Coppie sterili

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( Dal Web )

In attesa nell’anticamera di uno studio medico, per passare il tempo mi ritrovai a sfogliare le pubblicazioni del settore ammucchiate sul tavolino. In una di esse compariva l’accorata lettera di una coppia che, nonostante ripetuti tentativi, non era ancora riuscita ad avere figli e domandava suggerimenti: cosa dovevano fare? In cosa sbagliavano? Dovevano sottoporsi ad esami medici specifici? La risposta del medico era piena di ironia e saggezza. Sì, certo, avrebbero potuto effettuare dei test di fertilità, ma lui li sconsigliava. Non li avrebbero aiutati a mettere al mondo dei figli ed il solo risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato quello di rovinare il loro rapporto, facendolo precipitare dall’amore al rancore («è tutta colpa tua!»). Per il resto, proseguiva il medico, la procreazione non è una scienza esatta. Non è il risultato di una giusta posizione, effettuata nel momento giusto e nel luogo giusto. Non ci sono prescrizioni da seguire. Ciò che si conosce è solo il modo attraverso cui avviene. Quindi il consiglio del medico era quello di mettere in pratica quel modo, di provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza porsi troppi problemi. Anche perché i «tentativi» erano quanto di più piacevole esista. Se nel loro caso la procreazione era possibile, i figli prima o poi sarebbero venuti. Se invece non era possibile, pazienza. In fondo l’amore, per vivere e durare, non ha bisogno di figli e loro almeno si sarebbero divertiti follemente.
Ecco, a me viene sempre in mente quella risposta quando sento le lamentele sulla difficoltà o impossibilità di un cambiamento sociale, di un’insurrezione, di una rivoluzione che porti il segno del nostro amore. Anarchismo e insurrezione sono una coppia sterile? Abbandoniamo l’anarchismo, dicono gli uni, basta con idee poco pratiche! Abbandoniamo l’insurrezione, dicono gli altri, basta con le lotte sociali! Fate, fate pure. Ma per quanto mi riguarda senza quell’amore io non so e non voglio stare: lo squallore dei postriboli mi disgusta, la mestizia dell’eremo mi annoia. Sia chiaro che non li confondo, a mio avviso la solitudine ha una dignità perduta per sempre da chi si offre a destra e manca. Ma anziché fare i conti con il realismo e pretendere un risultato ai miei sforzi, preferisco provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza pormi troppi problemi (preferendo le vie potenzialmente feconde a quelle per forza di cose sterili, ma senza per questo precludermi nulla).
Anche perché i tentativi sono quanto di più piacevole esista.

In tempo di elezioni…

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( Dal Web )

Octave Mirbeau
Una domenica mattina mi recai con un amico a Norfleur, una cittadina normanna molto pittoresca e che ha conservata, quasi intatta, la sua fisionomia medioevale.
Norfleur non ha nulla sacrificato al progresso che, a poco a poco, trasforma tutto attorno i borghi e le città. Ad eccezione di una povera segheria meccanica che, del resto, riposa per una buona metà dell’anno, nessuna industria è venuta a turbare l’esistenza monotona e silenziosa di quei piccoli proprietari astiosi e testardi.
Quel mattino era in piazza una grossa folla di contadini vestiti a festa scesi in città per la messa e per discorrere dei loro interessi. La folla si mostrava più agitata e più rumorosa del solito perché eravamo in pieno periodo elettorale. Soltanto le elezioni, per le passioni che risvegliano, per gli interessi che accarezzano o che combattono, potevano dare alla città l’effimera illusione del movimento e della vita. I muri erano tappezzati di manifesti azzurri, gialli, rossi, verdi; e dinnanzi ai manifesti, gli elettori si raccoglievano a gruppi, sostando, col mento alzato, le mani incrociate dietro la schiena, senza una parola, senza un gesto che esprimesse una opinione o una decisione…
L’amico che mi accompagnava mi indicò in mezzo ad un gruppo più numeroso ed animato, uno dei candidati che perorava e gestiva, il marchese di Portpierre, grosso proprietario di terre, celebre in tutta la Normandia per la sua vita fastosa, e a Parigi per l’eleganza squisita delle sue livree e delle sue carrozze. Membro del Jockey-Club, cavallerizzo, amante dei cani e delle belle fanciulle, valoroso nel tiro al piccione, noto antisemita e realista militante, rappresentava, come dicono i gazzettieri, ciò che vi è di meglio nella società francese…
Caddi dalle nuvole vedendolo vestito con una lunga blusa celeste e con in testa un berretto di pelle di coniglio. Mi si disse che era quella la sua uniforme elettorale, che lo dispensava da ogni altra professione di fede… Sembrava del resto un vero sensale. Nulla, nel suo fare, faceva dubitare che fosse quello un abito d’occasione; né la sua fisionomia, rubiconda e volgare, ma scaltra e maliziosa, lo distingueva dagli altri, e rivelava in lui quella che gli antropologi da giornali chiamano «la razza».
Lo studiai con curiosità.
Nessuno doveva essere più di lui duro e maligno negli affari, nessuno doveva saper meglio di lui contrattare un cavallo o una vacca.
Passandogli vicino lo udii gridare, fra le risa: — Ma sì!… ma sì!… il governo è un porco… Lo faremo trottare!… Ve lo garantisco!… Ah mio dio! figlioli miei!
Era veramente a suo agio sotto la blusa da contadino e affettava una cordialità chiassosa, un meraviglioso cinismo da lieta brigata, rideva di questo, si indignava per quest’altro… e prodigava strette di mano e faceva una larga distribuzione di «tu», e batteva sulle spalle e sulle pance e andava e veniva come una spola, sulla piazza, espandendosi in chiacchiere e si prodigava al caffè in bicchierini… Brandiva fieramente un grosso bastone normanno di corniolo, legato al polso con una forte correggia di cuoio nero.
— Ah!… sacramento!
Aveva così ben conquistato il paese, che nessuno si stupiva delle improvvise trasformazioni che egli operava nella sua toilette durante i periodi elettorali. Tutti, invece, ne erano contenti e dicevano di lui:
— Ah, è davvero un buon figliolo il marchese!… Ah, non è superbo, lui!… Ed ama il contadino!
Nessuno brontolava perché egli aveva conservato i privilegi e gli onori d’altri tempi. Per esempio questo. Tutte le domeniche all’ite missa est il sacrestano veniva a piantarsi all’entrata della piccola cappella «riservata al castello» e, quando il marchese usciva seguito dalla famiglia e dai domestici, il sacrestano superbo, col suo cappello piumato e nel suo corsetto di raso vermiglio, lo precedeva solennemente e lo accompagnava fino alla vettura urtando uomini e seggiole, battendo il pavimento della chiesa col suo bastone dal pomo d’oro e gridando.
— Su!… largo… largo… al signor marchese!
E tutti erano contenti: il marchese, il sacrestano e la folla…
— Ah, per trovare un marchese come questo bisogna far molti passi!…
Nel suo collegio si trovava un mandamento molto lontano dal castello, dove meno diretta era la sua influenza… Bisognava anche dire che in questo mandamento una forte corrente si era formata contro di lui, corrente che, per quanto non minacciasse in nulla la situazione politica, era abbastanza noiosa…
Egli aveva vinto l’opposizione, promettendo solennemente d’ottenere dal governo la costruzione di una fermata ferroviaria, che quelli del capoluogo domandavano invano da lungo tempo.
Gli anni passavano e le legislature anche, ma la fermata non veniva… la qual cosa non impediva al marchese di essere rieletto.
Una volta, poiché il loro deputato non ne parlava più, i contadini si recarono in rispettosa delegazione a domandar notizia della fermata ferroviaria, soggiungendo che da parte sua il candidato avversario ne aveva promessa un’altra.
— La fermata? — gridò il marchese. — Come?! Non lo sapete?… Ma è ottenuta, miei cari!… Cominceranno i lavori la prossima• settimana!… Ho sudato però!… Con questo animale di governo che non vuol far niente per i contadini!
La Commissione obiettò che tutto ciò non era troppo naturale, che non erano ancora tracciati i piani… che nessun ingegnere era stato veduto in paese…
Ma il marchese non si sgomentò.
— Una fermata, capirete bene, è una sciocchezza… E gli ingegneri non si disturbano per così poco… Essi hanno i piani e fanno i tracciati in ufficio… Ma ve lo assicuro: la settimana prossima…
Infatti, cinque giorni dopo, all’alba, i contadini videro arrivare un carro pieno di pietre, poi un altro pieno di sabbia…
— Ah… è la nostra fermata! — dissero. — Non c’è da dubitarne: il marchese aveva ragione…
E deposero nell’urna la solita scheda.
Due giorni dopo le elezioni venne un carrettiere che ricaricò la sabbia… e mentre se ne andava:
— Ma è la nostra fermata! — gridarono i contadini.
Il carrettiere rispose frustando i cavalli:
— Sembra che si tratti di un errore…
Era per un altro Comune…
Alle elezioni seguenti gli elettori ridomandarono la loro fermata con maggiore energia. Allora il marchese ebbe un gesto grandioso…
— Una fermata? — gridò. — Chi parla ancora di fermata?… Che cosa volete far voi di una vile fermata?… Perché le fermate non sono all’altezza dei bisogni moderni… A voi occorre una stazione… una bella stazione… una stazione con la tettoia di vetri e l’orologio elettrico… ristoranti… biblioteche… Viva la Francia! E se volete nuovi tronchi ferroviari, ditemelo… Viva la Francia!
I contadini si dissero:
— Una grande stazione?… Certo che sarebbe meglio…
E rielessero ancora una volta il signor marchese.

Catturati nella rete

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( Dal Web )

In pochi decenni, l’intero globo è stato ricoperto da differenti nuove reti: Internet, rete di telefonia mobile & Co… Con quale rapidità questa rete si sia sviluppata, e fino a che punto essa si sia intessuta in modo sempre più capillare, quasi nessuno avrebbe osato predirlo. I cavi di fibre ottiche che solcano come vene il sottosuolo delle città, i segnali che vibrano nell’aria a frequenze sempre più alte, le antenne, i modem, i telefoni portatili, il wifi, l’home monitoring, l’internet delle cose, le Smart City.
Oggi si parla in modo inflazionistico di social network, di collegamento in rete, di networking, di rete, etc… Questi concetti si fanno strada nel vocabolario delle imprese, della politica, dei gruppi di interesse e delle cerchie di amici… in realtà ne sentiamo parlare praticamente dappertutto. Si tratta di una trasformazione totale delle teorie sull’organizzazione, cosa che non dovrebbe sorprendere, perché nello stesso tempo l’insieme della società si sta ristrutturando su nuove basi.
Ma qual è lo scopo di una rete? È chiaro: un ragno tesse la sua rete per catturare insetti che in seguito divorerà vivi. Un pescatore ha bisogno della rete per catturare i pesci. Allora, a cosa serve la nuova magnifica rete che si estende sul mondo intero, elaborata da diverse imprese e da istituzioni statali, il cui sviluppo sembra essere senza fine? Ebbene, coloro che la tessono e la finanziano mirano prima di tutto a una cosa: il Capitale. Tutto ciò che viene catturato da questa rete viene trasformato in informazioni sotto forma di uno e zero, in informazioni potenzialmente sfruttabili che per i più “aggiornati“ significano più capitale.
Questa rete viene intessuta già da qualche decennio, e molti ci vedono ancora un potenziale di sviluppo. Perche non intensificare la sua estensione al di sopra dell’architettura urbana, farla penetrare negli appartamenti o persino nel corpo umano? Questo fornirebbe ancora più informazioni. Informazioni dettagliate, informazioni forse suscettibili di riflettere l’insieme della realtà, cosa che significherebbe: ancora più capitale. Capitale sotto forma di sicurezza, di controllo, di velocità, di previsione e prevedibilità.
L’attuale ristrutturazione destinata a perpetuare il capitalismo, provoca anche dei cambiamenti nei rapporti sociali. Questo si delinea da molto tempo. Si rinuncia sempre di più a certe cose che oggi sembrano passate di moda, che hanno causato troppo malcontento, anche se questo potrebbe sicuramente cambiare di nuovo in futuro. Perlomeno, nella famiglia, a scuola, al lavoro, il comportamento diretto, personale e apertamente autoritario si indebolisce man mano che la relazione umana diretta e non mediata passa progressivamente in secondo piano. Questo comportamento cede regolarmente il passo alla logica delle reti collaborative, delle reti “trasparenti“, che nel migliore dei casi costituiscono una ulteriore maglia produttiva nella grande rete. La dominazione diventa sempre più impersonale e diventa sempre più difficile vedere secondo quale algoritmo stiamo danzando, come è stato programmato e chi lo controlla… Come mosche eccoci ben invischiati nella ragnatela, con la differenza che apparentemente sembriamo essere stati privati dell’istinto di dibatterci e semplicemente di volar via. Spesso non sappiamo più nemmeno cosa significhi volare.
Secondo me, come anarchici, non dovremmo accettare così facilmente il discorso delle reti eccetera. Una rete è qualcosa che viene usato per catturare, nella quale ci si impiglia e da cui difficilmente si riesce ad uscire. Dovremmo basare le nostre lotte piuttosto su una organizzazione agile, una libera associazione che possa essere dissolta in qualsiasi momento dai suoi partecipanti quando questi lo giudichino opportuno, e preferire rapporti non mediati, rifiutando le norme sociali e tutte le gerarchie, al di là degli algoritmi e dei programmi.
E mentre risulta evidente che gli esseri umani cadono letteralmente come mosche nella ragnatela, adescati da immagini scintillanti, comodità e passatempi fino alla nausea, faremmo meglio a riflettere su come passare attraverso le maglie della rete, come tagliarne i fili per fare in modo che tutto l’insieme della rete si spezzi.

Che cosa è il fascismo?

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( Dal Web )

André Prudhommeaux

«Il fascismo non passerà!». Questo slogan, rilanciato dal Cremlino con una potente orchestrazione e ripetuto in coro dai Partiti Comunisti di tutti i paesi, a quanto pare è tanto più efficace quanto più rimane vago. L’avversario non viene designato con un nome, il che permette ad ognuno di raffigurarselo con l’immaginazione in base ai propri interessi, i propri pregiudizi, o le proprie concezioni ideologiche.
Non viene nemmeno definito, e ci si guarda bene dal dire che cosa è il fascismo, sia attraverso l’analisi di esempi concreti presi dal passato, sia in funzione di una teoria politico-sociale del mondo odierno. Infatti, la divisione del lavoro è la seguente: le masse vagamente spaventate o irritate manifestano «contro il fascismo», intendendo in tal senso tutto ciò che possono temere o detestare (guerra, dittatura poliziesca, «reazione», cesarismo, politica anti-operaia, violenze, insicurezza del lavoro, avventure coloniali, esplosioni scioviniste, tallone di ferro del grande capitale, influenza del padronato, delle banche, dell’esercito, del clero, della «bottega», della piccola proprietà rurale, della burocrazia, ecc.). Quanto ai comunisti, si riservano di dare a tutta questa espressione ambigua di sentimenti politici estremamente diversi, un orientamento e un punto d’applicazione di cui essi rimangono i soli giudici. Per loro è implicitamente «fascista» tutto ciò che non rientra nella linea attuale del Partito, ed è esplicitamente «fascista» ciò che l’Agit-Prop, nella sua ultima circolare, stigmatizza come il nemico numero uno del luogo e del tempo.
È così che in passato tutte le potenze, tutti i partiti, tutti i politici, tutte le filosofie, tutte le tendenze che deviavano anche leggermente dalla linea ufficiale del Partito Comunista in uno qualsiasi dei suoi più stravaganti zig-zag hanno meritato di volta in volta l’etichetta di fascista. Al contrario, non esiste una potenza, non un politico, non un partito, non un regime, anche se si richiama apertamente a Hitler, a Mussolini o ai loro emuli, che non abbia trovato grazia in occasione di una alleanza provvisoria o di un tentativo di «fronte unico», allorquando il termine «fascista» scompariva come per magia. In definitiva, in ogni momento e in ogni ambiente infiltrato da un Partito-capo, è fascista ciò che al Partito piace definire così; e purtroppo, a questo arbitrio terminologico, gli oppositori al bolscevismo e al fascismo non hanno saputo opporre un pensiero e un vocabolario di una certa precisione. Si contrappone comunemente fascismo e democrazia, fascismo e progressismo, fascismo e rivoluzione, fascismo e proletariato, fascismo e socialismo.
Di recente in una dotta rivista della Sinistra non stalinista negli Stati Uniti, Contemporary Issues, L.W. Hedley definiva il fascismo, nello stesso articolo, come centralismo assoluto, come estremismo sciovinista, come immobilismo sociale, come contro-rivoluzione, come aristocrazia, come disfattismo (!) e come individualismo forsennato.
È ovvio che queste contraddittorie equiparazioni non fanno che alimentare la confusione più totale, e riducono l’«antifascismo» ad un arbitrio verbale.
Lungi dall’essere equivalente al «centralismo» assoluto, il fascismo si adatta perfettamente al potere locale arbitrario (ovvero, extra-legale) di un podestà, di un Gauleiter, di uno Statthalter qualsiasi, spalleggiato da una cricca alla maniera di un capobanda. Lungi dall’essere necessariamente «sciovinista», è spesso accompagnato da una xenofilia quasi delirante nei confronti di un modello straniero dominante con la forza e incondizionatamente venerato.
Lungi dall’essere «immobilista», il fascismo è dinamico e futurista al più alto livello, e insiste per abolire tutto ciò che si oppone alla sua utopia totalitaria. Lo spirito della «contro-rivoluzione», vale a dire il ritorno ad uno stato storico precedente, gli è sconosciuto; al contrario, è un’avventura senza freni verso la potenza industriale, militare, statale, ideologica, demografica: una volontà di rottura nichilista. Per tutti questi motivi, esso è ciò che di meno «aristocratico» ci sia al mondo: un movimento dell’uomo massa, una rivincita brutale dell’ignoranza, della volgarità, della bassa demagogia e dell’arrivismo in tutte le sue forme, un maremoto sociale che mette all’apice dei sotto-uomini e degli analfabeti, idoli di un proletariato alla romana — composto, a loro immagine, da disoccupati politicizzati e mantenuti.
Il fascismo non sostiene né i «valori» tradizionali di casta, che sono un insulto al suo carattere plebeo; né il contatto dell’«intelligenza», ai suoi occhi sospetta e decadente; né soprattutto «l’individualismo», in quanto nega ferocemente l’individuo e la vita privata. La sua visione del mondo non è storica, ma leggendaria e mitica. Erige lo Stato o la Razza ad assoluto davanti al quale tutti i diritti, tutte le libertà, tutte le particolarità devono sacrificarsi nell’unità. Esalta la passione collettiva della potenza e della violenza del Popolo, considerato come realtà trascendente dalle persone che lo compongono, e si sforza di realizzare questa trascendenza attraverso l’irreggimentazione politico-militare del popolo intero.
In breve, il fascismo è pura democrazia (nel senso etimologico ed assoluto del termine): la democrazia sfrenata e senza limiti morali o costituzionali — la dittatura della democrazia o ancora (se ci si riferisce ad una accezione negativa) la democrazia SENZA TOLLERANZA NÉ LIBERALISMO, la legge di Lynch, la democrazia popolare (e popolana).
Una democrazia assoluta e diretta, come quella concepita da J.- J. Rousseau nel Contratto Sociale, non ha in effetti nulla a che fare con le garanzie legali di separazione dei poteri, di rispetto delle minoranze; l’habeas corpus gli è estraneo, come le nozioni di interiorità e di vita privata. Essa proclama fittizio e nemico del popolo non solo chiunque agisca — ma anche chiunque parli o pensi «a margine degli altri». Essa non ammette altro atteggiamento che l’entusiasmo permanente, altro comportamento che lo sfoggio continuo della virtù civica e dello spirito di sacrificio per lo Stato. Infine non conosce altra gerarchia che quella che sanziona la legge del numero e del successo.
Il fascismo è di essenza plebea e plebiscitaria — gregaria, cesariana, leghista e giacobina.
L’antipodo e l’antidoto del fascismo è lo spirito liberale e libertario — vale a dire il senso della responsabilità, della reciprocità, dell’equilibrio e dell’autonomia delle persone — così come si sviluppa all’interno di una società di individui uomini e donne cresciuti fuori dagli appetiti volgari del potere, nella libertà e per la libertà. L’anarchismo ben concepito tende naturalmente a generalizzare all’umanità intera i costumi e i diritti di questa élite d’individualità pensanti ed agenti. Il fascismo tende precisamente ad annientarla, ed a costruire l’edificio sociale sul più grande comun denominatore dell’essere umano non evoluto — la volontà di potenza alienata e socializzata in volontà collettiva di servitù.

Antropomorfismo

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( Dal Web )

Ottorino Manni

Premessa: io non voglio offenderti, o lettore cattolico, nella tua fede in dio. Anzi, s’essa è sincera io la rispetto. Ma, d’altra parte, non posso non usare del mio diritto di critica anche in quelle cose che per te sono sacre, anche su quelle persone che per te sono divine. Se tu ne ritrarrai qualche lumicino e persuasione, tanto meglio! Se no, seguita pure per la tua strada, e… buon soggiorno in paradiso!
È Dio in ogni luogo?
I cattolici concepiscono dio come uno spirito infinito. Eppure ce lo raffigurano a nostra immagine e somiglianza, con tanto di corpo circoscritto e limitato. Ed è, questa, una contraddizione e un’assurdità. Tale corpo, inoltre, deve occupare un dato spazio, col trono sul quale è assiso e con tutta la corte celeste. E quello spazio, infatti, viene collocato lassù, in alto, in un punto abissale e sconosciuto del cielo.
Come può dunque Iddio essere contemporaneamente in terra e in ogni luogo?
— Può esservi come spirito! — E dalli, con lo spirito! Ma allora questo fuoriesce dal corpo, quale fluido immenso che tutto abbraccia e compenetra!.. E se ne fuoriesce a cosa serve il corpo ? — Per veder coi suoi occhi, per sentire con le sue orecchie?… No, perché è lo spirito che sente e vede!… E dunque?!… E poi ci sembra un bel corpo, il nostro, anche se dio, per farlo, prese a modello il… proprio?! Dippiù, il nostro corpo dio ce l’ha impastato col fango; ma con qual materia ha impastato il suo, se, prima di fabbricare il mondo, la materia non c’era ancora? Se n’è rivestito dopo? E per qual ragione, se non gli serviva? Per rendersi visibile alle sue creature? Ma allora uscirebbe dal Paradiso, e non farebbe come ii suo vicario terreno: «quel di se stesso antico prigionier».
Di che colore è dio?
Ognuna delle cinque razze umane si tinge il suo dio del colore della propria pelle. Ma dio, da quell’unico Padre che sarebbe di tutte, di qual colore ha la sua? Poiché un colore bisogna che ce l’abbia dai momento che ha un corpo. L’ha bianco? negro? giallo? rosso? od olivastro?
Per non far torto a nessuna razza, egli dovrebbe non escluder questo colore o preferir quello, ma tappezzarsi il proprio corpo con tutti e cinque i detti colori a costo di comparire un adamitico Arlecchino: oppure mutarseli ad ogni luna, passando, magari, da camaleonte! A meno che non lo si sia tinto, il corpo, con un colore nuovo, unico, che tutti li riassorba o li escluda… Un dio di color oro!… Che effetto farebbe!!!
È vecchio, Iddio?
Non so perché i preti ce lo dipingono o scolpiscono come un vecchio, dalla barba fluente e dalla spiovente chioma, tutte incanutite! (Buon per lui, che non ce lo presentano anche calvo!) Essi, dunque, ammettono ch’egli, come un mortale qualunque, abbia potuto invecchiare! E quando, in caso, avrebbe incominciato? Prima o dopo che creasse Il mondo? Se prima bisogna inferirne ch’egli abbia avuto un principio, o che il suo spirito sia soggetto ad avvizzire: se dopo, bisogna arguirne ch’egli sia stato coinvolto dal tempo, e che il corpo sia soggetto a disfarsi.
Ma nell’un caso e nell’altro, e come spirito in un corpo, egli non è, pur nella sua essenza divina, incorruttibile e onnipotente, e dovrebbe eziandio esser soggetto alla morte, ultima conseguenza della vecchiaia; e morte come l’umana, anch’essa, completa, perché corporale e spirituale.
Iddio, un colombo?
Ma non si contentano, i preti, di figurarci dio come un vecchione: essi ce lo sdoppiano, e della persona che ne traggono fuori ne fanno il figlio, un bel giovino dalla barbetta bionda; ce lo triplicano, e dell’altra persona che ne estraggono, ne fanno un bel colombino, candido come neve. E ci assicurano che tutte e tre quelle persone non ne formano che una, perché dio è uno solo, e uno, più uno, più uno fanno uno! Nella stessa guisa che uno fa tre!! Ciò mi ricorda quell’Arlecchino, nel teatro dei Burattini, il quale ballando, ballando, si lascia cadere un braccio, e questo balza su da terra in forma e veste di piccolo Arlecchino, e si mette a ballare anche lui, si lascia cadere una gamba, ed essa segue la sorte del braccio, e così l’altro braccio, e così l’altra gamba: tutti piccoli Arlecchini, staccati e distinti, formanti già un Arlecchino solo, il quale, finito ii ballo, se li riprende ad uno ad uno, riformandosi le proprie membra per tornar nuovamente un solo Arlecchino… Io non so se dio il suo ballo l’abbia finito.
Ora il telone è calato, e non v’e che il teatro dei preti, quel teatro che ha per burattino lì in Roma vezzo di gran pompe ornato — e imbavagliato... Ma so che dare a un dio la forma d’un animale non è cosa troppo lusinghiera e riverente, sebbene gli animali, e in ispecie gli innocui colombi , siano migliori degli uomini! Animale poi, che starebbe assiso, con le ali tese, tra il Padre e il Figlio, e che si chiama… Spirito Santo!.. Persona + Colombo + Spirito: dio; e… Viva il Futurismo!…
Iddio mondino?
Sono i preti, sempre loro, che ce lo fanno. Eccolo là, Iddio, sul proprio trono, col triangolo… massonico in testa e con un mondo, per sgabello, sotto i piedi… La Corte degli Eletti gli danza intorno perennemente (povere gambe!) e perennemente gli canta osanna (povere gole!).
Vi saranno, è vero, balli sempre nuovi, sempre variati, ma non dovranno, essi, venirgli mai a noia ed irritargli mai i nervi? E vi saranno voci più che bianche, trombe più che argentee, musiche più che divine… Ma non gli romperanno mai i sacri timpani, né mai gli faranno la testa gonfia come un pallone? E poi un Dio che bisogno ha di questi spettacoli mondani, che ce lo presentano un gaudente di prima forza, un viveur di prima riga? Ma un Dio non si appaga che di se stesso, avendo in sé tutte le sorgenti dei piaceri e dei gaudi, sempre rinnovantisi, all’infinito, astrattamente!
Ma il Cielo dov’è?
— Lassù, in alto! — E lassù, in alto, ce lo addita il credente con l’indice volto… all’insù, e lassù, in alto, si levano gli occhi, supplici nella preghiera, o minacciosi sulla bestemmia… Ma il lassù, in alto, non è che una delle nostre infinite illusioni! L’alto non esiste che per le nostre… zucche, cioè per le nostre teste! La Terra, lo sapete, è una palla che rotea su se stessa e gira intorno al sole… Il cielo, con le sue stelle, l’involge tutta come una sfera di cristallo; e le nostre… teste, mentre essa rotola via negli spazi, la puntano da ogni parte… L’alto si volta in basso, lo zenit diventa nadir… I nostri piedi lo calpestano, e la dimora di dio ci sfugge… Ma noi, eterni stolti, seguitiamo sempre a guardare in alto, a indicar lassù e non ci accorgiamo nemmeno che tutto il firmamento con le sue stelle ci vien cambiando di posizione, ci vien voltando le spalle!
Iddio non prevede?
Non v’è artista un po’ di voglia, s’ intende, che nella concezione d’una sua opera non preveda quale essa potrà riuscire e nell’attuarla non giudichi a un di presso se potrà piacere. Eppure dio, da quell’artistone, nonché creatore della materia che è, si accorge soltanto ad ogni fine di giornata, dopo aver fabbricato un pezzo di mondo, che l’opera fatta era buona! E allora dove va a finire la sua onniveggenza? E, poi, buona!!… E tutti gli animali, che si mangian vivi l’un l’altro? E l’ uomo, fatto a divina immagine e somiglianza, diventato lupo dell’uomo? E tutti i bacilli, che insidiano e distruggono miliardi di vite, pur se preziose ? E le passioni, le cattiverie, le crudeltà d’ ogni sorta che funestano e insanguinano ii mondo ? E il divin Figlio — cioè dio stesso — dovuto poi scender a farsi crocifigger dai suoi figli, senza alcun costrutto di redenzione? E… Ma a che continuare? Non può chiamarsi, questa, opera buona!
Un dio può stancarsi?
Dio ha creato il mondo in un fiat. E se ha creato il mondo in •un fiat, come va che ci ha badato ben sei lunghe giornate? Egli, dunque, è rimasto anche quella volta avvinto e vinto dal tempo; del quale era ciò malgrado il generatore e il dominatore! E poi egli che ab aeterno era stato sempre inattivo, inoperoso, dormiente, com’è che, appena pensa di far qualcosina, si lascia subito sopraffare della stanchezza e ogni notte e tutto il settimo ha bisogno di passarli riposando? E com’è che dal settimo giorno in poi è tornato a essere inattivo, inoperoso, dormiente? Ma allora fatte le debite proporzioni, resistono più della fatica, in tanti record di balli durati più di 48 ore di seguito, certe sue creature, certi suoi saltimbanchi.
La luce prima del sole?
È nella genesi. Iddio creò prima la luce e quattro giorni dopo il sole! Ma di che quella luce era fatta e da qual corpo sidereo emanava se… comparso il sole, essa è… scomparsa? Poiché noi non conosciamo altra luce che quella del sole, e vediamo che quand’esso tramonta è… notte, ed è notte appena nelle eclissi la luna lo copre!
La Terra reggia umana?
È così! Dio creò la Terra qual reggia dell’Uomo, immota nel centro dell’Universo, il quale le gira intorno, col sole, in 24 ore. La scienza, invece, è venuta a dimostrare che la Terra non è che uno degli infiniti pianeti del firmamento, come l’Uomo non è che uno degli innumeri animali della Terra; è venuta a dimostrare che è la Terra€ a girare intorno al sole, e che il sole, esso pure non è che uno dei tanti e tanti soli che, nelle voragini degli spazi, dan vita ad altre Terre.
Ma dio esiste proprio?
Vediamo! Una volta che c’è il Mondo, bisogna che qualcuno l’abbia creato, perché dal nulla non cresce nulla. Ora, questo qualcuno è dio! — Ci spiegano i credenti. E noi rispondiamo: — Ma: e dio chi l’ha fatto? — C’è stato sempre ab aeterno! — Ebbene, piuttosto che da un effetto unico, che sarebbe il mondo, risalire ad una causa unica che sarebbe Dio, il quale poi non sarebbe causa, non è più semplice e più logico ammettere, che è invece il mondo che è esistito sempre e che dio non è, per chi lo vuol per forza, altro che la materia, venendo, magari, ad accettare il panteismo di Spinoza?
Ma dio dov’era?
Se dio avesse creato l’Universo, ecco che cosa ne… risulterebbe: l’Universo non è che lo spazio, occupato della materia e dell’energia, dal moto e dal tempo. Fuori dello spazio non può esservi che il vuoto. Ma dio non è un nulla: è uno spirito infinito. Benissimo! Bisogna quindi che uno spazio l’occupasse. Ma quale se non ce ne era nessuno, prima dell’universo pur esso infinito?! Ed è uno spirito ab aeterno, Iddio! Siamo intesi! Ma senza il tempo, che la comprende, come poteva esistere la sua eternità? Né egli poteva far nascere se stesso nel momento in cui creava l’Universo, sia perché appunto ab aeterno, sia perché dell’Universo sarebbe stato nel contempo causa ed effetto, e quello l’avrebbe assorbito in sé medesimo dandogli una, almeno, delle condizioni essenziali alla sua esistenza, cioè lo spazio.
Il che non può ammettersi, senza accettar ancora una volta il sistema panteistico: essere dio la Natura, ma Natura, anch’essa ab aeterno. Ciò che la Chiesa cattolica esclude e condanna. Dunque, fuori dello spazio e anche del tempo, pur creati da dio, dio era nel nulla. E poiché non ha potuto autogenerarsi con la fabbricazione del Mondo, ne consegue che… non esiste!
[Il Vespro anarchico]

 

Una domanda sorge spontanea / Prendiamo atto

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( Dal Web )

Una domanda sorge spontanea

La costruzione del gasdotto sembra essere diventata una minaccia relativa, chi sta dietro Tap anche. Possiamo sentirci tranquilli, la situazione è sotto controllo, studiamo ogni mossa, siamo super-iper informati, e poi lo dicono anche i giornali che sono dei mafiosi!
Ad oggi di primaria importanza resta però il reimpianto degli ulivi… ma prima di questo, sicuramente l’immagine mediatica. Come appariamo alle persone che ci vedono da casa? Non vogliamo di certo considerarci responsabili della morte di questi esuli alberi azzoppati! E poi come si potrà far combaciare bene gli incartamenti comunali con le pratiche di resistenza sul territorio?
Quelle pietre divelte lungo la strada suscitano più disprezzo del deserto che si palesa all’interno delle cancellate create dalla multinazionale, della brutalità delle forze dell’ordine, della repressione esercitata attraverso i mezzi di comunicazione, delle decisioni con stretta di mano tra capi di governo che incitano alla guerra e all’annientamento della vita!
Siamo ancora agli inizi, alla “Fase 0” dei lavori Tap, ma pare già che il nemico sia stato perso di vista e che le motivazioni che animano le proteste si sfaldino per dar posto al prevalere dei singoli personalismi, che impongono scelte dettate non si sa bene da cosa. Nella migliore delle ipotesi dalla paura delle denunce e dall’ingenuità di chi crede che una mediazione con Tap può essere accettabile, oppure a pensar male solo da comportamenti di esclusione e critica verso chi giunge da fuori, chi è considerato forestiero, o verso chi crede che ora è il momento opportuno per dimostrare tutta la nostra ostilità, senza dover fare nessun passo indietro!
Gli esiti di questi atteggiamenti sono tangibili nella pratica, nei momenti reali di opposizione, di fronte ad operai che continuano a lavorare indisturbati nella messa in sicurezza di un cantiere che darà prima o poi risultati concreti, i quali non si limitano al solo espianto degli ulivi ma alla realizzazione dell’intera opera. In molti momenti “l’attivismo” di alcuni si è rivolto con toni di pura castrazione e censura verso chi in modo del tutto individuale credeva che restare a guardare non bastasse a farlo sentire con la coscienza pulita, e che lo scopo di prendere parte al  presidio fosse innanzi tutto quello di contrastare ogni fase di questo infame progetto.
Senza soffermarsi sulle singole prese di posizione, chi reclama di lasciar lavorare in sicurezza gli operai, o chi pensa che non è il momento storico per erigere barricate, dimostrando che dal passato ha ben poco capito, forse non ha ben chiare le motivazioni concrete che portano ad essere presenti in quelle campagne, oppure ha solo dimenticato gli atti di forza subiti pochi giorni addietro! Se vogliamo continuare a gironzolare intorno al presidio nei momenti di pausa dalle stressanti ore lavorative va bene, questo però non deve prevalere o escludere l’iniziativa e le potenzialità pratiche di lotta.
Una domanda sorge spontanea: a cosa siamo pronti a rinunciare? Ad un gruzzolo di alberi ormai compromessi o alla nostra dignità? Nella seconda delle ipotesi continueremmo a mediare e a farci prendere in giro da pedine senza scrupoli di una multinazionale, facendo così solo il loro gioco!

Prendiamo atto

Prendiamo atto che, quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ci si indigna più per un muretto a secco usato per costruire una barricata che per alcuni ettari di terreno circondati da muri in cemento e grate in ferro, sorvegliati giorno e notte da guardie private armate pagate da chi vuole imporre con la forza una nocività, con capo della sicurezza un contractor con pregresse esperienze in operazioni militari negli scenari bellici in giro per il mondo.
Prendiamo atto che il Comitato No Tap continua instancabile la sua opera di dissociazione da qualunque atto autodeterminato di opposizione alla realizzazione del gasdotto, opera di dissociazione che prosegue da anni e contribuisce a restringere il campo nelle indagini di polizia e a indirizzarle.
Prendiamo atto che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, scavalcano in maniera autoritaria le decisioni prese collettivamente nel Presidio sorto per contrastare l’opera di Tap. Tra queste decisioni, la realizzazione di barricate e l’allontanamento di Tele Norba.
Prendiamo atto che questo superamento delle decisioni collettive diventa – nei fatti – una forma di collaborazionismo con Tap, a cui il Comitato No Tap ha già permesso una volta, col pretesto dell’invasamento di alcuni alberi eradicati e abbandonati al suolo, di reinstallare e rinforzare le recinzioni e provare a portare via dal cantiere un grosso camion dotato di gru, bloccato solo dalla rabbia dei manifestanti. Nessun invaso degli ulivi peraltro è stato attuato in quella circostanza. Di queste forme di collaborazionismo, il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, dovranno assumersi la responsabilità e rendere conto quando – e se! – l’opera avanzerà e sarà realizzata.
Prendiamo atto che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, strumentalizzano la rabbia e la protesta spontanea e sincera dei molti oppositori che Tap ha incontrato in questi giorni, ai fini di una passerella mediatica in cui millantare meriti che non hanno nel blocco temporaneo dell’opera. Senza l’opposizione diretta di molti nel corso dell’espianto degli ulivi, questo sarebbe proseguito e terminato entro due giorni, tra sterili lamentele e con buona pace della burocrazia e della Legge di Ministeri, Tar, Corti Costituzionali, Regione e quant’altro; gli stessi enti, la stessa burocrazia e la stessa Legge che hanno avallato ed approvato il gasdotto Tap. Non intendiamo fungere da manovalanza per nessuno.
Prendiamo atto che il Presidio No Tap, per mezzo dei social media di cui si serve per la propria comunicazione, ha trasformato il suo nome in Movimento No Tap, pretendendo con questa autoproclamata definizione di rappresentare ed essere espressione di tutto il molteplice e variegato fronte dell’opposizione a Tap. Lo riteniamo scorretto, in quanto non ci sentiamo rappresentati da idee, pratiche, contenuti e comunicati che vorrebbero parlare a nome di tutti. Ognuno parla per sé.
Non può funzionare una situazione in cui, costantemente, c’è qualcuno che tenta di passare per buono agli occhi dei media, facendo passare altri per cattivi.
Non può funzionare una situazione in cui c’è chi invoca la repressione, come fatto dal comandante dei vigili di Melendugno, il quale intrattiene una strettissima relazione con il Comitato No Tap e, di conseguenza, anche con il Presidio, oltreché dalla presidente provinciale dell’Arci, Anna Caputo, che ha definito “vandali” alcuni manifestanti: le sue dichiarazioni sono spazzatura. Ecco, un personaggio simile, da sempre in grado di invocare manette e galera, è considerato parte del Movimento No Tap?
Non può funzionare una situazione in cui l’assemblea del Presidio No Tap è comunque succube delle indicazioni dello stesso comandante dei vigili e del Comitato No Tap, che persiste nella sua opera di persuasione fino a che non ha ottenuto il risultato che voleva, come permettere a Tap di entrare nel cantiere.
Non può funzionare una situazione in cui ci si permette di paragonare a Tap, coloro che fino a quel momento gli si sono opposti, solo perché il metodo usato, peraltro deciso in forma assembleare dal Presidio, non è condiviso. Quando qualche anno fa il Comitato No Tap si è seduto varie volte allo stesso tavolo di Tap, per discutere con questa, nessuno ha osato paragonarlo a Tap, nonostante la non condivisione del metodo collaborazionista del Comitato.
Si è volutamente alzato un polverone su un muro usato per una barricata, senza fare una minima riflessione sul perché quelle barricate sono state fatte: impedire o rallentare i camion che dovevano espiantare e permettere alla persone di accorrere davanti al cantiere. Si è usata la paura che le famiglie di Melendugno avrebbero provato nel vedere quelle barricate, le stesse famiglie che hanno portato i loro bambini davanti alla polizia per impedirgli di passare, forse per nascondere la paura di chi vuole che tutto rimanga come sempre e torni nell’ambito della normalità. I blocchi stradali, i corpi che hanno impedito ai camion di passare e le barricate hanno rotto quella normalità, quella stessa normalità per cui i gasdotti si costruiscono e devastano la vita sociale e ambientale di un territorio.
Preso atto di tutto ciò, continueremo a portare avanti la nostra opposizione alla realizzazione del gasdotto Tap, come facciamo da diversi anni a questa parte, nei modi e nei tempi che più ci aggradano, autonomamente o con altri a seconda che i nostri percorsi e le nostre pratiche si intrecceranno con quelle altrui.
Ai tanti volenterosi, coraggiosi e determinati, con cui in questi brevi ma intensi giorni di lotta abbiamo condiviso le ore, diurne e notturne, le esperienze e le speranze, l’intreccio dei corpi durante le sedute di resistenza passiva e i progetti futuri, diciamo che siamo disponibili ad incontrarci, in maniera realmente orizzontale ed autogestita, per continuare a progettare e manifestare la nostra viscerale ostilità a chi vuole realizzare il gasdotto, a chi vuole imporlo, a chi lo difende e a tutti i suoi collaborazionisti.

I governi devono scomparire

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( Dal Web )

Bartolomeo Giaroli

Gli uomini sono fatti per giovarsi, e non per combattersi a vicenda. Quei pochi miglioramenti che si possono riscontrare nelle condizioni dei popoli non furono introdotti per cura dei rispettivi governi, ma loro malgrado. Il benessere presente è frutto della costanza dei popoli nel combattere contro i governi per la rivendicazione della loro naturale libertà, e la raggiunsero al prezzo di molti sacrifizi, e sanguinosi martìri.
La parola governare non vuol dunque dire beneficare; ma soggiogare popoli per farli servire all’ambizione, agl’interessi, alla cupidigia di quell’ente, che sfrontatamente si arroga il nome di governo. Né io sono il solo che dica i governi essere infesti all’umanità; l’egregio professore Giuseppe Allievo già scrisse: «Le nazioni conquistarono l’indipendenza, il governo conquistò le nazioni, che avevano affidate a lui le proprie sorti e confusa con esso la propria esistenza… da quel giorno la potenza dello Stato più non conobbe misura… organizzò a sua voglia la società e, compiuta la creazione sociale, si riposò dicendo: l’umanità son io… Il potere governativo è peso che opprime. Lo sente la società europea. Le coscienze umane si elevano esclamando: l’umanità siam noi individualità libere ed immortali; creazione nostra è lo Stato!». Tale il grido della riforma politica, e più avanti prendendo il tono profetico esclama: «verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo sarà quella che esso combatterà non per l’indipendenza dallo straniero, ma dalla statolatria». Antonio Fratti, uomo chiarissimo, in una conferenza tenuta in Milano disse: «Noi vogliamo che la chiesa qual è cada. Le insubordinazioni, le rivolte, le congiure, che tuttodì scoppiano in ogni Stato, sono prove manifeste che i popoli non possono più tollerare i rispettivi governi, sono tanti segni evidenti che il raffazzonamento attuale dei popoli è reso insufficiente a contenere il grado di sviluppo raggiunto dalla presente generazione. L’opera dei governi non fu mai rivolta ad altro scopo, che quello di frenare i popoli che corrono sulla via del progresso. Ora i popoli diventano ogni giorno più impazienti del freno governativo e, come si espresse l’onorevole Bovio, “bisogna aprirgli la via, se gli si mettono davanti delle siepi, essi le ardono e passano”».
L’uomo è nato libero; ma la lunga educazione servile e religiosa lo aveva reso inconsapevole della sua dignità. Ora, grazie alle condizioni mutate, riacquista la sua coscienza naturale e, sdegnoso del freno che per tanti secoli tollerò inconscio della propria degradazione, abbatte ogni ostacolo al conseguimento della sua naturale libertà. La libertà equivale alla vita, e colla rivendicazione della libertà i popoli riacquistano di fatto il diritto alla vita, che finora non possedettero che di nome; e, come dicono i giuristi, i popoli riacquistano il «ius in re», mentre finora non ebbero che un «ius ad rem». Tutti i governi sedicenti civili ammettono, anzi proclamano l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; l’uguaglianza nel godimento dei diritti civili e politici; ma soggiungono: «salve le eccezioni determinate dalle leggi». Ora, siccome le leggi sono fatte da loro, così i cittadini non godono altri diritti che quelli consentiti dai governi legislatori. Dunque l’uguaglianza proclamata dai governi è bugiarda, i diritti consentiti sono illusori. Quale uguaglianza ci può mai essere tra chi comanda, e coloro che sono costretti ad obbedire? Quali diritti si possono godere sotto governi che non hanno altro scopo che di sfruttare i popoli a loro esclusivo vantaggio? I governi anziché essere la guida dei popoli sulla via del progresso, sono un ostacolo, un impedimento quasi invincibile al conseguimento del benessere comune; esercitano sui popoli un’azione uguale a quella dell’acido solforico sulle sostanze organizzate; dunque i governi debbono scomparire.

A cosa serve l’Energia?

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( Dal Web )

Nemici di Tap

«Protestano contro l’energia che passa sotto casa loro, però dentro casa la vogliono!», strepita in questi giorni il filisteo nazional-popolare davanti a quanto sta scuotendo un piccolo paese in Puglia, amplificandosi nel resto del paese. Scontri fra forze dell’ordine e oppositori davanti al sito che ospiterà un cantiere del Tap (Trans-Adriatic Pipeline), il gasdotto lungo circa 3000 chilometri che partirà dall’Azerbaijan fino alla Turchia (Tanap: Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline), per passare da Grecia e Albania, attraversare il mare Adriatico e giungere sul litorale leccese. In questa lotta dove non è sempre facile capire dove finisce la ragione e dove comincia il pretesto, il Salento non è solo.
Standing Rock, per esempio, è una riserva indiana del North Dakota, negli Stati Uniti. Hythe invece è un piccolo villaggio di neanche mille anime, sperduto a nord della regione di Alberta, in Canada. Se lasciamo il Nuovo Continente per spostarci in Europa, in Germania troviamo Niederzier, comune di circa 15.000 abitanti della Renania Settentrionale-Vestfalia. In Francia, poi, vengono in mente parecchi luoghi, come la Haute Durance, nelle Alte Alpi, proprio al confine col Piemonte. Oppure piccoli paesi sparsi nella Borgogna, nella Haute-Vienne, nella Loira, o anche non troppo lontano da Parigi. Mentre in Finlandia si potrebbero citare Pyhäjoki e il golfo di Botnia.
Qual è il filo nero che unisce tutti questi punti geografici? Non solo il fatto che anche lì siano in costruzione — o già attivi da anni, come nel caso tedesco — impianti per lo sfruttamento delle risorse energetiche, ma che questi progetti voluti ed imposti dall’alto stiano incontrando forti resistenze dal basso, con forme di lotta che spesso fuoriescono dall’angustia del dissenso legale per sfociare nella rivolta aperta (passando dalla tristezza delle petizioni all’ebbrezza del sabotaggio). Ora, in quanto sinonimo di forza che permette alla vita di manifestarsi, l’energia non corre pressoché mai il rischio di venire messa in discussione. Tutti la reclamano, poiché nessuno ama la debolezza, l’immobilismo, la paralisi (che accompagnano la mancanza di energia). Ciò fa sì che l’accumulo di energia, il reperimento e lo sfruttamento delle sue fonti, venga universalmente percepito come un fatto del tutto ovvio, sempre positivo e quindi benemerito. Si può criticare il ricorso ad una fonte di energia in particolare, ritenuta inquinante e pericolosa — come quella atomica — ma non il bisogno in sé di energia. E questo spiega il motivo per cui, da un lato tanti oppositori tendono più a criticare l’arroganza decisionale e le scelte tecniche con cui vengono portati avanti i vari progetti energetici piuttosto che il loro fine, dall’altro i fautori di questi progetti ostentano un sacro stupore ogni qualvolta si osa intralciare ciò che ai loro occhi rappresenta più o meno la continuazione della vita sul pianeta.
Negli Stati Uniti ed in Canada, ad esempio, l’obiettivo delle proteste è un oleodotto petrolifero. Contro il Dakota Access Pipeline (Dap), lungo quanto i duemila chilometri che separano il North Dakota dall’Illinois e quasi ultimato, sono scesi sul piede di guerra molte tribù pellerossa, a partire dai Sioux. Oltre alle solite petizioni ed appelli alle autorità (fino allo scorso settembre se ne contavano ben 33.000), lo scorso aprile i discendenti di Toro Seduto hanno allestito un accampamento che voleva essere un centro per la conservazione culturale e di resistenza spirituale contro l’oleodotto, raggiunto da migliaia di manifestanti (fra cui molti bianchi). È qui, alla confluenza di due fiumi — in un luogo ritenuto sacro da parecchie tribù pellerossa — che si sono tenute diverse manifestazioni, nel corso delle quali sono scoppiati violenti scontri con le forze dell’ordine. Pare che i Sioux si oppongano al passaggio sul proprio territorio dell’oleodotto perché distruggerebbe siti storici e religiosi importanti per la loro storia e comprometterebbe le loro riserve d’acqua, inoltre la tribù non sarebbe stata consultata a sufficienza. Mentre la controparte, la Energy Transfer Crude Oil, insiste che quell’oleodotto — oltre ad essere il sistema più sicuro, ecologico ed economico per trasportare petrolio — aiuterebbe gli Stati Uniti a essere meno dipendenti da paesi politicamente instabili e creerebbe migliaia di posti di lavoro.
Dall’altra parte del confine, in Canada, lo scorso 15 gennaio qualcuno ha usato i macchinari presenti nel cantiere per dissotterrare e distruggere un tratto di un altro oleodotto in costruzione, provocando danni per 700.000 dollari (ma senza causare versamenti nocivi per l’ambiente). Quella di Hythe è una zona ricca di tradizione, dove negli ultimi decenni sono avvenute centinaia di azioni dirette contro oleodotti di gas e petrolio. Proprio appena fuori Hythe viveva la comunità cristiana guidata da Wiebo Arienes Ludwig (il John Brown della lotta contro l’industria del gas e del petrolio), morto nel 2011 per cancro dopo aver affrontato diverse traversie giudiziarie (sospettato di essere autore di parecchie azioni, era stato arrestato mentre acquistava dinamite da un agente infiltrato). Un mese fa, dopo l’ultimo sabotaggio, un funzionario dell’Associazione canadese degli oleodotti energetici notava sconsolato che «nonostante la presenza del personale di sicurezza sul posto, se c’è uno o più individui là fuori che vogliono causare danni, possono entrare e provocarli mentre la sicurezza è dall’altra parte».
In Vestfalia, nei pressi di Niederzier, c’è la famigerata miniera di Hambach. Lignite, ovvero carbone scuro, non petrolio. Attiva fin dal 1978, con i suoi 34 chilometri quadrati di estensione e la sua profondità di 450 metri, Hambach è il più grande buco fatto dall’essere umano in Europa. Nel corso degli anni, in quella zona, interi villaggi sono stati spazzati via dalla faccia della terra, divorati dall’industria del carbone — ritenuta oggi ancora più necessaria per evitare di ricorrere al nucleare — ed ora il suo previsto ulteriore allargamento minaccia anche l’omonima foresta per la cui salvezza si stanno mobilitando numerose persone. C’è chi costruisce piccole capanne sugli alberi dove va a vivere per impedirne l’abbattimento, e chi si dedica ad altre attività di disturbo. Fra questi ultimi, coloro che lo scorso 25 novembre hanno atteso la notte per attaccare con il fuoco alcune strutture della multinazionale energetica Rwe nei pressi della miniera. All’inizio di gennaio di quest’anno sono stati i binari della ferrovia della miniera ad andare in fiamme.
Intanto, in Francia, ad essere messi in discussione sono sia le linee dell’alta tensione che i parchi eolici. Nella Haute-Durance si è perso il conto dei sabotaggi compiuti negli ultimi anni per protestare contro un progetto che, nelle intenzioni della Rte (Rete trasporto elettrico), avrebbe dovuto compiere un vero e proprio miracolo: attraverso la costruzione di due nuove linee dell’alta tensione, con centinaia di tralicci, riuscire a garantire non solo lo sviluppo di energie rinnovabili, ma anche quello della biodiversità del territorio! (sic!)
La dipendenza dal nucleare gioca un ruolo importante anche nella diffusione dei parchi eolici, previsti in molte zone della Francia (come quelli già presenti in Puglia e in molti altri siti italiani). Ma anche in questo caso non mancano contestazioni ed azioni dirette che lasciano sbigottiti i fautori delle energie cosiddette pulite. Come i funzionari della società Epuron, multinazionale responsabile del parco eolico a Saint Sulpice les Feuilles, i quali si scagliano contro «una opposizione di principio da parte di persone a corto di argomenti, mentre noi giochiamo proprio la carta della trasparenza e dell’informazione». Loro promuovono una fonte di energia rinnovabile, non inquinante, quindi non capiscono perché in tutto il paese si registrino attacchi contro le torri erette per misurare la potenza e la costanza del vento: fra il 4 e il 5 aprile 2016 è crollata quella di Fertrève, nella regione delle Amognes, installata dalla Vsb su un terreno di proprietà del sindaco del paese; fra il 31 ottobre e il 1 novembre è stata abbattuta quella di Châtenay-sur-Seine, installata l’anno precedente dalla società Neoen; la notte dopo, quella fra l’1 e il 2 novembre, è toccato alla cittadina di Doizieux perdere (per la seconda volta nel giro di pochi mesi) la struttura edificata dalla società Abowind. Secondo il sindaco di quest’ultimo paese si è trattato di «un atto di vandalismo commesso da un piccolo gruppo di persone totalmente irresponsabili che non hanno altre ragioni di esistere se non l’intolleranza e la violenza di cui danno prova». Più di recente, nella notte fra l’11 e il 12 febbraio scorso, il “Collettivo dissidente di azione vento di rabbia” ha fatto crollare la torre eolica che si trova a Savigné, con grande sconforto della Res, l’azienda responsabile.
Quanto alla Finlandia, non tutti sono disposti a permettere alla Fennovoima — partner dell’impresa statale russa Rosatom, unica al mondo in grado di fornire tutto il necessario per lo sfruttamento dell’atomo — di costruire la centrale nucleare Hanhikivi sul golfo di Botnia, in un progetto che vede coinvolte varie aziende internazionali. Oltre ai campeggi di protesta, e dopo un sabotaggio ad un macchinario del cantiere a Pyhäjoki avvenuto nel giugno 2015, nella primavera del 2016 il fuoco ha prima distrutto dei mezzi appartenenti alla ditta incaricata della sicurezza e poi bloccato la strada di accesso al cantiere per esprimere il rifiuto ad ogni dialogo, ad ogni confronto, ad ogni trattativa.
Va da sé che ognuno degli oppositori dei vari progetti energetici in costruzione in tutto il mondo ha le proprie buone ragioni per battersi, dalla salvaguardia delle tradizioni a quella della natura e della propria vita. Ma esistono anche questioni più universali, le quali però raramente vengono prese in considerazione giacché metterebbero in discussione la stessa civiltà in cui viviamo. Una per tutte: a cosa serve tutta questa energia nella società attuale? 
Quando i funzionari di Stato e gli amministratori delegati delle multinazionali ci parlano di energia e della necessità di trovare nuove fonti di energia — che si tratti dell’atomo o del vento, del carbone o del gas — a cosa si stanno riferendo? Per quale motivo si preparano ad estrarre 7,4 miliardi di barili di petrolio dalle Bakken Formation nel North Dakota, o estraggono ogni anno 30 milioni di tonnellate di carbone dalla miniera di Hambach? Si preoccupano che i cibi non marciscano nei nostri frigoriferi, che le luci non si spengano nelle nostre case, che le nostre incombenze quotidiane non incontrino difficoltà, oppure che progredisca la produzione di merci, che sia alimentata la macchina da guerra, che non manchi mai il carburante dello sfruttamento e del controllo? È una di quelle banalità che, accompagnandoci 24 ore al giorno, si tendono a dimenticare: l’energia serve a far andare avanti, a far funzionare questo mondo, che non è certo fatto a misura di essere umano.
Forse il modo migliore per rendersene conto è quello di dare uno sguardo alla storia dell’energia.
Una storia che viene tramandata a partire da una menzogna, quella relativa alle transizioni energetiche. Queste transizioni non esistono, non sono mai esistite. Non si è mai passati dal legno al carbone, poi dal carbone al petrolio, poi dal petrolio al nucleare… La storia dell’energia non conosce transizioni, ma solo addizioni. Il che svela un’altra menzogna, quella sulle fonti di energia alternative da cui attingere per evitare l’impiego di fonti inquinanti. In realtà la nostra civiltà tende ad accumulare, non a sostituire. Il fatto che alcuni governi evitino di utilizzare una data fonte di energia non deriva certo da una preoccupazione etica, ma da una scelta strategica. La Germania, ad esempio, pur essendo leader nel settore dell’energia solare e (per ora) intenzionata a non usare il nucleare, è al tempo stesso il maggior produttore mondiale di energia derivante dal carbone, altamente inquinante (la miniera di Hambach è considerata la terza miniera più nociva in Europa). E in tutti questi anni il consumo del carbone, per quanto sia inferiore a quello del petrolio, non ha fatto altro che aumentare. Si brucia più carbone oggi che in passato.
Storicamente le transizioni/addizioni energetiche non obbediscono ad una logica interna del progresso (le prime macchine a vapore erano molto costose ed inefficienti) e nemmeno ad una logica di superamento della penuria (gli Stati Uniti ricorsero al carbone anche se possedevano immense foreste). A prendere il sopravvento sono da sempre le logiche di potere, le scelte politiche e militari. Il caso del petrolio è emblematico. Il suo ruolo primario è legato infatti all’egemonia statunitense. Lungo il XX secolo il costo del petrolio è sempre stato maggiore rispetto a quello del carbone, sia in Europa che negli USA. La sua ascesa sarebbe quindi inspiegabile da un punto di vista meramente economico. Meno caro, il carbone ha tuttavia un enorme difetto: deve essere estratto dalle miniere pezzo per pezzo, caricato su convogli, trasportato per via ferroviaria o fluviale, poi caricato in altiforni che devono essere alimentati, sorvegliati, puliti. Ciò significa che il carbone fornisce a coloro che lo estraggono — i minatori — la possibilità di interrompere il flusso energetico che alimenta l’economia. Le loro rivendicazioni non potevano quindi essere ignorate dalla classe dirigente, che alla fine dell’800 ha visto nelle lotte dei minatori il fermento che ha portato alla comparsa dei sindacati e dei partiti di massa, all’estensione del suffragio universale e all’adozione di leggi sulla sicurezza sociale.
La petrolizzazione del mondo corrisponde quindi al tentativo, da parte del governo degli USA, di indebolire i movimenti operai. Il petrolio viene estratto in superficie, è più facile da controllare e da trasportare, richiede meno lavoratori e con mansioni assai diversificate (cosa questa che ostacola la costituzione di potenti organizzazioni operaie). Uno degli obiettivi del Piano Marshall era proprio quello di incoraggiare i paesi europei — infestati dal virus sovversivo che aveva portato nella prima metà dello scorso secolo a numerose insurrezioni — ad abbandonare il carbone in favore del petrolio, e a tale scopo vennero stanziati cospicui fondi destinati alla costruzione di raffinerie.
L’energia consumata dai singoli individui nelle loro abitazioni, quella tanto sbandierata dagli spot pubblicitari delle multinazionali energetiche, è assolutamente irrilevante a paragone di quella necessaria all’industria, civile e militare. Una singola azienda è capace di consumare ogni anno un’energia pari a quella usata a fini domestici dagli abitanti di un’intera città. Per non parlare della guerra, che divora energia a livelli inimmaginabili. All’epoca della seconda guerra mondiale ciascun soldato americano consumava un gallone di petrolio (3,7 litri) al giorno, salito a 9 galloni (33,3 litri) durante la guerra nel Vietnam, a 10 (37 litri) nel corso di Desert Storm e a 15 (55,5 litri) nella seconda guerra del Golfo. Le nuove macchine da guerra bruciano talmente tanta energia che il loro consumo non viene più misurato in litri ogni 100 km, ma in litri ogni ora. Un caccia F-15 brucia 7.000 litri di kerosene all’ora, un bombardiere B-52 ne brucia 12.000. Nel 2006 la sola aviazione statunitense ha consumato 9,62 miliardi di litri di kerosene.
Sono esempi e considerazioni che ci inducono a riflettere su alcune questioni di fondo: a cosa serve veramente l’energia e chi trae profitto dal suo reperimento? 
Che il mondo stia vacillando sull’orlo dell’abisso è una consapevolezza, o anche solo una intuizione, che si sta diffondendo sempre più e che nessun anestetico mediatico-tecnologico è in grado di fermare. Cancellato dalla storia ogni orizzonte rivoluzionario, davanti ad un’umanità prona — ed in balìa di guerre, catastrofi, epidemie, esodi e quant’altro — si profila solo quell’estinzione che ormai sta diventando probabile anche per il più ottimista degli esperti. Non esistono scialuppe di salvataggio nella nostra titanica società. Per chi non vuole trascorrere l’attesa nella preghiera o nell’indifferenza, come per chi non intende capitolare davanti al fatalismo, non ci sono dubbi: bloccare tutto è il minimo che si possa tentare di fare.
Le lotte in atto ovunque nel mondo contro lo sfruttamento delle risorse energetiche, oltre a sollevare la questione, ne danno la possibilità. La molteplicità e contraddittorietà delle loro ragioni non deve ingannare. Certo, a differenza del passato, nel terzo millennio è possibile che il desiderio di sovversione si incontri con la speranza di sopravvivenza su un medesimo terreno, quello che mira ad ostacolare e ad impedire la riproduzione tecnica dell’esistente. Ma è un incontro destinato a tramutarsi in scontro, perché è evidente che parte del problema non può essere al tempo stesso parte della soluzione. Per fare a meno di tutta questa energia necessaria solo a politici e faccendieri bisogna voler fare a meno di chi la cerca, la sfrutta, la vende, la usa. Le necessità energetiche di una intera civiltà — quella del denaro e del potere — non possono certo essere messe in discussione unicamente dal rispetto per olivi secolari e riti ancestrali, o dalla salvaguardia di foreste e spiagge già in buona parte inquinate. Solo una concezione altra della vita, del mondo, dei rapporti, può farlo. Solo ciò può e deve mettere in discussione l’energia — nel suo uso e nel suo fabbisogno, quindi anche nelle sue strutture — mettendo in discussione la stessa civiltà.
Ed è questo l’incubo di ogni uomo di potere, preoccupato per i propri privilegi e per i propri introiti. Non è un caso se gli stessi burocrati dell’Unione Europea hanno indicato nell’energia uno dei suoi punti più sensibili: le fonti energetiche sono le «infrastrutture critiche» da proteggere a qualsiasi costo. Ecco perché il governo ha decretato che il Tap è un’opera «strategica». In un certo senso sa che gli esseri umani possono ben vivere (e anche meglio) senza tutta questa energia; lo Stato, no.
Se si privasse questo mondo dell’energia che lo perpetua, cosa accadrebbe? Quell’apocalisse che i tutori dell’ordine giurano accompagnerebbe il blocco delle industrie e delle merci, con il suo ripetutamente evocato corollario di stupri, linciaggi e massacri vari, oppure l’emergere di un altro modo di vivere, più semplice e attento? Così come non è con la necessità dell’organizzazione sociale che ci faranno accettare lo Stato, o con la necessità dell’attività che ci faranno accettare il lavoro, allo stesso modo non è con la necessità dell’energia che ci faranno accettare centrali atomiche o parchi eolici, pozzi di petrolio o gasdotti. Non si tratta di dare energia pulita o economica a questa società mortifera — il solo problema che appassiona i periti cittadinisti della decrescita — si tratta di fermarla.
Tagliare l’energia, opporsi a vecchie e nuove fonti energetiche non significa affatto voler far ripiombare l’umanità in un tetro oscurantismo: al contrario, costituisce una scommessa su un futuro infine libero dal ricatto della sopravvivenza e dagli ordini della politica e dell’economia, da scoprire sotto il segno dell’autonomia di tutti e di ciascuno.

E’ PRIMAVERA: Tiriamo fuori le bici dalle cantine!

Schermata del 2017-03-26 18:23:18

Con l’ora legale si ha la possibilità di pedalare di più. Una buona occasione per recuperare dai garage le nostre bici. Ma prima di salire in sella, qualche utile consiglio per una rapida manutenzione.

LA SORPRESA – Eccola finalmente … puntuale come ogni anno è arrivata la primavera e con lei la cerimonia dell’uscita delle biciclette dalle cantine. Strano !!! Le avevamo riposte belle e pulite dopo l’ultima passeggiata in pineta quella domenica di ottobre e ora le ritroviamo impolverate, con le ruote a terra e con un po’ di ruggine sulla catena. Così come sono ora è impensabile salirci sopra e pedalare: allora che fare?

QUALCHE CONSIGLIO – Eccovi serviti alcuni piccoli suggerimenti per ridare smalto alle nostre amiche bici. Per prima cosa una bella lavata con acqua e sapone per togliere la polvere e i residui di grasso dai pignoni (anche detti rocchetti). Asciugate quindi il telaio e tutte le parti cromate che potrete far risplendere passandoci sopra della pasta abrasiva a grana finissima. Stesso trattamento anche per i cerchioni e per i raggi che andranno puliti uno ad uno fino a farli brillare come nuovi. Controllate la pressione delle ruote ed il corretto funzionamento dei freni e delle luci (il codice della strada prevede che le biciclette debbano essere dotate per le segnalazioni acustiche di un campanello e per le segnalazioni visive anteriormente di luci bianche o gialle, posteriormente di luci rosse e di catadiottri rossi). Passiamo infine alla trasmissione che è quella parte della bicicletta che trasforma la vostra forza (il vostro grasso) in energia cinetica: la catena il deragliatore il cambio ed i pignoni. Se queste parti sono molto arrugginite potrete pulirle usando del petrolio bianco passandoci sopra un pennellino a setole morbidissime e, con molta pazienza, passate il prodotto liquido su ogni singola maglia della catena. Lo stesso trattamento deve essere ripetuto sul pacco pignoni e su tutte le parti del cambio.

ULTIMI RITOCCHI – Una volta tolta la ruggine potrete passare uno spray apposito per cambi e catene reperibile facilmente in ogni negozio che vende ricambi per biciclette. Completate l’opera controllando gli accessori che debbono essere sempre con voi in perfetto ordine: una camera d’aria di ricambio, una pompa e gli attrezzi per smontare le ruote.  A questo punto la vostra bicicletta lucida e con la meccanica in ordine è pronta per regalarvi piacevolissime passeggiate nelle belle giornate che verranno.

Paolo Patriarca

Adesso tocca a noi

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Dal Web

Il tempo della mediazione è finito.
L’avvio dei lavori di Tap, con l’espianto dei primi quattro alberi dall’area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un’opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi, era chiaro fin dall’inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un’opera considerata «di interesse strategico nazionale».
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all’ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai.  Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell’ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d’occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un’opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?
[volantino distribuito il 21/3/17 davanti al cantiere TAP e a Melendugno]