GLI INCENDI BOSCHIVI: LO STUDIO E LE SOLUZIONI.

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( Dal Web )

                                                                                           Il fattore predisponente

Negli ultimi anni il problema degli incendi boschivi ha assunto dimensioni a dir poco drammatiche, tanto da destare un grido di preoccupato allarme a tutti i livelli.

Nel decennio passato in Italia si sono perduti, per detta causa, piu’ di 500 mila ettari di bosco, ne’ I’azione di rimboschimento e di ricostituzione boschiva sono riusciti a rimediare alle recenti devastazioni.

Ogni anno, quasi a scadenze prestabilite, si ripete questo gravissimo problema, con ingentissimi danni, sia direttamente economici che ecologici, e solo I’azione di prevenzione e di spegnimento fa si che lo stesso, possa essere contenuto e limitato.

E’ bene ricordare che la gravita’ del fenomeno investe il bosco in tutte le sue molteplici funzioni, procurando danni diretti ed indiretti.

I primi, facilmente valutabili, sono rappresentati dal valore della massa legnosa; i secondi, piu’ difficilmente stimabili, sono connessi alle funzioni “senza prezzo”, quali : la difesa idrogeologica, la produzione d’ossigeno, la conservazione naturalistica, il richiamo turistico, le possibilita’ di lavoro per numerose categorie.

L’incendio del bosco e’ un processo rapidissimo di decomposizione, che avviene solo in presenza del combustibile, qual e’ il materiale vegetale, dell’ossigeno e di una piccola quantita’ di calore ad alto potenziale, che determina lo sviluppo a catena del processo stesso.

Lo scoppio d’un incendio ha quindi una causa scatenante, la scintilla, ed una situazione predisponente il fenomeno, rappresentata dall’aridita’ piu’ o meno accentuata del suolo e della vegetazione.

E’ fuori di dubbio che il fattore climatico e I’andamento stagionale abbiano una notevole influenza nel creare le condizioni favorevoli allo sviluppo ed alla propagazione degli incendi boschivi, e nel caso di fulmini, anche nel determinarli direttamente, circostanza questa, pero’ non molto frequente. Di notevole importanza e’ il grado di umidita’ della vegetazione, in particolare modo di quella erbacea del sottobosco, che varia direttamente con I’andamento stagionale. Gli incendi dei boschi, pur seguendo I’andamento climatico, non si manifestano uniformemente sul territorio: ci sono delle zone dove questo pericolo e’ maggiore che in altre, come I’esperienza ed i fatti, annualmente, confermano. Si vuol affermare che, a parita’ di condizioni climatiche e di coefficiente d’aridita, vi sono altre diverse situazioni che favoriscono lo sviluppo degli incendi nei boschi, quali: I’afflusso turistico, I’abbandono rurale delle campagne, I’attivita’ di particolari pratiche agronomiche e pastorizie, le vendette, le speculazioni.

Cosi, a seconda dell’ubicazione propria del bosco e del suo rapporto specifico con le situazioni accennate, si hanno dei soprassuoli piu’ esposti al pericolo e al rischio d’incendio, rispetto ad altri, dove i fattori sociali ed umani, sono meno incidenti. In base all’andamento meteorologico e climatologico, dobbiamo registrare due periodi di grave pericolosita’: I’uno estivo, nei mesi di luglio, agosto, settembre, piu’ marcato nelle regioni del centro-sud, Liguria compresa; I’altro invernale, nei mesi di gennaio, febbraio e marzo localizzato in particolare nelle zone dell’arco alpino, quali la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto.

In entrambi i suddetti periodi, anche se con differente intensita’ e pur variando da zona a zona, si determinano le condizioni d’aridita’, predisponenti il fenomeno.

Generalmente, la causa determinante I’incendio dei boschi e’ di origine antropica, eccezion fatta per i casi dovuti ai fulmini. L’autocombustione, sovente citata a sproposito, e’ da ritenersi una giustificazione quanto mai semplicistica ed erronea, in quanto, nei nostri climi, non si verifica che in casi del tutto eccezionali e al piu’ limitata ai soli fienili o discariche.

Le condizioni che influenzano sia I’inizio che la prima propagazione dell’incendio, sono principalmente rappresentate:

– dalla quantita’ d’acqua che si trova nei tessuti delle piante, che puo’ variare dal 2 al 200% nei tessuti morti, in dipendenza delle condizioni atmosferiche ed in particolar modo dell’umidita’ relativa dell’aria;

– dal vento, che oltre a favorire I’afflusso dell’ossigeno, quale comburente, determina I’avanzamento della linea del fuoco, provoca il preriscaldamento del materiale legnoso e quindi nuovi punti d’inizio e di continuazione del fuoco;

– dalla quantita’, dimensioni, disposizioni dei materiali combustibili, i quali, se sottili e non pressati, offrono maggiore superficie esterna all’ossigeno comburente.

Le condizioni favorevoli per I’inizio dell’incendio nel bosco, si verificano, piu’ frequentemente, in presenza di copertura morta disseccata, con soprassuoli giovani, specialmente di essenze lucivaghe di resinose.

Le differenti condizioni meteorologiche: regime pluviometrico, dominanza dei venti, unitamente alle diverse tipologie forestali, al loro governo e trattamento, influenzano la frequenza stagionale degli incendi.

 

Le cause degli incendi boschivi

II fuoco mostra nelle foreste e nei boschi, ed in numerose localita’ del mondo, una presenza ricorrente anno dopo anno, con un’intensita’ devastatrice in continua ascesa.

Oggi non vi e’ paesaggio naturale e vegetale che non sia stato modellato piu’ o meno intensamente dal fuoco.

 vasti e frequenti incendi forestali degli ultimi anni, uniti alla irregolarita’ delle precipitazioni, possono aggravare i rischi di desertificazione.

Tale pericolo e’ presente in tutta la parte Sud dell’area mediterranea e incomincia a interessare anche la parte Nord ed a preoccupare seriamente gli organismi internazionali, poiché minaccia i programmi di riforestazione e di utilizzazione delle risorse forestali.

Di fronte a tale problema i paesi piu’ colpiti stanno organizzando il potenziamento dei mezzi di lotta e formulando progetti pilota alla CEE per contribuire al mutuo soccorso tra Stati Membri in caso di incendi di particolare gravita’.

La statistica delle cause e’ purtroppo molto meno completa di quella dei sinistri.

Per questi motivi, la questione delle cause non puo’ essere chiarita con dati certi e documentati e richiede una analisi profonda e molto allargata delle possibili motivazioni degli incendiari, per conoscere I’origine del fenomeno.

II clima e I’andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell’incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosita’. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 m.s.l.m. la vegetazione erbacea e secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente; viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, I’innesco del fuoco e’ difficile.

Non vi e’ dubbio che la causa prima degli incendi boschivi vada ricercata essenzialmente nell’alto grado di depauperamento e di forte spopolamento delle zone dell’alta collina e della montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo I’abbandono di tutte quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco meno soggetto nei confronti del fuoco.

I diradamenti, le ripuliture, il pascolo disciplinato, eventuali colture ed in alcuni casi anche il fuoco controllato, facevano si che il sottobosco non fornisse esca e nel contempo, la presenza attiva dell’agricoltore e del pastore era garanzia e sicurezza per un rapido intervento anche qualora I’incendio scoppiava.

Cosi, anche quando gli agricoltori, involontariamente potevano essere causa dell’incendio, essi stessi provvedevano a spegnerlo direttamente; cio’ era possibile grazie alla cospicua presenza demografica nelle zone di campagna, oggi di contro, fortemente diminuita ed invecchiata.

La situazione e’ ora cambiata, tanto che le operazioni selvicolturali tradizionali sono molto trascurate; e pratiche agronomiche e pastorali, nelle quali si fa uso anche del fuoco, oggi assumono, per i boschi limitrofi ai campi ed ai pascoli, un pericolo costante, poiché I’esodo da tali zone, in particolare quello giovanile, e’ stato massiccio. Ma, se questa e’ la ragione prima di certi tipi d’incendio, non diverse sono le considerazioni da fare per quanto concerne I’incendio boschivo determinato dalla presenza di altri potenziali utenti.

Anche tali casi riguardano I’uso del territorio, cosi carente di strutture e di servizi atti ad assicurarne il mantenimento, dal punto di vista fisico ed economico, in funzione dell’uso e non dell’abuso piu’ intenso.

Una correlazione interessante e’ quella degli incendi boschivi con la circolazione veicolare. Infatti si vede che ad un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in progressione gli incendi boschivi. E dal rilevamento dei punti d’innesco del fuoco si evince come moltissimi incendi abbiano inizio dal bordo di strade ed autostrade.

Recentemente da parte del Servizio Antincendi del Corpo Forestale dello Stato e’ stato iniziato uno studio di tale tipo, che ha portato a definire il ventaglio di motivazioni di seguito descritto:

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La prevenzione

Qualsiasi strategia di prevenzione e lotta al fuoco, per quanto valida nei suoi principi ispiratori, e’ destinata a fallire se non sostenuta dalla partecipazione della gente, sia in termini di convincimenti che di azioni materiali.

Di qui la necessita’ di indicare alcuni orientamenti volti ad integrare il piano organizzativo anticendio, soprattutto quando lo studio delle cause del fenomeno induce a ritenere che il comportamento dell’uomo, doloso o colposo che sia (83,5%), e’ all’origine del diffondersi degli incendi boschivi e della distruzione dei delicati equilibri ambientali.

Valgono, pertanto, le seguenti considerazioni:

– La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civilta’ degli uomini, alla loro cultura e sensibilita’.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell’ambiente.

– La difesa del bosco e degli alberi, e’ ormai quasi esclusivamente connessa alla qualita’ dei rapporti che I’uomo e’ in grado di stabilire con I’ambiente. Al riguardo, I’opera di sensibilizzazione delle popolazioni e di informazione dei cittadini, anche con il coinvolgimento dei mass media, non sara’ mai pienamente efficace se non mira a realizzare una cultura della tutela del patrimonio forestale inteso come bene imprescindibile che appartiene alla stessa collettivita’.
É necessario, pertanto, dare opportuno impulso a tutte quelle azioni di carattere informativo e formativo che concorrono alla crescita di una cultura dell’ambiente e del bosco, promuovendo la consapevolezza che uomini e alberi appartengono al medesimo contesto naturale.

– La disattenzione verso tale ultimo interesse e valore (il bosco ha oggi un valore piu’ pubblico che privato, piu’ generale che locale, piu’ culturale che materiale, piu’ ecologico che economico) spesso addebitabile all’incuria, alla scarsa attenzione ed educazione, alla superficiale conoscenza del bosco e del suo significato ambientale, in non rari casi nasconde mire speculative che andrebbero, sempre e ovunque, contrastate, tenuto conto del divieto di cui all’art. 9 della legge 1 Marzo 1975, n. 47 e di analoghe disposizioni regionali in materia.
La predetta legge vieta I’insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo nelle zone boscate distrutte o danneggiate dal fuoco, impedendo, altresi’, che tali zone assumano una destinazione diversa da quella avuta prima dell’incendio.
La tutela giuridica e’ stata in seguito integrata dalla Legge Galasso, n. 431 dell’ 8 Agosto 1985, che sottopone al vincolo paesaggistico i terreni boscati percorsi dalle fiamme.

– I materiali di risulta dall’agricoltura o della ripulitura dei boschi, le paglie, un tempo risorse da utilizzare negli allevamenti zootecnici, oggi sono considerati solo uno scarto da distruggere con I’incendio.
Da questi fuochi disseminati nelle campagne si origina un consistente numero di incendi, cosiddetti “involontari”, riconducibili, alla stregua della bruciatura delle stoppie, soprattutto nell’Italia meridionale, alla medesima preoccupante tendenza al disinteresse e alla disattenzione per le risorse naturali.
Una piu’ assidua vigilanza sull’osservanza delle norme, statali e regionali, che vietano tali operazioni nei periodi di massimo rischio per gli incendi, sicuramente circoscriverebbe la proporzione del fenomeno.

– Oggi si e’ promossa I’immagine del bosco come elemento del paesaggio e richiamo turistico, provocando I’effetto di un aumento della mobilita’ di massa e della presenza umana all’interno dei complessi boscati.
Una presenza, spesso, che si traduce in azioni devastatrici ed inquinanti, mediante comportamenti irresponsabili, come I’accendere fuochi ed abbandonare rifiuti nei boschi; una presenza, molte volte, poco consapevole del valore delle risorse naturali di cui beneficia e non in grado di capire il significato e I’importanza del ruolo che esse svolgono nell’ambito territoriale, ne’ il livello di produttivita’ che tali risorse raggiungono sia in termini di biomassa che di servizi forniti alla societa’.

– L’analisi dell’incidenza percentuale degli incendi sul tipo di proprieta’ e sul tipo di bosco bruciato evidenzia come le superfici colpite da maggiori aggressioni siano quelle in cui coesistono la proprieta’ privata e la presenza del ceduo, tipo di bosco piu’ frequentemente destinato all’abbandono.
Se a queste informazioni si aggiunge la considerazione che quasi il 30% degli incendi si verifica nelle aree di collina interna e circa il 34% in quelle di montagna interna, e possibile argomentare che la ricorrente frequenza degli incendi va correlata anche al complesso dei problemi che ostacolano il corretto recupero delle stesse aree.
I fattori che rendono un bosco vulnerabile al fuoco non sono diversi da quelli che concorrono a determinare la marginalita’ economica e sociale del contesto territoriale del quale esso fa parte. II bosco, infatti, si configura sempre piu’ come sito destinato ad essere toccato dalla stessa pericolosa fragilita’ ambientale del territorio che lo comprende.

– Lo studio analitico del fenomeno evidenzia che molti incendi si verificano lungo le ferrovie, strade ed autostrade, a partire dalle scarpate e dalle cunette spesso interessate da vegetazione facilmente infiammabile, oppure lungo le piste e i sentieri che si addentrano nei boschi.
Questi fuochi possono essere prevenuti sia con azioni tendenti a rendere piu’ consapevole e responsabile il comportamento dell’uomo, che con interventi di vigilanza delle Amministrazioni preposte.

– Per la prevenzione degli incendi volontari, che spesso assumono la forma dell’atto vandalico o del ricatto alle istituzioni, e opportuno attuare tutte le misure tendenti a ridurre le tensioni sociali che potrebbero degenerare nell’uso del fuoco.

– Oggi gli interventi contro il fuoco sono affidati a personale altamente addestrato e all’impiego di mezzi terrestri ed aerei.
Da scoraggiare e’ la morbosa curiosita’ con la quale di solito la gente assiste passivamente all’incendio, quasi che I’incendio stesso costituisca uno spettacolo.
Seppure non si puo’ nascondere che I’incendio susciti emozioni spettacolari, e’ pur vero che si tratta di un quadro desolante nel quale si consumano una parte della natura, della nostra storia, della nostra cultura e si distrugge un patrimonio naturale difficilmente ricostituibile nella sua originaria complessita’ ecologica.
E’ indispensabile dunque che nel corso di un incendio tutti si adoperino a collaborare con i forestali e con quanti sono preposti a compiti di spegnimento, astenendosi da ogni intralcio o disturbo.

– Chiunque scopra un incendio che ha attaccato o minaccia di attaccare un bosco e’ tenuto a dare I’allarme perche’ possa essere immediatamente avviata I’opera di spegnimento.

In tutte le Regioni sono diffusi i numeri telefonici degli Uffici Forestali.

In mancanza di questi, si puo’ chiamare il NUMERO NAZIONALE (1515)

 http://esserci.correrenelverde.com/emergenzeeservizi/1515.htm

Programmazione della lotta agli incendi boschivi

La dislocazione dei mezzi terrestri ed aerei per la migliore difesa del boschi dal fuoco viene fatta in funzione della differente vulnerabilita’ delle aree boscate.

In questa sede si e’ voluto sintetizzare quanto concretamente fatto nella scorsa campagna antincendio assieme al Dipartimento della Protezione Civile circa: I’apertura delle basi operative; gli elementi di valutazione per la richiesta tempestiva di intervento aereo; le procedure per I’impiego dei mezzi aerei.

Nelle cartine che seguono sono riportate le superfici ricoperte da boschi e le zone a rischio d’incendio valutate diversamente a seconda del periodo estivo o di fine inverno.

Tale ultima diversificazione e’ particolarmente importante perché si e’ visto ed analizzato come esistano due situazioni di particolare propensione al fuoco, in relazione ai fattori climatici.

II clima e l’andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell’incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosita’. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 metri s.l.m. la vegetazione erbacea e’ secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente;

viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, l’innesco del fuoco e’ difficile.

Similare situazione di pericolosità, sia pur inferiore, si ha a fine inverno, generalmente nei mesi di febbraio – marzo, quando la vegetazione erbacea e’ stata seccata dal gelo. Tali situazioni le ritroviamo soprattutto nella zona prealpina sino agli 800 metri ed anche in quelle appenniniche, a quote superiori.

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Le misure adottate nella lotta agli incendi boschivi

L’emergenza incendi verificatasi negli ultimi anni ha posto la necessita’ di adottare specifiche misure di salvaguardia degli ambienti naturali dal fuoco.

Si tratta di provvedimenti di carattere preventivo e di potenziamento dei sistemi di allarme e difesa che costituiscono il proseguimento di una strategia di miglioramento dell’efficienza delle strutture preposte alla prevenzione e lotta degli incendi boschivi, gia’ da tempo perseguita dal Corpo Forestale dello Stato.

Gli Impianti di Monitoraggio

Gli impianti di teleavvistamento realizzati dallo Stato, dalle Regioni o dalle Amministrazioni locali, sono in continuo sviluppo.

I primi impianti sono stati realizzati dall’ex Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste: dal 1986 e’ in funzione presso il Centro Operativo Antincendi Boschivo di Sabaudia un impianto di telecontrollo forestale operante nel Parco Nazionale del Circeo, realizzato dalla Faenzi Giancarlo & C. di Grosseto.

Si tratta di un sistema ottico articolato in postazioni periferiche e in una sala operativa di comando e controllo che garantisce un servizio continuo nelle 24 ore.

Dal 1989 e’ in funzione nell’Isola di Caprera un sistema automatico di telerilevameto dei focolai di incendio operante nell’infrarosso e nel visibile, denominato B.S.D.S. e realizzato dalla Teletron di Cagliari.

A Vallo della Lucania, in Campania, e’stato sperimentato nello stesso anno il sistema con il sensore SRI-10 della Selenia per I’avvistamento e la gestione degli incendi boschivi.

I sistemi organici di monitoraggio elettronico sono concepiti per essere utilizzati in una rete telematica modulare e gerarchica, basata sull’organizzazione operativa del CFS, che partendo dai punti periferici di avvistamento (PPA) e passando per i Centri Operativi Locali e Provinciali (COL e COP), arriva fino ai Centri di Controllo Regionale (COR), in cui e’ prevista la interfaccia del sistema con la Protezione Civile.

I punti di avvistamento comprendono un sensore all’infrarosso, una unita’ di telerilevamento, una stazione automatica per la rilevazione dei dati meteorologici, apparecchiature hardware e software per lo scambio delle informazioni con i Centri Operativi Locali ed un sistema di controllo e diagnostica.

L’art. 30-bis della legge 28.2.1990, n. 38 e il decreto legge n. 142/91, convertito con la legge 195 del 3.7.1991, hanno concesso contributi per la realizzazione degli impianti di monitoraggio alle regioni Liguria, Sardegna, Sicilia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Puglia e Calabria.

La normativa sopra citata prevede che i sistemi automatici di monitoraggio, comando e controllo, abbiano caratteristiche tecniche conformi a tipologie sperimentate e collaudate ed assicurino la piena integrazione con il sistema satellitare ARGO, che e’ la prima rete di telecomunicazioni via satellite, non militare, impiegata per scopi di protezione civile e di controllo del territorio.

I sistemi di rilevamento degli incendi, basati sul sensore all’infrarosso (SRI-10) e sul modello tridimensionale delle telecamere operanti nel visibile e nell’infrarosso (sistema B.S.D.S.) si stanno realizzando nelle regioni interessate.

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Il lavoro è un crimine

Copia di 334H

( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Che cosa è fallito

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( Dal Web )

A. Visalli

È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s’è pensato molto ad organizzare, s’è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla. Bastò che i capoccia del sindacalismo francese, tedesco ed italiano dessero, in buona o mala fede non importa, il loro consenso alla guerra per vedere il triste spettacolo di milioni d’uomini che si credevano emancipati, accodarsi su le orme dei mali pastori ligi al governo per interesse o per paura, e poi andare a servire quella bandiera, quella patria, quel re che erano stati il loro ludibrio, il cinquantenario bersaglio della loro propaganda rivoluzionaria. E tutto ciò senza una protesta virile, efficace.
Avrebbero di certo agito differentemente se non si fossero abituati a pensare con la testa dei sacerdoti, dei duci, del sinedrio.
La presente guerra ci ha rivelato moltissime cose. Ha messo il dito sulla cancrena organizzatrice, ha scoperto che molta propaganda s’è fatta per parere semplicemente sovversivi, mentre di fatto non lo si è; ha scoperto che si ha ancora la fregola di contarci, di essere dietro al numero, e non dietro alle coscienze. Milioni di organizzati che se semplicemente avessero osato, avrebbero potuto impedire la presente guerra, sono la prova più lampante del marcio delle cosiddette organizzazioni sovversive.

Sui misfatti del lavoro

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( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005

Dall’occultamento alla catastrofe

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( Dal Web )

Il film che non vogliono tu veda

La libertà che non vogliono tu possieda

La nuova norma che decreta l’obbligo dei vaccini dimostra in modo inequivocabile quale sia la sola libertà apprezzata, concessa e tutelata dallo Stato: quella di obbedire.
Attraverso il ricatto di privare della patria potestà (i genitori) e di radiare dall’albo professionale (i medici), chiunque non veda di buon occhio l’indiscriminata vaccinazione di massa si ritrova con le spalle al muro.
Costretto ad accettare il fatto che i bambini, prima di essere figli o creature fragili bisognose di sviluppare un sistema immunitario naturale, devono essere cittadini sottoposti alle leggi delle istituzioni e devono essere consumatori delle merci dell’industria farmaceutica (la più ricca e potente del mondo, dopo quella degli armamenti).
La coscienza deve solo tacere, per timore o per ignoranza, davanti alla ragione politica e agli interessi dell’economia?
Davanti all’arroganza del potere è sempre più urgente ribellarsi, urlare il proprio «No!» a chi vuole soltanto udire «Signorsì!».
La visione di questo documentario, boicottato dai media e messo al bando dalle autorità per le rivelazioni che contiene, ce ne fornisce l’occasione.
Domenica 18 giugno ore 20,30
in P.zza delle Giravolte
Lecce

Formaldeide

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( Dal Web )

’77, e poi…
Oreste Scalzone
Mimesis, 2017
«Per ricordare la mia coccarda
mi sono dipinto il naso di rosso
e ho del prezzemolo nel naso
per la croce di guerra
Sono un vecchio combattente
guardate come sono bello»
Benjamin Péret
È la disgrazia degli anniversari. Incitano i reduci a salire sulla ribalta. Chi ha vissuto certe esperienze del passato ed è ancora vivo nei suoi desideriusa la memoria come arsenale per il presente ed il futuro. Non ha tempo né interesse per le pacche sulle (proprie) spalle, per le (auto)congratulazioni. I contratti con le case editrici, soprattutto se commerciali, lo ripugnano. Lo si vuole chiamare per questo un sopravvissuto solitario e sperduto? E sia. Ma ad ogni modo non va confuso con il reduce medagliettato, ovvero con chi è morto da tempo ed usa la memoria come strumento di imbalsamazione. Per i reduci lo scopo della memoria non è l’affinamento di ciò che si è e si può diventare, è la celebrazione di ciò che si è stati. E più quel passato è stato abbandonato e tradito, più ci si accanisce a farvi ritorno per pretendere onori postumi e onorari immediati.
Ecco perché si potrebbe liquidare questo libro di Oreste Scalzone con la formula d’uso: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Io infatti lascio che questo saltimbanco della contestazione se la canti e se la suoni, con o senza fisarmonica, per conto della Rizzoli o della Mimesis. Non intendo immergermi nella bava del suo super-io logorroico, che tracima da queste pagine annegando ogni cosa. Però siamo alle solite. Il silenzio di disprezzo davanti alla narrazione più fanfarona è più che comprensibile, ma è davvero sempre saggio? Me lo chiedo in continuazione.
Per capire questo libro bisogna capire il suo autore, e per riuscirvi bastano due piccoli aneddoti. Il primo è lui stesso a fornirlo quando riporta il testo di Rossana Rossanda in merito all’omicidio Custrà, testo che si apre così: «Nella immagine di Oreste Scalzone, che disperatamente grida al suo corteo, sabato sera a Milano, “Andiamo avanti, andiamo avanti, se no succede un casino” e non riesce a impedire che una ventina di ragazzi mascherati escano dalle sue file, rovescino l’autobus, e tirino una palla in fronte al disgraziato agente Custrà, sta la tragedia di Autonomia operaia”». Contrariamente a quanto pensava la rossa corista dell’immondo ritornello pasoliniano sugli sbirri-figli-del-popolo, in quella immagine magnifica sta solo e soltanto la risibile irrilevanza dei pettoruti leaderini rappresentanti di niente e di nessuno, la cui nomea è data dall’aria pompata da mass-media a perenne caccia di portavoce da intervistare. Sulla panca che gli è piovuta addosso all’università di Roma nel 68, scaraventandolo al tempo stesso in ospedale ed in prima pagina, Scalzone ci è poi salito sopra. Nei panni del tribuno cercato e fotografato si è trovato talmente bene da non volerli più abbandonare, nemmeno quando nessuno prestava più orecchio ai suoi deliranti sproloqui.
Il secondo aneddoto, invece, non lo troverete in questo libro. Nel rammentare il convegno di Bologna la sua «prodigiosa memoria a lungo termine» riporta solo i fischi a Boato, ma non ricorda le urla, gli insulti, i fischi e i panini che si abbatterono sulla sua testa qualche minuto dopo aver iniziato la propria affabulazione. «Chi è quello?», chiesi ai compagni che avevo accanto. «Oh, niente, è solo quel coglione di Scalzone», fu la risposta. Nonostante fino a quel periodo (prima di scoprire l’anarchismo) avessi frequentato l’area dell’Autonomia milanese, partecipando a manifestazioni, assemblee e quant’altro, e nonostante Senza tregua venisse stampata a Milano, non lo avevo mai incontrato in alcuna iniziativa. Ciò non significa che non fosse presente, significa solo che era anche lui una goccia nell’oceano. A Milano c’erano appuntamenti ogni giorno e tutti i fine settimana c’erano cortei a cui partecipavano migliaia e migliaia di persone. E la rabbia che esplodeva non aveva alcun pastore. Di leaderini ce n’erano, fin troppi, ma influenzavano solo chi stava loro accanto. I cani sciolti erano più di quelli al guinzaglio.
Quanto a Scalzone, il suo nome era noto ai più come «quello che parla sempre»; null’altro. Non per niente quando vede il microfono di un giornalista, Scalzone si eccita. In lui calcolo politico e vanità umana coincidono perfettamente, con risultati spesso tragicomici agli occhi dei suoi stessi… familiari. Già nel 1979, su un supplemento a Corrispondenza Internazionale, veniva criticata La realpolitik di Oreste Scalzone e si irrideva chi «ormai ha deciso di valorizzare l’uso “alternativo” dei mass-media borghesi come tribuna non-parlamentare». Assai meno divertita doveva essere invece la figlia di Guido Rossa quando confidava ad un sodale di Scalzone, Paolo Persichetti, che tutti gli sforzi compiuti nel corso degli anni in silenzio per ottenere un indulto a favore dei detenuti politici venivano puntualmente neutralizzati dal giornalista di turno, il quale andava a Parigi, raccoglieva la bava del super-io logorroico e la spargeva poi in prima pagina, turbando gli animi e congelando le mediazioni. Cosa alquanto ridicola in chi vanta una perizia da alto stratega.
È un errore assai diffuso, che andrebbe corretto, quello di confondere il ceto politico di un movimento con la sua base vivente. Il primo, ridotto e più o meno dotto, intriga e rappresenta; il secondo, esteso e più o meno grezzo, vive e si diverte. Nel 1977 il magma ribollente della cosiddetta Autonomia era assai più attratto dal godere proletario che dal potere operaio, le cui poche teste ideologizzanti ammorbavano l’aria più che depurarla. Gli innumerevoli compagni che allora scendevano per le strade e si battevano contro le forze dell’ordine non lo facevano perché davano ascolto ai vari Negri, Scalzone, Piperno… ma perché erano spinti dalla loro tensione vitale, dai loro sogni, dai loro desideri. Il ceto politico parassita il movimento, non lo fa diventare rigoglioso. Il ceto politico porta il movimento alla morte, non alla vittoria. Bisognoso di manovalanza malleabile alle sue strategie, pretende obbedienza. C’è chi lo fa apertamente, invocando la disciplina di un partito guidato dall’autorità di un Comitato Centrale, e c’è chi lo fa indirettamente, spronando lo spontaneismo di un movimento indirizzato dall’autorevolezza di un Comitato Invisibile. Ma nel primo come nel secondo caso, si sollecitano gli altri ad agitarsi senza pensare con la propria testa.
È il cruccio di tutti i politicanti: il potere. Quel potere che Scalzone ha sempre inseguito, poco importa se per conquistarlo o per consigliarlo. Dalla suascheda rossa a favore del PCI degli anni 60, alle sue liste Arcobaleno per le elezioni europee degli anni 80, fino ai suoi recenti rimbrotti al PD, è sempre lo stesso filo marrone-merdifico della politica che continua a dispiegare. Uno dei fondatori di Potere Operaio, nonché principale sostenitore della desistenza, pensa davvero di essere credibile oggi quando dice di collocarsi «nel variegato campo “comun’autonom’acratico”, “anarcocomunista”, “del comunismo radicale libertario”»? È perché ha scoperto il «pluriverso anarchico col relativo “immaginario”» che ha trasformato i suoi ricordi sul 1977 in merce editoriale venduta prima alla Rizzoli e poi alla Mimesis? O magari perché, come affermava, «bisogna abituarsi a convivere con il contraddittorio e l’ambiguo»?
Sarebbe questo il «funambolismo» mitopoietico apertamente teorizzato su questo libro? Da un lato Scalzone che se la tira a insurrezionalista libertario e dall’altro Casamassima che nel ricordare le difficoltà in cui si venne a trovare nel 77 l’ala più radicale del Movimento osserva che «Non gioca a suo favore il non essere dotata di un centro organizzativo, di una struttura gerarchica»? Ma queste sono cialtronerie opportuniste buone solo nei saloni radical-chic della sinistra, nei centri sociali di infamelli che pensano di essere untorelli, o al limite nelle sedi di anarlecchini che fanno da badanti alle mummie autoritarie nella speranza di ricavarne qualche lascito (speranza giustificata, considerata la carezza con cui si conclude questo libro). Solo in posti simili si possono trovare lettori capaci di apprezzare una simile opera, che finalmente ci svela chi sia stato ad aver fermato l’assalto al cielo avvenuto in Italia nel 1977: John Travolta! Infatti, scrive senza imbarazzo Casamassima, «È del 1977 La febbre del sabato sera, il film che trascina migliaia di giovani fuori dai Circoli del Proletariato rinchiudendoli nelle discoteche» (sic!).
In effetti ha una sua logica; agitarsi per agitarsi, per dar sfogo agli ormoni senza sprecare neuroni è meglio sgambettare seguendo il ritmo di una canzone che correre a gambe levate inseguiti dalla polizia. Massì, dopo il cattivo maestro Toni Negri, il buon maestro Tony Manero! Dalla banda Bellini ai Bee Gees!
Sarebbe questa la «memoria attiva»? Attiva in cosa, nello scalare le classifiche di vendita? Bah, è inutile prendersela. In fondo me lo avevano già detto quarant’anni fa: non è niente, solo quel coglione di Scalzone.

Lettera aperta al 
dr Giuseppe Serravezza

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( Dal Web )

Nemici di Tap

Melendugno (Lecce), 27 maggio 2017
Egregio Dottor Serravezza [*],
questa nostra non è una lettera per elogiarLa, ma siamo certi che vorrà scusarci e capirà, avendo già schiere di ammiratori ed essendo riuscito a conquistare ulteriori simpatie per il suo impegno contro il gasdotto Tap che si vorrebbe realizzare nel Salento.
In effetti è proprio in merito a questo suo impegno che abbiamo deciso di scriverLe, ed in particolare in riferimento ad un Suo appello pubblico, in cui chiedeva a tutti i partiti e movimenti – da Casapound agli anarchici – di fare un piccolo passo indietro, nel nome di una battaglia comune contro Tap. Ora, a parte il fatto che in una lotta i passi da fare sono, secondo noi, sempre in avanti e mai indietro, la questione è anche un’altra, ben più importante. Perché a nostro avviso la lotta contro Tap non è, come Lei afferma, una lotta per la salvezza del territorio, dell’ambiente e della salute delle persone, bensì una lotta di libertà e per la libertà, e come tale non può essere portata avanti con coloro che della libertà sono nemici, come i fascisti di Casapound che Lei forse ammira e con i quali si è già trovato a collaborare in pubbliche iniziative, e come i democratici che Lei stesso rappresenta.
Vede, Dottore, i fascisti saranno anche disponibili a manifestare per la difesa dell’ambiente e del territorio, nel nome della loro lurida ideologia fondata su «sangue e suolo», ma si tratta delle stesse spregevoli persone che inneggiano all’eliminazione del diverso, alla caccia all’«uomo di colore», alle guerre nel nome di una presunta superiorità occidentale… Lei è disposto ad accettare tutto questo? Lei crede che le cose possano essere separate e si possano portare avanti delle lotte dividendole in compartimenti stagni? Noi crediamo di no.
Noi crediamo anzi che il suo pensiero, caro Dottore, sia dannoso, perché affermando che la lotta contro Tap è una lotta per la difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, spalanca le porte ai fascisti che forse saranno suoi amici, ma di cui noi siamo irriducibili nemici.
Non solo; Lei spalanca la porta ad altri – come Lei – eminenti scienziati, che confutano le sue tesi sulla cancerogenicità delle emissioni del gasdotto, avallandone di fatto la costruzione. Lei ha permesso, caro Dottore, con i suoi scioperi della fame e della sete, il riaffermarsi della politica all’interno della protesta, una politica che era stata scavalcata dalla rabbia spontanea di centinaia di persone comuni; lo ha permesso incontrando sindaci, governatore di Puglia ed esponenti di Governo coi quali ha dialogato amorevolmente. Lei ha espresso l’idea di spostare altrove l’approdo del gasdotto, intendendo quindi devastare in un altro luogo il territorio e l’ambiente, e compromettere la salute di altre persone un po’ più in là. Lei, caro Dottore, ha assunto in una parola il ruolo del recuperatore, provando a mediare con la politica ciò che per noi non è mediabile: la nostra libertà.
Una libertà che non andrebbe sminuita e contenuta, bensì difesa e aumentata; una libertà che affonda le sue radici nei motivi profondi per cui opporsi al gasdotto, ad un’opera di colonialismo energetico che non si limita solo a devastare il giardino fuori dalle nostre case, ma è causa ed effetto di guerre sparse in giro per il mondo con tutto il loro corollario di morti, devastazioni, esodo di milioni di persone, annegamenti nei mari…
Opporsi al gasdotto Tap, egregio Dottore, significa volersi opporre a tutto ciò, e significa anche volersi opporre agli Stati che queste condizioni creano ed alimentano, agli Stati che impongono e difendono, manu militari, opere come Tap. Agli Stati che, proprio come i fascisti, sono nemici della libertà.
Per questo, caro Dottor Serravezza, se vuole collabori pure coi fascisti e con la politica, ma lo faccia sempre a titolo strettamente personale, e sia anche disposto ad affrontarne le conseguenze. Ad alcuni può anche bastare l’autorevolezza o il digiuno di un uomo per considerarlo proprio complice.
A noi no.
Cordiali saluti
[volantino distribuito a Melendugno in occasione di una iniziativa organizzata da
Lega Italiana Lotta Tumori, Comitato No Tap e Terra Mia]
* Giuseppe Serravezza, oncologo, responsabile scientifico della LILT di Lecce, salito alla ribalta delle cronache per lo sciopero della fame e della sete intrapreso in segno di protesta contro la costruzione del gasdotto Tap.

Figuri e figure

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( Dal Web )

La sala era gremita della peggior “decrepitudine”:
Sindaco in uscita ed aspiranti sindaci in entrata, presidente della provincia, prefetto, rettore, viceministro allo sviluppo economico, assessori, notabili, funzionari di partito, imbrattacarte dell’amministrazione, giornalisti di vario pelo, bipedi incravattati o ingioiellati dell’alta società di Lecce e dintorni…
Erano tutti là, a presenziare ad un evento sulle «dimore storiche» del capoluogo salentino. Ma quanto, quanto, quanto sono belle le case dei ricchi? E quanto meritano di essere conservate ed ammirate? Ansiosi di scoprirlo, siamo andati all’ appuntamento.
Varcato l’ingresso nella sala alcuni di noi sono stati subito abbordati ed importunati da chi pretendeva di sapere cosa avessimo dentro le borse, cosa ci fosse scritto nello striscione piegato e portato sotto braccio. Mai rispondere all’ indiscrezione degli sconosciuti, si rischia di contrarre brutte malattie e pessime abitudini.
Così ci siamo seduti diligentemente ed abbiamo atteso l’inizio dell’evento, sordi alle reiterate domande altrui.
Dopo un video di pochi minuti giudicato talmente «emozionante» dall’ officiante della serata che a suo dire si sarebbe anche potuto concludere tutto lì (in effetti…), e dopo un salutino del sindaco uscente, la parola è stata data al prefetto.
Data, sì; presa, no. Perché a quel punto la parola ce la siamo presa noi, ricordando ai presenti le responsabilità della peggior decrepitudine nella costruzione del gasdotto Tap, ennesima abiezione di un mondo già prodigo di guerre, massacri, deportazioni, devastazioni ecologiche e quant’altro. Cuori generosi, abbiamo anche accontentato la curiosità dei questurini dispiegando lo striscione:
No Tap né qui né altrove.
L’oggetto è stato talmente apprezzato dagli uomini e donne della questura che alcuni di loro si sono subito lanciati alla sua conquista (mentre altri si lanciavano a protezione della signora viceministra allo sviluppo economico). Ne è nato un rumoroso parapiglia, al termine del quale lo striscione è rimasto ai suoi creatori.
Rovinata la bella serata mondana, siamo usciti in cerca di aria non senza prima ricordare più volte agli illustri presenti che cosa fossero: ecoterroristi!
Nella corte, la stessa organizzatrice dell’evento ci ha suggerito di fare ciò che stavamo già per fare, ovvero appendere lo striscione al cancello d’ingresso («vi do io il permesso ma non urlate, vi prego, ci fate fare brutta figura»), con grande sconcerto dei questurini. Dalle borse sono usciti i volantini che sono stati distribuiti ai passanti. I guastafeste in uniforme hanno iniziato a proliferare pur tenendosi a distanza. Alla fine ce ne siamo andati indisturbati, continuando a volantinare per le vie del centro.
Altre occasioni non mancheranno.
La peggior “decrepitudine” è avvisata.
Ogni qualvolta si radunerà pubblicamente per brindare ai propri profitti e ruttare i propri privilegi, dovrà stare attenta alla porta di ingresso.
Qualche ospite indesiderato potrebbe in qualsiasi momento far capolino.

L’ignoranza delle masse

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( Dal Web )

Jean Grave

Sotto il pretesto di essere più pratici, molte persone si accaniscono a predicare certe riforme pur confessando che il loro effetto non può essere che momentaneo.
La maggior parte della folla è ignorante, essi dicono, chiusa alle idee astratte; essa vuol cose positive e immediate, curandosi ben poco di ciò che si realizzerà dopo di lei; se ci si vuole fare ascoltare, bisogna saperle parlare il suo linguaggio e sapersi mettere alla sua portata.
Certo la folla è ignorante; ma perché non sa che il male di cui soffre è la conseguenza di un’organizzazione sociale difettosa, da lei tollerata; perché non ha coscienza della propria forza e si lascia tosare invece da una minoranza di oziosi; perché la si è abituata a credere agli uomini provvidenziali, cosicché, senza essere stanca delle delusioni subite, essa continua sempre a farsi rimorchiare da tutti coloro che la abbagliano con belle promesse.
Le rivoluzioni passate sono abortite perché i lavoratori erano ignoranti, perché essi non vedevano che il presente e si lasciavano mistificare sull’avvenire, non avendo saputo prevederlo.
La rivoluzione sociale che si prepara deve avere un domani. Non bisogna che la vecchia società, la quale sarà stata scossa dalle sue basi, possa su nuove basi ricostituirsi. Accanto alla propaganda che dice agli individui di ribellarsi, occorre la propaganda ardente e continua che ne insegna loro il perché.
Una rivoluzione la quale non avesse altro obiettivo — e ciò accadrebbe se la propaganda si limitasse a semplici appelli alla rivolta — che di saccheggiare i prodotti accumulati, di godere di tutto ciò di cui si è stati per lungo tempo privi, correrebbe il grande pericolo di non riuscire che un’orgia immensa, senza essere una rivoluzione; imperocché, una volta riempito il ventre, gli incoscienti si lascerebbero ancora minchionare dai chiacchieroni e dagli ambiziosi.
Occorre che la prossima rivoluzione arrechi ai morti di fame delle realtà immediate; ma, perché essa duri, bisognerà che la fase preparatoria abbia messo delle idee nel cervello del popolo. Se noi non vogliamo che dopo un’orgia di alcune ore o di alcuni giorni ci troviamo ancora incatenati per lungo tempo, bisogna esercitarsi ad essere coscienti.
Rendere gli individui capaci di comprendere le cause del loro sfruttamento, spiegar loro il perché essi non debbono subirlo, far loro conoscere le istituzioni da cui derivano i loro mali, dimostrar loro che, finché esse esisteranno, produrranno sempre gli stessi effetti, ecco il nostro compito; mostrar loro col nostro esempio a spiegare le proprie iniziative, a combinare i loro sforzi senza lasciarsi dominare da chicchessia, ecco l’opera nostra, la quale deve produrre il fermento sociale donde si sprigionerà la rivoluzione.

Coppie sterili

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( Dal Web )

In attesa nell’anticamera di uno studio medico, per passare il tempo mi ritrovai a sfogliare le pubblicazioni del settore ammucchiate sul tavolino. In una di esse compariva l’accorata lettera di una coppia che, nonostante ripetuti tentativi, non era ancora riuscita ad avere figli e domandava suggerimenti: cosa dovevano fare? In cosa sbagliavano? Dovevano sottoporsi ad esami medici specifici? La risposta del medico era piena di ironia e saggezza. Sì, certo, avrebbero potuto effettuare dei test di fertilità, ma lui li sconsigliava. Non li avrebbero aiutati a mettere al mondo dei figli ed il solo risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato quello di rovinare il loro rapporto, facendolo precipitare dall’amore al rancore («è tutta colpa tua!»). Per il resto, proseguiva il medico, la procreazione non è una scienza esatta. Non è il risultato di una giusta posizione, effettuata nel momento giusto e nel luogo giusto. Non ci sono prescrizioni da seguire. Ciò che si conosce è solo il modo attraverso cui avviene. Quindi il consiglio del medico era quello di mettere in pratica quel modo, di provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza porsi troppi problemi. Anche perché i «tentativi» erano quanto di più piacevole esista. Se nel loro caso la procreazione era possibile, i figli prima o poi sarebbero venuti. Se invece non era possibile, pazienza. In fondo l’amore, per vivere e durare, non ha bisogno di figli e loro almeno si sarebbero divertiti follemente.
Ecco, a me viene sempre in mente quella risposta quando sento le lamentele sulla difficoltà o impossibilità di un cambiamento sociale, di un’insurrezione, di una rivoluzione che porti il segno del nostro amore. Anarchismo e insurrezione sono una coppia sterile? Abbandoniamo l’anarchismo, dicono gli uni, basta con idee poco pratiche! Abbandoniamo l’insurrezione, dicono gli altri, basta con le lotte sociali! Fate, fate pure. Ma per quanto mi riguarda senza quell’amore io non so e non voglio stare: lo squallore dei postriboli mi disgusta, la mestizia dell’eremo mi annoia. Sia chiaro che non li confondo, a mio avviso la solitudine ha una dignità perduta per sempre da chi si offre a destra e manca. Ma anziché fare i conti con il realismo e pretendere un risultato ai miei sforzi, preferisco provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza pormi troppi problemi (preferendo le vie potenzialmente feconde a quelle per forza di cose sterili, ma senza per questo precludermi nulla).
Anche perché i tentativi sono quanto di più piacevole esista.