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Non molliamo

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( Dal Web )

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.
Per chi battersi?
Qui non è il caso di rifare la storia, già fatte tante volte e sempre con un forte fondo di verità anche quando monca e unilaterale per criteri e calcoli di parte, della genesi della scalata al potere […].
Ma è il caso invece di pensare, e seriamente, ai mezzi ed alle vie onde abbreviare i promessi anni di schiavitù ed uscire da sotto il peso del terrore, che abbrutisce ed umilia, liberandosi e liberando.
Certamente la bisogna non è facile ed è sommamente pericolosa. Troppo tempo è stato lasciato al fascismo per assicurarsi ogni difesa e tutte le complicità. Ha potuto crearsi anche una vasta clientela di gente che vive e lautamente perché vive il fascismo ed alle cui sorti è legata con tutti i cordoni ombelicali.
Ma bisogna volere, fortemente volere. Ed anzitutto scartare i mezzi termini e cessare dal prestare troppo facile orecchio a tutte le panzane fatte circolare da interessati, da ingenui e da perdigiorno […].
Il popolo d’Italia non potrà essere liberato da altri se non da se stesso. In nessun partito deve aver più fiducia. Deve volere la propria libertà; la libertà di tutti i singoli cittadini che compongono il suo complesso, e nient’altro.
E deve servire un’unica idea: quella della libertà che esclude ogni tirannia di partiti e di uomini provvidenza.
Il fascismo-governo nega, e di fatto, all’individuo ogni diritto ed ogni manifestazione personale (fisica o spirituale) che sfugga al controllo dello stato fascista e che non ne segua le prescrizioni. […]
Ora, se in Italia e tra gli italiani emigrati, vi sono ancora uomini che hanno pudore e amore di se sessi, che non vogliono servire la più folle, sanguinosa ed oscena di tutte le tirannie, sorgano in piedi e si battano per la loro libertà!
Sì, individuo del quale è stata decretata la morte ingloriosa o l’asservimento, mani e piedi legati e cervello castrato, alla tirannia, dello stato fascista, sì, uomo, e cittadino, in piedi! Tocca a te; è l’ora tua; in piedi!
Per la libertà!
Come battersi?
In quanto alle grandi masse popolari e proletarie esse sono ancora troppo terrorizzate e avvilite e troppo ancora risentono di tradimenti prossimi e lontani per poter rispondere al primo appello insurrezionale. Le ultime leggi repressive e il domicilio coatto hanno poi ancor di più indebolito le resistenze attive e intelligenti.
Conseguentemente il pensare oggi ad un assalto frontale è temerario e potrebbe risolversi in quella strage che il fascismo anela compiere per meglio assicurarsi il potere.
D’altra parte, contro il fascismo, solo l’azione può servire. Agire si deve per batterlo e per creare quelle condizioni di sgretolamento che renderanno possibili movimenti su più larga scala o generali.
Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili.
Nei diversi ambienti e tra i diversi ceti si formino ristretti comitati e gruppi d’azione. Non è detto che ognuno debba compiere necessariamente atti violenti; ognuno compia invece quegli atti, di offesa al nemico, possibili, date le attitudini le capacità e i mezzi dei componenti un determinato gruppo costituitosi per affinità e per reciproca fiducia. Che ciascun gruppo faccia e compia la sua parte di azione senza chiedersi quello che faranno altri gruppi.
Tutti dritti allo scopo unico. E poiché il nemico vigila attento e insidioso che ciascun comitato o gruppo di azione conosca e controlli i propri partecipanti. […]
Se una vasta intesa per una comune azione — e non certamente con quegli equivoci elementi che il fascismo cullarono e che vorrebbero a quel passato che del fascismo fu padre amorevole — dovrà realizzarsi essa maturerà automaticamente e logicamente quando gli avvenimenti matureranno.
Per oggi, ripetiamo, è raccomandabile che i gruppi d’azione si moltiplichino, non lasciando riposare il nemico, pronti alle necessarie rappresaglie, ma svolgendo un’azione autonoma.
[…]
Il Re prigioniero
E bisogna innanzitutto decidersi a prendere a calci nel sedere gli antifascisti di sua Maestà che all’antifascismo, fin da oggi, preparano imboscate e tradimenti per impedirgli di arrivare, o comunque avviarsi, alle sue logiche conclusioni, conclusioni che per essere logiche, dato gli scopi di assoluto accentramento statale e di completa soppressione dei diritti umani, civili e politici dell’individuo che il fascismo ha per meta — meta in gran parte raggiunta —, devono sfociare nell’antistato e nelle libere comuni. […]
L’azione antifascista non può dunque darsi per meta il perpetuare di situazioni che dopo lunghi turlupinamenti democratici, sfociano nella reazione, crispina ieri, fascista oggi… per poi tornare daccapo.
Essa deve colpire tutto l’insieme delle cause, degli interessi ed anche delle illusioni che ci hanno condotto all’attuale stato di schiavitù.
Colpire nell’insieme dunque bisogna, e colpire a fondo…
Agire!
In Italia e specialmente al di là delle Alpi si chiacchiera nuovamente di fronti unici antifascisti che bisogna ricostruire o rinsaldare tra elementi troppo diversi perché possano marciare insieme. Noi pensiamo che si perde del tempo e che forse anche tra i più prossimi la cosa potrà esaurirsi, come altre volte si è esaurita, in discorsi inutili e parate sterili.
Troppi retori e troppi politicanti prendono ancora in giro loro stessi ed il prossimo.
Certamente per un’azione d’insieme bisogna marciare in molti. Ma questi molti se cominciano col paralizzarsi tra di loro colle solite discussioni colla richiesta di reciproche rinunce che ognuno chiede al vicino, ma che nessuno vuole concedere o concede con tanto di restrizione mentale, non marceranno mai.
Del resto il fascismo già molto deve alla sterilità dei fronti unici sorti per combatterlo e che si risolvevano in una castrazione interna.
Il meglio sarebbe che ogni partito ed ogni corrente facessero tutto quello che loro fosse possibile di fare, senza preoccuparsi di quello che farebbero gli altri. L’accordo per una più vasta azione verrebbe più tardi da sé e sul campo dell’azione. Non dobbiamo perciò ridar vita al mito dei fronti unici rimettendoci a quello per ogni miracolo. S’invoca il mito per non credere in se stessi o per non chiedere a se stessi il massimo sforzo.
Che ogni antifascista educhi la propria volontà alla fiducia nell’azione individuale oggi la più urgente. Ognuno di noi, se vuole, molto può fare contro il fascismo e i fascisti.
Si sommino poi pure queste singole volontà, ma che la somma avvenga spontaneamente e tra elementi che si conoscono e si comprendono. Se più vaste intese, per forza di cose, dovranno poi maturare, matureranno.
Si agisca intanto come si può e come si sa.
Che ognuno di noi agisca come può e come sa.
Ma si agisca. In molti, in pochi, da soli si faccia tutto quello che è possibile ed anche più del possibile.
Ma si faccia. Tutto il resto è accademia. E l’accademia ci divide e paralizza.
L’azione invece unisce. E dal suo martellare incessante soltanto possiamo attendere salute.
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La libertà, non le libertà

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( Dal Web )

Henrik Ibsen

La lotta per la libertà non è altro che l’appropriazione costante e attiva dell’Idea stessa di libertà.
Chi possiede la liberà altrimenti considerata che una aspirazione possiede solo una cosa morta, senza anima. Più si lotta per conquistare la libertà e più essa — tale è una delle sue qualità — si rivela vasta; perciò l’uomo che si trova in mezzo al combattimento e grida: «io la posseggo» dichiara semplicemente di averla perduta.
Ora, questa soddisfazione che si prova nel possesso d’una libertà morta è la caratteristica di ciò che si chiama Stato. E per quanto riguarda la questione della libertà, presumo si tratti di mettersi d’accordo sulle parole. Non accetterò mai di equiparare la libertà alla libertà politica. Ciò che Lei chiama libertà, sono per me le libertà; e ciò che io chiamo la lotta per la libertà altro non è se non la viva e costante dedizione all’idea di libertà. Colui che possiede la libertà, ma non come oggetto del proprio anelito, la possiede in un modo morto e senza spirito, poiché è proprio del concetto di libertà di ampliarsi man mano che vi si dedica; e se dunque qualcuno durante la lotta si ferma e dice: ora ce l’ho, costui dimostra così di averla persa. Proprio il ritenere di possedere un dato livello di libertà è tipico delle società organizzate in Stato; ed è questo che affermo non essere un bene.
Certo che è un bene possedere la libertà di voto, la libertà di tassazione ecc.; ma per chi è un bene? Per il cittadino, non per l’individuo. Ma non vi è alcuna ragione necessaria per cui l’individuo sia un cittadino. Anzi. Lo Stato è la maledizione dell’individuo.
Abbasso lo Stato! È una rivoluzione alla quale parteciperei volentieri. Distruggete integralmente lo stesso concetto di Stato, proclamate che la libera scelta e l’affinità spirituale sono le condizioni uniche e sole importanti di qualsiasi associazione e otterrete un principio di libertà che varrà la pena di godere. Le modificazioni nella forma dei governi sono bagattelle, ed è pura sottigliezza il cercare di sopportare un po’ più o un po’ meno di autorità!

Fare e disfare, comporre e scomporre

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( Dal Web )

Nando (alla) De Riva
«Il pericolo è nell’istante che precede il salto, sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa,
ecco l’onestà: il resto è sotterfugio» 
Albert Camus 
Abbattere ogni chiesa 
La libertà non bisogna solo volerla. Saperla affrontare è questione tutt’altro che risolta, anzi questione dove una risoluzione non può esserci.

Oggi possiamo partire e sperimentare la meravigliosa idea di sovvertire l’esistente, per provare ad impattare contro l’assurdo. Ribelli che si dimenano in una zattera senza destino, la cui rotta è aperta a tutte le possibilità. Per andare contro ogni autorità e le sue relazioni obbligate e mercificate.
Nessuna chiesa potrà suonare le campane della fuoriuscita dal ghetto. Anche le chiese anarchiche. Negare qualunque chiesa è quel modo indissolubile per distruggere tutti i santuari e le cappelle. Per creare lo scarto con qualunque circostanza chiusa, con qualunque cornice. Alla larga. Soprattutto da quest’ultima chiesa, produttrice di bispensiero latente. Prendere le distanze anche, e in maniera irriducibile, dalle parrocchie anarchiche.
La rottura per sputare su questo mondo non è conoscibile. L’azzeramento di tutti i valori incancreniti prodotti da questo esistente può portare ad una condizione di caos, questione che può aspirare alla libertà. Sappiamo cogliere questa possibilità?
La distrazione dalla lotta della distruzione del mondo si incontra con i mostri che ci vivono accanto, quel cambiamento scenico tecnologico, il quale va a braccetto con la sua forma tollerante e democratica. Tutti questi orchi vorrebbero mutilarci, per governarci una volta per tutte e spegnere ogni passione danzante intorno al fuoco della rivolta.
La barbarie è già dentro le mura. La tecnica si è rivelata portatrice di barbarie. La cosiddetta modernità non ci libera dal dolore. La barbarie, purtroppo, viene alimentata e accettata dai più. La macchina del potere per progredire ha un estremo bisogno di gestire il suo stesso spirito che avanza inesorabilmente. E la guerra civile è l’eventualità in atto delle barbarie. Sarebbe ora di finirla con certi automatismi dei progetti per darsi ad una progettualità possibile, chiara e riproducibile che si tenga viva con la comunicabilità fra organizzazioni informali, gruppi di affinità e l’agire, cioè l’unione fra pensiero e azione.
Rompere anche con noi stessi 
Quali effetti hanno le nostre idee nella realtà in cui interagiamo? Riusciamo a sentire e a sentirci parte di una rottura? Appena si accende la critica infuocata, ecco che si cade sui malintesi, si percorrono ridondanze abissali, si cerca di trasmutare il proprio significato. E l’azione che dovrebbe parlare con se stessa tace, invece di creare. Individuare il nemico, le sue interazioni e i suoi rapporti, attaccandolo senza illudersi che sia una distruzione definitiva: ecco la riproducibilità dell’attacco. Ogni azione non è mai quella che non sottende l’agito, cioè semplicemente il desiderio di volere essere chiari: essa è quella che è. E la nostra intelligenza sovversiva non si nutre soltanto di sogni, ma anche di scarti, di diserzioni.
Bisogna distruggere il nemico prima che esso distrugga la possibilità di creare un mondo altro. La struttura dell’esistente non ha nubi e depressioni ma è fatto di autorità, produzione e tecnologie, letali per noi stessi e vitali per tutto ciò che è mercificato.
Scontro e comprensione attraversano tutti coloro che desiderano e vogliono continuare ad approfondire la conoscenza dei metodi per rompere conquesto noi, nella tortuosa strada ad ostacoli che l’esistente ci pone di fronte e a lato.

La coerenza è indigente perché non riceve che dichiarazioni di principio. Tutti coerenti. Quindi la coerenza non è da prendere con serietà perché la pratica sollecita e brulica di risposte differenti. Quando ci si fa coinvolgere dal desiderio di innestarsi nei tentacoli dell’obbedienza, tale desiderio è avvertito soltanto da animi in grado di sentirlo nella sua dirompente sedizione. Avere quella leggerezza del negativo fa rima con l’agilità di sapersi muovere, con la mente in continuo allenamento.
Metodi come scelta 
Oggi niente minaccia veramente lo stato di cose, nessun cedimento dell’amministrazione nel tempo dell’oppressione. Esistono però rumori nella notte, come pratiche più ampie di giorno, partecipazioni a (pochissime) lotte contro elementi specifici. Lotte che vanno contro ciò che ci impedisce di vivere come si vorrebbe, lotte che tentano di debellare l’accomodamento giornaliero. Da soli o insieme. È qui che entra in discussione il metodo, esso suggerisce valutazioni e riflessioni.
I metodi per portarsi ad una rottura con l’esistente richiedono applicazione pratica e teoria sovversiva come base. Il metodo è anche altro: è scelta di vita, non può essere avallato da un qualsiasi manuale rivoluzionario. Il metodo è scelta di vita di ognuno di noi perché le sue radici dovrebbero essere in continua mutazione ed espansione, non diventare miopia ideologica come luogo separato. Occorre che certe esperienze e certe emozioni divengano pratica quotidiana, con le proprie gioie e le proprie pene, rigettando ogni realismo politico.
Se non si aspettano scadenze militanti e tempi consequenziali del potere, se non c’è tregua nei momenti di lotta, si entra nella dimensione dell’attacco. Questa dimensione, quando entra nelle nostre vite, la possiamo vedere in qualunque faccia, anche nemica, e percepirla nei più disparati attimi: alla lettura di qualcosa e alla vista di una simbologia oppressiva, vedendo un rappresentante del mondo o nella sensazione sgradevole di un atto prevaricatore. Se entriamo nell’infinito della sovversione è molto più facile comprendere cosa possiamo definire attacco. Al contrario, non si guarda più alle questioni nude che emergono dal sottosuolo grazie all’idea della libertà e ci si angoscia in modo rancoroso. Ci si chiude in questo scantinato ritenuto prezioso e si pensa a come difenderlo. Come sovvertire all’ombra di una parrocchia militante?
Alla ricerca della gioia 
La vita è una fonte, il che non ha niente a che vedere con un’origine o un qualcosa di necessario. Il coraggio della risolutezza non è una questione consueta. Al coraggio, va di pari passo l’immaginazione. Il primo sentore del coinvolgimento in un’ipotesi di libertà è la facoltà singolare di immaginare. Questo modo fantasioso, suscitato dal ragionamento su cosa abbiamo intorno, non può essere slegato dall’azione.
Ecco che il primo moto di comprensione è quello del tutto spontaneo, quel bambinesco sentimento di fiducia nella vita. Senza di esso non tenteremmo teorie e pratiche conseguenti. Con questo metodo ci disponiamo criticamente verso ogni questione, accettando il nulla come un fatto. Il nostro metodo è progettato in modo limitato per natura, non ha nessun paradigma certo del futuro. Che tutte e tutti viviamo in un mondo conflittuale è una convinzione generalizzata fra le compagne e i compagni. Se pensassimo che tutto sia pacificato, il totalitarismo sarebbe già in fase di eccedenza.
Lo sfruttamento non è un fatto pacifico e i dominanti non sono sicuri di continuare a dominare, progettando armi di difesa a braccetto con la tecnologia di continuo.
Assumerci di essere parte di altro ci farebbe bene ed è per questo che risultare estranei ad ogni omologazione ha in seno la risolutezza dei nostri sforzi per liberarci.
Volere che la nostra tensione del tutto o niente sia fuori tempo e fuori ritmo, per non cadere nella logica dei piccoli passi comprensibili. Darsi una prospettiva senza limiti è il senso della passione dove la vita è o, altrimenti, non è. Come le rotture che affrontiamo nella vita. Un gioco continuo fra il comporre e lo scomporre.
L’azione è riflessione in atto perché i motivi della sua creazione sono diversificati. Anche la gioia è un motivo intrigante, spesso è il solo motivo a cui aspiriamo quando si agisce. È qui che entra in gioco la coscienza, che nell’azione brucia se stessa. Si inserisce nella realtà, ma tende al sogno, a quell’elemento distruttivo che la sottende. Provare gioia per quello che si fa è praticare la pienezza di un’idea.
Indispensabile è prendere coscienza della parzialità. Anche se noi agiamo, non abbiamo cognizione di quanto le nostre azioni siano dirompenti. Viviamo e ci sentiamo vivi, ma non sappiamo cosa significa vivere.
Saper osservare 
Oggi le enormità di trasformazioni in corso superano notevolmente le nostre capacità di immaginare. L’idea demenziale del progresso riempie gli scaffali dei negozi e produce le grida e le morti di migliaia di indesiderabili nel Mediterraneo e non solo, in mezzo al ronzio delle macchine, ai richiami incessanti di freddi schermi asettici, producendo una natura geneticamente modificata, contaminata da radiazioni nucleari che, malgrado la maggioranza delle persone aderisca al cosiddetto paradiso tecnologico, resta l’aspetto crudele del genocidio. Questo gelido mostro è reso possibile ed inesorabile dallo sviluppo enorme della tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico è legato profondamente ai rapporti esistenti: rapporti di oppressione e dominio. Oggi le tecnologie nascenti sono determinate dai rapporti che ne sono espressione, così come l’esistente è trasformato integralmente dall’introduzione delle tecnologie. Subiamo e produciamo tutto questo, non esiste un male di natura trascendentale. E questa idra si sviluppa in un contesto certo: una società autoritaria e mercificata. Se le classi non esistono più in modo ottocentesco e novecentesco, gli sfruttati e gli oppressi esistono eccome. Qua si presenta davanti ai sovversivi la prospettiva gioiosa della distruzione. Oltre all’attacco delle strutture del dominio e dei suoi propugnatori e difensori, è necessaria la distruzione delle credenze e della mentalità di stare insieme all’epoca della mega­macchina.
Il tempo diviene sempre più stretto, perché non è solo la schiavitù agli apparecchi la sola nemica, ma anche la trasformazione in atto di noi stessi attraverso queste macchine, il cui spirito razionale ci penetra. L’individuo che ne risulta è diventato somigliante alla macchina. Invece, la macchina non potrà mai diventare totalitaria contro l’imprevedibilità e l’unicità dell’individuo. Cadremmo in errore se lasciassimo scavare la trivella tecnologica in noi per un’attesa messianica del diluvio. E allora torna prepotente il tema della distruzione. Essa abbisogna di conoscenza e di coerenza di mezzi e fini per attaccare il nemico: questa è l’unica coerenza su cui vale la pena discutere ardentemente.
Sperimentare e condividere i modi per attaccare questo tecno­mondo potrebbe dare linfa alla distruzione di antenne, infrastrutture energetiche, strumenti di propaganda tecnica e le sue telecomunicazioni.
Anche se i tempi ci indicano più la calma che la rivolta, sabotare significa anche saper guardare meglio, per meglio crearci le nostre possibilità di azione. Non è detto che in una rivolta circoscritta in un luogo ben definito non si possano fermare le comunicazioni del nemico, come non è detto che in presenza di un movimento locale contro una nocività, essa non possa essere contestata ed attaccata altrove. Abbandonare lo scontro simmetrico per abbandonare ogni mediazione, anche con noi stessi, per portare un conflitto irreversibile dove il dominio non se lo aspetta.
Stringere per le mani la propria vita 
Essere determinati da quello che ci opprime, attraverso le vessazioni della società, ci porta a ritualizzare certi contesti. Tradizioni, identità collettive e riproduzioni di gesti programmati spremono il nostro tempo in maniera inesorabile. Tendiamo a parlare di qualità, ma la misurazione delle questioni che portiamo in superficie è sempre dietro l’angolo. Pensare e ripensare oltre l’abitudine sviluppa le nostre possibilità di immaginare una tensione all’agire che dà senso ad un altrimenti. Certe volte la superiorità numerica, soprattutto armata che mette in campo il potere, non può molto davanti all’intelligenza della sovversione. Se abbiamo chiaro che certe infrastrutture sono necessarie per far funzionare l’intera società attraverso il flusso di merci e informazioni, vediamo anche che esse risultano essere dovunque, lontano e sotto i nostri occhi. Con delle simili possibilità si è più liberi di volare con il pensiero che certi uccelli.
Per chi sa dove guardare e vuole rendere questo sguardo alla portata di chi ascolta, intrigato da certi spunti, si può dire che il Re, i suoi castelli e ciò che collabora alla sua esistenza siano difesi ma anche vulnerabili.
Senza saper mantenersi nella disponibilità di agire non ci può essere rivolta. Saper osare è anche superare il semplice disgusto e la semplice testimonianza di vivere in un mondo che ci inorridisce. Essere risoluti è un passo enorme da fare nella propria vita.
Questa risolutezza che si alimenta con il coraggio, non è quello di mostrare i muscoli, non è quella pulsione machista dello scontro frontale a tutti i costi. Questo coraggio è semplicemente avere l’accortezza di sapersi mantenere vivi, dove nessuno specchio ci possa far superare la nostra deformità. Al gregarismo che esegue gli ordini, anche quelli militanti, dovremmo opporre il coraggio delle nostre idee, l’ostinazione di rendere materialmente tangibile il nostro smisurato pensiero di libertà.
La sedizione non è possibile senza questa intransigenza, senza questa ostinazione che non ha niente a che vedere con il martirio e il sacrificio, ma entra in quel mondo meraviglioso della congiura e del saper stringere per le mani la propria vita. E questo splendido sentito lo trovo anche negli altri, quando i cuori si infiammano e non si lasciano mai andare alla litania del «non aver potuto farci niente».
Attaccare la nostra sottomissione è anche sapere che nessuna azione che tende alla libertà rimane mai sola. Al mondo esistono ancora anonime e anonimi in grado di farci sorridere e di darci suggerimenti. Sappiamo ancora creare cortocircuiti che diano forza ad una possibile interruzione del mondo?
Distruggere l’identità 
La paura di entrare nel vortice dell’ignoto può essere presente anche nella sovversione, ma ciò che potrebbe aiutarci ad aprire il proprio cuore verso qualcosa che non conosciamo è la tensione per l’imprevisto.
Nessuna certezza può rassicurare il fatto di sentirsi anarchici. Mettere in dubbio tutto e seminare questo dubbio nelle angherie sociali ci permette di dare continuità ai nostri sogni. Nessuna definizione dovremmo appiccicarci addosso. Il continuo fluire fra teoria e pratica, e il continuo rovesciarsi fra pratica e teoria è quello che non ci fa fare nessun passo definitivo ma ci mantiene nel salto di provare a cambiare radicalmente noi stessi, per liberarsi insieme ad altri. Saper rischiare è mantenere vive le nostre idee. Si ama senza riserve perché si odia infinitamente, vero?
Questo mondo attira tutta la nostra ostilità, ma se non sapessimo dare un senso nostro e differente a quell’elemento di unicità che fa nascere l’azione?
Precipitare nel nulla creatore può essere un buon modo per scansare da sé e da ciò che ci determina il movimento perpetuo dell’urgenza di situazioni, del fare delle cose. Preferire la bellezza qualitativa che è differenza anche col fine di sbarazzarsi delle identità collettive, le quali non sono altro che nauseanti portatrici dello schema dell’identico e del quantitativo nel cuore. Trovare la forza della diversità spinta all’infinito è molto più intrigante che perseguire la fede religiosa dell’essere tutti uguali, tutti identici. Scansare dai nostri incubi la manfrina militante del vincere o del perdere (o della lotta, a volte, paga…) per vivere la sola vita che si ha a disposizione, cercando di viverla nel modo giusto che riteniamo donarle.
In questo contesto si decide come assumersi nella vita agire organizzati, creare gruppi di affinità e rendere le azioni dirette dirompenti. Questa scelta si basa su cosa intendiamo per anonimato, informalità, essere affini con altre e altri, e quale progetto vogliamo darci, non dimenticando per strada l’irriverente spontaneismo che ha sempre attraversato l’anarchismo.
Se abbiamo a cuore la fine di ogni specialismo, creatore di capi e gregari, dobbiamo fare i conti con l’annoso problema dell’identità.
Ciò che intendiamo come nostro modo di lottare, prima di tutto, dovrebbe essere appagante con i nostri desideri. Darsi solo alla funzionalità e all’efficacia, trancia di netto il nostro agire. Considerare giusto ciò che è anonimo e informale è aprirsi con fierezza a noi stessi. Liberando l’azione e non dando nessuna proprietà ad essa, questa può divenire una pluralità. Se l’azione è di nessuno, potenzialmente può essere di tutti coloro che la guardano con simpatia. L’oscurità dell’anonimato ci protegge spesso da chi ci sorveglia e ci vorrebbe mettere la museruola, ma anche da una certa spettacolarizzazione di un mondo dominato dai mass­media. Essere senza mediazioni, vuol dire far parlare la selva oscura così com’è.
Se si pone fine all’anonimato, finiscono le potenzialità della diversità ed entra prepotentemente in gioco la rappresentazione, nemica di ogni tensione anarchica. Non fornire nessuna spiegazione al nemico, ci può fare uscire dalla rappresentazione mediatica e politica per darsi all’ebbrezza di un anarchismo anonimo, sedizioso e deciso ad attaccare. Questo può rendere più semplice anche la moltiplicazione di vari gruppi di affinità, senza produrre banalmente uno scontro fra ribelli e Stato, con una marea di spettatori in mezzo. Fra l’attore e lo spettatore dovremmo preferire la diffusione delle pratiche di distruzione e solidarietà, perché non esiste solidarietà senza rivolta.
Contro l’adesione militante 
Dei lampi di pensieri entrano in un universo mentale che cercano di praticare alcune idee rendendosi conto che esiste una conflittualità sociale più ampia, rifiutando con intransigenza qualunque sotterfugio politico. Il rifiuto della politica si basa anche sull’uso di strumenti per tenersi a galla; la rivendicazione combattente e la dichiarazione di intenti futuri hanno a che fare, in qualche modo, con la politica. Un esempio lampante sono stati gli anni 70 qui in Italia: centinaia di atti sono stati rivendicati, ma migliaia delle azione dirette non hanno avuto nessuna presunta paternità e sono diventati ricchezza della conoscenza dei sovversivi a venire. Abbattere la separazione della conflittualità latente con la negazione di tutti i ruoli sociali è una questione delicata ma che dovrebbe essere affrontata non solo fra azioni che si parlano, ma anche attraverso quello spazio senza confini che sono le relazioni attraversate da affinità e conoscenza reciproca.
L’informalità e l’anonimato distruggono parte di noi stessi e scavano anche in quello che abbiamo intorno: non c’è nulla che attanagli di più il dominio della possibilità che una distruzione anonima possa rendere incontrollabile l’oltrepassamento di un intero sistema.
Se le pratiche come l’autorganizzazione delle lotte, la conflittualità permanente e l’azione diretta diventassero concrete possibilità per gli sfruttati, cosa accadrebbe? Malgrado tutta la sua potenza, il potere teme proprio questo: la diffusione di una rivolta insubordinata, fuori da ogni mediazione e controllo.
Le prospettive di rottura non possono essere contate con il numero degli attacchi fatti al potere, ma dovrebbero essere pensate insieme alla rottura molteplice del tempo e dello spazio dell’oppressione. Questo potrebbe essere l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali esistenti.
La rivendicazione porta in seno anche il terribile problema del linguaggio. Nominare una realtà di cose significa intrinsecamente ridurla e questa riduzione va di pari passo con il tradimento. Il linguaggio non è solo sessista (enorme problema comunque), ma non è nemmeno neutro: spesso serve a celare la questione sollevata da un fatto accaduto.
Un salto nell’ignoto può essere anche fatto sbarazzandosi di tutte le abitudini militanti. Per questo è fondamentale non mutilare certi dibattiti.
Continuare a rimettere a fuoco la possibilità di come intervenire autonomamente nelle lotte, come incendiare le affinità e far generalizzare certe pratiche potrebbe essere il miglior modo per scontrarsi fra differenze, alterità e compagne e compagni che hanno a cuore il lungo ed impervio percorso di sovvertire l’esistente. Ognuno con il suo contributo e non per acuire le differenze per darsi ad un’adesione, ma per trovare i mille rivoli per sabotare il mondo.
Complici non sostenitori 
Oggi sappiamo che difficilmente le lotte sociali, portando in seno rivendicazioni parziali, possono aspirare fin da subito a ribaltare il tavolo delle contrattazioni con il potere per aneliti di rottura con pezzi importanti del dominio. Questa constatazione però non può spingerci nel baratro della rinuncia alle aspirazioni sovversive in contesti sociali. E qui ritorna in gioco la questione del metodo da vivere, non da usare. Un nodo da sciogliere: come porsi con chi ci ascolta e capisce (talvolta) quello che diciamo? Come sono le nostre relazioni con questo fantomatico altro? Questo altro, poi, non è da trovare solo nelle lotte specifiche, ma lo si affronta e ci si confronta anche in altri momenti delle proprie vite, anche quelli più fugaci.
Potrà sembrare una banalità, ma le possibilità che ci diamo per tessere relazioni di complicità con gli altri si basano tutte sulla chiarezza. Diffondere le proprie idee, le proprie tensioni, la propria visione dell’esistente, senza fermarsi alla particolarità contro cui si sta lottando per raccordare il proprio discorso contro il dominio. Questa presunta banalità di base, non può essere mascherata neanche dalla cosiddetta ragione di movimento, che assomiglia non poco alla ragione di Stato. Agire in libertà è sempre meglio del fare in modo forzoso.
Ecco perché è importante fare sempre richiamo alla conflittualità intransigente, quell’ostilità continuativa che crea delle distanze da aspiranti leader e possibilisti portaborse politici, per darsi ad un immaginario che renda palese l’odio per qualsiasi istituzione. Tenersi a distanza per tenere il mondo dello Stato e i suoi mediatori fuori dai nostri contesti relazionali. Un ottimo esempio storico lo si può recepire nella lotta contro il nucleare alla fine degli anni 80: tutto quello che le/i compagne/i hanno portato come contributo a quella lotta era chiaramente ostile ad ogni forma di sotterfugio. Questa irriducibilità non andava solamente contro i signori del nucleare, ma anche contro i signorotti che vedevano quella lotta solo come strumentale per fini politici (la cosiddetta opposizione fittizia di partiti di sinistra, ambientalisti antropocentristi e legalitari insieme a pacifisti, delle volte delatori) e contro anche chi metteva in discussione solo il nucleare, senza preoccuparsi del mondo che lo applaudiva e ne cantava l’avvento perché motore essenziale per la continuazione di guerre e oppressione.
La convinzione che si possa allargare e far deflagrare una lotta specifica anche con il coltello della libertà in mezzo ai denti, senza mai darsi al banchetto delle cariatidi politiche, è data dall’idea minimale che l’insurrezione è un fatto sociale. Non volere una vita diversa dentro gli schemi, ma rompere tutti gli schemi per far esplodere le forze eterogenee, quelle passioni sfrenate che danno senso alla trasformazione.
Questo modo di pensare ha le sue radici anche su un fatto del tutto consequenziale alla forma storica di convivenza sociale chiamata Stato: chi si sente cittadino non ha bisogno di riflettere ed agire, ma detiene la sua fortezza sicura nell’obbedire ed essere strumento funzionale della macchina statale. E allora se ribelli senza nessuna bandiera da difendere decidessero di sperimentare la dispersione nel tempo e nello spazio della sovversione, questa non andrebbe anche contro un certo modo di pensarsi cittadino qualunque e fruitore di servizi?
È la possibilità di incendiare i focolai, di soffiare sul fuoco per generalizzarli, che può farci sentire il calore dell’affinità. Oltre i traboccanti centri, esistono variegate periferie da attraversare e sperimentare. Ecco perché una lotta che indica i difetti di un progetto di morte, senza dare linfa al pensiero che sono gli stessi progetti di morte le protesi del totalitarismo della realtà, non vuole una rivolta contro quel progetto, ma una resistenza per attizzare gli istinti per la maggior parte di dissenso democratico, rimanendo nell’ordine del discorso di potere e contro­potere. Criticare la causa dei mostri creati dall’esistente è un ottimo modo per non essere contro questo modo di intendere il sistema, ma inoltrarsi nella lotta contro qualunque sistema. Rinunciare alla propria tensione utopica fa rima con alleanze, cioè quando il realismo della comunanza forzata ha fatto a pezzi l’eccesso per darsi alla misura della comprensibilità di possibili sostenitori. Altra cosa, diametralmente opposta, è darsi alla ricerca della complicità.
La distruzione di un intero edificio sociale non può essere opera di poche teste calde e sovversive. Nessuna azione, per quanto accurata e rivelatrice di sfruttamento, potrà riuscire a sovvertire interamente questo mondo. Il diluvio insurrezionale ha bisogno degli atti individuali come delle sommosse collettive. Tutte e due dovrebbero essere in cerca della miccia pronta ad esplodere.
Il rifiuto dell’altro è comprensibile e per molti aspetti anche onesto. E questo rifiuto non può essere debellato ritornando alle solite parrocchie militanti, ma facendo esondare le molteplici differenze. L’insurrezione non è una sommatoria di atti, ma come certi atti possono interrompere il potere, allora la ricerca di possibili complici è questione del tutto spontanea per fomentare l’attacco contro il dominio.
Reciprocità contro l’adesione 
Oggi abbiamo davanti a noi una doppia prospettiva: abbandonarci al disordine e al piacere o, in senso qualitativamente opposto, darsi al mondo del reale, alla sua visione utilitaristica delle cose.
Se gli esseri umani aspirano a diventare bravi cittadini, non facendo a meno del pragmatismo e della comunella politicante, allora solo l’esagerazione del desiderio può spezzare questo incubo latente.
La gente chiede a gran voce ordine, tranquillità davanti ad uno schermo e si movimenta solo se le circostanze del proprio orto la fanno sobbalzare. Difficile che mettano a soqquadro un intero modo di pensare. E quando aprono i propri cuori alla possibilità di essere altro, si fermano per paura della caduta.
Se non riusciamo ad avanzare una qualsiasi rivendicazione ragionevole, addio dialettica. Per questo è irragionevole contare sulla ragione delle proprie idee. Togliamoci dalla testa che l’anarchia sia qualcosa che verrà. Possiamo contare su dei complici perché la nostra sete di libertà è un crimine. Un crimine non solo contro lo Stato e il Capitale, ma anche contro la stessa contemporanea convivenza umana.
Ecco perché ricercare l’altra/o porta con sé il desiderio dell’affinità, della conoscenza reciproca, della disponibilità dello scontro relazionale e della comprensione pensante, senza mediatori di mezzo e senza gregari al seguito. La vicinanza dell’altro può avere la forza del riverbero. La singolarità, l’unicità, l’irripetibilità è ostile in ogni istante all’idolo sociale chiamato società. Non si può programmare di imbattersi nell’assurdo, non si può esorcizzare la paura di esso, bisognerebbe solo sperimentarlo. La gioia sta nel pensare e nell’agire, contro il dominio ma anche distante da chi riduce le tensioni in becere divisioni militanti perché, citando Zo D’Axa, non c’è vita ma c’è lotta per la vita.

Lettera aperta al 
dr Giuseppe Serravezza

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( Dal Web )

Nemici di Tap

Melendugno (Lecce), 27 maggio 2017
Egregio Dottor Serravezza [*],
questa nostra non è una lettera per elogiarLa, ma siamo certi che vorrà scusarci e capirà, avendo già schiere di ammiratori ed essendo riuscito a conquistare ulteriori simpatie per il suo impegno contro il gasdotto Tap che si vorrebbe realizzare nel Salento.
In effetti è proprio in merito a questo suo impegno che abbiamo deciso di scriverLe, ed in particolare in riferimento ad un Suo appello pubblico, in cui chiedeva a tutti i partiti e movimenti – da Casapound agli anarchici – di fare un piccolo passo indietro, nel nome di una battaglia comune contro Tap. Ora, a parte il fatto che in una lotta i passi da fare sono, secondo noi, sempre in avanti e mai indietro, la questione è anche un’altra, ben più importante. Perché a nostro avviso la lotta contro Tap non è, come Lei afferma, una lotta per la salvezza del territorio, dell’ambiente e della salute delle persone, bensì una lotta di libertà e per la libertà, e come tale non può essere portata avanti con coloro che della libertà sono nemici, come i fascisti di Casapound che Lei forse ammira e con i quali si è già trovato a collaborare in pubbliche iniziative, e come i democratici che Lei stesso rappresenta.
Vede, Dottore, i fascisti saranno anche disponibili a manifestare per la difesa dell’ambiente e del territorio, nel nome della loro lurida ideologia fondata su «sangue e suolo», ma si tratta delle stesse spregevoli persone che inneggiano all’eliminazione del diverso, alla caccia all’«uomo di colore», alle guerre nel nome di una presunta superiorità occidentale… Lei è disposto ad accettare tutto questo? Lei crede che le cose possano essere separate e si possano portare avanti delle lotte dividendole in compartimenti stagni? Noi crediamo di no.
Noi crediamo anzi che il suo pensiero, caro Dottore, sia dannoso, perché affermando che la lotta contro Tap è una lotta per la difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, spalanca le porte ai fascisti che forse saranno suoi amici, ma di cui noi siamo irriducibili nemici.
Non solo; Lei spalanca la porta ad altri – come Lei – eminenti scienziati, che confutano le sue tesi sulla cancerogenicità delle emissioni del gasdotto, avallandone di fatto la costruzione. Lei ha permesso, caro Dottore, con i suoi scioperi della fame e della sete, il riaffermarsi della politica all’interno della protesta, una politica che era stata scavalcata dalla rabbia spontanea di centinaia di persone comuni; lo ha permesso incontrando sindaci, governatore di Puglia ed esponenti di Governo coi quali ha dialogato amorevolmente. Lei ha espresso l’idea di spostare altrove l’approdo del gasdotto, intendendo quindi devastare in un altro luogo il territorio e l’ambiente, e compromettere la salute di altre persone un po’ più in là. Lei, caro Dottore, ha assunto in una parola il ruolo del recuperatore, provando a mediare con la politica ciò che per noi non è mediabile: la nostra libertà.
Una libertà che non andrebbe sminuita e contenuta, bensì difesa e aumentata; una libertà che affonda le sue radici nei motivi profondi per cui opporsi al gasdotto, ad un’opera di colonialismo energetico che non si limita solo a devastare il giardino fuori dalle nostre case, ma è causa ed effetto di guerre sparse in giro per il mondo con tutto il loro corollario di morti, devastazioni, esodo di milioni di persone, annegamenti nei mari…
Opporsi al gasdotto Tap, egregio Dottore, significa volersi opporre a tutto ciò, e significa anche volersi opporre agli Stati che queste condizioni creano ed alimentano, agli Stati che impongono e difendono, manu militari, opere come Tap. Agli Stati che, proprio come i fascisti, sono nemici della libertà.
Per questo, caro Dottor Serravezza, se vuole collabori pure coi fascisti e con la politica, ma lo faccia sempre a titolo strettamente personale, e sia anche disposto ad affrontarne le conseguenze. Ad alcuni può anche bastare l’autorevolezza o il digiuno di un uomo per considerarlo proprio complice.
A noi no.
Cordiali saluti
[volantino distribuito a Melendugno in occasione di una iniziativa organizzata da
Lega Italiana Lotta Tumori, Comitato No Tap e Terra Mia]
* Giuseppe Serravezza, oncologo, responsabile scientifico della LILT di Lecce, salito alla ribalta delle cronache per lo sciopero della fame e della sete intrapreso in segno di protesta contro la costruzione del gasdotto Tap.

I governi devono scomparire

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( Dal Web )

Bartolomeo Giaroli

Gli uomini sono fatti per giovarsi, e non per combattersi a vicenda. Quei pochi miglioramenti che si possono riscontrare nelle condizioni dei popoli non furono introdotti per cura dei rispettivi governi, ma loro malgrado. Il benessere presente è frutto della costanza dei popoli nel combattere contro i governi per la rivendicazione della loro naturale libertà, e la raggiunsero al prezzo di molti sacrifizi, e sanguinosi martìri.
La parola governare non vuol dunque dire beneficare; ma soggiogare popoli per farli servire all’ambizione, agl’interessi, alla cupidigia di quell’ente, che sfrontatamente si arroga il nome di governo. Né io sono il solo che dica i governi essere infesti all’umanità; l’egregio professore Giuseppe Allievo già scrisse: «Le nazioni conquistarono l’indipendenza, il governo conquistò le nazioni, che avevano affidate a lui le proprie sorti e confusa con esso la propria esistenza… da quel giorno la potenza dello Stato più non conobbe misura… organizzò a sua voglia la società e, compiuta la creazione sociale, si riposò dicendo: l’umanità son io… Il potere governativo è peso che opprime. Lo sente la società europea. Le coscienze umane si elevano esclamando: l’umanità siam noi individualità libere ed immortali; creazione nostra è lo Stato!». Tale il grido della riforma politica, e più avanti prendendo il tono profetico esclama: «verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo sarà quella che esso combatterà non per l’indipendenza dallo straniero, ma dalla statolatria». Antonio Fratti, uomo chiarissimo, in una conferenza tenuta in Milano disse: «Noi vogliamo che la chiesa qual è cada. Le insubordinazioni, le rivolte, le congiure, che tuttodì scoppiano in ogni Stato, sono prove manifeste che i popoli non possono più tollerare i rispettivi governi, sono tanti segni evidenti che il raffazzonamento attuale dei popoli è reso insufficiente a contenere il grado di sviluppo raggiunto dalla presente generazione. L’opera dei governi non fu mai rivolta ad altro scopo, che quello di frenare i popoli che corrono sulla via del progresso. Ora i popoli diventano ogni giorno più impazienti del freno governativo e, come si espresse l’onorevole Bovio, “bisogna aprirgli la via, se gli si mettono davanti delle siepi, essi le ardono e passano”».
L’uomo è nato libero; ma la lunga educazione servile e religiosa lo aveva reso inconsapevole della sua dignità. Ora, grazie alle condizioni mutate, riacquista la sua coscienza naturale e, sdegnoso del freno che per tanti secoli tollerò inconscio della propria degradazione, abbatte ogni ostacolo al conseguimento della sua naturale libertà. La libertà equivale alla vita, e colla rivendicazione della libertà i popoli riacquistano di fatto il diritto alla vita, che finora non possedettero che di nome; e, come dicono i giuristi, i popoli riacquistano il «ius in re», mentre finora non ebbero che un «ius ad rem». Tutti i governi sedicenti civili ammettono, anzi proclamano l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; l’uguaglianza nel godimento dei diritti civili e politici; ma soggiungono: «salve le eccezioni determinate dalle leggi». Ora, siccome le leggi sono fatte da loro, così i cittadini non godono altri diritti che quelli consentiti dai governi legislatori. Dunque l’uguaglianza proclamata dai governi è bugiarda, i diritti consentiti sono illusori. Quale uguaglianza ci può mai essere tra chi comanda, e coloro che sono costretti ad obbedire? Quali diritti si possono godere sotto governi che non hanno altro scopo che di sfruttare i popoli a loro esclusivo vantaggio? I governi anziché essere la guida dei popoli sulla via del progresso, sono un ostacolo, un impedimento quasi invincibile al conseguimento del benessere comune; esercitano sui popoli un’azione uguale a quella dell’acido solforico sulle sostanze organizzate; dunque i governi debbono scomparire.

Il prezzo della nostra indifferenza

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( Articolo Condiviso )

Jean Bloch-Michel

A partire dal momento in cui ci si trova in un paese conquistato, come lo erano i tedeschi in Francia o i francesi in Indocina, la regola vuole che non conti nulla quanto viene fatto in suo favore, ma che qualsiasi ingiustizia venga addebitata senza indulgenza e senza perdono possibili.
A questo genere di argomentazioni, la risposta degli uomini sinceri, se non cinici, è che il nostro impero è condizione della nostra prosperità. Io sono convinto che ciò sia falso… E qualora la nostra prosperità fosse a questo prezzo, so che non sarei l’unico a preferirle una povertà più onorevole.
Ma ciò che mi sembra più grave in tutto ciò è che abbiamo così ben tollerato il fatto di essere trascinati in una guerra di cui non ammettiamo né le ragioni né il fine.
Infatti, siccome non era ovvio che questa guerra costituisse un pericolo anche per coloro che non la facevano, ne abbiamo appreso l’inizio e ne abbiamo seguito le vicissitudini con assoluta indifferenza.
È stato lo stesso, del resto, per la guerra in Corea.
Perché se ci capitasse, a seconda del campo che abbiamo scelto, di tremare allorché uno dei due avversari si ritirasse e di gioire se avanzasse, nessuno penserebbe veramente di mettere in ridicolo tutti i giorni in memoria dei coreani, per i quali la fortuna era la stessa: sempre cattiva.
Bisogna quindi ammetterlo, abbiamo acconsentito che venissero compiuti in nostro nome ciò che molti di noi considerano crimini.
Lo abbiamo accettato o abbiamo voluto ignorarlo.
In breve, siamo stati indifferenti. Ecco qual è il segno della nostra epoca, e noi ne siamo segnati non meno degli altri.
Eppure dovremmo conoscere il prezzo della nostra indifferenza. Non è poi lontano il tempo in cui veniva incoraggiata, dicendoci che essa sola poteva assicurare la nostra sicurezza.
E, sebbene il ricordo si cancelli nella nostra memoria ingombra di immagini più recenti e per noi più violente, ricordiamoci l’epoca in cui il popolo spagnolo combatteva per la propria libertà. Tutti i problemi che abbiamo dovuto poi risolvere per noi stessi, si posero allora.
La guerra di Spagna ha diviso gli uomini in collaboratori opportunisti e resistenti.
Poco numerosi sono coloro che in seguito hanno avuto il desiderio o l’opportunità di cambiare campo. Per la prima volta anche noi abbiamo capito come sia difficile, una volta presa la decisione, accecarci con forza sufficiente per continuare l’azione intrapresa.
Era facile, fin dai primi giorni — soprattutto i primi giorni — riconoscere dove si trovasse la giustizia e dove l’oppressione.
Non penso che riusciremo mai ad incontrare una causa più pura e più intatta di quella della Repubblica spagnola all’inizio della guerra civile. Eppure, a partire da quel momento, abbiamo dovuto scegliere tra la guerra e la pace. Ci è stato detto che intervenire per i repubblicani avrebbe catapultato l’Europa nella guerra. Dal momento che Mussolini e Hitler non avevano aspettato per aiutare Franco, ci doveva pur essere qualcosa di logico in questo monito.
Il non-intervento fu quindi una di quelle ipocrisie che il pacifismo più sincero talvolta ispira alla politica.
Perché, una volta assunta tale posizione, la si poteva sostenere solo non vedendone le conseguenze e la menzogna che era diventata.
Allo stesso tempo, il campo che avevamo scelto perdeva la sua purezza, la repressione contro gli anarchici e le procedure adottate dal Partito Comunista nelle file dei repubblicani instauravano una tirannide tra i difensori della libertà.
Giustificare certe misure era facile: in tempo di guerra, la necessità di un ordine politico è tale che a volte occorre sacrificare le ragioni stesse per cui ci si batte.
Ciò dimostra soltanto che la libertà non può nascere dalla guerra. Ma la lotta era mutata, diventando quella di un popolo usato, volente o nolente, per i bisogni di un sistema e di un partito.
La causa del popolo spagnolo vi manteneva la sua purezza. Essa resta ancora oggi la medesima del primo giorno. Ma non era più solo il popolo spagnolo e la libertà, ad essere in discussione.
Perché gli uomini furono presto traditi e noi potemmo assistere a questo spettacolo, che ci è consueto, di una rivoluzione i cui primi eroi sono le prime vittime.
Gli anarchici furono sacrificati ai bisogni dell’ordine, così come alle esigenze di un partito la cui sola forza, per lo meno in Spagna, era quella di rappresentare un ordine.
La cosa più grave è che la Spagna è stata tradita due volte da noi, quando abbiamo rifiutato di fornire un aiuto ai partigiani della libertà che i suoi nemici avevano cominciato a schiavizzare, e quando, una volta questi sconfitti, abbiamo acconsentito che la Spagna rimanesse sola sotto l’oppressione.
E ora, su di essa è calato il silenzio. A pochi passi da noi, un ridicolo dittatore fucila ancora ogni giorno degli uomini che, per la maggior parte, alcuni anni fa erano venuti in Francia ad aiutarci a sconfiggere i nostri nemici comuni. Tutto questo avviene in mezzo al silenzio, come è accaduto per i massacri fatti in nostro nome in Madagascar, in Marocco o in Tunisia.
Questo silenzio organizzato dai nostri padroni esiste tuttavia solo grazie al nostro consenso. È utile alla nostra tranquillità e ne conosciamo da molto tempo la pratica e le virtù. E non siamo i soli.
Non abbiamo creduto ai tedeschi quando ci dicevano che ignoravano l’esistenza dei campi di concentramento. Sono sicuro che, per lo più, fossero sinceri.
In Francia chi era a conoscenza di cosa accadeva nel bagno penale della Cayenna, quando ancora esisteva?
A volte un uomo onesto, fuorviato in mezzo ai secondini, si indignava allo spettacolo di quell’opera di assassinio.
Tornava, scriveva un libro o degli articoli. Era l’occasione di qualche agitazione, poi il paese ricadeva nel suo torpore e veniva a sapere, senza rabbrividire, che un nuovo convoglio era stato imbarcato alla île de Ré.
E allora, tutti i tedeschi avrebbero dovuto esserne consapevoli perché i campi erano più vicini tra loro?
Perché il grido dei martiri non raggiungesse le loro orecchie bastava, come facciamo noi, essere ben decisi a non sentire nulla.
Come i tedeschi avevano fatto il silenzio su Auschwitz, Dachau e Buchenwald, come noi l’abbiamo fatto sulla Cayenna, lo facciamo sulla Spagna, e ancor più sul Madagascar e Capo Bon.
Nulla è ancora perduto, tuttavia, poiché ho ancora il diritto oggi di disturbare tale silenzio. Ma non bisogna farsi illusioni. Se continueremo a stare zitti, come rimasero zitti prima di noi i tedeschi, accadrà un giorno a noi quello che è accaduto a loro: verremo strappati al nostro silenzio, ma per farci urlare, a tono e a comando.
Journal du désordre, 1955