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Smarriti tra gli specchi

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«I nostri nemici disegnano il nostro volto.
Questa verità spaventa»

( Dal Web )

In linea di massima, ciò che siamo ha ben poco di spontaneo e naturale.
È anzitutto il risultato del secolare condizionamento imposto dall’organizzazione sociale dominante.
La società in cui viviamo — autoritaria, capitalista, tecno-industriale — produce le persone di cui ha bisogno. Ne progetta il modello, le fabbrica in serie, ne formatta la mentalità, concedendo tutt’ al più una diversificazione di tonalità (purché registrata).
Lo scopo è quello di produrre il genere di persona di cui questa società ha bisogno per funzionare, ovvero il cittadino sottomesso, conformista, che crede ai miti necessari allo Stato («democrazia», «lavoro», «progresso»).
Ma poiché a nessuno piace considerarsi un automa, tutti credono di esseri autonomi. Se votiamo per qualche partito, non è perché crediamo alle menzogne della propaganda; è perché pensiamo davvero che i politici siano al nostro esclusivo servizio. Se compriamo le ultime merci lanciate sul mercato, non è perché abbocchiamo alla pubblicità; è perché qualche imprenditore ha finalmente capito quali sono i nostri veri desideri. Se siamo ricchi di protesi tecnologiche, non è perché ci siamo impoveriti di abilità umane; è perché usufruiamo di una tecnica che serve a migliorare la vita.
«Anche l’uomo deforme trova specchi che lo rendono bello», scriveva Sade. Ma la traduzione in italiano purtroppo non permette di cogliere appieno la sfumatura di significato presente nelle parole del più scandaloso degli illuministi, il quale non usa il termine medievale difforme («che non ha forma e proporzioni naturali», riferito soprattutto proprio al corpo umano), bensì contrefait. Ora, questo termine significa «mal conformato, mal costruito» e deriva dal verbo contrefaire, cioè «riprodurre per imitazione, imitare fraudolentemente»… contraffare, appunto. Quindi la frase di Sade possiede un’altra possibile chiave di lettura: anche l’uomo contraffatto trova specchi che lo rendono bello.
Mentre l’essere umano che risplende di autentica bellezza è quello che rifiuta ogni integrazione alla norma sociale e crea la propria vita rendendola un’opera unica, l’essere umano contraffatto è quello fabbricato in serie dalla società. Privo di originalità, di luce propria, programmato per adempiere ad una funzione… ma che vuole ad ogni costo considerarsi bello, genuino, spontaneo, libero. Se una tale eclatante contraddizione non era possibile da nascondere ai tempi di Frankestein, l’uomo creato ex-novo nel laboratorio della scienza di fine Ottocento, oggi invece ha tutte le carte in regola per passare inosservata. Perché oltre un secolo di progresso tecnologico ha nel frattempo creato l’umanità necessaria, pronta a credere ad una simile assurdità.
Si tratta di una mutazione di interpretazione colossale che non può avvenire dal giorno alla notte, ma richiede anni, decenni, persino secoli di preparazione. Perché bisogna travagliare a fondo l’animo umano, rimuovere ed invertire le basi della cultura che gli è stata tramandata, cancellare gli antichi valori sedimentati nel corso della storia per sostituirli con altri contrapposti. Un’operazione che ovviamente risulta più semplice da compiere laddove c’è un terreno vergine, privo di troppi ostacoli. Non è perciò strano che la culla della civiltà tecnologica siano gli Stati Uniti, continente che una volta epurato dalla presenza di tribù selvagge andava colonizzato da cima a fondo da chi era in fuga da paesi diversi, dalle culture più disparate. Sbarcati sulla nuova terra dopo essersi lasciati alle spalle il proprio passato, cosa hanno trovato davanti a sé? Nessuna città o infrastruttura già pronta perché ereditata, nessun costume o uso comune da rispettare; tutto da costruire, tutto da organizzare, tutto da far funzionare. E bisognava farlo subito. L’umanesimo che si attarda sulla distinzione etica fra giusto e sbagliato doveva così lasciar posto al pragmatismo che si affretta ad utilizzare la tecnica più efficiente e conveniente.
Per comprendere meglio le conseguenze di questa gigantesca transizione culturale ci si può far accompagnare da uno dei suoi primi testimoni e critici, immune da sospetti eversivi, lo studioso italiano Guglielmo Ferrero. Prima allievo, poi collaboratore, infine genero del famigerato antropologo criminale Cesare Lombroso, nel 1903 Ferrero venne invitato dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti, per tenere alcune conferenze a carattere storico. La sua prolungata permanenza, frutto di più viaggi, gli permise di osservare da vicino quel Nuovo Mondo così diverso per cultura ed abitudini dal vecchio continente. Tornato in Italia, riportò le proprie impressioni nelle sue conferenze e pubblicazioni. Nel 1913 pubblicò Fra i due mondi, dialogo immaginario fra i passeggeri di una nave partita dall’Europa e diretta verso gli Stati Uniti, mentre le sue conferenze furono raccolte nel 1918 in La vecchia Europa e la nuova (la prima ancora attaccata all’eccellenza delle cose, la seconda già affascinata dalla loro abbondanza).
Nella sua opera Ferrero osserva il passaggio di consegne fra due civiltà storiche contrastanti. Da una parte la civiltà europea erede del mondo classico — legata indissolubilmente alle antiche Roma e Atene — col suo culto del bello, del giusto e dell’ideale; una civiltà che egli definisce qualitativa. Dall’altra parte la moderna civiltà industriale che ha New York come capitale — con il suo entusiasmo per tutto ciò che è efficace, veloce, pratico —; una civiltà quantitativa. Questo passaggio è stato accelerato e suggellato da un evento storico maggiore, quella prima guerra mondiale che vide per la prima volta sia l’impiego di armi formidabili sia l’esercito statunitense invadere l’Europa. Alla fine del conflitto, scrive Ferrero, «Il mondo si è capovolto. La faccia di tutte le cose è sfigurata. L’umanità non riconosce più sé medesima… Le idee si confondono nelle menti; le formule sono rovesciate ad ogni istante; e solo i controsensi hanno ancora un senso nel mondo capovolto su sé medesimo».
Una confusione data dal fatto che «la vecchia Europa giudicava sintomi di decadenza molti fatti che la grande industria impone oggi come progressi; massime l’aumento dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli». Per il vecchio continente infatti il valore dell’esistenza «non sta nella supremazia industriale e nella ricchezza; che a dar bellezza, nobiltà e dignità alla vita concorrono altre virtù e qualità, le quali non dipendono e spesso anzi sono nemiche del progresso moderno». Passato e presente appaiono dunque inconciliabili, constatazione su cui Ferrero si sofferma a lungo, ribadendola più volte nel corso della sua opera di cui vale forse la pena riportare qualche stralcio:
«Per gli antichi l’incremento della ricchezza, della potenza, del sapere, era “corruzione”, ossia male: per noi è “progresso”, cioè bene. Tra i fatti che gli antichi lamentavano come effetto o causa di corruzione, non pochi sono quelli che riempiono noi di orgoglio, come splendidi esempi del progresso umano […] Insomma gli antichi temevano e riprendevano questo eterno desiderio di una maggiore ricchezza e di una maggiore potenza, che non cessa di spingere le generazioni ad opere nuove; mentre noi lo incoraggiamo e magnifichiamo, come la prova più alta della nostra eccellenza fra tutti i popoli e tutte le civiltà della storia. La tentazione diabolica è diventata una vocazione divina; l’antica via dell’abisso sembra oggi condurre sulle vette della grandezza […] la civiltà moderna ha imposto a ciascuno, come dovere, di spendere, di sprecare, di godere quanto più può, senza darsi alcun pensiero di indagare quale sarà l’ultimo effetto di questa gara sfrenata per la ricchezza e per la potenza. […] La civiltà moderna si è fatta così potente, rovesciando tutti i limiti antichi; ma per questa stessa ragione essa non sa limitarsi, né nel bene né nel male; e perciò spesso deteriora le cose buone abusandone, e peggiora le cattive esagerandole in mostri ed eccessi. Se grandi sono in essa l’impeto, l’audacia, lo spirito inventivo, l’alacrità, le mancano la misura, il ritegno, la virtù di sapersi fermare a tempo, il senso del giusto mezzo, l’arte di equilibrare le forze che si contrastano il dominio del mondo; e quindi il senno, la prudenza, la moderazione, la saggezza. […] Gli adoratori del presente e gli ammiratori dell’America argomentano più o meno consapevolmente da una definizione del progresso, che del progredire farebbe tutt’uno con l’accrescere la potenza e la velocità delle macchine, e quindi la ricchezza, e quindi il dominio nostro sulla natura, sia pur dilapidando freneticamente le riserve della terra che sono, sì, immense, ma non infinite. […] le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desideri, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposto come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciato o cancellato tutti i limiti antichi, conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa, al posto d’onore. […] Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono nel seno dei tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo capaci di definire il progresso. Perché affermiamo ora che il mondo progredisce, ora che declina? Perché i nostri tempi hanno accresciuto di molto la quantità di tutte le cose, ma a scapito della qualità; cosicché paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perché confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente. […] Tale è il mondo in cui viviamo. Misurato con il metro e con la bilancia è un gigante. Gli uomini non possedettero mai tanta terra, tanta ricchezza, tanta potenza. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate».
Facile accorgersi come Ferrero, di moderate simpatie socialiste, fosse del tutto incapace di vedere la mancanza di freni sotto altra forma della tirannia. Motivo per cui egli attribuisce alla sete di libertà generata dalla Rivoluzione francese la principale responsabilità di questa trasformazione degradante. Prometeo liberato è Prometeo scatenato, il fuoco sottratto all’oculato controllo degli dèi finirà col consumare il mondo. Il passaggio fra qualità e quantità è infatti considerato irreversibile:
«possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma chi di noi crede che possa soggiogare oggi le menti una dottrina — o religiosa o politica o filosofica — che imponga a tutti gli ordini sociali la restrizione dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinché il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinché i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di fare più spese, la quantità ingrandirà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come sola misura sicura del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci».
Ai nostalgici dell’aria limpida di Roma e Atene non resta che andare avanti con un occhio rivolto all’indietro, «non per resuscitare un passato, che è morto e che non può rinascere: ma per ritrovare nel confronto tra il passato e il presente la coscienza, oggi quasi del tutto smarrita, di alcune norme di vita, che non si possono violare senza andar contro alla ragione stessa delle cose».
Questa coscienza smarrita troverà nei decenni successivi ben altre voci in sua difesa, note e meno note. Nel 1932 un conoscitore del pensiero di Ferrero, l’inglese Aldous Huxley, pubblica Il mondo nuovo, romanzo sulle conseguenze disumanizzanti di un progresso scientifico in grado (attraverso le tecnologie riproduttive e il controllo mentale) di forgiare la società.
A partire dalla metà degli anni 30 l’oscuro pensatore francese Bernard Charbonneau, che influenzerà l’opera dell’amico Jacques Ellul, inizia ad intraprendere la sua pluridecennale critica della società industriale, della tecnocratizzazione della vita sociale, nonché della «grande mutazione» umana che ne è derivata.
Nel 1948 un ex-allievo di Huxley, George Orwell, comincia a scrivere il suo celebre romanzo 1984 su una società totalitaria dominata da un pensiero unico, sorvegliata da schermi onnipresenti, dove i saperi umanistici vengono riscritti continuamente, e in cui gli esseri umani spinti ad adeguarsi alle norme sociali hanno perduto ogni individualità. Il titolo originario del libro era L’ultimo uomo in Europa.
Nel 1956 il filosofo Günther Anders, rientrato in Europa dopo un lungo esilio trascorso negli Stati Uniti, si ispira alle sue esperienze per dimostrare nel suo capolavoro che L’uomo è antiquato, reso obsoleto da una civiltà tecnologica di cui è vittima e prigioniero. Privati della loro unicità, esplosa in molteplici frammenti che esprimono solo una specifica funzione, gli individui modellano il proprio essere su quello delle merci e delle macchine.
Da allora il pensiero critico nei confronti del progresso, pur persistendo nel tempo, è andato via via affievolendosi. Non in virtù dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Semplicemente, chi nasce e cresce in una società già totalmente dominata dalla tecnologia ha sempre maggiori difficoltà a metterla in discussione. Non avendo mai vissuto altrove, non ha pietre di paragone immediate e tende a percepirla come qualcosa di innato e irrinunciabile. Così oggi, ad un secolo di distanza da quando Ferrero espose le sue critiche, il ricordo del mondo della qualità è quasi del tutto scomparso ed al suo posto regna incontrastato quello della quantità. L’avvento del terzo millennio è stato per di più segnato da innovazioni tecnologiche tali da stravolgere sia l’apprendimento del sapere (la nascita di Google nel 1998 e di Wikipedia nel 2001), sia il modo stesso di comunicare e relazionarsi (la nascita di Facebook nel 2004, di Twitter nel 2006, di Instagram nel 2010).
L’odierna società tecno-industriale produce così gli utenti di cui necessita per espandersi: esseri umani dal linguaggio ridotto, che deambulano senza guardare dove vanno perché ammaliati dal loro smartphone, privi di memoria, senza profondità di pensiero, incapaci di concentrazione, ossessionati dal bisogno di ottenere l’approvazione degli altri, che non prestano alcuna attenzione al senso delle cose che dicono e fanno ma solo al numero di cose che dicono e fanno. E non si tratta solo dei cittadini fedeli alle istituzioni, ma anche di chi vorrebbe metterle a soqquadro. Anche fra questi ultimi si può osservare la stessa enfasi quantitativa, la stessa mutazione di valori e comportamenti riscontrabile in chiunque altro. Forse perché affidarsi alla corrente è assai meno faticoso che disertare una realtà sociale onnipresente? Ovvio, anche i sovversivi contraffatti trovano specchi che li fanno sembrare belli. E li trovano nei medesimi cristalli prescelti dai loro nemici.
Prendiamo ad esempio la classica analisi sull’evoluzione dell’ideologia del lavoro. È convenzione far iniziare l’epoca della produzione industriale di massa al 1913, anno in cui Henry Ford progettò per la sua fabbrica di automobili la prima linea di montaggio della storia (coincidenza vuole che fosse anche l’anno in cui apparve il primo libro di Ferrero contro il progresso). La serializzazione dei prodotti, un’attenta pianificazione e separazione dei compiti, una rigida disciplina anestetizzata da alcuni incentivi, tutto ciò garantiva un’efficienza ed una rapidità esecutiva tali da accrescere al massimo il rendimento. Questo modello industriale andò avanti per decenni, finché i progressi tecnologici non consentirono di superarlo — ma forse sarebbe più giusto dire di accompagnarlo — con una produzione diversificata. Gli imprenditori non erano più costretti a vendere merci uguali per tutti, ora potevano produrle a seconda delle esigenze del cliente. L’automazione ipertecnologica permetteva inoltre un alleggerimento delle strutture produttive, che potevano essere dislocate nei paesi con la manodopera più economica; tutto ciò non fece che ingrossare le fila dei disoccupati in questa parte del mondo.
Un simile cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva doveva per forza di cose essere accompagnato da un cambiamento di mentalità. Ormai diventato una chimera il posto di lavoro fisso — quello che fino ad allora veniva considerato la massima aspirazione del lavoratore, sinonimo di sicurezza, primo passo della carriera, nonché fornitore di una vera e propria identità sociale — si è passati a decantare le gioie della flessibilità. Se vuole un lavoro, l’essere umano deve accettare di cambiare posto di continuo, di cambiare mansioni di continuo, di cambiare stipendio di continuo, il tutto senza protestare. Flettersi, modificarsi, piegarsi, l’esatto contrario di quanto veniva richiesto all’operaio del secolo scorso. Gli ideologi del lavoro hanno così iniziato ad esortare milioni di senza-lavoro ad assaporare la bellezza del cambiamento rispetto alla bruttezza della stabilità, l’avventura del posto temporaneo rispetto alla noia di quello fisso, la ricchezza insita nello sperimentare molteplici funzioni rispetto alla povertà della specializzazione.
Ecco, ora pensiamo un attimo a quello che alcuni sovversivi si ostinano a chiamare «lavoro politico». Qui non si è forse passati dalla militanza di partito(scelta politica di vita, in grado di coinvolgere e plasmare tutta l’esistenza) all’attivismo nelle lotte (impegno politico legato a singole situazioni e circostanze)? E per far passare questa mutazione non si ricorre alla stessa identica retorica usata per convincere i lavoratori che è molto più eccitante venire sfruttati prima in un call-center, poi in una cooperativa di pulizie, poi in un cantiere, poi in una ditta di facchinaggio, rispetto che unicamente alla catena di montaggio della Fiat? Si acquisiscono maggiori conoscenze, ci si fa più amici, ci si sposta di più, si imparano più cose, senza fossilizzarsi nello stesso incarico.
Premesso che il lavoro resta una infamia che pretende di esprimere l’attività umana, e che la militanza resta una specializzazione organizzativa-gerarchica che pretende di rappresentare l’azione trasformatrice, non possiamo fare a meno di pensare a quanto diceva un uomo della qualità dello scorso millennio per cui l’agire non è mai stato una forma di politica, ma un atto di vita. Un anno prima di morire, l’anarchico Luigi Galleani confidava ad un suo corrispondente tutta la propria gioia per non aver mai tradito il senso che aveva inteso dare alla propria vita: «Tu vedi dunque che io inauguro il mio settantesimo anno con una certa solennità che ha poco d’originale, è vero, ma che dice dentro, all’anima ignara di bassezze e ripugnante alle piaggerie ed agli scodinzolamenti servili, che la fede e la bandiera del primo giorno sono ancora quelle dell’ultimo, ravvivando tutte le ragioni e le cagioni della immutabilità, della costanza, e della immarcescibile speranza che le regge e le anima». Per Galleani, come per molti altri come lui, solo gli opportunisti, i pavidi e gli imbelli possono mutar pelle.
Quale abisso con i camaleonti odierni che pretendono di animare la sovversione saltando di qui e di là, mimetizzandosi con l’ambiente, cambiandosi di abito continuamente, il tempo di un selfie ben studiato allo specchio magico che li rende belli: quello del rifiuto della «identità». Ben strano rifiuto quello che si manifesta non nella negazione (non ne voglio), ma nella moltiplicazione (lo voglio, ma in più forme). Più che la saggia intenzione di eludere il riconoscimento poliziesco, qui si persegue la voglia matta di ottenere un riconoscimento sociale. Con l’imbarazzante risultato che la sola cosa che si finisce col rifiutare è l’individualità. Il che è esattamente ciò che risponde alle esigenze dell’ordine, della disciplina, della gerarchia. Ieri si è creata la folla solitaria, oggi l’individuo affollato.
Nell’udire l’enfasi dei sovversivi 3.0 che respingono ogni prospettiva a favore dell’intensità dell’attimo fuggente, vengono in mente le parole di Ferrero sulla frenesia che coglie chi «ha abbozzato in fretta un ordine di cose disordinato e potente, nel quale agli ideali antichi è sottentrato un ideale nuovo: far molto e far presto…».
Ma la qualità richiede tempo, ad esempio il tempo necessario per studiare il nemico, capirne il funzionamento, individuarne i punti deboli, organizzarsi, per tentare di colpire dove più nuoce. Fuori da ciò rimangono le botte di adrenalina, da accumulare in quantità per tentare di superare la quotidiana angoscia di vivere.
Un altro piccolo esempio indicativo ci viene offerto dallo sport. Vero e proprio spettacolo circense organizzato per distrarre la plebe moderna dalle proprie disgrazie, per indurla alla coesione nazionale ed allo sciovinismo, nonché ovviamente per spremerne le tasche — e proprio per questo benedetto da tutti i dittatori della storia —, lo sport per tutto il Novecento è stato preso di mira da sovversivi («flagello di contraria apparenza»), da artisti («le parole sport e passaporto mi fanno immediatamente pensare alla morte»), da pensatori («una alienazione di massa»). Fuori da questi eretici, l’adorazione collettiva. Ebbene, nella diffusione planetaria dello sport non ha forse giocato un ruolo importante il suo carattere essenzialmente quantitativo?
Come è stato già notato oltre mezzo secolo fa, «una spiegazione della nostra passione per gli sport, in contrasto con la nostra apatia verso le arti e le lettere, può essere che la qualità della prestazione negli sport può essere determinata statisticamente». In effetti non è difficile capire che Pelé sia considerato il più grande giocatore di calcio della storia in quanto autore di 1281 reti segnate in 1363 incontri (una media di 0,94 gol a partita) e vincitore di 3 coppe del mondo, 2 coppe intercontinentali, 1 supercoppa dei campioni intercontinentali, 6 campionati brasiliani, 10 campionati paulisti… Tutti dati facili da riportare per poter fare accese discussioni con gli ammiratori di Maradona o chi per lui, dopo aver messo a confronto i palmares dei rispettivi beniamini. Ecco perché i Bar Sport sono sempre aperti, affollati, rumorosi, e non conoscono divisioni di classe.
Viceversa, perché Shakespeare viene considerato da molti il più grande poeta della storia? E cosa pensare invece di un Villon o di un Dante Alighieri? Conversazioni tra eruditi in via di estinzione, chiusi nei loro chiostri. Un parere individuale sulla poesia non si può ricavare con un qualche criterio numerico, non si misura.
Ma un secolo di critiche radicali allo sport non hanno lasciato proprio nulla, se nel corso degli ultimi anni si è assistito al sorgere e dilagare dello «sport popolare». Ciò che stupisce non è tanto il fervore per l’autorganizzazione e l’autogestione dei circenses, quanto l’assoluta ignoranza delle innumerevoli riflessioni critiche sull’essenza dello sport (non solo sulla sua amministrazione e spettacolarizzazione). L’insegnante di ginnastica e sociologo Jean Marie Brohm, tanto per fare un esempio, avrà anche iniziato la sua critica dello sport all’indomani del 1968, ma ogni sua argomentazione letteralmente non esiste per tifosi che hanno occhi soltanto per le prestazioni tecniche di muscoli proletari (e per lo spirito di squadra che alimentano).
Fatto curioso, lo sport è rimasto il solo luogo in cui è rigorosamente vietato l’accesso ai camaleonti a due zampe. Chi tradisce la squadra del cuore è — all’unanimità — una merda. Là sì che è inconcepibile cambiare casacca, in ciò che (si) conta e che dà sollievo all’esistenza umana: le acrobazie di un pallone di cuoio.
Le idee no, quelle non trovano più posto nell’organo simbolo della vita, delle passioni e delle emozioni. E, a proposito di cuore, lo sapevate che fra gli antichi valori rimossi dalla sua sede c’è perfino l’amore? Infatti non bisogna più dare retta alla voce del vecchio mondo qualitativo, quello che per bocca di uno dei suoi più grandi poeti romantici così definiva l’amore:
«È quella forza potente che ci attrae verso tutto quello che concepiamo o temiamo o speriamo fuori di noi stessi, quando scopriamo nei nostri pensieri l’abisso di un insaziabile vuoto e cerchiamo di risvegliare in tutte le cose che esistono, una consonanza con quello che proviamo dentro di noi. Se ragioniamo, vorremmo essere intesi; se immaginiamo, vorremmo che gli eterei figli del nostro cervello rinascessero nel cervello di un altro; se sentiamo, vorremmo che i nervi altrui vibrassero con i nostri, che i raggi dei loro occhi in un solo istante si accendessero e si unissero e si fondessero con i nostri, che due labbra tremanti e ardenti del più puro sangue non si posassero su labbra glaciali e immobili. Questo è l’Amore».
No, l’amore non esiste, anzi, non è mai esistito! Lo proclamano da circa mezzo secolo le esponenti del femminismo cibernetico made in USA, secondo cui l’amore è il perno dell’oppressione delle donne e l’amore romantico è lo strumento più potente inventato dai porci maschi cis per controllarle e soggiogarle. A cosa affidarsi per raggiungere l’agognata liberazione? Al progresso tecnologico, ovviamente. La pioniera Shulamith Firestone, ad esempio, vedeva nella maternità lo sfortunato fattore biologico che impedisce l’uguaglianza dei sessi. Ciò la portava a sostenere marxisticamente che il fine ultimo della tecnologia è quello di liberare l’umanità dalla schiavitù di un obsoleto ordine naturale. Nel caso specifico delle donne, al progresso era affidato il compito dell’invenzione dell’utero artificiale. Verso la metà degli anni 80 il manifesto cyborg-femminista insisteva sulla necessità di approfondire il progresso tecnico, non di fermarlo, allo scopo di emancipare le donne.
Ebbene, cosa resta dell’amore una volta che viene ridotto nel migliore dei casi ad una provetta di laboratorio? Nulla, ed è per questo che non trova più spazio nel cuore. Ciò che ne rimane non pulsa più nel petto, al massimo dentro le mutande. Dall’emozionante colpo di fulmine si è passati al poco poetico avviso dello smartphone che annuncia il successo delle «app» di incontri. Anche qui, insomma, una botta e via… si passa ad altro senza perdere tempo.
Basta con quei filosofi e poeti qualitativi che hanno cantato l’amore facendone l’origine della vita, il primo degli dèi, l’onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l’essere. Tutte stronzate. La nostalgia per l’antica Atene è polverosa, non scintilla quanto l’euforia per l’odierna New York. Ciò spiega il motivo per cui oggi (quasi) nessuno condividerebbe il concetto di un «amore fisico inseparabile dall’amore celeste», né si sognerebbe di affermare che «malvagio è quell’amante che è volgare e ama il corpo più dell’anima». Eros è morto e sepolto sotto le macerie dell’Olimpo. Il suo posto è stato preso da Tinder, tecno-divinità di chi non ama né il corpo né l’anima; gode delle misure del primo senza nemmeno sapere cosa sia la seconda ed il suo incanto.
Sì, i nostri nemici disegnano il nostro volto. Lo fanno da sempre, è vero. Ma da sempre esiste anche la possibilità di cancellare i loro tratti. Non solo di restare insensibili alle loro invadenti suggestioni, ma di bonificare a fondo i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri pensieri dal veleno della servitù volontaria. Di far crescere la giungla laddove è stato fatto deserto. Opera immensa, mai terminata, che riprende da capo ogni giorno.
La civiltà tecnologica va fermata e demolita. La vita va reinventata e rianimata. Fra la razionalità strumentale che vuole superare ciò che considera i limiti della natura e la fede tradizionalista che li vuole rispettare, preferiamo la ragione critica che non vede in essi dei limiti, bensì le condizioni della vita. Se fino ad oggi l’essere umano è stato soprattutto il prodotto delle sue azioni, non sarebbe ora che ne diventi l’autore? Il modo migliore per conoscere il futuro è effettivamente quello di farlo. La scommessa lanciata già nel lontano 1838 va ripresa — coloro che si oppongono a questo mondo non devono più essere «strumenti ciechi del caso o della necessità, bensì artefici coscienti della propria libertà».
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Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

Sarà guerra!

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( Dal Web )

Hythe, Alberta (Canada), a metà degli anni 80. Animato da una certa visione della vita, un piccolo gruppo di persone decide di allontanarsi dalla società dei consumi per fondare una comunità in cui mettere in pratica le proprie idee. Non chiedono niente a nessuno, non impongono niente a nessuno, vogliono solo vivere nella maniera che reputano più giusta. Comprano un centinaio d’ettari di terreno e con le loro stesse mani costruiscono case, coltivano campi, allevano bestiame. Diventano quasi del tutto autosufficienti, da ogni punto di vista. Vivono in pace e tranquillità per anni, senza disturbare nessuno.
Finché un giorno quel mondo moderno da cui erano scappati, li trova e li circonda. Sotto la loro terra infatti c’è del gas, un enorme giacimento di gas. Le industrie del gas e del petrolio iniziano a trivellare pozzi nei pressi della loro comunità, avvelenando l’aria che respirano e l’acqua che bevono. I loro animali iniziano ad ammalarsi, loro iniziano ad ammalarsi.
E loro, cosa fanno? Fanno ciò che qualsiasi altra persona comune, normale, farebbe: si rivolgono alle autorità competenti, scrivono lettere di protesta, cercano di far valere i propri diritti. Ma nel giro di pochi anni si accorgono che tutte queste sono solo «stronzate legalitarie». Le autorità non proteggono la salute dei cittadini dall’avidità delle industrie, semmai proteggono i profitti delle industrie dalla rabbia dei cittadini. Le trivellazioni continuano, provocando talvolta delle fughe di gas. I loro animali iniziano a morire, i loro figli iniziano a morire.
E loro, cosa fanno? Non sono una comune di rivoluzionari, nient’affatto. Sono una comunità di cristiani. Non hanno un progetto politico o un’utopia sociale da realizzare, hanno una fede religiosa in cui credono. Non hanno un mondo infernale da sovvertire, hanno un piccolo angolo di paradiso da difendere. Ma l’industria e la politica, l’infame matrimonio tra la tracotanza del denaro e l’ipocrisia della legge, non concedono loro molte alternative: o rassegnarsi al peggio, magari accontentandosi di qualche risarcimento simbolico, o andarsene altrove.
Il discorso si sarebbe chiuso qui se non fosse che quella comunità, chiamata Trickle Creek, è stata fondata ed è guidata da un pastore alquanto particolare. Il suo nome è Wiebo Ludwig e non assomiglia in nulla al mite prete che invita a porgere l’altra guancia, semmai all’infuocato profeta che caccia i mercanti fuori dal tempio (verrà descritto come «il fulmine di una tempesta avvolto dalla carne di un uomo»). Si è già scontrato con la sua famiglia ed i vertici della sua chiesa, si scontrerà con le multinazionali dell’energia, con la polizia e con gli altri abitanti della regione. Industria e politica mentono, poiché esiste una terza possibilità oltre alla rassegnazione e alla fuga. Dopo aver preso atto dell’assoluta inutilità di una trattativa con le istituzioni, della totale incompatibilità fra la ricerca del profitto e la cura dello spirito, Wiebo Ludwig capisce che il solo rapporto possibile fra il mondo sacro e quello profano è la guerra. Come John Brown un secolo e mezzo prima nella lotta contro la schiavitù, quest’uomo di Dio prenderà le armi e diventerà il più noto eco-sabotatore del Canada. Il più noto, ma non certo l’unico, considerato che negli anni 90 si sono verificate centinaia di azioni dirette contro pozzi e oleodotti nella regione settentrionale dello Stato di Alberta, molte delle quali presero di mira proprio la compagnia attiva nei pressi di Trickle Creek.
Allora, di fronte a tutto ciò, ha forse importanza che le idee di Wiebo Ludwig fossero quelle cristiane?
Ha forse importanza che a Trickle Creek si leggesse la Bibbia, e non qualche testo sacro rivoluzionario?
La storia della lotta ventennale di Wiebo Ludwig e della sua comunità contro l’industria del gas e del petrolio non è stata solo oggetto di numerosi articoli e di qualche libro. Conosce anche una testimonianza fuori dal comune, ovvero il documentario che il regista David York ha realizzato proprio a Trickle Creek (dove visse a lungo come ospite fra il 2008 e il 2010). Benché ateo, York riuscì a conquistarsi la fiducia di Ludwig e degli altri appartenenti alla comunità, i quali gli diedero alcuni video da essi stessi realizzati su quanto accaduto negli anni precedenti. York era presente anche nel corso della lunga perquisizione di Trickle Creek effettuata in seguito all’arresto di Ludwig, sospettato di essere l’autore di alcuni attentati dinamitardi avvenuti nel 2008 contro diversi oleodotti.
In questo documentario, intitolato non a caso Wiebo’s War (La guerra di Wiebo), non c’è spazio per la politica. È la lotta di una concezione del mondo, di una forma di vita contro ciò che la vuole distruggere, a venire ripresa dal registra canadese. Niente strategie di movimento, niente assemblee popolari, niente esasperata ricerca di consenso (anzi, l’unica assemblea che riprende il documentario è quella organizzata dalla polizia contro i sabotatori). Significativo anche il rapporto intercorso fra Ludwig e i media, i quali prima diedero risalto alle parole di quel bizzarro pastore, poi lo oscurarono completamente.
Wiebo Ludwig è morto il 9 aprile 2012, un anno dopo l’uscita di questo documentario che fu presentato in anteprima mondiale a Salonicco, in Grecia, al Festival dei Documentari. Il prossimo 13 aprile Wiebo’s War verrà proiettato (sottotitolato) per la prima volta in Italia.
L’appuntamento è per le 20.30 allo spazio di Tilt, in via Orsini Ducas 4 a Lecce, in quel Salento dove è in corso la lotta contro il gasdotto TAP.

La notte dei morti viventi

Ferrio

( Dal Web )

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant’anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell’anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell’apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.
Più di un recensore ha sottolineato la forte critica sociale presente nei film di Romero, le cui creature grigie, putride, dagli occhi spenti, dal passo strascicato e dalla bocca piena di resti di carne umana, ben rispecchiano i membri dell’odierna civiltà occidentale. Lo zombie è la metafora dell’essere umano moderno, privo di ragione e dignità, morto nella propria individualità, presente sulla terra unicamente sotto forma di consumatore di merci, brancolante davanti alle vetrine dei negozi.
Ebbene, l’orda di morti viventi come metafora sociale è perfettamente calzante a indicare tutti coloro che vagano a bocca aperta attraverso le sale del tempio del capitale, siano essi clienti di mercati o sovversivi di Stato. Gli zombie di Romero che in Dawn of the Dead del 1978 si accalcano davanti ad un centro commerciale sono come gli zombie di Autonomia Operaia del 1977 che si accalcano davanti all’immagine sbiadita della «rivoluzione qui ed ora». Gli uni e gli altri seguono semplicemente la loro memoria muscolare, il riflesso condizionato che li porta laddove un tempo avveniva per loro qualcosa di importante. Ma se da morti si atteggiano a vivi, è perché da vivi si comportavano come già morti. Una vita trascorsa all’insegna della merce o della politica (ancorché rivoluzionaria) è una non-vita.
Morti viventi sono i consumatori di merci, morti viventi sono i consumatori di militanza. Gli zombie di Romero che si muovono tra i manichini dei grandi magazzini sono come gli zombi dell’Autonomia Operaia che si muovono tra i funzionari delle istituzioni, persone che quando erano in vita erano solo ingranaggi della macchina economica e politica. A differenza di vampiri e licantropi, a differenza di teste calde e cani sciolti — tutti solitari rei di individualismo, costretti alla macchia dalla società — gli zombie rappresentano la massa, l’enorme maggioranza annichilita e annichilente, comune, identica, tutta uguale malgrado qualche sfumatura, senza eccezioni. Quella che parte insieme e torna insieme dopo aver deciso insieme cosa fare insieme (e che è pure orgogliosa di condividere questa omologazione forzata). Lo scopo di questa orda vuota e insensata, senza cuore né anima, composta di pura materia senza spirito, biascicante gingle commerciali o slogan di piazza, è di sterminare la singolarità umana per creare un mondo abitato esclusivamente da zombie.
E poiché anche all’orrore capita talvolta di incontrare il comico, ecco spuntare il grottesco. L’obiettivo dichiarato del dibattito padovano era «quello di fare riemergere un sentire comune, un sentire che allora permeava il corpo sociale, un “feeling di parte” si direbbe, che i militanti del 77 trasmettono ancora, a quarant’anni di distanza… Questo feeling, questa sensazione di sentirsi sull’orlo della rivoluzione, di sentirsi la rivoluzione addosso, è ciò che rende il 77 straordinario». Ma da dove proveniva quella sensazione in grado di rendere straordinario il 77, se non dall’azione insurrezionale che la suscitava? La «terribile bellezza» di quell’anno non è forse data da un movimento che andava all’assalto senza rivendicare alcun diritto, che non voleva conquistare affatto lo Stato (aspirazione coltivata solo dal suo ristretto ceto politico), intendendo solo distruggerlo? Un movimento vasto e molteplice composto da decine e decine di migliaia di persone, che sfidavano l’ordine costituito in ogni ambito della vita, e di cui la ventina di sigle che in quell’anno rivendicarono duecento attentati non furono che una mera espressione.
E chi dovrebbe rievocarlo, il «feeling» che permeava quel movimento, chi più di tutti si diede da fare per rinnegarlo e vederlo sparire sotto la melma del compromesso politico?
Gli zombi di Autonomia Operaia sono affiorati nei primi anni 80. Prima, quando erano vivi morenti, volevano instaurare il nuovo potere proletario. Dopo, da morti viventi, volevano rinnovare il vecchio potere borghese. Il passaggio da prima a dopo, la loro mutazione, ha un nome storico preciso: si chiama dissociazione (la «desistenza» di Scalzone non ne è che la variante scaltra perché timida). Gli zombi di Autonomia Operaia sono coloro che vorrebbero vivere il comunismo, ma senza fare la rivoluzione; vorrebbero tornare al 77, ma senza passare per l’insurrezione. Ma senza rivoluzione ed insurrezione, cosa resta se non il riformismo?
Se ci si prendesse la briga di leggere i documenti redatti dal professore padovano e dai suoi sodali nei primi anni 80, si capirebbe meglio l’origine di ciò che spinge in avanti le odierne schiere di zombi rivoluzionari. È il maestro della dissociazione ad aver sostenuto che la necessaria fine delle ostilità deve lasciare spazio solo alle lotte sociali di massa, prescrizione che ai giorni nostri ha infettato persino molti anarchici: «La lotta politica proletaria deve distruggere l’immagine della guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terribile il sentimento della disperazione, la frenesia dell’omicidio, l’ottusità della coerenza combattente. Oggi, la lotta politica è al primo posto, di nuovo agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità ed alla sua energica effettualità…. Respingo l’accusa che l’esplicita dissociazione dal terrorismo sia un’operazione minimale. Anzi. Essa rappresenta l’inizio di un nuovo progetto politico, che deve di nuovo rappresentare l’identità culturale e sociale del movimento. La sua prospettiva è questa: raccogliere la storia delle lotte, volendone dare una rappresentazione politica e una rappresentazione operativa. Tagliando, in maniera definitiva – sulla base di una censura che già storicamente (ma finora in maniera spontanea) s’è data sul livello di massa – con il terrorismo e con tutte le deviazioni militaristiche del movimento…. Riaprire un terreno di speranza comunista, significa, oggi, dissociarsi, e fare della dissociazione un programma di vittoria della lotta di massa».
Già!… Ed è sempre il maestro della dissociazione ad aver teorizzato l’urgenza pratica dell’oblio, quando ai suoi «fratellini» che lo criticavano rispondeva con stizza che «la vostra memoria è diventata la vostra galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere felici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria». Senza memoria si è più rivoluzionari, perché il movimento può crescere ed allargarsi: infatti oggi anche i delatori possono partecipare alle assemblee, i collaboratori di giustizia possono mettere piede in spazi occupati ed i magistrati possono essere invitati alle iniziative di lotta. Senza memoria, alle cene popolari c’è posto per tutti.
È il maestro della dissociazione ad aver insegnato come la condanna della violenza rivoluzionaria e la partecipazione alle lotte sociali consentano di confrontarsi con le istituzioni in qualità di interlocutori, aiutandole a migliorarsi: «una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti “combattenti” o terroristici, come primo passaggio per sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo e propositivo con quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione… La soluzione della questione dei prigionieri politici è una condizione centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per una loro modernizzazione. Ed una radicale riforma delle istituzioni è momento significativo della crescita di nuovi movimenti». Perché le istituzioni non vanno più abbattute, vanno riformate.
È il maestro della dissociazione ad aver proposto la strategia della conflittualità alternata, oggi dilagante in tutta Italia: «Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità dei suoi contenuti. Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della “lotta armata” (di cui non c’è una versione “buona”, alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo Stato deve fare i conti, anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione».
La miseria del presente sta già tutta lì, annunciata a chiare lettere da chi da tempo aveva deciso di fare il più ignobile dei mercimoni con lo Stato.
Da vivi morenti come da morti viventi, i cantori della dissociazione e della desistenza da molti decenni diffondono la lebbra della servitù volontaria. Quando sostengono che il comunismo è il felice esito del capitalismo — il quale non deve perciò essere ostacolato e sabotato, bensì attraversato ed aiutato a compiersi — non fanno altro che scavare la fossa alla rivolta. Quando rincorrono l’uso dei mezzi di produzione in quanto sinonimo di progresso, non fanno altro che contribuire all’espansione del dominio tecnologico. Quando fanno delle istituzioni l’unico orizzonte a disposizione degli esseri umani — non a caso sono tutti allievi di quella gran testa di Tronti, quello che proprio nel 1977 scriveva che «Lo Stato moderno risulta, a questo punto, niente meno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia» — non fanno altro che addomesticare gli individui, trasformandoli in cittadini. Quando esaltano la centralità del lavoro, non fanno altro che ammirare la fatica al servizio dello sfruttamento. Quando ambiscono ad organizzarsi in partito, non fanno altro che giustificare la gerarchia e la disciplina.
Fossero vivi, si batterebbero contro questo mondo mortifero. Essendo morti, si battono per riproporre lo stesso mondo mortifero, limitandosi a riconfigurarlo, garantendo così al potere e all’obbedienza un eterno presente. Fossero vivi, si guarderebbero attorno e vedrebbero a quali disastri umani, sociali ed ecologici ha portato il culto dell’autorità. Si accorgerebbero di come e quanto la ristrutturazione del capitale nel corso di questi ultimi decenni abbia fatto avanzare il deserto emozionale.
Ma sono morti, seppur viventi. E continuano ad aggirarsi fra i vivi, per divorarli.