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Chiacchiere e distintivo

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( Dal Web )

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un’aula di tribunale.
È questo il pensiero di ogni filisteo: dalla presunzione di innocenza fino a prova contraria si deve passare alla presunzione di colpevolezza fino ad alibi contrario. Ed invece, da Bruxelles a Firenze, pavidi giudici si nascondono dietro alla giurisprudenza anziché lanciarsi in avanti verso la giuristracotanza.
Lo scorso 1 agosto la Camera di Consiglio di Bruxelles si è espressa in merito alla richiesta della procura di mandare sotto processo un buon numero di anarchici accusati di «terrorismo» per una serie di azioni loro attribuite. Nella sua requisitoria il procuratore ha sfoggiato una logica impeccabile: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, gli imputati non sono contrari all’uso della violenza, quindi sono colpevoli di alcuni attentati avvenuti nel corso degli ultimi anni. Come si vede, non occorrono prove, è sufficiente un po’ di logica. Non occorre dimostrare cosa hanno fattogli imputati, basta dimostrare cosa pensano.
A quanto pare il sillogismo non è riuscito però a convincere i giudici che compongono la Camera di Consiglio — quei parrucconi! — i quali hanno sì rinviato a giudizio 12 anarchici, ma facendo cadere l’aggravante di «terrorismo», sopprimendo non pochi capi d’imputazione (fra cui quelli relativi ad un attacco ad un commissariato, e all’incendio di parecchie automobili di secondini parcheggiate fuori da una prigione), nonché ridefinendo le imputazioni. Nove imputati non hanno affatto partecipato «a un gruppo terrorista», però avrebbero fatto parte «di una associazione costituita allo scopo di colpire persone o proprietà, attraverso la perpetrazione di crimini o delitti». Altri tre imputati non sono più «dirigenti di un gruppo terrorista», ma sarebbero «provocatori o capi banda». Quanto ai reati loro attribuiti, sarebbero quasi tutti accaduti nel corso di manifestazioni di protesta. Il processo che si terrà rinverdirà una vecchia tradizione nella repressione degli anarchici, i quali andranno alla sbarra per aver costituito un’«associazione di malfattori».
Mesi ed anni di pedinamenti, intercettazioni, tentativi di infiltrazione, angherie varie… il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco. Mesi ed anni di articoli sensazionalistici, con titoli a caratteri cubitali, di mostri sbattuti in prima pagina, di allarmi sociali indotti… eh sì, il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco.
Pochi giorni dopo, ad oltre 1200 chilometri più a sud, la storia si ripete. Centinaia di poliziotti & carabinieri vengono sguinzagliati a Firenze, Roma e in provincia di Lecce per procedere all’arresto di otto anarchici, accusati di essere gli autori di due attentati avvenuti nel capoluogo toscano negli scorsi mesi: alcune molotov lanciate nell’aprile del 2016 contro una caserma dei carabinieri poco dopo una ostentazione di muscolosa arroganza da parte di quei guastafeste, e un pacco esplosivo lasciato sulla soglia di un centro culturale fascista la notte dello scorso capodanno (la cui detonazione ferì lo spavaldo artificiere che intendeva disinnescare l’ordigno). Due azioni dirette contro alcuni manovali del potere, con e senza uniforme d’ordinanza, avvenute per di più nel feudo del nuovo volto della classe dirigente, non potevano e non dovevano rimanere senza reazione. Qualcuno doveva pagare per un simile affronto alle istituzioni, per aver dato il cattivo esempio e dimostrato che non è affatto obbligatorio «obbedir tacendo» alle autorità — ma che è possibile anche ribellarsi e passare all’azione, in qualsiasi luogo e momento.
L’operazione repressiva ha suscitato un certo entusiasmo nelle alte sfere, scatenando la foia dei soliti forcaioli. Fra questi, vale la pena soffermarsi un attimo sulle parole del ministro dell’Interno Minniti, secondo cui questa operazione «rappresenta un successo di alto livello conseguito attraverso una complessa e articolata attività investigativa». A parte il fatto che, secondo la stessa teoria giuridica classica, il «successo di alto livello» lo dovrebbe sancire una condanna in tribunale, non il tintinnio delle manette. Ma poi queste complesse indagini in cosa consisterebbero? In intercettazioni ambientali che raccolgono frammenti di conversazioni? Qui si ripropone ancora il solito sillogismo questurino: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, ecc. ecc… No, decisamente non occorre dimostrare cosa hanno fatto gli arrestati, basta dimostrare cosa pensano. Ad ogni longitudine e latitudine, uno sbirro resta uno sbirro.
Passano solo due giorni dagli arresti ed ecco che il giudice per le indagini preliminari di Firenze, forse amante del latino ed ammiratore di Pietro Leopoldo, rimette in libertà cinque dei sei anarchici arrestati in quella città. Insufficienza di prove (per il sesto, la discutibilissima prova del dna viene ritenuta sufficiente per tenerlo al fresco). Ed ora, quali assi nella manica tireranno fuori gli inquirenti? Per il momento sostengono senza vergogna di avere in mano… niente. Niente, nulla, zero. Non hanno invocato il classico «riserbo sulle indagini», né hanno ostentato le classiche «prove granitiche», che il più delle volte si sono rivelate di sabbia. «Intercettazioni» — riportano le veline della stampa — solo e soltanto «intercettazioni». Ovvero parole carpite al volo, stralci di discussioni, battute, frammenti di vocaboli che non è possibile stabilire né se siano stati effettivamente pronunciati, né il contesto in cui sarebbero stati pronunciati, né la credibilità di chi li avrebbe pronunciati. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un indizio tutto da verificare, oggi è diventata una prova che basta evocare per decretare la faccenda risolta. Davanti all’euforia del procuratore Creazzo, o del dirigente dell’antiterrorismo Spina, o del generale dei Ros Governale, ci viene in mente la celebre frase rivolta ad uno sbirro in un film: «Tu non hai niente… sei solo chiacchiere e distintivo, sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo». Ma nella realtà ancor più che nella fantasia, un po’ di chiacchiere bastano e avanzano per dare lustro a quel distintivo.
Alla fin fine, tutto quel clamore per un fiasco di basso rango? Temiamo di no. Oltre al fatto che due degli arrestati sono ancora dietro alle sbarre, non riusciamo a toglierci di dosso la spiacevole sensazione di essere davanti ad un ennesimo esperimento di massa volto a far accettare l’inaccettabile.