Archivi Blog

Che cosa è fallito

11a225e9a1f40fc169cf5c5b6e3f91b2543ae965_m

( Dal Web )

A. Visalli

È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s’è pensato molto ad organizzare, s’è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla. Bastò che i capoccia del sindacalismo francese, tedesco ed italiano dessero, in buona o mala fede non importa, il loro consenso alla guerra per vedere il triste spettacolo di milioni d’uomini che si credevano emancipati, accodarsi su le orme dei mali pastori ligi al governo per interesse o per paura, e poi andare a servire quella bandiera, quella patria, quel re che erano stati il loro ludibrio, il cinquantenario bersaglio della loro propaganda rivoluzionaria. E tutto ciò senza una protesta virile, efficace.
Avrebbero di certo agito differentemente se non si fossero abituati a pensare con la testa dei sacerdoti, dei duci, del sinedrio.
La presente guerra ci ha rivelato moltissime cose. Ha messo il dito sulla cancrena organizzatrice, ha scoperto che molta propaganda s’è fatta per parere semplicemente sovversivi, mentre di fatto non lo si è; ha scoperto che si ha ancora la fregola di contarci, di essere dietro al numero, e non dietro alle coscienze. Milioni di organizzati che se semplicemente avessero osato, avrebbero potuto impedire la presente guerra, sono la prova più lampante del marcio delle cosiddette organizzazioni sovversive.
Annunci

I governi devono scomparire

7506359b67e0158a468790ca0f204ffd03553536_m

( Dal Web )

Bartolomeo Giaroli

Gli uomini sono fatti per giovarsi, e non per combattersi a vicenda. Quei pochi miglioramenti che si possono riscontrare nelle condizioni dei popoli non furono introdotti per cura dei rispettivi governi, ma loro malgrado. Il benessere presente è frutto della costanza dei popoli nel combattere contro i governi per la rivendicazione della loro naturale libertà, e la raggiunsero al prezzo di molti sacrifizi, e sanguinosi martìri.
La parola governare non vuol dunque dire beneficare; ma soggiogare popoli per farli servire all’ambizione, agl’interessi, alla cupidigia di quell’ente, che sfrontatamente si arroga il nome di governo. Né io sono il solo che dica i governi essere infesti all’umanità; l’egregio professore Giuseppe Allievo già scrisse: «Le nazioni conquistarono l’indipendenza, il governo conquistò le nazioni, che avevano affidate a lui le proprie sorti e confusa con esso la propria esistenza… da quel giorno la potenza dello Stato più non conobbe misura… organizzò a sua voglia la società e, compiuta la creazione sociale, si riposò dicendo: l’umanità son io… Il potere governativo è peso che opprime. Lo sente la società europea. Le coscienze umane si elevano esclamando: l’umanità siam noi individualità libere ed immortali; creazione nostra è lo Stato!». Tale il grido della riforma politica, e più avanti prendendo il tono profetico esclama: «verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo sarà quella che esso combatterà non per l’indipendenza dallo straniero, ma dalla statolatria». Antonio Fratti, uomo chiarissimo, in una conferenza tenuta in Milano disse: «Noi vogliamo che la chiesa qual è cada. Le insubordinazioni, le rivolte, le congiure, che tuttodì scoppiano in ogni Stato, sono prove manifeste che i popoli non possono più tollerare i rispettivi governi, sono tanti segni evidenti che il raffazzonamento attuale dei popoli è reso insufficiente a contenere il grado di sviluppo raggiunto dalla presente generazione. L’opera dei governi non fu mai rivolta ad altro scopo, che quello di frenare i popoli che corrono sulla via del progresso. Ora i popoli diventano ogni giorno più impazienti del freno governativo e, come si espresse l’onorevole Bovio, “bisogna aprirgli la via, se gli si mettono davanti delle siepi, essi le ardono e passano”».
L’uomo è nato libero; ma la lunga educazione servile e religiosa lo aveva reso inconsapevole della sua dignità. Ora, grazie alle condizioni mutate, riacquista la sua coscienza naturale e, sdegnoso del freno che per tanti secoli tollerò inconscio della propria degradazione, abbatte ogni ostacolo al conseguimento della sua naturale libertà. La libertà equivale alla vita, e colla rivendicazione della libertà i popoli riacquistano di fatto il diritto alla vita, che finora non possedettero che di nome; e, come dicono i giuristi, i popoli riacquistano il «ius in re», mentre finora non ebbero che un «ius ad rem». Tutti i governi sedicenti civili ammettono, anzi proclamano l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; l’uguaglianza nel godimento dei diritti civili e politici; ma soggiungono: «salve le eccezioni determinate dalle leggi». Ora, siccome le leggi sono fatte da loro, così i cittadini non godono altri diritti che quelli consentiti dai governi legislatori. Dunque l’uguaglianza proclamata dai governi è bugiarda, i diritti consentiti sono illusori. Quale uguaglianza ci può mai essere tra chi comanda, e coloro che sono costretti ad obbedire? Quali diritti si possono godere sotto governi che non hanno altro scopo che di sfruttare i popoli a loro esclusivo vantaggio? I governi anziché essere la guida dei popoli sulla via del progresso, sono un ostacolo, un impedimento quasi invincibile al conseguimento del benessere comune; esercitano sui popoli un’azione uguale a quella dell’acido solforico sulle sostanze organizzate; dunque i governi debbono scomparire.

Che cos’è l’anarchismo?

primomaggio

Dal Web

L’anarchismo è una teoria politica, con l’obiettivo di creare l’anarchia:

“l’assenza di un padrone, di un sovrano”              

(Pierre-Joseph Proudhon – 1969, P.264) 

In altre parole, l’anarchismo è una teoria politica che cerca di creare una società di cui ogni individuo collabora liberamente con i suoi simili.

Per questo, l’anarchismo indica tutte le forme di controllo gerarchico, che sia controllo statale o capitalista, come non necessarie e dannose all’individuo e alla sua individualità:

mentre la conoscenza popolare dell’anarchismo è di un violento movimento antistatale, l’anarchismo è molto più sottile, con varie sfumature, che un semplice oppositore di potenza governativa. 

Gli anarchici oppongono l’idea che il potere e la dominazione siano necessari per una società, ed invece chiedono più cooperazione, e forme d’organizzazioni sociali politici ed economici non gerarchici”. 

(Susan Brown – 1993, p.106)

Ma l’anarchismo e l’anarchia sono indubbiamente le idee peggio rappresentate tra le numerose teorie politiche.

Generalmente, le parole sono usate per significare “caos” o “disordine”, e cosi per implicazione, gli anarchici desiderano disordine sociale con un ritorno alla “legge della giungla”.

Il processo di travisamento non è senza paralleli storici.

Per esempio, in nazioni dove esistono governi di una persona (monarchia), le parole “repubblica” o “democrazia” sono state usate precisamente come “anarchia” per indicare disordine e confusione.

Quelli che desiderano mantenere lo stato attuale, ovviamente useranno quest’opposizione, ad una nuova proposta di società, indicando come questa porterà solo caos:

“siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l’anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d’ordine.”    

(Errico Malatesta – 1974, p.12)

Bisognerebbe cambiare questa “idea comune” dell’anarchia, allorché la gente possa vedere che un governo ed altre strutture gerarchiche non sono necessari, e che l’anarchia non significa “caos”.

La mia speranza per questo scritto è dimostrare logicamente quanto sono ridicole le frasi buttate al vento sull’anarchia.

Non sto cercando di “creare” anarchici con questo scritto, ma voglio soltanto aprire qualche porta a chi non conosce ed a chi parla di sproposito:

“cambia opinione, convinci il pubblico che il governo, non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà dentro completa solidarietà.”              

   (Errico Malatesta – 1974, p.12-13)

Questa prima domanda fa parte del processo di cambiamento, delle idee comuni, che riguardano l’anarchismo ed il significato dell’anarchia.

 

 

 

 

Che  cosa  significa “Anarchia”?

 

La parola “anarchia” viene dal greco. An significa “non”, “assenza di” o “mancanza di”, più archos che significa “un regnante”, “direttore”, “capo”, “persona al comando” o “autorità”.

“anarchia viene dalle parole greche significando

contrari all’autorità”.

(Petr Kropotkin – 1970, p.284)

Mentre le parole greche, Anarchos ed anarchia sono spesso prese come “non avere nessun governo” o “essere senza governo”, come possiamo vedere, il significato originale dell’anarchismo non era semplicemente “non governo”.

“An-archia” significa “senza regnante” o più generalmente “senza autorità”, ed è in questo senso che gli anarchici hanno sempre usato la parola. Per esempio, Kropotkin sosteneva che l’anarchismo:

“non solo attacca il capitale, ma anche le maggiori fonti della potenza capitalistica: legge, autorità e stato”.

(Petr Kropotkin-1970, p.150)

L’anarchia significa,

“non necessariamente assenza d’ordine, com’è

generalmente presunto, ma assenza di governo”.

(Benjamin Tucker – 1969, p.13)

Dunque, l’eccellente sommario di David Weick:

“l’anarchismo può essere capito come un’idea generica sociale e politica, che esprime negazione per ogni potere, sovranità, dominazione e divisione gerarchica, e una volontà di dissoluzione…l’anarchismo è quindi più che contro lo stato…anche se lo stato…è giustamente, il fulcro centrale della critica anarchica.”

(David Weick – 1978, p.139)

Per questo motivo, piuttosto che essere solamente contro lo stato o governo, l’anarchismo è prima di tutto un movimento contro la gerarchia.

Perché? Perché la gerarchia è la struttura organizzativa che incarna l’autorità. Siccome lo stato è la forma più “alta” di gerarchia, gli anarchici sono, per definizione, contro lo stato, ma questo non è una spiegazione sufficiente dell’anarchismo.

Significa che l’anarchismo si oppone a tutte le forme d’organizzazione gerarchica, non soltanto allo stato:

“il termine anarchia viene dal greco, ed essenzialmente significa, “nessun padrone”.

Gli anarchici sono persone che rifiutano tutte le forme di governo o d’autorità coercitiva, tutte le forme di gerarchia e dominazione.

Sono dunque contrari a quello che l’anarchico messicano, Flores Magon, chiamò “l’oscura trinità”-lo stato, il capitale e la chiesa.

Gli anarchici sono dunque oppositori del capitalismo e dello stato, oltre che di tutte le forme d’autorità religiosa.

Ma gli anarchici desiderano anche stabilire o fare sì che avvenga, con vari metodi, una condizione d’anarchia, che è, un decentramento della società senza istituzioni coercitive, una società organizzata tramite una federazione d’associazioni volontarie.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p.38)

Il riferimento alla “gerarchia” in quest’ambiente è uno sviluppo abbastanza recente.

Gli anarchici “classici” come Proudhon, Bakunin e Kropotkin usavano la parola raramente (preferivano usare la parola “autorità”).

In ogni caso, è chiaro dai loro scritti che la loro è una filosofia contro la gerarchia, contro ogni disuguaglianza di potere o privilegio tra individui. Bakunin parlò di questo quando attaccò “l’autorità ufficiale”, ma difese “l’influenza naturale”. Poi disse,

“vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere.”

(Michail Bakunin – 1953, p272)

Quest’opposizione alla gerarchia non si può limitare allo stato o al governo. Include tutte le relazioni autoritarie, economiche e sociali, oltre a quelle politiche, particolarmente quelle associate alla proprietà capitalista ed al lavoro stipendiato.

Questo si può vedere dall’argomentazione di Proudhon:

“il capitale nel capo politico è analogo al governo. L’idea economico del capitalismo e la politica del governo o dell’autorità sono identici e collegate in vari modi. Quello che il capitale fa al lavoro, lo stato fa alla libertà.”

(citato da Max Nettlau – 1996 p.43-44)

Cosi troviamo Emma Goldman opporsi al capitalismo, perché questo sistema obbliga la gente a vendere il proprio lavoro e cosi assicurava che:

“l’inclinazione e giudizio del lavoratore sono

subordinate al volere del padrone.”

(Emma Goldman – 1979, p.36)

Quarant’anni prima, Bakunin evidenziò il solito punto quando affermava che con il sistema attuale:

“il lavoratore vende se stesso e la sua libertà per un tempo definito al capitalista in cambio di uno stipendio.”

(Michail Bakunin – 1953, p.187)

Dunque, “anarchia” significa più che solo “assenza di governo”.

Significa opposizione a tutte le forme d’organizzazione autoritarie e gerarchiche. Come disse Kropotkin:

“l’origine del principio anarchico della società, sta nella critica delle organizzazioni gerarchiche e della concezione autoritaria della società, e nelle analisi delle tendenze annotate nei movimenti progressivi dell’umanità.”

(Petr Kropotkin – 1970, p158)

Dunque, il tentativo di affermare che l’anarchia è puramente contro lo stato, è una sbagliata rappresentazione della parola:

“quando si esamina gli scritti degli anarchici, oltre al carattere del movimento anarchico, è evidente che non hanno mai avuto una visione limitati ad essere solo contro lo stato.

Hanno sempre contrastato tutte le forme d’autorità e sfruttamento, e sono critici del capitalismo e della religione tanto quanto allo stato.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p40)

Solo per citare l’ovvio, l’anarchia non vuol dire caos, e nemmeno vuol affermare che gli anarchici vogliono creare caos e disordine.

Invece, desiderano una società basta sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria.

In altre parole, una società “dal basso in alto”, e non imposta “dall’alto in basso” dalle autorità.

 

 

 

Che cosa significa “anarchismo”?

 

Citando Petr Kropotkin, l’anarchismo è:

“il sistema non-governativo del socialismo.”

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

In altre parole:

“l’abolizione dello sfruttamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, vale a dire l’abolizione della proprietà privata e dello stato.” 

(Malatesta citato da M.Graham -1974, p.75)

L’anarchismo, dunque, è una teoria politica con l’obiettivo di creare una società con l’assenza di gerarchie politiche, economiche e sociali.

Ritengo che l’anarchia sia una forma vitale di sistema sociale e bisogna lavorare per incrementare la libertà individuale e l’uguaglianza sociale.

Vedo l’obiettivo della libertà ed uguaglianza come fattori di sostegno reciproco.

Oppure come disse la famosa massima di Bakunin:

“siamo convinti che la libertà senza il socialismo sia privilegio ed ingiustizia, che socialismo senza la libertà sia schiavitù e brutalità.”       

(Michail Bakunin – 1953, p269)

La storia dell’umanità dimostra un principio.

La libertà senza uguaglianza è soltanto libertà per i potenti, ed uguaglianza senza libertà è impossibile, una giustificazione per la schiavitù.

Mentre ci sono molti tipi d’anarchismo, ci sono sempre state due posizioni comuni, opposizione allo stato ed opposizione al capitalismo. Nelle parole dell’anarchico individualista, Benjamin Tucker, l’anarchismo insiste per:

“l’abolizione dello stato e l’abolizione dell’usura; nessun governo dell’uomo sull’uomo e nessun sfruttamento dell’uomo sull’uomo.”    

 (Citato da Eunice Schuster – 1970, p.140)

Gli anarchici vedono profitti, interessi ed affitto come usura e sfruttamento, e cosi si oppongono alle condizioni che li creano, tanto quanto allo stato.

Generalmente, nelle parole di Susan Brown, l’anello unificantetra le forme d’anarchismo:

“è la condanna universale della gerarchia e della dominazione, e la volontà di lottare per la libertà individuale.”                      

(Susan Brown – 1993, p.108)

Una persona non può essere libera, se è soggetta allo stato o all’autorità capitalista.

La teoria dell’anarchismo sostiene la creazione dell’anarchia, una società basata sulla massima “nessun dominatore.”  

Per ottenere questo:

in comune con tutti i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà privata della terra, del capitale e dei macchinari è sorpassata; che è condannata a sparire: e che tutti i requisiti di produzione devono diventare proprietà comune della società, gestita in comune dai produttori del benessere. 

E sostengono che l’ideale di un’organizzazione politica della società, è una condizione dove le funzioni del governo sono ridotte al minimo, e che l’obiettivo definitivo della società è la riduzione delle funzioni del governo al nulla, in pratica, alla società senza governo; all’anarchia.

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

Cosi, l’anarchismo è negativo e positivo. Analizza e critica la società attuale, mentre al solito momento offre una visione della nuova società potenziale, una società che rende al massimo certi bisogni umani, che il sistema attuale non offre.

Questi bisogni, molto semplici, sono la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

L’anarchismo unisce l’analisi critica con la speranza, perché, come indicò Bakunin, lo stimolo di distruzione è uno stimolo creativo.”  

Uno non può costruire una società migliore senza capire cos’è sbagliato in quella presente.

 

 

 

 

Da  dove  deriva l’anarchismo? 

 

Non posso fare meglio che citare “The Organisational Platform of the Libertarian Communists” prodotto dai partecipanti del movimento makhonovista durante la rivoluzione russa:

“la lotta di classe, creata dalla schiavitù dei lavoratori e le loro aspirazioni di libertà partorì, durante l’oppressione, le idee dell’anarchismo: l’idea della negazione totale del sistema sociale basato sui principi di classe e dello stato, e rimpiazzarli con una società libera non-statale di lavoratori autogestiti. 

Cosi, l’anarchismo non deriva da riflessioni astratti di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dai bisogni e necessità dei lavoratori, dalle aspirazioni di libertà ed

uguaglianza, aspirazioni che diventarono particolarmente vive nel miglior momento della vita e lotto delle masse lavoratrici. 

I grandi pensatori anarchici, Bakunin, Kropotkin ed altri, non inventarono l’idea dell’anarchismo, ma, avendolo scoperto nelle masse, semplicemente aiutarono, con la forza dei loro pensieri e sapienza, per specificarla e divulgarla.”                                 

(Nestor Makhno – 1989, p.15-16)

Come il movimento anarchico in generale, i makhnovisti erano un movimento di massa della classe operaia, che resisteva alle forze dell’autorità, vale a dire, quelle rosse comuniste e quelle bianche zariste/capitaliste nell’Ucraina dal 1917 al 1921.

Come annotò Peter Marshall:

“l’anarchismo trovò tradizionalmente i suoi sostenitori principali tra lavoratori e contadini.”

(Peter Marshall – 1993, p.652)

L’anarchismo fu creato dalla lotta degli operai per la libertà (certi “anarchici” dovrebbero ricordarsi da dove deriva!!).

Deriva dalla lotta liberatrice e dai desideri di vivere una completa vita umana.

Non fu creato da poche persone distanti dalla vita comune, in qualche torre d’avorio, che vedeva la società in un modo staccato e distante, per poi decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato.

In altre parole, l’anarchismo è l’espressione della lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, un’analisi delle esperienze della gente, di cosa non funziona nel sistema attuale, e un’espressione di come potrebbe essere un prossimo avvenire migliore.

Il socialismo di stato, il comunismo autoritario ed il liberalismo parlano di un’umanità astratta, che nulla ha a che fare con gli individui reali e concreti.

Credendo di aver compreso per via filosofica la natura dell’uomo, si ritengono poi di conseguenza legittimate a prescrivere un codice morale, un’etica di comportamento che implica doveri e diritti per tutti gli uomini.

 

 

Che cosa rappresental’anarchismo?  

 

Le parole di Percy Bysshe Shelley danno un’idea di cosa l’anarchismo rappresenta in pratica e quali ideali lo spingono:

 

L’uomo

D’anima virtuosa non comanda, né obbedisce:

Potere, come una pestilenza desolante,

Inquina tutto ciò che tocca, e l’obbedienza,

 Rovina d’ogni genio, virtù, libertà, verità,

Rende schiavo gli uomini, e della struttura umana

Un automa meccanizzato

 

Come suggerisce Shelley, una priorità alta va concessa alla libertà, per se stessi e per gli altri.

Io considero l’individualità l’aspetto più importante dell’umanità.

Riconosco però, che l’individualità non può esistere in un vuoto, ma è un fenomeno sociale.

Fuori della società, l’individualità è impossibile, in quanto, lo sviluppo e la crescita avvengono attraverso il confronto.

Inoltre, tra lo sviluppo individuale e quello sociale, c’è un effetto reciproco: le individualità crescono interiormente e sono formate dall’ambiente della società, e contemporaneamente, l’individuo aiuta a formare e a cambiare aspetti della società tramite azioni e pensieri.

Una società non basata su individui liberi, su i loro sogni, le loro speranze e le loro idee, sarà vuota e morta:

la crescita di un essere umano è un processo collettivo, un processo nella quale partecipano sia la comunità sia l’individuo.”     

(Murray Bookchin – 1986, p.79)

Di conseguenza, qualunque teoria politica basata solamente sulla scienza o puramente sull’individuo, è una falsità.

Per lo sviluppo dell’individuo al massimo delle sue potenzialità, è essenziale creare una società basata su tre principi: libertà, uguaglianza e solidarietà, che sono dipendenti l’uno dall’altro.

La libertà è essenziale per la massima espansione possibile dell’intelligenza, creatività e dignità dell’uomo.

Essere dominato da un altro, vuol dire essere privato della possibilità di pensare ed agire per se stesso, che è l’unica strada che conduce alla crescita e sviluppo dell’individualità.

La dominazione blocca anche l’innovazione e responsabilità personale, creando il conformismo e la mediocrità.

La società deve necessariamente essere basata sull’associazione volontaria, e non sulla coercizione o l’autorità, per elevare la crescita dell’individualismo al massimo livello.

Citando Proudhon, tutti associati e tutti liberi.”

Oppure, come disse Luigi Galleani, l’anarchismo è:

 “l’autonomia dell’individuo dentro la libertà

d’associazione.”

  (Luigi Galleani – 1982, p.35)

Se la libertà è essenziale per uno sviluppo maggiore dell’individualità, allora, è fondamentale l’uguaglianza per l’esistenza di libertà genuina.

Non ci può essere libertà vera in una società gerarchica, dove esistono diversi tipi di classe, e pieno di divergenze di potere, ricchezza e privilegio.

In una tale società, soltanto pochi, alti nella scala gerarchica, sono relativamente liberi, mentre gli altri no.

Senza l’uguaglianza, la libertà è solo una derisione, dove al limite siamo “liberi” di scegliere il nostro padrone.

Anche l’èlite, in queste condizioni, non è veramente libera, perché deve vivere in una società resa brutta e sterile dalla tirannia e dall’alienazione della maggioranza.

Siccome l’individuo si sviluppa al suo massimo soltanto con il più ampio contatto con altri individui liberi, i membri dell’èlite sono ristretti nelle loro possibilità di sviluppo, data la scarsità di liberi individui con la quale possono interagire.

Per ultimo, la solidarietà significa mutuo appoggio: lavorare volontariamente ed in collaborazione con altri che condividono gli stessi obiettivi ed interessi.

Ma senza la libertà e l’uguaglianza, la società diventa una piramide di classe in competizione.

In una società tale, come per altro la nostra, esiste il “dominare o essere dominato” e “ognuno per se”. Cosi, “l’individualismo brutale” è promosso alle spese del “sentimento della comunità”.

In queste condizioni, non può esistere solidarietà sociale, ma soltanto una forma di solidarietà tra classi con interessi opposti, o forme di carità, indebolendo la società stessa.

La solidarietà non vuol dire sacrifici personali o auto-negazione, perché le ricchezze vere sono i nostri simili ed il nostro pianeta.

L’individualità e le idee crescono e si sviluppano dentro la società, rispondendo ad interazioni materiali ed intellettuali, ed esperienze analizzate ed interpretate dall’uomo.

L’anarchismo, dunque, è una teoria materialista, che si sviluppa e cresce fra interazioni sociali ed attività mentali individuali.

L’anarchismo è un’aspirazione, la cui urgenza è storica e politica, ma non scientifica.

Come tale, assume una valenza universale che va oltre ogni contingenza storica, e perciò nessuna teoria scientifica può influenzarla.

Questo significa che una società anarchica sarebbe una creazione d’esseri umani, non qualche principio divino oppure qualche condizione dell’evoluzione:

“nulla si sistema da solo, tantomeno le relazioni umane.

Sono gli uomini che organizzano, e lo fanno secondo le loro attitudini e conoscenza delle cose.”

(Alexander Berkman – 1977, p.42) 

L’anarchismo si basa sul potere delle idee e l’abilità degli uomini di agire e trasformare le loro esistenze, basandosi su ciò che loro considerano giusto per un miglioramento.

In altre parole, libertà, uguaglianza e solidarietà.

L’ idea di anarchia

anarchia-cuore-liberta

( Articolo Condiviso )

L’idea di anarchia prevede, A LIVELLO SOCIALE, che individui e collettività scelgano per relazionarsi fra loro un insieme di rapporti non-gerarchici e non-autoritari.
Anarchia è anche la ricerca e sperimentazione di una organizzazione sociale orizzontale.

Una società anarchica è una società che vuole basarsi sul libero accordo, sulla solidarietà, sulle libere associazioni, sulle unioni, sul rispetto per la singola individualità che non volesse farne parte, secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta.
In una società anarchica si rifiutano quindi leggi, comandi, imposizioni, principi fondati sul volere della maggioranza, rappresentanze, discriminazioni, guerre come metodo per risolvere contrasti, realizzando la gestione ed il superamento dei conflitti attraverso chiarimenti ed accordi tra i diretti interessati.
È importante, in quanto contrario al pregiudizio diffuso, notare che nessuna teoria anarchica ha mai teorizzato l’assenza di regole e di interazioni sociali, in quanto l’anarchismo non lascia nulla al caso-caos, ma propone un nuovo modo di concepire la società, costruito intorno a norme e/o principi etici egualitari, condivisi e non imposti dall’alto.
Gli anarchici vogliono perciò l’abolizione dello Stato, che dev’essere sostituito dalle organizzazioni e dalle associazioni popolari; anche il potere economico è consegnato nelle mani del popolo, che controlla i mezzi di produzione (quasi tutte le correnti anarchiche, infatti, si dicono socialiste).
Secondo gli anarchici, i problemi sociali come il crimine, l’ignoranza e l’apatia delle masse sono un prodotto della stessa società autoritaria: secondo gli anarchici, mantenere gli individui perennemente sotto un’autorità superiore fa sì che questi non siano più capaci di comportarsi autonomamente, senza un capo che gli comandi cosa fare; inoltre qualsiasi capo cercherà sempre di mantenere il proprio potere, e quindi cercherà il più possibile di rendere i sottoposti non autonomi, e di creare bisogni negli stessi sottoposti (come la necessità di protezione dal crimine dal terrorismo e dalla guerra ma anche dalla fame costringendo l’individuo che ormai è ”carcerato” nella società attuale ad implorare un lavoro dove verrà schiavizzato in quanto sul pianeta terra con una piccola percentuale delle spese militari, si potrebbe donare una casa ad ogni essere umano, senza pensare a l’automazione delle macchine che ci dovrebbe aver già liberato dal lavoro..basterebbero tre ore al giorno se TUTTI lavorassimo e per un bene comune ); secondo la prospettiva libertaria quindi lo Stato non ha alcun reale interesse a risolvere i problemi sociali, perché altrimenti verrebbe meno il bisogno del potere.
Mentre il liberalismo, ideologia alla base del pensiero democratico, propone la difesa del diritto individuale di parola, religione ecc, l’anarchismo sprona l’individuo anche a liberarsi di quelle particolari forme sociali che, secondo una visione anarchica, impediscono l’espressione libera della personalità dell’individuo, per esempio i rapporti sociali capitalistici e la religione; riguardo a quest’ultima, mentre la teoria ufficiale e la maggioranza degli anarchici si proclamano atei, vedendo la religione come “l’oppio dei popoli” marxiano, di fatto già con Camillo Berneri si introduce un antidogmatismo che permette all’individuo, che deve essere libero in tutti gli aspetti, di professare individualmente una religione, se di sua scelta e non imposta dall’infanzia; tutti gli anarchici, però sono per l’abolizione delle organizzazioni clericali di ogni tipo, basate non sulla libera predisposizione e scelta razionale ma sull’indottrinamento.
L’idea di una società anarchica fa quindi ripensare la stessa socialità umana, ovvero il rapporto fra persone, e quindi mostra che è artificiosa la distinzione fra persona e società.
Una società anarchica è fondata sulla persona concreta e sulla sua capacità di creare forme sociali; si evita quindi di stabilire con un processo di astrazione dei valori morali assoluti e di creare strutture funzionali ad essi anche a discapito delle persone.
Secondo il pensiero anarchico le necessità di pace, giustizia e benessere non possono quindi giustificare strutture di potere pubbliche quali Stato, Chiesa e esercito. Più nel privato, vanno ripensati anche famiglia, scuola, e lavoro come sono comunemente intesi.
L’idea di ciò che è buono e desiderabile è infatti soggettiva, multiforme, mutevole, e non si può rappresentare come sovrumana, né si deve adorare in quanto entità astratta, e tanto meno in forma coercitiva.
La società voluta dagli anarchici rifiuta che dei VALORI UMANI vengano mitizzati e considerati come superiori a UOMINI E DONNE concreti.

fonte :Anarchici

Finzioni e realtà

img_0951

( Articolo Condiviso )

André Prudhommeaux

Uomini e cose

La scienza moderna e l’anarchia di Kropotkin incomincia con queste celebri parole: «L’anarchismo è l’interpretazione meccanica di tutti i fenomeni, ivi compresi i fenomeni naturali». Se questa affermazione ha un significato — ed io ne dubito — può darsi che esso voglia ammettere l’assimilazione dell’individuo-monade al corpuscolo-atomo: l’uno e l’altro sarebbero gli elementi di disgregazione massima di organismi (materiali o sociali) la cui struttura, molto più elevata nel suo complesso, sarebbe legata all’aspetto «vitale» dei fenomeni. Se invece quella non è altro che un confronto rettorico (ed il proverbio francese dice: comparaison n’est pas raison), l’espressione «atomizzare» non potrebbe applicarsi indistintamente alle cose ed alle collettività umane, dato che, nel primo caso, il residuo di quest’operazione è press’a poco un’astrazione morta, mentre nel secondo essa libera il soggetto vivente pensante ed agente da tutta l’astrazione mistificatrice.
Senza penetrare nell’ambito filosofico, e per attenersi alle semplici fondamenta della morale pratica, è ammesso generalmente che esiste una certa differenza tra un uomo ed una cosa, e questo mi pare giustificare il principio, profondamente anarchico, secondo il quale l’uomo non deve trattare il suo simile come una cosa. La differenza tra un uomo ed una cosa proviene dal fatto che essi appartengono ad una «specie» differente, oppure è legata al fatto che un essere umano è, più di ogni altro oggetto al mondo, una individualità? Per parte mia, ammetto che se si conviene di chiamare «anima» questa differenza irriducibile e misteriosa che separa l’essere dalla cosa, l’anima non appartiene alla specie, ma all’individuo.
Se l’anima appartiene alla specie come pretendono gli organicisti, significa che essa esiste al di sopra e al di fuori dei corpi, come qualcosa di trascendentale; significa che esistono in qualche maniera dei corpi senza anime e delle anime senza corpi, ciò che d’altra parte sembrerebbe monista e materialista. Ci sono tuttavia molti uomini che ragionano come se i fenomeni della vita umana, in particolar modo i loro aspetti vivi e spirituali, non fossero legati all’esistenza ben materiale e distinta d’un organismo umano — come se non avessero per sede e per soggetto-oggetto l’individualità vivente; questa unione intima della mente con il corpo che è scioglibile solo con la morte.
Qualche volta questa gente attribuisce (e cade nel feticismo) a delle cose inerti, a questi quadri puramente materiali, tanto il dinamismo quanto lacreazione di forme da cui deriva la nostra esistenza: in modo che l’attività del meccanico, per esempio, essi la spiegano con la presenza della macchina e non la presenza della machina con l’attività del meccanico. Nel loro linguaggio pare che l’utensile modelli lo scultore. In questo modo danno una vita a dei corpi senza anima, e si potrebbe quasi dire che prestano loro la propria anima, per non essere più che dei corpi. Altre volte ragionano su delle anime senza corpo, parlando del Partito o del Sindacato, della Nazione, della Società, dello Stato, del Popolo, del Proletariato, dell’Umanità — e d’altri fattori astratti della vita sociale ai quali il linguaggio accorda dei nomi — come se si trattasse di organismi esistenti e palpabili, che vivono, muoiono, pensano e vogliono come fanno Pietro, Paolo o Giacomo. È così che, prigionieri di questa curiosa mitologia, sostituiscono Dio, il Diavolo, Cristo, la Vergine ed i Santi con degli idoli collettivi altrettanto immaginari; ai quali essi attribuiscono tutto il bene e tutto il male che accade nell’universo. A queste «anime senza corpo» essi giungono a prestare docilmente il loro corpo, per non essere altro che anime in vacanza. E siccome il loro universo risulta così composto di corpi senza anime e di anime senza corpo, di materia da una parte e dall’altra di entità dialettiche o storiche, certuni tra essi chiamano la loro religione «materialismo storico» o «materialismo dialettico».
Ora questa concezione mistificatrice ha delle conseguenze reali; essa ha anche delle cause reali; perché è «vero» che il manovale specializzato è, in un certo senso, lo strumento della sua macchina mentre dovrebbe essere la macchina il suo strumento; che lo Stato si serve degli individui e li macina come se realmente lo Stato fosse un essere vivente e gli uomini della materia inerte. Ma, a parte che questo non è che un aspetto frammentario della realtà, è un aspetto che bisogna far scomparire e non perpetuare con una mistica. Da cui la necessità di criticare questa concezione, e di mostrare, per esempio, che il vero fattore responsabile nel caso dell’oppressione da parte della macchina, è l’operaio che accetta d’essere inchiodato alla macchina come se fosse una ruota di carne; che nel caso dell’oppressione dello Stato, la «servitù volontaria» degli individui che si sono lasciati assorbire da esso costituisce la grande causa umana dell’esistenza stessa dello Stato.
Allora la soluzione è chiara: che l’operaio si ribelli contro il lavoro indegno che lo abbassa al livello delle cose, che chi è soggetto ai poteri sociali assume egli stesso le proprie responsabilità, e la fatalità del sistema sarà rotta nel punto stesso dove può esserlo. Rotta essa lo è di già, dal momento che interviene la critica, con il risveglio delle coscienza addormentata, con l’analisi per mezzo della quale il lavoratore realista vede finalmente che è «il meccanico che fa la macchina» e che sono i «contribuenti, i soldati e i funzionari che fanno lo Stato».
Ritrovare le realtà viventi, e in seguito rimettere al loro posto le responsabilità, risvegliare le coscienze, riunificare e rivivificare le individualità malate (in preda ai corpi senza anima ed alle anime senza corpo d’un mondo di macchine e di fantasmi); rifare per conseguenza degli uomini; ecco un problema al quale il materialismo dialettico o storico non porta nessuna soluzione. Anzi esso continua nell’errore, dato che mistifica la macchina come il Dio o il Demonio del mondo sociale e la «dialettica delle classi» come il Dio o il Demonio del mondo politico o della storia. Il marxista non vede che la salvezza è nell’uomo che si separa dalla macchina disumanizzante; che riprende il suo bene allo Stato e alle entità sociali; che procede materialmente e spiritualmente alla grande analisi del mondo che qualcuno chiama «atomizzazione» e da cui esce, tuttavia, la sintesi dell’individuo ricostituito nella sua vivente unità.
I marxisti hanno marcato con la loro impronta il movimento operaio ed anche il movimento storico dell’anarchismo. Se ciò non fosse stato non sarebbe necessario di ripetere che solo l’individuo vive e muore, respira, impara, conosce, agisce, gioisce e soffre; che è la sede, il soggetto e l’oggetto reale di tutti i fenomeni sociali; che gli schemi delle sue relazioni con altri individui sono abitudini che egli forma o scioglie, delle obbligazioni che egli assume o revoca, delle simpatie o antipatie che egli prova intimamente e non dei legami organici o organicisti concreti, come quelli che esistono tra le membra di un uomo ed il suo stomaco, tra il motore d’un auto e gli ingranaggi del cambio, o come il collegamento degli atomi diversi di una molecola chimica.

Individualismo

Camus scrive: «Io mi rivolto, dunque noi siamo». È questo, mi pare, il vero grido dell’individualismo in rivolta. Il vecchio grido: «io solo» appartiene ad un secolo ormai tramontato, quello del romanticismo.
Io so che un’altra opinione persiste sull’individualismo.  Esso viene definito «un atteggiamento filosofico antisociale» che preso in senso assoluto ci obbliga «a rinunciare a tutti i contati con i nostri simili». Mi pare invece che l’individualismo sano sia un atteggiamento etico e non filosofico (cioè impegna la condotta e non a conoscenza) e, soprattutto, che la particolarità di quest’atteggiamento (che non ha niente di antisociale) è di cercare il contatto reale con gli individui, al di fuori delle finzioni sociali, come le entità collettive, masse e gerarchie, classi, leggi, pregiudizi, valore e funzioni convenzionali.
Il non-individualista (chi non lo è poco o tanto?) arrestandosi a queste finzioni, ignora gli individui. Socialmente i suoi soli rapporti sono dei rapporti d’alienazione e di subordinazione; per cui si nega come individuo a profitto della sua professione, della sua «situazione», della sua famiglia, della sua casta, della sua nazione, della sua chiesa, del suo Dio, o semplicemente del suo denaro o del suo potere. Impegnato nei suoi rapporti verticali, con i quali si identifica ad una finzione sociale (il suo rango, il suo grado, per esempio) egli trascura i rapporti orizzontali d’affinità o di simpatia che potrebbe avere con Pietro, Paolo, Giacomo, Maria o Margherita. Più precisamente, i suoi rapporti con gli individui si fanno solo attraverso entità sociali fittizie. Quando incontra uno «straniero» non è Giovanni di fronte ad Hans, ma l’Italia di fronte alla Germania. Rientrando nella propria casa non è Giovanni davanti a Teresa, ma lo sposo, l’amante convenzionale davanti alla sua amante, o l’«uomo» davanti alla «donna. All’ufficio egli è l’amministratore davanti al pubblico; è il superiore o l’inferiore di fronte alla dattilografa o al padrone. Se si pala di politica egli è il Partito, l’Organizzazione, lo Stato, davanti l’entità avversaria o davanti la massa.
Per un Romeo non-individualista, Giulietta è semplicemente una Montecchi; per una Giulietta non-individualista, Romeo è un Capuleti. Il solo contatto possibile è il disprezzo, il rifiuto di comprendere.
Per un non-individualista, la gente non è «interessante». Per l’individualista, sono le astrazioni che non sono interessanti. Con gli individui, e soprattutto con coloro che sono capaci di individualismo come lui, l’uomo senza pregiudizi trova facilmente il cammino della simpatia operante, o almeno di quella «immaginazione simpatica» che ci permette di metterci nei panni di un altro, anche quando c’è forse conflitto, rivalità o disaccordo. Il disprezzo non esiste più qualunque siano le differenze.
E se il disprezzo non esiste più, finisce per noi d’essere indifferente l’umiliare, il disturbare, lo stancare, il fare soffrire. Induriti da una lotta leale o inteneriti dall’abbandono, l’immaginazione simpatica ci fa sentire quello che sente l’altro, e partecipare alla sua vita. La solitudine è rotta, quella solitudine che invano cerchiamo di superare identificandoci ad un mediatore sociale, ad un padre spirituale comune, ecc. Ma se siamo liberati dai doveri religiosi verso gli idoli astratti che ci imponevano la loro morale, noi siamo, al contrario, resi responsabili davanti a noi stessi e moralmente coscienti delle nostre azioni e dei nostri gesti nei riguardi del prossimo.
C’è invece chi definisce l’individualista come se non avesse coscienza, senza morale, senza rimorsi per il male che fa agli altri. Mi sembra invece che sia il non-individualista che, nella sua riverenza superstiziosa per le finzioni stratte, colpisce gli esseri reali con indifferenza o disprezzo e resta insensibile alle loro disgrazie, alla loro rivolta o alle loro degradazioni.
Secondo me è individualista colui che pensa con Vigny: «amiamo quello che non vedremo mai due volte»; è individualista colui che con Voltaire risponde a Pascal: «bisogna amare molto teneramente le creature»; è individualista colui che sente come Rimbaud: «non amava Dio, ma gli uomini». E sono persuaso che gli altri individualisti ai quali ho accennato (malgrado le formule fredde in cui si rinchiudono come in una corazza, forse per eccesso di sensibilità) sono i primi individualisti alla nostra maniera.

La rivoluzione anarchica

together

( Articolo Condiviso )

Renato Souvarine
«È stata spesso ripetuta la frase: La rivoluzione sarà anarchica, o non sarà. L’affermazione può sembrare molto “rivoluzionaria”, molto “anarchica”, ma in realtà è una sciocchezza, quando non è un mezzo peggiore dello stesso riformismo per paralizzare le buone volontà ed indurre la gente a star tranquilla, a sopportare in pace il presente, aspettando il paradiso futuro».
Così E. Malatesta su Umanità Nova del 14 ottobre 1922.
Noi siamo di quelli che, durante l’emballement, l’infatuazione e il delirio dittatoriale di cui erano invasati non pochi anarchici partitisti, abbiamo insistito più che tutti gli altri, con ostinazione e convinzione, sulla Rivoluzione Anarchica, perché siamo convinti che missione degli anarchici, specialmente nei periodi rivoluzionari, è di predicare l’idea dell’Anarchia; e non, in attesa che le masse diventino anarchiche, allearsi coi partiti autoritari di governo per fare una rivoluzione purchessia, che, nel caso concreto, non essendo anarchica, sarà governativa. Ciò significa rinunziare alla nostra specifica funzione di anarchici: significa suicidarsi, tout court.
È gran tempo di apprendere dall’esperienza che i partiti autoritari non sono, per loro natura e definizione, rivoluzionari. Essi non vogliono la rivoluzione. Essi tendono alle rivoluzioni politiche, alla successione dei poteri. Ogni contatto o accordo con essi, per una rivoluzione purchessia, è una abdicazione dell’Anarchismo, a vantaggio dell’Autorità.
«Ma è impossibile realizzare l’Anarchia direttamente e immediatamente, perché le masse non sono anarchiche!», ci si obietta.
Ragione per cui gli anarchici devono far da anarchici fino alla realizzazione dell’Anarchia, dichiarandosi in rivoluzione in permanenza. Tale è il loro compito.
Il fallimento, o il riassorbimento di tutte le rivoluzioni da parte dell’Autorità, ci prova appunto che «all’infuori dell’Anarchia non c’è Rivoluzione»; ma cambiamento di basto e di padrone.
E le società umane hanno espresso appunto dal loro seno, attraverso queste terribili esperienza sanguinose, gli anarchici, perché convincano le grandi masse a cercar il pane e la libertà nell’Anarchia.
Solo gli anarchici sono rivoluzionari.
«Poiché la rivoluzione — scrive il filosofo Bovio — per compiere il suo ciclo destinato, si presenta come sociale, il partito rivoluzionario, per eccellenza, dev’essere anarchico. Si deve presentare non come avverso a questa o quella forma di Stato; ma a tutto lo Stato…».
Ecco in qual senso la Rivoluzione è Anarchica. Essa deve tendere a liberare le società umane dalle sovrastrutture statali.
«Noi intendiamo per rivoluzione — scrive P. Kropotkin — non già un cambiamento di governi; ma la presa di possesso di tutta la ricchezza e l’abolizione di tutti i poteri…».
E fu lui a proclamare altamente che «all’infuori dell’Anarchia, non v’è Rivoluzione».
Anche per Michele Bakunin la «rivoluzione è l’espropriazione del capitale sociale e la distruzione dello Stato».
E convinto che i partiti autoritari volevano una «rivoluzione di governo» per diventare a loro volta «classi dominanti e sfruttanti» non esitò a provocare una scissione cinquant’anni or sono a Saint-Imier. Perché mai dovremmo noi oggi riallearci ai partiti autoritari per far insieme una rivoluzionepurchessia — certamente governativa — la quale potrebbe segnare, date le infatuazione dittatoriali, anche un regresso sullo stesso regime borghese? Forse perché, non essendo le masse ancora anarchiche, non potremo realizzare l’Anarchia immediatamente all’indomani della rivoluzione?
Noi crediamo che i nostri compagni siano vittime del concetto contingentista immediatista ch’essi hanno dell’indomani della rivoluzione... Essi sono vittime dei fantasmi che si sono creati da loro stessi. Essi si sono buttati alla conquista delle masse. V’è del gregge anche anarchico. Furono fatte delle promesse. Si parlò loro di realizzazioni, di costruzioni immediate all’indomani della rivoluzione. E qualcosa bisogna ora ben dare. E siccome l’Anarchia non si può realizzare sic et simpliciter, così è necessario allearsi coi partiti autoritari per fare una rivoluzione purchessia, e per realizzare quel quantumch’è compatibile all’ombra del loro Stato operaio.
Noi abbiamo delle idee eterodosse sul ciclo della rivoluzione; sull’indomani della rivoluzione e sul compito specifico degli anarchici nel ciclo della rivoluzione.
Diciamo subito che il vasto e profondo processo di distruzione e di ricostruzione che usiamo chiamare «rivoluzione sociale» durerà tutta un’epoca storica, la quale, probabilmente, comprenderà dei secoli.
Il compito degli anarchici durante questo vasto ciclo storico è stato definito con efficacia, chiarezza e precisione da Eliseo Reclus: «Finché durerà l’iniquità, noi anarchici resteremo in rivoluzione in permanenza».
Convinti di questa profonda verità, noi andiamo scrivendo da parecchio che «siamo in rivoluzione in permanenza». e vi resteremo, finché non sarà scomparso l’ultimo vestigio di autorità statale e padronale.
Non solo; ma noi siamo pure convinti che siamo da molti anni in «periodo rivoluzionario» e crediamo quindi che la frase all’«indomani della rivoluzione» sia una frase molto lata ed elastica.
Che vuol dire «l’indomani della rivoluzione»? «L’indomani» può durare anche un secolo o alcuni secoli. E l’Anarchia trionferà non attraverso una, ma probabilmente attraverso una serie di rivoluzioni… E finché non trionferà l’Anarchia, i popoli non cambieranno che di basto e di padrone. Purtroppo, è battendo col naso nei «governi», cioè sanguinando, rimanendo delusi e amareggiati che le parti più intelligenti: le minoranze delle popolazioni, diventeranno anarchiche e s’uniranno agli anarchici per distruggere ogni governo.
Ma «è premessa salda e incrollabile dell’anarchismo, che una minoranza armata di audacia, di coraggio e di fede possa trascinare alle battaglie più cruente e più vaste il grosso dell’esercito proletario.
Perché la grande massa degli operai si persuaderà di tutta la grandezza della rivoluzione soltanto quando avrà potuto godere i benefici che essa ne apporterà» — ammoniva un noto compagno.
«E siccome una rivoluzione — precisava il mite Pietro Gori — sì vasta e profonda non si svolge e trionfa in un giorno, in un mese, od in un anno, ma riempie di sé tutta un’epoca, e sviluppa quasi in ogni istante della vita quotidiana i suoi singolari ed eloquenti fenomeni — così possiamo ben dire di esser già in piena rivoluzione sociale…».
E Luigi Galleani precisava bene e meglio ancora:
«Se oggi l’Anarchia non è, gli è evidentemente perché mancano le condizioni in cui possa stabilirsi e germogliare, donde la necessità della rivoluzione. Dalla quale non bisogna avere il criterio infantile che sia un lampo, una meteora. Se inseguendo il suffragio universale noi siamo sempre nel ciclo rivoluzionario della dichiarazione dei diritti, se è occorso cioè oltre un secolo perché si realizzassero i postulati della rivoluzione esclusivamente politica del 1789, bisognerà ritenere che il ciclo rinnovatore che sarà inaugurato dalla rivoluzione sociale duri anche più, e che durante questo lungo, attivo, incessante esperimento di forme e di rapporti l’umanità nuova troverà i mezzi di realizzare il sogno di libertà, di uguaglianza, di pace enunciato dall’aspirazione della rivoluzione anarchica».
Perché la questione è tutta qui: Noi sappiamo che, non essendo le popolazioni ancora anarchiche, non si potrà realizzare immediatamente, dopo una, due, tre, ecc. rivoluzioni nei differente paesi l’Anarchia. Noi sappiamo, purtroppo, che le rivoluzioni saranno riassorbite dalle Autorità, cioè dai partiti autoritari di governo. Ma è forse compito degli anarchici allearsi coi suddetti partiti autoritari e dar loro una mano a riassorbire la rivoluzione coll’illusione di realizzare… che cosa? O non è forse missione degli anarchici di «restar in rivoluzione in permanenza», di tendere l’arco di tutte le forze per mantenere il ciclo della rivoluzione il più lungamente aperto che sia possibile, e, soprattutto, denunziare subito ai lavoratori il «governo» come il distruttore della rivoluzione, perché essi, battendoci dentro col naso, imparino che la «rivoluzione è anarchica, o non è rivoluzione; ma cambiamento di governo e di governanti»?
Predicando poi la «rivoluzione anarchica» non è vero che «si fa il gioco della borghesia» perché si rinunzia alla… rivoluzione purchessia, fatta d’accordo coi grandi… rivoluzionari D’Aragona e Serrati. Nella fattispecie, cioè nel passato periodo rivoluzionario, noi abbiamo compiuto tutta la nostra parte. Ciò dovrebbe esser noto a U.N., ci pare.
Ma i nostri compagni ci pare che da quando hanno costruito un Partito rispettabile sian vittime del miraggio della ricostruzione! Essi, pur di ricostruire, si alleerebbero col diavolo per una rivoluzione purchessia. E sono tanto invasati da questa diabolica e grande illusione ricostruttoria di denunciare urbi et orbi che noi predichiamo la rivoluzione anarchica, perché non vogliamo neanche un tozzo di rivoluzione ottenibile con degli accordi coi Confederalisti e coi socialisti. Come se noi avessimo la potenza taumaturgica di evitare e scongiurare le rivoluzioni con questo cencio di carta! Hanno un bel e profondo concetto delle necessità storiche, davvero!
Ma giust’appunto perché le masse non sono anarchiche; perché sarà impossibile realizzare l’Anarchia subito all’indomani; noi domandiamo a codesti egregi compagni, se è già sorpassato il periodo demolitore e se siamo entrati nel periodo ricostruttore. E dovrebbero dirci che cosa precisamente vogliono e possono ricostruire d’accordo coi partiti autoritari colla loro rivoluzione purchessia, che non sia un governo con la relativa forca e lo sterminio degli anarchici!
Le rivoluzioni avvengono — bene e meglio — senza gli accordi coi socialisti di governo. E compito degli anarchici in esse è distruggere nella psicologia delle folle l’«idea» del governo e impedirne il «fatto»…
Alla vigilia del Congresso Anarchico di Bologna, luglio 1920, Luigi Galleani così ammoniva gli anarchici «ricostruttori» intenti a costruire i «piani di riorganizzazione» per l’imminente rivoluzione. Scriveva dunque Luigi Galleani:
«La prossima rivoluzione che dovrà sovvertire dalle fondamenta, nelle sue basi economiche, nei basistici privilegi di classe l’infame ordine sociale, non durerà dunque che dal sabato al lunedì, in cui i consigli di fabbrica accorreranno per adagiare sulle vecchie fondamenta la casa nuova che avranno arbitrariamente costruita pei redenti cittadini dell’ordine novo?
Non ci fate piangere!
La rivoluzione del 1789, la quale non investì che l’opera morta, che l’involucro esteriore dell’antico regime, non ha dopo centotrent’anni realizzato fino ad ora i postulati della Dichiarazione dei Diritti: i nostri buoni “cittadini” sono sempre a comizio per reclamare il suffragio universale.
Interpretata dai filosofi, da Gianbattista Vico o da Giuseppe Ferrari, la storia affida a ciascuna generazione la sua parte del compito rinnovatore. La generazione critica è superata? Ed è la volta allora della generazione che del vecchio, dell’irrazionale, dell’iniquo, deve iniziare la demolizione. È la nostra. Non vorrà, speriamo, eluderlo ipotecando la funzione ricostruttiva dei nipoti.
Distruggere deve! Scavare la fossa al passato, abbattere nell’ordine borghese ogni vestigia, sgombrare il terreno ai figli che, liberi, potranno soli riedificare la libera città dell’uguaglianza e della pace, della giustizia e dell’amore che è il nostro sogno, che sarà il loro orgoglio e la loro gloria».
Ed alcuni anni prima così precisava egli la missione degli anarchici nel periodo attuale:
«Non è dinnanzi a voi che una forma ed un patto di ricostruzione: distruggere! demolire, liberare il terreno dalle scorie e dai detriti del vecchio ordine;distruggere! senza scrupoli, senza pietà, senza riposo, senza paure: distruggere!
Penseranno i venturi, i figli ed i nipoti ad edificare la città nuova e felice, in cui tutti gli aneliti di libertà troveranno la consacrazione, il pensiero libero, il lavoro libero, l’amore libero, la libera integrale educazione dei figli ad ugual presidio della vita e della civiltà.
Distruggere!
Mano alla scure ed al piccone e menate sodo: non c’è altro rimedio!».
Allearsi coi partiti autoritari per aiutarli con una rivoluzione purchessia a rizzare la forca per gli… alleati anarchici è rinunziare al nostro compito di anarchici, è abdicare, è suicidarsi.
Bisogna rimanere in rivoluzione in permanenza sino alla distruzione dell’ultimo vestigio dell’Autorità, sino all’avvento dell’Anarchia. Perché l’Anarchia hanno da realizzarla gli anarchici. I governi fondarli gli autoritari. Nessun compromesso è possibile o utile, per nessuna ragione, tra libertari e autoritari.
Noi dobbiamo restare accampati perennemente contro i Governi, le Autorità e i partiti di autorità che sono gli embrioni di governo. Noi dobbiamo tendere con tute le energie alla Rivoluzione Anarchica, perché «all’infuori dell’Anarchia non v’è Rivoluzione». Non v’è che cambiamento di governo e di governanti.
«All’anarchia — intesa come società di liberi e d’uguali — non si passerà così, di punto in bianco. Avrà un’applicazione universale, per dir così, soltanto quando l’umanità tutta si sentirà capace di vivere senza le odierne forme di coercizione. E le rovescerà pel fatto stesso che non le ritiene necessarie, ma dannose. Però se l’anarchia potremo viverla in un lontano domani e la saluteranno certo le generazioni ora nascenti, l’anarchismo noi possiamo e dobbiamo viverlo oggi.
Perché l’anarchismo si propone di determinare la lotta che già esiste oggi latente nel seno della società in senso proficuo agli interessi di tutti, di svegliare lo spirito di ribellione innato nel popolo e spingerlo alla rivolta contro le classi dominanti.
Attraverso una serie di insurrezioni e di rivoluzioni, il proletariato giungerà alla sua integrale emancipazione dal triplice servaggio economico, politico e morale».
Gli anarchici devono lavorare per la rivoluzione anarchica.
[L’Avvenire Anarchico, 1922]

Difendo Anarchia

img_0203

( Articolo Condiviso )

Katerina Gogou
Come attrice, Katerina Gogou (1940-1993) non ha fatto parlare molto di sé nell’ambiente del cinema, avendo recitato sì in numerosi film ma (quasi) sempre con ruoli da comparsa. Ma come poetessa, era e rimane la bestia nera della letteratura moderna greca. Nata sotto l’occupazione nazista, passata attraverso il regime dei colonnelli e la Resistenza, ha dato voce all’anima nera del quartiere Exarcheia di Atene, vivendone e cantandone la rivolta anarchica e la disperazione umana. Nelle sei raccolte di poesie da lei pubblicate c’è spazio solo per questo suo mondo, il sottobosco fatto di prostitute, drogati, pazzi, fuorilegge, sovversivi. Dopo aver a lungo contribuito alla rinascita del movimento anarchico greco, Katerina Gogou trascorse i suoi ultimi anni dentro e fuori le cliniche psichiatriche. Morì per una overdose di pillole e alcol; ai suoi funerali parteciparono migliaia di persone.
***
25 maggio
Un mattino aprirò la porta
e uscirò per strada
come ieri.
E non penserò a nulla se non
a un pezzo di padre
e un pezzo di mare
— quello che m’hanno lasciato — e la città.
La città che hanno fatto decomporre.
E i nostri amici che si persero.
Un mattino aprirò la porta
dritta dritta nel fuoco
e come ieri entrerò
urlando «fascisti!»
alzando barricate e tirando pietre
con una bandiera rossa a splendere nel sole.
Aprirò la porta
ed è ora che ti dica
— non che abbia paura —
ma ecco, vorrei dirti di come non ho fatto in tempo
e di come tu debba imparare
a non scendere in strada
senza armi come me
— perché io non ho fatto in tempo —
perché allora ti perderai, come me
«indeterminata»
fatta a pezzi
di mare, infanzia
e bandiere rosse.
Un mattino aprirò la porta
mi perderò con il sogno della rivoluzione
nella sconfinata solitudine delle strade
che bruceranno,
nella sconfinata solitudine di barricate di carta
con il solito titolo — non gli credere! —
di «provocatore».
*
Non rimane nessuno in questa città

Non rimane nessuno in questa città!
Non rimane nessuno?
Cos’è successo che i suoi abitanti se ne sono andati via di fretta
e hanno lasciato le porte aperte,
le luci accese…
Grossi uccelli ciechi si scontrano
con le ali spiegate
terrorizzati
Il mare entra dentro in città
sommerge la terraferma metodicamente
una nave di lebbrosi dementi
naviga fuori dalle porte
e si dispiega lentamente… piano…
lentamente…
Gli anni della mia infanzia
bambini inflessibili, induriti
dissepolti da un cane giallo
che di continuo me li riporta
salgono le acque
le mie mani si mettono in croce da sole
come morte.
Non c’è nessuno qui?
Nessuno?
Nessuno
Guardo davanti una strada bianca di sabbia
Di nuovo la fosca barca con la fenice di pietra
e il barcaiolo di marmo
In questo posto non c’è neanche un bambino
BZZZZUNBBBZZZUNNN
un bambino?
Vieni che giochiamo alle automobiline. Vieni bambino!
Vieni, uccellino? Cip cip cip cip cip, vieni!
Vieni, uccellino…
Quale ricordo umano mi trattiene qui?
Giorgos…
Myrtò…
Di quale terrore il segno mi trattiene qui,
cui non è stata resa giustizia?
Giorgos…
Myrtò…
Di quale pianeta la fine vergognosa
m’hanno lasciato come spauracchio perché qui io morissi di paura…
Perché non passo oltre,
dove il vento ferisce i fuochi a baionetta?
Sono rimasta come goccia da una stalagmite.
Dentro questa bottiglia vuota,
l’hanno gettata via un’estate di tanto tempo fa
i miei amici.
E ci rimango dentro.
Altri tempi lontani
che ritorneranno,
l’ultimo SOS di solidarietà
da decifrare.
*
La solitudine


La solitudine…
non ha il colore triste degli occhi
di un’amante rannuvolata.
Non gironzola indolente
ancheggiando in sale da ballo
e gelidi musei.
Non è fatta di gialle cornici dei «buoni» tempi andati
e di naftalina nei bauli della nonna
di nastri viola e cappelli di paglia a larga tesa.
Non allarga le gambe con risolini soffocati
sguardo bovino sospiri trattenuti
e biancheria intima assortita.
La solitudine.
Ha il colore dei pakistani la solitudine
e si misura a piatti
insieme ai loro cocci
sul fondo di un pozzo di luce.
Sta paziente in piedi in coda
Bournazi – Aghìa Varvàra – Kokkinià
Toumba – Stavropoli – Kalamarià
Con ogni tempo
le suda la testa.
Eiacula urlando cala la saracinesca incatenata
occupa i mezzi di produzione
accende fuochi nella proprietà privata
di domenica è una visita parenti ai carcerati
nel cortile hanno lo stesso passo sia i criminali che i rivoluzionari
la si vende e la si compra soldo a soldo respiro a respiro
nei mercati degli schiavi della terra — qui vicino c’è piazza Klotziàs —
svegliati di buon’ora
Svegliati per vedere.
È una puttana nelle case di malaffare
è il «turno tedesco» per il fante in sentinella
e gli ultimi interminabili chilometri della strada nazionale — centro
per le carni appese a un gancio dalla Bulgaria.
E quando il suo sangue è strozzato e non ha altro in mano
perché stanno svendendo la sua gente
balla scalza uno zeibekiko sopra il tavolo
reggendo nelle sue mani tumefatte
una scure bene affilata.
La solitudine
la nostra solitudine dico.
Della nostra sto parlando
è una scure nelle nostre mani
che rotea sopra le vostre teste
rotea rotea rotea.
*

Verrà un tempo
Verrà un tempo in cui le cose cambieranno.
Ricordatelo Maria.
Ricordi, Maria, durante gli intervalli quel gioco
in cui correvamo tenendo in mano il testimone
— non guardare me — non piangere.
Sei tu la speranza,
ascolta, verrà un tempo
in cui saranno i figli a scegliersi i genitori
non usciranno a vanvera
non ci saranno porte chiuse
con persone curve al di fuori
e il lavoro saremo noi a sceglierlo
non saremo dei cavalli a cui si guardano i denti.
Le persone — pensaci! — parleranno con colori,
altre con note.
Conserva soltanto
in una grande bottiglia d’acqua
parole e significati come questi
disadattati – oppressione – solitudine – prezzo – guadagno – umiliazione
per la lezione di storia.
Maria — non voglio dire bugie —
sono tempi difficili.
E ne verranno altri.
Non lo so — non aspettarti troppo da me —
questo ho vissuto, questo ho imparato, questo dico
e di tutto quello che ho letto una cosa ho trattenuto bene:
«L’importante è rimanere umani»
La cambieremo, la vita!
Nonostante tutto, Maria.
*
Qualche volta


Qualche volta si apre la porta piano piano, ed entri.
Porti un vestito tutto bianco e scarpe di lino.
Ti chini e mi infili affettuosamente nel palmo della mano
settantadue dracme e te ne vai.
Ho aspettato dove mi hai lasciata
affinché tu mi ritrovassi.
Però dev’essere passato molto tempo
perché mi si sono allungate le unghie
e i miei amici hanno paura di me.
Ogni giorno mi cucino patate,
non ho più un briciolo di fantasia.
E quando sento chiamarmi  Katerina, mi spavento.
Bisogna, credo, che denunci qualcuno.
Ho conservato dei ritagli di giornale con sopra
qualcuno che, dicono, sei tu.
So che i giornali mentono,
perché hanno scritto che ti hanno sparato alle gambe.
Lo so che non mirano mai alle gambe.
Il Bersaglio è il cervello.
Stai attento, eh?
*
Gli amici per quanto mi riguarda
Gli amici per quanto mi riguarda sono neri uccelli
che fanno l’altalena sulle terrazze
di case sgarrupate
Exarchìa via Patissia Metaxourghìo Mets.
Fanno quello che gli capita.
Rappresentanti di ricettari ed enciclopedie
aprono strade e uniscono deserti
interpreti al cabaret di via Zenone
rivoluzionari professionisti
messi spalle al muro hanno mollato
ora prendono pasticche e alcol per
addormentarsi
ma sognano e stanno svegli.
Le mie amiche per quanto mi riguarda sono fili di ferro tesi
sulle terrazze di case vecchie
Exarchìa Victoria Concaki Grizi.
Ci avete conficcato milioni di mollette di ferro
le vostre colpevoli decisioni congressuali
sottane in prestito
bruciature di sigarette
strane emicranie
silenzi minacciosi leucorree
s’innamorano di omosessuali
tricomoniasi ritardo mestruale
il telefono il telefono il telefono
gli occhiali rotti l’ambulanza nessuno.
Fanno quello che gli capita.
Sono sempre in giro i miei amici
perché gli state col fiato sul collo.
Tutti i miei amici dipingono col nero
perché gli avete distrutto il rosso
scrivono in una lingua nota solo a loro
perché la vostra è buona solo per leccare.
I miei amici sono uccelli neri
e fili di ferro
sulle vostre mani e alla vostra gola.
I miei amici.
*
Col rosso

Con la testa in frantumi
per la morsa delle vostre contrattazioni
nell’ora di punta
e contromano
darò fuoco a un gran falò.
E lì ci butterò
tutti i libri di marxismo
in modo che Mirtò non sappia mai
le cause della mia morte.
Potete dirle
che non ho retto alla primavera
o che sono passata col rosso
sì… questo è più credibile.
Col rosso questo dovete dire
col rosso…col rosso
questo dovete dire…
Questo è più credibile
col rosso… questo dovete dire
col rosso, col rosso
questo dovete dire.
Col rosso, col rosso,
col rosso.
*
Come fa presto ad andarsene la luce


Come fa presto a andarsene la luce dalla nostra vita, fratello mio…
Dentro le nostre palpebre allergiche
lentamente la vita preme con le unghie
sta’ a vedere che le scopriamo il gioco
si allontana si dilegua… guarda è diventata un puntino gira l’angolo… sparita.
Buuuuuio!
Guardo dei negativi fotografici e sembrano persone
tizzoni rossi nei loro occhi di lupi in trappola
unghie in prestito — come si sono ridotti così — dentiere straniere
sanguisughe si attaccano alla nostra laringe tirano i nostri bottoni
sta’ a vedere che tiriamo avanti ancora un po’.
Sono quelli del treno — li ricordo bene
che quando decidemmo il nostro primo sogno di metterci in viaggio
ci scaraventarono sulle rotaie dell’elettrificata
come sacchi vuoti in un passaggio incustodito
come peso superfluo.
Quelli che: «siamo vissuti» — scritto tra virgolette
con mille canne ci tengono sotto tiro
dalla terrazza della compagnia telefonica
freddo freddo e melò nelle nostre magliette di cotone
facciamo come se avessimo il cappotto
e un nervo viola — hai visto, tutti noi l’abbiamo —
colpisce ancora sotto il nostro occhio.
Quanto è cara la vita, fratello mio
quant’è scaduta la qualità, coraggio.
Parecchie volte — ma io non mollo
vanno in testa-coda gli antidepressivi
e la bilancia oscilla
davanti non c’è altro
allora piego il collo e mi prendo tra i denti
il mio cervello sanguinante e vado indietro indietro
torno indietro
per salvarmi
e poi non trovo la strada
perché anche là è tutta merda — come se non lo sapessi —
dappertutto cancelli sfondati e crateri di obice
mi spavento mi confondo per un nonnulla non ho dove andare
solo la porta del SUPERMERCATO è aperta
e mi ci piazzo dentro
come un avvoltoio guardo dove vanno a finire i soldi
e il valore d’uso
delirium tremens lo chiaman loro IO HO VOGLIA DI RUBARE
Allora mi metto davanti tutti gli stereo a suonare tutti insieme
ogni marca una musica diversa
e gli altoparlanti al massimo a spaccare le orecchie
e poi con una buona forbicina Singer
taglio in tondo le loro bocche le allargo
sopra ci incollo la mia anima bacio della morte
e ci svuoto dentro gli psicofarmaci
le loro farmacie e insieme i loro farmacisti.
Morte a Bisanzio e al diavolo le dinastie
il diaframma della mia etnia le pacifiche invasioni
le Kodak e le G. Stavru in vendita allettanti
che vadano a morire.
Morte agl’Immortali
bandiere nere e rossa la luce si apre
— SI APRIRÀ — la strada la bocca
gli occhi il cuore e il cervello.
Così si deve fare cadrà la porta.
E la macchina con l’antico rullino. No. No sempre e sempre gli uomini
negativi neri e noi BRUCIATURE DI SOLE.
*
9 anni
Quando la mattina ti sveglierai
e non troverai sul pavimento
pillole maglione e reggiseno
e busserai forte alla porta
senza sentire dietro te il mio isterico «piantala»
non scoppiare a piangere ma vieni a cercarmi
nella foto di me bambina che ti guarda.
Io non ho mai veduto.
Nemmeno nel mio stupido scrivere. Ti ho mentito.
Ti dicevo sempre com’erano belli gli uomini i colori e la musica.
Tu conteggia solo il cottimo che ho fatto
e con quello saprai come sono vissuta.
Conteggia poi l’affitto
mai ci bastavano a pagarlo.
E quanta luce ho bruciato
cercando un modo.
E va’ avanti, e va’ a chiedere a tuo padre
per l’ultima volta i soldi
e digli che sono in debito.
Poi sciacquati la faccia
e non lasciare che nessuno ti dica
cosa è successo a tua madre.
Solamente con queste
prove stupide
costruisci un sole di quelli che solo tu hai in mente
e sotto questo sole
scrivi con le tue divertenti lettere infantili
HA SALDATO! SALDATO! SALDATO! HA SALDATO!
*
Chiuso. Questo era.
Chiuso. Questo era.
Vedi, mi s’è perduta la vita
fra uomini gialli
vetri sporchi
e compromessi indicibili.
Comincio a invecchiare
come quel piccolo salice
che t’avevo mostrato all’angolo della strada.
E non è che voglio vivere.
È, cazzo, che non sono vissuta.
E che non ti rivedrò.
*
Antropogonia
Perché ombre sono gli dèi, inumani,
fra chi è sepolto.
Dentro le nubi e in monti e statue della notte
si conficcano
invidiarono l’uomo hanno, invidiano
e hanno paura.
E gli intermediari
goffi, zoppi e superbi
portatori d’acqua
in anfore bucate
con l’amore
e con i sogni
portarono ai mortali
il terrore
per follia o per morte
di voler essere immortali
alla terra inchiodati.
E incisero dovunque
in corpo, in anima e mente
con il mito
che malattia offensiva è la solitudine
e non libertà.
E sulla malattia in suppurazione
mentirono molto
perché imparassero a correre
così da smarrire la visione
dell’invisibile e della politica
perché è il tempo più veloce
che agisce immobile.
E ancora peggio
della pena e del nutrimento
della loro autodistruzione
con grande inganno chiamarono «eroi»
i nostri beneamati mortali
derivato dell’eroina.
E gli dei come sommo violento potere
resero onore ai cortigiani
chiamandoli con ironia semidei.
E gli intermediari — semidei
che si nascondono dietro le muse
e con alti calzari
definirono il nome
di sé poeti e consolatori
ma è sempre con loro la nostra guerra
e loro — se sono — sono utili
nelle pause di pace.
Tanto hanno sofferto i mortali
che al giacinto
avevano unito l’anima
e puri, belli e splendenti
non sapevano
il tradimento
e gli avevano creduto.
Ma ora muoviti
curiamo con calma
le nostre ali lucenti
cominciamo daccapo la strada
usciamo nella radura
non capiti che altri di noi
bevano un’acqua d’oblio
e così pur essendoci uguali
soffrano di grandi passioni
e così come noi maledicemmo
loro ci maledicano.
*
[Bianca]
Bianca è
la razza ariana,
il silenzio,
i globuli bianchi,
il freddo,
i camici dei dottori,
gli abiti dei morti,
l’eroina.
… Queste poche parole per restituire il nero.
*
[Ciò che temo di più…]
Ciò che temo di più
è di diventare «un poeta»…
Chiudermi in una stanza
ad ammirare il mare
e dimenticare…
Ho paura che i punti sulle vene possano cicatrizzare
e, invece di avere ricordi confusi sulle notizie alla televisione,
mi metto a scarabocchiare fogli e a vendere «le mie opinioni»…
Ho paura che quelli che ci hanno scavalcato possano accettarmi
in maniera da usarmi.
Ho paura che le mie urla possano diventare un mormorio
utile a far addormentare la mia gente.
Ho paura che potrei imparare ad usare la metrica e il ritmo
finendo intrappolata dentro di essi
desiderando che i miei versi diventino canzoni popolari.
Ho paura che potrei comprare binocoli per far avvicinare
le azioni di sabotaggio a cui non prendo parte.
Ho paura di diventare stanca — facile preda per preti e accademici —
e trasformarmi così in una «femminuccia»…
Loro hanno le loro maniere…
Loro possono utilizzare la routine a cui sei abituato,
ci hanno trasformato in cani:
ci guardano mentre ci vergogniamo di non lavorare…
ci guardano essere orgogliosi di essere disoccupati…
Ecco com’è.
Psichiatri entusiasti e schifosi poliziotti
ci stanno aspettando all’angolo.
Marx…
Ho paura di lui…
La mia mente va anche oltre a lui…
Quei bastardi… è loro la colpa…
Merda, non riesco nemmeno a finire di scrivere…
Forse… eh?… forse un altro giorno…
*
[n. 17]
Ero un albero che si è spezzato
Hanno spezzato tutti i miei rami
Perché tutti i bambini perduti vi trovavano rifugio
Per giocare all’impiccato
*
Difendo ANARCHIA
Non mi fermare. Sto sognando.
Abbiamo vissuto a capo chino secoli di ingiustizia.
Secoli di solitudine.
Ora no. Non mi fermare.
Ora e qui, per sempre e ovunque.
Ho un sogno di libertà.
Facciamo sì che la bellissima unicità
di ciascuno
ripristini
l’Armonia dell’Universo.
Avanti, giochiamo. Conoscenza è gioia.
Non è una mobilitazione scolastica.
Io sogno perché amo.
Grandi sogni nel cielo.
Gli operai delle fabbriche occupate
produrranno cioccolata per il mondo.
Io sogno perché SO e POSSO.
I banchieri generano i «rapinatori»
Le prigioni i «terroristi»
La solitudine gli «emarginati»
Il prodotto il «bisogno»
I confini gli eserciti.
La proprietà tutto.
Violenza genera violenza.
Non domandare. Non mi fermare.
È il momento di ristabilire
la sublime prassi dell’etica.
Facciamo della Vita una poesia.
E della Vita una prassi.
È un sogno possibile possibile possibile.
TI AMO
e non mi fermare, non sto sognando. Sto vivendo.
Tendo le mani
all’ Amore alla solidarietà
alla Libertà.
Quante volte sarà necessario e sempre dal principio
Difendo ANARCHIA

Omnibus & filosofia

tumblr_lr4igq2ML31qa9b8ro1_500

( Articolo Condiviso )

Folgorite [Sante Ferrini]
Dal fatto di prender posto in un omnibus, anche a degli intervalli più o meno lunghi, l’uomo che sa viaggiare può trarvi le più diverse lezioni (e le più alte) di saggezza, di eguaglianza, e delle più squisite virtù. L’autobus è alla volta un mezzo di trasporto ed un ammirevole strumento di bella e sana morale.
I. L’attesa, l’eguaglianza e l’obbedienza alle leggi
Siamo a Lione… Un gruppo compatto di esseri di tutte le condizioni, di tutti i costumi e di tutte le età, aspetta sull’orlo del marciapiede d’un quai del Rodano, in un luogo esposto alla pioggia, al sole, alla fanghiglia, l’arrivo del tram o dell’autobus desiderato.
Il quarto d’ora del generale nippone Nogi! Saper tenere, sapere attendere!…
Che bella lezione ha avuto così la popolazione lionese durante tutto il tempo del «grande macello» leggendario!
Per distinguersi gli uni dagli altri, questa gente che aspetta deve avere e tenere in mano un pezzetto di carta. Questi pezzetti di carta sono numerati da 1 all’infinito in ticket staccati da un apparecchio speciale. La macchina, qui, come altrove, rimpiazza l’uomo (ahimé! Dove andremo a finire con queste macchine!…).
Sia essa giovane, bella, bisbetica, adorabile, indesiderabile, vecchia, grassa, magra, sfiancata, la donna aspetta; impiegato, operaio, commendatore, ladro, spia, aviatore, truffaldino, prete, bagarino, lenone, capo di ufficio e per conseguenza decorato, amato, ingannato, l’uomo aspetta.
Quindi? Eguaglianza dei sessi, soppressione dell’ineguaglianza di condizioni. Soppressione anche dell’ineguaglianza delle attitudini; e là, sta il fatto più rimarchevole.
Riformato definitivo, inadatto temporario, servizio armato o servizio ausiliario o civile, qualunque sia il vostro valore professionale, qualunque siano i vostri diplomi, le gite a domicilio coatto, gli inviti a Corte, la vostra superiorità intellettuale, la vostra esperienza della vita, l’ingegnosità negli scrocchi e truffe giornalieri, l’onestà, il candore, le imbecillagini che avete fatto e che sperate di fare ancora, le vostre condanne, le vostre relazioni politiche; voi passerete nel tram, quando chiameremo il numero impresso sul vostro ticket. Non avanti!
— Collaborazione della folla e dell’elite, diciamo noi — forza del numero o del numero debole, rispetto delle leggi e, quantunque sia molto bene di giammai confessare, potete ben farlo nel dirci che non v’è spettacolo più riconfortante, più nobile e più economico come quello ci presenta la moltitudine nell’attesa di un tram.
II. L’arrivo o la lotta del bene e del male — L’Indulgenza
Ma, delle volte, l’ineguaglianza dei caratteri si manifesta, ahimé! irresistibilmente e più presto del tempo che metterebbe un deputato socialista a dire una menzogna nei suoi discorsi in Parlamento.
È all’arrivo dell’autobus che quelli che non sanno attendere, gli impazienti, gli irosi, gli invidiosi, le donnette che abbiamo fatto bene di non sposare o prendere per amanti, le persone equivoche, i nuovi poveri, i nuovi ricchi, tutta la poltiglia scatenata da questi lunghi anni di mattatoio smascherano in poche riflessioni la loro bruttezza morale.
Questo spettacolo, visto dalla piattaforma dell’autobus dove siete installato da qualche tempo, vi dà un piccolo riassunto della struggle for life di Darwin, o la lotta per un posto di deputato o di spazzaturaio al Parlamento.
In piccolo sotto i vostri occhi e sotto le suole delle vostre scarpe, sta tutta la vita sociale riunita in questo gruppo da 15 a 200 persone che si stringono, si schiacciano, si insultano onde far prevalere il loro «numero», delle volte prima degli altri, contro l’evidenza del numero stesso.
Qui si combattono le passioni lillipuziane, minuscole, immagini delle grandi, mastodontiche passioni della vita.
Orgoglio, vanità, entusiasmo, odio, altruismo, interesse, tutto è lotta in basso, sul marciapiede, sul predellino, nella pioggia, nella neve, nel fango. Voi, sul tram, siete l’uomo «arrivato», che ha il suo posto e la sua sicurezza nella società, come un capitalista qualunque. Che piova o che tiri vento, voi siete al coperto, voi avete l’anima serena ed indulgente come il papa; voi giudicate meschini i sentimenti di quelli che cercano di arrabattarsi per giungere sino a voi e che sono nella folla, nella polvere, nel fango, in basso del tram. Voi giudicate utopico il desiderio di questa gente che cerca di montare sul tram, come il desiderio di un arruffone che mira a adagiarsi nella società borghese e danarosa, dove gli impieghi, anche infami, sono sicuri e rimunerativi.
Questo padre di famiglia con i suoi due marmocchi sulle braccia e sua moglie accanto a lui che ne ha altri due sono letteralmente schiacciati dalla folla dei pretendenti al tram. Essi lottano contro il soffocamento, come lo si fa in grande con la vita. E, siccome sono sei, e non scenderanno mai più di tre o quattro persone alla volta, essi non monteranno giammai insieme. Questo esempio vi ricorda il problema del Malthusianismo e la bellezza di crearsi una numerosa prole nella «Società Corda e Sapone». Se qualche onorevole deputato vorrà interessarsi del problema della popolazione e spopolazione, approfitti dell’esempio di cui sopra; lo studio è facile e… rimunerativo.
— Un solo posto in prima classe!
Rauca, armoniosa, deliziosa, imperativa o seducente, la voce che s’incanala nel vostro orecchio, disillusiona, scoraggia e disorienta gli umili, i pezzenti, i bombardati dalla miseria. Essi, i poveri paria, non monteranno in quel carrozzone che il buon De Amicis ci descrisse sì bene; essi aspetteranno, forse non partiranno mai, se ci sono soltanto dei posti in prima classe. La vita è cara! Avreste il coraggio di pagarvi un lusso eguale in questi tempi di restrizioni? Un solo posto in prima classe: come c’è un solo posto di direttore nella Banca d’Italia:
— Un posto solo in seconda classe!
— Monta, Geltrude, andrò a piedi.
— No, Clodomiro, vai tu: aspetterò l’altro tram.
Qui, la mia attenzione si porta sulla solidità delle virtù coniugali. E a parte queste virtù, non vi sembra di vedere i due candidati dello stesso collegio che, ispirati dal Governo e da qualche biglietto da mille, si cedono il posto a vicenda? (Pel bene della «patria», s’intende!)
Intanto nel tram il posto vuoto è preso da quegli che è solo, sparigliato, vedovo, celibe o prete. Infamia! è l’egoismo che trionfa, che arriva prima degli altri come un neo-consigliere municipale o segretario di una confederazione del lavoro qualsiasi.
Come le spese occulte ed accessorie di palazzo Braschi, ecco l’uomo che ha tramato nell’ombra… Egli monta sul tram quando questo riprende il suo percorso, grazie ad una tenue mancia elargita di nascosto. Arrivista! va, corri, tu abusi del triste potere del denaro come un volgare ministro!
La signora che ha il numero 606 ha potuto montare sull’autobus perché il giovincello del numero 527 le ha ceduto il posto. Essa si installa. In questo momento arriva l’uomo dal numero 523 e dovrebbe occupare appunto il posto della signora 606. Egli non insiste. È il perfetto rappresentante dei timidi, di quella categoria che non osa e che non arriverà mai a farsi una prebenda come il vescovo di Napoli. Fissate questo timido: vi accorgerete subito che esso non è nato per truffare, per arrabattarsi, per arrivare, per giocherellare il levati tu che mi ci metto io! come tutta quella gentaglia di cui è inutile intrattenerci.
III. Lezione di rassegnazione e di speranza — Conclusione
Il tram è partito. Non bisogna credere che i buoni se ne vanno e che i cattivi restano. L’uomo che ha il numero 790 sussurra al suo vicino: «Io non invidio quelli che sono partiti; partire, è morire a metà». Ma quelli che sono partiti sono pieni di speranza! Però, come le persone già al posto, essi hanno le loro ineguaglianze ed i loro incubi. Il loro posto è instabile come un impiego losco; essi sono soggetti agli urti, alle spinte, alle schegge di vetri fracassati che sono gli scandali. I più esposti agli accidenti, che comporta il tram o la vita, sono delle volte quelli che pagano più avanti, più vicino alla luce od al motore. Un ladro che ha scorto una spia, trae dalla tasca un giornale cattolico, lo spiega in tutti i sensi che si può immaginare, ci si nasconde e legge senza leggere…
— Piazza del Cimitero! La corsa è finita.
Sic itur ad astra. Ed è qui, come nella vita, che bisogna rinunciare alle migliori cose, ai più belli e deliziosi miraggi, agli impieghi più sicuri, prendere la pensione (se ne avete diritto), finir sempre o, se non siete arrivato all’ora finale, rimettervi a vivere od a vegetare quando non ci pensavate più, o partire per delle nuove strade o verso degli scopi, che non sono nuovi…

Attraverso Utopia

774eb90d926af9646ae432af6a86f9b1665fc6fd_m

( Articolo Condiviso )

Maria Luisa Berneri
La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e «gli uomini pratici» governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.
Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l’internazionalismo, Platone riconosceva l’uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All’inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.
Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese. Alla fine del XVII e nel XVIII secolo, ritroviamo idee ancor più sorprendenti e audaci riguardo alla religione, ai rapporti sessuali, alla natura del governo e della legge. Siamo talmente abituati a pensare che i movimenti progressisti abbiano avuto inizio col XIX secolo, che ci stupiamo di vedere che la degenerazione del pensiero utopico comincia proprio allora. Le utopie, in genere, diventano timorose; la proprietà privata e il denaro vengono spesso giudicati necessari; gli uomini devono considerarsi felici a lavorare otto ore al giorno e non c’è nemmeno da pensare alla possibilità che il loro lavoro sia attraente. Le donne son sottoposte alla tutela dei loro mariti e i figli a quella del padre. Ma prima che le utopie venissero contaminate dallo spirito «realista» del nostro tempo, esse fiorirono con una varietà ed una ricchezza che ci fanno dubitare nella validità della nostra pretesa di aver ottenuto qualche avanzamento nel progresso sociale.
Ciò non significa che tutte le utopie siano state rivoluzionarie e progressiste: la maggior parte di esse hanno avuto queste due qualità, ma poche sono state completamente rivoluzionarie. Gli scrittori utopistici furono rivoluzionari quando auspicavano una comunità di beni al tempo in cui la proprietà privata era ritenuta sacra, il diritto per ogni individuo di sfamarsi quando i mendicanti venivano impiccati, la parità delle donne quando queste erano considerate poco più che schiave, la dignità del lavoro manuale quando esso veniva ritenuto ed era reso un’occupazione degradante, il diritto di ogni bambino ad una infanzia felice e ad una buona istruzione quando questo era riservato ai figli dei nobili e dei ricchi. Tutto ciò ha contribuito a rendere la parola «Utopia» sinonimo di una forma felice e desiderabile di società. Utopia, a questo riguardo, rappresenta il bisogno degli uomini alla felicità, il loro segreto desiderio dell’Età dell’Oro, o, come altri l’immaginavano, del Paradiso perduto.
Ma quel sogno aveva spesso i suoi lati oscuri. C’erano schiavi nella Repubblica di Platone e nell’Utopia di Moro; c’erano omicidi di massa di iloti nella Sparta di Licurgo; e guerre, esecuzioni, disciplina ferrea, intolleranza religiosa si ritrovano spesso a fianco delle istituzioni più illuminate. Questi aspetti, che spesso sono stati ignorati dagli ammiratori di utopie, discendono dalla concezione autoritaria su cui molte utopie vennero edificate e sono assenti da quelle che tendono al raggiungimento della completa libertà.
Due orientamenti principali si manifestano nel pensiero utopistico attraverso il tempo. Uno tende alla felicità dell’umanità attraverso il benessere materiale, l’annullamento dell’individualità dell’uomo nel gruppo e nella grandezza dello Stato. L’altro, mentre richiede un certo livello di agiatezza materiale, ritiene che la felicità sia la conseguenza della libera espressione della personalità dell’uomo e non debba essere sacrificata ad un arbitrario codice morale o agli interessi dello Stato. Questi due orientamenti corrispondono a differenti concezioni del progresso. Per gli utopisti anti-autoritari, il progresso viene valutato, secondo le parole di Herbert Read: «dal grado di differenziazione all’interno di una società. Se l’individuo è un’unità in una massa compatta, la sua vita non è solamente piatta e breve, ma triste e meccanica. Se l’individuo è un’unità a sé, con spazio e potenzialità per l’attività separata, allora può essere maggiormente soggetto al caso o alla sorte, ma almeno può espandersi e esprimersi. Egli può sviluppare (sviluppare nell’unico vero significato della parola) se stesso in consapevolezza di forza, vitalità e gioia».
Ma, come nota sempre Herbert Read, non è sempre stata questa la definizione di progresso:
«Molte persone cercano sicurezza nelle cifre, felicità nell’anonimato e dignità nella routine. Non chiedono niente di meglio che di essere pecore guidate dal pastore, soldati sotto un capitano, schiavi sotto un tiranno. I pochi che si differenziano diventano i pastori, i capitani e i tiranni di questi seguaci volontari.»
Le utopie autoritarie miravano a fornire pastori, capitani e tiranni alla gente, che fossero sotto il nome di guardiani, filarchi o samurai.
Tali utopie erano progressiste in quanto desideravano abolire le diseguaglianze economiche, ma sostituivano la vecchia schiavitù economica con una nuova: gli uomini non erano più gli schiavi dei loro padroni o imprenditori, per diventare gli schiavi della Nazione e dello Stato. Il potere dello Stato è a volte basato sul potere morale e militare, come nella Repubblica di Platone, sulla religione, come in Christianopolis di Andreä, o sulla proprietà dei mezzi di produzione e di distribuzione come nella maggior parte delle utopie del XIX sec. Ma il risultato è sempre lo stesso: l’individuo è costretto a seguire un codice di comportamento morale artificialmente creato per lui.
Le contraddizioni inerenti alla maggior parte delle utopie son dovute a questa concezione autoritaria. Gli artefici di utopie volevano dare libertà alla gente, ma la libertà che vien concessa non è più libertà. Diderot fu uno degli scrittori utopistici che si negò persino il diritto di decretare che «ognuno dovrebbe fare come vuole»; ma i creatori di utopie, nella loro maggioranza, son decisi a rimanere i padroni delle loro immaginarie comunità. Mentre pretendono di dare la libertà, emanano un dettagliato codice che dev’essere seguito minuziosamente. Ci sono legislatori, re, magistrati, preti, presidenti di assemblee nazionali nelle loro utopie; e tuttavia, dopo aver decretato, codificato, ordinato matrimoni, imprigionamenti ed esecuzioni, pretendono ancora che la gente sia libera di fare quel che desidera. È fin troppo evidente che Campanella immaginò di essere il Grande Metafisico nella sua Città del Sole, Bacone un padre della sua Casa di Salomone e Cabet il legislatore della sua Icaria. Se avessero avuto lo spirito di Tommaso Moro avrebbero potuto esprimere il loro segreto desiderio con molto umorismo: «Non puoi credere quanto io sia inebriato», egli scrisse al suo amico Erasmo, «quanto sia cresciuto in statura e stia a testa alta; mi figuro continuamente nella parte di sovrano di Utopia; in effetti mi vedo passeggiare colla corona di spighe di grano in testa, indossando un saio francescano e tenendo come scettro un mazzo di spighe, seguìto da una gran moltitudine di gente di Amauroto». A volte altri devono far rilevare le incoerenze del loro sogno, come quando Gonzalez in La Tempesta parla ai suoi compagni dell’ideale comunità che gli piacerebbe creare sulla sua isola:
«Gonzalez: Nella comunità organizzerei tutto al contrario; poiché non permetterei alcun tipo di commercio; nessuna carica di magistrato; le lettere rimarrebbero ignote; niente ricchi, né povertà, né servizi; nessun contratto, atto di successione, confine di terra, di coltivazione, di vigneto; niente metallo, grano o vino o olio; nessuna occupazione, tutti gli uomini oziosi, tutti; e anche le donne, ma innocenti e pure; nessuna sovranità…
Sebastian: Però lui vorrebbe farvi il re.
Antonio: La fine ultima della sua comunità dimentica l’inizio».
Un’altra contraddizione delle utopie autoritarie sta nella affermazione che le loro leggi seguono l’ordine di natura mentre in realtà il loro codice è stato costituito arbitrariamente. Gli scrittori utopistici, invece di tentare di scoprire le leggi di natura, preferivano inventarsele, o trovarle negli «archivi dell’antica avvedutezza». Per alcuni di loro, come Mably o Morelly, il codice di natura era quello di Sparta e invece di fondare le loro utopie su comunità viventi e su uomini che essi avessero conosciuto, le basavano su concezioni astratte. A ciò si deve l’atmosfera artificiosa prevalente in moltissime utopie: gli utopisti sono creature uniformi con identici bisogni e reazioni e privi di emozioni e di passioni, giacché queste sarebbero espressione di individualità. Questa uniformità si riflette in ogni aspetto della vita utopistica, dagli abiti all’orario, dal comportamento morale agli interessi intellettuali. Come ha osservato H.G. Wells: «In quasi ogni Utopia (ad eccezione, forse di Notizie da nessun luogo di Morris) ci sono edifici belli ma anonimi, coltivazioni simmetriche e perfette e una gran massa di gente sana, felice, vestita magnificamente, ma senza alcun tratto personale. Troppo spesso il quadro assomiglia alla chiave di uno di quei grandi quadri di incoronazioni, matrimoni reali, parlamenti, convegni e riunioni dei tempi vittoriani, in cui, invece di un volto, ogni figura ha il suo ovale con il numero di riferimento ben chiaro.»
Anche la messa in opera dell’utopia è artificiale. Alla nazione uniformata deve corrispondere una campagna o una città uniforme. Lo amore autoritario per la simmetria induce gli utopisti a sopprimere montagne o fiumi e persino ad immaginare isole perfettamente circolari e fiumi perfettamente rettilinei.
«Nell’utopia dello Stato Nazionale – scrive Lewis Mumford – non ci sono regioni naturali; e il concentramento altrettanto naturale della popolazione in città, villaggi e paesi, che, come osserva Aristotele, è forse il principale punto di differenziazione tra l’uomo e gli altri animali, è tollerato unicamente a condizione che lo Stato consegni a questi gruppi una parte della sua onnipotente autorità, o “sovranità” come vien chiamata, e permetta loro un’esistenza collettiva. Purtroppo per questo meraviglioso sogno, che generazioni di giuristi e di statisti si sono arrovellate a progettare, le città nacquero ben prima degli Stati (esisteva una Roma sul Tevere molto prima di un Impero Romano) e la graziosa concessione dello Stato è semplicemente un’approvazione a malincuore del fatto compiuto…
«Invece di accettare le regioni naturali ed i gruppi naturali di popolazione, l’utopia del nazionalismo stabilisce con la riga del topografo una certa zona chiamata territorio nazionale e rende tutti gli abitanti di questo territorio membri di un unico, indivisibile gruppo, la nazione, che si pensa precedente come volontà e superiore come potere a tutti gli altri gruppi. Questa è l’unica formazione sociale che sia ufficialmente riconosciuta all’interno dell’utopia nazionale. Ciò che è comune a tutti gli abitanti di questo territorio si crede sia di ben maggiore importanza rispetto a qualunque cosa che unisca insieme gli uomini in particolari agglomerati civili o industriali.»
Questa uniformità è mantenuta da un forte Stato nazionale. La proprietà privata viene abolita a Utopia, non semplicemente per istituire l’uguaglianza tra i cittadini o a causa della sua influenza corruttrice, ma perché presenta un pericolo per l’unità dello Stato. Anche l’atteggiamento nei riguardi della famiglia viene determinato dal desiderio di mantenere uno Stato unito. Molte utopie rimangono nella tradizione platonica ed aboliscono la famiglia insieme al matrimonio monogamico, mentre altre seguono Tommaso Moro e sostengono la famiglia patriarcale, il matrimonio monogamico e l’educazione dei bambini all’interno dell’ovile della famiglia. Un terzo orientamento realizza un compromesso conservando le istituzioni familiari ma affidando allo Stato l’educazione dei bambini.
Quando le utopie vogliono abolire la famiglia è per le medesime ragioni per cui vogliono abolire la proprietà. La famiglia viene considerata come un istituto che incoraggia gli istinti egoistici e pertanto come responsabile di un’influenza disintegratrice sulla comunità. D’altra parte, i sostenitori della famiglia vedono in essa la base di uno Stato stabile, il nucleo indispensabile, il campo di addestramento per le virtù dell’obbedienza e della fedeltà richieste dallo Stato. Essi ritengono, a ragion veduta, che la famiglia autoritaria, lungi dal rappresentare un pericolo inculcando tendenze individualistiche nei bambini, li abitui anzi a rispettare l’autorità del padre; essi più tardi obbediranno altrettanto ciecamente agli ordini dello Stato.
Uno Stato forte necessita di una classe o di una casta dominante che detenga il potere sul resto della popolazione e, mentre i progettatori di comunità ideali misero gran cura nell’assicurarsi che la proprietà non corrompesse né disunisse questa classe dirigente, non s’accorsero, di solito, del pericolo che la brama di potere potesse corrompere e dividere i dominatori e opprimere il popolo. Platone fu il principale colpevole a questo riguardo. I suoi guardiani avevano tutto il potere nella città, mentre Plutarco era consapevole degli abusi che sarebbero stati compiuti dagli spartani, ma non propose rimedi. Tommaso Moro suggerì una nuova concezione: quella di uno Stato rappresentante tutti i cittadini, ad eccezione di un piccolo numero di schiavi. Il suo regime era quello che noi chiameremmo democratico; ossia il potere veniva esercitato dai rappresentanti del popolo. Ma questi rappresentanti avevano il potere di amministrare le leggi piuttosto che quello di progettarle, poiché le leggi principali erano state date al Paese da un legislatore. Lo Stato pertanto amministrava un codice di leggi che la comunità non aveva fatto. Di più, per il carattere centralizzato di quello Stato, le leggi erano le stesse per ogni cittadino e per ogni sezione della comunità e non tenevano conto della trasformazione di fattori personali. Per questo motivo, alcuni scrittori utopistici, come Gerrard Winstanley, erano contrari alla delega, da parte della comunità, del suo potere ad un corpo centrale, temendo che in effetti essa perdesse la sua libertà e vollero che mantenesse il suo governo autonomo. Gabriel de Foigny e Diderot andarono ancor più oltre abolendo del tutto qualsiasi governo.
L’esistenza dello Stato necessita anche di due codici di comportamento morale, poiché lo Stato non solo divide la popolazione in classi ma divide anche l’umanità in nazioni. La fedeltà allo Stato esige un certo codice di comportamento per i rapporti tra i cittadini della comunità e un altro per i rapporti tra i cittadini e gli schiavi o i «barbari». Tutto ciò che è proibito nei rapporti tra eguali è permesso nei riguardi di coloro che son considerati esseri inferiori. Il cittadino utopiano è gentile e cortese verso i suoi pari ma crudele con i suoi schiavi; ama la pace in casa ma conduce le guerre più violente all’esterno. Tutte le utopie che seguono le orme di Platone ammettono questo dualismo nell’uomo. Che questo dualismo esista nella società così come noi la conosciamo è abbastanza vero, ma può parere curioso che non sia stato eliminato in una «società perfetta». L’ideale universalista di Zenone che, nella sua Repubblica, proclamò la fratellanza degli uomini di tutte le nazioni, non è mai stato adottato dagli scrittori utopistici. La maggioranza delle utopie ammette le guerre come parte inevitabile del loro sistema, come in verità dev’essere, in quanto l’esistenza di uno Stato nazionale dà sempre luogo a guerre.
Lo Stato utopistico autoritario non ammette alcuna personalità tanto forte ed indipendente da concepire la trasformazione o la rivolta. Dacché le istituzioni utopistiche sono considerate perfette, è superfluo dire che non possono essere suscettibili di miglioramento. Lo Stato utopistico è essenzialmente statico e non permette ai suoi cittadini di lottare o anche di sognare un’utopia migliore.
Questo schiacciamento della personalità dell’uomo spesso comporta un carattere assolutamente totalitario. È il legislatore del Governo che decide la pianificazione delle città e delle case; questi piani vengono preparati secondo i più razionali princìpi e le migliori conoscenze tecniche, ma non sono l’espressione organica della comunità. Una casa, come una città può esser fatta di materiali inanimati, ma dovrebbe includere lo spirito di coloro che la costruiscono. Allo stesso modo, le uniformi utopistiche posson essere più comode e attraenti dei normali abiti, ma non permettono all’individualità personale di esprimersi.
Lo Stato utopistico è ancor più feroce nella repressione della libertà dell’artista. Il poeta, il pittore, lo scultore devono tutti diventare servitori ed agenti di propaganda dello Stato. A loro è proibita l’espressione individuale nella estetica o nella morale, ma il vero scopo è di soffocare qualsiasi manifestazione di libertà. Moltissime utopie fallirebbero il «test dell’arte» suggerito da Herbert Read: «Platone, che viene ricordato troppo spesso e troppo compiacentemente, bandì i poeti dalla sua Repubblica. Ma quella Repubblica era un ingannevole modello di perfezione. Poteva essere realizzata da un dittatore, ma poteva funzionare unicamente come funziona una macchina: meccanicamente. E le macchine funzionano meccanicamente solo perché son fatte di materiali inanimati ed inorganici. Se si vuole esprimere la differenza tra una società progressista organica e un regime statico totalitario, lo si può fare con una sola parola: la parola arte. Solo a condizione che l’artista sia lasciato libero di agire la società può includere quegli ideali di libertà e di sviluppo intellettuale che a moltissimi tra noi paiono le sole garanzie degne della vita».
Le Utopie che superano questo test sono quelle che si oppongono alla concezione dello Stato centralizzato, quelle di una federazione di libere collettività, in cui l’individuo possa esprimere la sua personalità senza essere sottoposto alla censura di un codice artificiale, in cui libertà non sia una parola astratta ma si manifesti concretamente nel lavoro, che sia quello del pittore o quello del muratore. Queste utopie non sono coinvolte nella struttura morta dell’organizzazione della società, ma negli ideali su cui può essere edificata una società migliore. Le Utopie anti-autoritarie sono meno numerose ed esercitano una minore influenza che le altre, perché non presentano un piano preconfezionato, bensì idee audaci, non ortodosse; perché esigono da ognuno di noi di essere «unico» e non uno tra gli altri.
Quando l’utopia punta ad una vita ideale senza diventare un progetto, cioè una macchina senza vita applicata alla materia vivente, diventa realmente la realizzazione del progresso.

 

La grande sfida

1b286d48325cc6b00fe17d24ebfc6ee72509d64b_m

( Articolo Condiviso )

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere.

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all’appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia… «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.
È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

«L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.

È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.