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Comprendere l’ascesa globale del populismo

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Di Saint Simon – Luglio 15, 2018

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

Lo spettro del populismo

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

Chi è un populista?

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

Comprendere i populisti

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

Che cos’è il populismo?

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

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L’impatto del neoliberalismo?

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

La fine del comunismo

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

Impotenza

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

Gli spostamenti della potenza globale

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

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A cosa servono i governi

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( Dal Web)

Arthur Arnould
La buona comare che aveva perduto il suo gatto aveva l’aria meno desolata di quanto l’avrebbero avuta non pochi cittadini francesi, se l’indomani, svegliandosi, avessero sentito dire che avevano perduto il loro governo.
Senza governo! Poveri noi! Cosa si farà? Come potremo vivere!
Ma, dunque, non avremmo più esercito permanente per difenderci e, se del caso, per combatterci?
Ma, dunque, i nostri magistrati – queste persone temibili, da cui dipende per noi onore, fortuna, libertà e vita – non sarebbero più nominati, decorati e promossi da un ministro incaricato in nome di tutti, senza che si sappia il perché, di distribuirci quel tanto di giustizia che concepisce, mediante funzionari a sua immagine?
Ma, dunque, la pace e la guerra non sarebbero più tra le mani d’un altro ministro – quello degli affari esteri – che gioca, nel silenzio del gabinetto, con l’Europa, quella partita di whist, di cui la nostra influenza e la nostra dignità sono la posta, e in cui la Francia sostituisce il morto?
Ma, dunque, non avremmo più un ministro dell’istruzione pubblica, per pesare nelle sue bilance – d’accordo col clero – le quantità infinitesimali d’idee che lascerà amministrare a quelli tra i nostri figli che si vuol bene istruire nel modo che permette la reazione governativa del giorno?
Ma, dunque, non avremmo più un altro ministro, per scegliere a sua volontà ed a volontà del supremo signore delle mitragliatrici, i prefetti che regolano i funerali civili, chiudono i caffè dove non si brinda a Napoleone IV, ed i circoli in cui il signor de Mun non predica la crociata all’interno?
Ma, dunque, saremmo davvero ridotti a far da noi i nostri propri affari?
Ma, dunque, subiremmo la necessità di difenderci da noi, di amministrarci da noi, di confezionare noi stessi, a volontà, le leggi che ci inceppano e rovinano, di non dover consultare, nelle nostre decisioni, che i nostri propri interessi e la nostra propria ragione, invece di subire per amore o per forza l’interesse del governo e la ragione di Stato?
Vi siete mai chiesti chi tra i due abbia bisogno dell’altro – del macellaio o del montone, del ricco o del povero, del governante o del governato?
È ben evidente che il macellaio ha bisogno del montone, e che il montone, senza il macellaio, non starebbe che meglio.
È egualmente evidente che se non ci fossero più poveri, ricchi ed oziosi si troverebbero in serio imbarazzo, perché, non avendo più nessuno da far lavorare per loro conto, i ricchi stessi dovrebbero lavorare e guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte, come semplici manovali, mentre la signora duchessa, privata dei servizi della sua cuoca, sarebbe costretta a preparar da mangiare al suo uomo con le sue bianche mani.
Supponete, invece, che non vi siano più sfruttatori, parassiti ed oziosi – cosa ci perderanno coloro che producono e lavorano?
La terra e le sue ricchezze naturali od appropriate saranno forse scomparse?
Il macchinario industriale accumulato sarà forse scomparso?
Non resteranno forse più foreste per darci il legno, miniere per caverne carbone e ferro, campi per produrre frumento, braccia per mettere il tutto in attività?
L’umanità non morrebbe dunque né di freddo, né di fame. Le condizioni del lavoro e della ripartizione dei prodotti sarebbero solamente cambiate.
Avete forse più bisogno di quel governo onnipotente che pesa su voi governati?
Cosa fa, in vostro nome, che voi non potreste fare in sua vece, meglio e a minor prezzo?
Difendervi contro l’invasione straniera? – Ne siete ben certi? – Non vi riesce sempre? – Per difendersi contro un’aggressione ingiusta, un esercito non varrà mai un popolo.
Le Repubblica, nel 1792, non aveva che dei volontari, ed è il popolo armato di Francia che ha respinto la coalizione europea.
Mentre tutti gli eserciti di governi stranieri fuggivano davanti a Napoleone I, non è l’esercito ma il popolo spagnolo che resisteva al despota, divorava i suoi soldati e i suoi generali.
Nel 1870, a Parigi, non sapete più che è il popolo armato, la guardia nazionale che, durante cinque mesi, ha salvato l’onore e resistito alla Prussia ed a Trochu?
Gli eserciti permanenti non sono utili che all’interno.
A chi?
Al governo! – Senza esercito, niente colpo di Stato del 2 dicembre.
Credete voi che i vostri magistrati non varrebbero i suoi?
Siete voi ben certi che la vostra polizia non varrebbe la sua?
Tutto ciò, se uscisse e dipendesse da voi, sarebbe quel che voi vorreste che fosse, e non volgerebbe mai contro voi stessi le armi affidate a garantire la vostra tranquillità.
Il governo, come lo si comprende finora, non è che un congegno inutile, imbarazzante e pericoloso, che fa saltar la macchina ogni quindici o vent’anni. La sua unica funzione è di sostituire al libero esercizio delle iniziative individuali e collettive, al libero sviluppo dei gruppi naturali federati tra loro per il bene comune e la sicurezza generale, il giogo soffocante delle passioni, dei pregiudizi, degli egoismi e delle ambizioni di alcune individualità che il caso o la forza ha portato al Potere, grazie all’ignoranza degli uni, all’indifferenza degli altri, all’abdicazione di tutti.
Senza quel congegno, voi avreste l’Autonomia Comunale completa, che rappresenta la libertà nella sola sua forma pratica – e l’Unità arbitraria spezzata lascerebbe posto alla solidarietà economica, che vi darebbe la pace mediante la giustizia.
Oggi, checché si faccia, la società è divenuta, da militare o distruttiva, industriale o produttiva.
Il lavoro è padrone – non nella legge, è vero, ma nella realtà economica.
Le autonomie, le collettività, tutte quante, non hanno più che un interesse, un bisogno – la produzione abbondante, lo scambio assicurato, la circolazione rapida, la ripartizione universale.
A tutto ciò, manca una cosa – la giustizia.
Chi ve la darà?
I governi?
No, voi stessi!
Figli del passato, prodotti di un’epoca di lotte e di competizioni violente per la forza, i governi mantengono le caste che crollerebbero senza il loro appoggio, e gettano sulla bilancia del lavoro la pesante loro spada intrisa di sangue.
Dopo d’essere stati l’immagine della civiltà passata, sono divenuti il contrapposto della civiltà presente e futura.
Voi volete la pace? – Sono la forza, ossia la guerra.
Volete l’Autonomia? – Sono l’Unità, ossia la compressione.
Volete la giustizia? – Sono il Potere, ossia la più alta incarnazione del privilegio.
Volete la solidarietà? – Sono la ragione di Stato, ossia l’antagonismo.
( 1877 )

Tilt

ingranaggio

( Dal Web )

(m)andare in tilt significa smettere di funzionare, cessare di corrispondere
alle esigenze specifiche di una determinata struttura od organizzazione

Uno spazio e un foglio. Tilt è un nuovo progetto per provare a riprendere il filo di un discorso mai interrotto: quello di una opposizione a Tap — e non solo — senza mediazioni né compromessi, una opposizione radicale che abbia nella conflittualità costante il suo punto di forza e di rottura; non solo contro Tap e tutti i suoi collaboratori, ma anche contro il mondo della politica che lo ha approvato, contro l’economia che lo sostiene e contro i gestori dell’ordine che lo proteggono.
Uno spazio in cui discutere, incontrarsi, scambiarsi informazioni, auto-organizzarsi, dare e ricevere suggerimenti. Un foglio per iniziare a criticare quanto ci circonda, per iniziare ad esprimere ciò che abbiamo a cuore.
Un foglio e uno spazio con cui cercare complicità inaspettate per ripartire all’assalto delle nostre aspirazioni più ardite. Un foglio ed uno spazio che contribuiscano a far detonare la protesta. Perché per bloccare TAP occorrono azioni dirette, non ricorsi al Tar o petizioni.
Uno spazio ed un foglio che tuttavia non saranno a disposizione di chiunque. Saranno di parte, dell’altra parte — quella che ritiene che gli artefici del disastro sociale ed ecologico non possano al tempo stesso essere chiamati a trovare la soluzione.
Tra le mura di Tilt, tra le pagine di Tilt, non troveranno quindi ospitalità né partiti né sindacati né comitati (grandi, medi o piccoli che siano), né sindaci né giornalisti. Perché la nostra unica possibilità si trova nella loro disfatta — in un rapido tilt industriale, in un irreversibile tilt istituzionale.

Lecce • via Orsini Ducas 4

(a piedi: da via A. Diaz sottopasso pedonale FS
in auto: v. Lequile fino in fondo alla strada chiusa, poi a sin.)
Spazio informativo  e di lotta contro il TAP
apertura Venerdì 9/2/2018 dalle 18.00
Mostra permanente di idee e pratiche sulla lotta in corso
Sono invitati tutti i nemici di Tap e delle mostruosità tecnologiche che un po’ dovunque vengono realizzate.
Non è gradita la presenza di autorità, partiti (grandi o minuscoli che siano),
leader o aspiranti tali, uomini o donne in uniforme, 
sindaci, preti, giornalisti, politicanti…
per contatti: tiltap@riseup.net

La libertà, non le libertà

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( Dal Web )

Henrik Ibsen

La lotta per la libertà non è altro che l’appropriazione costante e attiva dell’Idea stessa di libertà.
Chi possiede la liberà altrimenti considerata che una aspirazione possiede solo una cosa morta, senza anima. Più si lotta per conquistare la libertà e più essa — tale è una delle sue qualità — si rivela vasta; perciò l’uomo che si trova in mezzo al combattimento e grida: «io la posseggo» dichiara semplicemente di averla perduta.
Ora, questa soddisfazione che si prova nel possesso d’una libertà morta è la caratteristica di ciò che si chiama Stato. E per quanto riguarda la questione della libertà, presumo si tratti di mettersi d’accordo sulle parole. Non accetterò mai di equiparare la libertà alla libertà politica. Ciò che Lei chiama libertà, sono per me le libertà; e ciò che io chiamo la lotta per la libertà altro non è se non la viva e costante dedizione all’idea di libertà. Colui che possiede la libertà, ma non come oggetto del proprio anelito, la possiede in un modo morto e senza spirito, poiché è proprio del concetto di libertà di ampliarsi man mano che vi si dedica; e se dunque qualcuno durante la lotta si ferma e dice: ora ce l’ho, costui dimostra così di averla persa. Proprio il ritenere di possedere un dato livello di libertà è tipico delle società organizzate in Stato; ed è questo che affermo non essere un bene.
Certo che è un bene possedere la libertà di voto, la libertà di tassazione ecc.; ma per chi è un bene? Per il cittadino, non per l’individuo. Ma non vi è alcuna ragione necessaria per cui l’individuo sia un cittadino. Anzi. Lo Stato è la maledizione dell’individuo.
Abbasso lo Stato! È una rivoluzione alla quale parteciperei volentieri. Distruggete integralmente lo stesso concetto di Stato, proclamate che la libera scelta e l’affinità spirituale sono le condizioni uniche e sole importanti di qualsiasi associazione e otterrete un principio di libertà che varrà la pena di godere. Le modificazioni nella forma dei governi sono bagattelle, ed è pura sottigliezza il cercare di sopportare un po’ più o un po’ meno di autorità!

Fra i molti

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( Dal Web )

Mi ricordo che una volta stavo parlando con mio fratello – persona perbene, gran lavoratore, cittadino democratico, rispettoso delle leggi in maniera maniacale. Ad un certo punto lui, sconfortato dalle mie idee, mi disse: «Ho capito. Tu odi i politici, odi i magistrati, odi i poliziotti, odi gli industriali. Insomma, odi tutti quanti. Tutti tranne te». Mi misi a ridere divertito, facendogli notare che non mi ero mai accorto di vivere in una famiglia, e in un paese, e in un mondo, in cui tutti quanti erano politici, magistrati, poliziotti e industriali — tutti tranne me. E poiché da quanto mi risultava egli non apparteneva a nessuna di queste categorie, lo accusai di avermi tenuto nascosto così a lungo quale fosse il suo vero mestiere. Si arrabbiò e mi disse che con me era inutile discutere.
Ogni tanto mi capita di ripensare a quella inutile discussione. Ho l’impressione che l’abbaglio in cui era caduto mio fratello sia molto più diffuso di quanto si possa immaginare. Pensare che i pochi, i pochissimi che esercitano il potere siano un tutt’uno con i molti, i moltissimi che lo subiscono, non è per forza di cose un sintomo di stupidità. Purtroppo, talvolta è anche una scorciatoia dell’intelligenza allorquando, incapace o impossibilitata di rivolgersi ai rappresentati, si indirizza esclusivamente verso i rappresentanti. Se i primi obbediscono ai secondi, tanto vale discutere solo con questi ultimi. Se li persuadiamo, gli altri seguiranno a ruota. È su questo presupposto che si basano tutti i vari aspiranti interlocutori e mediatori politici.
Sì, può essere vero. Ma io non sono d’accordo comunque. La logica della rappresentanza a mio avviso va scardinata, non coltivata. Quindi non l’accetto, sia che mi venga ricordata da un amico di questo mondo quasi fosse un fatto naturale, sia che mi venga propinata da un nemico di questo mondo come se si trattasse di una astuta strategia. Per cominciare, io non ho proprio alcun motivo di rivolgermi a politici, magistrati, poliziotti e industriali, in quanto li considero parte fondamentale del problema, non una possibile soluzione: per quel che mi riguarda vanno eliminati, non alimentati. In secondo luogo, costoro non sono affatto tutti quanti. Mettendo da parte i loro tirapiedi, la stragrande maggioranza delle persone subisce le loro decisioni, ne è vittima, tanto quanto me. D’altra parte, spostando lo sguardo dalle nostre parti, forse che il ceto politico di un movimento esprime tutta quanta la base? Forse che i pochi che parlano in assemblea e al megafono, o scrivono comunicati, sono un tutt’uno con i tanti che partecipano alle iniziative ed hanno a cuore le questioni per cui si battono? Ma quando mai!
Se disprezzassi tutti quanti – tentazione nichilista assai forte in quest’epoca – non avrei motivo di prendere mai la parola. A chi potrei rivolgermi? Agli altri tre gatti che la pensano più o meno come me? Con loro basterebbero gli incontri privati, non varrebbe certo la pena di perdere tempo ed energie per comunicare pubblicamente. Meglio il silenzio, che per altro permette di rimanere in una confortevole ombra. Ma se invece diffondo volantini o manifesti, se pubblico giornali o libri, se curo trasmissioni radio o siti internet, evidentemente è perché credo nella possibilità che esistano altre persone che potrebbero essere colpite dalle mie parole, in un senso o nell’altro. Altri da me lontani che possono vedere incrinate le proprie certezze e travolti i propri luoghi comuni, ad esempio quelli sulle presunte virtù dello Stato. Oppure altri a me vicini che si possono riconoscere, anche parzialmente, nei miei pensieri e che un giorno potrei incontrare. In fondo, come diceva un poeta, «si pubblica per prendere appuntamento».
Già, ma con chi? Ho già escluso politici, magistrati, poliziotti e industriali. E all’elenco degli interlocutori sgraditi ho aggiunto leaderini aspiranti parlamentari e militanti aspiranti consiglieri del Re. Se mi si risparmiano gli strali contro il settarismo ed i pregiudizi di chi non intende sedersi allo stesso tavolo dei propri nemici, in cambio io risparmio gli insulti contro l’opportunismo ed il collaborazionismo di chi gira con una sedia sotto braccio ed è pronto a stringere la mano a chiunque. Bisogna saper tenere certe distanze. Bisogna saper marcare certe differenze. Bisogna cercare teste calde fra i molti che subiscono, è vero, ma non è affatto un obbligo passare attraverso i pochi che impongono o che vorrebbero imporre. Quest’ultima è una scelta politica, nefasta come tutte le scelte politiche. Non sono fra quelli che credono che dopo un periodo di transizione gli squali diventino vegani.
Consideratela pure una questione di gusti, ma per me il ceto politico del basso non vale più di quello dell’alto. Se non è così palesemente nocivo, è solo perché non ne ha (ancora) l’opportunità e i mezzi per diventarlo. Ma gli intrighi e le ambizioni sono i medesimi. Esiste solo una cosa infame tanto quanto il potere, ed è la sete di potere. A chi comanda, bisogna scavare la fossa. A chi vorrebbe comandare, pure.

Non aggiustate ciò che vi distrugge

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( Dal Web )

Pamphlet per il buon vivere

1.
La politica non può creare alternative. Il suo scopo non è quello di aiutarci a realizzare le nostre possibilità e capacità: attraverso la politica, facciamo solo valere gli interessi legati al nostro ruolo all’interno dell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni suo passo ed ogni sua azione fa sempre riferimento allo Stato e al mercato. La politica è l’animatrice della società, il suo medium è il denaro. Le regole a cui obbedisce sono simili a quelle del mercato. Da una parte come dall’altra, al centro c’è la pubblicità; da una parte come dall’altra, il punto è la valorizzazione e le sue condizioni necessarie.
Il borghese modello moderno ha completamente interiorizzato le costrizioni del valore e del denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È davvero «padrone» di se stesso, signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa null’altro se non l’auto-controllo del ruolo sociale che viene imposto. Siccome siamo sia contro il potere che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere favorevoli al potere del popolo?
Essere favorevoli alla democrazia — questo è il consenso totalitario, il credo collettivo della nostra epoca. La democrazia è al tempo stesso appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia; può essere solo perfezionata poiché oltre la quale non vi è nulla. La democrazia è parte integrante del regime del denaro e del valore, dello Stato e della nazione, del capitale e del lavoro. Essendo una parola vuota, tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta semplicemente di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa azione degli esseri umani contro i ruoli sociali che vengono loro imposti.
2.
Capitale e lavoro non sono antagonisti, al contrario costituiscono un blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La religione del lavoro di cui siamo i praticanti è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. L’addestramento al lavoro è stato — e rimane — uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.
Mentre la prigione del lavoro crolla, la sua influenza cresce e diventa fanatismo. È il lavoro a renderci stupidi e sempre più malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni legali di distruzione. Le stimmate del lavoro, le vediamo ogni giorno sui volti e sui corpi.
Il lavoro è la voce principale all’interno del consenso. È considerato una necessità naturale, ma non è altro che l’addomesticamento capitalista dell’attività umana. L’attività è tutt’altra cosa, quando non viene svolta per i soldi e il mercato, ma sotto forma di dono, regalo, contributo, creazione a beneficio di noi stessi o della vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.
Una parte considerevole di tutti i prodotti e servizi è esclusivamente in funzione della moltiplicazione del denaro, ci costringe a tormenti non necessari, spreca il nostro tempo e minaccia le basi fondamentali della vita. Certe tecnologie possono essere considerate solo come apocalittiche.
3.
Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non esiste nessuno che non voglia averne. Così è, anche se non lo abbiamo mai deciso noi. Il denaro è un imperativo sociale, non è uno strumento manipolabile. In quanto potenza che ci costringe costantemente a calcolare, spendere, risparmiare, indebitarci o fare credito, il denaro ci umilia e ci domina ora dopo ora. Il denaro è una sostanza nociva senza pari. La coazione a comprare e vendere ostacola ogni liberazione ed ogni autonomia. Il denaro fa di noi dei concorrenti, ovvero dei nemici. Il denaro divora la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.
Non solo è assurdo il fatto che una miriade di professioni abbiano il denaro come unico oggetto, ma anche che tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali siano continuamente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette calcolatrici. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, permette solo ciò che è redditizio in termini di economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.
Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, natura e ambiente; in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici.
Liberazione significa che gli esseri umani ricevono i loro prodotti e i loro servizi liberamente, a seconda dei loro bisogni. Che essi si rapportino direttamente gli uni con gli altri e non si oppongano, come avviene ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (in quanto capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari, ecc.). Già ora esistono nelle nostre vite dei rapporti non monetari: nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto reciproco. Qui doniamo qualcosa agli altri, attingiamo insieme alle nostre energie esistenziali e culturali senza presentare fatture. Si tratta di istanti in cui sentiamo che potremmo fare a meno di matrici.
4.
La critica è più di un’analisi radicale, essa esige la sovversione delle condizioni esistenti. La prospettiva cerca di formulare un progetto in cui le condizioni umane non abbiano più bisogno di una tale critica; un’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. La trasformazione è un’esperienza che ha la critica come fondamento, e la prospettiva come orizzonte. «Aggiusta ciò che ti distrugge» non può essere il nostro motto.
Si tratta niente meno che dell’abolizione del dominio, che esso si manifesti attraverso dipendenze personali o attraverso costrizioni oggettive. È inaccettabile che degli esseri umani siano sottomessi ad altri esseri umani, o che siano impotenti davanti al loro destino o a strutture. Non vogliamo né autocrazia né auto-dominio. Il dominio è più del capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata che riproduciamo capitalismo ogni giorno, e ci comportiamo come se non esistesse alcuna alternativa.
Siamo bloccati. Il denaro e il valore bloccano il nostro cervello e intasano le nostre emozioni. L’economia di mercato funziona come una grande matrice. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita bella e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Nessuna trasformazione delle strutture sociali è possibile senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle nostre basi mentali senza la soppressione delle strutture sociali.
5.
Noi non protestiamo, abbiamo già superato questa fase. Noi non vogliamo reinventare né la democrazia né la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non reclamiamo alcun libero arbitrio. Non vogliamo nemmeno puntare sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare «valori».
È facile rispondere alla domanda su quali siano i valori di cui abbiamo bisogno: nessuno!
Noi siamo per il totale annullamento dei valori, per la rottura con i ritornelli degli schiavi — generalmente denominati «cittadini». Questa categoria è da respingere. Mentalmente abbiamo già rinunciato al rapporto di dominazione. La sollevazione che abbiamo in mente assomiglia ad un salto paradigmatico.
Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma statale ed economica. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominio. Per la trasformazione non possiamo fare affidamento su nessun partito, nessuna classe, nessun soggetto e nessun movimento.
6.
Ad essere in gioco è la liberazione del tempo della nostra vita. Essa sola permetterà più agio, più piacere, più soddisfazione. Buon vivere significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o per oziare, ma anche di più tempo per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per l’espansione totale del godimento.
Una vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto dormire in compagnia più spesso e più intensamente. Lo scopo di questa vita — l’unica che possediamo — è quello di vivere bene, di unire esistenza e piaceri, di far indietreggiare i bisogni e moltiplicare le gioie. Il gioco, in tutte le sue varianti, richiede tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande occasione persa.
Non vogliamo più essere quello che siamo costretti ad essere.

L’ignoranza delle masse

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( Dal Web )

Jean Grave

Sotto il pretesto di essere più pratici, molte persone si accaniscono a predicare certe riforme pur confessando che il loro effetto non può essere che momentaneo.
La maggior parte della folla è ignorante, essi dicono, chiusa alle idee astratte; essa vuol cose positive e immediate, curandosi ben poco di ciò che si realizzerà dopo di lei; se ci si vuole fare ascoltare, bisogna saperle parlare il suo linguaggio e sapersi mettere alla sua portata.
Certo la folla è ignorante; ma perché non sa che il male di cui soffre è la conseguenza di un’organizzazione sociale difettosa, da lei tollerata; perché non ha coscienza della propria forza e si lascia tosare invece da una minoranza di oziosi; perché la si è abituata a credere agli uomini provvidenziali, cosicché, senza essere stanca delle delusioni subite, essa continua sempre a farsi rimorchiare da tutti coloro che la abbagliano con belle promesse.
Le rivoluzioni passate sono abortite perché i lavoratori erano ignoranti, perché essi non vedevano che il presente e si lasciavano mistificare sull’avvenire, non avendo saputo prevederlo.
La rivoluzione sociale che si prepara deve avere un domani. Non bisogna che la vecchia società, la quale sarà stata scossa dalle sue basi, possa su nuove basi ricostituirsi. Accanto alla propaganda che dice agli individui di ribellarsi, occorre la propaganda ardente e continua che ne insegna loro il perché.
Una rivoluzione la quale non avesse altro obiettivo — e ciò accadrebbe se la propaganda si limitasse a semplici appelli alla rivolta — che di saccheggiare i prodotti accumulati, di godere di tutto ciò di cui si è stati per lungo tempo privi, correrebbe il grande pericolo di non riuscire che un’orgia immensa, senza essere una rivoluzione; imperocché, una volta riempito il ventre, gli incoscienti si lascerebbero ancora minchionare dai chiacchieroni e dagli ambiziosi.
Occorre che la prossima rivoluzione arrechi ai morti di fame delle realtà immediate; ma, perché essa duri, bisognerà che la fase preparatoria abbia messo delle idee nel cervello del popolo. Se noi non vogliamo che dopo un’orgia di alcune ore o di alcuni giorni ci troviamo ancora incatenati per lungo tempo, bisogna esercitarsi ad essere coscienti.
Rendere gli individui capaci di comprendere le cause del loro sfruttamento, spiegar loro il perché essi non debbono subirlo, far loro conoscere le istituzioni da cui derivano i loro mali, dimostrar loro che, finché esse esisteranno, produrranno sempre gli stessi effetti, ecco il nostro compito; mostrar loro col nostro esempio a spiegare le proprie iniziative, a combinare i loro sforzi senza lasciarsi dominare da chicchessia, ecco l’opera nostra, la quale deve produrre il fermento sociale donde si sprigionerà la rivoluzione.

Antropomorfismo

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( Dal Web )

Ottorino Manni

Premessa: io non voglio offenderti, o lettore cattolico, nella tua fede in dio. Anzi, s’essa è sincera io la rispetto. Ma, d’altra parte, non posso non usare del mio diritto di critica anche in quelle cose che per te sono sacre, anche su quelle persone che per te sono divine. Se tu ne ritrarrai qualche lumicino e persuasione, tanto meglio! Se no, seguita pure per la tua strada, e… buon soggiorno in paradiso!
È Dio in ogni luogo?
I cattolici concepiscono dio come uno spirito infinito. Eppure ce lo raffigurano a nostra immagine e somiglianza, con tanto di corpo circoscritto e limitato. Ed è, questa, una contraddizione e un’assurdità. Tale corpo, inoltre, deve occupare un dato spazio, col trono sul quale è assiso e con tutta la corte celeste. E quello spazio, infatti, viene collocato lassù, in alto, in un punto abissale e sconosciuto del cielo.
Come può dunque Iddio essere contemporaneamente in terra e in ogni luogo?
— Può esservi come spirito! — E dalli, con lo spirito! Ma allora questo fuoriesce dal corpo, quale fluido immenso che tutto abbraccia e compenetra!.. E se ne fuoriesce a cosa serve il corpo ? — Per veder coi suoi occhi, per sentire con le sue orecchie?… No, perché è lo spirito che sente e vede!… E dunque?!… E poi ci sembra un bel corpo, il nostro, anche se dio, per farlo, prese a modello il… proprio?! Dippiù, il nostro corpo dio ce l’ha impastato col fango; ma con qual materia ha impastato il suo, se, prima di fabbricare il mondo, la materia non c’era ancora? Se n’è rivestito dopo? E per qual ragione, se non gli serviva? Per rendersi visibile alle sue creature? Ma allora uscirebbe dal Paradiso, e non farebbe come ii suo vicario terreno: «quel di se stesso antico prigionier».
Di che colore è dio?
Ognuna delle cinque razze umane si tinge il suo dio del colore della propria pelle. Ma dio, da quell’unico Padre che sarebbe di tutte, di qual colore ha la sua? Poiché un colore bisogna che ce l’abbia dai momento che ha un corpo. L’ha bianco? negro? giallo? rosso? od olivastro?
Per non far torto a nessuna razza, egli dovrebbe non escluder questo colore o preferir quello, ma tappezzarsi il proprio corpo con tutti e cinque i detti colori a costo di comparire un adamitico Arlecchino: oppure mutarseli ad ogni luna, passando, magari, da camaleonte! A meno che non lo si sia tinto, il corpo, con un colore nuovo, unico, che tutti li riassorba o li escluda… Un dio di color oro!… Che effetto farebbe!!!
È vecchio, Iddio?
Non so perché i preti ce lo dipingono o scolpiscono come un vecchio, dalla barba fluente e dalla spiovente chioma, tutte incanutite! (Buon per lui, che non ce lo presentano anche calvo!) Essi, dunque, ammettono ch’egli, come un mortale qualunque, abbia potuto invecchiare! E quando, in caso, avrebbe incominciato? Prima o dopo che creasse Il mondo? Se prima bisogna inferirne ch’egli abbia avuto un principio, o che il suo spirito sia soggetto ad avvizzire: se dopo, bisogna arguirne ch’egli sia stato coinvolto dal tempo, e che il corpo sia soggetto a disfarsi.
Ma nell’un caso e nell’altro, e come spirito in un corpo, egli non è, pur nella sua essenza divina, incorruttibile e onnipotente, e dovrebbe eziandio esser soggetto alla morte, ultima conseguenza della vecchiaia; e morte come l’umana, anch’essa, completa, perché corporale e spirituale.
Iddio, un colombo?
Ma non si contentano, i preti, di figurarci dio come un vecchione: essi ce lo sdoppiano, e della persona che ne traggono fuori ne fanno il figlio, un bel giovino dalla barbetta bionda; ce lo triplicano, e dell’altra persona che ne estraggono, ne fanno un bel colombino, candido come neve. E ci assicurano che tutte e tre quelle persone non ne formano che una, perché dio è uno solo, e uno, più uno, più uno fanno uno! Nella stessa guisa che uno fa tre!! Ciò mi ricorda quell’Arlecchino, nel teatro dei Burattini, il quale ballando, ballando, si lascia cadere un braccio, e questo balza su da terra in forma e veste di piccolo Arlecchino, e si mette a ballare anche lui, si lascia cadere una gamba, ed essa segue la sorte del braccio, e così l’altro braccio, e così l’altra gamba: tutti piccoli Arlecchini, staccati e distinti, formanti già un Arlecchino solo, il quale, finito ii ballo, se li riprende ad uno ad uno, riformandosi le proprie membra per tornar nuovamente un solo Arlecchino… Io non so se dio il suo ballo l’abbia finito.
Ora il telone è calato, e non v’e che il teatro dei preti, quel teatro che ha per burattino lì in Roma vezzo di gran pompe ornato — e imbavagliato... Ma so che dare a un dio la forma d’un animale non è cosa troppo lusinghiera e riverente, sebbene gli animali, e in ispecie gli innocui colombi , siano migliori degli uomini! Animale poi, che starebbe assiso, con le ali tese, tra il Padre e il Figlio, e che si chiama… Spirito Santo!.. Persona + Colombo + Spirito: dio; e… Viva il Futurismo!…
Iddio mondino?
Sono i preti, sempre loro, che ce lo fanno. Eccolo là, Iddio, sul proprio trono, col triangolo… massonico in testa e con un mondo, per sgabello, sotto i piedi… La Corte degli Eletti gli danza intorno perennemente (povere gambe!) e perennemente gli canta osanna (povere gole!).
Vi saranno, è vero, balli sempre nuovi, sempre variati, ma non dovranno, essi, venirgli mai a noia ed irritargli mai i nervi? E vi saranno voci più che bianche, trombe più che argentee, musiche più che divine… Ma non gli romperanno mai i sacri timpani, né mai gli faranno la testa gonfia come un pallone? E poi un Dio che bisogno ha di questi spettacoli mondani, che ce lo presentano un gaudente di prima forza, un viveur di prima riga? Ma un Dio non si appaga che di se stesso, avendo in sé tutte le sorgenti dei piaceri e dei gaudi, sempre rinnovantisi, all’infinito, astrattamente!
Ma il Cielo dov’è?
— Lassù, in alto! — E lassù, in alto, ce lo addita il credente con l’indice volto… all’insù, e lassù, in alto, si levano gli occhi, supplici nella preghiera, o minacciosi sulla bestemmia… Ma il lassù, in alto, non è che una delle nostre infinite illusioni! L’alto non esiste che per le nostre… zucche, cioè per le nostre teste! La Terra, lo sapete, è una palla che rotea su se stessa e gira intorno al sole… Il cielo, con le sue stelle, l’involge tutta come una sfera di cristallo; e le nostre… teste, mentre essa rotola via negli spazi, la puntano da ogni parte… L’alto si volta in basso, lo zenit diventa nadir… I nostri piedi lo calpestano, e la dimora di dio ci sfugge… Ma noi, eterni stolti, seguitiamo sempre a guardare in alto, a indicar lassù e non ci accorgiamo nemmeno che tutto il firmamento con le sue stelle ci vien cambiando di posizione, ci vien voltando le spalle!
Iddio non prevede?
Non v’è artista un po’ di voglia, s’ intende, che nella concezione d’una sua opera non preveda quale essa potrà riuscire e nell’attuarla non giudichi a un di presso se potrà piacere. Eppure dio, da quell’artistone, nonché creatore della materia che è, si accorge soltanto ad ogni fine di giornata, dopo aver fabbricato un pezzo di mondo, che l’opera fatta era buona! E allora dove va a finire la sua onniveggenza? E, poi, buona!!… E tutti gli animali, che si mangian vivi l’un l’altro? E l’ uomo, fatto a divina immagine e somiglianza, diventato lupo dell’uomo? E tutti i bacilli, che insidiano e distruggono miliardi di vite, pur se preziose ? E le passioni, le cattiverie, le crudeltà d’ ogni sorta che funestano e insanguinano ii mondo ? E il divin Figlio — cioè dio stesso — dovuto poi scender a farsi crocifigger dai suoi figli, senza alcun costrutto di redenzione? E… Ma a che continuare? Non può chiamarsi, questa, opera buona!
Un dio può stancarsi?
Dio ha creato il mondo in un fiat. E se ha creato il mondo in •un fiat, come va che ci ha badato ben sei lunghe giornate? Egli, dunque, è rimasto anche quella volta avvinto e vinto dal tempo; del quale era ciò malgrado il generatore e il dominatore! E poi egli che ab aeterno era stato sempre inattivo, inoperoso, dormiente, com’è che, appena pensa di far qualcosina, si lascia subito sopraffare della stanchezza e ogni notte e tutto il settimo ha bisogno di passarli riposando? E com’è che dal settimo giorno in poi è tornato a essere inattivo, inoperoso, dormiente? Ma allora fatte le debite proporzioni, resistono più della fatica, in tanti record di balli durati più di 48 ore di seguito, certe sue creature, certi suoi saltimbanchi.
La luce prima del sole?
È nella genesi. Iddio creò prima la luce e quattro giorni dopo il sole! Ma di che quella luce era fatta e da qual corpo sidereo emanava se… comparso il sole, essa è… scomparsa? Poiché noi non conosciamo altra luce che quella del sole, e vediamo che quand’esso tramonta è… notte, ed è notte appena nelle eclissi la luna lo copre!
La Terra reggia umana?
È così! Dio creò la Terra qual reggia dell’Uomo, immota nel centro dell’Universo, il quale le gira intorno, col sole, in 24 ore. La scienza, invece, è venuta a dimostrare che la Terra non è che uno degli infiniti pianeti del firmamento, come l’Uomo non è che uno degli innumeri animali della Terra; è venuta a dimostrare che è la Terra€ a girare intorno al sole, e che il sole, esso pure non è che uno dei tanti e tanti soli che, nelle voragini degli spazi, dan vita ad altre Terre.
Ma dio esiste proprio?
Vediamo! Una volta che c’è il Mondo, bisogna che qualcuno l’abbia creato, perché dal nulla non cresce nulla. Ora, questo qualcuno è dio! — Ci spiegano i credenti. E noi rispondiamo: — Ma: e dio chi l’ha fatto? — C’è stato sempre ab aeterno! — Ebbene, piuttosto che da un effetto unico, che sarebbe il mondo, risalire ad una causa unica che sarebbe Dio, il quale poi non sarebbe causa, non è più semplice e più logico ammettere, che è invece il mondo che è esistito sempre e che dio non è, per chi lo vuol per forza, altro che la materia, venendo, magari, ad accettare il panteismo di Spinoza?
Ma dio dov’era?
Se dio avesse creato l’Universo, ecco che cosa ne… risulterebbe: l’Universo non è che lo spazio, occupato della materia e dell’energia, dal moto e dal tempo. Fuori dello spazio non può esservi che il vuoto. Ma dio non è un nulla: è uno spirito infinito. Benissimo! Bisogna quindi che uno spazio l’occupasse. Ma quale se non ce ne era nessuno, prima dell’universo pur esso infinito?! Ed è uno spirito ab aeterno, Iddio! Siamo intesi! Ma senza il tempo, che la comprende, come poteva esistere la sua eternità? Né egli poteva far nascere se stesso nel momento in cui creava l’Universo, sia perché appunto ab aeterno, sia perché dell’Universo sarebbe stato nel contempo causa ed effetto, e quello l’avrebbe assorbito in sé medesimo dandogli una, almeno, delle condizioni essenziali alla sua esistenza, cioè lo spazio.
Il che non può ammettersi, senza accettar ancora una volta il sistema panteistico: essere dio la Natura, ma Natura, anch’essa ab aeterno. Ciò che la Chiesa cattolica esclude e condanna. Dunque, fuori dello spazio e anche del tempo, pur creati da dio, dio era nel nulla. E poiché non ha potuto autogenerarsi con la fabbricazione del Mondo, ne consegue che… non esiste!
[Il Vespro anarchico]

 

Un’illusione: il dominio senza nessuno

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Cosa significa dire qualcosa? Cosa significa esprimere le proprie idee? Quali sono le conseguenze, per noi stessi, per il nostro agire?
Facciamo un esempio: su un palco una donna politica di destra si pronuncia a favore dell’ordine di fare fuoco alle frontiere esterne. Indignazione, furia, scandalo. Ovviamente si vuole fermare il flusso di rifugiati, ma non certo così. Un’altra politica, avvantaggiata dal prestigio di ricoprire una più alta carica, famosa per le sue decisioni prosaiche e da esperta, firma un trattato che mira all’internamento, all’espulsione e alla ripartizione di migliaia di migranti. Qualche tempo dopo si viene a sapere che alcuni militari hanno sparato su persone che tentavano di passare la frontiera del paese con cui è stato concluso questo trattato. Una notizia a margine — che è anche la conseguenza diretta di una decisione politica. Una politica che pone il fatto di sparare in legame diretto con la sua politica è una provocazione; ma per quell’angelica innocente sparare non è che un danno collaterale mortale appena percepibile.
Quando un politico prende delle decisioni, queste vengono applicate — da altri. Quando un soldato spara, lo fa su ordine di qualcuno. Tuttavia responsabile della pallottola, della morte, è chi preme il grilletto. Una cosa è ciò che si dice e un’altra è ciò che si fa, ecco cosa ci viene ripetuto. Una linea di condivisione è tracciata fra l’atto e i pensieri che l’hanno preceduto. Nell’ambito delle opinioni è possibile sostenere qualsiasi punto di vista, è consentito dare il proprio parere. Sì, grazie alla possibilità offerta a tutti di esprimersi, ovvero confrontarsi — o fare una tavola rotonda — con posizioni «estreme», la politica mostra il funzionamento della democrazia. Le parole sono astrazioni e vengono tollerate in quanto tali. Ma quando implicano la possibilità dell’azione diretta, non sono più opinioni, allora diventano idee e portano in sé lo slancio verso la loro realizzazione. Chiunque agisca direttamente e metta in atto le proprie idee senza aver bisogno dell’accordo né del permesso, commette un crimine contro la democrazia. Contro la politica della maggioranza desiderosa di negoziare, di intrigare, di trovare compromessi. Contro la politica della separazione e della gerarchia, in cui solo gli specialisti e chi riceve ordini sono autorizzati ad agire. Un crimine contro la legge che permette solo di parlare di idee, non di metterle in pratica.
Coloro che non hanno legge si assumono la responsabilità delle proprie idee e le mettono in atto con dei complici e con i mezzi necessari. Superano la separazione fra la politica e la realtà perché possono parlare e discutere senza dover trovare parole erudite, senza dover convincere la maggioranza con norme da esperti o con petizioni. Per passare all’azione non hanno bisogno di eserciti docili, di lacchè e servitori, no, li disprezzano tanto quanto la loro sottomissione di gregge che affida costantemente l’onere di pensare ad altri. Essi mettono assieme le parole e l’azione. Non solo nel proprio pensiero e nel proprio agire, ma anche nella ricerca e nel fatto di collegare elementi e responsabilità che a prima vista non li riguardano.
Noi non abbiamo solo la responsabilità di ciò che pensiamo, facciamo e ordiniamo, ma anche di ciò che omettiamo, ciò che non facciamo e ciò che taciamo. Il giornalista per cui il salvataggio di un relitto con centinaia di cadaveri di migranti non merita che un trafiletto assume una posizione chiara, una posizione che ha come conseguenza il rifiuto di voler agire. L’esperto che afferma che il numero di rifugiati è diminuito sa che le statistiche non tengono conto di quanti migranti dell’Africa nera sono rinchiusi e perseguitati senza motivo nell’Africa del nord. Ciò denota un calcolo politico di cui si rende responsabile. Quanto ai cittadini degli Stati Uniti che nel corso degli ultimi anni sono venuti a sapere per 2640 volte dell’omicidio di neri da parte della polizia senza la minima reazione, essi sono responsabili anche del fatto che l’omicidio del 2641° nero appaia come del tutto normale e abituale. Una normalità che ci dà l’illusione di non avere la responsabilità di agire, che ci abitua ad essere degli incapaci, buoni solo a ricevere ogni giorno su un piatto d’argento il loro boccone di realtà ben premasticato con l’elenco di ciò che bisogna fare e il relativo conto.
Possiamo spezzare l’illusione secondo cui il dominio sarebbe mantenuto dal semplice corso delle cose, da un qualche Dio o dalle quotazioni in borsa, ovvero un dominio impersonale, assumendoci la responsabilità di sabotare permanentemente gli affari dei responsabili del suo funzionamento. Sia che la loro responsabilità consista nel dare l’ordine di sparare, nel giustificarlo, nel non parlarne, nel dissimularlo, o nel ricavarne profitto con la produzione o l’elaborazione di armi. Per non parlare della responsabilità di chi fa la guerra come l’esercito tedesco che, con la sua propaganda, tenta di soffocare ogni legame fra la realtà e le parole che la descrivono, spiegando per esempio sui loro manifesti pubblicitari in color mimetica di battersi per la libertà e contro dei folli in guerra. La responsabilità risiede nel fatto di mostrare, con la forza distruttrice delle parole e delle azioni, che la libertà può esistere solo qualora si tratti da nemico chi fa la guerra, sia essa di Dio o dello Stato. E nell’immediato, come risultato persistente di intense relazioni, la libertà può esistere solo laddove nessuno attende che altri si incarichino al proprio posto di mettere i suoi pensieri in atto per attaccare senza tregua chi fa la guerra, nel nome di Dio o dello Stato.

E noi ridiamo

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Alla fine dell’Ottocento lo scrittore De Amicis, giornalista-militare che aveva a cuore solo gli scatti sull’attenti davanti all’autorità, definiva «malvagio» il piccolo Franti che rideva alla notizia della morte del Re. Oggi i suoi degni eredi arrivano ad accusare chiunque non si metta al servizio dello Stato di essere un «terrorista». Per la gente dabbene, per i fautori del Partito dell’Ordine, il rispetto e l’obbedienza alle leggi è un fatto talmente scontato da apparire ai loro occhi come del tutto naturale. A loro avviso, le istituzioni vanno amate con la stessa spontaneità con cui si aprono gli occhi quando ci si sveglia al mattino. Chi si sottrae a questa ridicola credenza civica non è qualcuno che la pensa diversamente, è molto peggio. Finché la sua alterità rimane circoscritta al proprio ambito domestico, può anche essere considerato un eccentrico da evitare o un malato da curare. Ma guai a manifestarla pubblicamente. Perché nel Pensiero Unico chiamato per eufemismo Opinione Pubblica non è ammessa nessuna idea divergente. Chi non si indigna davanti ad un atto di ostilità rivolto contro il potere è losco e sospetto. Ma chi addirittura osa gioire per un lampo nelle tenebre della servitù volontaria è per forza di cose coinvolto nell’atto stesso: ne è l’autore, o come minimo il complice. Altrimenti non oserebbe mai esprimersi così avventatamente, altrimenti si limiterebbe a rimanere in silenzio oppure a riportare sull’accaduto le veline dei mass-media (triste scappatoia a cui molti sovversivi fanno spesso ricorso).

I totalitarismi (e la democrazia non fa eccezione) non possono tollerare la libertà di pensiero, non possono accettare che qualcuno si esprima pubblicamente in maniera contraria a quanto decretato dal loro Pensiero Unico. Perché una voce stonata rompe il coro del consenso, dando il cattivo esempio. Ciò fa capire bene, al di là delle dichiarazioni altisonanti, quale sia la sola libertà protetta dallo Stato: quella di obbedire. Siamo liberi di rispettare le leggi, siamo liberi di comprare merci, siamo liberi di farci sfruttare sul lavoro. Siamo liberi di respirare un’aria inquinata e di mangiare cibi avvelenati. Siamo liberi di vedere il mondo passare davanti ad uno schermo. Siamo liberi di stare in riga, controllati e sorvegliati dal primo vagito all’ultimo rantolo. Null’altro è consentito.
Ma il modo migliore per difendere la libertà è quello di esercitarla. Il modo migliore per difendere la libertà di pensiero e di parola è quello di pensare e parlare senza sottostare a costrizioni e ricatti, senza farsi condizionare dagli indici di gradimento o dagli articoli del codice penale. Capiamo che nei laboratori della Ragione di Stato si vorrebbe rendere indicibile — quindi impensabile — ogni espressione favorevole alla rivolta. Non è certo un caso se oggi gli eroi immaginari dei bambini cresciuti davanti alla TV sono i commissari o i marescialli; nessuno fantastica più sulle avventure di un Robin Hood. Perché fin dalla più tenera età si viene spinti ad immedesimarsi in uno sbirro, non in un fuori-legge. Dileggiare il potere è cosa ormai riservata a pochi artisti, certificati buffoni di corte che tuttavia devono stare bene attenti a non eccedere. Ecco perché non ci stupiamo affatto che un giornalista definisca «rivendicazione» un testo che saluta un gesto di aperta ostilità contro il potere, o che un presidente di Regione dichiari che «chi mette bombe non fa politica, ma compie un atto di terrorismo», fingendo di non sapere chi sia a costruire e vendere bombe da sganciare su intere popolazioni. Sono solo alcuni piccoli esempi concreti del confusionismo che viene alimentato per mettere la museruola ad ogni bocca ribelle, nella parola come nel morso. Decisamente non è facile capire qui dove finisca l’idiozia e dove cominci la malafede. Ma che i funzionari di propaganda e di partito si rassegnino: la libertà avrà sempre i suoi amanti, l’autorità avrà sempre i suoi nemici. Ed è interesse di questi ultimi riprendere ad immaginare e ad esprimere apertamente tutte le ragioni e le passioni di una rivolta contro il potere, contro ogni potere.
Quanto a Finimondo, continuerà a ridere alla notizia della morte del Re. E pazienza se un qualche procuratore definirà apologia di terrorismo ciò che noi chiamiamo libertà di pensiero.