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Smarriti tra gli specchi

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«I nostri nemici disegnano il nostro volto.
Questa verità spaventa»

( Dal Web )

In linea di massima, ciò che siamo ha ben poco di spontaneo e naturale.
È anzitutto il risultato del secolare condizionamento imposto dall’organizzazione sociale dominante.
La società in cui viviamo — autoritaria, capitalista, tecno-industriale — produce le persone di cui ha bisogno. Ne progetta il modello, le fabbrica in serie, ne formatta la mentalità, concedendo tutt’ al più una diversificazione di tonalità (purché registrata).
Lo scopo è quello di produrre il genere di persona di cui questa società ha bisogno per funzionare, ovvero il cittadino sottomesso, conformista, che crede ai miti necessari allo Stato («democrazia», «lavoro», «progresso»).
Ma poiché a nessuno piace considerarsi un automa, tutti credono di esseri autonomi. Se votiamo per qualche partito, non è perché crediamo alle menzogne della propaganda; è perché pensiamo davvero che i politici siano al nostro esclusivo servizio. Se compriamo le ultime merci lanciate sul mercato, non è perché abbocchiamo alla pubblicità; è perché qualche imprenditore ha finalmente capito quali sono i nostri veri desideri. Se siamo ricchi di protesi tecnologiche, non è perché ci siamo impoveriti di abilità umane; è perché usufruiamo di una tecnica che serve a migliorare la vita.
«Anche l’uomo deforme trova specchi che lo rendono bello», scriveva Sade. Ma la traduzione in italiano purtroppo non permette di cogliere appieno la sfumatura di significato presente nelle parole del più scandaloso degli illuministi, il quale non usa il termine medievale difforme («che non ha forma e proporzioni naturali», riferito soprattutto proprio al corpo umano), bensì contrefait. Ora, questo termine significa «mal conformato, mal costruito» e deriva dal verbo contrefaire, cioè «riprodurre per imitazione, imitare fraudolentemente»… contraffare, appunto. Quindi la frase di Sade possiede un’altra possibile chiave di lettura: anche l’uomo contraffatto trova specchi che lo rendono bello.
Mentre l’essere umano che risplende di autentica bellezza è quello che rifiuta ogni integrazione alla norma sociale e crea la propria vita rendendola un’opera unica, l’essere umano contraffatto è quello fabbricato in serie dalla società. Privo di originalità, di luce propria, programmato per adempiere ad una funzione… ma che vuole ad ogni costo considerarsi bello, genuino, spontaneo, libero. Se una tale eclatante contraddizione non era possibile da nascondere ai tempi di Frankestein, l’uomo creato ex-novo nel laboratorio della scienza di fine Ottocento, oggi invece ha tutte le carte in regola per passare inosservata. Perché oltre un secolo di progresso tecnologico ha nel frattempo creato l’umanità necessaria, pronta a credere ad una simile assurdità.
Si tratta di una mutazione di interpretazione colossale che non può avvenire dal giorno alla notte, ma richiede anni, decenni, persino secoli di preparazione. Perché bisogna travagliare a fondo l’animo umano, rimuovere ed invertire le basi della cultura che gli è stata tramandata, cancellare gli antichi valori sedimentati nel corso della storia per sostituirli con altri contrapposti. Un’operazione che ovviamente risulta più semplice da compiere laddove c’è un terreno vergine, privo di troppi ostacoli. Non è perciò strano che la culla della civiltà tecnologica siano gli Stati Uniti, continente che una volta epurato dalla presenza di tribù selvagge andava colonizzato da cima a fondo da chi era in fuga da paesi diversi, dalle culture più disparate. Sbarcati sulla nuova terra dopo essersi lasciati alle spalle il proprio passato, cosa hanno trovato davanti a sé? Nessuna città o infrastruttura già pronta perché ereditata, nessun costume o uso comune da rispettare; tutto da costruire, tutto da organizzare, tutto da far funzionare. E bisognava farlo subito. L’umanesimo che si attarda sulla distinzione etica fra giusto e sbagliato doveva così lasciar posto al pragmatismo che si affretta ad utilizzare la tecnica più efficiente e conveniente.
Per comprendere meglio le conseguenze di questa gigantesca transizione culturale ci si può far accompagnare da uno dei suoi primi testimoni e critici, immune da sospetti eversivi, lo studioso italiano Guglielmo Ferrero. Prima allievo, poi collaboratore, infine genero del famigerato antropologo criminale Cesare Lombroso, nel 1903 Ferrero venne invitato dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti, per tenere alcune conferenze a carattere storico. La sua prolungata permanenza, frutto di più viaggi, gli permise di osservare da vicino quel Nuovo Mondo così diverso per cultura ed abitudini dal vecchio continente. Tornato in Italia, riportò le proprie impressioni nelle sue conferenze e pubblicazioni. Nel 1913 pubblicò Fra i due mondi, dialogo immaginario fra i passeggeri di una nave partita dall’Europa e diretta verso gli Stati Uniti, mentre le sue conferenze furono raccolte nel 1918 in La vecchia Europa e la nuova (la prima ancora attaccata all’eccellenza delle cose, la seconda già affascinata dalla loro abbondanza).
Nella sua opera Ferrero osserva il passaggio di consegne fra due civiltà storiche contrastanti. Da una parte la civiltà europea erede del mondo classico — legata indissolubilmente alle antiche Roma e Atene — col suo culto del bello, del giusto e dell’ideale; una civiltà che egli definisce qualitativa. Dall’altra parte la moderna civiltà industriale che ha New York come capitale — con il suo entusiasmo per tutto ciò che è efficace, veloce, pratico —; una civiltà quantitativa. Questo passaggio è stato accelerato e suggellato da un evento storico maggiore, quella prima guerra mondiale che vide per la prima volta sia l’impiego di armi formidabili sia l’esercito statunitense invadere l’Europa. Alla fine del conflitto, scrive Ferrero, «Il mondo si è capovolto. La faccia di tutte le cose è sfigurata. L’umanità non riconosce più sé medesima… Le idee si confondono nelle menti; le formule sono rovesciate ad ogni istante; e solo i controsensi hanno ancora un senso nel mondo capovolto su sé medesimo».
Una confusione data dal fatto che «la vecchia Europa giudicava sintomi di decadenza molti fatti che la grande industria impone oggi come progressi; massime l’aumento dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli». Per il vecchio continente infatti il valore dell’esistenza «non sta nella supremazia industriale e nella ricchezza; che a dar bellezza, nobiltà e dignità alla vita concorrono altre virtù e qualità, le quali non dipendono e spesso anzi sono nemiche del progresso moderno». Passato e presente appaiono dunque inconciliabili, constatazione su cui Ferrero si sofferma a lungo, ribadendola più volte nel corso della sua opera di cui vale forse la pena riportare qualche stralcio:
«Per gli antichi l’incremento della ricchezza, della potenza, del sapere, era “corruzione”, ossia male: per noi è “progresso”, cioè bene. Tra i fatti che gli antichi lamentavano come effetto o causa di corruzione, non pochi sono quelli che riempiono noi di orgoglio, come splendidi esempi del progresso umano […] Insomma gli antichi temevano e riprendevano questo eterno desiderio di una maggiore ricchezza e di una maggiore potenza, che non cessa di spingere le generazioni ad opere nuove; mentre noi lo incoraggiamo e magnifichiamo, come la prova più alta della nostra eccellenza fra tutti i popoli e tutte le civiltà della storia. La tentazione diabolica è diventata una vocazione divina; l’antica via dell’abisso sembra oggi condurre sulle vette della grandezza […] la civiltà moderna ha imposto a ciascuno, come dovere, di spendere, di sprecare, di godere quanto più può, senza darsi alcun pensiero di indagare quale sarà l’ultimo effetto di questa gara sfrenata per la ricchezza e per la potenza. […] La civiltà moderna si è fatta così potente, rovesciando tutti i limiti antichi; ma per questa stessa ragione essa non sa limitarsi, né nel bene né nel male; e perciò spesso deteriora le cose buone abusandone, e peggiora le cattive esagerandole in mostri ed eccessi. Se grandi sono in essa l’impeto, l’audacia, lo spirito inventivo, l’alacrità, le mancano la misura, il ritegno, la virtù di sapersi fermare a tempo, il senso del giusto mezzo, l’arte di equilibrare le forze che si contrastano il dominio del mondo; e quindi il senno, la prudenza, la moderazione, la saggezza. […] Gli adoratori del presente e gli ammiratori dell’America argomentano più o meno consapevolmente da una definizione del progresso, che del progredire farebbe tutt’uno con l’accrescere la potenza e la velocità delle macchine, e quindi la ricchezza, e quindi il dominio nostro sulla natura, sia pur dilapidando freneticamente le riserve della terra che sono, sì, immense, ma non infinite. […] le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desideri, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposto come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciato o cancellato tutti i limiti antichi, conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa, al posto d’onore. […] Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono nel seno dei tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo capaci di definire il progresso. Perché affermiamo ora che il mondo progredisce, ora che declina? Perché i nostri tempi hanno accresciuto di molto la quantità di tutte le cose, ma a scapito della qualità; cosicché paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perché confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente. […] Tale è il mondo in cui viviamo. Misurato con il metro e con la bilancia è un gigante. Gli uomini non possedettero mai tanta terra, tanta ricchezza, tanta potenza. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate».
Facile accorgersi come Ferrero, di moderate simpatie socialiste, fosse del tutto incapace di vedere la mancanza di freni sotto altra forma della tirannia. Motivo per cui egli attribuisce alla sete di libertà generata dalla Rivoluzione francese la principale responsabilità di questa trasformazione degradante. Prometeo liberato è Prometeo scatenato, il fuoco sottratto all’oculato controllo degli dèi finirà col consumare il mondo. Il passaggio fra qualità e quantità è infatti considerato irreversibile:
«possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma chi di noi crede che possa soggiogare oggi le menti una dottrina — o religiosa o politica o filosofica — che imponga a tutti gli ordini sociali la restrizione dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinché il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinché i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di fare più spese, la quantità ingrandirà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come sola misura sicura del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci».
Ai nostalgici dell’aria limpida di Roma e Atene non resta che andare avanti con un occhio rivolto all’indietro, «non per resuscitare un passato, che è morto e che non può rinascere: ma per ritrovare nel confronto tra il passato e il presente la coscienza, oggi quasi del tutto smarrita, di alcune norme di vita, che non si possono violare senza andar contro alla ragione stessa delle cose».
Questa coscienza smarrita troverà nei decenni successivi ben altre voci in sua difesa, note e meno note. Nel 1932 un conoscitore del pensiero di Ferrero, l’inglese Aldous Huxley, pubblica Il mondo nuovo, romanzo sulle conseguenze disumanizzanti di un progresso scientifico in grado (attraverso le tecnologie riproduttive e il controllo mentale) di forgiare la società.
A partire dalla metà degli anni 30 l’oscuro pensatore francese Bernard Charbonneau, che influenzerà l’opera dell’amico Jacques Ellul, inizia ad intraprendere la sua pluridecennale critica della società industriale, della tecnocratizzazione della vita sociale, nonché della «grande mutazione» umana che ne è derivata.
Nel 1948 un ex-allievo di Huxley, George Orwell, comincia a scrivere il suo celebre romanzo 1984 su una società totalitaria dominata da un pensiero unico, sorvegliata da schermi onnipresenti, dove i saperi umanistici vengono riscritti continuamente, e in cui gli esseri umani spinti ad adeguarsi alle norme sociali hanno perduto ogni individualità. Il titolo originario del libro era L’ultimo uomo in Europa.
Nel 1956 il filosofo Günther Anders, rientrato in Europa dopo un lungo esilio trascorso negli Stati Uniti, si ispira alle sue esperienze per dimostrare nel suo capolavoro che L’uomo è antiquato, reso obsoleto da una civiltà tecnologica di cui è vittima e prigioniero. Privati della loro unicità, esplosa in molteplici frammenti che esprimono solo una specifica funzione, gli individui modellano il proprio essere su quello delle merci e delle macchine.
Da allora il pensiero critico nei confronti del progresso, pur persistendo nel tempo, è andato via via affievolendosi. Non in virtù dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Semplicemente, chi nasce e cresce in una società già totalmente dominata dalla tecnologia ha sempre maggiori difficoltà a metterla in discussione. Non avendo mai vissuto altrove, non ha pietre di paragone immediate e tende a percepirla come qualcosa di innato e irrinunciabile. Così oggi, ad un secolo di distanza da quando Ferrero espose le sue critiche, il ricordo del mondo della qualità è quasi del tutto scomparso ed al suo posto regna incontrastato quello della quantità. L’avvento del terzo millennio è stato per di più segnato da innovazioni tecnologiche tali da stravolgere sia l’apprendimento del sapere (la nascita di Google nel 1998 e di Wikipedia nel 2001), sia il modo stesso di comunicare e relazionarsi (la nascita di Facebook nel 2004, di Twitter nel 2006, di Instagram nel 2010).
L’odierna società tecno-industriale produce così gli utenti di cui necessita per espandersi: esseri umani dal linguaggio ridotto, che deambulano senza guardare dove vanno perché ammaliati dal loro smartphone, privi di memoria, senza profondità di pensiero, incapaci di concentrazione, ossessionati dal bisogno di ottenere l’approvazione degli altri, che non prestano alcuna attenzione al senso delle cose che dicono e fanno ma solo al numero di cose che dicono e fanno. E non si tratta solo dei cittadini fedeli alle istituzioni, ma anche di chi vorrebbe metterle a soqquadro. Anche fra questi ultimi si può osservare la stessa enfasi quantitativa, la stessa mutazione di valori e comportamenti riscontrabile in chiunque altro. Forse perché affidarsi alla corrente è assai meno faticoso che disertare una realtà sociale onnipresente? Ovvio, anche i sovversivi contraffatti trovano specchi che li fanno sembrare belli. E li trovano nei medesimi cristalli prescelti dai loro nemici.
Prendiamo ad esempio la classica analisi sull’evoluzione dell’ideologia del lavoro. È convenzione far iniziare l’epoca della produzione industriale di massa al 1913, anno in cui Henry Ford progettò per la sua fabbrica di automobili la prima linea di montaggio della storia (coincidenza vuole che fosse anche l’anno in cui apparve il primo libro di Ferrero contro il progresso). La serializzazione dei prodotti, un’attenta pianificazione e separazione dei compiti, una rigida disciplina anestetizzata da alcuni incentivi, tutto ciò garantiva un’efficienza ed una rapidità esecutiva tali da accrescere al massimo il rendimento. Questo modello industriale andò avanti per decenni, finché i progressi tecnologici non consentirono di superarlo — ma forse sarebbe più giusto dire di accompagnarlo — con una produzione diversificata. Gli imprenditori non erano più costretti a vendere merci uguali per tutti, ora potevano produrle a seconda delle esigenze del cliente. L’automazione ipertecnologica permetteva inoltre un alleggerimento delle strutture produttive, che potevano essere dislocate nei paesi con la manodopera più economica; tutto ciò non fece che ingrossare le fila dei disoccupati in questa parte del mondo.
Un simile cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva doveva per forza di cose essere accompagnato da un cambiamento di mentalità. Ormai diventato una chimera il posto di lavoro fisso — quello che fino ad allora veniva considerato la massima aspirazione del lavoratore, sinonimo di sicurezza, primo passo della carriera, nonché fornitore di una vera e propria identità sociale — si è passati a decantare le gioie della flessibilità. Se vuole un lavoro, l’essere umano deve accettare di cambiare posto di continuo, di cambiare mansioni di continuo, di cambiare stipendio di continuo, il tutto senza protestare. Flettersi, modificarsi, piegarsi, l’esatto contrario di quanto veniva richiesto all’operaio del secolo scorso. Gli ideologi del lavoro hanno così iniziato ad esortare milioni di senza-lavoro ad assaporare la bellezza del cambiamento rispetto alla bruttezza della stabilità, l’avventura del posto temporaneo rispetto alla noia di quello fisso, la ricchezza insita nello sperimentare molteplici funzioni rispetto alla povertà della specializzazione.
Ecco, ora pensiamo un attimo a quello che alcuni sovversivi si ostinano a chiamare «lavoro politico». Qui non si è forse passati dalla militanza di partito(scelta politica di vita, in grado di coinvolgere e plasmare tutta l’esistenza) all’attivismo nelle lotte (impegno politico legato a singole situazioni e circostanze)? E per far passare questa mutazione non si ricorre alla stessa identica retorica usata per convincere i lavoratori che è molto più eccitante venire sfruttati prima in un call-center, poi in una cooperativa di pulizie, poi in un cantiere, poi in una ditta di facchinaggio, rispetto che unicamente alla catena di montaggio della Fiat? Si acquisiscono maggiori conoscenze, ci si fa più amici, ci si sposta di più, si imparano più cose, senza fossilizzarsi nello stesso incarico.
Premesso che il lavoro resta una infamia che pretende di esprimere l’attività umana, e che la militanza resta una specializzazione organizzativa-gerarchica che pretende di rappresentare l’azione trasformatrice, non possiamo fare a meno di pensare a quanto diceva un uomo della qualità dello scorso millennio per cui l’agire non è mai stato una forma di politica, ma un atto di vita. Un anno prima di morire, l’anarchico Luigi Galleani confidava ad un suo corrispondente tutta la propria gioia per non aver mai tradito il senso che aveva inteso dare alla propria vita: «Tu vedi dunque che io inauguro il mio settantesimo anno con una certa solennità che ha poco d’originale, è vero, ma che dice dentro, all’anima ignara di bassezze e ripugnante alle piaggerie ed agli scodinzolamenti servili, che la fede e la bandiera del primo giorno sono ancora quelle dell’ultimo, ravvivando tutte le ragioni e le cagioni della immutabilità, della costanza, e della immarcescibile speranza che le regge e le anima». Per Galleani, come per molti altri come lui, solo gli opportunisti, i pavidi e gli imbelli possono mutar pelle.
Quale abisso con i camaleonti odierni che pretendono di animare la sovversione saltando di qui e di là, mimetizzandosi con l’ambiente, cambiandosi di abito continuamente, il tempo di un selfie ben studiato allo specchio magico che li rende belli: quello del rifiuto della «identità». Ben strano rifiuto quello che si manifesta non nella negazione (non ne voglio), ma nella moltiplicazione (lo voglio, ma in più forme). Più che la saggia intenzione di eludere il riconoscimento poliziesco, qui si persegue la voglia matta di ottenere un riconoscimento sociale. Con l’imbarazzante risultato che la sola cosa che si finisce col rifiutare è l’individualità. Il che è esattamente ciò che risponde alle esigenze dell’ordine, della disciplina, della gerarchia. Ieri si è creata la folla solitaria, oggi l’individuo affollato.
Nell’udire l’enfasi dei sovversivi 3.0 che respingono ogni prospettiva a favore dell’intensità dell’attimo fuggente, vengono in mente le parole di Ferrero sulla frenesia che coglie chi «ha abbozzato in fretta un ordine di cose disordinato e potente, nel quale agli ideali antichi è sottentrato un ideale nuovo: far molto e far presto…».
Ma la qualità richiede tempo, ad esempio il tempo necessario per studiare il nemico, capirne il funzionamento, individuarne i punti deboli, organizzarsi, per tentare di colpire dove più nuoce. Fuori da ciò rimangono le botte di adrenalina, da accumulare in quantità per tentare di superare la quotidiana angoscia di vivere.
Un altro piccolo esempio indicativo ci viene offerto dallo sport. Vero e proprio spettacolo circense organizzato per distrarre la plebe moderna dalle proprie disgrazie, per indurla alla coesione nazionale ed allo sciovinismo, nonché ovviamente per spremerne le tasche — e proprio per questo benedetto da tutti i dittatori della storia —, lo sport per tutto il Novecento è stato preso di mira da sovversivi («flagello di contraria apparenza»), da artisti («le parole sport e passaporto mi fanno immediatamente pensare alla morte»), da pensatori («una alienazione di massa»). Fuori da questi eretici, l’adorazione collettiva. Ebbene, nella diffusione planetaria dello sport non ha forse giocato un ruolo importante il suo carattere essenzialmente quantitativo?
Come è stato già notato oltre mezzo secolo fa, «una spiegazione della nostra passione per gli sport, in contrasto con la nostra apatia verso le arti e le lettere, può essere che la qualità della prestazione negli sport può essere determinata statisticamente». In effetti non è difficile capire che Pelé sia considerato il più grande giocatore di calcio della storia in quanto autore di 1281 reti segnate in 1363 incontri (una media di 0,94 gol a partita) e vincitore di 3 coppe del mondo, 2 coppe intercontinentali, 1 supercoppa dei campioni intercontinentali, 6 campionati brasiliani, 10 campionati paulisti… Tutti dati facili da riportare per poter fare accese discussioni con gli ammiratori di Maradona o chi per lui, dopo aver messo a confronto i palmares dei rispettivi beniamini. Ecco perché i Bar Sport sono sempre aperti, affollati, rumorosi, e non conoscono divisioni di classe.
Viceversa, perché Shakespeare viene considerato da molti il più grande poeta della storia? E cosa pensare invece di un Villon o di un Dante Alighieri? Conversazioni tra eruditi in via di estinzione, chiusi nei loro chiostri. Un parere individuale sulla poesia non si può ricavare con un qualche criterio numerico, non si misura.
Ma un secolo di critiche radicali allo sport non hanno lasciato proprio nulla, se nel corso degli ultimi anni si è assistito al sorgere e dilagare dello «sport popolare». Ciò che stupisce non è tanto il fervore per l’autorganizzazione e l’autogestione dei circenses, quanto l’assoluta ignoranza delle innumerevoli riflessioni critiche sull’essenza dello sport (non solo sulla sua amministrazione e spettacolarizzazione). L’insegnante di ginnastica e sociologo Jean Marie Brohm, tanto per fare un esempio, avrà anche iniziato la sua critica dello sport all’indomani del 1968, ma ogni sua argomentazione letteralmente non esiste per tifosi che hanno occhi soltanto per le prestazioni tecniche di muscoli proletari (e per lo spirito di squadra che alimentano).
Fatto curioso, lo sport è rimasto il solo luogo in cui è rigorosamente vietato l’accesso ai camaleonti a due zampe. Chi tradisce la squadra del cuore è — all’unanimità — una merda. Là sì che è inconcepibile cambiare casacca, in ciò che (si) conta e che dà sollievo all’esistenza umana: le acrobazie di un pallone di cuoio.
Le idee no, quelle non trovano più posto nell’organo simbolo della vita, delle passioni e delle emozioni. E, a proposito di cuore, lo sapevate che fra gli antichi valori rimossi dalla sua sede c’è perfino l’amore? Infatti non bisogna più dare retta alla voce del vecchio mondo qualitativo, quello che per bocca di uno dei suoi più grandi poeti romantici così definiva l’amore:
«È quella forza potente che ci attrae verso tutto quello che concepiamo o temiamo o speriamo fuori di noi stessi, quando scopriamo nei nostri pensieri l’abisso di un insaziabile vuoto e cerchiamo di risvegliare in tutte le cose che esistono, una consonanza con quello che proviamo dentro di noi. Se ragioniamo, vorremmo essere intesi; se immaginiamo, vorremmo che gli eterei figli del nostro cervello rinascessero nel cervello di un altro; se sentiamo, vorremmo che i nervi altrui vibrassero con i nostri, che i raggi dei loro occhi in un solo istante si accendessero e si unissero e si fondessero con i nostri, che due labbra tremanti e ardenti del più puro sangue non si posassero su labbra glaciali e immobili. Questo è l’Amore».
No, l’amore non esiste, anzi, non è mai esistito! Lo proclamano da circa mezzo secolo le esponenti del femminismo cibernetico made in USA, secondo cui l’amore è il perno dell’oppressione delle donne e l’amore romantico è lo strumento più potente inventato dai porci maschi cis per controllarle e soggiogarle. A cosa affidarsi per raggiungere l’agognata liberazione? Al progresso tecnologico, ovviamente. La pioniera Shulamith Firestone, ad esempio, vedeva nella maternità lo sfortunato fattore biologico che impedisce l’uguaglianza dei sessi. Ciò la portava a sostenere marxisticamente che il fine ultimo della tecnologia è quello di liberare l’umanità dalla schiavitù di un obsoleto ordine naturale. Nel caso specifico delle donne, al progresso era affidato il compito dell’invenzione dell’utero artificiale. Verso la metà degli anni 80 il manifesto cyborg-femminista insisteva sulla necessità di approfondire il progresso tecnico, non di fermarlo, allo scopo di emancipare le donne.
Ebbene, cosa resta dell’amore una volta che viene ridotto nel migliore dei casi ad una provetta di laboratorio? Nulla, ed è per questo che non trova più spazio nel cuore. Ciò che ne rimane non pulsa più nel petto, al massimo dentro le mutande. Dall’emozionante colpo di fulmine si è passati al poco poetico avviso dello smartphone che annuncia il successo delle «app» di incontri. Anche qui, insomma, una botta e via… si passa ad altro senza perdere tempo.
Basta con quei filosofi e poeti qualitativi che hanno cantato l’amore facendone l’origine della vita, il primo degli dèi, l’onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l’essere. Tutte stronzate. La nostalgia per l’antica Atene è polverosa, non scintilla quanto l’euforia per l’odierna New York. Ciò spiega il motivo per cui oggi (quasi) nessuno condividerebbe il concetto di un «amore fisico inseparabile dall’amore celeste», né si sognerebbe di affermare che «malvagio è quell’amante che è volgare e ama il corpo più dell’anima». Eros è morto e sepolto sotto le macerie dell’Olimpo. Il suo posto è stato preso da Tinder, tecno-divinità di chi non ama né il corpo né l’anima; gode delle misure del primo senza nemmeno sapere cosa sia la seconda ed il suo incanto.
Sì, i nostri nemici disegnano il nostro volto. Lo fanno da sempre, è vero. Ma da sempre esiste anche la possibilità di cancellare i loro tratti. Non solo di restare insensibili alle loro invadenti suggestioni, ma di bonificare a fondo i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri pensieri dal veleno della servitù volontaria. Di far crescere la giungla laddove è stato fatto deserto. Opera immensa, mai terminata, che riprende da capo ogni giorno.
La civiltà tecnologica va fermata e demolita. La vita va reinventata e rianimata. Fra la razionalità strumentale che vuole superare ciò che considera i limiti della natura e la fede tradizionalista che li vuole rispettare, preferiamo la ragione critica che non vede in essi dei limiti, bensì le condizioni della vita. Se fino ad oggi l’essere umano è stato soprattutto il prodotto delle sue azioni, non sarebbe ora che ne diventi l’autore? Il modo migliore per conoscere il futuro è effettivamente quello di farlo. La scommessa lanciata già nel lontano 1838 va ripresa — coloro che si oppongono a questo mondo non devono più essere «strumenti ciechi del caso o della necessità, bensì artefici coscienti della propria libertà».
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Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

Prepariamoci alla rivoluzione

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( Dal Web )

Pëtr Kropotkin

In una rivoluzione, demolire non è che una parte del compito che spetta al rivoluzionario. Bisogna ricostruire, e la ricostruzione si farà o secondo le formule del passato apprese nei libri, e che si cercherà di imporre al popolo; o secondo il genio popolare che, spontaneamente, in ogni piccolo villaggio e in ogni centro urbano, si metterà all’opera per costruire la società socialista. Ma per fare ciò, occorre che il popolo possieda un ideale; bisogna soprattutto che vi siano degli uomini d’iniziativa in mezzo ad esso.
Ora, è precisamente l’iniziativa del lavoratore e del contadino che tutti i partiti — il partito socialista autoritario compreso — hanno sempre soffocato, scientemente o no, con la disciplina di partito. I comitati, il centro ordinatore, gli organi locali non avevano che da obbedire, al fine di non mettere in pericolo l’unità dell’organizzazione. Tutto un insegnamento, tutta una storia, tutta una scienza incomprensibile furono elaborate a questo scopo.

Ebbene! coloro che lavoreranno a demolire codesta tattica anacronistica, coloro che sapranno risvegliare lo spirito d’iniziativa negli individui e nei gruppi, coloro che arriveranno a creare nei loro rapporti reciproci un’azione e una vita basate su codesti principi, coloro che comprenderanno essere la varietà, il conflitto stesso, la vita, e che l’uniformità è la morte, lavoreranno non per i secoli a venire, ma per la rivoluzione prossima.

Noi non abbiamo da temere «i pericoli e gli scarti della libertà», solo coloro che non fanno nulla non commettono errori. Quelli che sanno semplicemente obbedire ne commettono egualmente, ed anche più di quelli che cercano da se stessi la loro strada, tentando di agire nella direzione che il loro spirito e la loro educazione sociale suggeriscono. Mal comprese e sopratutto male applicate, le idee di libertà dell’individuo in un ambiente — in cui la nozione di solidarietà non è sufficientemente accentuata dalle istituzioni — possono certamente produrre atti che ripugnano ai sentimenti sociali della umanità. Ammettiamo che ciò accada, è forse una ragione per rigettare il principio di libertà? È una ragione per accettare il ragionamento dei signori che ristabiliscono la censura onde impedire «gli scarti» di una stampa affrancata, e ghigliottinare i partiti avanzati e mantenere l’uniformità e la disciplina — ciò che, in fin dei conti, come si è visto nel 1793, è il miglior mezzo per assicurare il trionfo della reazione?
La sola cosa che vi ha da fare quando si vedono prodursi degli atti antisociali in nome della libertà dell’individuo, è di ripudiare il principio del «ciascuno per sé e lo Stato per tutti», e d’avere il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa di codesti atti. Questo può, senza dubbio, condurre il conflitto; ma il conflitto è la vita medesima. E dal conflitto sorgerà un apprezzamento di questi atti molto più giusto di tutti quelli che avrebbero potuto prodursi sotto la sola influenza delle idee acquisite.
Quando il livello morale di una società abbassa al punto in cui è oggi, attendiamoci che la rivolta contro la società prenda qualche volta forme che ci faranno fremere; ma non condanniamo a priori la rivolta. Certo, le teste portate in giro in cima delle picche ci ripugnano; ma le forche dell’antico regime, e le gabbie di ferro delle quali Victor Hugo ci ha parlato non sono esse state la causa dei cortei sanguinosi? Speriamo che il massacro dei 35 mila parigini nel 1871 e il bombardamento di Thiers siano passati sulla nazione francese senza lasciarvi un fondo troppo grande di ferocia; speriamo che la vergogna degli alti borghesi, messa a nudo da molti processi recenti, non abbia ancor roso il cuore della nazione.

Sì, speriamolo! Ma se le nostre speranze sono frustrate, volteremo noi le spalle al popolo in rivolta perché la ferocia dei potenti del giorno avrà lasciato le sue tracce nello spirito popolare? perché il fango dei governi avrà seminato tutt’intorno le sue chiazze?

È evidente che una rivoluzione così profonda producentesi negli spiriti, non può rinchiudersi nel dominio delle idee senza tradursi nel dominio dei fatti. Come viene bene affermato da un giovane filosofo troppo presto strappato alla vita, Jean-Marie Guyau, in uno dei più bei libri pubblicati negli ultimi cinquant’anni, non vi è un abisso fra il pensiero e l’azione, almeno per coloro che non sono abituati alla sofistica moderna. Il concepimento è già un principio dell’azione.
Così le nuove idee hanno provocato una moltitudine di atti di rivolta, in tutti i paesi, sotto tutti gli aspetti possibili: prima di tutto la rivolta individuale contro il Capitale e lo Stato, poi la rivolta collettiva — lo sciopero e l’insurrezione operaia; entrambe atte a preparare, nelle menti come nei fatti, la rivolta in massa, la rivoluzione. In questo il socialismo e l’anarchismo non hanno fatto che seguire l’evoluzione, sempre seguita dall’idea-forza all’avvicinarsi delle grandi sollevazioni popolari.
È per questo che sarebbe errato il voler attribuire all’Anarchia il monopolio degli atti di rivolta. E infatti, quando passiamo in esame gli atti di rivolta degli ultimi quarant’anni, li vediamo provenire da tutti i partiti. In tutta l’Europa vediamo una moltitudine di sollevazioni di masse operaie e contadine. Lo sciopero che era prima «una guerra di braccia incrociate», diventa oggi molto facilmente una rivolta, e prende spesso — negli Stati Uniti, nel Belgio, in Andalusia, in Italia, ecc. — le proporzioni di una vasta insurrezione. A dozzine si contano nei due mondi le sollevazioni degli scioperanti, diventate rivolte.
D’altra parte, l’atto di rivolta individuale prende tutti i caratteri possibili, e tutti gli elementi avanzati vi partecipano. Vediamo passare davanti a noi la giovane ribelle, semplicemente socialista, Vera Zasulič, che spara contro un satrapo di Alessandro II; il social-democratico Hoedl ed il repubblicano Nobiling che sparano contro l’imperatore di Germania; l’operaio Otero che attenta al re di Spagna; ed il mazziniano Passannante che va per colpire il re d’Italia. Vediamo le uccisioni agrarie in Irlanda e le esplosioni a Londra, organizzate da nazionalisti irlandesi che hanno il socialismo e l’anarchia in orrore. Vediamo tutta una generazione di gioventù russa — socialisti, costituzionalisti, giacobini — dichiarare la guerra a oltranza ad Alessandro II, e pagare questa rivolta contro il regime assoluto salendo il patibolo e marciando all’esilio. Numerosi attentati si producono fra i minatori belgi, inglesi e americani. E non è che verso la fine di questa lunga serie che vediamo sorgere gli anarchici coi loro atti di rivolta in Spagna, in Francia, in Italia — gli Artal ed i Morral, i Vaillant e gli Henry, i Lega e i Bresci, ecc.

E durante questo periodo i massacri in grosso e al dettaglio, organizzati dai governi, seguitano a prodursi. Agli applausi della borghesia europea, l’Assemblea di Versailles fa massacrare 35 mila operai parigini — la maggior parte dei prigionieri della Comune vinta. I «briganti di Pinkerton» — soldatesca privata al servizio dei capitalisti americani — massacrano secondo le regole dell’arte i lavoratori in sciopero. I preti incitano un uomo, un debole di spirito, a tirare su Louise Michel, che — da vera anarchica — lo salva dalle grinfie dei giudici grazie ad una generosa difesa. Al di fuori dell’Europa, si massacrano gli Indiani del Canada e si strangola Riel, si sterminano i Matabeli, si bombarda Alessandria, senza parlare delle carneficine alle quali si dà il nome di guerra, a Madagascar nell’Oriente Estremo, al Marocco, eccetera. Ed infine, si distribuiscono ogni anno centinaia, migliaia d’anni di prigione ai lavoratori ribelli dei due mondi, e si dannano alla più nera delle miserie le loro donne ed i loro figli — sono così condannati a pagare i sedicenti crimini dei loro padri. Si trasportano codesti ribelli in Siberia, alle isole di Tremiti, di Lipari, di Pantelleria, a Biribi, a Numea ed alla Guyana, e in questi luoghi d’esilio si fucilano ancora i condannati per il minimo atto d’insubordinazione…
Quale libro terribile sarebbe quello che darebbe il bilancio delle sofferenze sopportate dalla classe operaia e dai suoi amici, durante gli ultimi cinquant’anni! Quale folla di dettagli spaventosi, ignoti al grosso pubblico, che a descriverli farebbero fremere il cuore dei più induriti ai dolori umani! Quali eccessi di furore provocherebbe ogni pagina di un tale martirologio dei precursori moderni della grande rivoluzione sociale! — Ebbene questo libro l’abbiamo vissuto, ciascuno di noi ne ha percorso, almeno, delle pagine intere di sangue e di nera miseria!
E davanti a queste miserie, a queste esecuzioni, a queste Guyane, Siberie, Tremiti, Numea, si ha ancora il triste coraggio di venire a rimproverare al lavoratore ribelle la sua mancanza di rispetto per la vita umana?
Ma tutto l’insieme della nostra vita attuale raggiunge il rispetto per la vita umana! Il giudice che ordina di uccidere, ed il suo luogotenente, il carnefice, che garrota in pieno sole a Madrid o ghigliottina all’alba a Parigi o in Russia, provocando le risa sguaiate dei degradati sociali; il generale che massacra a Bacleh o a Fez, o il corrispondente di giornale che si accinge a coprire di gloria gli assassini; il padrone che avvelena i suoi operai con la biacca, perché — risponde egli — «costerebbe assai più caro il sostituirvi il bianco di zinco»; il sedicente geografo inglese che uccide una vecchia perché non risvegli un villaggio nemico coi suoi pianti, e il geografo germanico che fa impiccare come infedele la giovane nera che aveva preso per concubina; il consiglio di guerra che si accontenta di quindici giorni d’arresto per il guardaciurma di Biribi convinto d’assassinio… tutto, tutto, nella società attuale insegua il disprezzo assoluto della vita umana — di questa carne tanto deprezzata sul mercato! Ed essi che garrotano, che assassinano, che uccidono la merce umana deprezzata, essi, che hanno fatto una religione della massima: per la salvezza pubblica bisogna garrotare, fucilare, uccidere — si lamentano perché poco si rispetta la vita umana!
No, fino a quando la società reclamerà la legge del taglione, finché la religione e la legge, la caserma e la corte di giustizia, la prigione ed il bagno industriale, la stampa e la scuola continueranno ad insegnare il disprezzo supremo della vita dell’individuo, non chiedete ai ribelli il rispetto di questa società! Sarebbe esigere da essi una dolcezza ed una magnanimità di un grado infinitamente superiore a quello di tutta la società.
Se volete, come noi, che la libertà intera dell’individuo, e per conseguenza la sua vita, sia rispettata, siete forzatamente condotti a ripudiare il governo dell’uomo sull’uomo, qualunque sia la forma che prende; siete costretti di accettare i principi dell’Anarchia, per tanto tempo maledetti e beffeggiati e perseguitati nella persona dei suoi adepti. Dovete cercare, con noi, le forme sociali che possono in meglio realizzare questo ideale, e mettere fine a tutte le violenze che vi ripugnano.

La notte dei morti viventi

Ferrio

( Dal Web )

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant’anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell’anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell’apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.
Più di un recensore ha sottolineato la forte critica sociale presente nei film di Romero, le cui creature grigie, putride, dagli occhi spenti, dal passo strascicato e dalla bocca piena di resti di carne umana, ben rispecchiano i membri dell’odierna civiltà occidentale. Lo zombie è la metafora dell’essere umano moderno, privo di ragione e dignità, morto nella propria individualità, presente sulla terra unicamente sotto forma di consumatore di merci, brancolante davanti alle vetrine dei negozi.
Ebbene, l’orda di morti viventi come metafora sociale è perfettamente calzante a indicare tutti coloro che vagano a bocca aperta attraverso le sale del tempio del capitale, siano essi clienti di mercati o sovversivi di Stato. Gli zombie di Romero che in Dawn of the Dead del 1978 si accalcano davanti ad un centro commerciale sono come gli zombie di Autonomia Operaia del 1977 che si accalcano davanti all’immagine sbiadita della «rivoluzione qui ed ora». Gli uni e gli altri seguono semplicemente la loro memoria muscolare, il riflesso condizionato che li porta laddove un tempo avveniva per loro qualcosa di importante. Ma se da morti si atteggiano a vivi, è perché da vivi si comportavano come già morti. Una vita trascorsa all’insegna della merce o della politica (ancorché rivoluzionaria) è una non-vita.
Morti viventi sono i consumatori di merci, morti viventi sono i consumatori di militanza. Gli zombie di Romero che si muovono tra i manichini dei grandi magazzini sono come gli zombi dell’Autonomia Operaia che si muovono tra i funzionari delle istituzioni, persone che quando erano in vita erano solo ingranaggi della macchina economica e politica. A differenza di vampiri e licantropi, a differenza di teste calde e cani sciolti — tutti solitari rei di individualismo, costretti alla macchia dalla società — gli zombie rappresentano la massa, l’enorme maggioranza annichilita e annichilente, comune, identica, tutta uguale malgrado qualche sfumatura, senza eccezioni. Quella che parte insieme e torna insieme dopo aver deciso insieme cosa fare insieme (e che è pure orgogliosa di condividere questa omologazione forzata). Lo scopo di questa orda vuota e insensata, senza cuore né anima, composta di pura materia senza spirito, biascicante gingle commerciali o slogan di piazza, è di sterminare la singolarità umana per creare un mondo abitato esclusivamente da zombie.
E poiché anche all’orrore capita talvolta di incontrare il comico, ecco spuntare il grottesco. L’obiettivo dichiarato del dibattito padovano era «quello di fare riemergere un sentire comune, un sentire che allora permeava il corpo sociale, un “feeling di parte” si direbbe, che i militanti del 77 trasmettono ancora, a quarant’anni di distanza… Questo feeling, questa sensazione di sentirsi sull’orlo della rivoluzione, di sentirsi la rivoluzione addosso, è ciò che rende il 77 straordinario». Ma da dove proveniva quella sensazione in grado di rendere straordinario il 77, se non dall’azione insurrezionale che la suscitava? La «terribile bellezza» di quell’anno non è forse data da un movimento che andava all’assalto senza rivendicare alcun diritto, che non voleva conquistare affatto lo Stato (aspirazione coltivata solo dal suo ristretto ceto politico), intendendo solo distruggerlo? Un movimento vasto e molteplice composto da decine e decine di migliaia di persone, che sfidavano l’ordine costituito in ogni ambito della vita, e di cui la ventina di sigle che in quell’anno rivendicarono duecento attentati non furono che una mera espressione.
E chi dovrebbe rievocarlo, il «feeling» che permeava quel movimento, chi più di tutti si diede da fare per rinnegarlo e vederlo sparire sotto la melma del compromesso politico?
Gli zombi di Autonomia Operaia sono affiorati nei primi anni 80. Prima, quando erano vivi morenti, volevano instaurare il nuovo potere proletario. Dopo, da morti viventi, volevano rinnovare il vecchio potere borghese. Il passaggio da prima a dopo, la loro mutazione, ha un nome storico preciso: si chiama dissociazione (la «desistenza» di Scalzone non ne è che la variante scaltra perché timida). Gli zombi di Autonomia Operaia sono coloro che vorrebbero vivere il comunismo, ma senza fare la rivoluzione; vorrebbero tornare al 77, ma senza passare per l’insurrezione. Ma senza rivoluzione ed insurrezione, cosa resta se non il riformismo?
Se ci si prendesse la briga di leggere i documenti redatti dal professore padovano e dai suoi sodali nei primi anni 80, si capirebbe meglio l’origine di ciò che spinge in avanti le odierne schiere di zombi rivoluzionari. È il maestro della dissociazione ad aver sostenuto che la necessaria fine delle ostilità deve lasciare spazio solo alle lotte sociali di massa, prescrizione che ai giorni nostri ha infettato persino molti anarchici: «La lotta politica proletaria deve distruggere l’immagine della guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terribile il sentimento della disperazione, la frenesia dell’omicidio, l’ottusità della coerenza combattente. Oggi, la lotta politica è al primo posto, di nuovo agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità ed alla sua energica effettualità…. Respingo l’accusa che l’esplicita dissociazione dal terrorismo sia un’operazione minimale. Anzi. Essa rappresenta l’inizio di un nuovo progetto politico, che deve di nuovo rappresentare l’identità culturale e sociale del movimento. La sua prospettiva è questa: raccogliere la storia delle lotte, volendone dare una rappresentazione politica e una rappresentazione operativa. Tagliando, in maniera definitiva – sulla base di una censura che già storicamente (ma finora in maniera spontanea) s’è data sul livello di massa – con il terrorismo e con tutte le deviazioni militaristiche del movimento…. Riaprire un terreno di speranza comunista, significa, oggi, dissociarsi, e fare della dissociazione un programma di vittoria della lotta di massa».
Già!… Ed è sempre il maestro della dissociazione ad aver teorizzato l’urgenza pratica dell’oblio, quando ai suoi «fratellini» che lo criticavano rispondeva con stizza che «la vostra memoria è diventata la vostra galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere felici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria». Senza memoria si è più rivoluzionari, perché il movimento può crescere ed allargarsi: infatti oggi anche i delatori possono partecipare alle assemblee, i collaboratori di giustizia possono mettere piede in spazi occupati ed i magistrati possono essere invitati alle iniziative di lotta. Senza memoria, alle cene popolari c’è posto per tutti.
È il maestro della dissociazione ad aver insegnato come la condanna della violenza rivoluzionaria e la partecipazione alle lotte sociali consentano di confrontarsi con le istituzioni in qualità di interlocutori, aiutandole a migliorarsi: «una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti “combattenti” o terroristici, come primo passaggio per sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo e propositivo con quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione… La soluzione della questione dei prigionieri politici è una condizione centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per una loro modernizzazione. Ed una radicale riforma delle istituzioni è momento significativo della crescita di nuovi movimenti». Perché le istituzioni non vanno più abbattute, vanno riformate.
È il maestro della dissociazione ad aver proposto la strategia della conflittualità alternata, oggi dilagante in tutta Italia: «Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità dei suoi contenuti. Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della “lotta armata” (di cui non c’è una versione “buona”, alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo Stato deve fare i conti, anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione».
La miseria del presente sta già tutta lì, annunciata a chiare lettere da chi da tempo aveva deciso di fare il più ignobile dei mercimoni con lo Stato.
Da vivi morenti come da morti viventi, i cantori della dissociazione e della desistenza da molti decenni diffondono la lebbra della servitù volontaria. Quando sostengono che il comunismo è il felice esito del capitalismo — il quale non deve perciò essere ostacolato e sabotato, bensì attraversato ed aiutato a compiersi — non fanno altro che scavare la fossa alla rivolta. Quando rincorrono l’uso dei mezzi di produzione in quanto sinonimo di progresso, non fanno altro che contribuire all’espansione del dominio tecnologico. Quando fanno delle istituzioni l’unico orizzonte a disposizione degli esseri umani — non a caso sono tutti allievi di quella gran testa di Tronti, quello che proprio nel 1977 scriveva che «Lo Stato moderno risulta, a questo punto, niente meno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia» — non fanno altro che addomesticare gli individui, trasformandoli in cittadini. Quando esaltano la centralità del lavoro, non fanno altro che ammirare la fatica al servizio dello sfruttamento. Quando ambiscono ad organizzarsi in partito, non fanno altro che giustificare la gerarchia e la disciplina.
Fossero vivi, si batterebbero contro questo mondo mortifero. Essendo morti, si battono per riproporre lo stesso mondo mortifero, limitandosi a riconfigurarlo, garantendo così al potere e all’obbedienza un eterno presente. Fossero vivi, si guarderebbero attorno e vedrebbero a quali disastri umani, sociali ed ecologici ha portato il culto dell’autorità. Si accorgerebbero di come e quanto la ristrutturazione del capitale nel corso di questi ultimi decenni abbia fatto avanzare il deserto emozionale.
Ma sono morti, seppur viventi. E continuano ad aggirarsi fra i vivi, per divorarli.

Puzza di marcio

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( Dal Web )

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio: ieri era la minaccia dei rivoluzionari che volevano distruggere la società delle merci, oggi sono gli jihadisti, che rispondono ai massacri perpetrati nel mondo intero dagli Stati con altri massacri, domani sarà la catastrofe ecologica, nascondendo che le sue origini si trovano nel modello stesso della società industriale attuale con la sua produzione di nocività, di tossicità, di cancro.
Ma il naso dei nostri contemporanei è stato ben tappato affinché non possano più sentire che c’è qualcosa di marcio. La loro capacità di parlarsi, di riflettere autonomamente, è stata gravemente compromessa dalla propaganda del migliore dei mondi e dall’onnipresenza di apparecchi tecnologici, dotati di propri valori, interposti come passaggi obbligati fra individui. Le idee critiche sono quasi scomparse dalla scena, restano solo i discorsi vuoti degli Stati, si chiamino essi democratici o islamici, repubblicani o nazionalisti. Il totalitarismo è implicito nel discorso politico o religioso, ma la realtà viene già resa ogni giorno più totalitaria con l’avanzata delle tecnologie, che sottomettono il mondo, i rapporti fra le persone, le sensibilità, l’immaginario, i sogni, alle macchine e agli algoritmi. Laggiù si demolisce un sito archeologico millenario per rendere lo spazio compatibile con l’ideologia; altrove si demoliscono montagne per costruire miniere di rame, di oro e di cobalto al fine di accrescere la produzione di oggetti tanto nocivi quanto dannosi. Laggiù si mutila e si massacra affinché l’Altro non esista più; altrove si massacra perché nient’Altro possa esistere accanto al capitalismo. Laggiù gli abiti venduti qui nei negozi vengono prodotti da milioni di schiavi; qui si rinchiudono sempre più indesiderabili in prigioni, in campi di ogni genere, oppure li si tiene sotto controllo tramite le catene tecnologiche.
D’altronde, non è «l’informazione» che manca. I fatti sono sotto gli occhi di ciascuna e ciascuno. A difettare è la capacità di comprensione. È una situazione paradossale: più veniamo bombardati di informazioni, meno ci capiamo qualcosa — nel senso in cui comprendere è una delle anticamere dell’azione. Politici corrotti che si arricchiscono con fondi destinati ai senza-tetto, poliziotti che fanno regnare la legge del manganello e del pestaggio in cella, dirigenti di banche che le lasciano con paracaduti dorati dopo aver distrutto la vita di chi aveva comprato una casa ipotecata, imprenditori che se ne fregano sovranamente di avvelenare il mondo intero con le loro produzioni, capi sindacalisti che preferiscono — è quella la loro vera funzione — amabili cene coi padroni al vociare dei rivoltosi per le strade… l’elenco è lungo. Ma il problema è che per essere realmente indignati, bisogna possedere già una dignità — ovvero un carattere proprio, con qualche convinzione che non sia mercanteggiabile o adattabile in funzione del contesto e dell’interesse. È questa dignità umana, o coscienza se si vuole, ad aver subito attacchi feroci da parte del dominio, accostandoci sempre di più alla sorte di semplici ingranaggi. Siamo come detenuti in una prigione a cielo aperto che non sanno più nemmeno distinguere il filo spinato che trattiene il loro corpo, fra mura che impediscono di vedere l’orizzonte e guardiani che li controllano. E così, quando questa prigione deve essere ristrutturata per diventare più redditizia, come avviene oggi con l’economia capitalista mondiale, c’è chi si adopera in ogni modo per far balenare ai prigionieri false opposizioni, impedendo efficacemente l’ammutinamento generale che potrebbe radere al suolo la prigione stessa. È esattamente ciò che è successo, su vasta scala, in Siria. Minacciato da un sollevamento generale e popolare, il regime (in accordo con i suoi alleati e tutti gli altri Stati) ha preferito favorire l’emergere di un nemico abietto; un ruolo che ha ben svolto lo Stato Islamico. Allo stesso modo, le democrazie occidentali preferiscono di gran lunga un pugno di jihadisti che ripetono alla rinfusa quattro sure su youtube piuttosto che un movimento di rivoltosi che si appropriano della facoltà di pensare da sé, liberamente, fuori dall’ombra di una qualsiasi chiesa religiosa, politica o tecnologica. Questa situazione genera una confusione incredibile che non farà che favorire l’avanzata del totalitarismo. La degenerazione di una lotta contro lo Stato in lotta tra clan etnici come in Libia, le guerriglie anti-imperialiste che accettano il sostegno degli Stati Uniti come nei territori a maggioranza curda nel nord della Siria, i movimenti di collera contro questo o quel progetto dello Stato che si richiamano a quella «democrazia» che hanno comunque davanti agli occhi, gli oppositori all’ingiustizia che invocano più tecnologie per «liberarci»… È su questo guazzabuglio di tutto e di qualsiasi cosa, della menzogna abbigliata di verità, dell’abbandono di ogni idea veramente critica, che fiorisce il totalitarismo, ovvero il culto del potere.
E l’odore fetido proviene da là. C’è decisamente qualcosa di marcio in questo mondo: è il potere, in tutte le sue forme.

Il lavoro è un crimine

Copia di 334H

( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Catturati nella rete

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( Dal Web )

In pochi decenni, l’intero globo è stato ricoperto da differenti nuove reti: Internet, rete di telefonia mobile & Co… Con quale rapidità questa rete si sia sviluppata, e fino a che punto essa si sia intessuta in modo sempre più capillare, quasi nessuno avrebbe osato predirlo. I cavi di fibre ottiche che solcano come vene il sottosuolo delle città, i segnali che vibrano nell’aria a frequenze sempre più alte, le antenne, i modem, i telefoni portatili, il wifi, l’home monitoring, l’internet delle cose, le Smart City.
Oggi si parla in modo inflazionistico di social network, di collegamento in rete, di networking, di rete, etc… Questi concetti si fanno strada nel vocabolario delle imprese, della politica, dei gruppi di interesse e delle cerchie di amici… in realtà ne sentiamo parlare praticamente dappertutto. Si tratta di una trasformazione totale delle teorie sull’organizzazione, cosa che non dovrebbe sorprendere, perché nello stesso tempo l’insieme della società si sta ristrutturando su nuove basi.
Ma qual è lo scopo di una rete? È chiaro: un ragno tesse la sua rete per catturare insetti che in seguito divorerà vivi. Un pescatore ha bisogno della rete per catturare i pesci. Allora, a cosa serve la nuova magnifica rete che si estende sul mondo intero, elaborata da diverse imprese e da istituzioni statali, il cui sviluppo sembra essere senza fine? Ebbene, coloro che la tessono e la finanziano mirano prima di tutto a una cosa: il Capitale. Tutto ciò che viene catturato da questa rete viene trasformato in informazioni sotto forma di uno e zero, in informazioni potenzialmente sfruttabili che per i più “aggiornati“ significano più capitale.
Questa rete viene intessuta già da qualche decennio, e molti ci vedono ancora un potenziale di sviluppo. Perche non intensificare la sua estensione al di sopra dell’architettura urbana, farla penetrare negli appartamenti o persino nel corpo umano? Questo fornirebbe ancora più informazioni. Informazioni dettagliate, informazioni forse suscettibili di riflettere l’insieme della realtà, cosa che significherebbe: ancora più capitale. Capitale sotto forma di sicurezza, di controllo, di velocità, di previsione e prevedibilità.
L’attuale ristrutturazione destinata a perpetuare il capitalismo, provoca anche dei cambiamenti nei rapporti sociali. Questo si delinea da molto tempo. Si rinuncia sempre di più a certe cose che oggi sembrano passate di moda, che hanno causato troppo malcontento, anche se questo potrebbe sicuramente cambiare di nuovo in futuro. Perlomeno, nella famiglia, a scuola, al lavoro, il comportamento diretto, personale e apertamente autoritario si indebolisce man mano che la relazione umana diretta e non mediata passa progressivamente in secondo piano. Questo comportamento cede regolarmente il passo alla logica delle reti collaborative, delle reti “trasparenti“, che nel migliore dei casi costituiscono una ulteriore maglia produttiva nella grande rete. La dominazione diventa sempre più impersonale e diventa sempre più difficile vedere secondo quale algoritmo stiamo danzando, come è stato programmato e chi lo controlla… Come mosche eccoci ben invischiati nella ragnatela, con la differenza che apparentemente sembriamo essere stati privati dell’istinto di dibatterci e semplicemente di volar via. Spesso non sappiamo più nemmeno cosa significhi volare.
Secondo me, come anarchici, non dovremmo accettare così facilmente il discorso delle reti eccetera. Una rete è qualcosa che viene usato per catturare, nella quale ci si impiglia e da cui difficilmente si riesce ad uscire. Dovremmo basare le nostre lotte piuttosto su una organizzazione agile, una libera associazione che possa essere dissolta in qualsiasi momento dai suoi partecipanti quando questi lo giudichino opportuno, e preferire rapporti non mediati, rifiutando le norme sociali e tutte le gerarchie, al di là degli algoritmi e dei programmi.
E mentre risulta evidente che gli esseri umani cadono letteralmente come mosche nella ragnatela, adescati da immagini scintillanti, comodità e passatempi fino alla nausea, faremmo meglio a riflettere su come passare attraverso le maglie della rete, come tagliarne i fili per fare in modo che tutto l’insieme della rete si spezzi.

La guerra e la «fatalità storica»

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( Dal Web )

Rudolf Rocker

Noi conosciamo gli argomenti con cui i sostenitori dell’attuale ordine di cose cercano di giustificare la necessità della guerra. Agli uni essa appare come l’espressione della collera di Dio, perché gli uomini si rendano conto dei propri peccati. Gli altri considerano la guerra come un portato della natura umano. Recentemente si è giunti a vedere nella guerra la manifestazione inevitabile delle differenze razziali. E siccome, secondo questa nuovissima teoria, razza è destino, la guerra è perciò una cosa del destino e non può essere soppressa nel mondo per mezzo di argomenti umanitari.
I socialisti di tutte le correnti non danno a tali affermazioni importanza alcuna, poiché esse non resistono ad nessuna critica seria. Però la maggioranza di loro non si accorgono che essi non fanno altro che sostituire il fatalismo dei loro avversari con un altro fatalismo, inculcando nei propri seguaci la convinzione che la guerra è unicamente un risultato del sistema capitalista mondiale, e solo scomparirà con questo. In che si differenzia questo fatalismo economico dal fatalismo razzista dei Gobineau, Chamberlain, Woltmann, Guenther, ecc.? Solo nella forma, e non negli effetti pratici. Anche in questo caso si tratta di una credenza cieca accettata tacitamente come verità.
Quando i capi delle truppe coloniali francesi, nelle loro crudeli e sanguinose lotte coi popoli asiatici, arrivarono fino a rubare ad essi le ossa dei loro padri nei campi di riso per costringerli alla sottomissione, non fecero che approfittare di un cieco fatalismo per raggiungere una più facile vittoria. Pure nessuna persona ragionevole sosterrà che ci fosse realmente in quelle ossa imputridite una forza determinante il destino, e che la loro perdita fosse effettivamente funesta agli indigeni tonchinesi. Tutti capiscono benissimo che funesta non fu quella supposta forza, bensì la credenza cieca degli indigeni nella sua esistenza. Più d’uno ride della scarsa intelligenza dei «barbari gialli», senza sospettare d’essere egli stesso vittima di una illusione consimile. Che cos’è, infatti, la credenza nella inevitabilità del divenire storico e di tutti i fenomeni sociali, se non una nuova teoria del destino, le conseguenze della quale paralizzano l’azione umana come qualsiasi altra credenza nel destino?
I difensori delle idee socialiste avrebbero dovuto capire per primi che le «necessità storiche» ed il «divenire ineluttabile» non hanno ragion d’essere se non finché gli uomini le accettano come fatti positivi e non oppongono loro alcuna resistenza. Invece cessano dall’essere necessità storiche dal momento in cui l’uomo si leva contro tali supposte necessità e tenta di dirigere in altro senso la sua vita. È vero ch’egli nelle sue aspirazioni è influenzato dall’ambiente che lo circonda, ma questa influenza è sempre legata al suo riconoscimento spirituale, e decresce man mano che il suo spirito penetra le cose e riesce a sottoporle alla propria volontà.
Considerando la guerra semplicemente come una ineluttabilità del sistema attuale, si appoggia coscientemente o incoscientemente questo sistema e i suoi difensori e si presta un servizio alla guerra e al militarismo. Un sistema sociale non è qualche cosa di assolutamente rigido, legato in tutte le forme della sua evoluzione a ferree necessità. La storia ci mostra, piuttosto, che alla lotta contro l’esistenza di un sistema determinato precede sempre una innumerevole serie di piccole e grandi lotte contro certe istituzioni di quello stesso sistema, che portano pure a modificazioni inevitabili.
Così, per esempio, l’attuale giurisprudenza si radica intimamente in tutto il sistema vigente; pure, malgrado tutto, certi metodi di tortura medioevale sono stati abbandonati, ed il ritorno ad essi produce una indignazione generale, come vedemmo a suo tempo quella contro gli inquisitori di Montjuich. Anche la guerra e li militarismo sono possibili soltanto in quanto sono accettati dalle masse come necessità ineludibili. Quando, invece, sparisca in esse la credenza in quelle supposte necessità, nessun ordine capitalista e nessun modo di produzione potranno esser capaci di forzare i popoli alla guerra.
Giustamente per questa ragione noi dovremmo conformare tutta la nostra propaganda contro la guerra, ponendo al primo piano dovunque la mostruosità e criminalità della strage umana organizzata e l’interpretazione del militarismo come la scuola dell’assassinio e dell’abbrutimento. Anzitutto bisogna creare la convinzione che la guerra potrebbe essere impedita oggi stesso e che i produttori, specialmente, tengono nelle loro mani i mezzi per riuscirvi. Quanto più riusciremo a stimolare il senso di giustizia delle masse contro l’assassinio organizzato dei popoli, tanto meglio potremo inculcare in loro il rispetto della libertà e della vita umana, e tanto più piene di promesse ci si presenteranno le lotte future.
Il fatalismo è sempre un risultato di ideologie autoritarie. E appunto perché abbiamo riconosciuto che il principio d’autorità trova la sua espressione più brutale e vergognosa nel militarismo, dobbiamo procurar sempre di minare il rispetto per l’autorità, che in realtà è il vero ostacolo che separa gli uomini dalla possibilità della loro liberazione.
A tal proposito, accenneremo anche a un metodo che può essere utile nella lotta contro la guerra e il militarismo.
Molti dei nostri si erano abituati, al tempo della guerra mondiale passata, a trascurare facilmente i sistemi e i fatti di violenza dei «vincitori», segnalando quelli dei «vinti», quando questi erano ancora un fattore della sanguinosa contesa. Tale atteggiamento poteva giustificare da solo il pensiero della rivincita nei secondi, e non corrisponde certo alle idee della libertà e del socialismo. I piani dei grandi industriali tedeschi durante la guerra mondiale non sono un salvacondotto per lo aspirazioni di Poincaré ed altri mandatari del “Comité des Forges”; l’invasione delle truppe tedesche nel Belgio, ecc. non è una giustificazione delle repressioni contro le popolazioni del Tirolo da parte dei carabinieri di Mussolini; l’esistenza in Germania del Hackenkreuzlern e dei Caschi d’acciaio non dà ragione al fascismo in Italia.
Siamo avversari di ogni sfruttamento e di ogni oppressione, tanto se realizzati da tedeschi o francesi, da inglesi o russi. Il militarismo che ha per suo rappresentante il generale Foch non è migliore del militarismo di Ludendorff e di Hindenburg. La guerra, il militarismo ed il nazionalismo sono flagelli dell’umanità, e debbono esser combattuti dovunque con la stessa energia. Lo sviluppo del militarismo in paesi come gli Stati Uniti ed il Canada, dove oggi invade tutte le scuole e le università, è la prova migliore che lo spirito militarista non è attributo speciale di alcuni popoli soltanto, ma che esso penetra in ogni luogo in cui non gli si opponga resistenza da parte del popolo medesimo.
Non si tratta qui di disposizioni nazionali speciali, bensì di una determinata tendenza dello spirito umano, che non può non produrre dovunque gli stessi terribili effetti. Combattere tale tendenza, provocare negli uomini la repulsione per le sue conseguenze, e aprire iI cammino alla libertà e alla giustizia — questa è la nostra missione in tutti i paesi. E non dobbiamo dimenticare che la nostra lotta contro la guerra e il militarismo è al tempo stesso una lotta anche contro ogni forma di sfruttamento economico e di oppressione statale.

Finale scontato

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( Articolo Condiviso )

Il nostro male viene da più lontano

Alain Badiou

Einaudi, 2016

 

Ci sono libri che, prima di iniziare a leggerli, sai già dove andranno a parare, e quale sia lo scopo del loro autore. Questo libretto del filosofo francese è uno di quei casi. Non si tratta in realtà di un libro vero e proprio, bensì della trascrizione di un seminario tenuto in un teatro francese il 23 novembre 2015; a dieci, giorni, quindi, dai massacri parigini per mano degli islamisti. Ed è proprio questo lo spunto del seminario: analizzare l’ondata di violenza che ha appena scosso le coscienze francesi e mondiali, e cercare di comprenderne le radici profonde.

Non deve essere stato facile affrontare la questione a caldo, provando a dare una visione differente da quella scatenata dalla canea mediatica di quei giorni, ricordando che massacri del genere l’Occidente li compie, ogni giorno, in vari angoli del mondo. Badiou spiega quindi che gli attentati di Parigi, che hanno colpito degli occidentali, tendono a sollecitare un riconoscimento identitario che, a sua volta, porta a stringersi attorno allo Stato e questa«idea trasforma la giustizia in vendetta» tanto che «la polizia […] uccide gli assassini appena li trova». Il limite di questa affermazione, però, è nella idea dell’autore che associa la giustizia al “giusto” e la vendetta al “male”, ma non considera che l’idea di vendetta non per forza deve essere connaturata allo Stato e alle garanzie offerte dal suo diritto, cosa che permetterebbe di vedere del “giusto” proprio nella tanto vituperata vendetta. Del resto, come ben si capisce dal resto del suo discorso, il filosofo è un fedele amante dello Stato, di cui cambierebbe solo la forma…

Se l’analisi di base di Badiou è condivisibile quando indaga la struttura del mondo contemporaneo alla luce della vittoria del capitalismo mondiale, nella sua attuale forma che chiama «capitalismo globalizzato», smette di esserlo quando afferma che la radice dei mali che affliggono il pianeta sia frutto della scomparsa di un’altra idea, che per lui coincide esclusivamente con l’idea del comunismo. Il pensiero che possa  esistere un’altra idea di mondo, al di fuori e contro il controllo statale, non pare sfiorarlo minimamente; da buon marxista ortodosso, nutre infatti un odio viscerale nei confronti dell’anarchia; secondo lui, è proprio questa forma di non governo ad avere implementato i problemi e le crudeltà del mondo, in quanto in molte zone, dopo il dissolvimento degli Stati-nazione, all’interno di quella nuova forma che assumono i territori, che Badiou definisce col termine di«zonizzazione», «vigerà una sorta di semi-anarchia, di bande armate controllate o incontrollabili» che «non impedirà lo sviluppo degli affari, e anche meglio di prima», perché «in una zona in cui ogni vera potenza statale è scomparsa, l’intero microcosmo delle imprese opererà senza grandi controlli». Insomma, il problema è che l’ascesa al potere del capitale multinazionale e la progressiva estinzione dello Stato-nazione, hanno ridotto al lumicino controlli, garanzie e diritti.

Non a caso Badiou insiste più volte sul dato che, al mondo, due miliardi di essere umani siano esclusi da tutto, non essendoci lavoro per tutti, e non potendo così costoro essere produttori – quindi guadagnare – e di conseguenza consumatori – quindi poter acquistare quanto occorre per la sopravvivenza quotidiana. Non un parola di critica al lavoro in quanto sistema di sfruttamento, o al denaro, dalla cui disponibilità può dipendere la vita o la morte di molti.

Quanto alle motivazioni che spingono dei giovani occidentali a compiere massacri simili a quelli di Parigi, Badiou si addentra in un discorso psicoanalitico, attraverso il quale identifica delle «soggettività tipiche» e, all’interno di esse, una in particolare che definisce «soggettività del desiderio di Occidente». Sarebbe proprio questo desiderio, secondo lui, a portare alcuni giovani, immigrati di seconda o terza generazione, a trasformarsi in assassini, a causa della mancata realizzazione del desiderio stesso. Ma è proprio vero che sia questa frustrazione la causa? Che sia il mancato raggiungimento del benessere e dell’adeguamento ai valori occidentali a spingere dei giovani ad uccidere e farsi uccidere? E se invece fosse l’acquisizione di una consapevolezza, che gli permette di riconoscersi come colonizzati nelle terre d’origine, estranei, esclusi e rifiutati nella terra d’approdo, e quindi sempre messi al margine della società, a prescindere dal territorio in cui vivono, vivendo quindi nella carne la marginalizzazione a cui li sottopone quel capitalismo globalizzato? A quel punto, la mancata prospettiva di una vita degna ovunque, e l’assenza di etica, può spingere a riempire di esplosivo la propria rabbia, incanalandola nel modo peggiore; ma quella religiosa non può essere considerata solo una copertura di facciata, una forma ideologica di nascondimento, se si considera l’intrinseca violenza insita in ogni religione.

Interessante è la parte in cui si analizzano e si confrontano quelle che vengono definite civiltà e barbarie, dove – da questa parte del mondo – la prima è rappresentata dalla cultura occidentale, la seconda dall’oscurantismo islamista. Per il filosofo è fin troppo facile spiegare che, alla luce di tutti gli stermini causati quotidianamente dall’Occidente, questo non può certo vantarsi di essere civile, ma altrettanto barbaro di quei popoli barbari che vorrebbe combattere. L’errore di fondo, però, sta nel concetto stesso di barbarie: il messaggio che passa è che, ammazzando in maniera indiscriminata, che a farlo sia l’Isis o gli Stati occidentali, esso sia comunque un atto barbarico. Sarebbe forse più corretto affermare che, col progredire della civiltà, l’estremo sviluppo del suo pensiero fattosi mondo e della sua tecnica, i massacri e gli stermini di ogni tipo hanno toccato picchi di crudeltà forse mai raggiunti. Ma riflettere su ciò significa anche capire che tra civiltà e barbarie non necessariamente la prima è migliore della seconda, e questo crea sgomento, perché spinge a porci la domanda su dove stiamo andando e su che mondo abbiamo creato…

Infine, si arriva alla conclusione che si sapeva di trovare. Dalle parole del filosofo francese si nota un certo rammarico per il fatto che i poveri, gli esclusi da tutto, non incanalino la loro rabbia all’interno di una ideologia che si opponga al capitalismo, ovvero tendano al comunismo. Orfano di un mondo oramai scomparso, nutre la recondita speranza che questa umanità offesa possa trasformarsi nel nuovo soggetto rivoluzionario. Gente come lui non può farne a meno. Incapaci di immaginare un avvenire differente da tutto ciò che è Passato, tentano di riciclare un futuro ormai alle spalle.

Chissà che non avesse ragione Cioran quando affermava che “l’originalità dei filosofi si riduce ad inventare termini”.

 

 

La grande sfida

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( Articolo Condiviso )

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere.

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all’appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia… «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.
È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

«L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.

È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.