Casacche

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( Dal Web )

Non è raro il caso di trovare fra noi anarchici individui che cambiano idea come si cambia la camicia. Oggi anarchici, domani socialisti, o, magari, anarchici… parlamentaristi, ecc. Sono anfibi che agiscono e pensano — o fingono di pensare — mossi da interessi personali e da ambizioni;  cambiano casacca quando intorno la loro nullità non raccatta che indifferenza o ridicolo o disprezzo.
Cotesti individui non sono stati mai anarchici che di nome, ed alla prima occasione in cui l’interesse e l’ambizione non trovano cibo adeguato fra l’ammirazione e la generosità dei compagni, od altrove trovano tornaconti e comodità insperate, appaiono quello che nel loro intimo sono sempre stati: anfibi. […]
Altri, pur facendo il proprio tornaconto anche in contraddizione stridente con le idealità anarchiche, vorrebbero stare con noi ed a noi chiedono appoggio per l’arrembaggio; ed è confortante notare (prova almeno che non abbiamo idoli) come costoro raccolgano, nel caso più benevolo, diffidenza.
Altri, dopo decine d’anni, accortosi finalmente che le idee libertarie oggi domandano abnegazione e non danno la ricchezza, finiscono in sacrestia in compagnia degli altri che, miserabili, furono compagni, ringalluzziti da qualche baiocco, saltarono il fosso divenendo i peggiori diffamatori nostri con calunnie loiolesche e sono essi che decantano la virtù dell’ordine perchè «han visto da vicino la… confusione dell’anarchia» e cercano, se occorre, la riabilitazione o la giustificazione del girellismo, che non è simpatico ad alcuno neppure se è comodo nella prostituzione di altri che li precedettero nella china.
Vi sono poi, disgraziati e deboli più che altro, che non si sanno ribellare all’ambiente in cui vivono. Molti sono libertari sinceri in quanto hanno una aspirazione potente verso una società di liberi e di uguali, approvano le rivolte individuali e collettive, le incitano magari, le provocano quando non ne sono protagonisti ardenti; ma nella pratica quotidiana della vita fanno tanti strappi alla convinzione propria quanto un sacerdote che si rispetti ai dettami del buon dio. […]
L’anarchico testimonia ad ogni istante la sua fede, trova nella natura le sue leggi e si rifiuta al riconoscimento di tutto quello che non ha la sua approvazione.
Vuole governarsi da sé e non accetta altra limitazione al suo diritto che nel diritto di un altro. Non è schiavo di dogmi e cerca nei proletari gli alleati per l’opera di demolizione del regime di privilegio che odia con tutte le sue forze. Non domanda lodi né ricompense né nell’ideale si forma la greppia: questa la lascia agli altri, agli anfibi.

Henry Martin

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Ogni 5 minuti un italiano finisce nelle grinfie del cybercrime

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I dati del rapporto Clusit e di Fastweb: circa 10 miliardi di euro di danni causati dal crimine informatico in Italia. Ma le aziende investono poco per difendersi

( Dal Web )

Gli attacchi informatici sono cresciuti su scala globale del 240% rispetto al 2011 e colpiscono sempre più settori cruciali, come la geopolitica, la finanza e i privati cittadini, che nel 2017 sono stati vittime di crimini estorsivi su larghissima scala. Questo è quanto emerge dai dati sulla cybersecurity pubblicati nell’ultimo rapporto Clusit. Negli ultimi sei anni, i costi della insicurezza informatica sono quintuplicati e, nel 2017, è stato colpito oltre un miliardo di persone nel mondo.

La minaccia più diffusa, hanno spiegato gli esperti, è rappresentata dal cybercrime, in crescita del 76% rispetto allo scorso anno. Dal 2011 i costi generati globalmente dalle sole attività del crimine informatico sono quintuplicati, arrivando a toccare quota 500 miliardi di dollari nel 2017, di cui 180 miliardi a carico di privati cittadini. L’Italia, nel 2016, ha subito danni per quasi 10 miliardi di euro. Stando ai dati di Fastweb, che partecipa ogni anno al rapporto Clusit fornendo informazioni relative agli attacchi rilevati dal Security Operations Center (SOC), ogni cinque minuti un utente italiano viene colpito da un evento cybercrime.

Nonostante questi numeri, il crimine informatico non è il pericolo maggiore tra quelli presenti in rete, come spiega Andrea Zapparoli Manzoni, membro del comitato direttivo di Clusit. “Il cybercrime è diventato ormai l’ultimo dei nostri problemi in ambito cibernetico dal punto di vista della sua pericolosità intrinseca. Oggi ci troviamo infatti a fronteggiare problemi ben peggiori”, evidenzia l’esperto.

I trend messi in evidenza dal rapporto 2018 sono principalmente tre, come sottolinea Marco Raimondi, marketing product manager di Fastweb: “Il 2017 è stato l’anno del trionfo del malware, degli attacchi ransomware, aumentati del 90% rispetto al 2016 e di quelli Ddos, con l’impiego di una potenza d’attacco in termini di Gigabit che si è quintuplicata nell’ultimo anno”. La base dati di Fastweb ha permesso di individuare un numero di attacchi superiori al doppio rispetto a quelli registrati nel 2016. “Siamo infatti passati da 16 milioni a 35 milioni di eventi di sicurezza accaduti nel 2017”, spiega Raimondi.

Non è solo il numero di attacchi informatici a essere raddoppiato, ma anche la quota di malware sconosciuti.

L’anno scorso avevamo circa 10 famiglie di malware sconosciute, quest’anno sono 20. È chiaro che in questo contesto difendersi dalle minacce informatiche diventa ancora più complesso”, continua Raimondi.

Nonostante questo contesto, in Italia gli investimenti in sicurezza informatica sono ancora piuttosto scarsi. Nel 2016 sono stati investiti circa un miliardo di euro, un decimo rispetto ai danni provocati dal cybercrime su scala nazionale.“Gli investimenti in sicurezza informatica nel nostro Paese sono ancora largamente insufficienti e ciò rischia di erodere i benefici attesi dal processo di digitalizzazione della nostra società”, afferma Zapparoli Manzoni.

Per le aziende, però, ora diventa più che mai importante affrontare il tema della sicurezza informatica con un approccio sempre più multidisciplinare, soprattutto in vista dell’entrata in vigore del Gdpr, il nuovo regolamento europeo sul trattamento dei dati, in programma il prossimo 25 maggio.

Per Raimondi, “il tema del rispetto del regolamento sulla privacy inizia a essere molto rilevante per le imprese che gestiscono una mole rilevantissima di dati sensibili degli utenti. Nei prossimi mesi questo sarà uno dei focus di Fastweb che attraverso il proprio Security Operations Center già gestisce la sicurezza informatica di un numero altissimo di istituzioni ed imprese. Adesso ci concentreremo anche sugli strumenti per aiutare le imprese a garantire la sicurezza dei dati dei loro clienti – inclusi la formazione dei dipendenti e la costituzione del registro dei trattamenti – come richiesto dal nuovo regolamento che sta per entrare in vigore”.

 

 

 

Rubicone

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( Dal Web )

Un altro Rubicone è stato attraversato. Ciò che malauguratamente era prevedibile non ha tardato a realizzarsi, favorito da un disgustoso giochino diplomatico avviato dagli Stati Uniti. In seguito al loro annuncio di voler costituire un esercito regolare di stanza lungo il confine turco-siriano – arruolando una parte significativa di combattenti curdi dell’YPG nel nord della Siria –, il regime di Ankara ha lanciato il 19 gennaio una offensiva militare contro l’enclave di Afrin tenuta da questi ultimi.
Ovviamente, questa offensiva era stata preparata da tempo, come dimostra ad esempio l’integrazione di molti gruppi armati islamisti a fianco dei soldati turchi (membri della NATO), un’integrazione che non avviene in pochi giorni. È difficile credere che le diverse potenze presenti
nel conflitto siriano, specialmente la Russia che controlla i cieli, non ne fossero al corrente. Ad ogni modo, sono stati esplicitamente fatti taciti accordi, l’aviazione turca ha bombardato a proprio piacimento le posizioni dell’YPG ed i villaggi attorno ad Afrin, così come la città stessa. Ancora una volta nella storia, la popolazione curda – e non solo – fa le spese di un terribile gioco internazionale.
Il fatto che noi non abbiamo aderito agli elogi della «rivoluzione in Rojava», intessuti da quasi tutta la sinistra e da una parte considerevole di anarchici, deriva da molte ragioni. Una delle più importanti è senza dubbio il fatto che ogni tensione rivoluzionaria sul posto resta subordinata all’agguerrita gerarchia proveniente da una molto classica versione stalinista della lotta di liberazione nazionale.
Che i sollevamenti non privi di spirito libertario di questi ultimi anni – inclusi quelli in Siria – abbiano provocato ripercussioni anche sugli apparati del movimento curdo ci sembra un fatto indiscutibile, aprendo effettivamente la via ad un approccio meno centralizzato e meno dirigistico della lotta in Kurdistan. Tuttavia, ciò non cambia nulla al fatto che un apparato politico-militare resta un apparato, «costretto» a fare tutto ciò che viene prescritto dalla strategia politica: alleanze inaccettabili, improvvise inversioni, repressione delle voci discordanti, propaganda ipocrita. Pur riconoscendo l’importanza dei combattimenti fatti da migliaia di uomini e donne, in Rojava siriana come nelle montagne della Turchia, animati da una certa idea di liberazione, gli elogi ci sembrano come minimo fuori luogo, se non mistificanti, quando la gerarchia dellYPG firmava in piena rivoluzione siriana un «accordo» con il regime sanguinario di Assad per assicurarsi la gestione di una parte del territorio siriano («era una necessità strategica»); quando poi concludeva accordi militari con paesi come gli Stati Uniti per garantirsi rifornimenti d’armi ed addestramento con i loro istruttori («altrimenti come difendersi contro lo Stato Islamico?»); quando non cercava mai di estendere il «conflitto rivoluzionario» fuori dai confini del Kurdistan («bisogna essere realisti») per esempio chiamando a lottare contro le democrazie europee immerse fino al collo nel prolungamento di questa guerra; e quando infine, triste necessità, ha accettato la presenza di almeno duemila soldati americani, francesi, ecc. sul suo «territorio liberato», arrivando oggi ad offrire l’installazione di due basi americane in Rojava, una a Rmeilan e l’altra a sud-est di Kobane. Forse siamo limitati, ma come anarchici continuiamo ad avere qualche difficoltà a comprendere come possa realizzarsi una vera rivoluzione sociale sotto le ali protettrici degli F-16 americani o delle forze speciali francesi.
Ciò detto, stare in disparte da questo conflitto in una sorta di dolce indifferenza per non doversi sporcare le mani ci sembra inaccettabile quanto chiudere gli occhi di fronte alla direzione gerarchica dell’YPG ed alla sua dottrina politico-militare. L’offensiva turca da Afrin fa eco ad esempio alla guerra che il regime di Erdogan scatena contro il Kurdistan in territorio turco a colpi di massacri, bombardamenti ed esecuzioni – del resto non senza incontrare una forte resistenza. In sostanza, sono i termini stessi della questione che andrebbero cambiati. E questo ci sembra valga anche per molti altri conflitti attraversati da enormi strategie geopolitiche, che sia nello Yemen dove la guerra continua senza sosta, nel resto della Siria, in Palestina dove la guerra si intensifica di nuovo, in Ucraina o in numerosi paesi africani.
Certo, possiamo portare il nostro sostegno ai gruppi di combattimento anarchici costituitisi in Kurdistan con chiare prospettive rivoluzionarie. E anche se al momento mancano informazioni più precise – almeno a noi – sulle loro attività e posizioni di fronte alla gerarchia militare dell’YPG, non possiamo che riconoscere un’autentica volontà internazionalista tra i compagni impegnati in tale lotta, auspicando che le loro esperienze e rievocazioni critiche aiutino a capire meglio la situazione. Anche altrove possiamo allo stesso modo portare la nostra solidarietà agli anarchici catturati in una guerra o che subiscono regimi repressivi particolarmente feroci. Sì, possiamo fare tutto questo, ma non solo.

A questo proposito ci tornano in mente le parole di Louis Mercier Vega, instancabile combattente anarchico che ha attraversato numerose situazioni di conflitto acceso in diversi continenti, parole che datano 1977, in piena esplosione di guerriglie e di guerre: «L’eterna considerazione che ogni atto, ogni sentimento espresso, ogni atteggiamento fa il gioco dell’uno o dell’altro antagonista, è senza dubbio esatta. Si tratta di sapere se bisogna scomparire, tacere, diventare un oggetto, per la sola ragione che la nostra esistenza potrebbe favorire il trionfo dell’uno sull’altro. Mentre una sola verità è eclatante: nessuno farà il nostro gioco se non lo facciamo noi stessi. Non voler partecipare alle operazioni di politica internazionale, in uno dei campi in lotta, non significa che bisogna disinteressarsi della realtà di tali operazioni». Fare il nostro gioco, dunque. Per irrigidimento identitario? Per chiusura ideologica di fronte a realtà sociali e storiche complesse? Per paura di impantanarsi e fare da manovalanza? Al di là di queste difficoltà, alcuni ragionamenti ci portano per ben altri motivi a condividere la prospettiva qui esposta dal vecchio combattente acrata.

Il primo parte dal fatto che se l’autorità non è levatrice di libertà, non lo è mai stata, e nessuna auto-organizzazione può nascere da un approccio autoritario, centralista e gerarchico della lotta, resta comunque il fatto che tensioni verso l’auto-organizzazione e la libertà sono spesso presenti pure all’interno di questi conflitti, anche quando questi sono dominati da correnti autoritarie (ad esempio con un’ideologia comunista o di liberazione nazionale). In questo caso, sappiamo in anticipo che gli apparati di queste organizzazioni di lotta, prima o poi non esiteranno a reprimere, schiacciare, recuperare o eliminare tali tensioni, pur mostrando (spesso, non sempre) cautela per non perdere il controllo della situazione. Piuttosto che mettere di fatto le loro energie e il proprio entusiasmo a disposizione di un tale apparato, gli anarchici non potrebbero al contrario immaginare dei modi per sostenere, difendere ed espandere queste tensioni verso l’auto-organizzazione e la libertà, preparando e preparandosi all’inevitabile confronto decisivo con le forze autoritarie?
Numerosi esempi del passato – dall’Ucraina libertaria del 1917-1921 alla Spagna rivoluzionaria del 1936, nonché durante situazioni profonde di conflitto negli anni 70 – ci mostrano come gli anarchici e le tensioni libertarie all’interno di ampie fasce della popolazione perdano in velocità e forza, finendo per essere sconfitti con più o meno facilità, con più o meno terrore e massacri, a furia di aspettare che gli autoritari si «smascherino» da soli scatenando la loro repressione finale. È difficile prevedere il momento di una rottura insurrezionale all’interno di un conflitto che comprende un’importante presenza autoritaria, ma è tuttavia certo che se l’iniziativa non verrà dagli anti-autoritari, se non saremo noi a superare i punti di non ritorno, la rivoluzione sociale sarà condannata a morte certa.

Un secondo ragionamento, più legato ad una situazione di guerra come è il caso oggi in diverse regioni del pianeta, è che fare il nostro gioco, vale a dire combattere per la liberazione totale e per distruggere ogni potere, deve certo prendere in considerazione le analisi sulla situazione politica, sulle questioni strategiche o sui progetti del dominio al fine di avere la conoscenza indispensabile delle condizioni in cui avviene la lotta, ma tale conoscenza non dovrebbe sostituirsi al progetto anarchico stesso. Per essere chiari, non dovremmo in nessun caso mettere tra parentesi, anche se in nome della nostra solidarietà con coloro che si battono, il nostro progetto di distruzione di ogni potere. Solidarizzare, intervenire direttamente in una lotta di oppressi contro oppressori, non dovrebbero quindi comportare il sostegno ai primi quando a loro volta vogliono ergersi a nuovi oppressori. Ciò può effettivamente portarci a tenere una certa distanza da particolari situazioni di conflitto, in assenza di un punto di riferimento che ci aiuti a cogliere le tensioni libertarie presenti al loro interno, e nell’impossibilità di potervi prendere parte direttamente senza mettersi sotto gli ordini di una qualsivoglia gerarchia.
D’altra parte, pur rimanendo nel caso di una simile situazione, se analizziamo le connessioni intrinseche tra guerra esterna e guerra interna, tra l’intervento militare condotto da uno Stato in un paese lontano ed il suo necessario mantenimento di ordine, repressione ed intensificazione dell’accumulazione capitalista all’interno, è difficile non vedere tutte le possibilità di intervento che ci si offrono. Prendiamo ad esempio il caso delle operazioni militari francesi nel Sahel nel nome dell’«anti-terrorismo». La mancanza di un punto di riferimento sul posto che possa aprire l’opportunità di un intervento rivoluzionario diretto e internazionalista, non impedisce affatto di agire anche qui, nello Stato da cui provengono queste operazioni, in quello che se ne serve per consolidare il consenso sociale tra dominati e dominanti, per ottenere importanti benefici o per incrementare la sorveglianza contro chiunque…


Allora sì, fare il nostro gioco. Ma il nostro gioco consiste solo nell’elaborare belle teorie dal porto mentre la tempesta infuria al largo? Mentre migliaia di persone crepano sotto le bombe e si fanno massacrare in nome di un qualsiasi potere? No, impossibile accettare una simile posizione se non si vuole buttare nella spazzatura la coerenza rivoluzionaria che dovrebbe caratterizzare la nostra azione, la sensibilità che si trova nel cuore di ogni nemico dell’autorità, l’etica che ci distingue, talvolta a caro prezzo, dalla politica e dal calcolo. La nostra  non dovrebbe quindi consistere in solenni dichiarazioni di principio o in proteste simboliche. Di fronte ai massacri perpetrati ieri nell’ex Jugoslavia o oggi ad Afrin, nello Yemen, in Siria, sulle montagne del Kurdistan, in Palestina, in molti paesi dell’Africa, in Birmania o altrove… bisogna agire da anarchici, cioè agli ordini di nessuno e nel solo nome della libertà, per esempio colpendo la guerra laddove viene prodotta. Nelle imprese belliche, nella logistica degli armamenti, nei profittatori di guerra, nei convogli e nei trasporti di materiale di rifornimento, nei loro centri di ricerca: in realtà, molte piste si presentano a chi vuole opporsi – concretamente – alla guerra in corso.
In questi ultimi anni molti sforzi sono già stati fatti in questa direzione e restano di bruciante attualità, come in Italia dove macchinari di cantiere di imprese attive nella costruzione di una nuova base militare sono stati incendiati nel sud, o dove il laboratorio Cryptolab dell’università di Trento e il polo Meccatronica che partecipano alla ricerca militare sono stati dati alle fiamme. Come anche in Belgio, dove tre grandi imprese del settore bellico sono bruciate, devastando in due casi la quasi totalità di queste fabbriche di morte. Sotto un’altra angolazione ancora, infrastrutture logistiche dell’esercito e di industrie belliche sono state oggetto di sabotaggi, come a Basilea, dove la ferrovia che serve per trasportare le truppe svizzere è stata sabotata, come a Monaco dove la linea ferroviaria per merci utilizzata da un grande complesso militare-industriale è stata sabotata, come a Sant’Antioco in Italia dove un convoglio militare è stato bloccato o sempre in Italia, in Trentino, dove sono state bruciate alcune antenne di telecomunicazione militare. Talvolta alcuni attacchi hanno preso di mira direttamente le forze armate, come a Monaco dove un camion militare è stato dato alle fiamme, a Montevideo dove un’Accademia Militare è stata raggiunta da molotov, a Decimomannu in Italia, dove un incendio ha colpito l’aeroporto militare, a Brema in Germania, dove 18 veicoli militari del genio sono stati inceneriti, a Dresda dove un veicolo militare è bruciato, o anche in Francia quando una caserma della gendarmeria (che è un corpo militare) è stata incendiata o veicoli di gendarmi sono stati bruciati proprio sotto il loro naso. Echi di attacchi contro i profittatori e gli intermediari di guerra sono venuti alla luce, come quei sabotaggi in Italia contro gli interessi della multinazionale del petrolio e del gas ENI, coinvolta nel conflitto libico, o come a Parigi quando un attacco incendiario contro un camion-betoniera di Lafarge è certo fallito, ma non senza trovare un’eco a Tolosa il mese seguente, dove tre di questi stessi camion sono andati in fiamme. Lafarge-Holcim è un produttore di cemento che ha importanti interessi economici in Siria, dove da un lato ha costruito bunker per conto del regime di Assad, e dall’altro ha collaborato finanziariamente con lo Stato Islamico in nome del business as usual, quando le sue industrie di cemento si trovavano nel territorio occupato dall’ISIS.
Queste poche piste ed esempi recenti non sono destinati ad aiutarci a trovare più facilmente il sonno mentre i massacri continuano. Non sono litanie da recitare per mettere in pace la propria coscienza. Trovano qui il loro posto semplicemente perché nei fatti è attaccare la guerra, suggerendoci delle possibilità di intervento laddove ci troviamo. Il progetto anarchico di liberazione totale non può fare a meno – ancor più in questi tempi di accresciuta militarizzazione e di continue guerre – di un approfondimento su come intervenire in tali situazioni, che ci si trovi nel cuore del conflitto o, per così dire, ad una certa distanza geografica. Esprimendosi attraverso l’attacco,  simili approfondimenti probabilmente diranno a coloro che stanno combattendo contro un’oppressione molto più della nostra concezione di libertà e solidarietà, che issare bandiere che non possono essere le nostre.

Tilt

ingranaggio

( Dal Web )

(m)andare in tilt significa smettere di funzionare, cessare di corrispondere
alle esigenze specifiche di una determinata struttura od organizzazione

Uno spazio e un foglio. Tilt è un nuovo progetto per provare a riprendere il filo di un discorso mai interrotto: quello di una opposizione a Tap — e non solo — senza mediazioni né compromessi, una opposizione radicale che abbia nella conflittualità costante il suo punto di forza e di rottura; non solo contro Tap e tutti i suoi collaboratori, ma anche contro il mondo della politica che lo ha approvato, contro l’economia che lo sostiene e contro i gestori dell’ordine che lo proteggono.
Uno spazio in cui discutere, incontrarsi, scambiarsi informazioni, auto-organizzarsi, dare e ricevere suggerimenti. Un foglio per iniziare a criticare quanto ci circonda, per iniziare ad esprimere ciò che abbiamo a cuore.
Un foglio e uno spazio con cui cercare complicità inaspettate per ripartire all’assalto delle nostre aspirazioni più ardite. Un foglio ed uno spazio che contribuiscano a far detonare la protesta. Perché per bloccare TAP occorrono azioni dirette, non ricorsi al Tar o petizioni.
Uno spazio ed un foglio che tuttavia non saranno a disposizione di chiunque. Saranno di parte, dell’altra parte — quella che ritiene che gli artefici del disastro sociale ed ecologico non possano al tempo stesso essere chiamati a trovare la soluzione.
Tra le mura di Tilt, tra le pagine di Tilt, non troveranno quindi ospitalità né partiti né sindacati né comitati (grandi, medi o piccoli che siano), né sindaci né giornalisti. Perché la nostra unica possibilità si trova nella loro disfatta — in un rapido tilt industriale, in un irreversibile tilt istituzionale.

Lecce • via Orsini Ducas 4

(a piedi: da via A. Diaz sottopasso pedonale FS
in auto: v. Lequile fino in fondo alla strada chiusa, poi a sin.)
Spazio informativo  e di lotta contro il TAP
apertura Venerdì 9/2/2018 dalle 18.00
Mostra permanente di idee e pratiche sulla lotta in corso
Sono invitati tutti i nemici di Tap e delle mostruosità tecnologiche che un po’ dovunque vengono realizzate.
Non è gradita la presenza di autorità, partiti (grandi o minuscoli che siano),
leader o aspiranti tali, uomini o donne in uniforme, 
sindaci, preti, giornalisti, politicanti…
per contatti: tiltap@riseup.net

Contributo alla discussione sulla guerra

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( Dal Web )

André Prudhommeaux

Un pericolo immaginario: la guerra dei fascismi contro le democrazie. L’esperienza ha dimostrato che gli uni e le altre erano ben decisi ad ammettere una guerra sola: lo sterminio del proletariato rivoluzionario, per mezzo di tutta la gamma degli espedienti politici, dai più violenti ai più ipocriti (Franco, Negrin).
Un pericolo reale: l’abdicazione morale del proletariato che lascia che lo spoglino dei suoi fini e delle sue aspirazioni, e soprattutto dei suoi metodi e delle sue passioni di classe, per associarsi — nelle idee e nella pratica — ad uno dei clan imperialisti in contrasto.
Osservazione: l’estrema instabilità di questi blocchi imperialisti ci impedisce ogni previsione di qualche durata nel campo delle alleanze. La Russia e la Germania, la Francia e l’Italia, che sono attualmente in campi differenti, sono state alleate ieri e possono ridiventarlo domani. La diplomazia non ha niente in comune con la guerra tra «principi ideologici». Lo sfruttamento dei fattori morali è lasciato ai tecnici della propaganda demagogica e patriottarda, che scoprono sempre le formule necessarie.
Semplice domanda ai partigiani della guerra contro il fascismo: Credete voi che, dato lo stato di degradazione morale in cui si trovano le «democrazie» francese, inglese, americana, ecc., sia nostra funzione il provocare l’allargamento al mondo intero della guerra che combattono in Spagna l’Esercito Rosso di Stalin e le Camicie Nere delle Divisioni italiane?

A proposito di anarchismo e (crisi di) identità

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( Dal Web )

Un testo intitolato “Contro” l’anarchismo. Un contributo al dibattito sulle identità, già apparso lo scorso novembre in Spagna sul periodico Solidaridad Obrera (organo ufficiale della CNT), è stato da poco tradotto in francese e pubblicato sul sito lundi.am (organo non ufficiale del Comitato Invisibile). Questa fin troppo plateale corrispondenza di politicosi sensi fra sindacalisti libertari spagnoli ed intellettuali blanquisti francesi, entrambi bramosi di organizzare gli altri, ci sembra troppo interessante e troppo interessata per essere ignorata. Difficile imbattersi in una più ipocrita lezione impartita a chi non trova posto in questo mondo.
Abbiamo così pensato bene di rendere pubblico anche qui in Italia questo imbarazzante testo. E abbiamo pensato male di farlo seguire da un nostro imbarazzato contributo.

«Contro» l’anarchismo. Un contributo al dibattito sulle identità

«Ricominciare vuol dire: uscire dalla sospensione. Ristabilire il contatto tra i nostri divenire»
Tiqqun
Molti dei nostri cominciano a interrogarsi sulla questione delle identità: cos’è l’identità? Come si articola? È interessante o strategicamente raccomandabile mostrare le bandiere identitarie nel mercato dei processi rivoluzionari?
Tante domande che affronteremo in questo testo cercando di portare una prospettiva diversa a questo dibattito.
Per identità intendiamo il processo simbolico e strutturale di identificazione ed appartenenza a un gruppo, e anche di separazione. È necessario operare una distinzione tra le identità imposte dal biopotere (donna, nero, grasso, ecc.) e le “identità rivoluzionarie” che fanno parte dell’auto-definizione in base alle diverse organizzazioni, ai collettivi e alle individualità (anarchico, comunista, nichilista, ecc.). Queste ultime non sono imposte da simboli discorsivi, sociali e linguistici storicamente determinati dal potere, ma piuttosto dagli individui stessi.
In molti casi, le identità imposte dal biopotere sono categorie di oppressione. Essere assegnata “donna” non fa di te una donna, ma impone una categoria sociale con tutto ciò che significa e comporta. Da parte delle persone oppresse, riappropriarsi, ridefinire le categorie imposte costituisce, nella maggior parte dei casi, un passaggio necessario per articolare un empowerment collettivo a partire dall’identità. Come dice Nxu Zana, donna indigena e femminista:
«Voglio dire che mi sono state imposte una serie di disposizioni cui dovevo adempiere per il fatto di essere una donna, e se non lo avessi fatto sarei stata giudicata, punita, emarginata, stigmatizzata e anche violentata.
Non sono d’accordo con questo, ma non negherò mai la realtà del mio corpo e ciò che essa implica nel mio gruppo, nella mia storia, nella mia vita personale e collettiva; perché sbarazzarsene significa negare una realtà e, nella mia esperienza, cercare di dimenticare se stessi è una menzogna».
Per quanto riguarda le identità imposte, bisogna riconoscere che la loro funzione coercitiva come la loro riappropriazione avvengono a volte chiaramente nel quadro di una lotta discorsiva, simbolica e materiale che si svolge ogni giorno, dappertutto. D’altro canto le “identità rivoluzionarie” nascondono anche una serie di sottigliezze che ci infastidiscono.
Affermiamo senza timore che dichiararsi “anti-sistema”, “anarchico” o con qualsivoglia etichetta similare, significa oggi entrare nella logica del potere. Questa affermazione non è una semplice provocazione: è una necessità strategica e concettuale. In poche parole, nel momento in cui alcuni individui o gruppi si definiscono “anarchici” (o qualsiasi etichetta simile, ovviamente), essi assumono volontariamente un volto riconoscibile agli occhi del potere e, di fatto, si separano dal resto della popolazione. Affermiamo che la logica della separazione è sempre la logica del potere. Questa assegnazione identitaria consente allo stesso modo di segnalare gli individui/collettivi, di attirare l’attenzione su di loro; ora, il potere sfrutta tutti coloro che indossano maschere così riconoscibili. Per il potere è quindi molto più semplice isolare, reprimere ma anche erigere un mostro agli occhi di molti per poter mantenere la separazione che quegli stessi anarchici hanno creato. I risultati prevedibili di una tale strategia sono l’isolamento, l’identificazione e la repressione. E soprattutto, in definitiva: un’incredibile impotenza.
Il potere, prima di volerci distruggere (come possiamo leggere in molti testi distribuiti negli squat dei nostri quartieri), cerca più che altro di “produrci”. Produrci come soggetti politici: come anarchici, anti-sistema, radicali, ecc. Produrci per potere, a posteriori, neutralizzare più facilmente ogni tentativo di organizzazione. È tempo di lasciarci tutto questo alle spalle. Di fronte alla separazione generata dalle “identità rivoluzionari”, noi desideriamo piuttosto dissolverle, cioè renderle indistinguibili, passare inosservati, mantenersi in certo qual modo nel radar del potere ma anche muoversi nei luoghi che abitiamo, insieme, con le persone che ci circondano, senza proclamare nient’altro che la pratica che parla da sé.
La dialettica che ne consegue è la seguente: essa parte da una data ideologia prestabilita (con l’identità ancorata che le è concomitante) e da una forma completamente isolata, a partire da questa esteriorità, questo vuoto. Essa pretende di abbassarsi alla materialità del mondo per “dirigere le masse” e ottenere così questo o quell’obiettivo. Si tratta di una politica da extraterrestri responsabile di gran parte del disastro in corso: è vitale rovesciare questa dialettica. Ci sembra più giudizioso partire da una data situazione comune, da certe necessità e camminare insieme, per gruppi di persone eterogenee senza alcun genere di “identità rivoluzionaria”; a partire da questo, dalla nostra quotidianità, dai luoghi che abitiamo e con le persone che ci circondano, costruire la pratica collettiva che ci conduca ad una strategia rivoluzionaria basata sull’ideale più libertario che vogliamo. «Una comunità non si sperimenta mai come identità, ma come pratica, una pratica comune» (Ai nostri amici)
All’interno di questo conflitto, ci sorprende che una domanda essenziale come «Cosa ci apporta esattamente il fatto di dichiararci anarchici?» non venga formulata. Siamo ancorati e impantanati in vecchie tradizioni rivoluzionarie, perdiamo la chiarezza dell’evidenza che è sotto i nostri occhi. Avanzare questo aspetto ci sembra fondamentale. Proclamarsi anarchici o con qualsivoglia identità rivoluzionaria non ci facilita assolutamente in nulla, non aumenta il nostro potenziale rivoluzionario e non ci aiuta ad organizzarci. In più ci isola e ci rende un facile bersaglio per la repressione. Le identità ideologiche sono un pilastro su cui si basa il nemico e quindi spetta a noi rinunciarvi. Foucault scriveva: «forse l’obiettivo principale oggi non è scoprire, ma piuttosto rifiutare ciò che siamo». Assumere questa premessa è soprattutto un esercizio di umiltà e di sincerità. Ciò non significa che dovremmo dimenticare noi stessi, e ancor meno i nostri morti, ma piuttosto che bisogna incominciare in un’altra maniera.
Partiamo dal seguente punto: il contenuto di una lotta risiede nelle pratiche, nei mezzi che adotta più che negli scopi che proclama. È inutile partire con una borsa stracolma di intransigenze identitarie superflue, di un purismo raffinato e di radicalità morale se ciò genera solo paralisi collettiva. Agendo a partire dai luoghi che abitiamo e sviluppando forme di vita, non emettiamo alcuna grande pretesa ideologica ma piuttosto piccole verità comuni, all’interno di un processo complesso, dinamico e in certe occasioni contraddittorio. È in questo punto che risiede la possibilità di far crescere il nostro potenziale rivoluzionario.
Infine, desideriamo segnalare il divorzio che si produce in molteplici occasioni tra il mondo militante che ci appare come un ghetto (con tutte le sue identità ideologiche) e la vita quotidiana che consideriamo centrale. In altre parole: questi spazi non affrontano aspetti di base e necessari per la vita di tutti, come ad esempio la casa, i trasporti o il lavoro. Fare conferenze, dibattiti e mobilitarsi per organizzazioni diroccate situandosi in un quadro puramente ideologico ed identitario è una parte del problema. Dobbiamo ritornare sulla Terra in fretta. È necessario demolire i muri che abbiamo costruito attorno a noi. Questa scissione tra il mondo militante/identitario e la centralità della vita quotidiana è un ostacolo da superare. Dobbiamo operare un cambiamento di coordinate basando la nostra organizzazione su ciò che è veramente politico, ovvero costruire altre forme di vita con le persone che ci circondano. Questa scissione è anche ciò che spinge molti militanti ad abbandonare la lotta alla comparsa dei primi dubbi individuali: ciò è dovuto al fatto che questa lotta non tiene conto in modo essenziale degli aspetti centrali della vita.
Solo una esteriorità nei confronti della vita rende ciò possibile. Al contrario, è impossibile ritirarsi da ciò che si vive quotidianamente. È necessario evitare ad ogni costo di separare una sfera militante o identitaria e un’altra sfera corrispondente alla “vita”; il nostro compito è quello di dissolvere le identità in modo di passare inosservati e di organizzarsi per assumere le necessità delle nostre vite e poter mettere collettivamente in pratica le nostre aspirazioni.
Noi crediamo fermamente che la lotta sia qualcosa di diverso da ciò a cui siamo abituati. Non ci sorprende che in certi spazi molte persone finiscano stremate dalla loro attività militante, sfinite, svuotate dall’impotenza a cui sono ridotte. È impossibile dissociare la lotta e la vita, allo stesso modo in cui non possiamo separarci da chi ci circonda nel nome di qualsivoglia identità ideologica. Le relazioni di vicinanza e di amicizia, semplici e immanenti, costituiscono il cemento su cui costruire un appello all’insurrezione. Questi legami sono i soli in grado di sostenere una situazione d’emergenza rivoluzionaria; incoraggiamo inoltre la proliferazione di questi legami e li privilegiamo nei nostri differenti modi di organizzarci. Il gioco delle identità ideologiche costituisce un peso su questi legami ostacolandoci nella costruzione di un’altra maniera di abitare il mondo.

Per un anarchismo senza dipendenze

Calimero, il piccolo sindacalista libertario, è in perenne crisi di identità. Gli altri abitanti della corte non lo riconoscono, lo snobbano, lo mortificano. Lui piagnucola, strilla, pesta i piedi, ma poi alla fine fa fagotto e zampetta via. Che rabbia, che impotenza! Vorrebbe diventare grande, metter su famiglia, essere rispettato, farsi un nome e un posto nella società, invece… resta piccolo, solo, spesso deriso. È un’ingiustizia però. E la colpa, sapete di chi è? Di quel colore nero appiccicato alla sua figura. Nero, capite? Come le tenebre, come il crimine, come il Male. Fa scappare la gggente! Dopo anni di esperienza, Calimero se ne è reso conto e vuole porvi rimedio. In suo soccorso è giunta la Tiqqunina con la sua lavaidee.
Pur facendo il sindacalista nei quartieri poveri, Calimero pensa e si esprime come un broker dei quartieri ricchi. Per lui se si spende militanza è per fare un investimento di movimento. Ne vale la pena solo se poi c’è un guadagno almeno in potenza. Il suo cruccio è questo, formulato magistralmente fin dall’inizio: «È interessante o strategicamente raccomandabile mostrare le bandiere identitarie nel mercato dei processi rivoluzionari?». Naaaa, non lo è. Tutto quel nero sulle bancarelle del mercato va rimosso, non promette candore e letizia, fa sudiciume. Laddove c’è il nero, i clienti si spaventano e non si avvicinano. Dove c’è il nero, arriva la polizia a fare controlli. Un’evidenza sotto gli occhi di tutti.
Calimero ha pure le sue ragioni. Solo che non tiene conto di un particolare. Per lui, nero è il colore di una merce in vendita che ha una scadenza e che prima o poi andrà fuori moda. Per lui, nero è il colore di un’uniforme che prima o poi si farà lisa. Per lui, nero è il colore di una identità ideologica che non funziona più. Una sorta di fuliggine che va lavata via. Ma chi non fa il sindacalista broker, e tanto meno è animato da spirito politico, sa bene che «ogni vera libertà è nera».
Contrariamente a quanto si affannano a ripetere i suoi numerosi detrattori, l’anarchismo non è un complesso di dati caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione, ovvero una identità. È un insieme di idee e pratiche portate avanti da chi pensa che la libertà sia incompatibile col potere, e si batte per affermare la prima contro il secondo. Essere contro l’anarchismo, quindi, significa essere in qualche modo a favore dell’autorità, pensare che essa — in una delle sue molteplici forme — possa permettere, proteggere, favorire la libertà.
È evidente che non è un obbligo essere anarchici. Non è comodo, non è popolare, non è conveniente, può essere periglioso. E infatti la stragrande maggioranza dell’umanità, che neanche sa cosa sia l’anarchismo, non lo è di certo. Però, quei pochi che lo sono, quelli che pensano che l’odiata autorità sia nemica mortale dell’amata libertà e viceversa, perché mai dovrebbero vergognarsene? Perché dovrebbero nasconderlo? Perché dovrebbero negare la realtà delle proprie idee? Forse perché queste non «funzionano»? Sarebbe una considerazione sbalorditiva nella sua duplice stupidità. Sia perché l’anarchismo ha più a che fare con l’etica che con la politica (ciò che è giusto è più importante di ciò che funziona, alla faccia dei calcoli strategici), sia perché non ci sembra proprio che una qualsivoglia configurazione del potere abbia mai «funzionato» nel dare felicità agli esseri umani e bellezza alla vita.
Calimero si definisce libertario, le sue idee lo spingerebbero verso l’anarchismo. Ma è anche un sindacalista-broker e i suoi affari politici lo spingono ben lontano dall’anarchismo. Questa contraddizione — vecchia di oltre un secolo — lo manda in corto-circuito, come si percepisce dalle sue parole. Prima opera una distinzione fra identità imposte dal «biopotere» e identità autoimposte dagli individui, poi si sbarazza di questa distinzione e le mescola allegramente. Con sprezzo del ridicolo ci comunica candidamente «che dichiararsi “anti-sistema”, “anarchico” o con qualsivoglia etichetta similare, significa oggi entrare nella logica del potere» perché, così facendo, ci si separa dal resto della popolazione e si facilita la repressione. Più che un concetto strategico, un ragionamento bislacco. Già non si capisce quale sia il vero nodo del problema, se l’anarchismo in sé o la sua pubblica affermazione. Se l’isolamento dalla popolazione o la repressione che esso facilita. Anche qui, in piena confusione, Calimero mischia le carte. Vuol dire che gli anarchici dovrebbero smettere di essere anarchici oppure che dovrebbero far finta di non esserlo per meglio mescolarsi tra la folla? Eppure, lui che vuole «ritornare in fretta sulla Terra» dovrebbe essersi ben accorto che esistono un sacco di anarchici dichiarati che non finiscono affatto nel mirino della repressione (la quale non è così sciocca da dare la caccia a tutti coloro che di tanto in tanto sventolano una bandiera nera). Di fatto ci sono un sacco di persone dabbene fra gli anarchici dichiarati, alcuni dei quali godono pure di pubblica stima: professori universitari, avvocati, artisti, operai in fabbriche d’armi, assistenti sociali nelle carceri… (fra i comunisti, poi, si annoverano perfino sbirri e magistrati). Inoltre, se dichiarandosi nemici del potere si entra nella sua logica, allora per uscirne cosa bisognerebbe fare? Dichiararsi suoi amici? Stare zitti e lasciare parlare gli altri, gli zeloti del pensiero unico democratico? Ma, dato che il linguaggio crea mondi, in tal modo non si farebbe altro che rassegnarsi al mondo del potere o addirittura confermarlo.
Febbricitante, Calimero complica ulteriormente il suo ragionamento sostenendo che «Il potere, prima di volerci distruggere… cerca più che altro di “produrci”. Produrci come soggetti politici: come anarchici, anti-sistema, radicali, ecc». Quindi i sedicenti anarchici non solo fanno il gioco del potere, ne sono un prodotto! Fanno il suo gioco perché sono sue creature! Ebbene sì, lo ammettiamo: che il potere produca soggetti politici non solo fra i difensori dell’ordine, ma anche fra i sovversivi, è innegabile. Basti pensare nel passato a ministri come Juan Garcia Oliver e Federica Montseny, oppure nel presente a consiglieri comunali come Benjamin Rosoux e Manon Glibert. Soggetti politici prodotti dal potere sono infatti tutti coloro che vogliono conquistarlo, amministrarlo, consigliarlo, correggerlo, sostituirlo. Ciò detto, bisogna proprio essere dei babbei per credere che il potere produce chi vuole distruggerlo (se lo fa, avviene involontariamente, così come il nazismo produceva partigiani; ma a nessuno verrebbe in mente di sostenere che i partigiani erano «identità ideologiche» che si separavano dal resto della popolazione). Di fatto il potere produce solo autoritari, ma talvolta riesce a «corrompere» alcuni anarchici affascinandoli con le sue sirene.
Nel suo fervore anti-anarchico Calimero giunge ad un’altra affermazione bizzarra. A suo dire «responsabile di gran parte del disastro in corso» non è lo Stato, il capitalismo e quant’altro; la causa dell’alienazione di massa oggi imperante non ha nulla a che fare con la propaganda e con la tecnologia — no, è tutto demerito della «politica da extraterrestri» messa in atto dalle «identità rivoluzionarie». Insomma, se il potere domina incontrastato sulla Terra è grazie ai pochi isolati sedicenti rivoluzionari che dalla Luna incitano ad abbatterlo, mica ai molti influenti sedicenti non-rivoluzionari che sulla Terra lo sostengono, lo giustificano, lo consolidano, lo consigliano. Misteri della dialettica.
Ad un certo punto il broker che è in Calimero sbotta, sbalordito che nessuno si sia posto la domanda-chiave di ogni buon investimento: «cosa ci apporta esattamente il fatto di dichiararci anarchici?». Non essendo interessato ad esprimere le proprie idee per iniziare a sfidare l’ideologia dominante e creare il proprio mondo, Calimero chiede soltanto dove sia il vantaggio, il profitto, l’utile. Da nessuna parte, ovvio! La polizia ci sorveglia ed i clienti fanno acquisti sulle altre bancarelle del mercato della politica. Ispirato dalla Tiqqunina, per farci capire quale conclusione trarre Calimero si serve di Foucault: «forse l’obiettivo principale oggi non è scoprire, ma piuttosto rifiutare ciò che siamo». Rifiutare ciò che siamo agli occhi dello Stato, ovvero suoi cittadini, è il minimo che si possa fare. Ma rifiutare ciò che siamo agli occhi di noi stessi… e non per codardia o ipocrisia, ma per «un esercizio di umiltà e di sincerità»?
Imbarazzante, davvero. Sembra già di sentirla, la Tiqqunina, con la sua voce da stronza: siamo alle solite, Calimero! Tu non sei nero, sei solo sporco!Un’immersione entusiasta in una situazione, una vigorosa strigliata di lavaidee, e oplà! Dopo un istante ecco Calimero riemergere in una pioggia di applausi nelle nuove vesti di cittadinista sorridente e candido come la neve, pronto a pigolare lodi ai miracolosi effetti sbiancanti della politica. Si capisce fin troppo bene perché la Tiqqunina autoritaria francese abbia accarezzato il Calimero libertario spagnolo che su un settimanale anarchico ha invitato gli anarchici a rifiutare ciò che sono, a ripulirsi del proprio anarchismo.
Quanta amicizia politica nella loro reciproca ricerca di consenso popolare! Quanta comunanza d’intenti nella loro smania di organizzare un piccolo pezzo di società! Quanta condivisione di interessi nel far sì che la gggente rimanga tale! Ci ha commosso vedere questa sintonia nello snobbare le iniziative volte a diffondere le idee (come le conferenze o i dibattiti) e salutare quelle dirette a soddisfare bisogni (come l’alloggio o il lavoro). Perché riempire lo stomaco altrui procura riconoscimento, manovalanza, reputazione, come ben sanno sia i preti (dediti all’assistenzialismo caritatevole nelle parrocchie) che i bottegai militanti (impegnati nel lavoro politico sul territorio). La consapevolezza invece a cosa serve? Non si controlla, non si organizza, è pure pericolosa perché potrebbe rivelarsi un giorno controproducente. A furia di riflettere, infatti, qualcuno potrebbe giungere a conclusioni scomode. Ad esempio, che non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Che è ridicolo partire con una borsa stracolma di desideri insurrezionali, di aspirazioni sovversive e di radicalità retorica se ciò genera scranni comunali e interviste ai media (ma non bisognava passare inosservati? ma non era impossibile dissociare la lotta e la vita?). Che è ipocrita evocare quanto è «complesso, dinamico e in certe occasioni contraddittorio» il processo rivoluzionario al fine di nascondere l’opportunismo dei suoi scaltri strateghi che dividono i mezzi di una lotta dai suoi obiettivi (ma la separazione non era la logica del potere?).
Scaraventati in una realtà esterna aberrante e paurosa, gli anarchici sono segnati dal marchio della diversità. Hanno un corpo sgraziato, una grossa testa sempre tra le nuvole, un linguaggio barbaro, a ricordar loro di non appartenere di diritto alla compiaciuta comunità di Papà Popolo e Mamma Politica. In un mondo totalmente plasmato dall’autorità e dalla merce, sono dei perdenti nati. Sofferenze e frustrazioni segnano il percorso del Brutto Anatroccolo anarchico, il quale è consapevole delle difficoltà, della fatica, e anche delle scarse probabilità di riuscire un giorno a diventare cigno. Ma non ha alternative, non può e non intende rimuovere e rinnegare ciò che è. Rifiuta l’illusione di un mondo bonificato da un cambio di colore e un po’ di politica, di una libertà dove non ci sia consapevolezza. Disprezza l’aberrazione di una esistenza umana misurata dalle strategie di mercato.
La facile affermazione di una forma di vita più beota che gioiosa è un ben miserabile affare, soprattutto considerato che il prezzo da pagare è la perdita di ogni individualità ed autonomia, unita all’impossibilità di progredire in una conoscenza volta alla comprensione di sé e di quanto ci circonda.
A noi non interessa «un’altra maniera di abitare il mondo». Noi sogniamo, noi desideriamo, noi vogliamo realizzare un mondo che sia tutt’altro, dove la vita sia tutt’altra, dove i rapporti siano ben altri. «Rara avis in terris nigroque simillima cycno» è la frase del poeta latino Giovenale da cui è tratta la locuzione che nelle discussioni filosofiche del XVI secolo veniva utilizzata per indicare un fatto ritenuto impossibile o perlomeno improbabile: il cigno nero.
L’incontro tra anarchismo e insurrezione, l’unica possibilità di spazzare via ogni autorità pur minuscola dalla faccia della terra.

Litanie della donna onesta

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( Dal Web )

Anne Archet

Non mi vergogno di dire che ho un vibratore e che so usarlo. Amo il mio vibratore. Il mio vibratore è il mio migliore amico. Non darei il mio vibratore a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio vibratore. Ho sempre il mio vibratore vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio vibratore. Grazie al mio vibratore, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio vibratore è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio vibratore se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio vibratore è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio vibratore fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un vibratore per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho una rivoltella e che so usarla. Amo la mia rivoltella. La mia rivoltella è la mia migliore amica. Non darei la mia rivoltella a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare la mia rivoltella. Ho sempre la mia rivoltella vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie alla mia rivoltella. Grazie alla mia rivoltella, non ho mai paura di rimanere sola. La mia rivoltella è sempre pulita e ben oliata — devo prendermi cura della mia rivoltella se voglio che lei si prenda cura di me. La mia rivoltella è grossa quanto basta per poterla maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo la mia rivoltella fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di una rivoltella per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un marito e che so usarlo. Amo mio marito. Mio marito è il mio migliore amico. Non darei mio marito a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare mio marito. Ho sempre mio marito vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie a mio marito. Grazie a mio marito, non ho mai paura di rimanere sola. Mio marito è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura di mio marito se voglio che lui si prenda cura di me. Mio marito è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo mio marito fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un marito per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un Signore Gesù Cristo e che so usarlo. Amo il mio Signore Gesù Cristo. Il mio Signore Gesù Cristo è il mio migliore amico. Non darei il mio Signore Gesù Cristo a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio Signore Gesù Cristo. Ho sempre il mio Signore Gesù Cristo vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio Signore Gesù Cristo. Grazie al mio Signore Gesù Cristo, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio Signore Gesù Cristo è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio Signore Gesù Cristo se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio Signore Gesù Cristo è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio Signore Gesù Cristo fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un Signore Gesù Cristo per assicurarsi una tranquillità di spirito.

Ricominciare

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( Dal Web )

Ricominciare, sempre. È il destino, che può apparire alquanto tragico, di tutti coloro che sono in guerra contro questo mondo di infiniti orrori. Lungo la via alcuni cadono sotto i colpi, altri non resistono alle sirene che invitano a rassegnarsi e a rientrare nei ranghi, cioè a cambiare bandiera una volta per tutte. Gli altri, quelle e quelli che insistono a battersi fra alti e bassi, devono ogni volta ritrovare forza e determinazione per ricominciare. Eppure, a ben pensarci, la tragedia non è quella di ricominciare, di ripartire da zero, ma di abbandonare e di tradire se stessi. La coscienza, sempre individuale, può essere un fardello pesante da portare, e diventa crudele quando la si tradisce senza disporre di sufficienti anestetici. Perché questo mondo non ne è privo, e li distilla pure a volontà. Una piccola carriera alternativa in proprio, qualche domenica alla scoperta di un parco naturale, un progetto umanitario o culturale, o magari droghe decisamente più pesanti: schermi di ogni tipo, realtà e socialità virtuali, abbrutimento totale. No, un simile destino ci spaventa assai più di qualsiasi sofferenza, di qualsiasi difficoltà legata all’impossibilità di distruggere l’autorità.
Allora, ricominciare. Per affilare le coscienze in un mondo che le prende di mira lanciando contro di esse i suoi letali veleni. Perché cosa sono l’accettazione, la rassegnazione e la sottomissione, se non il soffocamento della propria coscienza, giustificato — o meno — dalle condizioni in cui siamo tutti impantanati? «Sono troppo forti», «le persone sono troppo stupide», «la mia sopravvivenza è già troppo difficile», «è troppo fuori dalla mia portata» sono le frasi classiche. Allora, affilare le coscienze significa anche riprendere gusto per le idee che permettono di vedere, di distinguere più chiaramente i contorni di coloro che gettano cemento sulla libertà, e nello stesso tempo aprire orizzonti al fine di poter guardare, anche solo furtivamente, al di là dei muri e delle antenne, al di là delle prigioni e dei laboratori, al di là dei massacri e dei soldati. Le idee non si comprano al supermercato e non si approfondiscono su internet. È ogni individuo che le fa proprie passo dopo passo fino ad amarle, e le difende superando ogni ostacolo, soprattutto in tempi come i nostri in cui il totalitarismo democratico, mercantile e tecnologico pretende di sopprimere ogni slancio, di insediare schiavitù e dipendenze ancora più perfide. Da qualche parte si trova il tesoro più prezioso dell’anarchico: la sua convinzione che non vi è adeguamento possibile tra libertà ed autorità, che si escludono reciprocamente, dovunque e sempre. Mille istituzioni, organizzazioni, ideologie cercano di distruggere quel tesoro. Si tratti di uno Stato che affoga nel sangue le grida finalmente risvegliate degli oppressi di ieri o del tecnocrate che parla di libertà per indicare un sistema tecnologico che estende ogni giorno di più la sua influenza in tutto il pianeta. Si tratti di futuri capi che cercano di guidare un movimento di rabbia o dell’abile acrobata della retorica che si sforza di sottrarre significato agli attacchi sferrati contro questo mondo.
Se parliamo di ricominciare, è per esprimere la nostra volontà di riprendere, ancora una volta, l’approfondimento delle nostre idee, per renderle tossiche a tutti gli autoritari che le avvicinano, e rivitalizzanti per tutti gli amanti della libertà che le abbracciano. È per ricominciare ancora una volta, nei contesti che ci sono dati e che sono parecchio cambiati in pochi anni, ad elaborare il nostro progetto anarchico di sempre: distruggere l’oppressione e lo sfruttamento. Nel tempo, se ci applichiamo, sorgeranno altre esperienze, altri tentativi, altri fallimenti: tutto ciò fa parte del nostro arsenale, del nostro patrimonio se vogliamo, che invece di farci cadere in una plumbea malinconia può armarci per ricostruire un progetto di liberazione individuale e collettiva, una prospettiva rivoluzionaria. Certo, è impossibile evitare errori, non ritrovarsi in certi momenti in un vicolo cieco, non naufragare in acque tempestose, ma quei fallimenti fanno parte a pieno titolo del nostro percorso. Come diceva quell’anarchico all’inizio del XX secolo: «Ci muoviamo con ardore, con forza, con piacere in un determinato senso in quanto abbiamo la consapevolezza di aver fatto e di essere pronti a tutto perché questa sia la direzione giusta. Dedichiamo allo studio la più grande cura, la più grande attenzione e impiegheremo nell’azione la massima energia. (…) Per affrettare il nostro cammino, non abbiamo bisogno di miraggi che ci mostrino la meta vicina, a portata di mano. Ci basta sapere che andiamo… e che, se a volte segniamo il passo, non ci smarriamo».
Ma le idee da sole non ci bastano. Sapere che l’autorità è nostra nemica, e che tutto ciò che l’incarna è quindi un bersaglio, dai politicanti agli sbirri, dai tecnocrati agli ufficiali, dai capitalisti ai capireparto, dai preti ai delatori, è una cosa; progettare la distruzione necessaria dei rapporti sociali, delle strutture e delle reti che permettono loro di esistere è un’altra. I vasi comunicanti fra idea e azione sono il cuore dell’anarchismo. Affinché l’idea non appassisca, occorre che l’azione la rinvigorisca. Affinché l’azione non giri a vuoto, occorre che l’idea la incanti. Le idee per corrodere la mentalità di obbedienza, le ideologie e le sottomissioni; l’azione per distruggere le strutture e gli uomini del dominio. E se è sempre ora di agire, se è sempre tempo di colpire ciò che sfrutta ed  opprime, l’agire non può essere tuttavia un semplice riflesso condizionato, non può accontentarsi di rispondere (re-agire) al solo caso per caso con rabbia e fragore. Affinché l’agire divenga veramente tale, in una prospettiva anarchica e rivoluzionaria, l’iniziativa deve venire da noi, in una offensiva che parta dalla nostra individualità, dalla nostra immaginazione, dalle nostre analisi e dalla nostra determinazione. Siccome l’agire non ci è concesso e non cade dal cielo, è indispensabile riflettere sul suo come. Ecco perché non possiamo che rimettere sul tavolo ancora una volta la questione della progettualità, la nostra capacità autonoma di proiettare idee ed azioni direttamente nel campo del nemico. Attendere che «la gente» — quella vuota astrazione che ha sostituito il defunto proletariato — prenda coscienza e desideri la libertà, sforzarsi di «educarla», non fa per noi. Non solo perché non funzionerebbe, ma anche perché una simile prospettiva è ormai del tutto obsoleta (sempre che non lo sia sempre stata) di fronte al continuo bombardamento delle menti e delle sensibilità da parte del dominio. Avanzare a poco a poco, lotta dopo lotta, movimento sociale dopo movimento sociale, verso il grande momento in cui tutto convergerà infine per annunciare lo sconvolgimento totale, non ci convince nemmeno: se in ogni rivolta contro ciò che ci viene imposto sonnecchia sempre il potenziale della messa in discussione di tutto al di là del suo punto di partenza iniziale, troppi freni, troppe ripetizioni e canalizzazioni sono all’opera in questo genere di movimenti sociali perché saltino le dighe e si apra l’ignoto della sovversione.
Rimane allora, perdonateci se andiamo un po’ alla svelta, la possibilità di agire da anarchici, per conto nostro — ma al fine di andare ben oltre noi stessi. Restituire i colpi è una base, elaborare una progettualità per non limitarci a colpire, ma anche a distruggere le dighe del dominio, ne è un prolungamento più che desiderabile. È qui che rientriamo nell’ambito dell’insurrezione: la prospettiva di far saltare le dighe, di scatenare le cattive passioni come diceva qualcuno, di aprire un arco temporale per poter dare colpi altrimenti più sferzanti allo Stato e al Capitale. Ovviamente non esistono ricette di insurrezione, malgrado gli appelli da parte dei leninisti moderni che riciclano sotto abiti un po’ meno rattoppati la vecchia ricetta della presa del potere (questa volta dal basso). Ma senza ricette, ciò non impedisce che delle ipotesi anti-autoritarie possano comunque essere ponderate, messe alla prova ed esplorate: da una lotta contro una realizzazione specifica del potere all’intervento autonomo in un accesso di febbre, dalla paralisi di infrastrutture che permettono la riproduzione quotidiana della schiavitù salariale allo sconvolgimento impetuoso ed improvviso dei piani di un nemico in fase di ristrutturazione dall’esito ancora incerto. Sperimentare nella propria stessa vita simili ipotesi insurrezionali su basi anarchiche, anche in piccola scala (la nostra), ci conduce in ogni caso ben oltre i noiosi dormitori del militantismo, oltre i ritornelli speculativi su ciò che pensa o meno «la gente», su ciò che «il movimento» fa o non fa, oltre l’attesa del prossimo movimento sociale, e così di seguito. Significa prendere da sé l’iniziativa di attaccare secondo i propri modi e tempi.
Pensare una prospettiva insurrezionale ed anarchica ci porta infine per forza di cose alla questione di come organizzarci per avanzare in tal senso. Che i sindacati, compresi quelli più o meno libertari, non siano gli strumenti adatti è abbastanza evidente, soprattutto coi tempi che corrono in cui le antiche «comunità» basate sul lavoro sono state accuratamente sezionate e dissolte dai progressi del capitale. Lo stesso dicasi per le grandi organizzazioni anarchiche, con le loro sezioni, i congressi, le risoluzioni e le sigle. Meno evidente è forse il fatto che nemmeno le grandi assemblee (che si amano agghindare con l’aggettivo «orizzontali») hanno senso. Che, pur non negando l’importanza che la discussione aperta e contraddittoria può avere all’interno delle lotte e delle rivolte, e quindi l’eventuale interesse di prendervi parte, gli anarchici non dovrebbero comunque limitarsi a partecipare a questi momenti di scambio, ma anche organizzarsi al di fuori di essi. Che il miglior elemento per garantire i vasi comunicanti tra idea e azione, per avere una reale autonomia di azione, è l’affinità fra individui: la conoscenza reciproca, delle prospettive condivise, una disponibilità all’azione. E che poi, per dare maggiore incisività, aumentare le possibilità, elaborare una progettualità più vasta, coordinare gli sforzi, apportare il proprio aiuto a momenti potenzialmente cruciali, può anche nascere fra tutte queste costellazioni affini — sempre secondo le necessità di un progetto — una organizzazione informale, ovvero una auto-organizzazione senza nome, senza delega, senza rappresentazione… E per essere chiari: le organizzazioni informali sono anch’esse molteplici, in funzione degli obiettivi. Il metodo informale non aspira a radunare tutti gli anarchici in una medesima costellazione, ma consente di moltiplicare i coordinamenti, le organizzazioni informali, i gruppi d’affinità. Il loro incontro può avvenire sul terreno di una proposta concreta, di una ipotesi o di una progettualità precisa. È questa la differenza tra una organizzazione informale, dai contorni per forza di cose «vaghi e sotterranei» (senza cercare riflettori nei confronti di nessuno), ed altri tipi di organizzazioni di lotta, per le quali l’importante è quasi sempre affermare la propria esistenza nella speranza di pesare sugli avvenimenti, dare indicazioni riguardo i percorsi da seguire, essere una forza che rientra nella bilancia degli equilibri del potere. L’organizzazione informale si proietta altrove: sottraendosi alle attenzioni dei cani del dominio, esiste solo nei fatti che favorisce. In breve, non ha un nome da difendere o da affermare, ha solo un progetto da realizzare. Un progetto insurrezionale.
Ecco allora da dove ricominciamo: coi tempi che corrono, in cui le rivolte stentano ad esplodere, e sono più sulla difensiva che offensive, in cui la guerra avanza parallelamente all’ingabbiamento tecnologico del mondo, in cui la rete del controllo si restringe su tutti, quindi anche sugli anarchici, in cui l’adesione di numerosi oppressi al sistema che li abbrutisce costituisce come sempre la miglior difesa di cui il dominio possa servirsi, noi ci ostiniamo a voler propagare le nostre idee di libertà attraverso una lotta senza compromessi con l’autorità. Al di fuori dei cammini battuti, con l’affinità e l’organizzazione informale, coscienti della necessità della rivoluzione sociale, indipendentemente dal fatto che essa possa apparire vicina o più lontana, per trasformare da cima a fondo i rapporti sociali su cui si fonda ogni società autoritaria. Diffondendo così idee ed echi di attacchi distruttivi contro le strutture e gli uomini che incarnano l’oppressione e lo sfruttamento, per aprire orizzonti insurrezionali.

Archi e trivelle

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( Dal Web )

La foresta di Sherwood, o per meglio dire ciò che ne rimane, sta per essere definitivamente devastata. Sotto i suoi alberi malati ci potrebbe essere infatti un giacimento di gas ed una multinazionale petrolchimica intende scoprirlo attraverso la fratturazione idraulica (quel fracking ritenuto responsabile dell’aumento esponenziale dei terremoti). Le trivellazioni pare arriveranno a poche centinaia di metri dalla Quercia Maggiore, il maestoso albero che fungeva da casa per i fuorilegge più amati, se non della storia, di sicuro della fantasia.
Di tutti i disastri di cui veniamo informati ogni giorno, questo rischia di assumere un contorno particolarmente lugubre. Non che abbiamo mai creduto di dover associare ad un luogo fisico, foss’anche leggendario, ciò che scaturisce dal nulla creatore, ciò che dipende soltanto dalla travolgente forza della nostra immaginazione. Ma l’esistenza stessa della foresta di Sherwood ogni primavera ridava alle idee di libertà e rivolta la sua fresca fronda, l’ombra nera dove nascondersi, giocare, amare e cospirare. Chi, fra tutti noi, non si è mai avventurato in cuor suo tra gli alberi di quella foresta? Chi non ha mai desiderato unirsi alla banda di Robin Hood, imparando così bellezza e significato di rubare ai ricchi per dare ai poveri? Chi non ha iniziato assieme a loro — e grazie a loro — ad odiare lo sceriffo ed i suoi sgherri, a combattere il re cattivo (perché il solo re buono è il re sempre assente) ed i suoi cortigiani?
Quella foresta, già invasa nel corso degli ultimi decenni dai turisti, verrà ora massacrata da ruspe e camion. Se le guardie di Nottingham non sono mai riuscite ad espugnare il nascondiglio di Robin Hood, Little John e Fra Tuck, gli ingegneri e le maestranze della Ineos lo spazzeranno via dalla faccia della terra. Sarà l’ennesima testimonianza della disperata inattualità delle immense lotte del sogno per incarnarsi. Come può un arco fermare una trivella?

Benemerita solidarietà

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( Dal Web )

Ormai non passa mese senza che fiocchino gli attestati di solidarietà ai Carabinieri. Politici, sindacalisti, giornalisti, burattini del mondo dello spettacolo, ma anche comuni cittadini, non mancano di esprimere vicinanza e solidarietà, solidarietà e vicinanza all’Arma ogni qualvolta finisce al centro dell’attenzione. Va subito detto che tutta questa solidarietà è più che comprensibile. Senza questi militi fedeli nei secoli, usi ad obbedir tacendo, effettivamente chi sta in alto come potrebbe godere dei propri privilegi? E chi sta in basso, come potrebbe adagiarsi nella sicurezza di poter sopravvivere e crepare in santa pace (lasciando che ogni spiffero di avventurosa libertà venga rappresentato sugli schermi)? Non sarebbe possibile. Per cui, diciamolo senza mezzi termini, per tutti i potenti e per tutti i loro servi i carabinieri sono davvero indispensabili.
Il punto è che non tutti sono potenti o servi. E chi ha cuore, intelligenza, dignità, non può che provare disprezzo ed ostilità verso coloro che non sono solo militari, sono pure sbirri; che non sono solo sbirri, sono pure militari — incarnando quindi al tempo stesso due tare (guerra e quotidiana repressione) in una. Ecco perché noi non ci stupiamo se qualcuno lascia una testa di maiale, due cartucce e un pezzo di corda accanto ad una caserma dei carabinieri, come avvenuto a Sala Consilina lo scorso luglio. Viceversa ci meravigliamo che si arrivi a domandarsi quale sia stato il motivo che abbia potuto spingere a compiere tale gesto, definito come da copione un «atto vile».
L’amore della gente dabbene per i carabinieri è tale che quando ai primi di settembre il capopattuglia Marco Camuffo e il carabiniere scelto Pietro Costa hanno compiuto un atto coraggioso, stuprando due giovani turiste americane a Firenze, c’è perfino qualche cuor di leone che ci ha tenuto ad esprimere solidarietà… a tutti i carabinieri! Come se fossero loro ad aver subito violenza! Come se per chi indossa un’uniforme e sa di godere dell’impunità dello Stato, soprusi ed arroganza non fossero ovvie conseguenze all’ordine del giorno. Vien quasi da ridere al pensiero che una ventina di giorni dopo lo stupro di Firenze, il 29 settembre, alla benemerita Arma sia stato conferito il XII premio della Solidarietà, istituito dalla Croce Rossa e ispirato al principio dell’umanità. Sapete come si chiama il premio? «Darsi una mano non è dare una mano». Non sembra una battuta?
Chi non l’avesse capita può farselo spiegare dai fatti di cronaca dei primi di ottobre. In due comuni della Lunigiana, Aulla e Licciana Nardi, ben 37 carabinieri sono stati indagati per abusi ai danni di immigrati. Le solite poche mele marce? Macché! Brigadieri, marescialli, appuntati, un tenente colonnello e un comandante di compagnia (qualche esempio: Andrea Tellini, Luca Granata, Marco Manetta, Francesco Rossignoli, Iain Charles Edward Nobile, Amos Benedetti, Alessandro Fiorentino, Luigi Stasio, Emiliano Crielesi, Giovanni Farina, Flavio Tursi, Mario Mascia, Omar Lomonaco, Gianluca Varone, Daniele Bacchieri, Simone Del Polito, Salvatore Leoni, Massimiliano Dadà, Giovanni Maria Cocco, Giuseppe Ernesto, Mauro De Pastena, Massimiliano Caporale, Massimo Del Vecchio, Diego Gradellini, Paolo Bucci, Francesco D’Amato, Domenico Di Fazio, Valerio Liberatori, Saverio Cappelluti, …). Chi dedito ai pestaggi, alle minacce, ai ricatti, agli stupri, e chi a coprire gli atti coraggiosi dei suoi colleghi o sottoposti. L’inchiesta va avanti da mesi ed erano già scattati alcuni arresti che hanno provocato la «solidarietà» di una piazza istruita dal solito PD, partito a cui appartiene il sindaco di Aulla (nonché avvocato difensore dei carabinieri indagati).
E davvero ci si stupisce se qui e là avvengono altri… com’è che vengono chiamati, ah già… «atti vili»? Il 22 ottobre, a Calolziocorte, è stato sfregiato il monumento ai carabinieri. Qualcuno vi ha tracciato sopra l’acronimo ACAB. Passano poche settimane, ed ecco che nella notte tra il 7 e l’8 novembre viene incendiato l’ingresso del garage della caserma di Palagianello, a Taranto. Ancora sdegno, ancora indignazione, ancora condanna. I benemeriti possono molestare, minacciare, picchiare, bastonare, torturare, stuprare ed ammazzare, ma giammai bisogna mancare di rispetto nei loro confronti! Come non bastasse, il processo iniziato il 16 novembre contro i carabinieri (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, Roberto Mandolini, Vincenzo Nicolardi) accusati della morte di Stefano Cucchi o dei vari successivi «depistaggi».
Ai primi di dicembre, nella solita Firenze, scoppia lo scandalo della bandiera nazistoide fotografata all’interno della caserma sul Lungarno (che sorge nella piazza dove nell’antichità venivano eseguite le condanne a morte). Ne nasce uno spassoso battibecco fra imbecilli di destra che precisano che quella è solo una bandiera del Secondo Reich, e idioti di sinistra che ricordano come l’antifascismo faccia parte della storia dei carabinieri. Ma davvero dopo l’omicidio Magherini (punito, sia chiaro, che una condanna a 7/8 mesi se la sono beccata tutta Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, sentenza confermata dalla Cassazione lo scorso ottobre) e lo stupro delle due turiste avvenuto in quella città, ci si indigna per un pezzo di stoffa appeso su un muro?
Solo pochi giorni dopo un ordigno rudimentale — rivendicato da alcuni anarchici aderenti alla FAI — scoppia davanti alla stazione dei carabinieri San Giovanni, a Roma, con l’intento di portare la guerra in casa del ministro Minniti. È l’ennesimo «atto vile» che scatena la trasversale solidarietà dei politici verso le loro guardie del corpo; dal piddino presidente della regione Lazio che esprime «solidarietà e vicinanza all’Arma dei Carabinieri» vittima di un «gravissimo atto intimidatorio», alla sorella d’Italia secondo cui «gli uomini e le donne in divisa sono dei patrioti da difendere e sostenere: saremo sempre al loro fianco», passando per una deputata pentastellata che condanna «questo gesto vigliacco».
Ma sì, ma sì, bisogna pur ammetterlo: prendersela con i poveri carabinieri è un «atto vile», come quello di ridicolizzarli attraverso una delle tante barzellette che circolano su di loro. Chi ha coraggio e sprezzo del pericolo, invece, li applaude, li loda e li imbroda. Chiaro, no?