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Non molliamo

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( Dal Web )

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.
Per chi battersi?
Qui non è il caso di rifare la storia, già fatte tante volte e sempre con un forte fondo di verità anche quando monca e unilaterale per criteri e calcoli di parte, della genesi della scalata al potere […].
Ma è il caso invece di pensare, e seriamente, ai mezzi ed alle vie onde abbreviare i promessi anni di schiavitù ed uscire da sotto il peso del terrore, che abbrutisce ed umilia, liberandosi e liberando.
Certamente la bisogna non è facile ed è sommamente pericolosa. Troppo tempo è stato lasciato al fascismo per assicurarsi ogni difesa e tutte le complicità. Ha potuto crearsi anche una vasta clientela di gente che vive e lautamente perché vive il fascismo ed alle cui sorti è legata con tutti i cordoni ombelicali.
Ma bisogna volere, fortemente volere. Ed anzitutto scartare i mezzi termini e cessare dal prestare troppo facile orecchio a tutte le panzane fatte circolare da interessati, da ingenui e da perdigiorno […].
Il popolo d’Italia non potrà essere liberato da altri se non da se stesso. In nessun partito deve aver più fiducia. Deve volere la propria libertà; la libertà di tutti i singoli cittadini che compongono il suo complesso, e nient’altro.
E deve servire un’unica idea: quella della libertà che esclude ogni tirannia di partiti e di uomini provvidenza.
Il fascismo-governo nega, e di fatto, all’individuo ogni diritto ed ogni manifestazione personale (fisica o spirituale) che sfugga al controllo dello stato fascista e che non ne segua le prescrizioni. […]
Ora, se in Italia e tra gli italiani emigrati, vi sono ancora uomini che hanno pudore e amore di se sessi, che non vogliono servire la più folle, sanguinosa ed oscena di tutte le tirannie, sorgano in piedi e si battano per la loro libertà!
Sì, individuo del quale è stata decretata la morte ingloriosa o l’asservimento, mani e piedi legati e cervello castrato, alla tirannia, dello stato fascista, sì, uomo, e cittadino, in piedi! Tocca a te; è l’ora tua; in piedi!
Per la libertà!
Come battersi?
In quanto alle grandi masse popolari e proletarie esse sono ancora troppo terrorizzate e avvilite e troppo ancora risentono di tradimenti prossimi e lontani per poter rispondere al primo appello insurrezionale. Le ultime leggi repressive e il domicilio coatto hanno poi ancor di più indebolito le resistenze attive e intelligenti.
Conseguentemente il pensare oggi ad un assalto frontale è temerario e potrebbe risolversi in quella strage che il fascismo anela compiere per meglio assicurarsi il potere.
D’altra parte, contro il fascismo, solo l’azione può servire. Agire si deve per batterlo e per creare quelle condizioni di sgretolamento che renderanno possibili movimenti su più larga scala o generali.
Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili.
Nei diversi ambienti e tra i diversi ceti si formino ristretti comitati e gruppi d’azione. Non è detto che ognuno debba compiere necessariamente atti violenti; ognuno compia invece quegli atti, di offesa al nemico, possibili, date le attitudini le capacità e i mezzi dei componenti un determinato gruppo costituitosi per affinità e per reciproca fiducia. Che ciascun gruppo faccia e compia la sua parte di azione senza chiedersi quello che faranno altri gruppi.
Tutti dritti allo scopo unico. E poiché il nemico vigila attento e insidioso che ciascun comitato o gruppo di azione conosca e controlli i propri partecipanti. […]
Se una vasta intesa per una comune azione — e non certamente con quegli equivoci elementi che il fascismo cullarono e che vorrebbero a quel passato che del fascismo fu padre amorevole — dovrà realizzarsi essa maturerà automaticamente e logicamente quando gli avvenimenti matureranno.
Per oggi, ripetiamo, è raccomandabile che i gruppi d’azione si moltiplichino, non lasciando riposare il nemico, pronti alle necessarie rappresaglie, ma svolgendo un’azione autonoma.
[…]
Il Re prigioniero
E bisogna innanzitutto decidersi a prendere a calci nel sedere gli antifascisti di sua Maestà che all’antifascismo, fin da oggi, preparano imboscate e tradimenti per impedirgli di arrivare, o comunque avviarsi, alle sue logiche conclusioni, conclusioni che per essere logiche, dato gli scopi di assoluto accentramento statale e di completa soppressione dei diritti umani, civili e politici dell’individuo che il fascismo ha per meta — meta in gran parte raggiunta —, devono sfociare nell’antistato e nelle libere comuni. […]
L’azione antifascista non può dunque darsi per meta il perpetuare di situazioni che dopo lunghi turlupinamenti democratici, sfociano nella reazione, crispina ieri, fascista oggi… per poi tornare daccapo.
Essa deve colpire tutto l’insieme delle cause, degli interessi ed anche delle illusioni che ci hanno condotto all’attuale stato di schiavitù.
Colpire nell’insieme dunque bisogna, e colpire a fondo…
Agire!
In Italia e specialmente al di là delle Alpi si chiacchiera nuovamente di fronti unici antifascisti che bisogna ricostruire o rinsaldare tra elementi troppo diversi perché possano marciare insieme. Noi pensiamo che si perde del tempo e che forse anche tra i più prossimi la cosa potrà esaurirsi, come altre volte si è esaurita, in discorsi inutili e parate sterili.
Troppi retori e troppi politicanti prendono ancora in giro loro stessi ed il prossimo.
Certamente per un’azione d’insieme bisogna marciare in molti. Ma questi molti se cominciano col paralizzarsi tra di loro colle solite discussioni colla richiesta di reciproche rinunce che ognuno chiede al vicino, ma che nessuno vuole concedere o concede con tanto di restrizione mentale, non marceranno mai.
Del resto il fascismo già molto deve alla sterilità dei fronti unici sorti per combatterlo e che si risolvevano in una castrazione interna.
Il meglio sarebbe che ogni partito ed ogni corrente facessero tutto quello che loro fosse possibile di fare, senza preoccuparsi di quello che farebbero gli altri. L’accordo per una più vasta azione verrebbe più tardi da sé e sul campo dell’azione. Non dobbiamo perciò ridar vita al mito dei fronti unici rimettendoci a quello per ogni miracolo. S’invoca il mito per non credere in se stessi o per non chiedere a se stessi il massimo sforzo.
Che ogni antifascista educhi la propria volontà alla fiducia nell’azione individuale oggi la più urgente. Ognuno di noi, se vuole, molto può fare contro il fascismo e i fascisti.
Si sommino poi pure queste singole volontà, ma che la somma avvenga spontaneamente e tra elementi che si conoscono e si comprendono. Se più vaste intese, per forza di cose, dovranno poi maturare, matureranno.
Si agisca intanto come si può e come si sa.
Che ognuno di noi agisca come può e come sa.
Ma si agisca. In molti, in pochi, da soli si faccia tutto quello che è possibile ed anche più del possibile.
Ma si faccia. Tutto il resto è accademia. E l’accademia ci divide e paralizza.
L’azione invece unisce. E dal suo martellare incessante soltanto possiamo attendere salute.
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Chiacchiere e distintivo

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( Dal Web )

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un’aula di tribunale.
È questo il pensiero di ogni filisteo: dalla presunzione di innocenza fino a prova contraria si deve passare alla presunzione di colpevolezza fino ad alibi contrario. Ed invece, da Bruxelles a Firenze, pavidi giudici si nascondono dietro alla giurisprudenza anziché lanciarsi in avanti verso la giuristracotanza.
Lo scorso 1 agosto la Camera di Consiglio di Bruxelles si è espressa in merito alla richiesta della procura di mandare sotto processo un buon numero di anarchici accusati di «terrorismo» per una serie di azioni loro attribuite. Nella sua requisitoria il procuratore ha sfoggiato una logica impeccabile: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, gli imputati non sono contrari all’uso della violenza, quindi sono colpevoli di alcuni attentati avvenuti nel corso degli ultimi anni. Come si vede, non occorrono prove, è sufficiente un po’ di logica. Non occorre dimostrare cosa hanno fattogli imputati, basta dimostrare cosa pensano.
A quanto pare il sillogismo non è riuscito però a convincere i giudici che compongono la Camera di Consiglio — quei parrucconi! — i quali hanno sì rinviato a giudizio 12 anarchici, ma facendo cadere l’aggravante di «terrorismo», sopprimendo non pochi capi d’imputazione (fra cui quelli relativi ad un attacco ad un commissariato, e all’incendio di parecchie automobili di secondini parcheggiate fuori da una prigione), nonché ridefinendo le imputazioni. Nove imputati non hanno affatto partecipato «a un gruppo terrorista», però avrebbero fatto parte «di una associazione costituita allo scopo di colpire persone o proprietà, attraverso la perpetrazione di crimini o delitti». Altri tre imputati non sono più «dirigenti di un gruppo terrorista», ma sarebbero «provocatori o capi banda». Quanto ai reati loro attribuiti, sarebbero quasi tutti accaduti nel corso di manifestazioni di protesta. Il processo che si terrà rinverdirà una vecchia tradizione nella repressione degli anarchici, i quali andranno alla sbarra per aver costituito un’«associazione di malfattori».
Mesi ed anni di pedinamenti, intercettazioni, tentativi di infiltrazione, angherie varie… il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco. Mesi ed anni di articoli sensazionalistici, con titoli a caratteri cubitali, di mostri sbattuti in prima pagina, di allarmi sociali indotti… eh sì, il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco.
Pochi giorni dopo, ad oltre 1200 chilometri più a sud, la storia si ripete. Centinaia di poliziotti & carabinieri vengono sguinzagliati a Firenze, Roma e in provincia di Lecce per procedere all’arresto di otto anarchici, accusati di essere gli autori di due attentati avvenuti nel capoluogo toscano negli scorsi mesi: alcune molotov lanciate nell’aprile del 2016 contro una caserma dei carabinieri poco dopo una ostentazione di muscolosa arroganza da parte di quei guastafeste, e un pacco esplosivo lasciato sulla soglia di un centro culturale fascista la notte dello scorso capodanno (la cui detonazione ferì lo spavaldo artificiere che intendeva disinnescare l’ordigno). Due azioni dirette contro alcuni manovali del potere, con e senza uniforme d’ordinanza, avvenute per di più nel feudo del nuovo volto della classe dirigente, non potevano e non dovevano rimanere senza reazione. Qualcuno doveva pagare per un simile affronto alle istituzioni, per aver dato il cattivo esempio e dimostrato che non è affatto obbligatorio «obbedir tacendo» alle autorità — ma che è possibile anche ribellarsi e passare all’azione, in qualsiasi luogo e momento.
L’operazione repressiva ha suscitato un certo entusiasmo nelle alte sfere, scatenando la foia dei soliti forcaioli. Fra questi, vale la pena soffermarsi un attimo sulle parole del ministro dell’Interno Minniti, secondo cui questa operazione «rappresenta un successo di alto livello conseguito attraverso una complessa e articolata attività investigativa». A parte il fatto che, secondo la stessa teoria giuridica classica, il «successo di alto livello» lo dovrebbe sancire una condanna in tribunale, non il tintinnio delle manette. Ma poi queste complesse indagini in cosa consisterebbero? In intercettazioni ambientali che raccolgono frammenti di conversazioni? Qui si ripropone ancora il solito sillogismo questurino: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, ecc. ecc… No, decisamente non occorre dimostrare cosa hanno fatto gli arrestati, basta dimostrare cosa pensano. Ad ogni longitudine e latitudine, uno sbirro resta uno sbirro.
Passano solo due giorni dagli arresti ed ecco che il giudice per le indagini preliminari di Firenze, forse amante del latino ed ammiratore di Pietro Leopoldo, rimette in libertà cinque dei sei anarchici arrestati in quella città. Insufficienza di prove (per il sesto, la discutibilissima prova del dna viene ritenuta sufficiente per tenerlo al fresco). Ed ora, quali assi nella manica tireranno fuori gli inquirenti? Per il momento sostengono senza vergogna di avere in mano… niente. Niente, nulla, zero. Non hanno invocato il classico «riserbo sulle indagini», né hanno ostentato le classiche «prove granitiche», che il più delle volte si sono rivelate di sabbia. «Intercettazioni» — riportano le veline della stampa — solo e soltanto «intercettazioni». Ovvero parole carpite al volo, stralci di discussioni, battute, frammenti di vocaboli che non è possibile stabilire né se siano stati effettivamente pronunciati, né il contesto in cui sarebbero stati pronunciati, né la credibilità di chi li avrebbe pronunciati. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un indizio tutto da verificare, oggi è diventata una prova che basta evocare per decretare la faccenda risolta. Davanti all’euforia del procuratore Creazzo, o del dirigente dell’antiterrorismo Spina, o del generale dei Ros Governale, ci viene in mente la celebre frase rivolta ad uno sbirro in un film: «Tu non hai niente… sei solo chiacchiere e distintivo, sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo». Ma nella realtà ancor più che nella fantasia, un po’ di chiacchiere bastano e avanzano per dare lustro a quel distintivo.
Alla fin fine, tutto quel clamore per un fiasco di basso rango? Temiamo di no. Oltre al fatto che due degli arrestati sono ancora dietro alle sbarre, non riusciamo a toglierci di dosso la spiacevole sensazione di essere davanti ad un ennesimo esperimento di massa volto a far accettare l’inaccettabile.