborazione sarebbe durata ben poco poiché i rapporti con la redazione del giornale si erano presto fatti tesi. Un anno dopo, Stami avrebbe pubblicato il primo numero di un giornale dal cipiglio davvero sfrontato. Il suo titolo era La Rivolta degli Angeli ed era il “Giornale degl’anormali” che «esce quando piace a noi», il cui gerente responsabile era «la ghenga del fil di ferro», avvertiva i «signori lettori che noi si scrive prima di tutto come ci fa comodo, e in secondo luogo come ci riesce, noi non siamo né maestri, né filosofastri», e precisava di poter contare su «un fondo permanente di 3000 dollari».
Va da sé che molti testi erano polemici nei confronti di tutti, dai redattori dell’Adunata al solito Carlo Tresca. Quanto al motivo di tanto furore, rimane più o meno sconosciuto. Ma facilmente ipotizzabile. Sarebbe semplice e comodo attribuire tutto al carattere provocatore di Stami, alla sua mancanza di tatto, ma temiamo che il vero movente sia un altro, assai meno personale e ben più delicato: il caso Sacco e Vanzetti. È infatti a questo unico proposito che il nome di Stami viene ricordato con imbarazzo dagli storici che si sono occupati degli anarchici italiani di quegli anni. Paul Avrich, nel suo saggio Sacco and Vanzetti’s Revenge, riporta un incontro tenutosi a Springfield nel 1924 in cui la figura chiave «fu Cesare Stami, un ultramilitante che partecipava ad attività illegali. Pubblicava un periodico clandestino chiamato La Rivolta degli Angeli (come il titolo di un libro di Anatole France). Il sottotitolo del periodico di Stami era “Giornale degli Anormali”. Oltre alla pubblicazione del periodico, Stami e la sua banda di espropriatori fecero rapine in Pennsylvania, Ohio e West Virginia, così come in una banca di Detroit. Ora egli domandava 5.000 dollari per liberare Sacco e Vanzetti (informazione data all’autore da un anarchico che era presente all’incontro). Ma il gruppo di Springfield non aveva il denaro, e l’accordo saltò. L’anno successivo Stami rapinò un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno dei suoi scagnozzi si rivelò essere un informatore ed avvertì la polizia. Il treno venne circondato da poliziotti e Stami venne ucciso in una sparatoria, assieme a molti suoi uomini».
L’anarchico che diede una simile informazione ad Avrich era Bartolomeo Provo, la cui testimonianza originale compare in Anarchist Voices: An Oral History of Anarchism in America: «Uno o due anni dopo ci fu un incontro a Springfield per discutere della liberazione di Sacco e Vanzetti. L’idea era di liberarli mentre erano sul treno che li portava dalla prigione al tribunale, quando erano sorvegliati solo da due ispettori. Cesare Stami e la sua banda erano presenti. Volevano cinquemila dollari per fare il lavoro. Avrebbero dovuto farlo, sai, ma noi non avevamo i cinquemila dollari. Stami era coinvolto in molte rapine. Non si sarebbe fermato davanti a niente. Aveva rapinato una banca a Detroit — i suoi uomini sparavano dappertutto. Questo accadde verso il 1924. Più tardi quell’anno rapinarono un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno degli uomini era un informatore e avvisò la polizia. Il treno venne circondato da ispettori e Stami venne ucciso con altri tre o quattro. Me lo hanno detto ad Old Forge, una città mineraria ad est della Pennsylvania dove viveva e lavorava un certo numero di Galleanisti. Io non sono mai stato d’accordo con quei metodi. Loro dicevano “siamo sfruttati, quindi riprendiamo”, ma la maggior parte di ciò che rubavano era per se stessi e non per l’Ideale».
Se fosse vero quanto riportato da Provo, si capirebbe bene il motivo per cui il nome di Stami è stato sepolto e dimenticato per sempre dagli anarchici. Chiedere soldi per far evadere due compagni condannati a morte? Sarebbe una vera e propria infamia. Ma avendo letto gli articoli su Sacco e Vanzetti apparsi su La Rivolta degli Angeli, ci permettiamo di non credere affatto a una simile testimonianza — poco importa se frutto di ricordi confusi dal tempo o di un rancore ancora vivo — e di ritenere le parole di Provo del tutto inattendibili (d’altronde, a suo dire, Vanzetti avrebbe commesso un attentato fallito a causa di un cane che aveva spento la miccia della bomba urinandoci sopra, rivelazione che l’anarchico piemontese avrebbe fatto a lui solo!?!).
In realtà era proprio Stami a reclamare l’azione diretta audace ed energica per liberare Sacco e Vanzetti, fustigando in più di un’occasione quegli anarchici che si affidavano agli avvocati e alle petizioni. Inoltre, perché mai avrebbe dovuto pretendere del denaro, lui che in quel periodo non ne era certo privo, per fare ciò che sosteneva a voce alta fosse necessario? Quanto al fatto che egli allungasse le mani sulle casseforti delle banche solo per arricchirsi, non è certo ciò che veniva sostenuto all’epoca e pubblicamente — e non confidato decenni dopo ad uno storico — sia da L’Adunata dei Refrattari («Bandito; non per sé. Troppo aveva provato l’afflizione della miseria e lo stimolo del bisogno, perché non ne capisse i roncigliamenti convulsi negli altri. Dove passò lasciò tra le famiglie proletarie bisognose, qualunque il credo e la passione, un coro di benedizioni per l’uomo che toglieva al satrapo avido ed avaro per ridare alla gente umile del lavoro») che da Eresie («Stami, il quale ebbe alle calcagna la polizia di parecchi stati, che ad ogni suo atto d’espropriazione si vedeva descritto con negli occhi un’espressione di ferocia sgominatrice, delle molte decine di migliaia di dollari sottratti all’ingordigia di Creso non abbia mai ritenuto per sé più che il necessario per tentare l’altro colpo e della sua opera d’impenitente bandito la sua famiglia sia quella che meno ne abbia beneficiato, mentre in quanti l’avvicinavano era noto il coro di benedizioni che si elevavano al suo indirizzo»).
Due anni dopo la sua morte sarebbe uscito un ultimo numero di La Rivolta degli Angeli, datato 19 maggio 1926, verosimilmente a cura di Angiolina Algeri: «usciamo ancora una volta per ricordare con passione coloro che furono obliati da tutti, per poi morire senza più resuscitare. Era nostro dovere sorgere ancora una volta perché il nostro spirito irrequieto non poteva starsene in pace… ci sono rimaste troppe cose da dire… troppe osservazioni da fare… quindi squarciamo il velo dell’aldilà e ripigliamo la penna per agitarla come pare e piace a noi, e con questo numero unico diamo a Cesare quel che è di Cesare».
Tra le cose da dire, anche un ultimo omaggio a «Cesare Protesta, Gianni, Terzo, Gabriele, Zara… furono ignoti, sbucati dall’ignoto e scaraventati con violenza nell’ignoto. Vissero giorno per giorno col frutto della loro audacia. La loro vita fu un succedersi di burrasche che li squassarono. Vissero le loro idee come dei passionali e la loro passione scavò solchi profondi e sanguinosi sul loro scabroso cammino. Furono un pugno di reprobi in eterna rivolta pagando col sangue e la vita».
Negli anni 50 Ugo Fedeli descriverà così Stami ed i suoi ultimi anni trascorsi negli Stati Uniti: «Temperamento esuberante, trovò impossibile adattarsi alla clandestinità, a cui le leggi anti-anarchiche del periodo bellico condannavano i militanti, accettò la guerra che lo stato dichiarava senza tregua e in questa cadde combattendo, dopo alcuni anni di esistenza illegale».
Nonostante le nostre ricerche, rese difficili dalla mancanza di indizi più precisi, non siamo riusciti a trovare altro sul conto di Cesare Stami e dei suoi compagni, di cui abbiamo qui raccolto alcuni testi. Che gli amanti delle grandi analisi, dei pensieri profondi e dello stile impeccabile ne stiano alla larga. Nelle pagine che seguono non troveranno nulla di tutto ciò. Ma solo l’urlo di disperazione e rabbia di un vero dannato della terra alla conquista della sua individualità, a dispetto di tutto e tutti.

Anarchismo e bolscevismo di fronte al problema dell’autogestione (1905-1918)

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( Dal Web )

Giuseppe Rose
Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta»(1) ebbe «un inizio puramente spontaneo»(2). Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale.
La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo — il soviet — con lo scopo iniziale di alleviare «le temibili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». Nel suo primo «abbozzo» il soviet fu una • «associazione permanente operaia» che, a mezzo del Consiglio dei delegati operai, eletti dagli operai di tutte le fabbriche, ed a mezzo di un giornale di informazione operaia — «Izvestia» — riuscì ad inserirsi nelle vicende rivoluzionarie russe.
Di questo nuovo organismo, sorto, si ripete, «spontaneamente, in seguito ad un accordo collettivo, in seno ad un piccolo aggruppamento fortuito e di carattere assolutamente privato»(3), Trotzky così scriveva poco dopo la sua creazione: «L’attività del soviet significava l’organizzazione dell’anarchia. La sua esistenza e il suo sviluppo successivi dimostravano un rafforzamento dell’anarchia»(4).
A questo punto non è inutile richiamare il pensiero di Lenin circa la «spontaneità operaia», la forza «creativa» del proletariato e circa lo sviluppo della rivoluzione «dal basso», affinché si possa meglio comprendere sia la successiva involuzione, nel senso dell’accentramento autoritario, oltre che dei soviet, anche degli altri organismi di base che più ci interessano da vicino, e cioè dei comitati di fabbrica, sorti anch’essi spontaneamente nel 1917, e sia, in senso più lato, lo snaturamento delle concezioni libertarie dell’autogestione, attraverso il cosiddetto «controllo operaio».
A tal proposito è significativo il ben noto scritto leninista Che fare? (marzo 1902), in cui è esplicitamente pronunciata la condanna della spontaneità dei lavoratori in favore di un’organizzazione stabile di dirigenti, di uomini che abbiano «come professione» l’attività rivoluzionaria. «Le masse operaie sono incapaci di elaborare esse stesse un’ideologia indipendente»(5), giacché con le loro forze possono «soltanto pervenire ad una coscienza tradeunionista»(6). Partendo appunto dalla premessa di diffidenza nelle capacità delle masse lavoratrici(7), Lenin passava alla critica del «culto dello spontaneo»(8), la cui teoria, oltre a confondersi con l’economismo opportunista e col terrorismo ed oltre a comportare una limitazione della funzione della coscienza socialista nel movimento operaio, era — secondo Lenin — da ritenersi una teoria borghese. «Ogni culto della spontaneità del movimento operaio, ogni indebolimento della funzione dell’elemento cosciente, del ruolo della socialdemocrazia, significa necessariamente […] un rafforzamento dell’ideologia borghese sugli operai»(9). E più oltre: «Perciò il nostro compito, il compito cioè della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità, di distogliere il movimento operaio dalla detta tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l’ala della borghesia»(10). Dopo queste affermazioni che, palesemente, confondevano i concetti di autonomia ed automatismo, fu facile per Lenin passare alla formulazione di un programma di organizzazione costituita da «un cerchio stretto di quadri stabili di dirigenti, composto principalmente di rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello del partito»(11), e, successivamente, postulare i principi dell’attività rivoluzionaria dall’alto, della partecipazione della socialdemocrazia al governo e dell’utilizzazione del potere rivoluzionario per la creazione di uno Stato potente ed accentratore. Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall’alto? — che è del giugno 1905 — sono già contenute in nuce le linee direttive dell’azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l’attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall’alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un’epoca rivoluzionaria e dell’azione dall’alto, chi non sa determinare le condizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni “situazione rivoluzionaria seria” impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l’insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un’audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario»(12).
Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione — sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale — tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l’idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione(13) l’affermazione dell’attività dall’alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l’utilizzazione del potere rivoluzionario; dall’altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l’affermazione dell’azione diretta, dal basso, e l’opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo.
La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bočarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un’influenza estremamente stimolante»(14).
Nel primo numero di questo periodico venivano riaffermati i principi collettivistici ed anarchici, come il ritorno della terra a coloro che la lavoravano e la distruzione dello Stato, e veniva precisato che la futura organizzazione politica sarebbe «costituita esclusivamente da una libera federazione di liberi artel di lavoratori agricoli e di industriali». Nel 1872, le idee di Bakunin venivano più intensamente e proficuamente diffuse presso i gruppi clandestini russi, da parte di Z. K. Ralli e M. Sazîm, i quali mantennero relazioni ininterrotte e costanti con la Internazionale di Saint-Imier, con Elisée Reclus e col gruppo che gravitava attorno al giornale ginevrino «Le Travailleur».
Se non è possibile calcolare l’entità della spinta — e, quindi, il concreto contributo — da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d’ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici — come: abbattimento dell’autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. — e che, prima dell’estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l’idea della rivoluzione sociale tra le masse»(15). E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico»(16), diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all’affermazione del principio dell’autogestione.
Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione»(17). Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto — secondo quanto scrive Volin — «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d’ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali: la presa del potere e il problema dello Stato»(18), consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l’istinto e l’interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.
«Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell’industria che in quello dell’agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria»(19).
Dopo l’occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine).
Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all’idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie​_ imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall’amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell’amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatato che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende» (Levin) (20).
Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della creazione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica»(21), i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d’ordine strettamente economico — aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. — ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori.
Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l’importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall’alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall’istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»(22); la legge, — che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell’introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all’accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l’amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull’allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti — evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correggendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d’iniziativa operaia»(23); o, tutt’al più, allargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell’autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l’autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città, di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende(24).
Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere», essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto»(25).
Fu in questa stessa conferenza — di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» — che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l’indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale»(26). Comunque — così conclude la Pankratova — «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima volta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»(27). Da questo momento adunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi(28) e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro «l’anarchismo operaio» — reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati — invocando il bene della patria, la situazione economica precaria dei paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell’industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l’idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere(29).
Nella prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica — convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» — si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza(30), infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei club, ed oltre alla precisazione che l’idea del controllo operaio, quale espressione dell’aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull’impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro — condizioni favorevoli [sic] permettendola — dell’instaurazione dell’autogestione operaia(31). E ciò, quando già l’iniziativa operaia dal basso indicava nell’espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori.
In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d’intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell’ora attuale, essere le cellule dell’avvenire, le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai»(32) e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L’allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall’arbitrato obbligatorio, all’arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo — per come scriverà Stefanov nell’opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia — «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome»(33).
Dopo la rivoluzione d’ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l’essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotsky e Kamenef, era stato l’ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo “controllo operaio”, poiché questa parola d’ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l’organo dei potere di una classe. Di quale classe?… Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all’apparato oppressore — quale l’esercito, la polizia ed i funzionari — anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest’ultimo apparato «non può e non deve essere abbattuto», che bisogna «sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione», concludendo che si poteva ottenere ciò «se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo»(34).
Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l’azione politica, ripudiando, di conseguenza, l’azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d’industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti — che credevano nella possibilità di organizzare l’economia mediante un’autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme — dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l’espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l’alternativa all’autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in dispotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull’ipotesi di un’organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall’altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall’entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l’occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito»(35). E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l’insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capaciti autorganizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall’alto. Esso è alieno dall’automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l’opera delle stesse masse popolari»(36).
In breve il decreto del novembre 1917 — che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica — il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende — ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell’economia nazionale, e ne schiacciava l’autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d’ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all’estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d’altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili — alla pari dei rappresentanti degli operai — «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell’ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un’unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gli intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale»(37).
Il decreto del novembre 1917 suscitò dei contrasti sia tra i rappresentanti bolscevichi — fautori della preminenza dei sindacati sui comitati di fabbrica —, sia tra i rappresentanti di questi comitati che rivendicavano giustamente il controllo di ciascun comitato sulla fabbrica nel quale esso operava(38), e trovò degli avversari in alcuni leader bolscevichi ed in seno alla frazione dei «comunisti di sinistra» che già s’era creata all’interno dello stesso apparato centrale del partito bolscevico. L’opposizione alla concezione leninista di controllo operaio si concretizzò, tra l’altro, in un Manuale pratico per l’esecuzione del controllo operaio (redatto dai membri non bolscevichi del consiglio panrusso dei comitati di fabbrica) in cui veniva specificato che «il controllo operaio sull’industria, in quanto parte indivisa del controllo sull’insieme della vita economica del paese, non deve essere considerato nel senso stretto di verifica, ma nel più lato senso dell’ingerenza»: si voleva, cioè, ribadire che il controllo non poteva che essere inteso nel senso della gestione delle aziende o, quanto meno, non essendo in quel periodo di tempo stata eliminata la categoria degli imprenditori-proprietari, di cogestione collegiale e paritaria. E si ebbero infatti molti esempi di gestione diretta, particolarmente nelle industrie del nord della Russia, nei mesi che vanno dal novembre 1917 al gennaio 1918, tanto che un testimone poteva così esprimersi: «I comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa e si sforzavano di risolvere i soli problemi di produzione, di ripartizione, che sembravano loro più urgenti al momento e nel settore più diretto… Le imprese si trasformavano per così dire in comunità anarchiche»(39).
Poiché il contenuto del Manuale e, soprattutto, l’atteggiamento pratico degli operai che confiscavano c gestivano direttamente le aziende non si adeguavano evidentemente allo spirito ed alla lettera del decreto bolscevico del novembre 1917, si dovette ricorrere da parte dei bolscevichi alla redazione di un Contromanuale, in cui veniva esplicitamente riaffermata la subordinazione dei comitati di fabbrica ai proprietari-imprenditori e, conseguentemente, l’esclusione della gestione formale e sostanziale delle aziende da parte degli organismi operai. Gli articoli 7 e 9 di detto Contromanuale sono esemplificativi: «Il diritto di dare ordini circa la gestione dell’impresa, dal suo andamento e del suo funzionamento, spetta soltanto al proprietario. La commissione di controllo non partecipa alla gestione dell’azienda e non ha alcuna responsabilità circa il suo andamento e funzionamento. Questa responsabilità continua a spettare al proprietario» (art. 7); «La commissione di controllo di ogni singola azienda può, attraverso la mediazione dell’organo di controllo operaio, sollevare davanti alle istituzioni centrali del governo la questione del sequestro dell’azienda e di altre misure restrittive nei confronti dell’impresa, ma essa non ha il diritto di appropriarsi dell’azienda e di dirigerla» (art. 9).
Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d’intendere il controllo operaio, il quale — essi sostenevano — se aveva avuto un significato come parola d’ordine rivoluzionaria sino all’ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d’essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» — considerato come una «mezza misura» — alla «gestione operaia», sia pure attraverso l’intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell’economia nazionale socializzata(40). Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali — di fronte al controllo operaio — avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione […] In conseguenza gli anarchici rigettavano la parola d’ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l’espropriazione — progressiva ma immediata — dell’industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva»(41).
Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell’economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell’autoritarismo attraverso i decreti ed i contromanuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l’azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell’anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca(42) e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l’incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici.
Dopo la creazione del soviet supremo dell’economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto — scrive M. Lewin — «di una spinta libertaria d’ispirazione anarco-sindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione(43), ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità di spicco del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d’un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia […] Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico […] i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d’affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici»(44).
I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall’alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l’antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario.
1. Storia del Partito Comunista bolscevico dell’U.R.S.S., Mosca, Ed. Lingue estere, 1949, p. 62.
2. Lenin, Opere, Roma, Editori riuniti, vol. VIII, 1961, p. 77. Cfr. anche Volin, La rivoluzione sconosciuta, Napoli, Ed. R.L., 1950, p. 41.
3. Volin era stato uno dei promotori della creazione del primo soviet: op. cit., pp. 33-46.
4. La citazione è tratta da D. Guérin, L’anarchisme, Paris, Gallimard, 1968, p. 97.
5. Lenin, Que faire?, Paris, Ed. Le Seuil, 1966, p. 95. Cfr. anche di Lenin, Un pas en avant, deux en arrière (1904), Paris, Ed. sociales, s. d., p. 37.
6. Lenin, Que faire? cit., p. 85.
7. Lenin, a seconda del momento politico, espresse sfiducia o fiducia nell’opera delle masse lavoratrici. Prevalse concettualmente la sfiducia, giacché, in epoca posteriore, scriveva testualmente: «Con la parola d’ordine: più fiducia nella classe operaia, di fatto si lavora a rafforzare le influenze mensceviche ed anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt ha mostrato e dimostrato ciò con chiara evidenza». La citazione è tratta da K. Papaioannou, «Le Contrat social», luglio-agosto 1963, p. 211; anche Lenin, Oeuvres choisies, Moscou, 1948, vol. II, p. 903.
8. Lenin, Que faire? cit., p. 88.
9. Ibid., p. 93. I corsivi sono di Lenin.
10. Ibid, p. 96. I corsivi sono di Lenin.
11. Storia del P.C. (b) dell’U.R.S.S. cit., p. 37, con riferimento allo scritto di Lenin, Che fare?
12. Lenin, Opere, vol. VIII cit., p. 442. I due corsivi (anarchia ed anarchico) sono di Lenin.
13. R. Luxemburg, nel n. 69 dell’«Iskra», del 10 luglio 1904, denunciava già «l’ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d’uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno».
14. G. Woodcock, L’anarchia, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 359.
15. Répression de l’anarchisme en Russie soviétique, Paris, Librairie sociale, 1923, pp. 29 e 30.
16. Cfr. Les bolcheviks et l’opposition (1917-1922), Paris, Les Iles d’or, 1957, p. 158, di L. Schapiro, il quale riporta, tra le altre, una citazione di Polonsky, il cui scritto comparve nella «Novaia Iizn», del 28 (15) novembre 1917.
17. Ibid, p. 158; cfr. E. Buisson, Les bolcheviks (1917-1919), Paris, Fischbacher, 1919, cap. VI.
18. Volin, op. cit., p. 107.
19. E. Carr, A History of Soviet Russia. The Bolchevik Revolution (1917-1923), London, 1950-53, vol. I p. 470; cfr. anche P. Archinov, Storia del movimento machnovista, Napoli, Ed. R.L., 1954, pp. 46-47 e V. Serge, L’an I de la révolution russe, Paris, Delphes, 1965, p. 180.
20. Citazioni tratte da Les comités d’usines en Russie à l’époque de la révolution (1917-1918), di A. M. Pankratova, in «Cahier autogestion», n. 4, dicembre 1967, p. 9.
21. Ibid, pp. 6-9.
22. Ibid., p. 11.
23. Ibid., p. 12.
24. Ibid., pp. 14-15.
25. Ibid., p. 20.
26. E. Carr, op. cit., p. 482.
27. A. M. Pankratova, op. cit., p. 22.
28. Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di «consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto».
29. La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi.
30. Per la risoluzione della conferenza, cfr. A. M. Pankratova, op. cit., p. 48.
31. Cfr. lo scritto di Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir?, tratto da Choix de textes de Lénine, «Autogestion», n. 4, p. 129.
32. A. M. Pankratova, op. cit., p. 53.
33. Ibid., p. 53.
34. Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir? cit., p. 129.
35. E. Carr, op. cit., p. 474.
36. Lenin, Werke, vol. XXII, pp. 56 e 613 (in cui è riportato il decreto sul controllo operaio): tratte le citazioni da D. L. Limon, Lénine et le contrôle ouvrier, «Autogestion», n. 4, pp. 66 e 71-73.
37. D. L. Limon, op. cit., p. 73.
38, Il leader dei comitati di fabbrica, Jivotov, nel suo intervento al consiglio panrusso del 28 novembre così dichiarava: «Da noi, nei comitati di fabbrica vengono elaborate le istruzioni che provengono dal basso per abbracciare tutti i rami dell’industria; e sono appunto queste istruzioni quelle che possono avere importanza giacché provengono dal luogo di lavoro e dalla vita.
Esse dimostrano di che cosa siano capaci i comitati di fabbrica ed è per questo motivo che debbono avere la preminenza su tutto ciò che riguarda il controllo operaio»: citato da D. L. Limon, op. cit., p. 74.
39. P. Price, Die russiche Revolution, Hamburg, 1921, pp. 201, e 266, cit. da D. L. Limon, op. cit., p. 89.
40. I. Larine – L. Kritzmann, Wirtschaftsleben und Wirtschaftlicher Aufbau in Soviet Russland, 1917-1920, Hamburg, 1921, pp. 162-163.
41. Volin, op. cit., pp. 115-116.
42. L. Valiani, Storia del socialismo nel secolo XX, Roma, Ed. U, 1945, pp. 109-110.
43. M. Lewin, Le dernier combat de Lénine, Paris, Minuit, 1967, p. 171. L’autore giustifica il processo di burocratizzazione amministrativa che sostituì «la gestione da basso» con l’affermazione, invero molto superficiale, «che gli operai erano troppo incolti» per partecipare efficacemente alla gestione delle imprese.
44. A. Kollontai, L’opposizione operaia in Russia, Milano, Azione Comune, 1962, p. 61 e pp. 28-29.
[Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo, 1971]

Il valor gli anni non attende

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( Dal Web )

Mercoledì 19 dicembre 2018, alle 20.40 circa, viene dato alle fiamme il commissariato centrale di polizia del quartiere di Saint-Gilles, a Bruxelles.
Sebbene a detta dei giornalsbirri locali «i pompieri sono arrivati velocemente sul posto» dopo che è suonato l’allarme, le fiamme sono comunque riuscite a danneggiare la facciata del *pollaio ed il fumo ha invaso l’ edificio.
«Gli agenti di polizia presenti nel commissariato sono riusciti ad evacuare in tempo», aggiungono con un sospiro di sollievo i portavoce del potere.
Dopo aver analizzato i filmati di videosorveglianza, gli investigatori hanno infine arrestato «un sospettato».
Si tratta forse di qualcuno della zona innervosito dai regolari pestaggi che avvengono nel commissariato?
O si tratta di un ardito lavoratore del quartiere o di un festaiolo dei bar della piazza stanco di controlli?
O si tratta di una seguace degli illegalismi che non ne può più di vedere i propri cari marcire tra quattro mura?
Si tratta di un sovversivo che sa che non esistono né sbirri buoni né strutture statali che siano intoccabili?
O magari di una “portoghese” dei trasporti che si è vendicata dell’accoppiata controllori/poliziotti?
Di certo non conosceremo mai la motivazione di questo gesto, e del resto poco ci importa.
Ciò che si sa, piuttosto, è che la sera di quel mercoledì 19 dicembre era il turno di mettere fuori i cassonetti gialli della spazzatura,  i marciapiedi erano disseminati di scatole di cartone.
Ed un individuo astuto ha colto l’occasione per raccoglierne alcuni, prima di incendiarli davanti alla griglia di ventilazione del commissariato centrale di Saint-Gilles, permettendo al fumo di infilarsi all’interno e alle fiamme di iniziare a lambire l’edificio. Ciò che si sa, piuttosto, è che, come recita il detto popolare: *pollo arrostito, *pollo fottuto!
Ciò che si sa, piuttosto, è che è necessario distruggere le torri della città-carcere e tutte le maglie del controllo sociale, se si vuole cominciare a respirare.
Dopo aver analizzato i filmati di videosorveglianza, gli investigatori hanno quindi arrestato «un sospettato», che sotto pressione ha riconosciuto i fatti.
Il procuratore del Re ha deciso poi di incaricare un giudice, e non uno qualsiasi, bensì un giudice minorile.
Chi ha saputo far buon uso dell’ ingiunzione di riciclare utilmente i rifiuti domestici è in effetti un intelligente monello di… appena 12 anni.
Un furbacchione da cui i più grandi, spesso rassegnati e paralizzati dall’impotenza, potrebbero ben trarre ispirazione per ritrovare un po’ di gioia di fronte all’oppressione quotidiana.
Probabilmente non conosceremo mai la motivazione del suo gesto, ma ciò che sappiamo, piuttosto, è che non esiste un’età per iniziare bene.
E come faceva dire un autore scolastico del XVII° secolo al suo bellicoso eroe:
«È vero, d’etade
Giovin son io, ma in anime ben nate
Previen gli anni il valor»
*  in lingua francese «poulet» (pollo) e «poulaille» (pollaio) sono sinonimi di sbirri

 

Gli scienziati avvertono le Nazioni Unite dell’imminente fallimento del capitalismo

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( Dal Web )

DI NAFEEZ AHMED

medium.com

traduzione in italiano

Un discostamento dai combustibili fossili, favorito dal cambiamento climatico,significa che per l’economia mondiale ci sarà in sostanza necessità di mutamento

Il capitalismo come lo conosciamo è finito. Così suggerisce una nuova relazione commissionata da un gruppo di scienziati, nominati dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Il motivo principale? Stiamo passando rapidamente a un’economia globale radicalmente diversa, a causa del nostro sfruttamento sempre più insostenibile delle risorse ambientali del pianeta.

Il cambiamento climatico e le estinzioni di specie stanno accelerando,proprio mentre le società stanno subendo disuguaglianze crescentidisoccupazionecrescita economica lentaaumento dei livelli del debito e governi impotenti. Contrariamente al modo in cui i politici di solito pensano in merito a questi problemi, il nuovo rapporto afferma che queste non sono affatto crisi distinte.

Piuttosto, queste crisi fanno parte della stessa transizione cruciale verso una nuova era, caratterizzata da produzione inefficiente di combustibili fossili e da crescenti costi del cambiamento climatico. Come riporta il documento, il pensiero economico capitalista convenzionale non può più spiegare, prevedere o risolvere il funzionamento dell’economia globale in questa nuova era.

 Transizione energetica

Queste sono le forti implicazioni di un nuovo documento scientifico preparato da un gruppo di biofisici finlandesi. Alla squadra dell’Unità di ricerca del BIOS in Finlandia è stato chiesto di fornire uno studio, che possa promuovere la stesura del Global Sustainable Development Report(GSDR) delle Nazioni Unite che sarà pubblicato nel 2019.

Per la “prima volta nella storia umana”, si legge nel documento, le economie capitaliste stanno “passando a fonti energetiche meno efficienti dal punto di vista energetico”. Questo vale per tutte le forme di energia. Produrre energia utilizzabile (“exergia”)(1) per continuare a dare spinta alle “attività umane di base e non di base” nella civiltà industriale “richiederà più sforzo, non dimeno”.

“Le economie hanno esaurito la capacità degli ecosistemi planetari di gestire gli scarti generati dall’energia e dall’uso dei materiali”

La quantità di energia che possiamo estrarre, rispetto all’energia che stiamo usando per estrarla, sta diminuendo “su tutto lo spettro – gli oli non convenzionali, il nucleare e le energie rinnovabili restituiscono meno energia nella [fase di] produzione, rispetto agli oli convenzionali, la cui produzione ha raggiunto il picco – e le società hanno bisogno di abbandonare i combustibili fossili a causa del loro impatto sul clima”, afferma il documento.

Il passaggio alle rinnovabili potrebbe aiutare a risolvere la sfida climatica, ma per il prossimo futuro non genererà gli stessi livelli di energia come il petrolio convenzionale a basso costo.

Nel frattempo, la nostra fame di energia sta determinando ciò che il documento definisce “costi sommersi”. Maggiore è il consumo di energia e materiali, maggiore è la quantità di rifiuti che generiamo e quindi maggiori sono i costi ambientali. Anche se possono essere ignorati per un po’, alla fine quei costi ambientali si traducono direttamente in costi economici, poiché diventa più difficile ignorare il loro impatto sulle nostre società.

E il “costo sommerso” più grande, ovviamente, è il cambiamento climatico:

“Anche i costi sommersi stanno aumentando; le economie hanno esaurito la capacità degli ecosistemi planetari di gestire i rifiuti generati dall’energia e dall’uso di materiali. Il cambiamento climatico è il costo sommerso che spicca di più”, afferma il documento.

L’autore principale del documento, il dott. Paavo Järvensivu, è un “economista biofisico” – un tipo emergente di economista che esplora il ruolo dell’energia e dei materiali nel promuovere l’attività economica.

Il documento del BIOS suggerisce che gran parte della volatilità politica ed economica, che abbiamo visto negli ultimi anni, ha una causa alla radice della crisi ecologica. Poiché i costi ecologici ed economici del consumo eccessivo industriale continuano ad aumentare, la costante crescita economica a cui siamo abituati ora è a rischio. Questo, a sua volta, ha esercitato una pressione enorme sulla nostra politica.

Ma le questioni sottostanti sono ancora non riconosciute e ignote alla maggior parte dei decisori politici.

“Viviamo in un’era di turbolenze e profondi cambiamenti nelle basi energetiche e materiali delle economie. L’era dell’energia a basso costo sta volgendo al termine”, dice il documento.

I modelli economici convenzionali, notano gli scienziati finlandesi, “ignorano quasi completamente le dimensioni energetiche e materiali dell’economia”.

“L’energia più costosa non porta necessariamente al collasso economico”, mi ha detto Järvensivu. “Certo, le persone non avranno le stesse opportunità di consumo, non c’è abbastanza energia a basso costo disponibile per questo, ma non sono automaticamente condotte sia alla disoccupazione e alla miseria”.

Gli scienziati si riferiscono al lavoro pionieristico dei sistemi dell’ecologista, Professor Charles Hall della State University di New York con l’economista Professor Kent Klitgaard del Wells College. All’inizio di quest’anno, Hall e Klitgaard hanno pubblicato un’edizione aggiornata del loro libro fondamentale, Energy and the Wealth of Nations: An Introduction to Bio Physical Economics.

Hall e Klitgaard sono molto critici nei confronti della teoria mainstream dell’economia capitalista, che dicono essere separata da alcuni dei principi fondamentali della scienza. Si riferiscono al concetto di “Ritorno energetico sull’investimento [energetico]” (EROI) come indicatore chiave dello spostamento verso una nuova era di energia difficile. EROI è un semplice rapporto che misura la quantità di energia che utilizziamo per estrarre più energia.

“Per il secolo scorso, pompare sempre più petrolio dal terreno era quanto dovevamo fare”, affermano Hall e Klitgaard. Decenni fa, i combustibili fossili avevano valori EROI molto elevati: veramente poca energia ci consentiva di estrarre grandi quantità di petrolio, gas e carbone.

Ma come ho già segnalato per Motherboard, questo non è più il caso. Ora stiamo usando sempre più energia per estrarre quantità minori di combustibili fossili. Il che significa maggiori costi di produzione per produrre ciò di cui abbiamo bisogno per mantenere l’economia in movimento. La materia è ancora lì nel terreno – miliardi di barili che con certezza hanno valenza, abbastanza facilmente,per friggere più volte il clima.

Ma ciò è più difficile e più costoso da ottenere. E i costi ambientali per farlo stanno aumentando drasticamente, come abbiamo intravisto con l’ondata di caldo globaledell’estate appena passata.

Questi costi non sono riconosciuti dai mercati capitalisti. Non possono essere, nel vero senso della parola, considerati dai modelli economici prevalenti.

“Siamo di fronte a una forma di capitalismo che ha rafforzato la sua attenzione alla massimizzazione del profitto a breve termine, con un interesse apparente minimo o nullo nel bene sociale.”

All’inizio di agosto, l’investitore miliardario Jeremy Grantham – che ha alle spalle una serie di ciò che con coerenza viene definito bolle finanziarie – ha pubblicato un aggiornamento dell’analisi di aprile 2013, “The Race of OurLives”.

Il nuovo documento, ‘The Race of OurLivesRevisited’, fornisce un’accusa brutale sulla complicità del capitalismo contemporaneo nella crisi ecologica. Il verdetto di Grantham è che “il capitalismo e l’economia tradizionale davvero non possono affrontare questi problemi”, vale a dire l’esaurimento sistematico degli ecosistemi planetari e delle risorse ambientali:

“Il costo di sostituzione del rame, del fosfato, del petrolio e del suolo – e così via – che usiamo non è nemmeno preso in considerazione. Se lo fosse, è probabile che gli ultimi 10 o 20 anni (per il mondo sviluppato, in ogni caso) non si sia visto alcun vero profitto, nessun aumento di reddito, ma il contrario”, ha scritto.

Gli sforzi per spiegare queste cosiddette “esternalità” nel calcolare i loro costi effettivi sono stati ben intenzionati, ma hanno avuto un impatto insignificante sull’effettiva operatività dei mercati capitalisti.

In breve, secondo Grantham, “ci troviamo di fronte a una forma di capitalismo che ha irrigidito la sua attenzione alla massimizzazione del profitto a breve termine con un interesse apparente, minimo o nullo, nel bene sociale “.

Tuttavia, nonostante tutta la sua preveggenza e le sue intuizioni critiche, Grantham non coglie il fattore fondamentale nel grande disfacimento in cui ora ci troviamo: la transizione verso un basso [parametro] EROI per il futuro, in cui proprio non si potranno estrarre gli stessi livelli di energia e surplus materiale, come abbiamo fatto già da decenni.

Molti esperti ritengono che stiamo andando oltre il capitalismo, ma non sono d’accordo su quale sarà il risultato finale. Nel suo libro Postcapitalism: A Guide to Our Future, il giornalista di economia britannico Paul Mason teorizza che la tecnologia dell’informazione sta aprendo la strada all’emancipazione del lavoro, riducendo a zero i costi della produzione della conoscenza e potenzialmente altri tipi di produzione che saranno trasformati dall’IA, dalla blockchain, e così via. Quindi, dice, emergerà un’età utopica “postcapitalista” di abbondanza di massa, al di là del sistema dei prezzi e delle regole del capitalismo.

Sembra una prospettiva rosea, ma Mason ignora completamente la colossale infrastruttura fisica in aumento esponenziale per l’”internet delle cose”. La sua rivolta digitale è proiettata a consumare sempre più grandi quantità di energia (fino a un quinto dell’elettricità globale entro il 2025), producendo il 14% delle emissioni globali di carbonio entro il 2040.

Verso un nuovo sistema operativo dell’economia

La maggior parte degli osservatori, quindi, non ha idea delle realtà biofisiche evidenziate nel documento di riferimento,per il quale è stato dato mandato all’IGS (Independent Group of Scientists) del Segretario Generale dell’ONU: la forza trainante della transizione al post-capitalismo è il declino di ciò che ha reso possibile, in primo luogo, un “capitalismo della crescita all’infinito”: energia a basso costo in abbondanza.

Il Global Sustainable Development Report delle Nazioni Unite è stato redatto da un gruppo indipendente di scienziati (IGS), incaricato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. L’IGS è supportato da una serie di Agenzie delle Nazioni Unite, tra cui il Segretariato delle Nazioni Unite, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo e la Banca Mondiale.

Il documento, che il Dr Järvensivuha scritto insieme con il resto del team del BIOS, è stato commissionato dall’IGS delle Nazioni Unite, in modo specifico per promuovere il capitolo ‘Transformation: the Economy’. I documenti di riferimento, richiesti formalmente, sono usati come base del GSDR, ma ciò che finisce nella relazione definitiva non sarà noto fino a quando il rapporto finale sarà pubblicato l’anno prossimo.

“Nessun modello economico ampiamente applicabile è stato sviluppato specificamente per l’era imminente”

Nel complesso, il documento afferma che siamo entrati in uno spazio nuovo, imprevedibile e senza precedenti in cui la cassetta degli attrezzi dell’economia convenzionale non riesce a dare soluzioni. Con il sobbollire lento della crescita economica, le Banche Centrali hanno fatto ricorso a tassi di interesse negativi e all’acquisto di enormi quantità di debito pubblico, per mantenere le nostre economie in attività. Ma cosa succede dopo che queste misure si sono esaurite? I governi e i banchieri stanno finendo le opzioni.

“Si può affermare con sicurezza che non sono stati sviluppati modelli economici, in larga parte applicabili per l’era imminente”, scrivono gli scienziati finlandesi.

Identificato il divario, espongono le opportunità per la transizione.

Nell’ambito di questo basso [parametro] EROI per il futuro, dobbiamo proprio accettare il fatto avverso che non saremo in grado di sostenere gli attuali livelli di crescita economica. “Raggiungere i livelli attuali o crescenti di fabbisogno energetico nei prossimi decenni, con soluzioni a basse emissioni di carbone, sarà estremamente difficile, se non impossibile”, si legge nel documento. La transizione economica deve comportare sforzi “per ridurre il consumo totale di energia”.

Le aree chiave per raggiungere questo obiettivo includono trasporti, cibo ed edilizia. L’urbanistica deve adeguarsi alla promozione del camminare e andare in bicicletta, al passaggio al trasporto pubblico e all’elettrificazione dei trasporti. Case e luoghi di lavoro diventeranno più connessi e localizzati. Nel frattempo, il trasporto merci internazionale e l’aviazione non possono continuare a crescere ai tassi attuali.

Come per quanto riguarda i trasporti, il sistema alimentare globale dovrà essere modernizzato. Il cambiamento climatico e l’agricoltura intensiva [con l’utilizzo] di petrolio hanno portato alla luce i rischi dei Paesi dipendenti dalle importazioni di cibo, proveniente da alcune delle principali aree di produzione. Sarà essenziale un cambiamento verso l’autosufficienza alimentare sia nei Paesi più poveri che in quelli più ricchi. E alla fine, i latticini e la carne dovrebbero lasciare spazio a diete per lo più a base di vegetali.

L’attenzione del settore dell’edilizia per la costruzione ad alta intensità energetica [che] è dominata dal calcestruzzo e dall’acciaio, dovrebbe essere sostituita con materiali alternativi. Il documento del BIOS raccomanda un ritorno all’uso di edifici in legno a lunga durata, che possono aiutare a immagazzinare carbonio, ma potrebbero essere efficaci anche altre opzioni come il biochar.

Ma i mercati capitalisti non saranno in grado di facilitare i cambiamenti richiesti – i governi dovranno mettersi in gioco, e le istituzioni dovranno modellare attivamente i mercati per soddisfare gli obiettivi della sopravvivenza umana. In questo momento, le prospettive per ciò appaiono ridotte. Ma il nuovo documento sostiene che, in ogni caso, il cambiamento sta arrivando.

Il fatto che il sistema emerga o meno comprende, comunque, una forma di capitalismo che è in definitiva una questione semantica. Dipende dalla definizione di capitalismo.

“Il capitalismo, in quella situazione, non è come il nostro attuale”, ha detto Järvensivu. “L’attività economica è determinata dal significato – mantenere le stesse possibilità per la vita dignitosa, riducendo al contempo le emissioni in modo drastico – piuttosto che il profitto, e il significato è politicamente realizzato in modo collettivo. Bene, penso che questo sia il miglior caso possibile in termini di Stato moderno e istituzioni di mercato. Tuttavia, ciò non può accadere senza una significativa riformulazione del pensiero economico-politico.”

 

Il Dr. Nafeez Ahmed è l’editore fondatore di INSURGE intelligence. Nafeez è un giornalista investigativo da 17 anni, originariamente per The Guardian, in cui ha riferito della geopolitica delle crisi sociali, economiche e ambientali. Nafeez riferisce sul “cambiamento del sistema globale” per Motherboard di VICE e sulla geopolitica regionale per il Middle East Eye. Ha scritto articoli su The Independent on Sunday, The Independent, The Scotsman, Sydney Morning Herald, The Age, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, New York Observer, The New Statesman, Prospect, Le Monde diplomatique, tra gli altri. Ha vinto due volte il Project Censored Award per il suo report investigativo; due volte è stato inserito nell’elenco dell’Evening Standarddei 1.000 più influenti Londinesi; e ha vinto il Premio Napoli, il più prestigioso premio letterario italiano istituito dal Presidente della Repubblica. Nafeez è anche un accademico interdisciplinare ampiamente pubblicato e citato, che applica all’impeto dell’ambiente e della politica l’analisi di sistemi complessi. È ricercatore presso il Schumacher Institute.

«bisogna pur sapere quando finiscono le parole»

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( Dal Web )

(lettera di Carl Einstein a Pablo Picasso)

Mio caro amico, se finora non vi ho scritto, non è perché non pensassi a voi, no.

Ma nei primi anni del mio soggiorno in Spagna avevo troppo da fare.

Adesso, da militare in pensione, dispongo del mio tempo anche troppo.

E’ dura vedere i compagni battersi e leggere i giornali che parlano di queste battaglie. Monta la vergogna, ma insomma, ho ancora un lavoro da compiere e poi si vedrà.

Combatteremo Franco, chiunque abbia prestato servizio al fronte lo sa e lo sente, noi abbiamo cominciato senza niente e gli operai spagnoli hanno fornito le armi col loro lavoro, non c’erano quadri ed ecco un’armata ben ordinata e fortemente inquadrata.
Lo sforzo che i vostri compatrioti hanno compiuto è insuperabile, che popolo magnifico. Quanto li amo, non è lirismo capite, ho vissuto a lungo fianco a fianco con queste persone e abbiamo passato insieme dei momenti tesi, decisivi e difficili, tutto ciò lega ai compagni.
Non potete sapere quanto io sia felice di aver lottato insieme ai vostri compatrioti, è probabilmente il miglior ricordo della mia vita e nessuno che non abbia vissuto una cosa simile può sapere come la fedeltà dei miei compagni mi commuova e mi emozioni. Quando ci si ritrova, si è felici senza dire granché, sono uomini autentici, pieni di dignità e di attaccamento, che soldati magnifici sono.
Il solo sentimento che a volte mi ossessiona è l’impressione di non aver fatto abbastanza, nonostante abbia fatto quel che potevo.
Credetemi, in ogni istante darei volentieri la mia vita e tutto per il vostro paese e non è letteratura, ma non sopporterei di vedere i miei compagni in una brutta situazione e questo non accadrà.
Franco sarà battuto e la Spagna dopo la vittoria avrà un ruolo formidabile, gli spagnoli hanno compiuto durante la guerra stessa, dei progressi formidabili, niente più analfabeti, soldati ed operai che comprendono le cose politiche e molte altre cose meglio delle scimmie intellettuali esterne, è sorprendente come uno spagnolo impari velocemente, una cosa che mi ha sempre stupito.
Da noi, gli operai adesso vi conoscono, sanno che vi muovete con passo fermo col vostro paese e questo è un bene, noi dobbiamo difendere queste persone con tutti i mezzi, se dopo si potrà scrivere e dipingere liberamente, sarà possibile solo grazie alla resistenza spagnola.
Ho sempre saputo che in Spagna avrei difeso il mio lavoro, la possibilità di pensare e di sentire liberamente come individuo, noi  dobbiamo avere verso queste persone la più grande gratitudine e in quanto soldato, non ho fatto che difendere nel contempo me stesso.
Quanto meno, non ho assistito a tutto ciò a braccia conserte.
Più tardi, quando ci rivedremo, discuteremo a lungo, come gli operai di qui, riprenderò il mio lavoro, quando ci sarà più tranquillità.
Non ho cercato altro in Spagna se non la possibilità d’ essere utile ai compagni e alla libertà e alla dignità umana, dopo, ognuno vada per la sua strada, riprenda il suo lavoro rimanendo pronto in ogni momento a reimbracciare il fucile per abbattere i porci qualora si presentasse il caso, perché sappiamo che i discorsi e le conversazioni spirituali o idiote non servono a niente quando si ha a che fare con un signore che minaccia con una rivoltella, ed è oltremodo utile che il mondo lo impari dagli spagnoli.
Non ho bisogno né di complessi imbonimenti, né di ricette letterarie per sentire il diritto alla mia dignità e la difenderò sempre senza discussione, senza pubblicità e senza scriverci sopra, bisogna pur sapere quando finiscono le parole.
Ma basta coi luoghi comuni, perché qualsiasi parola diventa ridicola davanti al sacrificio dei compagni.
Mio caro amico, siate felice, voi appartenete al miglior popolo del mondo, al paese migliore, siatene fiero e questo ve lo dico in piena cognizione di causa e dopo essere passato attraverso cose a volte ardue, non reputateci dei poeti, dei benedicenti all’acqua di rose, ma è semplicemente la verità.
Heini mi ha scritto che siete sofferente, buona salute e buon anno, per un anno di vittoria, i miei omaggi alla signora Picasso.
Vi abbraccio di tutto cuore, è molto elegante da parte vostra, del resto molto naturale per voi, aiutare i compagni.
Una forte stretta di mano, la mia compagna vi saluta cordialmente.
sempre vostro
Carl Einstein
Barcellona, Calle Verdi 182, 6 gennaio 1939