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Traditori della razza

Race Traitor
Nata nello spirito di John Brown, la rivista Race Traitor (1993-2005) fu fondata da Noel Ignatiev e John Garvey per dar voce al Movimento del Nuovo Abolizionismo. Il suo obiettivo era quello di abolire la razza bianca bloccando le istituzioni e le pratiche che la riproducono (ad esempio, il sistema di giustizia penale, il sistema educativo, il mercato del lavoro). A tale scopo, Race Traitor esortava le persone nominalmente classificate come bianche a sfidare le «regole bianche» in modo così vigoroso da mettere a repentaglio i propri privilegi, diventando «traditori della razza» in grado di dare vita a nuovi rapporti. Sebbene nata su iniziativa di professori universitari legati all’estrema sinistra, Race Traitor non fu mai indulgente né col gergo accademico né con la retorica attivista-militante.
Il testo che segue, apparso alcuni anni fa su Machete, era stato ricavato da ampi stralci degli articoli: Abolish the white race – By any means necessary (n. 1, inverno 1993), When does the unreasonable act make sense? (n. 3, primavera 1994), Anti-fascism, “anti-racism” and abolition (n. 3, primavera 1994).

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La razza bianca è una formazione sociale costruita storicamente, costruita storicamente perché (come la sovranità) è un prodotto delle risposte di alcune persone a circostanze storiche, una formazione sociale perché è un fatto sociale corrispondente a nessuna classificazione riconosciuta dalla scienza naturale.
La razza bianca attraversa le linee etniche e di classe.
Non si estende con quella parte della popolazione di discendenza europea, giacché molti fra coloro classificati «di colore» possono rintracciare alcuni dei loro avi in Europa, mentre nelle vene di molti considerati bianchi scorre sangue africano, asiatico o indiano americano.
Né l’appartenenza alla razza bianca implica benessere, dato che esistono moltissimi poveri bianchi, così come esistono alcune persone che vivono nella ricchezza e nell’agio e non sono bianchi.
Alla razza bianca appartengono coloro che sono compartecipi dei privilegi della pelle bianca in questa società.
I suoi membri più disgraziati condividono una condizione maggiore, per certi aspetti, delle più celebri persone escluse da essa, e in cambio essi danno il loro sostegno al sistema che li degrada.
Reclamare l’abolizione della razza bianca è diverso da quel che viene chiamato «antirazzismo».
Il termine «razzismo» ha finito con l’essere applicato a tutta una serie di comportamenti, alcuni dei quali incompatibili, e si è svalutato fino a significare poco più di una tendenza a non gradire certe persone a causa del colore della loro pelle.
Inoltre l’antirazzismo ammette l’esistenza naturale delle «razze», pur operando delle distinzioni sociali fra esse.
Gli abolizionisti affermano, al contrario, che le persone non sono favorite socialmente perché bianche; piuttosto vengono definite «bianche» perché sono favorite.
La razza in sé è un prodotto della discriminazione sociale;
finché esisterà la razza bianca, tutti i movimenti contro il razzismo saranno votati al fallimento.
L’esistenza della razza bianca dipende dalla volontà di quelli che pongono i loro privilegi razziali al di sopra dei loro interessi di classe, di sesso, etc.
La defezione di un numero sufficientemente elevato dei suoi membri affinché essa cessi di determinare sistematicamente il comportamento di tutti scatenerà scosse telluriche che condurranno al suo crollo.
Il tradimento della razza bianca è lealtà verso l’umanità.
La razza bianca è un club, che arruola alcune persone alla nascita senza il loro consenso, e le alleva secondo le proprie regole.
Per la maggior parte, i suoi membri trascorrono tutta la vita accettando i vantaggi della loro appartenenza al club, senza interrogarsi sui costi.
Quando alcuni individui rimettono le regole in discussione, i responsabili sono pronti a ricordar loro tutto ciò che devono al club e a metterli in guardia sui pericoli che dovrebbero affrontare se lo abbandonassero.
In rari momenti la pace nervosa dei sedicenti bianchi va in frantumi, la loro certezza viene turbata ed essi sono costretti a rimettere in questione la logica che regola abitualmente la loro vita.
Uno di questi momenti furono i giorni immediatamente seguenti il verdetto Rodney King, quando una maggioranza di bianchi americani accettarono di riconoscere davanti ai sondaggisti che i neri avevano buone ragioni per ribellarsi e alcuni di loro si unirono ad essi.
Di solito questi momenti sono brevi, dato che basta mandare armi e programmi di riforma per ristabilire l’ordine e, soprattutto, l’ illusione che gli affari sono in buone mani e la gente può tornare a dormire.
Sia le armi che i programmi di riforma sono indirizzati ai bianchi come ai neri, le armi come avvertimento e i programmi di riforma come sollievo per le loro coscienze.
Gli scienziati hanno concluso che non esiste nessun criterio biologico per distinguere una «razza» da un’altra, gli scienziati sociali hanno cominciato ad esaminare come la razza bianca è stata costruita e come si è riprodotta.
Tuttavia, pochi studiosi o attivisti hanno fatto il passo successivo:
infatti si potrebbe dire che fino ad ora i filosofi abbiano solo interpretato la razza bianca; il punto, invece, è di abolirla.
Come si può fare? 
La razza bianca è come un club privato, che garantisce privilegi a certe persone in cambio di obbedienza alle sue regole.
Si fonda su un immenso presupposto: che tutti coloro che appaiono bianchi siano, quali che siano le loro lamentele o riserve, fondamentalmente leali ad essa.
Cosa accadrebbe se la pelle bianca perdesse la sua utilità come simbolo di lealtà?
Cosa accadrebbe se lo sbirro, il giudice, l’ assistente sociale, l’ insegnante ed altri rappresentanti della società ufficiale non fossero più in grado di riconoscere una persona leale semplicemente guardandola, questo come influenzerebbe il loro comportamento?
E se il colore non servisse più da facile guida per dispensare favori, cosicché i bianchi comuni iniziassero a sperimentare il genere di trattamento a cui sono solitamente immuni, questo come influenzerebbe il loro punto di vista?
Il modo per abolire la razza bianca è di spezzare la conformità.
Se abbastanza persone che appaiono bianche violassero le regole della “bianchezza”, la loro esistenza non potrebbe essere ignorata.
Se diventasse impossibile per i fautori delle regole bianche parlare in nome di tutti quelli che appaiono bianchi, la razza bianca cesserebbe di esistere.
Gli abolizionisti sono traditori della razza bianca;
agendo audacemente, essi mettono a repentaglio la loro appartenenza al club bianco e la loro capacità di trarne privilegi.
Riconosciamo che questo parere va contro quanto viene in genere visto come efficace, di senso pratico.
Persino (potremmo dire soprattutto), fra le fila dei riformatori il buon senso convenzionale insegna che la maniera per raggiungere un cambiamento sociale è sforzarsi di esprimere le esigenze di un collegio elettorale esistente.
Forse è per questo che la maggior parte delle riforme sociali sono così inutili.
Noi stiamo invocando l’ opposto:
una minoranza che voglia intraprendere oltraggiosi atti di provocazione, consapevole che si imbatterà nell’ opposizione di molti fra coloro che potrebbero essere d’ accordo con essa se solo adottasse un approccio più moderato.
Quante persone ci vorranno?
Nessuno può dirlo con certezza.
È un po’ il problema del denaro:
quanto denaro falso deve circolare per distruggere il valore della moneta corrente?
La risposta non è quasi la maggioranza, ma una quantità sufficiente per minare la fiducia pubblica nella sostanza ufficiale.
Quando si tratta di abolire la razza bianca, l’ obiettivo non è di persuadere più bianchi ad opporsi al “razzismo”;
ci sono già abbastanza “antirazzisti” a fare questo mestiere.
Esistono ormai negli Stati Uniti e nel mondo intero un certo numero di progetti, di centri di ricerca e di pubblicazioni che si definiscono «antirazzisti».
Quasi tutta l’ attenzione del movimento «antirazzista» si concentra su gruppi come i nazisti o il Ku-Klux-Klan che confessano esplicitamente il loro razzismo, e su movimenti anti-abortisti o anti-omosessuali che sono in gran parte diretti da individui che si trovano all’estrema destra della canea politica, e le sue iniziative programmatiche mirano quasi esclusivamente a combattere queste forze.

Pensiamo sia un errore.
Così come il sistema capitalista non è un complotto di capitalisti, la nozione di razza non è opera dei razzisti.
Al contrario, essa è riprodotta dalle principali istituzioni della società, fra cui figurano le scuole (che definiscono l’«eccellenza»), il mercato del lavoro (che definisce l’«impiego»), la legge (che definisce il «crimine»), il sistema di protezione sociale (che definisce la «miseria») e la famiglia (che definisce la «parentela») ed è rafforzato dai diversi programmi di riforma riguardanti molti problemi sociali di cui si occupa tradizionalmente la «sinistra».
I gruppi razzisti e di estrema destra rappresentano nell’ insieme delle caricature della realtà che offre questa società definita dalle razze:
al peggio, esprimono gli sforzi di una minoranza che mira a respingere la barriera razziale più lontano di quanto sia di solito considerato conveniente.
Da parte sua, il movimento «antirazzista» s’ inganna gravemente sulle radici del problema razziale e adotta una strategia errata di attacco.
Riteniamo che l’ obiettivo principale di quelli che cercano di eliminare le barriere razziali dovrebbero essere le istituzioni e i comportamenti che le mantengono:
scuole, giustizia penale e sistema di protezione sociale, imprenditori e sindacati, famiglia.
In ciò siamo all’ unisono coi primi abolizionisti, che non si stancarono mai di illustrare che il problema non erano i proprietari di schiavi della Carolina ma i bravi cittadini del Massachusetts.
Noi siamo d’ accordo a cacciare i nazisti dalle strade con la forza ogni volta che si mostrano, con gli scontri con i «razzisti» e altri reazionari di destra (o di sinistra).
Ma poniamo una domanda:
«A cosa serve questa strategia?». 
Se si tratta di causare danni materiali ai fascisti, non bisogna essere dei geni per vedere che i danni possono essere inflitti in maniera più efficace in qualsiasi altro giorno dell’anno in cui non compaiono in pubblico circondati da un muro di sbirri e di telecamere televisive.
Se si tratta di favorire la diserzione dei nazi, non abbiamo alcun mezzo per sapere in quale misura queste azioni siano efficaci.
Se lo scopo è dimostrare che lo Stato è il difensore dei nazi, si tratta di una verità assai parziale:
lo Stato è difensore dell’ ordine pubblico e ha mostrato di essere pronto a reprimere sia i nazi che gli altri estremisti bianchi che minacciano questo ordine.
E se lo scopo è quello di radunare le persone a una visione del mondo senza barriere razziali, siamo costretti ad affermare che ogni azione che mira a schiacciare i nazi fisicamente e non vi riesce a causa dell’ intervento dello Stato, ha come effetto quello di rafforzare l’autorità dello Stato, il quale come abbiamo detto è la principale forza che erige le barriere razziali.

 

Sollevatevi e protestate contro i responsabili dell’omicidio di George Floyd!

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( Dal Web )

Il Partito Comunista USA si unisce alla popolazione di Minneapolis per chiedere l’immediato arresto e il perseguimento degli sbirri responsabili dell’omicidio di George Floyd.

Le orribili prove di otto minuti, trasmesse in streaming in tutto il mondo, sono chiare e incomprensibili.

 Rivela che l’omicidio di George Floyd è stato un’esecuzione pubblica da parte della polizia. 

Il rifiuto di effettuare immediatamente arresti ha suscitato comprensibilmente rabbia a Minneapolis e in tutto il paese. 

Ancora una volta, “Non riesco a respirare” è diventato il grido di battaglia di milioni di persone. 

Non commettere errori, le proteste continueranno fino a quando non sarà fatta giustizia.

La ribellione di Minneapolis è colpa non dei manifestanti ma del sistema di razzismo e violenza istituzionalizzati che consente che tali atrocità si verifichino in primo luogo. 

Questi omicidi razzisti si verificano ripetutamente, “vivi e in colori viventi”, e molto spesso senza accusa: è una meraviglia che non si siano verificate più ribellioni.

L’irresponsabile minaccia di Donald Trump di “sparare ai saccheggiatori” è tanto sprezzante quanto prevedibile.

 Ricordiamo con disgusto la sua minaccia di ordinare alle truppe di sparare agli immigrati al confine tra Stati Uniti e Messico. 

In effetti, le minacce di violenza fanno parte regolarmente del suo kit di strumenti. 

In effetti, incoraggia apertamente le forze di polizia a gestire gli arrestati.

 È Trump che è il delinquente in capo.

L’uso di Trump del razzismo come strumento organizzativo centrale si concluderà con la sua sconfitta solo a novembre. 

Ma il paese non vede l’ora di affrontare l’epidemia di violenza razzista. 

Congresso, legislature statali, consigli comunali, leader dei lavoratori, clero e rappresentanti delle organizzazioni della comunità di ogni area del paese devono affrontare la crisi. 

Il tempo è passato per il controllo comunitario della polizia.

 In primo luogo, i neonazisti, il KKK e altri elementi neofascisti devono essere cacciati dai dipartimenti di polizia in tutto il paese. 

Indagalo! 

Inoltre, il nostro Paese ha bisogno di una radicale riforma della polizia.

Ad aggravare la violenza di routine contro gli afroamericani è l’impatto di COVID-19 sulle comunità di colore della classe operaia in tutti gli aspetti. 

Sono quelli che muoiono in proporzioni eccessive.

 Sono i primi a servire in prima linea e, come in ogni guerra, i primi a morire.

Chiediamo ai nostri membri e amici di unirsi alle proteste per la giustizia in tutti i modi possibili e di rendere giustizia per George Floyd parte di ogni manifestazione in corso.

I nostri cuori, le nostre preghiere e la nostra solidarietà vanno alla famiglia di George Floyd e allo stesso Floyd, che ha gridato per la sua defunta madre mentre un delinquente gli era seduto sul collo. 

Diciamo, alzati e protesta.

 Ci uniamo a milioni chiedendo giustizia ora!

 

In punta di piedi, l’orrore

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( Dal Web )

Primo Levi
Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.
Mi spiego:
«comprendere» un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’ autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui.
Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri.
Questo ci sgomenta, ed insieme ci porta sollievo:
perché forse è desiderabile che le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili.
Sono parole ed opere non umane, anzi, contro-umane, senza precedenti storici, a stento paragonabili alle vicende più crudeli della lotta biologica per l’esistenza.
A questa lotta può essere ricondotta la guerra:
ma Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema.
La guerra è un terribile fatto di sempre:
è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la «comprendiamo».
Ma nell’odio nazista non c’è razionalità:
è un odio che non è in noi, è fuori dell’ uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso.
Non possiamo capirlo;
Ma possiamo e dobbiamo capire da dove nasce e stare in guardia.
Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate, anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti.
Tutti devono sapere, ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come Dei.
Erano «capi carismatici»,
possedevano un segreto potere di seduzione che non procedeva dalla credibilità o dalla giustezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo con cui le dicevano, dalla loro eloquenza, dalla loro arte istrionica, forse istintiva, forse pazientemente esercitata e appresa.
Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse e in generale erano aberranti, o sciocche, o crudeli, eppure vennero osannati,  seguiti fino alla loro morte da milioni di fedeli.
Bisogna ricordare che questi fedeli e fra questi anche i diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salve poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque.
I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi, sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hòss comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent’ anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani di trent’ anni dopo, massacratori in Vietnam.
Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia con i capi carismatici.
Dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà.
Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti. E’ meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis.
È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.
È chiaro che questa ricetta è troppo semplice per bastare in tutti i casi.
Un nuovo fascismo, col suo strascico di intolleranza, di sopraffazione e di servitù, può nascere fuori del nostro paese ed esservi importato, magari in punta di piedi e facendosi chiamare con altri nomi, oppure può scatenarsi dall’ interno con una violenza tale da sbaragliare tutti i ripari.
[Se questo è un uomo, 1976]

Lega menzogne e violenza

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( Dal Web )

Che la politica di ogni colore si schieri a fianco di leghisti conservatori, reazionari, omofobi, razzisti, fascisti e infami non meraviglia.
Chi difende il suo ruolo di parassita non può che essere al fianco di parassiti suoi simili, sbraitando la solita litania che ognuno deve esprimere la propria opinione poiché altrimenti si minano le basi della democrazia.
Certo nessuno di essi risulta essere indignato da ciò che la politica della Lega sta portando avanti ormai da più di un ventennio e che ora che è al Governo ha la possibilità di mettere in pratica.
Una politica assassina nei confronti degli stranieri rei di essere poveri o di scappare da guerre e calamità poco naturali; una politica di restaurazione dell’ordine e repressione della libertà in ogni ambito della vita quotidiana: basterebbe pensare alle parole del Senatore Pillon che vorrebbe obbligare le donne a partorire per decidere di agire contro chi minaccia la libertà.
Domenica 19 maggio nella piazza centrale di Lecce alcuni militanti della Lega promuovevano queste politiche, dopo aver raccolto firme per la castrazione chimica contro chi si rende autore di abusi sessuali.
Una proposta feroce, così come feroce è l’ideologia che considera i corpi umani sacrificabili come si faceva in altre epoche.
Quella mattina qualcuno ha deciso di ostacolarli e naturalmente ne è nato un parapiglia.
Permettere a questi soggetti di parlare ed essere nelle piazze non ha nulla a che vedere con la libertà di pensiero.
Sarebbe come dare la parola a Goebbels e consentirgli di esprimere quali erano i programmi del partito nazista o ad Eichmann per spiegare la gestione dei campi di concentramento.
Un fascista, un leghista non devono parlare, devono essere cancellati dalla Storia perché sono una minaccia costante per la libertà di tutti.
Un candidato sindaco ha espresso loro solidarietà citando le parole di Pertini secondo cui tutti hanno diritto di parola, dimenticando che lo stesso Pertini nella medesima intervista sosteneva che il fascismo, al contrario, andava solo combattuto, poiché era un crimine.
Usare la violenza per respingere la violenza è necessario, affermava l’ anarchico Malatesta, ed è per noi anche giusto.
Pensare invece che fascismo, leghismo, autoritarismo, iniquità, privilegio, sopraffazione e devastazione della natura si cancelleranno pacificamente è una grande illusione e anche un pensiero molto comodo.
Detto questo non si può non ribadire la correttezza di mandare via i leghisti da ogni luogo anche perché, insieme ai servi giornalisti, sono solo in grado di mistificare la realtà e piagnucolare.
Nessuna ragazza minorenne è stata infatti ferita la mattina del 19 Maggio, mentre un leghista ha sferrato un pugno in faccia ad un compagno, rompendogli i denti.
Questa la realtà, ma passare da vittime serve ai leghisti per nascondere la loro vigliaccheria e quella di tutti i politici che li hanno difesi.
Nemici della Lega e di ogni Fascismo
[Manifesto affisso a Lecce, 20/5/19]

E tanto basta

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( Dal Web )

Lo scorso 17 luglio, a Roma, una bambina rom di un anno è stata colpita alla schiena da un proiettile di carabina ad aria compressa, mentre si trovava in braccio alla madre. Probabilmente rimarrà paralizzata. Ma è una zingara, e tanto basta. Lo scorso 26 luglio, nei pressi di Palermo, un senegalese è stato aggredito, insultato e picchiato dai clienti del ristorante dove lavora come cameriere. Ma è un negro, e tanto basta. Più o meno nelle stesse ore, nei pressi di Vicenza, un operaio capoverdiano è stato colpito da un proiettile di carabina ad aria compressa mentre si trovava al lavoro. Ma anche lui è un negro, e tanto basta.
Infastidito dalle insistenti domande dei giornalisti a proposito di simili episodi, due giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che «l’allarme razzismo è un’invenzione della sinistra». Fatta questa precisazione, ha potuto tornare ad occuparsi di allarmi reali, quali le violenze subite dalle forze dell’ordine da parte dei “giovani dei centri sociali”. E il clima si è subito disteso.
Infatti la scorsa notte, ad Aprilia, un marocchino sospettato di essere un ladro è stato inseguito, raggiunto e pestato a morte da tre tizi. Ma era un quasi negro, e tanto basta. Nel corso della stessa notte, nei pressi di Torino, una ragazza nata in Italia da genitori nigeriani è stata colpita all’occhio da un uovo lanciato da qualcuno ( tra cui il figlio di un assessore del PD ) su una macchina in corsa.
È una negra, e tanto dovrebbe bastare… se non fosse che è un’atleta della Nazionale Azzurra di atletica leggera. Ops, l’uovo ha fatto la frittata? Pazienza, andrà meglio la prossima spedizione punitiva.
Chissà perché, ma per evitare di pensare a tutte queste cose ci viene in mente Alessandro Profumo. Dopo essere stato presidente del Monte dei Paschi di Siena (la banca del crack da 50 miliardi di euro) è oggi a capo della Leonardo, erede di Finmeccanica, una delle maggiori industrie belliche del mondo. È un super top-manager italiano, e tanto basta.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?

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( Articolo Condiviso )

Nel momento di scrivere queste righe sta per essere lanciata una operazione poliziesca su larga scala a Calais. Una operazione che mira a deportare la totalità delle persone che abitano la zona chiamata Giungla, dove circa 7000 individui godono ancora di una certa autonomia, di rapporti di mutuo appoggio per far fronte alla precarietà e per organizzarsi nel tentativo di passare la frontiera. Dovrebbero essere suddivisi ad ogni angolo della Francia, secondo le considerazioni giuridiche ed amministrative e in maniera di levar loro ogni speranza di andare in fondo al loro cammino, alcuni nei «centri di accoglienza», altri nei centri di detenzione per immigrati. Un po’ come si differenziano i rifiuti. Calais, questo punto di passaggio quasi obbligato per migliaia di persone che — sotto costrizione, per necessità o per scelta — hanno lasciato i loro luoghi di vita, e si aggrappano malgrado la tormenta al desiderio di raggiungere l’Inghilterra.

Calais, un territorio dove poco più di un anno fa Eurotunnel ha eretto una trentina di chilometri di barriere metalliche, su diverse file, talvolta sormontate dal filo spinato, con profusione di telecamere, sistemi di sorveglianza ad infrarossi, chiusure elettrificate, vigili e unità cinofile. Il tutto per aiutare i poliziotti incaricati di impedire l’accesso all’Eurotunnel e al porto, i quali in qualche caso nel corso di scontri si sono fatti abbondantemente malmenare, allorquando in coloro a cui sono incaricati di rendere la vita impossibile si mescolavano rabbia, sostegno reciproco e volontà di superare o di abbattere gli ostacoli. Calais, dove un anno fa Eurotunnel ha disboscato massicciamente i terreni che costeggiano le linee ferroviarie, innanzitutto per fare piazza pulita per la videosorveglianza e togliere ogni possibilità di nascondersi, poi per inondare i terreni ed annichilire ogni tentativo di passaggio a fronte del rischio di annegare. Calais, dove lo scorso gennaio lo Stato ha fatto costruire un campo di container affinché sotto la minaccia di una espulsione imminente si ammassasse un numero scelto di persone, sotto la stretta sorveglianza di una associazione umanitaria (La Vie Active) e di un sistema di prelievo d’impronte digitali all’ingresso (costruito da una ditta della regione). Calais, dove come nelle strade di Parigi ed altrove, si contano a migliaia gli arresti, le reclusioni nei centri di detenzione per immigrati e le espulsioni forzate.

Calais, un territorio dove l’infamia viene messa a nudo.

Calais, dove l’arbitrio del potere sulla vita di tutti, e più violentemente su quella degli indesiderabili, non può essere negato.
Calais, dove si staglia alla luce del giorno la priorità data ai trasporti di merci e alla circolazione dei treni piuttosto che all’esistenza di esseri di carne e di sangue.
Calais, dove industria, affari e repressione banchettano al matrimonio dell’orrore e dell’indifferenza.
Calais, dove si cristallizza ciò che spadroneggia ovunque altrove.

A Calais quindi, continuano la costruzione ed il consolidamento delle frontiere visibili: a metà ottobre sono state poste le prime lastre di cemento, alte quattro metri, per costruire un muro fra la Giungla e il porto che costituisce una delle ultime possibilità di passaggio, dato che ogni giorno vi transitano diverse migliaia di camion. Un nuovo dispositivo che fa parte di un progetto più vasto di controllo del bestiame umano e di repressione di chi rifiuta di piegarsi, un progetto mostruosamente razionale, pensato, elaborato, discusso, adattato, negoziato, deciso con sangue freddo e lucidità da rappresentanti istituzionali, da politici di alto rango, da consiglieri, da alti funzionari di polizia e della Prefettura, da legislatori e giudici, da esperti, da imprenditori, da subappaltatori. Un progetto che genera grosse somme di denaro, tali da interessare una sfilza di imprese come Eurovia-Vinci incaricata della costruzione del muro, Sogea, altra filiale di Vinci incaricata della distruzione della zona sud della Giungla in febbraio e della costruzione del campo di container, l’ong Acted sovvenzionata dallo Stato e che collabora con la polizia alle frontiere per l’organizzazione dell’espulsione, le agenzie di noleggio delle macchine di costruzione Manitou, Salti e Kiloutou. Un progetto che non si limita a Calais e dintorni, e nel quale la SNCF [ferrovie francesi] ha la sua parte di responsabilità specialmente rafforzando i controlli che colpiscono i senza documenti nelle stazioni di Calais Fréthun, Paris Gare du Nord e Lille, collaboratrice di deportazioni verso l’Italia dalla valle della Roya nel corso delle quotidiane operazioni di controllo eseguite da militari e sbirri sui treni e sulle banchine ferroviarie. Anche Thalès ha organizzato un complesso sistema di sorveglianza del porto di Calais, e prodotto i due droni militari che sorvegliano il sito dell’Eurotunnel, e si vanta d’essere uno dei leader mondiali sul mercato della sorveglianza delle frontiere.

Per chi è venuto da lontano senza autorizzazione e senza pied-à-terre, lo Stato vorrebbe che esistessero solo due soluzioni: la reclusione in centri di detenzione (e la sua nuova declinazione sperimentata questa estate, la reclusione all’esterno, ovvero l’obbligo di dimora con firma quotidiana al commissariato) o un controllo serrato, attraverso procedure di richiesta d’asilo, «di scambio» (ovvero di rinvio forzato) in un altro paese europeo, di spostamento in alcuni centri. Ma se lo Stato riesce a rinchiudere dei corpi, fallisce nell’annichilire i loro cuori e le menti, come dimostra l’incendio di gran parte del centro di detenzione per immigrati di Vincennes all’inizio di luglio ad opera dei detenuti stessi, o i molteplici e incessanti tentativi di evasione. Quanto alle misure di controllo, malgrado i viziosi tentativi di associazioni ed organizzazioni umanitarie per farle accettare a quelli che sanno bene per quali ragioni le rifiutano, tutto lascia pensare che lo Stato, senza l’adesione di chi vorrebbe vedere docile ed obbediente, dovrà utilizzare la forza e la violenza per imporgliele. Svelando ancora una volta e senza pudore il solo volto che gli è proprio: quello dell’autorità.

Perché se esiste qualcosa di profondamente radicato negli esseri umani, oltre il tempo e lo spazio, è proprio la capacità di rifiutare il destino che è stato assegnato, a loro e ai propri simili, di rifiutare di piegarsi alle costrizioni esterne. È la volontà inalterabile di sfidare le potenze che li condannano a un destino totalmente tracciato. È da qui che la rivolta trae la propria forza. Dandosi dei mezzi, è sempre possibile rimandare un po’ delle loro responsabilità in faccia ai nemici della libertà.

Ciò che disgusta il cuore, che la mano attacchi

Dopo il vento, la tempesta

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( Articolo Condiviso )

Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».