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Il lavoro è un crimine

Copia di 334H

( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.
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Sui misfatti del lavoro

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( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005

I sindacati contro la rivoluzione

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( Articolo Condiviso )

Benjamin Péret
I. Gli antecedenti


Tutte le società che si sono avvicendate fino ai giorni nostri hanno conosciuto lotte intestine portate avanti dai ceti diseredati contro le classi o le caste che li mantenevano sotto il loro dominio. Queste lotte hanno potuto assumere una certa ampiezza solo a partire dal momento in cui gli oppressi, riconoscendo i loro comuni interessi, sono riusciti ad associarsi, sia con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni d’esistenza, sia in vista della sovversione totale della società. Nel corso dei secoli passati i lavoratori si trovavano davanti le corporazioni, comprendenti padroni e operai d’uno stesso mestiere (dove i primi facevano il bello e il cattivo tempo con l’aperta protezione dei pubblici poteri), e le associazioni delle gilde di soli operai hanno rappresentato, tra l’altro, i primi organismi permanenti della lotta di classe.
Ancor prima, verso il X secolo, erano già esistite delle «confraternite». Erano dei raggruppamenti che dovevano trovarsi in lotta contro i ceti superiori della società, dato che delle sentenze hanno più volte ordinato la loro dissoluzione. Non conosciamo tuttavia alcuna documentazione che possa illuminarci sulla costituzione e sugli scopi perseguiti da queste confraternite.
L’obiettivo delle gilde non era, come testimoniato dalle numerose sentenze di tribunale che le condannavano sistematicamente dal XVI al XIX secolo, di arrivare ad una trasformazione della società, del resto inconcepibile per l’epoca, ma di migliorare il salario dei propri membri, le condizioni di assunzione e, da qui, di elevare il livello di vita dell’intera classe operaia.
La loro vitalità, malgrado tutte le persecuzioni di cui furono fatte incessantemente oggetto, la loro rinascita dopo i numerosi scioglimenti disposti dai tribunali, mostrano che esse corrispondevano ad una pressante esigenza dei lavoratori di allora. Allo stesso tempo, il fatto che la loro struttura non sembra aver subìto importanti modificazioni nel corso dei secoli, indica che la loro forma e i loro metodi di lotta corrispondevano concretamente alle possibilità del momento. Notiamo per inciso che i primi scioperi registrati dalla storia siano attribuibili a queste organizzazioni dal XVI secolo. In seguito fecero ricorso anche al boicottaggio.
Durante tutto questo periodo, che va dal XVI secolo, in cui le gilde appaiono storicamente già del tutto costituite (il che indica che dovevano esistere già da tempo), fino alla metà del XIX secolo (in cui la nascente grande industria fa sorgere i sindacati), le associazioni delle gilde contribuiscono potentemente a mantenere la coesione tra i lavoratori davanti ai loro sfruttatori. Si deve ad esse la formazione di una coscienza di classe ancora embrionale, ma destinata a svilupparsi pienamente nel periodo successivo, con gli organismi di lotta di classe che succederanno. Questi ultimi — i sindacati — hanno ereditato da esse le funzioni rivendicative, riducendo così le gilde ad un ruolo secondario che da allora non ha cessato di diminuire. Sarebbe vano tuttavia pensare che i sindacati avrebbero potuto esistere prima. Le associazioni delle gilde hanno corrisposto ad un’epoca di produzione strettamente artigianale precedente la Rivoluzione francese e prolungatasi fino ai primi venti o trenta anni del XIX secolo, i sindacati ne costituirono il prolungamento nell’epoca successiva (quella del capitalismo ascendente, in cui i lavoratori hanno ancora bisogno di unirsi in corpi di mestieri), furono organizzazioni di gilde spogliate del segreto che le circondava e orientate verso la sola rivendicazione economica, verso la difesa dei lavoratori, e gli altri obiettivi passarono in secondo piano e finirono per scomparire.
D’altro canto le gilde, a causa della società feudale che non accordava loro il diritto all’esistenza, avevano il carattere di società segrete, con tutto l’apparato di riti para-religiosi che ciò comportava, mentre l’epoca successiva — soprattutto dopo il 1830 — dove le associazioni operaie si vedono accordare un minimo di diritti, permette la comparsa alla luce del sole di gruppi di gilde e mette presto in evidenza la loro incapacità di condurre contro il padronato la lotta energica imposta dalle circostanze. Il loro carattere restrittivo (non potendo farvi parte che operai qualificati) non permette loro di riunire la totalità, e neanche la maggioranza dei lavoratori, scopi che si prefiggono i sindacati fin dalla loro nascita.
Tuttavia la classe operaia non passa direttamente dalle gilde ai sindacati, d’altronde vietati sotto qualunque forma durante i primi decenni del capitalismo moderno. Essa cerca intuitivamente la sua strada. Le società di mutuo soccorso, nate poco prima della Rivoluzione del 1789, segnano il primo passo sulla via dell’unificazione di tutti gli operai di uno stesso mestiere. Esse si proponevano di soccorrere i loro aderenti malati o disoccupati, ma quando lo sciopero s’imporrà come migliore metodo di lotta contro il padronato, le società mutualiste operaie daranno talvolta il loro aiuto agli scioperanti, abbandonando tutte le distinzioni tra la disoccupazione forzata e l’interruzione volontaria del lavoro.
Queste «società mutualistiche», poco numerose, non radunavano che operai specializzati, relativamente ben pagati, poiché la quota che esigevano dai propri membri era onerosa. Erano quindi inadeguate alle condizioni della grande industria nascente, che aveva chiamato nella fabbrica grandi masse di lavoratori non qualificati, emigrati dalle campagne. Questo proletariato in formazione si trovava in una situazione tragica che esigeva imperiosamente un sensibile miglioramento, anche affinché il capitalismo stesso potesse continuare a svilupparsi.

Le società di «resistenza», il cui nome indica chiaramente gli scopi cui miravano, presero alloro il posto delle società «mutualistiche». Sono già raggruppamenti di lotta, ma concepiti sul piano difensivo. Si propongono di preservare il livello di vita dei lavoratori opponendosi alle diminuzioni di salario che il padronato potrebbe tentare di imporre, e sono generalmente queste riduzioni di salario che li fanno nascere. Non c’è bisogno di dire che, dalla difesa, si passa presto all’attacco e la rivendicazione operaia viene alla luce. 
Tuttavia, sebbene dopo il 1840 grazie alla diffusione delle idee socialiste compaiono nella classe operaia le prime rivendicazioni politiche, le «società di resistenza» e le «associazioni operaie» conservano innanzitutto un carattere di organizzazioni di lotta sul piano economico. Esse non mirano che incidentalmente, e su impulso di elementi politicizzati, alla sovversione dell’ordine costituito. Di fatto, il loro scopo essenziale è di ordine puramente economico. Se allora il proletariato prende coscienza della sua forza, pensa solo ad impiegarla per la soddisfazione delle sue rivendicazioni immediate.
II. I sindacati e la lotta di classe
Il primo sindacato sorge solo nel 1864. Ogni idea di lotta di classe ne è assente giacché nasce, al contrario, proponendosi di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni. Tolain stesso non gli riconosce altro scopo. Bisogna anche constatare che il movimento sindacale non sorge affatto dagli strati più sfruttati della classe operaia — dal nascente proletariato industriale — bensì dai lavoratori appartenenti alle professioni artigianali. Esso riflette quindi direttamente i bisogni specifici e le tendenze ideologiche di questi strati operai.
M
entre i calzolai e i tipografi, artigiani per eccellenza, creano il loro sindacato rispettivamente nel 1864 e 1867, i minatori, che costituiscono il proletariato più duramente sfruttato, creano un proprio sindacato solo nel 1876, nella Loira (nel 1882 nel Nord e nel Pas-de-Calais) e i tessili, le cui condizioni di lavoro sono durissime, non sentono il bisogno d’un sindacato che nel 1877. Come mai, in quest’epoca di fermento, mentre le idee socialiste (e le idee anarchiche che si distingueranno dalle prime solo più tardi) si diffondono in tutta la classe operaia delle grandi città, i lavoratori più sfruttati respingono così esplicitamente l’organizzazione sindacale mentre quelli con il livello di vita più elevato la ricercano?
B
isogna innanzitutto ricordare che i primi sindacati creati dagli operai di professioni artigianali sono solo organismi di conciliazione, e non di lotta di classe. Lo diventeranno solo in seguito. D’altro canto essi rappresentano la forma d’organizzazione che meglio conviene a professioni che riuniscono in molti laboratori un numero generalmente abbastanza esiguo di operai di uno stesso mestiere. Era il modo migliore per riunire operai di uno stesso mestiere disseminati nei laboratori di una città, di dare loro una coesione che le condizioni stesse del lavoro tendevano a distruggere.
Bisogna anche ricordare che il carattere artigianale di un mestiere ha spesso come conseguenza quella che padroni e operai lavorano fianco a fianco, conducendo lo stesso tipo di vita. Anche se la situazione economica del padrone è molto superiore a quella dell’operaio, il contatto umano che egli spesso mantiene con quest’ultimo impedisce che si crei il fossato che separa operai e padroni della grande industria.
 Tra padroni e operai dei mestieri artigianali permane un minimo di solidarietà di mestiere, totalmente assente e inconcepibile nella grande industria. Tutte queste ragioni concorrono il più delle volte a indurre alla conciliazione piuttosto che alla lotta.
L
a situazione degli operai tessili e dei minatori (per riprendere quest’esempio) era completamente diversa. Fra i minatori come fra i tessili, grandi masse di operai di professioni diverse erano raggruppate nelle fabbriche o nei pozzi, sottoposte a condizioni di lavoro inumane.
Se gli operai delle imprese artigianali sono i primi a organizzarsi per discutere dei propri interessi con i padroni, quelli delle grandi industrie, sottomessi alla più spietata pressione del capitale, sono i primi a percepire ciò che li oppone irriducibilmente al padronato, a ribellarsi contro la situazione che viene loro imposta, a praticare l’azione diretta, a reclamare il loro diritto alla vita, armi alla mano, per farla breve a orientarsi istintivamente verso la rivoluzione sociale. La rivolta dei setaioli lionesi del 1831, così come lo sciopero dei minatori del 1844, lo dimostrano a sufficienza. Mentre dal 1830 al 1845 i tipografi, per esempio, non figurano una sola volta su una lista di mestieri che sono incorsi nel più grande numero di condanne, i minatori vi appaiono tre volte (l’industria mineraria era allora in pieno sviluppo) e i lavoratori tessili quasi tutti gli anni.

La conclusione che si impone è che gli operai delle grandi industrie non avevano alcun interesse per una forma di organizzazione che si proponeva una conciliazione (che sentivano impossibile) fra le classi opposte. Essi non vi aderirono che più tardi e per così dire storcendo il naso, giacché erano spinti dalla loro condizione stessa verso forme di lotta aperta contro il padronato che il sindacato, almeno ai suoi esordi, non aveva considerato. Infatti, i lavoratori delle grandi industrie non giungeranno all’organizzazione sindacale che a partire dal momento in cui questo inserirà in cima ai suoi statuti il principio della lotta di classe. Sono questi operai del resto che, dal 1880 al 1914, condussero le più violente lotte sul piano rivendicativo. Mediante questa concessione alle loro aspirazioni, gli operai si rassegnarono ad aderire al sindacato per diverse ragioni. Innanzitutto perché nessun’altra forma d’organizzazione era concepibile in quell’epoca. Inoltre si prospettava una fase di lungo sviluppo progressivo del capitalismo, da qui la necessità di accrescere la coesione della classe operaia al fine di strappare al padronato condizioni di vita più soddisfacenti permettendo così una migliore preparazione dei lavoratori per l’assalto finale della società.
Fin dai suoi albori, il sindacato non si presenta dunque che come un ripiego per gli operai delle grandi industrie. Rimane tuttavia accettabile, per via delle sopravvivenze artigianali presenti nell’industria dell’epoca. Costituiva una soluzione positiva in quella fase di sviluppo continuo dell’economia capitalistica che si accompagnava ad un costante aumento della libertà e della cultura. Il riconoscimento del sindacato da parte dello Stato, e attraverso di esso il riconoscimento del diritto di riunione, d’associazione e di stampa, costituiva un’acquisizione considerevole.

Tuttavia, anche quando il sindacalismo adotta i principi della lotta di classe, non si propone in nessun momento, nella lotta quotidiana, il rovesciamento della società; esso si limita al contrario a radunare gli operai in vista della difesa dei loro interessi economici, nel seno della società capitalista. Questa difesa prende a volte un carattere di lotta accanita, ma non si propone mai, né implicitamente, né esplicitamente, la trasformazione della condizione operaia, la rivoluzione. Nessuna delle lotte di quell’epoca, anche le più violente, si propone questo scopo. Tutt’al più si pospone in un futuro indeterminato, che prende da questo momento il carattere della carota per l’asino, la soppressione del padronato e del lavoro salariato e, di conseguenza, della società capitalista che li produce. Ma nessuna azione sarà mai intrapresa a tal fine.
Il sindacato, nato da una tendenza riformista all’interno della classe operaia, è l’espressione più pura di questa tendenza. È impossibile parlare di degenerazione riformista del sindacato, esso è riformista dalla nascita. In nessun momento esso si oppone alla società capitalista ed al suo Stato per distruggere l’una e l’altro, ma unicamente con lo scopo di conquistarsi un posto in essi e installarvisi.
 Tutta la sua toria, dal 1864 al 1914, è quella dell’ascesa e della vittoria definitiva di questa tendenza integrazionista nello Stato capitalista, tant’è che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i dirigenti sindacali, nella loro grande maggioranza, si trovano naturalmente al fianco dei capitalisti ai quali sono uniti da interessi nuovi, sorti dalla funzione che i sindacati hanno finito per assumere nella società capitalista. Essi sono allora contro gli iscritti che volevano abbattere il sistema ed evitare la guerra, e lo resteranno ormai per sempre.
Nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale, i dirigenti sindacali non sono  stati affatto i rappresentanti legittimi della classe operaia se non nella misura in cui dovevano assumere tale ruolo per accrescere il proprio credito di fronte allo Stato capitalista. Al momento decisivo, allorché bisognò scegliere tra il rischio di compromettere una posizione acquisita (1) chiamando le masse a rifiutare la guerra e il regime che l’aveva generata, oppure rafforzare la propria posizione optando per il regime, essi scelsero la seconda alternativa e si posero al servizio del capitalismo. Non è stato solo il caso della Francia, poiché i dirigenti sindacali dei Paesi coinvolti nella guerra hanno adottato ovunque lo stesso comportamento. Se i dirigenti sindacali hanno tradito, non è forse perché la struttura stessa del sindacato e il suo posto nella società rendevano fin dall’inizio questo tradimento prima possibile, poi inevitabile nel 1914?
[…]
(

1) Jouhaux e la maggioranza confederale del 1914 hanno confessato esplicitamente che il timore della repressione li aveva spinti all’accettazione della guerra.
[Le Libertaire del 26 giugno e del 10 luglio 1952]

Distruttore di macchine?

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( Articolo Condiviso )

Günther Anders

I

Pensare, come avevano fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituire noi e il lavoro che svolgiamo, è assolutamente antiquato. Dove siamo rimasti noi stessi a lavorare, perlopiù lavoriamo non «ancora», bensì «nuovamente»: in questo caso infatti, noi sostituiamo le macchine. O perché talvolta queste difettano nel funzionamento, oppure perché – e qui parlare di «ancora» sarebbe legittimo – le macchine che ci dovrebbero «davvero» essere non sono ancora scandalosamente state inventate. In questo caso noi «sostituiamo» il non-ancora-esistente. Naturalmente la nostra prestazione sostitutiva è sempre miserabile. Se gli apparecchi che sostituiamo potessero osservare il nostro sforzo di sostituirli, riderebbero dei nostri goffi tentativi. Ma dico appunto «se», e «riderebbero» al condizionale. Perché ovviamente, in quanto apparecchi, sono orgogliosi della loro incapacità di ridere o addirittura del loro non poter essere orgogliosi di qualcosa.

 

II

Oggi sono stato di nuovo costretto a leggere che sarei un «reazionario distruttore di macchine». È il più stolto di tutti i rimproveri possibili. Perché la mia battaglia non riguarda affatto, come nel XIX secolo, i modi di produzione, bensì i prodotti. Non ho mai suggerito che i missili dovrebbero essere prodotti a mano fra le mura di casa anziché nelle fabbriche. Ma ho sempre detto che i missili non dovrebbero essere costruiti.

 

III

Quelli che ci definiscono «distruttori di macchine», li dovremmo chiamare «distruttori di uomini».

 

Evviva i luoghi comuni

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( Articolo Condiviso )

Jacques Ellul
E tu, uomo tout court, uomo qualsiasi, che vivi in una società assurda, che non hai più fede in Gesù Cristo, che sei in preda a potenze sfrenate, che non sai se continuerà ad esistere un domani, che sei colto dall’angoscia per la tua condizione e scopri che la tua vita non ha senso, sei fortunato, hai una grande occasione: lavori, lavori molto, lavori sempre di più, e allora, ecco, vedi, tutto è a posto, sei un uomo libero. […]
Il lavoro è libertà. È la formula ideale di questo luogo comune. Occorre che ci tenga comunque alla libertà, il brav’uomo, per formulare delle così palesi contro-verità, per ingoiare delle così perfette assurdità. Occorre che non ci siano profondi filosofi per spiegarlo «fenomenologicamente» e che ci siano immensi politici per applicarlo giuridicamente! Ma certo, è esattamente nella misura in cui il brav’uomo è arruolato in blocchi, legato alla macchina, rinchiuso nei regolamenti amministrativi, sommerso dai documenti ufficiali, tenuto sotto l’occhio vigile delle polizie, messo a nudo dalla perspicacia degli psicologi, triturato dagli implacabili tentacoli dei mass-media, fissato nel fascio luminoso dei microscopi sociali e politici, espropriato di se stesso per tutta la vita che gli viene preparata per suo sommo piacere, comfort, igiene, salute, longevità, è nella stessa misura in cui il lavoro è il suo destino più implacabile, che bisogna (che bisogna proprio, altrimenti ciò sarebbe intollerabile e porterebbe immediatamente al suicidio), che si deve sul serio credere in questo luogo comune, appropriarsene con rabbia, seppellirlo nel profondo del cuore, e credo quia absurdum, trasformarlo in una ragione di vita. Esattamente quello che speravano i guardiani custodi. […]
L’esperienza concreta dell’uomo nel mondo tecnicizzato è quella della necessità, di una costrizione che non è solo quella del lavoro, ma di ogni rapporto e di ogni momento. Ma bisogna salvare le apparenze. Bisogna convincere quest’uomo che è più libero che mai, e che la necessità in cui si trova è la virtù stessa; il bene in sé, che mai l’umanità è stata così felice, così pacifica, così equilibrata, così virtuosa, così intelligente; che la tecnica che la costringe, è esattamente ciò che la libera! […]
Riconosco bene che si segua il bisogno. Con la corda al collo e il piede nel culo. Non potete fare altrimenti. Ovvero: è la semplice condizione umana, e la prima autentica esperienza è quella dell’ostacolo contro cui mi scontro, il limite della mia forza e della mia resistenza, il sonno invincibile, la paura del domani o del poliziotto. Sono costretto dallo Stato e dal lavoro; sono condizionato dal mio corpo e dal corpo sociale: questo è il mio punto debole, questa è la mia viltà. Non c’è da farne dei drammi o dei complessi: ci sono comuni. Ma ciò che diventa inaccettabile in questa situazione è lanciare un canto glorioso: guardate come ho vinto e guardate come sono libero! Oppure fare l’occhiolino alla ronda: guardate come sono furbo e come ho giocato questa necessità! Perché qui inizia il regno del Mentitore. […]
Non basta loro avere il futuro per sé, e solo per sé, che la partita sia vinta e che l’unico futuro prevedibile sia «più tecnica, sempre più tecnica; più potere ai tecnici, sempre più potere ai tecnici» […] Occorre loro ancora una cosa: la palma del martirio e la consacrazione della virtù trionfante sul drago onnipotente e velenoso. Vediamo, non lo sapevate? […] Ci sono sempre sciocchi filosofi che pretendono di mettere i bastoni tra le ruote del progresso con declamazioni da sofisti e con argomentazioni viziate ed inesatte, in virtù di una concezione dell’uomo radicalmente superata. […]
Nel 1920 occorreva «essere positivi». Questa espressione così netta aveva un significato molto semplice: «Si tratta innanzitutto di guadagnare quattrini». Ciò che non «fruttava» non era positivo. L’uomo positivo era l’affarista, il colonialista, colui che «faceva strada». Non mi dilungherò su questi nobili pensieri: Léon Bloy ha fatto giustizia in anticipo di questo luogo comune.
Ai giorni nostri, abbiamo approfondito la questione e l’abbiamo portata al livello di «valori». Si tratta di considerare le cose con occhio favorevole, di mantenere il cuore e la mente spalancati a quanto sta accadendo, di avere giudizi ottimisti su quanto accade e sulle persone, di assumere un atteggiamento attivo e di partecipare a tutto ciò che si trova a portata di mano. L’uomo, gli uomini, i nostri vicini, ma quanto sono buoni! La tecnica, ma è meravigliosa! La politica, il più bello dei mestieri! Eccetera. Naturalmente, non ci si ferma solo all’anglosassone oh, nice!, si dimostra, si prova. E nel frattempo si svergogna quell’insopportabile che non è mai contento. Tutti sanno oggi che qualsiasi proposta deve essere formulata in maniera positiva (e mai negativa), che lo spirito critico è uno spirito da poco — che il pessimista è tale solo perché  sta male di fegato… che la negatività è solo la prova che l’uomo non è mai uscito dalla sua adolescenza e che non è ancora adulto. Se, nel nostro mondo, non sei il ragazzo sempre sorridente, estroverso, sportivo (magari non proprio paracadutista) che accoglie il progresso ed è soddisfatto del pensiero contemporaneo, allora vieni subito sospettato delle peggiori nefandezze. Non è la società ad essere criticabile né il tuo vicino sgradevole, sei tu. Tu, il Negatore. Tu che rendi cattive le cose e le persone col tuo atteggiamento critico. E questo deriva dagli spaventosi complessi di cui non sei riuscito a liberarti. «Non sarai forse un incestuoso borderline? Eh? La tua diffidenza verso il progresso esprime certamente qualcosa del genere». È chiaro come il sole. Diffidenza verso il progresso = attaccamento al passato = volontà di tornare alla prima infanzia = attrazione per l’utero materno = incesto. Come volevasi dimostrare. Oggi tutti gli psicologi ti incoraggiano ad avere un atteggiamento positivo verso la vita. Sembra che sia questo l’atteggiamento virile. Tutti i sociologi oggi ti dimostrano che non c’è altra via d’uscita se non la partecipazione. È solamente grazie alla partecipazione positiva al gruppo, alle sue opere e alla sua unanimità che l’uomo si realizza e si completa. Nessuna salvezza al di fuori del gruppo! Colui che assume un atteggiamento negativo rispetto al gruppo, non solo non troverà mai né la felicità né l’equilibrio, ma neanche coltiverà la sua vocazione, che è quella di aiutare gli altri a sbocciare, il che non può accadere se non all’interno di una vita di gruppo armoniosa, dove le buone relazioni sono la panacea psicosociale. Così accediamo al dominio della morale. Il Bene, oggi, è essere una persona aperta alle realtà positive di questa epoca, è esorcizzare i demoni della negatività, del rifiuto, della passività. Il Bene è accordarsi sugli obiettivi da compiere collettivamente. Il Bene è fornire, laddove si incontrano ostacoli e problemi, soluzioni positive, attive e ottimiste. Trascinati da un così bel flusso collettore, è poi necessario che i teologi ci mettano del proprio secondo la loro buona abitudine. Ci chiedono dunque, in nome della Rivelazione cristiana, di avere un atteggiamento positivo verso lo Stato, verso l’uomo, verso la tecnica. Non si tratta più di portare giudizi desueti in funzione di teologie superate: si deve solo annunciare il Grande Sì di Dio, la Grande Approvazione di tutte le opere umane. Bisogna ricordarsi che la Creazione è buona. Che la Caduta non esiste. […]
È comunque assai curioso constatare che è proprio nel momento in cui le filosofie esistenziali ci rivelano la nefandezza dell’uomo e l’assurdità del mondo — nel momento in cui gli psicanalisti, sollevando il sacro pavimento del conscio, fanno venire alla luce le idre, i rospi, i lemuri e le larve che abitano nel fondo all’uomo, che costituiscono la realtà profonda dell’uomo — è proprio a questo punto che ci vengono a dire che bisogna assumere un atteggiamento ottimista e positivo perché tutto, in fin dei conti, va molto bene. E senza dubbio già avere l’impressione che c’è qualche contraddizione significa seguire questa dannata abitudine critica e pessimista. Ma forse, al contrario, qui raggiungiamo uno dei sensi profondi del luogo comune, non unicamente di questo, ma di tutti. Nella loro grottesca assurdità, nella loro complessiva contraddizione rispetto al reale e nell’attaccamento fanatico degli officianti di questi luoghi comuni bisogna vedere decisivamente un’operazione di magia e di esorcismo. È proprio perché la realtà non è ciò che si vorrebbe che occorre gridare il suo contrario per annullare il suo potere su di noi, per evocare l’apparizione del contrario desiderabile, per rendere già presente il contrario del reale, attualizzato dalla parola e dalla credenza. Il luogo comune è la formula incantatoria dei nostri giorni fondata su una falsa evidenza, ma grazie alla quale pretendiamo di sfuggire a quanto ci inquieta, ci turba e ci minaccia. È una formula incantatoria perché non ha alcun senso, perché colui che lo ripete non gli attribuisce alcun contenuto effettivo — giacché il luogo comune, pur fondato sull’evidenza, fa parte di un codice collettivo e ottiene la sua forza e il suo senso dall’innumerevole ripetizione per bocca di «legioni». È una formula magica, perché ha lo scopo di agire e di modificare attraverso un processo misterioso il reale, che pretende d’altronde di esprimere. Il luogo comune contiene sempre un imperativo all’azione, un’indicazione di atteggiamento, e di conseguenza modifica anche veramente qualcosa — una semplice cosa che si chiama uomo.