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La notte dei morti viventi

Ferrio

( Dal Web )

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant’anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell’anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell’apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.
Più di un recensore ha sottolineato la forte critica sociale presente nei film di Romero, le cui creature grigie, putride, dagli occhi spenti, dal passo strascicato e dalla bocca piena di resti di carne umana, ben rispecchiano i membri dell’odierna civiltà occidentale. Lo zombie è la metafora dell’essere umano moderno, privo di ragione e dignità, morto nella propria individualità, presente sulla terra unicamente sotto forma di consumatore di merci, brancolante davanti alle vetrine dei negozi.
Ebbene, l’orda di morti viventi come metafora sociale è perfettamente calzante a indicare tutti coloro che vagano a bocca aperta attraverso le sale del tempio del capitale, siano essi clienti di mercati o sovversivi di Stato. Gli zombie di Romero che in Dawn of the Dead del 1978 si accalcano davanti ad un centro commerciale sono come gli zombie di Autonomia Operaia del 1977 che si accalcano davanti all’immagine sbiadita della «rivoluzione qui ed ora». Gli uni e gli altri seguono semplicemente la loro memoria muscolare, il riflesso condizionato che li porta laddove un tempo avveniva per loro qualcosa di importante. Ma se da morti si atteggiano a vivi, è perché da vivi si comportavano come già morti. Una vita trascorsa all’insegna della merce o della politica (ancorché rivoluzionaria) è una non-vita.
Morti viventi sono i consumatori di merci, morti viventi sono i consumatori di militanza. Gli zombie di Romero che si muovono tra i manichini dei grandi magazzini sono come gli zombi dell’Autonomia Operaia che si muovono tra i funzionari delle istituzioni, persone che quando erano in vita erano solo ingranaggi della macchina economica e politica. A differenza di vampiri e licantropi, a differenza di teste calde e cani sciolti — tutti solitari rei di individualismo, costretti alla macchia dalla società — gli zombie rappresentano la massa, l’enorme maggioranza annichilita e annichilente, comune, identica, tutta uguale malgrado qualche sfumatura, senza eccezioni. Quella che parte insieme e torna insieme dopo aver deciso insieme cosa fare insieme (e che è pure orgogliosa di condividere questa omologazione forzata). Lo scopo di questa orda vuota e insensata, senza cuore né anima, composta di pura materia senza spirito, biascicante gingle commerciali o slogan di piazza, è di sterminare la singolarità umana per creare un mondo abitato esclusivamente da zombie.
E poiché anche all’orrore capita talvolta di incontrare il comico, ecco spuntare il grottesco. L’obiettivo dichiarato del dibattito padovano era «quello di fare riemergere un sentire comune, un sentire che allora permeava il corpo sociale, un “feeling di parte” si direbbe, che i militanti del 77 trasmettono ancora, a quarant’anni di distanza… Questo feeling, questa sensazione di sentirsi sull’orlo della rivoluzione, di sentirsi la rivoluzione addosso, è ciò che rende il 77 straordinario». Ma da dove proveniva quella sensazione in grado di rendere straordinario il 77, se non dall’azione insurrezionale che la suscitava? La «terribile bellezza» di quell’anno non è forse data da un movimento che andava all’assalto senza rivendicare alcun diritto, che non voleva conquistare affatto lo Stato (aspirazione coltivata solo dal suo ristretto ceto politico), intendendo solo distruggerlo? Un movimento vasto e molteplice composto da decine e decine di migliaia di persone, che sfidavano l’ordine costituito in ogni ambito della vita, e di cui la ventina di sigle che in quell’anno rivendicarono duecento attentati non furono che una mera espressione.
E chi dovrebbe rievocarlo, il «feeling» che permeava quel movimento, chi più di tutti si diede da fare per rinnegarlo e vederlo sparire sotto la melma del compromesso politico?
Gli zombi di Autonomia Operaia sono affiorati nei primi anni 80. Prima, quando erano vivi morenti, volevano instaurare il nuovo potere proletario. Dopo, da morti viventi, volevano rinnovare il vecchio potere borghese. Il passaggio da prima a dopo, la loro mutazione, ha un nome storico preciso: si chiama dissociazione (la «desistenza» di Scalzone non ne è che la variante scaltra perché timida). Gli zombi di Autonomia Operaia sono coloro che vorrebbero vivere il comunismo, ma senza fare la rivoluzione; vorrebbero tornare al 77, ma senza passare per l’insurrezione. Ma senza rivoluzione ed insurrezione, cosa resta se non il riformismo?
Se ci si prendesse la briga di leggere i documenti redatti dal professore padovano e dai suoi sodali nei primi anni 80, si capirebbe meglio l’origine di ciò che spinge in avanti le odierne schiere di zombi rivoluzionari. È il maestro della dissociazione ad aver sostenuto che la necessaria fine delle ostilità deve lasciare spazio solo alle lotte sociali di massa, prescrizione che ai giorni nostri ha infettato persino molti anarchici: «La lotta politica proletaria deve distruggere l’immagine della guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terribile il sentimento della disperazione, la frenesia dell’omicidio, l’ottusità della coerenza combattente. Oggi, la lotta politica è al primo posto, di nuovo agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità ed alla sua energica effettualità…. Respingo l’accusa che l’esplicita dissociazione dal terrorismo sia un’operazione minimale. Anzi. Essa rappresenta l’inizio di un nuovo progetto politico, che deve di nuovo rappresentare l’identità culturale e sociale del movimento. La sua prospettiva è questa: raccogliere la storia delle lotte, volendone dare una rappresentazione politica e una rappresentazione operativa. Tagliando, in maniera definitiva – sulla base di una censura che già storicamente (ma finora in maniera spontanea) s’è data sul livello di massa – con il terrorismo e con tutte le deviazioni militaristiche del movimento…. Riaprire un terreno di speranza comunista, significa, oggi, dissociarsi, e fare della dissociazione un programma di vittoria della lotta di massa».
Già!… Ed è sempre il maestro della dissociazione ad aver teorizzato l’urgenza pratica dell’oblio, quando ai suoi «fratellini» che lo criticavano rispondeva con stizza che «la vostra memoria è diventata la vostra galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere felici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria». Senza memoria si è più rivoluzionari, perché il movimento può crescere ed allargarsi: infatti oggi anche i delatori possono partecipare alle assemblee, i collaboratori di giustizia possono mettere piede in spazi occupati ed i magistrati possono essere invitati alle iniziative di lotta. Senza memoria, alle cene popolari c’è posto per tutti.
È il maestro della dissociazione ad aver insegnato come la condanna della violenza rivoluzionaria e la partecipazione alle lotte sociali consentano di confrontarsi con le istituzioni in qualità di interlocutori, aiutandole a migliorarsi: «una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti “combattenti” o terroristici, come primo passaggio per sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo e propositivo con quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione… La soluzione della questione dei prigionieri politici è una condizione centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per una loro modernizzazione. Ed una radicale riforma delle istituzioni è momento significativo della crescita di nuovi movimenti». Perché le istituzioni non vanno più abbattute, vanno riformate.
È il maestro della dissociazione ad aver proposto la strategia della conflittualità alternata, oggi dilagante in tutta Italia: «Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità dei suoi contenuti. Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della “lotta armata” (di cui non c’è una versione “buona”, alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo Stato deve fare i conti, anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione».
La miseria del presente sta già tutta lì, annunciata a chiare lettere da chi da tempo aveva deciso di fare il più ignobile dei mercimoni con lo Stato.
Da vivi morenti come da morti viventi, i cantori della dissociazione e della desistenza da molti decenni diffondono la lebbra della servitù volontaria. Quando sostengono che il comunismo è il felice esito del capitalismo — il quale non deve perciò essere ostacolato e sabotato, bensì attraversato ed aiutato a compiersi — non fanno altro che scavare la fossa alla rivolta. Quando rincorrono l’uso dei mezzi di produzione in quanto sinonimo di progresso, non fanno altro che contribuire all’espansione del dominio tecnologico. Quando fanno delle istituzioni l’unico orizzonte a disposizione degli esseri umani — non a caso sono tutti allievi di quella gran testa di Tronti, quello che proprio nel 1977 scriveva che «Lo Stato moderno risulta, a questo punto, niente meno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia» — non fanno altro che addomesticare gli individui, trasformandoli in cittadini. Quando esaltano la centralità del lavoro, non fanno altro che ammirare la fatica al servizio dello sfruttamento. Quando ambiscono ad organizzarsi in partito, non fanno altro che giustificare la gerarchia e la disciplina.
Fossero vivi, si batterebbero contro questo mondo mortifero. Essendo morti, si battono per riproporre lo stesso mondo mortifero, limitandosi a riconfigurarlo, garantendo così al potere e all’obbedienza un eterno presente. Fossero vivi, si guarderebbero attorno e vedrebbero a quali disastri umani, sociali ed ecologici ha portato il culto dell’autorità. Si accorgerebbero di come e quanto la ristrutturazione del capitale nel corso di questi ultimi decenni abbia fatto avanzare il deserto emozionale.
Ma sono morti, seppur viventi. E continuano ad aggirarsi fra i vivi, per divorarli.
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Puzza di marcio

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( Dal Web )

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio: ieri era la minaccia dei rivoluzionari che volevano distruggere la società delle merci, oggi sono gli jihadisti, che rispondono ai massacri perpetrati nel mondo intero dagli Stati con altri massacri, domani sarà la catastrofe ecologica, nascondendo che le sue origini si trovano nel modello stesso della società industriale attuale con la sua produzione di nocività, di tossicità, di cancro.
Ma il naso dei nostri contemporanei è stato ben tappato affinché non possano più sentire che c’è qualcosa di marcio. La loro capacità di parlarsi, di riflettere autonomamente, è stata gravemente compromessa dalla propaganda del migliore dei mondi e dall’onnipresenza di apparecchi tecnologici, dotati di propri valori, interposti come passaggi obbligati fra individui. Le idee critiche sono quasi scomparse dalla scena, restano solo i discorsi vuoti degli Stati, si chiamino essi democratici o islamici, repubblicani o nazionalisti. Il totalitarismo è implicito nel discorso politico o religioso, ma la realtà viene già resa ogni giorno più totalitaria con l’avanzata delle tecnologie, che sottomettono il mondo, i rapporti fra le persone, le sensibilità, l’immaginario, i sogni, alle macchine e agli algoritmi. Laggiù si demolisce un sito archeologico millenario per rendere lo spazio compatibile con l’ideologia; altrove si demoliscono montagne per costruire miniere di rame, di oro e di cobalto al fine di accrescere la produzione di oggetti tanto nocivi quanto dannosi. Laggiù si mutila e si massacra affinché l’Altro non esista più; altrove si massacra perché nient’Altro possa esistere accanto al capitalismo. Laggiù gli abiti venduti qui nei negozi vengono prodotti da milioni di schiavi; qui si rinchiudono sempre più indesiderabili in prigioni, in campi di ogni genere, oppure li si tiene sotto controllo tramite le catene tecnologiche.
D’altronde, non è «l’informazione» che manca. I fatti sono sotto gli occhi di ciascuna e ciascuno. A difettare è la capacità di comprensione. È una situazione paradossale: più veniamo bombardati di informazioni, meno ci capiamo qualcosa — nel senso in cui comprendere è una delle anticamere dell’azione. Politici corrotti che si arricchiscono con fondi destinati ai senza-tetto, poliziotti che fanno regnare la legge del manganello e del pestaggio in cella, dirigenti di banche che le lasciano con paracaduti dorati dopo aver distrutto la vita di chi aveva comprato una casa ipotecata, imprenditori che se ne fregano sovranamente di avvelenare il mondo intero con le loro produzioni, capi sindacalisti che preferiscono — è quella la loro vera funzione — amabili cene coi padroni al vociare dei rivoltosi per le strade… l’elenco è lungo. Ma il problema è che per essere realmente indignati, bisogna possedere già una dignità — ovvero un carattere proprio, con qualche convinzione che non sia mercanteggiabile o adattabile in funzione del contesto e dell’interesse. È questa dignità umana, o coscienza se si vuole, ad aver subito attacchi feroci da parte del dominio, accostandoci sempre di più alla sorte di semplici ingranaggi. Siamo come detenuti in una prigione a cielo aperto che non sanno più nemmeno distinguere il filo spinato che trattiene il loro corpo, fra mura che impediscono di vedere l’orizzonte e guardiani che li controllano. E così, quando questa prigione deve essere ristrutturata per diventare più redditizia, come avviene oggi con l’economia capitalista mondiale, c’è chi si adopera in ogni modo per far balenare ai prigionieri false opposizioni, impedendo efficacemente l’ammutinamento generale che potrebbe radere al suolo la prigione stessa. È esattamente ciò che è successo, su vasta scala, in Siria. Minacciato da un sollevamento generale e popolare, il regime (in accordo con i suoi alleati e tutti gli altri Stati) ha preferito favorire l’emergere di un nemico abietto; un ruolo che ha ben svolto lo Stato Islamico. Allo stesso modo, le democrazie occidentali preferiscono di gran lunga un pugno di jihadisti che ripetono alla rinfusa quattro sure su youtube piuttosto che un movimento di rivoltosi che si appropriano della facoltà di pensare da sé, liberamente, fuori dall’ombra di una qualsiasi chiesa religiosa, politica o tecnologica. Questa situazione genera una confusione incredibile che non farà che favorire l’avanzata del totalitarismo. La degenerazione di una lotta contro lo Stato in lotta tra clan etnici come in Libia, le guerriglie anti-imperialiste che accettano il sostegno degli Stati Uniti come nei territori a maggioranza curda nel nord della Siria, i movimenti di collera contro questo o quel progetto dello Stato che si richiamano a quella «democrazia» che hanno comunque davanti agli occhi, gli oppositori all’ingiustizia che invocano più tecnologie per «liberarci»… È su questo guazzabuglio di tutto e di qualsiasi cosa, della menzogna abbigliata di verità, dell’abbandono di ogni idea veramente critica, che fiorisce il totalitarismo, ovvero il culto del potere.
E l’odore fetido proviene da là. C’è decisamente qualcosa di marcio in questo mondo: è il potere, in tutte le sue forme.

Il lavoro è un crimine

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( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Catturati nella rete

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( Dal Web )

In pochi decenni, l’intero globo è stato ricoperto da differenti nuove reti: Internet, rete di telefonia mobile & Co… Con quale rapidità questa rete si sia sviluppata, e fino a che punto essa si sia intessuta in modo sempre più capillare, quasi nessuno avrebbe osato predirlo. I cavi di fibre ottiche che solcano come vene il sottosuolo delle città, i segnali che vibrano nell’aria a frequenze sempre più alte, le antenne, i modem, i telefoni portatili, il wifi, l’home monitoring, l’internet delle cose, le Smart City.
Oggi si parla in modo inflazionistico di social network, di collegamento in rete, di networking, di rete, etc… Questi concetti si fanno strada nel vocabolario delle imprese, della politica, dei gruppi di interesse e delle cerchie di amici… in realtà ne sentiamo parlare praticamente dappertutto. Si tratta di una trasformazione totale delle teorie sull’organizzazione, cosa che non dovrebbe sorprendere, perché nello stesso tempo l’insieme della società si sta ristrutturando su nuove basi.
Ma qual è lo scopo di una rete? È chiaro: un ragno tesse la sua rete per catturare insetti che in seguito divorerà vivi. Un pescatore ha bisogno della rete per catturare i pesci. Allora, a cosa serve la nuova magnifica rete che si estende sul mondo intero, elaborata da diverse imprese e da istituzioni statali, il cui sviluppo sembra essere senza fine? Ebbene, coloro che la tessono e la finanziano mirano prima di tutto a una cosa: il Capitale. Tutto ciò che viene catturato da questa rete viene trasformato in informazioni sotto forma di uno e zero, in informazioni potenzialmente sfruttabili che per i più “aggiornati“ significano più capitale.
Questa rete viene intessuta già da qualche decennio, e molti ci vedono ancora un potenziale di sviluppo. Perche non intensificare la sua estensione al di sopra dell’architettura urbana, farla penetrare negli appartamenti o persino nel corpo umano? Questo fornirebbe ancora più informazioni. Informazioni dettagliate, informazioni forse suscettibili di riflettere l’insieme della realtà, cosa che significherebbe: ancora più capitale. Capitale sotto forma di sicurezza, di controllo, di velocità, di previsione e prevedibilità.
L’attuale ristrutturazione destinata a perpetuare il capitalismo, provoca anche dei cambiamenti nei rapporti sociali. Questo si delinea da molto tempo. Si rinuncia sempre di più a certe cose che oggi sembrano passate di moda, che hanno causato troppo malcontento, anche se questo potrebbe sicuramente cambiare di nuovo in futuro. Perlomeno, nella famiglia, a scuola, al lavoro, il comportamento diretto, personale e apertamente autoritario si indebolisce man mano che la relazione umana diretta e non mediata passa progressivamente in secondo piano. Questo comportamento cede regolarmente il passo alla logica delle reti collaborative, delle reti “trasparenti“, che nel migliore dei casi costituiscono una ulteriore maglia produttiva nella grande rete. La dominazione diventa sempre più impersonale e diventa sempre più difficile vedere secondo quale algoritmo stiamo danzando, come è stato programmato e chi lo controlla… Come mosche eccoci ben invischiati nella ragnatela, con la differenza che apparentemente sembriamo essere stati privati dell’istinto di dibatterci e semplicemente di volar via. Spesso non sappiamo più nemmeno cosa significhi volare.
Secondo me, come anarchici, non dovremmo accettare così facilmente il discorso delle reti eccetera. Una rete è qualcosa che viene usato per catturare, nella quale ci si impiglia e da cui difficilmente si riesce ad uscire. Dovremmo basare le nostre lotte piuttosto su una organizzazione agile, una libera associazione che possa essere dissolta in qualsiasi momento dai suoi partecipanti quando questi lo giudichino opportuno, e preferire rapporti non mediati, rifiutando le norme sociali e tutte le gerarchie, al di là degli algoritmi e dei programmi.
E mentre risulta evidente che gli esseri umani cadono letteralmente come mosche nella ragnatela, adescati da immagini scintillanti, comodità e passatempi fino alla nausea, faremmo meglio a riflettere su come passare attraverso le maglie della rete, come tagliarne i fili per fare in modo che tutto l’insieme della rete si spezzi.

La guerra e la «fatalità storica»

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( Dal Web )

Rudolf Rocker

Noi conosciamo gli argomenti con cui i sostenitori dell’attuale ordine di cose cercano di giustificare la necessità della guerra. Agli uni essa appare come l’espressione della collera di Dio, perché gli uomini si rendano conto dei propri peccati. Gli altri considerano la guerra come un portato della natura umano. Recentemente si è giunti a vedere nella guerra la manifestazione inevitabile delle differenze razziali. E siccome, secondo questa nuovissima teoria, razza è destino, la guerra è perciò una cosa del destino e non può essere soppressa nel mondo per mezzo di argomenti umanitari.
I socialisti di tutte le correnti non danno a tali affermazioni importanza alcuna, poiché esse non resistono ad nessuna critica seria. Però la maggioranza di loro non si accorgono che essi non fanno altro che sostituire il fatalismo dei loro avversari con un altro fatalismo, inculcando nei propri seguaci la convinzione che la guerra è unicamente un risultato del sistema capitalista mondiale, e solo scomparirà con questo. In che si differenzia questo fatalismo economico dal fatalismo razzista dei Gobineau, Chamberlain, Woltmann, Guenther, ecc.? Solo nella forma, e non negli effetti pratici. Anche in questo caso si tratta di una credenza cieca accettata tacitamente come verità.
Quando i capi delle truppe coloniali francesi, nelle loro crudeli e sanguinose lotte coi popoli asiatici, arrivarono fino a rubare ad essi le ossa dei loro padri nei campi di riso per costringerli alla sottomissione, non fecero che approfittare di un cieco fatalismo per raggiungere una più facile vittoria. Pure nessuna persona ragionevole sosterrà che ci fosse realmente in quelle ossa imputridite una forza determinante il destino, e che la loro perdita fosse effettivamente funesta agli indigeni tonchinesi. Tutti capiscono benissimo che funesta non fu quella supposta forza, bensì la credenza cieca degli indigeni nella sua esistenza. Più d’uno ride della scarsa intelligenza dei «barbari gialli», senza sospettare d’essere egli stesso vittima di una illusione consimile. Che cos’è, infatti, la credenza nella inevitabilità del divenire storico e di tutti i fenomeni sociali, se non una nuova teoria del destino, le conseguenze della quale paralizzano l’azione umana come qualsiasi altra credenza nel destino?
I difensori delle idee socialiste avrebbero dovuto capire per primi che le «necessità storiche» ed il «divenire ineluttabile» non hanno ragion d’essere se non finché gli uomini le accettano come fatti positivi e non oppongono loro alcuna resistenza. Invece cessano dall’essere necessità storiche dal momento in cui l’uomo si leva contro tali supposte necessità e tenta di dirigere in altro senso la sua vita. È vero ch’egli nelle sue aspirazioni è influenzato dall’ambiente che lo circonda, ma questa influenza è sempre legata al suo riconoscimento spirituale, e decresce man mano che il suo spirito penetra le cose e riesce a sottoporle alla propria volontà.
Considerando la guerra semplicemente come una ineluttabilità del sistema attuale, si appoggia coscientemente o incoscientemente questo sistema e i suoi difensori e si presta un servizio alla guerra e al militarismo. Un sistema sociale non è qualche cosa di assolutamente rigido, legato in tutte le forme della sua evoluzione a ferree necessità. La storia ci mostra, piuttosto, che alla lotta contro l’esistenza di un sistema determinato precede sempre una innumerevole serie di piccole e grandi lotte contro certe istituzioni di quello stesso sistema, che portano pure a modificazioni inevitabili.
Così, per esempio, l’attuale giurisprudenza si radica intimamente in tutto il sistema vigente; pure, malgrado tutto, certi metodi di tortura medioevale sono stati abbandonati, ed il ritorno ad essi produce una indignazione generale, come vedemmo a suo tempo quella contro gli inquisitori di Montjuich. Anche la guerra e li militarismo sono possibili soltanto in quanto sono accettati dalle masse come necessità ineludibili. Quando, invece, sparisca in esse la credenza in quelle supposte necessità, nessun ordine capitalista e nessun modo di produzione potranno esser capaci di forzare i popoli alla guerra.
Giustamente per questa ragione noi dovremmo conformare tutta la nostra propaganda contro la guerra, ponendo al primo piano dovunque la mostruosità e criminalità della strage umana organizzata e l’interpretazione del militarismo come la scuola dell’assassinio e dell’abbrutimento. Anzitutto bisogna creare la convinzione che la guerra potrebbe essere impedita oggi stesso e che i produttori, specialmente, tengono nelle loro mani i mezzi per riuscirvi. Quanto più riusciremo a stimolare il senso di giustizia delle masse contro l’assassinio organizzato dei popoli, tanto meglio potremo inculcare in loro il rispetto della libertà e della vita umana, e tanto più piene di promesse ci si presenteranno le lotte future.
Il fatalismo è sempre un risultato di ideologie autoritarie. E appunto perché abbiamo riconosciuto che il principio d’autorità trova la sua espressione più brutale e vergognosa nel militarismo, dobbiamo procurar sempre di minare il rispetto per l’autorità, che in realtà è il vero ostacolo che separa gli uomini dalla possibilità della loro liberazione.
A tal proposito, accenneremo anche a un metodo che può essere utile nella lotta contro la guerra e il militarismo.
Molti dei nostri si erano abituati, al tempo della guerra mondiale passata, a trascurare facilmente i sistemi e i fatti di violenza dei «vincitori», segnalando quelli dei «vinti», quando questi erano ancora un fattore della sanguinosa contesa. Tale atteggiamento poteva giustificare da solo il pensiero della rivincita nei secondi, e non corrisponde certo alle idee della libertà e del socialismo. I piani dei grandi industriali tedeschi durante la guerra mondiale non sono un salvacondotto per lo aspirazioni di Poincaré ed altri mandatari del “Comité des Forges”; l’invasione delle truppe tedesche nel Belgio, ecc. non è una giustificazione delle repressioni contro le popolazioni del Tirolo da parte dei carabinieri di Mussolini; l’esistenza in Germania del Hackenkreuzlern e dei Caschi d’acciaio non dà ragione al fascismo in Italia.
Siamo avversari di ogni sfruttamento e di ogni oppressione, tanto se realizzati da tedeschi o francesi, da inglesi o russi. Il militarismo che ha per suo rappresentante il generale Foch non è migliore del militarismo di Ludendorff e di Hindenburg. La guerra, il militarismo ed il nazionalismo sono flagelli dell’umanità, e debbono esser combattuti dovunque con la stessa energia. Lo sviluppo del militarismo in paesi come gli Stati Uniti ed il Canada, dove oggi invade tutte le scuole e le università, è la prova migliore che lo spirito militarista non è attributo speciale di alcuni popoli soltanto, ma che esso penetra in ogni luogo in cui non gli si opponga resistenza da parte del popolo medesimo.
Non si tratta qui di disposizioni nazionali speciali, bensì di una determinata tendenza dello spirito umano, che non può non produrre dovunque gli stessi terribili effetti. Combattere tale tendenza, provocare negli uomini la repulsione per le sue conseguenze, e aprire iI cammino alla libertà e alla giustizia — questa è la nostra missione in tutti i paesi. E non dobbiamo dimenticare che la nostra lotta contro la guerra e il militarismo è al tempo stesso una lotta anche contro ogni forma di sfruttamento economico e di oppressione statale.

Finale scontato

gufi

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Il nostro male viene da più lontano

Alain Badiou

Einaudi, 2016

 

Ci sono libri che, prima di iniziare a leggerli, sai già dove andranno a parare, e quale sia lo scopo del loro autore. Questo libretto del filosofo francese è uno di quei casi. Non si tratta in realtà di un libro vero e proprio, bensì della trascrizione di un seminario tenuto in un teatro francese il 23 novembre 2015; a dieci, giorni, quindi, dai massacri parigini per mano degli islamisti. Ed è proprio questo lo spunto del seminario: analizzare l’ondata di violenza che ha appena scosso le coscienze francesi e mondiali, e cercare di comprenderne le radici profonde.

Non deve essere stato facile affrontare la questione a caldo, provando a dare una visione differente da quella scatenata dalla canea mediatica di quei giorni, ricordando che massacri del genere l’Occidente li compie, ogni giorno, in vari angoli del mondo. Badiou spiega quindi che gli attentati di Parigi, che hanno colpito degli occidentali, tendono a sollecitare un riconoscimento identitario che, a sua volta, porta a stringersi attorno allo Stato e questa«idea trasforma la giustizia in vendetta» tanto che «la polizia […] uccide gli assassini appena li trova». Il limite di questa affermazione, però, è nella idea dell’autore che associa la giustizia al “giusto” e la vendetta al “male”, ma non considera che l’idea di vendetta non per forza deve essere connaturata allo Stato e alle garanzie offerte dal suo diritto, cosa che permetterebbe di vedere del “giusto” proprio nella tanto vituperata vendetta. Del resto, come ben si capisce dal resto del suo discorso, il filosofo è un fedele amante dello Stato, di cui cambierebbe solo la forma…

Se l’analisi di base di Badiou è condivisibile quando indaga la struttura del mondo contemporaneo alla luce della vittoria del capitalismo mondiale, nella sua attuale forma che chiama «capitalismo globalizzato», smette di esserlo quando afferma che la radice dei mali che affliggono il pianeta sia frutto della scomparsa di un’altra idea, che per lui coincide esclusivamente con l’idea del comunismo. Il pensiero che possa  esistere un’altra idea di mondo, al di fuori e contro il controllo statale, non pare sfiorarlo minimamente; da buon marxista ortodosso, nutre infatti un odio viscerale nei confronti dell’anarchia; secondo lui, è proprio questa forma di non governo ad avere implementato i problemi e le crudeltà del mondo, in quanto in molte zone, dopo il dissolvimento degli Stati-nazione, all’interno di quella nuova forma che assumono i territori, che Badiou definisce col termine di«zonizzazione», «vigerà una sorta di semi-anarchia, di bande armate controllate o incontrollabili» che «non impedirà lo sviluppo degli affari, e anche meglio di prima», perché «in una zona in cui ogni vera potenza statale è scomparsa, l’intero microcosmo delle imprese opererà senza grandi controlli». Insomma, il problema è che l’ascesa al potere del capitale multinazionale e la progressiva estinzione dello Stato-nazione, hanno ridotto al lumicino controlli, garanzie e diritti.

Non a caso Badiou insiste più volte sul dato che, al mondo, due miliardi di essere umani siano esclusi da tutto, non essendoci lavoro per tutti, e non potendo così costoro essere produttori – quindi guadagnare – e di conseguenza consumatori – quindi poter acquistare quanto occorre per la sopravvivenza quotidiana. Non un parola di critica al lavoro in quanto sistema di sfruttamento, o al denaro, dalla cui disponibilità può dipendere la vita o la morte di molti.

Quanto alle motivazioni che spingono dei giovani occidentali a compiere massacri simili a quelli di Parigi, Badiou si addentra in un discorso psicoanalitico, attraverso il quale identifica delle «soggettività tipiche» e, all’interno di esse, una in particolare che definisce «soggettività del desiderio di Occidente». Sarebbe proprio questo desiderio, secondo lui, a portare alcuni giovani, immigrati di seconda o terza generazione, a trasformarsi in assassini, a causa della mancata realizzazione del desiderio stesso. Ma è proprio vero che sia questa frustrazione la causa? Che sia il mancato raggiungimento del benessere e dell’adeguamento ai valori occidentali a spingere dei giovani ad uccidere e farsi uccidere? E se invece fosse l’acquisizione di una consapevolezza, che gli permette di riconoscersi come colonizzati nelle terre d’origine, estranei, esclusi e rifiutati nella terra d’approdo, e quindi sempre messi al margine della società, a prescindere dal territorio in cui vivono, vivendo quindi nella carne la marginalizzazione a cui li sottopone quel capitalismo globalizzato? A quel punto, la mancata prospettiva di una vita degna ovunque, e l’assenza di etica, può spingere a riempire di esplosivo la propria rabbia, incanalandola nel modo peggiore; ma quella religiosa non può essere considerata solo una copertura di facciata, una forma ideologica di nascondimento, se si considera l’intrinseca violenza insita in ogni religione.

Interessante è la parte in cui si analizzano e si confrontano quelle che vengono definite civiltà e barbarie, dove – da questa parte del mondo – la prima è rappresentata dalla cultura occidentale, la seconda dall’oscurantismo islamista. Per il filosofo è fin troppo facile spiegare che, alla luce di tutti gli stermini causati quotidianamente dall’Occidente, questo non può certo vantarsi di essere civile, ma altrettanto barbaro di quei popoli barbari che vorrebbe combattere. L’errore di fondo, però, sta nel concetto stesso di barbarie: il messaggio che passa è che, ammazzando in maniera indiscriminata, che a farlo sia l’Isis o gli Stati occidentali, esso sia comunque un atto barbarico. Sarebbe forse più corretto affermare che, col progredire della civiltà, l’estremo sviluppo del suo pensiero fattosi mondo e della sua tecnica, i massacri e gli stermini di ogni tipo hanno toccato picchi di crudeltà forse mai raggiunti. Ma riflettere su ciò significa anche capire che tra civiltà e barbarie non necessariamente la prima è migliore della seconda, e questo crea sgomento, perché spinge a porci la domanda su dove stiamo andando e su che mondo abbiamo creato…

Infine, si arriva alla conclusione che si sapeva di trovare. Dalle parole del filosofo francese si nota un certo rammarico per il fatto che i poveri, gli esclusi da tutto, non incanalino la loro rabbia all’interno di una ideologia che si opponga al capitalismo, ovvero tendano al comunismo. Orfano di un mondo oramai scomparso, nutre la recondita speranza che questa umanità offesa possa trasformarsi nel nuovo soggetto rivoluzionario. Gente come lui non può farne a meno. Incapaci di immaginare un avvenire differente da tutto ciò che è Passato, tentano di riciclare un futuro ormai alle spalle.

Chissà che non avesse ragione Cioran quando affermava che “l’originalità dei filosofi si riduce ad inventare termini”.

 

 

La grande sfida

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Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere.

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all’appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia… «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.
È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

«L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.

È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.