Il 9 giugno a Santiago del Cile…

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( Articolo Condiviso )

«L’idea di Dio implica l’abdicazione della ragione e della giustizia umana;
essa è la più decisiva negazione della libertà umana, e finisce necessariamente
nella schiavitù del genere umano, sia in teoria che in pratica».
Bakunin, Dio e lo Stato, 1882
Giovedì 9 giugno 2016 a Santiago si è svolta una manifestazione di 150.000 studenti e liceali, preparata da settimane e organizzata dalla Confederazione degli Studenti del Cile (Confech) per rivendicare miglioramenti al sistema educativo. Quella che doveva essere solo l’ennesima protesta riformista è stata però segnata da un evento imprevisto, il gioioso contributo di alcuni incontrollabili che hanno colto l’occasione per dare il loro piccolo tocco qualitativo. Negozi saccheggiati lungo tutto il percorso? No, non si è trattato di questo, nonostante un tentativo contro una farmacia. Devastazioni incendiarie degli autobus di Transantiago, come accade quando degli arrabbiati si invitano al ballo? No, nemmeno. Allora forse qualche barricata in fiamme a protezione di manifestanti incappucciati armati di fionde e molotov, come accade regolarmente? No, magari un’altra volta. Nonostante tutto, non si è trattato solo di una grande manifestazione con la sua piccola parte di sommossa che si è messa con gioia a lanciare pietre contro i carabinieri. Qualcosa di un po’ diverso è successo quel giorno, una figura mitica e simbolica è stata distrutta pubblicamente, grazie ad un semplice passo di lato improvvisato.
Giovedì 9 giugno 2016, nel bel mezzo di uno dei viali centrali di Santiago chiamato Libertador Bernardo O’Higgins, all’incrocio tra Alameda e Cumming, è tutto un altro scenario che ha colpito gli animi, scatenando commenti indignati a catena e provocando l’apertura di un’immediata inchiesta giudiziaria. Allorché tutto avrebbe potuto continuare tranquillamente, tra slogan di sinistra e folklore scolastico, un piccolo gruppo di persone incappucciate è entrato da una porta laterale nel vecchio edificio dichiarato Monumento Nazionale nel 1989, vale a dire la venerabile Chiesa della Gratitudine Nazionale. I più attenti ricorderanno forse che il 25 agosto 2011, durante una manifestazione di migliaia di persone indetta dalla principale confederazione sindacale del paese (CUT), è proprio la porta di quella chiesa ad essere data alle fiamme per lunghi minuti sotto lo sguardo attonito della folla lavoratrice, mentre molte sue finestre andavano in frantumi e le sue pareti venivano abbellite con slogan anarchici. Più di recente, il 28 maggio 2015, a seguito di una manifestazione di liceali, alcuni anonimi avevano riprodotto quel gesto (molotov contro la porta e lancio di pietre alle vetrate), prima che un piccolo gruppo lo ripetesse ancora una volta e di notte, un anno dopo, ossia lo scorso 29 maggio.
È forse con l’idea in testa che la ripetizione degli stessi gesti sugli stessi obiettivi durante le stesse occasioni rischia fortemente di trasformare la rivolta in spettacolo, che una quindicina di giovani curiosi hanno deciso di andare a guardare dall’altro lato del portale. Qui, nessuna sorpresa, almeno all’inizio: un confessionale dove lavare i panni sporchi prima di poter ricominciare, un altare davanti a cui inginocchiarsi per sottomettersi, ma anche… un grosso rospo di Nazareth che sta lì a fissarti per giudicarti dall’alto della sua morale e delle sue leggi. Poi è successo quello che dovremmo chiamare un autentico piccolo miracolo di determinazione antireligiosa: e hop, né uno né due, ed ecco lì che una parte degli intrusi è riuscita a tirare il crocifisso di tre metri fuori dal suo supporto (molti l’hanno sognato, pochi ci hanno provato), poi l’hanno trascinato con il suo carico fittizio nella strada! Nessun fuoco esterno questa volta alla Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma una magnifica frantumazione del suo feticcio in pieno giorno a colpi di sbarre e sedie. Oh, non ha resistito a lungo, il tapino, nella sua missione d’incarnare l’ordine. Non ha strillato più di una vetrina che si spacca, lui che esiste solo nell’immaginario di esseri umani in cerca di spiegazioni facili per rassegnarsi ad una vita di sofferenze. Ma che altro poteva fare, quel grosso Gesù Cristo in croce, di fronte a un simile piacere iconoclasta senza fede né legge?
Alcune ore dopo la reazione è stata unanime da parte di tutti, fino alla Presidenza, per difendere la parte del potere che era stata attaccata. Padre Marek Burzawa, vicario della “zona centro” dell’arcidiocesi di Santiago, ha predicato per la sua cappella: «come Chiesa siamo d’accordo con le manifestazioni pacifiche, ma la violenza non è il cammino adeguato», ha spiegato tappandosi il naso, per nascondere sotto il tappeto la sanguinosa colonizzazione del territorio Mapuche con la benedizione della sua setta (territorio in cui dall’inizio del 2016 sei chiese cattoliche e due templi evangelisti sono stati dati alle fiamme, perché legati agli interessi fondiari statali). Poi è stato il turno di Mario Fernández Baeza, leader dei picchiatori in uniforme di sinistra memoria, subito accorsi sul posto del crimine sacrilego (Fernández, membro del partito democratico-cristiano senza interruzioni dal 1966, ha fatto la sua carriera accademica di giurista sotto Pinochet, diventando poi ministro della guerra nei governi di transizione dal 1990 al 2002). Dritto nel suoi stivali poliziesco-clericali, ne ha fatto una questione morale di interesse nazionale: «Non parlo qui come cattolico, ma come ministro degli Interni del Cile e, detto questo, tutti i cileni devono lavorare insieme per evitare che comportamenti simili si diffondano nella nostra gioventù». Infine è toccato al buffone di servizio, portavoce del Coordinamento Nazionale Studentesco (Cones), Marcelo Correa, che ha denunciato questo attacco «selvaggio e inaccettabile», precisando che «nulla è più lontano dal movimento studentesco di una tale bassezza».
Alla fine, dopo 58 giorni di un’indagine condotta dalla DIPOLCAR (Dirección de Inteligencia Policial de Carabineros), sette poi otto persone sono state perquisite e arrestate nei quartieri di Quinta Normal, Las Condes, Quilicura, Renca, Lo Prado, Estación Central, Rancagua e all’aeroporto, il 6 e 7 agosto, sulla base delle analisi delle telecamere di sorveglianza, di quelle dei video-amatori e dei capi di abbigliamento. Cinque sono minorenni (tra i 14 e 17 anni) e tre maggiorenni: Bairon, Marlon e Eduardo (dai 18 ai 20 anni). Sono accusati di «danneggiamento di un monumento nazionale» (scritte e rottura della porta laterale della chiesa), «oltraggio a oggetto di culto» (distacco del crocifisso e sua distruzione), «furto semplice» (uno scatolone e vari oggetti colà rinvenuti) oltre che di «pubblico disordine» (scontri durante la manifestazione). I maggiorenni sono stati assegnati agli arresti domiciliari a stretto regime, e i minorenni hanno il divieto di avvicinarsi alla chiesa, devono timbrare il cartellino in classe alla loro scuola durante le manifestazioni e saranno seguiti dal Servizio Nazionale per i Minori (SENAME). Il procuratore ha anche annunciato che i suoi servizi stanno ancora cercando di identificare altre 23 persone, ed ha ottenuto per questo una proroga delle indagini di altri due mesi.
L’indomani, l’8 agosto, è apparso un manifesto anarchico che chiama «alla solidarietà attiva e all’azione insorgente con i detenuti per l’attacco anticlericale» al fine di «estendere l’attacco contro la morale religiosa».
Non si sa da quanto tempo quella terribile statua rappresentante l’autorità si trovasse nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma siamo sicuri che, anche qualora apprezzassero meno le leggi di gravità di quelle delle favole bibliche, i Padri Salesiani non avranno bisogno di cambiarla molto spesso. Forse ogni cinquanta anni, cosicché il suo marciume non contamini troppo quelli che baciano con devozione i suoi piedi di gesso e stucco. In questo caso, l’esemplare gioiosamente distrutto il 9 giugno 2016 ha visto un altro gruppo protendersi su di esso, un gruppo con intenzioni diametralmente opposte. Mentre migliaia di persone venivano arrestate, torturate e uccise, è proprio nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, piuttosto che nella cattedrale dove si svolgeva solitamente, che la giunta cilena di Pinochet aveva scelto di far celebrare l’annuale Te Deum per la patria. Era il 18 settembre 1973, sette giorni dopo il suo colpo di Stato militare.
Due raggruppamenti, due mondi agli antipodi: quello dell’ordine consacrato dalla religione, ieri come oggi, e quello della sua necessaria distruzione per restituire ad ognuno una libertà che può essere solo senza misura.
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Pubblicato il 13 agosto 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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