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Abbasso la logica del lavoro

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( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.
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Cazzari

The Orator, _1920, Magnus Zeller (1888-1972) _ Flickr - Photo Sharing!-1

( Dal Web )

Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi…
No, così non va. Troppo brusco. Prima di sputare in basso, meglio prendere una boccata d’aria in alto…
«Ho scordato la mia razza. Ho lasciato un Paese in fiamme. Ho scritto l’Odissea. Ho sfidato Amleto in duello. Ho sbancato la Borsa di Tokyo. Ho esplorato pianeti lontani ed ho conquistato Silicon Valley. Ho cancellato il debito del Terzo Mondo. Ho diretto una multinazionale. Sono sceso in piazza a Seattle. Mi sono innamorato di una immigrata clandestina. Sono tornato bambino per cominciare daccapo. Ho fatto un film dove vincono gli indiani. Ho combattuto con i Maori, e nel nemico ho visto me stesso. Ho costruito imperi tecnologici. Ho visto me stesso in migliaia di mondi. E più cose ho visto, più cose sono diventato. Sono diventato milioni di persone che sono Internet assieme a me».
Sono trascorsi quasi vent’anni da quando queste parole uscivano in continuazione da tutti gli schermi del paese. L’alba del nuovo millennio aveva trovato il suo mantra. Il tono secco, declamatorio, ipnotico — vi rammenta qualcosa? — accompagnava un alternarsi di immagini (un santone, un poliziotto, un uomo d’affari, un astronauta, un pastore). No, l’idea non venne partorita da qualche cultore della «narrazione» bensì da un’agenzia pubblicitaria, la quale si era avvalsa della creatività di un regista hollywoodiano per accontentare il proprio cliente, una grande industria italiana di telecomunicazioni.
A noi quelle parole rimasero impresse nella mente. Da un lato proponevano con compiacimento la fine dell’unicità individuale, assieme al suo inevitabile corollario: l’avvento dell’io cangiante e multiplo (temporaneo come un contratto di lavoro, flessibile come un orario di lavoro, adattabile come un dipendente al lavoro). Dall’altro annunciavano l’immensa opera di disincarnazione, di anestetizzazione, a cui le parole si sarebbero trovate sempre più sottoposte per costringerle ad esprimere il contrario del loro significato — come falsi testimoni al servizio della polizia.
È la novità d’un linguaggio destinato a sostituirsi alle cose come agli esseri. Il suo incontestabile deterioramento come mezzo di comunicazione — drammaticamente percepibile nel dilagare del cosiddetto «analfabetismo funzionale» — va di pari passo con la diffusione della rete informatica la cui pretesa universalità mira ad annientare ogni altro modo di relazionarsi. Sotto la pressione della ragione tecnica, il linguaggio diventa gergo funzionale e la parola viene ridotta ad esprimere un contenuto opaco, piatto, standardizzato. Come già prometteva quello spot pubblicitario del 2000, la qualità principale delle nuove tecnologie consiste nella ricomposizione di elementi opposti, il raggiungimento di una condizione in cui tutto convive con tutto. Interscambiabilità che produce insignificanza, ed insignificanza che genera un ordine della promiscuità dove la contraddizione viene sostituita sempre più dalla giustapposizione. Con il flusso continuo di segni disparati che ne consegue si produce un continuo sfaldamento del negativo, poco alla volta più nulla si oppone a nulla. La contestazione diventa una attitudine come un’altra, chiamata non più a mettere in discussione, a criticare per dare vita all’assolutamente altro, ma a partecipare a ciò che è per riconfigurare il medesimo.
Qualcuno l’ha definita «razionalità dell’incoerenza». Essa ha l’effetto di far coesistere pareri o comportamenti per definizione incompatibili, cosa che oggi è abbastanza facile constatare persino in uno stesso individuo. Qui il fanatismo coesiste con l’indifferenza, la preoccupazione di sicurezza con il gusto del rischio, e via discordando. La conseguenza di tutto ciò è la progressiva cancellazione di ogni consequenzialità sensibile, fino all’occultamento del senso stesso della relazione ormai ridotta alla «connessione» o al «copia-incolla». Perché no? In fondo non c’è più nulla di universalmente comunedel potere, del denaro e della tecnica. Se esiste davvero una globalizzazione, essa consiste soprattutto nel successo della ragione tecnica di impedirci sempre di più a pensare ciò che viviamo. Una nuova forma di censura basata non più sulla mancanza ma sull’eccesso, che ci minaccia nel più profondo del nostro essere impedendoci di prendere quella distanza necessaria sia per pensare che per sognare. Una «troppa realtà» che sta diventando la nostra sola ed unica realtà, la quale s’impone attraverso un capovolgimento del linguaggio facilitando ciò che si può considerare una vera e propria formattazione del nostro modo di pensare.
Altrimenti, come spiegare l’assenza di ogni critica ed ancor più la soddisfazione generale davanti all’aberrazione di questa «democratizzazione culturale»? Per capire come si tratti di un fenomeno di servitù volontaria particolarmente riuscito, basta osservare figuri e figurine dello spettacolo politico. Cosa si vede?
Cazzari. Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi capo-pagliacci di palazzo, ad esempio. Siate sinceri, come avete reagito lo scorso fine maggio quando è nato il governo verde-grillino? Nel ricordare le vecchie parole del vice-premier Luigi Di Maio («Io sono del Sud. La Lega diceva: “Vesuvio, lavali col fuoco”. Io non ho nessuna intenzione di far parte di un movimento che si allea con la Lega») e quelle del nuovo presidente della Camera Roberto Fico («Siamo geneticamente diversi. Un’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle è fantascienza allo stato puro»), nel rammentare le dichiarazioni di ritorno del vice-premier Matteo Salvini («L’alleanza con 5 Stelle è impossibile, non fanno mai quello che dicono») e quelle del suo collega Roberto Maroni («L’alleanza è una missione impossibile, i due programmi sono incompatibili»), non vi siete rotolati a terra rimanendo quasi soffocati dalle risate? Nel risentire i loro precedenti cori in difesa della rappresentanza tradita («il capo del governo deve essere votato dal popolo»), non vi è salita la nausea? No, è ovvio. Tutto ciò era facilmente prevedibile, scontato, quasi banale. È la politica di palazzo, giorno dopo giorno lo stesso teatrino. Ci siamo abituati, anzi, assuefatti.
Ci abitueremo quindi anche ai cazzari di piazza, anche loro felici di avere una storia da raccontare, alcuni dei quali hanno organizzato per il prossimo fine settimana una esibizione davvero notevole: il “Festival Alta Felicità”, a Venaus, in Val di Susa. Attratto dalla prospettiva di qualche scorribanda ormonale estiva (sesso, droga e rock’n’roll), il pubblico avrà così l’opportunità di assistere anche alla presentazione di libri e a dibattiti.
Il programma di questi «eventi culturali» è tutto una narrazione. Nel corso della tre giorni infatti spiccano autori legati alle due principali scuderie mitopoietiche europee, quella italiana dei romanzieri di Wu Ming (il cui numero 1 è onnipresente) e quella francese dei saggisti del Comitato Invisibile (che predominano nella giornata centrale di sabato 28).
Il pezzo forte di venerdì 27 luglio è un dibattito sul lavoro, ovvero sul più infame luogo comune blandito dalla sinistra. Un’anima bella autrice del libro Non è lavoro, è sfruttamento (titolo di un’idiozia pari a «non è guerra, è massacro»), nostalgica di un’inesistente deontologia della prostituzione salariale ed affranta per le moderne condizioni di sfruttamento che non permetterebbero ai lavoratori di sentirsi «appartenere alla medesima comunità di destino», si confronterà con un ex anarchico finito a fare il megafono per Potere al Pollo dopo essere diventato stalliere di Wu Ming. Il tutto coordinato — a meno di omonimie — da uno degli squatter più amati dagli avvoltoi argentini.
Il giorno dopo, sabato 28 luglio, sarà una vera e propria gara fra miracolati su chi terrà più a lungo il microfono. Non si contano gli affetti dalla malattia infantile dell’estremismo ormai perfettamente guariti grazie alla senilità del riformismo. Alle ore 11 si terrà un dibattito franco-italiano su Movimenti lotte e comunità. Dibattito non orizzontale, sia chiaro. Non è che tutti i presenti prenderanno la parola, no, sarebbe troppo comodo. Certi ordini, certe gerarchie — informali, per carità — vanno rispettate. C’è chi sa parlare e chi no, chi ha esperienza e chi no, chi ha conoscenze e chi no. Insomma, c’è chi parla e c’è chi ascolta. A parlare saranno quindi un ex redattore di pubblicazioni sovversive (come La Banquise o Mordicus) caduto in disgrazia nel movimento francese perché tacciato (ingiustamente) di simpatie negazioniste, ma arruolato dal sito neoblanquista Lundi Matin in quanto celebre autore di romanzi polizieschi; un ex sostenitore del banditismo rivoluzionario, della lotta criminale contro Stato e Capitale, il quale avendo messo la testa a partito (invisibile) collabora anche lui a Lundi Matin da dove oggi si scaglia contro i piccoli gruppi di rivoltosi, ovvero contro il suo passato; nientepopodimenoche l’autodesignatosi erede di Blanqui, lo stratega del Partito dell’Insurrezione di Stato, la penna non-principale di L’insurrezione che viene (quella principale se l’è rivendicata il suo sottopancia, immolandosi in tribunale); lo smilzo clone di Ocalan, già situ, già bordighista, già camattiano, già editore italiota del Comitato Invisibile, uno per cui le idee sono importanti e necessarie quanto la carta igienica (di cui bisogna sempre tenere da parte una buona scorta, da usare-e-gettare a seconda dello stimolo); un simpatico stalinista di ferro, che viene presentato dagli organizzatori solo per i suoi meriti editoriali e non per il suo recente tentativo di entrare in Parlamento nelle liste di Potere al Pollo; infine uno stakanovista delle recensioni, redattore di un famoso sito di letteratura ed opposizione immaginaria.
Considerato che tutta questa bella gente è unita dalla convinzione che le barricate materiali della rivolta durino più a lungo se supportate dalle barricate di carta della politica (perizie tecniche, ricorsi giuridici, mozioni comunali, ecc), non è difficile intuire dove andrà a parare il dibattito. In questo coro a cappella a favore della conflittualità alternata, mancherebbe solo un negriano…
No che non manca, salirà sul palco subito dopo per presentare un libro scritto da un autore della sua cordata, combattente italiano reduce dal Rojava. Una storia «ibrida», la sua, «delle contraddizioni che ogni rivoluzione si porta dentro». Essendo costui un militante di quell’Askatasuna ibrido di rivoluzione e delazione, lo possiamo capire, lo possiamo capire. Ciò di cui non ci capacitiamo proprio è come si possa essere così minchioni da comunicare alla polizia italiana ed internazionale di essere un «foreign fighter», di aver ricevuto un addestramento militare, di aver avuto il battesimo del fuoco. Evidentemente la rivoluzione è bella soltanto sotto un sole esotico, e solo altrove il nemico va abbattuto. Qui da noi, no. Qui da noi, vai con i selfie, le interviste, le comparsate in televisione… una storia ibrida, la vanità che ogni rivoluzionario si porta dentro?
Alle 13.30, verrà presentata la fantasiosa storia della ZAD. Pura melassa mitopoietica, come vendere merda facendola passare per cioccolato. Saranno presenti sia gli autori che i traduttori ed editori italiani. Oltre al clone smilzo di Ocalan, c’è anche il principale animatore del sito Notav.infam. In effetti uno sbadato delatore è la ciliegina sulla torta, la degna chiusura di una tale giornata.
Tutto convive con tutto. Diciassette anni fa molti fra questa bella gente si sarebbero sbranati sul cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani. Chi a sostegno delle tute bianche e chi solidale coi black bloc. Tra qualche giorno saranno là, fianco a fianco, a porgersi rispettosamente il microfono — monumento all’ipocrisia, all’arrivismo, all’opportunismo.
Si conclude domenica 29 luglio. Dopo l’immancabile romanziere di sinistra italiano e il già presentato romanziere di sinistra transalpino, a parlare della resistenza di Hambach sarà Earth Riot, ovvero gli estensori di un comunicato che alla vigilia del corteo no-Expo di Milano dell’1 maggio 2015 metteva in guardia contro i possibili «infiltrati» in cerca di scontri.
Non ci sono dubbi che anche quest’anno il “Festival Alta Felicità” sarà un successo. Perché in fondo è proprio questo che il pubblico di portatori di smartphone vuole. Vedere più cose per diventare più cose.
Aria, aria, aria… per (ri)trovare quella critica indissociabile da una sorta di necessità quasi organica, che malgrado tutto continua a manifestarsi nel desiderio e nel sogno, incitando ognuno di noi a ritrovare la coerenza passionale di cui vorrebbero farci dimenticare perfino il ricordo. Coerenza passionale di ciò che ci unisce al mondo e ce ne differenzia assolutamente; coerenza passionale sempre singolare, soprattutto quando la collettività si richiama a ciascuno solo per negare la vita individuale diluendola nella moltitudine dei suoi spettacoli indifferenziati.

Lavoro salariato

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( DalWeb )

Renato Chaughi

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti: è una pena accettata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri. È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste. I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere. Si presentano umilmente e dicono: «Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi. In cambio, posso affaticarmi pel suo benessere. Cosa le abbisogna oggi? Vuole che seghi delle assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte? Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano. Il ladro vi getta alcuni soldi. Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi nella sua stamberga per dormirvi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali. Sono degli uguali, quest’uomo fiero e quello sottomesso, l’uno pulito, ben vestito e istruito, l’altro sporco, cencioso e ignorante, l’uno la cui vita è assicurata, l’altro condannato a una morte certa, senza l’elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero. Dite invece che gli uni, appropriandosi la terra, impediscono agli altri di vivere, e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’offerta e della domanda. L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile. E, per quanto cattive siano queste condizioni, l’operaio è ben costretto d’accettarle.
– Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
– Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire. Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
– Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché ricompensa il merito. Io la trovo giustissima.
– Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità. Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che si aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo, e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune. In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni. Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedirgli d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre di più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima. E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli. Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile. Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta. Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ora, od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’affittatore è proprietario dei muscoli dell’affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi i muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tenuto ad affittare la sua fatica per vivere.

Società senza lavoro

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( Dal Web )

“Le repubbliche e le società contemporanee si dichiarano fondate sul lavoro, presentando questo dato come naturale, certo e immutabile, sino a fare del diritto al lavoro il diritto per il cittadino di realizzare se stesso. Su questo mito dei tempi moderni si sono costruite ideologie e teorie, poi crollate di fronte alla crisi dell’occupazione delle società industriali avanzate. Si è cercata una soluzione nell’economia e nella creazione di posti di lavoro; ma il problema non è e non è mai stato soltanto economico, tecnico o politico, né il lavoro è necessariamente il fondamento delle società. Occorre una nuova riflessione critica, che tenga conto delle rappresentazioni che del lavoro si sono date nella storia, per chiarire una questione che mette in gioco la libertà degli individui e la sopravvivenza della moderna civiltà industriale.” Società senza lavoro: per una nuova filosofia dell’occupazione                                                                                                              (Dominique Méda)

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di Beppe Grillo

Siamo in un periodo di crisi, c’è la crisi e va superata. Sento ripetere queste parole  all’infinito e non riesco a capire cosa stiamo cercando.

Penso che prima di tutto questo non sia un periodo di crisi. Se lo fosse non durerebbe da più di 10 anni. Siamo di fronte a qualcos’ altro.

Questo si collega direttamente al fatto che probabilmente tutti stanno cercando, non solo nel posto sbagliato, un qualcosa che non c’è. O meglio, non c’è più.

Per rispondere a questa crisi, per uscirne fuori, tutti cercano il lavoro. Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il lavoro? Io penso di no. Il lavoro serve a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo. La nostra era è senza precedenti proprio per la sovrabbondanza di merci e servizi che abbiamo. Abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità.

Politici ed economisti si impegnano tutti a capire come produrre di più. Dobbiamo pagare il debito, gridano. Dobbiamo lavorare di più, essere più produttivi, tagliare la spesa improduttiva.

Siamo condizionati dall’idea che “tutti devono guadagnarsi da vivere”, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere.

Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società.

Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita.

Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato.

Se fossi mendicante

Copia di 278H

( Dal Web )

Ernest Lecocq

Se la fortuna, che m’ha dato l’anima fiera, mi facesse un giorno divenir mendicante, io non andrei colla fronte nella polvere ad avvilirmi dinanzi a ognuno che passa; non andrei cogli occhi ripieni di lacrime, in pieno giorno, a supplicare un uomo, ma tutte le notti, irridendomi degli agenti armati, mendicherei col pugnale in mano.

Quando la mancanza di lavoro in un giorno di miseria vi getta senza appello alcuno sul lastrico, quanti obliando il loro sdegno non se ne vanno a stendere la mano o a cantare nei corsi!
 Io, al vostro posto, o vigliacchi morti di fame, fuggendo il sole, perduto nelle tenebre, nei quartieri lussoreggianti mendicherei col pugnale in mano.

Quante volte, passeggiando immerso nella tristezza, con uno sguardo irritato ho fatto fuggire questi accattoni caduti nella più ignobile abiezione, che sui miei passi oltraggiavano la mia fierezza.
 Indietro! Lungi da me! Il povero è assai infame per elemosinare dovunque nel suo cammino: se io fossi miserabile, lo proclamo a voce alta, mendicherei col pugnale in mano.

Proletari! Voi tutti che siete disprezzati e dappertutto perseguitati con furore, ascoltatemi! L’ira mi acceca ed io voglio parlarvi ed aprirvi il mio cuore:
Noi abbiamo diritto, tutti quanti siamo, al pane per oggi, al pane per domani… Ebbene, alzatevi se siete uomini: non l’avremo che con un pugnale in mano!


Il lavoro è un crimine

Copia di 334H

( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Sui misfatti del lavoro

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( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005

I sindacati contro la rivoluzione

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( Articolo Condiviso )

Benjamin Péret
I. Gli antecedenti


Tutte le società che si sono avvicendate fino ai giorni nostri hanno conosciuto lotte intestine portate avanti dai ceti diseredati contro le classi o le caste che li mantenevano sotto il loro dominio. Queste lotte hanno potuto assumere una certa ampiezza solo a partire dal momento in cui gli oppressi, riconoscendo i loro comuni interessi, sono riusciti ad associarsi, sia con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni d’esistenza, sia in vista della sovversione totale della società. Nel corso dei secoli passati i lavoratori si trovavano davanti le corporazioni, comprendenti padroni e operai d’uno stesso mestiere (dove i primi facevano il bello e il cattivo tempo con l’aperta protezione dei pubblici poteri), e le associazioni delle gilde di soli operai hanno rappresentato, tra l’altro, i primi organismi permanenti della lotta di classe.
Ancor prima, verso il X secolo, erano già esistite delle «confraternite». Erano dei raggruppamenti che dovevano trovarsi in lotta contro i ceti superiori della società, dato che delle sentenze hanno più volte ordinato la loro dissoluzione. Non conosciamo tuttavia alcuna documentazione che possa illuminarci sulla costituzione e sugli scopi perseguiti da queste confraternite.
L’obiettivo delle gilde non era, come testimoniato dalle numerose sentenze di tribunale che le condannavano sistematicamente dal XVI al XIX secolo, di arrivare ad una trasformazione della società, del resto inconcepibile per l’epoca, ma di migliorare il salario dei propri membri, le condizioni di assunzione e, da qui, di elevare il livello di vita dell’intera classe operaia.
La loro vitalità, malgrado tutte le persecuzioni di cui furono fatte incessantemente oggetto, la loro rinascita dopo i numerosi scioglimenti disposti dai tribunali, mostrano che esse corrispondevano ad una pressante esigenza dei lavoratori di allora. Allo stesso tempo, il fatto che la loro struttura non sembra aver subìto importanti modificazioni nel corso dei secoli, indica che la loro forma e i loro metodi di lotta corrispondevano concretamente alle possibilità del momento. Notiamo per inciso che i primi scioperi registrati dalla storia siano attribuibili a queste organizzazioni dal XVI secolo. In seguito fecero ricorso anche al boicottaggio.
Durante tutto questo periodo, che va dal XVI secolo, in cui le gilde appaiono storicamente già del tutto costituite (il che indica che dovevano esistere già da tempo), fino alla metà del XIX secolo (in cui la nascente grande industria fa sorgere i sindacati), le associazioni delle gilde contribuiscono potentemente a mantenere la coesione tra i lavoratori davanti ai loro sfruttatori. Si deve ad esse la formazione di una coscienza di classe ancora embrionale, ma destinata a svilupparsi pienamente nel periodo successivo, con gli organismi di lotta di classe che succederanno. Questi ultimi — i sindacati — hanno ereditato da esse le funzioni rivendicative, riducendo così le gilde ad un ruolo secondario che da allora non ha cessato di diminuire. Sarebbe vano tuttavia pensare che i sindacati avrebbero potuto esistere prima. Le associazioni delle gilde hanno corrisposto ad un’epoca di produzione strettamente artigianale precedente la Rivoluzione francese e prolungatasi fino ai primi venti o trenta anni del XIX secolo, i sindacati ne costituirono il prolungamento nell’epoca successiva (quella del capitalismo ascendente, in cui i lavoratori hanno ancora bisogno di unirsi in corpi di mestieri), furono organizzazioni di gilde spogliate del segreto che le circondava e orientate verso la sola rivendicazione economica, verso la difesa dei lavoratori, e gli altri obiettivi passarono in secondo piano e finirono per scomparire.
D’altro canto le gilde, a causa della società feudale che non accordava loro il diritto all’esistenza, avevano il carattere di società segrete, con tutto l’apparato di riti para-religiosi che ciò comportava, mentre l’epoca successiva — soprattutto dopo il 1830 — dove le associazioni operaie si vedono accordare un minimo di diritti, permette la comparsa alla luce del sole di gruppi di gilde e mette presto in evidenza la loro incapacità di condurre contro il padronato la lotta energica imposta dalle circostanze. Il loro carattere restrittivo (non potendo farvi parte che operai qualificati) non permette loro di riunire la totalità, e neanche la maggioranza dei lavoratori, scopi che si prefiggono i sindacati fin dalla loro nascita.
Tuttavia la classe operaia non passa direttamente dalle gilde ai sindacati, d’altronde vietati sotto qualunque forma durante i primi decenni del capitalismo moderno. Essa cerca intuitivamente la sua strada. Le società di mutuo soccorso, nate poco prima della Rivoluzione del 1789, segnano il primo passo sulla via dell’unificazione di tutti gli operai di uno stesso mestiere. Esse si proponevano di soccorrere i loro aderenti malati o disoccupati, ma quando lo sciopero s’imporrà come migliore metodo di lotta contro il padronato, le società mutualiste operaie daranno talvolta il loro aiuto agli scioperanti, abbandonando tutte le distinzioni tra la disoccupazione forzata e l’interruzione volontaria del lavoro.
Queste «società mutualistiche», poco numerose, non radunavano che operai specializzati, relativamente ben pagati, poiché la quota che esigevano dai propri membri era onerosa. Erano quindi inadeguate alle condizioni della grande industria nascente, che aveva chiamato nella fabbrica grandi masse di lavoratori non qualificati, emigrati dalle campagne. Questo proletariato in formazione si trovava in una situazione tragica che esigeva imperiosamente un sensibile miglioramento, anche affinché il capitalismo stesso potesse continuare a svilupparsi.

Le società di «resistenza», il cui nome indica chiaramente gli scopi cui miravano, presero alloro il posto delle società «mutualistiche». Sono già raggruppamenti di lotta, ma concepiti sul piano difensivo. Si propongono di preservare il livello di vita dei lavoratori opponendosi alle diminuzioni di salario che il padronato potrebbe tentare di imporre, e sono generalmente queste riduzioni di salario che li fanno nascere. Non c’è bisogno di dire che, dalla difesa, si passa presto all’attacco e la rivendicazione operaia viene alla luce. 
Tuttavia, sebbene dopo il 1840 grazie alla diffusione delle idee socialiste compaiono nella classe operaia le prime rivendicazioni politiche, le «società di resistenza» e le «associazioni operaie» conservano innanzitutto un carattere di organizzazioni di lotta sul piano economico. Esse non mirano che incidentalmente, e su impulso di elementi politicizzati, alla sovversione dell’ordine costituito. Di fatto, il loro scopo essenziale è di ordine puramente economico. Se allora il proletariato prende coscienza della sua forza, pensa solo ad impiegarla per la soddisfazione delle sue rivendicazioni immediate.
II. I sindacati e la lotta di classe
Il primo sindacato sorge solo nel 1864. Ogni idea di lotta di classe ne è assente giacché nasce, al contrario, proponendosi di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni. Tolain stesso non gli riconosce altro scopo. Bisogna anche constatare che il movimento sindacale non sorge affatto dagli strati più sfruttati della classe operaia — dal nascente proletariato industriale — bensì dai lavoratori appartenenti alle professioni artigianali. Esso riflette quindi direttamente i bisogni specifici e le tendenze ideologiche di questi strati operai.
M
entre i calzolai e i tipografi, artigiani per eccellenza, creano il loro sindacato rispettivamente nel 1864 e 1867, i minatori, che costituiscono il proletariato più duramente sfruttato, creano un proprio sindacato solo nel 1876, nella Loira (nel 1882 nel Nord e nel Pas-de-Calais) e i tessili, le cui condizioni di lavoro sono durissime, non sentono il bisogno d’un sindacato che nel 1877. Come mai, in quest’epoca di fermento, mentre le idee socialiste (e le idee anarchiche che si distingueranno dalle prime solo più tardi) si diffondono in tutta la classe operaia delle grandi città, i lavoratori più sfruttati respingono così esplicitamente l’organizzazione sindacale mentre quelli con il livello di vita più elevato la ricercano?
B
isogna innanzitutto ricordare che i primi sindacati creati dagli operai di professioni artigianali sono solo organismi di conciliazione, e non di lotta di classe. Lo diventeranno solo in seguito. D’altro canto essi rappresentano la forma d’organizzazione che meglio conviene a professioni che riuniscono in molti laboratori un numero generalmente abbastanza esiguo di operai di uno stesso mestiere. Era il modo migliore per riunire operai di uno stesso mestiere disseminati nei laboratori di una città, di dare loro una coesione che le condizioni stesse del lavoro tendevano a distruggere.
Bisogna anche ricordare che il carattere artigianale di un mestiere ha spesso come conseguenza quella che padroni e operai lavorano fianco a fianco, conducendo lo stesso tipo di vita. Anche se la situazione economica del padrone è molto superiore a quella dell’operaio, il contatto umano che egli spesso mantiene con quest’ultimo impedisce che si crei il fossato che separa operai e padroni della grande industria.
 Tra padroni e operai dei mestieri artigianali permane un minimo di solidarietà di mestiere, totalmente assente e inconcepibile nella grande industria. Tutte queste ragioni concorrono il più delle volte a indurre alla conciliazione piuttosto che alla lotta.
L
a situazione degli operai tessili e dei minatori (per riprendere quest’esempio) era completamente diversa. Fra i minatori come fra i tessili, grandi masse di operai di professioni diverse erano raggruppate nelle fabbriche o nei pozzi, sottoposte a condizioni di lavoro inumane.
Se gli operai delle imprese artigianali sono i primi a organizzarsi per discutere dei propri interessi con i padroni, quelli delle grandi industrie, sottomessi alla più spietata pressione del capitale, sono i primi a percepire ciò che li oppone irriducibilmente al padronato, a ribellarsi contro la situazione che viene loro imposta, a praticare l’azione diretta, a reclamare il loro diritto alla vita, armi alla mano, per farla breve a orientarsi istintivamente verso la rivoluzione sociale. La rivolta dei setaioli lionesi del 1831, così come lo sciopero dei minatori del 1844, lo dimostrano a sufficienza. Mentre dal 1830 al 1845 i tipografi, per esempio, non figurano una sola volta su una lista di mestieri che sono incorsi nel più grande numero di condanne, i minatori vi appaiono tre volte (l’industria mineraria era allora in pieno sviluppo) e i lavoratori tessili quasi tutti gli anni.

La conclusione che si impone è che gli operai delle grandi industrie non avevano alcun interesse per una forma di organizzazione che si proponeva una conciliazione (che sentivano impossibile) fra le classi opposte. Essi non vi aderirono che più tardi e per così dire storcendo il naso, giacché erano spinti dalla loro condizione stessa verso forme di lotta aperta contro il padronato che il sindacato, almeno ai suoi esordi, non aveva considerato. Infatti, i lavoratori delle grandi industrie non giungeranno all’organizzazione sindacale che a partire dal momento in cui questo inserirà in cima ai suoi statuti il principio della lotta di classe. Sono questi operai del resto che, dal 1880 al 1914, condussero le più violente lotte sul piano rivendicativo. Mediante questa concessione alle loro aspirazioni, gli operai si rassegnarono ad aderire al sindacato per diverse ragioni. Innanzitutto perché nessun’altra forma d’organizzazione era concepibile in quell’epoca. Inoltre si prospettava una fase di lungo sviluppo progressivo del capitalismo, da qui la necessità di accrescere la coesione della classe operaia al fine di strappare al padronato condizioni di vita più soddisfacenti permettendo così una migliore preparazione dei lavoratori per l’assalto finale della società.
Fin dai suoi albori, il sindacato non si presenta dunque che come un ripiego per gli operai delle grandi industrie. Rimane tuttavia accettabile, per via delle sopravvivenze artigianali presenti nell’industria dell’epoca. Costituiva una soluzione positiva in quella fase di sviluppo continuo dell’economia capitalistica che si accompagnava ad un costante aumento della libertà e della cultura. Il riconoscimento del sindacato da parte dello Stato, e attraverso di esso il riconoscimento del diritto di riunione, d’associazione e di stampa, costituiva un’acquisizione considerevole.

Tuttavia, anche quando il sindacalismo adotta i principi della lotta di classe, non si propone in nessun momento, nella lotta quotidiana, il rovesciamento della società; esso si limita al contrario a radunare gli operai in vista della difesa dei loro interessi economici, nel seno della società capitalista. Questa difesa prende a volte un carattere di lotta accanita, ma non si propone mai, né implicitamente, né esplicitamente, la trasformazione della condizione operaia, la rivoluzione. Nessuna delle lotte di quell’epoca, anche le più violente, si propone questo scopo. Tutt’al più si pospone in un futuro indeterminato, che prende da questo momento il carattere della carota per l’asino, la soppressione del padronato e del lavoro salariato e, di conseguenza, della società capitalista che li produce. Ma nessuna azione sarà mai intrapresa a tal fine.
Il sindacato, nato da una tendenza riformista all’interno della classe operaia, è l’espressione più pura di questa tendenza. È impossibile parlare di degenerazione riformista del sindacato, esso è riformista dalla nascita. In nessun momento esso si oppone alla società capitalista ed al suo Stato per distruggere l’una e l’altro, ma unicamente con lo scopo di conquistarsi un posto in essi e installarvisi.
 Tutta la sua toria, dal 1864 al 1914, è quella dell’ascesa e della vittoria definitiva di questa tendenza integrazionista nello Stato capitalista, tant’è che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i dirigenti sindacali, nella loro grande maggioranza, si trovano naturalmente al fianco dei capitalisti ai quali sono uniti da interessi nuovi, sorti dalla funzione che i sindacati hanno finito per assumere nella società capitalista. Essi sono allora contro gli iscritti che volevano abbattere il sistema ed evitare la guerra, e lo resteranno ormai per sempre.
Nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale, i dirigenti sindacali non sono  stati affatto i rappresentanti legittimi della classe operaia se non nella misura in cui dovevano assumere tale ruolo per accrescere il proprio credito di fronte allo Stato capitalista. Al momento decisivo, allorché bisognò scegliere tra il rischio di compromettere una posizione acquisita (1) chiamando le masse a rifiutare la guerra e il regime che l’aveva generata, oppure rafforzare la propria posizione optando per il regime, essi scelsero la seconda alternativa e si posero al servizio del capitalismo. Non è stato solo il caso della Francia, poiché i dirigenti sindacali dei Paesi coinvolti nella guerra hanno adottato ovunque lo stesso comportamento. Se i dirigenti sindacali hanno tradito, non è forse perché la struttura stessa del sindacato e il suo posto nella società rendevano fin dall’inizio questo tradimento prima possibile, poi inevitabile nel 1914?
[…]
(

1) Jouhaux e la maggioranza confederale del 1914 hanno confessato esplicitamente che il timore della repressione li aveva spinti all’accettazione della guerra.
[Le Libertaire del 26 giugno e del 10 luglio 1952]

Distruttore di macchine?

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Günther Anders

I

Pensare, come avevano fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituire noi e il lavoro che svolgiamo, è assolutamente antiquato. Dove siamo rimasti noi stessi a lavorare, perlopiù lavoriamo non «ancora», bensì «nuovamente»: in questo caso infatti, noi sostituiamo le macchine. O perché talvolta queste difettano nel funzionamento, oppure perché – e qui parlare di «ancora» sarebbe legittimo – le macchine che ci dovrebbero «davvero» essere non sono ancora scandalosamente state inventate. In questo caso noi «sostituiamo» il non-ancora-esistente. Naturalmente la nostra prestazione sostitutiva è sempre miserabile. Se gli apparecchi che sostituiamo potessero osservare il nostro sforzo di sostituirli, riderebbero dei nostri goffi tentativi. Ma dico appunto «se», e «riderebbero» al condizionale. Perché ovviamente, in quanto apparecchi, sono orgogliosi della loro incapacità di ridere o addirittura del loro non poter essere orgogliosi di qualcosa.

 

II

Oggi sono stato di nuovo costretto a leggere che sarei un «reazionario distruttore di macchine». È il più stolto di tutti i rimproveri possibili. Perché la mia battaglia non riguarda affatto, come nel XIX secolo, i modi di produzione, bensì i prodotti. Non ho mai suggerito che i missili dovrebbero essere prodotti a mano fra le mura di casa anziché nelle fabbriche. Ma ho sempre detto che i missili non dovrebbero essere costruiti.

 

III

Quelli che ci definiscono «distruttori di macchine», li dovremmo chiamare «distruttori di uomini».

 

Evviva i luoghi comuni

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( Articolo Condiviso )

Jacques Ellul
E tu, uomo tout court, uomo qualsiasi, che vivi in una società assurda, che non hai più fede in Gesù Cristo, che sei in preda a potenze sfrenate, che non sai se continuerà ad esistere un domani, che sei colto dall’angoscia per la tua condizione e scopri che la tua vita non ha senso, sei fortunato, hai una grande occasione: lavori, lavori molto, lavori sempre di più, e allora, ecco, vedi, tutto è a posto, sei un uomo libero. […]
Il lavoro è libertà. È la formula ideale di questo luogo comune. Occorre che ci tenga comunque alla libertà, il brav’uomo, per formulare delle così palesi contro-verità, per ingoiare delle così perfette assurdità. Occorre che non ci siano profondi filosofi per spiegarlo «fenomenologicamente» e che ci siano immensi politici per applicarlo giuridicamente! Ma certo, è esattamente nella misura in cui il brav’uomo è arruolato in blocchi, legato alla macchina, rinchiuso nei regolamenti amministrativi, sommerso dai documenti ufficiali, tenuto sotto l’occhio vigile delle polizie, messo a nudo dalla perspicacia degli psicologi, triturato dagli implacabili tentacoli dei mass-media, fissato nel fascio luminoso dei microscopi sociali e politici, espropriato di se stesso per tutta la vita che gli viene preparata per suo sommo piacere, comfort, igiene, salute, longevità, è nella stessa misura in cui il lavoro è il suo destino più implacabile, che bisogna (che bisogna proprio, altrimenti ciò sarebbe intollerabile e porterebbe immediatamente al suicidio), che si deve sul serio credere in questo luogo comune, appropriarsene con rabbia, seppellirlo nel profondo del cuore, e credo quia absurdum, trasformarlo in una ragione di vita. Esattamente quello che speravano i guardiani custodi. […]
L’esperienza concreta dell’uomo nel mondo tecnicizzato è quella della necessità, di una costrizione che non è solo quella del lavoro, ma di ogni rapporto e di ogni momento. Ma bisogna salvare le apparenze. Bisogna convincere quest’uomo che è più libero che mai, e che la necessità in cui si trova è la virtù stessa; il bene in sé, che mai l’umanità è stata così felice, così pacifica, così equilibrata, così virtuosa, così intelligente; che la tecnica che la costringe, è esattamente ciò che la libera! […]
Riconosco bene che si segua il bisogno. Con la corda al collo e il piede nel culo. Non potete fare altrimenti. Ovvero: è la semplice condizione umana, e la prima autentica esperienza è quella dell’ostacolo contro cui mi scontro, il limite della mia forza e della mia resistenza, il sonno invincibile, la paura del domani o del poliziotto. Sono costretto dallo Stato e dal lavoro; sono condizionato dal mio corpo e dal corpo sociale: questo è il mio punto debole, questa è la mia viltà. Non c’è da farne dei drammi o dei complessi: ci sono comuni. Ma ciò che diventa inaccettabile in questa situazione è lanciare un canto glorioso: guardate come ho vinto e guardate come sono libero! Oppure fare l’occhiolino alla ronda: guardate come sono furbo e come ho giocato questa necessità! Perché qui inizia il regno del Mentitore. […]
Non basta loro avere il futuro per sé, e solo per sé, che la partita sia vinta e che l’unico futuro prevedibile sia «più tecnica, sempre più tecnica; più potere ai tecnici, sempre più potere ai tecnici» […] Occorre loro ancora una cosa: la palma del martirio e la consacrazione della virtù trionfante sul drago onnipotente e velenoso. Vediamo, non lo sapevate? […] Ci sono sempre sciocchi filosofi che pretendono di mettere i bastoni tra le ruote del progresso con declamazioni da sofisti e con argomentazioni viziate ed inesatte, in virtù di una concezione dell’uomo radicalmente superata. […]
Nel 1920 occorreva «essere positivi». Questa espressione così netta aveva un significato molto semplice: «Si tratta innanzitutto di guadagnare quattrini». Ciò che non «fruttava» non era positivo. L’uomo positivo era l’affarista, il colonialista, colui che «faceva strada». Non mi dilungherò su questi nobili pensieri: Léon Bloy ha fatto giustizia in anticipo di questo luogo comune.
Ai giorni nostri, abbiamo approfondito la questione e l’abbiamo portata al livello di «valori». Si tratta di considerare le cose con occhio favorevole, di mantenere il cuore e la mente spalancati a quanto sta accadendo, di avere giudizi ottimisti su quanto accade e sulle persone, di assumere un atteggiamento attivo e di partecipare a tutto ciò che si trova a portata di mano. L’uomo, gli uomini, i nostri vicini, ma quanto sono buoni! La tecnica, ma è meravigliosa! La politica, il più bello dei mestieri! Eccetera. Naturalmente, non ci si ferma solo all’anglosassone oh, nice!, si dimostra, si prova. E nel frattempo si svergogna quell’insopportabile che non è mai contento. Tutti sanno oggi che qualsiasi proposta deve essere formulata in maniera positiva (e mai negativa), che lo spirito critico è uno spirito da poco — che il pessimista è tale solo perché  sta male di fegato… che la negatività è solo la prova che l’uomo non è mai uscito dalla sua adolescenza e che non è ancora adulto. Se, nel nostro mondo, non sei il ragazzo sempre sorridente, estroverso, sportivo (magari non proprio paracadutista) che accoglie il progresso ed è soddisfatto del pensiero contemporaneo, allora vieni subito sospettato delle peggiori nefandezze. Non è la società ad essere criticabile né il tuo vicino sgradevole, sei tu. Tu, il Negatore. Tu che rendi cattive le cose e le persone col tuo atteggiamento critico. E questo deriva dagli spaventosi complessi di cui non sei riuscito a liberarti. «Non sarai forse un incestuoso borderline? Eh? La tua diffidenza verso il progresso esprime certamente qualcosa del genere». È chiaro come il sole. Diffidenza verso il progresso = attaccamento al passato = volontà di tornare alla prima infanzia = attrazione per l’utero materno = incesto. Come volevasi dimostrare. Oggi tutti gli psicologi ti incoraggiano ad avere un atteggiamento positivo verso la vita. Sembra che sia questo l’atteggiamento virile. Tutti i sociologi oggi ti dimostrano che non c’è altra via d’uscita se non la partecipazione. È solamente grazie alla partecipazione positiva al gruppo, alle sue opere e alla sua unanimità che l’uomo si realizza e si completa. Nessuna salvezza al di fuori del gruppo! Colui che assume un atteggiamento negativo rispetto al gruppo, non solo non troverà mai né la felicità né l’equilibrio, ma neanche coltiverà la sua vocazione, che è quella di aiutare gli altri a sbocciare, il che non può accadere se non all’interno di una vita di gruppo armoniosa, dove le buone relazioni sono la panacea psicosociale. Così accediamo al dominio della morale. Il Bene, oggi, è essere una persona aperta alle realtà positive di questa epoca, è esorcizzare i demoni della negatività, del rifiuto, della passività. Il Bene è accordarsi sugli obiettivi da compiere collettivamente. Il Bene è fornire, laddove si incontrano ostacoli e problemi, soluzioni positive, attive e ottimiste. Trascinati da un così bel flusso collettore, è poi necessario che i teologi ci mettano del proprio secondo la loro buona abitudine. Ci chiedono dunque, in nome della Rivelazione cristiana, di avere un atteggiamento positivo verso lo Stato, verso l’uomo, verso la tecnica. Non si tratta più di portare giudizi desueti in funzione di teologie superate: si deve solo annunciare il Grande Sì di Dio, la Grande Approvazione di tutte le opere umane. Bisogna ricordarsi che la Creazione è buona. Che la Caduta non esiste. […]
È comunque assai curioso constatare che è proprio nel momento in cui le filosofie esistenziali ci rivelano la nefandezza dell’uomo e l’assurdità del mondo — nel momento in cui gli psicanalisti, sollevando il sacro pavimento del conscio, fanno venire alla luce le idre, i rospi, i lemuri e le larve che abitano nel fondo all’uomo, che costituiscono la realtà profonda dell’uomo — è proprio a questo punto che ci vengono a dire che bisogna assumere un atteggiamento ottimista e positivo perché tutto, in fin dei conti, va molto bene. E senza dubbio già avere l’impressione che c’è qualche contraddizione significa seguire questa dannata abitudine critica e pessimista. Ma forse, al contrario, qui raggiungiamo uno dei sensi profondi del luogo comune, non unicamente di questo, ma di tutti. Nella loro grottesca assurdità, nella loro complessiva contraddizione rispetto al reale e nell’attaccamento fanatico degli officianti di questi luoghi comuni bisogna vedere decisivamente un’operazione di magia e di esorcismo. È proprio perché la realtà non è ciò che si vorrebbe che occorre gridare il suo contrario per annullare il suo potere su di noi, per evocare l’apparizione del contrario desiderabile, per rendere già presente il contrario del reale, attualizzato dalla parola e dalla credenza. Il luogo comune è la formula incantatoria dei nostri giorni fondata su una falsa evidenza, ma grazie alla quale pretendiamo di sfuggire a quanto ci inquieta, ci turba e ci minaccia. È una formula incantatoria perché non ha alcun senso, perché colui che lo ripete non gli attribuisce alcun contenuto effettivo — giacché il luogo comune, pur fondato sull’evidenza, fa parte di un codice collettivo e ottiene la sua forza e il suo senso dall’innumerevole ripetizione per bocca di «legioni». È una formula magica, perché ha lo scopo di agire e di modificare attraverso un processo misterioso il reale, che pretende d’altronde di esprimere. Il luogo comune contiene sempre un imperativo all’azione, un’indicazione di atteggiamento, e di conseguenza modifica anche veramente qualcosa — una semplice cosa che si chiama uomo.