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Lettera aperta al 
dr Giuseppe Serravezza

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( Dal Web )

Nemici di Tap

Melendugno (Lecce), 27 maggio 2017
Egregio Dottor Serravezza [*],
questa nostra non è una lettera per elogiarLa, ma siamo certi che vorrà scusarci e capirà, avendo già schiere di ammiratori ed essendo riuscito a conquistare ulteriori simpatie per il suo impegno contro il gasdotto Tap che si vorrebbe realizzare nel Salento.
In effetti è proprio in merito a questo suo impegno che abbiamo deciso di scriverLe, ed in particolare in riferimento ad un Suo appello pubblico, in cui chiedeva a tutti i partiti e movimenti – da Casapound agli anarchici – di fare un piccolo passo indietro, nel nome di una battaglia comune contro Tap. Ora, a parte il fatto che in una lotta i passi da fare sono, secondo noi, sempre in avanti e mai indietro, la questione è anche un’altra, ben più importante. Perché a nostro avviso la lotta contro Tap non è, come Lei afferma, una lotta per la salvezza del territorio, dell’ambiente e della salute delle persone, bensì una lotta di libertà e per la libertà, e come tale non può essere portata avanti con coloro che della libertà sono nemici, come i fascisti di Casapound che Lei forse ammira e con i quali si è già trovato a collaborare in pubbliche iniziative, e come i democratici che Lei stesso rappresenta.
Vede, Dottore, i fascisti saranno anche disponibili a manifestare per la difesa dell’ambiente e del territorio, nel nome della loro lurida ideologia fondata su «sangue e suolo», ma si tratta delle stesse spregevoli persone che inneggiano all’eliminazione del diverso, alla caccia all’«uomo di colore», alle guerre nel nome di una presunta superiorità occidentale… Lei è disposto ad accettare tutto questo? Lei crede che le cose possano essere separate e si possano portare avanti delle lotte dividendole in compartimenti stagni? Noi crediamo di no.
Noi crediamo anzi che il suo pensiero, caro Dottore, sia dannoso, perché affermando che la lotta contro Tap è una lotta per la difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, spalanca le porte ai fascisti che forse saranno suoi amici, ma di cui noi siamo irriducibili nemici.
Non solo; Lei spalanca la porta ad altri – come Lei – eminenti scienziati, che confutano le sue tesi sulla cancerogenicità delle emissioni del gasdotto, avallandone di fatto la costruzione. Lei ha permesso, caro Dottore, con i suoi scioperi della fame e della sete, il riaffermarsi della politica all’interno della protesta, una politica che era stata scavalcata dalla rabbia spontanea di centinaia di persone comuni; lo ha permesso incontrando sindaci, governatore di Puglia ed esponenti di Governo coi quali ha dialogato amorevolmente. Lei ha espresso l’idea di spostare altrove l’approdo del gasdotto, intendendo quindi devastare in un altro luogo il territorio e l’ambiente, e compromettere la salute di altre persone un po’ più in là. Lei, caro Dottore, ha assunto in una parola il ruolo del recuperatore, provando a mediare con la politica ciò che per noi non è mediabile: la nostra libertà.
Una libertà che non andrebbe sminuita e contenuta, bensì difesa e aumentata; una libertà che affonda le sue radici nei motivi profondi per cui opporsi al gasdotto, ad un’opera di colonialismo energetico che non si limita solo a devastare il giardino fuori dalle nostre case, ma è causa ed effetto di guerre sparse in giro per il mondo con tutto il loro corollario di morti, devastazioni, esodo di milioni di persone, annegamenti nei mari…
Opporsi al gasdotto Tap, egregio Dottore, significa volersi opporre a tutto ciò, e significa anche volersi opporre agli Stati che queste condizioni creano ed alimentano, agli Stati che impongono e difendono, manu militari, opere come Tap. Agli Stati che, proprio come i fascisti, sono nemici della libertà.
Per questo, caro Dottor Serravezza, se vuole collabori pure coi fascisti e con la politica, ma lo faccia sempre a titolo strettamente personale, e sia anche disposto ad affrontarne le conseguenze. Ad alcuni può anche bastare l’autorevolezza o il digiuno di un uomo per considerarlo proprio complice.
A noi no.
Cordiali saluti
[volantino distribuito a Melendugno in occasione di una iniziativa organizzata da
Lega Italiana Lotta Tumori, Comitato No Tap e Terra Mia]
* Giuseppe Serravezza, oncologo, responsabile scientifico della LILT di Lecce, salito alla ribalta delle cronache per lo sciopero della fame e della sete intrapreso in segno di protesta contro la costruzione del gasdotto Tap.

I governi devono scomparire

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( Dal Web )

Bartolomeo Giaroli

Gli uomini sono fatti per giovarsi, e non per combattersi a vicenda. Quei pochi miglioramenti che si possono riscontrare nelle condizioni dei popoli non furono introdotti per cura dei rispettivi governi, ma loro malgrado. Il benessere presente è frutto della costanza dei popoli nel combattere contro i governi per la rivendicazione della loro naturale libertà, e la raggiunsero al prezzo di molti sacrifizi, e sanguinosi martìri.
La parola governare non vuol dunque dire beneficare; ma soggiogare popoli per farli servire all’ambizione, agl’interessi, alla cupidigia di quell’ente, che sfrontatamente si arroga il nome di governo. Né io sono il solo che dica i governi essere infesti all’umanità; l’egregio professore Giuseppe Allievo già scrisse: «Le nazioni conquistarono l’indipendenza, il governo conquistò le nazioni, che avevano affidate a lui le proprie sorti e confusa con esso la propria esistenza… da quel giorno la potenza dello Stato più non conobbe misura… organizzò a sua voglia la società e, compiuta la creazione sociale, si riposò dicendo: l’umanità son io… Il potere governativo è peso che opprime. Lo sente la società europea. Le coscienze umane si elevano esclamando: l’umanità siam noi individualità libere ed immortali; creazione nostra è lo Stato!». Tale il grido della riforma politica, e più avanti prendendo il tono profetico esclama: «verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo sarà quella che esso combatterà non per l’indipendenza dallo straniero, ma dalla statolatria». Antonio Fratti, uomo chiarissimo, in una conferenza tenuta in Milano disse: «Noi vogliamo che la chiesa qual è cada. Le insubordinazioni, le rivolte, le congiure, che tuttodì scoppiano in ogni Stato, sono prove manifeste che i popoli non possono più tollerare i rispettivi governi, sono tanti segni evidenti che il raffazzonamento attuale dei popoli è reso insufficiente a contenere il grado di sviluppo raggiunto dalla presente generazione. L’opera dei governi non fu mai rivolta ad altro scopo, che quello di frenare i popoli che corrono sulla via del progresso. Ora i popoli diventano ogni giorno più impazienti del freno governativo e, come si espresse l’onorevole Bovio, “bisogna aprirgli la via, se gli si mettono davanti delle siepi, essi le ardono e passano”».
L’uomo è nato libero; ma la lunga educazione servile e religiosa lo aveva reso inconsapevole della sua dignità. Ora, grazie alle condizioni mutate, riacquista la sua coscienza naturale e, sdegnoso del freno che per tanti secoli tollerò inconscio della propria degradazione, abbatte ogni ostacolo al conseguimento della sua naturale libertà. La libertà equivale alla vita, e colla rivendicazione della libertà i popoli riacquistano di fatto il diritto alla vita, che finora non possedettero che di nome; e, come dicono i giuristi, i popoli riacquistano il «ius in re», mentre finora non ebbero che un «ius ad rem». Tutti i governi sedicenti civili ammettono, anzi proclamano l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; l’uguaglianza nel godimento dei diritti civili e politici; ma soggiungono: «salve le eccezioni determinate dalle leggi». Ora, siccome le leggi sono fatte da loro, così i cittadini non godono altri diritti che quelli consentiti dai governi legislatori. Dunque l’uguaglianza proclamata dai governi è bugiarda, i diritti consentiti sono illusori. Quale uguaglianza ci può mai essere tra chi comanda, e coloro che sono costretti ad obbedire? Quali diritti si possono godere sotto governi che non hanno altro scopo che di sfruttare i popoli a loro esclusivo vantaggio? I governi anziché essere la guida dei popoli sulla via del progresso, sono un ostacolo, un impedimento quasi invincibile al conseguimento del benessere comune; esercitano sui popoli un’azione uguale a quella dell’acido solforico sulle sostanze organizzate; dunque i governi debbono scomparire.

Il prezzo della nostra indifferenza

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( Articolo Condiviso )

Jean Bloch-Michel

A partire dal momento in cui ci si trova in un paese conquistato, come lo erano i tedeschi in Francia o i francesi in Indocina, la regola vuole che non conti nulla quanto viene fatto in suo favore, ma che qualsiasi ingiustizia venga addebitata senza indulgenza e senza perdono possibili.
A questo genere di argomentazioni, la risposta degli uomini sinceri, se non cinici, è che il nostro impero è condizione della nostra prosperità. Io sono convinto che ciò sia falso… E qualora la nostra prosperità fosse a questo prezzo, so che non sarei l’unico a preferirle una povertà più onorevole.
Ma ciò che mi sembra più grave in tutto ciò è che abbiamo così ben tollerato il fatto di essere trascinati in una guerra di cui non ammettiamo né le ragioni né il fine.
Infatti, siccome non era ovvio che questa guerra costituisse un pericolo anche per coloro che non la facevano, ne abbiamo appreso l’inizio e ne abbiamo seguito le vicissitudini con assoluta indifferenza.
È stato lo stesso, del resto, per la guerra in Corea.
Perché se ci capitasse, a seconda del campo che abbiamo scelto, di tremare allorché uno dei due avversari si ritirasse e di gioire se avanzasse, nessuno penserebbe veramente di mettere in ridicolo tutti i giorni in memoria dei coreani, per i quali la fortuna era la stessa: sempre cattiva.
Bisogna quindi ammetterlo, abbiamo acconsentito che venissero compiuti in nostro nome ciò che molti di noi considerano crimini.
Lo abbiamo accettato o abbiamo voluto ignorarlo.
In breve, siamo stati indifferenti. Ecco qual è il segno della nostra epoca, e noi ne siamo segnati non meno degli altri.
Eppure dovremmo conoscere il prezzo della nostra indifferenza. Non è poi lontano il tempo in cui veniva incoraggiata, dicendoci che essa sola poteva assicurare la nostra sicurezza.
E, sebbene il ricordo si cancelli nella nostra memoria ingombra di immagini più recenti e per noi più violente, ricordiamoci l’epoca in cui il popolo spagnolo combatteva per la propria libertà. Tutti i problemi che abbiamo dovuto poi risolvere per noi stessi, si posero allora.
La guerra di Spagna ha diviso gli uomini in collaboratori opportunisti e resistenti.
Poco numerosi sono coloro che in seguito hanno avuto il desiderio o l’opportunità di cambiare campo. Per la prima volta anche noi abbiamo capito come sia difficile, una volta presa la decisione, accecarci con forza sufficiente per continuare l’azione intrapresa.
Era facile, fin dai primi giorni — soprattutto i primi giorni — riconoscere dove si trovasse la giustizia e dove l’oppressione.
Non penso che riusciremo mai ad incontrare una causa più pura e più intatta di quella della Repubblica spagnola all’inizio della guerra civile. Eppure, a partire da quel momento, abbiamo dovuto scegliere tra la guerra e la pace. Ci è stato detto che intervenire per i repubblicani avrebbe catapultato l’Europa nella guerra. Dal momento che Mussolini e Hitler non avevano aspettato per aiutare Franco, ci doveva pur essere qualcosa di logico in questo monito.
Il non-intervento fu quindi una di quelle ipocrisie che il pacifismo più sincero talvolta ispira alla politica.
Perché, una volta assunta tale posizione, la si poteva sostenere solo non vedendone le conseguenze e la menzogna che era diventata.
Allo stesso tempo, il campo che avevamo scelto perdeva la sua purezza, la repressione contro gli anarchici e le procedure adottate dal Partito Comunista nelle file dei repubblicani instauravano una tirannide tra i difensori della libertà.
Giustificare certe misure era facile: in tempo di guerra, la necessità di un ordine politico è tale che a volte occorre sacrificare le ragioni stesse per cui ci si batte.
Ciò dimostra soltanto che la libertà non può nascere dalla guerra. Ma la lotta era mutata, diventando quella di un popolo usato, volente o nolente, per i bisogni di un sistema e di un partito.
La causa del popolo spagnolo vi manteneva la sua purezza. Essa resta ancora oggi la medesima del primo giorno. Ma non era più solo il popolo spagnolo e la libertà, ad essere in discussione.
Perché gli uomini furono presto traditi e noi potemmo assistere a questo spettacolo, che ci è consueto, di una rivoluzione i cui primi eroi sono le prime vittime.
Gli anarchici furono sacrificati ai bisogni dell’ordine, così come alle esigenze di un partito la cui sola forza, per lo meno in Spagna, era quella di rappresentare un ordine.
La cosa più grave è che la Spagna è stata tradita due volte da noi, quando abbiamo rifiutato di fornire un aiuto ai partigiani della libertà che i suoi nemici avevano cominciato a schiavizzare, e quando, una volta questi sconfitti, abbiamo acconsentito che la Spagna rimanesse sola sotto l’oppressione.
E ora, su di essa è calato il silenzio. A pochi passi da noi, un ridicolo dittatore fucila ancora ogni giorno degli uomini che, per la maggior parte, alcuni anni fa erano venuti in Francia ad aiutarci a sconfiggere i nostri nemici comuni. Tutto questo avviene in mezzo al silenzio, come è accaduto per i massacri fatti in nostro nome in Madagascar, in Marocco o in Tunisia.
Questo silenzio organizzato dai nostri padroni esiste tuttavia solo grazie al nostro consenso. È utile alla nostra tranquillità e ne conosciamo da molto tempo la pratica e le virtù. E non siamo i soli.
Non abbiamo creduto ai tedeschi quando ci dicevano che ignoravano l’esistenza dei campi di concentramento. Sono sicuro che, per lo più, fossero sinceri.
In Francia chi era a conoscenza di cosa accadeva nel bagno penale della Cayenna, quando ancora esisteva?
A volte un uomo onesto, fuorviato in mezzo ai secondini, si indignava allo spettacolo di quell’opera di assassinio.
Tornava, scriveva un libro o degli articoli. Era l’occasione di qualche agitazione, poi il paese ricadeva nel suo torpore e veniva a sapere, senza rabbrividire, che un nuovo convoglio era stato imbarcato alla île de Ré.
E allora, tutti i tedeschi avrebbero dovuto esserne consapevoli perché i campi erano più vicini tra loro?
Perché il grido dei martiri non raggiungesse le loro orecchie bastava, come facciamo noi, essere ben decisi a non sentire nulla.
Come i tedeschi avevano fatto il silenzio su Auschwitz, Dachau e Buchenwald, come noi l’abbiamo fatto sulla Cayenna, lo facciamo sulla Spagna, e ancor più sul Madagascar e Capo Bon.
Nulla è ancora perduto, tuttavia, poiché ho ancora il diritto oggi di disturbare tale silenzio. Ma non bisogna farsi illusioni. Se continueremo a stare zitti, come rimasero zitti prima di noi i tedeschi, accadrà un giorno a noi quello che è accaduto a loro: verremo strappati al nostro silenzio, ma per farci urlare, a tono e a comando.
Journal du désordre, 1955