Archivi Blog

L’ignoranza delle masse

6116077636_b92f327279_z

( Dal Web )

Jean Grave

Sotto il pretesto di essere più pratici, molte persone si accaniscono a predicare certe riforme pur confessando che il loro effetto non può essere che momentaneo.
La maggior parte della folla è ignorante, essi dicono, chiusa alle idee astratte; essa vuol cose positive e immediate, curandosi ben poco di ciò che si realizzerà dopo di lei; se ci si vuole fare ascoltare, bisogna saperle parlare il suo linguaggio e sapersi mettere alla sua portata.
Certo la folla è ignorante; ma perché non sa che il male di cui soffre è la conseguenza di un’organizzazione sociale difettosa, da lei tollerata; perché non ha coscienza della propria forza e si lascia tosare invece da una minoranza di oziosi; perché la si è abituata a credere agli uomini provvidenziali, cosicché, senza essere stanca delle delusioni subite, essa continua sempre a farsi rimorchiare da tutti coloro che la abbagliano con belle promesse.
Le rivoluzioni passate sono abortite perché i lavoratori erano ignoranti, perché essi non vedevano che il presente e si lasciavano mistificare sull’avvenire, non avendo saputo prevederlo.
La rivoluzione sociale che si prepara deve avere un domani. Non bisogna che la vecchia società, la quale sarà stata scossa dalle sue basi, possa su nuove basi ricostituirsi. Accanto alla propaganda che dice agli individui di ribellarsi, occorre la propaganda ardente e continua che ne insegna loro il perché.
Una rivoluzione la quale non avesse altro obiettivo — e ciò accadrebbe se la propaganda si limitasse a semplici appelli alla rivolta — che di saccheggiare i prodotti accumulati, di godere di tutto ciò di cui si è stati per lungo tempo privi, correrebbe il grande pericolo di non riuscire che un’orgia immensa, senza essere una rivoluzione; imperocché, una volta riempito il ventre, gli incoscienti si lascerebbero ancora minchionare dai chiacchieroni e dagli ambiziosi.
Occorre che la prossima rivoluzione arrechi ai morti di fame delle realtà immediate; ma, perché essa duri, bisognerà che la fase preparatoria abbia messo delle idee nel cervello del popolo. Se noi non vogliamo che dopo un’orgia di alcune ore o di alcuni giorni ci troviamo ancora incatenati per lungo tempo, bisogna esercitarsi ad essere coscienti.
Rendere gli individui capaci di comprendere le cause del loro sfruttamento, spiegar loro il perché essi non debbono subirlo, far loro conoscere le istituzioni da cui derivano i loro mali, dimostrar loro che, finché esse esisteranno, produrranno sempre gli stessi effetti, ecco il nostro compito; mostrar loro col nostro esempio a spiegare le proprie iniziative, a combinare i loro sforzi senza lasciarsi dominare da chicchessia, ecco l’opera nostra, la quale deve produrre il fermento sociale donde si sprigionerà la rivoluzione.

Antropomorfismo

68dd710ef53a07ae70fdd24ce3bff68632e8df4c_m

( Dal Web )

Ottorino Manni

Premessa: io non voglio offenderti, o lettore cattolico, nella tua fede in dio. Anzi, s’essa è sincera io la rispetto. Ma, d’altra parte, non posso non usare del mio diritto di critica anche in quelle cose che per te sono sacre, anche su quelle persone che per te sono divine. Se tu ne ritrarrai qualche lumicino e persuasione, tanto meglio! Se no, seguita pure per la tua strada, e… buon soggiorno in paradiso!
È Dio in ogni luogo?
I cattolici concepiscono dio come uno spirito infinito. Eppure ce lo raffigurano a nostra immagine e somiglianza, con tanto di corpo circoscritto e limitato. Ed è, questa, una contraddizione e un’assurdità. Tale corpo, inoltre, deve occupare un dato spazio, col trono sul quale è assiso e con tutta la corte celeste. E quello spazio, infatti, viene collocato lassù, in alto, in un punto abissale e sconosciuto del cielo.
Come può dunque Iddio essere contemporaneamente in terra e in ogni luogo?
— Può esservi come spirito! — E dalli, con lo spirito! Ma allora questo fuoriesce dal corpo, quale fluido immenso che tutto abbraccia e compenetra!.. E se ne fuoriesce a cosa serve il corpo ? — Per veder coi suoi occhi, per sentire con le sue orecchie?… No, perché è lo spirito che sente e vede!… E dunque?!… E poi ci sembra un bel corpo, il nostro, anche se dio, per farlo, prese a modello il… proprio?! Dippiù, il nostro corpo dio ce l’ha impastato col fango; ma con qual materia ha impastato il suo, se, prima di fabbricare il mondo, la materia non c’era ancora? Se n’è rivestito dopo? E per qual ragione, se non gli serviva? Per rendersi visibile alle sue creature? Ma allora uscirebbe dal Paradiso, e non farebbe come ii suo vicario terreno: «quel di se stesso antico prigionier».
Di che colore è dio?
Ognuna delle cinque razze umane si tinge il suo dio del colore della propria pelle. Ma dio, da quell’unico Padre che sarebbe di tutte, di qual colore ha la sua? Poiché un colore bisogna che ce l’abbia dai momento che ha un corpo. L’ha bianco? negro? giallo? rosso? od olivastro?
Per non far torto a nessuna razza, egli dovrebbe non escluder questo colore o preferir quello, ma tappezzarsi il proprio corpo con tutti e cinque i detti colori a costo di comparire un adamitico Arlecchino: oppure mutarseli ad ogni luna, passando, magari, da camaleonte! A meno che non lo si sia tinto, il corpo, con un colore nuovo, unico, che tutti li riassorba o li escluda… Un dio di color oro!… Che effetto farebbe!!!
È vecchio, Iddio?
Non so perché i preti ce lo dipingono o scolpiscono come un vecchio, dalla barba fluente e dalla spiovente chioma, tutte incanutite! (Buon per lui, che non ce lo presentano anche calvo!) Essi, dunque, ammettono ch’egli, come un mortale qualunque, abbia potuto invecchiare! E quando, in caso, avrebbe incominciato? Prima o dopo che creasse Il mondo? Se prima bisogna inferirne ch’egli abbia avuto un principio, o che il suo spirito sia soggetto ad avvizzire: se dopo, bisogna arguirne ch’egli sia stato coinvolto dal tempo, e che il corpo sia soggetto a disfarsi.
Ma nell’un caso e nell’altro, e come spirito in un corpo, egli non è, pur nella sua essenza divina, incorruttibile e onnipotente, e dovrebbe eziandio esser soggetto alla morte, ultima conseguenza della vecchiaia; e morte come l’umana, anch’essa, completa, perché corporale e spirituale.
Iddio, un colombo?
Ma non si contentano, i preti, di figurarci dio come un vecchione: essi ce lo sdoppiano, e della persona che ne traggono fuori ne fanno il figlio, un bel giovino dalla barbetta bionda; ce lo triplicano, e dell’altra persona che ne estraggono, ne fanno un bel colombino, candido come neve. E ci assicurano che tutte e tre quelle persone non ne formano che una, perché dio è uno solo, e uno, più uno, più uno fanno uno! Nella stessa guisa che uno fa tre!! Ciò mi ricorda quell’Arlecchino, nel teatro dei Burattini, il quale ballando, ballando, si lascia cadere un braccio, e questo balza su da terra in forma e veste di piccolo Arlecchino, e si mette a ballare anche lui, si lascia cadere una gamba, ed essa segue la sorte del braccio, e così l’altro braccio, e così l’altra gamba: tutti piccoli Arlecchini, staccati e distinti, formanti già un Arlecchino solo, il quale, finito ii ballo, se li riprende ad uno ad uno, riformandosi le proprie membra per tornar nuovamente un solo Arlecchino… Io non so se dio il suo ballo l’abbia finito.
Ora il telone è calato, e non v’e che il teatro dei preti, quel teatro che ha per burattino lì in Roma vezzo di gran pompe ornato — e imbavagliato... Ma so che dare a un dio la forma d’un animale non è cosa troppo lusinghiera e riverente, sebbene gli animali, e in ispecie gli innocui colombi , siano migliori degli uomini! Animale poi, che starebbe assiso, con le ali tese, tra il Padre e il Figlio, e che si chiama… Spirito Santo!.. Persona + Colombo + Spirito: dio; e… Viva il Futurismo!…
Iddio mondino?
Sono i preti, sempre loro, che ce lo fanno. Eccolo là, Iddio, sul proprio trono, col triangolo… massonico in testa e con un mondo, per sgabello, sotto i piedi… La Corte degli Eletti gli danza intorno perennemente (povere gambe!) e perennemente gli canta osanna (povere gole!).
Vi saranno, è vero, balli sempre nuovi, sempre variati, ma non dovranno, essi, venirgli mai a noia ed irritargli mai i nervi? E vi saranno voci più che bianche, trombe più che argentee, musiche più che divine… Ma non gli romperanno mai i sacri timpani, né mai gli faranno la testa gonfia come un pallone? E poi un Dio che bisogno ha di questi spettacoli mondani, che ce lo presentano un gaudente di prima forza, un viveur di prima riga? Ma un Dio non si appaga che di se stesso, avendo in sé tutte le sorgenti dei piaceri e dei gaudi, sempre rinnovantisi, all’infinito, astrattamente!
Ma il Cielo dov’è?
— Lassù, in alto! — E lassù, in alto, ce lo addita il credente con l’indice volto… all’insù, e lassù, in alto, si levano gli occhi, supplici nella preghiera, o minacciosi sulla bestemmia… Ma il lassù, in alto, non è che una delle nostre infinite illusioni! L’alto non esiste che per le nostre… zucche, cioè per le nostre teste! La Terra, lo sapete, è una palla che rotea su se stessa e gira intorno al sole… Il cielo, con le sue stelle, l’involge tutta come una sfera di cristallo; e le nostre… teste, mentre essa rotola via negli spazi, la puntano da ogni parte… L’alto si volta in basso, lo zenit diventa nadir… I nostri piedi lo calpestano, e la dimora di dio ci sfugge… Ma noi, eterni stolti, seguitiamo sempre a guardare in alto, a indicar lassù e non ci accorgiamo nemmeno che tutto il firmamento con le sue stelle ci vien cambiando di posizione, ci vien voltando le spalle!
Iddio non prevede?
Non v’è artista un po’ di voglia, s’ intende, che nella concezione d’una sua opera non preveda quale essa potrà riuscire e nell’attuarla non giudichi a un di presso se potrà piacere. Eppure dio, da quell’artistone, nonché creatore della materia che è, si accorge soltanto ad ogni fine di giornata, dopo aver fabbricato un pezzo di mondo, che l’opera fatta era buona! E allora dove va a finire la sua onniveggenza? E, poi, buona!!… E tutti gli animali, che si mangian vivi l’un l’altro? E l’ uomo, fatto a divina immagine e somiglianza, diventato lupo dell’uomo? E tutti i bacilli, che insidiano e distruggono miliardi di vite, pur se preziose ? E le passioni, le cattiverie, le crudeltà d’ ogni sorta che funestano e insanguinano ii mondo ? E il divin Figlio — cioè dio stesso — dovuto poi scender a farsi crocifigger dai suoi figli, senza alcun costrutto di redenzione? E… Ma a che continuare? Non può chiamarsi, questa, opera buona!
Un dio può stancarsi?
Dio ha creato il mondo in un fiat. E se ha creato il mondo in •un fiat, come va che ci ha badato ben sei lunghe giornate? Egli, dunque, è rimasto anche quella volta avvinto e vinto dal tempo; del quale era ciò malgrado il generatore e il dominatore! E poi egli che ab aeterno era stato sempre inattivo, inoperoso, dormiente, com’è che, appena pensa di far qualcosina, si lascia subito sopraffare della stanchezza e ogni notte e tutto il settimo ha bisogno di passarli riposando? E com’è che dal settimo giorno in poi è tornato a essere inattivo, inoperoso, dormiente? Ma allora fatte le debite proporzioni, resistono più della fatica, in tanti record di balli durati più di 48 ore di seguito, certe sue creature, certi suoi saltimbanchi.
La luce prima del sole?
È nella genesi. Iddio creò prima la luce e quattro giorni dopo il sole! Ma di che quella luce era fatta e da qual corpo sidereo emanava se… comparso il sole, essa è… scomparsa? Poiché noi non conosciamo altra luce che quella del sole, e vediamo che quand’esso tramonta è… notte, ed è notte appena nelle eclissi la luna lo copre!
La Terra reggia umana?
È così! Dio creò la Terra qual reggia dell’Uomo, immota nel centro dell’Universo, il quale le gira intorno, col sole, in 24 ore. La scienza, invece, è venuta a dimostrare che la Terra non è che uno degli infiniti pianeti del firmamento, come l’Uomo non è che uno degli innumeri animali della Terra; è venuta a dimostrare che è la Terra€ a girare intorno al sole, e che il sole, esso pure non è che uno dei tanti e tanti soli che, nelle voragini degli spazi, dan vita ad altre Terre.
Ma dio esiste proprio?
Vediamo! Una volta che c’è il Mondo, bisogna che qualcuno l’abbia creato, perché dal nulla non cresce nulla. Ora, questo qualcuno è dio! — Ci spiegano i credenti. E noi rispondiamo: — Ma: e dio chi l’ha fatto? — C’è stato sempre ab aeterno! — Ebbene, piuttosto che da un effetto unico, che sarebbe il mondo, risalire ad una causa unica che sarebbe Dio, il quale poi non sarebbe causa, non è più semplice e più logico ammettere, che è invece il mondo che è esistito sempre e che dio non è, per chi lo vuol per forza, altro che la materia, venendo, magari, ad accettare il panteismo di Spinoza?
Ma dio dov’era?
Se dio avesse creato l’Universo, ecco che cosa ne… risulterebbe: l’Universo non è che lo spazio, occupato della materia e dell’energia, dal moto e dal tempo. Fuori dello spazio non può esservi che il vuoto. Ma dio non è un nulla: è uno spirito infinito. Benissimo! Bisogna quindi che uno spazio l’occupasse. Ma quale se non ce ne era nessuno, prima dell’universo pur esso infinito?! Ed è uno spirito ab aeterno, Iddio! Siamo intesi! Ma senza il tempo, che la comprende, come poteva esistere la sua eternità? Né egli poteva far nascere se stesso nel momento in cui creava l’Universo, sia perché appunto ab aeterno, sia perché dell’Universo sarebbe stato nel contempo causa ed effetto, e quello l’avrebbe assorbito in sé medesimo dandogli una, almeno, delle condizioni essenziali alla sua esistenza, cioè lo spazio.
Il che non può ammettersi, senza accettar ancora una volta il sistema panteistico: essere dio la Natura, ma Natura, anch’essa ab aeterno. Ciò che la Chiesa cattolica esclude e condanna. Dunque, fuori dello spazio e anche del tempo, pur creati da dio, dio era nel nulla. E poiché non ha potuto autogenerarsi con la fabbricazione del Mondo, ne consegue che… non esiste!
[Il Vespro anarchico]

 

Un’illusione: il dominio senza nessuno

tumblr_ofpface1sr1vve3r6o1_500

( Articolo Condiviso )

Cosa significa dire qualcosa? Cosa significa esprimere le proprie idee? Quali sono le conseguenze, per noi stessi, per il nostro agire?
Facciamo un esempio: su un palco una donna politica di destra si pronuncia a favore dell’ordine di fare fuoco alle frontiere esterne. Indignazione, furia, scandalo. Ovviamente si vuole fermare il flusso di rifugiati, ma non certo così. Un’altra politica, avvantaggiata dal prestigio di ricoprire una più alta carica, famosa per le sue decisioni prosaiche e da esperta, firma un trattato che mira all’internamento, all’espulsione e alla ripartizione di migliaia di migranti. Qualche tempo dopo si viene a sapere che alcuni militari hanno sparato su persone che tentavano di passare la frontiera del paese con cui è stato concluso questo trattato. Una notizia a margine — che è anche la conseguenza diretta di una decisione politica. Una politica che pone il fatto di sparare in legame diretto con la sua politica è una provocazione; ma per quell’angelica innocente sparare non è che un danno collaterale mortale appena percepibile.
Quando un politico prende delle decisioni, queste vengono applicate — da altri. Quando un soldato spara, lo fa su ordine di qualcuno. Tuttavia responsabile della pallottola, della morte, è chi preme il grilletto. Una cosa è ciò che si dice e un’altra è ciò che si fa, ecco cosa ci viene ripetuto. Una linea di condivisione è tracciata fra l’atto e i pensieri che l’hanno preceduto. Nell’ambito delle opinioni è possibile sostenere qualsiasi punto di vista, è consentito dare il proprio parere. Sì, grazie alla possibilità offerta a tutti di esprimersi, ovvero confrontarsi — o fare una tavola rotonda — con posizioni «estreme», la politica mostra il funzionamento della democrazia. Le parole sono astrazioni e vengono tollerate in quanto tali. Ma quando implicano la possibilità dell’azione diretta, non sono più opinioni, allora diventano idee e portano in sé lo slancio verso la loro realizzazione. Chiunque agisca direttamente e metta in atto le proprie idee senza aver bisogno dell’accordo né del permesso, commette un crimine contro la democrazia. Contro la politica della maggioranza desiderosa di negoziare, di intrigare, di trovare compromessi. Contro la politica della separazione e della gerarchia, in cui solo gli specialisti e chi riceve ordini sono autorizzati ad agire. Un crimine contro la legge che permette solo di parlare di idee, non di metterle in pratica.
Coloro che non hanno legge si assumono la responsabilità delle proprie idee e le mettono in atto con dei complici e con i mezzi necessari. Superano la separazione fra la politica e la realtà perché possono parlare e discutere senza dover trovare parole erudite, senza dover convincere la maggioranza con norme da esperti o con petizioni. Per passare all’azione non hanno bisogno di eserciti docili, di lacchè e servitori, no, li disprezzano tanto quanto la loro sottomissione di gregge che affida costantemente l’onere di pensare ad altri. Essi mettono assieme le parole e l’azione. Non solo nel proprio pensiero e nel proprio agire, ma anche nella ricerca e nel fatto di collegare elementi e responsabilità che a prima vista non li riguardano.
Noi non abbiamo solo la responsabilità di ciò che pensiamo, facciamo e ordiniamo, ma anche di ciò che omettiamo, ciò che non facciamo e ciò che taciamo. Il giornalista per cui il salvataggio di un relitto con centinaia di cadaveri di migranti non merita che un trafiletto assume una posizione chiara, una posizione che ha come conseguenza il rifiuto di voler agire. L’esperto che afferma che il numero di rifugiati è diminuito sa che le statistiche non tengono conto di quanti migranti dell’Africa nera sono rinchiusi e perseguitati senza motivo nell’Africa del nord. Ciò denota un calcolo politico di cui si rende responsabile. Quanto ai cittadini degli Stati Uniti che nel corso degli ultimi anni sono venuti a sapere per 2640 volte dell’omicidio di neri da parte della polizia senza la minima reazione, essi sono responsabili anche del fatto che l’omicidio del 2641° nero appaia come del tutto normale e abituale. Una normalità che ci dà l’illusione di non avere la responsabilità di agire, che ci abitua ad essere degli incapaci, buoni solo a ricevere ogni giorno su un piatto d’argento il loro boccone di realtà ben premasticato con l’elenco di ciò che bisogna fare e il relativo conto.
Possiamo spezzare l’illusione secondo cui il dominio sarebbe mantenuto dal semplice corso delle cose, da un qualche Dio o dalle quotazioni in borsa, ovvero un dominio impersonale, assumendoci la responsabilità di sabotare permanentemente gli affari dei responsabili del suo funzionamento. Sia che la loro responsabilità consista nel dare l’ordine di sparare, nel giustificarlo, nel non parlarne, nel dissimularlo, o nel ricavarne profitto con la produzione o l’elaborazione di armi. Per non parlare della responsabilità di chi fa la guerra come l’esercito tedesco che, con la sua propaganda, tenta di soffocare ogni legame fra la realtà e le parole che la descrivono, spiegando per esempio sui loro manifesti pubblicitari in color mimetica di battersi per la libertà e contro dei folli in guerra. La responsabilità risiede nel fatto di mostrare, con la forza distruttrice delle parole e delle azioni, che la libertà può esistere solo qualora si tratti da nemico chi fa la guerra, sia essa di Dio o dello Stato. E nell’immediato, come risultato persistente di intense relazioni, la libertà può esistere solo laddove nessuno attende che altri si incarichino al proprio posto di mettere i suoi pensieri in atto per attaccare senza tregua chi fa la guerra, nel nome di Dio o dello Stato.

E noi ridiamo

dba19c1dc1997c1521e56d5ba5312e1986724dd4_m

( Articolo Condiviso )

Alla fine dell’Ottocento lo scrittore De Amicis, giornalista-militare che aveva a cuore solo gli scatti sull’attenti davanti all’autorità, definiva «malvagio» il piccolo Franti che rideva alla notizia della morte del Re. Oggi i suoi degni eredi arrivano ad accusare chiunque non si metta al servizio dello Stato di essere un «terrorista». Per la gente dabbene, per i fautori del Partito dell’Ordine, il rispetto e l’obbedienza alle leggi è un fatto talmente scontato da apparire ai loro occhi come del tutto naturale. A loro avviso, le istituzioni vanno amate con la stessa spontaneità con cui si aprono gli occhi quando ci si sveglia al mattino. Chi si sottrae a questa ridicola credenza civica non è qualcuno che la pensa diversamente, è molto peggio. Finché la sua alterità rimane circoscritta al proprio ambito domestico, può anche essere considerato un eccentrico da evitare o un malato da curare. Ma guai a manifestarla pubblicamente. Perché nel Pensiero Unico chiamato per eufemismo Opinione Pubblica non è ammessa nessuna idea divergente. Chi non si indigna davanti ad un atto di ostilità rivolto contro il potere è losco e sospetto. Ma chi addirittura osa gioire per un lampo nelle tenebre della servitù volontaria è per forza di cose coinvolto nell’atto stesso: ne è l’autore, o come minimo il complice. Altrimenti non oserebbe mai esprimersi così avventatamente, altrimenti si limiterebbe a rimanere in silenzio oppure a riportare sull’accaduto le veline dei mass-media (triste scappatoia a cui molti sovversivi fanno spesso ricorso).

I totalitarismi (e la democrazia non fa eccezione) non possono tollerare la libertà di pensiero, non possono accettare che qualcuno si esprima pubblicamente in maniera contraria a quanto decretato dal loro Pensiero Unico. Perché una voce stonata rompe il coro del consenso, dando il cattivo esempio. Ciò fa capire bene, al di là delle dichiarazioni altisonanti, quale sia la sola libertà protetta dallo Stato: quella di obbedire. Siamo liberi di rispettare le leggi, siamo liberi di comprare merci, siamo liberi di farci sfruttare sul lavoro. Siamo liberi di respirare un’aria inquinata e di mangiare cibi avvelenati. Siamo liberi di vedere il mondo passare davanti ad uno schermo. Siamo liberi di stare in riga, controllati e sorvegliati dal primo vagito all’ultimo rantolo. Null’altro è consentito.
Ma il modo migliore per difendere la libertà è quello di esercitarla. Il modo migliore per difendere la libertà di pensiero e di parola è quello di pensare e parlare senza sottostare a costrizioni e ricatti, senza farsi condizionare dagli indici di gradimento o dagli articoli del codice penale. Capiamo che nei laboratori della Ragione di Stato si vorrebbe rendere indicibile — quindi impensabile — ogni espressione favorevole alla rivolta. Non è certo un caso se oggi gli eroi immaginari dei bambini cresciuti davanti alla TV sono i commissari o i marescialli; nessuno fantastica più sulle avventure di un Robin Hood. Perché fin dalla più tenera età si viene spinti ad immedesimarsi in uno sbirro, non in un fuori-legge. Dileggiare il potere è cosa ormai riservata a pochi artisti, certificati buffoni di corte che tuttavia devono stare bene attenti a non eccedere. Ecco perché non ci stupiamo affatto che un giornalista definisca «rivendicazione» un testo che saluta un gesto di aperta ostilità contro il potere, o che un presidente di Regione dichiari che «chi mette bombe non fa politica, ma compie un atto di terrorismo», fingendo di non sapere chi sia a costruire e vendere bombe da sganciare su intere popolazioni. Sono solo alcuni piccoli esempi concreti del confusionismo che viene alimentato per mettere la museruola ad ogni bocca ribelle, nella parola come nel morso. Decisamente non è facile capire qui dove finisca l’idiozia e dove cominci la malafede. Ma che i funzionari di propaganda e di partito si rassegnino: la libertà avrà sempre i suoi amanti, l’autorità avrà sempre i suoi nemici. Ed è interesse di questi ultimi riprendere ad immaginare e ad esprimere apertamente tutte le ragioni e le passioni di una rivolta contro il potere, contro ogni potere.
Quanto a Finimondo, continuerà a ridere alla notizia della morte del Re. E pazienza se un qualche procuratore definirà apologia di terrorismo ciò che noi chiamiamo libertà di pensiero.

Lotte: un patrimonio occidentale?

10665255_849024155127838_4922157733156966707_n-768x456

( Articolo Condiviso )

di Franco La Cecla

Alcune lotte di liberazione occidentali, non c’è dubbio, hanno influenzato altre lotte nel resto nel mondo. Ma è anche vero che negli ultimi decenni l’Occidente ha scoperto nel Sud del mondo movimenti che lottano senza mirare alla presa del potere e senza ricorrere alla resistenza armata, ma per svincolarsi dal dominio altrui. Oggi nuove forme di lotta sembrano emergere ovunque: lotte che, spiega Franco La Cecla, non si pongono più solo in chiave di militanza, “ma di condizione, di situazione effettiva”: un migrante, ad esempio, “è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti…”

Seguendo il dibattito tra Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty (si tratta di un serrato epistolario tra lo scrittore Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty – docente all’Università di Chicago, autore di articoli e monografie sul postcolonialismo -, sulla relazione tra India e Occidente, ndr) si potrebbe aggiungere che forse uno dei contributi dell’Occidente a un mondo come quello indiano potrebbe essere l’idea che è possibile lottare e che lo si può fare organizzandosi. Gli scioperi, la Marcia del Sale, le varie manifestazioni di protesta organizzate dallo stesso Gandhi affondavano nella tradizione delle classi oppresse e delle classi operaie, nei movimenti contadini europei e nel sindacalismo inglese che il giovane Gandhi aveva conosciuto come avvocato in Inghilterra. E si potrebbe anche aggiungere che soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta e Settanta molti dei movimenti di liberazione nel mondo si sono ispirati alle idee cresciute in Europa e in America all’interno del movimento operaio e sindacale, e ai movimenti libertari. Il marxismo, con tutte le sue appendici di maoismo, sindacalismo e lotta di classe, è stato un colonialismo occidentale di un certo tipo, che ha contagiato molti paesi asiatici, nord-africani e latinoamericani. E che spesso ha mostrato la sua natura un po’ spuria, non attinente alle geografie e culture diverse in cui si innestava, con disastri, con regimi socialisti avventati e crudeli, con la devastazione di mondi indigeni in base a un presunto operaismo modernista, e con una violenza che ha spesso portato all’opposto di ciò che si sarebbe voluto ottenere.

Altrove è arrivata la tradizione dell’anarcosindacalismo e dei movimenti libertari che, come racconta James C. Scott in Elogio dell’anarchismo, sono stati in genere capaci di inserirsi in modo più conscio nelle logiche dei tessuti sociali e umani locali.

Ce lo ricorda sempre James C. Scott nel suo grande lavoro sulle forme di resistenza da parte di alcune culture tribali in una zona dell’Asia stretta tra India, Birmania e Cina [James C. Scott, The Art of Not Being Governed, An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven, 2009]. Si tratta di ciò che Michel Foucault avrebbe chiamato «resistenze», forme di insubordinazione e di evitazione, una maniera di sfuggire al controllo statale e nazionale per mantenere un’autonomia. È la storia dei popoli caucasici nei confronti dello zarismo e del bolscevismo, è la storia di molte forme di resistenza indigena in America Latina, Oceania, Sud-est asiatico.

La lotta, in questo senso, non è un’invenzione occidentale, anche se la storia dei movimenti di lotta in Europa e in Occidente ha sicuramente influenzato molte forme di lotta nel resto del mondo. La differenza, che fino a poco tempo fa non veniva riconosciuta, è che nelle forme di resistenza non-occidentali ci sono strategie, tecniche, pratiche che noi definiamo non-violente solo perché ci sembra che sfuggano all’idea di presa del potere, tipica di un discorso di avanguardia ispirato al marxismo. In realtà, l’obiettivo di molte forme di lotta tribali, indigene, ma anche di movimenti di massa come quelli che hanno avuto luogo in India prima e dopo Gandhi, è quello di affermare il proprio diritto all’autonomia, a essere lasciati in pace. Sono forme «acefale» che mirano non alla presa del potere, ma a svincolarsi dal controllo e dal potere altrui. In un certo senso è proprio l’Occidente ad aver scoperto, dopo la caduta delle ideologie, forme di lotta che vengono da altrove e che non si basano su un’idea elitaria della lotta, pacifica o armata che sia.

L’idea che ci siano pratiche di resistenza molto più efficaci delle pratiche di attacco è giunta in Occidente solo dopo anni in cui lo scontro, il conflitto, avevano rappresentato un orizzonte unico, ma anche una prospettiva di spaccatura della società. E oggi gli eredi di questo approccio (da avanguardia marxista rivoluzionaria), che lo ammettano o meno, sono proprio i fondamentalismi religiosi, che del settarismo delle avanguardie e della loro violenza si sono appropriate.

Rimane aperta la questione se un certo tipo di «internazionalismo» non mantenga tuttora un suo valore, come quando lancia appelli affinché gli interessi degli oppressi siano trans-nazionali. È quello che accade alla parte più viva dell’internazionalismo ambientalista, ad  esempio. È probabile invece che il vecchio internazionalismo sia stato ormai soppiantato da una condizione più generale, quella ad esempio di emigranti, di appartenenti a diaspore, di rifugiati, che ha rimpiazzato le catresisegorie legate al lavoro e alle risorse con categorie molto più ampie riguardanti le identità sospese e la costruzione di nuove appartenenze. La questione della lotta oggi non si pone in chiave di militanza, ma di condizione, di situazione effettiva: un emigrante è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti.

.

Traffico — Benzina Zero

Long Term Parking, opera dello scultore francese Arman.

via Traffico — Benzina Zero

Nuove merci per il capitalismo globale

migranti_italia

( Articolo Condiviso )

“Cambiare tutto per non cambiare nulla”, fa dire Tomasi di Lampedusa al protagonista de “Il Gattopardo”. E rimane sempre la parola d’ordine del potere e del dominio.

Negli anni Cinquanta i meridionali emigravano al nord. Dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia salivano in Piemonte e in Lombardia, le regioni industrializzate del nostro paese, dove li aspettavano le grandi fabbriche siderurgiche, chimiche, manifatturiere. Giù c’erano la mafia, il latifondo, il caporalato; non c’erano scuole, trasporti pubblici, diritti.

Negli anni Sessanta i paesi del meridione italico si erano ormai svuotati di quasi tutti i giovani maschi, di una buona parte delle giovani donne e di gran parte dei maschi di mezza età. Restavano i vecchi, i bambini, una parte delle donne. Tutti, meridionali e settentrionali, quelli in grado di pensare, sapevamo che l’emigrazione era una condanna senza appello per il meridione, il bengodi per i padroni del nord.

Al sud restavano comunità inermi, svuotate delle loro forze migliori, nutrite come parassiti dalle rimesse degli emigrati. Nessuno più in grado di lottare, organizzarsi, rivendicare diritti, ribellarsi ai soprusi, prendere iniziative.

Al nord i milioni di giovani immigrati erano carne da macello per i “carovanieri”, riserve inesauribili di mano d’opera ricattabile per gli industriali.

Tutti, al sud come al nord, sapevamo che l’emigrazione era la conseguenza dell’ingiustizia sociale, dello sfruttamento senza regole e limiti; sapevamo anche, senza ombra di dubbio, che si trattava di un disastro sociale, in primo luogo per i paesi abbandonati dagli emigranti.

Se non fu un disastro anche per il nord, in quegli anni, si deve dire grazie alla forza di un sindacato di classe (che oggi non c’è più) e di un partito di classe (che oggi non c’è più). La CGIL e il PCI, in tempi di espansione capitalistica, crescita dell’industria e dei consumi, riuscirono a far crescere anche la coscienza politica di quei giovani meridionali, e con essa le lotte operaie e le conquiste dei lavoratori. Che ormai da decenni stiamo perdendo una ad una.

L’emigrazione di oggi, dai paesi africani, asiatici, latinoamericani, verso i paesi dominatori, ha le stesse cause più qualche altra causa difficile da individuare ma che si può cercare di immaginare: gli interessi mafiosi che si aggiungono ai “tradizionali” interessi capitalistici.

Come nell’Ottocento e nel secondo dopoguerra, il capitalismo industriale in crescita aveva bisogno di svuotare le campagne e riempire le fabbriche, così oggi il capitalismo globale al collasso ha bisogno di svuotare nazioni e continenti “difficili” per riempire l’Occidente di manodopera a bassissimo costo. Perché un’altra cosa che sapevamo, prima che l’era della (dis)informazione ci rendesse de-menti, è che, quando l’offerta di una merce è superiore alla domanda, il suo prezzo crolla.

E anche la forza-lavoro, cioè la manodopera, cioè uomini e donne in età e in forze per lavorare, nell’economia capitalistica sono merce.

Una merce oggi in offerta speciale, non solo perché troppo abbondante e del tutto disorganizzata ma anche perché, mentre negli anni cinquanta la produzione e i consumi si espandevano, oggi si stanno contraendo. E non poteva essere diversamente, visto che la loro espansione è stata abnorme, mentre la competizione sfrenata insita nell’economia capitalista procede inevitabilmente verso la distruzione dei “consumatori”. Che, prima di essere consumatori, devono essere lavoratori ben retribuiti. Cosa possono “consumare” altrimenti?

Tuttavia, di fronte alla contrazione del mercato, la competizione capitalistica per aumentare i profitti non si ferma, tutt’altro. L’immigrazione di massa nei paesi ricchi è la sua nuova frontiera. Dopo aver spostato la produzione nei paesi dominati, per sfruttare all’inverosimile una manodopera schiavizzata e composta anche di bambini, oggi il capitalismo globale tenta di trasferire direttamente la manodopera (da schiavizzare) nei paesi ricchi, quelli cioè dove si consumano le merci prodotte.

Gli stessi interessi che hanno trasferito all’estero la produzione, ora stanno trasferendo nelle loro aree gli schiavi. Senza neanche pagare le spese di viaggio, anzi guadagnando dal viaggio degli schiavi.

Il capitalismo evoluto del terzo millennio pensa che, avendo manodopera schiavizzata “in loco”, risparmierà anche sulle spese di trasporto delle merci, pensa di creare nuovi “consumatori” o, se non altro, nuovi pagatori di tasse che poi finiranno nelle sue tasche come finanziamenti di ogni tipo; pensa che così anche le merci e i servizi prodotti in Occidente potranno avere lo stesso costo del lavoro di quelle prodotte in Bangladesh o in Cina.

Questo è lo scopo principale per cui l’Europa “importa” quelli che chiama furbescamente “profughi” o “rifugiati”, dato che le parole “emigranti” e “immigrati” sarebbero troppo rivelatrici. Questo è il motivo per cui i governi europei parlano di “accoglienza”, l’ineffabile Obama li invita ad “accogliere”, i tiranni si travestono da benefattori in attesa del prossimo pasto. Ed è questo il motivo per cui, nei paesi da cui provengono gli emigranti, c’è chi si occupa di far credere loro che qui li aspetterà un buon lavoro sicuro: ci sono gli “ingaggiatori”, come c’erano nelle campagne e nelle montagne italiane nei primi del novecento.

Inoltre oggi gli ingaggiatori sono aiutati da una rete pubblicitaria palese e occulta, che vuole far credere le stesse cose.

Sugli interessi più vasti e convergenti del capitalismo globale (le sue guerre e le sue rapine dislocano milioni di persone, cacciandole dalle loro case e dalle loro terre e contribuendo così alla “produzione eccedente” di manodopera), si innestano poi felicemente quelli delle mafie locali e internazionali. Ogni emigrante rende di viaggio alcune migliaia di euri, senza contare il serbatoio di traffico di organi e pedopornografia su cui nessuno avrà interesse a indagare.

Effetto ultimo e gradito (dal capitalismo globale) dell’emigrazione di massa: come per il meridione degli anni sessanta, i paesi degli emigranti si svuotano delle loro forze umane migliori, quelle più giovani ed energiche, le uniche da cui poteva venire la lotta, l’organizzazione, il riscatto.

Gli emigranti sono dunque merce per l’osceno finale di un’epoca di dominio. Sono il progresso che avanza come un bulldozer su un’umanità inerme o inebetita.

Eppure siamo in molti a vedere con una certa dose di lucidità quello che sta succedendo, le cause e le conseguenze. Siamo in molti a lottare localmente per i giusti obiettivi. Quello che da tempo non ci riesce più è fare rete, unirci per lottare globalmente, per fare anche noi campagne mondiali coinvolgendo popoli e associazioni diverse e di diversi paesi, unendo il nord e del sud del mondo.

Dobbiamo ricucire quella rete dei popoli e degli scopi che ha fatto tanta paura ai potentati economici mondiali quando si è presentata sulla scena, alla fine del millennio passato.

 

 

Addio a voi e alla giovinezza che ho trascorso con voi

…Avete cantato per me nella solitudine, e con i vostri desideri

ho costruito una torre in cielo…

Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo

della memoria

parleremo nuovamente insieme, e intonerete per me

un canto ancora più profondo.

E se le nostre mani s’incontreranno in un altro sogno,

costruiremo un’altra torre nel cielo

(Khalil Gibran)

 

Antipolitica

5b7d05bb541fda757082dd8295c896cce97b8d72_m

( Articolo Condiviso )

Volin
Esiste un’idea che non è stata uccisa nella rivoluzione russa: ed è la circostanza della sopravvivenza di quell’idea che noi consideriamo come la causa fondamentale dello scacco subito dalla rivoluzione. Questa è l’idea della «politica». La sua essenza è che la politica — il partito politico; la lotta politica; il metodo politico (la conquista del potere); l’organizzazione politica (stato, governo); e così via — possa anzi debba essere la leva principale della rivoluzione sociale. Fu questa l’idea fondamentale che guidò la rivoluzione russa. E questa idea uccise la rivoluzione.
Perché? Che cos’è la politica?
Noi pensiamo che politica è l’agire entro un sistema d’istituzioni e di attività che dà agli uni (minoranza) il diritto formale e la facoltà materiale di sfruttare gli altri (maggioranza).
Se «la proprietà è un furto», la politica è la sanzione del furto.E se una rivoluzione si mette per la via della politica, se essa affida all’una o all’altra minoranza (qualunque sia la sua denominazione) il diritto e la facoltà di agire politicamente, essa permette con ciò a codesta minoranza di restaurare il sistema del furto (dello sfruttamento), di sanzionare nuovamente questo sistema. E allora la rivoluzione sociale è radiata dalla realtà.
Inevitabilmente, la politica riconduce la rivoluzione, socialmente parlando, al suo punto di partenza: alla ricostruzione, con nuovi personaggi e sotto nuovi nomi, della sostanza stessa del vecchio ordine di cose. È ciò che è avvenuto per la rivoluzione russa.
Questo risultato è chiaro per qualcuno fin da ora, alla fine dei primi dieci anni. Esso diverrà chiaro agli occhi di molti un po’ più tardi. Sarà una verità acquisita per tutti in un avvenire abbastanza vicino.
Allora i lavoratori comprenderanno che sola potrà «scuotere il mondo» una rivoluzione che elimini ogni politica, ed agisca esclusivamente con altri metodi, metodi di libertà, economici e sociali.
Allora soltanto diverrà possibile una rivoluzione che effettivamente rimuoverà il mondo.
[La Lotta Umana, 3/12/1927]