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Cosa vogliono gli anarchici?

Quello che segue è un contributo inviato da un compagno detenuto nel carcere di Zurigo (Svizzera) alla discussione pubblica Cosa vogliono gli anarchici?, tenutasi presso la biblioteca anarchica Fermento il 9 febbraio. 
Il compagno in questione è stato arrestato il 29 gennaio scorso, accusato dell’incendio di una decina di veicoli dell’esercito nella base militare di Hinwil avvenuto nel settembre 2015, e di quello di una antenna-radio della polizia a Zurigo nel luglio 2016, oltre ad essere accusato di istigazione a delinquere – tramite l’affissione di un manifesto all’interno della biblioteca – ai danni del centro per immigrati di Bässlergut attualmente in costruzione a Basilea e del centro di Polizia e Giustizia a Zurigo.
In Svizzera, la carcerazione preventiva viene prorogata di tre mesi in tre mesi… e può durare diversi anni nell’attesa di un processo.
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Cari compagni,

in occasione della discussione attorno alla questione “Cosa vogliono gli anarchici?” voglio sedermi e mettere su carta alcune riflessioni che sicuramente vi arriveranno con un po’ di ritardo, dato che qui tutto deve passare attraverso la censura.

Cosa vogliono gli anarchici?

Non stare in carcere. È questa la prima cosa che mi viene in mente.

Ma ciò dimostra chiaramente, proprio come le porte blindate che ho davanti agli occhi, che volere qualcosa non è sufficiente.

Senza le condizioni che permettano di afferrare l’oggetto della volontà nella realtà e di superarla con l’azione, ciò rimane la mera espressione di un desiderio, come capita a coloro che ancora credono in Babbo Natale o che, ormai adulti, credono in una forza oggettiva che influenza il mondo e che un giorno ci libererà.

Si chiami essa DioRagioneDialettica o Progresso. Niente di simile.

Per gli anarchici, ognuno di questi principi astratti rappresenta lo stesso inganno.

E può darsi che abbiamo riflettuto troppo poco sul fatto che presso gli antichi greci, prima di diventare sinonimo di dominio, archê designava il principio primario, alla base di tutto.

È a partire da questo elemento religioso originario che si è sviluppata la giustificazione dell’autorità e infine del mostro dello Stato.

Quindi, in mancanza di Weltgeist [spirito del mondo], come lo chiamava Hegel, o di materialismo dialettico nella variante diretta di Marx, dobbiamo liberarci da soli.

E perché questo accada, bisogna ovviamente volerlo, ma la volontà può anche essere una prigione per noi.

Per esempio, in certi momenti le atrocità che abbiamo attorno mi hanno fatto sentire più prigioniero fuori che dentro.

Qui, la volontà viene necessariamente ridotta in un perimetro.

Ma fuori si scontra con altri muri, meno evidenti e per questo motivo ancora più insidiosi.

Sono questi che dobbiamo prima di tutto identificare e demolire pietra su pietra, affinché un giorno possano crollare i muri materiali delle prigioni.

Ecco perché non desidero parlare qui della bellezza dell’anarchia, della purezza dei principi anarchici.

Si tratta di cose nobili a proposito delle quali possiamo fare riferimento a un intero secolo di propaganda anarchica, intendo concentrare la mia attenzione meno sul problema del «Cosa» che su quello del «Volere».

Noi possiamo volere solo ciò che in un modo o nell’altro comprendiamo e che quindi riusciamo ad immaginare, foss’ anche la più singolare delle utopie.

Ciò significa che il nostro volere non è assolutamente libero come quelli su cui per molto tempo si è basata la tradizione volontaristica di tanti anarchici, dipende dal nostro immaginario, dalla nostra cultura nel senso più ampio del termine.

Questi non implicano soltanto la tradizione letteraria e l’istruzione generale, ma anche ciò che mangiamo e come, il modo in cui ci vestiamo, ci relazioniamo, comunichiamo, amiamo, in pratica tutti gli aspetti della vita quotidiana.

In una società in procinto di far rientrare tutti questi aspetti in un cerchio chiuso amministrato dalla tecnologia, il potere si dà la possibilità di separare sempre più la cultura dalla realtà.

Ciò non riguarda solo la massa maggioritaria degli esclusi, amministrati passivamente, ma anche coloro che occupano posti amministrativi, in tal senso, si può dire che la tecnologia abbia progressivamente incorporato lo Stato, le vecchie strutture di dominio politiche ed economiche.

Alcuni hanno usato il concetto di derealizzazione in un tentativo ancora stentato di comprendere questa evoluzione che ingloba tutto e che richiede tutti i nostri sforzi, non bisogna intendere la tecnologia unicamente come un insieme di apparati, ma prima di tutto come un velo inconsistente di forme e contenuti che ricopre vieppiù la realtà, cercando di sostituirla come riferimento.

Una volta sigillatosi questo cerchio, i contenuti culturali e il nostro immaginario non potranno più offrire sbocchi di azione liberatrice alla nostra volontà, che ha bisogno di avere almeno un contatto con la sostanza reale del potere (in tutti i suoi aspetti) e dello sfruttamento.

La volontà di liberarsi si trasformerà in un mero surrogato di azioni simboliche, rinchiuse nel loro universo culturale di schemi di pensiero separati, con slogan e simboli pesanti, chiacchiere e rituali dilaganti.

Inutile sottolineare che anche gli anarchici sono influenzati da questa evoluzione. questo può essere dovuto al fatto che crediamo un po’ troppo di avere la verità o il rosario dei principi in tasca e non riteniamo necessario insistere nell’ approfondimento dei problemi che, alla fin fine, pongono pur sempre la questione dell’agire nella realtà.

Gli anarchici hanno un’idea di libertà che non può essere suddivisa in gradazioni o per settori, né racchiusa in parole.

Dal momento che non vogliono né un semplice adeguamento del dominio esistente, né l’avvento di un nuovo dominio sotto altre forme, devono partire da una visione globale. Il nostro pensiero è costretto ad afferrare il mondo in concetti e situazioni separati per agevolare la comprensione.

Tuttavia, il mondo nella sua totalità, così come l’idea di libertà, è unico e indivisibile e trova spazio solo nel nostro cuore, altrimenti risulterebbe incomprensibile l’affermazione di Bakunin, secondo cui non possiamo essere veramente liberi finché un solo essere umano nel mondo si trovi in catene.

Oggi più che mai, penso che abbiamo bisogno di imparare a non prestare attenzione solo alle parole che spesso sono fuorvianti, ma più al cuore, a ciò che risuona tra le parole, se a comunicare sono solo le parole, la ricerca dell’affinità alla fine può essere vana.

Un giorno qualcuno ha detto che colui che ha una testa d’asino non può scoprirsi all’ improvviso un cuor di leone.

Mi sembra che oggi la sola via d’uscita per la ribellione sia di mirare direttamente al cerchio sopra menzionato, e questo include anche l’appropriazione dei mezzi culturali di cui il potere cerca di privarci a tutti i livelli.

Un elemento è certamente la conoscenza sull’oggetto della volontà, la quale potrebbe diventare persino un ostacolo e perdere il contatto con la realtà qualora avesse una pretesa esclusiva.

Un altro elemento, ancora più importante, è costituito da alcune qualità che possono apparire assai poco moderne, ma che sono la base per il superamento della volontà nell’ azione: in primo luogo il coraggio, la determinazione, ma anche, nient’affatto in opposizione, l’amore nel suo fondamento universale, l’apertura nei confronti degli altri, la sensibilità, la creatività.

Il libro, che fino a un certo momento sembrava essere al centro dell’evoluzione culturale, è diventato un oggetto fuori moda, con la sua pretesa di rinchiudere il mondo in una copertina, ovviamente possiamo mandarlo all’inferno, eppure, è un tesoro quasi inesauribile di stimoli divenuti rari al giorno d’oggi che potrebbe sfuggirci, come occasione di riflessione provvisoria per approfondire e radicare gli elementi che ho citato.

Per concludere, penso che gli anarchici vogliano la trasformazione rivoluzionaria dell’ordine statale basato sulla violenza, con tutta la sua storia di guerre, sfruttamento e miseria di massa per procurare privilegi ad un gruppo dominante.

Una trasformazione nel senso di un’associazione senza Stato, decentralizzata e auto-organizzata, di individui, di gruppi, di comunità, ecc.

Non tutti, ma la maggior parte delle persone sono dell’avviso che le attuali condizioni tecnologiche di produzione siano incompatibili con la prospettiva di un’autonomia in libertà. 

Gli anarchici vogliono organizzarsi nello specifico in minoranza rivoluzionaria per lottare in prima persona, oltre che per incoraggiare l’auto-organizzazione nelle lotte. Solo questa può essere la base di una trasformazione rivoluzionaria che non conduca al potere un nuovo gruppo politico.

Non tutti, ma la maggior parte ritengono che una tale trasformazione non possa essere il risultato di una Grande sera o di un mero lavoro pedagogico, ma che possa realizzarsi solo attraverso una lunga e talvolta dolorosa serie di lotte intermedie e di tentativi insurrezionali degli oppressi. 

Ecco perché cercano di capire sufficientemente i mutamenti delle realtà e dei conflitti sociali in senso globale, per mettersi in gioco non come elementi estranei ma facendo proposte e prendendo l’iniziativa, laddove intravedano un potenziale sviluppo in tale direzione.

Certamente potrei sbagliarmi, ma è quello che penso nell’ attingere dall’esperienza del movimento anarchico, ma è anche ciò che penso personalmente.

Ritengo inoltre che stiano avvenendo dei cambiamenti globali del potere, il che potrebbe significare la nostra perdita senza che ce ne accorgiamo, se non ci apriremo al nuovo, e il nuovo arriva sempre attraverso l’azione.

Mi auguro che la serata darà luogo ad una vivace discussione, con nessun timore di contraddire e confrontarsi, non per la volontà di avere ragione, ma per quella di meglio comprendere per meglio agire.

In fin dei conti, teniamolo sempre a mente, è niente di meno che la nostra vita ad essere in gioco.

«Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante»
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
8 febbraio 2019, carcere di Zurigo
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Odio i politicanti

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( Dal Web )

«Il solo espropriatore italo-americano su cui la letteratura anarchica 
non ha nulla da dire è Cesare Stami, anarchico individualista selvaggio…»
Nunzio Pernicone
Carlo Tresca and the Sacco-Vanzetti Case
La prima volta che ci siamo imbattuti nella sua ombra è stato oltre una decina di anni fa. Per caso, per puro caso. Eravamo in una biblioteca anarchica e stavamo sfogliando una vecchia rivista, di quelle ingiallite dal tempo, pubblicata alla fine degli anni 20 da individualisti italiani emigrati negli Stati Uniti.
A un tratto l’occhio ci è caduto su un articolo commemorativo in cui si rendeva omaggio ad un anarchico italiano sepolto e dimenticato da tutti. Oltre a venire descritto come un uomo pieno di virtù e di vizi, dal pensiero provocatorio e iconoclasta, insofferente ad ogni morale (compresa quella cara a certi anarchici), veniva anche ricordato per essere stato un temibile fuorilegge, ammazzato alcuni anni prima in un agguato dalla polizia. Ecco perché, sospirava l’autore del testo, «la tacita congiura del silenzio e dell’oblio si è fatta attorno al suo nome».
Il suo nome era Cesare Stami.
Abbiamo sgranato gli occhi. Chi?! Cesare Stami? Mai sentito nominare! Da allora, ogni qual volta ne abbiamo avuto il tempo e l’occasione, ci siamo lanciati all’inseguimento della sua ombra nel tentativo di raggiungerla ed afferrarla, con la speranza di riuscire infine a vedere da vicino il suo vero volto. E più andavamo avanti con le nostre ricerche, più rimanevamo colpiti da quanto scoprivamo. Le poche informazioni sul suo conto presenti negli archivi di Stato, tutte antecedenti la sua partenza per gli Stati Uniti, in un certo senso contrastano con le poche informazioni ricavabili dai due soli omaggi postumi che gli vennero dedicati (il necrologio pubblicato alla sua morte su L’Adunata dei Refrattari e quello che aveva destato la nostra curiosità, apparso quattro anni dopo su Eresie).
Le tracce che Stami aveva lasciato dietro di sé erano scarse, confuse, contraddittorie, e svanivano tutte nel nulla. Anzi, peggio, portavano dritte in mezzo a vere e proprie tenebre, laddove la ragionevolezza consiglia di non addentrarsi. Ogni pista che seguivamo sbatteva contro un muro, composto da una sorta di oblio frammisto a sospetto e rancore, che circondava il suo nome.
Ne risultava che nessuno volesse davvero saperne di Cesare Stami, eroe per pochi, mostro per molti. La sua stessa morte ha un che di misterioso, tenuto conto che il governo italiano continuò per decenni a chiedere informazioni sul suo conto, sul suo possibile nascondiglio, come se egli non fosse affatto morto nell’imboscata tesa dalla polizia a lui ed ai suoi compagni, ma si fosse in qualche modo salvato. Sembra quasi la scena di un film, con il fuorilegge ferito che sparisce tra i flutti del fiume, viene dato per morto anche dai suoi amici, e invece… Invece eccolo lì, il suo giornale maledetto, La Rivolta degli Angeli, uscire con un ultimo numero due anni dopo la tragedia per ricordare i compagni caduti e far udire la voce sibillina dell’ombra.
Ma se Stami era morto in quel conflitto a fuoco nel maggio 1924, perché il governo italiano insisteva a cercarlo? Come è possibile che un paio di anni dopo, il 13 gennaio 1926, il prefetto di Ferrara avesse comunicato al ministero dell’Interno che Stami dimorava ancora a New York? E cosa pensare di quel dispaccio n. 955 del Consolato generale d’Italia di New York, datato 16 marzo 1934, in cui il console Crossardi riportava: «dagli accertamenti effettuati non è risultato che il nominato Stami Cesare sia qui deceduto durante l’anno 1924 e che tutte le indagini effettuate per cercare di ottenere qualche notizia sul suo conto hanno avuto finora esito negativo. Sembra che in questi ambienti anarchici nessuno si ricordi di lui»?
Svanito per sempre, con grande sollievo per tutti. Perché mai?
Di Cesare Stami si sa dunque molto poco. Si sa per certo che nacque a Ferrara nell’aprile del 1884, ma già sul giorno della nascita ci sono versioni contrastanti: il 25 o il 15? Abbandonato alla nascita, non si conoscono i suoi genitori (i quali si erano sbarazzati in fretta e furia del frutto del peccato). Non avendo nessuna vera famiglia, era cresciuto sulla strada dove acquisì «l’irrequietezza, la mobilità e l’agilità, lo spirito sarcastico che tutto scavalca con uno sberleffo o con una ghignata beffeggiatrice». Senza un’istruzione, era un semianalfabeta andato a scuola a malapena fino alla terza elementare. Ma la sua mancanza di cultura, come vedremo, non avrebbe costituito da parte sua motivo di rancore verso gli «intellettuali», quanto piuttosto una sfida continua con se stesso.
Privo di ogni affetto familiare, privo di istruzione, senza santi né padrini, trascorse la sua adolescenza con «solo la compagnia della miseria, della fame, della disperazione tetra. Sul solco aspramente lavorato covava il rancore di mille generazioni del rigagnolo, come lui nate dalla strada, abbandonate alla deriva, vilipese ed oltraggiate».
Bestia da soma predestinata, Stami era costretto a passare da un lavoro di fatica all’altro. Ma, essendo insofferente al basto, si dimostrava «poco assiduo al lavoro» nonché sobillatore.
Il 15 luglio 1904 viene condannato dal Tribunale di Ferrara a 25 giorni di detenzione per «attentato alla libertà del lavoro»: è la sua prima condanna. Quello stesso anno, ormai ventenne, viene preteso dall’esercito per svolgere il servizio di leva e spedito a Padova.
Ovviamente la disciplina militare non fa per lui e, a detta del compilatore questurino di turno, Stami «si fece vedere colà con molta assiduità frequentare i peggiori sovversivi».
Finisce sotto processo, perché compare in una fotografia che ritrae dei giovani socialisti antimilitaristi con la bandiera rossa spiegata in mano, mentre altri in divisa da soldato sono ritratti nell’atto di spezzare le armi e schiacciare i kepì. Per questo sfregio arrecato all’onore dell’esercito, Stami viene internato nella famigerata Compagnia di Disciplina di Peschiera, teatro di abusi ed orrori, da cui sarà liberato nel novembre 1907. È sotto le armi che impara a fatica a leggere e a scrivere, uno sforzo grazie al quale «la sua istintiva rivolta assunse consapevolezza e ragione di vita».
La prefettura di Padova riferisce che Stami è «un convinto e fanatico sovversivo non soltanto capace di fare propaganda, ma anche di ricorrere all’azione».
La sua intolleranza per ogni ordine, il suo odio per le uniformi, il suo disprezzo per le leggi e le morali, tutte queste sue caratteristiche lo potevano portare in un sola direzione: l’anarchismo, nella sua manifestazione più individualista.
«Ribelle nato, reietto e legato alla sorte degli umili, cercò e strinse amicizia coi libertari e divenne anarchico. Da qui la sua passione di libertà acquista coscienza e prosegue dritta nella via maestra della ribellione», riporta l’unico necrologio redatto alla sua scomparsa, quello dell’Adunata dei Refrattari.
Il suo nome sulla stampa anarchica appare per la prima volta nell’aprile 1908, sulla Protesta Umana di Milano, dove firma una violentissima lettera contro le Compagnie di Disciplina ed il militarismo. Nel 1910, dopo essersi trasferito a Milano, la testa calda che gli sbirri descrivono «privo di educazione e cultura… non collabora alla redazione di giornali mancando di capacità e così non è in grado di tenere conferenze», diventa gerente di un paio di periodici anarchici individualisti — prima del settimanale La Rivolta, poi della rivista Sciarpa nera — venendo più volte incriminato per alcuni articoli pubblicati.
A fine settembre, Stami lascia il suo domicilio di Pontelagoscuro diretto verso Milano, dove è richiesta la sua presenza al processo che lo vede imputato in qualità di responsabile editoriale. Ma, non potendo respirare la libertà all’interno di un tribunale, Stami allunga il suo viaggio, varca la frontiera e va a Marsiglia (dove viene subito segnalato come elemento «pericoloso»).
La giustizia italiana procede il suo corso e il 15 ottobre Stami viene condannato a sei mesi di detenzione e 75 lire di multa per apologia di reato (e il 18 novembre la Procura di Milano spicca un mandato di arresto nei suoi confronti). Il 4 febbraio 1911 un altro processo per apologia di reato si conclude con una nuova condanna: un anno di reclusione e 490 lire di multa (e il 18 marzo scatta un nuovo mandato di cattura). Sebbene ad aprile dello stesso anno un’amnistia faccia cadere le pendenze a suo carico, Stami rimane in Francia, dove conduce una vita randagia, fra mille difficoltà. A Marsiglia è ospite dell’anarchico pisano Raffaele Nerucci — il cui ristorante funge da punto di riferimento per tutti i fuoriusciti libertari italiani — con cui i rapporti diventeranno tesissimi. La miseria continua a contraddistinguere i suoi giorni, e per sopravvivere è costretto a fare i lavori più faticosi.
Sorpreso dal controllore del treno senza biglietto e fatto scendere ad Avignone, non riuscirà ad arrivare a Parigi all’appuntamento fissato con Pietro Bruzzi (l’anarchico sospettato di aver partecipato all’attentato al Diana, poi fucilato dai nazisti in quanto partigiano).
Il 30 agosto, a Marsiglia, gli informatori della polizia segnalano una vera e propria rissa tra bande di anarchici. Da una parte ci sono Cesare Stami, Adelmo Sardini e Alfredo Cancellieri; dall’altra Raffaele Nerucci, Mugnai e Bendinelli. L’aria è diventata irrespirabile, Stami lascia la Francia e rientra in Italia. Prima viene ricoverato a Genova in ospedale, poi a dicembre viene arrestato a Ronco Scrivia sul treno, nuovamente senza biglietto. Ritorna a vivere a Pontelagoscuro e la polizia continua a tenerlo sotto controllo, ma in modo meno serrato.
Stami lavora (nel settembre 1912 viene assunto da uno zuccherificio a Bondano come capofacchino), legge la stampa anarchica, frequenta sovversivi, ma non partecipa alla vita di movimento.
Nel bollente 1914 il periodo di quiete finisce. Prima viene segnalato per propaganda astensionista, poi perché, nel corso di una riunione chiusa indetta nello zuccherificio dove lavora, Stami esorta — in caso di sciopero — a compiere atti di sabotaggio che siano inesorabili e tali da fiaccare la resistenza padronale. L’11 giugno, nel bel mezzo della Settimana Rossa, viene denunciato a Pontelagoscuro per aver tenuto un comizio non autorizzato. Quattro giorni dopo invita gli operai dello zuccherificio ad una riunione, al fine di spronarli a scioperare. Il direttore dello stabilimento, venutone a conoscenza, minaccia gli operai e li ammonisce che chiuderà la fabbrica piuttosto che farlo entrare.
Il risultato è che gli operai ripudiano lo stesso Stami, il quale a fine giugno viene licenziato in tronco per scarso attaccamento al lavoro.
Lascia di nuovo il paese e torna in Francia, dove interviene in riunioni e conferenze per scagliarsi contro la borghesia e la guerra. Nel mese di novembre rientra in Italia, sempre sprovvisto di mezzi. Subisce una nuova condanna a 5 mesi di detenzione, questa volta per «istigazione a delinquere».
Nel 1915, sempre a Pontelagoscuro, trova lavoro ancora come facchino in un altro zuccherificio. Il Primo maggio fa uscire un numero unico intitolato Il Demolitore (non reperito). Nell’estate di quell’anno lascia per sempre l’Italia, probabilmente per sottrarsi all’arruolamento. Prima va in Svizzera, poi raggiunge Parigi. A fine agosto dell’anno successivo, il 1916, Stami si allontana da Parigi (dove lascia la sua compagna Rosa Bertolini) diretto a Bordeaux, per salpare in compagnia di Mario Maroncelli verso l’America.
Le tracce di Cesare Stami fiutate dai cani da caccia della polizia italiana si fermano là, su quel molo di Bordeaux. Degli otto anni che gli resteranno da vivere si sa poco, ma si può immaginare molto. E ciò che stupisce maggiormente è che il Cesare Stami che sbarca dall’altra parte dell’oceano, e fa capolino sulla stampa anarchica, appare assai diverso da quello descritto dalle italiche veline poliziesche. L’anarchico che solo un anno prima, a detta delle confidenze degli informatori, ha visto fallire il suo progetto di pubblicare un giornale per mancanza di collaborazione («essendo analfabeta la sua proposta non è stata presa sul serio»), negli ultimi mesi del 1916, fra settembre e dicembre, prende più volte la parola in comizi, tiene affollate conferenze e diventa redattore di una rivista. Non solo, ma diverrà anche un temibile rapinatore di banche assieme ad alcuni suoi compagni.
Sembra inverosimile, eppure è così. Il 30 settembre Stami partecipa, a New York, al Grande Comizio Internazionale per le vittime della reazione in America. Nella stessa città, il 15 ottobre, tiene una conferenza su “Gli anarchici e lo sciopero generale”. Il 25 ottobre prende parte ad un altro pubblico comizio di protesta, indetto dalla Federazione Anarchica Internazionale. Da New York si sposta nel Connecticut per altre due conferenze. L’11 novembre è a Bridgeport, dove parla sul tema “La guerra e le sue conseguenze” nel locale Circolo di Studi Sociali. Di questa conferenza rimane una testimonianza, che apparirà sul successivo numero di Cronaca Sovversiva, e che vale la pena riportare:
«Assisté un pubblico numerosissimo di lavoratori che il compagno nostro con parola vibrante e sincera riuscì ad interessare dal principio alla fine, cogliendo occasione per evocare i nostri martiri coperti dal disprezzo delle folle per le quali si sacrificarono incitandole con l’esempio alla riscossa. Frustò poi con una critica fine ed imparziale, uomini e partiti che dal ciclone guerresco si lasciarono travolgere. Cesare Stami è un operaio autentico, quasi deformato dal lavoro sfibrante, ma la sua conferenza semplice ed assennata, piena di sano entusiasmo, ha lasciato nei presenti una profonda impressione. Noi confidiamo che tale simpatia non abbia a svanire».
Il giorno dopo, il 12 novembre, Stami è a New Haven a commemorare i martiri di Chicago al Dreamland Theatre. Rientrato a New York, il 29 novembre tiene una conferenza sul tema “La schiavitù della donna di fronte all’attuale legge sociale” nei locali del gruppo Bresci.
Chissà, forse è proprio in virtù di questa «profonda impressione» e «simpatia» che Stami riusciva subito a riscuotere fra i compagni, che il suo nominativo figurava come distributore a cui richiedere il nuovo periodico anarchico lanciato l’1 dicembre 1916, quel L’Uomo Nuovo al cui interno si può leggere che «l’ignoranza è la massima e la peggiore delle povertà».
Il nome di Stami non figurerà mai all’interno dei due numeri della rivista, dove invece si possono incontrare un paio di pseudonimi che ritorneranno alcuni anni dopo su La Rivolta degli Angeli.
Egli firma invece alcuni testi apparsi su Cronaca Sovversiva, il settimanale di Luigi Galleani, con cui collaborerà fino alla fine e da alcuni di questi articoli si intuisce che era al centro di polemiche con altri anarchici. Non sappiamo se anche lui sia stato coinvolto nelle indagini degli agenti federali contro i collaboratori di Cronaca Sovversiva, se anche su di lui pendesse la minaccia della deportazione o cos’altro. Ciò che sappiamo di certo è che smise di usare il suo cognome e che proprio lui avrebbe dato vita a L’Adunata dei Refrattari, il giornale che prese il posto del settimanale di Galleani e che uscì per mezzo secolo. Infatti, in un articolo apparso il 23 aprile 1932, Costantino Zonchello dedica un articolo (a firma: “Gli iniziatori primi”) ai primi dieci anni di esistenza dell’Adunata in cui svela chi fu promotore del settimanale: «Chi avrebbe pensato il 17 aprile del 1922, nel lanciare il primo numero della pubblicazione, che l’Adunata avrebbe vissuto vegeta e rigogliosa per dieci anni? Non certo quell’anima dannata di Cesare Stami, che ad una opera buona di propaganda scocciava il prossimo circostante e rivoltava mezzo mondo e non dava pace a nessuno sino a che il suo proposito generoso non si traduceva in realtà».
Stami scriveva sull’Adunata usando lo pseudonimo di Cesare Protesta, ma la sua collaborazione sarebbe durata ben poco poiché i rapporti con la redazione del giornale si erano presto fatti tesi. Un anno dopo, Stami avrebbe pubblicato il primo numero di un giornale dal cipiglio davvero sfrontato. Il suo titolo era La Rivolta degli Angeli ed era il “Giornale degl’anormali” che «esce quando piace a noi», il cui gerente responsabile era «la ghenga del fil di ferro», avvertiva i «signori lettori che noi si scrive prima di tutto come ci fa comodo, e in secondo luogo come ci riesce, noi non siamo né maestri, né filosofastri», e precisava di poter contare su «un fondo permanente di 3000 dollari».
Va da sé che molti testi erano polemici nei confronti di tutti, dai redattori dell’Adunata al solito Carlo Tresca. Quanto al motivo di tanto furore, rimane più o meno sconosciuto. Ma facilmente ipotizzabile. Sarebbe semplice e comodo attribuire tutto al carattere provocatore di Stami, alla sua mancanza di tatto, ma temiamo che il vero movente sia un altro, assai meno personale e ben più delicato: il caso Sacco e Vanzetti. È infatti a questo unico proposito che il nome di Stami viene ricordato con imbarazzo dagli storici che si sono occupati degli anarchici italiani di quegli anni. Paul Avrich, nel suo saggio Sacco and Vanzetti’s Revenge, riporta un incontro tenutosi a Springfield nel 1924 in cui la figura chiave «fu Cesare Stami, un ultramilitante che partecipava ad attività illegali. Pubblicava un periodico clandestino chiamato La Rivolta degli Angeli (come il titolo di un libro di Anatole France). Il sottotitolo del periodico di Stami era “Giornale degli Anormali”. Oltre alla pubblicazione del periodico, Stami e la sua banda di espropriatori fecero rapine in Pennsylvania, Ohio e West Virginia, così come in una banca di Detroit. Ora egli domandava 5.000 dollari per liberare Sacco e Vanzetti (informazione data all’autore da un anarchico che era presente all’incontro). Ma il gruppo di Springfield non aveva il denaro, e l’accordo saltò. L’anno successivo Stami rapinò un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno dei suoi scagnozzi si rivelò essere un informatore ed avvertì la polizia. Il treno venne circondato da poliziotti e Stami venne ucciso in una sparatoria, assieme a molti suoi uomini».
L’anarchico che diede una simile informazione ad Avrich era Bartolomeo Provo, la cui testimonianza originale compare in Anarchist Voices: An Oral History of Anarchism in America: «Uno o due anni dopo ci fu un incontro a Springfield per discutere della liberazione di Sacco e Vanzetti. L’idea era di liberarli mentre erano sul treno che li portava dalla prigione al tribunale, quando erano sorvegliati solo da due ispettori. Cesare Stami e la sua banda erano presenti. Volevano cinquemila dollari per fare il lavoro. Avrebbero dovuto farlo, sai, ma noi non avevamo i cinquemila dollari. Stami era coinvolto in molte rapine. Non si sarebbe fermato davanti a niente. Aveva rapinato una banca a Detroit — i suoi uomini sparavano dappertutto. Questo accadde verso il 1924. Più tardi quell’anno rapinarono un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno degli uomini era un informatore e avvisò la polizia. Il treno venne circondato da ispettori e Stami venne ucciso con altri tre o quattro. Me lo hanno detto ad Old Forge, una città mineraria ad est della Pennsylvania dove viveva e lavorava un certo numero di Galleanisti. Io non sono mai stato d’accordo con quei metodi. Loro dicevano “siamo sfruttati, quindi riprendiamo”, ma la maggior parte di ciò che rubavano era per se stessi e non per l’Ideale».
Se fosse vero quanto riportato da Provo, si capirebbe bene il motivo per cui il nome di Stami è stato sepolto e dimenticato per sempre dagli anarchici. Chiedere soldi per far evadere due compagni condannati a morte? Sarebbe una vera e propria infamia. Ma avendo letto gli articoli su Sacco e Vanzetti apparsi su La Rivolta degli Angeli, ci permettiamo di non credere affatto a una simile testimonianza — poco importa se frutto di ricordi confusi dal tempo o di un rancore ancora vivo — e di ritenere le parole di Provo del tutto inattendibili (d’altronde, a suo dire, Vanzetti avrebbe commesso un attentato fallito a causa di un cane che aveva spento la miccia della bomba urinandoci sopra, rivelazione che l’anarchico piemontese avrebbe fatto a lui solo!?!).
In realtà era proprio Stami a reclamare l’azione diretta audace ed energica per liberare Sacco e Vanzetti, fustigando in più di un’occasione quegli anarchici che si affidavano agli avvocati e alle petizioni. Inoltre, perché mai avrebbe dovuto pretendere del denaro, lui che in quel periodo non ne era certo privo, per fare ciò che sosteneva a voce alta fosse necessario? Quanto al fatto che egli allungasse le mani sulle casseforti delle banche solo per arricchirsi, non è certo ciò che veniva sostenuto all’epoca e pubblicamente — e non confidato decenni dopo ad uno storico — sia da L’Adunata dei Refrattari («Bandito; non per sé. Troppo aveva provato l’afflizione della miseria e lo stimolo del bisogno, perché non ne capisse i roncigliamenti convulsi negli altri. Dove passò lasciò tra le famiglie proletarie bisognose, qualunque il credo e la passione, un coro di benedizioni per l’uomo che toglieva al satrapo avido ed avaro per ridare alla gente umile del lavoro») che da Eresie («Stami, il quale ebbe alle calcagna la polizia di parecchi stati, che ad ogni suo atto d’espropriazione si vedeva descritto con negli occhi un’espressione di ferocia sgominatrice, delle molte decine di migliaia di dollari sottratti all’ingordigia di Creso non abbia mai ritenuto per sé più che il necessario per tentare l’altro colpo e della sua opera d’impenitente bandito la sua famiglia sia quella che meno ne abbia beneficiato, mentre in quanti l’avvicinavano era noto il coro di benedizioni che si elevavano al suo indirizzo»).
Due anni dopo la sua morte sarebbe uscito un ultimo numero di La Rivolta degli Angeli, datato 19 maggio 1926, verosimilmente a cura di Angiolina Algeri: «usciamo ancora una volta per ricordare con passione coloro che furono obliati da tutti, per poi morire senza più resuscitare. Era nostro dovere sorgere ancora una volta perché il nostro spirito irrequieto non poteva starsene in pace… ci sono rimaste troppe cose da dire… troppe osservazioni da fare… quindi squarciamo il velo dell’aldilà e ripigliamo la penna per agitarla come pare e piace a noi, e con questo numero unico diamo a Cesare quel che è di Cesare».
Tra le cose da dire, anche un ultimo omaggio a «Cesare Protesta, Gianni, Terzo, Gabriele, Zara… furono ignoti, sbucati dall’ignoto e scaraventati con violenza nell’ignoto. Vissero giorno per giorno col frutto della loro audacia. La loro vita fu un succedersi di burrasche che li squassarono. Vissero le loro idee come dei passionali e la loro passione scavò solchi profondi e sanguinosi sul loro scabroso cammino. Furono un pugno di reprobi in eterna rivolta pagando col sangue e la vita».
Negli anni 50 Ugo Fedeli descriverà così Stami ed i suoi ultimi anni trascorsi negli Stati Uniti: «Temperamento esuberante, trovò impossibile adattarsi alla clandestinità, a cui le leggi anti-anarchiche del periodo bellico condannavano i militanti, accettò la guerra che lo stato dichiarava senza tregua e in questa cadde combattendo, dopo alcuni anni di esistenza illegale».
Nonostante le nostre ricerche, rese difficili dalla mancanza di indizi più precisi, non siamo riusciti a trovare altro sul conto di Cesare Stami e dei suoi compagni, di cui abbiamo qui raccolto alcuni testi. Che gli amanti delle grandi analisi, dei pensieri profondi e dello stile impeccabile ne stiano alla larga. Nelle pagine che seguono non troveranno nulla di tutto ciò. Ma solo l’urlo di disperazione e rabbia di un vero dannato della terra alla conquista della sua individualità, a dispetto di tutto e tutti.

Morte per morte

«Al mondo c’è una cosa che rende felici e una che rende infelici.
La prima è la pace con la propria coscienza,
l’altra la mancanza di pace con la propria coscienza.
Tutto il resto sono sciocchezze e assurdità».
Sergej Kravčinskij, 24 luglio 1878
«Io non posso più vivere senza vendicare i compagni giustiziati.
Mi conducano pure al patibolo quando avrò portato a termine il mio compito».
Sergej Kravčinskij, 3 agosto 1878
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La mattina del 4 agosto 1878 Sergej Kravčinskij — l’anarchico russo che un anno prima era stato arrestato per la sua partecipazione alla banda del Matese — accoltella all’addome il generale Nikolaj Mezencov, capo della Terza Sezione (la polizia politica), mentre questi sta passeggiando per le strade di Pietroburgo in compagnia del tenente colonnello Makarov. Mezencov morirà poche ore dopo, mentre il suo attentatore riesce a fuggire e a mettersi in salvo. Il 17 agosto al quotidiano di Pietroburgo Golos viene recapitato un opuscolo, redatto dai responsabili dell’azione. Si intitola Smert’ za smert’, ovvero Morte per morte: «Il capo dei gendarmi, cervello della banda che tiene sotto il giogo tutta la Russia, è stato ucciso… L’assassinio è una cosa tremenda. Solo nel momento più forte della disperazione che conduce alla perdita della coscienza, un uomo che non sia uno scellerato può sacrificare la vita di un suo simile… Il governo ha condotto noi socialisti russi, noi che ci siamo votati a tutte le sofferenze per sollevare gli altri, il governo russo ci ha condotto a questo punto, alla decisione di assassinare in maniera sistematica. Ci ha portato a ciò col suo gioco cinico con decine e centinaia di vite umane…».
Vi sembra una storia del lontano passato? Non lo è.
La mattina del 31 ottobre 2018 Mikhail Zhlobitsky, un anarchico di diciassette anni, si è fatto saltare in aria nell’atrio dell’edificio che ospita la sede del FSB, i servizi segreti russi. È accaduto ad Arkhangelsk, città all’interno del Circolo Polare Artico, a circa 1200 chilometri a nord di Mosca. Tre agenti sono rimasti feriti nell’esplosione che ha devastato il locale, mentre il giovane attentatore è morto in quello che è stato definito il primo attacco suicida non-jhadista della storia della Russia. Poco prima di entrare in azione, Mikhail Zhlobitsky aveva inviato un messaggio in cui spiegava le ragioni del suo gesto: «…in risposta al FSB che costruisce montature e tortura persone».
Solo tre giorni prima, il 28 ottobre, erano stati indetti alcuni presidi davanti alle sedi del FSB di Mosca e San Pietroburgo per protestare contro la brutale repressione scatenata dagli eredi del KGB (e della Terza Sezione) ai danni di decine e decine di anarchici e di antifascisti, che in tutto il paese vengono sequestrati e torturati. I presidi si erano conclusi con l’arresto di una cinquantina di manifestanti.
Poche ore dopo l’esplosione ad Arkhangelsk, gli inquirenti russi hanno iniziato ad indagare per scoprire chi avesse «manipolato» Mikhail Zhlobitsky, se qualche gruppo islamico o qualche potenza straniera, mentre una sua familiare dichiarava di non avere idea di cosa avesse spinto un ragazzo che «non beveva, non fumava, andava a scuola» a compiere un tale gesto. Decisamente, per l’autorità (statale o familiare che sia) solo un’obbediente normalità non desta sospetti e non è incomprensibile. Quanto all’adolescenza, essa deve trascorrere all’insegna della frivolezza.
Ma l’ultima immagine che ritrae Mikhail Zhlobitsky, quella che ha fatto il giro del mondo, non è un selfie da ostentare con vanità. Non è stato lui a scattarla, non ha chiesto lui di riprenderla, non aveva nessuno a cui mostrarla in seguito. Perché quella mattina egli sapeva perfettamente a cosa andava incontro. A diciassette anni, mosso da una esigenza assoluta si è lanciato all’attacco, nella piena consapevolezza che avrebbe perduto la vita. Si è costruito una bomba artigianale, è entrato da solo dritto nella tana del lupo e poi… Si è ucciso, perché nemmeno lui poteva più vivere senza vendicare i compagni massacrati. È uscito dal teatro della vita sbattendo la porta, perché non accettava di convivere con l’infamia del potere e non ha trovato altre possibilità per lui degne di essere realizzate. Ed ha cercato di uccidere, perché non gli bastava una protesta giusta ma passiva. Di più, ha cercato di fare strage di carnefici — perché, a differenza degli jhadisti, non ha mirato ad altre vittime.
Chi lo deriderà — chi bussa alla porta del potere solo per essere invitato al tavolo di trattative?
Chi lo criticherà — chi ha bisogno di un vasto consenso popolare prima di passare all’azione?
Chi lo esalterà — chi mai e poi mai vorrebbe essere stato al suo posto?
Esterrefatti dalla determinazione fatale del gesto di Mikhail Zhlobitsky, noi siamo purtroppo consapevoli di ben altro: di rimanere qui a contemplare impotenti e furiosi i tronfi sorrisi dei Salvini, dei Putin, dei Trump, di tutti i potenti che giocano cinicamente con la vita di innumerevoli esseri umani. Cercando di cancellarli con sdolcinate mitopoiesi, roboanti comunicati o amare discussioni. E nonostante la sola scommessa che vogliamo fare sia quella di una rivolta che sia piena di vita, non possiamo fare a meno di pensare alla privata confidenza di qualcuno che combatté a favore del «comunismo anarchico» nella Spagna rivoluzionaria del 1936-39: «perché sappiamo che i discorsi e le conversazioni spirituali o idiote non servono a niente quando si ha a che fare con un signore che vi minaccia con una rivoltella. ed è oltremodo utile che il mondo lo impari… bisogna pur sapere quando finiscono le parole».

Sarà guerra!

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( Dal Web )

Hythe, Alberta (Canada), a metà degli anni 80. Animato da una certa visione della vita, un piccolo gruppo di persone decide di allontanarsi dalla società dei consumi per fondare una comunità in cui mettere in pratica le proprie idee. Non chiedono niente a nessuno, non impongono niente a nessuno, vogliono solo vivere nella maniera che reputano più giusta. Comprano un centinaio d’ettari di terreno e con le loro stesse mani costruiscono case, coltivano campi, allevano bestiame. Diventano quasi del tutto autosufficienti, da ogni punto di vista. Vivono in pace e tranquillità per anni, senza disturbare nessuno.
Finché un giorno quel mondo moderno da cui erano scappati, li trova e li circonda. Sotto la loro terra infatti c’è del gas, un enorme giacimento di gas. Le industrie del gas e del petrolio iniziano a trivellare pozzi nei pressi della loro comunità, avvelenando l’aria che respirano e l’acqua che bevono. I loro animali iniziano ad ammalarsi, loro iniziano ad ammalarsi.
E loro, cosa fanno? Fanno ciò che qualsiasi altra persona comune, normale, farebbe: si rivolgono alle autorità competenti, scrivono lettere di protesta, cercano di far valere i propri diritti. Ma nel giro di pochi anni si accorgono che tutte queste sono solo «stronzate legalitarie». Le autorità non proteggono la salute dei cittadini dall’avidità delle industrie, semmai proteggono i profitti delle industrie dalla rabbia dei cittadini. Le trivellazioni continuano, provocando talvolta delle fughe di gas. I loro animali iniziano a morire, i loro figli iniziano a morire.
E loro, cosa fanno? Non sono una comune di rivoluzionari, nient’affatto. Sono una comunità di cristiani. Non hanno un progetto politico o un’utopia sociale da realizzare, hanno una fede religiosa in cui credono. Non hanno un mondo infernale da sovvertire, hanno un piccolo angolo di paradiso da difendere. Ma l’industria e la politica, l’infame matrimonio tra la tracotanza del denaro e l’ipocrisia della legge, non concedono loro molte alternative: o rassegnarsi al peggio, magari accontentandosi di qualche risarcimento simbolico, o andarsene altrove.
Il discorso si sarebbe chiuso qui se non fosse che quella comunità, chiamata Trickle Creek, è stata fondata ed è guidata da un pastore alquanto particolare. Il suo nome è Wiebo Ludwig e non assomiglia in nulla al mite prete che invita a porgere l’altra guancia, semmai all’infuocato profeta che caccia i mercanti fuori dal tempio (verrà descritto come «il fulmine di una tempesta avvolto dalla carne di un uomo»). Si è già scontrato con la sua famiglia ed i vertici della sua chiesa, si scontrerà con le multinazionali dell’energia, con la polizia e con gli altri abitanti della regione. Industria e politica mentono, poiché esiste una terza possibilità oltre alla rassegnazione e alla fuga. Dopo aver preso atto dell’assoluta inutilità di una trattativa con le istituzioni, della totale incompatibilità fra la ricerca del profitto e la cura dello spirito, Wiebo Ludwig capisce che il solo rapporto possibile fra il mondo sacro e quello profano è la guerra. Come John Brown un secolo e mezzo prima nella lotta contro la schiavitù, quest’uomo di Dio prenderà le armi e diventerà il più noto eco-sabotatore del Canada. Il più noto, ma non certo l’unico, considerato che negli anni 90 si sono verificate centinaia di azioni dirette contro pozzi e oleodotti nella regione settentrionale dello Stato di Alberta, molte delle quali presero di mira proprio la compagnia attiva nei pressi di Trickle Creek.
Allora, di fronte a tutto ciò, ha forse importanza che le idee di Wiebo Ludwig fossero quelle cristiane?
Ha forse importanza che a Trickle Creek si leggesse la Bibbia, e non qualche testo sacro rivoluzionario?
La storia della lotta ventennale di Wiebo Ludwig e della sua comunità contro l’industria del gas e del petrolio non è stata solo oggetto di numerosi articoli e di qualche libro. Conosce anche una testimonianza fuori dal comune, ovvero il documentario che il regista David York ha realizzato proprio a Trickle Creek (dove visse a lungo come ospite fra il 2008 e il 2010). Benché ateo, York riuscì a conquistarsi la fiducia di Ludwig e degli altri appartenenti alla comunità, i quali gli diedero alcuni video da essi stessi realizzati su quanto accaduto negli anni precedenti. York era presente anche nel corso della lunga perquisizione di Trickle Creek effettuata in seguito all’arresto di Ludwig, sospettato di essere l’autore di alcuni attentati dinamitardi avvenuti nel 2008 contro diversi oleodotti.
In questo documentario, intitolato non a caso Wiebo’s War (La guerra di Wiebo), non c’è spazio per la politica. È la lotta di una concezione del mondo, di una forma di vita contro ciò che la vuole distruggere, a venire ripresa dal registra canadese. Niente strategie di movimento, niente assemblee popolari, niente esasperata ricerca di consenso (anzi, l’unica assemblea che riprende il documentario è quella organizzata dalla polizia contro i sabotatori). Significativo anche il rapporto intercorso fra Ludwig e i media, i quali prima diedero risalto alle parole di quel bizzarro pastore, poi lo oscurarono completamente.
Wiebo Ludwig è morto il 9 aprile 2012, un anno dopo l’uscita di questo documentario che fu presentato in anteprima mondiale a Salonicco, in Grecia, al Festival dei Documentari. Il prossimo 13 aprile Wiebo’s War verrà proiettato (sottotitolato) per la prima volta in Italia.
L’appuntamento è per le 20.30 allo spazio di Tilt, in via Orsini Ducas 4 a Lecce, in quel Salento dove è in corso la lotta contro il gasdotto TAP.

Casacche

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( Dal Web )

Non è raro il caso di trovare fra noi anarchici individui che cambiano idea come si cambia la camicia. Oggi anarchici, domani socialisti, o, magari, anarchici… parlamentaristi, ecc. Sono anfibi che agiscono e pensano — o fingono di pensare — mossi da interessi personali e da ambizioni;  cambiano casacca quando intorno la loro nullità non raccatta che indifferenza o ridicolo o disprezzo.
Cotesti individui non sono stati mai anarchici che di nome, ed alla prima occasione in cui l’interesse e l’ambizione non trovano cibo adeguato fra l’ammirazione e la generosità dei compagni, od altrove trovano tornaconti e comodità insperate, appaiono quello che nel loro intimo sono sempre stati: anfibi. […]
Altri, pur facendo il proprio tornaconto anche in contraddizione stridente con le idealità anarchiche, vorrebbero stare con noi ed a noi chiedono appoggio per l’arrembaggio; ed è confortante notare (prova almeno che non abbiamo idoli) come costoro raccolgano, nel caso più benevolo, diffidenza.
Altri, dopo decine d’anni, accortosi finalmente che le idee libertarie oggi domandano abnegazione e non danno la ricchezza, finiscono in sacrestia in compagnia degli altri che, miserabili, furono compagni, ringalluzziti da qualche baiocco, saltarono il fosso divenendo i peggiori diffamatori nostri con calunnie loiolesche e sono essi che decantano la virtù dell’ordine perchè «han visto da vicino la… confusione dell’anarchia» e cercano, se occorre, la riabilitazione o la giustificazione del girellismo, che non è simpatico ad alcuno neppure se è comodo nella prostituzione di altri che li precedettero nella china.
Vi sono poi, disgraziati e deboli più che altro, che non si sanno ribellare all’ambiente in cui vivono. Molti sono libertari sinceri in quanto hanno una aspirazione potente verso una società di liberi e di uguali, approvano le rivolte individuali e collettive, le incitano magari, le provocano quando non ne sono protagonisti ardenti; ma nella pratica quotidiana della vita fanno tanti strappi alla convinzione propria quanto un sacerdote che si rispetti ai dettami del buon dio. […]
L’anarchico testimonia ad ogni istante la sua fede, trova nella natura le sue leggi e si rifiuta al riconoscimento di tutto quello che non ha la sua approvazione.
Vuole governarsi da sé e non accetta altra limitazione al suo diritto che nel diritto di un altro. Non è schiavo di dogmi e cerca nei proletari gli alleati per l’opera di demolizione del regime di privilegio che odia con tutte le sue forze. Non domanda lodi né ricompense né nell’ideale si forma la greppia: questa la lascia agli altri, agli anfibi.

Henry Martin

Litanie della donna onesta

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( Dal Web )

Anne Archet

Non mi vergogno di dire che ho un vibratore e che so usarlo. Amo il mio vibratore. Il mio vibratore è il mio migliore amico. Non darei il mio vibratore a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio vibratore. Ho sempre il mio vibratore vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio vibratore. Grazie al mio vibratore, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio vibratore è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio vibratore se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio vibratore è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio vibratore fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un vibratore per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho una rivoltella e che so usarla. Amo la mia rivoltella. La mia rivoltella è la mia migliore amica. Non darei la mia rivoltella a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare la mia rivoltella. Ho sempre la mia rivoltella vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie alla mia rivoltella. Grazie alla mia rivoltella, non ho mai paura di rimanere sola. La mia rivoltella è sempre pulita e ben oliata — devo prendermi cura della mia rivoltella se voglio che lei si prenda cura di me. La mia rivoltella è grossa quanto basta per poterla maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo la mia rivoltella fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di una rivoltella per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un marito e che so usarlo. Amo mio marito. Mio marito è il mio migliore amico. Non darei mio marito a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare mio marito. Ho sempre mio marito vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie a mio marito. Grazie a mio marito, non ho mai paura di rimanere sola. Mio marito è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura di mio marito se voglio che lui si prenda cura di me. Mio marito è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo mio marito fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un marito per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un Signore Gesù Cristo e che so usarlo. Amo il mio Signore Gesù Cristo. Il mio Signore Gesù Cristo è il mio migliore amico. Non darei il mio Signore Gesù Cristo a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio Signore Gesù Cristo. Ho sempre il mio Signore Gesù Cristo vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio Signore Gesù Cristo. Grazie al mio Signore Gesù Cristo, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio Signore Gesù Cristo è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio Signore Gesù Cristo se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio Signore Gesù Cristo è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio Signore Gesù Cristo fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un Signore Gesù Cristo per assicurarsi una tranquillità di spirito.

Prepariamoci alla rivoluzione

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( Dal Web )

Pëtr Kropotkin

In una rivoluzione, demolire non è che una parte del compito che spetta al rivoluzionario. Bisogna ricostruire, e la ricostruzione si farà o secondo le formule del passato apprese nei libri, e che si cercherà di imporre al popolo; o secondo il genio popolare che, spontaneamente, in ogni piccolo villaggio e in ogni centro urbano, si metterà all’opera per costruire la società socialista. Ma per fare ciò, occorre che il popolo possieda un ideale; bisogna soprattutto che vi siano degli uomini d’iniziativa in mezzo ad esso.
Ora, è precisamente l’iniziativa del lavoratore e del contadino che tutti i partiti — il partito socialista autoritario compreso — hanno sempre soffocato, scientemente o no, con la disciplina di partito. I comitati, il centro ordinatore, gli organi locali non avevano che da obbedire, al fine di non mettere in pericolo l’unità dell’organizzazione. Tutto un insegnamento, tutta una storia, tutta una scienza incomprensibile furono elaborate a questo scopo.

Ebbene! coloro che lavoreranno a demolire codesta tattica anacronistica, coloro che sapranno risvegliare lo spirito d’iniziativa negli individui e nei gruppi, coloro che arriveranno a creare nei loro rapporti reciproci un’azione e una vita basate su codesti principi, coloro che comprenderanno essere la varietà, il conflitto stesso, la vita, e che l’uniformità è la morte, lavoreranno non per i secoli a venire, ma per la rivoluzione prossima.

Noi non abbiamo da temere «i pericoli e gli scarti della libertà», solo coloro che non fanno nulla non commettono errori. Quelli che sanno semplicemente obbedire ne commettono egualmente, ed anche più di quelli che cercano da se stessi la loro strada, tentando di agire nella direzione che il loro spirito e la loro educazione sociale suggeriscono. Mal comprese e sopratutto male applicate, le idee di libertà dell’individuo in un ambiente — in cui la nozione di solidarietà non è sufficientemente accentuata dalle istituzioni — possono certamente produrre atti che ripugnano ai sentimenti sociali della umanità. Ammettiamo che ciò accada, è forse una ragione per rigettare il principio di libertà? È una ragione per accettare il ragionamento dei signori che ristabiliscono la censura onde impedire «gli scarti» di una stampa affrancata, e ghigliottinare i partiti avanzati e mantenere l’uniformità e la disciplina — ciò che, in fin dei conti, come si è visto nel 1793, è il miglior mezzo per assicurare il trionfo della reazione?
La sola cosa che vi ha da fare quando si vedono prodursi degli atti antisociali in nome della libertà dell’individuo, è di ripudiare il principio del «ciascuno per sé e lo Stato per tutti», e d’avere il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa di codesti atti. Questo può, senza dubbio, condurre il conflitto; ma il conflitto è la vita medesima. E dal conflitto sorgerà un apprezzamento di questi atti molto più giusto di tutti quelli che avrebbero potuto prodursi sotto la sola influenza delle idee acquisite.
Quando il livello morale di una società abbassa al punto in cui è oggi, attendiamoci che la rivolta contro la società prenda qualche volta forme che ci faranno fremere; ma non condanniamo a priori la rivolta. Certo, le teste portate in giro in cima delle picche ci ripugnano; ma le forche dell’antico regime, e le gabbie di ferro delle quali Victor Hugo ci ha parlato non sono esse state la causa dei cortei sanguinosi? Speriamo che il massacro dei 35 mila parigini nel 1871 e il bombardamento di Thiers siano passati sulla nazione francese senza lasciarvi un fondo troppo grande di ferocia; speriamo che la vergogna degli alti borghesi, messa a nudo da molti processi recenti, non abbia ancor roso il cuore della nazione.

Sì, speriamolo! Ma se le nostre speranze sono frustrate, volteremo noi le spalle al popolo in rivolta perché la ferocia dei potenti del giorno avrà lasciato le sue tracce nello spirito popolare? perché il fango dei governi avrà seminato tutt’intorno le sue chiazze?

È evidente che una rivoluzione così profonda producentesi negli spiriti, non può rinchiudersi nel dominio delle idee senza tradursi nel dominio dei fatti. Come viene bene affermato da un giovane filosofo troppo presto strappato alla vita, Jean-Marie Guyau, in uno dei più bei libri pubblicati negli ultimi cinquant’anni, non vi è un abisso fra il pensiero e l’azione, almeno per coloro che non sono abituati alla sofistica moderna. Il concepimento è già un principio dell’azione.
Così le nuove idee hanno provocato una moltitudine di atti di rivolta, in tutti i paesi, sotto tutti gli aspetti possibili: prima di tutto la rivolta individuale contro il Capitale e lo Stato, poi la rivolta collettiva — lo sciopero e l’insurrezione operaia; entrambe atte a preparare, nelle menti come nei fatti, la rivolta in massa, la rivoluzione. In questo il socialismo e l’anarchismo non hanno fatto che seguire l’evoluzione, sempre seguita dall’idea-forza all’avvicinarsi delle grandi sollevazioni popolari.
È per questo che sarebbe errato il voler attribuire all’Anarchia il monopolio degli atti di rivolta. E infatti, quando passiamo in esame gli atti di rivolta degli ultimi quarant’anni, li vediamo provenire da tutti i partiti. In tutta l’Europa vediamo una moltitudine di sollevazioni di masse operaie e contadine. Lo sciopero che era prima «una guerra di braccia incrociate», diventa oggi molto facilmente una rivolta, e prende spesso — negli Stati Uniti, nel Belgio, in Andalusia, in Italia, ecc. — le proporzioni di una vasta insurrezione. A dozzine si contano nei due mondi le sollevazioni degli scioperanti, diventate rivolte.
D’altra parte, l’atto di rivolta individuale prende tutti i caratteri possibili, e tutti gli elementi avanzati vi partecipano. Vediamo passare davanti a noi la giovane ribelle, semplicemente socialista, Vera Zasulič, che spara contro un satrapo di Alessandro II; il social-democratico Hoedl ed il repubblicano Nobiling che sparano contro l’imperatore di Germania; l’operaio Otero che attenta al re di Spagna; ed il mazziniano Passannante che va per colpire il re d’Italia. Vediamo le uccisioni agrarie in Irlanda e le esplosioni a Londra, organizzate da nazionalisti irlandesi che hanno il socialismo e l’anarchia in orrore. Vediamo tutta una generazione di gioventù russa — socialisti, costituzionalisti, giacobini — dichiarare la guerra a oltranza ad Alessandro II, e pagare questa rivolta contro il regime assoluto salendo il patibolo e marciando all’esilio. Numerosi attentati si producono fra i minatori belgi, inglesi e americani. E non è che verso la fine di questa lunga serie che vediamo sorgere gli anarchici coi loro atti di rivolta in Spagna, in Francia, in Italia — gli Artal ed i Morral, i Vaillant e gli Henry, i Lega e i Bresci, ecc.

E durante questo periodo i massacri in grosso e al dettaglio, organizzati dai governi, seguitano a prodursi. Agli applausi della borghesia europea, l’Assemblea di Versailles fa massacrare 35 mila operai parigini — la maggior parte dei prigionieri della Comune vinta. I «briganti di Pinkerton» — soldatesca privata al servizio dei capitalisti americani — massacrano secondo le regole dell’arte i lavoratori in sciopero. I preti incitano un uomo, un debole di spirito, a tirare su Louise Michel, che — da vera anarchica — lo salva dalle grinfie dei giudici grazie ad una generosa difesa. Al di fuori dell’Europa, si massacrano gli Indiani del Canada e si strangola Riel, si sterminano i Matabeli, si bombarda Alessandria, senza parlare delle carneficine alle quali si dà il nome di guerra, a Madagascar nell’Oriente Estremo, al Marocco, eccetera. Ed infine, si distribuiscono ogni anno centinaia, migliaia d’anni di prigione ai lavoratori ribelli dei due mondi, e si dannano alla più nera delle miserie le loro donne ed i loro figli — sono così condannati a pagare i sedicenti crimini dei loro padri. Si trasportano codesti ribelli in Siberia, alle isole di Tremiti, di Lipari, di Pantelleria, a Biribi, a Numea ed alla Guyana, e in questi luoghi d’esilio si fucilano ancora i condannati per il minimo atto d’insubordinazione…
Quale libro terribile sarebbe quello che darebbe il bilancio delle sofferenze sopportate dalla classe operaia e dai suoi amici, durante gli ultimi cinquant’anni! Quale folla di dettagli spaventosi, ignoti al grosso pubblico, che a descriverli farebbero fremere il cuore dei più induriti ai dolori umani! Quali eccessi di furore provocherebbe ogni pagina di un tale martirologio dei precursori moderni della grande rivoluzione sociale! — Ebbene questo libro l’abbiamo vissuto, ciascuno di noi ne ha percorso, almeno, delle pagine intere di sangue e di nera miseria!
E davanti a queste miserie, a queste esecuzioni, a queste Guyane, Siberie, Tremiti, Numea, si ha ancora il triste coraggio di venire a rimproverare al lavoratore ribelle la sua mancanza di rispetto per la vita umana?
Ma tutto l’insieme della nostra vita attuale raggiunge il rispetto per la vita umana! Il giudice che ordina di uccidere, ed il suo luogotenente, il carnefice, che garrota in pieno sole a Madrid o ghigliottina all’alba a Parigi o in Russia, provocando le risa sguaiate dei degradati sociali; il generale che massacra a Bacleh o a Fez, o il corrispondente di giornale che si accinge a coprire di gloria gli assassini; il padrone che avvelena i suoi operai con la biacca, perché — risponde egli — «costerebbe assai più caro il sostituirvi il bianco di zinco»; il sedicente geografo inglese che uccide una vecchia perché non risvegli un villaggio nemico coi suoi pianti, e il geografo germanico che fa impiccare come infedele la giovane nera che aveva preso per concubina; il consiglio di guerra che si accontenta di quindici giorni d’arresto per il guardaciurma di Biribi convinto d’assassinio… tutto, tutto, nella società attuale insegua il disprezzo assoluto della vita umana — di questa carne tanto deprezzata sul mercato! Ed essi che garrotano, che assassinano, che uccidono la merce umana deprezzata, essi, che hanno fatto una religione della massima: per la salvezza pubblica bisogna garrotare, fucilare, uccidere — si lamentano perché poco si rispetta la vita umana!
No, fino a quando la società reclamerà la legge del taglione, finché la religione e la legge, la caserma e la corte di giustizia, la prigione ed il bagno industriale, la stampa e la scuola continueranno ad insegnare il disprezzo supremo della vita dell’individuo, non chiedete ai ribelli il rispetto di questa società! Sarebbe esigere da essi una dolcezza ed una magnanimità di un grado infinitamente superiore a quello di tutta la società.
Se volete, come noi, che la libertà intera dell’individuo, e per conseguenza la sua vita, sia rispettata, siete forzatamente condotti a ripudiare il governo dell’uomo sull’uomo, qualunque sia la forma che prende; siete costretti di accettare i principi dell’Anarchia, per tanto tempo maledetti e beffeggiati e perseguitati nella persona dei suoi adepti. Dovete cercare, con noi, le forme sociali che possono in meglio realizzare questo ideale, e mettere fine a tutte le violenze che vi ripugnano.

Fare e disfare, comporre e scomporre

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( Dal Web )

Nando (alla) De Riva
«Il pericolo è nell’istante che precede il salto, sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa,
ecco l’onestà: il resto è sotterfugio» 
Albert Camus 
Abbattere ogni chiesa 
La libertà non bisogna solo volerla. Saperla affrontare è questione tutt’altro che risolta, anzi questione dove una risoluzione non può esserci.

Oggi possiamo partire e sperimentare la meravigliosa idea di sovvertire l’esistente, per provare ad impattare contro l’assurdo. Ribelli che si dimenano in una zattera senza destino, la cui rotta è aperta a tutte le possibilità. Per andare contro ogni autorità e le sue relazioni obbligate e mercificate.
Nessuna chiesa potrà suonare le campane della fuoriuscita dal ghetto. Anche le chiese anarchiche. Negare qualunque chiesa è quel modo indissolubile per distruggere tutti i santuari e le cappelle. Per creare lo scarto con qualunque circostanza chiusa, con qualunque cornice. Alla larga. Soprattutto da quest’ultima chiesa, produttrice di bispensiero latente. Prendere le distanze anche, e in maniera irriducibile, dalle parrocchie anarchiche.
La rottura per sputare su questo mondo non è conoscibile. L’azzeramento di tutti i valori incancreniti prodotti da questo esistente può portare ad una condizione di caos, questione che può aspirare alla libertà. Sappiamo cogliere questa possibilità?
La distrazione dalla lotta della distruzione del mondo si incontra con i mostri che ci vivono accanto, quel cambiamento scenico tecnologico, il quale va a braccetto con la sua forma tollerante e democratica. Tutti questi orchi vorrebbero mutilarci, per governarci una volta per tutte e spegnere ogni passione danzante intorno al fuoco della rivolta.
La barbarie è già dentro le mura. La tecnica si è rivelata portatrice di barbarie. La cosiddetta modernità non ci libera dal dolore. La barbarie, purtroppo, viene alimentata e accettata dai più. La macchina del potere per progredire ha un estremo bisogno di gestire il suo stesso spirito che avanza inesorabilmente. E la guerra civile è l’eventualità in atto delle barbarie. Sarebbe ora di finirla con certi automatismi dei progetti per darsi ad una progettualità possibile, chiara e riproducibile che si tenga viva con la comunicabilità fra organizzazioni informali, gruppi di affinità e l’agire, cioè l’unione fra pensiero e azione.
Rompere anche con noi stessi 
Quali effetti hanno le nostre idee nella realtà in cui interagiamo? Riusciamo a sentire e a sentirci parte di una rottura? Appena si accende la critica infuocata, ecco che si cade sui malintesi, si percorrono ridondanze abissali, si cerca di trasmutare il proprio significato. E l’azione che dovrebbe parlare con se stessa tace, invece di creare. Individuare il nemico, le sue interazioni e i suoi rapporti, attaccandolo senza illudersi che sia una distruzione definitiva: ecco la riproducibilità dell’attacco. Ogni azione non è mai quella che non sottende l’agito, cioè semplicemente il desiderio di volere essere chiari: essa è quella che è. E la nostra intelligenza sovversiva non si nutre soltanto di sogni, ma anche di scarti, di diserzioni.
Bisogna distruggere il nemico prima che esso distrugga la possibilità di creare un mondo altro. La struttura dell’esistente non ha nubi e depressioni ma è fatto di autorità, produzione e tecnologie, letali per noi stessi e vitali per tutto ciò che è mercificato.
Scontro e comprensione attraversano tutti coloro che desiderano e vogliono continuare ad approfondire la conoscenza dei metodi per rompere conquesto noi, nella tortuosa strada ad ostacoli che l’esistente ci pone di fronte e a lato.

La coerenza è indigente perché non riceve che dichiarazioni di principio. Tutti coerenti. Quindi la coerenza non è da prendere con serietà perché la pratica sollecita e brulica di risposte differenti. Quando ci si fa coinvolgere dal desiderio di innestarsi nei tentacoli dell’obbedienza, tale desiderio è avvertito soltanto da animi in grado di sentirlo nella sua dirompente sedizione. Avere quella leggerezza del negativo fa rima con l’agilità di sapersi muovere, con la mente in continuo allenamento.
Metodi come scelta 
Oggi niente minaccia veramente lo stato di cose, nessun cedimento dell’amministrazione nel tempo dell’oppressione. Esistono però rumori nella notte, come pratiche più ampie di giorno, partecipazioni a (pochissime) lotte contro elementi specifici. Lotte che vanno contro ciò che ci impedisce di vivere come si vorrebbe, lotte che tentano di debellare l’accomodamento giornaliero. Da soli o insieme. È qui che entra in discussione il metodo, esso suggerisce valutazioni e riflessioni.
I metodi per portarsi ad una rottura con l’esistente richiedono applicazione pratica e teoria sovversiva come base. Il metodo è anche altro: è scelta di vita, non può essere avallato da un qualsiasi manuale rivoluzionario. Il metodo è scelta di vita di ognuno di noi perché le sue radici dovrebbero essere in continua mutazione ed espansione, non diventare miopia ideologica come luogo separato. Occorre che certe esperienze e certe emozioni divengano pratica quotidiana, con le proprie gioie e le proprie pene, rigettando ogni realismo politico.
Se non si aspettano scadenze militanti e tempi consequenziali del potere, se non c’è tregua nei momenti di lotta, si entra nella dimensione dell’attacco. Questa dimensione, quando entra nelle nostre vite, la possiamo vedere in qualunque faccia, anche nemica, e percepirla nei più disparati attimi: alla lettura di qualcosa e alla vista di una simbologia oppressiva, vedendo un rappresentante del mondo o nella sensazione sgradevole di un atto prevaricatore. Se entriamo nell’infinito della sovversione è molto più facile comprendere cosa possiamo definire attacco. Al contrario, non si guarda più alle questioni nude che emergono dal sottosuolo grazie all’idea della libertà e ci si angoscia in modo rancoroso. Ci si chiude in questo scantinato ritenuto prezioso e si pensa a come difenderlo. Come sovvertire all’ombra di una parrocchia militante?
Alla ricerca della gioia 
La vita è una fonte, il che non ha niente a che vedere con un’origine o un qualcosa di necessario. Il coraggio della risolutezza non è una questione consueta. Al coraggio, va di pari passo l’immaginazione. Il primo sentore del coinvolgimento in un’ipotesi di libertà è la facoltà singolare di immaginare. Questo modo fantasioso, suscitato dal ragionamento su cosa abbiamo intorno, non può essere slegato dall’azione.
Ecco che il primo moto di comprensione è quello del tutto spontaneo, quel bambinesco sentimento di fiducia nella vita. Senza di esso non tenteremmo teorie e pratiche conseguenti. Con questo metodo ci disponiamo criticamente verso ogni questione, accettando il nulla come un fatto. Il nostro metodo è progettato in modo limitato per natura, non ha nessun paradigma certo del futuro. Che tutte e tutti viviamo in un mondo conflittuale è una convinzione generalizzata fra le compagne e i compagni. Se pensassimo che tutto sia pacificato, il totalitarismo sarebbe già in fase di eccedenza.
Lo sfruttamento non è un fatto pacifico e i dominanti non sono sicuri di continuare a dominare, progettando armi di difesa a braccetto con la tecnologia di continuo.
Assumerci di essere parte di altro ci farebbe bene ed è per questo che risultare estranei ad ogni omologazione ha in seno la risolutezza dei nostri sforzi per liberarci.
Volere che la nostra tensione del tutto o niente sia fuori tempo e fuori ritmo, per non cadere nella logica dei piccoli passi comprensibili. Darsi una prospettiva senza limiti è il senso della passione dove la vita è o, altrimenti, non è. Come le rotture che affrontiamo nella vita. Un gioco continuo fra il comporre e lo scomporre.
L’azione è riflessione in atto perché i motivi della sua creazione sono diversificati. Anche la gioia è un motivo intrigante, spesso è il solo motivo a cui aspiriamo quando si agisce. È qui che entra in gioco la coscienza, che nell’azione brucia se stessa. Si inserisce nella realtà, ma tende al sogno, a quell’elemento distruttivo che la sottende. Provare gioia per quello che si fa è praticare la pienezza di un’idea.
Indispensabile è prendere coscienza della parzialità. Anche se noi agiamo, non abbiamo cognizione di quanto le nostre azioni siano dirompenti. Viviamo e ci sentiamo vivi, ma non sappiamo cosa significa vivere.
Saper osservare 
Oggi le enormità di trasformazioni in corso superano notevolmente le nostre capacità di immaginare. L’idea demenziale del progresso riempie gli scaffali dei negozi e produce le grida e le morti di migliaia di indesiderabili nel Mediterraneo e non solo, in mezzo al ronzio delle macchine, ai richiami incessanti di freddi schermi asettici, producendo una natura geneticamente modificata, contaminata da radiazioni nucleari che, malgrado la maggioranza delle persone aderisca al cosiddetto paradiso tecnologico, resta l’aspetto crudele del genocidio. Questo gelido mostro è reso possibile ed inesorabile dallo sviluppo enorme della tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico è legato profondamente ai rapporti esistenti: rapporti di oppressione e dominio. Oggi le tecnologie nascenti sono determinate dai rapporti che ne sono espressione, così come l’esistente è trasformato integralmente dall’introduzione delle tecnologie. Subiamo e produciamo tutto questo, non esiste un male di natura trascendentale. E questa idra si sviluppa in un contesto certo: una società autoritaria e mercificata. Se le classi non esistono più in modo ottocentesco e novecentesco, gli sfruttati e gli oppressi esistono eccome. Qua si presenta davanti ai sovversivi la prospettiva gioiosa della distruzione. Oltre all’attacco delle strutture del dominio e dei suoi propugnatori e difensori, è necessaria la distruzione delle credenze e della mentalità di stare insieme all’epoca della mega­macchina.
Il tempo diviene sempre più stretto, perché non è solo la schiavitù agli apparecchi la sola nemica, ma anche la trasformazione in atto di noi stessi attraverso queste macchine, il cui spirito razionale ci penetra. L’individuo che ne risulta è diventato somigliante alla macchina. Invece, la macchina non potrà mai diventare totalitaria contro l’imprevedibilità e l’unicità dell’individuo. Cadremmo in errore se lasciassimo scavare la trivella tecnologica in noi per un’attesa messianica del diluvio. E allora torna prepotente il tema della distruzione. Essa abbisogna di conoscenza e di coerenza di mezzi e fini per attaccare il nemico: questa è l’unica coerenza su cui vale la pena discutere ardentemente.
Sperimentare e condividere i modi per attaccare questo tecno­mondo potrebbe dare linfa alla distruzione di antenne, infrastrutture energetiche, strumenti di propaganda tecnica e le sue telecomunicazioni.
Anche se i tempi ci indicano più la calma che la rivolta, sabotare significa anche saper guardare meglio, per meglio crearci le nostre possibilità di azione. Non è detto che in una rivolta circoscritta in un luogo ben definito non si possano fermare le comunicazioni del nemico, come non è detto che in presenza di un movimento locale contro una nocività, essa non possa essere contestata ed attaccata altrove. Abbandonare lo scontro simmetrico per abbandonare ogni mediazione, anche con noi stessi, per portare un conflitto irreversibile dove il dominio non se lo aspetta.
Stringere per le mani la propria vita 
Essere determinati da quello che ci opprime, attraverso le vessazioni della società, ci porta a ritualizzare certi contesti. Tradizioni, identità collettive e riproduzioni di gesti programmati spremono il nostro tempo in maniera inesorabile. Tendiamo a parlare di qualità, ma la misurazione delle questioni che portiamo in superficie è sempre dietro l’angolo. Pensare e ripensare oltre l’abitudine sviluppa le nostre possibilità di immaginare una tensione all’agire che dà senso ad un altrimenti. Certe volte la superiorità numerica, soprattutto armata che mette in campo il potere, non può molto davanti all’intelligenza della sovversione. Se abbiamo chiaro che certe infrastrutture sono necessarie per far funzionare l’intera società attraverso il flusso di merci e informazioni, vediamo anche che esse risultano essere dovunque, lontano e sotto i nostri occhi. Con delle simili possibilità si è più liberi di volare con il pensiero che certi uccelli.
Per chi sa dove guardare e vuole rendere questo sguardo alla portata di chi ascolta, intrigato da certi spunti, si può dire che il Re, i suoi castelli e ciò che collabora alla sua esistenza siano difesi ma anche vulnerabili.
Senza saper mantenersi nella disponibilità di agire non ci può essere rivolta. Saper osare è anche superare il semplice disgusto e la semplice testimonianza di vivere in un mondo che ci inorridisce. Essere risoluti è un passo enorme da fare nella propria vita.
Questa risolutezza che si alimenta con il coraggio, non è quello di mostrare i muscoli, non è quella pulsione machista dello scontro frontale a tutti i costi. Questo coraggio è semplicemente avere l’accortezza di sapersi mantenere vivi, dove nessuno specchio ci possa far superare la nostra deformità. Al gregarismo che esegue gli ordini, anche quelli militanti, dovremmo opporre il coraggio delle nostre idee, l’ostinazione di rendere materialmente tangibile il nostro smisurato pensiero di libertà.
La sedizione non è possibile senza questa intransigenza, senza questa ostinazione che non ha niente a che vedere con il martirio e il sacrificio, ma entra in quel mondo meraviglioso della congiura e del saper stringere per le mani la propria vita. E questo splendido sentito lo trovo anche negli altri, quando i cuori si infiammano e non si lasciano mai andare alla litania del «non aver potuto farci niente».
Attaccare la nostra sottomissione è anche sapere che nessuna azione che tende alla libertà rimane mai sola. Al mondo esistono ancora anonime e anonimi in grado di farci sorridere e di darci suggerimenti. Sappiamo ancora creare cortocircuiti che diano forza ad una possibile interruzione del mondo?
Distruggere l’identità 
La paura di entrare nel vortice dell’ignoto può essere presente anche nella sovversione, ma ciò che potrebbe aiutarci ad aprire il proprio cuore verso qualcosa che non conosciamo è la tensione per l’imprevisto.
Nessuna certezza può rassicurare il fatto di sentirsi anarchici. Mettere in dubbio tutto e seminare questo dubbio nelle angherie sociali ci permette di dare continuità ai nostri sogni. Nessuna definizione dovremmo appiccicarci addosso. Il continuo fluire fra teoria e pratica, e il continuo rovesciarsi fra pratica e teoria è quello che non ci fa fare nessun passo definitivo ma ci mantiene nel salto di provare a cambiare radicalmente noi stessi, per liberarsi insieme ad altri. Saper rischiare è mantenere vive le nostre idee. Si ama senza riserve perché si odia infinitamente, vero?
Questo mondo attira tutta la nostra ostilità, ma se non sapessimo dare un senso nostro e differente a quell’elemento di unicità che fa nascere l’azione?
Precipitare nel nulla creatore può essere un buon modo per scansare da sé e da ciò che ci determina il movimento perpetuo dell’urgenza di situazioni, del fare delle cose. Preferire la bellezza qualitativa che è differenza anche col fine di sbarazzarsi delle identità collettive, le quali non sono altro che nauseanti portatrici dello schema dell’identico e del quantitativo nel cuore. Trovare la forza della diversità spinta all’infinito è molto più intrigante che perseguire la fede religiosa dell’essere tutti uguali, tutti identici. Scansare dai nostri incubi la manfrina militante del vincere o del perdere (o della lotta, a volte, paga…) per vivere la sola vita che si ha a disposizione, cercando di viverla nel modo giusto che riteniamo donarle.
In questo contesto si decide come assumersi nella vita agire organizzati, creare gruppi di affinità e rendere le azioni dirette dirompenti. Questa scelta si basa su cosa intendiamo per anonimato, informalità, essere affini con altre e altri, e quale progetto vogliamo darci, non dimenticando per strada l’irriverente spontaneismo che ha sempre attraversato l’anarchismo.
Se abbiamo a cuore la fine di ogni specialismo, creatore di capi e gregari, dobbiamo fare i conti con l’annoso problema dell’identità.
Ciò che intendiamo come nostro modo di lottare, prima di tutto, dovrebbe essere appagante con i nostri desideri. Darsi solo alla funzionalità e all’efficacia, trancia di netto il nostro agire. Considerare giusto ciò che è anonimo e informale è aprirsi con fierezza a noi stessi. Liberando l’azione e non dando nessuna proprietà ad essa, questa può divenire una pluralità. Se l’azione è di nessuno, potenzialmente può essere di tutti coloro che la guardano con simpatia. L’oscurità dell’anonimato ci protegge spesso da chi ci sorveglia e ci vorrebbe mettere la museruola, ma anche da una certa spettacolarizzazione di un mondo dominato dai mass­media. Essere senza mediazioni, vuol dire far parlare la selva oscura così com’è.
Se si pone fine all’anonimato, finiscono le potenzialità della diversità ed entra prepotentemente in gioco la rappresentazione, nemica di ogni tensione anarchica. Non fornire nessuna spiegazione al nemico, ci può fare uscire dalla rappresentazione mediatica e politica per darsi all’ebbrezza di un anarchismo anonimo, sedizioso e deciso ad attaccare. Questo può rendere più semplice anche la moltiplicazione di vari gruppi di affinità, senza produrre banalmente uno scontro fra ribelli e Stato, con una marea di spettatori in mezzo. Fra l’attore e lo spettatore dovremmo preferire la diffusione delle pratiche di distruzione e solidarietà, perché non esiste solidarietà senza rivolta.
Contro l’adesione militante 
Dei lampi di pensieri entrano in un universo mentale che cercano di praticare alcune idee rendendosi conto che esiste una conflittualità sociale più ampia, rifiutando con intransigenza qualunque sotterfugio politico. Il rifiuto della politica si basa anche sull’uso di strumenti per tenersi a galla; la rivendicazione combattente e la dichiarazione di intenti futuri hanno a che fare, in qualche modo, con la politica. Un esempio lampante sono stati gli anni 70 qui in Italia: centinaia di atti sono stati rivendicati, ma migliaia delle azione dirette non hanno avuto nessuna presunta paternità e sono diventati ricchezza della conoscenza dei sovversivi a venire. Abbattere la separazione della conflittualità latente con la negazione di tutti i ruoli sociali è una questione delicata ma che dovrebbe essere affrontata non solo fra azioni che si parlano, ma anche attraverso quello spazio senza confini che sono le relazioni attraversate da affinità e conoscenza reciproca.
L’informalità e l’anonimato distruggono parte di noi stessi e scavano anche in quello che abbiamo intorno: non c’è nulla che attanagli di più il dominio della possibilità che una distruzione anonima possa rendere incontrollabile l’oltrepassamento di un intero sistema.
Se le pratiche come l’autorganizzazione delle lotte, la conflittualità permanente e l’azione diretta diventassero concrete possibilità per gli sfruttati, cosa accadrebbe? Malgrado tutta la sua potenza, il potere teme proprio questo: la diffusione di una rivolta insubordinata, fuori da ogni mediazione e controllo.
Le prospettive di rottura non possono essere contate con il numero degli attacchi fatti al potere, ma dovrebbero essere pensate insieme alla rottura molteplice del tempo e dello spazio dell’oppressione. Questo potrebbe essere l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali esistenti.
La rivendicazione porta in seno anche il terribile problema del linguaggio. Nominare una realtà di cose significa intrinsecamente ridurla e questa riduzione va di pari passo con il tradimento. Il linguaggio non è solo sessista (enorme problema comunque), ma non è nemmeno neutro: spesso serve a celare la questione sollevata da un fatto accaduto.
Un salto nell’ignoto può essere anche fatto sbarazzandosi di tutte le abitudini militanti. Per questo è fondamentale non mutilare certi dibattiti.
Continuare a rimettere a fuoco la possibilità di come intervenire autonomamente nelle lotte, come incendiare le affinità e far generalizzare certe pratiche potrebbe essere il miglior modo per scontrarsi fra differenze, alterità e compagne e compagni che hanno a cuore il lungo ed impervio percorso di sovvertire l’esistente. Ognuno con il suo contributo e non per acuire le differenze per darsi ad un’adesione, ma per trovare i mille rivoli per sabotare il mondo.
Complici non sostenitori 
Oggi sappiamo che difficilmente le lotte sociali, portando in seno rivendicazioni parziali, possono aspirare fin da subito a ribaltare il tavolo delle contrattazioni con il potere per aneliti di rottura con pezzi importanti del dominio. Questa constatazione però non può spingerci nel baratro della rinuncia alle aspirazioni sovversive in contesti sociali. E qui ritorna in gioco la questione del metodo da vivere, non da usare. Un nodo da sciogliere: come porsi con chi ci ascolta e capisce (talvolta) quello che diciamo? Come sono le nostre relazioni con questo fantomatico altro? Questo altro, poi, non è da trovare solo nelle lotte specifiche, ma lo si affronta e ci si confronta anche in altri momenti delle proprie vite, anche quelli più fugaci.
Potrà sembrare una banalità, ma le possibilità che ci diamo per tessere relazioni di complicità con gli altri si basano tutte sulla chiarezza. Diffondere le proprie idee, le proprie tensioni, la propria visione dell’esistente, senza fermarsi alla particolarità contro cui si sta lottando per raccordare il proprio discorso contro il dominio. Questa presunta banalità di base, non può essere mascherata neanche dalla cosiddetta ragione di movimento, che assomiglia non poco alla ragione di Stato. Agire in libertà è sempre meglio del fare in modo forzoso.
Ecco perché è importante fare sempre richiamo alla conflittualità intransigente, quell’ostilità continuativa che crea delle distanze da aspiranti leader e possibilisti portaborse politici, per darsi ad un immaginario che renda palese l’odio per qualsiasi istituzione. Tenersi a distanza per tenere il mondo dello Stato e i suoi mediatori fuori dai nostri contesti relazionali. Un ottimo esempio storico lo si può recepire nella lotta contro il nucleare alla fine degli anni 80: tutto quello che le/i compagne/i hanno portato come contributo a quella lotta era chiaramente ostile ad ogni forma di sotterfugio. Questa irriducibilità non andava solamente contro i signori del nucleare, ma anche contro i signorotti che vedevano quella lotta solo come strumentale per fini politici (la cosiddetta opposizione fittizia di partiti di sinistra, ambientalisti antropocentristi e legalitari insieme a pacifisti, delle volte delatori) e contro anche chi metteva in discussione solo il nucleare, senza preoccuparsi del mondo che lo applaudiva e ne cantava l’avvento perché motore essenziale per la continuazione di guerre e oppressione.
La convinzione che si possa allargare e far deflagrare una lotta specifica anche con il coltello della libertà in mezzo ai denti, senza mai darsi al banchetto delle cariatidi politiche, è data dall’idea minimale che l’insurrezione è un fatto sociale. Non volere una vita diversa dentro gli schemi, ma rompere tutti gli schemi per far esplodere le forze eterogenee, quelle passioni sfrenate che danno senso alla trasformazione.
Questo modo di pensare ha le sue radici anche su un fatto del tutto consequenziale alla forma storica di convivenza sociale chiamata Stato: chi si sente cittadino non ha bisogno di riflettere ed agire, ma detiene la sua fortezza sicura nell’obbedire ed essere strumento funzionale della macchina statale. E allora se ribelli senza nessuna bandiera da difendere decidessero di sperimentare la dispersione nel tempo e nello spazio della sovversione, questa non andrebbe anche contro un certo modo di pensarsi cittadino qualunque e fruitore di servizi?
È la possibilità di incendiare i focolai, di soffiare sul fuoco per generalizzarli, che può farci sentire il calore dell’affinità. Oltre i traboccanti centri, esistono variegate periferie da attraversare e sperimentare. Ecco perché una lotta che indica i difetti di un progetto di morte, senza dare linfa al pensiero che sono gli stessi progetti di morte le protesi del totalitarismo della realtà, non vuole una rivolta contro quel progetto, ma una resistenza per attizzare gli istinti per la maggior parte di dissenso democratico, rimanendo nell’ordine del discorso di potere e contro­potere. Criticare la causa dei mostri creati dall’esistente è un ottimo modo per non essere contro questo modo di intendere il sistema, ma inoltrarsi nella lotta contro qualunque sistema. Rinunciare alla propria tensione utopica fa rima con alleanze, cioè quando il realismo della comunanza forzata ha fatto a pezzi l’eccesso per darsi alla misura della comprensibilità di possibili sostenitori. Altra cosa, diametralmente opposta, è darsi alla ricerca della complicità.
La distruzione di un intero edificio sociale non può essere opera di poche teste calde e sovversive. Nessuna azione, per quanto accurata e rivelatrice di sfruttamento, potrà riuscire a sovvertire interamente questo mondo. Il diluvio insurrezionale ha bisogno degli atti individuali come delle sommosse collettive. Tutte e due dovrebbero essere in cerca della miccia pronta ad esplodere.
Il rifiuto dell’altro è comprensibile e per molti aspetti anche onesto. E questo rifiuto non può essere debellato ritornando alle solite parrocchie militanti, ma facendo esondare le molteplici differenze. L’insurrezione non è una sommatoria di atti, ma come certi atti possono interrompere il potere, allora la ricerca di possibili complici è questione del tutto spontanea per fomentare l’attacco contro il dominio.
Reciprocità contro l’adesione 
Oggi abbiamo davanti a noi una doppia prospettiva: abbandonarci al disordine e al piacere o, in senso qualitativamente opposto, darsi al mondo del reale, alla sua visione utilitaristica delle cose.
Se gli esseri umani aspirano a diventare bravi cittadini, non facendo a meno del pragmatismo e della comunella politicante, allora solo l’esagerazione del desiderio può spezzare questo incubo latente.
La gente chiede a gran voce ordine, tranquillità davanti ad uno schermo e si movimenta solo se le circostanze del proprio orto la fanno sobbalzare. Difficile che mettano a soqquadro un intero modo di pensare. E quando aprono i propri cuori alla possibilità di essere altro, si fermano per paura della caduta.
Se non riusciamo ad avanzare una qualsiasi rivendicazione ragionevole, addio dialettica. Per questo è irragionevole contare sulla ragione delle proprie idee. Togliamoci dalla testa che l’anarchia sia qualcosa che verrà. Possiamo contare su dei complici perché la nostra sete di libertà è un crimine. Un crimine non solo contro lo Stato e il Capitale, ma anche contro la stessa contemporanea convivenza umana.
Ecco perché ricercare l’altra/o porta con sé il desiderio dell’affinità, della conoscenza reciproca, della disponibilità dello scontro relazionale e della comprensione pensante, senza mediatori di mezzo e senza gregari al seguito. La vicinanza dell’altro può avere la forza del riverbero. La singolarità, l’unicità, l’irripetibilità è ostile in ogni istante all’idolo sociale chiamato società. Non si può programmare di imbattersi nell’assurdo, non si può esorcizzare la paura di esso, bisognerebbe solo sperimentarlo. La gioia sta nel pensare e nell’agire, contro il dominio ma anche distante da chi riduce le tensioni in becere divisioni militanti perché, citando Zo D’Axa, non c’è vita ma c’è lotta per la vita.

Delle capacità rivoluzionarie

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( Dal Web )

Free-lancer [Luigi Galleani]


Una volta, quando un anarchico parlava di sciopero generale, soleva aggiungere anche l’aggettivo rivoluzionario o insurrezionale.
Ora non più.

Ora invece c’è fra gli anarchici chi si sforza a far risaltare che lo sciopero generale per avere un risultato pratico (è la parola preferita) deve essere immune da velleità rivoluzionarie.

Una volta la “barricata” era il simbolo e il segno della lotta anarchica, era il nostro grido di guerra, il nome augurale dei nostri fogli di propaganda e di battaglia, il sogno delle nostre anime rosse.
Ora non più.
Ora c’è fra gli anarchici chi mette in ridicolo la barricata, come una pazzia d’altri tempi; c’è chi nega alla lotta armata aperta piazzaiola, ogni e qualsiasi valore.
Una volta si diceva alle classi dominanti: voi squillerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Ai vostri cannoni, noi opporremo la nostra dinamite.

Oggi non più.

Oggi si esagera la potenzialità delle armi guerresche, per concludere che alla lotta petto a petto col nemico è inutile pensarci più.
Per essere più spicci: una volta si esaltava l’insurrezionismo e tutti s’era d’accordo nel ritenere che soltanto l’urto violento fra le folle armate e i giannizzeri dell’ordine poteva aprire il varco alla libertà ed al benessere. Ora invece si cerca da alcuni di sviar la mentalità anarchica da quella concezione, e si rivestono a nuovo i vecchi e stantii argomenti del socialismo… scientifico; per dimostrare l’inanità dell’atto violento.
Il diavolo s’è fatto frate.
È il vecchio problema delle capacità rivoluzionarie che si riaffaccia più impellente che mai.
Si dice anzitutto: la folla è apatica, codarda, o per lo meno incosciente. Non ci seguirebbe nell’attacco contro le nuove bastiglie borghesi. È quanto dire: la folla è incapace di fare la rivoluzione.

L’angolo visuale, il caposaldo del programma anarchico — se così volete chiamarlo — è la necessità assoluta della rivoluzione sociale. Dente per dente noi diciamo. Sbarra contro sbarra. Alla violenza statale, risponda la violenza plebea.
Una volta ammessa la necessità della rivoluzione, bisogna vedere se c’è nelle masse la capacità a compierla. E se non ci fosse bisognerebbe crearla.
Chi giunge a negare che questa capacità ci sia, che sia possibile crearla, che quando vi fosse sarebbe presso che inutile in quanto che rimarrebbe sterile ed impotente dinanzi alle straboccanti forze nemiche; non può fare a meno di concludere che non c’è via di scampo fuori della riforma.
E in verità, riformisti della più bell’acqua posson chiamarsi coloro fra gli anarchici, i quali rimpiccioliscono e snaturano l’anarchismo negando la possibilità dell’insurrezione armata.
Fra questi ce n’è di quelli che per avvalorare la loro tesi, giungono a sentenziare che i governanti per meglio soffocare le insurrezioni fanno costruire le vie più larghe che sia possibile.

C’è chi crede che le sommosse piazzaiole, le guerriglie, le «jacqueries» non facciano né caldo, né freddo al governo.
 Basterebbe un plotone di fanteria per sedarle…
È strano che gli anarchici italo-americani che la pensano in quel modo, sostenevano e sostengono che una banda di rivoluzionari armati di rivoltelle ammazzacani, potevano impadronirsi del
 Messico, quant’è largo e lungo, e instaurarvi il comunismo.
Quali che siano i moventi e il fine delle guerriglie messicane, una cosa esse dimostrano: che non è così facile come a prima vista si pensa disperdere e sopprimere delle bande armate, quando non sian poche, e mettano in fiamme tutto un paese.
Si dirà che il Messico ha una topografia speciale. Ma l’America non è tutta in New York, né la Francia in Parigi, né l’Italia in Milano.

Chiunque sia passato in un campo minerario e abbia girato gli occhi intorno, ha potuto constatare che un centinaio di minatori armati, appostati negli anfratti delle colline, costringerebbero alla fuga un reggimento di soldati.
C’è chi dice: la massa non comprende l’atto audace dei generosi che si lanciano primi nella mischia. Rimarrebbe indifferente. La massa, rispondiamo noi, si muove sotto gli impulsi dei bisogni e delle emozioni del momento.
Carlo Pisacane e i suoi compagni furono trucidati dai contadini che avevan chiamati alla rivolta contro la tirannide borbonica. Ma qualche anno dopo, Garibaldi e i suoi mille, sbarcando a Marsala furono acclamati e seguiti dal popolo, e poterono compiere quello che era follia sperare.
Altri dicono: gli insorti non sarebbero capaci di tener fronte alla orde poliziesche. Ebbene io, sia detto fra parentesi, non ho il più pallido entusiasmo per la guerra regia, ma sono abbastanza sincero da riconoscere che la guerra, fra tanti mali, avrà recato questo po’ di bene: i superstiti alla strage torneranno ai focolari e all’officina meno torpidi, più audaci, sprezzanti del pericolo.

È stato detto ed a ragione, che colui il quale ha per milioni di volte sfidato la morte durante due… o tre anni di vita di trincea, non scapperà più davanti al randello del poliziotto o alla lancia del cosacco. Egli saprà fabbricare bombe e granate a mano, e saprà farne uso.

C’è di più: dopo tre anni di guerra, il novantanove per cento dei soldati, saranno convinti antimilitaristi. E se è vero che anche oggi si ribellano e si ammutinano di fronte al nemico d’oltre frontiera, è lecito supporre che quegli ammutinamenti e quelle ribellioni si ripeteranno quando si comanderà loro di sparare contro i fratelli, i figli e le madri.
E poi in fin dei conti la rivoluzione non è la guerra su un unico fronte o intorno ad una fortezza. 
È tutto un popolo che insorge, è tutta una nazione che va in fiamme.
 Quei che considerano l’insurrezione come una bagologia giacobina, ripongono tutte le loro speranze nello sciopero generale, e dal modo che parlano lasciano supporre che lo sciopero generale basta a se stesso.
È auto-sufficiente ha detto qualcuno. Noi, — lo abbiamo detto altra volta — senza togliere allo sciopero generale il suo valore, pensiamo che di per se stesso e da solo, non basta a scardinare il regime attuale e che il proletariato dovrà sempre ricorrere all’insurrezione per liberarsi sia dall’oppressione statale, sia dallo sfruttamento economico. Lo sciopero generale non deve essere un sostituto della insurrezione: ecco tutto.
Qualcuno, commentando il recente sciopero generale in Spagna, dice che ogni volta che gli operai minacciano uno sciopero generale la paura s’impossessa della borghesia, (chi lo nega?) e soggiunge che ricorre alle misure estreme: alla legge marziale con le uccisioni per le strade, ai consigli di guerra, alle fucilazioni, per rompere lo sciopero ed assassinare gli scioperanti.
Chiunque non sia abbarbagliato da preconcetti, concluderà che se il governo ricorre alle misure estreme contro gli scioperanti, questi a loro volta, se vorranno preservare la vita e raggiungere 
la vittoria, dovranno ricorrere agli estremi rimedi. Lo sciopero generale, in altre parole, deve essere simultaneo all’insurrezione. Contro la violenza, la violenza: è legge di suprema salute.
La nostra salute, dicono gli altri, è in seno alle organizzazioni operaie.
E da un certo punto di vista non han tutti i torti, perché non son pochi quelli che, una volta oscuri lavoratori, dal seno delle organizzazioni hanno succhiato tanto latte da far della loro pancia una capanna.
La nostra salute, quella degli anarchici essi insistono, è nelle organizzazioni operaie che riescono a produrre movimenti tali da far traballare il regime capitalista governativo.
 Si tratta quindi di domandarsi se nella sola questione economica risieda la forza rivoluzionaria che dovrà cambiare gli attuali ordinamenti sociali.
E ciò potrà essere argomento di un prossimo articolo.
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Ci siamo domandati nello scorso numero, se — come opinano taluni — nella sola questione economica sta la forza rivoluzionaria capace a travolgere le istituzioni sociali imperanti oggidì.
Noi, pur non negando al fattore economico la sua parte, crediamo di poter affermare che i movimenti ed i rivolgimenti sociali non sono determinati soltanto dai bisogni economici, ma da motivi di ordine politico, morale e sociale, e anche da ragioni di dignità nazionale.
Ad avvalorare questa tesi s’è spesse volte citato il caso della Comune di Parigi, e s’è detto — e certo non a torto — che il popolo parigino insorse forse più di tutto, perché punto dal sentimento patriottico mortificato ed offeso.
Ed anche nelle rivolte del 98 in Italia c’era un po’ di sdegno e di rabbia contro disinganni e i tradimenti del re, della camarilla di corte, e dei generali da vedova allegra.

Del resto anche fra il prossimo sovversivo c’è chi s’augura una disfatta delle armi italiane, perché spingerebbe alla rivolta il popolo disilluso e contrito per immane sacrificio di sangue e di ricchezze, inutilmente compiuto.
E l’unica ragione che induceva Malatesta ad augurarsi la débacle dell’impero teutonico, era la speranza che i sudditi di Guglielmaccio, in tal caso, morsi dal più atroce dei disinganni, avrebbero gridato al traditore e rivoltate le armi contro coloro che li hanno trascinati alla guerra.
Ci torna sempre a mente la frase di Guglielmo Ferrero: «I destini futuri delle nazioni europee dipenderanno dall’impressione che la guerra lascerà sull’animo del popolo».
Il fragore della guerra ha infatti svegliato dal loro lungo letargo le popolazioni più apatiche e ha fatto nascere in loro un pungente interessamento per le questioni ed i problemi della vita nazionale, ed internazionale anche.

Sicché non è azzardato supporre che, per via della grande esaltazione dello spirito nazionale operatasi prima e durante la guerra europea, il problema maggiore e più pressante del dopo-guerra — che potrà acuire la lotta di classe e spingerla verso la sua fase risolutiva — non sarà una pura e semplice questione di aumenti di salari e di diminuzione di ore di lavoro.
Ecco perché noi non crediamo che la salute degli anarchici e dei rivoluzionari sia solo e soltanto nelle organizzazioni economiche, le quali per loro natura rimpiccioliscono la questione sociale ad una gretta questione di stomaco.

Né tampoco siamo portati a credere che soltanto le organizzazioni economiche siano capaci di provocare dei grandiosi movimenti che facciano traballare le colonne della società borghese.
Se il movimento operaio dovesse improntarsi ed informarsi ad una tale credenza — e per molti è una vera e propria superstizione, addirittura un dogma — sarebbe davvero un grande malanno per le sue future sorti. Perché ci condurrebbe ad escludere a priori l’imprevisto od il fortuito storico, che pure hanno tanta parte nello sviluppo delle nazioni e dei popoli, in quanto che precipitano le latenti crisi sociali.
Per le organizzazioni europee la guerra è stata un «imprevisto». Ed è principalmente perciò che sono andate a rifascio; dimostrandoci quanto avessero malcontato sulle loro «forze numeriche», sull’«educazione sindacale» e sulla «coscienza di classe» degli organizzati, nonché sulla onestà politica e la fede… incrollabile dei pastori.

Dal solco della guerra spunteranno nuovi, molteplici ed urgenti problemi, che le organizzazioni politiche ed economiche, ormai sbaragliate, demoralizzate, sfiduciate, non potranno e non sapranno risolvere. E le risolverà la folla anonima, punta dal disinganno e spinta dalla disperazione, opponendo ad estremi mali, estremi rimedi.

Ma v’è di più. C’è ancora da vedere se la questione dei miglioramenti economici, che informa l’attività delle organizzazioni, non possa essere sfruttata dalle classi dominanti; se cioè, per la preservazione del loro privilegio, non possano accondiscendere alle proposte di sedicenti riforme sociali, ed in tal modo acquietare gli animi e addormentare lo spirito di rivolta.
Scriveva Bovio nel 1883, nella prefazione alla terza edizione ad Uomini e tempi, e sembran parole scritte di questi giorni, da un osservatore profondo della convulsa ora storica che volge al tramonto: «Avviene sempre così, le reazioni si appiattano dietro il cartello delle riforme sociali e lì immolano la libertà e l’onore delle nazioni alla idea Fame.
Ma è vero poi che le nazioni fecero conto più del pane, che dell’indipendenza, della libertà e dell’onore? Niente costano alle nazioni i titoli della loro dignità? Innanzi a questi problemi si scopre più tardi il socialismo della reazione».
Già sin d’ora la borghesia comincia a mettere, come suol dirsi, le mani innanzi per non cascare.

Per bocca di Asquith il governo inglese ci fa sapere che sta studiando alcune riforme «per una più equa distribuzione dei frutti dell’industria fra le varie classi della popolazione».
In occasione del minacciato sciopero generale dei ferrovieri in America, ne abbiam visto e sentite delle belle. Abbiamo letto nei giornali conservatori la proposta della statizzazione delle ferrovie. Abbiamo sentito Wilson dichiararsi entusiasticamente favorevole alle 8 ore di lavoro.
La tattica ambigua ed ipocrita dei lodi arbitrali di Wilson, il Giolittismo, e la «politica dei compensi» in Italia, il sindacalismo cattolico, e il neo-sindacalismo nazionalista in Europa, fanno davvero dubitare molto che la forza e la capacità rivoluzionaria trovino asilo nel seno delle organizzazioni economiche.

I più ardenti sostenitori della quadruplice intesa e perciò i nemici più acerrimi dell’impero teutonico, riconoscono che, malgrado tutto, qualcosa han dovuto imparare dalla Germania, e servirà loro d’ammaestramento pel futuro. Essi han riconosciuto cioè che quell’attaccamento rigido e quella fede cieca delle classi lavoratrici di Germania verso i loro governanti ed i loro padroni, ne veniva dalle molte riforme ad esse concesse, e dal miglior trattamento ch’esse godono, in paragone degli altri paesi dove l’industrialismo è più o meno sviluppato.
La vasta legislazione sociale dell’impero era informata appunto allo storico motto di Bismarck: «Lo Stato più forte è quello che dà di più».
I giornali più conservatori lardellano i loro articoli di propaganda bellica con frasi come queste: «La guerra ha messo in valore le grandi energie e la generosa abnegazione delle classi lavoratrici, che nessuno dovrà più mai disconoscere».
«Primo e più urgente compito del governo, all’indomani della guerra, sarà quello di riparare all’incuranza con cui ha trattato pel passato gli interessi più vitali del proletariato, con una più vasta e più equa legislazione sociale».

In una parola l’attuale momento politico in Europa è caratterizzato da un maggiore interessamento delle classi dirigenti per i problemi operai, e tutto fa prevedere che i governi, in nome e per conto dei capitalisti, non disdegneranno di scendere a patti con le organizzazioni operaie, sospingendo il movimento di classe nei tortuosi viottoli della riforma e della collaborazione.
Concludo: l’aggruppamento corporativo anche quando fosse una necessità per raggiungere qualche miglioramento immediato, (che in ultima analisi si risolve in un bel nulla) non sarà mai uno strumento di rivoluzione sociale, poiché per sua stessa natura e pel modo con cui è costretto a svolgere la sua azione, ammansisce anziché irrobustire le capacità rivoluzionarie della massa.

Che cosa è fallito

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( Dal Web )

A. Visalli

È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s’è pensato molto ad organizzare, s’è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla. Bastò che i capoccia del sindacalismo francese, tedesco ed italiano dessero, in buona o mala fede non importa, il loro consenso alla guerra per vedere il triste spettacolo di milioni d’uomini che si credevano emancipati, accodarsi su le orme dei mali pastori ligi al governo per interesse o per paura, e poi andare a servire quella bandiera, quella patria, quel re che erano stati il loro ludibrio, il cinquantenario bersaglio della loro propaganda rivoluzionaria. E tutto ciò senza una protesta virile, efficace.
Avrebbero di certo agito differentemente se non si fossero abituati a pensare con la testa dei sacerdoti, dei duci, del sinedrio.
La presente guerra ci ha rivelato moltissime cose. Ha messo il dito sulla cancrena organizzatrice, ha scoperto che molta propaganda s’è fatta per parere semplicemente sovversivi, mentre di fatto non lo si è; ha scoperto che si ha ancora la fregola di contarci, di essere dietro al numero, e non dietro alle coscienze. Milioni di organizzati che se semplicemente avessero osato, avrebbero potuto impedire la presente guerra, sono la prova più lampante del marcio delle cosiddette organizzazioni sovversive.