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L’eroe ed il criminale

ESERCITOROMA

( Dal Web )

Il primo è un italiano, ovviamente.
Il secondo è un immigrato, ovviamente.
Lorenzo e Ousseynou.
Un anno e mezzo fa Lorenzo ha lasciato una vita tranquilla, sicura, e ha percorso 3.700 chilometri per andare a combattere tra le file della formazione curda Ypg, in Siria.
Non si è battuto solo contro i tagliagole dell’Isis, ma anche contro le truppe turche che assediavano Afrin.
Evidentemente non ha trovato differenze fra l’invasione dei miliziani di al-Baghdadi e quella dei soldati di Erdogan.
Tutti miravano a conquistare e dominare quei territori, terrorizzando e massacrando la popolazione là residente.
Ousseynou invece è nato in Francia, ma è di origini senegalesi.
Diversi anni fa è venuto a vivere in Italia, a Crema, dove lavorava come autista di autobus.
Lorenzo è stato ucciso, assieme ad alcuni suoi compagni, in una imboscata tesa dai miliziani dell’Isis a Baghuz.
Fosse tornato vivo qui in Italia, sarebbe finito sotto indagine in quanto foreign fighter e proposto per la sorveglianza speciale (come accaduto ad altri volontari italiani andati a combattere per il Rojava).
Da morto, è diventato un eroe.
A Firenze, sua città natale, c’è chi lo ha proposto alla massima onorificenza cittadina, il fiorino d’oro, la stessa che alcune settimane fa è stata conferita all’Arma dei carabinieri ed alla Guardia di Finanza.
Il presidente della regione Toscana lo ha definito «un ragazzo nostro», mostrando tutta la sua comprensione verso “queste persone che hanno una particolare sensibilità.
Abbiamo avuto giovani toscani che partirono con le brigate internazionali per combattere, prima degli Stati Uniti e prima di Churchill, il fascismo e i nazisti in Spagna. Mi pare che questi ragazzi avessero la stessa anima, che bisogna apprezzare”.
Anche i politici hanno una loro particolare sensibilità: sono in grado di apprezzare sia i carnefici che le vittime.
A Firenze, ad esempio, c’è un consolato turco con cui i politici locali hanno ottimi rapporti in vista di concludere buoni affari.
Ma sanno apprezzare anche i loro giovani concittadini col ghiribizzo di fare i partigiani, soprattutto se muoiono a migliaia di chilometri di distanza.
Lorenzo, che eroe!
Gli elicotteri italiani venduti alla Turchia ed usati per bombardare Afrin, che affare! Seee, altro che fiorini d’oro!
Ousseynou no, lui è un criminale.
Lui non è un partigiano del terzo millennio, è un volgare dirottatore.
Qualche giorno fa, dopo aver caricato sul bus una cinquantina di ragazzi delle classi medie da portare in palestra a Crema, si è diretto verso l’aeroporto di Linate con l’intenzione di compiere un gesto eclatante.
Bloccato dai carabinieri avvisati da uno dei ragazzi, per poco non è finita in tragedia.
C’è chi diceva che avesse cosparso di benzina il mezzo appiccandovi il fuoco, c’è chi diceva che l’incendio fosse scaturito da sé.
C’è chi diceva che avesse fatto scendere lui gli studenti, c’è chi diceva che fossero riusciti a scappare.
Le notizie sono a tutt’oggi alquanto confuse, ma non è questo il punto.
Lorenzo è andato lontano a fare la guerra perché non sopportava l’idea di rimanere inerme davanti al massacro compiuto ai danni della popolazione curda, Ousseynou è rimasto qui a portare la guerra perché non sopportava l’idea di rimanere inerme davanti al massacro compiuto ai danni dei migranti annegati nel Mediterraneo.
Nel suo testamento, Lorenzo l’ eroe ha dichiarato di non avere rimpianti essendo «morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà».
Invece nel corso del suo interrogatorio, Ousseynou il criminale ha dichiarato: «È stata una mia scelta personale, non ne potevo più di vedere bambini sbranati da squali nel Mediterraneo, donne incinta e uomini che fuggivano dall’Africa».
Chissà se per lui qualcuno in Senegal proporrà una onorificenza.
Di certo, qui in Italia, chi tanto si dà da fare per riempire di cadaveri i fondali del Mediterraneo il Ministro degli Interni, ormai legittimato dal Parlamento per aver chiuso i porti italiani ad una nave carica di dannati della terra, gli toglierà la cittadinanza.
Non se la merita, così impara a rimanere qui a seminare il panico fra i «ragazzini nostri» e a disturbare la nostra buona coscienza.
Per l’eroe morto, persino il Ministro degli Interni ha detto «una preghiera»;
per il criminale vivo no, c’è solo la galera.
Passi per l’etica che crepa lontana un continente, sotto una bandiera ed in tuta mimetica, ma l’etica che brucia di disperazione umana sotto l’uscio di casa, questo mai!
La particolare sensibilità delle persone dabbene, quelle che rimangono in silenzio, immobili, rassegnate spettatrici, non la apprezza.
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Siamo tutti criminali di guerra

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Aleppo (foto tratta da friendsofsyria.wordpress.com)

( Articolo Condiviso )

di Enrico Euli

Aleppo è stata in parte occupata dai fanatici di Al Nusra, Isis o qualcosa di simile. Per liberarla da loro, il governo siriano sta assediando e massacrando da mesi i suoi stessi cittadini, con il sostegno russo.
Nessuno può uscire da lì, vivo o morto che sia. La gente è alla fame, disperata, non si può neppure salvare negli ospedali, anch’essi oggetto di attacchi furibondi e continui, non casuali. Si spera così che i nemici decidano di lasciare il campo, di arrendersi, di ritirarsi. Ma così non è e non sarà, almeno sino a quando ci sarà qualche civile ancora vivo nella città.

Proteste internazionali, Onu che parla di crimini di guerra (tanto il vile coreano è a fine mandato), Obama che protesta (tanto anche lui è a fine mandato), negoziati, tentativi di tregua umanitaria non riusciti, ogni tanto poche ore di corridoi aperti per provare a salvare qualcuno dalla carneficina totale.

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Quelle bombe made in Italy sullo Yemen

Bene. Gli stessi che accusano Assad e Putin ora attaccano la metropoli irachena di Mosul. E fanno e faranno lo stesso a quella gente. Li ammazzeranno, per liberarli (definitivamente, direi) dall’Isis.

Ma come si può pensare di proseguire ad affrontare il terrorismo in questo modo, dopo trent’anni di guerra continua in Afghanistan, venti in Iraq, cinque in Siria e in Libia, e tre in Yemen? Stesso metodo, stessi risultati, è sicuro. Checché ne dica la solita propaganda: è l’attacco definitivo, è l’ora X, è l’Armageddon finale, la resa dei conti. E quando vinceremo la battaglia, sarà fatta. Tutte assurdità, già più volte dimostrate tali, già a partire dal patetico mission accomplished di Bush padre, ormai quasi due decenni fa.

Nessuno considera ormai alcuna alternativa. La guerra è l’unica lingua, qualunque siano i suoi risultati (che peraltro sarebbero stati già abbastanza chiari valutando quelli del XX secolo). I negoziati servono solo per limitare il disastro, o arrivano solo dopo i bombardieri (con un’efficacia, evidentemente ed ovviamente, nulla). D’altra parte, l’abbiamo già detto, l’unica base economica dei nostri regimi è attualmente proprio l’industria delle armi, e l’unica strada è quella della militarizzazione della vita civile. Noi ci siamo già, di fatto. Manca solo la continuità quotidiana delle stragi, le bombe dai cieli, gli assedi alle nostre case. Ma non tarderanno ancora molto, anche per noi.