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Smarriti tra gli specchi

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«I nostri nemici disegnano il nostro volto.
Questa verità spaventa»

( Dal Web )

In linea di massima, ciò che siamo ha ben poco di spontaneo e naturale.
È anzitutto il risultato del secolare condizionamento imposto dall’organizzazione sociale dominante.
La società in cui viviamo — autoritaria, capitalista, tecno-industriale — produce le persone di cui ha bisogno. Ne progetta il modello, le fabbrica in serie, ne formatta la mentalità, concedendo tutt’ al più una diversificazione di tonalità (purché registrata).
Lo scopo è quello di produrre il genere di persona di cui questa società ha bisogno per funzionare, ovvero il cittadino sottomesso, conformista, che crede ai miti necessari allo Stato («democrazia», «lavoro», «progresso»).
Ma poiché a nessuno piace considerarsi un automa, tutti credono di esseri autonomi. Se votiamo per qualche partito, non è perché crediamo alle menzogne della propaganda; è perché pensiamo davvero che i politici siano al nostro esclusivo servizio. Se compriamo le ultime merci lanciate sul mercato, non è perché abbocchiamo alla pubblicità; è perché qualche imprenditore ha finalmente capito quali sono i nostri veri desideri. Se siamo ricchi di protesi tecnologiche, non è perché ci siamo impoveriti di abilità umane; è perché usufruiamo di una tecnica che serve a migliorare la vita.
«Anche l’uomo deforme trova specchi che lo rendono bello», scriveva Sade. Ma la traduzione in italiano purtroppo non permette di cogliere appieno la sfumatura di significato presente nelle parole del più scandaloso degli illuministi, il quale non usa il termine medievale difforme («che non ha forma e proporzioni naturali», riferito soprattutto proprio al corpo umano), bensì contrefait. Ora, questo termine significa «mal conformato, mal costruito» e deriva dal verbo contrefaire, cioè «riprodurre per imitazione, imitare fraudolentemente»… contraffare, appunto. Quindi la frase di Sade possiede un’altra possibile chiave di lettura: anche l’uomo contraffatto trova specchi che lo rendono bello.
Mentre l’essere umano che risplende di autentica bellezza è quello che rifiuta ogni integrazione alla norma sociale e crea la propria vita rendendola un’opera unica, l’essere umano contraffatto è quello fabbricato in serie dalla società. Privo di originalità, di luce propria, programmato per adempiere ad una funzione… ma che vuole ad ogni costo considerarsi bello, genuino, spontaneo, libero. Se una tale eclatante contraddizione non era possibile da nascondere ai tempi di Frankestein, l’uomo creato ex-novo nel laboratorio della scienza di fine Ottocento, oggi invece ha tutte le carte in regola per passare inosservata. Perché oltre un secolo di progresso tecnologico ha nel frattempo creato l’umanità necessaria, pronta a credere ad una simile assurdità.
Si tratta di una mutazione di interpretazione colossale che non può avvenire dal giorno alla notte, ma richiede anni, decenni, persino secoli di preparazione. Perché bisogna travagliare a fondo l’animo umano, rimuovere ed invertire le basi della cultura che gli è stata tramandata, cancellare gli antichi valori sedimentati nel corso della storia per sostituirli con altri contrapposti. Un’operazione che ovviamente risulta più semplice da compiere laddove c’è un terreno vergine, privo di troppi ostacoli. Non è perciò strano che la culla della civiltà tecnologica siano gli Stati Uniti, continente che una volta epurato dalla presenza di tribù selvagge andava colonizzato da cima a fondo da chi era in fuga da paesi diversi, dalle culture più disparate. Sbarcati sulla nuova terra dopo essersi lasciati alle spalle il proprio passato, cosa hanno trovato davanti a sé? Nessuna città o infrastruttura già pronta perché ereditata, nessun costume o uso comune da rispettare; tutto da costruire, tutto da organizzare, tutto da far funzionare. E bisognava farlo subito. L’umanesimo che si attarda sulla distinzione etica fra giusto e sbagliato doveva così lasciar posto al pragmatismo che si affretta ad utilizzare la tecnica più efficiente e conveniente.
Per comprendere meglio le conseguenze di questa gigantesca transizione culturale ci si può far accompagnare da uno dei suoi primi testimoni e critici, immune da sospetti eversivi, lo studioso italiano Guglielmo Ferrero. Prima allievo, poi collaboratore, infine genero del famigerato antropologo criminale Cesare Lombroso, nel 1903 Ferrero venne invitato dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti, per tenere alcune conferenze a carattere storico. La sua prolungata permanenza, frutto di più viaggi, gli permise di osservare da vicino quel Nuovo Mondo così diverso per cultura ed abitudini dal vecchio continente. Tornato in Italia, riportò le proprie impressioni nelle sue conferenze e pubblicazioni. Nel 1913 pubblicò Fra i due mondi, dialogo immaginario fra i passeggeri di una nave partita dall’Europa e diretta verso gli Stati Uniti, mentre le sue conferenze furono raccolte nel 1918 in La vecchia Europa e la nuova (la prima ancora attaccata all’eccellenza delle cose, la seconda già affascinata dalla loro abbondanza).
Nella sua opera Ferrero osserva il passaggio di consegne fra due civiltà storiche contrastanti. Da una parte la civiltà europea erede del mondo classico — legata indissolubilmente alle antiche Roma e Atene — col suo culto del bello, del giusto e dell’ideale; una civiltà che egli definisce qualitativa. Dall’altra parte la moderna civiltà industriale che ha New York come capitale — con il suo entusiasmo per tutto ciò che è efficace, veloce, pratico —; una civiltà quantitativa. Questo passaggio è stato accelerato e suggellato da un evento storico maggiore, quella prima guerra mondiale che vide per la prima volta sia l’impiego di armi formidabili sia l’esercito statunitense invadere l’Europa. Alla fine del conflitto, scrive Ferrero, «Il mondo si è capovolto. La faccia di tutte le cose è sfigurata. L’umanità non riconosce più sé medesima… Le idee si confondono nelle menti; le formule sono rovesciate ad ogni istante; e solo i controsensi hanno ancora un senso nel mondo capovolto su sé medesimo».
Una confusione data dal fatto che «la vecchia Europa giudicava sintomi di decadenza molti fatti che la grande industria impone oggi come progressi; massime l’aumento dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli». Per il vecchio continente infatti il valore dell’esistenza «non sta nella supremazia industriale e nella ricchezza; che a dar bellezza, nobiltà e dignità alla vita concorrono altre virtù e qualità, le quali non dipendono e spesso anzi sono nemiche del progresso moderno». Passato e presente appaiono dunque inconciliabili, constatazione su cui Ferrero si sofferma a lungo, ribadendola più volte nel corso della sua opera di cui vale forse la pena riportare qualche stralcio:
«Per gli antichi l’incremento della ricchezza, della potenza, del sapere, era “corruzione”, ossia male: per noi è “progresso”, cioè bene. Tra i fatti che gli antichi lamentavano come effetto o causa di corruzione, non pochi sono quelli che riempiono noi di orgoglio, come splendidi esempi del progresso umano […] Insomma gli antichi temevano e riprendevano questo eterno desiderio di una maggiore ricchezza e di una maggiore potenza, che non cessa di spingere le generazioni ad opere nuove; mentre noi lo incoraggiamo e magnifichiamo, come la prova più alta della nostra eccellenza fra tutti i popoli e tutte le civiltà della storia. La tentazione diabolica è diventata una vocazione divina; l’antica via dell’abisso sembra oggi condurre sulle vette della grandezza […] la civiltà moderna ha imposto a ciascuno, come dovere, di spendere, di sprecare, di godere quanto più può, senza darsi alcun pensiero di indagare quale sarà l’ultimo effetto di questa gara sfrenata per la ricchezza e per la potenza. […] La civiltà moderna si è fatta così potente, rovesciando tutti i limiti antichi; ma per questa stessa ragione essa non sa limitarsi, né nel bene né nel male; e perciò spesso deteriora le cose buone abusandone, e peggiora le cattive esagerandole in mostri ed eccessi. Se grandi sono in essa l’impeto, l’audacia, lo spirito inventivo, l’alacrità, le mancano la misura, il ritegno, la virtù di sapersi fermare a tempo, il senso del giusto mezzo, l’arte di equilibrare le forze che si contrastano il dominio del mondo; e quindi il senno, la prudenza, la moderazione, la saggezza. […] Gli adoratori del presente e gli ammiratori dell’America argomentano più o meno consapevolmente da una definizione del progresso, che del progredire farebbe tutt’uno con l’accrescere la potenza e la velocità delle macchine, e quindi la ricchezza, e quindi il dominio nostro sulla natura, sia pur dilapidando freneticamente le riserve della terra che sono, sì, immense, ma non infinite. […] le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desideri, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposto come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciato o cancellato tutti i limiti antichi, conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa, al posto d’onore. […] Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono nel seno dei tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo capaci di definire il progresso. Perché affermiamo ora che il mondo progredisce, ora che declina? Perché i nostri tempi hanno accresciuto di molto la quantità di tutte le cose, ma a scapito della qualità; cosicché paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perché confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente. […] Tale è il mondo in cui viviamo. Misurato con il metro e con la bilancia è un gigante. Gli uomini non possedettero mai tanta terra, tanta ricchezza, tanta potenza. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate».
Facile accorgersi come Ferrero, di moderate simpatie socialiste, fosse del tutto incapace di vedere la mancanza di freni sotto altra forma della tirannia. Motivo per cui egli attribuisce alla sete di libertà generata dalla Rivoluzione francese la principale responsabilità di questa trasformazione degradante. Prometeo liberato è Prometeo scatenato, il fuoco sottratto all’oculato controllo degli dèi finirà col consumare il mondo. Il passaggio fra qualità e quantità è infatti considerato irreversibile:
«possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma chi di noi crede che possa soggiogare oggi le menti una dottrina — o religiosa o politica o filosofica — che imponga a tutti gli ordini sociali la restrizione dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinché il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinché i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di fare più spese, la quantità ingrandirà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come sola misura sicura del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci».
Ai nostalgici dell’aria limpida di Roma e Atene non resta che andare avanti con un occhio rivolto all’indietro, «non per resuscitare un passato, che è morto e che non può rinascere: ma per ritrovare nel confronto tra il passato e il presente la coscienza, oggi quasi del tutto smarrita, di alcune norme di vita, che non si possono violare senza andar contro alla ragione stessa delle cose».
Questa coscienza smarrita troverà nei decenni successivi ben altre voci in sua difesa, note e meno note. Nel 1932 un conoscitore del pensiero di Ferrero, l’inglese Aldous Huxley, pubblica Il mondo nuovo, romanzo sulle conseguenze disumanizzanti di un progresso scientifico in grado (attraverso le tecnologie riproduttive e il controllo mentale) di forgiare la società.
A partire dalla metà degli anni 30 l’oscuro pensatore francese Bernard Charbonneau, che influenzerà l’opera dell’amico Jacques Ellul, inizia ad intraprendere la sua pluridecennale critica della società industriale, della tecnocratizzazione della vita sociale, nonché della «grande mutazione» umana che ne è derivata.
Nel 1948 un ex-allievo di Huxley, George Orwell, comincia a scrivere il suo celebre romanzo 1984 su una società totalitaria dominata da un pensiero unico, sorvegliata da schermi onnipresenti, dove i saperi umanistici vengono riscritti continuamente, e in cui gli esseri umani spinti ad adeguarsi alle norme sociali hanno perduto ogni individualità. Il titolo originario del libro era L’ultimo uomo in Europa.
Nel 1956 il filosofo Günther Anders, rientrato in Europa dopo un lungo esilio trascorso negli Stati Uniti, si ispira alle sue esperienze per dimostrare nel suo capolavoro che L’uomo è antiquato, reso obsoleto da una civiltà tecnologica di cui è vittima e prigioniero. Privati della loro unicità, esplosa in molteplici frammenti che esprimono solo una specifica funzione, gli individui modellano il proprio essere su quello delle merci e delle macchine.
Da allora il pensiero critico nei confronti del progresso, pur persistendo nel tempo, è andato via via affievolendosi. Non in virtù dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Semplicemente, chi nasce e cresce in una società già totalmente dominata dalla tecnologia ha sempre maggiori difficoltà a metterla in discussione. Non avendo mai vissuto altrove, non ha pietre di paragone immediate e tende a percepirla come qualcosa di innato e irrinunciabile. Così oggi, ad un secolo di distanza da quando Ferrero espose le sue critiche, il ricordo del mondo della qualità è quasi del tutto scomparso ed al suo posto regna incontrastato quello della quantità. L’avvento del terzo millennio è stato per di più segnato da innovazioni tecnologiche tali da stravolgere sia l’apprendimento del sapere (la nascita di Google nel 1998 e di Wikipedia nel 2001), sia il modo stesso di comunicare e relazionarsi (la nascita di Facebook nel 2004, di Twitter nel 2006, di Instagram nel 2010).
L’odierna società tecno-industriale produce così gli utenti di cui necessita per espandersi: esseri umani dal linguaggio ridotto, che deambulano senza guardare dove vanno perché ammaliati dal loro smartphone, privi di memoria, senza profondità di pensiero, incapaci di concentrazione, ossessionati dal bisogno di ottenere l’approvazione degli altri, che non prestano alcuna attenzione al senso delle cose che dicono e fanno ma solo al numero di cose che dicono e fanno. E non si tratta solo dei cittadini fedeli alle istituzioni, ma anche di chi vorrebbe metterle a soqquadro. Anche fra questi ultimi si può osservare la stessa enfasi quantitativa, la stessa mutazione di valori e comportamenti riscontrabile in chiunque altro. Forse perché affidarsi alla corrente è assai meno faticoso che disertare una realtà sociale onnipresente? Ovvio, anche i sovversivi contraffatti trovano specchi che li fanno sembrare belli. E li trovano nei medesimi cristalli prescelti dai loro nemici.
Prendiamo ad esempio la classica analisi sull’evoluzione dell’ideologia del lavoro. È convenzione far iniziare l’epoca della produzione industriale di massa al 1913, anno in cui Henry Ford progettò per la sua fabbrica di automobili la prima linea di montaggio della storia (coincidenza vuole che fosse anche l’anno in cui apparve il primo libro di Ferrero contro il progresso). La serializzazione dei prodotti, un’attenta pianificazione e separazione dei compiti, una rigida disciplina anestetizzata da alcuni incentivi, tutto ciò garantiva un’efficienza ed una rapidità esecutiva tali da accrescere al massimo il rendimento. Questo modello industriale andò avanti per decenni, finché i progressi tecnologici non consentirono di superarlo — ma forse sarebbe più giusto dire di accompagnarlo — con una produzione diversificata. Gli imprenditori non erano più costretti a vendere merci uguali per tutti, ora potevano produrle a seconda delle esigenze del cliente. L’automazione ipertecnologica permetteva inoltre un alleggerimento delle strutture produttive, che potevano essere dislocate nei paesi con la manodopera più economica; tutto ciò non fece che ingrossare le fila dei disoccupati in questa parte del mondo.
Un simile cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva doveva per forza di cose essere accompagnato da un cambiamento di mentalità. Ormai diventato una chimera il posto di lavoro fisso — quello che fino ad allora veniva considerato la massima aspirazione del lavoratore, sinonimo di sicurezza, primo passo della carriera, nonché fornitore di una vera e propria identità sociale — si è passati a decantare le gioie della flessibilità. Se vuole un lavoro, l’essere umano deve accettare di cambiare posto di continuo, di cambiare mansioni di continuo, di cambiare stipendio di continuo, il tutto senza protestare. Flettersi, modificarsi, piegarsi, l’esatto contrario di quanto veniva richiesto all’operaio del secolo scorso. Gli ideologi del lavoro hanno così iniziato ad esortare milioni di senza-lavoro ad assaporare la bellezza del cambiamento rispetto alla bruttezza della stabilità, l’avventura del posto temporaneo rispetto alla noia di quello fisso, la ricchezza insita nello sperimentare molteplici funzioni rispetto alla povertà della specializzazione.
Ecco, ora pensiamo un attimo a quello che alcuni sovversivi si ostinano a chiamare «lavoro politico». Qui non si è forse passati dalla militanza di partito(scelta politica di vita, in grado di coinvolgere e plasmare tutta l’esistenza) all’attivismo nelle lotte (impegno politico legato a singole situazioni e circostanze)? E per far passare questa mutazione non si ricorre alla stessa identica retorica usata per convincere i lavoratori che è molto più eccitante venire sfruttati prima in un call-center, poi in una cooperativa di pulizie, poi in un cantiere, poi in una ditta di facchinaggio, rispetto che unicamente alla catena di montaggio della Fiat? Si acquisiscono maggiori conoscenze, ci si fa più amici, ci si sposta di più, si imparano più cose, senza fossilizzarsi nello stesso incarico.
Premesso che il lavoro resta una infamia che pretende di esprimere l’attività umana, e che la militanza resta una specializzazione organizzativa-gerarchica che pretende di rappresentare l’azione trasformatrice, non possiamo fare a meno di pensare a quanto diceva un uomo della qualità dello scorso millennio per cui l’agire non è mai stato una forma di politica, ma un atto di vita. Un anno prima di morire, l’anarchico Luigi Galleani confidava ad un suo corrispondente tutta la propria gioia per non aver mai tradito il senso che aveva inteso dare alla propria vita: «Tu vedi dunque che io inauguro il mio settantesimo anno con una certa solennità che ha poco d’originale, è vero, ma che dice dentro, all’anima ignara di bassezze e ripugnante alle piaggerie ed agli scodinzolamenti servili, che la fede e la bandiera del primo giorno sono ancora quelle dell’ultimo, ravvivando tutte le ragioni e le cagioni della immutabilità, della costanza, e della immarcescibile speranza che le regge e le anima». Per Galleani, come per molti altri come lui, solo gli opportunisti, i pavidi e gli imbelli possono mutar pelle.
Quale abisso con i camaleonti odierni che pretendono di animare la sovversione saltando di qui e di là, mimetizzandosi con l’ambiente, cambiandosi di abito continuamente, il tempo di un selfie ben studiato allo specchio magico che li rende belli: quello del rifiuto della «identità». Ben strano rifiuto quello che si manifesta non nella negazione (non ne voglio), ma nella moltiplicazione (lo voglio, ma in più forme). Più che la saggia intenzione di eludere il riconoscimento poliziesco, qui si persegue la voglia matta di ottenere un riconoscimento sociale. Con l’imbarazzante risultato che la sola cosa che si finisce col rifiutare è l’individualità. Il che è esattamente ciò che risponde alle esigenze dell’ordine, della disciplina, della gerarchia. Ieri si è creata la folla solitaria, oggi l’individuo affollato.
Nell’udire l’enfasi dei sovversivi 3.0 che respingono ogni prospettiva a favore dell’intensità dell’attimo fuggente, vengono in mente le parole di Ferrero sulla frenesia che coglie chi «ha abbozzato in fretta un ordine di cose disordinato e potente, nel quale agli ideali antichi è sottentrato un ideale nuovo: far molto e far presto…».
Ma la qualità richiede tempo, ad esempio il tempo necessario per studiare il nemico, capirne il funzionamento, individuarne i punti deboli, organizzarsi, per tentare di colpire dove più nuoce. Fuori da ciò rimangono le botte di adrenalina, da accumulare in quantità per tentare di superare la quotidiana angoscia di vivere.
Un altro piccolo esempio indicativo ci viene offerto dallo sport. Vero e proprio spettacolo circense organizzato per distrarre la plebe moderna dalle proprie disgrazie, per indurla alla coesione nazionale ed allo sciovinismo, nonché ovviamente per spremerne le tasche — e proprio per questo benedetto da tutti i dittatori della storia —, lo sport per tutto il Novecento è stato preso di mira da sovversivi («flagello di contraria apparenza»), da artisti («le parole sport e passaporto mi fanno immediatamente pensare alla morte»), da pensatori («una alienazione di massa»). Fuori da questi eretici, l’adorazione collettiva. Ebbene, nella diffusione planetaria dello sport non ha forse giocato un ruolo importante il suo carattere essenzialmente quantitativo?
Come è stato già notato oltre mezzo secolo fa, «una spiegazione della nostra passione per gli sport, in contrasto con la nostra apatia verso le arti e le lettere, può essere che la qualità della prestazione negli sport può essere determinata statisticamente». In effetti non è difficile capire che Pelé sia considerato il più grande giocatore di calcio della storia in quanto autore di 1281 reti segnate in 1363 incontri (una media di 0,94 gol a partita) e vincitore di 3 coppe del mondo, 2 coppe intercontinentali, 1 supercoppa dei campioni intercontinentali, 6 campionati brasiliani, 10 campionati paulisti… Tutti dati facili da riportare per poter fare accese discussioni con gli ammiratori di Maradona o chi per lui, dopo aver messo a confronto i palmares dei rispettivi beniamini. Ecco perché i Bar Sport sono sempre aperti, affollati, rumorosi, e non conoscono divisioni di classe.
Viceversa, perché Shakespeare viene considerato da molti il più grande poeta della storia? E cosa pensare invece di un Villon o di un Dante Alighieri? Conversazioni tra eruditi in via di estinzione, chiusi nei loro chiostri. Un parere individuale sulla poesia non si può ricavare con un qualche criterio numerico, non si misura.
Ma un secolo di critiche radicali allo sport non hanno lasciato proprio nulla, se nel corso degli ultimi anni si è assistito al sorgere e dilagare dello «sport popolare». Ciò che stupisce non è tanto il fervore per l’autorganizzazione e l’autogestione dei circenses, quanto l’assoluta ignoranza delle innumerevoli riflessioni critiche sull’essenza dello sport (non solo sulla sua amministrazione e spettacolarizzazione). L’insegnante di ginnastica e sociologo Jean Marie Brohm, tanto per fare un esempio, avrà anche iniziato la sua critica dello sport all’indomani del 1968, ma ogni sua argomentazione letteralmente non esiste per tifosi che hanno occhi soltanto per le prestazioni tecniche di muscoli proletari (e per lo spirito di squadra che alimentano).
Fatto curioso, lo sport è rimasto il solo luogo in cui è rigorosamente vietato l’accesso ai camaleonti a due zampe. Chi tradisce la squadra del cuore è — all’unanimità — una merda. Là sì che è inconcepibile cambiare casacca, in ciò che (si) conta e che dà sollievo all’esistenza umana: le acrobazie di un pallone di cuoio.
Le idee no, quelle non trovano più posto nell’organo simbolo della vita, delle passioni e delle emozioni. E, a proposito di cuore, lo sapevate che fra gli antichi valori rimossi dalla sua sede c’è perfino l’amore? Infatti non bisogna più dare retta alla voce del vecchio mondo qualitativo, quello che per bocca di uno dei suoi più grandi poeti romantici così definiva l’amore:
«È quella forza potente che ci attrae verso tutto quello che concepiamo o temiamo o speriamo fuori di noi stessi, quando scopriamo nei nostri pensieri l’abisso di un insaziabile vuoto e cerchiamo di risvegliare in tutte le cose che esistono, una consonanza con quello che proviamo dentro di noi. Se ragioniamo, vorremmo essere intesi; se immaginiamo, vorremmo che gli eterei figli del nostro cervello rinascessero nel cervello di un altro; se sentiamo, vorremmo che i nervi altrui vibrassero con i nostri, che i raggi dei loro occhi in un solo istante si accendessero e si unissero e si fondessero con i nostri, che due labbra tremanti e ardenti del più puro sangue non si posassero su labbra glaciali e immobili. Questo è l’Amore».
No, l’amore non esiste, anzi, non è mai esistito! Lo proclamano da circa mezzo secolo le esponenti del femminismo cibernetico made in USA, secondo cui l’amore è il perno dell’oppressione delle donne e l’amore romantico è lo strumento più potente inventato dai porci maschi cis per controllarle e soggiogarle. A cosa affidarsi per raggiungere l’agognata liberazione? Al progresso tecnologico, ovviamente. La pioniera Shulamith Firestone, ad esempio, vedeva nella maternità lo sfortunato fattore biologico che impedisce l’uguaglianza dei sessi. Ciò la portava a sostenere marxisticamente che il fine ultimo della tecnologia è quello di liberare l’umanità dalla schiavitù di un obsoleto ordine naturale. Nel caso specifico delle donne, al progresso era affidato il compito dell’invenzione dell’utero artificiale. Verso la metà degli anni 80 il manifesto cyborg-femminista insisteva sulla necessità di approfondire il progresso tecnico, non di fermarlo, allo scopo di emancipare le donne.
Ebbene, cosa resta dell’amore una volta che viene ridotto nel migliore dei casi ad una provetta di laboratorio? Nulla, ed è per questo che non trova più spazio nel cuore. Ciò che ne rimane non pulsa più nel petto, al massimo dentro le mutande. Dall’emozionante colpo di fulmine si è passati al poco poetico avviso dello smartphone che annuncia il successo delle «app» di incontri. Anche qui, insomma, una botta e via… si passa ad altro senza perdere tempo.
Basta con quei filosofi e poeti qualitativi che hanno cantato l’amore facendone l’origine della vita, il primo degli dèi, l’onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l’essere. Tutte stronzate. La nostalgia per l’antica Atene è polverosa, non scintilla quanto l’euforia per l’odierna New York. Ciò spiega il motivo per cui oggi (quasi) nessuno condividerebbe il concetto di un «amore fisico inseparabile dall’amore celeste», né si sognerebbe di affermare che «malvagio è quell’amante che è volgare e ama il corpo più dell’anima». Eros è morto e sepolto sotto le macerie dell’Olimpo. Il suo posto è stato preso da Tinder, tecno-divinità di chi non ama né il corpo né l’anima; gode delle misure del primo senza nemmeno sapere cosa sia la seconda ed il suo incanto.
Sì, i nostri nemici disegnano il nostro volto. Lo fanno da sempre, è vero. Ma da sempre esiste anche la possibilità di cancellare i loro tratti. Non solo di restare insensibili alle loro invadenti suggestioni, ma di bonificare a fondo i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri pensieri dal veleno della servitù volontaria. Di far crescere la giungla laddove è stato fatto deserto. Opera immensa, mai terminata, che riprende da capo ogni giorno.
La civiltà tecnologica va fermata e demolita. La vita va reinventata e rianimata. Fra la razionalità strumentale che vuole superare ciò che considera i limiti della natura e la fede tradizionalista che li vuole rispettare, preferiamo la ragione critica che non vede in essi dei limiti, bensì le condizioni della vita. Se fino ad oggi l’essere umano è stato soprattutto il prodotto delle sue azioni, non sarebbe ora che ne diventi l’autore? Il modo migliore per conoscere il futuro è effettivamente quello di farlo. La scommessa lanciata già nel lontano 1838 va ripresa — coloro che si oppongono a questo mondo non devono più essere «strumenti ciechi del caso o della necessità, bensì artefici coscienti della propria libertà».
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Individui oppure no

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( Dal Web )

È un classico. Un bicchiere contenente del liquido. Diciamo che il bicchiere ha una capienza di 200 ml, e diciamo che contiene 100 ml di liquido. Come definireste quel bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto? Molti diranno che è la stessa identica cosa. In un certo senso sì, lo è, a livello meramente tecnico. Ma una definizione non fornisce solo una descrizione oggettiva, il più delle volte esprime anche una prospettiva soggettiva.
Cosa si vuole dire?
Quando si sostiene che quel bicchiere è mezzo pieno si sottolinea la presenza del liquido, dando più o meno ad intendere che la sua quantità sia sufficiente. Chi dice che il bicchiere è mezzo pieno è come se stesse notando che, per il momento, non vuole altro liquido. Viceversa, sostenere che il bicchiere è mezzo vuoto significa sottolineare l’assenza del liquido, e quindi la sua mancanza. Chi dice che il bicchiere è mezzo vuoto sta suggerendo di colmarlo. Un bicchiere di pessimo vino sarà sempre mezzo pieno (basta così!), un bicchiere di vino squisito sarà sempre mezzo vuoto (troppo poco!).
Ciò detto, passiamo ora all’essere umano e a ciò che lo circonda. Che ogni essere umano nasca all’interno di una società, subendone le infinite e talvolta contrastanti influenze, è un’ovvietà. Da un certo punto di vista, è perciò innegabile che l’essere umano sia il prodotto della società. Ma è altresì innegabile che la società non si sia formata dal nulla, eternamente immutabile; a sua volta essa stessa è opera dell’essere umano. La società plasma l’essere umano e ne viene a sua volta modellata. Può quindi venire trasformata, anche radicalmente, in un senso o nell’altro. Questo perché l’influenza della società non riuscirà mai a determinare del tutto gli esseri umani, ma solo in parte.
Se l’essere umano fosse infatti completamente determinato dalle condizioni materiali della società in cui vive, allora non solo noi umani dovremmo essere tutti più o meno identici, ma per di più nessuno dovrebbe essere ritenuto responsabile di ciò che fa. Non soltanto saremmo tutti consumatori di merci ed aspiranti consumatori di merci, ma per di più i ruoli sociali in cui si divide la vita in questo mondo attenderebbero ineluttabilmente ciascuno di noi, nessuno escluso: perché i politici non possono fare a meno di essere politici, i poliziotti non possono fare a meno di essere poliziotti, gli scienziati non possono fare a meno di essere scienziati…
Se viceversa le influenze sociali contribuiscono sì a formare l’essere umano, ma senza riuscire mai a determinarlo del tutto, allora da un lato noi umani siamo tutti individui unici, dall’altro ognuno è responsabile delle proprie azioni. Certo, abbiamo tutti (o quasi) una carta d’identità in tasca, siamo costretti ad usare denaro, ci spostiamo in automobile e magari ci ritroviamo pure a canticchiare una canzoncina idiota sotto la doccia. Ma se quanto ci circonda ci spinge a prendere parte a questo mondo, a rispettarne le regole e ad adempiere ai suoi compiti, dentro di noi rimane pur sempre qualcos’altro: desideri, aspirazioni, sogni non omologabili. Qualcosa che non trova spazio all’interno di questa società. È qui che possiamo trovare la forza di opporre un netto rifiuto ad imposizioni ed obblighi. Possiamo fare delle scelte, per quanto marginali e pericolose. Possiamo scegliere di (cercare di) contribuire il meno possibile alla riproduzione sociale. Possiamo scegliere di (cercare di) sabotare la società che ci circonda.
Nel caso in cui non si sia notato, questa diversa interpretazione è uno dei principali tratti distintivi che separano autoritari e anti-autoritari. La tesi che considera l’essere umano un’ameba, semplice riflesso condizionato della società, è sempre stata uno dei cavalli di battaglia di chi vuole comandare — dai marxisti agli stalinisti, passando per i leninisti, i trotskisti, i maoisti. Lo chiamano materialismo (e deridono chi ama l’Unico e la sua proprietà). Viceversa, chi non vuole né comandare né obbedire preferisce pensare che sia l’essere umano a creare la società. Lo chiama volontarismo (e disprezza chi prescrive l’Identico e la sua banalità). I primi sono sicuri che una trasformazione sociale radicale abbia bisogno soprattutto di condizioni oggettive e di tempi maturi, per cui guardano il cielo e misurano l’aria. Scrutano i rapporti di produzione, soppesano i bilanci di Stato, valutano i tassi di profitto, e concludono che bisogna attendere. I secondi sono sicuri che una trasformazione sociale radicale abbia bisogno soprattutto di determinazioni singolari e di esseri umani maturi, per cui guardano dritti negli occhi ed ascoltano il battito del cuore. Eccitano i desideri, provocano le intelligenze, attizzano le passioni, e concludono che bisogna agire.
C’è chi dice che si tratta di una piccola differenza teorica, una sfumatura facilmente superabile. Sarà, ma a noi spesso e volentieri sembra una differenza antropologica — un abisso letteralmente invalicabile.

L’ idea di anarchia

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L’idea di anarchia prevede, A LIVELLO SOCIALE, che individui e collettività scelgano per relazionarsi fra loro un insieme di rapporti non-gerarchici e non-autoritari.
Anarchia è anche la ricerca e sperimentazione di una organizzazione sociale orizzontale.

Una società anarchica è una società che vuole basarsi sul libero accordo, sulla solidarietà, sulle libere associazioni, sulle unioni, sul rispetto per la singola individualità che non volesse farne parte, secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta.
In una società anarchica si rifiutano quindi leggi, comandi, imposizioni, principi fondati sul volere della maggioranza, rappresentanze, discriminazioni, guerre come metodo per risolvere contrasti, realizzando la gestione ed il superamento dei conflitti attraverso chiarimenti ed accordi tra i diretti interessati.
È importante, in quanto contrario al pregiudizio diffuso, notare che nessuna teoria anarchica ha mai teorizzato l’assenza di regole e di interazioni sociali, in quanto l’anarchismo non lascia nulla al caso-caos, ma propone un nuovo modo di concepire la società, costruito intorno a norme e/o principi etici egualitari, condivisi e non imposti dall’alto.
Gli anarchici vogliono perciò l’abolizione dello Stato, che dev’essere sostituito dalle organizzazioni e dalle associazioni popolari; anche il potere economico è consegnato nelle mani del popolo, che controlla i mezzi di produzione (quasi tutte le correnti anarchiche, infatti, si dicono socialiste).
Secondo gli anarchici, i problemi sociali come il crimine, l’ignoranza e l’apatia delle masse sono un prodotto della stessa società autoritaria: secondo gli anarchici, mantenere gli individui perennemente sotto un’autorità superiore fa sì che questi non siano più capaci di comportarsi autonomamente, senza un capo che gli comandi cosa fare; inoltre qualsiasi capo cercherà sempre di mantenere il proprio potere, e quindi cercherà il più possibile di rendere i sottoposti non autonomi, e di creare bisogni negli stessi sottoposti (come la necessità di protezione dal crimine dal terrorismo e dalla guerra ma anche dalla fame costringendo l’individuo che ormai è ”carcerato” nella società attuale ad implorare un lavoro dove verrà schiavizzato in quanto sul pianeta terra con una piccola percentuale delle spese militari, si potrebbe donare una casa ad ogni essere umano, senza pensare a l’automazione delle macchine che ci dovrebbe aver già liberato dal lavoro..basterebbero tre ore al giorno se TUTTI lavorassimo e per un bene comune ); secondo la prospettiva libertaria quindi lo Stato non ha alcun reale interesse a risolvere i problemi sociali, perché altrimenti verrebbe meno il bisogno del potere.
Mentre il liberalismo, ideologia alla base del pensiero democratico, propone la difesa del diritto individuale di parola, religione ecc, l’anarchismo sprona l’individuo anche a liberarsi di quelle particolari forme sociali che, secondo una visione anarchica, impediscono l’espressione libera della personalità dell’individuo, per esempio i rapporti sociali capitalistici e la religione; riguardo a quest’ultima, mentre la teoria ufficiale e la maggioranza degli anarchici si proclamano atei, vedendo la religione come “l’oppio dei popoli” marxiano, di fatto già con Camillo Berneri si introduce un antidogmatismo che permette all’individuo, che deve essere libero in tutti gli aspetti, di professare individualmente una religione, se di sua scelta e non imposta dall’infanzia; tutti gli anarchici, però sono per l’abolizione delle organizzazioni clericali di ogni tipo, basate non sulla libera predisposizione e scelta razionale ma sull’indottrinamento.
L’idea di una società anarchica fa quindi ripensare la stessa socialità umana, ovvero il rapporto fra persone, e quindi mostra che è artificiosa la distinzione fra persona e società.
Una società anarchica è fondata sulla persona concreta e sulla sua capacità di creare forme sociali; si evita quindi di stabilire con un processo di astrazione dei valori morali assoluti e di creare strutture funzionali ad essi anche a discapito delle persone.
Secondo il pensiero anarchico le necessità di pace, giustizia e benessere non possono quindi giustificare strutture di potere pubbliche quali Stato, Chiesa e esercito. Più nel privato, vanno ripensati anche famiglia, scuola, e lavoro come sono comunemente intesi.
L’idea di ciò che è buono e desiderabile è infatti soggettiva, multiforme, mutevole, e non si può rappresentare come sovrumana, né si deve adorare in quanto entità astratta, e tanto meno in forma coercitiva.
La società voluta dagli anarchici rifiuta che dei VALORI UMANI vengano mitizzati e considerati come superiori a UOMINI E DONNE concreti.

fonte :Anarchici

Miserabili Uomini di Merda

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Solo poche settimane fa accennavamo all’apocalisse etica in atto all’interno di tutta la società. Atteggiamenti considerati un tempo ignobili avvengono ora sotto gli occhi di tutti senza provocare alcuna reazione, all’insegna della normalità. Non suscitano più lo sdegno generale, al massimo vengono notati con rassegnazione, con curiosità, con indifferenza. Talvolta riscuotono perfino successo. Come se nulla fosse. Questa degradazione è trasversale, non conosce isole felici poste al riparo, ma intacca ogni ambito. Dai reazionari ai rivoluzionari, nessuno si preoccupa più di cosa sia giusto, ma solo di cosa sia conveniente. E, pur di ottenere ciò che è conveniente, si è pronti a fare o a giustificare qualsiasi comportamento, anche quelli più ripugnanti. Il rigore — ci viene detto e ripetuto — fa diventare rigidi, fa perdere occasioni. Meglio essere elastici. E poi il futuro non esiste; ci si può anche rilassare, ci si può anche sbracare. «Se le cose non possono migliorare», diceva qualcuno anni fa, «possono però pur sempre peggiorare». Oggi se le cose non possono peggiorare è solo perché il peggio si è già verificato. Deve semplicemente passare un certo lasso di tempo prima che tutti vengano a saperlo.

Noi, ad esempio, pensavamo che all’interno di quel letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento il punto più basso fosse stato raggiunto due anni fa in quel del Piemonte. Ma ci sbagliavamo, doppiamente. Una settimana fa abbiamo appreso da un testo apparso in rete — Circa i fatti di Parma nella sede della RAF — che un punto ancora più basso era già stato toccato nel 2010 in Emilia. La lettura di questo testo ci ha lasciato storditi, increduli, nauseati. I fatti che vi vengono riportati sono talmente gravi ed enormi da non permettere sfumature mediatrici: qualcosa di infame è accaduto, in un senso o nell’altro, «fra compagni». O un disgustoso abuso sessuale o una terribile calunnia. Abbiamo trascorso intere giornate con l’animo incarognito, in attesa di una smentita parziale o totale di quanto scritto. I giorni sono passati e nessuno ha smentito. Ne deduciamo quindi che le affermazioni di quel testo siano vere, se non nel minimo dettaglio, quanto meno nella sostanza.
Ciò che è accaduto a Parma a partire dal settembre del 2010 la si potrebbe definire la tempesta perfetta dell’infamia umana. Più comportamenti aberranti si sono incontrati in un unico punto e nello stesso momento, si sono incrociati, alimentati a vicenda, scatenati reciprocamente contro un’unica persona, spazzando via ogni minima decenza. All’interno della sede della Rete Antifascista — si dice in questo documento — è avvenuto uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza priva di sensi. Per compiere questo stupro è stato usato anche un fumogeno. Questo stupro, a cui hanno assistito alcuni spettatori, è stato filmato con un telefono cellulare. Il video è circolato fra molti compagni. Nonostante parecchi ne fossero a conoscenza, nessuno ha detto niente, nessuno ha fatto nulla. La ragazza vittima dello stupro è stata poi battezzata con un nomignolo spregevole. Alcuni anni dopo, il ritrovamento del video nel corso di una inchiesta giudiziaria relativa ad altri fatti ha causato l’apertura di una nuova inchiesta, questa volta per stupro. La ragazza, che in tutto quel tempo non aveva mai denunciato nessuno, è stata prelevata e sottoposta a interrogatorio. Sono i carabinieri a mostrarle per la prima volta il video, a metterle sotto gli occhi quel che aveva subito. Alla fine, sotto immaginabili pressioni, la ragazza ha firmato una deposizione e alcune persone sono finite sotto processo. E lei è stata insultata, minacciata e messa al bando da certi spazi di movimento perché considerata un’infame che ha permesso alla magistratura di incriminare alcuni compagni.
Noi non conosciamo questa ragazza, come non conosciamo le persone coinvolte a Parma. Ci fu un tempo in cui il nome di questa città era per noi abbinato agli occhietti vispi del Monello, il partigiano anarchico che non depose mai le armi contro il fascismo. Ma oggi il Monello non c’è più, la morte gli ha risparmiato l’affronto di venire a sapere cosa sia successo ad un passo da casa sua, in quella Parma che rischia oggi di acquisire la nomea della città in cui «gli antifascisti stuprano». Noi non abbiamo amici da difendere o non-amici da attaccare. Abbiamo solo la nostra coscienza, sgomenta per quanto è accaduto. Incapace (e senza alcuna intenzione) di stare zitta davanti a tale infamia. Una infamia inconcepibile fino allo scorso millennio, ma possibile e già in atto oggi, allorquando ogni rapporto viene vissuto in maniera strumentale, ogni idea viene considerata un orpello usa-e-getta, ogni etica viene percepita come limite ed impedimento da superare.

Una ragazza in stato di ebbrezza, priva di coscienza. Collassata per un eccesso di alcool o di droghe. Incapace di rendersi conto di quanto le sta accadendo attorno. È l’obiettivo preferito di certi maschi in fregola, vogliosi solo di sfogarsi biologicamente, senza dover aspettare che scocchi la reciproca scintilla, senza dover perdere tempo in corteggiamenti dall’esito incerto. Per costoro, una ragazza priva di sensi è la preda perfetta. Se non dice di sì, non dice nemmeno di no. E questo è un particolare importante, perché ci sono maschi in fregola che hanno perfino una coscienza delicata e degli scrupoli morali. Non vogliono passare per stupratori, non si considerano stupratori. Poiché non fanno domande, non hanno bisogno di ricevere risposte. «No» è sinonimo di stupro, lo sanno tutti, il silenzio invece apre quella zona franca che permette loro di usare un essere umano come se fosse una bambola di carne per poi dormire in pace con se stessi. Quando un «No» inequivocabile non viene pronunciato, loro si sentono a proprio agio. Non è stupro, perché non ci sono urla e singhiozzi. Non è stupro, perché non c’è resistenza fisica.

«Noi non siamo stupratori», dicono i diretti interessati. «Non sono stupratori», ribadiscono i loro compagni e amici (e avvocati). Tutti pronti a ricordare il detto secondo cui chi tace, acconsente. Per sbirri e magistratura, invece, non ci sono dubbi: quegli «antifascisti» sono stupratori. Che trionfo, per tutti i reazionari! Quante risate, per i fascisti! Quale scoop, per i giornalisti! Che batosta, per il movimento! Secondo alcuni, ciò costituisce un motivo in più per non usare la parola stupro, un motivo in più per difendere gli imputati, un motivo in più per prendersela con quella ragazza. Chi può dire, in tutta onestà, che prima di svenire lei non abbia lanciato sorrisi complici e sguardi maliziosi? Chi sa davvero cosa è accaduto quella notte? Ciò che è certo è che tre «antifascisti» sono alla sbarra: non uniamoci alla canea che li vorrebbe veder marcire in galera, non chiamiamoli stupratori.
Sì, è vero, non è piacevole ripetere il ritornello dei magistrati in aula di tribunale. Motivo per cui noi chiameremo i non-chiamiamoli-stupratori nell’unico modo che ci viene in mente, ciò che hanno dimostrato di essere al di là di ogni possibile dubbio: Miserabili Uomini di Merda. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per scaricare il proprio testosterone sul corpo inanimato di una ragazza priva di sensi. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per usare un fumogeno come sex toy (ricordate i parà italiani in Somalia nel 1993, quelli che stupravano le «belle abissine» usando un proiettile di artiglieria? stessa pasta subumana). E bisogna essere dei Miserabili Uomini di Merda anche per fare da spettatori a quell’atto sessuale, filmandolo col telefonino. Infine — e ci teniamo qui a sottolinearlo — bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per venire a sapere quanto accaduto senza battere ciglio, per guardare quel video senza infuriarsi (magari ridacchiando e dandosi di gomito), per chiamare quella ragazza con quel nomignolo ripugnante, per tollerare e giustificare ciò che le è stato fatto, per continuare a respirare la stessa aria di chi si è macchiato di tale infamia, giungendo a minacciare la vittima per difendere i carnefici. E a noi non interessa affatto il verdetto che verrà pronunciato dal tribunale, non dobbiamo attendere di conoscerlo per esprimerci in merito. Non ci interessa cosa ne dirà la legge, sappiamo già cosa ci dice il nostro cuore.
Inoltre, bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per accusare quella ragazza di aver dato in pasto tre compagni alla magistratura con la sua deposizione. Al di là del fatto che Miserabili Uomini di Merda simili possano essere considerati compagni solo da altrettanto Miserabili Uomini e Donne di Merda, ma poi in realtà è accaduto l’esatto contrario: è la ragazza ad essere stata data in pasto agli inquirenti, grazie a quel video che nella testa di questi Miserabili Uomini di Merda doveva essere il trofeo da esibire in ricordo della loro notte da leoni. Da quanto abbiamo capito, nella deposizione firmata da quella ragazza i carabinieri hanno infilato anche nomi di persone del tutto estranee ai fatti, poi prosciolte da ogni accusa. Chi si è visto trascinato in questa vicenda infame ha senz’altro un buon motivo per avercela con lei e sarà la sua coscienza a decidere se ricordare con ostilità o se, viste le circostanze, dimenticare per pietà. Ma ciò non giustifica comunque la logica del «tutti colpevoli, nessun colpevole» a cui si aggrappano i Miserabili Uomini e Donne di Merda.
Spacca il cuore il pensiero di come la «mia bella anarchia» del Monello e degli anarchici del 900 si sia decomposta a tal punto da diventare la nostra putrida anarchia del terzo millennio. In mezzo ai cavalieri dell’idea che ci hanno preceduto, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile. E non ci riferiamo a quanto è accaduto quella notte in via Testi a Parma — che un pugno di Miserabili Uomini di Merda si possono trovare ovunque e in tutte le epoche —, ma a quanto non è accaduto dopo. Perché, considerato il luogo in cui è avvenuto quello scempio e la bandiera con cui si avvolgono i responsabili, non è stata solo una ragazza di diciotto anni a venire violentata e umiliata: anche l’idea, anche l’etica, anche la dignità di chi sogna un mondo senza autorità e potere sono state violentate e umiliate, con lei, quella sera. E questo è un fatto che nella «bella anarchia» avrebbe fatto salire il sangue agli occhi, avrebbe fatto gridare vendetta, avrebbe immediatamente spinto i compagni più generosi a fare colletta per regalare a questi Miserabili Uomini di Merda una lunga vacanza in qualche reparto ortopedico. Ma nella nostra putrida anarchia non c’è rimasta più nessuna idea, nessuna etica, nessuna dignità. Il letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento è composto per la stragrande maggioranza da compagni-per-caso, che si battono contro le forze dell’ordine come altri si buttano con il paracadute, che intonano slogan da corteo come altri intonano cori da stadio, che frequentano spazi occupati come altri frequentano discoteche, legati fra loro dal medesimo spirito di branco. Ecco perché non è successo niente dopo quella notte infame in via Testi a Parma. Perché chi non ha alcuna idea, alcuna etica, alcuna dignità da curare, ma solo un profilo Facebook, in quel video non ha visto alcun orrore — ci ha visto solo amici che se la spassavano con qualcuno di meno amico.
Eccola qui, l’apocalisse etica. Dopo la legittimazione della calunnia («un errore, una opinione non condivisibile, andiamo avanti») e prima della legittimazione della delazione («un errore, una pratica che non ci appartiene, riportiamo il discorso sui binari»), ci mancava solo questa. Cosa è avvenuto quella sera nella sede della Rete Antifascista? Un errore? Un eccesso di libidine, condivisa e informale, di cui pochi altri soffrono? Voltiamo pagina? In effetti, dopo una assemblea con dei delatori, un presidio in difesa di questi Miserabili Uomini Di Merda sarebbe anche logico. Si tratterebbe di un vero presidio di rivoluzionari, sia chiaro, mica di Miserabili Uomini e Donne di Merda che fra di loro si chiamano compagni. Gente capace di ricordarsi all’improvviso dell’etica per gettarla in faccia sia a questa ragazza, sia a chi l’ha difesa. Come si può de-responsabilizzare chi ha collaborato con gli inquirenti solo perché è stata vittima di un abuso? Già, fosse stata una leader di movimento, allora sì che la si poteva de-responsabilizzare. In quel caso l’etica sarebbe rimasta in tasca, tenuta ben nascosta sopra il culo. Questi Miserabili Uomini e Donne di Merda, a cui piace essere forti con i deboli e deboli con i forti, non smettono di rammentare che, avendo firmato la deposizione redatta dai carabinieri, questa ragazza è una infame (tecnicamente parlando). E questa per i Maramaldi dell’antifascismo è (tecnicamente parlando) una ottima occasione per sfoggiare tutto il loro coraggio e la loro coerenza.
Quanto a noi, ammettiamo la nostra viltà e la nostra incoerenza: quella ragazza non avrà il nostro disprezzo. La vita, sotto forma di Miserabili Uomini e Donne di Merda (prima senza e poi con uniforme), ha già infierito fin troppo su di lei. Il nostro disprezzo preferiamo riservarlo, e fino all’ultima goccia, a chi l’ha usata per una notte come latrina ormonale e a chi ha riso o taciuto per anni davanti ad una tale infamia.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?

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Nel momento di scrivere queste righe sta per essere lanciata una operazione poliziesca su larga scala a Calais. Una operazione che mira a deportare la totalità delle persone che abitano la zona chiamata Giungla, dove circa 7000 individui godono ancora di una certa autonomia, di rapporti di mutuo appoggio per far fronte alla precarietà e per organizzarsi nel tentativo di passare la frontiera. Dovrebbero essere suddivisi ad ogni angolo della Francia, secondo le considerazioni giuridiche ed amministrative e in maniera di levar loro ogni speranza di andare in fondo al loro cammino, alcuni nei «centri di accoglienza», altri nei centri di detenzione per immigrati. Un po’ come si differenziano i rifiuti. Calais, questo punto di passaggio quasi obbligato per migliaia di persone che — sotto costrizione, per necessità o per scelta — hanno lasciato i loro luoghi di vita, e si aggrappano malgrado la tormenta al desiderio di raggiungere l’Inghilterra.

Calais, un territorio dove poco più di un anno fa Eurotunnel ha eretto una trentina di chilometri di barriere metalliche, su diverse file, talvolta sormontate dal filo spinato, con profusione di telecamere, sistemi di sorveglianza ad infrarossi, chiusure elettrificate, vigili e unità cinofile. Il tutto per aiutare i poliziotti incaricati di impedire l’accesso all’Eurotunnel e al porto, i quali in qualche caso nel corso di scontri si sono fatti abbondantemente malmenare, allorquando in coloro a cui sono incaricati di rendere la vita impossibile si mescolavano rabbia, sostegno reciproco e volontà di superare o di abbattere gli ostacoli. Calais, dove un anno fa Eurotunnel ha disboscato massicciamente i terreni che costeggiano le linee ferroviarie, innanzitutto per fare piazza pulita per la videosorveglianza e togliere ogni possibilità di nascondersi, poi per inondare i terreni ed annichilire ogni tentativo di passaggio a fronte del rischio di annegare. Calais, dove lo scorso gennaio lo Stato ha fatto costruire un campo di container affinché sotto la minaccia di una espulsione imminente si ammassasse un numero scelto di persone, sotto la stretta sorveglianza di una associazione umanitaria (La Vie Active) e di un sistema di prelievo d’impronte digitali all’ingresso (costruito da una ditta della regione). Calais, dove come nelle strade di Parigi ed altrove, si contano a migliaia gli arresti, le reclusioni nei centri di detenzione per immigrati e le espulsioni forzate.

Calais, un territorio dove l’infamia viene messa a nudo.

Calais, dove l’arbitrio del potere sulla vita di tutti, e più violentemente su quella degli indesiderabili, non può essere negato.
Calais, dove si staglia alla luce del giorno la priorità data ai trasporti di merci e alla circolazione dei treni piuttosto che all’esistenza di esseri di carne e di sangue.
Calais, dove industria, affari e repressione banchettano al matrimonio dell’orrore e dell’indifferenza.
Calais, dove si cristallizza ciò che spadroneggia ovunque altrove.

A Calais quindi, continuano la costruzione ed il consolidamento delle frontiere visibili: a metà ottobre sono state poste le prime lastre di cemento, alte quattro metri, per costruire un muro fra la Giungla e il porto che costituisce una delle ultime possibilità di passaggio, dato che ogni giorno vi transitano diverse migliaia di camion. Un nuovo dispositivo che fa parte di un progetto più vasto di controllo del bestiame umano e di repressione di chi rifiuta di piegarsi, un progetto mostruosamente razionale, pensato, elaborato, discusso, adattato, negoziato, deciso con sangue freddo e lucidità da rappresentanti istituzionali, da politici di alto rango, da consiglieri, da alti funzionari di polizia e della Prefettura, da legislatori e giudici, da esperti, da imprenditori, da subappaltatori. Un progetto che genera grosse somme di denaro, tali da interessare una sfilza di imprese come Eurovia-Vinci incaricata della costruzione del muro, Sogea, altra filiale di Vinci incaricata della distruzione della zona sud della Giungla in febbraio e della costruzione del campo di container, l’ong Acted sovvenzionata dallo Stato e che collabora con la polizia alle frontiere per l’organizzazione dell’espulsione, le agenzie di noleggio delle macchine di costruzione Manitou, Salti e Kiloutou. Un progetto che non si limita a Calais e dintorni, e nel quale la SNCF [ferrovie francesi] ha la sua parte di responsabilità specialmente rafforzando i controlli che colpiscono i senza documenti nelle stazioni di Calais Fréthun, Paris Gare du Nord e Lille, collaboratrice di deportazioni verso l’Italia dalla valle della Roya nel corso delle quotidiane operazioni di controllo eseguite da militari e sbirri sui treni e sulle banchine ferroviarie. Anche Thalès ha organizzato un complesso sistema di sorveglianza del porto di Calais, e prodotto i due droni militari che sorvegliano il sito dell’Eurotunnel, e si vanta d’essere uno dei leader mondiali sul mercato della sorveglianza delle frontiere.

Per chi è venuto da lontano senza autorizzazione e senza pied-à-terre, lo Stato vorrebbe che esistessero solo due soluzioni: la reclusione in centri di detenzione (e la sua nuova declinazione sperimentata questa estate, la reclusione all’esterno, ovvero l’obbligo di dimora con firma quotidiana al commissariato) o un controllo serrato, attraverso procedure di richiesta d’asilo, «di scambio» (ovvero di rinvio forzato) in un altro paese europeo, di spostamento in alcuni centri. Ma se lo Stato riesce a rinchiudere dei corpi, fallisce nell’annichilire i loro cuori e le menti, come dimostra l’incendio di gran parte del centro di detenzione per immigrati di Vincennes all’inizio di luglio ad opera dei detenuti stessi, o i molteplici e incessanti tentativi di evasione. Quanto alle misure di controllo, malgrado i viziosi tentativi di associazioni ed organizzazioni umanitarie per farle accettare a quelli che sanno bene per quali ragioni le rifiutano, tutto lascia pensare che lo Stato, senza l’adesione di chi vorrebbe vedere docile ed obbediente, dovrà utilizzare la forza e la violenza per imporgliele. Svelando ancora una volta e senza pudore il solo volto che gli è proprio: quello dell’autorità.

Perché se esiste qualcosa di profondamente radicato negli esseri umani, oltre il tempo e lo spazio, è proprio la capacità di rifiutare il destino che è stato assegnato, a loro e ai propri simili, di rifiutare di piegarsi alle costrizioni esterne. È la volontà inalterabile di sfidare le potenze che li condannano a un destino totalmente tracciato. È da qui che la rivolta trae la propria forza. Dandosi dei mezzi, è sempre possibile rimandare un po’ delle loro responsabilità in faccia ai nemici della libertà.

Ciò che disgusta il cuore, che la mano attacchi

Gli indifferenti

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C. Aronica

«Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d’i cattivi

a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe, ch’eran ivi»
Dante, Inferno, canto III

 

Non per nulla Dante si scaglia contro coloro che vissero «senza infamia e senza lodo».
Costoro sono nati per far numero ed ombra; sono la massa bruta che intralcia il cammino dell’umanità; sono la palla di piombo ai piedi del progresso.
Giustamente scrisse Inkyo nel dramma Giustizia è fatta: «Non è provato che gli indifferenti non siano peggiori degli altri. È in grazia loro che tanti mali si perpetuano e diventano destino di tutti.
La loro indifferenza alle ingiustizie, la loro insensibilità alle sofferenze di chi è oppresso e che anela al loro aiuto per scuotere il giogo e sollevarsi alla vita, è bene una responsabilità.
Perché questa gente non sa mai dire una parola contro i prepotenti che dominano, in appoggio ai deboli che si dibattono?
Questa gente che vive la piccola vita materia di egoismi e di tornaconti e non alza mai gli occhi per accorgersi della miseria del vicino, perché dovrebbe salvarsi quando questi scuote la sua pazienza e urla la sua protesta?».
C’è ancora di più.
Oggi la qualifica d’indifferente, che si danno questi individui equivoci, non è esatta.
Essi non sono dei veri neutrali o degli ignavi, come ai tempi di Dante.
La maggior parte di essi appartengono
alla razza servil dei pagnottisti.

Sono chiusi nel loro egoismo, ma imbevuti del veleno di quella stampa corrotta e corruttrice, di cui è invasa tutta la cosiddetta classe dei benpensanti.

Se fossero veramente  degli indifferenti, non dovrebbero leggere nessun giornale, oppure ne dovrebbero leggere di tutti i colori: dai clericali ai repubblicani, dai conservatori agli anarchici, dai domenicali illustrati della borghesia agli opuscoli di chi soffre e lotta contro i nemici dell’umanità.
E allora, se essi al posto del cuore vi hanno una pietra e rimangono impassibili, tanto se trionfa la menzogna, quanto se trionfa la verità, allora possono affermare veramente di essere degli indifferenti, e meritano di essere trattati come li tratta Dante.
Ma essi, non solo si guardano bene dal non leggere nessun giornale o libro che non sia ad usum delphini, ma ancora evitano di avvicinare qualche operaio intelligente, che potrebbe insegnare loro molte di quelle cose che il codardo indifferente sconosce addirittura, o finge di non capire.
E molti di loro non sono che qui famosi intellettuali, figli di operai, o figli di villani arricchiti con l’abigeato o di bottegai ingrassati col furto legale.
Figli alle volte d’una società anonima, che prendono tale prosopopea, come se fossero saliti sopra un mucchio di concime.
Con un avversario dichiarato, spesso si può discutere; ma con un sedicente indifferente, no.
Rivestiti della più ributtante ignoranza, finiscono col dire: «mondo è stato e mondo è», come se ancora fossimo all’età della pietra.
Ma essi, rettili insidiosi, intendono giustificare in quel modo l’opera del birbante, del prepotente e del traditore che trionfa.
Sono essi i peggiori nemici dell’umanità.

Il Vespro Anarchico, 1923

Attraverso Utopia

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Maria Luisa Berneri
La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e «gli uomini pratici» governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.
Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l’internazionalismo, Platone riconosceva l’uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All’inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.
Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese. Alla fine del XVII e nel XVIII secolo, ritroviamo idee ancor più sorprendenti e audaci riguardo alla religione, ai rapporti sessuali, alla natura del governo e della legge. Siamo talmente abituati a pensare che i movimenti progressisti abbiano avuto inizio col XIX secolo, che ci stupiamo di vedere che la degenerazione del pensiero utopico comincia proprio allora. Le utopie, in genere, diventano timorose; la proprietà privata e il denaro vengono spesso giudicati necessari; gli uomini devono considerarsi felici a lavorare otto ore al giorno e non c’è nemmeno da pensare alla possibilità che il loro lavoro sia attraente. Le donne son sottoposte alla tutela dei loro mariti e i figli a quella del padre. Ma prima che le utopie venissero contaminate dallo spirito «realista» del nostro tempo, esse fiorirono con una varietà ed una ricchezza che ci fanno dubitare nella validità della nostra pretesa di aver ottenuto qualche avanzamento nel progresso sociale.
Ciò non significa che tutte le utopie siano state rivoluzionarie e progressiste: la maggior parte di esse hanno avuto queste due qualità, ma poche sono state completamente rivoluzionarie. Gli scrittori utopistici furono rivoluzionari quando auspicavano una comunità di beni al tempo in cui la proprietà privata era ritenuta sacra, il diritto per ogni individuo di sfamarsi quando i mendicanti venivano impiccati, la parità delle donne quando queste erano considerate poco più che schiave, la dignità del lavoro manuale quando esso veniva ritenuto ed era reso un’occupazione degradante, il diritto di ogni bambino ad una infanzia felice e ad una buona istruzione quando questo era riservato ai figli dei nobili e dei ricchi. Tutto ciò ha contribuito a rendere la parola «Utopia» sinonimo di una forma felice e desiderabile di società. Utopia, a questo riguardo, rappresenta il bisogno degli uomini alla felicità, il loro segreto desiderio dell’Età dell’Oro, o, come altri l’immaginavano, del Paradiso perduto.
Ma quel sogno aveva spesso i suoi lati oscuri. C’erano schiavi nella Repubblica di Platone e nell’Utopia di Moro; c’erano omicidi di massa di iloti nella Sparta di Licurgo; e guerre, esecuzioni, disciplina ferrea, intolleranza religiosa si ritrovano spesso a fianco delle istituzioni più illuminate. Questi aspetti, che spesso sono stati ignorati dagli ammiratori di utopie, discendono dalla concezione autoritaria su cui molte utopie vennero edificate e sono assenti da quelle che tendono al raggiungimento della completa libertà.
Due orientamenti principali si manifestano nel pensiero utopistico attraverso il tempo. Uno tende alla felicità dell’umanità attraverso il benessere materiale, l’annullamento dell’individualità dell’uomo nel gruppo e nella grandezza dello Stato. L’altro, mentre richiede un certo livello di agiatezza materiale, ritiene che la felicità sia la conseguenza della libera espressione della personalità dell’uomo e non debba essere sacrificata ad un arbitrario codice morale o agli interessi dello Stato. Questi due orientamenti corrispondono a differenti concezioni del progresso. Per gli utopisti anti-autoritari, il progresso viene valutato, secondo le parole di Herbert Read: «dal grado di differenziazione all’interno di una società. Se l’individuo è un’unità in una massa compatta, la sua vita non è solamente piatta e breve, ma triste e meccanica. Se l’individuo è un’unità a sé, con spazio e potenzialità per l’attività separata, allora può essere maggiormente soggetto al caso o alla sorte, ma almeno può espandersi e esprimersi. Egli può sviluppare (sviluppare nell’unico vero significato della parola) se stesso in consapevolezza di forza, vitalità e gioia».
Ma, come nota sempre Herbert Read, non è sempre stata questa la definizione di progresso:
«Molte persone cercano sicurezza nelle cifre, felicità nell’anonimato e dignità nella routine. Non chiedono niente di meglio che di essere pecore guidate dal pastore, soldati sotto un capitano, schiavi sotto un tiranno. I pochi che si differenziano diventano i pastori, i capitani e i tiranni di questi seguaci volontari.»
Le utopie autoritarie miravano a fornire pastori, capitani e tiranni alla gente, che fossero sotto il nome di guardiani, filarchi o samurai.
Tali utopie erano progressiste in quanto desideravano abolire le diseguaglianze economiche, ma sostituivano la vecchia schiavitù economica con una nuova: gli uomini non erano più gli schiavi dei loro padroni o imprenditori, per diventare gli schiavi della Nazione e dello Stato. Il potere dello Stato è a volte basato sul potere morale e militare, come nella Repubblica di Platone, sulla religione, come in Christianopolis di Andreä, o sulla proprietà dei mezzi di produzione e di distribuzione come nella maggior parte delle utopie del XIX sec. Ma il risultato è sempre lo stesso: l’individuo è costretto a seguire un codice di comportamento morale artificialmente creato per lui.
Le contraddizioni inerenti alla maggior parte delle utopie son dovute a questa concezione autoritaria. Gli artefici di utopie volevano dare libertà alla gente, ma la libertà che vien concessa non è più libertà. Diderot fu uno degli scrittori utopistici che si negò persino il diritto di decretare che «ognuno dovrebbe fare come vuole»; ma i creatori di utopie, nella loro maggioranza, son decisi a rimanere i padroni delle loro immaginarie comunità. Mentre pretendono di dare la libertà, emanano un dettagliato codice che dev’essere seguito minuziosamente. Ci sono legislatori, re, magistrati, preti, presidenti di assemblee nazionali nelle loro utopie; e tuttavia, dopo aver decretato, codificato, ordinato matrimoni, imprigionamenti ed esecuzioni, pretendono ancora che la gente sia libera di fare quel che desidera. È fin troppo evidente che Campanella immaginò di essere il Grande Metafisico nella sua Città del Sole, Bacone un padre della sua Casa di Salomone e Cabet il legislatore della sua Icaria. Se avessero avuto lo spirito di Tommaso Moro avrebbero potuto esprimere il loro segreto desiderio con molto umorismo: «Non puoi credere quanto io sia inebriato», egli scrisse al suo amico Erasmo, «quanto sia cresciuto in statura e stia a testa alta; mi figuro continuamente nella parte di sovrano di Utopia; in effetti mi vedo passeggiare colla corona di spighe di grano in testa, indossando un saio francescano e tenendo come scettro un mazzo di spighe, seguìto da una gran moltitudine di gente di Amauroto». A volte altri devono far rilevare le incoerenze del loro sogno, come quando Gonzalez in La Tempesta parla ai suoi compagni dell’ideale comunità che gli piacerebbe creare sulla sua isola:
«Gonzalez: Nella comunità organizzerei tutto al contrario; poiché non permetterei alcun tipo di commercio; nessuna carica di magistrato; le lettere rimarrebbero ignote; niente ricchi, né povertà, né servizi; nessun contratto, atto di successione, confine di terra, di coltivazione, di vigneto; niente metallo, grano o vino o olio; nessuna occupazione, tutti gli uomini oziosi, tutti; e anche le donne, ma innocenti e pure; nessuna sovranità…
Sebastian: Però lui vorrebbe farvi il re.
Antonio: La fine ultima della sua comunità dimentica l’inizio».
Un’altra contraddizione delle utopie autoritarie sta nella affermazione che le loro leggi seguono l’ordine di natura mentre in realtà il loro codice è stato costituito arbitrariamente. Gli scrittori utopistici, invece di tentare di scoprire le leggi di natura, preferivano inventarsele, o trovarle negli «archivi dell’antica avvedutezza». Per alcuni di loro, come Mably o Morelly, il codice di natura era quello di Sparta e invece di fondare le loro utopie su comunità viventi e su uomini che essi avessero conosciuto, le basavano su concezioni astratte. A ciò si deve l’atmosfera artificiosa prevalente in moltissime utopie: gli utopisti sono creature uniformi con identici bisogni e reazioni e privi di emozioni e di passioni, giacché queste sarebbero espressione di individualità. Questa uniformità si riflette in ogni aspetto della vita utopistica, dagli abiti all’orario, dal comportamento morale agli interessi intellettuali. Come ha osservato H.G. Wells: «In quasi ogni Utopia (ad eccezione, forse di Notizie da nessun luogo di Morris) ci sono edifici belli ma anonimi, coltivazioni simmetriche e perfette e una gran massa di gente sana, felice, vestita magnificamente, ma senza alcun tratto personale. Troppo spesso il quadro assomiglia alla chiave di uno di quei grandi quadri di incoronazioni, matrimoni reali, parlamenti, convegni e riunioni dei tempi vittoriani, in cui, invece di un volto, ogni figura ha il suo ovale con il numero di riferimento ben chiaro.»
Anche la messa in opera dell’utopia è artificiale. Alla nazione uniformata deve corrispondere una campagna o una città uniforme. Lo amore autoritario per la simmetria induce gli utopisti a sopprimere montagne o fiumi e persino ad immaginare isole perfettamente circolari e fiumi perfettamente rettilinei.
«Nell’utopia dello Stato Nazionale – scrive Lewis Mumford – non ci sono regioni naturali; e il concentramento altrettanto naturale della popolazione in città, villaggi e paesi, che, come osserva Aristotele, è forse il principale punto di differenziazione tra l’uomo e gli altri animali, è tollerato unicamente a condizione che lo Stato consegni a questi gruppi una parte della sua onnipotente autorità, o “sovranità” come vien chiamata, e permetta loro un’esistenza collettiva. Purtroppo per questo meraviglioso sogno, che generazioni di giuristi e di statisti si sono arrovellate a progettare, le città nacquero ben prima degli Stati (esisteva una Roma sul Tevere molto prima di un Impero Romano) e la graziosa concessione dello Stato è semplicemente un’approvazione a malincuore del fatto compiuto…
«Invece di accettare le regioni naturali ed i gruppi naturali di popolazione, l’utopia del nazionalismo stabilisce con la riga del topografo una certa zona chiamata territorio nazionale e rende tutti gli abitanti di questo territorio membri di un unico, indivisibile gruppo, la nazione, che si pensa precedente come volontà e superiore come potere a tutti gli altri gruppi. Questa è l’unica formazione sociale che sia ufficialmente riconosciuta all’interno dell’utopia nazionale. Ciò che è comune a tutti gli abitanti di questo territorio si crede sia di ben maggiore importanza rispetto a qualunque cosa che unisca insieme gli uomini in particolari agglomerati civili o industriali.»
Questa uniformità è mantenuta da un forte Stato nazionale. La proprietà privata viene abolita a Utopia, non semplicemente per istituire l’uguaglianza tra i cittadini o a causa della sua influenza corruttrice, ma perché presenta un pericolo per l’unità dello Stato. Anche l’atteggiamento nei riguardi della famiglia viene determinato dal desiderio di mantenere uno Stato unito. Molte utopie rimangono nella tradizione platonica ed aboliscono la famiglia insieme al matrimonio monogamico, mentre altre seguono Tommaso Moro e sostengono la famiglia patriarcale, il matrimonio monogamico e l’educazione dei bambini all’interno dell’ovile della famiglia. Un terzo orientamento realizza un compromesso conservando le istituzioni familiari ma affidando allo Stato l’educazione dei bambini.
Quando le utopie vogliono abolire la famiglia è per le medesime ragioni per cui vogliono abolire la proprietà. La famiglia viene considerata come un istituto che incoraggia gli istinti egoistici e pertanto come responsabile di un’influenza disintegratrice sulla comunità. D’altra parte, i sostenitori della famiglia vedono in essa la base di uno Stato stabile, il nucleo indispensabile, il campo di addestramento per le virtù dell’obbedienza e della fedeltà richieste dallo Stato. Essi ritengono, a ragion veduta, che la famiglia autoritaria, lungi dal rappresentare un pericolo inculcando tendenze individualistiche nei bambini, li abitui anzi a rispettare l’autorità del padre; essi più tardi obbediranno altrettanto ciecamente agli ordini dello Stato.
Uno Stato forte necessita di una classe o di una casta dominante che detenga il potere sul resto della popolazione e, mentre i progettatori di comunità ideali misero gran cura nell’assicurarsi che la proprietà non corrompesse né disunisse questa classe dirigente, non s’accorsero, di solito, del pericolo che la brama di potere potesse corrompere e dividere i dominatori e opprimere il popolo. Platone fu il principale colpevole a questo riguardo. I suoi guardiani avevano tutto il potere nella città, mentre Plutarco era consapevole degli abusi che sarebbero stati compiuti dagli spartani, ma non propose rimedi. Tommaso Moro suggerì una nuova concezione: quella di uno Stato rappresentante tutti i cittadini, ad eccezione di un piccolo numero di schiavi. Il suo regime era quello che noi chiameremmo democratico; ossia il potere veniva esercitato dai rappresentanti del popolo. Ma questi rappresentanti avevano il potere di amministrare le leggi piuttosto che quello di progettarle, poiché le leggi principali erano state date al Paese da un legislatore. Lo Stato pertanto amministrava un codice di leggi che la comunità non aveva fatto. Di più, per il carattere centralizzato di quello Stato, le leggi erano le stesse per ogni cittadino e per ogni sezione della comunità e non tenevano conto della trasformazione di fattori personali. Per questo motivo, alcuni scrittori utopistici, come Gerrard Winstanley, erano contrari alla delega, da parte della comunità, del suo potere ad un corpo centrale, temendo che in effetti essa perdesse la sua libertà e vollero che mantenesse il suo governo autonomo. Gabriel de Foigny e Diderot andarono ancor più oltre abolendo del tutto qualsiasi governo.
L’esistenza dello Stato necessita anche di due codici di comportamento morale, poiché lo Stato non solo divide la popolazione in classi ma divide anche l’umanità in nazioni. La fedeltà allo Stato esige un certo codice di comportamento per i rapporti tra i cittadini della comunità e un altro per i rapporti tra i cittadini e gli schiavi o i «barbari». Tutto ciò che è proibito nei rapporti tra eguali è permesso nei riguardi di coloro che son considerati esseri inferiori. Il cittadino utopiano è gentile e cortese verso i suoi pari ma crudele con i suoi schiavi; ama la pace in casa ma conduce le guerre più violente all’esterno. Tutte le utopie che seguono le orme di Platone ammettono questo dualismo nell’uomo. Che questo dualismo esista nella società così come noi la conosciamo è abbastanza vero, ma può parere curioso che non sia stato eliminato in una «società perfetta». L’ideale universalista di Zenone che, nella sua Repubblica, proclamò la fratellanza degli uomini di tutte le nazioni, non è mai stato adottato dagli scrittori utopistici. La maggioranza delle utopie ammette le guerre come parte inevitabile del loro sistema, come in verità dev’essere, in quanto l’esistenza di uno Stato nazionale dà sempre luogo a guerre.
Lo Stato utopistico autoritario non ammette alcuna personalità tanto forte ed indipendente da concepire la trasformazione o la rivolta. Dacché le istituzioni utopistiche sono considerate perfette, è superfluo dire che non possono essere suscettibili di miglioramento. Lo Stato utopistico è essenzialmente statico e non permette ai suoi cittadini di lottare o anche di sognare un’utopia migliore.
Questo schiacciamento della personalità dell’uomo spesso comporta un carattere assolutamente totalitario. È il legislatore del Governo che decide la pianificazione delle città e delle case; questi piani vengono preparati secondo i più razionali princìpi e le migliori conoscenze tecniche, ma non sono l’espressione organica della comunità. Una casa, come una città può esser fatta di materiali inanimati, ma dovrebbe includere lo spirito di coloro che la costruiscono. Allo stesso modo, le uniformi utopistiche posson essere più comode e attraenti dei normali abiti, ma non permettono all’individualità personale di esprimersi.
Lo Stato utopistico è ancor più feroce nella repressione della libertà dell’artista. Il poeta, il pittore, lo scultore devono tutti diventare servitori ed agenti di propaganda dello Stato. A loro è proibita l’espressione individuale nella estetica o nella morale, ma il vero scopo è di soffocare qualsiasi manifestazione di libertà. Moltissime utopie fallirebbero il «test dell’arte» suggerito da Herbert Read: «Platone, che viene ricordato troppo spesso e troppo compiacentemente, bandì i poeti dalla sua Repubblica. Ma quella Repubblica era un ingannevole modello di perfezione. Poteva essere realizzata da un dittatore, ma poteva funzionare unicamente come funziona una macchina: meccanicamente. E le macchine funzionano meccanicamente solo perché son fatte di materiali inanimati ed inorganici. Se si vuole esprimere la differenza tra una società progressista organica e un regime statico totalitario, lo si può fare con una sola parola: la parola arte. Solo a condizione che l’artista sia lasciato libero di agire la società può includere quegli ideali di libertà e di sviluppo intellettuale che a moltissimi tra noi paiono le sole garanzie degne della vita».
Le Utopie che superano questo test sono quelle che si oppongono alla concezione dello Stato centralizzato, quelle di una federazione di libere collettività, in cui l’individuo possa esprimere la sua personalità senza essere sottoposto alla censura di un codice artificiale, in cui libertà non sia una parola astratta ma si manifesti concretamente nel lavoro, che sia quello del pittore o quello del muratore. Queste utopie non sono coinvolte nella struttura morta dell’organizzazione della società, ma negli ideali su cui può essere edificata una società migliore. Le Utopie anti-autoritarie sono meno numerose ed esercitano una minore influenza che le altre, perché non presentano un piano preconfezionato, bensì idee audaci, non ortodosse; perché esigono da ognuno di noi di essere «unico» e non uno tra gli altri.
Quando l’utopia punta ad una vita ideale senza diventare un progetto, cioè una macchina senza vita applicata alla materia vivente, diventa realmente la realizzazione del progresso.