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Formaldeide

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( Dal Web )

’77, e poi…
Oreste Scalzone
Mimesis, 2017
«Per ricordare la mia coccarda
mi sono dipinto il naso di rosso
e ho del prezzemolo nel naso
per la croce di guerra
Sono un vecchio combattente
guardate come sono bello»
Benjamin Péret
È la disgrazia degli anniversari. Incitano i reduci a salire sulla ribalta. Chi ha vissuto certe esperienze del passato ed è ancora vivo nei suoi desideriusa la memoria come arsenale per il presente ed il futuro. Non ha tempo né interesse per le pacche sulle (proprie) spalle, per le (auto)congratulazioni. I contratti con le case editrici, soprattutto se commerciali, lo ripugnano. Lo si vuole chiamare per questo un sopravvissuto solitario e sperduto? E sia. Ma ad ogni modo non va confuso con il reduce medagliettato, ovvero con chi è morto da tempo ed usa la memoria come strumento di imbalsamazione. Per i reduci lo scopo della memoria non è l’affinamento di ciò che si è e si può diventare, è la celebrazione di ciò che si è stati. E più quel passato è stato abbandonato e tradito, più ci si accanisce a farvi ritorno per pretendere onori postumi e onorari immediati.
Ecco perché si potrebbe liquidare questo libro di Oreste Scalzone con la formula d’uso: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Io infatti lascio che questo saltimbanco della contestazione se la canti e se la suoni, con o senza fisarmonica, per conto della Rizzoli o della Mimesis. Non intendo immergermi nella bava del suo super-io logorroico, che tracima da queste pagine annegando ogni cosa. Però siamo alle solite. Il silenzio di disprezzo davanti alla narrazione più fanfarona è più che comprensibile, ma è davvero sempre saggio? Me lo chiedo in continuazione.
Per capire questo libro bisogna capire il suo autore, e per riuscirvi bastano due piccoli aneddoti. Il primo è lui stesso a fornirlo quando riporta il testo di Rossana Rossanda in merito all’omicidio Custrà, testo che si apre così: «Nella immagine di Oreste Scalzone, che disperatamente grida al suo corteo, sabato sera a Milano, “Andiamo avanti, andiamo avanti, se no succede un casino” e non riesce a impedire che una ventina di ragazzi mascherati escano dalle sue file, rovescino l’autobus, e tirino una palla in fronte al disgraziato agente Custrà, sta la tragedia di Autonomia operaia”». Contrariamente a quanto pensava la rossa corista dell’immondo ritornello pasoliniano sugli sbirri-figli-del-popolo, in quella immagine magnifica sta solo e soltanto la risibile irrilevanza dei pettoruti leaderini rappresentanti di niente e di nessuno, la cui nomea è data dall’aria pompata da mass-media a perenne caccia di portavoce da intervistare. Sulla panca che gli è piovuta addosso all’università di Roma nel 68, scaraventandolo al tempo stesso in ospedale ed in prima pagina, Scalzone ci è poi salito sopra. Nei panni del tribuno cercato e fotografato si è trovato talmente bene da non volerli più abbandonare, nemmeno quando nessuno prestava più orecchio ai suoi deliranti sproloqui.
Il secondo aneddoto, invece, non lo troverete in questo libro. Nel rammentare il convegno di Bologna la sua «prodigiosa memoria a lungo termine» riporta solo i fischi a Boato, ma non ricorda le urla, gli insulti, i fischi e i panini che si abbatterono sulla sua testa qualche minuto dopo aver iniziato la propria affabulazione. «Chi è quello?», chiesi ai compagni che avevo accanto. «Oh, niente, è solo quel coglione di Scalzone», fu la risposta. Nonostante fino a quel periodo (prima di scoprire l’anarchismo) avessi frequentato l’area dell’Autonomia milanese, partecipando a manifestazioni, assemblee e quant’altro, e nonostante Senza tregua venisse stampata a Milano, non lo avevo mai incontrato in alcuna iniziativa. Ciò non significa che non fosse presente, significa solo che era anche lui una goccia nell’oceano. A Milano c’erano appuntamenti ogni giorno e tutti i fine settimana c’erano cortei a cui partecipavano migliaia e migliaia di persone. E la rabbia che esplodeva non aveva alcun pastore. Di leaderini ce n’erano, fin troppi, ma influenzavano solo chi stava loro accanto. I cani sciolti erano più di quelli al guinzaglio.
Quanto a Scalzone, il suo nome era noto ai più come «quello che parla sempre»; null’altro. Non per niente quando vede il microfono di un giornalista, Scalzone si eccita. In lui calcolo politico e vanità umana coincidono perfettamente, con risultati spesso tragicomici agli occhi dei suoi stessi… familiari. Già nel 1979, su un supplemento a Corrispondenza Internazionale, veniva criticata La realpolitik di Oreste Scalzone e si irrideva chi «ormai ha deciso di valorizzare l’uso “alternativo” dei mass-media borghesi come tribuna non-parlamentare». Assai meno divertita doveva essere invece la figlia di Guido Rossa quando confidava ad un sodale di Scalzone, Paolo Persichetti, che tutti gli sforzi compiuti nel corso degli anni in silenzio per ottenere un indulto a favore dei detenuti politici venivano puntualmente neutralizzati dal giornalista di turno, il quale andava a Parigi, raccoglieva la bava del super-io logorroico e la spargeva poi in prima pagina, turbando gli animi e congelando le mediazioni. Cosa alquanto ridicola in chi vanta una perizia da alto stratega.
È un errore assai diffuso, che andrebbe corretto, quello di confondere il ceto politico di un movimento con la sua base vivente. Il primo, ridotto e più o meno dotto, intriga e rappresenta; il secondo, esteso e più o meno grezzo, vive e si diverte. Nel 1977 il magma ribollente della cosiddetta Autonomia era assai più attratto dal godere proletario che dal potere operaio, le cui poche teste ideologizzanti ammorbavano l’aria più che depurarla. Gli innumerevoli compagni che allora scendevano per le strade e si battevano contro le forze dell’ordine non lo facevano perché davano ascolto ai vari Negri, Scalzone, Piperno… ma perché erano spinti dalla loro tensione vitale, dai loro sogni, dai loro desideri. Il ceto politico parassita il movimento, non lo fa diventare rigoglioso. Il ceto politico porta il movimento alla morte, non alla vittoria. Bisognoso di manovalanza malleabile alle sue strategie, pretende obbedienza. C’è chi lo fa apertamente, invocando la disciplina di un partito guidato dall’autorità di un Comitato Centrale, e c’è chi lo fa indirettamente, spronando lo spontaneismo di un movimento indirizzato dall’autorevolezza di un Comitato Invisibile. Ma nel primo come nel secondo caso, si sollecitano gli altri ad agitarsi senza pensare con la propria testa.
È il cruccio di tutti i politicanti: il potere. Quel potere che Scalzone ha sempre inseguito, poco importa se per conquistarlo o per consigliarlo. Dalla suascheda rossa a favore del PCI degli anni 60, alle sue liste Arcobaleno per le elezioni europee degli anni 80, fino ai suoi recenti rimbrotti al PD, è sempre lo stesso filo marrone-merdifico della politica che continua a dispiegare. Uno dei fondatori di Potere Operaio, nonché principale sostenitore della desistenza, pensa davvero di essere credibile oggi quando dice di collocarsi «nel variegato campo “comun’autonom’acratico”, “anarcocomunista”, “del comunismo radicale libertario”»? È perché ha scoperto il «pluriverso anarchico col relativo “immaginario”» che ha trasformato i suoi ricordi sul 1977 in merce editoriale venduta prima alla Rizzoli e poi alla Mimesis? O magari perché, come affermava, «bisogna abituarsi a convivere con il contraddittorio e l’ambiguo»?
Sarebbe questo il «funambolismo» mitopoietico apertamente teorizzato su questo libro? Da un lato Scalzone che se la tira a insurrezionalista libertario e dall’altro Casamassima che nel ricordare le difficoltà in cui si venne a trovare nel 77 l’ala più radicale del Movimento osserva che «Non gioca a suo favore il non essere dotata di un centro organizzativo, di una struttura gerarchica»? Ma queste sono cialtronerie opportuniste buone solo nei saloni radical-chic della sinistra, nei centri sociali di infamelli che pensano di essere untorelli, o al limite nelle sedi di anarlecchini che fanno da badanti alle mummie autoritarie nella speranza di ricavarne qualche lascito (speranza giustificata, considerata la carezza con cui si conclude questo libro). Solo in posti simili si possono trovare lettori capaci di apprezzare una simile opera, che finalmente ci svela chi sia stato ad aver fermato l’assalto al cielo avvenuto in Italia nel 1977: John Travolta! Infatti, scrive senza imbarazzo Casamassima, «È del 1977 La febbre del sabato sera, il film che trascina migliaia di giovani fuori dai Circoli del Proletariato rinchiudendoli nelle discoteche» (sic!).
In effetti ha una sua logica; agitarsi per agitarsi, per dar sfogo agli ormoni senza sprecare neuroni è meglio sgambettare seguendo il ritmo di una canzone che correre a gambe levate inseguiti dalla polizia. Massì, dopo il cattivo maestro Toni Negri, il buon maestro Tony Manero! Dalla banda Bellini ai Bee Gees!
Sarebbe questa la «memoria attiva»? Attiva in cosa, nello scalare le classifiche di vendita? Bah, è inutile prendersela. In fondo me lo avevano già detto quarant’anni fa: non è niente, solo quel coglione di Scalzone.