Archivi Blog

Anarchismo e bolscevismo di fronte al problema dell’autogestione (1905-1918)

b05a9d3b3509f5b606de2b651d78798c5a44f1b6_m

( Dal Web )

Giuseppe Rose
Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta»(1) ebbe «un inizio puramente spontaneo»(2). Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale.
La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo — il soviet — con lo scopo iniziale di alleviare «le temibili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». Nel suo primo «abbozzo» il soviet fu una • «associazione permanente operaia» che, a mezzo del Consiglio dei delegati operai, eletti dagli operai di tutte le fabbriche, ed a mezzo di un giornale di informazione operaia — «Izvestia» — riuscì ad inserirsi nelle vicende rivoluzionarie russe.
Di questo nuovo organismo, sorto, si ripete, «spontaneamente, in seguito ad un accordo collettivo, in seno ad un piccolo aggruppamento fortuito e di carattere assolutamente privato»(3), Trotzky così scriveva poco dopo la sua creazione: «L’attività del soviet significava l’organizzazione dell’anarchia. La sua esistenza e il suo sviluppo successivi dimostravano un rafforzamento dell’anarchia»(4).
A questo punto non è inutile richiamare il pensiero di Lenin circa la «spontaneità operaia», la forza «creativa» del proletariato e circa lo sviluppo della rivoluzione «dal basso», affinché si possa meglio comprendere sia la successiva involuzione, nel senso dell’accentramento autoritario, oltre che dei soviet, anche degli altri organismi di base che più ci interessano da vicino, e cioè dei comitati di fabbrica, sorti anch’essi spontaneamente nel 1917, e sia, in senso più lato, lo snaturamento delle concezioni libertarie dell’autogestione, attraverso il cosiddetto «controllo operaio».
A tal proposito è significativo il ben noto scritto leninista Che fare? (marzo 1902), in cui è esplicitamente pronunciata la condanna della spontaneità dei lavoratori in favore di un’organizzazione stabile di dirigenti, di uomini che abbiano «come professione» l’attività rivoluzionaria. «Le masse operaie sono incapaci di elaborare esse stesse un’ideologia indipendente»(5), giacché con le loro forze possono «soltanto pervenire ad una coscienza tradeunionista»(6). Partendo appunto dalla premessa di diffidenza nelle capacità delle masse lavoratrici(7), Lenin passava alla critica del «culto dello spontaneo»(8), la cui teoria, oltre a confondersi con l’economismo opportunista e col terrorismo ed oltre a comportare una limitazione della funzione della coscienza socialista nel movimento operaio, era — secondo Lenin — da ritenersi una teoria borghese. «Ogni culto della spontaneità del movimento operaio, ogni indebolimento della funzione dell’elemento cosciente, del ruolo della socialdemocrazia, significa necessariamente […] un rafforzamento dell’ideologia borghese sugli operai»(9). E più oltre: «Perciò il nostro compito, il compito cioè della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità, di distogliere il movimento operaio dalla detta tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l’ala della borghesia»(10). Dopo queste affermazioni che, palesemente, confondevano i concetti di autonomia ed automatismo, fu facile per Lenin passare alla formulazione di un programma di organizzazione costituita da «un cerchio stretto di quadri stabili di dirigenti, composto principalmente di rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello del partito»(11), e, successivamente, postulare i principi dell’attività rivoluzionaria dall’alto, della partecipazione della socialdemocrazia al governo e dell’utilizzazione del potere rivoluzionario per la creazione di uno Stato potente ed accentratore. Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall’alto? — che è del giugno 1905 — sono già contenute in nuce le linee direttive dell’azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l’attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall’alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un’epoca rivoluzionaria e dell’azione dall’alto, chi non sa determinare le condizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni “situazione rivoluzionaria seria” impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l’insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un’audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario»(12).
Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione — sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale — tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l’idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione(13) l’affermazione dell’attività dall’alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l’utilizzazione del potere rivoluzionario; dall’altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l’affermazione dell’azione diretta, dal basso, e l’opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo.
La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bočarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un’influenza estremamente stimolante»(14).
Nel primo numero di questo periodico venivano riaffermati i principi collettivistici ed anarchici, come il ritorno della terra a coloro che la lavoravano e la distruzione dello Stato, e veniva precisato che la futura organizzazione politica sarebbe «costituita esclusivamente da una libera federazione di liberi artel di lavoratori agricoli e di industriali». Nel 1872, le idee di Bakunin venivano più intensamente e proficuamente diffuse presso i gruppi clandestini russi, da parte di Z. K. Ralli e M. Sazîm, i quali mantennero relazioni ininterrotte e costanti con la Internazionale di Saint-Imier, con Elisée Reclus e col gruppo che gravitava attorno al giornale ginevrino «Le Travailleur».
Se non è possibile calcolare l’entità della spinta — e, quindi, il concreto contributo — da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d’ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici — come: abbattimento dell’autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. — e che, prima dell’estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l’idea della rivoluzione sociale tra le masse»(15). E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico»(16), diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all’affermazione del principio dell’autogestione.
Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione»(17). Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto — secondo quanto scrive Volin — «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d’ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali: la presa del potere e il problema dello Stato»(18), consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l’istinto e l’interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.
«Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell’industria che in quello dell’agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria»(19).
Dopo l’occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine).
Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all’idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie​_ imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall’amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell’amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatato che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende» (Levin) (20).
Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della creazione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica»(21), i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d’ordine strettamente economico — aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. — ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori.
Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l’importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall’alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall’istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»(22); la legge, — che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell’introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all’accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l’amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull’allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti — evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correggendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d’iniziativa operaia»(23); o, tutt’al più, allargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell’autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l’autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città, di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende(24).
Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere», essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto»(25).
Fu in questa stessa conferenza — di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» — che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l’indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale»(26). Comunque — così conclude la Pankratova — «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima volta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»(27). Da questo momento adunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi(28) e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro «l’anarchismo operaio» — reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati — invocando il bene della patria, la situazione economica precaria dei paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell’industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l’idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere(29).
Nella prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica — convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» — si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza(30), infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei club, ed oltre alla precisazione che l’idea del controllo operaio, quale espressione dell’aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull’impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro — condizioni favorevoli [sic] permettendola — dell’instaurazione dell’autogestione operaia(31). E ciò, quando già l’iniziativa operaia dal basso indicava nell’espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori.
In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d’intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell’ora attuale, essere le cellule dell’avvenire, le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai»(32) e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L’allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall’arbitrato obbligatorio, all’arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo — per come scriverà Stefanov nell’opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia — «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome»(33).
Dopo la rivoluzione d’ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l’essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotsky e Kamenef, era stato l’ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo “controllo operaio”, poiché questa parola d’ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l’organo dei potere di una classe. Di quale classe?… Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all’apparato oppressore — quale l’esercito, la polizia ed i funzionari — anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest’ultimo apparato «non può e non deve essere abbattuto», che bisogna «sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione», concludendo che si poteva ottenere ciò «se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo»(34).
Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l’azione politica, ripudiando, di conseguenza, l’azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d’industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti — che credevano nella possibilità di organizzare l’economia mediante un’autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme — dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l’espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l’alternativa all’autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in dispotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull’ipotesi di un’organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall’altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall’entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l’occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito»(35). E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l’insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capaciti autorganizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall’alto. Esso è alieno dall’automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l’opera delle stesse masse popolari»(36).
In breve il decreto del novembre 1917 — che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica — il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende — ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell’economia nazionale, e ne schiacciava l’autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d’ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all’estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d’altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili — alla pari dei rappresentanti degli operai — «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell’ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un’unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gli intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale»(37).
Il decreto del novembre 1917 suscitò dei contrasti sia tra i rappresentanti bolscevichi — fautori della preminenza dei sindacati sui comitati di fabbrica —, sia tra i rappresentanti di questi comitati che rivendicavano giustamente il controllo di ciascun comitato sulla fabbrica nel quale esso operava(38), e trovò degli avversari in alcuni leader bolscevichi ed in seno alla frazione dei «comunisti di sinistra» che già s’era creata all’interno dello stesso apparato centrale del partito bolscevico. L’opposizione alla concezione leninista di controllo operaio si concretizzò, tra l’altro, in un Manuale pratico per l’esecuzione del controllo operaio (redatto dai membri non bolscevichi del consiglio panrusso dei comitati di fabbrica) in cui veniva specificato che «il controllo operaio sull’industria, in quanto parte indivisa del controllo sull’insieme della vita economica del paese, non deve essere considerato nel senso stretto di verifica, ma nel più lato senso dell’ingerenza»: si voleva, cioè, ribadire che il controllo non poteva che essere inteso nel senso della gestione delle aziende o, quanto meno, non essendo in quel periodo di tempo stata eliminata la categoria degli imprenditori-proprietari, di cogestione collegiale e paritaria. E si ebbero infatti molti esempi di gestione diretta, particolarmente nelle industrie del nord della Russia, nei mesi che vanno dal novembre 1917 al gennaio 1918, tanto che un testimone poteva così esprimersi: «I comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa e si sforzavano di risolvere i soli problemi di produzione, di ripartizione, che sembravano loro più urgenti al momento e nel settore più diretto… Le imprese si trasformavano per così dire in comunità anarchiche»(39).
Poiché il contenuto del Manuale e, soprattutto, l’atteggiamento pratico degli operai che confiscavano c gestivano direttamente le aziende non si adeguavano evidentemente allo spirito ed alla lettera del decreto bolscevico del novembre 1917, si dovette ricorrere da parte dei bolscevichi alla redazione di un Contromanuale, in cui veniva esplicitamente riaffermata la subordinazione dei comitati di fabbrica ai proprietari-imprenditori e, conseguentemente, l’esclusione della gestione formale e sostanziale delle aziende da parte degli organismi operai. Gli articoli 7 e 9 di detto Contromanuale sono esemplificativi: «Il diritto di dare ordini circa la gestione dell’impresa, dal suo andamento e del suo funzionamento, spetta soltanto al proprietario. La commissione di controllo non partecipa alla gestione dell’azienda e non ha alcuna responsabilità circa il suo andamento e funzionamento. Questa responsabilità continua a spettare al proprietario» (art. 7); «La commissione di controllo di ogni singola azienda può, attraverso la mediazione dell’organo di controllo operaio, sollevare davanti alle istituzioni centrali del governo la questione del sequestro dell’azienda e di altre misure restrittive nei confronti dell’impresa, ma essa non ha il diritto di appropriarsi dell’azienda e di dirigerla» (art. 9).
Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d’intendere il controllo operaio, il quale — essi sostenevano — se aveva avuto un significato come parola d’ordine rivoluzionaria sino all’ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d’essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» — considerato come una «mezza misura» — alla «gestione operaia», sia pure attraverso l’intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell’economia nazionale socializzata(40). Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali — di fronte al controllo operaio — avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione […] In conseguenza gli anarchici rigettavano la parola d’ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l’espropriazione — progressiva ma immediata — dell’industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva»(41).
Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell’economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell’autoritarismo attraverso i decreti ed i contromanuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l’azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell’anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca(42) e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l’incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici.
Dopo la creazione del soviet supremo dell’economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto — scrive M. Lewin — «di una spinta libertaria d’ispirazione anarco-sindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione(43), ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità di spicco del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d’un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia […] Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico […] i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d’affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici»(44).
I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall’alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l’antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario.
1. Storia del Partito Comunista bolscevico dell’U.R.S.S., Mosca, Ed. Lingue estere, 1949, p. 62.
2. Lenin, Opere, Roma, Editori riuniti, vol. VIII, 1961, p. 77. Cfr. anche Volin, La rivoluzione sconosciuta, Napoli, Ed. R.L., 1950, p. 41.
3. Volin era stato uno dei promotori della creazione del primo soviet: op. cit., pp. 33-46.
4. La citazione è tratta da D. Guérin, L’anarchisme, Paris, Gallimard, 1968, p. 97.
5. Lenin, Que faire?, Paris, Ed. Le Seuil, 1966, p. 95. Cfr. anche di Lenin, Un pas en avant, deux en arrière (1904), Paris, Ed. sociales, s. d., p. 37.
6. Lenin, Que faire? cit., p. 85.
7. Lenin, a seconda del momento politico, espresse sfiducia o fiducia nell’opera delle masse lavoratrici. Prevalse concettualmente la sfiducia, giacché, in epoca posteriore, scriveva testualmente: «Con la parola d’ordine: più fiducia nella classe operaia, di fatto si lavora a rafforzare le influenze mensceviche ed anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt ha mostrato e dimostrato ciò con chiara evidenza». La citazione è tratta da K. Papaioannou, «Le Contrat social», luglio-agosto 1963, p. 211; anche Lenin, Oeuvres choisies, Moscou, 1948, vol. II, p. 903.
8. Lenin, Que faire? cit., p. 88.
9. Ibid., p. 93. I corsivi sono di Lenin.
10. Ibid, p. 96. I corsivi sono di Lenin.
11. Storia del P.C. (b) dell’U.R.S.S. cit., p. 37, con riferimento allo scritto di Lenin, Che fare?
12. Lenin, Opere, vol. VIII cit., p. 442. I due corsivi (anarchia ed anarchico) sono di Lenin.
13. R. Luxemburg, nel n. 69 dell’«Iskra», del 10 luglio 1904, denunciava già «l’ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d’uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno».
14. G. Woodcock, L’anarchia, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 359.
15. Répression de l’anarchisme en Russie soviétique, Paris, Librairie sociale, 1923, pp. 29 e 30.
16. Cfr. Les bolcheviks et l’opposition (1917-1922), Paris, Les Iles d’or, 1957, p. 158, di L. Schapiro, il quale riporta, tra le altre, una citazione di Polonsky, il cui scritto comparve nella «Novaia Iizn», del 28 (15) novembre 1917.
17. Ibid, p. 158; cfr. E. Buisson, Les bolcheviks (1917-1919), Paris, Fischbacher, 1919, cap. VI.
18. Volin, op. cit., p. 107.
19. E. Carr, A History of Soviet Russia. The Bolchevik Revolution (1917-1923), London, 1950-53, vol. I p. 470; cfr. anche P. Archinov, Storia del movimento machnovista, Napoli, Ed. R.L., 1954, pp. 46-47 e V. Serge, L’an I de la révolution russe, Paris, Delphes, 1965, p. 180.
20. Citazioni tratte da Les comités d’usines en Russie à l’époque de la révolution (1917-1918), di A. M. Pankratova, in «Cahier autogestion», n. 4, dicembre 1967, p. 9.
21. Ibid, pp. 6-9.
22. Ibid., p. 11.
23. Ibid., p. 12.
24. Ibid., pp. 14-15.
25. Ibid., p. 20.
26. E. Carr, op. cit., p. 482.
27. A. M. Pankratova, op. cit., p. 22.
28. Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di «consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto».
29. La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi.
30. Per la risoluzione della conferenza, cfr. A. M. Pankratova, op. cit., p. 48.
31. Cfr. lo scritto di Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir?, tratto da Choix de textes de Lénine, «Autogestion», n. 4, p. 129.
32. A. M. Pankratova, op. cit., p. 53.
33. Ibid., p. 53.
34. Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir? cit., p. 129.
35. E. Carr, op. cit., p. 474.
36. Lenin, Werke, vol. XXII, pp. 56 e 613 (in cui è riportato il decreto sul controllo operaio): tratte le citazioni da D. L. Limon, Lénine et le contrôle ouvrier, «Autogestion», n. 4, pp. 66 e 71-73.
37. D. L. Limon, op. cit., p. 73.
38, Il leader dei comitati di fabbrica, Jivotov, nel suo intervento al consiglio panrusso del 28 novembre così dichiarava: «Da noi, nei comitati di fabbrica vengono elaborate le istruzioni che provengono dal basso per abbracciare tutti i rami dell’industria; e sono appunto queste istruzioni quelle che possono avere importanza giacché provengono dal luogo di lavoro e dalla vita.
Esse dimostrano di che cosa siano capaci i comitati di fabbrica ed è per questo motivo che debbono avere la preminenza su tutto ciò che riguarda il controllo operaio»: citato da D. L. Limon, op. cit., p. 74.
39. P. Price, Die russiche Revolution, Hamburg, 1921, pp. 201, e 266, cit. da D. L. Limon, op. cit., p. 89.
40. I. Larine – L. Kritzmann, Wirtschaftsleben und Wirtschaftlicher Aufbau in Soviet Russland, 1917-1920, Hamburg, 1921, pp. 162-163.
41. Volin, op. cit., pp. 115-116.
42. L. Valiani, Storia del socialismo nel secolo XX, Roma, Ed. U, 1945, pp. 109-110.
43. M. Lewin, Le dernier combat de Lénine, Paris, Minuit, 1967, p. 171. L’autore giustifica il processo di burocratizzazione amministrativa che sostituì «la gestione da basso» con l’affermazione, invero molto superficiale, «che gli operai erano troppo incolti» per partecipare efficacemente alla gestione delle imprese.
44. A. Kollontai, L’opposizione operaia in Russia, Milano, Azione Comune, 1962, p. 61 e pp. 28-29.
[Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo, 1971]
Annunci

Casacche

SplitShire-London-Collection-210062-1024x682

( Dal Web )

Non è raro il caso di trovare fra noi anarchici individui che cambiano idea come si cambia la camicia. Oggi anarchici, domani socialisti, o, magari, anarchici… parlamentaristi, ecc. Sono anfibi che agiscono e pensano — o fingono di pensare — mossi da interessi personali e da ambizioni;  cambiano casacca quando intorno la loro nullità non raccatta che indifferenza o ridicolo o disprezzo.
Cotesti individui non sono stati mai anarchici che di nome, ed alla prima occasione in cui l’interesse e l’ambizione non trovano cibo adeguato fra l’ammirazione e la generosità dei compagni, od altrove trovano tornaconti e comodità insperate, appaiono quello che nel loro intimo sono sempre stati: anfibi. […]
Altri, pur facendo il proprio tornaconto anche in contraddizione stridente con le idealità anarchiche, vorrebbero stare con noi ed a noi chiedono appoggio per l’arrembaggio; ed è confortante notare (prova almeno che non abbiamo idoli) come costoro raccolgano, nel caso più benevolo, diffidenza.
Altri, dopo decine d’anni, accortosi finalmente che le idee libertarie oggi domandano abnegazione e non danno la ricchezza, finiscono in sacrestia in compagnia degli altri che, miserabili, furono compagni, ringalluzziti da qualche baiocco, saltarono il fosso divenendo i peggiori diffamatori nostri con calunnie loiolesche e sono essi che decantano la virtù dell’ordine perchè «han visto da vicino la… confusione dell’anarchia» e cercano, se occorre, la riabilitazione o la giustificazione del girellismo, che non è simpatico ad alcuno neppure se è comodo nella prostituzione di altri che li precedettero nella china.
Vi sono poi, disgraziati e deboli più che altro, che non si sanno ribellare all’ambiente in cui vivono. Molti sono libertari sinceri in quanto hanno una aspirazione potente verso una società di liberi e di uguali, approvano le rivolte individuali e collettive, le incitano magari, le provocano quando non ne sono protagonisti ardenti; ma nella pratica quotidiana della vita fanno tanti strappi alla convinzione propria quanto un sacerdote che si rispetti ai dettami del buon dio. […]
L’anarchico testimonia ad ogni istante la sua fede, trova nella natura le sue leggi e si rifiuta al riconoscimento di tutto quello che non ha la sua approvazione.
Vuole governarsi da sé e non accetta altra limitazione al suo diritto che nel diritto di un altro. Non è schiavo di dogmi e cerca nei proletari gli alleati per l’opera di demolizione del regime di privilegio che odia con tutte le sue forze. Non domanda lodi né ricompense né nell’ideale si forma la greppia: questa la lascia agli altri, agli anfibi.

Henry Martin

A proposito di anarchismo e (crisi di) identità

cc6

( Dal Web )

Un testo intitolato “Contro” l’anarchismo. Un contributo al dibattito sulle identità, già apparso lo scorso novembre in Spagna sul periodico Solidaridad Obrera (organo ufficiale della CNT), è stato da poco tradotto in francese e pubblicato sul sito lundi.am (organo non ufficiale del Comitato Invisibile). Questa fin troppo plateale corrispondenza di politicosi sensi fra sindacalisti libertari spagnoli ed intellettuali blanquisti francesi, entrambi bramosi di organizzare gli altri, ci sembra troppo interessante e troppo interessata per essere ignorata. Difficile imbattersi in una più ipocrita lezione impartita a chi non trova posto in questo mondo.
Abbiamo così pensato bene di rendere pubblico anche qui in Italia questo imbarazzante testo. E abbiamo pensato male di farlo seguire da un nostro imbarazzato contributo.

«Contro» l’anarchismo. Un contributo al dibattito sulle identità

«Ricominciare vuol dire: uscire dalla sospensione. Ristabilire il contatto tra i nostri divenire»
Tiqqun
Molti dei nostri cominciano a interrogarsi sulla questione delle identità: cos’è l’identità? Come si articola? È interessante o strategicamente raccomandabile mostrare le bandiere identitarie nel mercato dei processi rivoluzionari?
Tante domande che affronteremo in questo testo cercando di portare una prospettiva diversa a questo dibattito.
Per identità intendiamo il processo simbolico e strutturale di identificazione ed appartenenza a un gruppo, e anche di separazione. È necessario operare una distinzione tra le identità imposte dal biopotere (donna, nero, grasso, ecc.) e le “identità rivoluzionarie” che fanno parte dell’auto-definizione in base alle diverse organizzazioni, ai collettivi e alle individualità (anarchico, comunista, nichilista, ecc.). Queste ultime non sono imposte da simboli discorsivi, sociali e linguistici storicamente determinati dal potere, ma piuttosto dagli individui stessi.
In molti casi, le identità imposte dal biopotere sono categorie di oppressione. Essere assegnata “donna” non fa di te una donna, ma impone una categoria sociale con tutto ciò che significa e comporta. Da parte delle persone oppresse, riappropriarsi, ridefinire le categorie imposte costituisce, nella maggior parte dei casi, un passaggio necessario per articolare un empowerment collettivo a partire dall’identità. Come dice Nxu Zana, donna indigena e femminista:
«Voglio dire che mi sono state imposte una serie di disposizioni cui dovevo adempiere per il fatto di essere una donna, e se non lo avessi fatto sarei stata giudicata, punita, emarginata, stigmatizzata e anche violentata.
Non sono d’accordo con questo, ma non negherò mai la realtà del mio corpo e ciò che essa implica nel mio gruppo, nella mia storia, nella mia vita personale e collettiva; perché sbarazzarsene significa negare una realtà e, nella mia esperienza, cercare di dimenticare se stessi è una menzogna».
Per quanto riguarda le identità imposte, bisogna riconoscere che la loro funzione coercitiva come la loro riappropriazione avvengono a volte chiaramente nel quadro di una lotta discorsiva, simbolica e materiale che si svolge ogni giorno, dappertutto. D’altro canto le “identità rivoluzionarie” nascondono anche una serie di sottigliezze che ci infastidiscono.
Affermiamo senza timore che dichiararsi “anti-sistema”, “anarchico” o con qualsivoglia etichetta similare, significa oggi entrare nella logica del potere. Questa affermazione non è una semplice provocazione: è una necessità strategica e concettuale. In poche parole, nel momento in cui alcuni individui o gruppi si definiscono “anarchici” (o qualsiasi etichetta simile, ovviamente), essi assumono volontariamente un volto riconoscibile agli occhi del potere e, di fatto, si separano dal resto della popolazione. Affermiamo che la logica della separazione è sempre la logica del potere. Questa assegnazione identitaria consente allo stesso modo di segnalare gli individui/collettivi, di attirare l’attenzione su di loro; ora, il potere sfrutta tutti coloro che indossano maschere così riconoscibili. Per il potere è quindi molto più semplice isolare, reprimere ma anche erigere un mostro agli occhi di molti per poter mantenere la separazione che quegli stessi anarchici hanno creato. I risultati prevedibili di una tale strategia sono l’isolamento, l’identificazione e la repressione. E soprattutto, in definitiva: un’incredibile impotenza.
Il potere, prima di volerci distruggere (come possiamo leggere in molti testi distribuiti negli squat dei nostri quartieri), cerca più che altro di “produrci”. Produrci come soggetti politici: come anarchici, anti-sistema, radicali, ecc. Produrci per potere, a posteriori, neutralizzare più facilmente ogni tentativo di organizzazione. È tempo di lasciarci tutto questo alle spalle. Di fronte alla separazione generata dalle “identità rivoluzionari”, noi desideriamo piuttosto dissolverle, cioè renderle indistinguibili, passare inosservati, mantenersi in certo qual modo nel radar del potere ma anche muoversi nei luoghi che abitiamo, insieme, con le persone che ci circondano, senza proclamare nient’altro che la pratica che parla da sé.
La dialettica che ne consegue è la seguente: essa parte da una data ideologia prestabilita (con l’identità ancorata che le è concomitante) e da una forma completamente isolata, a partire da questa esteriorità, questo vuoto. Essa pretende di abbassarsi alla materialità del mondo per “dirigere le masse” e ottenere così questo o quell’obiettivo. Si tratta di una politica da extraterrestri responsabile di gran parte del disastro in corso: è vitale rovesciare questa dialettica. Ci sembra più giudizioso partire da una data situazione comune, da certe necessità e camminare insieme, per gruppi di persone eterogenee senza alcun genere di “identità rivoluzionaria”; a partire da questo, dalla nostra quotidianità, dai luoghi che abitiamo e con le persone che ci circondano, costruire la pratica collettiva che ci conduca ad una strategia rivoluzionaria basata sull’ideale più libertario che vogliamo. «Una comunità non si sperimenta mai come identità, ma come pratica, una pratica comune» (Ai nostri amici)
All’interno di questo conflitto, ci sorprende che una domanda essenziale come «Cosa ci apporta esattamente il fatto di dichiararci anarchici?» non venga formulata. Siamo ancorati e impantanati in vecchie tradizioni rivoluzionarie, perdiamo la chiarezza dell’evidenza che è sotto i nostri occhi. Avanzare questo aspetto ci sembra fondamentale. Proclamarsi anarchici o con qualsivoglia identità rivoluzionaria non ci facilita assolutamente in nulla, non aumenta il nostro potenziale rivoluzionario e non ci aiuta ad organizzarci. In più ci isola e ci rende un facile bersaglio per la repressione. Le identità ideologiche sono un pilastro su cui si basa il nemico e quindi spetta a noi rinunciarvi. Foucault scriveva: «forse l’obiettivo principale oggi non è scoprire, ma piuttosto rifiutare ciò che siamo». Assumere questa premessa è soprattutto un esercizio di umiltà e di sincerità. Ciò non significa che dovremmo dimenticare noi stessi, e ancor meno i nostri morti, ma piuttosto che bisogna incominciare in un’altra maniera.
Partiamo dal seguente punto: il contenuto di una lotta risiede nelle pratiche, nei mezzi che adotta più che negli scopi che proclama. È inutile partire con una borsa stracolma di intransigenze identitarie superflue, di un purismo raffinato e di radicalità morale se ciò genera solo paralisi collettiva. Agendo a partire dai luoghi che abitiamo e sviluppando forme di vita, non emettiamo alcuna grande pretesa ideologica ma piuttosto piccole verità comuni, all’interno di un processo complesso, dinamico e in certe occasioni contraddittorio. È in questo punto che risiede la possibilità di far crescere il nostro potenziale rivoluzionario.
Infine, desideriamo segnalare il divorzio che si produce in molteplici occasioni tra il mondo militante che ci appare come un ghetto (con tutte le sue identità ideologiche) e la vita quotidiana che consideriamo centrale. In altre parole: questi spazi non affrontano aspetti di base e necessari per la vita di tutti, come ad esempio la casa, i trasporti o il lavoro. Fare conferenze, dibattiti e mobilitarsi per organizzazioni diroccate situandosi in un quadro puramente ideologico ed identitario è una parte del problema. Dobbiamo ritornare sulla Terra in fretta. È necessario demolire i muri che abbiamo costruito attorno a noi. Questa scissione tra il mondo militante/identitario e la centralità della vita quotidiana è un ostacolo da superare. Dobbiamo operare un cambiamento di coordinate basando la nostra organizzazione su ciò che è veramente politico, ovvero costruire altre forme di vita con le persone che ci circondano. Questa scissione è anche ciò che spinge molti militanti ad abbandonare la lotta alla comparsa dei primi dubbi individuali: ciò è dovuto al fatto che questa lotta non tiene conto in modo essenziale degli aspetti centrali della vita.
Solo una esteriorità nei confronti della vita rende ciò possibile. Al contrario, è impossibile ritirarsi da ciò che si vive quotidianamente. È necessario evitare ad ogni costo di separare una sfera militante o identitaria e un’altra sfera corrispondente alla “vita”; il nostro compito è quello di dissolvere le identità in modo di passare inosservati e di organizzarsi per assumere le necessità delle nostre vite e poter mettere collettivamente in pratica le nostre aspirazioni.
Noi crediamo fermamente che la lotta sia qualcosa di diverso da ciò a cui siamo abituati. Non ci sorprende che in certi spazi molte persone finiscano stremate dalla loro attività militante, sfinite, svuotate dall’impotenza a cui sono ridotte. È impossibile dissociare la lotta e la vita, allo stesso modo in cui non possiamo separarci da chi ci circonda nel nome di qualsivoglia identità ideologica. Le relazioni di vicinanza e di amicizia, semplici e immanenti, costituiscono il cemento su cui costruire un appello all’insurrezione. Questi legami sono i soli in grado di sostenere una situazione d’emergenza rivoluzionaria; incoraggiamo inoltre la proliferazione di questi legami e li privilegiamo nei nostri differenti modi di organizzarci. Il gioco delle identità ideologiche costituisce un peso su questi legami ostacolandoci nella costruzione di un’altra maniera di abitare il mondo.

Per un anarchismo senza dipendenze

Calimero, il piccolo sindacalista libertario, è in perenne crisi di identità. Gli altri abitanti della corte non lo riconoscono, lo snobbano, lo mortificano. Lui piagnucola, strilla, pesta i piedi, ma poi alla fine fa fagotto e zampetta via. Che rabbia, che impotenza! Vorrebbe diventare grande, metter su famiglia, essere rispettato, farsi un nome e un posto nella società, invece… resta piccolo, solo, spesso deriso. È un’ingiustizia però. E la colpa, sapete di chi è? Di quel colore nero appiccicato alla sua figura. Nero, capite? Come le tenebre, come il crimine, come il Male. Fa scappare la gggente! Dopo anni di esperienza, Calimero se ne è reso conto e vuole porvi rimedio. In suo soccorso è giunta la Tiqqunina con la sua lavaidee.
Pur facendo il sindacalista nei quartieri poveri, Calimero pensa e si esprime come un broker dei quartieri ricchi. Per lui se si spende militanza è per fare un investimento di movimento. Ne vale la pena solo se poi c’è un guadagno almeno in potenza. Il suo cruccio è questo, formulato magistralmente fin dall’inizio: «È interessante o strategicamente raccomandabile mostrare le bandiere identitarie nel mercato dei processi rivoluzionari?». Naaaa, non lo è. Tutto quel nero sulle bancarelle del mercato va rimosso, non promette candore e letizia, fa sudiciume. Laddove c’è il nero, i clienti si spaventano e non si avvicinano. Dove c’è il nero, arriva la polizia a fare controlli. Un’evidenza sotto gli occhi di tutti.
Calimero ha pure le sue ragioni. Solo che non tiene conto di un particolare. Per lui, nero è il colore di una merce in vendita che ha una scadenza e che prima o poi andrà fuori moda. Per lui, nero è il colore di un’uniforme che prima o poi si farà lisa. Per lui, nero è il colore di una identità ideologica che non funziona più. Una sorta di fuliggine che va lavata via. Ma chi non fa il sindacalista broker, e tanto meno è animato da spirito politico, sa bene che «ogni vera libertà è nera».
Contrariamente a quanto si affannano a ripetere i suoi numerosi detrattori, l’anarchismo non è un complesso di dati caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione, ovvero una identità. È un insieme di idee e pratiche portate avanti da chi pensa che la libertà sia incompatibile col potere, e si batte per affermare la prima contro il secondo. Essere contro l’anarchismo, quindi, significa essere in qualche modo a favore dell’autorità, pensare che essa — in una delle sue molteplici forme — possa permettere, proteggere, favorire la libertà.
È evidente che non è un obbligo essere anarchici. Non è comodo, non è popolare, non è conveniente, può essere periglioso. E infatti la stragrande maggioranza dell’umanità, che neanche sa cosa sia l’anarchismo, non lo è di certo. Però, quei pochi che lo sono, quelli che pensano che l’odiata autorità sia nemica mortale dell’amata libertà e viceversa, perché mai dovrebbero vergognarsene? Perché dovrebbero nasconderlo? Perché dovrebbero negare la realtà delle proprie idee? Forse perché queste non «funzionano»? Sarebbe una considerazione sbalorditiva nella sua duplice stupidità. Sia perché l’anarchismo ha più a che fare con l’etica che con la politica (ciò che è giusto è più importante di ciò che funziona, alla faccia dei calcoli strategici), sia perché non ci sembra proprio che una qualsivoglia configurazione del potere abbia mai «funzionato» nel dare felicità agli esseri umani e bellezza alla vita.
Calimero si definisce libertario, le sue idee lo spingerebbero verso l’anarchismo. Ma è anche un sindacalista-broker e i suoi affari politici lo spingono ben lontano dall’anarchismo. Questa contraddizione — vecchia di oltre un secolo — lo manda in corto-circuito, come si percepisce dalle sue parole. Prima opera una distinzione fra identità imposte dal «biopotere» e identità autoimposte dagli individui, poi si sbarazza di questa distinzione e le mescola allegramente. Con sprezzo del ridicolo ci comunica candidamente «che dichiararsi “anti-sistema”, “anarchico” o con qualsivoglia etichetta similare, significa oggi entrare nella logica del potere» perché, così facendo, ci si separa dal resto della popolazione e si facilita la repressione. Più che un concetto strategico, un ragionamento bislacco. Già non si capisce quale sia il vero nodo del problema, se l’anarchismo in sé o la sua pubblica affermazione. Se l’isolamento dalla popolazione o la repressione che esso facilita. Anche qui, in piena confusione, Calimero mischia le carte. Vuol dire che gli anarchici dovrebbero smettere di essere anarchici oppure che dovrebbero far finta di non esserlo per meglio mescolarsi tra la folla? Eppure, lui che vuole «ritornare in fretta sulla Terra» dovrebbe essersi ben accorto che esistono un sacco di anarchici dichiarati che non finiscono affatto nel mirino della repressione (la quale non è così sciocca da dare la caccia a tutti coloro che di tanto in tanto sventolano una bandiera nera). Di fatto ci sono un sacco di persone dabbene fra gli anarchici dichiarati, alcuni dei quali godono pure di pubblica stima: professori universitari, avvocati, artisti, operai in fabbriche d’armi, assistenti sociali nelle carceri… (fra i comunisti, poi, si annoverano perfino sbirri e magistrati). Inoltre, se dichiarandosi nemici del potere si entra nella sua logica, allora per uscirne cosa bisognerebbe fare? Dichiararsi suoi amici? Stare zitti e lasciare parlare gli altri, gli zeloti del pensiero unico democratico? Ma, dato che il linguaggio crea mondi, in tal modo non si farebbe altro che rassegnarsi al mondo del potere o addirittura confermarlo.
Febbricitante, Calimero complica ulteriormente il suo ragionamento sostenendo che «Il potere, prima di volerci distruggere… cerca più che altro di “produrci”. Produrci come soggetti politici: come anarchici, anti-sistema, radicali, ecc». Quindi i sedicenti anarchici non solo fanno il gioco del potere, ne sono un prodotto! Fanno il suo gioco perché sono sue creature! Ebbene sì, lo ammettiamo: che il potere produca soggetti politici non solo fra i difensori dell’ordine, ma anche fra i sovversivi, è innegabile. Basti pensare nel passato a ministri come Juan Garcia Oliver e Federica Montseny, oppure nel presente a consiglieri comunali come Benjamin Rosoux e Manon Glibert. Soggetti politici prodotti dal potere sono infatti tutti coloro che vogliono conquistarlo, amministrarlo, consigliarlo, correggerlo, sostituirlo. Ciò detto, bisogna proprio essere dei babbei per credere che il potere produce chi vuole distruggerlo (se lo fa, avviene involontariamente, così come il nazismo produceva partigiani; ma a nessuno verrebbe in mente di sostenere che i partigiani erano «identità ideologiche» che si separavano dal resto della popolazione). Di fatto il potere produce solo autoritari, ma talvolta riesce a «corrompere» alcuni anarchici affascinandoli con le sue sirene.
Nel suo fervore anti-anarchico Calimero giunge ad un’altra affermazione bizzarra. A suo dire «responsabile di gran parte del disastro in corso» non è lo Stato, il capitalismo e quant’altro; la causa dell’alienazione di massa oggi imperante non ha nulla a che fare con la propaganda e con la tecnologia — no, è tutto demerito della «politica da extraterrestri» messa in atto dalle «identità rivoluzionarie». Insomma, se il potere domina incontrastato sulla Terra è grazie ai pochi isolati sedicenti rivoluzionari che dalla Luna incitano ad abbatterlo, mica ai molti influenti sedicenti non-rivoluzionari che sulla Terra lo sostengono, lo giustificano, lo consolidano, lo consigliano. Misteri della dialettica.
Ad un certo punto il broker che è in Calimero sbotta, sbalordito che nessuno si sia posto la domanda-chiave di ogni buon investimento: «cosa ci apporta esattamente il fatto di dichiararci anarchici?». Non essendo interessato ad esprimere le proprie idee per iniziare a sfidare l’ideologia dominante e creare il proprio mondo, Calimero chiede soltanto dove sia il vantaggio, il profitto, l’utile. Da nessuna parte, ovvio! La polizia ci sorveglia ed i clienti fanno acquisti sulle altre bancarelle del mercato della politica. Ispirato dalla Tiqqunina, per farci capire quale conclusione trarre Calimero si serve di Foucault: «forse l’obiettivo principale oggi non è scoprire, ma piuttosto rifiutare ciò che siamo». Rifiutare ciò che siamo agli occhi dello Stato, ovvero suoi cittadini, è il minimo che si possa fare. Ma rifiutare ciò che siamo agli occhi di noi stessi… e non per codardia o ipocrisia, ma per «un esercizio di umiltà e di sincerità»?
Imbarazzante, davvero. Sembra già di sentirla, la Tiqqunina, con la sua voce da stronza: siamo alle solite, Calimero! Tu non sei nero, sei solo sporco!Un’immersione entusiasta in una situazione, una vigorosa strigliata di lavaidee, e oplà! Dopo un istante ecco Calimero riemergere in una pioggia di applausi nelle nuove vesti di cittadinista sorridente e candido come la neve, pronto a pigolare lodi ai miracolosi effetti sbiancanti della politica. Si capisce fin troppo bene perché la Tiqqunina autoritaria francese abbia accarezzato il Calimero libertario spagnolo che su un settimanale anarchico ha invitato gli anarchici a rifiutare ciò che sono, a ripulirsi del proprio anarchismo.
Quanta amicizia politica nella loro reciproca ricerca di consenso popolare! Quanta comunanza d’intenti nella loro smania di organizzare un piccolo pezzo di società! Quanta condivisione di interessi nel far sì che la gggente rimanga tale! Ci ha commosso vedere questa sintonia nello snobbare le iniziative volte a diffondere le idee (come le conferenze o i dibattiti) e salutare quelle dirette a soddisfare bisogni (come l’alloggio o il lavoro). Perché riempire lo stomaco altrui procura riconoscimento, manovalanza, reputazione, come ben sanno sia i preti (dediti all’assistenzialismo caritatevole nelle parrocchie) che i bottegai militanti (impegnati nel lavoro politico sul territorio). La consapevolezza invece a cosa serve? Non si controlla, non si organizza, è pure pericolosa perché potrebbe rivelarsi un giorno controproducente. A furia di riflettere, infatti, qualcuno potrebbe giungere a conclusioni scomode. Ad esempio, che non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Che è ridicolo partire con una borsa stracolma di desideri insurrezionali, di aspirazioni sovversive e di radicalità retorica se ciò genera scranni comunali e interviste ai media (ma non bisognava passare inosservati? ma non era impossibile dissociare la lotta e la vita?). Che è ipocrita evocare quanto è «complesso, dinamico e in certe occasioni contraddittorio» il processo rivoluzionario al fine di nascondere l’opportunismo dei suoi scaltri strateghi che dividono i mezzi di una lotta dai suoi obiettivi (ma la separazione non era la logica del potere?).
Scaraventati in una realtà esterna aberrante e paurosa, gli anarchici sono segnati dal marchio della diversità. Hanno un corpo sgraziato, una grossa testa sempre tra le nuvole, un linguaggio barbaro, a ricordar loro di non appartenere di diritto alla compiaciuta comunità di Papà Popolo e Mamma Politica. In un mondo totalmente plasmato dall’autorità e dalla merce, sono dei perdenti nati. Sofferenze e frustrazioni segnano il percorso del Brutto Anatroccolo anarchico, il quale è consapevole delle difficoltà, della fatica, e anche delle scarse probabilità di riuscire un giorno a diventare cigno. Ma non ha alternative, non può e non intende rimuovere e rinnegare ciò che è. Rifiuta l’illusione di un mondo bonificato da un cambio di colore e un po’ di politica, di una libertà dove non ci sia consapevolezza. Disprezza l’aberrazione di una esistenza umana misurata dalle strategie di mercato.
La facile affermazione di una forma di vita più beota che gioiosa è un ben miserabile affare, soprattutto considerato che il prezzo da pagare è la perdita di ogni individualità ed autonomia, unita all’impossibilità di progredire in una conoscenza volta alla comprensione di sé e di quanto ci circonda.
A noi non interessa «un’altra maniera di abitare il mondo». Noi sogniamo, noi desideriamo, noi vogliamo realizzare un mondo che sia tutt’altro, dove la vita sia tutt’altra, dove i rapporti siano ben altri. «Rara avis in terris nigroque simillima cycno» è la frase del poeta latino Giovenale da cui è tratta la locuzione che nelle discussioni filosofiche del XVI secolo veniva utilizzata per indicare un fatto ritenuto impossibile o perlomeno improbabile: il cigno nero.
L’incontro tra anarchismo e insurrezione, l’unica possibilità di spazzare via ogni autorità pur minuscola dalla faccia della terra.

Litanie della donna onesta

machine-gun-jesus

( Dal Web )

Anne Archet

Non mi vergogno di dire che ho un vibratore e che so usarlo. Amo il mio vibratore. Il mio vibratore è il mio migliore amico. Non darei il mio vibratore a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio vibratore. Ho sempre il mio vibratore vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio vibratore. Grazie al mio vibratore, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio vibratore è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio vibratore se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio vibratore è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio vibratore fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un vibratore per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho una rivoltella e che so usarla. Amo la mia rivoltella. La mia rivoltella è la mia migliore amica. Non darei la mia rivoltella a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare la mia rivoltella. Ho sempre la mia rivoltella vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie alla mia rivoltella. Grazie alla mia rivoltella, non ho mai paura di rimanere sola. La mia rivoltella è sempre pulita e ben oliata — devo prendermi cura della mia rivoltella se voglio che lei si prenda cura di me. La mia rivoltella è grossa quanto basta per poterla maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo la mia rivoltella fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di una rivoltella per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un marito e che so usarlo. Amo mio marito. Mio marito è il mio migliore amico. Non darei mio marito a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare mio marito. Ho sempre mio marito vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie a mio marito. Grazie a mio marito, non ho mai paura di rimanere sola. Mio marito è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura di mio marito se voglio che lui si prenda cura di me. Mio marito è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo mio marito fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un marito per assicurarsi una tranquillità di spirito.
Non mi vergogno di dire che ho un Signore Gesù Cristo e che so usarlo. Amo il mio Signore Gesù Cristo. Il mio Signore Gesù Cristo è il mio migliore amico. Non darei il mio Signore Gesù Cristo a nessuno. Solo i miei cari più intimi hanno il privilegio eccezionale di provare il mio Signore Gesù Cristo. Ho sempre il mio Signore Gesù Cristo vicino a me, sotto il guanciale o nel cassetto del mio comodino. Di notte, sono calma e serena grazie al mio Signore Gesù Cristo. Grazie al mio Signore Gesù Cristo, non ho mai paura di rimanere sola. Il mio Signore Gesù Cristo è sempre pulito e ben oliato — devo prendermi cura del mio Signore Gesù Cristo se voglio che lui si prenda cura di me. Il mio Signore Gesù Cristo è grosso quanto basta per poterlo maneggiare in maniera sicura, senza rischiare di ferirmi. Conservo il mio Signore Gesù Cristo fuori dalla portata dei bambini. Penso che tutte le donne sole dovrebbero munirsi come me di un Signore Gesù Cristo per assicurarsi una tranquillità di spirito.

Non molliamo

tumblr_mgzhcdpQrd1qzjmo0o1_1280.jpg

( Dal Web )

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.
Per chi battersi?
Qui non è il caso di rifare la storia, già fatte tante volte e sempre con un forte fondo di verità anche quando monca e unilaterale per criteri e calcoli di parte, della genesi della scalata al potere […].
Ma è il caso invece di pensare, e seriamente, ai mezzi ed alle vie onde abbreviare i promessi anni di schiavitù ed uscire da sotto il peso del terrore, che abbrutisce ed umilia, liberandosi e liberando.
Certamente la bisogna non è facile ed è sommamente pericolosa. Troppo tempo è stato lasciato al fascismo per assicurarsi ogni difesa e tutte le complicità. Ha potuto crearsi anche una vasta clientela di gente che vive e lautamente perché vive il fascismo ed alle cui sorti è legata con tutti i cordoni ombelicali.
Ma bisogna volere, fortemente volere. Ed anzitutto scartare i mezzi termini e cessare dal prestare troppo facile orecchio a tutte le panzane fatte circolare da interessati, da ingenui e da perdigiorno […].
Il popolo d’Italia non potrà essere liberato da altri se non da se stesso. In nessun partito deve aver più fiducia. Deve volere la propria libertà; la libertà di tutti i singoli cittadini che compongono il suo complesso, e nient’altro.
E deve servire un’unica idea: quella della libertà che esclude ogni tirannia di partiti e di uomini provvidenza.
Il fascismo-governo nega, e di fatto, all’individuo ogni diritto ed ogni manifestazione personale (fisica o spirituale) che sfugga al controllo dello stato fascista e che non ne segua le prescrizioni. […]
Ora, se in Italia e tra gli italiani emigrati, vi sono ancora uomini che hanno pudore e amore di se sessi, che non vogliono servire la più folle, sanguinosa ed oscena di tutte le tirannie, sorgano in piedi e si battano per la loro libertà!
Sì, individuo del quale è stata decretata la morte ingloriosa o l’asservimento, mani e piedi legati e cervello castrato, alla tirannia, dello stato fascista, sì, uomo, e cittadino, in piedi! Tocca a te; è l’ora tua; in piedi!
Per la libertà!
Come battersi?
In quanto alle grandi masse popolari e proletarie esse sono ancora troppo terrorizzate e avvilite e troppo ancora risentono di tradimenti prossimi e lontani per poter rispondere al primo appello insurrezionale. Le ultime leggi repressive e il domicilio coatto hanno poi ancor di più indebolito le resistenze attive e intelligenti.
Conseguentemente il pensare oggi ad un assalto frontale è temerario e potrebbe risolversi in quella strage che il fascismo anela compiere per meglio assicurarsi il potere.
D’altra parte, contro il fascismo, solo l’azione può servire. Agire si deve per batterlo e per creare quelle condizioni di sgretolamento che renderanno possibili movimenti su più larga scala o generali.
Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili.
Nei diversi ambienti e tra i diversi ceti si formino ristretti comitati e gruppi d’azione. Non è detto che ognuno debba compiere necessariamente atti violenti; ognuno compia invece quegli atti, di offesa al nemico, possibili, date le attitudini le capacità e i mezzi dei componenti un determinato gruppo costituitosi per affinità e per reciproca fiducia. Che ciascun gruppo faccia e compia la sua parte di azione senza chiedersi quello che faranno altri gruppi.
Tutti dritti allo scopo unico. E poiché il nemico vigila attento e insidioso che ciascun comitato o gruppo di azione conosca e controlli i propri partecipanti. […]
Se una vasta intesa per una comune azione — e non certamente con quegli equivoci elementi che il fascismo cullarono e che vorrebbero a quel passato che del fascismo fu padre amorevole — dovrà realizzarsi essa maturerà automaticamente e logicamente quando gli avvenimenti matureranno.
Per oggi, ripetiamo, è raccomandabile che i gruppi d’azione si moltiplichino, non lasciando riposare il nemico, pronti alle necessarie rappresaglie, ma svolgendo un’azione autonoma.
[…]
Il Re prigioniero
E bisogna innanzitutto decidersi a prendere a calci nel sedere gli antifascisti di sua Maestà che all’antifascismo, fin da oggi, preparano imboscate e tradimenti per impedirgli di arrivare, o comunque avviarsi, alle sue logiche conclusioni, conclusioni che per essere logiche, dato gli scopi di assoluto accentramento statale e di completa soppressione dei diritti umani, civili e politici dell’individuo che il fascismo ha per meta — meta in gran parte raggiunta —, devono sfociare nell’antistato e nelle libere comuni. […]
L’azione antifascista non può dunque darsi per meta il perpetuare di situazioni che dopo lunghi turlupinamenti democratici, sfociano nella reazione, crispina ieri, fascista oggi… per poi tornare daccapo.
Essa deve colpire tutto l’insieme delle cause, degli interessi ed anche delle illusioni che ci hanno condotto all’attuale stato di schiavitù.
Colpire nell’insieme dunque bisogna, e colpire a fondo…
Agire!
In Italia e specialmente al di là delle Alpi si chiacchiera nuovamente di fronti unici antifascisti che bisogna ricostruire o rinsaldare tra elementi troppo diversi perché possano marciare insieme. Noi pensiamo che si perde del tempo e che forse anche tra i più prossimi la cosa potrà esaurirsi, come altre volte si è esaurita, in discorsi inutili e parate sterili.
Troppi retori e troppi politicanti prendono ancora in giro loro stessi ed il prossimo.
Certamente per un’azione d’insieme bisogna marciare in molti. Ma questi molti se cominciano col paralizzarsi tra di loro colle solite discussioni colla richiesta di reciproche rinunce che ognuno chiede al vicino, ma che nessuno vuole concedere o concede con tanto di restrizione mentale, non marceranno mai.
Del resto il fascismo già molto deve alla sterilità dei fronti unici sorti per combatterlo e che si risolvevano in una castrazione interna.
Il meglio sarebbe che ogni partito ed ogni corrente facessero tutto quello che loro fosse possibile di fare, senza preoccuparsi di quello che farebbero gli altri. L’accordo per una più vasta azione verrebbe più tardi da sé e sul campo dell’azione. Non dobbiamo perciò ridar vita al mito dei fronti unici rimettendoci a quello per ogni miracolo. S’invoca il mito per non credere in se stessi o per non chiedere a se stessi il massimo sforzo.
Che ogni antifascista educhi la propria volontà alla fiducia nell’azione individuale oggi la più urgente. Ognuno di noi, se vuole, molto può fare contro il fascismo e i fascisti.
Si sommino poi pure queste singole volontà, ma che la somma avvenga spontaneamente e tra elementi che si conoscono e si comprendono. Se più vaste intese, per forza di cose, dovranno poi maturare, matureranno.
Si agisca intanto come si può e come si sa.
Che ognuno di noi agisca come può e come sa.
Ma si agisca. In molti, in pochi, da soli si faccia tutto quello che è possibile ed anche più del possibile.
Ma si faccia. Tutto il resto è accademia. E l’accademia ci divide e paralizza.
L’azione invece unisce. E dal suo martellare incessante soltanto possiamo attendere salute.

Coppie sterili

3540968fbb2dbeb8a0dd8f7f5538a116ef4f7090_m

( Dal Web )

In attesa nell’anticamera di uno studio medico, per passare il tempo mi ritrovai a sfogliare le pubblicazioni del settore ammucchiate sul tavolino. In una di esse compariva l’accorata lettera di una coppia che, nonostante ripetuti tentativi, non era ancora riuscita ad avere figli e domandava suggerimenti: cosa dovevano fare? In cosa sbagliavano? Dovevano sottoporsi ad esami medici specifici? La risposta del medico era piena di ironia e saggezza. Sì, certo, avrebbero potuto effettuare dei test di fertilità, ma lui li sconsigliava. Non li avrebbero aiutati a mettere al mondo dei figli ed il solo risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato quello di rovinare il loro rapporto, facendolo precipitare dall’amore al rancore («è tutta colpa tua!»). Per il resto, proseguiva il medico, la procreazione non è una scienza esatta. Non è il risultato di una giusta posizione, effettuata nel momento giusto e nel luogo giusto. Non ci sono prescrizioni da seguire. Ciò che si conosce è solo il modo attraverso cui avviene. Quindi il consiglio del medico era quello di mettere in pratica quel modo, di provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza porsi troppi problemi. Anche perché i «tentativi» erano quanto di più piacevole esista. Se nel loro caso la procreazione era possibile, i figli prima o poi sarebbero venuti. Se invece non era possibile, pazienza. In fondo l’amore, per vivere e durare, non ha bisogno di figli e loro almeno si sarebbero divertiti follemente.
Ecco, a me viene sempre in mente quella risposta quando sento le lamentele sulla difficoltà o impossibilità di un cambiamento sociale, di un’insurrezione, di una rivoluzione che porti il segno del nostro amore. Anarchismo e insurrezione sono una coppia sterile? Abbandoniamo l’anarchismo, dicono gli uni, basta con idee poco pratiche! Abbandoniamo l’insurrezione, dicono gli altri, basta con le lotte sociali! Fate, fate pure. Ma per quanto mi riguarda senza quell’amore io non so e non voglio stare: lo squallore dei postriboli mi disgusta, la mestizia dell’eremo mi annoia. Sia chiaro che non li confondo, a mio avviso la solitudine ha una dignità perduta per sempre da chi si offre a destra e manca. Ma anziché fare i conti con il realismo e pretendere un risultato ai miei sforzi, preferisco provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza pormi troppi problemi (preferendo le vie potenzialmente feconde a quelle per forza di cose sterili, ma senza per questo precludermi nulla).
Anche perché i tentativi sono quanto di più piacevole esista.

Che cos’è l’anarchismo?

primomaggio

Dal Web

L’anarchismo è una teoria politica, con l’obiettivo di creare l’anarchia:

“l’assenza di un padrone, di un sovrano”              

(Pierre-Joseph Proudhon – 1969, P.264) 

In altre parole, l’anarchismo è una teoria politica che cerca di creare una società di cui ogni individuo collabora liberamente con i suoi simili.

Per questo, l’anarchismo indica tutte le forme di controllo gerarchico, che sia controllo statale o capitalista, come non necessarie e dannose all’individuo e alla sua individualità:

mentre la conoscenza popolare dell’anarchismo è di un violento movimento antistatale, l’anarchismo è molto più sottile, con varie sfumature, che un semplice oppositore di potenza governativa. 

Gli anarchici oppongono l’idea che il potere e la dominazione siano necessari per una società, ed invece chiedono più cooperazione, e forme d’organizzazioni sociali politici ed economici non gerarchici”. 

(Susan Brown – 1993, p.106)

Ma l’anarchismo e l’anarchia sono indubbiamente le idee peggio rappresentate tra le numerose teorie politiche.

Generalmente, le parole sono usate per significare “caos” o “disordine”, e cosi per implicazione, gli anarchici desiderano disordine sociale con un ritorno alla “legge della giungla”.

Il processo di travisamento non è senza paralleli storici.

Per esempio, in nazioni dove esistono governi di una persona (monarchia), le parole “repubblica” o “democrazia” sono state usate precisamente come “anarchia” per indicare disordine e confusione.

Quelli che desiderano mantenere lo stato attuale, ovviamente useranno quest’opposizione, ad una nuova proposta di società, indicando come questa porterà solo caos:

“siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l’anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d’ordine.”    

(Errico Malatesta – 1974, p.12)

Bisognerebbe cambiare questa “idea comune” dell’anarchia, allorché la gente possa vedere che un governo ed altre strutture gerarchiche non sono necessari, e che l’anarchia non significa “caos”.

La mia speranza per questo scritto è dimostrare logicamente quanto sono ridicole le frasi buttate al vento sull’anarchia.

Non sto cercando di “creare” anarchici con questo scritto, ma voglio soltanto aprire qualche porta a chi non conosce ed a chi parla di sproposito:

“cambia opinione, convinci il pubblico che il governo, non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà dentro completa solidarietà.”              

   (Errico Malatesta – 1974, p.12-13)

Questa prima domanda fa parte del processo di cambiamento, delle idee comuni, che riguardano l’anarchismo ed il significato dell’anarchia.

 

 

 

 

Che  cosa  significa “Anarchia”?

 

La parola “anarchia” viene dal greco. An significa “non”, “assenza di” o “mancanza di”, più archos che significa “un regnante”, “direttore”, “capo”, “persona al comando” o “autorità”.

“anarchia viene dalle parole greche significando

contrari all’autorità”.

(Petr Kropotkin – 1970, p.284)

Mentre le parole greche, Anarchos ed anarchia sono spesso prese come “non avere nessun governo” o “essere senza governo”, come possiamo vedere, il significato originale dell’anarchismo non era semplicemente “non governo”.

“An-archia” significa “senza regnante” o più generalmente “senza autorità”, ed è in questo senso che gli anarchici hanno sempre usato la parola. Per esempio, Kropotkin sosteneva che l’anarchismo:

“non solo attacca il capitale, ma anche le maggiori fonti della potenza capitalistica: legge, autorità e stato”.

(Petr Kropotkin-1970, p.150)

L’anarchia significa,

“non necessariamente assenza d’ordine, com’è

generalmente presunto, ma assenza di governo”.

(Benjamin Tucker – 1969, p.13)

Dunque, l’eccellente sommario di David Weick:

“l’anarchismo può essere capito come un’idea generica sociale e politica, che esprime negazione per ogni potere, sovranità, dominazione e divisione gerarchica, e una volontà di dissoluzione…l’anarchismo è quindi più che contro lo stato…anche se lo stato…è giustamente, il fulcro centrale della critica anarchica.”

(David Weick – 1978, p.139)

Per questo motivo, piuttosto che essere solamente contro lo stato o governo, l’anarchismo è prima di tutto un movimento contro la gerarchia.

Perché? Perché la gerarchia è la struttura organizzativa che incarna l’autorità. Siccome lo stato è la forma più “alta” di gerarchia, gli anarchici sono, per definizione, contro lo stato, ma questo non è una spiegazione sufficiente dell’anarchismo.

Significa che l’anarchismo si oppone a tutte le forme d’organizzazione gerarchica, non soltanto allo stato:

“il termine anarchia viene dal greco, ed essenzialmente significa, “nessun padrone”.

Gli anarchici sono persone che rifiutano tutte le forme di governo o d’autorità coercitiva, tutte le forme di gerarchia e dominazione.

Sono dunque contrari a quello che l’anarchico messicano, Flores Magon, chiamò “l’oscura trinità”-lo stato, il capitale e la chiesa.

Gli anarchici sono dunque oppositori del capitalismo e dello stato, oltre che di tutte le forme d’autorità religiosa.

Ma gli anarchici desiderano anche stabilire o fare sì che avvenga, con vari metodi, una condizione d’anarchia, che è, un decentramento della società senza istituzioni coercitive, una società organizzata tramite una federazione d’associazioni volontarie.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p.38)

Il riferimento alla “gerarchia” in quest’ambiente è uno sviluppo abbastanza recente.

Gli anarchici “classici” come Proudhon, Bakunin e Kropotkin usavano la parola raramente (preferivano usare la parola “autorità”).

In ogni caso, è chiaro dai loro scritti che la loro è una filosofia contro la gerarchia, contro ogni disuguaglianza di potere o privilegio tra individui. Bakunin parlò di questo quando attaccò “l’autorità ufficiale”, ma difese “l’influenza naturale”. Poi disse,

“vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere.”

(Michail Bakunin – 1953, p272)

Quest’opposizione alla gerarchia non si può limitare allo stato o al governo. Include tutte le relazioni autoritarie, economiche e sociali, oltre a quelle politiche, particolarmente quelle associate alla proprietà capitalista ed al lavoro stipendiato.

Questo si può vedere dall’argomentazione di Proudhon:

“il capitale nel capo politico è analogo al governo. L’idea economico del capitalismo e la politica del governo o dell’autorità sono identici e collegate in vari modi. Quello che il capitale fa al lavoro, lo stato fa alla libertà.”

(citato da Max Nettlau – 1996 p.43-44)

Cosi troviamo Emma Goldman opporsi al capitalismo, perché questo sistema obbliga la gente a vendere il proprio lavoro e cosi assicurava che:

“l’inclinazione e giudizio del lavoratore sono

subordinate al volere del padrone.”

(Emma Goldman – 1979, p.36)

Quarant’anni prima, Bakunin evidenziò il solito punto quando affermava che con il sistema attuale:

“il lavoratore vende se stesso e la sua libertà per un tempo definito al capitalista in cambio di uno stipendio.”

(Michail Bakunin – 1953, p.187)

Dunque, “anarchia” significa più che solo “assenza di governo”.

Significa opposizione a tutte le forme d’organizzazione autoritarie e gerarchiche. Come disse Kropotkin:

“l’origine del principio anarchico della società, sta nella critica delle organizzazioni gerarchiche e della concezione autoritaria della società, e nelle analisi delle tendenze annotate nei movimenti progressivi dell’umanità.”

(Petr Kropotkin – 1970, p158)

Dunque, il tentativo di affermare che l’anarchia è puramente contro lo stato, è una sbagliata rappresentazione della parola:

“quando si esamina gli scritti degli anarchici, oltre al carattere del movimento anarchico, è evidente che non hanno mai avuto una visione limitati ad essere solo contro lo stato.

Hanno sempre contrastato tutte le forme d’autorità e sfruttamento, e sono critici del capitalismo e della religione tanto quanto allo stato.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p40)

Solo per citare l’ovvio, l’anarchia non vuol dire caos, e nemmeno vuol affermare che gli anarchici vogliono creare caos e disordine.

Invece, desiderano una società basta sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria.

In altre parole, una società “dal basso in alto”, e non imposta “dall’alto in basso” dalle autorità.

 

 

 

Che cosa significa “anarchismo”?

 

Citando Petr Kropotkin, l’anarchismo è:

“il sistema non-governativo del socialismo.”

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

In altre parole:

“l’abolizione dello sfruttamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, vale a dire l’abolizione della proprietà privata e dello stato.” 

(Malatesta citato da M.Graham -1974, p.75)

L’anarchismo, dunque, è una teoria politica con l’obiettivo di creare una società con l’assenza di gerarchie politiche, economiche e sociali.

Ritengo che l’anarchia sia una forma vitale di sistema sociale e bisogna lavorare per incrementare la libertà individuale e l’uguaglianza sociale.

Vedo l’obiettivo della libertà ed uguaglianza come fattori di sostegno reciproco.

Oppure come disse la famosa massima di Bakunin:

“siamo convinti che la libertà senza il socialismo sia privilegio ed ingiustizia, che socialismo senza la libertà sia schiavitù e brutalità.”       

(Michail Bakunin – 1953, p269)

La storia dell’umanità dimostra un principio.

La libertà senza uguaglianza è soltanto libertà per i potenti, ed uguaglianza senza libertà è impossibile, una giustificazione per la schiavitù.

Mentre ci sono molti tipi d’anarchismo, ci sono sempre state due posizioni comuni, opposizione allo stato ed opposizione al capitalismo. Nelle parole dell’anarchico individualista, Benjamin Tucker, l’anarchismo insiste per:

“l’abolizione dello stato e l’abolizione dell’usura; nessun governo dell’uomo sull’uomo e nessun sfruttamento dell’uomo sull’uomo.”    

 (Citato da Eunice Schuster – 1970, p.140)

Gli anarchici vedono profitti, interessi ed affitto come usura e sfruttamento, e cosi si oppongono alle condizioni che li creano, tanto quanto allo stato.

Generalmente, nelle parole di Susan Brown, l’anello unificantetra le forme d’anarchismo:

“è la condanna universale della gerarchia e della dominazione, e la volontà di lottare per la libertà individuale.”                      

(Susan Brown – 1993, p.108)

Una persona non può essere libera, se è soggetta allo stato o all’autorità capitalista.

La teoria dell’anarchismo sostiene la creazione dell’anarchia, una società basata sulla massima “nessun dominatore.”  

Per ottenere questo:

in comune con tutti i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà privata della terra, del capitale e dei macchinari è sorpassata; che è condannata a sparire: e che tutti i requisiti di produzione devono diventare proprietà comune della società, gestita in comune dai produttori del benessere. 

E sostengono che l’ideale di un’organizzazione politica della società, è una condizione dove le funzioni del governo sono ridotte al minimo, e che l’obiettivo definitivo della società è la riduzione delle funzioni del governo al nulla, in pratica, alla società senza governo; all’anarchia.

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

Cosi, l’anarchismo è negativo e positivo. Analizza e critica la società attuale, mentre al solito momento offre una visione della nuova società potenziale, una società che rende al massimo certi bisogni umani, che il sistema attuale non offre.

Questi bisogni, molto semplici, sono la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

L’anarchismo unisce l’analisi critica con la speranza, perché, come indicò Bakunin, lo stimolo di distruzione è uno stimolo creativo.”  

Uno non può costruire una società migliore senza capire cos’è sbagliato in quella presente.

 

 

 

 

Da  dove  deriva l’anarchismo? 

 

Non posso fare meglio che citare “The Organisational Platform of the Libertarian Communists” prodotto dai partecipanti del movimento makhonovista durante la rivoluzione russa:

“la lotta di classe, creata dalla schiavitù dei lavoratori e le loro aspirazioni di libertà partorì, durante l’oppressione, le idee dell’anarchismo: l’idea della negazione totale del sistema sociale basato sui principi di classe e dello stato, e rimpiazzarli con una società libera non-statale di lavoratori autogestiti. 

Cosi, l’anarchismo non deriva da riflessioni astratti di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dai bisogni e necessità dei lavoratori, dalle aspirazioni di libertà ed

uguaglianza, aspirazioni che diventarono particolarmente vive nel miglior momento della vita e lotto delle masse lavoratrici. 

I grandi pensatori anarchici, Bakunin, Kropotkin ed altri, non inventarono l’idea dell’anarchismo, ma, avendolo scoperto nelle masse, semplicemente aiutarono, con la forza dei loro pensieri e sapienza, per specificarla e divulgarla.”                                 

(Nestor Makhno – 1989, p.15-16)

Come il movimento anarchico in generale, i makhnovisti erano un movimento di massa della classe operaia, che resisteva alle forze dell’autorità, vale a dire, quelle rosse comuniste e quelle bianche zariste/capitaliste nell’Ucraina dal 1917 al 1921.

Come annotò Peter Marshall:

“l’anarchismo trovò tradizionalmente i suoi sostenitori principali tra lavoratori e contadini.”

(Peter Marshall – 1993, p.652)

L’anarchismo fu creato dalla lotta degli operai per la libertà (certi “anarchici” dovrebbero ricordarsi da dove deriva!!).

Deriva dalla lotta liberatrice e dai desideri di vivere una completa vita umana.

Non fu creato da poche persone distanti dalla vita comune, in qualche torre d’avorio, che vedeva la società in un modo staccato e distante, per poi decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato.

In altre parole, l’anarchismo è l’espressione della lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, un’analisi delle esperienze della gente, di cosa non funziona nel sistema attuale, e un’espressione di come potrebbe essere un prossimo avvenire migliore.

Il socialismo di stato, il comunismo autoritario ed il liberalismo parlano di un’umanità astratta, che nulla ha a che fare con gli individui reali e concreti.

Credendo di aver compreso per via filosofica la natura dell’uomo, si ritengono poi di conseguenza legittimate a prescrivere un codice morale, un’etica di comportamento che implica doveri e diritti per tutti gli uomini.

 

 

Che cosa rappresental’anarchismo?  

 

Le parole di Percy Bysshe Shelley danno un’idea di cosa l’anarchismo rappresenta in pratica e quali ideali lo spingono:

 

L’uomo

D’anima virtuosa non comanda, né obbedisce:

Potere, come una pestilenza desolante,

Inquina tutto ciò che tocca, e l’obbedienza,

 Rovina d’ogni genio, virtù, libertà, verità,

Rende schiavo gli uomini, e della struttura umana

Un automa meccanizzato

 

Come suggerisce Shelley, una priorità alta va concessa alla libertà, per se stessi e per gli altri.

Io considero l’individualità l’aspetto più importante dell’umanità.

Riconosco però, che l’individualità non può esistere in un vuoto, ma è un fenomeno sociale.

Fuori della società, l’individualità è impossibile, in quanto, lo sviluppo e la crescita avvengono attraverso il confronto.

Inoltre, tra lo sviluppo individuale e quello sociale, c’è un effetto reciproco: le individualità crescono interiormente e sono formate dall’ambiente della società, e contemporaneamente, l’individuo aiuta a formare e a cambiare aspetti della società tramite azioni e pensieri.

Una società non basata su individui liberi, su i loro sogni, le loro speranze e le loro idee, sarà vuota e morta:

la crescita di un essere umano è un processo collettivo, un processo nella quale partecipano sia la comunità sia l’individuo.”     

(Murray Bookchin – 1986, p.79)

Di conseguenza, qualunque teoria politica basata solamente sulla scienza o puramente sull’individuo, è una falsità.

Per lo sviluppo dell’individuo al massimo delle sue potenzialità, è essenziale creare una società basata su tre principi: libertà, uguaglianza e solidarietà, che sono dipendenti l’uno dall’altro.

La libertà è essenziale per la massima espansione possibile dell’intelligenza, creatività e dignità dell’uomo.

Essere dominato da un altro, vuol dire essere privato della possibilità di pensare ed agire per se stesso, che è l’unica strada che conduce alla crescita e sviluppo dell’individualità.

La dominazione blocca anche l’innovazione e responsabilità personale, creando il conformismo e la mediocrità.

La società deve necessariamente essere basata sull’associazione volontaria, e non sulla coercizione o l’autorità, per elevare la crescita dell’individualismo al massimo livello.

Citando Proudhon, tutti associati e tutti liberi.”

Oppure, come disse Luigi Galleani, l’anarchismo è:

 “l’autonomia dell’individuo dentro la libertà

d’associazione.”

  (Luigi Galleani – 1982, p.35)

Se la libertà è essenziale per uno sviluppo maggiore dell’individualità, allora, è fondamentale l’uguaglianza per l’esistenza di libertà genuina.

Non ci può essere libertà vera in una società gerarchica, dove esistono diversi tipi di classe, e pieno di divergenze di potere, ricchezza e privilegio.

In una tale società, soltanto pochi, alti nella scala gerarchica, sono relativamente liberi, mentre gli altri no.

Senza l’uguaglianza, la libertà è solo una derisione, dove al limite siamo “liberi” di scegliere il nostro padrone.

Anche l’èlite, in queste condizioni, non è veramente libera, perché deve vivere in una società resa brutta e sterile dalla tirannia e dall’alienazione della maggioranza.

Siccome l’individuo si sviluppa al suo massimo soltanto con il più ampio contatto con altri individui liberi, i membri dell’èlite sono ristretti nelle loro possibilità di sviluppo, data la scarsità di liberi individui con la quale possono interagire.

Per ultimo, la solidarietà significa mutuo appoggio: lavorare volontariamente ed in collaborazione con altri che condividono gli stessi obiettivi ed interessi.

Ma senza la libertà e l’uguaglianza, la società diventa una piramide di classe in competizione.

In una società tale, come per altro la nostra, esiste il “dominare o essere dominato” e “ognuno per se”. Cosi, “l’individualismo brutale” è promosso alle spese del “sentimento della comunità”.

In queste condizioni, non può esistere solidarietà sociale, ma soltanto una forma di solidarietà tra classi con interessi opposti, o forme di carità, indebolendo la società stessa.

La solidarietà non vuol dire sacrifici personali o auto-negazione, perché le ricchezze vere sono i nostri simili ed il nostro pianeta.

L’individualità e le idee crescono e si sviluppano dentro la società, rispondendo ad interazioni materiali ed intellettuali, ed esperienze analizzate ed interpretate dall’uomo.

L’anarchismo, dunque, è una teoria materialista, che si sviluppa e cresce fra interazioni sociali ed attività mentali individuali.

L’anarchismo è un’aspirazione, la cui urgenza è storica e politica, ma non scientifica.

Come tale, assume una valenza universale che va oltre ogni contingenza storica, e perciò nessuna teoria scientifica può influenzarla.

Questo significa che una società anarchica sarebbe una creazione d’esseri umani, non qualche principio divino oppure qualche condizione dell’evoluzione:

“nulla si sistema da solo, tantomeno le relazioni umane.

Sono gli uomini che organizzano, e lo fanno secondo le loro attitudini e conoscenza delle cose.”

(Alexander Berkman – 1977, p.42) 

L’anarchismo si basa sul potere delle idee e l’abilità degli uomini di agire e trasformare le loro esistenze, basandosi su ciò che loro considerano giusto per un miglioramento.

In altre parole, libertà, uguaglianza e solidarietà.

Lotte: un patrimonio occidentale?

10665255_849024155127838_4922157733156966707_n-768x456

( Articolo Condiviso )

di Franco La Cecla

Alcune lotte di liberazione occidentali, non c’è dubbio, hanno influenzato altre lotte nel resto nel mondo. Ma è anche vero che negli ultimi decenni l’Occidente ha scoperto nel Sud del mondo movimenti che lottano senza mirare alla presa del potere e senza ricorrere alla resistenza armata, ma per svincolarsi dal dominio altrui. Oggi nuove forme di lotta sembrano emergere ovunque: lotte che, spiega Franco La Cecla, non si pongono più solo in chiave di militanza, “ma di condizione, di situazione effettiva”: un migrante, ad esempio, “è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti…”

Seguendo il dibattito tra Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty (si tratta di un serrato epistolario tra lo scrittore Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty – docente all’Università di Chicago, autore di articoli e monografie sul postcolonialismo -, sulla relazione tra India e Occidente, ndr) si potrebbe aggiungere che forse uno dei contributi dell’Occidente a un mondo come quello indiano potrebbe essere l’idea che è possibile lottare e che lo si può fare organizzandosi. Gli scioperi, la Marcia del Sale, le varie manifestazioni di protesta organizzate dallo stesso Gandhi affondavano nella tradizione delle classi oppresse e delle classi operaie, nei movimenti contadini europei e nel sindacalismo inglese che il giovane Gandhi aveva conosciuto come avvocato in Inghilterra. E si potrebbe anche aggiungere che soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta e Settanta molti dei movimenti di liberazione nel mondo si sono ispirati alle idee cresciute in Europa e in America all’interno del movimento operaio e sindacale, e ai movimenti libertari. Il marxismo, con tutte le sue appendici di maoismo, sindacalismo e lotta di classe, è stato un colonialismo occidentale di un certo tipo, che ha contagiato molti paesi asiatici, nord-africani e latinoamericani. E che spesso ha mostrato la sua natura un po’ spuria, non attinente alle geografie e culture diverse in cui si innestava, con disastri, con regimi socialisti avventati e crudeli, con la devastazione di mondi indigeni in base a un presunto operaismo modernista, e con una violenza che ha spesso portato all’opposto di ciò che si sarebbe voluto ottenere.

Altrove è arrivata la tradizione dell’anarcosindacalismo e dei movimenti libertari che, come racconta James C. Scott in Elogio dell’anarchismo, sono stati in genere capaci di inserirsi in modo più conscio nelle logiche dei tessuti sociali e umani locali.

Ce lo ricorda sempre James C. Scott nel suo grande lavoro sulle forme di resistenza da parte di alcune culture tribali in una zona dell’Asia stretta tra India, Birmania e Cina [James C. Scott, The Art of Not Being Governed, An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven, 2009]. Si tratta di ciò che Michel Foucault avrebbe chiamato «resistenze», forme di insubordinazione e di evitazione, una maniera di sfuggire al controllo statale e nazionale per mantenere un’autonomia. È la storia dei popoli caucasici nei confronti dello zarismo e del bolscevismo, è la storia di molte forme di resistenza indigena in America Latina, Oceania, Sud-est asiatico.

La lotta, in questo senso, non è un’invenzione occidentale, anche se la storia dei movimenti di lotta in Europa e in Occidente ha sicuramente influenzato molte forme di lotta nel resto del mondo. La differenza, che fino a poco tempo fa non veniva riconosciuta, è che nelle forme di resistenza non-occidentali ci sono strategie, tecniche, pratiche che noi definiamo non-violente solo perché ci sembra che sfuggano all’idea di presa del potere, tipica di un discorso di avanguardia ispirato al marxismo. In realtà, l’obiettivo di molte forme di lotta tribali, indigene, ma anche di movimenti di massa come quelli che hanno avuto luogo in India prima e dopo Gandhi, è quello di affermare il proprio diritto all’autonomia, a essere lasciati in pace. Sono forme «acefale» che mirano non alla presa del potere, ma a svincolarsi dal controllo e dal potere altrui. In un certo senso è proprio l’Occidente ad aver scoperto, dopo la caduta delle ideologie, forme di lotta che vengono da altrove e che non si basano su un’idea elitaria della lotta, pacifica o armata che sia.

L’idea che ci siano pratiche di resistenza molto più efficaci delle pratiche di attacco è giunta in Occidente solo dopo anni in cui lo scontro, il conflitto, avevano rappresentato un orizzonte unico, ma anche una prospettiva di spaccatura della società. E oggi gli eredi di questo approccio (da avanguardia marxista rivoluzionaria), che lo ammettano o meno, sono proprio i fondamentalismi religiosi, che del settarismo delle avanguardie e della loro violenza si sono appropriate.

Rimane aperta la questione se un certo tipo di «internazionalismo» non mantenga tuttora un suo valore, come quando lancia appelli affinché gli interessi degli oppressi siano trans-nazionali. È quello che accade alla parte più viva dell’internazionalismo ambientalista, ad  esempio. È probabile invece che il vecchio internazionalismo sia stato ormai soppiantato da una condizione più generale, quella ad esempio di emigranti, di appartenenti a diaspore, di rifugiati, che ha rimpiazzato le catresisegorie legate al lavoro e alle risorse con categorie molto più ampie riguardanti le identità sospese e la costruzione di nuove appartenenze. La questione della lotta oggi non si pone in chiave di militanza, ma di condizione, di situazione effettiva: un emigrante è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti.

.

Il mio differente

man-ray

( Articolo Condiviso )

Ernest Coeurderoy

 

Lavoro come il seminatore. Egli mette dell’amor proprio nel suo lavoro che non gli parrebbe più buono se altri al suo posto lo toccassero.

L’uomo è fatto così. Si crede diverso da tutti quelli che lo avvicinano e tuttavia li chiama propri simili. Non c’è individuo che non si consideri superiore al proprio vicino in tutte le attribuzioni. Nessuno acconsentirebbe a scambiare la propria nuda persona con un’altra ugualmente sprovvista di titoli, prestigio, fortuna.

L’uomo è proprio fatto così. Questa buona opinione che ha di se stesso salvaguarda la sua propria libertà e mantiene l’armonia nel nostro piccolo mondo a mezzo della varietà.

Dal momento che ci scostiamo da questa nozione di diversità, arriviamo a quella di similitudine, dalla nozione di similitudine passiamo a quella di uguaglianza con un piccolissimo sofisma alla maniera di Babœuf, Condorcet, Jean-Jacques, Licurgo, Robespierre, Luigi XIV e Loyola, il livellatore di cadaveri!

E quando siamo a questo punto, addio libertà, addio diritti dell’uomo! Eccoci nella schiavitù, testa e piedi; l’intelligenza e la razza rantolanti per sempre sotto gli artigli del più forte. I governanti coricano le nostre rivendicazioni anarchiche in lenzuoli bellissimi di carta bianca che chiamano costituzioni. Le salve gioiose dei cannoni cullano, addormentano i popoli che sono stati derubati. Russate Te Deum! L’ordine regna nelle città trafelate!

Rassomigliarsi, riunirsi, essere somiglianti, essere riuniti, è sempre la stessa cosa. I simili, gli uguali, gli identici possono essere riuniti.

Ora, una riunione suppone un ordine, una classificazione, una testa, una coda, un giusto-mezzo, una direzione, un’obbedienza, una parola d’ordine, doveri, superiori, inferiori, ricchi e poveri.

Da ciò i re, i sudditi, i dittatori, le plebi, le aristocrazie, le democrazie, le autocrazie, le burocrazie, ecc., ecc. Da ciò le catene, le palle, i cannoni, gli scudi, i piedi pesanti dei despoti e degli usurai che opprimono e pelano la testa delle nazioni, marciano su di essa come sulla sabbia di un sentiero. Da ciò il Male, la Guerra, le Sommosse, i Colpi di Stato, la Miseria, gli annegamenti, i mitragliamenti, la San Bartolomeo, Nerone, Bonaparte, Erode, Pilato e Samson il carnefice!

Uomini! Velo dico, se i vostri diritti sono uguali, le vostre nature sono diverse. Quando parlate l’uno dell’altro non dite il mio simile, dite il mio differente. Avrete fatto molto per il Diritto fissando nettamente i termini relativi. La lingua dà la misura dei costumi, e fra la gente che si dice uguale, una minoranza è sovra-posta, mentre la maggior parte è sotto-posta. Se la tutela dei diritti di ciascuno è rimessa nelle mani di tutti, gli uomini diventano solidali nella schiavitù, nella soffernza, mai nella libertà, mai nella felicità.

L’uguaglianza delle persone è un agguato, una trappola sociale in cui si arrabattano ancora i Cosacchi e i partigiani di Cabet. Io pretendo di essere differente dagli altri, sono più giusto, più libero, e soprattutto meno ambizioso dei capi comunisti. – Principes sacerdotum!

E semino cantando!