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Benemerita solidarietà

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( Dal Web )

Ormai non passa mese senza che fiocchino gli attestati di solidarietà ai Carabinieri. Politici, sindacalisti, giornalisti, burattini del mondo dello spettacolo, ma anche comuni cittadini, non mancano di esprimere vicinanza e solidarietà, solidarietà e vicinanza all’Arma ogni qualvolta finisce al centro dell’attenzione. Va subito detto che tutta questa solidarietà è più che comprensibile. Senza questi militi fedeli nei secoli, usi ad obbedir tacendo, effettivamente chi sta in alto come potrebbe godere dei propri privilegi? E chi sta in basso, come potrebbe adagiarsi nella sicurezza di poter sopravvivere e crepare in santa pace (lasciando che ogni spiffero di avventurosa libertà venga rappresentato sugli schermi)? Non sarebbe possibile. Per cui, diciamolo senza mezzi termini, per tutti i potenti e per tutti i loro servi i carabinieri sono davvero indispensabili.
Il punto è che non tutti sono potenti o servi. E chi ha cuore, intelligenza, dignità, non può che provare disprezzo ed ostilità verso coloro che non sono solo militari, sono pure sbirri; che non sono solo sbirri, sono pure militari — incarnando quindi al tempo stesso due tare (guerra e quotidiana repressione) in una. Ecco perché noi non ci stupiamo se qualcuno lascia una testa di maiale, due cartucce e un pezzo di corda accanto ad una caserma dei carabinieri, come avvenuto a Sala Consilina lo scorso luglio. Viceversa ci meravigliamo che si arrivi a domandarsi quale sia stato il motivo che abbia potuto spingere a compiere tale gesto, definito come da copione un «atto vile».
L’amore della gente dabbene per i carabinieri è tale che quando ai primi di settembre il capopattuglia Marco Camuffo e il carabiniere scelto Pietro Costa hanno compiuto un atto coraggioso, stuprando due giovani turiste americane a Firenze, c’è perfino qualche cuor di leone che ci ha tenuto ad esprimere solidarietà… a tutti i carabinieri! Come se fossero loro ad aver subito violenza! Come se per chi indossa un’uniforme e sa di godere dell’impunità dello Stato, soprusi ed arroganza non fossero ovvie conseguenze all’ordine del giorno. Vien quasi da ridere al pensiero che una ventina di giorni dopo lo stupro di Firenze, il 29 settembre, alla benemerita Arma sia stato conferito il XII premio della Solidarietà, istituito dalla Croce Rossa e ispirato al principio dell’umanità. Sapete come si chiama il premio? «Darsi una mano non è dare una mano». Non sembra una battuta?
Chi non l’avesse capita può farselo spiegare dai fatti di cronaca dei primi di ottobre. In due comuni della Lunigiana, Aulla e Licciana Nardi, ben 37 carabinieri sono stati indagati per abusi ai danni di immigrati. Le solite poche mele marce? Macché! Brigadieri, marescialli, appuntati, un tenente colonnello e un comandante di compagnia (qualche esempio: Andrea Tellini, Luca Granata, Marco Manetta, Francesco Rossignoli, Iain Charles Edward Nobile, Amos Benedetti, Alessandro Fiorentino, Luigi Stasio, Emiliano Crielesi, Giovanni Farina, Flavio Tursi, Mario Mascia, Omar Lomonaco, Gianluca Varone, Daniele Bacchieri, Simone Del Polito, Salvatore Leoni, Massimiliano Dadà, Giovanni Maria Cocco, Giuseppe Ernesto, Mauro De Pastena, Massimiliano Caporale, Massimo Del Vecchio, Diego Gradellini, Paolo Bucci, Francesco D’Amato, Domenico Di Fazio, Valerio Liberatori, Saverio Cappelluti, …). Chi dedito ai pestaggi, alle minacce, ai ricatti, agli stupri, e chi a coprire gli atti coraggiosi dei suoi colleghi o sottoposti. L’inchiesta va avanti da mesi ed erano già scattati alcuni arresti che hanno provocato la «solidarietà» di una piazza istruita dal solito PD, partito a cui appartiene il sindaco di Aulla (nonché avvocato difensore dei carabinieri indagati).
E davvero ci si stupisce se qui e là avvengono altri… com’è che vengono chiamati, ah già… «atti vili»? Il 22 ottobre, a Calolziocorte, è stato sfregiato il monumento ai carabinieri. Qualcuno vi ha tracciato sopra l’acronimo ACAB. Passano poche settimane, ed ecco che nella notte tra il 7 e l’8 novembre viene incendiato l’ingresso del garage della caserma di Palagianello, a Taranto. Ancora sdegno, ancora indignazione, ancora condanna. I benemeriti possono molestare, minacciare, picchiare, bastonare, torturare, stuprare ed ammazzare, ma giammai bisogna mancare di rispetto nei loro confronti! Come non bastasse, il processo iniziato il 16 novembre contro i carabinieri (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, Roberto Mandolini, Vincenzo Nicolardi) accusati della morte di Stefano Cucchi o dei vari successivi «depistaggi».
Ai primi di dicembre, nella solita Firenze, scoppia lo scandalo della bandiera nazistoide fotografata all’interno della caserma sul Lungarno (che sorge nella piazza dove nell’antichità venivano eseguite le condanne a morte). Ne nasce uno spassoso battibecco fra imbecilli di destra che precisano che quella è solo una bandiera del Secondo Reich, e idioti di sinistra che ricordano come l’antifascismo faccia parte della storia dei carabinieri. Ma davvero dopo l’omicidio Magherini (punito, sia chiaro, che una condanna a 7/8 mesi se la sono beccata tutta Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, sentenza confermata dalla Cassazione lo scorso ottobre) e lo stupro delle due turiste avvenuto in quella città, ci si indigna per un pezzo di stoffa appeso su un muro?
Solo pochi giorni dopo un ordigno rudimentale — rivendicato da alcuni anarchici aderenti alla FAI — scoppia davanti alla stazione dei carabinieri San Giovanni, a Roma, con l’intento di portare la guerra in casa del ministro Minniti. È l’ennesimo «atto vile» che scatena la trasversale solidarietà dei politici verso le loro guardie del corpo; dal piddino presidente della regione Lazio che esprime «solidarietà e vicinanza all’Arma dei Carabinieri» vittima di un «gravissimo atto intimidatorio», alla sorella d’Italia secondo cui «gli uomini e le donne in divisa sono dei patrioti da difendere e sostenere: saremo sempre al loro fianco», passando per una deputata pentastellata che condanna «questo gesto vigliacco».
Ma sì, ma sì, bisogna pur ammetterlo: prendersela con i poveri carabinieri è un «atto vile», come quello di ridicolizzarli attraverso una delle tante barzellette che circolano su di loro. Chi ha coraggio e sprezzo del pericolo, invece, li applaude, li loda e li imbroda. Chiaro, no?
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L’invidia del penale

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( Dal Web )

P. M.

Di questo legiferare galoppante, di questa piaga giustizialista che investe l’epoca a tutta velocità, come è possibile che nessuno sia terrorizzato? Come è possibile che nessuno si preoccupi per questa smania di legge che cresce senza sosta? Ah! La Legge! La marcia implacabile delle nostre società al passo della Legge! Nessun essere vivente in questa fine di secolo è ritenuto in grado di ignorarla. Nulla di ciò che è legislativo ci deve essere estraneo. «C’è un vuoto giuridico!» — non è soltanto un grido accorato dagli schermi. Dalla pappa di tutti i dibattiti emerge solo una voce, un clamore: «Dobbiamo colmare il vuoto giuridico!». Sessanta milioni di ipnotizzati cadono in estasi tutte le sere. La natura umana contemporanea ha orrore del vuoto giuridico, vale a dire delle zone d’ombra dove rischia di infiltrarsi ancora un po’ di vita, quindi di disorganizzazione. Un giro di vite in più ogni giorno! Progetti! Commissioni! Gruppi di studio! Proposte! Decisioni! Elaborazione di decreti nei gabinetti! Bisogna colmare il vuoto giuridico! Tutto ciò che viene annoverato come associazione familiare applaude con le sue chele di granchio. Colmiamo! Colmiamo! Colmiamo ancora! Prendiamo misure! Legiferiamo!
Sante Leggi, pregate per noi! Insegnateci il salutare terrore del vuoto giuridico e l’invidia perenne del tappo! Tratteneteci, bloccateci sull’orlo del baratro dell’ignoto! Il minimo spazio che non controllate nel nome della neo-libertà giuridicamente garantita è diventato per noi un buco nero invivibile. Il nostro mondo è alla mercé di una lacuna nel Codice! I nostri pensieri più sordi, i nostri minimi gesti corrono il rischio di non essere stati previsti da qualche parte, in un paragrafo, protetti da una appendice, sorvegliati da una giurisprudenza. «Bisogna colmare il vuoto giuridico!». È il nuovo grido di battaglia del vecchio mondo ringiovanito grazie al transfert integrale dei suoi elementi nella spazzatura mediatica.
Ce ne son voluti di sforzi e di tempo, ce n’è voluta di tenacia, di abilità, di buoni sentimenti e di cause filantropiche per piantare bene in profondità, in tutte le menti, il chiodo del dispotismo legalitario. Ma adesso ci siamo, è fatta, tutti lo vogliono di loro sponte. La cronaca quotidiana è diventata, in buona parte, il romanzo autentico delle conquiste della Legge e degli entusiasmi che suscita. Nuovi capitoli della storia della Servitù volontaria si accumulano. L’orgia cavillosa non conosce più alcun limite…
Dura lex, sed lex! Ci sono serate in cui la televisione, per chi la guarda con la ripugnanza dovuta, assomiglia a una specie di fiera dei leoni. È il mercato dei regolamenti. Un lex-shop a cielo aperto. Ognuno arriva col suo progetto di decreto. Fare un qualsiasi dibattito significa scoprire un vuoto giuridico. La conclusione è presto detta. «C’è un vuoto giuridico!». Il sogno consiste ovviamente nel finire col proibire, poco alla volta e senza intoppi, tutto ciò che non è ancora del tutto morto. «Bisogna riempire il vuoto giuridico!»… A Bruxelles, sinistri sconosciuti preparano l’Europa delle normative. Tutte le repressioni vanno bene, dal divieto di fumo nei luoghi pubblici fino alla soppressione di certi piaceri definiti preistorici… Sarà definita preistorica qualsiasi occupazione che non trattiene o non riconduce il vivente, in un modo o nell’altro, al suo schermo televisivo: lo Spettacolo ha organizzato un numero sufficiente di distrazioni da poter finalmente decretare obbligatorie senza che tale decreto risulti scandaloso. Qualsiasi altro genere di divertimento è un irredentismo da cancellare, una perdita di tempo e di audimat…
«La più grande sventura degli uomini è di avere delle leggi e un governo», scriveva Chateaubriand. Non credo che si possa ancora parlare di sventura. I giochi circensi giustizialisti sono il nostro surrogato di erotismo. La nuova polizia pattuglia fra le acclamazioni, legittimando le sue ingerenze, coprendole con le parole «solidarietà», «giustizia», «redistribuzione». Tutte le propagande virtuose concorrono a ricreare un genere di cittadino ben devoto, ben abbrutito dall’ordine costituito, ben inebetito di ammirazione per la società così come viene imposta, ben deciso a non ricercare più altri godimenti che non siano quelli che gli vengono indicati.
Eccolo, l’eroe positivo del totalitarismo odierno, il modello ideale della nuova tirannia…