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L’apoteosi di George Soros

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Dal Web )

DI TOM LUONGO

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“O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da vederti diventare il cattivo”.

– Il Cavaliere Oscuro

George Soros ha effettuato questa trasformazione. Non che sia mai stato un eroe, sebbene pensi di esserlo.

È l’incarnazione dell’idea portata da John Barth, che “l’uomo non può sbagliare”.

Questa è una cosa che i bravi scrittori sanno bene: i cattivi non si considerano mai come tali. Nella propria mente, non possono sbagliare, quel che fanno è per il bene comune ed un mondo migliore.

Ultimamente ho recuperato The Americans (ho appena finito la terza stagione): la lenta consapevolezza in tutti i volti dei personaggi che quel che stanno facendo è distruggere la propria anima è diventata la spinta narrativa dominante.

Credo che la seconda parte della serie si concentrerà sul districarsi da questo incubo.

A tutt’oggi, Soros non si considera ancora il cattivo. Ma lo è. Lo è sempre stato. Non per la sua insana devozione all’idea di una società aperta, ma per ciò che ha fatto in nome di questa ideologia.

Ha mandato in bancarotta diversi paesi, ha tratto profitto dalla loro scomparsa, messa peraltro in moto da lui stesso attraverso l’indebolimento delle istituzioni culturali del posto. Lo ha fatto con calcolata precisione e fredda determinazione.

Nel processo, ha distrutto decine, se non centinaia, di milioni di vite, tutto per asservire le masse e tenersi un potere illimitato per sé.

Lui però non la vede così. Lui la vede come un male necessario per favorire l’evoluzione della specie.

E questa megalomania ora è andata veramente oltre.

Il segreto peggio tenuto nei circoli politici, a parte le mail della Clinton, è il famigerato rapporto di 49 pagine, distribuito da Soros e David Brock di Media Matters, ad un gruppo di insider, con redatta la propria strategia per distruggere Trump, con l’aiuto di giganti dei social media come Facebook.

Gran parte di questa strategia è stata messa in atto sùbito dopo la messa al bando di Alex Jones e di altre voci non progressiste.

Da World Net Daily:

Media Matters ha incontrato Facebook, che vanta circa 2 miliardi di utenti in tutto il mondo, per discutere su come reprimere le notizie false, secondo il rapporto.

Il gigante dei social media è stato dotato di “una mappa dettagliata della costellazione delle pagine Facebook di destra che più avevano fornito fake news”.

Il memo di Brock dice anche che Media Matters ha fornito a Google “le informazioni necessarie per identificare 40 dei peggiori nuovi siti falsi”, di modo che potessero essere banditi dalla sua rete pubblicitaria.

Gateway Pundit ha sottolineato che nel 2016 Google ha realizzato tale piano sul blog del sito e su altri siti conservatori, tra i quali Breitbart, Drudge Report, Infowars, Zero Hedge e Conservative Treehouse.

Facebook, nel mentre, ha cambiato il proprio algoritmo newsfeed, apparentemente per combattere le “fake news”, causando un brusco calo del traffico per molti siti conservatori.

Lo stesso Trump è stato colpito, col suo coinvolgimento su Facebook in calo del 45%.

Uno studio condotto a giugno da Gateway Pundit ha rilevato che FB aveva eliminato il 93% del traffico delle principali fonti di notizie conservatrici.

Western Journal, nel proprio studio,  ha scoperto che, mentre gli editori di sinistra hanno visto un aumento del traffico web di Facebook del 2% circa dopo i cambiamenti dell’algoritmo, i siti conservatori hanno visto una perdita di traffico pari a circa il 14%.

La cosa non dovrebbe sorprendere, ma neanche spaventare. Perché, nonostante questa volontà di soffocare le voci di opposizione alle attività di Soros e Brock, francamente sovversive, le voci alternative hanno continuato a prosperare.

Il picco di Soros

La Russia è stata la prima a stancarsi delle operazioni di regime change di Soros, cacciando la sua Open Society Foundation rea di essere un’operazione di quinta colonna. Più recentemente, il presidente ungherese Viktor Orban si è unito a Putin nella sua crociata, approvando una simile legge anti-ONG.

Orban ha fatto di Soros il fulcro della propria strategia di rielezione, cosa che ha funzionato a meraviglia.

E con la super maggioranza guadagnata dalla sua coalizione di Fidesz, ha approvato il disegno di legge “anti-Soros”, limitando severamente le attività delle ONG straniere e portando alla luce le fonti dei loro finanziamenti.

Ora la Polonia è l’ultimo paese a muoversi contro di lui. kHa infatti deportato in Ucraina Lyudmyla Kozlovska, uno dei principali organizzatori politici di Soros , senza nemmeno un “congedo”.

Kozlovska e la Open Dialogue Foundation stavano, come al solito, organizzando delle proteste contro il governo polacco.

Girano voci che anche in Romania si faranno simili leggi anti-ONG. Tutta l’Europa dell’Est si sta allontanando dall’agenda delle frontiere aperte e dell’omogeneizzazione della cultura.

Lui sa bene quali saranno le conseguenze: intensi sconvolgimenti sociali, assieme a paralisi politica ed economica. E la incita. La spinta ad includere tutti questi paesi sia nell’UE che nella NATO è atta a creare vettori di corruzione nel tessuto politico ed economico di questi paesi.

I popoli dell’Europa orientale, dopo due generazioni di soffocante controllo autoritario, stanno però recuperando le proprie radici culturali e religiose.

Alistair Crooke ha scritto un articolo meraviglioso (qui) su Strategic Culture Foundation, che descrive le radici della crisi esistenziale che Soros ed il suo gruppo stanno vivendo nel mondo di Trump.

Tutti questi progetti utopici (ed assassini) sono fluiti efficacemente da uno stile di pensiero meccanico, a binario unico, che si era evoluto in Europa, nel corso dei secoli, e che collocava nel pensatore occidentale l’irremovibile senso della certezza e convinzione di sé.

Queste certezze giunte empiricamente – ed ora sedute nell’ego umano – hanno innescato un risveglio proprio verso quelle prime concezioni apocalittiche giudeo-cristiane: che la storia, in qualche modo, stava convergendo verso una trasformazione umana, ed una “Fine”, con un castigo per i corrotti, ed un mondo nuovo e radicalmente redento per gli eletti. Non più (nel mondo di oggi) innescato da un atto di Dio, ma “ingegnerizzato” dall’atto dell’uomo illuminista.

Qui Crooke pensa a Soros, che ha peraltro ammesso di “sentirsi Dio”. Sta però anche parlando agli impulsi più profondi che costituiscono il fondamento del successo di Trump, specialmente nel suo slogan della campagna “Make America Great Again”.

C’è un pregiudizio intrinseco nella cultura americana, che dà per scontata la nostra superiorità ed equipara il nostro interesse nazionale al fermare la crescita di altre potenze straniere. Questa cosa sicuramente pervade anche il pensiero del presidente, ed è il terreno che ha in comune con i neocon, sia nel proprio governo che ad Israele (che poi sono la stessa cosa?).

E questo è il motivo per cui le cose sono così confuse al momento. Perché Soros ed il suo compare, David Brock, sono impegnati ad accusare Trump di collusione con la Russia, abbassando così di molto il livello del discorso politico.

Dall’altra parte sta però facendo abbracciare a Trump alcuni degli aspetti più deleteri dell’impero americano, come l’impegnarsi in tattiche di guerra ibride contro chiunque osi sfidarlo, specialmente l’Iran, contro cui ha una specie di fissa.

La fine del Sorosismo

Io credo che questa sia l’eredità della rivolta libertaria di Ron Paul del 2008 e del 2012, diventata poi un fenomeno politico “populista” mondiale. Paul ha dissolto quasi senza sforzo molti dei miti neocon/trotzkisti della continua ossessione americana per il Destino Manifesto ed i sogni utopici di creare il paradiso in terra.

Questo impulso proviene da tutti le parti dello spettro politico, ed è così che il Partito Unico – la leadership ideologicamente unita di Democratici e Repubblicani – ha mantenuto il potere per così tanto tempo.

Lo spostamento demografico che avviene ora, col testimone del potere che passa dai Baby Boomers (disperatamente aggrappati alle proprie posizioni di potere, come McCain, Feinstein, Pelosi, ecc.) alla Generazione X, che non si beve tutta questa spazzatura della Grandezza Nazionale, essendo cresciuta dopo la Guerra Fredda, sarà la morte del “Sorosismo”.

Questo è il motivo per cui Soros ha smesso di speculare sui mercati valutari ed ha iniziato ad investire sui social media. Ha capito che era il mezzo col quale mantenere ancora per un po’ il controllo della narrazione.

È per questo che lui e Brock si sono riuniti ed hanno prodotto un memo di 49 pagine per distruggere Trump.

Finirà però per essere un cattivo investimento, una scommessa perdente. Non è un dio; piuttosto, si è rivelato essere il Cattivo. Ad 89 anni ha vissuto abbastanza a lungo da vedersi disvelato come tale al mondo, e per vedere tutto ciò che ha costruito sgretolarsi in polvere.

Le istituzioni da lui create stanno crollando. I difetti intrinseci del marxismo e gli errori metodologici del socialismo non possono essere sostenuti per sempre. Non può abrogare le leggi dell’economia più di quanto possa riscrivere le leggi della fisica.

La nostra storia condivisa, la nostra cultura e le cose che ci guidano sono radicate nei nostri ricordi, impresse nel nostro DNA. E non saranno spazzate via nel vano tentativo di continuare a creare il Nuovo Uomo Sovietico, senza passato e senza cultura.

Il pendolo oscilla sempre dall’altra parte. E noi come specie esploriamo tutte le opzioni che sono sul nostro percorso, per diventare una versione migliore di noi stessi. Passeremo quindi una vita o due ad esplorare le possibilità del marxismo, per, in ultima analisi, rifiutarlo per la fantasia utopica che è e che rende gli uomini pazzi.

Mi piace pensare dell’umanità quel che Churchill pensava degli americani. “Si può sempre contare che gli americani facciano la cosa giusta – dopo che hanno provato tutto il resto”.

Penso che l’umanità ne abbia avuto abbastanza di George Soros.

 

Il 9 giugno a Santiago del Cile…

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( Articolo Condiviso )

«L’idea di Dio implica l’abdicazione della ragione e della giustizia umana;
essa è la più decisiva negazione della libertà umana, e finisce necessariamente
nella schiavitù del genere umano, sia in teoria che in pratica».
Bakunin, Dio e lo Stato, 1882
Giovedì 9 giugno 2016 a Santiago si è svolta una manifestazione di 150.000 studenti e liceali, preparata da settimane e organizzata dalla Confederazione degli Studenti del Cile (Confech) per rivendicare miglioramenti al sistema educativo. Quella che doveva essere solo l’ennesima protesta riformista è stata però segnata da un evento imprevisto, il gioioso contributo di alcuni incontrollabili che hanno colto l’occasione per dare il loro piccolo tocco qualitativo. Negozi saccheggiati lungo tutto il percorso? No, non si è trattato di questo, nonostante un tentativo contro una farmacia. Devastazioni incendiarie degli autobus di Transantiago, come accade quando degli arrabbiati si invitano al ballo? No, nemmeno. Allora forse qualche barricata in fiamme a protezione di manifestanti incappucciati armati di fionde e molotov, come accade regolarmente? No, magari un’altra volta. Nonostante tutto, non si è trattato solo di una grande manifestazione con la sua piccola parte di sommossa che si è messa con gioia a lanciare pietre contro i carabinieri. Qualcosa di un po’ diverso è successo quel giorno, una figura mitica e simbolica è stata distrutta pubblicamente, grazie ad un semplice passo di lato improvvisato.
Giovedì 9 giugno 2016, nel bel mezzo di uno dei viali centrali di Santiago chiamato Libertador Bernardo O’Higgins, all’incrocio tra Alameda e Cumming, è tutto un altro scenario che ha colpito gli animi, scatenando commenti indignati a catena e provocando l’apertura di un’immediata inchiesta giudiziaria. Allorché tutto avrebbe potuto continuare tranquillamente, tra slogan di sinistra e folklore scolastico, un piccolo gruppo di persone incappucciate è entrato da una porta laterale nel vecchio edificio dichiarato Monumento Nazionale nel 1989, vale a dire la venerabile Chiesa della Gratitudine Nazionale. I più attenti ricorderanno forse che il 25 agosto 2011, durante una manifestazione di migliaia di persone indetta dalla principale confederazione sindacale del paese (CUT), è proprio la porta di quella chiesa ad essere data alle fiamme per lunghi minuti sotto lo sguardo attonito della folla lavoratrice, mentre molte sue finestre andavano in frantumi e le sue pareti venivano abbellite con slogan anarchici. Più di recente, il 28 maggio 2015, a seguito di una manifestazione di liceali, alcuni anonimi avevano riprodotto quel gesto (molotov contro la porta e lancio di pietre alle vetrate), prima che un piccolo gruppo lo ripetesse ancora una volta e di notte, un anno dopo, ossia lo scorso 29 maggio.
È forse con l’idea in testa che la ripetizione degli stessi gesti sugli stessi obiettivi durante le stesse occasioni rischia fortemente di trasformare la rivolta in spettacolo, che una quindicina di giovani curiosi hanno deciso di andare a guardare dall’altro lato del portale. Qui, nessuna sorpresa, almeno all’inizio: un confessionale dove lavare i panni sporchi prima di poter ricominciare, un altare davanti a cui inginocchiarsi per sottomettersi, ma anche… un grosso rospo di Nazareth che sta lì a fissarti per giudicarti dall’alto della sua morale e delle sue leggi. Poi è successo quello che dovremmo chiamare un autentico piccolo miracolo di determinazione antireligiosa: e hop, né uno né due, ed ecco lì che una parte degli intrusi è riuscita a tirare il crocifisso di tre metri fuori dal suo supporto (molti l’hanno sognato, pochi ci hanno provato), poi l’hanno trascinato con il suo carico fittizio nella strada! Nessun fuoco esterno questa volta alla Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma una magnifica frantumazione del suo feticcio in pieno giorno a colpi di sbarre e sedie. Oh, non ha resistito a lungo, il tapino, nella sua missione d’incarnare l’ordine. Non ha strillato più di una vetrina che si spacca, lui che esiste solo nell’immaginario di esseri umani in cerca di spiegazioni facili per rassegnarsi ad una vita di sofferenze. Ma che altro poteva fare, quel grosso Gesù Cristo in croce, di fronte a un simile piacere iconoclasta senza fede né legge?
Alcune ore dopo la reazione è stata unanime da parte di tutti, fino alla Presidenza, per difendere la parte del potere che era stata attaccata. Padre Marek Burzawa, vicario della “zona centro” dell’arcidiocesi di Santiago, ha predicato per la sua cappella: «come Chiesa siamo d’accordo con le manifestazioni pacifiche, ma la violenza non è il cammino adeguato», ha spiegato tappandosi il naso, per nascondere sotto il tappeto la sanguinosa colonizzazione del territorio Mapuche con la benedizione della sua setta (territorio in cui dall’inizio del 2016 sei chiese cattoliche e due templi evangelisti sono stati dati alle fiamme, perché legati agli interessi fondiari statali). Poi è stato il turno di Mario Fernández Baeza, leader dei picchiatori in uniforme di sinistra memoria, subito accorsi sul posto del crimine sacrilego (Fernández, membro del partito democratico-cristiano senza interruzioni dal 1966, ha fatto la sua carriera accademica di giurista sotto Pinochet, diventando poi ministro della guerra nei governi di transizione dal 1990 al 2002). Dritto nel suoi stivali poliziesco-clericali, ne ha fatto una questione morale di interesse nazionale: «Non parlo qui come cattolico, ma come ministro degli Interni del Cile e, detto questo, tutti i cileni devono lavorare insieme per evitare che comportamenti simili si diffondano nella nostra gioventù». Infine è toccato al buffone di servizio, portavoce del Coordinamento Nazionale Studentesco (Cones), Marcelo Correa, che ha denunciato questo attacco «selvaggio e inaccettabile», precisando che «nulla è più lontano dal movimento studentesco di una tale bassezza».
Alla fine, dopo 58 giorni di un’indagine condotta dalla DIPOLCAR (Dirección de Inteligencia Policial de Carabineros), sette poi otto persone sono state perquisite e arrestate nei quartieri di Quinta Normal, Las Condes, Quilicura, Renca, Lo Prado, Estación Central, Rancagua e all’aeroporto, il 6 e 7 agosto, sulla base delle analisi delle telecamere di sorveglianza, di quelle dei video-amatori e dei capi di abbigliamento. Cinque sono minorenni (tra i 14 e 17 anni) e tre maggiorenni: Bairon, Marlon e Eduardo (dai 18 ai 20 anni). Sono accusati di «danneggiamento di un monumento nazionale» (scritte e rottura della porta laterale della chiesa), «oltraggio a oggetto di culto» (distacco del crocifisso e sua distruzione), «furto semplice» (uno scatolone e vari oggetti colà rinvenuti) oltre che di «pubblico disordine» (scontri durante la manifestazione). I maggiorenni sono stati assegnati agli arresti domiciliari a stretto regime, e i minorenni hanno il divieto di avvicinarsi alla chiesa, devono timbrare il cartellino in classe alla loro scuola durante le manifestazioni e saranno seguiti dal Servizio Nazionale per i Minori (SENAME). Il procuratore ha anche annunciato che i suoi servizi stanno ancora cercando di identificare altre 23 persone, ed ha ottenuto per questo una proroga delle indagini di altri due mesi.
L’indomani, l’8 agosto, è apparso un manifesto anarchico che chiama «alla solidarietà attiva e all’azione insorgente con i detenuti per l’attacco anticlericale» al fine di «estendere l’attacco contro la morale religiosa».
Non si sa da quanto tempo quella terribile statua rappresentante l’autorità si trovasse nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma siamo sicuri che, anche qualora apprezzassero meno le leggi di gravità di quelle delle favole bibliche, i Padri Salesiani non avranno bisogno di cambiarla molto spesso. Forse ogni cinquanta anni, cosicché il suo marciume non contamini troppo quelli che baciano con devozione i suoi piedi di gesso e stucco. In questo caso, l’esemplare gioiosamente distrutto il 9 giugno 2016 ha visto un altro gruppo protendersi su di esso, un gruppo con intenzioni diametralmente opposte. Mentre migliaia di persone venivano arrestate, torturate e uccise, è proprio nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, piuttosto che nella cattedrale dove si svolgeva solitamente, che la giunta cilena di Pinochet aveva scelto di far celebrare l’annuale Te Deum per la patria. Era il 18 settembre 1973, sette giorni dopo il suo colpo di Stato militare.
Due raggruppamenti, due mondi agli antipodi: quello dell’ordine consacrato dalla religione, ieri come oggi, e quello della sua necessaria distruzione per restituire ad ognuno una libertà che può essere solo senza misura.