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Lucrosum et decorum est pro patria facere?

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( Dal Web )

In Belgio non lo conoscono il latino.
Verso le due del mattino di lunedì 25 settembre gli abitanti di Malines (una cittadina a metà strada fra Bruxelles ed Anversa) sono stati svegliati da una serie di detonazioni. Affacciatisi alla finestra, hanno visto un enorme fuoco divampare negli stabilimenti di una impresa locale. Nonostante l’intervento di molti veicoli dei pompieri, non c’è stato niente da fare. Dei 5.000 metri quadrati dell’azienda, non è rimasto nulla. Tutto distrutto. Un duro colpo per la Varec, ditta che produce cingolati per carri armati e pneumatici per mezzi militari, fornitrice ufficiale delle Forze Armate degli Stati Uniti.
Se in un sogno asfissiante anche tu potessi marciare
Dietro al vagone dove lo abbiamo buttato,
Guardando gli occhi bianchi dimenarsi nel volto,
il volto penzolante di un diavolo schifato dal vizio…
Alle 5.40 del mattino di giovedì 28 settembre è scattato l’allarme in una ditta di Genk (una cittadina delle Fiandre, non lontana dal confine con i Paesi Bassi). Anche qui, il fuoco ha devastato completamente due stabilimenti dell’impresa. I danni sono enormi. I laboratori e gli uffici sono inagibili, i prodotti finiti distrutti. I 40 tecnici che vi lavoravano sono senza lavoro. Un duro colpo per la Teksam Company, ditta che produce pali telescopici pneumatici e pali tattici di comunicazione a fini militari, venduti agli eserciti di mezzo mondo.
Se potessi sentire, a ogni sobbalzo, il suo sangue
Gorgogliare nei polmoni corrosi di schiuma,
Osceno come un cancro, amaro come il bolo
Di piaghe incurabili sulle lingue innocenti…
Verso le 8 del mattino di giovedì 28 settembre è stata fatta una strana scoperta dagli operai di una ditta di Zeebrugge (una cittadina in provincia di Liegi, in Vallonia). Hanno intravisto un po’ di fumo alzarsi dal tetto della loro fabbrica. Saliti a dare una occhiata, hanno trovato delle bombolette di gas unite tra loro e collegate a una miccia. Sul posto è intervenuto il servizio di sminamento dell’esercito, che ha neutralizzato l’ordigno. La procura ha aperto una inchiesta. Una brutta sorpresa per la Forges, ditta facente parte della multinazionale Thales, specializzata nella produzione di materiale bellico come munizioni, granate, missili.
Amico mio, tu non ripeteresti con tanto fervore
Ai figli assetati di disperata gloria,
La vecchia menzogna: «Dulce et decorum est
Pro patria mori»
In Belgio non conosceranno il latino, ma almeno si inizia a sapere che chi prepara la guerra avrà la guerra.
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La guerra e la «fatalità storica»

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( Dal Web )

Rudolf Rocker

Noi conosciamo gli argomenti con cui i sostenitori dell’attuale ordine di cose cercano di giustificare la necessità della guerra. Agli uni essa appare come l’espressione della collera di Dio, perché gli uomini si rendano conto dei propri peccati. Gli altri considerano la guerra come un portato della natura umano. Recentemente si è giunti a vedere nella guerra la manifestazione inevitabile delle differenze razziali. E siccome, secondo questa nuovissima teoria, razza è destino, la guerra è perciò una cosa del destino e non può essere soppressa nel mondo per mezzo di argomenti umanitari.
I socialisti di tutte le correnti non danno a tali affermazioni importanza alcuna, poiché esse non resistono ad nessuna critica seria. Però la maggioranza di loro non si accorgono che essi non fanno altro che sostituire il fatalismo dei loro avversari con un altro fatalismo, inculcando nei propri seguaci la convinzione che la guerra è unicamente un risultato del sistema capitalista mondiale, e solo scomparirà con questo. In che si differenzia questo fatalismo economico dal fatalismo razzista dei Gobineau, Chamberlain, Woltmann, Guenther, ecc.? Solo nella forma, e non negli effetti pratici. Anche in questo caso si tratta di una credenza cieca accettata tacitamente come verità.
Quando i capi delle truppe coloniali francesi, nelle loro crudeli e sanguinose lotte coi popoli asiatici, arrivarono fino a rubare ad essi le ossa dei loro padri nei campi di riso per costringerli alla sottomissione, non fecero che approfittare di un cieco fatalismo per raggiungere una più facile vittoria. Pure nessuna persona ragionevole sosterrà che ci fosse realmente in quelle ossa imputridite una forza determinante il destino, e che la loro perdita fosse effettivamente funesta agli indigeni tonchinesi. Tutti capiscono benissimo che funesta non fu quella supposta forza, bensì la credenza cieca degli indigeni nella sua esistenza. Più d’uno ride della scarsa intelligenza dei «barbari gialli», senza sospettare d’essere egli stesso vittima di una illusione consimile. Che cos’è, infatti, la credenza nella inevitabilità del divenire storico e di tutti i fenomeni sociali, se non una nuova teoria del destino, le conseguenze della quale paralizzano l’azione umana come qualsiasi altra credenza nel destino?
I difensori delle idee socialiste avrebbero dovuto capire per primi che le «necessità storiche» ed il «divenire ineluttabile» non hanno ragion d’essere se non finché gli uomini le accettano come fatti positivi e non oppongono loro alcuna resistenza. Invece cessano dall’essere necessità storiche dal momento in cui l’uomo si leva contro tali supposte necessità e tenta di dirigere in altro senso la sua vita. È vero ch’egli nelle sue aspirazioni è influenzato dall’ambiente che lo circonda, ma questa influenza è sempre legata al suo riconoscimento spirituale, e decresce man mano che il suo spirito penetra le cose e riesce a sottoporle alla propria volontà.
Considerando la guerra semplicemente come una ineluttabilità del sistema attuale, si appoggia coscientemente o incoscientemente questo sistema e i suoi difensori e si presta un servizio alla guerra e al militarismo. Un sistema sociale non è qualche cosa di assolutamente rigido, legato in tutte le forme della sua evoluzione a ferree necessità. La storia ci mostra, piuttosto, che alla lotta contro l’esistenza di un sistema determinato precede sempre una innumerevole serie di piccole e grandi lotte contro certe istituzioni di quello stesso sistema, che portano pure a modificazioni inevitabili.
Così, per esempio, l’attuale giurisprudenza si radica intimamente in tutto il sistema vigente; pure, malgrado tutto, certi metodi di tortura medioevale sono stati abbandonati, ed il ritorno ad essi produce una indignazione generale, come vedemmo a suo tempo quella contro gli inquisitori di Montjuich. Anche la guerra e li militarismo sono possibili soltanto in quanto sono accettati dalle masse come necessità ineludibili. Quando, invece, sparisca in esse la credenza in quelle supposte necessità, nessun ordine capitalista e nessun modo di produzione potranno esser capaci di forzare i popoli alla guerra.
Giustamente per questa ragione noi dovremmo conformare tutta la nostra propaganda contro la guerra, ponendo al primo piano dovunque la mostruosità e criminalità della strage umana organizzata e l’interpretazione del militarismo come la scuola dell’assassinio e dell’abbrutimento. Anzitutto bisogna creare la convinzione che la guerra potrebbe essere impedita oggi stesso e che i produttori, specialmente, tengono nelle loro mani i mezzi per riuscirvi. Quanto più riusciremo a stimolare il senso di giustizia delle masse contro l’assassinio organizzato dei popoli, tanto meglio potremo inculcare in loro il rispetto della libertà e della vita umana, e tanto più piene di promesse ci si presenteranno le lotte future.
Il fatalismo è sempre un risultato di ideologie autoritarie. E appunto perché abbiamo riconosciuto che il principio d’autorità trova la sua espressione più brutale e vergognosa nel militarismo, dobbiamo procurar sempre di minare il rispetto per l’autorità, che in realtà è il vero ostacolo che separa gli uomini dalla possibilità della loro liberazione.
A tal proposito, accenneremo anche a un metodo che può essere utile nella lotta contro la guerra e il militarismo.
Molti dei nostri si erano abituati, al tempo della guerra mondiale passata, a trascurare facilmente i sistemi e i fatti di violenza dei «vincitori», segnalando quelli dei «vinti», quando questi erano ancora un fattore della sanguinosa contesa. Tale atteggiamento poteva giustificare da solo il pensiero della rivincita nei secondi, e non corrisponde certo alle idee della libertà e del socialismo. I piani dei grandi industriali tedeschi durante la guerra mondiale non sono un salvacondotto per lo aspirazioni di Poincaré ed altri mandatari del “Comité des Forges”; l’invasione delle truppe tedesche nel Belgio, ecc. non è una giustificazione delle repressioni contro le popolazioni del Tirolo da parte dei carabinieri di Mussolini; l’esistenza in Germania del Hackenkreuzlern e dei Caschi d’acciaio non dà ragione al fascismo in Italia.
Siamo avversari di ogni sfruttamento e di ogni oppressione, tanto se realizzati da tedeschi o francesi, da inglesi o russi. Il militarismo che ha per suo rappresentante il generale Foch non è migliore del militarismo di Ludendorff e di Hindenburg. La guerra, il militarismo ed il nazionalismo sono flagelli dell’umanità, e debbono esser combattuti dovunque con la stessa energia. Lo sviluppo del militarismo in paesi come gli Stati Uniti ed il Canada, dove oggi invade tutte le scuole e le università, è la prova migliore che lo spirito militarista non è attributo speciale di alcuni popoli soltanto, ma che esso penetra in ogni luogo in cui non gli si opponga resistenza da parte del popolo medesimo.
Non si tratta qui di disposizioni nazionali speciali, bensì di una determinata tendenza dello spirito umano, che non può non produrre dovunque gli stessi terribili effetti. Combattere tale tendenza, provocare negli uomini la repulsione per le sue conseguenze, e aprire iI cammino alla libertà e alla giustizia — questa è la nostra missione in tutti i paesi. E non dobbiamo dimenticare che la nostra lotta contro la guerra e il militarismo è al tempo stesso una lotta anche contro ogni forma di sfruttamento economico e di oppressione statale.

L’obiettore

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( Dal Web )

Roger Martin du Gard

La città era calma: di una calma tragica. Le nubi che da mezzogiorno s’andavano accavallando, formavano una scura coltre che immergeva la capitale in una specie di crepuscolo. I caffè, i negozi avevano acceso; e la luce che proiettavano attraversava di strisce livide le strade semi buie, dove la folla, privata dei mezzi di trasporto, si pigiava, inquieta e frettolosa. Gli ingressi della metropolitana traboccavano sino ai marciapiedi di gente in attesa sui gradini.
Rinunziando ad aspettare, Jacques e Jenny raggiunsero a piedi la riva destra.
Ad ogni cantonata, strilloni di giornali: le edizioni straordinarie venivano strappate di mano, scorse con avidità. Ognuno suo malgrado vi cercava ostinatamente la grande notizia: che tutto s’era aggiustato; che, rinsaviti, i governanti avevano di comune accordo trovato una soluzione pacifica; che l’assurdo incubo s’era finalmente dissipato.
All’Humanité, da che era stata decretata la mobilitazione, non si vedeva più nessuno; come, del resto, dappertutto. Ognuno, si sarebbe detto, trovava più solo il tempo di pensare ai casi propri. L’ingresso, le scale, deserti. Dall”unico usciere di servizio nel corridoio, Jacques seppe che Stefany non s’era ancora vista; e che Gallot, di turno al giornale, non riceveva nessuno, avendo da preparare il numero dell’indomani. Jacques non insistette.
«Andiamo al Progrés» disse a Jenny; ed uscì con la ragazza che, stanca morta, lo seguiva come la sua ombra.
A pianterreno, nessuno; neppure il proprietario; sola alla cassa, la moglie; aveva gli occhi rossi di pianto; non diede segno di vederli.
Salirono al mezzanino.
Un tavolo solo occupato: tutti giovani che Jacques non conosceva. Fatta sedere Jenny vicino all’ingresso, Jacques scese a prendersi una mezza bottiglia di birra: aveva sete.
«E che altro vuoi, imbecille? Aspettare che ti vengano a prendere i gendarmi? Farti mettere al muro come un cretino?». Chi parlava era un giovanotto sui venticinque, scuro di pelle, il berretto buttato sulla nuca. Il tono era aggressivo e lo sguardo, con cui andava da viso a viso, duro. «E poi vuoi che ti dica?» riprese con crescente irritazione. «Per noi, per quelli che come noi han seguito da vicino come sono andate le cose, un fatto è sicuro, che basta da solo: noi apparteniamo ad un paese che la guerra non la voleva e che non ha nulla da rimproverarsi!».
«Questo, sì, lo dicono tutti» ammise il più anziano della compagnia: un uomo sulla quarantina, che vestiva la divisa d’impiegato al metrò. «I tedeschi, questo, non lo possono dire! La pace dipendeva da loro. Dieci volte, in questi ultimi giorni, hanno avuto l’occasione di sbarrar la strada alla guerra!».
«Anche noi! avremmo potuto dire chiaro “merda” alla Russia!».
«Questo, non sarebbe servito a nulla! Vediamo bene, oggi in che sporco modo i tedeschi avevano montato il colpo! L’han voluta? Ebbene, la paghino! La Francia è attaccata: ha il dovere di difendersi! E la Francia sei tu, sono io, siamo tutti!».
Meno l’impiegato al metrò, tutti parevano consentire.
Jacques rivolse a Jenny un’occhiata piena di sconforto. Ricordava le parole di Studler, il suo sguardo che accattava comprensione: « lo ho bisogno di credere alla colpevolezza della Germania!». Già quel bisogno stava diventando generale.
Senza bere la birra che s’era versata, fece segno alla ragazza e s’alzò. Ma prima d’andarsene s’avvicinò al gruppo:
«La guerra difensiva, la guerra legittima, la guerra giusta!… Non vi accorgete dunque che è sempre la solita trappola? Anche voialtri ci cadete. Non sono tre ore che la mobilitazione è stata decretata, ed ecco a che punto di cecità siete già arrivati! Chi resisterà a questa ventata di pazzia, se voi socialisti siete tra i primi a mollare?».
Parlando, non si rivolgeva in particolare a nessuno; ma ad uno ad uno li guardava tutti; e le labbra gli tremavano. Il più giovane, un garzone di panettiere, da com’era infarinato, alzando il viso di Pierrot:
«lo la penso come Chataignier» disse, calmo. «Devo partire domani, io… Detesto la guerra; ma sono francese; il mio paese è attaccato. Mi chiamano, e io vado. Parto con la morte nell’anima, ma parto!».
E il suo vicino: «Anch’io la penso così. Il mio giorno è martedì. Sono di Bar-le-Duc… Non avrei alcun piacere che il paese dove son nato diventasse territorio tedesco».
Ascoltando, Jacques, tra sé: «Come questi, i nove decimi dei francesi! Unicamente preoccupati di assolvere il loro paese d’ogni colpa! E a questo non s’aggiungerà, in questa gioventù, una certa torbida compiacenza di sentirsi improvvisamente parte d’una comunità oltraggiata, di respirare l’aria ubriacante d’un rancore collettivo?». Nulla era mutato dal tempo in cui il cardinale Retz ardiva scrivere: « Il n’est rien de si grande conséquence dans les peuples, que de leur faire paroître, même quand l’on attaque, que l’on ne songe qu’à se défendre ».
«Pensateci bene!» riprese con voce sorda. «Se mollate domani sarà troppo tardi. Non capite che quel che accade qui, accade punto per punto anche in Germania? Le stesse esplosioni d’ira, la montatura di notizie false, di false accuse, gli stessi antagonismi… Non capite che tra noi e la Germania si sta ripetendo in grande la scena, né più né meno, cui tutti i giorni assistete per strada; dei due monelli che, con gli occhi fuori della testa, si buttano l’uno sull’altro per poi darsi a vicenda la colpa: “È stato lui a cominciare!”».
«Sia; ma allora, secondo te, che devo fare io, precettato?».
«Che devi fare? Se pensi che la violenza non può essere giustizia, che la vita umana è sacra, se pensi che di morali non ve ne possono essere due: una, in tempo di pace, che ti manda in galera se uccidi; l’altra, in tempo di guerra, che ti impone di uccidere, rifiutati di partire! Tieni fede a te stesso! All’Internazionale!».
Jenny, ch’era rimasta in disparte, vedendo che si accalorava, istintivamente lo raggiunse.
Il garzone panettiere s’era alzato e incrociando le braccia:
«Per farmi mettere al muro? No, ma di’, vieni fuori con delle belle!… Almeno, al fronte, ognuno corre il suo rischio; se non è proprio scalognato, può portar via la pelle!».
Jacques, alzando la voce:
« Ma non sentite che è da vili svestirsi della propria responsabilità per rimetterla nelle mani di chi è più forte? Voi dite: “Disapprovo, ma non ci posso far niente”. Obbedire, sottomettervi vi costa; ma tacitate con poca spesa la vostra coscienza col dirvi che la vostra sottomissione è penosa e meritoria… Non v’accorgete dunque di essere vittime d’un giochetto criminale? Vi siete scordati che i governi non ci sono per asservire i popoli e mandarli al macello; ma per servirli, proteggerli e renderli felici?».
Un moro, sui trenta, battendo il pugno sul tavolo:
«No e no! Non hai ragione… Dio sa se son mai andato d’accordo col governo. Sono socialista al pari di te. Ebbene, io son pronto a battermi per il governo, come ogni altro!».
Jacques fece per parlare, ma quello non lo lasciò:
«E questo non ha nulla da vedere con le mie convinzioni! Con i nazionalisti, con i capitalisti, con tutti i capoccioni, ci ritroveremo dopo! e regoleremo i conti, se te lo dico, puoi star certo. Ma in questo momento, non si tratta di pensarla in un modo o in un altro. Il primo conto da regolare è con i tedeschi! Sono stati quei porci lì, a volere la guerra! L’avranno! E ti dico: per quel che dipende da me, d’averla voluta s’avranno a pentire!».
A Jacques caddero le braccia. Fece spallucce e presa per il braccio Jenny si diresse alla scaletta.
«E con tutto questo, evviva la Sociale! » una voce alle loro spalle.
Procedettero per un tratto in silenzio. Sordi brontolii annunziavano imminente un temporale.
«Vede» disse Jacques. «Ho creduto, ripetuto tante volte, che le guerre non nascono da motivi sentimentali; che sono effetto unicamente di cause economiche. Ebbene, oggi, a vedere con che spontaneità la frenesia nazionalista si propaga in tutti i ceti indistintamente, arrivo quasi a chiedermi… se le guerre non sarebbero piuttosto il risultato d’un oscuro conflitto di irrefrenabili passioni, al quale il cozzo d’interesse servirebbe solo d’occasione, di pretesto…». E dopo una pausa, sempre come pensando ad alta voce: «E la peggiore derisione è la preoccupazione che essi hanno, non solo di giustificarsi, ma di proclamare ben alto che il loro consenso è ragionato e “libero”. Sì, libero! Tutti questi disgraziati, che ieri ancora lottavano accanitamente per tener lontana la guerra, oggi che vi si trovano dentro, a niente tengono quanto ad aver l’aria di agire di loro spontanea volontà!».
E dopo una pausa: «Tragico, poi, il fatto, che tanti uomini di buon fiuto, diffidenti, possono diventare da un momento all’altro creduli a tal punto, non appena si fa vibrare la corda patriottica! Forse dipende semplicemente da questo: che l’uomo medio s’identifica ingenuamente con la patria, con la nazione cui appartiene, con lo Stato… L’abitudine di dire “noi francesi…”, “noi tedeschi…”. E visto che ogni cittadino, preso a sé, desidera sinceramente la pace, gli è impossibile ammettere che lo Stato, che lo rappresenta, voglia la guerra. Dal che verrebbe di concludere: più il singolo è amante della pace, più è portato a discolpare il proprio paese; e più facile diventa convincerlo che la minaccia della guerra viene dall’esterno, che il governo non è responsabile, che lui fa parte d’una collettività iniquamente minacciata e che ha il dovere di difendersi con il difenderla…».
Goccioloni di pioggia lo interruppero. Attraversavano in quel momento place de la Bourse. «Corriamo, se no ci si infradicia…».
Fecero appena in tempo a ripararsi sotto i portici di rue des Colonnes. Il temporale, che tutto il giorno aveva pesato sulla città, scoppiava con inaudita violenza. I lampi si susseguivano senza respiro, sferzando i nervi; e il rullare incessante del tuono si ripercuoteva tra i palazzi con un fragore che ricordava i temporali in montagna.
« Andiamo a rifugiarci là» propose Jacques, indicando in fondo al portici una trattoria male illuminata e già invasa di gente.
«In attesa che passi, mangeremo un boccone».
                                                                                                                               I Thibault, Estate 1914

Il prezzo della nostra indifferenza

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( Articolo Condiviso )

Jean Bloch-Michel

A partire dal momento in cui ci si trova in un paese conquistato, come lo erano i tedeschi in Francia o i francesi in Indocina, la regola vuole che non conti nulla quanto viene fatto in suo favore, ma che qualsiasi ingiustizia venga addebitata senza indulgenza e senza perdono possibili.
A questo genere di argomentazioni, la risposta degli uomini sinceri, se non cinici, è che il nostro impero è condizione della nostra prosperità. Io sono convinto che ciò sia falso… E qualora la nostra prosperità fosse a questo prezzo, so che non sarei l’unico a preferirle una povertà più onorevole.
Ma ciò che mi sembra più grave in tutto ciò è che abbiamo così ben tollerato il fatto di essere trascinati in una guerra di cui non ammettiamo né le ragioni né il fine.
Infatti, siccome non era ovvio che questa guerra costituisse un pericolo anche per coloro che non la facevano, ne abbiamo appreso l’inizio e ne abbiamo seguito le vicissitudini con assoluta indifferenza.
È stato lo stesso, del resto, per la guerra in Corea.
Perché se ci capitasse, a seconda del campo che abbiamo scelto, di tremare allorché uno dei due avversari si ritirasse e di gioire se avanzasse, nessuno penserebbe veramente di mettere in ridicolo tutti i giorni in memoria dei coreani, per i quali la fortuna era la stessa: sempre cattiva.
Bisogna quindi ammetterlo, abbiamo acconsentito che venissero compiuti in nostro nome ciò che molti di noi considerano crimini.
Lo abbiamo accettato o abbiamo voluto ignorarlo.
In breve, siamo stati indifferenti. Ecco qual è il segno della nostra epoca, e noi ne siamo segnati non meno degli altri.
Eppure dovremmo conoscere il prezzo della nostra indifferenza. Non è poi lontano il tempo in cui veniva incoraggiata, dicendoci che essa sola poteva assicurare la nostra sicurezza.
E, sebbene il ricordo si cancelli nella nostra memoria ingombra di immagini più recenti e per noi più violente, ricordiamoci l’epoca in cui il popolo spagnolo combatteva per la propria libertà. Tutti i problemi che abbiamo dovuto poi risolvere per noi stessi, si posero allora.
La guerra di Spagna ha diviso gli uomini in collaboratori opportunisti e resistenti.
Poco numerosi sono coloro che in seguito hanno avuto il desiderio o l’opportunità di cambiare campo. Per la prima volta anche noi abbiamo capito come sia difficile, una volta presa la decisione, accecarci con forza sufficiente per continuare l’azione intrapresa.
Era facile, fin dai primi giorni — soprattutto i primi giorni — riconoscere dove si trovasse la giustizia e dove l’oppressione.
Non penso che riusciremo mai ad incontrare una causa più pura e più intatta di quella della Repubblica spagnola all’inizio della guerra civile. Eppure, a partire da quel momento, abbiamo dovuto scegliere tra la guerra e la pace. Ci è stato detto che intervenire per i repubblicani avrebbe catapultato l’Europa nella guerra. Dal momento che Mussolini e Hitler non avevano aspettato per aiutare Franco, ci doveva pur essere qualcosa di logico in questo monito.
Il non-intervento fu quindi una di quelle ipocrisie che il pacifismo più sincero talvolta ispira alla politica.
Perché, una volta assunta tale posizione, la si poteva sostenere solo non vedendone le conseguenze e la menzogna che era diventata.
Allo stesso tempo, il campo che avevamo scelto perdeva la sua purezza, la repressione contro gli anarchici e le procedure adottate dal Partito Comunista nelle file dei repubblicani instauravano una tirannide tra i difensori della libertà.
Giustificare certe misure era facile: in tempo di guerra, la necessità di un ordine politico è tale che a volte occorre sacrificare le ragioni stesse per cui ci si batte.
Ciò dimostra soltanto che la libertà non può nascere dalla guerra. Ma la lotta era mutata, diventando quella di un popolo usato, volente o nolente, per i bisogni di un sistema e di un partito.
La causa del popolo spagnolo vi manteneva la sua purezza. Essa resta ancora oggi la medesima del primo giorno. Ma non era più solo il popolo spagnolo e la libertà, ad essere in discussione.
Perché gli uomini furono presto traditi e noi potemmo assistere a questo spettacolo, che ci è consueto, di una rivoluzione i cui primi eroi sono le prime vittime.
Gli anarchici furono sacrificati ai bisogni dell’ordine, così come alle esigenze di un partito la cui sola forza, per lo meno in Spagna, era quella di rappresentare un ordine.
La cosa più grave è che la Spagna è stata tradita due volte da noi, quando abbiamo rifiutato di fornire un aiuto ai partigiani della libertà che i suoi nemici avevano cominciato a schiavizzare, e quando, una volta questi sconfitti, abbiamo acconsentito che la Spagna rimanesse sola sotto l’oppressione.
E ora, su di essa è calato il silenzio. A pochi passi da noi, un ridicolo dittatore fucila ancora ogni giorno degli uomini che, per la maggior parte, alcuni anni fa erano venuti in Francia ad aiutarci a sconfiggere i nostri nemici comuni. Tutto questo avviene in mezzo al silenzio, come è accaduto per i massacri fatti in nostro nome in Madagascar, in Marocco o in Tunisia.
Questo silenzio organizzato dai nostri padroni esiste tuttavia solo grazie al nostro consenso. È utile alla nostra tranquillità e ne conosciamo da molto tempo la pratica e le virtù. E non siamo i soli.
Non abbiamo creduto ai tedeschi quando ci dicevano che ignoravano l’esistenza dei campi di concentramento. Sono sicuro che, per lo più, fossero sinceri.
In Francia chi era a conoscenza di cosa accadeva nel bagno penale della Cayenna, quando ancora esisteva?
A volte un uomo onesto, fuorviato in mezzo ai secondini, si indignava allo spettacolo di quell’opera di assassinio.
Tornava, scriveva un libro o degli articoli. Era l’occasione di qualche agitazione, poi il paese ricadeva nel suo torpore e veniva a sapere, senza rabbrividire, che un nuovo convoglio era stato imbarcato alla île de Ré.
E allora, tutti i tedeschi avrebbero dovuto esserne consapevoli perché i campi erano più vicini tra loro?
Perché il grido dei martiri non raggiungesse le loro orecchie bastava, come facciamo noi, essere ben decisi a non sentire nulla.
Come i tedeschi avevano fatto il silenzio su Auschwitz, Dachau e Buchenwald, come noi l’abbiamo fatto sulla Cayenna, lo facciamo sulla Spagna, e ancor più sul Madagascar e Capo Bon.
Nulla è ancora perduto, tuttavia, poiché ho ancora il diritto oggi di disturbare tale silenzio. Ma non bisogna farsi illusioni. Se continueremo a stare zitti, come rimasero zitti prima di noi i tedeschi, accadrà un giorno a noi quello che è accaduto a loro: verremo strappati al nostro silenzio, ma per farci urlare, a tono e a comando.
Journal du désordre, 1955

Usi a reprimer terrorizzando

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( Articolo Condiviso )

Fedeli nei secoli, si fanno un vanto di essere usi ad obbedir tacendo. Il padrone che servono in modo incondizionato è lo Stato ed il loro lavoro consiste nel fare la guerra a chi turba l’ordine nelle strade e la pace nei mercati, il potere dei governanti e il profitto dei banchieri. Se il loro padrone ordina di bastonare, loro bastonano. Se ordina di torturare, loro torturano. Se ordina di ammazzare, loro ammazzano. Non importa chi (manifestanti o scalmanati), non importa dove (a Genova o a Kabul). Loro non si pongono domande e non sanno cosa siano gli scrupoli di coscienza. Non sono nemmeno poliziotti, sono soldati dell’esercito! E come ama ripetere ogni buon militare con l’intelligenza di un militare: gli ordini si eseguono, non si discutono. Se poi capita che qualcuno di loro si lasci prendere la mano nella foga del momento, nessun problema. Il loro padrone li capisce, li sostiene, li protegge. In guerra gli eccessi sono inevitabili, la battaglia fa salire il sangue alla testa. Che le anime pie se ne stiano chiuse in casa a pregare sottovoce.
E le anime non pie? Ecco, quelle talvolta si incazzano davanti a questi manovali del terrore di Stato. Quando ciò accade, le parti si invertono. Non è la repressione a bussare alla porta di chi si è preso qualche libertà, è chi si prende qualche libertà a bussare alla porta della repressione. I politici potranno anche chiamarlo «atto vile» — da non confondere con l’atto coraggioso di massacrare persone inermi godendo dell’impunità di Stato — ma che volete farci? Ci sarà sempre chi non si rassegna davanti alle minacce, all’arroganza e alle violenze dell’Arma tanto orgogliosa di reprimer terrorizzando. Non importa chi (sovversivi o teste calde), non importa dove (anni fa a Nassiriya, mesi fa a Firenze, la scorsa notte a Bologna,…).

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?

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( Articolo Condiviso )

Nel momento di scrivere queste righe sta per essere lanciata una operazione poliziesca su larga scala a Calais. Una operazione che mira a deportare la totalità delle persone che abitano la zona chiamata Giungla, dove circa 7000 individui godono ancora di una certa autonomia, di rapporti di mutuo appoggio per far fronte alla precarietà e per organizzarsi nel tentativo di passare la frontiera. Dovrebbero essere suddivisi ad ogni angolo della Francia, secondo le considerazioni giuridiche ed amministrative e in maniera di levar loro ogni speranza di andare in fondo al loro cammino, alcuni nei «centri di accoglienza», altri nei centri di detenzione per immigrati. Un po’ come si differenziano i rifiuti. Calais, questo punto di passaggio quasi obbligato per migliaia di persone che — sotto costrizione, per necessità o per scelta — hanno lasciato i loro luoghi di vita, e si aggrappano malgrado la tormenta al desiderio di raggiungere l’Inghilterra.

Calais, un territorio dove poco più di un anno fa Eurotunnel ha eretto una trentina di chilometri di barriere metalliche, su diverse file, talvolta sormontate dal filo spinato, con profusione di telecamere, sistemi di sorveglianza ad infrarossi, chiusure elettrificate, vigili e unità cinofile. Il tutto per aiutare i poliziotti incaricati di impedire l’accesso all’Eurotunnel e al porto, i quali in qualche caso nel corso di scontri si sono fatti abbondantemente malmenare, allorquando in coloro a cui sono incaricati di rendere la vita impossibile si mescolavano rabbia, sostegno reciproco e volontà di superare o di abbattere gli ostacoli. Calais, dove un anno fa Eurotunnel ha disboscato massicciamente i terreni che costeggiano le linee ferroviarie, innanzitutto per fare piazza pulita per la videosorveglianza e togliere ogni possibilità di nascondersi, poi per inondare i terreni ed annichilire ogni tentativo di passaggio a fronte del rischio di annegare. Calais, dove lo scorso gennaio lo Stato ha fatto costruire un campo di container affinché sotto la minaccia di una espulsione imminente si ammassasse un numero scelto di persone, sotto la stretta sorveglianza di una associazione umanitaria (La Vie Active) e di un sistema di prelievo d’impronte digitali all’ingresso (costruito da una ditta della regione). Calais, dove come nelle strade di Parigi ed altrove, si contano a migliaia gli arresti, le reclusioni nei centri di detenzione per immigrati e le espulsioni forzate.

Calais, un territorio dove l’infamia viene messa a nudo.

Calais, dove l’arbitrio del potere sulla vita di tutti, e più violentemente su quella degli indesiderabili, non può essere negato.
Calais, dove si staglia alla luce del giorno la priorità data ai trasporti di merci e alla circolazione dei treni piuttosto che all’esistenza di esseri di carne e di sangue.
Calais, dove industria, affari e repressione banchettano al matrimonio dell’orrore e dell’indifferenza.
Calais, dove si cristallizza ciò che spadroneggia ovunque altrove.

A Calais quindi, continuano la costruzione ed il consolidamento delle frontiere visibili: a metà ottobre sono state poste le prime lastre di cemento, alte quattro metri, per costruire un muro fra la Giungla e il porto che costituisce una delle ultime possibilità di passaggio, dato che ogni giorno vi transitano diverse migliaia di camion. Un nuovo dispositivo che fa parte di un progetto più vasto di controllo del bestiame umano e di repressione di chi rifiuta di piegarsi, un progetto mostruosamente razionale, pensato, elaborato, discusso, adattato, negoziato, deciso con sangue freddo e lucidità da rappresentanti istituzionali, da politici di alto rango, da consiglieri, da alti funzionari di polizia e della Prefettura, da legislatori e giudici, da esperti, da imprenditori, da subappaltatori. Un progetto che genera grosse somme di denaro, tali da interessare una sfilza di imprese come Eurovia-Vinci incaricata della costruzione del muro, Sogea, altra filiale di Vinci incaricata della distruzione della zona sud della Giungla in febbraio e della costruzione del campo di container, l’ong Acted sovvenzionata dallo Stato e che collabora con la polizia alle frontiere per l’organizzazione dell’espulsione, le agenzie di noleggio delle macchine di costruzione Manitou, Salti e Kiloutou. Un progetto che non si limita a Calais e dintorni, e nel quale la SNCF [ferrovie francesi] ha la sua parte di responsabilità specialmente rafforzando i controlli che colpiscono i senza documenti nelle stazioni di Calais Fréthun, Paris Gare du Nord e Lille, collaboratrice di deportazioni verso l’Italia dalla valle della Roya nel corso delle quotidiane operazioni di controllo eseguite da militari e sbirri sui treni e sulle banchine ferroviarie. Anche Thalès ha organizzato un complesso sistema di sorveglianza del porto di Calais, e prodotto i due droni militari che sorvegliano il sito dell’Eurotunnel, e si vanta d’essere uno dei leader mondiali sul mercato della sorveglianza delle frontiere.

Per chi è venuto da lontano senza autorizzazione e senza pied-à-terre, lo Stato vorrebbe che esistessero solo due soluzioni: la reclusione in centri di detenzione (e la sua nuova declinazione sperimentata questa estate, la reclusione all’esterno, ovvero l’obbligo di dimora con firma quotidiana al commissariato) o un controllo serrato, attraverso procedure di richiesta d’asilo, «di scambio» (ovvero di rinvio forzato) in un altro paese europeo, di spostamento in alcuni centri. Ma se lo Stato riesce a rinchiudere dei corpi, fallisce nell’annichilire i loro cuori e le menti, come dimostra l’incendio di gran parte del centro di detenzione per immigrati di Vincennes all’inizio di luglio ad opera dei detenuti stessi, o i molteplici e incessanti tentativi di evasione. Quanto alle misure di controllo, malgrado i viziosi tentativi di associazioni ed organizzazioni umanitarie per farle accettare a quelli che sanno bene per quali ragioni le rifiutano, tutto lascia pensare che lo Stato, senza l’adesione di chi vorrebbe vedere docile ed obbediente, dovrà utilizzare la forza e la violenza per imporgliele. Svelando ancora una volta e senza pudore il solo volto che gli è proprio: quello dell’autorità.

Perché se esiste qualcosa di profondamente radicato negli esseri umani, oltre il tempo e lo spazio, è proprio la capacità di rifiutare il destino che è stato assegnato, a loro e ai propri simili, di rifiutare di piegarsi alle costrizioni esterne. È la volontà inalterabile di sfidare le potenze che li condannano a un destino totalmente tracciato. È da qui che la rivolta trae la propria forza. Dandosi dei mezzi, è sempre possibile rimandare un po’ delle loro responsabilità in faccia ai nemici della libertà.

Ciò che disgusta il cuore, che la mano attacchi

Come cambia l’articolo 78 della Costituzione

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( Articolo Condiviso )

Con il nuovo articolo 78 sarebbe solo la Camera a deliberare lo stato di guerra. Una Camera in mano al Presidente del Consiglio. In atto Matteo Renzi

Con Matteo Renzi capo del Governo, a comunicare gli interventi militari italiani sono stati i vertici USA e NATO. L’Ambasciatore americano e Barak Obama temono la vittoria del NO. Come cambia l’articolo 78 della Costituzione?

Il quadro di riferimento

L’«esercitazione in Lettonia»

Di pochi giorni fa l’intervista in cui Jens Stoltenberg – Segretario Generale della NATO – annunciava che l’Italia avrebbe inviato militari in Lettonia al confine con la Russia.

In Lettonia, al confine con la Russia in funzione “dissuasiva” contro il Cremlino. Inevitabilmente un forte inasprimento dei rapporti già tesi con la Russia che potranno sfociare chissà dove e come.

E lo ha annunciato il Segretario Generale della NATO, non il Capo dello Stato o il Presidente del Consiglio i Ministri.

E non è certo la prima volta.

L’intervento militare a Misurata

Intervento in Libia, via libera di Obama: «L’Italia guidi la missione militare» (“Il Messaggero” 1 Marzo 2016)

Ad annunciarlo il Segretario di Stato alla difesa americano John Carter.

Peccato che nessuno ne sapesse niente. Il Governo ha addirittura smentito fino ad agosto.

Nella scorsa primavera, però, l’esecutivo ai rumor oppose un fermo diniego persino in Aula. Con la stessa veemenza di qualche mese fa ieri l’opposizione ha protestato per l’accentramento di potere decisionale voluto dal premier (primo responsabile dei Servizi) e per essere stata tenuta all’oscuro delle operazioni. (“Il Giornale” 11 agosto 2016)

Il Governo riferirà in Parlamento solo in settembre, sostenendo di non avere avuto il tempo di farlo prima:

Per le anticipazioni apparse sui media riguardo alla missione, ha sottolineato Pinotti, “i primi ad esser dispiaciuti siamo noi, noi siamo venuti a riferire in Parlamento alla prima data utile”. (“rainews.it” 13 settembre 2016)

e che si tratta solo di una operazione per costruire un ospedale da campo per la popolazione di Misurata.

Ospedale?

Quindi i paracadutisti e gli incursori sono li per aiutare le suore a rifare i letti e a cambiare i cateteri?

Il governo italiano ha deciso di trasferire a Misurata un ospedale da campo, con 100 fra medici e infermieri e 200 paracadutisti della Folgore posti a protezione del nucleo. (“La Repubblica” 12/09/2016)

Si tratterebbe di qualche decina di unità dei commando del IX Reggimento «Col Moschin», del Gruppo operativo Incursori del Comsubin della Marina, del 17° Stormo dell’Aeronautica Militare e dei Gis dei Carabinieri. (“Il Giornale” 11 Agosto 2016)

Come non condividere la tesi dei Senatori del Movimento 5 Stelle?

“Appare evidente che dietro la dicitura ‘operazione umanitaria’ si nasconde, in realtà, un intervento militare dell’Italia in Libia mai autorizzato dal Parlamento e più volte negato dallo stesso Renzi. Come fa questo governo a parlare di missione umanitaria quando ha venduto armi a Paesi canaglia e concesso basi aeree per i caccia americani che sganciano bombe?”

Sono solo gli ultimi esempi di come funziona. USA e NATO ordinano e il nostro capo del Governo e la sua pletora di Ministri fantoccio eseguono.

I “SÌ” alla riforma costituzionale

Da articoli di stampa del 13 settembre (casualmente stessa data degli articoli relativi alla comunicazione in Parlamento della missione in Libia) l’Ambasciatore americano John R. Phillips dichiara:

la vittoria del Sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il No sarebbe un passo indietro

Di ieri la notizia che Barak Obama si interessa al referendum costituzionale

Il Sì al referendum aiuterà l’Italia. Matteo resti in politica (“ANSA” 20/10/2016).

Oltre ai vantaggi del TTIP, chi vorrebbe perdere un “fedele alleato”?

Uno tronfio, spaccone e arrogante, ma plastilina nelle mani del Presidente americano?

Certo, sul “fedele” siamo tutti d’accordo, quanto ad “alleato” ci sarebbe da ridire.

Dobbiamo comprendere di essere alleati e non sudditi. E dobbiamo farlo comprendere agli altri. Sigonella docet. E dobbiamo comprendere che Mosca è un’opportunità per la nostra economia e non un nemico mortale. Anche se lo zio Sam vorrebbe farci credere il contrario. (“Sputniknews.com” 17 ottobre 2016)

Come cambia la Costituzione: l’articolo 78

L’articolo 78 attuale è

Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

verrebbe sostituito con

La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce conferiscono al Governo i poteri necessari.

La dichiarazione di guerra, quindi, rimane nelle mani del Presidente del Consiglio (in atto Matteo Renzi) che, avendo la maggioranza assoluta della Camera, stabilisce a capriccio.

E questo a prescindere dall’Italicum. Qualsiasi legge elettorale maggioritaria metterebbe la Camera dei Deputati nelle mani del Presidente del Consiglio e quindi la dichiarazione dello stato di guerra.

Come scritto poco fa “uno tronfio, spaccone e arrogante, ma plastilina nelle mani del Presidente americano“.

Ovviamente chi vota SÌ al referendum sulla riforma costituzionale è ben conscio, immagino?

In atto la gara per la Casa Bianca è fra Trump e la Clinton.

Trump è peggio della Clinton, ma peggio di Trump c’è solo la Clinton e uno dei due sarà Presidente degli Stati Uniti.

Siete certi che #BASTAUNSÌ per dormire sonni tranquilli?

P.S.: I post sull’argomento sono raccolti nel tag riforma costituzionale

Siamo tutti criminali di guerra

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Aleppo (foto tratta da friendsofsyria.wordpress.com)

( Articolo Condiviso )

di Enrico Euli

Aleppo è stata in parte occupata dai fanatici di Al Nusra, Isis o qualcosa di simile. Per liberarla da loro, il governo siriano sta assediando e massacrando da mesi i suoi stessi cittadini, con il sostegno russo.
Nessuno può uscire da lì, vivo o morto che sia. La gente è alla fame, disperata, non si può neppure salvare negli ospedali, anch’essi oggetto di attacchi furibondi e continui, non casuali. Si spera così che i nemici decidano di lasciare il campo, di arrendersi, di ritirarsi. Ma così non è e non sarà, almeno sino a quando ci sarà qualche civile ancora vivo nella città.

Proteste internazionali, Onu che parla di crimini di guerra (tanto il vile coreano è a fine mandato), Obama che protesta (tanto anche lui è a fine mandato), negoziati, tentativi di tregua umanitaria non riusciti, ogni tanto poche ore di corridoi aperti per provare a salvare qualcuno dalla carneficina totale.

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Cosa possiamo fare per la Siria

Quelle bombe made in Italy sullo Yemen

Bene. Gli stessi che accusano Assad e Putin ora attaccano la metropoli irachena di Mosul. E fanno e faranno lo stesso a quella gente. Li ammazzeranno, per liberarli (definitivamente, direi) dall’Isis.

Ma come si può pensare di proseguire ad affrontare il terrorismo in questo modo, dopo trent’anni di guerra continua in Afghanistan, venti in Iraq, cinque in Siria e in Libia, e tre in Yemen? Stesso metodo, stessi risultati, è sicuro. Checché ne dica la solita propaganda: è l’attacco definitivo, è l’ora X, è l’Armageddon finale, la resa dei conti. E quando vinceremo la battaglia, sarà fatta. Tutte assurdità, già più volte dimostrate tali, già a partire dal patetico mission accomplished di Bush padre, ormai quasi due decenni fa.

Nessuno considera ormai alcuna alternativa. La guerra è l’unica lingua, qualunque siano i suoi risultati (che peraltro sarebbero stati già abbastanza chiari valutando quelli del XX secolo). I negoziati servono solo per limitare il disastro, o arrivano solo dopo i bombardieri (con un’efficacia, evidentemente ed ovviamente, nulla). D’altra parte, l’abbiamo già detto, l’unica base economica dei nostri regimi è attualmente proprio l’industria delle armi, e l’unica strada è quella della militarizzazione della vita civile. Noi ci siamo già, di fatto. Manca solo la continuità quotidiana delle stragi, le bombe dai cieli, gli assedi alle nostre case. Ma non tarderanno ancora molto, anche per noi.

 

 

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”

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Foto: Mad Magazine

( Articolo Condiviso )

La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth  College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby,  senza il favore e i soldi della quale  nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni  in Usa.  La  nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu)  all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi,  alzando la voce e scandendo le parole:

Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi  stressare  da un evento  traumatico “prima”  che accada,  che probabilmente non si verificherà,  e spesso del tutto immaginario, onde giustificare  l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica.  Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se  essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà  la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”.  Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele.  Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa  e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa.  Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.).  Io sono profondamente  preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino d i chi è colpito da  Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e  più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino  che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran.  Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta –  non più per interposto ISIS  –  come Washington ardeva di fare dal 2011, e  in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e  il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla  Russia.  Guerra preventiva,  e guerranucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s.

 

DeconstructingSyria

Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti  questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna  per forza mettere  gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank,  creando “zone di sicurezza”  che  le truppe speciali  americane terranno con le armi; zone ripulite  per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone –  recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio  di cui godono in rapporto all’ISIS”.  Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione  Usa  è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.

http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi,   il progetto ha una copertina ancora più bella:

project-atom

Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050.  Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti  esercitazioni militari in corso  da settimane  fra Ucraina, Polonia e Germania  per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate  nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati  sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di   sperimentare   dal vivo i gioiellini nuovi  che ha trovato al Pentagono:   come dice il CSIS, “ bombe atomiche  più utilizzabili,   meno potenti ma precise e con effetti spoeciali  (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”.   Nella certezza  che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è  la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina  va armata fino ai denti  per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia   carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente  (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini  – e tutto qui, in Europa – uno  ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di  demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura  e del buon senso.

L’Europa.  Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est  e nella R ussia stessa.  “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare.  L’Unione Europea   partecipa alla guerra contro  la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a  mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”.  Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino  per  mettere a punto i preparativi  per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico.  “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania  e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran  Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono   in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America?  Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano,  la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate  che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta  – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est  Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

(Gazprom’s Dangerous New Nord Stream Gas Pipeline to Germany, The Trumpet)

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che  tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington.  Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno  infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico.  La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini.  Ma almeno è consolante vedere che  noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide;  sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere  degnato  da loro di pagare i  cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia.   Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito  dalla NATO,   finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia.  Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.