Archivi Blog

Antiprogressismo in Leopardi

Di questa età superba, 
Che di vote speranze si nutrica, 
Vaga di mance, e di virtù nemica: 
Stolta, che l’util chiede, 
E inutile la vita 
Quindi più sempre divenir non vede 
(Il Pensiero dominante). 
Adriano Tilgher
Ciò che all’ età sua Leopardi non sapeva perdonare era l’esaltazione della Ragione come forza benefica ormai destinata essa sola a reggere l’umanità, era l’ ideologia con cui essa giustificava a sé stessa il suo travaglio: l’ideologia del Progresso perpetuo necessario illimitato e del Lavoro concepito come dovere supremo e somma felicità dell’uomo ed esaltato come forza demiurgica creatrice di una società più ricca, più giusta, più felice. Ideologia che nei primi anni del secolo decimonono, favorita dalla pace succeduta alle guerre napoleoniche e dai primi trionfi della grande industria, era diventata una vera e propria religione laica, il Sansimonismo, che dalla Francia cominciava a dilagare in tutta Europa.
Contro questa ideologia che esalta le magnifiche sorti e progressive dell’umanità (La Ginestra) il poeta scocca frecce di cui il secolo trascorso dopo che furono lanciate mostra ad esuberanza quanto fossero acute e come toccassero il segno.
Che il cresciuto commercio, i progressi tecnici, la possa de’ lambicchi e delle storte — e le macchine al cielo emulatrici (Palinodia), la diffusa istruzione possano dare all’ uomo benessere e distrazione, egli ammette volentieri; ma felicità, no di certo.
Felicità delle masse?
E come possono essere felici le masse quando gli individui uno per uno son tutti infelici! Egli prevede le guerre che nasceranno dalla concorrenza commerciale e industriale. L’amore universale bandito dai fanatici del Progresso come meta finale del progresso umano gli sembra una utopia, e nemmeno troppo bella: l’amore universale ucciderà l’amor di patria e chi lo sostituirà non sarà l’amore di ognuno per tutti, ma l’odio di ciascuno contro ciascuno e l’egoismo universale.
Pensare che l’intensificarsi dei commerci, il crescere del confort, il progresso tecnico significhi miglioramento morale è per Leopardi follia: in ogni età, con o senza macchine, virtù valore merito staranno in basso; ardire frode mediocrità trionferanno; il buono sarà sempre vinto, il vile sarà sempre vittorioso, il debole sarà sempre oppresso, il povero sarà sempre servo e ciò per legge di natura ineluttabile ( Palinodia. Cfr. anche Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi ).
Di che si vanta questa età? Del progresso?
Ma gli Antichi erano più forti, quindi più felici, di noi.
Dei lumi più diffusi?
Ma il sapere progredisce per opera di pochi dottissimi, non di molti semidotti.
Dei suoi studi di economia, statistica e politica?
Ma alla felicità contribuisce più la immaginazione che la ragione, più la poesia che la scienza, più il dilettevole che l’utile (Dialogo di Tristano e di un Amico; lettera a Giordani 24 luglio 1828).
Ma se il poeta è sdegnato e disgustato, non meno sdegnato e disgustato è «di quelli che piangono, condannano, biasimano, oppugnano, combattono la civiltà moderna e i lumi del secolo e i suoi progressi» (Discorso sui costumi degl’Italiani) e vorrebbero il ritorno al Medio Evo.

Insomma, ciò di cui Leopardi non vuol sapere non è la civiltà moderna, che molto occupando l’uomo molto lo distrae, è la Filosofia del Progresso.
E non ne vuol sapere perché in essa (molto esattamente), vedeva una forma laica del Cristianesimo, un nuovo antropocentrismo, un rigurgito di Medio Evo.
Infatti dire che l’uomo è oggetto delle cure di un Dio personale che lo ha messo al mondo, si è incarnato ed è morto per lui, ne guida i passi e lo conduce a una finale felicità, dire che il cammino dell’Umanità è retto dalla legge del progresso perpetua indefinito necessario (legge che per alcuni era voluta da Dio, per altri era Dio sesso, Dio immanente) è, in fondo, la stessa cosa, è sempre un concepire il mondo come retto da una potenza provvidente e benevola all’ uomo, è sempre un fare dell’ uomo il centro del mondo, il termine finale del moto delle cose.
Il Cristianesimo professava il Dio-Uomo; la Filosofia del Progresso l’Uomo-Dio; ma per Leopardi il mondo non è retto da nessuna legge provvidenziale di svolgimento, è a caso, dominio di un Potere ignoto e ostile,  l’ uomo non può mai essere altro che uomo cioè un animale inesorabilmente infelice.
E la Filosofia del Progresso gli sembrava cullasse l’uomo in vane speranze e ne incoraggiasse la segreta viltà: «Ho il coraggio — scrive magnanimamente Leopardi — di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera» (Dialogo di Tristano e di un Amico).
Ci sono stati, certo, pensatori più grandi di Leopardi, ma nessuno mai animato da più intrepida ed eroica volontà di scrutare la verità fino in fondo, per triste e desolata che ne fosse la vista.
Nessuna meraviglia, perciò, che quella «filosofia» dell’ accomodamento, dell’ ipocrisia e della pusillanimità che è il pseudo idealismo italiano gli sia nemica e tenti ridicolmente negargli qualità di filosofo.
Annunci

Schiavi oppure operai?

James Henry Hammond

Il 4 marzo 1858 James Henry Hammond, senatore ed ex-governatore del South Carolina, nonché ricco proprietario di schiavi, tenne al Senato degli Stati Uniti un memorabile discorso in favore della schiavitù. La sua assai poco ironica analogia fra gli schiavi del Sud e gli operai del Nord fece infuriare molti suoi colleghi politici nordisti. Persino i più razzisti fra loro mostrarono di non gradire le sue parole. In effetti non capita tutti i giorni di sentire pronunciare, e con sprezzante sincerità, l’apologia della gerarchia sociale basata sulla divisione di classe. Ricordiamo che l’onorevole James Henry Hammond — secondo cui gli schiavi erano i più fortunati dei neri, «felici e contenti» di venire elevati grazie alla schiavitù — stuprò ripetutamente almeno due delle sue schiave (una delle quali, la prima volta, aveva appena 12 anni).
Quello che segue è un estratto del suo disgustosamente istruttivo discorso.

dear-white-people-tumblr-with-regard-to-black-and-white-tumblr-pictures-of-people

( Dal Web )

In tutti i sistemi sociali ci deve essere una classe per adempiere agli umili doveri, per svolgere il lavoro ingrato della vita.
Ovvero una classe con un basso grado di intelligenza e poca abilità.
I suoi requisiti siano vigore, docilità, fedeltà.
Occorre che ci sia una classe di tal fatta, altrimenti non esisterebbe quell’altra classe che conduce al progresso, alla civiltà e alla raffinatezza.
Essa costituisce il vero basamento della società e del governo politico, senza il quale potreste anche tentare di costruire una casa in aria…
Fortunatamente per il Sud, si ritrova una razza adatta a questo scopo.
Una razza assai inferiore, ma eminentemente qualificata per temperamento, vigore, docilità, capacità di sopportare il clima, di corrispondere alle sue richieste.
Li usiamo per i nostri scopi e li chiamiamo schiavi.
Li abbiamo definiti schiavi con il comune «consenso dell’umanità» che, secondo Cicerone, «lex naturae est».
La principale prova di ciò è la legge della Natura.
Siamo ancora vecchio stile, al Sud; schiavo è una parola ora scartata dalle «orecchie educate».
Non definirò quella classe al Nord con quel termine, ma voi l’avete.
È lì, è in ogni luogo, è eterna.
Il senatore di New York ha detto ieri che il mondo intero ha abolito la schiavitù.
Sì, il nome, non la cosa; tutte le potenze della terra non possono abolirla.
Dio solo può farlo qualora rinneghi l’ordine «il povero che hai sempre con te».
Perché l’uomo che vive con il lavoro quotidiano e vive a malapena grazie ad esso e che deve mettere il proprio lavoro sul mercato per ricavarne il meglio che può ottenere, in breve, la vostra intera classe prezzolata di lavoratori manuali e «operativi», come li chiamate voi , essenzialmente è formata da schiavi.
La differenza fra noi e voi è che i nostri schiavi sono assunti a vita e ben ricompensati; non c’è fame, né accattonaggio, né bisogno di lavoro tra la nostra gente, e neanche troppo lavoro.
I vostri sono assunti di giorno in giorno, non vengono curati e sono malamente ricompensati, il che può essere provato nel modo più doloroso a qualsiasi ora in qualsiasi strada di una qualsiasi delle vostre grandi città.
Perché s’incontrano più mendicanti in un solo giorno, in una singola strada di New York, di quanti se ne incontrerebbero nel corso di una vita in tutto il Sud.
Non pensiamo che i bianchi debbano essere schiavi né per legge né per necessità.
I nostri schiavi sono neri, di un’altra ed inferiore razza.

 

Lavoro salariato

SUPERMAN

( Dal Web )

René Chaughi

[Il Risveglio, anno VI, n. 119, 28 gennaio 1905]

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti;
è una pena accollata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri.
È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste.
I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere.
Si presentano umilmente e dicono:
«Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi.
In cambio, posso affaticarmi per il suo benessere.
Cosa le abbisogna oggi?
Vuole che seghi degli assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte?
Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano.
Il ladro vi getta alcuni soldi.
Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’ indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali.
Sono degli uguali, quest’ uomo fiero e quello sottomesso, l’ uno pulito, ben vestito e istruito, l’ altro sporco, cencioso e ignorante, l’ uno la cui vita è assicurata, l’ altro condannato a una morte certa, senza l’ elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero.
Dite invece che gli uni, appropriandosi della terra, impediscono agli altri di vivere e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’ offerta e della domanda.
L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile.
E per quanto cattive siano queste condizioni, l’ operaio è ben costretto d’accettarle.
 Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire.
Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
 Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché compensa il merito.
Io la trovo giustissima.
 Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità.
Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che ne aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune.
In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni.
Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedir loro d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima.
E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli.
Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile.
Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta.
Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ ora od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’ affittatore è proprietario dei muscoli dell’ affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi dei muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tentato d’affittare la propria fatica per vivere.

Abbasso la logica del lavoro

affiche-1937-artel-conseil-d-aragon-le-faineant-est-un-fasciste

( Dal Web )

Wolfi Landstreicher

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire… Le altre, invece, lavorano.
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori…
che tu lavori… che io lavori…
3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro…
Immediatamente!
4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica… Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.
5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi… Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni…
6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli… Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi… schiavi sonnambuli… zombi… Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.
7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero… ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.
8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento… e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta… centesimo dopo centesimo… dollaro dopo dollaro… Ecco perché tu devi lavorare… Ecco perché io devo lavorare… Oppure essere contati fra gli inutili… numeri zero nei libri contabili della società.
9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere…
10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo… un obiettivo… produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque… arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro… Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto… ancora una volta sconfiggendo se stessi… scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita… persino quelle che sono state vittoriose… soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”… tornano a lavorare…
11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari… Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine… come una esplorazione, un esperimento… con nessun inizio e nessuna fine… Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione… Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere… Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta… perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine… solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

Cazzari

The Orator, _1920, Magnus Zeller (1888-1972) _ Flickr - Photo Sharing!-1

( Dal Web )

Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi…
No, così non va. Troppo brusco. Prima di sputare in basso, meglio prendere una boccata d’aria in alto…
«Ho scordato la mia razza. Ho lasciato un Paese in fiamme. Ho scritto l’Odissea. Ho sfidato Amleto in duello. Ho sbancato la Borsa di Tokyo. Ho esplorato pianeti lontani ed ho conquistato Silicon Valley. Ho cancellato il debito del Terzo Mondo. Ho diretto una multinazionale. Sono sceso in piazza a Seattle. Mi sono innamorato di una immigrata clandestina. Sono tornato bambino per cominciare daccapo. Ho fatto un film dove vincono gli indiani. Ho combattuto con i Maori, e nel nemico ho visto me stesso. Ho costruito imperi tecnologici. Ho visto me stesso in migliaia di mondi. E più cose ho visto, più cose sono diventato. Sono diventato milioni di persone che sono Internet assieme a me».
Sono trascorsi quasi vent’anni da quando queste parole uscivano in continuazione da tutti gli schermi del paese. L’alba del nuovo millennio aveva trovato il suo mantra. Il tono secco, declamatorio, ipnotico — vi rammenta qualcosa? — accompagnava un alternarsi di immagini (un santone, un poliziotto, un uomo d’affari, un astronauta, un pastore). No, l’idea non venne partorita da qualche cultore della «narrazione» bensì da un’agenzia pubblicitaria, la quale si era avvalsa della creatività di un regista hollywoodiano per accontentare il proprio cliente, una grande industria italiana di telecomunicazioni.
A noi quelle parole rimasero impresse nella mente. Da un lato proponevano con compiacimento la fine dell’unicità individuale, assieme al suo inevitabile corollario: l’avvento dell’io cangiante e multiplo (temporaneo come un contratto di lavoro, flessibile come un orario di lavoro, adattabile come un dipendente al lavoro). Dall’altro annunciavano l’immensa opera di disincarnazione, di anestetizzazione, a cui le parole si sarebbero trovate sempre più sottoposte per costringerle ad esprimere il contrario del loro significato — come falsi testimoni al servizio della polizia.
È la novità d’un linguaggio destinato a sostituirsi alle cose come agli esseri. Il suo incontestabile deterioramento come mezzo di comunicazione — drammaticamente percepibile nel dilagare del cosiddetto «analfabetismo funzionale» — va di pari passo con la diffusione della rete informatica la cui pretesa universalità mira ad annientare ogni altro modo di relazionarsi. Sotto la pressione della ragione tecnica, il linguaggio diventa gergo funzionale e la parola viene ridotta ad esprimere un contenuto opaco, piatto, standardizzato. Come già prometteva quello spot pubblicitario del 2000, la qualità principale delle nuove tecnologie consiste nella ricomposizione di elementi opposti, il raggiungimento di una condizione in cui tutto convive con tutto. Interscambiabilità che produce insignificanza, ed insignificanza che genera un ordine della promiscuità dove la contraddizione viene sostituita sempre più dalla giustapposizione. Con il flusso continuo di segni disparati che ne consegue si produce un continuo sfaldamento del negativo, poco alla volta più nulla si oppone a nulla. La contestazione diventa una attitudine come un’altra, chiamata non più a mettere in discussione, a criticare per dare vita all’assolutamente altro, ma a partecipare a ciò che è per riconfigurare il medesimo.
Qualcuno l’ha definita «razionalità dell’incoerenza». Essa ha l’effetto di far coesistere pareri o comportamenti per definizione incompatibili, cosa che oggi è abbastanza facile constatare persino in uno stesso individuo. Qui il fanatismo coesiste con l’indifferenza, la preoccupazione di sicurezza con il gusto del rischio, e via discordando. La conseguenza di tutto ciò è la progressiva cancellazione di ogni consequenzialità sensibile, fino all’occultamento del senso stesso della relazione ormai ridotta alla «connessione» o al «copia-incolla». Perché no? In fondo non c’è più nulla di universalmente comunedel potere, del denaro e della tecnica. Se esiste davvero una globalizzazione, essa consiste soprattutto nel successo della ragione tecnica di impedirci sempre di più a pensare ciò che viviamo. Una nuova forma di censura basata non più sulla mancanza ma sull’eccesso, che ci minaccia nel più profondo del nostro essere impedendoci di prendere quella distanza necessaria sia per pensare che per sognare. Una «troppa realtà» che sta diventando la nostra sola ed unica realtà, la quale s’impone attraverso un capovolgimento del linguaggio facilitando ciò che si può considerare una vera e propria formattazione del nostro modo di pensare.
Altrimenti, come spiegare l’assenza di ogni critica ed ancor più la soddisfazione generale davanti all’aberrazione di questa «democratizzazione culturale»? Per capire come si tratti di un fenomeno di servitù volontaria particolarmente riuscito, basta osservare figuri e figurine dello spettacolo politico. Cosa si vede?
Cazzari. Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi capo-pagliacci di palazzo, ad esempio. Siate sinceri, come avete reagito lo scorso fine maggio quando è nato il governo verde-grillino? Nel ricordare le vecchie parole del vice-premier Luigi Di Maio («Io sono del Sud. La Lega diceva: “Vesuvio, lavali col fuoco”. Io non ho nessuna intenzione di far parte di un movimento che si allea con la Lega») e quelle del nuovo presidente della Camera Roberto Fico («Siamo geneticamente diversi. Un’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle è fantascienza allo stato puro»), nel rammentare le dichiarazioni di ritorno del vice-premier Matteo Salvini («L’alleanza con 5 Stelle è impossibile, non fanno mai quello che dicono») e quelle del suo collega Roberto Maroni («L’alleanza è una missione impossibile, i due programmi sono incompatibili»), non vi siete rotolati a terra rimanendo quasi soffocati dalle risate? Nel risentire i loro precedenti cori in difesa della rappresentanza tradita («il capo del governo deve essere votato dal popolo»), non vi è salita la nausea? No, è ovvio. Tutto ciò era facilmente prevedibile, scontato, quasi banale. È la politica di palazzo, giorno dopo giorno lo stesso teatrino. Ci siamo abituati, anzi, assuefatti.
Ci abitueremo quindi anche ai cazzari di piazza, anche loro felici di avere una storia da raccontare, alcuni dei quali hanno organizzato per il prossimo fine settimana una esibizione davvero notevole: il “Festival Alta Felicità”, a Venaus, in Val di Susa. Attratto dalla prospettiva di qualche scorribanda ormonale estiva (sesso, droga e rock’n’roll), il pubblico avrà così l’opportunità di assistere anche alla presentazione di libri e a dibattiti.
Il programma di questi «eventi culturali» è tutto una narrazione. Nel corso della tre giorni infatti spiccano autori legati alle due principali scuderie mitopoietiche europee, quella italiana dei romanzieri di Wu Ming (il cui numero 1 è onnipresente) e quella francese dei saggisti del Comitato Invisibile (che predominano nella giornata centrale di sabato 28).
Il pezzo forte di venerdì 27 luglio è un dibattito sul lavoro, ovvero sul più infame luogo comune blandito dalla sinistra. Un’anima bella autrice del libro Non è lavoro, è sfruttamento (titolo di un’idiozia pari a «non è guerra, è massacro»), nostalgica di un’inesistente deontologia della prostituzione salariale ed affranta per le moderne condizioni di sfruttamento che non permetterebbero ai lavoratori di sentirsi «appartenere alla medesima comunità di destino», si confronterà con un ex anarchico finito a fare il megafono per Potere al Pollo dopo essere diventato stalliere di Wu Ming. Il tutto coordinato — a meno di omonimie — da uno degli squatter più amati dagli avvoltoi argentini.
Il giorno dopo, sabato 28 luglio, sarà una vera e propria gara fra miracolati su chi terrà più a lungo il microfono. Non si contano gli affetti dalla malattia infantile dell’estremismo ormai perfettamente guariti grazie alla senilità del riformismo. Alle ore 11 si terrà un dibattito franco-italiano su Movimenti lotte e comunità. Dibattito non orizzontale, sia chiaro. Non è che tutti i presenti prenderanno la parola, no, sarebbe troppo comodo. Certi ordini, certe gerarchie — informali, per carità — vanno rispettate. C’è chi sa parlare e chi no, chi ha esperienza e chi no, chi ha conoscenze e chi no. Insomma, c’è chi parla e c’è chi ascolta. A parlare saranno quindi un ex redattore di pubblicazioni sovversive (come La Banquise o Mordicus) caduto in disgrazia nel movimento francese perché tacciato (ingiustamente) di simpatie negazioniste, ma arruolato dal sito neoblanquista Lundi Matin in quanto celebre autore di romanzi polizieschi; un ex sostenitore del banditismo rivoluzionario, della lotta criminale contro Stato e Capitale, il quale avendo messo la testa a partito (invisibile) collabora anche lui a Lundi Matin da dove oggi si scaglia contro i piccoli gruppi di rivoltosi, ovvero contro il suo passato; nientepopodimenoche l’autodesignatosi erede di Blanqui, lo stratega del Partito dell’Insurrezione di Stato, la penna non-principale di L’insurrezione che viene (quella principale se l’è rivendicata il suo sottopancia, immolandosi in tribunale); lo smilzo clone di Ocalan, già situ, già bordighista, già camattiano, già editore italiota del Comitato Invisibile, uno per cui le idee sono importanti e necessarie quanto la carta igienica (di cui bisogna sempre tenere da parte una buona scorta, da usare-e-gettare a seconda dello stimolo); un simpatico stalinista di ferro, che viene presentato dagli organizzatori solo per i suoi meriti editoriali e non per il suo recente tentativo di entrare in Parlamento nelle liste di Potere al Pollo; infine uno stakanovista delle recensioni, redattore di un famoso sito di letteratura ed opposizione immaginaria.
Considerato che tutta questa bella gente è unita dalla convinzione che le barricate materiali della rivolta durino più a lungo se supportate dalle barricate di carta della politica (perizie tecniche, ricorsi giuridici, mozioni comunali, ecc), non è difficile intuire dove andrà a parare il dibattito. In questo coro a cappella a favore della conflittualità alternata, mancherebbe solo un negriano…
No che non manca, salirà sul palco subito dopo per presentare un libro scritto da un autore della sua cordata, combattente italiano reduce dal Rojava. Una storia «ibrida», la sua, «delle contraddizioni che ogni rivoluzione si porta dentro». Essendo costui un militante di quell’Askatasuna ibrido di rivoluzione e delazione, lo possiamo capire, lo possiamo capire. Ciò di cui non ci capacitiamo proprio è come si possa essere così minchioni da comunicare alla polizia italiana ed internazionale di essere un «foreign fighter», di aver ricevuto un addestramento militare, di aver avuto il battesimo del fuoco. Evidentemente la rivoluzione è bella soltanto sotto un sole esotico, e solo altrove il nemico va abbattuto. Qui da noi, no. Qui da noi, vai con i selfie, le interviste, le comparsate in televisione… una storia ibrida, la vanità che ogni rivoluzionario si porta dentro?
Alle 13.30, verrà presentata la fantasiosa storia della ZAD. Pura melassa mitopoietica, come vendere merda facendola passare per cioccolato. Saranno presenti sia gli autori che i traduttori ed editori italiani. Oltre al clone smilzo di Ocalan, c’è anche il principale animatore del sito Notav.infam. In effetti uno sbadato delatore è la ciliegina sulla torta, la degna chiusura di una tale giornata.
Tutto convive con tutto. Diciassette anni fa molti fra questa bella gente si sarebbero sbranati sul cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani. Chi a sostegno delle tute bianche e chi solidale coi black bloc. Tra qualche giorno saranno là, fianco a fianco, a porgersi rispettosamente il microfono — monumento all’ipocrisia, all’arrivismo, all’opportunismo.
Si conclude domenica 29 luglio. Dopo l’immancabile romanziere di sinistra italiano e il già presentato romanziere di sinistra transalpino, a parlare della resistenza di Hambach sarà Earth Riot, ovvero gli estensori di un comunicato che alla vigilia del corteo no-Expo di Milano dell’1 maggio 2015 metteva in guardia contro i possibili «infiltrati» in cerca di scontri.
Non ci sono dubbi che anche quest’anno il “Festival Alta Felicità” sarà un successo. Perché in fondo è proprio questo che il pubblico di portatori di smartphone vuole. Vedere più cose per diventare più cose.
Aria, aria, aria… per (ri)trovare quella critica indissociabile da una sorta di necessità quasi organica, che malgrado tutto continua a manifestarsi nel desiderio e nel sogno, incitando ognuno di noi a ritrovare la coerenza passionale di cui vorrebbero farci dimenticare perfino il ricordo. Coerenza passionale di ciò che ci unisce al mondo e ce ne differenzia assolutamente; coerenza passionale sempre singolare, soprattutto quando la collettività si richiama a ciascuno solo per negare la vita individuale diluendola nella moltitudine dei suoi spettacoli indifferenziati.

Lavoro salariato

45c6c8f7b642cdf6d4fd4247f7000ff354c0f0e2_m_0

( DalWeb )

Renato Chaughi

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti: è una pena accettata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri. È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste. I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere. Si presentano umilmente e dicono: «Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi. In cambio, posso affaticarmi pel suo benessere. Cosa le abbisogna oggi? Vuole che seghi delle assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte? Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano. Il ladro vi getta alcuni soldi. Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi nella sua stamberga per dormirvi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali. Sono degli uguali, quest’uomo fiero e quello sottomesso, l’uno pulito, ben vestito e istruito, l’altro sporco, cencioso e ignorante, l’uno la cui vita è assicurata, l’altro condannato a una morte certa, senza l’elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero. Dite invece che gli uni, appropriandosi la terra, impediscono agli altri di vivere, e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’offerta e della domanda. L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile. E, per quanto cattive siano queste condizioni, l’operaio è ben costretto d’accettarle.
– Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
– Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire. Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
– Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché ricompensa il merito. Io la trovo giustissima.
– Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità. Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che si aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo, e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune. In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni. Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedirgli d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre di più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima. E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli. Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile. Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta. Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ora, od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’affittatore è proprietario dei muscoli dell’affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi i muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tenuto ad affittare la sua fatica per vivere.

Società senza lavoro

lavoro-681x383

( Dal Web )

“Le repubbliche e le società contemporanee si dichiarano fondate sul lavoro, presentando questo dato come naturale, certo e immutabile, sino a fare del diritto al lavoro il diritto per il cittadino di realizzare se stesso. Su questo mito dei tempi moderni si sono costruite ideologie e teorie, poi crollate di fronte alla crisi dell’occupazione delle società industriali avanzate. Si è cercata una soluzione nell’economia e nella creazione di posti di lavoro; ma il problema non è e non è mai stato soltanto economico, tecnico o politico, né il lavoro è necessariamente il fondamento delle società. Occorre una nuova riflessione critica, che tenga conto delle rappresentazioni che del lavoro si sono date nella storia, per chiarire una questione che mette in gioco la libertà degli individui e la sopravvivenza della moderna civiltà industriale.” Società senza lavoro: per una nuova filosofia dell’occupazione                                                                                                              (Dominique Méda)

—————————————————————————————————————————————-

di Beppe Grillo

Siamo in un periodo di crisi, c’è la crisi e va superata. Sento ripetere queste parole  all’infinito e non riesco a capire cosa stiamo cercando.

Penso che prima di tutto questo non sia un periodo di crisi. Se lo fosse non durerebbe da più di 10 anni. Siamo di fronte a qualcos’ altro.

Questo si collega direttamente al fatto che probabilmente tutti stanno cercando, non solo nel posto sbagliato, un qualcosa che non c’è. O meglio, non c’è più.

Per rispondere a questa crisi, per uscirne fuori, tutti cercano il lavoro. Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il lavoro? Io penso di no. Il lavoro serve a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo. La nostra era è senza precedenti proprio per la sovrabbondanza di merci e servizi che abbiamo. Abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità.

Politici ed economisti si impegnano tutti a capire come produrre di più. Dobbiamo pagare il debito, gridano. Dobbiamo lavorare di più, essere più produttivi, tagliare la spesa improduttiva.

Siamo condizionati dall’idea che “tutti devono guadagnarsi da vivere”, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere.

Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società.

Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita.

Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato.

Se fossi mendicante

Copia di 278H

( Dal Web )

Ernest Lecocq

Se la fortuna, che m’ha dato l’anima fiera, mi facesse un giorno divenir mendicante, io non andrei colla fronte nella polvere ad avvilirmi dinanzi a ognuno che passa; non andrei cogli occhi ripieni di lacrime, in pieno giorno, a supplicare un uomo, ma tutte le notti, irridendomi degli agenti armati, mendicherei col pugnale in mano.

Quando la mancanza di lavoro in un giorno di miseria vi getta senza appello alcuno sul lastrico, quanti obliando il loro sdegno non se ne vanno a stendere la mano o a cantare nei corsi!
 Io, al vostro posto, o vigliacchi morti di fame, fuggendo il sole, perduto nelle tenebre, nei quartieri lussoreggianti mendicherei col pugnale in mano.

Quante volte, passeggiando immerso nella tristezza, con uno sguardo irritato ho fatto fuggire questi accattoni caduti nella più ignobile abiezione, che sui miei passi oltraggiavano la mia fierezza.
 Indietro! Lungi da me! Il povero è assai infame per elemosinare dovunque nel suo cammino: se io fossi miserabile, lo proclamo a voce alta, mendicherei col pugnale in mano.

Proletari! Voi tutti che siete disprezzati e dappertutto perseguitati con furore, ascoltatemi! L’ira mi acceca ed io voglio parlarvi ed aprirvi il mio cuore:
Noi abbiamo diritto, tutti quanti siamo, al pane per oggi, al pane per domani… Ebbene, alzatevi se siete uomini: non l’avremo che con un pugnale in mano!


Il lavoro è un crimine

Copia di 334H

( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Sui misfatti del lavoro

0e1d24e6e5c9647942f0e039a4d525bec2134000_m

( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005