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Una religione di merda e morte

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Sadegh Hedayat
Noi che non eravamo abituati a seppellire vive le nostre figlie neonate! Noi che un tempo avevamo la nostra cultura, il nostro benessere e la nostra libertà. Li abbiamo visti arrivare, e sono venuti per toglierci tutto ciò. In cambio ci hanno fatto dono di povertà, penitenza, culto dei morti, lamenti, mendicità, rimpianti ed obbedienza a un Dio perfido e sanguinario, oltre alle istruzioni su come pulirci il culo e come andare al cesso. Tutto ciò che fanno è pieno di sporcizia, o macchiato di bassezza, avarizia, morte e miseria.
Perché hanno sempre la faccia triste e l’aria sorniona? Perché le loro canzoni assomigliano a gemiti? Perché sono di natura frignona, vivono con il rimorso e non fanno che adorare i morti.
A causa di quest’arabo mangia-lucertole, che secoli fa si è fatto ammazzare mentre cercava di essere Califfo, gli esseri viventi devono cospargersi il capo di letame e piangere. Quando andate alla moschea la prima cosa che vi colpisce è la puzza di cesso, come se fosse per diffondere la fede e convertire gli infedeli affinché vengano a gustare i fondamenti di questa religione. Poi si lavano mani e piedi sporchi nella fetida bacinella e, al ritmo delle urla del Muezzin, s’inchinano su luridi tappeti davanti al loro Dio assetato di sangue borbottando incantesimi.
La loro cerimonia del sacrificio è dedicata al massacro e alla tortura di animali, in mezzo al terrore e alla sporcizia, per compiacere il loro Dio misericordioso e clemente. Il loro Dio ebreo è oppressore, geloso e vendicativo: ordina stragi e saccheggi e, prima che finisca l’Universo, manderà il suo Imam occulto a guidare l’Umma in una tale carneficina che il sangue raggiungerà le ginocchia del suo cavallo.
Dopo tutto il vero credente è colui che mette da parte tutte le passioni terrene, lascia il piacere lascivo per il mondo futuro e trascorre la sua vita in povertà, facendo felici i sacerdoti della sua religione con donazioni. Costoro vivono sotto il dominio dei morti. Le persone di oggi sono costrette a seguire le sinistre regole di migliaia di anni fa, cosa che nemmeno gli animali più infimi farebbero.
Invece di dedicarsi alle cose dello spirito e alla filosofia e all’arte, le loro preoccupazioni quotidiane consistono nel discutere da mane a sera dei loro dubbi in merito al numero di volte che bisogna immergersi in acqua dopo un orgasmo.
La legge islamica è stata creata per le parti basse del corpo. Sembra che prima dell’Islam nessuno si riproducesse e che Dio abbia mandato il suo ultimo messaggero per chiarire tutto ciò! Tutto l’Islam si basa su ciò che è Haram [proibito] e cosa è Halal [lecito]. Se togliessimo gli organi sessuali del corpo e il culo, allora non rimarrebbe nulla di questa Religione. I sacerdoti sarebbero costretti a farfugliare per tutto il giorno qualche frase o strofa assurda in arabo per ingannare le masse.
Ovunque arrivi la loro conquista, essi trascinano le persone nella miseria e nella disgrazia, rendendole vittime sventurate di ignoranza, pregiudizio, povertà, delazione, ipocrisia, pronte al furto e al servilismo… peggio, a leccare il culo ai mullah. Hanno trasformato le terre occupate in terreni incolti e deserti.
Ma, come il bastone di Mosé che si è trasformato in drago facendolo indietreggiare, anche questo mostro a sette teste sta divorando il mondo intero. La pratica di prostrarsi cinque volte al giorno davanti al dio onnipotente, il cui nome è obbligatorio pronunciare in arabo, basta a rendere le persone servili, patetiche e ignobili.
Cosa ci hanno portato i musulmani? Solo un disgustoso miscuglio di precetti e di opinioni contraddittorie prese a prestito da antiche sette, religioni e superstizioni, un miscuglio fatto in fretta senza alcun senso, ostile ad ogni ingegnosità di spirito e contrario ad ogni sorta di progresso e illuminazione umana, cacciato a forza in gola alla gente con la spada! L’Islam significa solo una cosa: la spada o l’accattonaggio. O pagate qualche tributo agli islamici oppure dovrete affrontare la vostra distruzione definitiva. Essi portano via tutto il vostro benessere, alimentano il fuoco con i vostri libri, e buttano in acqua e distruggono tutta la vostra arte. E se voi glielo permettete, loro continueranno a farlo, non smetteranno finché tutto ciò che esiste degli esseri umani civilizzati non sarà distrutto. Ovunque sono andati, hanno fatto lo stesso!
 (1948)
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Dopo il vento, la tempesta

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Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».

Omnibus & filosofia

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Folgorite [Sante Ferrini]
Dal fatto di prender posto in un omnibus, anche a degli intervalli più o meno lunghi, l’uomo che sa viaggiare può trarvi le più diverse lezioni (e le più alte) di saggezza, di eguaglianza, e delle più squisite virtù. L’autobus è alla volta un mezzo di trasporto ed un ammirevole strumento di bella e sana morale.
I. L’attesa, l’eguaglianza e l’obbedienza alle leggi
Siamo a Lione… Un gruppo compatto di esseri di tutte le condizioni, di tutti i costumi e di tutte le età, aspetta sull’orlo del marciapiede d’un quai del Rodano, in un luogo esposto alla pioggia, al sole, alla fanghiglia, l’arrivo del tram o dell’autobus desiderato.
Il quarto d’ora del generale nippone Nogi! Saper tenere, sapere attendere!…
Che bella lezione ha avuto così la popolazione lionese durante tutto il tempo del «grande macello» leggendario!
Per distinguersi gli uni dagli altri, questa gente che aspetta deve avere e tenere in mano un pezzetto di carta. Questi pezzetti di carta sono numerati da 1 all’infinito in ticket staccati da un apparecchio speciale. La macchina, qui, come altrove, rimpiazza l’uomo (ahimé! Dove andremo a finire con queste macchine!…).
Sia essa giovane, bella, bisbetica, adorabile, indesiderabile, vecchia, grassa, magra, sfiancata, la donna aspetta; impiegato, operaio, commendatore, ladro, spia, aviatore, truffaldino, prete, bagarino, lenone, capo di ufficio e per conseguenza decorato, amato, ingannato, l’uomo aspetta.
Quindi? Eguaglianza dei sessi, soppressione dell’ineguaglianza di condizioni. Soppressione anche dell’ineguaglianza delle attitudini; e là, sta il fatto più rimarchevole.
Riformato definitivo, inadatto temporario, servizio armato o servizio ausiliario o civile, qualunque sia il vostro valore professionale, qualunque siano i vostri diplomi, le gite a domicilio coatto, gli inviti a Corte, la vostra superiorità intellettuale, la vostra esperienza della vita, l’ingegnosità negli scrocchi e truffe giornalieri, l’onestà, il candore, le imbecillagini che avete fatto e che sperate di fare ancora, le vostre condanne, le vostre relazioni politiche; voi passerete nel tram, quando chiameremo il numero impresso sul vostro ticket. Non avanti!
— Collaborazione della folla e dell’elite, diciamo noi — forza del numero o del numero debole, rispetto delle leggi e, quantunque sia molto bene di giammai confessare, potete ben farlo nel dirci che non v’è spettacolo più riconfortante, più nobile e più economico come quello ci presenta la moltitudine nell’attesa di un tram.
II. L’arrivo o la lotta del bene e del male — L’Indulgenza
Ma, delle volte, l’ineguaglianza dei caratteri si manifesta, ahimé! irresistibilmente e più presto del tempo che metterebbe un deputato socialista a dire una menzogna nei suoi discorsi in Parlamento.
È all’arrivo dell’autobus che quelli che non sanno attendere, gli impazienti, gli irosi, gli invidiosi, le donnette che abbiamo fatto bene di non sposare o prendere per amanti, le persone equivoche, i nuovi poveri, i nuovi ricchi, tutta la poltiglia scatenata da questi lunghi anni di mattatoio smascherano in poche riflessioni la loro bruttezza morale.
Questo spettacolo, visto dalla piattaforma dell’autobus dove siete installato da qualche tempo, vi dà un piccolo riassunto della struggle for life di Darwin, o la lotta per un posto di deputato o di spazzaturaio al Parlamento.
In piccolo sotto i vostri occhi e sotto le suole delle vostre scarpe, sta tutta la vita sociale riunita in questo gruppo da 15 a 200 persone che si stringono, si schiacciano, si insultano onde far prevalere il loro «numero», delle volte prima degli altri, contro l’evidenza del numero stesso.
Qui si combattono le passioni lillipuziane, minuscole, immagini delle grandi, mastodontiche passioni della vita.
Orgoglio, vanità, entusiasmo, odio, altruismo, interesse, tutto è lotta in basso, sul marciapiede, sul predellino, nella pioggia, nella neve, nel fango. Voi, sul tram, siete l’uomo «arrivato», che ha il suo posto e la sua sicurezza nella società, come un capitalista qualunque. Che piova o che tiri vento, voi siete al coperto, voi avete l’anima serena ed indulgente come il papa; voi giudicate meschini i sentimenti di quelli che cercano di arrabattarsi per giungere sino a voi e che sono nella folla, nella polvere, nel fango, in basso del tram. Voi giudicate utopico il desiderio di questa gente che cerca di montare sul tram, come il desiderio di un arruffone che mira a adagiarsi nella società borghese e danarosa, dove gli impieghi, anche infami, sono sicuri e rimunerativi.
Questo padre di famiglia con i suoi due marmocchi sulle braccia e sua moglie accanto a lui che ne ha altri due sono letteralmente schiacciati dalla folla dei pretendenti al tram. Essi lottano contro il soffocamento, come lo si fa in grande con la vita. E, siccome sono sei, e non scenderanno mai più di tre o quattro persone alla volta, essi non monteranno giammai insieme. Questo esempio vi ricorda il problema del Malthusianismo e la bellezza di crearsi una numerosa prole nella «Società Corda e Sapone». Se qualche onorevole deputato vorrà interessarsi del problema della popolazione e spopolazione, approfitti dell’esempio di cui sopra; lo studio è facile e… rimunerativo.
— Un solo posto in prima classe!
Rauca, armoniosa, deliziosa, imperativa o seducente, la voce che s’incanala nel vostro orecchio, disillusiona, scoraggia e disorienta gli umili, i pezzenti, i bombardati dalla miseria. Essi, i poveri paria, non monteranno in quel carrozzone che il buon De Amicis ci descrisse sì bene; essi aspetteranno, forse non partiranno mai, se ci sono soltanto dei posti in prima classe. La vita è cara! Avreste il coraggio di pagarvi un lusso eguale in questi tempi di restrizioni? Un solo posto in prima classe: come c’è un solo posto di direttore nella Banca d’Italia:
— Un posto solo in seconda classe!
— Monta, Geltrude, andrò a piedi.
— No, Clodomiro, vai tu: aspetterò l’altro tram.
Qui, la mia attenzione si porta sulla solidità delle virtù coniugali. E a parte queste virtù, non vi sembra di vedere i due candidati dello stesso collegio che, ispirati dal Governo e da qualche biglietto da mille, si cedono il posto a vicenda? (Pel bene della «patria», s’intende!)
Intanto nel tram il posto vuoto è preso da quegli che è solo, sparigliato, vedovo, celibe o prete. Infamia! è l’egoismo che trionfa, che arriva prima degli altri come un neo-consigliere municipale o segretario di una confederazione del lavoro qualsiasi.
Come le spese occulte ed accessorie di palazzo Braschi, ecco l’uomo che ha tramato nell’ombra… Egli monta sul tram quando questo riprende il suo percorso, grazie ad una tenue mancia elargita di nascosto. Arrivista! va, corri, tu abusi del triste potere del denaro come un volgare ministro!
La signora che ha il numero 606 ha potuto montare sull’autobus perché il giovincello del numero 527 le ha ceduto il posto. Essa si installa. In questo momento arriva l’uomo dal numero 523 e dovrebbe occupare appunto il posto della signora 606. Egli non insiste. È il perfetto rappresentante dei timidi, di quella categoria che non osa e che non arriverà mai a farsi una prebenda come il vescovo di Napoli. Fissate questo timido: vi accorgerete subito che esso non è nato per truffare, per arrabattarsi, per arrivare, per giocherellare il levati tu che mi ci metto io! come tutta quella gentaglia di cui è inutile intrattenerci.
III. Lezione di rassegnazione e di speranza — Conclusione
Il tram è partito. Non bisogna credere che i buoni se ne vanno e che i cattivi restano. L’uomo che ha il numero 790 sussurra al suo vicino: «Io non invidio quelli che sono partiti; partire, è morire a metà». Ma quelli che sono partiti sono pieni di speranza! Però, come le persone già al posto, essi hanno le loro ineguaglianze ed i loro incubi. Il loro posto è instabile come un impiego losco; essi sono soggetti agli urti, alle spinte, alle schegge di vetri fracassati che sono gli scandali. I più esposti agli accidenti, che comporta il tram o la vita, sono delle volte quelli che pagano più avanti, più vicino alla luce od al motore. Un ladro che ha scorto una spia, trae dalla tasca un giornale cattolico, lo spiega in tutti i sensi che si può immaginare, ci si nasconde e legge senza leggere…
— Piazza del Cimitero! La corsa è finita.
Sic itur ad astra. Ed è qui, come nella vita, che bisogna rinunciare alle migliori cose, ai più belli e deliziosi miraggi, agli impieghi più sicuri, prendere la pensione (se ne avete diritto), finir sempre o, se non siete arrivato all’ora finale, rimettervi a vivere od a vegetare quando non ci pensavate più, o partire per delle nuove strade o verso degli scopi, che non sono nuovi…

La grande sfida

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Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere.

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all’appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia… «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.
È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

«L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.

È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

Contro le guerre, contro le frontiere

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“L’esercito combatte”, è il titolo delle giornate in ricordo della prima guerra mondiale che partono da Lecce il 21 maggio per spostarsi poi in altre città italiane.
Questo ennesimo tentativo di presentare guerra, soldati e armi da guerra come innocui e tutto sommato divertenti, impressiona e disturba profondamente.
La prima guerra mondiale che si intende ricordare è stata un massacro terrificante di generazioni intere di cui non c’è davvero nulla da esaltare, anzi, l’unico suggerimento che può dare è quanto faccia schifo combattere per la patria e quanto la patria, o l’economia ai nostri tempi, consideri meri numeri coloro che manda al fronte e mere variabili le conseguenze che possono derivare: case, ospedali, civili bombardati: i cosiddetti effetti collaterali. Oggi le guerre sono sempre più tecnologiche, ma allo stesso modo producono morti e distruzione. Non esiste alcun valore positivo da attribuire ad una macchina di morte o ad un soldato: sono solo strumenti nelle mani di chi intende accaparrarsi risorse, gestire un’area nel mondo, accrescere la propria egemonia. La patria e il nazionalismo sono, a volte, gli appigli ideologici per far nascere conflitti. Ma è di fatto l’Economia a utilizzare la guerra come mezzo di ristrutturazione o profitto. Se il crescente nazionalismo dei primi del Novecento ha portato ad una guerra mondiale, tragica e sanguinosa, oggi, allo stesso modo, si innalzano muri e barriere e si militarizzano le frontiere. La guerra dichiarata è contro i più poveri, gli erranti, coloro per i quali l’Economia e gli Stati hanno deciso che non esiste più un posto nel mondo.
Le giornate come quelle in programma vogliono insinuare la normalità della presenza militare, nelle città come nelle strade. Una logica militare gerarchica e oppressiva viene presentata come un modello eroico da ammirare. Si diffonde l’idea che il mestiere del soldato non sia fare la guerra, e quindi ammazzare, ma aiutare la gente. Un aiuto che si è potuto vedere all’opera sempre più spesso, dalle torture e gli stupri in Somalia nel ’93, alle sevizie ad Abu Ghraib, all’“annichilimento” di Falluja, dove si massacravano uomini e donne ridendo e divertendosi. E mentre si prepara un’imminente operazione in Libia, cercano di far passare il messaggio che questa sia indispensabile per combattere lo Stato Islamico che commette attentati in Europa. Ma quegli attentati e quei morti sono il frutto di un ennesimo esercito e di un ennesimo Stato – seppure islamici –, oltreché l’effetto nefasto di una guerra che torna indietro; la conseguenza velenosa delle innumerevoli guerre che l’Occidente ha combattuto in tutto il mondo nell’ultimo quarto di secolo, fomentando l’odio nel cuore di molti che le hanno subite.
Disertare questo genere di manifestazioni è il primo passo per disertare una mentalità militarista che sempre più vogliono inculcarci, per tornare a gridare con forza: soldati assassini, guerre infami.

Antimilitaristi

«L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo»

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«La relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti». È la denuncia della Rete Italia per il Disarmo.

La Rete italiana per il disarmo (RID) e l’European Network Against Arms Trade(ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea: «Non prende sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». La denuncia arriva a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE».

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek,ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile (1) e le esplicite richieste del Parlamento europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento europeo ha chiesto (2) che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza – aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerano destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen (3), regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele (4) e Egitto (5): tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee ma, contemporaneamente, permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimane un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avvenga un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaing Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’Ue

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzati per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale» (6), di fatto l’Unione europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”(7). «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dall’essere responsabile per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

La denuncia è stata firmata da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

[1] Si vedano i comunicati della rete ENAAT degli anni scorsi a commento delle Relazioni UE:www.enaat.org/govreports.

[2] Si veda la Risoluzione del Parlamento UE (2015/2114(INI)) del 17 dicembre 2015.

[3] Si vedano i seguenti tre comunicati di ENAAT e Rete Disarmo sul conflitto in Yemen e le esportazioni di armi all’Arabia Saudita: Rete Disarmo ed ENAAT: i ministri degli Esteri UE sospendano le forniture di armi all’Arabia Saudita (5 febbraio 2016), Da 23 ONG al Parlamento Europeo: votate per fermare le armi verso lo Yemen (15 febbraio 2016) e Il Parlamento Europeo vota per embargo armi ad Arabia Saudita (15 febbraio 2016).

[4] Si veda il comunicato di ENAAT: L’Unione europea metta fine ad ogni sostegno militare a Israele(22 luglio 2014).

[5] Si vedano i seguenti comunicati dell’associazione Nesehnutí (Rep. Ceca): Open letter regarding the export of Czech handguns and ammo to Egypt (16 aprile 2014) e della Rete italiana per il disarmo: In Egitto pesanti violazioni dei diritti umani, l’Italia rispetti la decisione UE di sospendere invio armi (9 febbraio 2016).

[6] Il testo è ripreso dalla Posizione Comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008 che definisce “Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”.

[7] Il riferimento è alla Direttiva 2009/43/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 maggio 2009 che “Semplifica le modalità e le condizioni dei trasferimenti all’interno delle Comunità di prodotti per la difesa”.

Dialogo fra un Ottimista e un Criticone

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Karl Kraus
Ottimista – Lei non può negare che la guerra, a parte l’effetto positivo esercitato su coloro che debbono guardare continuamente la morte in faccia, abbia portato con sé anche una rinascita spirituale.
Criticone – Non invidio alla morte questo fatto di doversi far guardare in faccia da tanti poveri diavoli, sbalzati sul piano metafisico dal semplice obbligo universale della forca, a parte il fatto che nella maggior parte dei casi la cosa non riesce.
O. – I buoni diventano migliori e i cattivi diventano buoni. La guerra purifica.
C. – Ai buoni toglie la fede, se non la vita, e i cattivi li rende peggiori. I contrasti del tempo di pace erano già abbastanza grandi.
O. – Ma come, non è sensibile al clima di rinascita spirituale dell’interno?
C. – Quanto alla rinascita spirituale dell’interno, finora mi ha fatto lo stesso effetto della polvere per le strade, che si alza sotto il rullo della nettezza urbana, per tornare a posarsi a terra subito dopo.
O. – Quindi non cambia nulla?
C. – Come no, la polvere diventa fango, perché dietro viene anche l’annaffiatrice.
O. – Lei dunque non crede che dai primi d’agosto, quando sono partiti, sia migliorato qualcosa?
C. – I primi di agosto! Si, era il termine di disdetta, quando l’umanità dovette sloggiare dall’onore. Avrebbe dovuto impugnarlo, questo termine, davanti al tribunale del mondo.
O. – Vuole forse contestare l’entusiasmo con cui i nostri prodi soldati vanno al fronte, e l’orgoglio con cui quelli che rimangono li seguono con lo sguardo?
C. – No, certo; voglio dire soltanto che i prodi soldati farebbero a cambio con gli orgogliosi rimasti più volentieri di quanto gli orgogliosi rimasti non farebbero a cambio con i prodi soldati.
O. – Vuole contestare la grande solidarietà che la guerra ha creato con un colpo di bacchetta magica?
C. – La solidarietà sarebbe ancora maggiore se nessuno dovesse partire per il fronte e tutti potessero starsene orgogliosi a guardare.
O. – Il Kaiser tedesco ha detto: non ci sono più partiti, ci sono solo tedeschi.
C. – Già dalla nazionalità si capisce che negli altri paesi non sono tedeschi.
O. – Chi meglio di lei ha visto l’umanità marcire in tempo di pace?
C. – Ma il suo marciume se lo porta in guerra, ne infetta la guerra, lascia che la guerra ne crepi e se lo riporta intatto e accresciuto in tempo di pace. Prima che il medico guarisca la peste, questa ha ammazzato il medico insieme all’ammalato.
O. – Va bene, ma per un’umanità siffatta la guerra non è meglio della pace?
C. – Quand’anche fosse, dopo viene la pace.
O. – Io direi che la guerra pone termine al male.
C. – No, lo continua.
O. – La guerra in quanto tale?
C. – La guerra tale e quale. La guerra opera in base alle condizioni del disfacimento di un’epoca, le sue bombe sono piene dei suoi stessi bacilli.
O. – Ma almeno esiste di nuovo un ideale. In questo modo non viene eliminato il male?
C. – Sotto il velo dell’ideale il male prospera come non mai.
O. – Ma gli esempi di abnegazione esercitano certamente il loro influsso ben al di là della guerra.
C. – Il male opera tramite la guerra e al di là di essa, e si nutre delle sue vittime.
O. – Lei sottovaluta le energie morali che la guerra sprigiona.
C. – Dio me ne guardi. Molti, che oggi debbono morire, possono anche uccidere, questo è vero, ma sono comunque privati della possibilità di fare imbrogli. Solo che per questa perdita possono ripagarsi gli altri, quelli che stanno orgogliosi a guardarli. Quelli là sono i peccatori inveterati, questi qua subentrano come nuove reclute.
O. – Lei confonde un fenomeno superficiale qual è offerto dalla metropoli corrotta col nucleo che è sano.
C. – È destino del nucleo sano diventare fenomeno superficiale. La tendenza della civiltà è orientata verso il mondo come metropoli. In un attimo lei può trasformare un contadino della Vestfalia in un trafficone berlinese – ma non il contrario, e neppure può tornare indietro.
O. – Ma l’idea per la quale si combatte, proprio per il fatto che esiste di nuovo un idea e che per essa si può perfino morire, rappresenta la possibilità di un risanamento.
C. – Si può perfino morire per essa, senza per questo ritornare sani. Perché si muore non per l’idea ma dell’idea. E, che si viva o che si muoia per essa, in guerra o in pace, dell’idea si muore perché dell’idea si vive.
O. – Questo è un gioco di parole. Che idea intende?
C. – L’idea per la quale il popolo muore senza averla, senza trarne nulla, e della quale muore senza saperlo. L’idea della distruzione capitalistica, e quindi giudaico-cristiana del mondo, l’idea che ha il suo luogo nella coscienza di coloro che non combattono ma vivono per e dell’idea di coloro che, se non sono immortali, muoiono di obesità o di diabete.
O. – Allora, se si combattesse soltanto per un’idea simile, chi sarebbe il vincitore?
C. – Auguriamoci che non sia quella civiltà che più docilmente si è affidata a quell’idea la qui affermazione dipende proprio da quell’organizzazione del potere era poi l’unica di cui quell’idea fosse capace.
O. – Capisco. Allora gli altri, i nemici, combatterebbero per un idea diversa?
C. – Speriamo. Cioè per un idea. E precisamente quella di liberare la civiltà europea dall’oppressione di quell’altra idea. Liberare se stessi, tornare indietro su quella strada dove si è avvertito il pericolo.
O. – E lei crede che di ciò siano coscienti i governati delle potenze nemiche, che difendono apertamente interessi commerciali, e che davanti alla storia passano per il partito dell’invidia bottegaia?
C. – La storia da noi fa un paio di apparizioni al giorno, troppo spesso quindi per procurarsi l’indispensabile autorità presso l’Intesa. No, i governanti non sono mai consapevoli di un idea, la quale vive invece nell’istinto dei popoli fino a quando un bel giorno non si manifesta in un atto di governo che allora assume un aspetto e un motivo del tutto differenti. Dovremmo abituarci gradualmente a considerare ciò che chiamiamo invidia britannica, revanscismo francese, banditismo russo, come semplice avversione per il sudaticcio passo dell’oca dei tedeschi.
O. – Lei dunque non crede che si tratti semplicemente di un aggressione premeditata?
C. – Ma certo.
O. – E allora?
C. – Di regola un aggressione si effettua contro l’aggredito, più di rado contro l’aggressore. Oppure chiamiamola un’aggressione che per l’aggressore è giunta piuttosto di sorpresa, e un attimo di legittima difesa che ha colto l’aggressore un po’ in contropiede.
O. – Lei ama scherzare.
C. – Seriamente, io considero questa coalizione europea contro l’Europa centrale come l’ultima elementare azione di cui fosse ancora capace la civiltà cristiana.
O. – Lei allora ovviamente è dell’avviso che non l’Europa centrale, ma l’Intesa abbia agito in stato di legittima difesa. Ma se poi, come appare, non è in grado di difendersi con successo da questa aggressione?
C. – Vorrà dire che questa guerra di bottegai verrà provvisoriamente risolta in favore di coloro che avevano meno religione, per trasformarsi di qui a cent’anni in una guerra di religione aperta.
[…]
O. – L’evoluzione delle armi non può restare indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’età moderna.
C. – No, ma la fantasia dell’età moderna è rimasta indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’umanità.
O. – Ma forse che le guerre si combattono con la fantasia?
C. – No, perché se si avesse questa, non si farebbero più quelle.
O. – Perché no?
C. – Perché in tal caso le suggestioni di una fraseologia che è il residuo di un ideale tramontato non avrebbero la possibilità di annebbiare i cervelli; perché si potrebbero immaginare anche gli orrori più inimmaginabili e si saprebbe in partenza come si fa presto a passare dalla bella frase luminosa e da tutte le bandiere dell’entusiasmo al dolore in uniforme; perché la prospettiva di morire di dissenteria o di farsi congelare i piedi per la patria non mobiliterebbe più alcuna retorica; perché quanto meno si partirebbe con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria. E perché si saprebbe che l’uomo ha inventato la macchina per esserne dominato e non si supererebbe la follia di averla inventata con l’altra peggiore di farsi ammazzare da essa; perché l’uomo sentirebbe di doversi difendere da un nemico di cui non vede altro che il fumo che sale, e intuirebbe che il fatto di rappresentare la propria fabbrica d’armi non offre sufficiente garanzia contro la merce offerta dalla fabbrica d’armi nemica. Perciò, se si avesse fantasia, si saprebbe che è un delitto esporre la vita al caso, che è peccato svilire la morte al livello della casualità, che è follia fabbricar corazzate quando si costruiscono torpediniere per affondarle, costruire mortai quando per difendersi si scavano trincee dove è perduto soltanto chi mette fuori la testa per primo, e cacciare in topaie uomini in fuga davanti alle proprie armi, e poi lasciarli in pace soltanto sottoterra. Se al posto dei giornali si avesse la fantasia, la tecnica non sarebbe un mezzo per complicare la vita e la scienza non mirerebbe a distruggerla. Ahimè, la morte eroica aleggia in una nuvola di gas, e la nostra vita vien messa agli atti nel bollettino! Quarantamila cadaveri russi irrigiditi nello spasimo sui reticolati sono serviti soltanto a un’edizione straordinaria che una soubrette ha letto in un intervallo di fronte alla feccia dell’umanità per far chiamare alla ribalta un librettista che ha trasformato il motto eroico «Oro scambiai per ferro» in una ignominiosa operetta. La quantità che si autodivora consente ormai il sentimento soltanto per ciò che tocca noi stessi o chi ci è fisicamente più vicino, per ciò che si può immediatamente vedere, comprendere, toccare. E infatti, non è facile vedere come ciascuno, col suo destino singolo, se la svigni da questa compagnia, dove in mancanza di un eroe tutti lo diventano? Non si è mai visto, a tanta ostentazione, corrispondere così poca comunanza. Il formato del mondo non è mai stato di così gigantesca piccolezza. La realtà ha le dimensioni del bollettino, che si sforza di raggiungerla con ansimante chiarezza. Il messaggero che insieme al fatto reca anche la fantasia si è piazzato davanti al fatto e l’ha reso inimmaginabile. E così arcanamente sinistro è l’effetto di tale sostituzione, che in ciascuna di queste miserevoli figure che ora ci assillano col loro inevitabile grido di «Edizione straordinaria!», il grido che affliggerà per sempre l’orecchio dell’umanità, mi piacerebbe cogliere il responsabile di questa catastrofe mondiale. E poi, il messaggero non è nello stesso tempo il colpevole? La parola stampata ha indotto un’umanità svuotata a perpetrare orrori che non è più in grado di immaginare, e il terribile flagello della riproduzione li riconsegna alla parola, che fatalmente crea un male che a sua volta si rigenera. Tutto quel che accade, accade solo per chi lo descrive e per chi non lo vive. Una spia condotta al patibolo deve fare un lungo percorso perché la gente nei cinema possa distrarsi, e deve guardare ancora una volta la macchina da presa perché quelli nei cinema siano soddisfatti dell’espressione. Non mi faccia proseguire questo filo di pensieri fino al patibolo dell’umanità – eppure debbo farlo, perché io sono la sua spia in punto di morte, e il sentimento che mi stringe il cuore è l’horror di quel vacuum che questa inaudita pienezza di eventi trova negli animi, nelle macchine!
[Gli ultimi giorni dell’umanità, 1922]

Scadenze scadute

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Paolo Schicchi

 

Anzitutto gli assalti a data fissa sono un assurdo strategico, un non senso nella tattica rivoluzionaria. La storia non ne ricorda che una vittoria in questo caso: il 12 gennaio 1848 a Palermo. Ma quelli erano altri tempi; nelle vie c’era la possibilità di lottare colle picche, colle pietre, coi coltelli, coll’acqua calda e colle tegole contro i fucili ad avancarica. E poi se la rivoluzione trionfò, bisogna pur dirlo, si deve alle titubanze, alla viltà, all’inettitudine di chi stava a capo delle truppe.
Oggi questo stesso sarebbe impossibile, dati i mezzi di distruzione e le armi da tiro così fulmineo di cui dispongono le truppe. Prima che la folla abbia il tempo d’ingaggiare la mischia da vicino, corpo a corpo e d’organizzare qualsiasi offesa e difesa, è completamente avvolta dalle palle, rotta, massacrata in pochi istanti da soldati che son là schierati, colle armi in mano, prevenuti dell’assalto, posti con tutti i criteri dell’arte militare, a difesa d’ogni possibile punto d’attacco, messi al coperto d’ogni sorpresa.
A parte ciò poi vi è un altro inciampo ben più importante. In simili occasioni il governo senza tante storie mette al sicuro tutti gli ammoniti, gli anarchici, i rivoluzionari conosciuti, le persone sospette, come dice la gente dell’ordine; ne invia un buon numero a domicilio coatto, un’altra parte la deferisce al potere giudiziario come «associazione di malfattori»; minaccia a dritta e a manca e ricorre ad ogni intimidazione poliziesca. […]
Una rivoluzione oggi non è possibile se non con un assalto improvviso, fulmineo, ignoto ai nemici e che non dia tempo alle masse di stancarsi e di riflettere.
Un nemico che avvisato dell’attacco mobilita tutte le sue forze e ha l’agio di distribuirle comodamente con i criteri dell’arte militare, che ha tutto preparato sino all’ultima torpediniera per l’attacco medesimo è doppiamente forte ed invincibile per noi che non disponiamo né di armi, molto meno perfezionate, né di mezzi di distruzione potenti.
Coglietelo alla sprovvista, in modo che non abbia il tempo di far ciò ed avrete la probabilità della vittoria.
L’esercito e la polizia sono un gran macchina la cui forza consiste nel movimento contemporaneo e bene ordinato di tutte le sue parti. Rompete una ruota, spostate un ingranaggio e la sua forza finisce. […]
Bisogna assolutamente pigliare il rovescio dei calcoli del governo, attaccarlo nei punti deboli, dar di piglio alle armi nei luoghi sforniti di forze.

Francia: senza legge né lavoro

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 Date all’essere umano una possibilità di uscire dalla quotidiana normalità fatta di sveglie mattutine, attese in fila, compiti da svolgere, chiacchiere da ufficio o da bar, schermi dove sfinire gli occhi, poltrone in cui accasciarsi la sera… dategli un’occasione per trasgredire, per farla finita con una vita insulsa trascinata nell’obbedienza in attesa della pensione e della morte, e siate pur certi che la coglierà. Basta per l’appunto che se ne presenti l’occasione, ovvero il momento propizio, il caso che consenta o favorisca l’accadimento. E l’occasione è fugace, spesso si verifica in modo del tutto banale, in sé può anche essere sciocca, non ha nulla a che vedere con una ponderata ragionevolezza.
Che sia questo il motivo per cui i mass-media in Italia non hanno detto praticamente nulla di quanto da mesi sta accadendo oltralpe? Meglio non parlarne perché il vittimistico Je suis Charlie con cui ci hanno rintronato al fine di spingerci all’unità nazionale, di stringerci attorno ad uno Stato infame solo perché minacciato da suoi concorrenti diversamente infami, non corra il rischio di trasformarsi nell’arrabbiato Je suis sans loi ni travail in grado di eccitare e spingere alla rivolta? Meglio non parlarne perché qui nel Belpaese ogni malefatta istituzionale deve limitarsi a costituire al massimo un’occasione per nuove e ragionevoli rivendicazioni civiche, civili e cittadiniste? Meglio non parlarne affinché la politica non sia mai travolta dalla ribellione, la legittimità non sia mai sbriciolata dal furore, l’assemblea deliberante non venga disertata dall’individuo arbitrario?
Ecco, contro questa accurata ed interessata censura proveniente dall’alto — ma anche contro certe acrobazie che in basso impegnano i vari e multicolori strateghi dell’attivismo militante, secondo cui il solo «eccesso» buono è quello vagliato, calcolato, dosato sul bilancino della convenienza politica del giorno — abbiamo pensato di ripercorrere un po’ quanto sta accadendo in Francia da diverse settimane.
L’occasione, prima di tutto. È stata fornita dal progetto della nuova legge sul lavoro, che in sostanza prevede una liberalizzazione del mercato — con conseguente aumento dell’orario del lavoro, e diminuzione della paga sugli straordinari —  e una maggiore possibilità di licenziamento. A detta della sua artefice, la ministra del Lavoro Myriam El Khomri, si tratta di un «un vero slancio per la democrazia sociale» che propone «al tempo stesso nuove facilitazioni alle imprese per migliorare la competitività della nostra economia, e nuove protezioni, nuovi diritti per i salariati». Fin dal suo annuncio, prima ancora che venisse presentato e discusso al Consiglio dei ministri, il progetto della «loi travail» ha scatenato una forte opposizione in tutto il paese, un paese da tempo attraversato da forti tensioni esacerbate dalle stragi avvenute a Parigi lo scorso novembre e dalla successiva proclamazione dello stato d’emergenza.
Ma se una riforma particolarmente reazionaria del Codice del lavoro ha dato ad innumerevoli persone un motivo per scendere in piazza, non c’è voluto molto prima che la rabbia tracimasse dal contesto originario per estendersi a tutte le condizioni di vita odierne. Ben presto è diventato chiaro che non era più un progetto di legge ad essere contestato da non pochi manifestanti, ma un’intera società, un’intera esistenza priva di significato e di incanto. E questo allargamento della lotta è stato reso palpabile sia nella pratica che nella teoria. È riscontrabile sia negli obiettivi presi di mira con i fatti che nelle parole messe in circolazione, che incitavano fin da subito a passare dalla rivendicazione alla sovversione.
Per fare un riassunto con nessuna pretesa di esaustività, partiamo dal 9 marzo di quest’anno, quando a Parigi si forma un corteo di protesta che riempie di colori un centro di arruolamento dell’esercito, un McDonald, un hotel Ibis, diversi negozi e banche, danneggiando qualche bancomat. A Bordeaux, la facoltà universitaria di sociologia viene devastata e saccheggiata da cima a fondo da una trentina di individui mascherati; ingenti i danni. «Noi che abbiamo delle rivendicazioni, ci dissociamo totalmente da questi teppisti», affermerà un membro dell’unione degli studenti comunisti. Poche ore prima 300 studenti si erano radunati per discutere il blocco delle lezioni. A Rouen e a Dieppe, sono le sedi del Partito Socialista (cioè del partito in cui milita la ministra del Lavoro) a finire sotto il lancio di uova, vernice, estintori. A Lione, allorquando una manifestazione è sul punto di sciogliersi, diversi partecipanti decidono di proseguire verso una sede del Partito Socialista, scontrandosi con la polizia che non lesina l’uso di proiettili e di lacrimogeni. A Niort alcuni manifestanti scavalcano le inferriate della sede locale dell’associazione degli imprenditori e ne forzano il cancello, facendo entrare nel cortile gli altri manifestanti… l’arrivo precipitoso dei soliti sgherri in divisa interromperà la festa. Ma solo per un giorno, dato che la notte seguente, il 10 marzo, la facciata della federazione del Partito Socialista sarà ricoperta di scritte. Mentre a Nantes, nel corso di una grossa manifestazione, scoppiano scontri con le forze dell’ordine davanti alla stazione, nel corso dei quali restano feriti alcuni poliziotti.
L’11 marzo, all’apertura dei locali della ditta “Carbone Savoie”, a La Léchère (Savoia), si scopre che gli uffici del terzo e quarto piano sono stati devastati durante la notte. Si tratta dell’azienda in cui è in corso uno sciopero illimitato dei dipendenti.
Il 15 marzo, a Perpignan, gli ingressi di alcuni licei vengono bloccati con cassonetti della spazzatura nel corso di una manifestazione selvaggia che attraversa la città. La cancellata di un liceo viene sfondata, e un insegnante rimane ferito.
Il 17 marzo, in tutta la Francia vengono bloccati un numero impreciso di licei (fra i 115 e i 200), e si verificano numerosi scontri con le forze dell’ordine. A Parigi, nel corso di una manifestazione studentesca vengono sfondate le vetrine e le porte di agenzie bancarie, assicurative, immobiliari e commerciali. Un supermercato della catena Franprix viene saccheggiato. Jean-Luc Mélenchon, deputato europeo del Fronte di sinistra, è costretto ad abbandonare precipitosamente il corteo a cui sta partecipando, copiosamente insultato e preso a uova in faccia. A Rennes sono migliaia le persone che invadono la stazione, e centinaia quelle che scendono sui binari interrompendo la circolazione dei treni. Altre nel frattempo ristrutturano il municipio, prima “ridipingono” un’ala, poi cercano di forzarne l’entrata scontrandosi con la polizia. Anche un commissariato e molti sportelli bancomat vengono bersagliati con vernice. Stessa sorte alla facciata del municipio di Nantes, città dove si verifica una vera strage di vetrate: quelle del municipio, di alcune banche, di diverse fermate degli autobus, di una stazione tranviaria, e di una volante della polizia. I locali dell’associazione degli imprenditori vengono riempiti di colore. Una manifestazione di protesta si svolge anche a Lione, terminando con scontri con le forze dell’ordine.
Il 21 marzo, a Parigi, una manifestazione selvaggia partita dalla facoltà di Tolbiac attacca ciò che trova lungo il suo percorso: una sede del Partito Socialista, decine di banche, agenzie di viaggio, cartelloni pubblicitari, assicurazioni, negozi. «Non sono sicuro che il motivo del loro comportamento sia l’obiettivo politico — dice il sindaco socialista del XIII distretto — Abbiamo a che fare con dei casseur e non con studenti, con gruppi autonomi radicalizzati».
Il 22 marzo, mentre durante un corteo a Parigi scoppiano tafferugli fra manifestanti e servizio d’ordine sindacale, gli uffici amministrativi dell’università di Tolbiac vengono devastati.
Il 24 marzo a Parigi sfilano diversi cortei. La tensione è alta, anche fra gli stessi manifestanti. Qua e là si registrano lanci di oggetti, cariche, scontri con le forze dell’ordine. Il portone di un liceo viene dato alle fiamme, così come un’auto vicino alla sede dell’associazione degli imprenditori. Dopo il tramonto «alcuni lavoratori della notte (non sindacalizzati)», vogliosi di ringraziare il sindacato per l’operato sbirresco del suo servizio d’ordine, fanno saltare le vetrine di una sede della CGT. A Nantes è la linea tranviaria ad essere interrotta, con cassonetti della spazzatura piazzati sui binari e poi incendiati. Piccoli gruppi di manifestanti si muovono in lungo e in largo, spaccando le vetrine dei negozi. Anche davanti ad alcuni licei si verificano incidenti. A Rouen il traffico stradale viene rallentato con pneumatici lasciati sulla via e dati alle fiamme, e qualche tafferuglio scoppia davanti alla sede del Partito Socialista. A Marsiglia l’autostrada viene occupata dai manifestanti. A Rennes, oltre ai soliti scontri, alcuni negozi sono assaltati e saccheggiati. A Gisors nel corso di un corteo sono presi di mira un supermercato e alcuni negozi e vengono sfondate le vetrate di un centro per l’impiego. Il traffico si paralizza e davanti alla stazione vengono incendiati cassonetti della spazzatura. A Grenoble una manifestazione indetta dalla sinistra viene disturbata dalla presenza di uno spezzone che si scontra con la polizia e bersaglia con pittura la sede del Partito Socialista e quella dei Repubblicani. Un dirigente di questi ultimi dirà: «Avrebbero potuto agire in maniera responsabile e civica chiedendo di essere ricevuti…».
Il 25 marzo, a Parigi, una manifestazione selvaggia composta da qualche centinaio di persone attacca lungo il percorso due commissariati di polizia, lanciando pietre, fumogeni e tentanto di sfondarne i vetri blindati. Sui muri degli edifici viene espressa la grande ambizione: «Mort aux flics». Due supermercati Franprix vengono saccheggiati. A Villeurbanne, l’ingresso della sede del Partito Socialista viene murato.
L’idea piace, tant’è che il  26 marzo anche quella di Douardenez subisce la stessa sorte. Quello stesso giorno, a Valence, alcuni “zadisti” fanno irruzione nella sede del Partito Socialista e versano letame dappertutto.
Il 29 marzo, a Rennes, alcuni manifestanti bloccano la circonvallazione appiccando il fuoco ad una barricata costruita con cassonetti della spazzatura, altri tirano l’allarme della metropolitana e lanciano sedie sui binari per interromperne il funzionamento. A Lione molti studenti restano a piedi: gli autobus delle linee scolastiche sono stati resi inutilizzabili.
Il 31 marzo è una giornata di mobilitazione nazionale. Circa 150 licei vengono bloccati in tutto il Paese. A Parigi (dove scende in strada un milione di persone), Grenoble, Nantes, Lille, Rouen, nel corso delle manifestazioni sono attaccate banche, agenzie immobiliari, seggi elettorali, esercizi commerciali. È un giorno difficile per i giornalisti, i quali vengono aggrediti sia a Parigi che a Nantes. Qui viene attaccato anche il municipio, vengono date alle fiamme le automobili parcheggiate vicino a un albergo di lusso, e presso alcuni incroci vengono erette delle barricate (alcune delle quali poi incendiate). A Rouen la sede del Partito Socialista viene dipinta per l’ennesima volta. A Gennevilliers, durante il blocco di un liceo, due automobili e dei cassonetti della spazzatura vanno in fumo. A Rennes i manifestanti si scontrano per alcune ore con le forze dell’ordine. Incidenti anche a Lione, Marsiglia, Tolosa, dove il giorno prima è stato sgomberato uno squat. Quello stesso giorno anche l’università di Caen viene invasa dai barbari.
È a partire da questo giorno che a Parigi, in place de la République, cominciano a tenersi assemblee quotidiane. È l’inizio del movimento Nuit Debout, tentativo di dare una ragione politica alla rabbia fino a quel momento esplosa ovunque, di dotare di una speranza la sfiducia verso le istituzioni e i partiti. Nuit Debout cerca di creare una sfera embrionale di democrazia diretta, e place de la République passa da simbolo dell’orrore davanti alla guerra santa a simbolo della rinascita della convivenza civile. Diventa l’agorà in cui il logos evocato dalla discussione dovrebbe trovare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si è ficcata la società. L’iniziativa ha talmente successo fra gli orfani della politica che ad oggi quella piazza è infestata da una ottantina di commissioni…
Il 5 aprile è un’altra giornata calda. A Levallois, davanti ad un liceo viene ammassato vario materiale poi dato alle fiamme, causando gravi danni alla facciata dell’edificio. Vanno in frantumi anche i vetri dello stabile. A Nantes l’ingresso della sede del Partito Socialista (saracinesca e vetrate) subisce la critica tagliente di un flessibile. Lungo il percorso della manifestazione, tutte le banche, le assicurazioni e le agenzie immobiliari vengono attaccate, e alcuni negozi saccheggiati. Sempre in questa città, oltre che a Rennes, Tolosa e a Rouen, viene interrotto il traffico ferroviario e stradale. A Marsiglia viene bloccata l’autostrada in entrambi i sensi. A Parigi le manifestazioni diurne si svolgono sotto stretto controllo sia della polizia, che effettua numerosi fermi, sia dei vari cittadinisti galvanizzati dall’assemblea di place de la République. Al calar della sera viene bloccato il boulevard Saint-Germain da manifestanti che erigono barricate ed esigono la liberazione degli arrestati.
Il 7 aprile, ancora licei bloccati in molte province francesi. Si registrano blocchi della circolazione e scontri fra manifestanti e forze dell’ordine un po’ dovunque. A Vaulx-en-Velin vengono fermati sei minorenni, accusati di aver lanciato sassi contro i poliziotti. Nella notte, a Parigi, un’altra sede del sindacato CGT perde le sue vetrate per mano di alcuni «lavoratori demolitori» che ci tengono a precisare: «noi non ci opponiamo alla Legge sul lavoro, ma alla Legge e al Lavoro».
Il 9 aprile si svolgono più di 200 manifestazioni in tutta la Francia. In alcune città, come Parigi e Rennes, scoppiano scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. A Nantes viene anche bloccato il traffico, vengono erette barricate, attaccate banche e immobiliari, e aggrediti alcuni giornalisti. Nella notte, a Parigi, alcune manifestazioni selvagge percorrono la città. C’è chi tenta di raggiungere l’abitazione privata del primo ministro Valls, chi smonta le cancellate che impediscono ai rifugiati di accamparsi, chi sfonda le vetrine di qualche banca, chi erige barricate, chi incendia automobili… e chi, come un responsabile di Nuit Debout, invoca la polizia per fermare gli eccessi.
La notte dell’11 aprile, a Tolosa, la facciata della Borsa viene ridipinta e un cassonetto della spazzatura piazzato contro l’ingresso è dato alle fiamme.
Il 14 aprile ancora manifestazioni, ancora scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. A Parigi, a Nantes, a Montpellier… non si finisce più di ribadire l’ovvia verità: «tout le monde deteste la police» (tutti odiano la polizia). A Caen una piccola ma bellicosa manifestazione ricorderà che anche i giornalisti sono detestati. A Parigi, dove un paio di funzionari scolastici sono presi di mira dagli studenti e la polizia accerchia e controlla da vicino le manifestazioni diurne, si dovrà attendere il calar delle tenebre per dare il via ai divertimenti. Una manifestazione selvaggia attacca tutti gli obiettivi che destano un certo interesse: hotel Ibis, gallerie d’arte, assicurazioni, automobili in car sharing, centri dell’impiego, una concessionaria Jaguar… Viene saccheggiato un supermercato Franprix. A Rouen, oltre ad una banca, viene attaccata e devastata anche la sede del Fronte Nazionale. Nella notte, due sedi del Partito Socialista a Lille vengono ricolorate con fantasia. A Rennes è la sede dell’associazione degli imprenditori a ricevere la visita di una sessantina di manifestanti, incappucciati e armati di mazze da baseball. Ingenti i danni. Il delegato generale dell’Unione delle imprese dirà: «Molti colleghi sono rimasti traumatizzati da questo scatenamento di violenza che non ha più nulla a che vedere con il ritiro della legge sul lavoro. È inammissibile».
Il 15 aprile sale alla ribalta la CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro). In mattinata la facciata e le finestre della sua sede di Marsiglia vengono abbellite dal lancio di pittura e «scritte diffamatorie». In serata invece è una sua sede parigina a finire sotto il lancio di vernice e sassi. Come al solito, il calar della notte favorisce lo svolgimento di manifestazioni selvagge nella capitale, nel corso delle quali si verificano danneggiamenti e tafferugli con le forze dell’ordine. Secondo il ministro dell’Interno, dai primi di marzo sono 151 i poliziotti feriti durante le proteste.
Il 16 aprile, a Marsiglia, un corteo selvaggio serale fa visita alla sede del Partito Socialista. Le spesse vetrate rimangono intonse, i muri no. Poi si dirige verso una sede del Fronte Nazionale, un po’ troppo blindata. Infine i manifestanti trovano una più accogliente sede dell’Azione Francese, dove possono applicarsi con più profitto. A Brest, una cinquantina di individui, vestiti di nero, mascherati e con striscioni anti-capitalisti, lungo una passeggiata notturna rendono omaggio ad alcune banche e relativi bancomat.
Il 20 aprile, a Nantes, l’ennesima manifestazione di protesta contro la legge sul lavoro finisce con scontri con le forze dell’ordine. Molte vetrine ne fanno le spese. Mentre a Rennes la polizia impedisce ai manifestanti l’accesso al centro cittadino, a Tours gli studenti bloccano la facoltà di lettere. A Lione, in serata, durante una manifestazione selvaggia vengono imbrattati alcuni locali della polizia e una volante, mentre le vetrate dell’edificio vanno in frantumi. Stessa sorte a un tribunale. A Lille, sebbene il corteo sia circondato dalla polizia, alcuni negozi e banche vengono colorati a nuovo, mentre la porta a vetri di un grande magazzino va a pezzi.
Il giorno dopo, il 21 aprile, sempre a Lille, la polizia fa irruzione nei locali della CNT dove si sono rifugiati alcuni manifestanti in fuga da una carica. Porta sfondata, locali devastati, alcuni presenti arrestati. Come abbozzo di risposta, la facciata di un commissariato viene condita con olio esausto. A Besançon, i muri e le vetrate della Camera di Commercio e dell’Industria vengono sottoposti a dura critica.
Durante la notte del 22 aprile, a Parigi, un centinaio di persone, forse insoddisfatte dell’assemblea di Nuit Debout, attaccano la polizia, incendiando e distruggendo completamente una auto civetta. Anche due veicoli della RATP, l’ente dei trasporti parigini, vengono danneggiati.
Per il 28 aprile è prevista un’altra giornata di mobilitazione nazionale. Manifestazioni a Parigi, Nantes, Le Havre, Lione, Marsiglia, Bordeaux, Rennes, Rouen, Tolosa, Grenoble, Tours, Bayonne, Dijon, Strasburgo, Caen, Mans, Orléans… Il bilancio, a detta del ministro dell’Interno, è di 78 poliziotti feriti e 214 manifestanti fermati in seguito agli scontri scoppiati in tutto il Paese. Scontri causati da «casseur estremisti che hanno come unica motivazione l’odio per lo Stato e, quindi, per i valori della Repubblica». A Parigi, la mattina presto, un centinaio di manifestanti cerca di bloccare prima il più importante porto fluviale della regione, incendiando anche degli pneumatici, poi un deposito di autobus. Qui si verificano scontri con la polizia. Durante il grande corteo pomeridiano qualche centinaio di manifestanti attacca le forze dell’ordine, ferendo alcuni poliziotti. La manifestazione prosegue sotto una pioggia di lacrimogeni e sotto l’occhio di droni ed elicotteri, i quali non impediranno né la neutralizzazione della videosorveglianza né l’attacco a banche, immobiliari, agenzie del lavoro. A Lione si verificano violenti scontri con le forze dell’ordine, a dispetto del servizio d’ordine del sindacato. Gli studenti avvisano i giovani di non lasciarsi fotografare dai giornalisti. Una banca viene bersagliata con un po’ di tutto. A Tolosa viene bloccato all’alba l’accesso alla zona dell’Eurocentro, causando pesanti disagi al traffico. Nel corso della manifestazione, sciolta dal sindacato, due poliziotti sono feriti dal lancio di oggetti. A Marsiglia il blocco della stazione darà vita a scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. Violenti scontri anche a Rennes, dove il prefetto indignato dichiarerà: «Non era una manifestazione, ma una folla armata». A Nantes la giornata comincia all’alba, con il blocco del deposito dei trasporti pubblici. La manifestazione è costellata da tafferugli fra gruppi di manifestanti e forze dell’ordine. Una Porsche viene incendiata davanti alla prefettura. A Dijon, i manifestanti precisano con scritte il proprio passaggio, finendo col cercare di forzare l’ingresso in una banca.
Il 3 maggio si svolge a Nantes una manifestazione «a rischio», non indetta dai sindacati. Diverse centinaia di persone sfilano per la città. Le vetrine iniziano a perdere i sensi, mentre gruppi di manifestanti si battono contro le forze dell’ordine. Un comandante della Brigata anti-criminalità, trovatosi isolato e circondato da manifestanti furiosi, finisce in ospedale. Feriti leggermente altri sei gendarmi. Durante la notte, a Tolosa, un ufficio di collocamento viene ridipinto con l’aiuto di un estintore caricato con vernice.
La notte del 5 maggio le vetrate di un altro ufficio di collocamento, quello di Mentreuil a Parigi, vengono sfondate a sassate. Sui muri laterali viene lasciata una scritta: «Schiavisti moderni — Né legge né lavoro».
La mattina del 9 maggio, sempre a Parigi, un piccolo gruppo di manifestanti si raduna davanti a un deposito dei tram, costruisce sui binari una barricata con pneumatici e materiale da cantiere e vi appicca il fuoco. Poi, per senso di equità, costruisce una seconda barricata e la infiamma anche all’imbocco della circonvallazione.
Il 10 maggio, la notizia che il governo per far passare la riforma del lavoro ricorrerà all’articolo 49-3 della Costituzione, quello che permette l’approvazione di una legge senza attendere il voto del Parlamento, riscalda ulteriormente gli animi. A Parigi i pompieri di Nuit Debout indicono un presidio «spontaneo» (meglio evitare di usare la parola selvaggio), pacifico e «a volto scoperto» davanti all’Assemblea Nazionale. Lo scopo fin troppo palese è quello di esprimere il proprio sdegno a una classe politica che, pur di raggiungere i propri obiettivi, ricorre ad un mezzo che offende la vera democrazia. Ma, se nella capitale c’è chi si perde in cauti rimproveri, in provincia c’è chi persiste nella critica più ardente. La sera a Grenoble, all’urlo di «Tutti odiano i socialisti», i manifestanti bloccano i tram, rendono un omaggio virulento alla sede del Partito Socialista, fanno saltare i vetri della scuola di commercio, devastano i negozi di una intera via, se la prendono con un annesso di un locale municipale e con la redazione di un giornale, si scontrano con le forze dell’ordine, ferendo sei agenti. A Dijon i locali del Partito Socialista vengono danneggiati dai manifestanti, così come alcuni negozi. A Lille un centinaio di manifestanti invadono il supermercato Match, riempiono i carrelli e pretendono di passare dalle casse senza pagare. L’arrivo della polizia, chiamata dai proprietari, li costringe a lasciar perdere la spesa proletaria e ad allontanarsi in tutta calma. A Caen, i manifestanti fanno irruzione nella sede del Partito Socialista e la devastano. A Nantes, dopo aver attaccato il municipio e le forze dell’ordine, costruiscono una barricata e cercano di forzare l’ingresso di un supermercato prima di scontrarsi violentemente con la polizia. A Lione i manifestanti devastano una sede del Partito Socialista e danneggiano un commissariato. A Montpellier, dopo aver dato fuoco a cassonetti della spazzatura accanto alla stazione, partono in corteo pur circondati dalla polizia. Una volante viene danneggiata e, quando gli agenti fermano un manifestante, partirà contro di loro un fitto lancio di oggetti a cui le forze dell’ordine risponderanno con lacrimogeni e granate assordanti. In seguito viene bloccata anche una linea del tram.
Il 12 maggio, nuova giornata di mobilitazione generale, meno partecipata delle precedenti. A Parigi, per evitare incidenti, la testa della manifestazione viene presa dal servizio d’ordine sindacale. Ciò fa sì che i manifestanti più irruenti, oltre a prendersela con gli sbirri sindacali, sfilino ai lati del corteo, saltando fuori ad ogni occasione propizia. Negozi danneggiati, macchine in fiamme. Attacchi sporadici che a un certo punto fanno posto a scontri più violenti e consistenti. Si registrano numerosi feriti, fra cui qualche giornalista. Mentre gli organizzatori annunciano la fine della manifestazione, un gruppo di instancabili cerca di forzare le porte del retro della Scuola militare. Alcuni di loro, penetrati nel cortile del Museo des Invalides, sono intercettati dai soldati di pattuglia. A Nantes, la giornata inizia con una barricata data alle fiamme nei pressi di un liceo, come buon auspicio per l’imminente manifestazione. Il pomeriggio, il centro cittadino diventa teatro di violenti scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. La stazione ferroviaria viene invasa dai manifestanti, i quali bloccano la circolazione dei treni e mandano in frantumi molte vetrine. In piazza, nei pressi della cattedrale, una banca viene devastata. Tre mezzi della celere, bloccati nel traffico, vengono raggiunti da manifestanti inferociti. A Caen, a margine della manifestazione sindacale, vengono occupati i locali della CAF [Cassa Assegni Familiari]. Pronta e muscolosa la reazione della polizia. Nel pomeriggio, nuova occupazione, questa volta della direzione dipartimentale del lavoro. Il mobilio viene messo all’aperto a prendere aria. Nuovo intervento muscoloso delle forze dell’ordine, che gasano, caricano e fermano un po’ chiunque. A Lille i manifestanti attaccano alcune banche, un Apple Store, un McDonald, un’agenzia della Air France. La polizia interviene caricando e sparando lacrimogeni. Alcuni fermati fra i manifestanti, qualche ferito fra i poliziotti. In serata 300 manifestanti si recano davanti alla questura per esigere il rilascio dei fermati. Non riuscendo a resistere alla tentazione, parte un lancio di oggetti contro l’edificio. A Marsiglia è il servizio d’ordine del sindacato a finire nel mirino di alcuni manifestanti. Ad Havre i manifestanti sfondano l’ingresso della sede del Partito Socialista e ne devastano l’interno.
Come abbiamo già premesso, questa non può certo essere una cronologia precisa e completa di quanto accaduto, ma è sufficiente per dare un’idea a grandi linee del clima che si respira in questi giorni in tutta la Francia. A spiccare di primo acchito sono le differenze di combattività fra il contesto francese e quello italiano. Qui il «Jobs Act» è passato senza colpo ferire; qui gli operai licenziati non sequestrano manager né dinamitano fabbriche, al massimo mettono in pericolo loro stessi salendo su qualche gru; qui due ore di scontri in qualche via di una sola città bastano e avanzano per mobilitare l’esercito delle spugnette legalitarie; qui ogni ardire collettivo deve fare i conti prima con due stronze, la casalinga di Voghera e la mamma con il passeggino, e poi con le «cascate» strategiche tirate dagli sbirri di movimento…
Ad ogni modo, è facile percepire quale sia la principale caratteristica qualitativa di questa ondata di protesta che non accenna a placarsi. Non si tratta di un movimento sociale, unito da una medesima ragione e guidato da un ceto politico più o meno affiatato o in competizione, ma del contemporaneo scatenamento di forze autonome e talvolta contrapposte: cittadini delusi, lavoratori indignati, sindacalisti scavalcati, studenti annoiati, perditempo facinorosi, bande di quartiere, sovversivi di ogni sfumatura… tutti scesi in strada, a manifestare a proprio modo, unendosi o separandosi o ignorandosi, ma a scontrarsi comunque e dovunque con l’ordine istituzionale. Nessuno ha atteso che l’assemblea sovrana di un movimento — sociale, politico o popolare — dotato di legittima ragione decretasse che era giunta l’ora dell’azione diretta. Chi aveva a cuore la liquidazione del vecchio mondo si è messo immediatamente all’opera, senza passare per la fase di transizione del gioco di sponda con gli amichetti politici. E chi ha sempre coltivato aspirazioni riformiste è rimasto d’un tratto senza parole, ammutolito dall’imbarazzo davanti alla vergogna del potere.
Questo aspetto è stato talmente evidente da costringere gli aspiranti rappresentanti di movimento a fare buon viso a cattivo gioco. Come recuperare quegli assalti incontrollabili, come addolcire quegli slogan irragionevoli («sciopero fino alla pensione», «la notte è fatta per scopare, non per lavorare», «pensione a 13 anni», «sotto il pavé, gli sbirri»…), come trasformare quella tensione utopica da vivere in programma politico da vendere? C’è voluto tempo, pazienza e una buona dose di equilibrismo e sfacciataggine.
Frederic Lordon, ad esempio — sociologo, collaboratore di Le Monde Diplomatique, nonché esponente di Nuit Debout — a fine marzo pareva aver smarrito i luoghi comuni di sinistra. «Non rivendichiamo nulla», tuonava dalle pagine del settimanale della intellighenzia transalpina. Decenni di batoste e tradimenti lo avevano persuaso ad abbandonare ogni illusione sulla partecipazione elettorale. Ma può un cattedratico, qualcuno nato e cresciuto all’ombra dello Stato, abbandonare il proprio orizzonte istituzionale? Intervistato una settimana dopo, Lordon precisava la sua strategia di prim’ordine: «Tornare al gioco istituzionale è la morte assicurata di tutti i movimenti. Adesso, chiederai, come trasformare queste riunioni in risultati politici affinché non siano successe invano? È una domanda strategica di primo ordine. La mia risposta per uscire da questa terribile tenaglia è che, se tornare al gioco elettorale istituzionale significa la morte, allora non ci rimane altra soluzione che rifare le istituzioni. È per questo che credo che l’obiettivo politico che dobbiamo fissarci… consiste nel riscrivere la Costituzione… Dobbiamo scrivere la Costituzione di una “repubblica sociale”».
Dopo le amenità costituenti degli scroto-negriani appassionati di Spinoza e Foucault, arrivano le cialtronerie destituenti degli scroto-agambeniani appassionati di Foucault e Spinoza. Scoppiato il furore della rivolta mentre erano impegnati chi ad intervenire in consiglio comunale e chi sui mass-media, i neoblanquisti  francesi si sono precipitati a ri-ri-riconvertirsi in focosi barricaderi. A metà marzo hanno preso la parola… anzi, no… conoscendo bene i trucchetti autopromozionali delle avanguardie, hanno parassitato quella che era già nella testa di tutti e nel cuore della «racaille» delle periferie, impazzita un anno fa per il pezzo «Le monde ou rien» (il mondo o niente) di un gruppo rap franco-maghrebino. E, dopo aver cercato di cavalcare la protesta e disseminato i loro spot commerciali, si sono fatti prendere dalla smania di mettere un po’ di sale politico nella zucca vuota di proposte degli insorti. Così, a metà aprile, hanno dispensato un saggio e strategico consiglio diffondendo «l’opinione minoritaria» di Eric Hazan, editore del Comitato Invisibile: è un errore detestare la polizia, bisogna operare una accorta distinzione fra sbirri cattivi da odiare e poliziotti buoni con cui fraternizzare. La sbalorditiva aberrazione è rimasta talmente minoritaria da spingere i neo-blanquisti a fare una rapida marcia indietro e a ripudiare ciò che loro stessi si erano premurati di rendere pubblico, ovvero che non proprio tutti odiano la polizia.
Ora, questi semplici esempi mostrano bene quale sia al tempo stesso il limite e la barriera contro cui si infrange ogni ondata di rivolta, dovunque essa si manifesti. Mettendo da parte la repressione, che in Francia si sta caratterizzando col fermo preventivo dei facinorosi già noti o durante le proteste con la tattica chiamata kettling — circondare, contenere e pressare da vicino i vari spezzoni delle manifestazioni, delimitandone lo spazio e l’agibilità al fine di sedarli —, ciò che ne spezza lo slancio è l’assenza di una prospettiva, di un orizzonte che sappia non solo ignorare, non solo disertare, ma anche contrapporsi risolutamente a una triste orbita istituzionale. Tra lotte costituenti e lotte destituenti cambia il vezzo formale, ma non la sostanza, giacché condividono tutte la stessa ossessione: sollevano la questione del rapporto fra autonomia e istituzioni al fine di conciliarle insieme. È anche per questo motivo che l’idiozia della «convergenza delle lotte» abbonda sulle labbra dei militanti. Chi ha interesse a reclamare questa convergenza è solo chi intende rappresentarne e gestirne il punto di incontro. Ma una simile pretesa, oltre a denotare i pruriti autoritari di chi l’avanza, è ridicola per ciò che sottende. Per qualcuno i vari conflitti oggi in corso sono deboli perché isolati, e quindi bisognerebbe affidare al sarto più abile il compito di ricucire assieme tutti quei fili separati. Ma è il tessuto dei fili ad essere scadente, mediocre, miserabile, e ciò è diventato talmente palese che l’idea di indossare quella stoffa non appassiona più nessuno. Al di là dei richiami di chi ne fa bottega, la si continua ad usare solo per assuefazione, per disperazione, per mancanza d’altro. Chi è rimasto a volerla davvero, questa vita di merda, a traboccare di desiderio per una carriera ed una pensione? Che la democrazia sia una buona ragione per cui vivere o morire lo possono forse pensare nei paesi che vivono da secoli sotto la tirannia, forse. Ma qui da noi… Qualcuno pensa di poter evitare la decomposizione di un cadavere imbalsamandolo con la formaldeide costituente, con la magia destituente, con l’applicazione di una cera «diretta»?
Quando si smette di battersi per la sopravvivenza della società che ci sta annientando, rimane solo la pura negatività ad alimentare la rivolta. Fine delle rivendicazioni, appunto. Fine del dialogo. Fine del consenso. Fine della politica. Ma che questa negatività sia condannata per forza di cose ad essere effimera, a bruciarsi nel giro di poche ore, di pochi giorni, o di poche settimane, che questa negatività non possa essere altro che un combustibile temporaneo, da maneggiare con cautela e solo quando non se ne può fare a meno, prima di fare ritorno a quello ufficiale: ecco quale sarebbe la peggiore rassegnazione. La ricreazione può non finire mai solo se la campanella viene messa fuori uso e, al tempo stesso, se il cosiddetto immaginario viene bonificato dalla menzogna societaria…

Un equivoco chiamato Popolo

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( Articolo Condiviso )

“Pensiero e Volontà”
Merlino si dice democratico, intendendo per Democrazia (che etimologicamente significa governo del popolo) l’applicazione del principio di Libertà (associazione da pari a pari) in opposizione al principio di Dominazione (comando, gerarchia, monopolio). Secondo lui «è necessario che la società politica non sia tenuta insieme dalla forza, ma dallo spontaneo consenso degli associati consapevoli dei vantaggi inestimabili dell’associazione»; e perciò vorrebbe che gli organi destinati ad eseguire le deliberazioni della collettività fossero inermi e non potessero quindi imporsi alla volontà del popolo.
Tutto questo è, in sostanza, quello che noi chiamiamo anarchismo, e potrebbe far credere che non siamo divisi dal Merlino che da una questione di parole. Ma in realtà il dissenso è più profondo ed è tutto basato sull’equivoco nascosto nella parola Popolo. Per i democratici il Popolo non è la popolazione composta, come è, di uomini  che hanno mille passioni, interessi, idee differenti e spesso contrastanti, ma bensì una astrazione, una entità, di cui si cerca di scoprire la volontà mediante svariati sistemi elettorali. Ma essendo evidente che una volontà unica non esiste mai, né in quanto a ciò che gli uomini vogliono, né in quanto alla scelta dei rappresentanti che debbono fare quello che non si può fare dal popolo in massa, ne risulta che il «Governo del popolo» diventa, teoricamente, governo della maggioranza, e praticamente governo di quelle minoranze che si trovano in posizione economicamente e politicamente vantaggiose e riescono a servirsi della forza di tutta la società per sottoporre la società stessa alla propria volontà.
Da ciò la lotta continua che impedisce ogni assetto sociale veramente fondato sulla libertà e sulla giustizia; da ciò il fatto, deplorato dal Merlino, della degenerazione delle forme più o meno democratiche uscite dalle rivoluzioni popolari; da ciò il Fascismo.
Chi si è impossessato del potere e della ricchezza vuole conservare ed ingrandire i suoi privilegi, e si difende ed attacca, secondo le circostanze e principalmente secondo la resistenza che incontra, ora per mezzo di norme codificate ed apparentemente eguali per tutti (legalità), ora per mezzo della sfrenata brutalità e violando le leggi giudicate non abbastanza severe (fascismo); ma sempre con la violenza. Col Parlamento (che è corpo legislativo e non già mezzo di consultazione pubblica, come dice Merlino), o colla Dittatura, il Gendarme resta la pietra basilare che regge e costringe tutto l’edificio sociale!
Per avviarci verso quello che è l’ideale nostro, ed anche del Merlino, di una Società fondata sul consenso, per l’utilità liberamente riconosciuta degli associati, bisogna abolire ogni predominio politico di minoranze o maggioranza, ogni monopolio economico, ogni corpo armato a disposizione di dirigenti di qualsiasi specie, e lasciare che la forma o le forme sociali risultino dal libero gioco di tutti gli interessi, di tutte le idee, di tutte le forze esistenti nella popolazione. Quando non vi fosse potere che possa imporre agli altri la propria volontà e dare così agli uni i mezzi per sfruttare il lavoro degli altri, l’accordo volontario, il mutuo appoggio, la mutua condiscendenza diventerebbero condizione necessaria di vita e si sostituirebbero naturalmente alla dominazione degli uni sugli altri.
Merlino, a quel che ci sembra, cade nell’errore comune dei democratici: si preoccupa più del «popolo» che degli uomini che costituiscono la popolazione, e ciò spiega l’inconsistenza tra i suoi fini ed i mezzi che vorrebbe adoperare, nonché il suo strano ottimismo sulla «democrazia» e sulla «libertà» vigenti in Inghilterra.