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Non aggiustate ciò che vi distrugge

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( Dal Web )

Pamphlet per il buon vivere

1.
La politica non può creare alternative. Il suo scopo non è quello di aiutarci a realizzare le nostre possibilità e capacità: attraverso la politica, facciamo solo valere gli interessi legati al nostro ruolo all’interno dell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni suo passo ed ogni sua azione fa sempre riferimento allo Stato e al mercato. La politica è l’animatrice della società, il suo medium è il denaro. Le regole a cui obbedisce sono simili a quelle del mercato. Da una parte come dall’altra, al centro c’è la pubblicità; da una parte come dall’altra, il punto è la valorizzazione e le sue condizioni necessarie.
Il borghese modello moderno ha completamente interiorizzato le costrizioni del valore e del denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È davvero «padrone» di se stesso, signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa null’altro se non l’auto-controllo del ruolo sociale che viene imposto. Siccome siamo sia contro il potere che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere favorevoli al potere del popolo?
Essere favorevoli alla democrazia — questo è il consenso totalitario, il credo collettivo della nostra epoca. La democrazia è al tempo stesso appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia; può essere solo perfezionata poiché oltre la quale non vi è nulla. La democrazia è parte integrante del regime del denaro e del valore, dello Stato e della nazione, del capitale e del lavoro. Essendo una parola vuota, tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta semplicemente di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa azione degli esseri umani contro i ruoli sociali che vengono loro imposti.
2.
Capitale e lavoro non sono antagonisti, al contrario costituiscono un blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La religione del lavoro di cui siamo i praticanti è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. L’addestramento al lavoro è stato — e rimane — uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.
Mentre la prigione del lavoro crolla, la sua influenza cresce e diventa fanatismo. È il lavoro a renderci stupidi e sempre più malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni legali di distruzione. Le stimmate del lavoro, le vediamo ogni giorno sui volti e sui corpi.
Il lavoro è la voce principale all’interno del consenso. È considerato una necessità naturale, ma non è altro che l’addomesticamento capitalista dell’attività umana. L’attività è tutt’altra cosa, quando non viene svolta per i soldi e il mercato, ma sotto forma di dono, regalo, contributo, creazione a beneficio di noi stessi o della vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.
Una parte considerevole di tutti i prodotti e servizi è esclusivamente in funzione della moltiplicazione del denaro, ci costringe a tormenti non necessari, spreca il nostro tempo e minaccia le basi fondamentali della vita. Certe tecnologie possono essere considerate solo come apocalittiche.
3.
Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non esiste nessuno che non voglia averne. Così è, anche se non lo abbiamo mai deciso noi. Il denaro è un imperativo sociale, non è uno strumento manipolabile. In quanto potenza che ci costringe costantemente a calcolare, spendere, risparmiare, indebitarci o fare credito, il denaro ci umilia e ci domina ora dopo ora. Il denaro è una sostanza nociva senza pari. La coazione a comprare e vendere ostacola ogni liberazione ed ogni autonomia. Il denaro fa di noi dei concorrenti, ovvero dei nemici. Il denaro divora la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.
Non solo è assurdo il fatto che una miriade di professioni abbiano il denaro come unico oggetto, ma anche che tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali siano continuamente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette calcolatrici. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, permette solo ciò che è redditizio in termini di economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.
Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, natura e ambiente; in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici.
Liberazione significa che gli esseri umani ricevono i loro prodotti e i loro servizi liberamente, a seconda dei loro bisogni. Che essi si rapportino direttamente gli uni con gli altri e non si oppongano, come avviene ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (in quanto capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari, ecc.). Già ora esistono nelle nostre vite dei rapporti non monetari: nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto reciproco. Qui doniamo qualcosa agli altri, attingiamo insieme alle nostre energie esistenziali e culturali senza presentare fatture. Si tratta di istanti in cui sentiamo che potremmo fare a meno di matrici.
4.
La critica è più di un’analisi radicale, essa esige la sovversione delle condizioni esistenti. La prospettiva cerca di formulare un progetto in cui le condizioni umane non abbiano più bisogno di una tale critica; un’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. La trasformazione è un’esperienza che ha la critica come fondamento, e la prospettiva come orizzonte. «Aggiusta ciò che ti distrugge» non può essere il nostro motto.
Si tratta niente meno che dell’abolizione del dominio, che esso si manifesti attraverso dipendenze personali o attraverso costrizioni oggettive. È inaccettabile che degli esseri umani siano sottomessi ad altri esseri umani, o che siano impotenti davanti al loro destino o a strutture. Non vogliamo né autocrazia né auto-dominio. Il dominio è più del capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata che riproduciamo capitalismo ogni giorno, e ci comportiamo come se non esistesse alcuna alternativa.
Siamo bloccati. Il denaro e il valore bloccano il nostro cervello e intasano le nostre emozioni. L’economia di mercato funziona come una grande matrice. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita bella e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Nessuna trasformazione delle strutture sociali è possibile senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle nostre basi mentali senza la soppressione delle strutture sociali.
5.
Noi non protestiamo, abbiamo già superato questa fase. Noi non vogliamo reinventare né la democrazia né la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non reclamiamo alcun libero arbitrio. Non vogliamo nemmeno puntare sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare «valori».
È facile rispondere alla domanda su quali siano i valori di cui abbiamo bisogno: nessuno!
Noi siamo per il totale annullamento dei valori, per la rottura con i ritornelli degli schiavi — generalmente denominati «cittadini». Questa categoria è da respingere. Mentalmente abbiamo già rinunciato al rapporto di dominazione. La sollevazione che abbiamo in mente assomiglia ad un salto paradigmatico.
Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma statale ed economica. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominio. Per la trasformazione non possiamo fare affidamento su nessun partito, nessuna classe, nessun soggetto e nessun movimento.
6.
Ad essere in gioco è la liberazione del tempo della nostra vita. Essa sola permetterà più agio, più piacere, più soddisfazione. Buon vivere significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o per oziare, ma anche di più tempo per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per l’espansione totale del godimento.
Una vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto dormire in compagnia più spesso e più intensamente. Lo scopo di questa vita — l’unica che possediamo — è quello di vivere bene, di unire esistenza e piaceri, di far indietreggiare i bisogni e moltiplicare le gioie. Il gioco, in tutte le sue varianti, richiede tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande occasione persa.
Non vogliamo più essere quello che siamo costretti ad essere.
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Puzza di marcio

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( Dal Web )

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio: ieri era la minaccia dei rivoluzionari che volevano distruggere la società delle merci, oggi sono gli jihadisti, che rispondono ai massacri perpetrati nel mondo intero dagli Stati con altri massacri, domani sarà la catastrofe ecologica, nascondendo che le sue origini si trovano nel modello stesso della società industriale attuale con la sua produzione di nocività, di tossicità, di cancro.
Ma il naso dei nostri contemporanei è stato ben tappato affinché non possano più sentire che c’è qualcosa di marcio. La loro capacità di parlarsi, di riflettere autonomamente, è stata gravemente compromessa dalla propaganda del migliore dei mondi e dall’onnipresenza di apparecchi tecnologici, dotati di propri valori, interposti come passaggi obbligati fra individui. Le idee critiche sono quasi scomparse dalla scena, restano solo i discorsi vuoti degli Stati, si chiamino essi democratici o islamici, repubblicani o nazionalisti. Il totalitarismo è implicito nel discorso politico o religioso, ma la realtà viene già resa ogni giorno più totalitaria con l’avanzata delle tecnologie, che sottomettono il mondo, i rapporti fra le persone, le sensibilità, l’immaginario, i sogni, alle macchine e agli algoritmi. Laggiù si demolisce un sito archeologico millenario per rendere lo spazio compatibile con l’ideologia; altrove si demoliscono montagne per costruire miniere di rame, di oro e di cobalto al fine di accrescere la produzione di oggetti tanto nocivi quanto dannosi. Laggiù si mutila e si massacra affinché l’Altro non esista più; altrove si massacra perché nient’Altro possa esistere accanto al capitalismo. Laggiù gli abiti venduti qui nei negozi vengono prodotti da milioni di schiavi; qui si rinchiudono sempre più indesiderabili in prigioni, in campi di ogni genere, oppure li si tiene sotto controllo tramite le catene tecnologiche.
D’altronde, non è «l’informazione» che manca. I fatti sono sotto gli occhi di ciascuna e ciascuno. A difettare è la capacità di comprensione. È una situazione paradossale: più veniamo bombardati di informazioni, meno ci capiamo qualcosa — nel senso in cui comprendere è una delle anticamere dell’azione. Politici corrotti che si arricchiscono con fondi destinati ai senza-tetto, poliziotti che fanno regnare la legge del manganello e del pestaggio in cella, dirigenti di banche che le lasciano con paracaduti dorati dopo aver distrutto la vita di chi aveva comprato una casa ipotecata, imprenditori che se ne fregano sovranamente di avvelenare il mondo intero con le loro produzioni, capi sindacalisti che preferiscono — è quella la loro vera funzione — amabili cene coi padroni al vociare dei rivoltosi per le strade… l’elenco è lungo. Ma il problema è che per essere realmente indignati, bisogna possedere già una dignità — ovvero un carattere proprio, con qualche convinzione che non sia mercanteggiabile o adattabile in funzione del contesto e dell’interesse. È questa dignità umana, o coscienza se si vuole, ad aver subito attacchi feroci da parte del dominio, accostandoci sempre di più alla sorte di semplici ingranaggi. Siamo come detenuti in una prigione a cielo aperto che non sanno più nemmeno distinguere il filo spinato che trattiene il loro corpo, fra mura che impediscono di vedere l’orizzonte e guardiani che li controllano. E così, quando questa prigione deve essere ristrutturata per diventare più redditizia, come avviene oggi con l’economia capitalista mondiale, c’è chi si adopera in ogni modo per far balenare ai prigionieri false opposizioni, impedendo efficacemente l’ammutinamento generale che potrebbe radere al suolo la prigione stessa. È esattamente ciò che è successo, su vasta scala, in Siria. Minacciato da un sollevamento generale e popolare, il regime (in accordo con i suoi alleati e tutti gli altri Stati) ha preferito favorire l’emergere di un nemico abietto; un ruolo che ha ben svolto lo Stato Islamico. Allo stesso modo, le democrazie occidentali preferiscono di gran lunga un pugno di jihadisti che ripetono alla rinfusa quattro sure su youtube piuttosto che un movimento di rivoltosi che si appropriano della facoltà di pensare da sé, liberamente, fuori dall’ombra di una qualsiasi chiesa religiosa, politica o tecnologica. Questa situazione genera una confusione incredibile che non farà che favorire l’avanzata del totalitarismo. La degenerazione di una lotta contro lo Stato in lotta tra clan etnici come in Libia, le guerriglie anti-imperialiste che accettano il sostegno degli Stati Uniti come nei territori a maggioranza curda nel nord della Siria, i movimenti di collera contro questo o quel progetto dello Stato che si richiamano a quella «democrazia» che hanno comunque davanti agli occhi, gli oppositori all’ingiustizia che invocano più tecnologie per «liberarci»… È su questo guazzabuglio di tutto e di qualsiasi cosa, della menzogna abbigliata di verità, dell’abbandono di ogni idea veramente critica, che fiorisce il totalitarismo, ovvero il culto del potere.
E l’odore fetido proviene da là. C’è decisamente qualcosa di marcio in questo mondo: è il potere, in tutte le sue forme.

Democrazia o libertà!

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( Articolo Condiviso )

Molto spesso si sente dire in giro: “Questa non è Democrazia!”.

Eppure, dalle guerre allo sfruttamento dei territori, fino allo spossessamento di milioni di individui nel mondo, sembra che tutto venga realizzato grazie anche alle regole democratiche che si adattano o si conformano alle necessità di cui l’Economia, di volta in volta ha bisogno. Prendiamo l’esempio dei diritti umani. Senza fare digressioni storiche o filosofiche che ci porterebbero a parlare, inevitabilmente, di inclusione ed esclusione, e prendendo per buona la loro essenza, essi – si dice a ragione – vengono calpestati in Paesi come Turchia o Israele che rappresentano delle perfette democrazie. Funge da esempio la più grande democrazia del mondo, gli USA dove, periodicamente, i neri vengono assassinati in strada dalla polizia. Fino ad arrivare all’elenco lunghissimo dei morti ammazzati nel Bel Paese per mano, anche qui, delle forze dell’ordine.

Certo, sono argomenti facili se vogliamo, ma il problema è che questi episodi non sono affatto errori o eccezioni opera di mele marce, sono parte intrinseca di un sistema di diritto in cui coloro che hanno il potere hanno il monopolio della violenza e governano sul resto dei sudditi, imponendo loro qualsiasi decisione: economica, ambientale, militare, sociale, ecc.

La farsa della partecipazione serve solo a consolidare il sistema.

Altre volte capita di sentire: “Questa non è Democrazia, ma Fascismo”. In effetti un controllo sempre più asfissiante, un azzeramento delle conoscenze e delle esperienze e una rappresentazione che sempre più si sostituisce alla realtà, sembra paventare un totalitarismo altrettanto insidioso e invadente. Eppure il Fascismo, almeno in Italia, lo si è conosciuto per quello che era: un regime autoritario, gerarchico e monopolizzante che non consentiva alcuno spazio al di fuori di esso e reprimeva il dissenso con la censura, la tortura e la morte. Le similitudini possono anche farsi, ma è bene considerare anche le differenze e grazie a ciò riconoscere coloro che, come i gruppi neo fascisti, vorrebbero ritornare a quell’epoca. Ad un certo punto, molti anni fa in Italia, alcuni decisero che quel monopolio della violenza doveva cessare e impugnarono le armi contro il regime fascista. E ciò avvenne da subito e oltre la fine di quell’esperienza. Proclamata la Repubblica, molti partigiani rimasero in carcere anche alcuni decenni oltre la fine della guerra, mentre tutti i fascistivennero liberati e tornarono a riprendere il posto che avevano occupato prima. La Costituzione che si dice nata dalla Resistenza, non ha difeso allora coloro che si erano battuti per eliminare la sopraffazione fascista; non è servita poi quando lo Stato ha messo le bombe sui treni e nellepiazze, non ha funzionato quando l’Italia è andata in giro per il mondo a esportare guerra e democrazia con torture e massacri come in Libia, non serve oggi, quando il Mediterraneo si riempie di morti. Il Si al Referendum vorrebbe accentrare il potere in mano al governo e rendere più difficile la partecipazione di altri poteri, il No vorrebbe difendere o aumentare la Democrazia.

Ma per aumentare la libertà non servono né l’uno né l’altro.

Serve l’autodeterminazione a spazzare via questo modello da sempre iniquo e totalizzante.