Archivi Blog

La pozzanghera e l’oceano

altrove

( Dal Web )

Un antico dilemma. Aprirsi ai possibili complici sconosciuti di cui si dà per certa (o si ipotizza, o anche solo si auspica) l’esistenza fuori dell’uscio di casa, oppure chiudersi in compagnia dei proverbiali quattro gatti che già si conoscono e che godono della propria fiducia? Si tratta di una scelta che va ben al di là delle singole attitudini caratteriali, così come della valutazione dei rispettivi pro e contro, ma coinvolge le proprie aspirazioni, i propri sogni. Non tanto un’opzione strategica da calcolare, quanto una prospettiva umana da vivere. Ciò detto…
A tarpare le ali ad ogni tensione utopica nell’ultimo decennio è piombato il flagello della comunellanza politica, l’infettante convinzione che per nuotare nell’oceano sociale sia obbligatorio alleggerire il più possibile il proprio bagaglio rivoluzionario al fine di renderlo più galleggiante, sia necessario porgere il microfono ad esperti possibilmente di fama per farsi prendere sul serio da masse a digiuno di aspirazioni radicali, sia doveroso insomma correre dietro alla gggente per blandirla ed ottenerne i favori (il tutto facendo da sponda a chi ha sempre affossato le idee antiautoritarie).
L’allegra adozione di questa tattica opportunista ha contribuito non poco alla quasi estinzione dell’anarchismo più iconoclasta, il quale si è visto svuotare di buona parte del proprio contenuto non dall’intervento esterno, bensì da quello interno. Tale scelta (che di scelta si tratta, presa da alcuni con piena cognizione di causa, non di abbaglio) da parte di alcuni illuminati sulla via di Venaus ha provocato in altri anarchici una forte reazione allergica di segno diametralmente opposto, che si manifesta nel netto rifiuto di ogni possibile apertura verso l’esterno. No, gli anarchici non devono cercare altri, devono bastare a se stessi, punto. Ed essendo innegabile che l’insurrezione e la rivoluzione sono fatti sociali e in quanto tali necessitano soprattutto della partecipazione di altri, beh, allora tanto peggio per queste cariatidi concettuali del passato. Vorrà dire che gli anarchici moderni non devono più desiderare la distruzione di ogni potere, non devono più riflettere sulle possibilità di abbattere lo Stato, devono avere occhi e cuore solo per la rivolta individuale, solo per l’insorgenza di pochi (non) eletti contro un’autorità ritenuta ormai ineluttabile ed invincibile non solo dai grandi e piccoli servi del dominio, ma anche da questi loro nemici.
Che bizzarro paradosso! Cittadinismo sovversivo e solipsismo nichilista, pur nella loro asimmetrica distanza, partono dal medesimo presupposto condiviso come punto di partenza: la convinzione che nell’oceano sia possibile nuotare esclusivamente a stile compromesso. C’è chi si butta e chi no, preferendo rimanere nella pozzanghera. Chi fa di tutto per apparire bello e buono, e chi fa di tutto per apparire brutto e cattivo. Si tratta di una alternativa che ha fatto strage fra compagne e compagni, come dimostra l’emergere di categorie in sé pressoché insulse come «anarchismo sociale» o «anarchismo d’azione», rimasticature di vecchie suddivisioni già inutili in altra epoca. Alternativa che però non desta in noi il minimo interesse ed in cui non intendiamo trovare spazio, non essendo appassionati né di assemblee (che troviamo il più delle volte disprezzabili) né di eremi (che troviamo non di rado noiosi).
Questione di prospettive. La nostra rimane quella della distruzione di ogni autorità, la cui premessa è una scintilla insurrezionale che va cercata con ostinazione. Nell’oceano, quindi, non nella pozzanghera. Andare alla ricerca di possibili complici, sì, ma a partire dalle nostre idee e solo da quelle. Non per atto di fede o per attaccamento ideologico, come amano commentare i pragmatici babbei, ma semplicemente perché non riusciamo davvero a credere al loro «dogma»; e cioè che si possa arrivare all’autonomia attraverso la sudditanza. Il fine indica i mezzi, i mezzi contengono e giustificano il fine.
Inutile farci notare che le condizioni sociali non sono favorevoli, che non c’è nulla di radicale da attendersi dalle enormi mandrie contemporanee di portatori di smartphone, che l’assuefazione sociale alla droga del potere ha raggiunto livelli tali da rendere materialmente impossibile un’insurrezione oggi. Ciò non giustifica a nostro avviso né il ricorso al salvagente della politica, né la bandiera tirata sugli occhi a mo’ di sudario.
In primo luogo perché, come dovrebbe essere ben noto, le esplosioni sociali sono come ladri nella notte: irrompono senza farsi annunciare. Se sotto forma di sommossa più o meno prolungata, di insurrezione, o di guerra civile, dipenderà dagli avvenimenti (e quindi in parte anche dalla nostra capacità di influenzarli).
Poi, perché abbiamo sempre pensato che debbano essere i desideri sovversivi a travolgere e a trasformare la realtà imposta, e non la realtà imposta a formare e a mitigare i desideri sovversivi. Ecco perché lasciamo ad altri la preoccupazione di fare esclusivamente ciò che sembra loro possibile, preferendo dedicarci ad azzardare quanto può sembrare impossibile.
Quanto alla presunta refrattarietà generalizzata nei confronti delle idee anarchiche, ci domandiamo fino a che punto ciò corrisponda a un dato di fatto o sia piuttosto un comodo alibi per giustificare la propria indolenza. Troviamo comunque buffo che in un momento in cui la fiducia nei partiti politici ha toccato i suoi minimi storici, al punto che molti orfani di ideologie emancipatrici si affrettano a saccheggiare l’arsenale teorico anarchico (magari tentando di farlo passare per farina del proprio sacco), siano proprio i sedicenti nemici dello Stato a provare imbarazzo davanti alla possibilità di esprimere a voce alta le proprie idee. Imbarazzo che li porta a seguire la ruota altrui contando sullo sprint finale, oppure a rimanere zitti con la testa imbottita di nulla non-creatore. Ma se non sono gli anarchici a far risuonare bestemmie nelle orecchie di chi finora ha udito solo preghiere, chi altri mai potrà farlo? È questo che troviamo incomprensibile, negli uni come negli altri.
Sul versante cittadinista: a meno di credere all’esistenza di un meccanismo storico determinista che porterà sempre e comunque nella giusta direzione, al tonto «anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia», quanto putridume etico e quanta idiozia intellettuale sono necessari per accantonare le idee anarchiche e fare da megafono a quelle autoritarie? Così facendo si finisce per applicare in anticipo, senza rivoluzione, la delirante teoria marxista del periodo di transizione. Ovvero quella fase storica di pacifica coesistenza fra pressione autoritaria e tensione libertaria che dovrebbe sfociare nell’estinzione dello Stato. Una vera e propria barzelletta logica e storica, una favoletta per bimbi. Davvero si pensa che il modo migliore per abbattere domani il potere sia quello di porsi oggi al servizio dei suoi aspiranti futuri amministratori, invitando gli sfruttati ad esserci per correggere e migliorare le istituzioni?
Sul versante solipsista: i primi nichilisti conosciuti nella storia, quelli russi della fine dell’Ottocento, si trovavano in condizioni favorevoli, loro? Primi sovversivi di un paese sconfinato — dove regnava una rassegnazione atavica secolare, dove un centinaio di milioni di contadini spesso analfabeti inanellava preghiere a Dio e allo Zar, dove pressoché nessuno conosceva le idee radicali — non si misero ad imprecare contro l’ignoranza del popolo che impediva oggettivamente l’avvento della liberazione, né si chiusero nei loro cenacoli per rimanere in poca ma buona compagnia. Uscivano di giorno per diffondere il più possibile le proprie idee fra chi stava in basso, ed uscivano di notte per attaccare il più possibile chi stava in alto. I nichilisti moderni, no. Mirano ai loro nemici in alto, ma non si degnano di cercare complici in basso. Perché, a loro avviso, non ne esistono. Il loro striminzito mondo non va oltre il proprio naso: l’umanità si divide in servi dello Stato più o meno indegni, ed in anarchici più o meno degni. Su un punto almeno, i reazionari di ogni sorta avrebbero perciò ragione: la rivoluzione è morta, lo Stato dominerà in eterno. Ineffabile malinconoia.
No, grazie. Parlare solo fra noi, di noi, per noi, non ci interessa. Parlare con quasi chiunque scodinzolando utilizzando indifferentemente il nostro linguaggio e quello altrui, ci ripugna. Non si tratta di rivolgersi agli altri con l’ambizione di convertirne o arruolarne il maggior numero possibile; l’intento è di prendere appuntamento con qualcuno di loro, con chi non si lascia scorrere addosso le nostre parole ma ne avverte qualche risonanza. I partiti sono sempre stati marci ed impotenti, i movimenti lo sono diventati. Ma le singole individualità non hanno bisogno di feticci collettivi, hanno bisogno di incontrarsi e conoscersi.
Immergersi nelle acque dell’oceano significa allora diffondere le proprie idee il più possibile, senza soffocarle con slogan da corteo o un gergo da accademia. Significa affrontare argomenti che potenzialmente toccano chiunque. Significa guardare dritti negli occhi gli sconosciuti che si potrebbero incrociare, senza sorridere per adescarli e senza ringhiar loro addosso per spaventarli. L’oceano è enorme, al suo interno non vi sono soltanto politicanti, funzionari, bottegai, accademici, periti, giornalisti, preti, militanti. Tutti costoro vanno tenuti alla larga, con rigore. E qualora si avvicinino troppo, vanno affondati.
Ma perché precludersi la possibilità di imbattersi in altri esseri umani in preda ad una rabbia che, se non è esattamente la nostra, è non di meno simile?
Annunci

A cosa servono i governi

142d31c16ee6db57b8b9e0c0340e182c2bddfc93_m

( Dal Web)

Arthur Arnould
La buona comare che aveva perduto il suo gatto aveva l’aria meno desolata di quanto l’avrebbero avuta non pochi cittadini francesi, se l’indomani, svegliandosi, avessero sentito dire che avevano perduto il loro governo.
Senza governo! Poveri noi! Cosa si farà? Come potremo vivere!
Ma, dunque, non avremmo più esercito permanente per difenderci e, se del caso, per combatterci?
Ma, dunque, i nostri magistrati – queste persone temibili, da cui dipende per noi onore, fortuna, libertà e vita – non sarebbero più nominati, decorati e promossi da un ministro incaricato in nome di tutti, senza che si sappia il perché, di distribuirci quel tanto di giustizia che concepisce, mediante funzionari a sua immagine?
Ma, dunque, la pace e la guerra non sarebbero più tra le mani d’un altro ministro – quello degli affari esteri – che gioca, nel silenzio del gabinetto, con l’Europa, quella partita di whist, di cui la nostra influenza e la nostra dignità sono la posta, e in cui la Francia sostituisce il morto?
Ma, dunque, non avremmo più un ministro dell’istruzione pubblica, per pesare nelle sue bilance – d’accordo col clero – le quantità infinitesimali d’idee che lascerà amministrare a quelli tra i nostri figli che si vuol bene istruire nel modo che permette la reazione governativa del giorno?
Ma, dunque, non avremmo più un altro ministro, per scegliere a sua volontà ed a volontà del supremo signore delle mitragliatrici, i prefetti che regolano i funerali civili, chiudono i caffè dove non si brinda a Napoleone IV, ed i circoli in cui il signor de Mun non predica la crociata all’interno?
Ma, dunque, saremmo davvero ridotti a far da noi i nostri propri affari?
Ma, dunque, subiremmo la necessità di difenderci da noi, di amministrarci da noi, di confezionare noi stessi, a volontà, le leggi che ci inceppano e rovinano, di non dover consultare, nelle nostre decisioni, che i nostri propri interessi e la nostra propria ragione, invece di subire per amore o per forza l’interesse del governo e la ragione di Stato?
Vi siete mai chiesti chi tra i due abbia bisogno dell’altro – del macellaio o del montone, del ricco o del povero, del governante o del governato?
È ben evidente che il macellaio ha bisogno del montone, e che il montone, senza il macellaio, non starebbe che meglio.
È egualmente evidente che se non ci fossero più poveri, ricchi ed oziosi si troverebbero in serio imbarazzo, perché, non avendo più nessuno da far lavorare per loro conto, i ricchi stessi dovrebbero lavorare e guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte, come semplici manovali, mentre la signora duchessa, privata dei servizi della sua cuoca, sarebbe costretta a preparar da mangiare al suo uomo con le sue bianche mani.
Supponete, invece, che non vi siano più sfruttatori, parassiti ed oziosi – cosa ci perderanno coloro che producono e lavorano?
La terra e le sue ricchezze naturali od appropriate saranno forse scomparse?
Il macchinario industriale accumulato sarà forse scomparso?
Non resteranno forse più foreste per darci il legno, miniere per caverne carbone e ferro, campi per produrre frumento, braccia per mettere il tutto in attività?
L’umanità non morrebbe dunque né di freddo, né di fame. Le condizioni del lavoro e della ripartizione dei prodotti sarebbero solamente cambiate.
Avete forse più bisogno di quel governo onnipotente che pesa su voi governati?
Cosa fa, in vostro nome, che voi non potreste fare in sua vece, meglio e a minor prezzo?
Difendervi contro l’invasione straniera? – Ne siete ben certi? – Non vi riesce sempre? – Per difendersi contro un’aggressione ingiusta, un esercito non varrà mai un popolo.
Le Repubblica, nel 1792, non aveva che dei volontari, ed è il popolo armato di Francia che ha respinto la coalizione europea.
Mentre tutti gli eserciti di governi stranieri fuggivano davanti a Napoleone I, non è l’esercito ma il popolo spagnolo che resisteva al despota, divorava i suoi soldati e i suoi generali.
Nel 1870, a Parigi, non sapete più che è il popolo armato, la guardia nazionale che, durante cinque mesi, ha salvato l’onore e resistito alla Prussia ed a Trochu?
Gli eserciti permanenti non sono utili che all’interno.
A chi?
Al governo! – Senza esercito, niente colpo di Stato del 2 dicembre.
Credete voi che i vostri magistrati non varrebbero i suoi?
Siete voi ben certi che la vostra polizia non varrebbe la sua?
Tutto ciò, se uscisse e dipendesse da voi, sarebbe quel che voi vorreste che fosse, e non volgerebbe mai contro voi stessi le armi affidate a garantire la vostra tranquillità.
Il governo, come lo si comprende finora, non è che un congegno inutile, imbarazzante e pericoloso, che fa saltar la macchina ogni quindici o vent’anni. La sua unica funzione è di sostituire al libero esercizio delle iniziative individuali e collettive, al libero sviluppo dei gruppi naturali federati tra loro per il bene comune e la sicurezza generale, il giogo soffocante delle passioni, dei pregiudizi, degli egoismi e delle ambizioni di alcune individualità che il caso o la forza ha portato al Potere, grazie all’ignoranza degli uni, all’indifferenza degli altri, all’abdicazione di tutti.
Senza quel congegno, voi avreste l’Autonomia Comunale completa, che rappresenta la libertà nella sola sua forma pratica – e l’Unità arbitraria spezzata lascerebbe posto alla solidarietà economica, che vi darebbe la pace mediante la giustizia.
Oggi, checché si faccia, la società è divenuta, da militare o distruttiva, industriale o produttiva.
Il lavoro è padrone – non nella legge, è vero, ma nella realtà economica.
Le autonomie, le collettività, tutte quante, non hanno più che un interesse, un bisogno – la produzione abbondante, lo scambio assicurato, la circolazione rapida, la ripartizione universale.
A tutto ciò, manca una cosa – la giustizia.
Chi ve la darà?
I governi?
No, voi stessi!
Figli del passato, prodotti di un’epoca di lotte e di competizioni violente per la forza, i governi mantengono le caste che crollerebbero senza il loro appoggio, e gettano sulla bilancia del lavoro la pesante loro spada intrisa di sangue.
Dopo d’essere stati l’immagine della civiltà passata, sono divenuti il contrapposto della civiltà presente e futura.
Voi volete la pace? – Sono la forza, ossia la guerra.
Volete l’Autonomia? – Sono l’Unità, ossia la compressione.
Volete la giustizia? – Sono il Potere, ossia la più alta incarnazione del privilegio.
Volete la solidarietà? – Sono la ragione di Stato, ossia l’antagonismo.
( 1877 )

Spie

0124e30cfcca751c2536d9f76b261a9f9c8dd54f_m

«In verità vi dico che le spie crescono sulla terra come le erbe malvagie,
il mondo è invaso dalla Delazione. Tutti i nostri nipoti saranno agenti di polizia…
la polizia scomparirà solo a causa della sua stessa generalizzazione.
Bisogna che copra il mondo di una inondazione di fango.
Se tutti gli uomini si spieranno non ci sarà bisogno di spie.
La polizia, come tutti i monopoli, costituisce una società nella società, una gerarchia nel mondo…
La polizia è la meglio servita delle amministrazioni pubbliche.
La peste è preziosa per i becchini; il vizio per i ruffiani; i partiti per le spie…
Si è seminata miseria, si raccoglie infamia».
Ernest Cœurderoy

( Dal Web )

In passato l’orrore per la delazione era talmente radicato e diffuso che persino le madri più pie e bigotte, quelle piene di rancore verso Giuda Iscariota, insegnavano ai loro piccoli che «chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto». Un vero reietto, insomma. Con simili lezioni di pedagogia non c’è da stupirsi se poi a scuola, quando qualcuno commetteva una marachella, la maestra perdeva inutilmente fiato e tempo ad interrogare la classe per scoprire il responsabile: scena muta. Il disprezzo verso il dito puntato per dare indicazioni all’autorità su chi punire era pressoché universale. Chi si macchiava di tale infamia doveva rasentare i muri, guardarsi le spalle, abbassare gli occhi, trovarsi nuovi amici. Oggi no, oggi la delazione è diventata una pubblica virtù, qualcosa da sbandierare e di cui andare orgogliosi.
Anche qui è possibile ricordare un episodio preciso che, in un certo senso, ha dato la stura. Non che sia stato la causa di quanto avvenuto in seguito, sia chiaro, ma in qualche modo lo ha annunciato e ne è stato il test da laboratorio. Passato quello, poteva passare pure il resto. Il 31 luglio 2004 a Roma, su indicazione di una passante, veniva intercettato ed abbattuto Luciano Liboni, detto il Lupo, un fuorilegge a cui le forze dell’ordine davano da tempo la caccia. Fatto mai avvenuto prima, i media non nascosero l’identità di chi lo aveva denunciato, anzi, ne pubblicarono il nome, la foto, addirittura l’indirizzo. Così, mentre sui muri delle città veniva tracciata l’antica verità («meno spioni, più liboni»), i grandi mezzi di informazione iniziavano ad imporre la nuova menzogna: la delazione è un esempio da seguire. Questa semina avveniva su un terreno sociale fertile perché già abbondantemente ricoperto di letame, come l’abitudine a sorvegliare la vita privata degli altri introiettata attraverso programmi televisivi come il Grande Fratello. Lanciato qui in Italia nel 2000 dal canale televisivo del pappone miliardario che ha governato il paese per vent’anni, quella trasmissione aberrante riscosse (e continua a riscuotere) un enorme successo presso il grande pubblico, abituando un popolo di spioni a ficcare il naso nelle vicende altrui e ad eliminare chi ispira antipatia. Le più recenti tecnologie digitali hanno infine permesso alla polizia di raccogliere a piene mani i frutti dell’infamia, allargando a dismisura il numero dei suoi collaboratori civili.
Un passo necessario. Nella misura in cui si estende lo Stato, si estende la polizia. Lo Stato moderno ha privato l’essere umano di ogni responsabilità, rendendolo dipendente alle sue decisioni. L’individuo autonomo ha lasciato definitivamente il posto al cittadino automa, incapace di affrontare qualsivoglia situazione e quindi perennemente bisognoso dell’intervento dell’autorità. E poiché in ogni ambito della vita c’è conflitto, ogni ambito della vita è diventato una faccenda di polizia. La polizia si ritrova così a dover assicurare il rispetto di un numero sempre crescente di leggi, dunque a reprimere delitti sempre più numerosi. Bisognava trovare una maniera per rispondere a questa esigenza.
«Non c’è controllo più capillare di quello dell’occhio dei cittadini, che sono ovunque», si compiaceva alcuni mesi fa Alberto Intini, questore di Firenze. In certe regioni a questi cittadini viene dato un nome preciso. Non sono delatori, sono «sentinelle». Vale la pena soffermarsi un attimo su questa squisita distinzione, ennesima acrobazia terminologica destinata ad anestetizzare una brutale realtà. I delatori richiamano alla mente figuri spregevoli e vigliacchi, pronti a mettere nei guai chiunque in cambio di qualche briciola. Non sono amici di nessuno, non sono compagni di nessuno, come già detto non sono nemmeno figli di nessuno. Fanno schifo perfino a chi li usa, infatti fino a non troppo tempo fa non potevano nemmeno mettere piede nell’aula di un tribunale, da tanto la loro sola presenza avrebbe infangato la dea giustizia. Le sentinelle invece ispirano rispetto ed ammirazione, perché vigilano sulla sicurezza e sul benessere di tutti. La loro insonnia garantisce la tranquillità del nostro sonno. Sono l’avamposto di un’unica armata, quella che comprende tutti i cittadini, lo Stato, ed il loro compito è di lanciare l’allarme ed avvertire le truppe quando intravedono un nemico. I delatori meritano disprezzo, le sentinelle gratitudine.
Lo Stato sta sollecitando in ogni modo l’arruolamento di queste sentinelle. Promulga leggi come quella sul «Whistleblowing» che a Roma ha fatto l’altro giorno la prima vittima (una impiegata del Comune è stata licenziata su segnalazione anonima di un collega, che l’aveva accusata di evadere dalla galera salariale dopo aver timbrato il cartellino), istituisce numeri verdi telefonici per favorire le denunce di illegalità (come appena avvenuto a Prato), oppure tiene corsi un po’ in tutta Italia per istruire i propri sudditi su come effettuare il cosiddetto controllo di vicinato. «Quando tutti saranno sbirri, la società sarà perfetta» diceva un poeta surrealista.
Al di là della gratitudine che in effetti bisognerebbe esprimere verso queste forme di totalitarismo tecnodemocratico, e dell’imperfezione con cui bisognerebbe turbare questa società, resta comunque vero che si raccoglie infamia quando si semina miseria. Infatti è la miseria della politica, istituzionale e rivoluzionaria, ad aver fatto sbocciare un po’ dappertutto il frutto della delazione. Starne alla larga è precauzione minima di igiene personale, ma se si vuole mietere ben altri raccolti bisognerà seminare ovunque… cosa, se non incanto, ricchezza e meraviglia?

 

Non aggiustate ciò che vi distrugge

a35f01721c0d072d8032c6510b259d1f1b72028d_m

( Dal Web )

Pamphlet per il buon vivere

1.
La politica non può creare alternative. Il suo scopo non è quello di aiutarci a realizzare le nostre possibilità e capacità: attraverso la politica, facciamo solo valere gli interessi legati al nostro ruolo all’interno dell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni suo passo ed ogni sua azione fa sempre riferimento allo Stato e al mercato. La politica è l’animatrice della società, il suo medium è il denaro. Le regole a cui obbedisce sono simili a quelle del mercato. Da una parte come dall’altra, al centro c’è la pubblicità; da una parte come dall’altra, il punto è la valorizzazione e le sue condizioni necessarie.
Il borghese modello moderno ha completamente interiorizzato le costrizioni del valore e del denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È davvero «padrone» di se stesso, signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa null’altro se non l’auto-controllo del ruolo sociale che viene imposto. Siccome siamo sia contro il potere che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere favorevoli al potere del popolo?
Essere favorevoli alla democrazia — questo è il consenso totalitario, il credo collettivo della nostra epoca. La democrazia è al tempo stesso appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia; può essere solo perfezionata poiché oltre la quale non vi è nulla. La democrazia è parte integrante del regime del denaro e del valore, dello Stato e della nazione, del capitale e del lavoro. Essendo una parola vuota, tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta semplicemente di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa azione degli esseri umani contro i ruoli sociali che vengono loro imposti.
2.
Capitale e lavoro non sono antagonisti, al contrario costituiscono un blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La religione del lavoro di cui siamo i praticanti è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. L’addestramento al lavoro è stato — e rimane — uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.
Mentre la prigione del lavoro crolla, la sua influenza cresce e diventa fanatismo. È il lavoro a renderci stupidi e sempre più malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni legali di distruzione. Le stimmate del lavoro, le vediamo ogni giorno sui volti e sui corpi.
Il lavoro è la voce principale all’interno del consenso. È considerato una necessità naturale, ma non è altro che l’addomesticamento capitalista dell’attività umana. L’attività è tutt’altra cosa, quando non viene svolta per i soldi e il mercato, ma sotto forma di dono, regalo, contributo, creazione a beneficio di noi stessi o della vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.
Una parte considerevole di tutti i prodotti e servizi è esclusivamente in funzione della moltiplicazione del denaro, ci costringe a tormenti non necessari, spreca il nostro tempo e minaccia le basi fondamentali della vita. Certe tecnologie possono essere considerate solo come apocalittiche.
3.
Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non esiste nessuno che non voglia averne. Così è, anche se non lo abbiamo mai deciso noi. Il denaro è un imperativo sociale, non è uno strumento manipolabile. In quanto potenza che ci costringe costantemente a calcolare, spendere, risparmiare, indebitarci o fare credito, il denaro ci umilia e ci domina ora dopo ora. Il denaro è una sostanza nociva senza pari. La coazione a comprare e vendere ostacola ogni liberazione ed ogni autonomia. Il denaro fa di noi dei concorrenti, ovvero dei nemici. Il denaro divora la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.
Non solo è assurdo il fatto che una miriade di professioni abbiano il denaro come unico oggetto, ma anche che tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali siano continuamente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette calcolatrici. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, permette solo ciò che è redditizio in termini di economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.
Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, natura e ambiente; in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici.
Liberazione significa che gli esseri umani ricevono i loro prodotti e i loro servizi liberamente, a seconda dei loro bisogni. Che essi si rapportino direttamente gli uni con gli altri e non si oppongano, come avviene ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (in quanto capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari, ecc.). Già ora esistono nelle nostre vite dei rapporti non monetari: nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto reciproco. Qui doniamo qualcosa agli altri, attingiamo insieme alle nostre energie esistenziali e culturali senza presentare fatture. Si tratta di istanti in cui sentiamo che potremmo fare a meno di matrici.
4.
La critica è più di un’analisi radicale, essa esige la sovversione delle condizioni esistenti. La prospettiva cerca di formulare un progetto in cui le condizioni umane non abbiano più bisogno di una tale critica; un’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. La trasformazione è un’esperienza che ha la critica come fondamento, e la prospettiva come orizzonte. «Aggiusta ciò che ti distrugge» non può essere il nostro motto.
Si tratta niente meno che dell’abolizione del dominio, che esso si manifesti attraverso dipendenze personali o attraverso costrizioni oggettive. È inaccettabile che degli esseri umani siano sottomessi ad altri esseri umani, o che siano impotenti davanti al loro destino o a strutture. Non vogliamo né autocrazia né auto-dominio. Il dominio è più del capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata che riproduciamo capitalismo ogni giorno, e ci comportiamo come se non esistesse alcuna alternativa.
Siamo bloccati. Il denaro e il valore bloccano il nostro cervello e intasano le nostre emozioni. L’economia di mercato funziona come una grande matrice. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita bella e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Nessuna trasformazione delle strutture sociali è possibile senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle nostre basi mentali senza la soppressione delle strutture sociali.
5.
Noi non protestiamo, abbiamo già superato questa fase. Noi non vogliamo reinventare né la democrazia né la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non reclamiamo alcun libero arbitrio. Non vogliamo nemmeno puntare sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare «valori».
È facile rispondere alla domanda su quali siano i valori di cui abbiamo bisogno: nessuno!
Noi siamo per il totale annullamento dei valori, per la rottura con i ritornelli degli schiavi — generalmente denominati «cittadini». Questa categoria è da respingere. Mentalmente abbiamo già rinunciato al rapporto di dominazione. La sollevazione che abbiamo in mente assomiglia ad un salto paradigmatico.
Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma statale ed economica. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominio. Per la trasformazione non possiamo fare affidamento su nessun partito, nessuna classe, nessun soggetto e nessun movimento.
6.
Ad essere in gioco è la liberazione del tempo della nostra vita. Essa sola permetterà più agio, più piacere, più soddisfazione. Buon vivere significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o per oziare, ma anche di più tempo per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per l’espansione totale del godimento.
Una vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto dormire in compagnia più spesso e più intensamente. Lo scopo di questa vita — l’unica che possediamo — è quello di vivere bene, di unire esistenza e piaceri, di far indietreggiare i bisogni e moltiplicare le gioie. Il gioco, in tutte le sue varianti, richiede tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande occasione persa.
Non vogliamo più essere quello che siamo costretti ad essere.