Sul fallimento della Turchia e l’opportunità dell’Italia di uscire dall’euro

anniversario UE

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Charles Gave, sul blog francese dell’Institut des Libertés, parla dei guai finanziari della Turchia, che si trova di fronte all’improbabile sfida di dover rinnovare una quota di debito estero pari al 30 percento del proprio PIL entro un anno. Molte grandi banche europee sono esposte verso la Turchia, e potrebbero subire pesanti perdite. In questo contesto, la necessità dei governi di ricapitalizzare alcune delle proprie banche potrebbe cozzare con le “regole europee”. L’Italia, con un forte surplus sia nei conti con l’estero sia nel bilancio primario (e con un governo spregiudicato),  avrebbe i migliori incentivi a uscire dall’euro, dato che nella situazione attuale non avrebbe la necessità di finanziarsi sui mercati internazionali. L’articolo è di fine maggio,  ma ancora attuale.

di Charles Gave, 28 maggio 2018

Qualche mese fa spiegavo ai lettori dell’Institut des Libertés che il prossimo paese a saltare sarebbe stata la Turchia – il paese del buon Erdogan, ben noto difensore dei diritti umani, basta che si parli di Palestina e non di Siria. Adesso ci siamo.

Qualche cifra: circa 180 miliardi di dollari di debito estero della Turchia giungeranno a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi.

A questo importo dobbiamo aggiungere circa 50 miliardi di deficit delle partite correnti, che dovranno a loro volta essere finanziati. La somma totale è pari a circa il 30 percento del PIL turco, mentre le riserve valutarie interne ed esterne ammontano a poco meno del 20 percento del PIL.

Oops…Questo sembra indicare che c’è un problema di “liquidità” a breve, brevissimo termine.

E improvvisamente la lira turca comincia ad accartocciarsi su se stessa, e questo aggrava il problema, perché il debito è denominato in dollari o in euro, i tassi d’interesse a breve termine sono ai massimi, e a mio avviso il FMI è sul punto di prenotare dei biglietti (di prima classe, ovviamente, perché queste persone viaggiano esclusivamente in prima classe) per fare visita al caro Receip nel suo gran palazzo alle porte di Ankara.

In un certo senso è tutta routine. Può essere.

Ma le cose cominciano a diventare davvero interessanti quando in tutta questa equazione si inseriscono le banche europee.

Secondo le statistiche ufficiali (che ancora sottovalutano la realtà) la Turchia è indebitata verso le banche per 450 miliardi di dollari… principalmente si tratta di banche europee, e indubbiamente che tra queste ci saranno i soliti sospetti come Deutsche Bank, Crédit Agricole, ING, Unicredit e Socgen.

E con un debito del genere ciò che si profila all’orizzonte non è solo un problema di liquidità, ma anche un problema di solvibilità.

Liquidità + Solvibilità = grossi guai in vista. E ci saranno elezioni anticipate a giugno in Turchia, destinate a consolidare il potere già assoluto del signor Erdogan.

Sembra dunque probabile che le banche non riavranno indietro che una piccola parte del denaro che avevano prestato alla Sublime Porta [metafora per indicare il governo dell’Impero Ottomano, NdT], e che nessuno sappia esattamente quando questi ipotetici rimborsi saranno effettuati.

Le suddette banche saranno costrette a subire perdite sulle loro esposizioni verso la Turchia fino al 50 percento del valore, ovvero circa 225 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un duro colpo alla già precaria solvibilità delle nostre care (oh, certo!) istituzioni finanziarie, perché tali esposizioni saranno detratte dai loro propri fondi, che per alcune sono già quasi in negativo.

In effetti, come già tutti dovrebbero sapere, i crediti in sofferenza di queste stesse banche sono di circa 1000 miliardi di euro, una cifra già mostruosa.

Nel caso di un fallimento della Turchia si passerebbe ad almeno 1200 o 1300 miliardi di euro.

Poiché una tale somma sarebbe più grande del capitale delle banche stesse, ciò renderebbe sempre più difficile nascondere il fatto che una gran parte di essere è praticamente già fallita.

E quando i depositari se ne accorgeranno, è probabile che andranno a fare un salto in banca a prelevare tutti i loro risparmi. Avremmo dunque una “corsa agli sportelli” come nel diciannovesimo secolo…

Inoltre mi chiedo se queste banche europee, non contente di concedere prestiti alla Turchia anziché alle piccole e medie imprese francesi o italiane, non si siano avventurate anche a prestare fondi in… dollari statunitensi. Niente di più facile: la filiale americana della banca emette carta commerciale sul mercato di New York, poniamo all’uno percento, e la ripropone alle istituzioni turche al due percento. Ma se l’istituzione turca fallisce, allora la banca si troverà a corto della cifra in dollari che ha prestato. E allora la banca dovrà iniziare a coprire le proprie posizioni convulsivamente, generando un aumento del valore del dollaro, che non fa che fiaccare ancor di più la povera Turchia.

E di colpo il valore dei titoli bancari europei crollano con un tonfo, e questo rende del tutto impossibile qualsiasi aumento di capitale. Non vedo chi potrebbe sottoscrivere un aumento di capitale quando la gran parte di queste banche si trova tecnicamente in bancarotta, con un ammontare di fondi propri inferiore alla somma dei crediti in sofferenza. In effetti, perché dovrei pagare oggi per sottoscrivere un aumento del capitale o comprare una banca in Europa coi tempi che corrono?

E quindi non è affatto impossibile che le nostre élite finanziarie siano obbligate a fare un saltino a Bruxelles per chiedere nuovi aiuti vari ed eventuali in termini di ricapitalizzazioni, vantaggi fiscali, autorizzazioni alla fusione con un concorrente, sotto la semplice condizione di trasferire qualche migliaio di piccoli impiegati o altro del genere.

E tutte le persone del vecchio continente si renderanno conto da sole che i cosiddetti sforzi fatti da loro e solo da loro per “salvare” le banche dopo i disastri del 2008-2009 e del 2011-2012 non saranno serviti assolutamente a nulla.

Ed è qui che rischia di intervenire il nuovo governo italiano, il terzo personaggio di questo antico dramma, la cui condizione passa da interessante ad appassionante.

I due partiti arrivati oggi al potere in Italia hanno fatto una campagna elettorale usando un messaggio semplice e di buon gusto, che riassumo liberamente così:

Le élite europee sono incompetenti e corrotte, il progetto monetario comune (l’euro) è un’indicibile idiozia, ed è prioritario cambiare le prime e abbandonare il secondo. Di fatto e di diritto, le decisioni importanti in materia di moneta, di credito e banche, devono essere tolte a Bruxelles e riportate a livello nazionale”.

Ecco qui qualcosa di cui sono ben sicuro e di cui la maggior parte dei lettori dell’Institut des Libertés è convinta.

Immaginiamo ora che una grande banca italiana sia pesantemente esposta verso la Turchia.

Immaginiamo che questa banca italiana si trovi in difficoltà e chieda al governo italiano di essere salvata. Questo è formalmente vietato da quei geni che ci governano da Bruxelles.

Sarebbe una vera provocazione per il nuovo governo italiano, che in nessun caso potrebbe lasciar crollare una delle sue banche senza innescare una vera depressione in Italia.

Ecco la situazione dell’ Italia oggi:

– Un avanzo dei conti con l’estero pari al 3,5 percento del PIL

– Un avanzo primario di bilancio (vale a dire prima di dover pagare gli interessi sul debito) pari al 2 percento del suo PIL

– Un debito la cui durata è aumentata significativamente dopo il 2012

– Un debito che è per la maggior parte detenuto da italiani

Vale a dire, in caso di uscita dall’euro i nostri cugini latini non avrebbero assolutamente bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali.

E questo è ben lungi dall’essere il caso della Francia…

L’Italia non è mai stata in una posizione così favorevole per uscire dall’euro e dall’Unione Europea.

Senza dubbio la Gran Bretagna sarebbe ben lieta di iniziare immediatamente dei negoziati con il nuovo governo italiano per un trattato commerciale.

Ho sempre detto e scritto che sarà l’Italia a suonare la campana dell’uscita dall’euro.

Potremmo essere vicini a quel punto.

Il momento di comprare massicciamente in Europa si sta avvicinando. Ma per ora tenete la vostra polvere all’asciutto, bene all’asciutto, e tenetela dovunque ma ben lontana dall’euro.

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Avremmo dovuto chiedere scusa?

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Jean-Paul Michel

Come si può pensare di dover presentare delle “scuse” tardive — o anche solo formulare dei “rimpianti” — per l’ardente cammino alla cieca, per la febbre che è stata?
Per non aver desiderato che bellezze di fuoco e fratellanze mai osate — con un pauroso disinteresse (mai più ritrovato) da parte di tutti nei confronti di tutti i poteri?
Per ingenuità di questo calibro, bisogna senz’altro pagare. Siamo venuti a più miti consigli.
Ma, per essere state sognate, potrebbero mai cessare d’essere bellezze, fratellanze, dispendio senza calcolo — anche se in effetti avessimo ignorato tutto del mondo in cui pretendevano di avere un valore?
D’altronde come avrebbe potuto andare diversamente, in fatto di sapere e di azione, considerando quel che eravamo in quell’istante della storia e in quel momento della nostra vita?
Ci trascinava una forza, cieca come la vita, senza timore né rimorso:
una possibilità, una felicità, un’innocenza, una festa.
Che perdita sarebbe espiare per slanci di questo genere! E quanto sarebbe irriflessivo, vano, fuori luogo!
Ciò che noi abbiamo «voluto» così intensamente, altri lo «vorranno», senza averlo prima «scelto», con la stessa smisurata passione. Il mondo sarà giovane e bello un’altra volta, tutte le volte che la vita autentica abbandonerà la sua vecchia pelle sul finire dell’inverno. Questa non è una profezia. Giusto la comunicazione di un fatto.
Come si potrebbe andare incontro a tanto ignoto, se non con una benda sugli occhi?
Se «ciascuno è Figlio del suo tempo», che senso avrebbe a questo punto “pentirsi” nei confronti di passioni assolutamente fatali? E come abbandonarsi alla resipiscenza, quando al contrario in questi transiti abbiamo fatto provvista per tanto tempo di una gioia senza nuvole? —
di fierezza, onore, orgoglio, ingenuità, bellezza, coraggio?
Avremmo dovuto chiedere scusa per essere stati felici, innocenti, folli e belli?
Altra questione è sapere quanto in realtà di quei nostri “saperi”, delle nostre parole e anche delle nostre azioni, avessimo “scelto”: si è trattato innanzitutto di un’incontenibile spinta vitale, e molto giovanile!
Supponendo che allora non avessimo riconosciuto come finzioni le fantasie che ci trascinavano — potenti illuminazioni datate. Nuovamente: fatali —, che senso avrebbe non riconoscere come tali quelle illuminazioni? Per tenere penosamente il broncio alla smisurata ebbrezza generata da quelle battaglie?
E come potremmo parlare senza tristezza di qualche nuova acquisizione, in fatto di “sapere”, se dovessimo barattarla con tanta gioia perduta?
— Magro profitto. Grande perdita.
Non che non ci piacerebbe considerarci dei vecchi bambini.
«Una forma della vita è stata vissuta». Ciascuno è diventato un altro.
Ma che almeno non si trascorra la nostra nuova vita a prezzo della calunnia di ciò che in altri tempi siamo stati.
Una simile ingiustizia riguardo il passato lascerebbe dei contestabili contributi di aspettative per le giovani vite future.
Insegneremmo loro la rassegnazione — fra tutte, la peggiore delle disfatte.
Fate come vi pare. Noi non chiederemo scusa.

Frangenti / numero speciale Energia

frangentiEnergia

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Attaccare la corrente

Nella notte fra il 31 maggio ed il 1 giugno, sulle colline di Marsanne (dipartimento della Drôme, Francia), due pale eoliche vengono date alle fiamme da alcuni refrattari all’ordine presente: questo era solo l’ultimo di una serie di attacchi all’energia avvenuti nell’arco di poche settimane, provocando ingenti danni.
Perché colpire l’eolico e non, ad esempio, il vituperato nucleare? Perché fare un attacco alla cosiddetta sostenibilità, tanto cara a verdi, democratici e ambientalisti?
Questa azione esprime un rigetto radicale del sistema energetico in toto, andando a colpire uno dei nodi fondamentali per il progresso: le cosiddette energie rinnovabili. Al fabbisogno energetico della megamacchina, cioè produzione, leggi e rapporti di potere che la sostengono, si produce una razionalizzazione che è fondamento dell’evolversi di questo esistente. L’insostenibilità delle vecchie forme di produzione di energia non sono solo una minaccia ad ogni forma di vita, ma anche all’aumento di produttività energetica fondamentale al sistema di dominio per sopravvivere. Perché un ambiente inquinato, sottoposto ad un continuo sfruttamento, finirà per risultare sempre meno proficuo e nel tempo richiederà un numero maggiore di mezzi per diversamente configurare ciò che ha lo stesso fine.
Per questo è necessario rivolgersi ad altre fonti, che hanno inoltre la potenzialità di essere sviluppate in modo decentrato e diffuso, così che ogni nodo della rete energetica risulti più indipendente.
Perché possa esistere il nucleare o le miniere di carbone è necessario uno sviluppo di queste nuove forme di energia che andranno ad alimentare le sempre più sofisticate macchine necessarie all’ottimizzazione delle centrali.
Il mito della sostenibilità è un grazioso prato verde che ricopre una discarica di scorie radioattive. Necessario così che la passeggiata serale del bravo cittadino non venga disturbata dalla vista della merda prodotta dal mondo in cui sopravvive. Se si vuole scavare fino in fondo per eliminare tutto ciò che c’è di nocivo in questo mondo, è anche necessario calpestare e deturpare quell’odioso prato verde e regolare che piace molto ai sostenitori di una normalità regolamentata, dei gendarmi della decrescita felice, dalla sostenibilità solo apparente.

 

Ombre

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In questa epoca di insignificanza generalizzata, ciò che non viene nominato non esiste. Addirittura ciò che viene surrogato dai media diviene verità incondizionata. In esso sta la grande potenza del linguaggio mediatico da circo: il fatto diventa propaganda perché la propaganda è il fatto nell’era tecnologica.
Le notizie volano veloci. Si susseguono costantemente, anche sui canali cosiddetti di controinformazione. La sofferenza sta nel non sapere più cogliere il significato. La riflessione, la quale abbisogna di tempo e spazio, perde di senso perché non c’è più tempo e non si trova più spazio per riflettere. Ormai, come nel mito, la suggestione ha preso il posto della riflessione.
Se ci fermiamo a riflettere su qualche fatto accaduto quest’anno, l’insignificanza assume la forma di una sibillina conferma.
A Cremona, dall’inizio dell’anno si sono susseguiti una serie di black-out in varie parti della città. Ciò ha comportato le lamentele di Citelum, ditta di proprietà della EDF (famosa in tutto il mondo per il suo uso del nucleare e le sue centrali di morte disseminate in tutta la Francia), nel portare a termine il lavoro di illuminazione urbana in città. Qualcuno ha parlato di guasti tecnici. Citelum, che lavora anche in altre città italiane, ha sporto denuncia contro ignoti, imputando la causa a manomissioni sugli impianti elettrici.
A Roma, il 12 giugno il notiziario della Rai della sera va in tilt per un quarto d’ora. Niente notizie dal Grande Fratello. Alcune megabatterie elettriche che danno potenza per la trasmissione nazionale sono andate in corto circuito. La Rai, in un comunicato del giorno dopo, si scusa con i suoi telesudditi per il disguido. Non essendoci spiegazioni fornite dal colosso di distrazione di massa, il tutto viene codificato come guasto.
A Lodi, il 23 agosto sulla linea dell’Alta Velocità, un guasto elettrico riesce a fermare per alcune ore tutta la linea che porta dal centro al nord Italia. Lodi, che sta vicino a Milano, è un punto nodale estremamente importante per la circolazione. Se qualcosa non funziona in quel tratto, si mette a rischio gran parte della circolazione dell’Alta Velocità.
D’altra parte, non esistono rivendicazioni che possano far pensare che tutti questi problemi di energia siano stati causati da qualcuno che si diverte a mettere i bastoni fra le ruote al dominio. Non ci sono parole, quindi niente esiste. Vero, fatto, firmato e controfirmato.
È impossibile che qualcuno stia pensando al meraviglioso reinventarsi del sabotaggio. Senza parole, senza schemi, ma solo con un invito a bloccare la realtà. Senza vocaboli, chi può capirla?
Che diamine, l’azione non parla da sola!

Il fallimento della democrazia

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Luigi Fabbri
Se per democrazia s’intende, come lo dice la parola stessa, governo dei più, vale a dire il potere affidato ai rappresentanti della maggioranza, — mai come in questo momento si potrebbe con ragione dire ch’essa ha fatto bancarotta, ha miserabilmente e fraudolentemente fallito.
È il sistema parlamentare ed elettorale che ha mostrato tutta la sua inanità e la insanabile corruzione che trascina seco: corruzione di uomini e sopratutto corruzione di partiti e d’idee.
Veramente non è la prima volta — come non sarà l’ultima — che il sistema rappresentativo tradisce le speranze dei pochi suoi sostenitori in buona fede. Eppure esso è come certi negozianti che han già fatto bancarotta parecchie volte, colti spesso in flagrante di frode, e che pure continuano a godere la fiducia dei fornitori e la stima del pubblico, — a danno dei veramente onesti che nella concorrenza son destinati a soccombere.
[…]
E noi, persuasi come siamo che non da diversità di uomini e programmi di governo dipenda la libertà ed il benessere del popolo, bensì dalla sua forza di resistenza o di azione rivoluzionaria, indifferenti dinanzi al cambiamento dei direttori della pubblica cosa, proseguiamo nel nostro lavoro modesto di divulgatori di idee, dal trionfo delle quali solo speriamo la salute.

Rompere il cerchio

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La reclusione non appare paradossalmente in nessun luogo, relegata in un altrove invisibile tra la folla dei cuori addomesticati e dei cervelli anestetizzati, eppure è presente dappertutto. Nel senso di asfissia che afferra la gola ad ogni passo falso, come nella lunghissima catena di obblighi e sanzioni che si trascina come una palla al piede. È dovunque vengano imposte le regole del gioco (e le leggi sono sempre regole imposte dall’autorità, cioè da coloro che esercitano il potere nella società) a scapito della libera associazione tra individui e della loro reciprocità.
La reclusione è nella cella famigliare, con il suo aiuto reciproco forzato per affrontare la sopravvivenza e la riproduzione elementare di ruoli sociali indispensabili all’ordine in atto. È nella scuola, quella caserma posta sotto il segno dell’obbedienza e della formazione di schiavi-cittadini adeguati ai bisogni del dominio, che ruba un tempo infinito a tutta la gioventù. È nel lavoro salariato, la migliore delle polizie, che costringe gli esseri umani a vendersi al miglior offerente, scambiando una vita di sottomissione a beneficio di pochi con merci adulterate quanto effimere. È nella religione che sfrutta la sofferenza nel nome di un’autorità superiore, forte di leggi divine piuttosto terrene, che presuppongono come quelle dello Stato che gli individui non siano in grado, peggio, non debbano avere in nessun caso la libertà di decidere da soli della propria vita, né di come rapportarsi con gli altri. È nelle catene tecnologiche e negli schermi di ogni tipo, che ci privano via via non solo di relazioni dirette, ma anche della capacità autonoma di costruire il nostro mondo interiore in cui pensare, sognare, immaginare, poetare, progettare e distruggere tutto ciò. È nell’architettura totalitaria, diretta al controllo e alla sorveglianza, affinché i flussi di merci (umane o meno) fluiscano senza troppi ostacoli. È nelle camicie di forza chimiche, distillate con o senza camice bianco, per farci continuare a sopportare l’oppressione quotidiana senza ribaltare il tavolo troppo bruscamente. È dovunque uomini e donne, per abitudine, rassegnazione, servitù volontaria o interesse, siano disposti a difendere i privilegi dei ricchi e il potere. È nello stesso espropriarci della possibilità di unirci e accordarci liberamente in tutti gli aspetti della vita, tentando nel contempo di privarci della possibilità di affrontare i conflitti senza l’intervento di una polizia e di una giustizia.
E naturalmente, la reclusione è anche nella prigione cinta da mura, sotto forma di ospedale psichiatrico o di campo detentivo per indesiderabili, di centri di reinserimento per minori o di sepolcri per lunghe condanne. È lì, a prolungare vieppiù la sua vendetta lontano dalle sue garitte, con la spada di Damocle della condizionale, del controllo, del braccialetto elettronico, dell’obbligo di lavoro o di assistenza, dei regimi di semi-libertà… raffinatezze per cercare di tenerci in balìa di sbirri, psichiatri, assistenti sociali, padroni e giudici. Come prede da sottomettere per molti anni ancora prima e dopo essere passati da un tribunale o in un carcere.
«Se consideriamo le prigioni come roccaforti ben isolate, rimarranno intoccabili. Ma la prigione è anche l’architetto che la progetta, la società che la costruisce, la legge che la stabilisce, il tribunale che ti ci manda, il poliziotto che ti ci porta, il guardiano che ti sorveglia, il prete che sugge la tua sofferenza, lo psicologo che spia la tua mente. Essa è tutto questo e altro ancora. È l’impresa che sfrutta il lavoro dei detenuti, quella che fornisce il cibo o gli apparati di controllo; è l’insegnante che la giustifica, il riformatore che la vuole più “umana”, il giornalista che ne tace le finalità e le condizioni reali, è il cittadino che la osserva rassicurato o che distoglie lo sguardo»
Agli ammutinati del carcere sociale, maggio 2000
Il 12 settembre, lo Stato francese ha finalmente annunciato lo schema del suo nuovo piano carcerario, dividendo quello inizialmente previsto nel 2016 di 33 nuove prigioni e i 15.000 posti aggiunti, in 7000 posti entro il 2022 e 8000 in seguito. L’elenco dei siti scelti in tutto il paese dovrebbe seguire a breve, con tutte le possibilità offerte da questo tipo di costruzioni agli ammutinati del carcere sociale.
Al di là di questa fase preparatoria, tuttavia, ci sembra che un ulteriore aspetto, lungi dall’essere trascurabile, debba attirare la nostra attenzione. Finché non saremo in grado di percepire la prigione, non come un problema specialistico legato al sostegno dei prigionieri, ma piuttosto come il riflesso della società nel suo insieme di spaventare e reprimere i refrattari (alla proprietà, alle frontiere, all’ordine o al lavoro salariato) in particolare e i ribelli in generale, resteremo incapaci di cogliere le mutazioni indotte da questo progetto carcerario, sia in termini di cambiamenti di mentalità promossi all’interno che di nuovi possibili angoli di attacco dall’esterno. Nello stesso modo in cui la ristrutturazione del mercato del lavoro e la tecnologia hanno trasformato le antiche forme di sfruttamento, aumentando la flessibilità, l’auto-imprenditorialità e l’autocontrollo, questo progetto di gestione carceraria vuole effettivamente accrescere il processo di differenziazione tra la maggior parte dei prigionieri, basata non più unicamente sulla pena o sul reato iniziale, ma su una maggiore partecipazione e collaborazione alla propria detenzione. Un po’ come se tutto il sistema di reclusione, dipendenza, arbitrarietà e tortura non fosse altro che una vasta condizione contrattuale. Una condizione in cui ci viene ordinato di diventare sempre più “responsabili” di una pena da scontare e cogestire con l’amministrazione, essendo paradossalmente frammentata all’interno di una struttura di massa, diventando il secondino degli altri in nome dell’evoluzione del proprio percorso carcerario. Va da sé che un tale processo di totalitarismo democratico, in cui partecipare significa dividere, non potrà che accompagnarsi ad un ulteriore giro di vite contro la minoranza di ribelli che non accetterà di collaborare.
In pratica, si giunge così da un lato di fronte ad uno sviluppo di «moduli di rispetto che si ispirano ai moduli “respecto” diffusi in Spagna, con la responsabilizzazione come filo conduttore: i prigionieri firmano una carta d’impegno basata sul rispetto del personale, dei co-detenuti, dell’igiene, delle regole di vita in collettività. In cambio, possono godere di una certa libertà di movimento [muniti di tesserini] e di un maggiore accesso ad alcune attività». Dall’altro lato, si verifica un’estensione delle cosiddette «strutture stagne» (riservate per il momento ai “terroristi” e ai “radicalizzati”), che sono molto più che reparti di isolamento in seno alla detenzione, ma costituiscono una vera e propria prigione nella prigione (sul modello italiano o tedesco delle carceri speciali degli anni 70 o degli ex-FIES spagnoli), destinati a lungo termine a tutti gli irrecuperabili che rifiutano di sottomettersi o rinnegarsi, a coloro che non passerebbero né ai test di valutazione regolari né alle osservazioni dei servizi di intelligence penitenziaria. Se a questo aggiungiamo, all’altra estremità della catena, la costruzione di due carceri “sperimentali” interamente dedicate al lavoro d’impresa (dalla fabbrica-prigione alla prigione-fabbrica) e l’aumento di misure esterne alternative, del braccialetto elettronico e della semi-libertà (con obblighi di tirocinio, formazione e lavoro) per le innumerevoli condanne di meno di un anno, possiamo iniziare ad avere un quadro completo.
Con il rafforzamento delle condizioni di detenzione sotto forma di percorsi, statuti, interessi, e le più disparate carote per costringere a cogestire la propria condanna con le autorità, non sono solo le proposte di lotta di tipo sindacale a integrare più che mai nel processo di reclusione, ma sono anche i margini tra piena cooperazione e messa alla prova che tendono a ridursi per ciascun individuo, ancor più con la collaborazione di altri detenuti riluttanti a veder crollare tanti sforzi pagati a caro prezzo di rispetto per «le regole di vita in collettività». Su immagine dell’esterno, insomma, dove la figura dell’operaio-massa è stata liquidata da tempo a favore di una competizione generalizzata.
Di fronte a questo progetto di potere, rimane ancora un piccolo elemento che i loro calcoli miserabili non potranno mai controllare completamente, e che può rompere in qualsiasi momento il circolo vizioso della collaborazione: la sete di libertà. Da un lato attraverso la ribellione provocata dalla detenzione, come ci ricorda la rivolta devastante della prigione moderna di Vivonne nel settembre 2016. Partita dall’iniziativa di alcuni individui, è durata più di sei ore, portando alla chiusura dell’ala del carcere per 18 mesi per lavori e provocando 2 milioni di euro di danni. D’altro canto, col fatto che la moltiplicazione di attori esterni di ogni tipo per valutare, far partecipare, far lavorare e controllare i prigionieri, accresce a sua volta le possibilità di intervento dall’esterno, vedi le diverse auto di secondini che sono bruciate nel parcheggio di Fresnes dal mese di maggio.
L’unica riforma accettabile delle carceri è raderle al suolo, insieme alla società autoritaria che le produce e ne ha bisogno.

Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

Semplicità

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( Dal Web )

Lei c’era alla manifestazione contro gli stranieri che si è tenuta pochi giorni fa a Chemnitz, in Germania. Il giornale che l’ha intervistata le ha assegnato un nome fittizio, Silvia Fascher. Non è un’estremista di destra e ci tiene a chiarirlo. Ha 64 anni e lavora in una ditta di pompe funebri. L’altro giorno è scesa in piazza con il figlio, assistente di anziani. Domenica 27 erano in 800, il giorno dopo in 2000. Accanto ai filonazisti, assieme ai filonazisti, anche lei sbraitava contro pochi ragazzi siriani. È la pancia, la pancia che urla, direbbe qualcuno; «non voglio che arrivino altri stranieri. Quando li guardo, mi domando perché le mie tasse vengano usate per loro. Vogliono solo diventare calciatori professionisti o cambiavalute, ma se devono lavorare un po’ sodo si lamentano di avere il mal di schiena!».
Sebbene li consideri dei parassiti scansafatiche aspiranti emuli di Cristiano Ronaldo, Silvia Fascher dichiara di essere consapevole dei tragici motivi che spingono gli immigrati a lasciare il proprio paese. Ma non capisce perché la loro situazione dovrebbe essere più importante di quella dei milioni di tedeschi che vivono sotto la soglia di povertà. Ecco perché si dice furibonda contro il governo, che «non fa niente». Tra un anno lei andrà in pensione, ma non prenderà nulla, una miseria.
Quando hanno chiesto a Silvia Fascher perché, dopo aver valutato l’intera situazione, considera i rifugiati più responsabili dei politici, dei banchieri, degli industriali… sapete cosa ha risposto? «Perché bisogna essere contro qualcuno; e con loro è semplice».
Già, proprio così. Discutere è complicato, ruttare è semplice. Prendersela con i carnefici responsabili di quanto sta accadendo è arduo, fare i bulli con le loro vittime trasformate in capri espiatori è semplice. Disobbedire ai potenti è difficile, collaborarci è semplice.
Prendiamo i gagliardi di Casa Pound, ad esempio. Anche loro conoscono bene a fondo la questione dell’immigrazione, infatti la loro protesta non è «un attacco ad un gruppo di disperati raccattato in mezzo al mare, ma la denuncia del business dell’immigrazione». Ma organizzare manifestazioni eclatanti contro chi sfrutta la tragedia degli immigrati è complicato — si tratterebbe di mettere in discussione buona parte dell’italica economia — accogliere con urla e braccia tese i profughi straccioni della Diciotti al loro arrivo a Rocca di Papa è semplice.
Lo stesso si può dire per i prodi di Forza Nuova, i quali si dicono pronti ad allestire patiboli in piazza per gli stupratori: «non possiamo lasciare le nostre donne in balìa di esseri che hanno nella loro cultura il disprezzo per le donne cristiane ed europee». Ma impiccare fantocci blu davanti alla scuola di polizia a Brescia (da dove provenivano i due stupratori della turista tedesca a Rimini, loro sì rispettosi delle donne cristiane ed europee) è arduo, impiccare sagome nere sulla spiaggia di Jesolo è semplice.
Inutile poi parlare del ministro Salvini. Chiudere le fabbriche che riforniscono di armi le guerre che devastano quei paesi lontani già impoveriti dal colonialismo è difficile (nonché controproducente per il bilancio nazionale, chiodo fisso di ogni uomo di Stato), chiudere i porti a chi cerca di scamparvi è semplice.
Ecco perché oggi una Silvia Fascher ripete gli stessi ritornelli cari a Casa Pound, Forza Nuova o Salvini, ed il razzismo più becero sta dilagando a macchia d’olio. Perché è semplice.
Chemnitz, Germania, fine agosto 2018. Benvenuti nella guerra civile.

L’apoteosi di George Soros

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Dal Web )

DI TOM LUONGO

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“O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da vederti diventare il cattivo”.

– Il Cavaliere Oscuro

George Soros ha effettuato questa trasformazione. Non che sia mai stato un eroe, sebbene pensi di esserlo.

È l’incarnazione dell’idea portata da John Barth, che “l’uomo non può sbagliare”.

Questa è una cosa che i bravi scrittori sanno bene: i cattivi non si considerano mai come tali. Nella propria mente, non possono sbagliare, quel che fanno è per il bene comune ed un mondo migliore.

Ultimamente ho recuperato The Americans (ho appena finito la terza stagione): la lenta consapevolezza in tutti i volti dei personaggi che quel che stanno facendo è distruggere la propria anima è diventata la spinta narrativa dominante.

Credo che la seconda parte della serie si concentrerà sul districarsi da questo incubo.

A tutt’oggi, Soros non si considera ancora il cattivo. Ma lo è. Lo è sempre stato. Non per la sua insana devozione all’idea di una società aperta, ma per ciò che ha fatto in nome di questa ideologia.

Ha mandato in bancarotta diversi paesi, ha tratto profitto dalla loro scomparsa, messa peraltro in moto da lui stesso attraverso l’indebolimento delle istituzioni culturali del posto. Lo ha fatto con calcolata precisione e fredda determinazione.

Nel processo, ha distrutto decine, se non centinaia, di milioni di vite, tutto per asservire le masse e tenersi un potere illimitato per sé.

Lui però non la vede così. Lui la vede come un male necessario per favorire l’evoluzione della specie.

E questa megalomania ora è andata veramente oltre.

Il segreto peggio tenuto nei circoli politici, a parte le mail della Clinton, è il famigerato rapporto di 49 pagine, distribuito da Soros e David Brock di Media Matters, ad un gruppo di insider, con redatta la propria strategia per distruggere Trump, con l’aiuto di giganti dei social media come Facebook.

Gran parte di questa strategia è stata messa in atto sùbito dopo la messa al bando di Alex Jones e di altre voci non progressiste.

Da World Net Daily:

Media Matters ha incontrato Facebook, che vanta circa 2 miliardi di utenti in tutto il mondo, per discutere su come reprimere le notizie false, secondo il rapporto.

Il gigante dei social media è stato dotato di “una mappa dettagliata della costellazione delle pagine Facebook di destra che più avevano fornito fake news”.

Il memo di Brock dice anche che Media Matters ha fornito a Google “le informazioni necessarie per identificare 40 dei peggiori nuovi siti falsi”, di modo che potessero essere banditi dalla sua rete pubblicitaria.

Gateway Pundit ha sottolineato che nel 2016 Google ha realizzato tale piano sul blog del sito e su altri siti conservatori, tra i quali Breitbart, Drudge Report, Infowars, Zero Hedge e Conservative Treehouse.

Facebook, nel mentre, ha cambiato il proprio algoritmo newsfeed, apparentemente per combattere le “fake news”, causando un brusco calo del traffico per molti siti conservatori.

Lo stesso Trump è stato colpito, col suo coinvolgimento su Facebook in calo del 45%.

Uno studio condotto a giugno da Gateway Pundit ha rilevato che FB aveva eliminato il 93% del traffico delle principali fonti di notizie conservatrici.

Western Journal, nel proprio studio,  ha scoperto che, mentre gli editori di sinistra hanno visto un aumento del traffico web di Facebook del 2% circa dopo i cambiamenti dell’algoritmo, i siti conservatori hanno visto una perdita di traffico pari a circa il 14%.

La cosa non dovrebbe sorprendere, ma neanche spaventare. Perché, nonostante questa volontà di soffocare le voci di opposizione alle attività di Soros e Brock, francamente sovversive, le voci alternative hanno continuato a prosperare.

Il picco di Soros

La Russia è stata la prima a stancarsi delle operazioni di regime change di Soros, cacciando la sua Open Society Foundation rea di essere un’operazione di quinta colonna. Più recentemente, il presidente ungherese Viktor Orban si è unito a Putin nella sua crociata, approvando una simile legge anti-ONG.

Orban ha fatto di Soros il fulcro della propria strategia di rielezione, cosa che ha funzionato a meraviglia.

E con la super maggioranza guadagnata dalla sua coalizione di Fidesz, ha approvato il disegno di legge “anti-Soros”, limitando severamente le attività delle ONG straniere e portando alla luce le fonti dei loro finanziamenti.

Ora la Polonia è l’ultimo paese a muoversi contro di lui. kHa infatti deportato in Ucraina Lyudmyla Kozlovska, uno dei principali organizzatori politici di Soros , senza nemmeno un “congedo”.

Kozlovska e la Open Dialogue Foundation stavano, come al solito, organizzando delle proteste contro il governo polacco.

Girano voci che anche in Romania si faranno simili leggi anti-ONG. Tutta l’Europa dell’Est si sta allontanando dall’agenda delle frontiere aperte e dell’omogeneizzazione della cultura.

Lui sa bene quali saranno le conseguenze: intensi sconvolgimenti sociali, assieme a paralisi politica ed economica. E la incita. La spinta ad includere tutti questi paesi sia nell’UE che nella NATO è atta a creare vettori di corruzione nel tessuto politico ed economico di questi paesi.

I popoli dell’Europa orientale, dopo due generazioni di soffocante controllo autoritario, stanno però recuperando le proprie radici culturali e religiose.

Alistair Crooke ha scritto un articolo meraviglioso (qui) su Strategic Culture Foundation, che descrive le radici della crisi esistenziale che Soros ed il suo gruppo stanno vivendo nel mondo di Trump.

Tutti questi progetti utopici (ed assassini) sono fluiti efficacemente da uno stile di pensiero meccanico, a binario unico, che si era evoluto in Europa, nel corso dei secoli, e che collocava nel pensatore occidentale l’irremovibile senso della certezza e convinzione di sé.

Queste certezze giunte empiricamente – ed ora sedute nell’ego umano – hanno innescato un risveglio proprio verso quelle prime concezioni apocalittiche giudeo-cristiane: che la storia, in qualche modo, stava convergendo verso una trasformazione umana, ed una “Fine”, con un castigo per i corrotti, ed un mondo nuovo e radicalmente redento per gli eletti. Non più (nel mondo di oggi) innescato da un atto di Dio, ma “ingegnerizzato” dall’atto dell’uomo illuminista.

Qui Crooke pensa a Soros, che ha peraltro ammesso di “sentirsi Dio”. Sta però anche parlando agli impulsi più profondi che costituiscono il fondamento del successo di Trump, specialmente nel suo slogan della campagna “Make America Great Again”.

C’è un pregiudizio intrinseco nella cultura americana, che dà per scontata la nostra superiorità ed equipara il nostro interesse nazionale al fermare la crescita di altre potenze straniere. Questa cosa sicuramente pervade anche il pensiero del presidente, ed è il terreno che ha in comune con i neocon, sia nel proprio governo che ad Israele (che poi sono la stessa cosa?).

E questo è il motivo per cui le cose sono così confuse al momento. Perché Soros ed il suo compare, David Brock, sono impegnati ad accusare Trump di collusione con la Russia, abbassando così di molto il livello del discorso politico.

Dall’altra parte sta però facendo abbracciare a Trump alcuni degli aspetti più deleteri dell’impero americano, come l’impegnarsi in tattiche di guerra ibride contro chiunque osi sfidarlo, specialmente l’Iran, contro cui ha una specie di fissa.

La fine del Sorosismo

Io credo che questa sia l’eredità della rivolta libertaria di Ron Paul del 2008 e del 2012, diventata poi un fenomeno politico “populista” mondiale. Paul ha dissolto quasi senza sforzo molti dei miti neocon/trotzkisti della continua ossessione americana per il Destino Manifesto ed i sogni utopici di creare il paradiso in terra.

Questo impulso proviene da tutti le parti dello spettro politico, ed è così che il Partito Unico – la leadership ideologicamente unita di Democratici e Repubblicani – ha mantenuto il potere per così tanto tempo.

Lo spostamento demografico che avviene ora, col testimone del potere che passa dai Baby Boomers (disperatamente aggrappati alle proprie posizioni di potere, come McCain, Feinstein, Pelosi, ecc.) alla Generazione X, che non si beve tutta questa spazzatura della Grandezza Nazionale, essendo cresciuta dopo la Guerra Fredda, sarà la morte del “Sorosismo”.

Questo è il motivo per cui Soros ha smesso di speculare sui mercati valutari ed ha iniziato ad investire sui social media. Ha capito che era il mezzo col quale mantenere ancora per un po’ il controllo della narrazione.

È per questo che lui e Brock si sono riuniti ed hanno prodotto un memo di 49 pagine per distruggere Trump.

Finirà però per essere un cattivo investimento, una scommessa perdente. Non è un dio; piuttosto, si è rivelato essere il Cattivo. Ad 89 anni ha vissuto abbastanza a lungo da vedersi disvelato come tale al mondo, e per vedere tutto ciò che ha costruito sgretolarsi in polvere.

Le istituzioni da lui create stanno crollando. I difetti intrinseci del marxismo e gli errori metodologici del socialismo non possono essere sostenuti per sempre. Non può abrogare le leggi dell’economia più di quanto possa riscrivere le leggi della fisica.

La nostra storia condivisa, la nostra cultura e le cose che ci guidano sono radicate nei nostri ricordi, impresse nel nostro DNA. E non saranno spazzate via nel vano tentativo di continuare a creare il Nuovo Uomo Sovietico, senza passato e senza cultura.

Il pendolo oscilla sempre dall’altra parte. E noi come specie esploriamo tutte le opzioni che sono sul nostro percorso, per diventare una versione migliore di noi stessi. Passeremo quindi una vita o due ad esplorare le possibilità del marxismo, per, in ultima analisi, rifiutarlo per la fantasia utopica che è e che rende gli uomini pazzi.

Mi piace pensare dell’umanità quel che Churchill pensava degli americani. “Si può sempre contare che gli americani facciano la cosa giusta – dopo che hanno provato tutto il resto”.

Penso che l’umanità ne abbia avuto abbastanza di George Soros.

 

E tanto basta

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( Dal Web )

Lo scorso 17 luglio, a Roma, una bambina rom di un anno è stata colpita alla schiena da un proiettile di carabina ad aria compressa, mentre si trovava in braccio alla madre. Probabilmente rimarrà paralizzata. Ma è una zingara, e tanto basta. Lo scorso 26 luglio, nei pressi di Palermo, un senegalese è stato aggredito, insultato e picchiato dai clienti del ristorante dove lavora come cameriere. Ma è un negro, e tanto basta. Più o meno nelle stesse ore, nei pressi di Vicenza, un operaio capoverdiano è stato colpito da un proiettile di carabina ad aria compressa mentre si trovava al lavoro. Ma anche lui è un negro, e tanto basta.
Infastidito dalle insistenti domande dei giornalisti a proposito di simili episodi, due giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che «l’allarme razzismo è un’invenzione della sinistra». Fatta questa precisazione, ha potuto tornare ad occuparsi di allarmi reali, quali le violenze subite dalle forze dell’ordine da parte dei “giovani dei centri sociali”. E il clima si è subito disteso.
Infatti la scorsa notte, ad Aprilia, un marocchino sospettato di essere un ladro è stato inseguito, raggiunto e pestato a morte da tre tizi. Ma era un quasi negro, e tanto basta. Nel corso della stessa notte, nei pressi di Torino, una ragazza nata in Italia da genitori nigeriani è stata colpita all’occhio da un uovo lanciato da qualcuno ( tra cui il figlio di un assessore del PD ) su una macchina in corsa.
È una negra, e tanto dovrebbe bastare… se non fosse che è un’atleta della Nazionale Azzurra di atletica leggera. Ops, l’uovo ha fatto la frittata? Pazienza, andrà meglio la prossima spedizione punitiva.
Chissà perché, ma per evitare di pensare a tutte queste cose ci viene in mente Alessandro Profumo. Dopo essere stato presidente del Monte dei Paschi di Siena (la banca del crack da 50 miliardi di euro) è oggi a capo della Leonardo, erede di Finmeccanica, una delle maggiori industrie belliche del mondo. È un super top-manager italiano, e tanto basta.