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Morte per morte

«Al mondo c’è una cosa che rende felici e una che rende infelici.
La prima è la pace con la propria coscienza,
l’altra la mancanza di pace con la propria coscienza.
Tutto il resto sono sciocchezze e assurdità».
Sergej Kravčinskij, 24 luglio 1878
«Io non posso più vivere senza vendicare i compagni giustiziati.
Mi conducano pure al patibolo quando avrò portato a termine il mio compito».
Sergej Kravčinskij, 3 agosto 1878
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La mattina del 4 agosto 1878 Sergej Kravčinskij — l’anarchico russo che un anno prima era stato arrestato per la sua partecipazione alla banda del Matese — accoltella all’addome il generale Nikolaj Mezencov, capo della Terza Sezione (la polizia politica), mentre questi sta passeggiando per le strade di Pietroburgo in compagnia del tenente colonnello Makarov. Mezencov morirà poche ore dopo, mentre il suo attentatore riesce a fuggire e a mettersi in salvo. Il 17 agosto al quotidiano di Pietroburgo Golos viene recapitato un opuscolo, redatto dai responsabili dell’azione. Si intitola Smert’ za smert’, ovvero Morte per morte: «Il capo dei gendarmi, cervello della banda che tiene sotto il giogo tutta la Russia, è stato ucciso… L’assassinio è una cosa tremenda. Solo nel momento più forte della disperazione che conduce alla perdita della coscienza, un uomo che non sia uno scellerato può sacrificare la vita di un suo simile… Il governo ha condotto noi socialisti russi, noi che ci siamo votati a tutte le sofferenze per sollevare gli altri, il governo russo ci ha condotto a questo punto, alla decisione di assassinare in maniera sistematica. Ci ha portato a ciò col suo gioco cinico con decine e centinaia di vite umane…».
Vi sembra una storia del lontano passato? Non lo è.
La mattina del 31 ottobre 2018 Mikhail Zhlobitsky, un anarchico di diciassette anni, si è fatto saltare in aria nell’atrio dell’edificio che ospita la sede del FSB, i servizi segreti russi. È accaduto ad Arkhangelsk, città all’interno del Circolo Polare Artico, a circa 1200 chilometri a nord di Mosca. Tre agenti sono rimasti feriti nell’esplosione che ha devastato il locale, mentre il giovane attentatore è morto in quello che è stato definito il primo attacco suicida non-jhadista della storia della Russia. Poco prima di entrare in azione, Mikhail Zhlobitsky aveva inviato un messaggio in cui spiegava le ragioni del suo gesto: «…in risposta al FSB che costruisce montature e tortura persone».
Solo tre giorni prima, il 28 ottobre, erano stati indetti alcuni presidi davanti alle sedi del FSB di Mosca e San Pietroburgo per protestare contro la brutale repressione scatenata dagli eredi del KGB (e della Terza Sezione) ai danni di decine e decine di anarchici e di antifascisti, che in tutto il paese vengono sequestrati e torturati. I presidi si erano conclusi con l’arresto di una cinquantina di manifestanti.
Poche ore dopo l’esplosione ad Arkhangelsk, gli inquirenti russi hanno iniziato ad indagare per scoprire chi avesse «manipolato» Mikhail Zhlobitsky, se qualche gruppo islamico o qualche potenza straniera, mentre una sua familiare dichiarava di non avere idea di cosa avesse spinto un ragazzo che «non beveva, non fumava, andava a scuola» a compiere un tale gesto. Decisamente, per l’autorità (statale o familiare che sia) solo un’obbediente normalità non desta sospetti e non è incomprensibile. Quanto all’adolescenza, essa deve trascorrere all’insegna della frivolezza.
Ma l’ultima immagine che ritrae Mikhail Zhlobitsky, quella che ha fatto il giro del mondo, non è un selfie da ostentare con vanità. Non è stato lui a scattarla, non ha chiesto lui di riprenderla, non aveva nessuno a cui mostrarla in seguito. Perché quella mattina egli sapeva perfettamente a cosa andava incontro. A diciassette anni, mosso da una esigenza assoluta si è lanciato all’attacco, nella piena consapevolezza che avrebbe perduto la vita. Si è costruito una bomba artigianale, è entrato da solo dritto nella tana del lupo e poi… Si è ucciso, perché nemmeno lui poteva più vivere senza vendicare i compagni massacrati. È uscito dal teatro della vita sbattendo la porta, perché non accettava di convivere con l’infamia del potere e non ha trovato altre possibilità per lui degne di essere realizzate. Ed ha cercato di uccidere, perché non gli bastava una protesta giusta ma passiva. Di più, ha cercato di fare strage di carnefici — perché, a differenza degli jhadisti, non ha mirato ad altre vittime.
Chi lo deriderà — chi bussa alla porta del potere solo per essere invitato al tavolo di trattative?
Chi lo criticherà — chi ha bisogno di un vasto consenso popolare prima di passare all’azione?
Chi lo esalterà — chi mai e poi mai vorrebbe essere stato al suo posto?
Esterrefatti dalla determinazione fatale del gesto di Mikhail Zhlobitsky, noi siamo purtroppo consapevoli di ben altro: di rimanere qui a contemplare impotenti e furiosi i tronfi sorrisi dei Salvini, dei Putin, dei Trump, di tutti i potenti che giocano cinicamente con la vita di innumerevoli esseri umani. Cercando di cancellarli con sdolcinate mitopoiesi, roboanti comunicati o amare discussioni. E nonostante la sola scommessa che vogliamo fare sia quella di una rivolta che sia piena di vita, non possiamo fare a meno di pensare alla privata confidenza di qualcuno che combatté a favore del «comunismo anarchico» nella Spagna rivoluzionaria del 1936-39: «perché sappiamo che i discorsi e le conversazioni spirituali o idiote non servono a niente quando si ha a che fare con un signore che vi minaccia con una rivoltella. ed è oltremodo utile che il mondo lo impari… bisogna pur sapere quando finiscono le parole».
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Sarà guerra!

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( Dal Web )

Hythe, Alberta (Canada), a metà degli anni 80. Animato da una certa visione della vita, un piccolo gruppo di persone decide di allontanarsi dalla società dei consumi per fondare una comunità in cui mettere in pratica le proprie idee. Non chiedono niente a nessuno, non impongono niente a nessuno, vogliono solo vivere nella maniera che reputano più giusta. Comprano un centinaio d’ettari di terreno e con le loro stesse mani costruiscono case, coltivano campi, allevano bestiame. Diventano quasi del tutto autosufficienti, da ogni punto di vista. Vivono in pace e tranquillità per anni, senza disturbare nessuno.
Finché un giorno quel mondo moderno da cui erano scappati, li trova e li circonda. Sotto la loro terra infatti c’è del gas, un enorme giacimento di gas. Le industrie del gas e del petrolio iniziano a trivellare pozzi nei pressi della loro comunità, avvelenando l’aria che respirano e l’acqua che bevono. I loro animali iniziano ad ammalarsi, loro iniziano ad ammalarsi.
E loro, cosa fanno? Fanno ciò che qualsiasi altra persona comune, normale, farebbe: si rivolgono alle autorità competenti, scrivono lettere di protesta, cercano di far valere i propri diritti. Ma nel giro di pochi anni si accorgono che tutte queste sono solo «stronzate legalitarie». Le autorità non proteggono la salute dei cittadini dall’avidità delle industrie, semmai proteggono i profitti delle industrie dalla rabbia dei cittadini. Le trivellazioni continuano, provocando talvolta delle fughe di gas. I loro animali iniziano a morire, i loro figli iniziano a morire.
E loro, cosa fanno? Non sono una comune di rivoluzionari, nient’affatto. Sono una comunità di cristiani. Non hanno un progetto politico o un’utopia sociale da realizzare, hanno una fede religiosa in cui credono. Non hanno un mondo infernale da sovvertire, hanno un piccolo angolo di paradiso da difendere. Ma l’industria e la politica, l’infame matrimonio tra la tracotanza del denaro e l’ipocrisia della legge, non concedono loro molte alternative: o rassegnarsi al peggio, magari accontentandosi di qualche risarcimento simbolico, o andarsene altrove.
Il discorso si sarebbe chiuso qui se non fosse che quella comunità, chiamata Trickle Creek, è stata fondata ed è guidata da un pastore alquanto particolare. Il suo nome è Wiebo Ludwig e non assomiglia in nulla al mite prete che invita a porgere l’altra guancia, semmai all’infuocato profeta che caccia i mercanti fuori dal tempio (verrà descritto come «il fulmine di una tempesta avvolto dalla carne di un uomo»). Si è già scontrato con la sua famiglia ed i vertici della sua chiesa, si scontrerà con le multinazionali dell’energia, con la polizia e con gli altri abitanti della regione. Industria e politica mentono, poiché esiste una terza possibilità oltre alla rassegnazione e alla fuga. Dopo aver preso atto dell’assoluta inutilità di una trattativa con le istituzioni, della totale incompatibilità fra la ricerca del profitto e la cura dello spirito, Wiebo Ludwig capisce che il solo rapporto possibile fra il mondo sacro e quello profano è la guerra. Come John Brown un secolo e mezzo prima nella lotta contro la schiavitù, quest’uomo di Dio prenderà le armi e diventerà il più noto eco-sabotatore del Canada. Il più noto, ma non certo l’unico, considerato che negli anni 90 si sono verificate centinaia di azioni dirette contro pozzi e oleodotti nella regione settentrionale dello Stato di Alberta, molte delle quali presero di mira proprio la compagnia attiva nei pressi di Trickle Creek.
Allora, di fronte a tutto ciò, ha forse importanza che le idee di Wiebo Ludwig fossero quelle cristiane?
Ha forse importanza che a Trickle Creek si leggesse la Bibbia, e non qualche testo sacro rivoluzionario?
La storia della lotta ventennale di Wiebo Ludwig e della sua comunità contro l’industria del gas e del petrolio non è stata solo oggetto di numerosi articoli e di qualche libro. Conosce anche una testimonianza fuori dal comune, ovvero il documentario che il regista David York ha realizzato proprio a Trickle Creek (dove visse a lungo come ospite fra il 2008 e il 2010). Benché ateo, York riuscì a conquistarsi la fiducia di Ludwig e degli altri appartenenti alla comunità, i quali gli diedero alcuni video da essi stessi realizzati su quanto accaduto negli anni precedenti. York era presente anche nel corso della lunga perquisizione di Trickle Creek effettuata in seguito all’arresto di Ludwig, sospettato di essere l’autore di alcuni attentati dinamitardi avvenuti nel 2008 contro diversi oleodotti.
In questo documentario, intitolato non a caso Wiebo’s War (La guerra di Wiebo), non c’è spazio per la politica. È la lotta di una concezione del mondo, di una forma di vita contro ciò che la vuole distruggere, a venire ripresa dal registra canadese. Niente strategie di movimento, niente assemblee popolari, niente esasperata ricerca di consenso (anzi, l’unica assemblea che riprende il documentario è quella organizzata dalla polizia contro i sabotatori). Significativo anche il rapporto intercorso fra Ludwig e i media, i quali prima diedero risalto alle parole di quel bizzarro pastore, poi lo oscurarono completamente.
Wiebo Ludwig è morto il 9 aprile 2012, un anno dopo l’uscita di questo documentario che fu presentato in anteprima mondiale a Salonicco, in Grecia, al Festival dei Documentari. Il prossimo 13 aprile Wiebo’s War verrà proiettato (sottotitolato) per la prima volta in Italia.
L’appuntamento è per le 20.30 allo spazio di Tilt, in via Orsini Ducas 4 a Lecce, in quel Salento dove è in corso la lotta contro il gasdotto TAP.

Casacche

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( Dal Web )

Non è raro il caso di trovare fra noi anarchici individui che cambiano idea come si cambia la camicia. Oggi anarchici, domani socialisti, o, magari, anarchici… parlamentaristi, ecc. Sono anfibi che agiscono e pensano — o fingono di pensare — mossi da interessi personali e da ambizioni;  cambiano casacca quando intorno la loro nullità non raccatta che indifferenza o ridicolo o disprezzo.
Cotesti individui non sono stati mai anarchici che di nome, ed alla prima occasione in cui l’interesse e l’ambizione non trovano cibo adeguato fra l’ammirazione e la generosità dei compagni, od altrove trovano tornaconti e comodità insperate, appaiono quello che nel loro intimo sono sempre stati: anfibi. […]
Altri, pur facendo il proprio tornaconto anche in contraddizione stridente con le idealità anarchiche, vorrebbero stare con noi ed a noi chiedono appoggio per l’arrembaggio; ed è confortante notare (prova almeno che non abbiamo idoli) come costoro raccolgano, nel caso più benevolo, diffidenza.
Altri, dopo decine d’anni, accortosi finalmente che le idee libertarie oggi domandano abnegazione e non danno la ricchezza, finiscono in sacrestia in compagnia degli altri che, miserabili, furono compagni, ringalluzziti da qualche baiocco, saltarono il fosso divenendo i peggiori diffamatori nostri con calunnie loiolesche e sono essi che decantano la virtù dell’ordine perchè «han visto da vicino la… confusione dell’anarchia» e cercano, se occorre, la riabilitazione o la giustificazione del girellismo, che non è simpatico ad alcuno neppure se è comodo nella prostituzione di altri che li precedettero nella china.
Vi sono poi, disgraziati e deboli più che altro, che non si sanno ribellare all’ambiente in cui vivono. Molti sono libertari sinceri in quanto hanno una aspirazione potente verso una società di liberi e di uguali, approvano le rivolte individuali e collettive, le incitano magari, le provocano quando non ne sono protagonisti ardenti; ma nella pratica quotidiana della vita fanno tanti strappi alla convinzione propria quanto un sacerdote che si rispetti ai dettami del buon dio. […]
L’anarchico testimonia ad ogni istante la sua fede, trova nella natura le sue leggi e si rifiuta al riconoscimento di tutto quello che non ha la sua approvazione.
Vuole governarsi da sé e non accetta altra limitazione al suo diritto che nel diritto di un altro. Non è schiavo di dogmi e cerca nei proletari gli alleati per l’opera di demolizione del regime di privilegio che odia con tutte le sue forze. Non domanda lodi né ricompense né nell’ideale si forma la greppia: questa la lascia agli altri, agli anfibi.

Henry Martin

Litanie della donna onesta

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( Dal Web )

Anne Archet

Non mi vergogno di dire che ho un vibratore e che so usarlo. Amo il mio vibratore. Il mio vibratore è il mio migliore amico. Non darei il mio vibratore a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio vibratore. Ho sempre il mio vibratore vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio vibratore. Grazie al mio vibratore, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio vibratore è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio vibratore se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio vibratore è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio vibratore fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un vibratore per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho una rivoltella e che so usarla. Amo la mia rivoltella. La mia rivoltella è la mia migliore amica. Non darei la mia rivoltella a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare la mia rivoltella. Ho sempre la mia rivoltella vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie alla mia rivoltella. Grazie alla mia rivoltella, non ho mai paura di rimanere sola. La mia rivoltella è sempre pulita e ben oliata — devo prendermi cura della mia rivoltella se voglio che lei si prenda cura di me. La mia rivoltella è grossa quanto basta per poterla maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo la mia rivoltella fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di una rivoltella per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un marito e che so usarlo. Amo mio marito. Mio marito è il mio migliore amico. Non darei mio marito a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare mio marito. Ho sempre mio marito vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie a mio marito. Grazie a mio marito, non ho mai paura di rimanere sola. Mio marito è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura di mio marito se voglio che lui si prenda cura di me. Mio marito è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo mio marito fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un marito per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un Signore Gesù Cristo e che so usarlo. Amo il mio Signore Gesù Cristo. Il mio Signore Gesù Cristo è il mio migliore amico. Non darei il mio Signore Gesù Cristo a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio Signore Gesù Cristo. Ho sempre il mio Signore Gesù Cristo vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio Signore Gesù Cristo. Grazie al mio Signore Gesù Cristo, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio Signore Gesù Cristo è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio Signore Gesù Cristo se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio Signore Gesù Cristo è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio Signore Gesù Cristo fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un Signore Gesù Cristo per assicurarsi una tranquillità di spirito.

Prepariamoci alla rivoluzione

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( Dal Web )

Pëtr Kropotkin

In una rivoluzione, demolire non è che una parte del compito che spetta al rivoluzionario. Bisogna ricostruire, e la ricostruzione si farà o secondo le formule del passato apprese nei libri, e che si cercherà di imporre al popolo; o secondo il genio popolare che, spontaneamente, in ogni piccolo villaggio e in ogni centro urbano, si metterà all’opera per costruire la società socialista. Ma per fare ciò, occorre che il popolo possieda un ideale; bisogna soprattutto che vi siano degli uomini d’iniziativa in mezzo ad esso.
Ora, è precisamente l’iniziativa del lavoratore e del contadino che tutti i partiti — il partito socialista autoritario compreso — hanno sempre soffocato, scientemente o no, con la disciplina di partito. I comitati, il centro ordinatore, gli organi locali non avevano che da obbedire, al fine di non mettere in pericolo l’unità dell’organizzazione. Tutto un insegnamento, tutta una storia, tutta una scienza incomprensibile furono elaborate a questo scopo.

Ebbene! coloro che lavoreranno a demolire codesta tattica anacronistica, coloro che sapranno risvegliare lo spirito d’iniziativa negli individui e nei gruppi, coloro che arriveranno a creare nei loro rapporti reciproci un’azione e una vita basate su codesti principi, coloro che comprenderanno essere la varietà, il conflitto stesso, la vita, e che l’uniformità è la morte, lavoreranno non per i secoli a venire, ma per la rivoluzione prossima.

Noi non abbiamo da temere «i pericoli e gli scarti della libertà», solo coloro che non fanno nulla non commettono errori. Quelli che sanno semplicemente obbedire ne commettono egualmente, ed anche più di quelli che cercano da se stessi la loro strada, tentando di agire nella direzione che il loro spirito e la loro educazione sociale suggeriscono. Mal comprese e sopratutto male applicate, le idee di libertà dell’individuo in un ambiente — in cui la nozione di solidarietà non è sufficientemente accentuata dalle istituzioni — possono certamente produrre atti che ripugnano ai sentimenti sociali della umanità. Ammettiamo che ciò accada, è forse una ragione per rigettare il principio di libertà? È una ragione per accettare il ragionamento dei signori che ristabiliscono la censura onde impedire «gli scarti» di una stampa affrancata, e ghigliottinare i partiti avanzati e mantenere l’uniformità e la disciplina — ciò che, in fin dei conti, come si è visto nel 1793, è il miglior mezzo per assicurare il trionfo della reazione?
La sola cosa che vi ha da fare quando si vedono prodursi degli atti antisociali in nome della libertà dell’individuo, è di ripudiare il principio del «ciascuno per sé e lo Stato per tutti», e d’avere il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa di codesti atti. Questo può, senza dubbio, condurre il conflitto; ma il conflitto è la vita medesima. E dal conflitto sorgerà un apprezzamento di questi atti molto più giusto di tutti quelli che avrebbero potuto prodursi sotto la sola influenza delle idee acquisite.
Quando il livello morale di una società abbassa al punto in cui è oggi, attendiamoci che la rivolta contro la società prenda qualche volta forme che ci faranno fremere; ma non condanniamo a priori la rivolta. Certo, le teste portate in giro in cima delle picche ci ripugnano; ma le forche dell’antico regime, e le gabbie di ferro delle quali Victor Hugo ci ha parlato non sono esse state la causa dei cortei sanguinosi? Speriamo che il massacro dei 35 mila parigini nel 1871 e il bombardamento di Thiers siano passati sulla nazione francese senza lasciarvi un fondo troppo grande di ferocia; speriamo che la vergogna degli alti borghesi, messa a nudo da molti processi recenti, non abbia ancor roso il cuore della nazione.

Sì, speriamolo! Ma se le nostre speranze sono frustrate, volteremo noi le spalle al popolo in rivolta perché la ferocia dei potenti del giorno avrà lasciato le sue tracce nello spirito popolare? perché il fango dei governi avrà seminato tutt’intorno le sue chiazze?

È evidente che una rivoluzione così profonda producentesi negli spiriti, non può rinchiudersi nel dominio delle idee senza tradursi nel dominio dei fatti. Come viene bene affermato da un giovane filosofo troppo presto strappato alla vita, Jean-Marie Guyau, in uno dei più bei libri pubblicati negli ultimi cinquant’anni, non vi è un abisso fra il pensiero e l’azione, almeno per coloro che non sono abituati alla sofistica moderna. Il concepimento è già un principio dell’azione.
Così le nuove idee hanno provocato una moltitudine di atti di rivolta, in tutti i paesi, sotto tutti gli aspetti possibili: prima di tutto la rivolta individuale contro il Capitale e lo Stato, poi la rivolta collettiva — lo sciopero e l’insurrezione operaia; entrambe atte a preparare, nelle menti come nei fatti, la rivolta in massa, la rivoluzione. In questo il socialismo e l’anarchismo non hanno fatto che seguire l’evoluzione, sempre seguita dall’idea-forza all’avvicinarsi delle grandi sollevazioni popolari.
È per questo che sarebbe errato il voler attribuire all’Anarchia il monopolio degli atti di rivolta. E infatti, quando passiamo in esame gli atti di rivolta degli ultimi quarant’anni, li vediamo provenire da tutti i partiti. In tutta l’Europa vediamo una moltitudine di sollevazioni di masse operaie e contadine. Lo sciopero che era prima «una guerra di braccia incrociate», diventa oggi molto facilmente una rivolta, e prende spesso — negli Stati Uniti, nel Belgio, in Andalusia, in Italia, ecc. — le proporzioni di una vasta insurrezione. A dozzine si contano nei due mondi le sollevazioni degli scioperanti, diventate rivolte.
D’altra parte, l’atto di rivolta individuale prende tutti i caratteri possibili, e tutti gli elementi avanzati vi partecipano. Vediamo passare davanti a noi la giovane ribelle, semplicemente socialista, Vera Zasulič, che spara contro un satrapo di Alessandro II; il social-democratico Hoedl ed il repubblicano Nobiling che sparano contro l’imperatore di Germania; l’operaio Otero che attenta al re di Spagna; ed il mazziniano Passannante che va per colpire il re d’Italia. Vediamo le uccisioni agrarie in Irlanda e le esplosioni a Londra, organizzate da nazionalisti irlandesi che hanno il socialismo e l’anarchia in orrore. Vediamo tutta una generazione di gioventù russa — socialisti, costituzionalisti, giacobini — dichiarare la guerra a oltranza ad Alessandro II, e pagare questa rivolta contro il regime assoluto salendo il patibolo e marciando all’esilio. Numerosi attentati si producono fra i minatori belgi, inglesi e americani. E non è che verso la fine di questa lunga serie che vediamo sorgere gli anarchici coi loro atti di rivolta in Spagna, in Francia, in Italia — gli Artal ed i Morral, i Vaillant e gli Henry, i Lega e i Bresci, ecc.

E durante questo periodo i massacri in grosso e al dettaglio, organizzati dai governi, seguitano a prodursi. Agli applausi della borghesia europea, l’Assemblea di Versailles fa massacrare 35 mila operai parigini — la maggior parte dei prigionieri della Comune vinta. I «briganti di Pinkerton» — soldatesca privata al servizio dei capitalisti americani — massacrano secondo le regole dell’arte i lavoratori in sciopero. I preti incitano un uomo, un debole di spirito, a tirare su Louise Michel, che — da vera anarchica — lo salva dalle grinfie dei giudici grazie ad una generosa difesa. Al di fuori dell’Europa, si massacrano gli Indiani del Canada e si strangola Riel, si sterminano i Matabeli, si bombarda Alessandria, senza parlare delle carneficine alle quali si dà il nome di guerra, a Madagascar nell’Oriente Estremo, al Marocco, eccetera. Ed infine, si distribuiscono ogni anno centinaia, migliaia d’anni di prigione ai lavoratori ribelli dei due mondi, e si dannano alla più nera delle miserie le loro donne ed i loro figli — sono così condannati a pagare i sedicenti crimini dei loro padri. Si trasportano codesti ribelli in Siberia, alle isole di Tremiti, di Lipari, di Pantelleria, a Biribi, a Numea ed alla Guyana, e in questi luoghi d’esilio si fucilano ancora i condannati per il minimo atto d’insubordinazione…
Quale libro terribile sarebbe quello che darebbe il bilancio delle sofferenze sopportate dalla classe operaia e dai suoi amici, durante gli ultimi cinquant’anni! Quale folla di dettagli spaventosi, ignoti al grosso pubblico, che a descriverli farebbero fremere il cuore dei più induriti ai dolori umani! Quali eccessi di furore provocherebbe ogni pagina di un tale martirologio dei precursori moderni della grande rivoluzione sociale! — Ebbene questo libro l’abbiamo vissuto, ciascuno di noi ne ha percorso, almeno, delle pagine intere di sangue e di nera miseria!
E davanti a queste miserie, a queste esecuzioni, a queste Guyane, Siberie, Tremiti, Numea, si ha ancora il triste coraggio di venire a rimproverare al lavoratore ribelle la sua mancanza di rispetto per la vita umana?
Ma tutto l’insieme della nostra vita attuale raggiunge il rispetto per la vita umana! Il giudice che ordina di uccidere, ed il suo luogotenente, il carnefice, che garrota in pieno sole a Madrid o ghigliottina all’alba a Parigi o in Russia, provocando le risa sguaiate dei degradati sociali; il generale che massacra a Bacleh o a Fez, o il corrispondente di giornale che si accinge a coprire di gloria gli assassini; il padrone che avvelena i suoi operai con la biacca, perché — risponde egli — «costerebbe assai più caro il sostituirvi il bianco di zinco»; il sedicente geografo inglese che uccide una vecchia perché non risvegli un villaggio nemico coi suoi pianti, e il geografo germanico che fa impiccare come infedele la giovane nera che aveva preso per concubina; il consiglio di guerra che si accontenta di quindici giorni d’arresto per il guardaciurma di Biribi convinto d’assassinio… tutto, tutto, nella società attuale insegua il disprezzo assoluto della vita umana — di questa carne tanto deprezzata sul mercato! Ed essi che garrotano, che assassinano, che uccidono la merce umana deprezzata, essi, che hanno fatto una religione della massima: per la salvezza pubblica bisogna garrotare, fucilare, uccidere — si lamentano perché poco si rispetta la vita umana!
No, fino a quando la società reclamerà la legge del taglione, finché la religione e la legge, la caserma e la corte di giustizia, la prigione ed il bagno industriale, la stampa e la scuola continueranno ad insegnare il disprezzo supremo della vita dell’individuo, non chiedete ai ribelli il rispetto di questa società! Sarebbe esigere da essi una dolcezza ed una magnanimità di un grado infinitamente superiore a quello di tutta la società.
Se volete, come noi, che la libertà intera dell’individuo, e per conseguenza la sua vita, sia rispettata, siete forzatamente condotti a ripudiare il governo dell’uomo sull’uomo, qualunque sia la forma che prende; siete costretti di accettare i principi dell’Anarchia, per tanto tempo maledetti e beffeggiati e perseguitati nella persona dei suoi adepti. Dovete cercare, con noi, le forme sociali che possono in meglio realizzare questo ideale, e mettere fine a tutte le violenze che vi ripugnano.

Fare e disfare, comporre e scomporre

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( Dal Web )

Nando (alla) De Riva
«Il pericolo è nell’istante che precede il salto, sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa,
ecco l’onestà: il resto è sotterfugio» 
Albert Camus 
Abbattere ogni chiesa 
La libertà non bisogna solo volerla. Saperla affrontare è questione tutt’altro che risolta, anzi questione dove una risoluzione non può esserci.

Oggi possiamo partire e sperimentare la meravigliosa idea di sovvertire l’esistente, per provare ad impattare contro l’assurdo. Ribelli che si dimenano in una zattera senza destino, la cui rotta è aperta a tutte le possibilità. Per andare contro ogni autorità e le sue relazioni obbligate e mercificate.
Nessuna chiesa potrà suonare le campane della fuoriuscita dal ghetto. Anche le chiese anarchiche. Negare qualunque chiesa è quel modo indissolubile per distruggere tutti i santuari e le cappelle. Per creare lo scarto con qualunque circostanza chiusa, con qualunque cornice. Alla larga. Soprattutto da quest’ultima chiesa, produttrice di bispensiero latente. Prendere le distanze anche, e in maniera irriducibile, dalle parrocchie anarchiche.
La rottura per sputare su questo mondo non è conoscibile. L’azzeramento di tutti i valori incancreniti prodotti da questo esistente può portare ad una condizione di caos, questione che può aspirare alla libertà. Sappiamo cogliere questa possibilità?
La distrazione dalla lotta della distruzione del mondo si incontra con i mostri che ci vivono accanto, quel cambiamento scenico tecnologico, il quale va a braccetto con la sua forma tollerante e democratica. Tutti questi orchi vorrebbero mutilarci, per governarci una volta per tutte e spegnere ogni passione danzante intorno al fuoco della rivolta.
La barbarie è già dentro le mura. La tecnica si è rivelata portatrice di barbarie. La cosiddetta modernità non ci libera dal dolore. La barbarie, purtroppo, viene alimentata e accettata dai più. La macchina del potere per progredire ha un estremo bisogno di gestire il suo stesso spirito che avanza inesorabilmente. E la guerra civile è l’eventualità in atto delle barbarie. Sarebbe ora di finirla con certi automatismi dei progetti per darsi ad una progettualità possibile, chiara e riproducibile che si tenga viva con la comunicabilità fra organizzazioni informali, gruppi di affinità e l’agire, cioè l’unione fra pensiero e azione.
Rompere anche con noi stessi 
Quali effetti hanno le nostre idee nella realtà in cui interagiamo? Riusciamo a sentire e a sentirci parte di una rottura? Appena si accende la critica infuocata, ecco che si cade sui malintesi, si percorrono ridondanze abissali, si cerca di trasmutare il proprio significato. E l’azione che dovrebbe parlare con se stessa tace, invece di creare. Individuare il nemico, le sue interazioni e i suoi rapporti, attaccandolo senza illudersi che sia una distruzione definitiva: ecco la riproducibilità dell’attacco. Ogni azione non è mai quella che non sottende l’agito, cioè semplicemente il desiderio di volere essere chiari: essa è quella che è. E la nostra intelligenza sovversiva non si nutre soltanto di sogni, ma anche di scarti, di diserzioni.
Bisogna distruggere il nemico prima che esso distrugga la possibilità di creare un mondo altro. La struttura dell’esistente non ha nubi e depressioni ma è fatto di autorità, produzione e tecnologie, letali per noi stessi e vitali per tutto ciò che è mercificato.
Scontro e comprensione attraversano tutti coloro che desiderano e vogliono continuare ad approfondire la conoscenza dei metodi per rompere conquesto noi, nella tortuosa strada ad ostacoli che l’esistente ci pone di fronte e a lato.

La coerenza è indigente perché non riceve che dichiarazioni di principio. Tutti coerenti. Quindi la coerenza non è da prendere con serietà perché la pratica sollecita e brulica di risposte differenti. Quando ci si fa coinvolgere dal desiderio di innestarsi nei tentacoli dell’obbedienza, tale desiderio è avvertito soltanto da animi in grado di sentirlo nella sua dirompente sedizione. Avere quella leggerezza del negativo fa rima con l’agilità di sapersi muovere, con la mente in continuo allenamento.
Metodi come scelta 
Oggi niente minaccia veramente lo stato di cose, nessun cedimento dell’amministrazione nel tempo dell’oppressione. Esistono però rumori nella notte, come pratiche più ampie di giorno, partecipazioni a (pochissime) lotte contro elementi specifici. Lotte che vanno contro ciò che ci impedisce di vivere come si vorrebbe, lotte che tentano di debellare l’accomodamento giornaliero. Da soli o insieme. È qui che entra in discussione il metodo, esso suggerisce valutazioni e riflessioni.
I metodi per portarsi ad una rottura con l’esistente richiedono applicazione pratica e teoria sovversiva come base. Il metodo è anche altro: è scelta di vita, non può essere avallato da un qualsiasi manuale rivoluzionario. Il metodo è scelta di vita di ognuno di noi perché le sue radici dovrebbero essere in continua mutazione ed espansione, non diventare miopia ideologica come luogo separato. Occorre che certe esperienze e certe emozioni divengano pratica quotidiana, con le proprie gioie e le proprie pene, rigettando ogni realismo politico.
Se non si aspettano scadenze militanti e tempi consequenziali del potere, se non c’è tregua nei momenti di lotta, si entra nella dimensione dell’attacco. Questa dimensione, quando entra nelle nostre vite, la possiamo vedere in qualunque faccia, anche nemica, e percepirla nei più disparati attimi: alla lettura di qualcosa e alla vista di una simbologia oppressiva, vedendo un rappresentante del mondo o nella sensazione sgradevole di un atto prevaricatore. Se entriamo nell’infinito della sovversione è molto più facile comprendere cosa possiamo definire attacco. Al contrario, non si guarda più alle questioni nude che emergono dal sottosuolo grazie all’idea della libertà e ci si angoscia in modo rancoroso. Ci si chiude in questo scantinato ritenuto prezioso e si pensa a come difenderlo. Come sovvertire all’ombra di una parrocchia militante?
Alla ricerca della gioia 
La vita è una fonte, il che non ha niente a che vedere con un’origine o un qualcosa di necessario. Il coraggio della risolutezza non è una questione consueta. Al coraggio, va di pari passo l’immaginazione. Il primo sentore del coinvolgimento in un’ipotesi di libertà è la facoltà singolare di immaginare. Questo modo fantasioso, suscitato dal ragionamento su cosa abbiamo intorno, non può essere slegato dall’azione.
Ecco che il primo moto di comprensione è quello del tutto spontaneo, quel bambinesco sentimento di fiducia nella vita. Senza di esso non tenteremmo teorie e pratiche conseguenti. Con questo metodo ci disponiamo criticamente verso ogni questione, accettando il nulla come un fatto. Il nostro metodo è progettato in modo limitato per natura, non ha nessun paradigma certo del futuro. Che tutte e tutti viviamo in un mondo conflittuale è una convinzione generalizzata fra le compagne e i compagni. Se pensassimo che tutto sia pacificato, il totalitarismo sarebbe già in fase di eccedenza.
Lo sfruttamento non è un fatto pacifico e i dominanti non sono sicuri di continuare a dominare, progettando armi di difesa a braccetto con la tecnologia di continuo.
Assumerci di essere parte di altro ci farebbe bene ed è per questo che risultare estranei ad ogni omologazione ha in seno la risolutezza dei nostri sforzi per liberarci.
Volere che la nostra tensione del tutto o niente sia fuori tempo e fuori ritmo, per non cadere nella logica dei piccoli passi comprensibili. Darsi una prospettiva senza limiti è il senso della passione dove la vita è o, altrimenti, non è. Come le rotture che affrontiamo nella vita. Un gioco continuo fra il comporre e lo scomporre.
L’azione è riflessione in atto perché i motivi della sua creazione sono diversificati. Anche la gioia è un motivo intrigante, spesso è il solo motivo a cui aspiriamo quando si agisce. È qui che entra in gioco la coscienza, che nell’azione brucia se stessa. Si inserisce nella realtà, ma tende al sogno, a quell’elemento distruttivo che la sottende. Provare gioia per quello che si fa è praticare la pienezza di un’idea.
Indispensabile è prendere coscienza della parzialità. Anche se noi agiamo, non abbiamo cognizione di quanto le nostre azioni siano dirompenti. Viviamo e ci sentiamo vivi, ma non sappiamo cosa significa vivere.
Saper osservare 
Oggi le enormità di trasformazioni in corso superano notevolmente le nostre capacità di immaginare. L’idea demenziale del progresso riempie gli scaffali dei negozi e produce le grida e le morti di migliaia di indesiderabili nel Mediterraneo e non solo, in mezzo al ronzio delle macchine, ai richiami incessanti di freddi schermi asettici, producendo una natura geneticamente modificata, contaminata da radiazioni nucleari che, malgrado la maggioranza delle persone aderisca al cosiddetto paradiso tecnologico, resta l’aspetto crudele del genocidio. Questo gelido mostro è reso possibile ed inesorabile dallo sviluppo enorme della tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico è legato profondamente ai rapporti esistenti: rapporti di oppressione e dominio. Oggi le tecnologie nascenti sono determinate dai rapporti che ne sono espressione, così come l’esistente è trasformato integralmente dall’introduzione delle tecnologie. Subiamo e produciamo tutto questo, non esiste un male di natura trascendentale. E questa idra si sviluppa in un contesto certo: una società autoritaria e mercificata. Se le classi non esistono più in modo ottocentesco e novecentesco, gli sfruttati e gli oppressi esistono eccome. Qua si presenta davanti ai sovversivi la prospettiva gioiosa della distruzione. Oltre all’attacco delle strutture del dominio e dei suoi propugnatori e difensori, è necessaria la distruzione delle credenze e della mentalità di stare insieme all’epoca della mega­macchina.
Il tempo diviene sempre più stretto, perché non è solo la schiavitù agli apparecchi la sola nemica, ma anche la trasformazione in atto di noi stessi attraverso queste macchine, il cui spirito razionale ci penetra. L’individuo che ne risulta è diventato somigliante alla macchina. Invece, la macchina non potrà mai diventare totalitaria contro l’imprevedibilità e l’unicità dell’individuo. Cadremmo in errore se lasciassimo scavare la trivella tecnologica in noi per un’attesa messianica del diluvio. E allora torna prepotente il tema della distruzione. Essa abbisogna di conoscenza e di coerenza di mezzi e fini per attaccare il nemico: questa è l’unica coerenza su cui vale la pena discutere ardentemente.
Sperimentare e condividere i modi per attaccare questo tecno­mondo potrebbe dare linfa alla distruzione di antenne, infrastrutture energetiche, strumenti di propaganda tecnica e le sue telecomunicazioni.
Anche se i tempi ci indicano più la calma che la rivolta, sabotare significa anche saper guardare meglio, per meglio crearci le nostre possibilità di azione. Non è detto che in una rivolta circoscritta in un luogo ben definito non si possano fermare le comunicazioni del nemico, come non è detto che in presenza di un movimento locale contro una nocività, essa non possa essere contestata ed attaccata altrove. Abbandonare lo scontro simmetrico per abbandonare ogni mediazione, anche con noi stessi, per portare un conflitto irreversibile dove il dominio non se lo aspetta.
Stringere per le mani la propria vita 
Essere determinati da quello che ci opprime, attraverso le vessazioni della società, ci porta a ritualizzare certi contesti. Tradizioni, identità collettive e riproduzioni di gesti programmati spremono il nostro tempo in maniera inesorabile. Tendiamo a parlare di qualità, ma la misurazione delle questioni che portiamo in superficie è sempre dietro l’angolo. Pensare e ripensare oltre l’abitudine sviluppa le nostre possibilità di immaginare una tensione all’agire che dà senso ad un altrimenti. Certe volte la superiorità numerica, soprattutto armata che mette in campo il potere, non può molto davanti all’intelligenza della sovversione. Se abbiamo chiaro che certe infrastrutture sono necessarie per far funzionare l’intera società attraverso il flusso di merci e informazioni, vediamo anche che esse risultano essere dovunque, lontano e sotto i nostri occhi. Con delle simili possibilità si è più liberi di volare con il pensiero che certi uccelli.
Per chi sa dove guardare e vuole rendere questo sguardo alla portata di chi ascolta, intrigato da certi spunti, si può dire che il Re, i suoi castelli e ciò che collabora alla sua esistenza siano difesi ma anche vulnerabili.
Senza saper mantenersi nella disponibilità di agire non ci può essere rivolta. Saper osare è anche superare il semplice disgusto e la semplice testimonianza di vivere in un mondo che ci inorridisce. Essere risoluti è un passo enorme da fare nella propria vita.
Questa risolutezza che si alimenta con il coraggio, non è quello di mostrare i muscoli, non è quella pulsione machista dello scontro frontale a tutti i costi. Questo coraggio è semplicemente avere l’accortezza di sapersi mantenere vivi, dove nessuno specchio ci possa far superare la nostra deformità. Al gregarismo che esegue gli ordini, anche quelli militanti, dovremmo opporre il coraggio delle nostre idee, l’ostinazione di rendere materialmente tangibile il nostro smisurato pensiero di libertà.
La sedizione non è possibile senza questa intransigenza, senza questa ostinazione che non ha niente a che vedere con il martirio e il sacrificio, ma entra in quel mondo meraviglioso della congiura e del saper stringere per le mani la propria vita. E questo splendido sentito lo trovo anche negli altri, quando i cuori si infiammano e non si lasciano mai andare alla litania del «non aver potuto farci niente».
Attaccare la nostra sottomissione è anche sapere che nessuna azione che tende alla libertà rimane mai sola. Al mondo esistono ancora anonime e anonimi in grado di farci sorridere e di darci suggerimenti. Sappiamo ancora creare cortocircuiti che diano forza ad una possibile interruzione del mondo?
Distruggere l’identità 
La paura di entrare nel vortice dell’ignoto può essere presente anche nella sovversione, ma ciò che potrebbe aiutarci ad aprire il proprio cuore verso qualcosa che non conosciamo è la tensione per l’imprevisto.
Nessuna certezza può rassicurare il fatto di sentirsi anarchici. Mettere in dubbio tutto e seminare questo dubbio nelle angherie sociali ci permette di dare continuità ai nostri sogni. Nessuna definizione dovremmo appiccicarci addosso. Il continuo fluire fra teoria e pratica, e il continuo rovesciarsi fra pratica e teoria è quello che non ci fa fare nessun passo definitivo ma ci mantiene nel salto di provare a cambiare radicalmente noi stessi, per liberarsi insieme ad altri. Saper rischiare è mantenere vive le nostre idee. Si ama senza riserve perché si odia infinitamente, vero?
Questo mondo attira tutta la nostra ostilità, ma se non sapessimo dare un senso nostro e differente a quell’elemento di unicità che fa nascere l’azione?
Precipitare nel nulla creatore può essere un buon modo per scansare da sé e da ciò che ci determina il movimento perpetuo dell’urgenza di situazioni, del fare delle cose. Preferire la bellezza qualitativa che è differenza anche col fine di sbarazzarsi delle identità collettive, le quali non sono altro che nauseanti portatrici dello schema dell’identico e del quantitativo nel cuore. Trovare la forza della diversità spinta all’infinito è molto più intrigante che perseguire la fede religiosa dell’essere tutti uguali, tutti identici. Scansare dai nostri incubi la manfrina militante del vincere o del perdere (o della lotta, a volte, paga…) per vivere la sola vita che si ha a disposizione, cercando di viverla nel modo giusto che riteniamo donarle.
In questo contesto si decide come assumersi nella vita agire organizzati, creare gruppi di affinità e rendere le azioni dirette dirompenti. Questa scelta si basa su cosa intendiamo per anonimato, informalità, essere affini con altre e altri, e quale progetto vogliamo darci, non dimenticando per strada l’irriverente spontaneismo che ha sempre attraversato l’anarchismo.
Se abbiamo a cuore la fine di ogni specialismo, creatore di capi e gregari, dobbiamo fare i conti con l’annoso problema dell’identità.
Ciò che intendiamo come nostro modo di lottare, prima di tutto, dovrebbe essere appagante con i nostri desideri. Darsi solo alla funzionalità e all’efficacia, trancia di netto il nostro agire. Considerare giusto ciò che è anonimo e informale è aprirsi con fierezza a noi stessi. Liberando l’azione e non dando nessuna proprietà ad essa, questa può divenire una pluralità. Se l’azione è di nessuno, potenzialmente può essere di tutti coloro che la guardano con simpatia. L’oscurità dell’anonimato ci protegge spesso da chi ci sorveglia e ci vorrebbe mettere la museruola, ma anche da una certa spettacolarizzazione di un mondo dominato dai mass­media. Essere senza mediazioni, vuol dire far parlare la selva oscura così com’è.
Se si pone fine all’anonimato, finiscono le potenzialità della diversità ed entra prepotentemente in gioco la rappresentazione, nemica di ogni tensione anarchica. Non fornire nessuna spiegazione al nemico, ci può fare uscire dalla rappresentazione mediatica e politica per darsi all’ebbrezza di un anarchismo anonimo, sedizioso e deciso ad attaccare. Questo può rendere più semplice anche la moltiplicazione di vari gruppi di affinità, senza produrre banalmente uno scontro fra ribelli e Stato, con una marea di spettatori in mezzo. Fra l’attore e lo spettatore dovremmo preferire la diffusione delle pratiche di distruzione e solidarietà, perché non esiste solidarietà senza rivolta.
Contro l’adesione militante 
Dei lampi di pensieri entrano in un universo mentale che cercano di praticare alcune idee rendendosi conto che esiste una conflittualità sociale più ampia, rifiutando con intransigenza qualunque sotterfugio politico. Il rifiuto della politica si basa anche sull’uso di strumenti per tenersi a galla; la rivendicazione combattente e la dichiarazione di intenti futuri hanno a che fare, in qualche modo, con la politica. Un esempio lampante sono stati gli anni 70 qui in Italia: centinaia di atti sono stati rivendicati, ma migliaia delle azione dirette non hanno avuto nessuna presunta paternità e sono diventati ricchezza della conoscenza dei sovversivi a venire. Abbattere la separazione della conflittualità latente con la negazione di tutti i ruoli sociali è una questione delicata ma che dovrebbe essere affrontata non solo fra azioni che si parlano, ma anche attraverso quello spazio senza confini che sono le relazioni attraversate da affinità e conoscenza reciproca.
L’informalità e l’anonimato distruggono parte di noi stessi e scavano anche in quello che abbiamo intorno: non c’è nulla che attanagli di più il dominio della possibilità che una distruzione anonima possa rendere incontrollabile l’oltrepassamento di un intero sistema.
Se le pratiche come l’autorganizzazione delle lotte, la conflittualità permanente e l’azione diretta diventassero concrete possibilità per gli sfruttati, cosa accadrebbe? Malgrado tutta la sua potenza, il potere teme proprio questo: la diffusione di una rivolta insubordinata, fuori da ogni mediazione e controllo.
Le prospettive di rottura non possono essere contate con il numero degli attacchi fatti al potere, ma dovrebbero essere pensate insieme alla rottura molteplice del tempo e dello spazio dell’oppressione. Questo potrebbe essere l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali esistenti.
La rivendicazione porta in seno anche il terribile problema del linguaggio. Nominare una realtà di cose significa intrinsecamente ridurla e questa riduzione va di pari passo con il tradimento. Il linguaggio non è solo sessista (enorme problema comunque), ma non è nemmeno neutro: spesso serve a celare la questione sollevata da un fatto accaduto.
Un salto nell’ignoto può essere anche fatto sbarazzandosi di tutte le abitudini militanti. Per questo è fondamentale non mutilare certi dibattiti.
Continuare a rimettere a fuoco la possibilità di come intervenire autonomamente nelle lotte, come incendiare le affinità e far generalizzare certe pratiche potrebbe essere il miglior modo per scontrarsi fra differenze, alterità e compagne e compagni che hanno a cuore il lungo ed impervio percorso di sovvertire l’esistente. Ognuno con il suo contributo e non per acuire le differenze per darsi ad un’adesione, ma per trovare i mille rivoli per sabotare il mondo.
Complici non sostenitori 
Oggi sappiamo che difficilmente le lotte sociali, portando in seno rivendicazioni parziali, possono aspirare fin da subito a ribaltare il tavolo delle contrattazioni con il potere per aneliti di rottura con pezzi importanti del dominio. Questa constatazione però non può spingerci nel baratro della rinuncia alle aspirazioni sovversive in contesti sociali. E qui ritorna in gioco la questione del metodo da vivere, non da usare. Un nodo da sciogliere: come porsi con chi ci ascolta e capisce (talvolta) quello che diciamo? Come sono le nostre relazioni con questo fantomatico altro? Questo altro, poi, non è da trovare solo nelle lotte specifiche, ma lo si affronta e ci si confronta anche in altri momenti delle proprie vite, anche quelli più fugaci.
Potrà sembrare una banalità, ma le possibilità che ci diamo per tessere relazioni di complicità con gli altri si basano tutte sulla chiarezza. Diffondere le proprie idee, le proprie tensioni, la propria visione dell’esistente, senza fermarsi alla particolarità contro cui si sta lottando per raccordare il proprio discorso contro il dominio. Questa presunta banalità di base, non può essere mascherata neanche dalla cosiddetta ragione di movimento, che assomiglia non poco alla ragione di Stato. Agire in libertà è sempre meglio del fare in modo forzoso.
Ecco perché è importante fare sempre richiamo alla conflittualità intransigente, quell’ostilità continuativa che crea delle distanze da aspiranti leader e possibilisti portaborse politici, per darsi ad un immaginario che renda palese l’odio per qualsiasi istituzione. Tenersi a distanza per tenere il mondo dello Stato e i suoi mediatori fuori dai nostri contesti relazionali. Un ottimo esempio storico lo si può recepire nella lotta contro il nucleare alla fine degli anni 80: tutto quello che le/i compagne/i hanno portato come contributo a quella lotta era chiaramente ostile ad ogni forma di sotterfugio. Questa irriducibilità non andava solamente contro i signori del nucleare, ma anche contro i signorotti che vedevano quella lotta solo come strumentale per fini politici (la cosiddetta opposizione fittizia di partiti di sinistra, ambientalisti antropocentristi e legalitari insieme a pacifisti, delle volte delatori) e contro anche chi metteva in discussione solo il nucleare, senza preoccuparsi del mondo che lo applaudiva e ne cantava l’avvento perché motore essenziale per la continuazione di guerre e oppressione.
La convinzione che si possa allargare e far deflagrare una lotta specifica anche con il coltello della libertà in mezzo ai denti, senza mai darsi al banchetto delle cariatidi politiche, è data dall’idea minimale che l’insurrezione è un fatto sociale. Non volere una vita diversa dentro gli schemi, ma rompere tutti gli schemi per far esplodere le forze eterogenee, quelle passioni sfrenate che danno senso alla trasformazione.
Questo modo di pensare ha le sue radici anche su un fatto del tutto consequenziale alla forma storica di convivenza sociale chiamata Stato: chi si sente cittadino non ha bisogno di riflettere ed agire, ma detiene la sua fortezza sicura nell’obbedire ed essere strumento funzionale della macchina statale. E allora se ribelli senza nessuna bandiera da difendere decidessero di sperimentare la dispersione nel tempo e nello spazio della sovversione, questa non andrebbe anche contro un certo modo di pensarsi cittadino qualunque e fruitore di servizi?
È la possibilità di incendiare i focolai, di soffiare sul fuoco per generalizzarli, che può farci sentire il calore dell’affinità. Oltre i traboccanti centri, esistono variegate periferie da attraversare e sperimentare. Ecco perché una lotta che indica i difetti di un progetto di morte, senza dare linfa al pensiero che sono gli stessi progetti di morte le protesi del totalitarismo della realtà, non vuole una rivolta contro quel progetto, ma una resistenza per attizzare gli istinti per la maggior parte di dissenso democratico, rimanendo nell’ordine del discorso di potere e contro­potere. Criticare la causa dei mostri creati dall’esistente è un ottimo modo per non essere contro questo modo di intendere il sistema, ma inoltrarsi nella lotta contro qualunque sistema. Rinunciare alla propria tensione utopica fa rima con alleanze, cioè quando il realismo della comunanza forzata ha fatto a pezzi l’eccesso per darsi alla misura della comprensibilità di possibili sostenitori. Altra cosa, diametralmente opposta, è darsi alla ricerca della complicità.
La distruzione di un intero edificio sociale non può essere opera di poche teste calde e sovversive. Nessuna azione, per quanto accurata e rivelatrice di sfruttamento, potrà riuscire a sovvertire interamente questo mondo. Il diluvio insurrezionale ha bisogno degli atti individuali come delle sommosse collettive. Tutte e due dovrebbero essere in cerca della miccia pronta ad esplodere.
Il rifiuto dell’altro è comprensibile e per molti aspetti anche onesto. E questo rifiuto non può essere debellato ritornando alle solite parrocchie militanti, ma facendo esondare le molteplici differenze. L’insurrezione non è una sommatoria di atti, ma come certi atti possono interrompere il potere, allora la ricerca di possibili complici è questione del tutto spontanea per fomentare l’attacco contro il dominio.
Reciprocità contro l’adesione 
Oggi abbiamo davanti a noi una doppia prospettiva: abbandonarci al disordine e al piacere o, in senso qualitativamente opposto, darsi al mondo del reale, alla sua visione utilitaristica delle cose.
Se gli esseri umani aspirano a diventare bravi cittadini, non facendo a meno del pragmatismo e della comunella politicante, allora solo l’esagerazione del desiderio può spezzare questo incubo latente.
La gente chiede a gran voce ordine, tranquillità davanti ad uno schermo e si movimenta solo se le circostanze del proprio orto la fanno sobbalzare. Difficile che mettano a soqquadro un intero modo di pensare. E quando aprono i propri cuori alla possibilità di essere altro, si fermano per paura della caduta.
Se non riusciamo ad avanzare una qualsiasi rivendicazione ragionevole, addio dialettica. Per questo è irragionevole contare sulla ragione delle proprie idee. Togliamoci dalla testa che l’anarchia sia qualcosa che verrà. Possiamo contare su dei complici perché la nostra sete di libertà è un crimine. Un crimine non solo contro lo Stato e il Capitale, ma anche contro la stessa contemporanea convivenza umana.
Ecco perché ricercare l’altra/o porta con sé il desiderio dell’affinità, della conoscenza reciproca, della disponibilità dello scontro relazionale e della comprensione pensante, senza mediatori di mezzo e senza gregari al seguito. La vicinanza dell’altro può avere la forza del riverbero. La singolarità, l’unicità, l’irripetibilità è ostile in ogni istante all’idolo sociale chiamato società. Non si può programmare di imbattersi nell’assurdo, non si può esorcizzare la paura di esso, bisognerebbe solo sperimentarlo. La gioia sta nel pensare e nell’agire, contro il dominio ma anche distante da chi riduce le tensioni in becere divisioni militanti perché, citando Zo D’Axa, non c’è vita ma c’è lotta per la vita.

Delle capacità rivoluzionarie

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( Dal Web )

Free-lancer [Luigi Galleani]


Una volta, quando un anarchico parlava di sciopero generale, soleva aggiungere anche l’aggettivo rivoluzionario o insurrezionale.
Ora non più.

Ora invece c’è fra gli anarchici chi si sforza a far risaltare che lo sciopero generale per avere un risultato pratico (è la parola preferita) deve essere immune da velleità rivoluzionarie.

Una volta la “barricata” era il simbolo e il segno della lotta anarchica, era il nostro grido di guerra, il nome augurale dei nostri fogli di propaganda e di battaglia, il sogno delle nostre anime rosse.
Ora non più.
Ora c’è fra gli anarchici chi mette in ridicolo la barricata, come una pazzia d’altri tempi; c’è chi nega alla lotta armata aperta piazzaiola, ogni e qualsiasi valore.
Una volta si diceva alle classi dominanti: voi squillerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Ai vostri cannoni, noi opporremo la nostra dinamite.

Oggi non più.

Oggi si esagera la potenzialità delle armi guerresche, per concludere che alla lotta petto a petto col nemico è inutile pensarci più.
Per essere più spicci: una volta si esaltava l’insurrezionismo e tutti s’era d’accordo nel ritenere che soltanto l’urto violento fra le folle armate e i giannizzeri dell’ordine poteva aprire il varco alla libertà ed al benessere. Ora invece si cerca da alcuni di sviar la mentalità anarchica da quella concezione, e si rivestono a nuovo i vecchi e stantii argomenti del socialismo… scientifico; per dimostrare l’inanità dell’atto violento.
Il diavolo s’è fatto frate.
È il vecchio problema delle capacità rivoluzionarie che si riaffaccia più impellente che mai.
Si dice anzitutto: la folla è apatica, codarda, o per lo meno incosciente. Non ci seguirebbe nell’attacco contro le nuove bastiglie borghesi. È quanto dire: la folla è incapace di fare la rivoluzione.

L’angolo visuale, il caposaldo del programma anarchico — se così volete chiamarlo — è la necessità assoluta della rivoluzione sociale. Dente per dente noi diciamo. Sbarra contro sbarra. Alla violenza statale, risponda la violenza plebea.
Una volta ammessa la necessità della rivoluzione, bisogna vedere se c’è nelle masse la capacità a compierla. E se non ci fosse bisognerebbe crearla.
Chi giunge a negare che questa capacità ci sia, che sia possibile crearla, che quando vi fosse sarebbe presso che inutile in quanto che rimarrebbe sterile ed impotente dinanzi alle straboccanti forze nemiche; non può fare a meno di concludere che non c’è via di scampo fuori della riforma.
E in verità, riformisti della più bell’acqua posson chiamarsi coloro fra gli anarchici, i quali rimpiccioliscono e snaturano l’anarchismo negando la possibilità dell’insurrezione armata.
Fra questi ce n’è di quelli che per avvalorare la loro tesi, giungono a sentenziare che i governanti per meglio soffocare le insurrezioni fanno costruire le vie più larghe che sia possibile.

C’è chi crede che le sommosse piazzaiole, le guerriglie, le «jacqueries» non facciano né caldo, né freddo al governo.
 Basterebbe un plotone di fanteria per sedarle…
È strano che gli anarchici italo-americani che la pensano in quel modo, sostenevano e sostengono che una banda di rivoluzionari armati di rivoltelle ammazzacani, potevano impadronirsi del
 Messico, quant’è largo e lungo, e instaurarvi il comunismo.
Quali che siano i moventi e il fine delle guerriglie messicane, una cosa esse dimostrano: che non è così facile come a prima vista si pensa disperdere e sopprimere delle bande armate, quando non sian poche, e mettano in fiamme tutto un paese.
Si dirà che il Messico ha una topografia speciale. Ma l’America non è tutta in New York, né la Francia in Parigi, né l’Italia in Milano.

Chiunque sia passato in un campo minerario e abbia girato gli occhi intorno, ha potuto constatare che un centinaio di minatori armati, appostati negli anfratti delle colline, costringerebbero alla fuga un reggimento di soldati.
C’è chi dice: la massa non comprende l’atto audace dei generosi che si lanciano primi nella mischia. Rimarrebbe indifferente. La massa, rispondiamo noi, si muove sotto gli impulsi dei bisogni e delle emozioni del momento.
Carlo Pisacane e i suoi compagni furono trucidati dai contadini che avevan chiamati alla rivolta contro la tirannide borbonica. Ma qualche anno dopo, Garibaldi e i suoi mille, sbarcando a Marsala furono acclamati e seguiti dal popolo, e poterono compiere quello che era follia sperare.
Altri dicono: gli insorti non sarebbero capaci di tener fronte alla orde poliziesche. Ebbene io, sia detto fra parentesi, non ho il più pallido entusiasmo per la guerra regia, ma sono abbastanza sincero da riconoscere che la guerra, fra tanti mali, avrà recato questo po’ di bene: i superstiti alla strage torneranno ai focolari e all’officina meno torpidi, più audaci, sprezzanti del pericolo.

È stato detto ed a ragione, che colui il quale ha per milioni di volte sfidato la morte durante due… o tre anni di vita di trincea, non scapperà più davanti al randello del poliziotto o alla lancia del cosacco. Egli saprà fabbricare bombe e granate a mano, e saprà farne uso.

C’è di più: dopo tre anni di guerra, il novantanove per cento dei soldati, saranno convinti antimilitaristi. E se è vero che anche oggi si ribellano e si ammutinano di fronte al nemico d’oltre frontiera, è lecito supporre che quegli ammutinamenti e quelle ribellioni si ripeteranno quando si comanderà loro di sparare contro i fratelli, i figli e le madri.
E poi in fin dei conti la rivoluzione non è la guerra su un unico fronte o intorno ad una fortezza. 
È tutto un popolo che insorge, è tutta una nazione che va in fiamme.
 Quei che considerano l’insurrezione come una bagologia giacobina, ripongono tutte le loro speranze nello sciopero generale, e dal modo che parlano lasciano supporre che lo sciopero generale basta a se stesso.
È auto-sufficiente ha detto qualcuno. Noi, — lo abbiamo detto altra volta — senza togliere allo sciopero generale il suo valore, pensiamo che di per se stesso e da solo, non basta a scardinare il regime attuale e che il proletariato dovrà sempre ricorrere all’insurrezione per liberarsi sia dall’oppressione statale, sia dallo sfruttamento economico. Lo sciopero generale non deve essere un sostituto della insurrezione: ecco tutto.
Qualcuno, commentando il recente sciopero generale in Spagna, dice che ogni volta che gli operai minacciano uno sciopero generale la paura s’impossessa della borghesia, (chi lo nega?) e soggiunge che ricorre alle misure estreme: alla legge marziale con le uccisioni per le strade, ai consigli di guerra, alle fucilazioni, per rompere lo sciopero ed assassinare gli scioperanti.
Chiunque non sia abbarbagliato da preconcetti, concluderà che se il governo ricorre alle misure estreme contro gli scioperanti, questi a loro volta, se vorranno preservare la vita e raggiungere 
la vittoria, dovranno ricorrere agli estremi rimedi. Lo sciopero generale, in altre parole, deve essere simultaneo all’insurrezione. Contro la violenza, la violenza: è legge di suprema salute.
La nostra salute, dicono gli altri, è in seno alle organizzazioni operaie.
E da un certo punto di vista non han tutti i torti, perché non son pochi quelli che, una volta oscuri lavoratori, dal seno delle organizzazioni hanno succhiato tanto latte da far della loro pancia una capanna.
La nostra salute, quella degli anarchici essi insistono, è nelle organizzazioni operaie che riescono a produrre movimenti tali da far traballare il regime capitalista governativo.
 Si tratta quindi di domandarsi se nella sola questione economica risieda la forza rivoluzionaria che dovrà cambiare gli attuali ordinamenti sociali.
E ciò potrà essere argomento di un prossimo articolo.
*
Ci siamo domandati nello scorso numero, se — come opinano taluni — nella sola questione economica sta la forza rivoluzionaria capace a travolgere le istituzioni sociali imperanti oggidì.
Noi, pur non negando al fattore economico la sua parte, crediamo di poter affermare che i movimenti ed i rivolgimenti sociali non sono determinati soltanto dai bisogni economici, ma da motivi di ordine politico, morale e sociale, e anche da ragioni di dignità nazionale.
Ad avvalorare questa tesi s’è spesse volte citato il caso della Comune di Parigi, e s’è detto — e certo non a torto — che il popolo parigino insorse forse più di tutto, perché punto dal sentimento patriottico mortificato ed offeso.
Ed anche nelle rivolte del 98 in Italia c’era un po’ di sdegno e di rabbia contro disinganni e i tradimenti del re, della camarilla di corte, e dei generali da vedova allegra.

Del resto anche fra il prossimo sovversivo c’è chi s’augura una disfatta delle armi italiane, perché spingerebbe alla rivolta il popolo disilluso e contrito per immane sacrificio di sangue e di ricchezze, inutilmente compiuto.
E l’unica ragione che induceva Malatesta ad augurarsi la débacle dell’impero teutonico, era la speranza che i sudditi di Guglielmaccio, in tal caso, morsi dal più atroce dei disinganni, avrebbero gridato al traditore e rivoltate le armi contro coloro che li hanno trascinati alla guerra.
Ci torna sempre a mente la frase di Guglielmo Ferrero: «I destini futuri delle nazioni europee dipenderanno dall’impressione che la guerra lascerà sull’animo del popolo».
Il fragore della guerra ha infatti svegliato dal loro lungo letargo le popolazioni più apatiche e ha fatto nascere in loro un pungente interessamento per le questioni ed i problemi della vita nazionale, ed internazionale anche.

Sicché non è azzardato supporre che, per via della grande esaltazione dello spirito nazionale operatasi prima e durante la guerra europea, il problema maggiore e più pressante del dopo-guerra — che potrà acuire la lotta di classe e spingerla verso la sua fase risolutiva — non sarà una pura e semplice questione di aumenti di salari e di diminuzione di ore di lavoro.
Ecco perché noi non crediamo che la salute degli anarchici e dei rivoluzionari sia solo e soltanto nelle organizzazioni economiche, le quali per loro natura rimpiccioliscono la questione sociale ad una gretta questione di stomaco.

Né tampoco siamo portati a credere che soltanto le organizzazioni economiche siano capaci di provocare dei grandiosi movimenti che facciano traballare le colonne della società borghese.
Se il movimento operaio dovesse improntarsi ed informarsi ad una tale credenza — e per molti è una vera e propria superstizione, addirittura un dogma — sarebbe davvero un grande malanno per le sue future sorti. Perché ci condurrebbe ad escludere a priori l’imprevisto od il fortuito storico, che pure hanno tanta parte nello sviluppo delle nazioni e dei popoli, in quanto che precipitano le latenti crisi sociali.
Per le organizzazioni europee la guerra è stata un «imprevisto». Ed è principalmente perciò che sono andate a rifascio; dimostrandoci quanto avessero malcontato sulle loro «forze numeriche», sull’«educazione sindacale» e sulla «coscienza di classe» degli organizzati, nonché sulla onestà politica e la fede… incrollabile dei pastori.

Dal solco della guerra spunteranno nuovi, molteplici ed urgenti problemi, che le organizzazioni politiche ed economiche, ormai sbaragliate, demoralizzate, sfiduciate, non potranno e non sapranno risolvere. E le risolverà la folla anonima, punta dal disinganno e spinta dalla disperazione, opponendo ad estremi mali, estremi rimedi.

Ma v’è di più. C’è ancora da vedere se la questione dei miglioramenti economici, che informa l’attività delle organizzazioni, non possa essere sfruttata dalle classi dominanti; se cioè, per la preservazione del loro privilegio, non possano accondiscendere alle proposte di sedicenti riforme sociali, ed in tal modo acquietare gli animi e addormentare lo spirito di rivolta.
Scriveva Bovio nel 1883, nella prefazione alla terza edizione ad Uomini e tempi, e sembran parole scritte di questi giorni, da un osservatore profondo della convulsa ora storica che volge al tramonto: «Avviene sempre così, le reazioni si appiattano dietro il cartello delle riforme sociali e lì immolano la libertà e l’onore delle nazioni alla idea Fame.
Ma è vero poi che le nazioni fecero conto più del pane, che dell’indipendenza, della libertà e dell’onore? Niente costano alle nazioni i titoli della loro dignità? Innanzi a questi problemi si scopre più tardi il socialismo della reazione».
Già sin d’ora la borghesia comincia a mettere, come suol dirsi, le mani innanzi per non cascare.

Per bocca di Asquith il governo inglese ci fa sapere che sta studiando alcune riforme «per una più equa distribuzione dei frutti dell’industria fra le varie classi della popolazione».
In occasione del minacciato sciopero generale dei ferrovieri in America, ne abbiam visto e sentite delle belle. Abbiamo letto nei giornali conservatori la proposta della statizzazione delle ferrovie. Abbiamo sentito Wilson dichiararsi entusiasticamente favorevole alle 8 ore di lavoro.
La tattica ambigua ed ipocrita dei lodi arbitrali di Wilson, il Giolittismo, e la «politica dei compensi» in Italia, il sindacalismo cattolico, e il neo-sindacalismo nazionalista in Europa, fanno davvero dubitare molto che la forza e la capacità rivoluzionaria trovino asilo nel seno delle organizzazioni economiche.

I più ardenti sostenitori della quadruplice intesa e perciò i nemici più acerrimi dell’impero teutonico, riconoscono che, malgrado tutto, qualcosa han dovuto imparare dalla Germania, e servirà loro d’ammaestramento pel futuro. Essi han riconosciuto cioè che quell’attaccamento rigido e quella fede cieca delle classi lavoratrici di Germania verso i loro governanti ed i loro padroni, ne veniva dalle molte riforme ad esse concesse, e dal miglior trattamento ch’esse godono, in paragone degli altri paesi dove l’industrialismo è più o meno sviluppato.
La vasta legislazione sociale dell’impero era informata appunto allo storico motto di Bismarck: «Lo Stato più forte è quello che dà di più».
I giornali più conservatori lardellano i loro articoli di propaganda bellica con frasi come queste: «La guerra ha messo in valore le grandi energie e la generosa abnegazione delle classi lavoratrici, che nessuno dovrà più mai disconoscere».
«Primo e più urgente compito del governo, all’indomani della guerra, sarà quello di riparare all’incuranza con cui ha trattato pel passato gli interessi più vitali del proletariato, con una più vasta e più equa legislazione sociale».

In una parola l’attuale momento politico in Europa è caratterizzato da un maggiore interessamento delle classi dirigenti per i problemi operai, e tutto fa prevedere che i governi, in nome e per conto dei capitalisti, non disdegneranno di scendere a patti con le organizzazioni operaie, sospingendo il movimento di classe nei tortuosi viottoli della riforma e della collaborazione.
Concludo: l’aggruppamento corporativo anche quando fosse una necessità per raggiungere qualche miglioramento immediato, (che in ultima analisi si risolve in un bel nulla) non sarà mai uno strumento di rivoluzione sociale, poiché per sua stessa natura e pel modo con cui è costretto a svolgere la sua azione, ammansisce anziché irrobustire le capacità rivoluzionarie della massa.

Che cosa è fallito

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( Dal Web )

A. Visalli

È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s’è pensato molto ad organizzare, s’è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla. Bastò che i capoccia del sindacalismo francese, tedesco ed italiano dessero, in buona o mala fede non importa, il loro consenso alla guerra per vedere il triste spettacolo di milioni d’uomini che si credevano emancipati, accodarsi su le orme dei mali pastori ligi al governo per interesse o per paura, e poi andare a servire quella bandiera, quella patria, quel re che erano stati il loro ludibrio, il cinquantenario bersaglio della loro propaganda rivoluzionaria. E tutto ciò senza una protesta virile, efficace.
Avrebbero di certo agito differentemente se non si fossero abituati a pensare con la testa dei sacerdoti, dei duci, del sinedrio.
La presente guerra ci ha rivelato moltissime cose. Ha messo il dito sulla cancrena organizzatrice, ha scoperto che molta propaganda s’è fatta per parere semplicemente sovversivi, mentre di fatto non lo si è; ha scoperto che si ha ancora la fregola di contarci, di essere dietro al numero, e non dietro alle coscienze. Milioni di organizzati che se semplicemente avessero osato, avrebbero potuto impedire la presente guerra, sono la prova più lampante del marcio delle cosiddette organizzazioni sovversive.

I governi devono scomparire

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( Dal Web )

Bartolomeo Giaroli

Gli uomini sono fatti per giovarsi, e non per combattersi a vicenda. Quei pochi miglioramenti che si possono riscontrare nelle condizioni dei popoli non furono introdotti per cura dei rispettivi governi, ma loro malgrado. Il benessere presente è frutto della costanza dei popoli nel combattere contro i governi per la rivendicazione della loro naturale libertà, e la raggiunsero al prezzo di molti sacrifizi, e sanguinosi martìri.
La parola governare non vuol dunque dire beneficare; ma soggiogare popoli per farli servire all’ambizione, agl’interessi, alla cupidigia di quell’ente, che sfrontatamente si arroga il nome di governo. Né io sono il solo che dica i governi essere infesti all’umanità; l’egregio professore Giuseppe Allievo già scrisse: «Le nazioni conquistarono l’indipendenza, il governo conquistò le nazioni, che avevano affidate a lui le proprie sorti e confusa con esso la propria esistenza… da quel giorno la potenza dello Stato più non conobbe misura… organizzò a sua voglia la società e, compiuta la creazione sociale, si riposò dicendo: l’umanità son io… Il potere governativo è peso che opprime. Lo sente la società europea. Le coscienze umane si elevano esclamando: l’umanità siam noi individualità libere ed immortali; creazione nostra è lo Stato!». Tale il grido della riforma politica, e più avanti prendendo il tono profetico esclama: «verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo sarà quella che esso combatterà non per l’indipendenza dallo straniero, ma dalla statolatria». Antonio Fratti, uomo chiarissimo, in una conferenza tenuta in Milano disse: «Noi vogliamo che la chiesa qual è cada. Le insubordinazioni, le rivolte, le congiure, che tuttodì scoppiano in ogni Stato, sono prove manifeste che i popoli non possono più tollerare i rispettivi governi, sono tanti segni evidenti che il raffazzonamento attuale dei popoli è reso insufficiente a contenere il grado di sviluppo raggiunto dalla presente generazione. L’opera dei governi non fu mai rivolta ad altro scopo, che quello di frenare i popoli che corrono sulla via del progresso. Ora i popoli diventano ogni giorno più impazienti del freno governativo e, come si espresse l’onorevole Bovio, “bisogna aprirgli la via, se gli si mettono davanti delle siepi, essi le ardono e passano”».
L’uomo è nato libero; ma la lunga educazione servile e religiosa lo aveva reso inconsapevole della sua dignità. Ora, grazie alle condizioni mutate, riacquista la sua coscienza naturale e, sdegnoso del freno che per tanti secoli tollerò inconscio della propria degradazione, abbatte ogni ostacolo al conseguimento della sua naturale libertà. La libertà equivale alla vita, e colla rivendicazione della libertà i popoli riacquistano di fatto il diritto alla vita, che finora non possedettero che di nome; e, come dicono i giuristi, i popoli riacquistano il «ius in re», mentre finora non ebbero che un «ius ad rem». Tutti i governi sedicenti civili ammettono, anzi proclamano l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; l’uguaglianza nel godimento dei diritti civili e politici; ma soggiungono: «salve le eccezioni determinate dalle leggi». Ora, siccome le leggi sono fatte da loro, così i cittadini non godono altri diritti che quelli consentiti dai governi legislatori. Dunque l’uguaglianza proclamata dai governi è bugiarda, i diritti consentiti sono illusori. Quale uguaglianza ci può mai essere tra chi comanda, e coloro che sono costretti ad obbedire? Quali diritti si possono godere sotto governi che non hanno altro scopo che di sfruttare i popoli a loro esclusivo vantaggio? I governi anziché essere la guida dei popoli sulla via del progresso, sono un ostacolo, un impedimento quasi invincibile al conseguimento del benessere comune; esercitano sui popoli un’azione uguale a quella dell’acido solforico sulle sostanze organizzate; dunque i governi debbono scomparire.

Che cos’è l’anarchismo?

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Dal Web

L’anarchismo è una teoria politica, con l’obiettivo di creare l’anarchia:

“l’assenza di un padrone, di un sovrano”              

(Pierre-Joseph Proudhon – 1969, P.264) 

In altre parole, l’anarchismo è una teoria politica che cerca di creare una società di cui ogni individuo collabora liberamente con i suoi simili.

Per questo, l’anarchismo indica tutte le forme di controllo gerarchico, che sia controllo statale o capitalista, come non necessarie e dannose all’individuo e alla sua individualità:

mentre la conoscenza popolare dell’anarchismo è di un violento movimento antistatale, l’anarchismo è molto più sottile, con varie sfumature, che un semplice oppositore di potenza governativa. 

Gli anarchici oppongono l’idea che il potere e la dominazione siano necessari per una società, ed invece chiedono più cooperazione, e forme d’organizzazioni sociali politici ed economici non gerarchici”. 

(Susan Brown – 1993, p.106)

Ma l’anarchismo e l’anarchia sono indubbiamente le idee peggio rappresentate tra le numerose teorie politiche.

Generalmente, le parole sono usate per significare “caos” o “disordine”, e cosi per implicazione, gli anarchici desiderano disordine sociale con un ritorno alla “legge della giungla”.

Il processo di travisamento non è senza paralleli storici.

Per esempio, in nazioni dove esistono governi di una persona (monarchia), le parole “repubblica” o “democrazia” sono state usate precisamente come “anarchia” per indicare disordine e confusione.

Quelli che desiderano mantenere lo stato attuale, ovviamente useranno quest’opposizione, ad una nuova proposta di società, indicando come questa porterà solo caos:

“siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l’anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d’ordine.”    

(Errico Malatesta – 1974, p.12)

Bisognerebbe cambiare questa “idea comune” dell’anarchia, allorché la gente possa vedere che un governo ed altre strutture gerarchiche non sono necessari, e che l’anarchia non significa “caos”.

La mia speranza per questo scritto è dimostrare logicamente quanto sono ridicole le frasi buttate al vento sull’anarchia.

Non sto cercando di “creare” anarchici con questo scritto, ma voglio soltanto aprire qualche porta a chi non conosce ed a chi parla di sproposito:

“cambia opinione, convinci il pubblico che il governo, non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà dentro completa solidarietà.”              

   (Errico Malatesta – 1974, p.12-13)

Questa prima domanda fa parte del processo di cambiamento, delle idee comuni, che riguardano l’anarchismo ed il significato dell’anarchia.

 

 

 

 

Che  cosa  significa “Anarchia”?

 

La parola “anarchia” viene dal greco. An significa “non”, “assenza di” o “mancanza di”, più archos che significa “un regnante”, “direttore”, “capo”, “persona al comando” o “autorità”.

“anarchia viene dalle parole greche significando

contrari all’autorità”.

(Petr Kropotkin – 1970, p.284)

Mentre le parole greche, Anarchos ed anarchia sono spesso prese come “non avere nessun governo” o “essere senza governo”, come possiamo vedere, il significato originale dell’anarchismo non era semplicemente “non governo”.

“An-archia” significa “senza regnante” o più generalmente “senza autorità”, ed è in questo senso che gli anarchici hanno sempre usato la parola. Per esempio, Kropotkin sosteneva che l’anarchismo:

“non solo attacca il capitale, ma anche le maggiori fonti della potenza capitalistica: legge, autorità e stato”.

(Petr Kropotkin-1970, p.150)

L’anarchia significa,

“non necessariamente assenza d’ordine, com’è

generalmente presunto, ma assenza di governo”.

(Benjamin Tucker – 1969, p.13)

Dunque, l’eccellente sommario di David Weick:

“l’anarchismo può essere capito come un’idea generica sociale e politica, che esprime negazione per ogni potere, sovranità, dominazione e divisione gerarchica, e una volontà di dissoluzione…l’anarchismo è quindi più che contro lo stato…anche se lo stato…è giustamente, il fulcro centrale della critica anarchica.”

(David Weick – 1978, p.139)

Per questo motivo, piuttosto che essere solamente contro lo stato o governo, l’anarchismo è prima di tutto un movimento contro la gerarchia.

Perché? Perché la gerarchia è la struttura organizzativa che incarna l’autorità. Siccome lo stato è la forma più “alta” di gerarchia, gli anarchici sono, per definizione, contro lo stato, ma questo non è una spiegazione sufficiente dell’anarchismo.

Significa che l’anarchismo si oppone a tutte le forme d’organizzazione gerarchica, non soltanto allo stato:

“il termine anarchia viene dal greco, ed essenzialmente significa, “nessun padrone”.

Gli anarchici sono persone che rifiutano tutte le forme di governo o d’autorità coercitiva, tutte le forme di gerarchia e dominazione.

Sono dunque contrari a quello che l’anarchico messicano, Flores Magon, chiamò “l’oscura trinità”-lo stato, il capitale e la chiesa.

Gli anarchici sono dunque oppositori del capitalismo e dello stato, oltre che di tutte le forme d’autorità religiosa.

Ma gli anarchici desiderano anche stabilire o fare sì che avvenga, con vari metodi, una condizione d’anarchia, che è, un decentramento della società senza istituzioni coercitive, una società organizzata tramite una federazione d’associazioni volontarie.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p.38)

Il riferimento alla “gerarchia” in quest’ambiente è uno sviluppo abbastanza recente.

Gli anarchici “classici” come Proudhon, Bakunin e Kropotkin usavano la parola raramente (preferivano usare la parola “autorità”).

In ogni caso, è chiaro dai loro scritti che la loro è una filosofia contro la gerarchia, contro ogni disuguaglianza di potere o privilegio tra individui. Bakunin parlò di questo quando attaccò “l’autorità ufficiale”, ma difese “l’influenza naturale”. Poi disse,

“vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere.”

(Michail Bakunin – 1953, p272)

Quest’opposizione alla gerarchia non si può limitare allo stato o al governo. Include tutte le relazioni autoritarie, economiche e sociali, oltre a quelle politiche, particolarmente quelle associate alla proprietà capitalista ed al lavoro stipendiato.

Questo si può vedere dall’argomentazione di Proudhon:

“il capitale nel capo politico è analogo al governo. L’idea economico del capitalismo e la politica del governo o dell’autorità sono identici e collegate in vari modi. Quello che il capitale fa al lavoro, lo stato fa alla libertà.”

(citato da Max Nettlau – 1996 p.43-44)

Cosi troviamo Emma Goldman opporsi al capitalismo, perché questo sistema obbliga la gente a vendere il proprio lavoro e cosi assicurava che:

“l’inclinazione e giudizio del lavoratore sono

subordinate al volere del padrone.”

(Emma Goldman – 1979, p.36)

Quarant’anni prima, Bakunin evidenziò il solito punto quando affermava che con il sistema attuale:

“il lavoratore vende se stesso e la sua libertà per un tempo definito al capitalista in cambio di uno stipendio.”

(Michail Bakunin – 1953, p.187)

Dunque, “anarchia” significa più che solo “assenza di governo”.

Significa opposizione a tutte le forme d’organizzazione autoritarie e gerarchiche. Come disse Kropotkin:

“l’origine del principio anarchico della società, sta nella critica delle organizzazioni gerarchiche e della concezione autoritaria della società, e nelle analisi delle tendenze annotate nei movimenti progressivi dell’umanità.”

(Petr Kropotkin – 1970, p158)

Dunque, il tentativo di affermare che l’anarchia è puramente contro lo stato, è una sbagliata rappresentazione della parola:

“quando si esamina gli scritti degli anarchici, oltre al carattere del movimento anarchico, è evidente che non hanno mai avuto una visione limitati ad essere solo contro lo stato.

Hanno sempre contrastato tutte le forme d’autorità e sfruttamento, e sono critici del capitalismo e della religione tanto quanto allo stato.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p40)

Solo per citare l’ovvio, l’anarchia non vuol dire caos, e nemmeno vuol affermare che gli anarchici vogliono creare caos e disordine.

Invece, desiderano una società basta sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria.

In altre parole, una società “dal basso in alto”, e non imposta “dall’alto in basso” dalle autorità.

 

 

 

Che cosa significa “anarchismo”?

 

Citando Petr Kropotkin, l’anarchismo è:

“il sistema non-governativo del socialismo.”

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

In altre parole:

“l’abolizione dello sfruttamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, vale a dire l’abolizione della proprietà privata e dello stato.” 

(Malatesta citato da M.Graham -1974, p.75)

L’anarchismo, dunque, è una teoria politica con l’obiettivo di creare una società con l’assenza di gerarchie politiche, economiche e sociali.

Ritengo che l’anarchia sia una forma vitale di sistema sociale e bisogna lavorare per incrementare la libertà individuale e l’uguaglianza sociale.

Vedo l’obiettivo della libertà ed uguaglianza come fattori di sostegno reciproco.

Oppure come disse la famosa massima di Bakunin:

“siamo convinti che la libertà senza il socialismo sia privilegio ed ingiustizia, che socialismo senza la libertà sia schiavitù e brutalità.”       

(Michail Bakunin – 1953, p269)

La storia dell’umanità dimostra un principio.

La libertà senza uguaglianza è soltanto libertà per i potenti, ed uguaglianza senza libertà è impossibile, una giustificazione per la schiavitù.

Mentre ci sono molti tipi d’anarchismo, ci sono sempre state due posizioni comuni, opposizione allo stato ed opposizione al capitalismo. Nelle parole dell’anarchico individualista, Benjamin Tucker, l’anarchismo insiste per:

“l’abolizione dello stato e l’abolizione dell’usura; nessun governo dell’uomo sull’uomo e nessun sfruttamento dell’uomo sull’uomo.”    

 (Citato da Eunice Schuster – 1970, p.140)

Gli anarchici vedono profitti, interessi ed affitto come usura e sfruttamento, e cosi si oppongono alle condizioni che li creano, tanto quanto allo stato.

Generalmente, nelle parole di Susan Brown, l’anello unificantetra le forme d’anarchismo:

“è la condanna universale della gerarchia e della dominazione, e la volontà di lottare per la libertà individuale.”                      

(Susan Brown – 1993, p.108)

Una persona non può essere libera, se è soggetta allo stato o all’autorità capitalista.

La teoria dell’anarchismo sostiene la creazione dell’anarchia, una società basata sulla massima “nessun dominatore.”  

Per ottenere questo:

in comune con tutti i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà privata della terra, del capitale e dei macchinari è sorpassata; che è condannata a sparire: e che tutti i requisiti di produzione devono diventare proprietà comune della società, gestita in comune dai produttori del benessere. 

E sostengono che l’ideale di un’organizzazione politica della società, è una condizione dove le funzioni del governo sono ridotte al minimo, e che l’obiettivo definitivo della società è la riduzione delle funzioni del governo al nulla, in pratica, alla società senza governo; all’anarchia.

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

Cosi, l’anarchismo è negativo e positivo. Analizza e critica la società attuale, mentre al solito momento offre una visione della nuova società potenziale, una società che rende al massimo certi bisogni umani, che il sistema attuale non offre.

Questi bisogni, molto semplici, sono la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

L’anarchismo unisce l’analisi critica con la speranza, perché, come indicò Bakunin, lo stimolo di distruzione è uno stimolo creativo.”  

Uno non può costruire una società migliore senza capire cos’è sbagliato in quella presente.

 

 

 

 

Da  dove  deriva l’anarchismo? 

 

Non posso fare meglio che citare “The Organisational Platform of the Libertarian Communists” prodotto dai partecipanti del movimento makhonovista durante la rivoluzione russa:

“la lotta di classe, creata dalla schiavitù dei lavoratori e le loro aspirazioni di libertà partorì, durante l’oppressione, le idee dell’anarchismo: l’idea della negazione totale del sistema sociale basato sui principi di classe e dello stato, e rimpiazzarli con una società libera non-statale di lavoratori autogestiti. 

Cosi, l’anarchismo non deriva da riflessioni astratti di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dai bisogni e necessità dei lavoratori, dalle aspirazioni di libertà ed

uguaglianza, aspirazioni che diventarono particolarmente vive nel miglior momento della vita e lotto delle masse lavoratrici. 

I grandi pensatori anarchici, Bakunin, Kropotkin ed altri, non inventarono l’idea dell’anarchismo, ma, avendolo scoperto nelle masse, semplicemente aiutarono, con la forza dei loro pensieri e sapienza, per specificarla e divulgarla.”                                 

(Nestor Makhno – 1989, p.15-16)

Come il movimento anarchico in generale, i makhnovisti erano un movimento di massa della classe operaia, che resisteva alle forze dell’autorità, vale a dire, quelle rosse comuniste e quelle bianche zariste/capitaliste nell’Ucraina dal 1917 al 1921.

Come annotò Peter Marshall:

“l’anarchismo trovò tradizionalmente i suoi sostenitori principali tra lavoratori e contadini.”

(Peter Marshall – 1993, p.652)

L’anarchismo fu creato dalla lotta degli operai per la libertà (certi “anarchici” dovrebbero ricordarsi da dove deriva!!).

Deriva dalla lotta liberatrice e dai desideri di vivere una completa vita umana.

Non fu creato da poche persone distanti dalla vita comune, in qualche torre d’avorio, che vedeva la società in un modo staccato e distante, per poi decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato.

In altre parole, l’anarchismo è l’espressione della lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, un’analisi delle esperienze della gente, di cosa non funziona nel sistema attuale, e un’espressione di come potrebbe essere un prossimo avvenire migliore.

Il socialismo di stato, il comunismo autoritario ed il liberalismo parlano di un’umanità astratta, che nulla ha a che fare con gli individui reali e concreti.

Credendo di aver compreso per via filosofica la natura dell’uomo, si ritengono poi di conseguenza legittimate a prescrivere un codice morale, un’etica di comportamento che implica doveri e diritti per tutti gli uomini.

 

 

Che cosa rappresental’anarchismo?  

 

Le parole di Percy Bysshe Shelley danno un’idea di cosa l’anarchismo rappresenta in pratica e quali ideali lo spingono:

 

L’uomo

D’anima virtuosa non comanda, né obbedisce:

Potere, come una pestilenza desolante,

Inquina tutto ciò che tocca, e l’obbedienza,

 Rovina d’ogni genio, virtù, libertà, verità,

Rende schiavo gli uomini, e della struttura umana

Un automa meccanizzato

 

Come suggerisce Shelley, una priorità alta va concessa alla libertà, per se stessi e per gli altri.

Io considero l’individualità l’aspetto più importante dell’umanità.

Riconosco però, che l’individualità non può esistere in un vuoto, ma è un fenomeno sociale.

Fuori della società, l’individualità è impossibile, in quanto, lo sviluppo e la crescita avvengono attraverso il confronto.

Inoltre, tra lo sviluppo individuale e quello sociale, c’è un effetto reciproco: le individualità crescono interiormente e sono formate dall’ambiente della società, e contemporaneamente, l’individuo aiuta a formare e a cambiare aspetti della società tramite azioni e pensieri.

Una società non basata su individui liberi, su i loro sogni, le loro speranze e le loro idee, sarà vuota e morta:

la crescita di un essere umano è un processo collettivo, un processo nella quale partecipano sia la comunità sia l’individuo.”     

(Murray Bookchin – 1986, p.79)

Di conseguenza, qualunque teoria politica basata solamente sulla scienza o puramente sull’individuo, è una falsità.

Per lo sviluppo dell’individuo al massimo delle sue potenzialità, è essenziale creare una società basata su tre principi: libertà, uguaglianza e solidarietà, che sono dipendenti l’uno dall’altro.

La libertà è essenziale per la massima espansione possibile dell’intelligenza, creatività e dignità dell’uomo.

Essere dominato da un altro, vuol dire essere privato della possibilità di pensare ed agire per se stesso, che è l’unica strada che conduce alla crescita e sviluppo dell’individualità.

La dominazione blocca anche l’innovazione e responsabilità personale, creando il conformismo e la mediocrità.

La società deve necessariamente essere basata sull’associazione volontaria, e non sulla coercizione o l’autorità, per elevare la crescita dell’individualismo al massimo livello.

Citando Proudhon, tutti associati e tutti liberi.”

Oppure, come disse Luigi Galleani, l’anarchismo è:

 “l’autonomia dell’individuo dentro la libertà

d’associazione.”

  (Luigi Galleani – 1982, p.35)

Se la libertà è essenziale per uno sviluppo maggiore dell’individualità, allora, è fondamentale l’uguaglianza per l’esistenza di libertà genuina.

Non ci può essere libertà vera in una società gerarchica, dove esistono diversi tipi di classe, e pieno di divergenze di potere, ricchezza e privilegio.

In una tale società, soltanto pochi, alti nella scala gerarchica, sono relativamente liberi, mentre gli altri no.

Senza l’uguaglianza, la libertà è solo una derisione, dove al limite siamo “liberi” di scegliere il nostro padrone.

Anche l’èlite, in queste condizioni, non è veramente libera, perché deve vivere in una società resa brutta e sterile dalla tirannia e dall’alienazione della maggioranza.

Siccome l’individuo si sviluppa al suo massimo soltanto con il più ampio contatto con altri individui liberi, i membri dell’èlite sono ristretti nelle loro possibilità di sviluppo, data la scarsità di liberi individui con la quale possono interagire.

Per ultimo, la solidarietà significa mutuo appoggio: lavorare volontariamente ed in collaborazione con altri che condividono gli stessi obiettivi ed interessi.

Ma senza la libertà e l’uguaglianza, la società diventa una piramide di classe in competizione.

In una società tale, come per altro la nostra, esiste il “dominare o essere dominato” e “ognuno per se”. Cosi, “l’individualismo brutale” è promosso alle spese del “sentimento della comunità”.

In queste condizioni, non può esistere solidarietà sociale, ma soltanto una forma di solidarietà tra classi con interessi opposti, o forme di carità, indebolendo la società stessa.

La solidarietà non vuol dire sacrifici personali o auto-negazione, perché le ricchezze vere sono i nostri simili ed il nostro pianeta.

L’individualità e le idee crescono e si sviluppano dentro la società, rispondendo ad interazioni materiali ed intellettuali, ed esperienze analizzate ed interpretate dall’uomo.

L’anarchismo, dunque, è una teoria materialista, che si sviluppa e cresce fra interazioni sociali ed attività mentali individuali.

L’anarchismo è un’aspirazione, la cui urgenza è storica e politica, ma non scientifica.

Come tale, assume una valenza universale che va oltre ogni contingenza storica, e perciò nessuna teoria scientifica può influenzarla.

Questo significa che una società anarchica sarebbe una creazione d’esseri umani, non qualche principio divino oppure qualche condizione dell’evoluzione:

“nulla si sistema da solo, tantomeno le relazioni umane.

Sono gli uomini che organizzano, e lo fanno secondo le loro attitudini e conoscenza delle cose.”

(Alexander Berkman – 1977, p.42) 

L’anarchismo si basa sul potere delle idee e l’abilità degli uomini di agire e trasformare le loro esistenze, basandosi su ciò che loro considerano giusto per un miglioramento.

In altre parole, libertà, uguaglianza e solidarietà.