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( Dal Web )

Un camion di una catena di supermercati fermo a pochi centimetri dal baratro — la voragine provocata dal crollo del ponte Morandi di Genova — col motore ancora acceso e i tergicristalli in funzione. Tutt’attorno, il panico, le urla, la morte, la desolazione.
Non è solo l’immagine simbolo della tragedia appena avvenuta nel capoluogo ligure, in un certo senso è l’immagine simbolo di questa civiltà. Una civiltà fondata sul denaro e sulla sua circolazione. Tutt’attorno, il panico, le urla, la morte, la desolazione.
Tutto è collegato. Esseri umani che devono correre su e giù per procurarsi quel denaro necessario a procurarsi merci che devono essere trasportate su e giù. Esseri umani che non sono più nulla oltre un nome, ogni grandezza d’animo è bandita in loro e vengono sollecitati soltanto a possedere carte di credito e ad acquistare beni di consumo. Dall’altra parte, merci che non valgono nulla oltre un prezzo, ogni qualità è bandita in esse e vengono prodotte soltanto per ricavare un profitto e soddisfare bisogni spesso indotti.
Tutto è collegato. Questi esseri umani scadenti, queste merci scadenti, percorrono strade di cemento su macchine d’acciaio sempre più veloci. Strade che, per arrivare dappertutto, devono essere costruite dappertutto, devastando la natura dappertutto. Macchine la cui costruzione e il funzionamento non solo provocano un inquinamento letale con innumerevoli vittime, ma la cui alimentazione richiede quel petrolio che è da sempre sinonimo di guerre, massacri, esodi. C’è forse da stupirsi se spesso anche queste strade, anche queste macchine, si rivelano scadenti?
Tutto è collegato. Quando i conti correnti sulle grandi infrastrutture finiscono davanti a un baratro, c’è sempre qualcuno che vorrebbe macchine ancora più potenti, strade ancora più numerose. Lo stesso, ma di più, sempre di più. E c’è sempre qualcuno che vorrebbe macchine un po’ meno grosse, strade un po’ meno trascurate. Lo stesso, ma un po’ meno, sempre un po’ meno. Che il baratro vada sorvolato o aggirato, in fondo è lo stesso – purché l’economia continui a girare, purché il denaro continui a circolare.
Ma se tutto è collegato, se su quel ponte di Genova è l’intera civiltà ad essere rimasta bloccata col motore acceso, allora non c’è affatto bisogno dello Stesso – c’è bisogno di Tutt’Altro. Ecco perché i titani del Progresso ci sono estranei e nemici quanto i pigmei della Decrescita. Non è di certo la loro amata politica ad essere in grado di metter fine al potere del Denaro, alla ragion di Stato, al culto del Lavoro – bensì una totale diserzione dalle istituzioni accompagnata da una completa disfatta industriale. Premessa minima per reinventare la vita. Non è una fatalità da attendere in dono con l’ultima definitiva catastrofe, solo evento reputato capace di risvegliare una coscienza assopita dallo smartphone. È una possibilità da vivere adesso, da strappare alla rassegnazione e da giocare nella rivolta. Con le idee e con i fatti.