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Fare e disfare, comporre e scomporre

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( Dal Web )

Nando (alla) De Riva
«Il pericolo è nell’istante che precede il salto, sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa,
ecco l’onestà: il resto è sotterfugio» 
Albert Camus 
Abbattere ogni chiesa 
La libertà non bisogna solo volerla. Saperla affrontare è questione tutt’altro che risolta, anzi questione dove una risoluzione non può esserci.

Oggi possiamo partire e sperimentare la meravigliosa idea di sovvertire l’esistente, per provare ad impattare contro l’assurdo. Ribelli che si dimenano in una zattera senza destino, la cui rotta è aperta a tutte le possibilità. Per andare contro ogni autorità e le sue relazioni obbligate e mercificate.
Nessuna chiesa potrà suonare le campane della fuoriuscita dal ghetto. Anche le chiese anarchiche. Negare qualunque chiesa è quel modo indissolubile per distruggere tutti i santuari e le cappelle. Per creare lo scarto con qualunque circostanza chiusa, con qualunque cornice. Alla larga. Soprattutto da quest’ultima chiesa, produttrice di bispensiero latente. Prendere le distanze anche, e in maniera irriducibile, dalle parrocchie anarchiche.
La rottura per sputare su questo mondo non è conoscibile. L’azzeramento di tutti i valori incancreniti prodotti da questo esistente può portare ad una condizione di caos, questione che può aspirare alla libertà. Sappiamo cogliere questa possibilità?
La distrazione dalla lotta della distruzione del mondo si incontra con i mostri che ci vivono accanto, quel cambiamento scenico tecnologico, il quale va a braccetto con la sua forma tollerante e democratica. Tutti questi orchi vorrebbero mutilarci, per governarci una volta per tutte e spegnere ogni passione danzante intorno al fuoco della rivolta.
La barbarie è già dentro le mura. La tecnica si è rivelata portatrice di barbarie. La cosiddetta modernità non ci libera dal dolore. La barbarie, purtroppo, viene alimentata e accettata dai più. La macchina del potere per progredire ha un estremo bisogno di gestire il suo stesso spirito che avanza inesorabilmente. E la guerra civile è l’eventualità in atto delle barbarie. Sarebbe ora di finirla con certi automatismi dei progetti per darsi ad una progettualità possibile, chiara e riproducibile che si tenga viva con la comunicabilità fra organizzazioni informali, gruppi di affinità e l’agire, cioè l’unione fra pensiero e azione.
Rompere anche con noi stessi 
Quali effetti hanno le nostre idee nella realtà in cui interagiamo? Riusciamo a sentire e a sentirci parte di una rottura? Appena si accende la critica infuocata, ecco che si cade sui malintesi, si percorrono ridondanze abissali, si cerca di trasmutare il proprio significato. E l’azione che dovrebbe parlare con se stessa tace, invece di creare. Individuare il nemico, le sue interazioni e i suoi rapporti, attaccandolo senza illudersi che sia una distruzione definitiva: ecco la riproducibilità dell’attacco. Ogni azione non è mai quella che non sottende l’agito, cioè semplicemente il desiderio di volere essere chiari: essa è quella che è. E la nostra intelligenza sovversiva non si nutre soltanto di sogni, ma anche di scarti, di diserzioni.
Bisogna distruggere il nemico prima che esso distrugga la possibilità di creare un mondo altro. La struttura dell’esistente non ha nubi e depressioni ma è fatto di autorità, produzione e tecnologie, letali per noi stessi e vitali per tutto ciò che è mercificato.
Scontro e comprensione attraversano tutti coloro che desiderano e vogliono continuare ad approfondire la conoscenza dei metodi per rompere conquesto noi, nella tortuosa strada ad ostacoli che l’esistente ci pone di fronte e a lato.

La coerenza è indigente perché non riceve che dichiarazioni di principio. Tutti coerenti. Quindi la coerenza non è da prendere con serietà perché la pratica sollecita e brulica di risposte differenti. Quando ci si fa coinvolgere dal desiderio di innestarsi nei tentacoli dell’obbedienza, tale desiderio è avvertito soltanto da animi in grado di sentirlo nella sua dirompente sedizione. Avere quella leggerezza del negativo fa rima con l’agilità di sapersi muovere, con la mente in continuo allenamento.
Metodi come scelta 
Oggi niente minaccia veramente lo stato di cose, nessun cedimento dell’amministrazione nel tempo dell’oppressione. Esistono però rumori nella notte, come pratiche più ampie di giorno, partecipazioni a (pochissime) lotte contro elementi specifici. Lotte che vanno contro ciò che ci impedisce di vivere come si vorrebbe, lotte che tentano di debellare l’accomodamento giornaliero. Da soli o insieme. È qui che entra in discussione il metodo, esso suggerisce valutazioni e riflessioni.
I metodi per portarsi ad una rottura con l’esistente richiedono applicazione pratica e teoria sovversiva come base. Il metodo è anche altro: è scelta di vita, non può essere avallato da un qualsiasi manuale rivoluzionario. Il metodo è scelta di vita di ognuno di noi perché le sue radici dovrebbero essere in continua mutazione ed espansione, non diventare miopia ideologica come luogo separato. Occorre che certe esperienze e certe emozioni divengano pratica quotidiana, con le proprie gioie e le proprie pene, rigettando ogni realismo politico.
Se non si aspettano scadenze militanti e tempi consequenziali del potere, se non c’è tregua nei momenti di lotta, si entra nella dimensione dell’attacco. Questa dimensione, quando entra nelle nostre vite, la possiamo vedere in qualunque faccia, anche nemica, e percepirla nei più disparati attimi: alla lettura di qualcosa e alla vista di una simbologia oppressiva, vedendo un rappresentante del mondo o nella sensazione sgradevole di un atto prevaricatore. Se entriamo nell’infinito della sovversione è molto più facile comprendere cosa possiamo definire attacco. Al contrario, non si guarda più alle questioni nude che emergono dal sottosuolo grazie all’idea della libertà e ci si angoscia in modo rancoroso. Ci si chiude in questo scantinato ritenuto prezioso e si pensa a come difenderlo. Come sovvertire all’ombra di una parrocchia militante?
Alla ricerca della gioia 
La vita è una fonte, il che non ha niente a che vedere con un’origine o un qualcosa di necessario. Il coraggio della risolutezza non è una questione consueta. Al coraggio, va di pari passo l’immaginazione. Il primo sentore del coinvolgimento in un’ipotesi di libertà è la facoltà singolare di immaginare. Questo modo fantasioso, suscitato dal ragionamento su cosa abbiamo intorno, non può essere slegato dall’azione.
Ecco che il primo moto di comprensione è quello del tutto spontaneo, quel bambinesco sentimento di fiducia nella vita. Senza di esso non tenteremmo teorie e pratiche conseguenti. Con questo metodo ci disponiamo criticamente verso ogni questione, accettando il nulla come un fatto. Il nostro metodo è progettato in modo limitato per natura, non ha nessun paradigma certo del futuro. Che tutte e tutti viviamo in un mondo conflittuale è una convinzione generalizzata fra le compagne e i compagni. Se pensassimo che tutto sia pacificato, il totalitarismo sarebbe già in fase di eccedenza.
Lo sfruttamento non è un fatto pacifico e i dominanti non sono sicuri di continuare a dominare, progettando armi di difesa a braccetto con la tecnologia di continuo.
Assumerci di essere parte di altro ci farebbe bene ed è per questo che risultare estranei ad ogni omologazione ha in seno la risolutezza dei nostri sforzi per liberarci.
Volere che la nostra tensione del tutto o niente sia fuori tempo e fuori ritmo, per non cadere nella logica dei piccoli passi comprensibili. Darsi una prospettiva senza limiti è il senso della passione dove la vita è o, altrimenti, non è. Come le rotture che affrontiamo nella vita. Un gioco continuo fra il comporre e lo scomporre.
L’azione è riflessione in atto perché i motivi della sua creazione sono diversificati. Anche la gioia è un motivo intrigante, spesso è il solo motivo a cui aspiriamo quando si agisce. È qui che entra in gioco la coscienza, che nell’azione brucia se stessa. Si inserisce nella realtà, ma tende al sogno, a quell’elemento distruttivo che la sottende. Provare gioia per quello che si fa è praticare la pienezza di un’idea.
Indispensabile è prendere coscienza della parzialità. Anche se noi agiamo, non abbiamo cognizione di quanto le nostre azioni siano dirompenti. Viviamo e ci sentiamo vivi, ma non sappiamo cosa significa vivere.
Saper osservare 
Oggi le enormità di trasformazioni in corso superano notevolmente le nostre capacità di immaginare. L’idea demenziale del progresso riempie gli scaffali dei negozi e produce le grida e le morti di migliaia di indesiderabili nel Mediterraneo e non solo, in mezzo al ronzio delle macchine, ai richiami incessanti di freddi schermi asettici, producendo una natura geneticamente modificata, contaminata da radiazioni nucleari che, malgrado la maggioranza delle persone aderisca al cosiddetto paradiso tecnologico, resta l’aspetto crudele del genocidio. Questo gelido mostro è reso possibile ed inesorabile dallo sviluppo enorme della tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico è legato profondamente ai rapporti esistenti: rapporti di oppressione e dominio. Oggi le tecnologie nascenti sono determinate dai rapporti che ne sono espressione, così come l’esistente è trasformato integralmente dall’introduzione delle tecnologie. Subiamo e produciamo tutto questo, non esiste un male di natura trascendentale. E questa idra si sviluppa in un contesto certo: una società autoritaria e mercificata. Se le classi non esistono più in modo ottocentesco e novecentesco, gli sfruttati e gli oppressi esistono eccome. Qua si presenta davanti ai sovversivi la prospettiva gioiosa della distruzione. Oltre all’attacco delle strutture del dominio e dei suoi propugnatori e difensori, è necessaria la distruzione delle credenze e della mentalità di stare insieme all’epoca della mega­macchina.
Il tempo diviene sempre più stretto, perché non è solo la schiavitù agli apparecchi la sola nemica, ma anche la trasformazione in atto di noi stessi attraverso queste macchine, il cui spirito razionale ci penetra. L’individuo che ne risulta è diventato somigliante alla macchina. Invece, la macchina non potrà mai diventare totalitaria contro l’imprevedibilità e l’unicità dell’individuo. Cadremmo in errore se lasciassimo scavare la trivella tecnologica in noi per un’attesa messianica del diluvio. E allora torna prepotente il tema della distruzione. Essa abbisogna di conoscenza e di coerenza di mezzi e fini per attaccare il nemico: questa è l’unica coerenza su cui vale la pena discutere ardentemente.
Sperimentare e condividere i modi per attaccare questo tecno­mondo potrebbe dare linfa alla distruzione di antenne, infrastrutture energetiche, strumenti di propaganda tecnica e le sue telecomunicazioni.
Anche se i tempi ci indicano più la calma che la rivolta, sabotare significa anche saper guardare meglio, per meglio crearci le nostre possibilità di azione. Non è detto che in una rivolta circoscritta in un luogo ben definito non si possano fermare le comunicazioni del nemico, come non è detto che in presenza di un movimento locale contro una nocività, essa non possa essere contestata ed attaccata altrove. Abbandonare lo scontro simmetrico per abbandonare ogni mediazione, anche con noi stessi, per portare un conflitto irreversibile dove il dominio non se lo aspetta.
Stringere per le mani la propria vita 
Essere determinati da quello che ci opprime, attraverso le vessazioni della società, ci porta a ritualizzare certi contesti. Tradizioni, identità collettive e riproduzioni di gesti programmati spremono il nostro tempo in maniera inesorabile. Tendiamo a parlare di qualità, ma la misurazione delle questioni che portiamo in superficie è sempre dietro l’angolo. Pensare e ripensare oltre l’abitudine sviluppa le nostre possibilità di immaginare una tensione all’agire che dà senso ad un altrimenti. Certe volte la superiorità numerica, soprattutto armata che mette in campo il potere, non può molto davanti all’intelligenza della sovversione. Se abbiamo chiaro che certe infrastrutture sono necessarie per far funzionare l’intera società attraverso il flusso di merci e informazioni, vediamo anche che esse risultano essere dovunque, lontano e sotto i nostri occhi. Con delle simili possibilità si è più liberi di volare con il pensiero che certi uccelli.
Per chi sa dove guardare e vuole rendere questo sguardo alla portata di chi ascolta, intrigato da certi spunti, si può dire che il Re, i suoi castelli e ciò che collabora alla sua esistenza siano difesi ma anche vulnerabili.
Senza saper mantenersi nella disponibilità di agire non ci può essere rivolta. Saper osare è anche superare il semplice disgusto e la semplice testimonianza di vivere in un mondo che ci inorridisce. Essere risoluti è un passo enorme da fare nella propria vita.
Questa risolutezza che si alimenta con il coraggio, non è quello di mostrare i muscoli, non è quella pulsione machista dello scontro frontale a tutti i costi. Questo coraggio è semplicemente avere l’accortezza di sapersi mantenere vivi, dove nessuno specchio ci possa far superare la nostra deformità. Al gregarismo che esegue gli ordini, anche quelli militanti, dovremmo opporre il coraggio delle nostre idee, l’ostinazione di rendere materialmente tangibile il nostro smisurato pensiero di libertà.
La sedizione non è possibile senza questa intransigenza, senza questa ostinazione che non ha niente a che vedere con il martirio e il sacrificio, ma entra in quel mondo meraviglioso della congiura e del saper stringere per le mani la propria vita. E questo splendido sentito lo trovo anche negli altri, quando i cuori si infiammano e non si lasciano mai andare alla litania del «non aver potuto farci niente».
Attaccare la nostra sottomissione è anche sapere che nessuna azione che tende alla libertà rimane mai sola. Al mondo esistono ancora anonime e anonimi in grado di farci sorridere e di darci suggerimenti. Sappiamo ancora creare cortocircuiti che diano forza ad una possibile interruzione del mondo?
Distruggere l’identità 
La paura di entrare nel vortice dell’ignoto può essere presente anche nella sovversione, ma ciò che potrebbe aiutarci ad aprire il proprio cuore verso qualcosa che non conosciamo è la tensione per l’imprevisto.
Nessuna certezza può rassicurare il fatto di sentirsi anarchici. Mettere in dubbio tutto e seminare questo dubbio nelle angherie sociali ci permette di dare continuità ai nostri sogni. Nessuna definizione dovremmo appiccicarci addosso. Il continuo fluire fra teoria e pratica, e il continuo rovesciarsi fra pratica e teoria è quello che non ci fa fare nessun passo definitivo ma ci mantiene nel salto di provare a cambiare radicalmente noi stessi, per liberarsi insieme ad altri. Saper rischiare è mantenere vive le nostre idee. Si ama senza riserve perché si odia infinitamente, vero?
Questo mondo attira tutta la nostra ostilità, ma se non sapessimo dare un senso nostro e differente a quell’elemento di unicità che fa nascere l’azione?
Precipitare nel nulla creatore può essere un buon modo per scansare da sé e da ciò che ci determina il movimento perpetuo dell’urgenza di situazioni, del fare delle cose. Preferire la bellezza qualitativa che è differenza anche col fine di sbarazzarsi delle identità collettive, le quali non sono altro che nauseanti portatrici dello schema dell’identico e del quantitativo nel cuore. Trovare la forza della diversità spinta all’infinito è molto più intrigante che perseguire la fede religiosa dell’essere tutti uguali, tutti identici. Scansare dai nostri incubi la manfrina militante del vincere o del perdere (o della lotta, a volte, paga…) per vivere la sola vita che si ha a disposizione, cercando di viverla nel modo giusto che riteniamo donarle.
In questo contesto si decide come assumersi nella vita agire organizzati, creare gruppi di affinità e rendere le azioni dirette dirompenti. Questa scelta si basa su cosa intendiamo per anonimato, informalità, essere affini con altre e altri, e quale progetto vogliamo darci, non dimenticando per strada l’irriverente spontaneismo che ha sempre attraversato l’anarchismo.
Se abbiamo a cuore la fine di ogni specialismo, creatore di capi e gregari, dobbiamo fare i conti con l’annoso problema dell’identità.
Ciò che intendiamo come nostro modo di lottare, prima di tutto, dovrebbe essere appagante con i nostri desideri. Darsi solo alla funzionalità e all’efficacia, trancia di netto il nostro agire. Considerare giusto ciò che è anonimo e informale è aprirsi con fierezza a noi stessi. Liberando l’azione e non dando nessuna proprietà ad essa, questa può divenire una pluralità. Se l’azione è di nessuno, potenzialmente può essere di tutti coloro che la guardano con simpatia. L’oscurità dell’anonimato ci protegge spesso da chi ci sorveglia e ci vorrebbe mettere la museruola, ma anche da una certa spettacolarizzazione di un mondo dominato dai mass­media. Essere senza mediazioni, vuol dire far parlare la selva oscura così com’è.
Se si pone fine all’anonimato, finiscono le potenzialità della diversità ed entra prepotentemente in gioco la rappresentazione, nemica di ogni tensione anarchica. Non fornire nessuna spiegazione al nemico, ci può fare uscire dalla rappresentazione mediatica e politica per darsi all’ebbrezza di un anarchismo anonimo, sedizioso e deciso ad attaccare. Questo può rendere più semplice anche la moltiplicazione di vari gruppi di affinità, senza produrre banalmente uno scontro fra ribelli e Stato, con una marea di spettatori in mezzo. Fra l’attore e lo spettatore dovremmo preferire la diffusione delle pratiche di distruzione e solidarietà, perché non esiste solidarietà senza rivolta.
Contro l’adesione militante 
Dei lampi di pensieri entrano in un universo mentale che cercano di praticare alcune idee rendendosi conto che esiste una conflittualità sociale più ampia, rifiutando con intransigenza qualunque sotterfugio politico. Il rifiuto della politica si basa anche sull’uso di strumenti per tenersi a galla; la rivendicazione combattente e la dichiarazione di intenti futuri hanno a che fare, in qualche modo, con la politica. Un esempio lampante sono stati gli anni 70 qui in Italia: centinaia di atti sono stati rivendicati, ma migliaia delle azione dirette non hanno avuto nessuna presunta paternità e sono diventati ricchezza della conoscenza dei sovversivi a venire. Abbattere la separazione della conflittualità latente con la negazione di tutti i ruoli sociali è una questione delicata ma che dovrebbe essere affrontata non solo fra azioni che si parlano, ma anche attraverso quello spazio senza confini che sono le relazioni attraversate da affinità e conoscenza reciproca.
L’informalità e l’anonimato distruggono parte di noi stessi e scavano anche in quello che abbiamo intorno: non c’è nulla che attanagli di più il dominio della possibilità che una distruzione anonima possa rendere incontrollabile l’oltrepassamento di un intero sistema.
Se le pratiche come l’autorganizzazione delle lotte, la conflittualità permanente e l’azione diretta diventassero concrete possibilità per gli sfruttati, cosa accadrebbe? Malgrado tutta la sua potenza, il potere teme proprio questo: la diffusione di una rivolta insubordinata, fuori da ogni mediazione e controllo.
Le prospettive di rottura non possono essere contate con il numero degli attacchi fatti al potere, ma dovrebbero essere pensate insieme alla rottura molteplice del tempo e dello spazio dell’oppressione. Questo potrebbe essere l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali esistenti.
La rivendicazione porta in seno anche il terribile problema del linguaggio. Nominare una realtà di cose significa intrinsecamente ridurla e questa riduzione va di pari passo con il tradimento. Il linguaggio non è solo sessista (enorme problema comunque), ma non è nemmeno neutro: spesso serve a celare la questione sollevata da un fatto accaduto.
Un salto nell’ignoto può essere anche fatto sbarazzandosi di tutte le abitudini militanti. Per questo è fondamentale non mutilare certi dibattiti.
Continuare a rimettere a fuoco la possibilità di come intervenire autonomamente nelle lotte, come incendiare le affinità e far generalizzare certe pratiche potrebbe essere il miglior modo per scontrarsi fra differenze, alterità e compagne e compagni che hanno a cuore il lungo ed impervio percorso di sovvertire l’esistente. Ognuno con il suo contributo e non per acuire le differenze per darsi ad un’adesione, ma per trovare i mille rivoli per sabotare il mondo.
Complici non sostenitori 
Oggi sappiamo che difficilmente le lotte sociali, portando in seno rivendicazioni parziali, possono aspirare fin da subito a ribaltare il tavolo delle contrattazioni con il potere per aneliti di rottura con pezzi importanti del dominio. Questa constatazione però non può spingerci nel baratro della rinuncia alle aspirazioni sovversive in contesti sociali. E qui ritorna in gioco la questione del metodo da vivere, non da usare. Un nodo da sciogliere: come porsi con chi ci ascolta e capisce (talvolta) quello che diciamo? Come sono le nostre relazioni con questo fantomatico altro? Questo altro, poi, non è da trovare solo nelle lotte specifiche, ma lo si affronta e ci si confronta anche in altri momenti delle proprie vite, anche quelli più fugaci.
Potrà sembrare una banalità, ma le possibilità che ci diamo per tessere relazioni di complicità con gli altri si basano tutte sulla chiarezza. Diffondere le proprie idee, le proprie tensioni, la propria visione dell’esistente, senza fermarsi alla particolarità contro cui si sta lottando per raccordare il proprio discorso contro il dominio. Questa presunta banalità di base, non può essere mascherata neanche dalla cosiddetta ragione di movimento, che assomiglia non poco alla ragione di Stato. Agire in libertà è sempre meglio del fare in modo forzoso.
Ecco perché è importante fare sempre richiamo alla conflittualità intransigente, quell’ostilità continuativa che crea delle distanze da aspiranti leader e possibilisti portaborse politici, per darsi ad un immaginario che renda palese l’odio per qualsiasi istituzione. Tenersi a distanza per tenere il mondo dello Stato e i suoi mediatori fuori dai nostri contesti relazionali. Un ottimo esempio storico lo si può recepire nella lotta contro il nucleare alla fine degli anni 80: tutto quello che le/i compagne/i hanno portato come contributo a quella lotta era chiaramente ostile ad ogni forma di sotterfugio. Questa irriducibilità non andava solamente contro i signori del nucleare, ma anche contro i signorotti che vedevano quella lotta solo come strumentale per fini politici (la cosiddetta opposizione fittizia di partiti di sinistra, ambientalisti antropocentristi e legalitari insieme a pacifisti, delle volte delatori) e contro anche chi metteva in discussione solo il nucleare, senza preoccuparsi del mondo che lo applaudiva e ne cantava l’avvento perché motore essenziale per la continuazione di guerre e oppressione.
La convinzione che si possa allargare e far deflagrare una lotta specifica anche con il coltello della libertà in mezzo ai denti, senza mai darsi al banchetto delle cariatidi politiche, è data dall’idea minimale che l’insurrezione è un fatto sociale. Non volere una vita diversa dentro gli schemi, ma rompere tutti gli schemi per far esplodere le forze eterogenee, quelle passioni sfrenate che danno senso alla trasformazione.
Questo modo di pensare ha le sue radici anche su un fatto del tutto consequenziale alla forma storica di convivenza sociale chiamata Stato: chi si sente cittadino non ha bisogno di riflettere ed agire, ma detiene la sua fortezza sicura nell’obbedire ed essere strumento funzionale della macchina statale. E allora se ribelli senza nessuna bandiera da difendere decidessero di sperimentare la dispersione nel tempo e nello spazio della sovversione, questa non andrebbe anche contro un certo modo di pensarsi cittadino qualunque e fruitore di servizi?
È la possibilità di incendiare i focolai, di soffiare sul fuoco per generalizzarli, che può farci sentire il calore dell’affinità. Oltre i traboccanti centri, esistono variegate periferie da attraversare e sperimentare. Ecco perché una lotta che indica i difetti di un progetto di morte, senza dare linfa al pensiero che sono gli stessi progetti di morte le protesi del totalitarismo della realtà, non vuole una rivolta contro quel progetto, ma una resistenza per attizzare gli istinti per la maggior parte di dissenso democratico, rimanendo nell’ordine del discorso di potere e contro­potere. Criticare la causa dei mostri creati dall’esistente è un ottimo modo per non essere contro questo modo di intendere il sistema, ma inoltrarsi nella lotta contro qualunque sistema. Rinunciare alla propria tensione utopica fa rima con alleanze, cioè quando il realismo della comunanza forzata ha fatto a pezzi l’eccesso per darsi alla misura della comprensibilità di possibili sostenitori. Altra cosa, diametralmente opposta, è darsi alla ricerca della complicità.
La distruzione di un intero edificio sociale non può essere opera di poche teste calde e sovversive. Nessuna azione, per quanto accurata e rivelatrice di sfruttamento, potrà riuscire a sovvertire interamente questo mondo. Il diluvio insurrezionale ha bisogno degli atti individuali come delle sommosse collettive. Tutte e due dovrebbero essere in cerca della miccia pronta ad esplodere.
Il rifiuto dell’altro è comprensibile e per molti aspetti anche onesto. E questo rifiuto non può essere debellato ritornando alle solite parrocchie militanti, ma facendo esondare le molteplici differenze. L’insurrezione non è una sommatoria di atti, ma come certi atti possono interrompere il potere, allora la ricerca di possibili complici è questione del tutto spontanea per fomentare l’attacco contro il dominio.
Reciprocità contro l’adesione 
Oggi abbiamo davanti a noi una doppia prospettiva: abbandonarci al disordine e al piacere o, in senso qualitativamente opposto, darsi al mondo del reale, alla sua visione utilitaristica delle cose.
Se gli esseri umani aspirano a diventare bravi cittadini, non facendo a meno del pragmatismo e della comunella politicante, allora solo l’esagerazione del desiderio può spezzare questo incubo latente.
La gente chiede a gran voce ordine, tranquillità davanti ad uno schermo e si movimenta solo se le circostanze del proprio orto la fanno sobbalzare. Difficile che mettano a soqquadro un intero modo di pensare. E quando aprono i propri cuori alla possibilità di essere altro, si fermano per paura della caduta.
Se non riusciamo ad avanzare una qualsiasi rivendicazione ragionevole, addio dialettica. Per questo è irragionevole contare sulla ragione delle proprie idee. Togliamoci dalla testa che l’anarchia sia qualcosa che verrà. Possiamo contare su dei complici perché la nostra sete di libertà è un crimine. Un crimine non solo contro lo Stato e il Capitale, ma anche contro la stessa contemporanea convivenza umana.
Ecco perché ricercare l’altra/o porta con sé il desiderio dell’affinità, della conoscenza reciproca, della disponibilità dello scontro relazionale e della comprensione pensante, senza mediatori di mezzo e senza gregari al seguito. La vicinanza dell’altro può avere la forza del riverbero. La singolarità, l’unicità, l’irripetibilità è ostile in ogni istante all’idolo sociale chiamato società. Non si può programmare di imbattersi nell’assurdo, non si può esorcizzare la paura di esso, bisognerebbe solo sperimentarlo. La gioia sta nel pensare e nell’agire, contro il dominio ma anche distante da chi riduce le tensioni in becere divisioni militanti perché, citando Zo D’Axa, non c’è vita ma c’è lotta per la vita.
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Delle capacità rivoluzionarie

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( Dal Web )

Free-lancer [Luigi Galleani]


Una volta, quando un anarchico parlava di sciopero generale, soleva aggiungere anche l’aggettivo rivoluzionario o insurrezionale.
Ora non più.

Ora invece c’è fra gli anarchici chi si sforza a far risaltare che lo sciopero generale per avere un risultato pratico (è la parola preferita) deve essere immune da velleità rivoluzionarie.

Una volta la “barricata” era il simbolo e il segno della lotta anarchica, era il nostro grido di guerra, il nome augurale dei nostri fogli di propaganda e di battaglia, il sogno delle nostre anime rosse.
Ora non più.
Ora c’è fra gli anarchici chi mette in ridicolo la barricata, come una pazzia d’altri tempi; c’è chi nega alla lotta armata aperta piazzaiola, ogni e qualsiasi valore.
Una volta si diceva alle classi dominanti: voi squillerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Ai vostri cannoni, noi opporremo la nostra dinamite.

Oggi non più.

Oggi si esagera la potenzialità delle armi guerresche, per concludere che alla lotta petto a petto col nemico è inutile pensarci più.
Per essere più spicci: una volta si esaltava l’insurrezionismo e tutti s’era d’accordo nel ritenere che soltanto l’urto violento fra le folle armate e i giannizzeri dell’ordine poteva aprire il varco alla libertà ed al benessere. Ora invece si cerca da alcuni di sviar la mentalità anarchica da quella concezione, e si rivestono a nuovo i vecchi e stantii argomenti del socialismo… scientifico; per dimostrare l’inanità dell’atto violento.
Il diavolo s’è fatto frate.
È il vecchio problema delle capacità rivoluzionarie che si riaffaccia più impellente che mai.
Si dice anzitutto: la folla è apatica, codarda, o per lo meno incosciente. Non ci seguirebbe nell’attacco contro le nuove bastiglie borghesi. È quanto dire: la folla è incapace di fare la rivoluzione.

L’angolo visuale, il caposaldo del programma anarchico — se così volete chiamarlo — è la necessità assoluta della rivoluzione sociale. Dente per dente noi diciamo. Sbarra contro sbarra. Alla violenza statale, risponda la violenza plebea.
Una volta ammessa la necessità della rivoluzione, bisogna vedere se c’è nelle masse la capacità a compierla. E se non ci fosse bisognerebbe crearla.
Chi giunge a negare che questa capacità ci sia, che sia possibile crearla, che quando vi fosse sarebbe presso che inutile in quanto che rimarrebbe sterile ed impotente dinanzi alle straboccanti forze nemiche; non può fare a meno di concludere che non c’è via di scampo fuori della riforma.
E in verità, riformisti della più bell’acqua posson chiamarsi coloro fra gli anarchici, i quali rimpiccioliscono e snaturano l’anarchismo negando la possibilità dell’insurrezione armata.
Fra questi ce n’è di quelli che per avvalorare la loro tesi, giungono a sentenziare che i governanti per meglio soffocare le insurrezioni fanno costruire le vie più larghe che sia possibile.

C’è chi crede che le sommosse piazzaiole, le guerriglie, le «jacqueries» non facciano né caldo, né freddo al governo.
 Basterebbe un plotone di fanteria per sedarle…
È strano che gli anarchici italo-americani che la pensano in quel modo, sostenevano e sostengono che una banda di rivoluzionari armati di rivoltelle ammazzacani, potevano impadronirsi del
 Messico, quant’è largo e lungo, e instaurarvi il comunismo.
Quali che siano i moventi e il fine delle guerriglie messicane, una cosa esse dimostrano: che non è così facile come a prima vista si pensa disperdere e sopprimere delle bande armate, quando non sian poche, e mettano in fiamme tutto un paese.
Si dirà che il Messico ha una topografia speciale. Ma l’America non è tutta in New York, né la Francia in Parigi, né l’Italia in Milano.

Chiunque sia passato in un campo minerario e abbia girato gli occhi intorno, ha potuto constatare che un centinaio di minatori armati, appostati negli anfratti delle colline, costringerebbero alla fuga un reggimento di soldati.
C’è chi dice: la massa non comprende l’atto audace dei generosi che si lanciano primi nella mischia. Rimarrebbe indifferente. La massa, rispondiamo noi, si muove sotto gli impulsi dei bisogni e delle emozioni del momento.
Carlo Pisacane e i suoi compagni furono trucidati dai contadini che avevan chiamati alla rivolta contro la tirannide borbonica. Ma qualche anno dopo, Garibaldi e i suoi mille, sbarcando a Marsala furono acclamati e seguiti dal popolo, e poterono compiere quello che era follia sperare.
Altri dicono: gli insorti non sarebbero capaci di tener fronte alla orde poliziesche. Ebbene io, sia detto fra parentesi, non ho il più pallido entusiasmo per la guerra regia, ma sono abbastanza sincero da riconoscere che la guerra, fra tanti mali, avrà recato questo po’ di bene: i superstiti alla strage torneranno ai focolari e all’officina meno torpidi, più audaci, sprezzanti del pericolo.

È stato detto ed a ragione, che colui il quale ha per milioni di volte sfidato la morte durante due… o tre anni di vita di trincea, non scapperà più davanti al randello del poliziotto o alla lancia del cosacco. Egli saprà fabbricare bombe e granate a mano, e saprà farne uso.

C’è di più: dopo tre anni di guerra, il novantanove per cento dei soldati, saranno convinti antimilitaristi. E se è vero che anche oggi si ribellano e si ammutinano di fronte al nemico d’oltre frontiera, è lecito supporre che quegli ammutinamenti e quelle ribellioni si ripeteranno quando si comanderà loro di sparare contro i fratelli, i figli e le madri.
E poi in fin dei conti la rivoluzione non è la guerra su un unico fronte o intorno ad una fortezza. 
È tutto un popolo che insorge, è tutta una nazione che va in fiamme.
 Quei che considerano l’insurrezione come una bagologia giacobina, ripongono tutte le loro speranze nello sciopero generale, e dal modo che parlano lasciano supporre che lo sciopero generale basta a se stesso.
È auto-sufficiente ha detto qualcuno. Noi, — lo abbiamo detto altra volta — senza togliere allo sciopero generale il suo valore, pensiamo che di per se stesso e da solo, non basta a scardinare il regime attuale e che il proletariato dovrà sempre ricorrere all’insurrezione per liberarsi sia dall’oppressione statale, sia dallo sfruttamento economico. Lo sciopero generale non deve essere un sostituto della insurrezione: ecco tutto.
Qualcuno, commentando il recente sciopero generale in Spagna, dice che ogni volta che gli operai minacciano uno sciopero generale la paura s’impossessa della borghesia, (chi lo nega?) e soggiunge che ricorre alle misure estreme: alla legge marziale con le uccisioni per le strade, ai consigli di guerra, alle fucilazioni, per rompere lo sciopero ed assassinare gli scioperanti.
Chiunque non sia abbarbagliato da preconcetti, concluderà che se il governo ricorre alle misure estreme contro gli scioperanti, questi a loro volta, se vorranno preservare la vita e raggiungere 
la vittoria, dovranno ricorrere agli estremi rimedi. Lo sciopero generale, in altre parole, deve essere simultaneo all’insurrezione. Contro la violenza, la violenza: è legge di suprema salute.
La nostra salute, dicono gli altri, è in seno alle organizzazioni operaie.
E da un certo punto di vista non han tutti i torti, perché non son pochi quelli che, una volta oscuri lavoratori, dal seno delle organizzazioni hanno succhiato tanto latte da far della loro pancia una capanna.
La nostra salute, quella degli anarchici essi insistono, è nelle organizzazioni operaie che riescono a produrre movimenti tali da far traballare il regime capitalista governativo.
 Si tratta quindi di domandarsi se nella sola questione economica risieda la forza rivoluzionaria che dovrà cambiare gli attuali ordinamenti sociali.
E ciò potrà essere argomento di un prossimo articolo.
*
Ci siamo domandati nello scorso numero, se — come opinano taluni — nella sola questione economica sta la forza rivoluzionaria capace a travolgere le istituzioni sociali imperanti oggidì.
Noi, pur non negando al fattore economico la sua parte, crediamo di poter affermare che i movimenti ed i rivolgimenti sociali non sono determinati soltanto dai bisogni economici, ma da motivi di ordine politico, morale e sociale, e anche da ragioni di dignità nazionale.
Ad avvalorare questa tesi s’è spesse volte citato il caso della Comune di Parigi, e s’è detto — e certo non a torto — che il popolo parigino insorse forse più di tutto, perché punto dal sentimento patriottico mortificato ed offeso.
Ed anche nelle rivolte del 98 in Italia c’era un po’ di sdegno e di rabbia contro disinganni e i tradimenti del re, della camarilla di corte, e dei generali da vedova allegra.

Del resto anche fra il prossimo sovversivo c’è chi s’augura una disfatta delle armi italiane, perché spingerebbe alla rivolta il popolo disilluso e contrito per immane sacrificio di sangue e di ricchezze, inutilmente compiuto.
E l’unica ragione che induceva Malatesta ad augurarsi la débacle dell’impero teutonico, era la speranza che i sudditi di Guglielmaccio, in tal caso, morsi dal più atroce dei disinganni, avrebbero gridato al traditore e rivoltate le armi contro coloro che li hanno trascinati alla guerra.
Ci torna sempre a mente la frase di Guglielmo Ferrero: «I destini futuri delle nazioni europee dipenderanno dall’impressione che la guerra lascerà sull’animo del popolo».
Il fragore della guerra ha infatti svegliato dal loro lungo letargo le popolazioni più apatiche e ha fatto nascere in loro un pungente interessamento per le questioni ed i problemi della vita nazionale, ed internazionale anche.

Sicché non è azzardato supporre che, per via della grande esaltazione dello spirito nazionale operatasi prima e durante la guerra europea, il problema maggiore e più pressante del dopo-guerra — che potrà acuire la lotta di classe e spingerla verso la sua fase risolutiva — non sarà una pura e semplice questione di aumenti di salari e di diminuzione di ore di lavoro.
Ecco perché noi non crediamo che la salute degli anarchici e dei rivoluzionari sia solo e soltanto nelle organizzazioni economiche, le quali per loro natura rimpiccioliscono la questione sociale ad una gretta questione di stomaco.

Né tampoco siamo portati a credere che soltanto le organizzazioni economiche siano capaci di provocare dei grandiosi movimenti che facciano traballare le colonne della società borghese.
Se il movimento operaio dovesse improntarsi ed informarsi ad una tale credenza — e per molti è una vera e propria superstizione, addirittura un dogma — sarebbe davvero un grande malanno per le sue future sorti. Perché ci condurrebbe ad escludere a priori l’imprevisto od il fortuito storico, che pure hanno tanta parte nello sviluppo delle nazioni e dei popoli, in quanto che precipitano le latenti crisi sociali.
Per le organizzazioni europee la guerra è stata un «imprevisto». Ed è principalmente perciò che sono andate a rifascio; dimostrandoci quanto avessero malcontato sulle loro «forze numeriche», sull’«educazione sindacale» e sulla «coscienza di classe» degli organizzati, nonché sulla onestà politica e la fede… incrollabile dei pastori.

Dal solco della guerra spunteranno nuovi, molteplici ed urgenti problemi, che le organizzazioni politiche ed economiche, ormai sbaragliate, demoralizzate, sfiduciate, non potranno e non sapranno risolvere. E le risolverà la folla anonima, punta dal disinganno e spinta dalla disperazione, opponendo ad estremi mali, estremi rimedi.

Ma v’è di più. C’è ancora da vedere se la questione dei miglioramenti economici, che informa l’attività delle organizzazioni, non possa essere sfruttata dalle classi dominanti; se cioè, per la preservazione del loro privilegio, non possano accondiscendere alle proposte di sedicenti riforme sociali, ed in tal modo acquietare gli animi e addormentare lo spirito di rivolta.
Scriveva Bovio nel 1883, nella prefazione alla terza edizione ad Uomini e tempi, e sembran parole scritte di questi giorni, da un osservatore profondo della convulsa ora storica che volge al tramonto: «Avviene sempre così, le reazioni si appiattano dietro il cartello delle riforme sociali e lì immolano la libertà e l’onore delle nazioni alla idea Fame.
Ma è vero poi che le nazioni fecero conto più del pane, che dell’indipendenza, della libertà e dell’onore? Niente costano alle nazioni i titoli della loro dignità? Innanzi a questi problemi si scopre più tardi il socialismo della reazione».
Già sin d’ora la borghesia comincia a mettere, come suol dirsi, le mani innanzi per non cascare.

Per bocca di Asquith il governo inglese ci fa sapere che sta studiando alcune riforme «per una più equa distribuzione dei frutti dell’industria fra le varie classi della popolazione».
In occasione del minacciato sciopero generale dei ferrovieri in America, ne abbiam visto e sentite delle belle. Abbiamo letto nei giornali conservatori la proposta della statizzazione delle ferrovie. Abbiamo sentito Wilson dichiararsi entusiasticamente favorevole alle 8 ore di lavoro.
La tattica ambigua ed ipocrita dei lodi arbitrali di Wilson, il Giolittismo, e la «politica dei compensi» in Italia, il sindacalismo cattolico, e il neo-sindacalismo nazionalista in Europa, fanno davvero dubitare molto che la forza e la capacità rivoluzionaria trovino asilo nel seno delle organizzazioni economiche.

I più ardenti sostenitori della quadruplice intesa e perciò i nemici più acerrimi dell’impero teutonico, riconoscono che, malgrado tutto, qualcosa han dovuto imparare dalla Germania, e servirà loro d’ammaestramento pel futuro. Essi han riconosciuto cioè che quell’attaccamento rigido e quella fede cieca delle classi lavoratrici di Germania verso i loro governanti ed i loro padroni, ne veniva dalle molte riforme ad esse concesse, e dal miglior trattamento ch’esse godono, in paragone degli altri paesi dove l’industrialismo è più o meno sviluppato.
La vasta legislazione sociale dell’impero era informata appunto allo storico motto di Bismarck: «Lo Stato più forte è quello che dà di più».
I giornali più conservatori lardellano i loro articoli di propaganda bellica con frasi come queste: «La guerra ha messo in valore le grandi energie e la generosa abnegazione delle classi lavoratrici, che nessuno dovrà più mai disconoscere».
«Primo e più urgente compito del governo, all’indomani della guerra, sarà quello di riparare all’incuranza con cui ha trattato pel passato gli interessi più vitali del proletariato, con una più vasta e più equa legislazione sociale».

In una parola l’attuale momento politico in Europa è caratterizzato da un maggiore interessamento delle classi dirigenti per i problemi operai, e tutto fa prevedere che i governi, in nome e per conto dei capitalisti, non disdegneranno di scendere a patti con le organizzazioni operaie, sospingendo il movimento di classe nei tortuosi viottoli della riforma e della collaborazione.
Concludo: l’aggruppamento corporativo anche quando fosse una necessità per raggiungere qualche miglioramento immediato, (che in ultima analisi si risolve in un bel nulla) non sarà mai uno strumento di rivoluzione sociale, poiché per sua stessa natura e pel modo con cui è costretto a svolgere la sua azione, ammansisce anziché irrobustire le capacità rivoluzionarie della massa.

La rivoluzione anarchica

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Renato Souvarine
«È stata spesso ripetuta la frase: La rivoluzione sarà anarchica, o non sarà. L’affermazione può sembrare molto “rivoluzionaria”, molto “anarchica”, ma in realtà è una sciocchezza, quando non è un mezzo peggiore dello stesso riformismo per paralizzare le buone volontà ed indurre la gente a star tranquilla, a sopportare in pace il presente, aspettando il paradiso futuro».
Così E. Malatesta su Umanità Nova del 14 ottobre 1922.
Noi siamo di quelli che, durante l’emballement, l’infatuazione e il delirio dittatoriale di cui erano invasati non pochi anarchici partitisti, abbiamo insistito più che tutti gli altri, con ostinazione e convinzione, sulla Rivoluzione Anarchica, perché siamo convinti che missione degli anarchici, specialmente nei periodi rivoluzionari, è di predicare l’idea dell’Anarchia; e non, in attesa che le masse diventino anarchiche, allearsi coi partiti autoritari di governo per fare una rivoluzione purchessia, che, nel caso concreto, non essendo anarchica, sarà governativa. Ciò significa rinunziare alla nostra specifica funzione di anarchici: significa suicidarsi, tout court.
È gran tempo di apprendere dall’esperienza che i partiti autoritari non sono, per loro natura e definizione, rivoluzionari. Essi non vogliono la rivoluzione. Essi tendono alle rivoluzioni politiche, alla successione dei poteri. Ogni contatto o accordo con essi, per una rivoluzione purchessia, è una abdicazione dell’Anarchismo, a vantaggio dell’Autorità.
«Ma è impossibile realizzare l’Anarchia direttamente e immediatamente, perché le masse non sono anarchiche!», ci si obietta.
Ragione per cui gli anarchici devono far da anarchici fino alla realizzazione dell’Anarchia, dichiarandosi in rivoluzione in permanenza. Tale è il loro compito.
Il fallimento, o il riassorbimento di tutte le rivoluzioni da parte dell’Autorità, ci prova appunto che «all’infuori dell’Anarchia non c’è Rivoluzione»; ma cambiamento di basto e di padrone.
E le società umane hanno espresso appunto dal loro seno, attraverso queste terribili esperienza sanguinose, gli anarchici, perché convincano le grandi masse a cercar il pane e la libertà nell’Anarchia.
Solo gli anarchici sono rivoluzionari.
«Poiché la rivoluzione — scrive il filosofo Bovio — per compiere il suo ciclo destinato, si presenta come sociale, il partito rivoluzionario, per eccellenza, dev’essere anarchico. Si deve presentare non come avverso a questa o quella forma di Stato; ma a tutto lo Stato…».
Ecco in qual senso la Rivoluzione è Anarchica. Essa deve tendere a liberare le società umane dalle sovrastrutture statali.
«Noi intendiamo per rivoluzione — scrive P. Kropotkin — non già un cambiamento di governi; ma la presa di possesso di tutta la ricchezza e l’abolizione di tutti i poteri…».
E fu lui a proclamare altamente che «all’infuori dell’Anarchia, non v’è Rivoluzione».
Anche per Michele Bakunin la «rivoluzione è l’espropriazione del capitale sociale e la distruzione dello Stato».
E convinto che i partiti autoritari volevano una «rivoluzione di governo» per diventare a loro volta «classi dominanti e sfruttanti» non esitò a provocare una scissione cinquant’anni or sono a Saint-Imier. Perché mai dovremmo noi oggi riallearci ai partiti autoritari per far insieme una rivoluzionepurchessia — certamente governativa — la quale potrebbe segnare, date le infatuazione dittatoriali, anche un regresso sullo stesso regime borghese? Forse perché, non essendo le masse ancora anarchiche, non potremo realizzare l’Anarchia immediatamente all’indomani della rivoluzione?
Noi crediamo che i nostri compagni siano vittime del concetto contingentista immediatista ch’essi hanno dell’indomani della rivoluzione... Essi sono vittime dei fantasmi che si sono creati da loro stessi. Essi si sono buttati alla conquista delle masse. V’è del gregge anche anarchico. Furono fatte delle promesse. Si parlò loro di realizzazioni, di costruzioni immediate all’indomani della rivoluzione. E qualcosa bisogna ora ben dare. E siccome l’Anarchia non si può realizzare sic et simpliciter, così è necessario allearsi coi partiti autoritari per fare una rivoluzione purchessia, e per realizzare quel quantumch’è compatibile all’ombra del loro Stato operaio.
Noi abbiamo delle idee eterodosse sul ciclo della rivoluzione; sull’indomani della rivoluzione e sul compito specifico degli anarchici nel ciclo della rivoluzione.
Diciamo subito che il vasto e profondo processo di distruzione e di ricostruzione che usiamo chiamare «rivoluzione sociale» durerà tutta un’epoca storica, la quale, probabilmente, comprenderà dei secoli.
Il compito degli anarchici durante questo vasto ciclo storico è stato definito con efficacia, chiarezza e precisione da Eliseo Reclus: «Finché durerà l’iniquità, noi anarchici resteremo in rivoluzione in permanenza».
Convinti di questa profonda verità, noi andiamo scrivendo da parecchio che «siamo in rivoluzione in permanenza». e vi resteremo, finché non sarà scomparso l’ultimo vestigio di autorità statale e padronale.
Non solo; ma noi siamo pure convinti che siamo da molti anni in «periodo rivoluzionario» e crediamo quindi che la frase all’«indomani della rivoluzione» sia una frase molto lata ed elastica.
Che vuol dire «l’indomani della rivoluzione»? «L’indomani» può durare anche un secolo o alcuni secoli. E l’Anarchia trionferà non attraverso una, ma probabilmente attraverso una serie di rivoluzioni… E finché non trionferà l’Anarchia, i popoli non cambieranno che di basto e di padrone. Purtroppo, è battendo col naso nei «governi», cioè sanguinando, rimanendo delusi e amareggiati che le parti più intelligenti: le minoranze delle popolazioni, diventeranno anarchiche e s’uniranno agli anarchici per distruggere ogni governo.
Ma «è premessa salda e incrollabile dell’anarchismo, che una minoranza armata di audacia, di coraggio e di fede possa trascinare alle battaglie più cruente e più vaste il grosso dell’esercito proletario.
Perché la grande massa degli operai si persuaderà di tutta la grandezza della rivoluzione soltanto quando avrà potuto godere i benefici che essa ne apporterà» — ammoniva un noto compagno.
«E siccome una rivoluzione — precisava il mite Pietro Gori — sì vasta e profonda non si svolge e trionfa in un giorno, in un mese, od in un anno, ma riempie di sé tutta un’epoca, e sviluppa quasi in ogni istante della vita quotidiana i suoi singolari ed eloquenti fenomeni — così possiamo ben dire di esser già in piena rivoluzione sociale…».
E Luigi Galleani precisava bene e meglio ancora:
«Se oggi l’Anarchia non è, gli è evidentemente perché mancano le condizioni in cui possa stabilirsi e germogliare, donde la necessità della rivoluzione. Dalla quale non bisogna avere il criterio infantile che sia un lampo, una meteora. Se inseguendo il suffragio universale noi siamo sempre nel ciclo rivoluzionario della dichiarazione dei diritti, se è occorso cioè oltre un secolo perché si realizzassero i postulati della rivoluzione esclusivamente politica del 1789, bisognerà ritenere che il ciclo rinnovatore che sarà inaugurato dalla rivoluzione sociale duri anche più, e che durante questo lungo, attivo, incessante esperimento di forme e di rapporti l’umanità nuova troverà i mezzi di realizzare il sogno di libertà, di uguaglianza, di pace enunciato dall’aspirazione della rivoluzione anarchica».
Perché la questione è tutta qui: Noi sappiamo che, non essendo le popolazioni ancora anarchiche, non si potrà realizzare immediatamente, dopo una, due, tre, ecc. rivoluzioni nei differente paesi l’Anarchia. Noi sappiamo, purtroppo, che le rivoluzioni saranno riassorbite dalle Autorità, cioè dai partiti autoritari di governo. Ma è forse compito degli anarchici allearsi coi suddetti partiti autoritari e dar loro una mano a riassorbire la rivoluzione coll’illusione di realizzare… che cosa? O non è forse missione degli anarchici di «restar in rivoluzione in permanenza», di tendere l’arco di tutte le forze per mantenere il ciclo della rivoluzione il più lungamente aperto che sia possibile, e, soprattutto, denunziare subito ai lavoratori il «governo» come il distruttore della rivoluzione, perché essi, battendoci dentro col naso, imparino che la «rivoluzione è anarchica, o non è rivoluzione; ma cambiamento di governo e di governanti»?
Predicando poi la «rivoluzione anarchica» non è vero che «si fa il gioco della borghesia» perché si rinunzia alla… rivoluzione purchessia, fatta d’accordo coi grandi… rivoluzionari D’Aragona e Serrati. Nella fattispecie, cioè nel passato periodo rivoluzionario, noi abbiamo compiuto tutta la nostra parte. Ciò dovrebbe esser noto a U.N., ci pare.
Ma i nostri compagni ci pare che da quando hanno costruito un Partito rispettabile sian vittime del miraggio della ricostruzione! Essi, pur di ricostruire, si alleerebbero col diavolo per una rivoluzione purchessia. E sono tanto invasati da questa diabolica e grande illusione ricostruttoria di denunciare urbi et orbi che noi predichiamo la rivoluzione anarchica, perché non vogliamo neanche un tozzo di rivoluzione ottenibile con degli accordi coi Confederalisti e coi socialisti. Come se noi avessimo la potenza taumaturgica di evitare e scongiurare le rivoluzioni con questo cencio di carta! Hanno un bel e profondo concetto delle necessità storiche, davvero!
Ma giust’appunto perché le masse non sono anarchiche; perché sarà impossibile realizzare l’Anarchia subito all’indomani; noi domandiamo a codesti egregi compagni, se è già sorpassato il periodo demolitore e se siamo entrati nel periodo ricostruttore. E dovrebbero dirci che cosa precisamente vogliono e possono ricostruire d’accordo coi partiti autoritari colla loro rivoluzione purchessia, che non sia un governo con la relativa forca e lo sterminio degli anarchici!
Le rivoluzioni avvengono — bene e meglio — senza gli accordi coi socialisti di governo. E compito degli anarchici in esse è distruggere nella psicologia delle folle l’«idea» del governo e impedirne il «fatto»…
Alla vigilia del Congresso Anarchico di Bologna, luglio 1920, Luigi Galleani così ammoniva gli anarchici «ricostruttori» intenti a costruire i «piani di riorganizzazione» per l’imminente rivoluzione. Scriveva dunque Luigi Galleani:
«La prossima rivoluzione che dovrà sovvertire dalle fondamenta, nelle sue basi economiche, nei basistici privilegi di classe l’infame ordine sociale, non durerà dunque che dal sabato al lunedì, in cui i consigli di fabbrica accorreranno per adagiare sulle vecchie fondamenta la casa nuova che avranno arbitrariamente costruita pei redenti cittadini dell’ordine novo?
Non ci fate piangere!
La rivoluzione del 1789, la quale non investì che l’opera morta, che l’involucro esteriore dell’antico regime, non ha dopo centotrent’anni realizzato fino ad ora i postulati della Dichiarazione dei Diritti: i nostri buoni “cittadini” sono sempre a comizio per reclamare il suffragio universale.
Interpretata dai filosofi, da Gianbattista Vico o da Giuseppe Ferrari, la storia affida a ciascuna generazione la sua parte del compito rinnovatore. La generazione critica è superata? Ed è la volta allora della generazione che del vecchio, dell’irrazionale, dell’iniquo, deve iniziare la demolizione. È la nostra. Non vorrà, speriamo, eluderlo ipotecando la funzione ricostruttiva dei nipoti.
Distruggere deve! Scavare la fossa al passato, abbattere nell’ordine borghese ogni vestigia, sgombrare il terreno ai figli che, liberi, potranno soli riedificare la libera città dell’uguaglianza e della pace, della giustizia e dell’amore che è il nostro sogno, che sarà il loro orgoglio e la loro gloria».
Ed alcuni anni prima così precisava egli la missione degli anarchici nel periodo attuale:
«Non è dinnanzi a voi che una forma ed un patto di ricostruzione: distruggere! demolire, liberare il terreno dalle scorie e dai detriti del vecchio ordine;distruggere! senza scrupoli, senza pietà, senza riposo, senza paure: distruggere!
Penseranno i venturi, i figli ed i nipoti ad edificare la città nuova e felice, in cui tutti gli aneliti di libertà troveranno la consacrazione, il pensiero libero, il lavoro libero, l’amore libero, la libera integrale educazione dei figli ad ugual presidio della vita e della civiltà.
Distruggere!
Mano alla scure ed al piccone e menate sodo: non c’è altro rimedio!».
Allearsi coi partiti autoritari per aiutarli con una rivoluzione purchessia a rizzare la forca per gli… alleati anarchici è rinunziare al nostro compito di anarchici, è abdicare, è suicidarsi.
Bisogna rimanere in rivoluzione in permanenza sino alla distruzione dell’ultimo vestigio dell’Autorità, sino all’avvento dell’Anarchia. Perché l’Anarchia hanno da realizzarla gli anarchici. I governi fondarli gli autoritari. Nessun compromesso è possibile o utile, per nessuna ragione, tra libertari e autoritari.
Noi dobbiamo restare accampati perennemente contro i Governi, le Autorità e i partiti di autorità che sono gli embrioni di governo. Noi dobbiamo tendere con tute le energie alla Rivoluzione Anarchica, perché «all’infuori dell’Anarchia non v’è Rivoluzione». Non v’è che cambiamento di governo e di governanti.
«All’anarchia — intesa come società di liberi e d’uguali — non si passerà così, di punto in bianco. Avrà un’applicazione universale, per dir così, soltanto quando l’umanità tutta si sentirà capace di vivere senza le odierne forme di coercizione. E le rovescerà pel fatto stesso che non le ritiene necessarie, ma dannose. Però se l’anarchia potremo viverla in un lontano domani e la saluteranno certo le generazioni ora nascenti, l’anarchismo noi possiamo e dobbiamo viverlo oggi.
Perché l’anarchismo si propone di determinare la lotta che già esiste oggi latente nel seno della società in senso proficuo agli interessi di tutti, di svegliare lo spirito di ribellione innato nel popolo e spingerlo alla rivolta contro le classi dominanti.
Attraverso una serie di insurrezioni e di rivoluzioni, il proletariato giungerà alla sua integrale emancipazione dal triplice servaggio economico, politico e morale».
Gli anarchici devono lavorare per la rivoluzione anarchica.
[L’Avvenire Anarchico, 1922]

Distruzione

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Louise Michel
In altri tempi, la massa popolare che crede nei possibili aggiustamenti delle vecchie leggi gridava arrabbiata: Revisione! Revisione! Avevamo un bel dire che, pur cambiando i vestiti usati con altri alla moda, non sarebbe cambiato il manichino, e che la vecchia cara Costituzione sarebbe rimasta la stessa, bardata da Cornelia — eravamo troppo nel vero per essere creduti, e chi stava al governo si era fatto carico di procedere a vele spiegate.
Già da domani più nulla sarà possibile se non la Rivoluzione — Tutte le riforme ruminate affinché diventino opportunamente possibili; tutte le cose mostruosamente rivestite di bava di rettile perché si possano inghiottire — fanno orrore; ciò che reclamano tutte le miserie, tutte le indignazioni, è la Distruzione!
Non vi è nulla da conservare delle maledette leggi che permettono di imbottire di mitraglia il ventre dei lavoratori, e di biglietti di banca le casse degli illustri truffatori che legiferano.
Che esseri umani in questa società capitalista! Vi brulicano con agio le larve più immonde!
Ma anche in questo letamaio germinano per futuri raccolti i forti semi innaffiati perennemente dalla rossa rugiada del sangue.
Distruzione! per tutte le infamie. Rivoluzione! se l’umanità vuole vivere.
Ci si rammarica per i neri d’Africa mancanti della lebbra della nostra civiltà.
Aspettiamo a portar loro i nostri costumi che varrebbero più dei loro!
Sarà la Rivoluzione a passare sul mondo, seminando la libertà, la giustizia, la vita; è la Distruzione che occorre alla società attuale.Le passeggiate alla ghigliottina e al potere, le coalizioni di sovrani ed affamatori, le fucilate sugli scioperanti, è questo che sarà riabilitato di nuovo con una revisione!
Fuoco alle leggi che ci fanno ciò che siamo, largo a una fase umana o alla morte!

Rifiuto della leggenda

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Louis Mercier
Costruita sugli uomini, la Rivoluzione spagnola non è né una costruzione perfetta né un castello leggendario. Il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari.
La mania di vantare i nostri atti d’eroismo e le nostre capacità d’improvvisazione è fatale, perché riduce al solo piano personale la ricerca di soluzioni sociali e cancella con un artificio della propaganda le situazioni a cui non fummo in grado di far fronte. La tendenza a magnificare i militanti della CNT e della FAI maschera la nostra incapacità di operare in modo efficace laddove ci troviamo, laddove lavoriamo e siamo in grado di intervenire. Troppo spesso è una evasione dal nostro tempo e dal nostro mondo. Senza contare che gli stessi militanti spagnoli si ritrovano sollevati dalle loro responsabilità, si vedono sospesi come immagini di santi che non sanno d’esserlo, e cristallizzati in atteggiamenti mentre occorre che agiscano con gli occhi aperti.
Non possiamo vivere nel disprezzo del presente per sostenere che ciò che è stato non sarà più, con l’orgoglio che copre la ritirata. La Spagna non fu solo offerta dal caso delle mute societarie; così come non è stato soltanto il crogiolo in cui andarono a fondersi i destini individuali. Evitiamo quindi le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito.
Nel 1956 la speranza di un ritorno e di una rivincita assume, forse in maniera più chiara che nel 1936, la forma del lieto fine e non dell’impegno nella realtà. Per molti rivoluzionari accorsi nella Spagna di fuoco e di lotta, non era una speranza ma la fine della speranza, l’estremo sacrificio gustato come una sfida ad un mondo complicato e assurdo, come il tragico risultato di una società in cui la dignità umana viene ogni giorno calpestata. Completamente dediti alla realizzazione del loro destino individuale in una situazione che permettesse il dono totale, pochi di loro pensarono al domani.
È così che, nel segreto dei cuori, nell’isolamento che risponde al vomito e alle promiscuità della vita banale, si coltiva il ritorno al luglio 1936 come l’attesa di una grande festa barbara e religiosa. Guardiamoci da questa attesa, se non vogliamo finire nell’amarezza e nella delusione. La dinamite cerebrale della Spagna del 1936 era asciugata dal sole delle miserie e delle rivolte. Esplose e si perse troppo ai quattro orizzonti della penisola e del mondo, lasciando in piedi miseria e fabbriche in rivolta. Il coraggio non era seduto solo sul treppiedi della mitragliatrice. L’eroismo non fu riservato solo agli assalti. L’uno e l’altro scavavano nella roccia dell’esistenza di ogni giorno e fornivano un’armatura alle velleità episodiche delle masse. Ieri come oggi, esse dovevano affrontare l’assurdo provocato dalle equazioni economiche e dai clamori di folle mutevoli.
Questa consapevolezza delle situazioni sociali duramente pagata con un doloroso apprendimento non possiamo perderla, né in Spagna né altrove. La passione libertaria assume valore solo in funzione dei problemi da risolvere; non può perdersi nelle apocalissi di circostanza o consumarsi in cupe esaltazioni. Certo, trova alimento nell’esperienza del miliziano che stringe il suo fucile a garanzia della propria indipendenza, ma anche nello sforzo dell’operaio anonimo che stimola correnti lucide e prepara futuri meno desolanti.
Nello strano universo in cui viviamo, le false speranze che permettono di dimenticare i cento metodi che contribuiscono a fabbricare i totalitarismi non sono né coraggiose né eroiche. La volontà e l’audacia individuali possono intervenire anch’esse sugli schemi, le statistiche e i fatti. Tanto quanto l’azione della comunità volontarie può influenzare il destino del mondo, a condizione di prevedere e misurare.
Nelle buche scavate lungo le colline d’Aragona, gli uomini vissero fraternamente e pericolosamente, senza bisogno di speranza perché vivevano pienamente, consapevoli di essere ciò che avevano voluto essere. È un dialogo con loro, un dialogo con i morti che abbiamo tentato affinché della loro verità rimanga di che aiutare i sopravvissuti e i vivi.
Bianchi, il ladro che offrì il prodotto dei suoi furti per comprare armi.
Staradolz, il vagabondo bulgaro che morì da signore.
Bolchakov, il machnovista che, sebbene senza cavallo, perpetuò l’Ucraina ribelle.
Santin il bordolese, i cui tatuaggi rivelavano l’ossessione di una vita pura.
Giua, il giovane pensatore di Milano venuto a bruciarsi all’aria aperta.
Jimenez dai nomi multipli che dimostrò la potenza di un corpo debole.
Manolo, il cui coraggio ci fece misurare le nostre ridicole audacie.
Di tutti questi, e di mille altri, non rimangono che tracce chimiche, residui di corpi bruciati con la benzina, e il ricordo di una fratellanza. Ci è stata data prova di una vita collettiva possibile, senza dio né padrone, quindi con gli uomini così come sono e nelle condizioni di un mondo così come gli uomini lo fanno.
Perché questo esempio dovrebbe essere valido solo per ore di alta tensione? Perché il destino non si potrebbe forgiare tutti i giorni?

Attraverso Utopia

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Maria Luisa Berneri
La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e «gli uomini pratici» governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.
Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l’internazionalismo, Platone riconosceva l’uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All’inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.
Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese. Alla fine del XVII e nel XVIII secolo, ritroviamo idee ancor più sorprendenti e audaci riguardo alla religione, ai rapporti sessuali, alla natura del governo e della legge. Siamo talmente abituati a pensare che i movimenti progressisti abbiano avuto inizio col XIX secolo, che ci stupiamo di vedere che la degenerazione del pensiero utopico comincia proprio allora. Le utopie, in genere, diventano timorose; la proprietà privata e il denaro vengono spesso giudicati necessari; gli uomini devono considerarsi felici a lavorare otto ore al giorno e non c’è nemmeno da pensare alla possibilità che il loro lavoro sia attraente. Le donne son sottoposte alla tutela dei loro mariti e i figli a quella del padre. Ma prima che le utopie venissero contaminate dallo spirito «realista» del nostro tempo, esse fiorirono con una varietà ed una ricchezza che ci fanno dubitare nella validità della nostra pretesa di aver ottenuto qualche avanzamento nel progresso sociale.
Ciò non significa che tutte le utopie siano state rivoluzionarie e progressiste: la maggior parte di esse hanno avuto queste due qualità, ma poche sono state completamente rivoluzionarie. Gli scrittori utopistici furono rivoluzionari quando auspicavano una comunità di beni al tempo in cui la proprietà privata era ritenuta sacra, il diritto per ogni individuo di sfamarsi quando i mendicanti venivano impiccati, la parità delle donne quando queste erano considerate poco più che schiave, la dignità del lavoro manuale quando esso veniva ritenuto ed era reso un’occupazione degradante, il diritto di ogni bambino ad una infanzia felice e ad una buona istruzione quando questo era riservato ai figli dei nobili e dei ricchi. Tutto ciò ha contribuito a rendere la parola «Utopia» sinonimo di una forma felice e desiderabile di società. Utopia, a questo riguardo, rappresenta il bisogno degli uomini alla felicità, il loro segreto desiderio dell’Età dell’Oro, o, come altri l’immaginavano, del Paradiso perduto.
Ma quel sogno aveva spesso i suoi lati oscuri. C’erano schiavi nella Repubblica di Platone e nell’Utopia di Moro; c’erano omicidi di massa di iloti nella Sparta di Licurgo; e guerre, esecuzioni, disciplina ferrea, intolleranza religiosa si ritrovano spesso a fianco delle istituzioni più illuminate. Questi aspetti, che spesso sono stati ignorati dagli ammiratori di utopie, discendono dalla concezione autoritaria su cui molte utopie vennero edificate e sono assenti da quelle che tendono al raggiungimento della completa libertà.
Due orientamenti principali si manifestano nel pensiero utopistico attraverso il tempo. Uno tende alla felicità dell’umanità attraverso il benessere materiale, l’annullamento dell’individualità dell’uomo nel gruppo e nella grandezza dello Stato. L’altro, mentre richiede un certo livello di agiatezza materiale, ritiene che la felicità sia la conseguenza della libera espressione della personalità dell’uomo e non debba essere sacrificata ad un arbitrario codice morale o agli interessi dello Stato. Questi due orientamenti corrispondono a differenti concezioni del progresso. Per gli utopisti anti-autoritari, il progresso viene valutato, secondo le parole di Herbert Read: «dal grado di differenziazione all’interno di una società. Se l’individuo è un’unità in una massa compatta, la sua vita non è solamente piatta e breve, ma triste e meccanica. Se l’individuo è un’unità a sé, con spazio e potenzialità per l’attività separata, allora può essere maggiormente soggetto al caso o alla sorte, ma almeno può espandersi e esprimersi. Egli può sviluppare (sviluppare nell’unico vero significato della parola) se stesso in consapevolezza di forza, vitalità e gioia».
Ma, come nota sempre Herbert Read, non è sempre stata questa la definizione di progresso:
«Molte persone cercano sicurezza nelle cifre, felicità nell’anonimato e dignità nella routine. Non chiedono niente di meglio che di essere pecore guidate dal pastore, soldati sotto un capitano, schiavi sotto un tiranno. I pochi che si differenziano diventano i pastori, i capitani e i tiranni di questi seguaci volontari.»
Le utopie autoritarie miravano a fornire pastori, capitani e tiranni alla gente, che fossero sotto il nome di guardiani, filarchi o samurai.
Tali utopie erano progressiste in quanto desideravano abolire le diseguaglianze economiche, ma sostituivano la vecchia schiavitù economica con una nuova: gli uomini non erano più gli schiavi dei loro padroni o imprenditori, per diventare gli schiavi della Nazione e dello Stato. Il potere dello Stato è a volte basato sul potere morale e militare, come nella Repubblica di Platone, sulla religione, come in Christianopolis di Andreä, o sulla proprietà dei mezzi di produzione e di distribuzione come nella maggior parte delle utopie del XIX sec. Ma il risultato è sempre lo stesso: l’individuo è costretto a seguire un codice di comportamento morale artificialmente creato per lui.
Le contraddizioni inerenti alla maggior parte delle utopie son dovute a questa concezione autoritaria. Gli artefici di utopie volevano dare libertà alla gente, ma la libertà che vien concessa non è più libertà. Diderot fu uno degli scrittori utopistici che si negò persino il diritto di decretare che «ognuno dovrebbe fare come vuole»; ma i creatori di utopie, nella loro maggioranza, son decisi a rimanere i padroni delle loro immaginarie comunità. Mentre pretendono di dare la libertà, emanano un dettagliato codice che dev’essere seguito minuziosamente. Ci sono legislatori, re, magistrati, preti, presidenti di assemblee nazionali nelle loro utopie; e tuttavia, dopo aver decretato, codificato, ordinato matrimoni, imprigionamenti ed esecuzioni, pretendono ancora che la gente sia libera di fare quel che desidera. È fin troppo evidente che Campanella immaginò di essere il Grande Metafisico nella sua Città del Sole, Bacone un padre della sua Casa di Salomone e Cabet il legislatore della sua Icaria. Se avessero avuto lo spirito di Tommaso Moro avrebbero potuto esprimere il loro segreto desiderio con molto umorismo: «Non puoi credere quanto io sia inebriato», egli scrisse al suo amico Erasmo, «quanto sia cresciuto in statura e stia a testa alta; mi figuro continuamente nella parte di sovrano di Utopia; in effetti mi vedo passeggiare colla corona di spighe di grano in testa, indossando un saio francescano e tenendo come scettro un mazzo di spighe, seguìto da una gran moltitudine di gente di Amauroto». A volte altri devono far rilevare le incoerenze del loro sogno, come quando Gonzalez in La Tempesta parla ai suoi compagni dell’ideale comunità che gli piacerebbe creare sulla sua isola:
«Gonzalez: Nella comunità organizzerei tutto al contrario; poiché non permetterei alcun tipo di commercio; nessuna carica di magistrato; le lettere rimarrebbero ignote; niente ricchi, né povertà, né servizi; nessun contratto, atto di successione, confine di terra, di coltivazione, di vigneto; niente metallo, grano o vino o olio; nessuna occupazione, tutti gli uomini oziosi, tutti; e anche le donne, ma innocenti e pure; nessuna sovranità…
Sebastian: Però lui vorrebbe farvi il re.
Antonio: La fine ultima della sua comunità dimentica l’inizio».
Un’altra contraddizione delle utopie autoritarie sta nella affermazione che le loro leggi seguono l’ordine di natura mentre in realtà il loro codice è stato costituito arbitrariamente. Gli scrittori utopistici, invece di tentare di scoprire le leggi di natura, preferivano inventarsele, o trovarle negli «archivi dell’antica avvedutezza». Per alcuni di loro, come Mably o Morelly, il codice di natura era quello di Sparta e invece di fondare le loro utopie su comunità viventi e su uomini che essi avessero conosciuto, le basavano su concezioni astratte. A ciò si deve l’atmosfera artificiosa prevalente in moltissime utopie: gli utopisti sono creature uniformi con identici bisogni e reazioni e privi di emozioni e di passioni, giacché queste sarebbero espressione di individualità. Questa uniformità si riflette in ogni aspetto della vita utopistica, dagli abiti all’orario, dal comportamento morale agli interessi intellettuali. Come ha osservato H.G. Wells: «In quasi ogni Utopia (ad eccezione, forse di Notizie da nessun luogo di Morris) ci sono edifici belli ma anonimi, coltivazioni simmetriche e perfette e una gran massa di gente sana, felice, vestita magnificamente, ma senza alcun tratto personale. Troppo spesso il quadro assomiglia alla chiave di uno di quei grandi quadri di incoronazioni, matrimoni reali, parlamenti, convegni e riunioni dei tempi vittoriani, in cui, invece di un volto, ogni figura ha il suo ovale con il numero di riferimento ben chiaro.»
Anche la messa in opera dell’utopia è artificiale. Alla nazione uniformata deve corrispondere una campagna o una città uniforme. Lo amore autoritario per la simmetria induce gli utopisti a sopprimere montagne o fiumi e persino ad immaginare isole perfettamente circolari e fiumi perfettamente rettilinei.
«Nell’utopia dello Stato Nazionale – scrive Lewis Mumford – non ci sono regioni naturali; e il concentramento altrettanto naturale della popolazione in città, villaggi e paesi, che, come osserva Aristotele, è forse il principale punto di differenziazione tra l’uomo e gli altri animali, è tollerato unicamente a condizione che lo Stato consegni a questi gruppi una parte della sua onnipotente autorità, o “sovranità” come vien chiamata, e permetta loro un’esistenza collettiva. Purtroppo per questo meraviglioso sogno, che generazioni di giuristi e di statisti si sono arrovellate a progettare, le città nacquero ben prima degli Stati (esisteva una Roma sul Tevere molto prima di un Impero Romano) e la graziosa concessione dello Stato è semplicemente un’approvazione a malincuore del fatto compiuto…
«Invece di accettare le regioni naturali ed i gruppi naturali di popolazione, l’utopia del nazionalismo stabilisce con la riga del topografo una certa zona chiamata territorio nazionale e rende tutti gli abitanti di questo territorio membri di un unico, indivisibile gruppo, la nazione, che si pensa precedente come volontà e superiore come potere a tutti gli altri gruppi. Questa è l’unica formazione sociale che sia ufficialmente riconosciuta all’interno dell’utopia nazionale. Ciò che è comune a tutti gli abitanti di questo territorio si crede sia di ben maggiore importanza rispetto a qualunque cosa che unisca insieme gli uomini in particolari agglomerati civili o industriali.»
Questa uniformità è mantenuta da un forte Stato nazionale. La proprietà privata viene abolita a Utopia, non semplicemente per istituire l’uguaglianza tra i cittadini o a causa della sua influenza corruttrice, ma perché presenta un pericolo per l’unità dello Stato. Anche l’atteggiamento nei riguardi della famiglia viene determinato dal desiderio di mantenere uno Stato unito. Molte utopie rimangono nella tradizione platonica ed aboliscono la famiglia insieme al matrimonio monogamico, mentre altre seguono Tommaso Moro e sostengono la famiglia patriarcale, il matrimonio monogamico e l’educazione dei bambini all’interno dell’ovile della famiglia. Un terzo orientamento realizza un compromesso conservando le istituzioni familiari ma affidando allo Stato l’educazione dei bambini.
Quando le utopie vogliono abolire la famiglia è per le medesime ragioni per cui vogliono abolire la proprietà. La famiglia viene considerata come un istituto che incoraggia gli istinti egoistici e pertanto come responsabile di un’influenza disintegratrice sulla comunità. D’altra parte, i sostenitori della famiglia vedono in essa la base di uno Stato stabile, il nucleo indispensabile, il campo di addestramento per le virtù dell’obbedienza e della fedeltà richieste dallo Stato. Essi ritengono, a ragion veduta, che la famiglia autoritaria, lungi dal rappresentare un pericolo inculcando tendenze individualistiche nei bambini, li abitui anzi a rispettare l’autorità del padre; essi più tardi obbediranno altrettanto ciecamente agli ordini dello Stato.
Uno Stato forte necessita di una classe o di una casta dominante che detenga il potere sul resto della popolazione e, mentre i progettatori di comunità ideali misero gran cura nell’assicurarsi che la proprietà non corrompesse né disunisse questa classe dirigente, non s’accorsero, di solito, del pericolo che la brama di potere potesse corrompere e dividere i dominatori e opprimere il popolo. Platone fu il principale colpevole a questo riguardo. I suoi guardiani avevano tutto il potere nella città, mentre Plutarco era consapevole degli abusi che sarebbero stati compiuti dagli spartani, ma non propose rimedi. Tommaso Moro suggerì una nuova concezione: quella di uno Stato rappresentante tutti i cittadini, ad eccezione di un piccolo numero di schiavi. Il suo regime era quello che noi chiameremmo democratico; ossia il potere veniva esercitato dai rappresentanti del popolo. Ma questi rappresentanti avevano il potere di amministrare le leggi piuttosto che quello di progettarle, poiché le leggi principali erano state date al Paese da un legislatore. Lo Stato pertanto amministrava un codice di leggi che la comunità non aveva fatto. Di più, per il carattere centralizzato di quello Stato, le leggi erano le stesse per ogni cittadino e per ogni sezione della comunità e non tenevano conto della trasformazione di fattori personali. Per questo motivo, alcuni scrittori utopistici, come Gerrard Winstanley, erano contrari alla delega, da parte della comunità, del suo potere ad un corpo centrale, temendo che in effetti essa perdesse la sua libertà e vollero che mantenesse il suo governo autonomo. Gabriel de Foigny e Diderot andarono ancor più oltre abolendo del tutto qualsiasi governo.
L’esistenza dello Stato necessita anche di due codici di comportamento morale, poiché lo Stato non solo divide la popolazione in classi ma divide anche l’umanità in nazioni. La fedeltà allo Stato esige un certo codice di comportamento per i rapporti tra i cittadini della comunità e un altro per i rapporti tra i cittadini e gli schiavi o i «barbari». Tutto ciò che è proibito nei rapporti tra eguali è permesso nei riguardi di coloro che son considerati esseri inferiori. Il cittadino utopiano è gentile e cortese verso i suoi pari ma crudele con i suoi schiavi; ama la pace in casa ma conduce le guerre più violente all’esterno. Tutte le utopie che seguono le orme di Platone ammettono questo dualismo nell’uomo. Che questo dualismo esista nella società così come noi la conosciamo è abbastanza vero, ma può parere curioso che non sia stato eliminato in una «società perfetta». L’ideale universalista di Zenone che, nella sua Repubblica, proclamò la fratellanza degli uomini di tutte le nazioni, non è mai stato adottato dagli scrittori utopistici. La maggioranza delle utopie ammette le guerre come parte inevitabile del loro sistema, come in verità dev’essere, in quanto l’esistenza di uno Stato nazionale dà sempre luogo a guerre.
Lo Stato utopistico autoritario non ammette alcuna personalità tanto forte ed indipendente da concepire la trasformazione o la rivolta. Dacché le istituzioni utopistiche sono considerate perfette, è superfluo dire che non possono essere suscettibili di miglioramento. Lo Stato utopistico è essenzialmente statico e non permette ai suoi cittadini di lottare o anche di sognare un’utopia migliore.
Questo schiacciamento della personalità dell’uomo spesso comporta un carattere assolutamente totalitario. È il legislatore del Governo che decide la pianificazione delle città e delle case; questi piani vengono preparati secondo i più razionali princìpi e le migliori conoscenze tecniche, ma non sono l’espressione organica della comunità. Una casa, come una città può esser fatta di materiali inanimati, ma dovrebbe includere lo spirito di coloro che la costruiscono. Allo stesso modo, le uniformi utopistiche posson essere più comode e attraenti dei normali abiti, ma non permettono all’individualità personale di esprimersi.
Lo Stato utopistico è ancor più feroce nella repressione della libertà dell’artista. Il poeta, il pittore, lo scultore devono tutti diventare servitori ed agenti di propaganda dello Stato. A loro è proibita l’espressione individuale nella estetica o nella morale, ma il vero scopo è di soffocare qualsiasi manifestazione di libertà. Moltissime utopie fallirebbero il «test dell’arte» suggerito da Herbert Read: «Platone, che viene ricordato troppo spesso e troppo compiacentemente, bandì i poeti dalla sua Repubblica. Ma quella Repubblica era un ingannevole modello di perfezione. Poteva essere realizzata da un dittatore, ma poteva funzionare unicamente come funziona una macchina: meccanicamente. E le macchine funzionano meccanicamente solo perché son fatte di materiali inanimati ed inorganici. Se si vuole esprimere la differenza tra una società progressista organica e un regime statico totalitario, lo si può fare con una sola parola: la parola arte. Solo a condizione che l’artista sia lasciato libero di agire la società può includere quegli ideali di libertà e di sviluppo intellettuale che a moltissimi tra noi paiono le sole garanzie degne della vita».
Le Utopie che superano questo test sono quelle che si oppongono alla concezione dello Stato centralizzato, quelle di una federazione di libere collettività, in cui l’individuo possa esprimere la sua personalità senza essere sottoposto alla censura di un codice artificiale, in cui libertà non sia una parola astratta ma si manifesti concretamente nel lavoro, che sia quello del pittore o quello del muratore. Queste utopie non sono coinvolte nella struttura morta dell’organizzazione della società, ma negli ideali su cui può essere edificata una società migliore. Le Utopie anti-autoritarie sono meno numerose ed esercitano una minore influenza che le altre, perché non presentano un piano preconfezionato, bensì idee audaci, non ortodosse; perché esigono da ognuno di noi di essere «unico» e non uno tra gli altri.
Quando l’utopia punta ad una vita ideale senza diventare un progetto, cioè una macchina senza vita applicata alla materia vivente, diventa realmente la realizzazione del progresso.