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Chiacchiere e distintivo

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( Dal Web )

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un’aula di tribunale.
È questo il pensiero di ogni filisteo: dalla presunzione di innocenza fino a prova contraria si deve passare alla presunzione di colpevolezza fino ad alibi contrario. Ed invece, da Bruxelles a Firenze, pavidi giudici si nascondono dietro alla giurisprudenza anziché lanciarsi in avanti verso la giuristracotanza.
Lo scorso 1 agosto la Camera di Consiglio di Bruxelles si è espressa in merito alla richiesta della procura di mandare sotto processo un buon numero di anarchici accusati di «terrorismo» per una serie di azioni loro attribuite. Nella sua requisitoria il procuratore ha sfoggiato una logica impeccabile: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, gli imputati non sono contrari all’uso della violenza, quindi sono colpevoli di alcuni attentati avvenuti nel corso degli ultimi anni. Come si vede, non occorrono prove, è sufficiente un po’ di logica. Non occorre dimostrare cosa hanno fattogli imputati, basta dimostrare cosa pensano.
A quanto pare il sillogismo non è riuscito però a convincere i giudici che compongono la Camera di Consiglio — quei parrucconi! — i quali hanno sì rinviato a giudizio 12 anarchici, ma facendo cadere l’aggravante di «terrorismo», sopprimendo non pochi capi d’imputazione (fra cui quelli relativi ad un attacco ad un commissariato, e all’incendio di parecchie automobili di secondini parcheggiate fuori da una prigione), nonché ridefinendo le imputazioni. Nove imputati non hanno affatto partecipato «a un gruppo terrorista», però avrebbero fatto parte «di una associazione costituita allo scopo di colpire persone o proprietà, attraverso la perpetrazione di crimini o delitti». Altri tre imputati non sono più «dirigenti di un gruppo terrorista», ma sarebbero «provocatori o capi banda». Quanto ai reati loro attribuiti, sarebbero quasi tutti accaduti nel corso di manifestazioni di protesta. Il processo che si terrà rinverdirà una vecchia tradizione nella repressione degli anarchici, i quali andranno alla sbarra per aver costituito un’«associazione di malfattori».
Mesi ed anni di pedinamenti, intercettazioni, tentativi di infiltrazione, angherie varie… il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco. Mesi ed anni di articoli sensazionalistici, con titoli a caratteri cubitali, di mostri sbattuti in prima pagina, di allarmi sociali indotti… eh sì, il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco.
Pochi giorni dopo, ad oltre 1200 chilometri più a sud, la storia si ripete. Centinaia di poliziotti & carabinieri vengono sguinzagliati a Firenze, Roma e in provincia di Lecce per procedere all’arresto di otto anarchici, accusati di essere gli autori di due attentati avvenuti nel capoluogo toscano negli scorsi mesi: alcune molotov lanciate nell’aprile del 2016 contro una caserma dei carabinieri poco dopo una ostentazione di muscolosa arroganza da parte di quei guastafeste, e un pacco esplosivo lasciato sulla soglia di un centro culturale fascista la notte dello scorso capodanno (la cui detonazione ferì lo spavaldo artificiere che intendeva disinnescare l’ordigno). Due azioni dirette contro alcuni manovali del potere, con e senza uniforme d’ordinanza, avvenute per di più nel feudo del nuovo volto della classe dirigente, non potevano e non dovevano rimanere senza reazione. Qualcuno doveva pagare per un simile affronto alle istituzioni, per aver dato il cattivo esempio e dimostrato che non è affatto obbligatorio «obbedir tacendo» alle autorità — ma che è possibile anche ribellarsi e passare all’azione, in qualsiasi luogo e momento.
L’operazione repressiva ha suscitato un certo entusiasmo nelle alte sfere, scatenando la foia dei soliti forcaioli. Fra questi, vale la pena soffermarsi un attimo sulle parole del ministro dell’Interno Minniti, secondo cui questa operazione «rappresenta un successo di alto livello conseguito attraverso una complessa e articolata attività investigativa». A parte il fatto che, secondo la stessa teoria giuridica classica, il «successo di alto livello» lo dovrebbe sancire una condanna in tribunale, non il tintinnio delle manette. Ma poi queste complesse indagini in cosa consisterebbero? In intercettazioni ambientali che raccolgono frammenti di conversazioni? Qui si ripropone ancora il solito sillogismo questurino: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, ecc. ecc… No, decisamente non occorre dimostrare cosa hanno fatto gli arrestati, basta dimostrare cosa pensano. Ad ogni longitudine e latitudine, uno sbirro resta uno sbirro.
Passano solo due giorni dagli arresti ed ecco che il giudice per le indagini preliminari di Firenze, forse amante del latino ed ammiratore di Pietro Leopoldo, rimette in libertà cinque dei sei anarchici arrestati in quella città. Insufficienza di prove (per il sesto, la discutibilissima prova del dna viene ritenuta sufficiente per tenerlo al fresco). Ed ora, quali assi nella manica tireranno fuori gli inquirenti? Per il momento sostengono senza vergogna di avere in mano… niente. Niente, nulla, zero. Non hanno invocato il classico «riserbo sulle indagini», né hanno ostentato le classiche «prove granitiche», che il più delle volte si sono rivelate di sabbia. «Intercettazioni» — riportano le veline della stampa — solo e soltanto «intercettazioni». Ovvero parole carpite al volo, stralci di discussioni, battute, frammenti di vocaboli che non è possibile stabilire né se siano stati effettivamente pronunciati, né il contesto in cui sarebbero stati pronunciati, né la credibilità di chi li avrebbe pronunciati. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un indizio tutto da verificare, oggi è diventata una prova che basta evocare per decretare la faccenda risolta. Davanti all’euforia del procuratore Creazzo, o del dirigente dell’antiterrorismo Spina, o del generale dei Ros Governale, ci viene in mente la celebre frase rivolta ad uno sbirro in un film: «Tu non hai niente… sei solo chiacchiere e distintivo, sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo». Ma nella realtà ancor più che nella fantasia, un po’ di chiacchiere bastano e avanzano per dare lustro a quel distintivo.
Alla fin fine, tutto quel clamore per un fiasco di basso rango? Temiamo di no. Oltre al fatto che due degli arrestati sono ancora dietro alle sbarre, non riusciamo a toglierci di dosso la spiacevole sensazione di essere davanti ad un ennesimo esperimento di massa volto a far accettare l’inaccettabile.

Trump, liberaci dalla Nato

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DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Uno dei passi più interessanti del discorso di Donald Trump è laddove il prossimo presidente americano prospetta la possibile dissoluzione della Nato se i Paesi europei che ne sono membri “non pagheranno molto di più per sostenerla”. Se i Paesi di quella che ormai un po’ anacronisticamente viene chiamata Europa Ovest avessero un minimo di coscienza di sé non prenderebbero l’affermazione di Trump come una minaccia (pagate di più) bensì come una formidabile opportunità (sciogliamo la Nato). Di questa Alleanza totalmente sperequata gli Stati Uniti sono infatti gli assoluti padroni, anche se, per salvare le apparenze, il segretario generale dell’Organizzazione è a rotazione (attualmente è il norvegese Jens Stoltenberg). In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della ‘guerra fredda’) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere ‘l’orso russo’ dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. Non è che la Russia, soprattutto dopo l’avvento di Putin che l’ha riportata al rango di grande potenza, sia del tutto rassicurante e non approfitti della situazione per appropriarsi di alcuni territori europei peraltro a lei limitrofi e russofoni (Crimea e addentellati ucraini), ma è del tutto inimmaginabile che si metta a sganciare atomiche sui Paesi europei.

Inoltre, nel tempo, la Nato ha cambiato radicalmente la sua natura. Era nata, ex articolo 5 del Patto, come strumento difensivo: gli Stati membri si impegnavano a venire in soccorso di un altro membro dell’Alleanza qualora fosse stato aggredito o minacciato. E’ da più di un quarto di secolo che si è trasformata in uno strumento offensivo. Nel 1999 fu attaccata la Serbia di Milosevic che non costituiva alcuna minaccia per un qualsiasi membro della Nato. La Nato intervenne per risolvere, del tutto arbitrariamente, una questione interna di quello Stato. Lo stesso discorso si può fare sostanzialmente per l’Iraq di Saddam Hussein che non minacciava alcuno Stato membro della Nato, tantomeno la Turchia con cui aveva invece fatto un patto leonino in funzione anti curda. Idem per la Libia dell’ultimo Gheddafi che aveva da tempo rinunciato ai suoi terrorismi giovanili. L’unico intervento ex articolo 5, cioè difensivo, è stato quello contro l’Afghanistan perché, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, si pensava, peraltro sbagliando bersaglio, che i Talebani ne fossero alle spalle. Ma dopo quattordici anni di guerra anche questo motivo è caduto e la permanenza della Nato in Afghanistan non ha più alcun senso perché quel Paese dell’Asia Centrale non è un pericolo per nessuno, tantomeno per gli Stati europei (noi italiani vi manteniamo soldati e mezzi e ci siamo impegnati con gli Stati Uniti a rimanervi ancora per anni con costi economici non indifferenti).

La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette ‘emergenti’, Cina e India. Armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui. E in questo senso andrebbe tolto, a settant’anni dalla fine della guerra, l’anacronistico divieto alla Germania di essere una potenza nucleare laddove invece è possibile al Pakistan, all’India, a Israele, al Sud Africa e ad altri Stati minori. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione.

Ritornando al discorso di Trump, sulla Nato e sul rapporto con gli altri Stati, mi pare che il prossimo inquilino della Casa Bianca abbia compreso che il ruolo centrale dell’America nella scacchiera del mondo è finito così come quello di ‘gendarme’ dell’ordine planetario. Questo a vantaggio certamente degli stessi Stati Uniti che non possono più permettersi certe spese e hanno bisogno di riequilibrare al proprio interno una situazione economica che da Bush padre fino a Obama, proprio per la pretesa di dominare l’universo mondo, è diventata disastrosa. Ma anche a vantaggio di tutti noi.

Questo è ciò che io spero dal magnate tanto maltrattato. Anche se, conoscendo i miei polli, so che almeno in Italia quasi tutti gli intellettuali e gli opinionisti che gli sono stati avversi, in poco tempo, sia con svolte plateali o più probabilmente con circonvoluzioni algoritmiche che lascino la porta aperta a rapidi ritorni, diventeranno ‘trumpisti’.

In ogni caso il successo di Trump cambia tutti i termini della geopolitica globale e, come ha detto Grillo, è una sorta di ‘vaffa’ mondiale, una ribellione delle genti contro le classi dirigenti, politiche, economiche, finanziarie che da decenni dominano la scena. Ed è anche una rivolta contro l’altezzoso senso di superiorità degli intellettuali che va di pari passo al loro eterno accodarsi ai poteri di turno. Ritengo, e in questo caso penso soprattutto all’Italia, che gli intellettuali siano più responsabili dei politici. Perché per il politico la menzogna, le mezze verità, l’ambiguità sono uno strumento del mestiere visto che, in democrazia, il suo primo obbiettivo è procacciarsi il consenso. L’intellettuale invece è libero di dire ciò che pensa. E quindi se si fa servo è doppiamente colpevole.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?

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Nel momento di scrivere queste righe sta per essere lanciata una operazione poliziesca su larga scala a Calais. Una operazione che mira a deportare la totalità delle persone che abitano la zona chiamata Giungla, dove circa 7000 individui godono ancora di una certa autonomia, di rapporti di mutuo appoggio per far fronte alla precarietà e per organizzarsi nel tentativo di passare la frontiera. Dovrebbero essere suddivisi ad ogni angolo della Francia, secondo le considerazioni giuridiche ed amministrative e in maniera di levar loro ogni speranza di andare in fondo al loro cammino, alcuni nei «centri di accoglienza», altri nei centri di detenzione per immigrati. Un po’ come si differenziano i rifiuti. Calais, questo punto di passaggio quasi obbligato per migliaia di persone che — sotto costrizione, per necessità o per scelta — hanno lasciato i loro luoghi di vita, e si aggrappano malgrado la tormenta al desiderio di raggiungere l’Inghilterra.

Calais, un territorio dove poco più di un anno fa Eurotunnel ha eretto una trentina di chilometri di barriere metalliche, su diverse file, talvolta sormontate dal filo spinato, con profusione di telecamere, sistemi di sorveglianza ad infrarossi, chiusure elettrificate, vigili e unità cinofile. Il tutto per aiutare i poliziotti incaricati di impedire l’accesso all’Eurotunnel e al porto, i quali in qualche caso nel corso di scontri si sono fatti abbondantemente malmenare, allorquando in coloro a cui sono incaricati di rendere la vita impossibile si mescolavano rabbia, sostegno reciproco e volontà di superare o di abbattere gli ostacoli. Calais, dove un anno fa Eurotunnel ha disboscato massicciamente i terreni che costeggiano le linee ferroviarie, innanzitutto per fare piazza pulita per la videosorveglianza e togliere ogni possibilità di nascondersi, poi per inondare i terreni ed annichilire ogni tentativo di passaggio a fronte del rischio di annegare. Calais, dove lo scorso gennaio lo Stato ha fatto costruire un campo di container affinché sotto la minaccia di una espulsione imminente si ammassasse un numero scelto di persone, sotto la stretta sorveglianza di una associazione umanitaria (La Vie Active) e di un sistema di prelievo d’impronte digitali all’ingresso (costruito da una ditta della regione). Calais, dove come nelle strade di Parigi ed altrove, si contano a migliaia gli arresti, le reclusioni nei centri di detenzione per immigrati e le espulsioni forzate.

Calais, un territorio dove l’infamia viene messa a nudo.

Calais, dove l’arbitrio del potere sulla vita di tutti, e più violentemente su quella degli indesiderabili, non può essere negato.
Calais, dove si staglia alla luce del giorno la priorità data ai trasporti di merci e alla circolazione dei treni piuttosto che all’esistenza di esseri di carne e di sangue.
Calais, dove industria, affari e repressione banchettano al matrimonio dell’orrore e dell’indifferenza.
Calais, dove si cristallizza ciò che spadroneggia ovunque altrove.

A Calais quindi, continuano la costruzione ed il consolidamento delle frontiere visibili: a metà ottobre sono state poste le prime lastre di cemento, alte quattro metri, per costruire un muro fra la Giungla e il porto che costituisce una delle ultime possibilità di passaggio, dato che ogni giorno vi transitano diverse migliaia di camion. Un nuovo dispositivo che fa parte di un progetto più vasto di controllo del bestiame umano e di repressione di chi rifiuta di piegarsi, un progetto mostruosamente razionale, pensato, elaborato, discusso, adattato, negoziato, deciso con sangue freddo e lucidità da rappresentanti istituzionali, da politici di alto rango, da consiglieri, da alti funzionari di polizia e della Prefettura, da legislatori e giudici, da esperti, da imprenditori, da subappaltatori. Un progetto che genera grosse somme di denaro, tali da interessare una sfilza di imprese come Eurovia-Vinci incaricata della costruzione del muro, Sogea, altra filiale di Vinci incaricata della distruzione della zona sud della Giungla in febbraio e della costruzione del campo di container, l’ong Acted sovvenzionata dallo Stato e che collabora con la polizia alle frontiere per l’organizzazione dell’espulsione, le agenzie di noleggio delle macchine di costruzione Manitou, Salti e Kiloutou. Un progetto che non si limita a Calais e dintorni, e nel quale la SNCF [ferrovie francesi] ha la sua parte di responsabilità specialmente rafforzando i controlli che colpiscono i senza documenti nelle stazioni di Calais Fréthun, Paris Gare du Nord e Lille, collaboratrice di deportazioni verso l’Italia dalla valle della Roya nel corso delle quotidiane operazioni di controllo eseguite da militari e sbirri sui treni e sulle banchine ferroviarie. Anche Thalès ha organizzato un complesso sistema di sorveglianza del porto di Calais, e prodotto i due droni militari che sorvegliano il sito dell’Eurotunnel, e si vanta d’essere uno dei leader mondiali sul mercato della sorveglianza delle frontiere.

Per chi è venuto da lontano senza autorizzazione e senza pied-à-terre, lo Stato vorrebbe che esistessero solo due soluzioni: la reclusione in centri di detenzione (e la sua nuova declinazione sperimentata questa estate, la reclusione all’esterno, ovvero l’obbligo di dimora con firma quotidiana al commissariato) o un controllo serrato, attraverso procedure di richiesta d’asilo, «di scambio» (ovvero di rinvio forzato) in un altro paese europeo, di spostamento in alcuni centri. Ma se lo Stato riesce a rinchiudere dei corpi, fallisce nell’annichilire i loro cuori e le menti, come dimostra l’incendio di gran parte del centro di detenzione per immigrati di Vincennes all’inizio di luglio ad opera dei detenuti stessi, o i molteplici e incessanti tentativi di evasione. Quanto alle misure di controllo, malgrado i viziosi tentativi di associazioni ed organizzazioni umanitarie per farle accettare a quelli che sanno bene per quali ragioni le rifiutano, tutto lascia pensare che lo Stato, senza l’adesione di chi vorrebbe vedere docile ed obbediente, dovrà utilizzare la forza e la violenza per imporgliele. Svelando ancora una volta e senza pudore il solo volto che gli è proprio: quello dell’autorità.

Perché se esiste qualcosa di profondamente radicato negli esseri umani, oltre il tempo e lo spazio, è proprio la capacità di rifiutare il destino che è stato assegnato, a loro e ai propri simili, di rifiutare di piegarsi alle costrizioni esterne. È la volontà inalterabile di sfidare le potenze che li condannano a un destino totalmente tracciato. È da qui che la rivolta trae la propria forza. Dandosi dei mezzi, è sempre possibile rimandare un po’ delle loro responsabilità in faccia ai nemici della libertà.

Ciò che disgusta il cuore, che la mano attacchi

«Ottenere molto a partire da poco»

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È lo slogan di presentazione dell’Istituto Nazionale di Criminalistica e Criminologia di Bruxelles, il suo obiettivo primario, il suo biglietto da visita. Sorta nel 1992, questa istituzione federale dipendente dal ministero della Giustizia è incaricata tra l’altro di analizzare, identificare ed archiviare le fibre tessili e le tracce biologiche presenti sulle scene dei crimini al fine di individuarne i responsabili. In poche parole, la scienza al servizio della polizia. Per molti malcapitati, le provette esaminate nei dieci laboratori ospitati da questo istituto aprono prima gli scantinati delle questure e poi le celle delle galere.
La sede dell’INCC è a Neder-Over-Heembeek, quartiere a nord della capitale europea. Protetti solo da un sistema di video-sorveglianza, gli edifici dell’istituto di notte vengono lasciati completamente deserti. Nessuna guardia giurata, nessun custode, nessuna pattuglia. Il particolare non deve essere sfuggito a qualche sguardo attento. Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 agosto, verso le due del mattino, una monovolume Peugeot rubata un mese fa ha sfondato uno dopo l’altro i cancelli di guardia. Percorsi alcune centinaia di metri, si è fermata sotto le finestre dell’ala che ospita sei laboratori di analisi. Due uomini mascherati sono usciti dal lato passeggeri. Mentre uno saliva sul tetto del veicolo per infrangere una vetrata, l’altro scaricava tre grossi boccioni issandoli sul tetto dell’auto. Dopo averli lanciati all’interno, l’uomo che si trovava in alto è penetrato a sua volta nell’edificio. Il secondo uomo ha deposto sul tetto del veicolo un sacco di plastica contenente del liquido o della polvere, che ha scagliato all’interno dei locali. In quel momento, sempre dal lato passeggeri è uscito un terzo uomo che ha piazzato una miccia. Risaliti tutti sull’auto, sono ripartiti con lo sportello posteriore sollevato per permettere alla miccia di srotolarsi per un centinaio di metri. Dopo averla accesa, gli uomini (tre o quattro, secondo gli inquirenti) si sono dileguati a piedi mentre il veicolo prendeva fuoco ed una esplosione provocava al pianterreno dell’edificio un incendio che si è ben presto esteso anche al piano superiore.
Non solo il fuoco, ma anche il fumo e l’acqua usata dai pompieri accorsi sul posto hanno contribuito a distruggere un numero imprecisato di «indizi» e di dossier. L’entità dei danni subiti dall’INCC è considerevole, forse l’ala colpita dovrà essere abbattuta del tutto, e ci vorranno molte settimane prima che tutti i suoi periti scientifici riescano a tornare al loro lavoro di sbirri.
Quanto ai responsabili dell’azione, c’è chi punta il dito contro il «terrorismo» e chi contro il «grande banditismo». Al portavoce della Procura di Bruxelles «sembra evidente che l’INCC non è stato scelto a caso. È ovvio che molti individui avrebbero interesse a far sparire elementi di prova dai loro dossier giudiziari». È altresì ovvio che questi signori hanno ben poco di cui lamentarsi. In fondo, sono loro stessi ad aver insegnato cosa fare agli ignoti incendiari. Con un po’ di ardire e di ardore, è possibile ottenere un buon risultato anche a partire da poco.

Distruzione

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Louise Michel
In altri tempi, la massa popolare che crede nei possibili aggiustamenti delle vecchie leggi gridava arrabbiata: Revisione! Revisione! Avevamo un bel dire che, pur cambiando i vestiti usati con altri alla moda, non sarebbe cambiato il manichino, e che la vecchia cara Costituzione sarebbe rimasta la stessa, bardata da Cornelia — eravamo troppo nel vero per essere creduti, e chi stava al governo si era fatto carico di procedere a vele spiegate.
Già da domani più nulla sarà possibile se non la Rivoluzione — Tutte le riforme ruminate affinché diventino opportunamente possibili; tutte le cose mostruosamente rivestite di bava di rettile perché si possano inghiottire — fanno orrore; ciò che reclamano tutte le miserie, tutte le indignazioni, è la Distruzione!
Non vi è nulla da conservare delle maledette leggi che permettono di imbottire di mitraglia il ventre dei lavoratori, e di biglietti di banca le casse degli illustri truffatori che legiferano.
Che esseri umani in questa società capitalista! Vi brulicano con agio le larve più immonde!
Ma anche in questo letamaio germinano per futuri raccolti i forti semi innaffiati perennemente dalla rossa rugiada del sangue.
Distruzione! per tutte le infamie. Rivoluzione! se l’umanità vuole vivere.
Ci si rammarica per i neri d’Africa mancanti della lebbra della nostra civiltà.
Aspettiamo a portar loro i nostri costumi che varrebbero più dei loro!
Sarà la Rivoluzione a passare sul mondo, seminando la libertà, la giustizia, la vita; è la Distruzione che occorre alla società attuale.Le passeggiate alla ghigliottina e al potere, le coalizioni di sovrani ed affamatori, le fucilate sugli scioperanti, è questo che sarà riabilitato di nuovo con una revisione!
Fuoco alle leggi che ci fanno ciò che siamo, largo a una fase umana o alla morte!