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Terza Guerra Mondiale

Schermata del 2018-03-19 11:11:44

( Dal Web )

In un recente articolo Paul Craig Roberts torna a parlare di Terza Guerra Mondiale, accusando la Russia di essere troppo pusillanime verso l’aggressiva politica USA: nella velleità di essere riconosciuta come parte dell’Occidente, secondo Roberts la Russia non completa mai il lavoro, ma lascia sempre uno spiraglio aperto agli USA, sperando di ingraziarseli, mentre di fatto concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Questo è quello che è successo in Siria, dove la guerra rischia di riaccendersi, e in Ucraina. E nel frattempo in Occidente continua l’escalation della propaganda: non passa giorno senza che la Russia venga accusata di cyber-attacchi, ingerenza nelle elezioni dei paesi occidentali, addirittura sovversione della democrazia. E col caso Skripal si è fatto un nuovo salto di qualità, andando vicini ad accusarla di terrorismo di stato. Insomma, quel che sembra una preparazione dell’opinione pubblica occidentale alla Terza Guerra Mondiale che Roberts paventa.

 

 

di Paul Craig Roberts, 13 marzo 2018

 

“In un conflitto nucleare, il ‘danno collaterale’ sarebbe la fine di tutta l’umanità” – Fidel Castro

 

I russi, nell’ansia di mostrare all’Occidente quanto sono amichevoli, hanno lasciato mettere a Washington un piede nella porta in Siria, e Washington lo sta utilizzando per ricominciare la guerra. L’insuccesso russo nel finire il lavoro ha lasciato i mercenari stranieri di Washington, che la stampa prezzolata americana fa passare per “combattenti per la libertà”, nell’enclave siriana. Perché la guerra ricominci, Washington deve trovare un modo di andare in aiuto dei suoi mercenari.

 

Il regime di Trump ha trovato, o così pensa, la sua giustificazione per tornare alla falsa accusa del regime di Obama alla Siria sull’uso di armi chimiche. Questa bugia, inventata di sana pianta dal regime di Obama, è stata messa a tacere dall’intervento della Russia, che ha assicurato che non c’erano armi chimiche siriane. Infatti, se la memoria ci assiste, la Russia consegnò le armi chimiche agli USA perché fossero distrutte. Ci sono pochi dubbi che Washington le abbia ancora e che ne userà alcune, con i loro contrassegni siriani, in quello che appare come un attacco false flag imminente di cui potrà essere accusato Assad. In altre parole, Washington creerà un “momento critico”, ne incolperà Assad e Putin, e – con o senza l’autorizzazione del Congresso – inizierà l’intervento americano per conto dei suoi mercenari.

 

Se possiamo credere a James Mattis, il generale degli US Marine in pensione che è Segretario della Difesa, la Siria, un paese senza armi chimiche e che non ne ha bisogno nelle sue operazioni di rastrellamento contro i mercenari di Washington, sta usando gas cloro “contro il suo stesso popolo”, esattamente la stessa frase usata dal regime di Obama quando tentò di orchestrare una giustificazione per l’attacco in Siria. Mattis ha detto di ricevere resoconti sull’uso di gas cloro da parte di Assad, mentre contemporaneamente sostiene che non ci sono prove dell’uso di gas, ancora meno da parte dell’esercito siriano.

 

Il Segretario della Difesa in realtà ha accusato la Siria di “prendere di mira gli ospedali” col gas cloro, anche se ammette che non ci sono prove. Mattis ha continuato accusando la Russia di complicità nell’uccisione di civili, un’impresa nella quale gli USA eccellono.

 

Stephen Lendman riferisce che il direttore della CIA Pompeo “ha suggerito che potrebbe essere prossimo un attacco statunitense alle forze siriane, dicendo che Trump non tollererà attacchi con armi chimiche, aggiungendo che non ha ancora preso una decisione riguardo all’ultimo resoconto sull’uso di gas cloro”.

 

Il Segretario di Stato Tillerson si è unito alle accuse, anche se ammette che non ci sono prove.

 

Naturalmente non c’è stato nessun uso del gas cloro, se non da parte dei mercenari supportati da Washington. Ma i fatti non sono importanti per Washington. Quel che è importante è la richiesta di Israele che Washington distrugga la Siria e l’Iran per sbarazzarsi dei sostenitori di Hezbollah, in modo che Israele possa impadronirsi del Libano del sud.

 

Nessun dubbio che ci siano altri interessi nella trama. Le compagnie petrolifere che vogliono il controllo delle ubicazioni dei gasdotti e degli oleodotti, i pazzi neocon sposati alla loro ideologia dell’Egemonia Mondiale Americana, il complesso militare/della sicurezza a cui servono nemici e conflitti per giustificare il proprio enorme bilancio. Ma è la determinazione di Israele a espandere i suoi confini e le sue risorse idriche che mette in moto tutti i conflitti del Medio Oriente

La Russia questo lo capisce, o il governo russo è troppo assorbito dall’ottenere prima o poi l’accettazione occidentale per essere parte dell’Occidente? Nel secondo caso, il mondo sta andando verso una guerra nucleare. Il governo russo non sembra capire che le sue pavide risposte stanno incoraggiando l’aggressione di Washington e così conducendo il mondo alla guerra finale.

 

Ogni qual volta la Russia fallisce nel finire il lavoro, come in Siria e Ucraina, non si conquista l’amicizia di Washington, ma concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Washington non rallenterà fino a quando i suoi piani non saranno fermati, quello che la Russia non sembra disposta a fare. Di conseguenza, Washington continua a guidare il mondo verso la guerra nucleare.

 

Quand’è che i russi si accorgeranno che letteralmente tutti nel regime di Trump li stanno minacciando? Mattis, Tillerson, Nikki Haley, la portavoce del governo, il Primo Ministro e il Segretario agli Esteri del Regno Unito. Tuttavia i russi ancora parlano dei loro “partner” e di quanto vogliano avere buoni rapporti con l’Occidente.

 

Non c’è alcuna possibilità che i britannici vadano in guerra contro la Russia. L’intero Regno Unito verrebbe immediatamente cancellato, eppure il Primo Ministro britannico dà ultimatum alla Russia.

 

Qui quello che Finian Cunningham ha da dire sul Primo Ministro britannico che minaccia la Russia:

 

Data la loro radicata agenda anti-russa, hanno molto più interesse le autorità britanniche a vedere Skripal avvelenato di quanto ne abbia mai avuto il Cremlino.

 

E mentre siamo nella modalità “chi è stato?”, un’altra possibile importante traccia è questa: se il Venomous Agent X (VX) fosse stato usato per danneggiare l’ex spia russa, gli esecutori ne avrebbero avuto un comodo serbatoio col quale portare a termine le loro azioni.

 

Il laboratorio top secret di armi chimiche della Gran Bretagna a Porton Down è a sole sei miglia di distanza da Salisbury, dove Skripal e sua figlia sono stati apparentemente assaliti la scorsa domenica pomeriggio. Porton Down è il laboratorio in cui il VX è stato originariamente sintetizzato negli anni ’50. Rimane una delle armi chimiche più letali mai inventate. Ed è inglese come il tè delle cinque.

 

Questi sono il movente e i mezzi. Ma, ehi, chi ha bisogno della logica quando il nome del gioco è Russofobia?

 

[Nota di VdE: stando a quanto dichiarato da Theresa May nel suo discorso al Parlamento di lunedì 13 marzo, l’agente nervino individuato nel caso Skripal non è il VX ma il Novichok, sviluppato per la prima volta dai sovietici tra gli anni ’70 e gli anni ’90; l’apparente anomalia può essere spiegata col fatto che l’articolo citato da PCR è di giovedì 8 marzo, quando ancora le autorità, da quanto riporta la stampa inglese, non avevano ufficializzato la natura dell’agente nervino. Anche l’articolo di PCR è del 13 marzo: è quindi plausibile che PCR non fosse ancora venuto a conoscenza della dichiarazione della May. Chiarito questo, vale la pena aggiungere che la formula del Novichok, secondo quanto riportato al Wall Street Journal da Ralf Trapp, uno dei massimi esperti internazionali di armi chimiche, fu oggetto di una fuga di notizie negli anni ’90 e da allora altri paesi potrebbero aver iniziato programmi per la sua produzione.]

 

L’intero mondo occidentale è impazzito. Come dice Michel Chossudovsky, i politici occidentali e la stampa prezzolata che li serve stanno portando il mondo all’estinzione.

 

Nota: sembra che il complesso militare/della sicurezza stia stringendo la presa sul regime di Trump. Il Segretario di Stato Tillerson è stato licenziato e sta venendo rimpiazzato dal direttore della CIA Pompeo. Gina Haspel, il nuovo direttore della CIA, è la persona che supervisionava le prigioni segrete di tortura in Thailandia.

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Rubicone

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( Dal Web )

Un altro Rubicone è stato attraversato. Ciò che malauguratamente era prevedibile non ha tardato a realizzarsi, favorito da un disgustoso giochino diplomatico avviato dagli Stati Uniti. In seguito al loro annuncio di voler costituire un esercito regolare di stanza lungo il confine turco-siriano – arruolando una parte significativa di combattenti curdi dell’YPG nel nord della Siria –, il regime di Ankara ha lanciato il 19 gennaio una offensiva militare contro l’enclave di Afrin tenuta da questi ultimi.
Ovviamente, questa offensiva era stata preparata da tempo, come dimostra ad esempio l’integrazione di molti gruppi armati islamisti a fianco dei soldati turchi (membri della NATO), un’integrazione che non avviene in pochi giorni. È difficile credere che le diverse potenze presenti
nel conflitto siriano, specialmente la Russia che controlla i cieli, non ne fossero al corrente. Ad ogni modo, sono stati esplicitamente fatti taciti accordi, l’aviazione turca ha bombardato a proprio piacimento le posizioni dell’YPG ed i villaggi attorno ad Afrin, così come la città stessa. Ancora una volta nella storia, la popolazione curda – e non solo – fa le spese di un terribile gioco internazionale.
Il fatto che noi non abbiamo aderito agli elogi della «rivoluzione in Rojava», intessuti da quasi tutta la sinistra e da una parte considerevole di anarchici, deriva da molte ragioni. Una delle più importanti è senza dubbio il fatto che ogni tensione rivoluzionaria sul posto resta subordinata all’agguerrita gerarchia proveniente da una molto classica versione stalinista della lotta di liberazione nazionale.
Che i sollevamenti non privi di spirito libertario di questi ultimi anni – inclusi quelli in Siria – abbiano provocato ripercussioni anche sugli apparati del movimento curdo ci sembra un fatto indiscutibile, aprendo effettivamente la via ad un approccio meno centralizzato e meno dirigistico della lotta in Kurdistan. Tuttavia, ciò non cambia nulla al fatto che un apparato politico-militare resta un apparato, «costretto» a fare tutto ciò che viene prescritto dalla strategia politica: alleanze inaccettabili, improvvise inversioni, repressione delle voci discordanti, propaganda ipocrita. Pur riconoscendo l’importanza dei combattimenti fatti da migliaia di uomini e donne, in Rojava siriana come nelle montagne della Turchia, animati da una certa idea di liberazione, gli elogi ci sembrano come minimo fuori luogo, se non mistificanti, quando la gerarchia dellYPG firmava in piena rivoluzione siriana un «accordo» con il regime sanguinario di Assad per assicurarsi la gestione di una parte del territorio siriano («era una necessità strategica»); quando poi concludeva accordi militari con paesi come gli Stati Uniti per garantirsi rifornimenti d’armi ed addestramento con i loro istruttori («altrimenti come difendersi contro lo Stato Islamico?»); quando non cercava mai di estendere il «conflitto rivoluzionario» fuori dai confini del Kurdistan («bisogna essere realisti») per esempio chiamando a lottare contro le democrazie europee immerse fino al collo nel prolungamento di questa guerra; e quando infine, triste necessità, ha accettato la presenza di almeno duemila soldati americani, francesi, ecc. sul suo «territorio liberato», arrivando oggi ad offrire l’installazione di due basi americane in Rojava, una a Rmeilan e l’altra a sud-est di Kobane. Forse siamo limitati, ma come anarchici continuiamo ad avere qualche difficoltà a comprendere come possa realizzarsi una vera rivoluzione sociale sotto le ali protettrici degli F-16 americani o delle forze speciali francesi.
Ciò detto, stare in disparte da questo conflitto in una sorta di dolce indifferenza per non doversi sporcare le mani ci sembra inaccettabile quanto chiudere gli occhi di fronte alla direzione gerarchica dell’YPG ed alla sua dottrina politico-militare. L’offensiva turca da Afrin fa eco ad esempio alla guerra che il regime di Erdogan scatena contro il Kurdistan in territorio turco a colpi di massacri, bombardamenti ed esecuzioni – del resto non senza incontrare una forte resistenza. In sostanza, sono i termini stessi della questione che andrebbero cambiati. E questo ci sembra valga anche per molti altri conflitti attraversati da enormi strategie geopolitiche, che sia nello Yemen dove la guerra continua senza sosta, nel resto della Siria, in Palestina dove la guerra si intensifica di nuovo, in Ucraina o in numerosi paesi africani.
Certo, possiamo portare il nostro sostegno ai gruppi di combattimento anarchici costituitisi in Kurdistan con chiare prospettive rivoluzionarie. E anche se al momento mancano informazioni più precise – almeno a noi – sulle loro attività e posizioni di fronte alla gerarchia militare dell’YPG, non possiamo che riconoscere un’autentica volontà internazionalista tra i compagni impegnati in tale lotta, auspicando che le loro esperienze e rievocazioni critiche aiutino a capire meglio la situazione. Anche altrove possiamo allo stesso modo portare la nostra solidarietà agli anarchici catturati in una guerra o che subiscono regimi repressivi particolarmente feroci. Sì, possiamo fare tutto questo, ma non solo.

A questo proposito ci tornano in mente le parole di Louis Mercier Vega, instancabile combattente anarchico che ha attraversato numerose situazioni di conflitto acceso in diversi continenti, parole che datano 1977, in piena esplosione di guerriglie e di guerre: «L’eterna considerazione che ogni atto, ogni sentimento espresso, ogni atteggiamento fa il gioco dell’uno o dell’altro antagonista, è senza dubbio esatta. Si tratta di sapere se bisogna scomparire, tacere, diventare un oggetto, per la sola ragione che la nostra esistenza potrebbe favorire il trionfo dell’uno sull’altro. Mentre una sola verità è eclatante: nessuno farà il nostro gioco se non lo facciamo noi stessi. Non voler partecipare alle operazioni di politica internazionale, in uno dei campi in lotta, non significa che bisogna disinteressarsi della realtà di tali operazioni». Fare il nostro gioco, dunque. Per irrigidimento identitario? Per chiusura ideologica di fronte a realtà sociali e storiche complesse? Per paura di impantanarsi e fare da manovalanza? Al di là di queste difficoltà, alcuni ragionamenti ci portano per ben altri motivi a condividere la prospettiva qui esposta dal vecchio combattente acrata.

Il primo parte dal fatto che se l’autorità non è levatrice di libertà, non lo è mai stata, e nessuna auto-organizzazione può nascere da un approccio autoritario, centralista e gerarchico della lotta, resta comunque il fatto che tensioni verso l’auto-organizzazione e la libertà sono spesso presenti pure all’interno di questi conflitti, anche quando questi sono dominati da correnti autoritarie (ad esempio con un’ideologia comunista o di liberazione nazionale). In questo caso, sappiamo in anticipo che gli apparati di queste organizzazioni di lotta, prima o poi non esiteranno a reprimere, schiacciare, recuperare o eliminare tali tensioni, pur mostrando (spesso, non sempre) cautela per non perdere il controllo della situazione. Piuttosto che mettere di fatto le loro energie e il proprio entusiasmo a disposizione di un tale apparato, gli anarchici non potrebbero al contrario immaginare dei modi per sostenere, difendere ed espandere queste tensioni verso l’auto-organizzazione e la libertà, preparando e preparandosi all’inevitabile confronto decisivo con le forze autoritarie?
Numerosi esempi del passato – dall’Ucraina libertaria del 1917-1921 alla Spagna rivoluzionaria del 1936, nonché durante situazioni profonde di conflitto negli anni 70 – ci mostrano come gli anarchici e le tensioni libertarie all’interno di ampie fasce della popolazione perdano in velocità e forza, finendo per essere sconfitti con più o meno facilità, con più o meno terrore e massacri, a furia di aspettare che gli autoritari si «smascherino» da soli scatenando la loro repressione finale. È difficile prevedere il momento di una rottura insurrezionale all’interno di un conflitto che comprende un’importante presenza autoritaria, ma è tuttavia certo che se l’iniziativa non verrà dagli anti-autoritari, se non saremo noi a superare i punti di non ritorno, la rivoluzione sociale sarà condannata a morte certa.

Un secondo ragionamento, più legato ad una situazione di guerra come è il caso oggi in diverse regioni del pianeta, è che fare il nostro gioco, vale a dire combattere per la liberazione totale e per distruggere ogni potere, deve certo prendere in considerazione le analisi sulla situazione politica, sulle questioni strategiche o sui progetti del dominio al fine di avere la conoscenza indispensabile delle condizioni in cui avviene la lotta, ma tale conoscenza non dovrebbe sostituirsi al progetto anarchico stesso. Per essere chiari, non dovremmo in nessun caso mettere tra parentesi, anche se in nome della nostra solidarietà con coloro che si battono, il nostro progetto di distruzione di ogni potere. Solidarizzare, intervenire direttamente in una lotta di oppressi contro oppressori, non dovrebbero quindi comportare il sostegno ai primi quando a loro volta vogliono ergersi a nuovi oppressori. Ciò può effettivamente portarci a tenere una certa distanza da particolari situazioni di conflitto, in assenza di un punto di riferimento che ci aiuti a cogliere le tensioni libertarie presenti al loro interno, e nell’impossibilità di potervi prendere parte direttamente senza mettersi sotto gli ordini di una qualsivoglia gerarchia.
D’altra parte, pur rimanendo nel caso di una simile situazione, se analizziamo le connessioni intrinseche tra guerra esterna e guerra interna, tra l’intervento militare condotto da uno Stato in un paese lontano ed il suo necessario mantenimento di ordine, repressione ed intensificazione dell’accumulazione capitalista all’interno, è difficile non vedere tutte le possibilità di intervento che ci si offrono. Prendiamo ad esempio il caso delle operazioni militari francesi nel Sahel nel nome dell’«anti-terrorismo». La mancanza di un punto di riferimento sul posto che possa aprire l’opportunità di un intervento rivoluzionario diretto e internazionalista, non impedisce affatto di agire anche qui, nello Stato da cui provengono queste operazioni, in quello che se ne serve per consolidare il consenso sociale tra dominati e dominanti, per ottenere importanti benefici o per incrementare la sorveglianza contro chiunque…


Allora sì, fare il nostro gioco. Ma il nostro gioco consiste solo nell’elaborare belle teorie dal porto mentre la tempesta infuria al largo? Mentre migliaia di persone crepano sotto le bombe e si fanno massacrare in nome di un qualsiasi potere? No, impossibile accettare una simile posizione se non si vuole buttare nella spazzatura la coerenza rivoluzionaria che dovrebbe caratterizzare la nostra azione, la sensibilità che si trova nel cuore di ogni nemico dell’autorità, l’etica che ci distingue, talvolta a caro prezzo, dalla politica e dal calcolo. La nostra  non dovrebbe quindi consistere in solenni dichiarazioni di principio o in proteste simboliche. Di fronte ai massacri perpetrati ieri nell’ex Jugoslavia o oggi ad Afrin, nello Yemen, in Siria, sulle montagne del Kurdistan, in Palestina, in molti paesi dell’Africa, in Birmania o altrove… bisogna agire da anarchici, cioè agli ordini di nessuno e nel solo nome della libertà, per esempio colpendo la guerra laddove viene prodotta. Nelle imprese belliche, nella logistica degli armamenti, nei profittatori di guerra, nei convogli e nei trasporti di materiale di rifornimento, nei loro centri di ricerca: in realtà, molte piste si presentano a chi vuole opporsi – concretamente – alla guerra in corso.
In questi ultimi anni molti sforzi sono già stati fatti in questa direzione e restano di bruciante attualità, come in Italia dove macchinari di cantiere di imprese attive nella costruzione di una nuova base militare sono stati incendiati nel sud, o dove il laboratorio Cryptolab dell’università di Trento e il polo Meccatronica che partecipano alla ricerca militare sono stati dati alle fiamme. Come anche in Belgio, dove tre grandi imprese del settore bellico sono bruciate, devastando in due casi la quasi totalità di queste fabbriche di morte. Sotto un’altra angolazione ancora, infrastrutture logistiche dell’esercito e di industrie belliche sono state oggetto di sabotaggi, come a Basilea, dove la ferrovia che serve per trasportare le truppe svizzere è stata sabotata, come a Monaco dove la linea ferroviaria per merci utilizzata da un grande complesso militare-industriale è stata sabotata, come a Sant’Antioco in Italia dove un convoglio militare è stato bloccato o sempre in Italia, in Trentino, dove sono state bruciate alcune antenne di telecomunicazione militare. Talvolta alcuni attacchi hanno preso di mira direttamente le forze armate, come a Monaco dove un camion militare è stato dato alle fiamme, a Montevideo dove un’Accademia Militare è stata raggiunta da molotov, a Decimomannu in Italia, dove un incendio ha colpito l’aeroporto militare, a Brema in Germania, dove 18 veicoli militari del genio sono stati inceneriti, a Dresda dove un veicolo militare è bruciato, o anche in Francia quando una caserma della gendarmeria (che è un corpo militare) è stata incendiata o veicoli di gendarmi sono stati bruciati proprio sotto il loro naso. Echi di attacchi contro i profittatori e gli intermediari di guerra sono venuti alla luce, come quei sabotaggi in Italia contro gli interessi della multinazionale del petrolio e del gas ENI, coinvolta nel conflitto libico, o come a Parigi quando un attacco incendiario contro un camion-betoniera di Lafarge è certo fallito, ma non senza trovare un’eco a Tolosa il mese seguente, dove tre di questi stessi camion sono andati in fiamme. Lafarge-Holcim è un produttore di cemento che ha importanti interessi economici in Siria, dove da un lato ha costruito bunker per conto del regime di Assad, e dall’altro ha collaborato finanziariamente con lo Stato Islamico in nome del business as usual, quando le sue industrie di cemento si trovavano nel territorio occupato dall’ISIS.
Queste poche piste ed esempi recenti non sono destinati ad aiutarci a trovare più facilmente il sonno mentre i massacri continuano. Non sono litanie da recitare per mettere in pace la propria coscienza. Trovano qui il loro posto semplicemente perché nei fatti è attaccare la guerra, suggerendoci delle possibilità di intervento laddove ci troviamo. Il progetto anarchico di liberazione totale non può fare a meno – ancor più in questi tempi di accresciuta militarizzazione e di continue guerre – di un approfondimento su come intervenire in tali situazioni, che ci si trovi nel cuore del conflitto o, per così dire, ad una certa distanza geografica. Esprimendosi attraverso l’attacco,  simili approfondimenti probabilmente diranno a coloro che stanno combattendo contro un’oppressione molto più della nostra concezione di libertà e solidarietà, che issare bandiere che non possono essere le nostre.

Trump, liberaci dalla Nato

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DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Uno dei passi più interessanti del discorso di Donald Trump è laddove il prossimo presidente americano prospetta la possibile dissoluzione della Nato se i Paesi europei che ne sono membri “non pagheranno molto di più per sostenerla”. Se i Paesi di quella che ormai un po’ anacronisticamente viene chiamata Europa Ovest avessero un minimo di coscienza di sé non prenderebbero l’affermazione di Trump come una minaccia (pagate di più) bensì come una formidabile opportunità (sciogliamo la Nato). Di questa Alleanza totalmente sperequata gli Stati Uniti sono infatti gli assoluti padroni, anche se, per salvare le apparenze, il segretario generale dell’Organizzazione è a rotazione (attualmente è il norvegese Jens Stoltenberg). In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della ‘guerra fredda’) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere ‘l’orso russo’ dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. Non è che la Russia, soprattutto dopo l’avvento di Putin che l’ha riportata al rango di grande potenza, sia del tutto rassicurante e non approfitti della situazione per appropriarsi di alcuni territori europei peraltro a lei limitrofi e russofoni (Crimea e addentellati ucraini), ma è del tutto inimmaginabile che si metta a sganciare atomiche sui Paesi europei.

Inoltre, nel tempo, la Nato ha cambiato radicalmente la sua natura. Era nata, ex articolo 5 del Patto, come strumento difensivo: gli Stati membri si impegnavano a venire in soccorso di un altro membro dell’Alleanza qualora fosse stato aggredito o minacciato. E’ da più di un quarto di secolo che si è trasformata in uno strumento offensivo. Nel 1999 fu attaccata la Serbia di Milosevic che non costituiva alcuna minaccia per un qualsiasi membro della Nato. La Nato intervenne per risolvere, del tutto arbitrariamente, una questione interna di quello Stato. Lo stesso discorso si può fare sostanzialmente per l’Iraq di Saddam Hussein che non minacciava alcuno Stato membro della Nato, tantomeno la Turchia con cui aveva invece fatto un patto leonino in funzione anti curda. Idem per la Libia dell’ultimo Gheddafi che aveva da tempo rinunciato ai suoi terrorismi giovanili. L’unico intervento ex articolo 5, cioè difensivo, è stato quello contro l’Afghanistan perché, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, si pensava, peraltro sbagliando bersaglio, che i Talebani ne fossero alle spalle. Ma dopo quattordici anni di guerra anche questo motivo è caduto e la permanenza della Nato in Afghanistan non ha più alcun senso perché quel Paese dell’Asia Centrale non è un pericolo per nessuno, tantomeno per gli Stati europei (noi italiani vi manteniamo soldati e mezzi e ci siamo impegnati con gli Stati Uniti a rimanervi ancora per anni con costi economici non indifferenti).

La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette ‘emergenti’, Cina e India. Armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui. E in questo senso andrebbe tolto, a settant’anni dalla fine della guerra, l’anacronistico divieto alla Germania di essere una potenza nucleare laddove invece è possibile al Pakistan, all’India, a Israele, al Sud Africa e ad altri Stati minori. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione.

Ritornando al discorso di Trump, sulla Nato e sul rapporto con gli altri Stati, mi pare che il prossimo inquilino della Casa Bianca abbia compreso che il ruolo centrale dell’America nella scacchiera del mondo è finito così come quello di ‘gendarme’ dell’ordine planetario. Questo a vantaggio certamente degli stessi Stati Uniti che non possono più permettersi certe spese e hanno bisogno di riequilibrare al proprio interno una situazione economica che da Bush padre fino a Obama, proprio per la pretesa di dominare l’universo mondo, è diventata disastrosa. Ma anche a vantaggio di tutti noi.

Questo è ciò che io spero dal magnate tanto maltrattato. Anche se, conoscendo i miei polli, so che almeno in Italia quasi tutti gli intellettuali e gli opinionisti che gli sono stati avversi, in poco tempo, sia con svolte plateali o più probabilmente con circonvoluzioni algoritmiche che lascino la porta aperta a rapidi ritorni, diventeranno ‘trumpisti’.

In ogni caso il successo di Trump cambia tutti i termini della geopolitica globale e, come ha detto Grillo, è una sorta di ‘vaffa’ mondiale, una ribellione delle genti contro le classi dirigenti, politiche, economiche, finanziarie che da decenni dominano la scena. Ed è anche una rivolta contro l’altezzoso senso di superiorità degli intellettuali che va di pari passo al loro eterno accodarsi ai poteri di turno. Ritengo, e in questo caso penso soprattutto all’Italia, che gli intellettuali siano più responsabili dei politici. Perché per il politico la menzogna, le mezze verità, l’ambiguità sono uno strumento del mestiere visto che, in democrazia, il suo primo obbiettivo è procacciarsi il consenso. L’intellettuale invece è libero di dire ciò che pensa. E quindi se si fa servo è doppiamente colpevole.

Ubu a Washington

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( Articolo Condiviso )

«Ma se loro hanno tanto osato, voi avete tutto permesso.

Più l’oppressore è vile, più lo schiavo è infame»

Chauteaubriand

Ebbene sì, lo ammettiamo. La notizia della vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca ha scatenato in noi, che viviamo da anni al culmine della disperazione, un irrefrenabile eccesso di ilarità. Il cerchio si sta chiudendo. Distrutto il significato, devastata l’immaginazione, cancellata la memoria, calunniata la dignità, snobbata l’intelligenza, derisa la sensibilità, ecco l’idiocrazia trionfare, dilagare ed imperare fra l’attonito sbigottimento delle anime belle democratiche (parlamentari o extra-parlamentari che siano). Ubu — ovvero l’autorità più rozza, falsa, ignorante, pagliaccesca, volgare, piena di iperboliche declamazioni, vogliosa solo di omuncoli felici di ripetere in coro di essere «liberi, liberi, liberi di obbedire» — è oggi ovunque. Dirige le istituzioni, amministra l’economia, comanda la politica, anima la cultura, guida la protesta. Dal campo reazionario a quello sovversivo, passando per quello riformista, sono i figuri più infami ad emergere fra il consenso del loro pubblico di cortigiani.
Oggi che Ubu è entrato nella stanza dei bottoni della più grande superpotenza mondiale, smentendo i sondaggi che volevano gli Stati Uniti un paese composto per lo più da artisti fricchettoni californiani e da intellettuali radical-chic newyorkesi, tutti sono costretti a prendere atto di un’evidenza che sfonda gli occhi. Siamo nella merdre fin sopra al collo. Chissà, forse ci sarà anche qualche imbecille che, non potendo festeggiare la prima donna-in-quanto-donna a salire al vertice dei massacratori a stelle e strisce, si rallegrerà davanti tutto questo concime storicamente ineluttabile e dialetticamente funzionale alla distesa di fiorellini che viene. Noi no. Noi siamo sempre più vergognosi per l’infamia della nostra schiavitù e per l’impotenza della nostra rabbia. Al punto che avremmo quasi voglia di brindare al successo del miliardario yankee, il quale ci sembra abbia tutte le carte in regola per precipitare definitivamente questa umanità miserabile nell’abisso che merita, portandola all’estinzione assieme alle sue leggi che si devono rispettare e alle sue fiction che non si possono perdere, alle sue divinità celesti che si devono pregare e ai suoi idoli terreni che non si possono ignorare, ai suoi diritti che si devono rivendicare e alle sue serate a cui non si può mancare, alle sue merci che si devono consumare e ai suoi campionati di calcio che si devono vedere, ai suoi compromessi che non si devono criticare e ai suoi buffoni di corte che si devono applaudire.
Nessun’altra fine del mondo è possibile, nessuna, finché in testa e nel cuore e nelle mani non si radicherà (e non occasionalmente) l’esigenza e l’urgenza di un’inversione di tendenza, di uno scarto assoluto da tutto ciò che è Stato e autorità.

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”

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Foto: Mad Magazine

( Articolo Condiviso )

La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth  College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby,  senza il favore e i soldi della quale  nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni  in Usa.  La  nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu)  all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi,  alzando la voce e scandendo le parole:

Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi  stressare  da un evento  traumatico “prima”  che accada,  che probabilmente non si verificherà,  e spesso del tutto immaginario, onde giustificare  l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica.  Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se  essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà  la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”.  Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele.  Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa  e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa.  Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.).  Io sono profondamente  preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino d i chi è colpito da  Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e  più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino  che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran.  Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta –  non più per interposto ISIS  –  come Washington ardeva di fare dal 2011, e  in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e  il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla  Russia.  Guerra preventiva,  e guerranucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s.

 

DeconstructingSyria

Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti  questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna  per forza mettere  gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank,  creando “zone di sicurezza”  che  le truppe speciali  americane terranno con le armi; zone ripulite  per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone –  recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio  di cui godono in rapporto all’ISIS”.  Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione  Usa  è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.

http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi,   il progetto ha una copertina ancora più bella:

project-atom

Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050.  Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti  esercitazioni militari in corso  da settimane  fra Ucraina, Polonia e Germania  per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate  nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati  sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di   sperimentare   dal vivo i gioiellini nuovi  che ha trovato al Pentagono:   come dice il CSIS, “ bombe atomiche  più utilizzabili,   meno potenti ma precise e con effetti spoeciali  (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”.   Nella certezza  che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è  la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina  va armata fino ai denti  per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia   carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente  (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini  – e tutto qui, in Europa – uno  ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di  demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura  e del buon senso.

L’Europa.  Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est  e nella R ussia stessa.  “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare.  L’Unione Europea   partecipa alla guerra contro  la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a  mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”.  Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino  per  mettere a punto i preparativi  per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico.  “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania  e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran  Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono   in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America?  Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano,  la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate  che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta  – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est  Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

(Gazprom’s Dangerous New Nord Stream Gas Pipeline to Germany, The Trumpet)

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che  tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington.  Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno  infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico.  La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini.  Ma almeno è consolante vedere che  noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide;  sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere  degnato  da loro di pagare i  cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia.   Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito  dalla NATO,   finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia.  Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Dopo il vento, la tempesta

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( Articolo Condiviso )

Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».