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Lavoro salariato

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( DalWeb )

Renato Chaughi

Il lavoro attualmente non è uno scambio di servizi, come dicono gli economisti: è una pena accettata per un’elemosina.
Si dice: il lusso dei ricchi fa vivere i poveri. È come se si dicesse: i capricci di coloro che hanno usurpata la terra fanno vivere coloro a cui è stata usurpata.
Degli uomini si sono impadroniti di tutto quanto esiste. I diseredati sono quindi costretti di ricorrere ad essi per vivere. Si presentano umilmente e dicono: «Signore, se vuol essere buono con me, mi dia quanto basta per non morire oggi. In cambio, posso affaticarmi pel suo benessere. Cosa le abbisogna oggi? Vuole che seghi delle assi, scavi del carbone, lavi il suo cavallo o asciughi il suo vaso da notte? Ecco le mie braccia».
E quando il derubato ha lavorato da mattina a sera, venuta la notte, stende la mano. Il ladro vi getta alcuni soldi. Il derubato saluta umilissimamente e va a chiudersi nella sua stamberga per dormirvi frettolosamente alcune ore e ricominciare l’indomani la stessa esistenza.
Ecco quanto gli oratori dei banchetti politici chiamano, con un calice di spumante in mano, il lavoro nobile, il lavoro liberatore.
Non concepisco il lavoro che come uno scambio libero di servizi fra uguali. Sono degli uguali, quest’uomo fiero e quello sottomesso, l’uno pulito, ben vestito e istruito, l’altro sporco, cencioso e ignorante, l’uno la cui vita è assicurata, l’altro condannato a una morte certa, senza l’elemosina del primo?
Non dite dunque che le spese del ricco fanno guadagnare il povero. Dite invece che gli uni, appropriandosi la terra, impediscono agli altri di vivere, e che non evitano loro la morte che facendoli sudare per essi.
Il salario è determinato dalla legge dell’offerta e della domanda. L’offerta delle braccia essendo di gran lunga superiore alle domande, il padrone non propone all’operaio che il più basso salario possibile. E, per quanto cattive siano queste condizioni, l’operaio è ben costretto d’accettarle.
– Non è interamente esatto, poiché il padrone quando trova un operaio o un impiegato più intelligente, più attivo, più capace degli altri, non esita ad aumentargli spontaneamente la paga.
– Certo, ma è pur sempre la legge dell’offerta e della domanda che lo fa agire. Un impiegato modello essendo qualche cosa di raro, molto domandato e poco offerto, bisogna pagarlo di più per ritenerlo al proprio servizio.
– Dunque la legge dell’offerta e della domanda è buona, poiché ricompensa il merito. Io la trovo giustissima.
– Non è giusta, perché il padrone ricompensa nell’impiegato zelante, non il suo merito, ma unicamente la sua rarità. Supponiamo che tutti gli impiegati e operai siano ugualmente meritevoli, ugualmente atti a rendere al padrone tutti i servizi che si aspetta; il loro salario non aumenterà d’un centesimo, e il salario accresciuto di colui che, raro ieri, non lo è più oggi, ridiscenderà al livello comune. In realtà, ciò che si ricompensa nell’impiegato istruito e intelligente, non è tanto la sua istruzione e la sua superiorità, quanto l’ignoranza e l’inferiorità dei suoi compagni. Non può sperare di conservare questo utile d’un salario più elevato, che se i suoi compagni restano nel loro stato d’inferiorità di fronte a lui: il suo interesse è quindi di lasciarli nella loro ignoranza, d’impedirgli d’uscirne e di conficcarveli anzi sempre di più. Eccolo divenuto, per forza di cose e senza accorgersene, il nemico, l’oppressore dei suoi amici del giorno prima. E così si spiega l’arroganza di quanti riescono, l’ostilità insolente del capo-operaio e del caporale.
È dunque ben evidente che un padrone non paga a un salariato qualsiasi che quanto è costretto a pagargli. Bisogna che la sua mano d’opera gli costi il meno possibile. Supponiamo un istante che trovi degli operai disposti a lavorare gratuitamente, per una ragione od un’altra, non c’è dubbio che accoglierà la loro proposta con premura ed entusiasmo.
Tutta la differenza tra la schiavitù antica e il salariato moderno, è che un tempo si comprava uno schiavo, oggi lo si affitta. Schiavitù al mese, alla settimana, alla giornata, all’ora, od anche a cottimo, poco importa; è pur sempre schiavitù, poiché durante tutto il tempo della locazione, l’affittatore è proprietario dei muscoli dell’affittato.
Ecco perché noi aspiriamo ad una società in cui nessuno avrà la possibilità d’appropriarsi i muscoli altrui, in cui nessuno sarà più tenuto ad affittare la sua fatica per vivere.
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Società senza lavoro

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( Dal Web )

“Le repubbliche e le società contemporanee si dichiarano fondate sul lavoro, presentando questo dato come naturale, certo e immutabile, sino a fare del diritto al lavoro il diritto per il cittadino di realizzare se stesso. Su questo mito dei tempi moderni si sono costruite ideologie e teorie, poi crollate di fronte alla crisi dell’occupazione delle società industriali avanzate. Si è cercata una soluzione nell’economia e nella creazione di posti di lavoro; ma il problema non è e non è mai stato soltanto economico, tecnico o politico, né il lavoro è necessariamente il fondamento delle società. Occorre una nuova riflessione critica, che tenga conto delle rappresentazioni che del lavoro si sono date nella storia, per chiarire una questione che mette in gioco la libertà degli individui e la sopravvivenza della moderna civiltà industriale.” Società senza lavoro: per una nuova filosofia dell’occupazione                                                                                                              (Dominique Méda)

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di Beppe Grillo

Siamo in un periodo di crisi, c’è la crisi e va superata. Sento ripetere queste parole  all’infinito e non riesco a capire cosa stiamo cercando.

Penso che prima di tutto questo non sia un periodo di crisi. Se lo fosse non durerebbe da più di 10 anni. Siamo di fronte a qualcos’ altro.

Questo si collega direttamente al fatto che probabilmente tutti stanno cercando, non solo nel posto sbagliato, un qualcosa che non c’è. O meglio, non c’è più.

Per rispondere a questa crisi, per uscirne fuori, tutti cercano il lavoro. Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il lavoro? Io penso di no. Il lavoro serve a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo. La nostra era è senza precedenti proprio per la sovrabbondanza di merci e servizi che abbiamo. Abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità.

Politici ed economisti si impegnano tutti a capire come produrre di più. Dobbiamo pagare il debito, gridano. Dobbiamo lavorare di più, essere più produttivi, tagliare la spesa improduttiva.

Siamo condizionati dall’idea che “tutti devono guadagnarsi da vivere”, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere.

Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società.

Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita.

Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato.