In ostaggio

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( Dal Web )

Mai come in questi giorni la realtà ha preso in ostaggio l’immaginazione.
I nostri desideri e sogni più folli sono sovrastati da una catastrofe invisibile che ci minaccia, ci confina, legandoci mani e piedi al capestro della paura.
Qualcosa di essenziale si gioca oggi attorno alla catastrofe in corso.
Ignorate le poche Cassandre che da decenni lanciavano i loro avvertimenti, ora siamo passati dall’idea astratta al fatto concreto.
Come dimostra l’odierna emergenza con tutti i suoi divieti, ad essere in ballo non è la mera probabilità di sopravvivere, ma qualcosa di ben più importante:
la possibilità di vivere.
Ciò significa che la catastrofe che oggi ci perseguita non è tanto l’imminente estinzione umana — da evitare, ci viene assicurato sia in alto che in basso, solo con una completa obbedienza agli esperti della riproduzione sociale — quanto l’onnipresente artificialità di un’esistenza la cui pervasività ci impedisce di immaginare la fine del presente.
«Catastrofe»: dal greco katastrophé, «capovolgimento, «rovesciamento»; sostantivo del verbo katastrépho, da kata «sotto, giù» e stréphein «rovesciare, girare».
Sin dall’antichità questo termine ha conservato fra i suoi significati quello di un avvenimento violento che porta con sé la forza di cambiare il corso delle cose, un evento che costituisce al tempo stesso una rottura e un cambiamento di senso, e che di conseguenza può essere sia un inizio che una fine.
Un evento decisivo, insomma, che spezzando la continuità dell’ordine del mondo permette la nascita di tutt’altro.
L’immagine facile ed immediata dell’aratro che spacca e rivolta una zolla di terra seccata ed esausta, rivivificando e preparando il terreno a una nuova semina e ad un nuovo raccolto, rende bene l’aspetto fecondo presente in un termine solitamente associato al solo epilogo drammatico.
Da qui l’ambivalenza di sentimenti umani suscitati in un lontano passato dalla catastrofe, che vanno dal timor panico al fascino estremo.
Al di là e contro ogni paura della morte, per lunghi secoli gli esseri umani hanno percepito l’infinito attraverso la distruzione catastrofica, cercando al suo interno la folgorante rivelazione fisica di ciò che non erano.
Dal Caos primordiale all’Apocalisse, dal Diluvio universale alla Fine dei tempi, dalla torre di Babele all’anno Mille, numerosi sono stati gli immaginari catastrofici attorno ai quali l’umanità ha cercato di definirsi, nella sua relazione con la vita ed il mondo sensibile, sotto il segno dell’accidente.
Il sentimento di catastrofe è stato con ogni probabilità la prima intima percezione della dirompenza dell’immaginario, una fessura permanente nella (presunta) uniformità della realtà.
Avvicinarsi ai bordi di questa fessura, seguirne la linea, significava cedere alla tentazione di interrogare il destino, non ostentare la presunzione di rispondervi. Immaginaria o reale, la catastrofe possedeva la forza prodigiosa di emergere in quanto oggettivazione di ciò che eccede la più triste condizione umana.
È solo verso la metà del XVIII secolo, dopo la scoperta dei resti di Pompei nel 1748 ed il grande terremoto di Lisbona del 1755, che la parola catastrofe ha cominciato ad essere usata nel comune linguaggio per definire un disastro improvviso di enormi dimensioni. Slittamento di significato facilitato dal fatto che, dopo il 1789 e la presa della Bastiglia, sarà un’altra la parola impiegata per indicare un ribaltamento, una rottura irreversibile dell’ordine pre-esistente in grado di preparare l’avvento di un mondo nuovo.
Nato nel secolo dei Lumi, il concetto di rivoluzione non poteva però che avere un carattere intenzionale, fortemente legato alla ragione, e perciò lo si è legato al compimento di un processo, all’evoluzione di un’idea, al risultato di una scienza.
È questa la profonda differenza che ha con la catastrofe che l’ha preceduta, e che in un certo senso l’accompagna.
Laddove la rivoluzione è un’incarnazione della Storia, la catastrofe è una sua interruzione.
Tanto la prima viene programmata nelle strutture, progettata negli scopi, organizzata nei mezzi, quanto la seconda è inaspettata nei tempi, imprevista nelle forme, inopportuna nelle conseguenze.
Non innalza uomini e donne soddisfacendoli nelle loro aspirazioni e convinzioni, originali o indotte che siano, li fa precipitare al di fuori delle loro misure comuni e delle loro rappresentazioni, fino a ridurli ad elementi insignificanti di un fenomeno senza alcuna legge.
Ancor più della rivoluzione, l’esplosione catastrofica del disordine spazzava via il vecchio mondo, aprendo la strada ad altre possibilità.
Dopo che si è materializzato l’impensabile, gli esseri umani non possono più rimanere gli stessi poiché non hanno visto con i loro occhi crollare solo le case, i monumenti, le chiese o i parlamenti.
Anche le fedi, le teorie, le leggi —  tutto è finito in macerie.
L’antico fascino della catastrofe nasce da lì, da quell’orizzonte caotico irriducibile ad ogni calcolo, nel momento in cui uno sconvolgimento senza precedenti spezza bruscamente ogni riferimento stabile, ponendo brutalmente la questione del senso della vita le cui infinite ripercussioni richiedono, in risposta, un eccesso d’immaginazione.
La catastrofe è servita all’individuo, nella drammatica scoperta di qualcosa che va al di là della sua identità, per confondersi nuovamente con la natura, il suolo primordiale o la fonte della creazione.
Ma a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, contrassegnata dalla prima esplosione atomica, cosa è accaduto?
Che la prospettiva rivoluzionaria è andata via via spegnendosi, cancellata dai cuori e dalle menti.
Così al loro interno è rimasta incontrastata una sola forma possibile di sconvolgimento materiale, per di più in possesso di ulteriori formidabili mezzi tecnici per manifestarsi. Ma la catastrofe odierna ha ben poco in comune con quella degli evi trascorsi.
Non è più la folgore della natura o l’opera di un Dio che pone l’essere umano davanti a se stesso — è un mero prodotto dell’arroganza scientifica, tecnologica, politica ed economica.
Se mettendo a soqquadro l’ordine stabilito le catastrofi del passato incitavano a guardare in faccia l’impossibile, le catastrofi moderne si limitano a scavare ulteriormente nel possibile.
Invece di aprire l’orizzonte e condurre lontano, lo chiudono ed inchiodano a quanto di più vicino ci sia.
L’immaginazione selvaggia lascia il passo al rischio calcolato, per cui non si desidera più vivere un’altra vita, si ambisce a sopravvivere gestendo i danni.
Una dopo l’altra, le catastrofi verificatesi in questi ultimi decenni sfilano davanti ai nostri occhi come se fossero state semplicemente una conseguenza della miopia tecno-scientifica e del cattivo governo, da superare con tecnici e politici più attenti e lungimiranti.
Le catastrofi del presente e del futuro diventano perciò evitabili, o per lo meno riducibili, solo e soltanto con un controllo sempre maggiore delle attività umane, poste in condizioni di perenne emergenza.
Effetto di questa logica, i disastri «naturali» vengono subito dimenticati e rimossi in un contesto distante, quasi fossero eventi minori, mentre i soli disastri «umani» occupano il centro della scena in una narrazione che ci invita ad accettare l’inaccettabile.
Se ci terrorizzano, è solo perché la nostra sopravvivenza fisica come specie è minacciata. Ed è questo che andrebbe temuto più di ogni altra cosa, la catastrofe invisibile della sottomissione sostenibile, dell’amministrazione del disastro, quella che incatena e paralizza la nostra smisurata voglia di vivere imponendole distanze e misure di sicurezza.

Note epide(r)miche

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( Dal Web )

Il suo nome mi è letteralmente balzato in mente la scorsa settimana.
Ero andato a prendere il pane e, una volta arrivato dal fornaio, mi è venuto istintivo contare fra i clienti presenti dentro e fuori il locale quelli che portavano la mascherina. Fu lì che accadde.
Mi resi conto d’un tratto che avevo appena ripetuto il conteggio del filologo tedesco Victor Klemperer, testimone e studioso dell’ascesa del Terzo Reich:
«il nostro morale cambia di giorno in giorno. Contiamo quante persone nei negozi dicono “Heil Hitler!” e quante dicono “Buongiorno”.
Ieri al panificio cinque donne hanno detto “Buongiorno” e solo due “Heil Hitler”: il morale risale.
Oggi, dal macellaio, tutti hanno detto “Heil Hitler”… il morale scende».
Lo ammetto, in quel preciso momento ho sentito un brivido dietro la nuca.
Rileggere il suo diario non è servito a placare la mia inquietudine, anzi.
Ho un bell’evidenziare tutte le truculente differenze che ci separano da quegli anni, le similitudini spiccano comunque.
Terrificanti, sebbene quasi prive di macchie di sangue.
Anche all’epoca la popolazione era convinta di essere minacciata da un pericoloso virus, «l’Ebreo», in grado di infettarla.
E nel giro di poco tempo un paese intero, noto per altro per il suo enorme apporto alla filosofia, venne travolto da una sorta di delirio di massa.
Le credenze più ridicole si diffusero a macchia d’olio, spingendo uomini comuni a commettere gli atti più aberranti.
E poi l’uso del sentimento per allontanare ogni riflessione critica, la martellante retorica bellica, l’ossessione tecnica per raggiungere l’omogeneità…
Sì, è in mezzo a quelle pagine che ho capito come il virus mortale che deve essere oggi debellato non sia affatto il Covid-19.
Siamo noi.
Noi che, come gli ebrei, non possiamo più uscire di casa.
Noi, che non possiamo più frequentare biblioteche, cinema, ristoranti, parchi.
Noi, che abbiamo il permesso di varcare la soglia solo per il tempo necessario a procurarci i generi di prima necessità.
Noi, costretti a giustificare la nostra presenza alla prima uniforme che ci incrocia per strada.
Noi, che ci consoliamo con l’identico ritornello di allora («La follia totale non può durare, una volta che sia svanita l’ubriacatura popolare, lasciando dietro di sé solo un gran mal di testa»).
Noi, che parliamo la lingua del nemico.
Noi, fra cui non manca neppure chi ammira le autorità.
Noi, che attendiamo ogni giorno attaccati ai nostri dispositivi elettronici la lieta notizia della fine dell’incubo.
Ma non finirà mai, anzi, peggiorerà, se non saremo noi stessi a porvi fine.
Come diceva l’autore di La Peste, «La speranza, al contrario di quanto si pensi, equivale alla rassegnazione.
E vivere non è rassegnarsi».
Alcuni giorni fa un medico epidemiologo che insegna in una celebre università statunitense ha espresso tutta la sua preoccupazione per quanto sta accadendo.
A spaventarlo non è tanto l’epidemia in corso quanto ciò che ha suscitato, ovvero una reazione politica e sociale in buona parte dettata dalla paura.
A suo dire il serio rischio che si sta correndo è quello di finire come l’elefante che, in preda al panico per essere stato attaccato da un topolino, cerca di scappare lanciandosi in un dirupo.
In mancanza di informazioni più precise sul pericolo effettivo del virus e soprattutto sulla profondità del dirupo, il rimedio potrebbe rivelarsi più letale del malanno.
Per amor di discussione, egli arriva al punto da ipotizzare lo scenario più catastrofico (pur precisando di non ritenerlo verosimile): il virus contagerà il 60% dell’umanità causando 40 milioni di morti, una cifra pari a quella provocata nel 1918-20 dall’influenza spagnola.
Con una differenza fondamentale, però.
Che il coronavirus rischia di fare un’ecatombe di anziani e malati gravi, mentre la spagnola aveva seminato la morte fra tutti indistintamente, giovani e bambini inclusi. Ebbene, si domanda questo epidemiologo, quante e quali vittime ci saranno se l’elefantiaca umanità si lancerà nel dirupo?
Ha senso che per evitare la morte di milioni di persone con una breve aspettativa di vita si corra il forte rischio di provocare la morte di miliardi di persone anche fra quelle che hanno una lunga aspettativa di vita?
Si dirà che si tratta di un ragionamento da ragionieri, tipico frutto del pragmatismo anglo-sassone.
È vero, ecco perché potrebbe essere il più comprensibile per chi pensa solo al proprio interesse e alla propria sopravvivenza.
Noi abbiamo preso atto della cecità e sordità e mutismo nazional-popolare davanti allo scempio che le misure governative stanno facendo della benché minima libertà e della dignità umana, ma i cittadini che approvano la sospensione forzata della vita pubblica prenderanno atto delle innumerevoli vittime provocate da questa isteria di massa?
A partire da chi sta morendo già oggi, chi suicidandosi per timore del risultato del tampone (è accaduto in Veneto), chi venendo trucidato per aver tentato di fermare gli esasperati dalla reclusione (è avvenuto nel Lazio), chi spirando per mancanza di mezzi sanitari tutti dirottati sull’emergenza (è avvenuto in Puglia).
E fra gli emarginati ed i più poveri, quelli che già ieri faticavano a tirare avanti, in quanti non avranno più scampo e soccomberanno del tutto?
E dopo di loro, cosa accadrà a chi lavorava nelle molte imprese che non saranno in grado di riprendersi e si ritroverà senza più lavoro?
Per non parlare di quando le azioni crollate in borsa verranno rastrellate e comprate per due soldi, permettendo a pochissimi squali di fare indigestione di moltissimi pesci piccoli e medi stremati dalla debolezza.
Quanti morti provocherà, in quasi tutti gli ambiti sociali, l’esplosione di tutta questa disperazione che sta montando sotto i nostri occhi?
Se lo sono chiesto i mentecatti e sbruffoni italioti che — dopo aver indossato mascherine, essersi cosparsi di antisettico e barricati in casa — escono sui balconi a cantare in coro «siam pronti alla morte»?
Lo vedremo presto, se e quanto siano pronti.
La vecchia propaganda di guerra si basava sulla disinformazione, sulla manipolazione, sulla censura.
Ciò significa che, prima di essere riportati, i fatti venivano opportunamente selezionati, edulcorati o taciuti del tutto.
Lo scopo era di sottrarre il più possibile la loro cruda realtà alla vista di uno sguardo attento.
Oggi a queste tecniche (sempre presenti, basti pensare al silenzio imposto ai medici sanitari fuori linea) se n’è aggiunta un’altra, l’indifferenziazione per eccesso.
Le informazioni vengono date con tale velocità e in tale quantità da non permettere ad una coscienza stordita e sovraccaricata di coglierne il senso, di discernere il vero dal falso.
È un po’ lo stesso metodo usato da Poe nella Lettera rubata; non occorre nasconderla, per non farla vedere basta metterla in mezzo a mille altre cianfrusaglie.
Gira voce tra i «negazionisti» della pandemia in atto, che i morti di coronavirus siano pochissimi.
Si tratta di una bufala, ovviamente, di una fake news (per gli antiquati del linguaggio, una notizia falsa) a cui non bisogna dare credito.
La verità vera la conoscono solo gli esperti al diretto servizio dello Stato, come i funzionari dell’Istituto Superiore di Sanità.
Loro sì che sanno come stanno le cose.
Ascoltiamoli e leggiamoli, allora.
Pochi giorni fa, nello snocciolare i numeri del quotidiano bollettino di guerra ci hanno infilato questo:
stando alle ultime statistiche settimanali, le vittime di solo coronavirus sono lo 0,8% del totale dei morti attribuiti alla pandemia.
Tutti gli altri erano già malati gravi, spesso più di là che di qua, a cui il virus ha solo dato il colpo finale.
Se la matematica non è un’opinione e se quel dato può essere usato a parametro generale, ciò vuol dire che un paese composto da sessanta milioni di abitanti, la stragrande maggioranza dei quali gode di buona salute, si è paralizzato dalla paura per un virus che ha ucciso… sì e no una quarantina di persone sane?
Ovvero lo 0,07% circa di tutti i contagiati?
Ciò non ci aiuta a capire molto bene il motivo per cui il Belpaese sia diventato d’un tratto uno Stato di polizia a tutti gli effetti, e per di più col plauso generale dei suoi novelli sudditi, ma per lo meno spiegherebbe la discrepanza esistente fra il tasso di mortalità attribuito al coronavirus in Italia e quello relativo al resto del mondo.
Se in Germania si registrano molte meno vittime, ad esempio, è perché là si conteggiano solo o soprattutto i morti di coronavirus, non i morti con coronavirus.
D’altronde, perché fare diversamente?
In Baviera è bastato citare l’esempio italiano per terrorizzare la popolazione e farle accettare misure draconiane.
È il progresso dei tempi. Hitler dovette non solo ispirarsi a Mussolini, ma superarlo in crudeltà.
Certo, è imbarazzante essere trattati da imbecilli fino a questo punto.
Del resto le autorità ne hanno non solo la possibilità, ma anche la motivazione.
I mass media si rivolgono a tutti indistintamente, non a ciascuno singolarmente.
Quindi, se il popolo ha dimostrato in più di un’occasione la propria stupidità, i singoli che si presume ne facciano parte avranno anche tanto da lamentarsi, ma ben poco di cui stupirsi.
Becchiamoci perciò in faccia pure l’ennesimo studio condotto dai soliti esperti, i quali sono giunti alla conclusione che l’avanzata del contagio del virus non abbia nulla a che vedere con l’inquinamento atmosferico come sostenuto da alcuni medici.
Che l’aria sia piena di ossigeno o di anidride carbonica, per il virus non fa differenza.
Ma per gli esseri umani sì che fa la differenza, altro che!
Il punto infatti non è tanto l’ipotesi che l’aria inquinata faccia da veicolo al contagio, bensì la certezza che favorisca la letalità del virus.
L’inquinamento potrà forse non aiutare il virus a trasmettersi, ma di certo ne accentua la capacità di uccidere.
Colpendo soprattutto le vie respiratorie, è ovvio che risulti più pericoloso laddove la salute dei polmoni sia già compromessa.
Basti considerare che la stragrande maggioranza delle vittime erano fumatori o residenti nelle regioni più industrializzate d’Italia.
Se si respira già male, è chiaro che una complicanza polmonare può rivelarsi fatale.
E per smentire questa banale conclusione logica, irritante perché mette comunque in discussione i fumi dell’industria, cosa fanno?
Spostano i termini della questione e ci assicurano che il contagio può avvenire anche all’aria fresca di campagna?
Un orgasmo multiplo e permanente, ecco cos’è in questi giorni l’esercizio del potere per chi, piccolo o grande, lo detiene.
Lo stato di emergenza ha dato la stura a tutti gli appetiti, a tutte le prepotenze e a tutte le arroganze.
Dal primo dei ministri all’ultimo dei sindaci, è tutto un ordinare, regolamentare, vietare, minacciare.
Poco importa che questi ordinamenti siano assurdi, inutili e perfino contraddittori.
Le strade e le piazze sono vuote, tutti si sono reclusi nella propria paura.
Il territorio è sgombero, a totale disposizione della legge.
Dopo che le forze dell’ordine e l’esercito hanno occupato le strade, ora è la volta dei droni che si stanno alzando per occupare il cielo.
Tutto il paese diventerà un enorme Panopticon, una prigione a cielo aperto dentro la quale ogni sopruso sarà permesso.
E dove già si stanno scatenando i peggiori istinti umani.
Dall’ultimo dei poveri al primo dei ricchi, è infatti anche tutto un osservare, sospettare, rimproverare, denunciare.
Confinati nelle proprie celle più o meno confortevoli, molti detenuti ogni giorno cantano dalla loro finestra.
Ma non è una battitura di protesta, è un inno alla servitù volontaria.
Tronfi e quasi increduli di questi poteri assoluti incontestati, i potenti non mostrano più alcuna cautela nel tirare fuori il loro grugno.
«Torino è ubbidiente», esulta un questore piemontese. «Subito con le richieste di condanna per gli irresponsabili», tuona un procuratore pugliese.
«È arrivato il momento di militarizzare l’Italia», invoca un governatore campano.
La voglia di legge marziale sembra inarrestabile.
E a noi rimbomba in testa il monito lanciato in altri tempi bui da un vecchio anarchico:
«È una sconfitta di cui bisogna lavarsi, ricordatelo bene; o le tigri, gli sciacalli forse meglio, dei covi giudiziari repubblicani non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere».
Come qualsiasi operatore sanitario sa bene, la cosiddetta prevenzione primaria è la più importante delle prevenzioni perché è quella che mira ad evitare proprio l’insorgere di una malattia.
Un’ottima idea, quella di anticipare la causa del male impedendole che si manifesti e provochi i suoi effetti.
Ma chi dovrebbe attuarla, e come?
Avendo rinunciato ad ogni autonomia, affidiamo allo Stato il compito di amministrare ogni aspetto della nostra vita.
La salute non è più qualcosa di cui ognuno dovrebbe preoccuparsi per sé, è una «cosa pubblica» che in quanto tale va gestita dall’alto.
E in alto si conoscono solo due maniere per occuparsene: o attraverso i vaccini, o attraverso il tentativo di ridurre i singoli fattori di rischio (imposizione di misure di sicurezza, lancio di campagne di sensibilizzazione, etc.).
Il che spiega perché oggi, in assenza di misteriose punturine magiche non ancora inventate, ci viene suggerito, quando non imposto, di indossare una mascherina prima di avventurarsi per strada.
Ora, a parte il fatto che la stragrande maggioranza delle mascherine sul mercato non proteggono affatto dal virus;
a parte il fatto che quelle poche che effettivamente servono a tale scopo dovrebbero essere lasciate al personale medico e ai parenti degli infettati («egoisti irresponsabili» sono semmai coloro che le sprecano per andare a fare la spesa);
ma poi, come si fa a non capire che la prevenzione migliore contro qualsiasi virus è quella di aumentare le proprie difese immunitarie con un’alimentazione sana e vitaminica ricca di frutta e verdura, esercizio fisico all’aperto, tranquillità e riposo, assunzione delle più svariate sostanze naturali?
E che di conseguenza, chiudendosi in casa sotto stress da panico, senza più prendere sole e respirare aria pulita, si ottiene l’effetto diametralmente opposto, cioè si indebolisce il proprio organismo rendendolo più vulnerabile al contagio?
Quanto al prevenire le cause che favoriscono le malattie, non è certo lo Stato patogeno a poterlo fare.
Che questo virus sia una tipica malattia della civiltà moderna, lo ammettono persino gli stessi virologi.
Non perché in passato non avrebbe potuto comparire, sia chiaro, ma perché i suoi effetti sarebbero stati ancor più trascurabili di quel che sono.
Come per un terremoto, è l’attuale organizzazione sociale ad averne accentuato le conseguenze.
Se sta contagiando l’intero pianeta è perché ha trovato vettori che si spostano in aereo da un continente all’altro e che vivono in città sempre più affollate.
Fosse rimasto circoscritto in un piccolo villaggio remoto, chi ne avrebbe mai sentito parlare?
Inoltre il passaggio di un virus dall’animale all’uomo è più probabile che avvenga se si avvicinano le due specie con la deforestazione, la costruzione di strade all’interno di territori vergini, l’urbanizzazione.
Come ha riconosciuto anche una studiosa di virus, «noi creiamo habitat dove i virus si trasmettono facilmente, ma ci sorprendiamo quando ciò accade».
Quindi, qual è la migliore prevenzione primaria?

 

 

Il dolce dispotismo democratico

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(Dal Web )

Alexis de Tocqueville
I governi democratici possono diventare violenti e anche crudeli in certi momenti di grande effervescenza e di pericolo, ma queste crisi saranno rare e passeggere.
Quando penso alle piccole passioni degli uomini del nostro tempo […] non temo che essi troveranno fra i loro capi dei tiranni, ma piuttosto dei tutori.
Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, […] poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto.
La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri.
Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana;
quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede;
li tocca ma non li sente affatto;
vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.
Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.
È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite.
Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente all’infanzia;
ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.
Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?
Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso.
L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio. Così, […] il sovrano estende il suo braccio sull’intera società;
ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa;
esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige;
raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca;
non distrugge, ma impedisce di creare;
non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore.
Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo. […]
In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra.
[…]
Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro.
In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.
Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti.
In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri…
Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso.
Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto.
Che garantisca l’ordine anzitutto!
Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.
Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.
Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi;
tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.
[La democrazia in America, 1835-1840]

Il peggiore dei virus… l’autorità

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( Dal Web )

Il macabro bilancio dei decessi aumenta di giorno in giorno, e nell’immaginario di ciascuno prende posto la sensazione, dapprima vaga e poi via via più forte, d’essere sempre più minacciati dal Triste Mietitore.
Per centinaia di milioni di esseri umani, questo immaginario non è certamente nuovo, quello della morte che può colpire chiunque, in qualsiasi momento.
Basti pensare ai dannati della terra sacrificati quotidianamente sull’altare del potere e del profitto: coloro che sopravvivono sotto le bombe degli Stati, in mezzo a infinite guerre per il petrolio o per le risorse minerarie, coloro che coabitano con la radioattività invisibile provocata da incidenti o da scorie nucleari, coloro che attraversano il Sahel o il Mediterraneo e che sono rinchiusi in campi di concentramento per immigrati, coloro che vengono ridotti a brani di carne e ossa dalla miseria e dalla devastazione generate dall’agroindustria e dall’estrazione di materie prime…
E anche nelle terre in cui abitiamo, in epoche non molto lontane, abbiamo conosciuto il terrore delle macellerie su scala industriale, dei bombardamenti, dei campi di sterminio… creati sempre dalla sete di potere e di ricchezza degli Stati e dei padroni, sempre fedelmente istituiti da eserciti e polizia…
Ma no, oggi non stiamo parlando di quei volti di disperati che cerchiamo costantemente di tenere distanti dai nostri occhi e dalle nostre teste, né di una storia ormai passata.
Il terrore comincia a diffondersi nella culla del regno della merce e della pace sociale ed è causato da un virus che può attaccare chiunque — anche se ovviamente non tutti avranno le stesse possibilità di curarsi.
E in un mondo in cui si è abituati alla menzogna, in cui l’uso di cifre e statistiche è uno dei principali mezzi di manipolazione mediatica, in un mondo in cui la verità è continuamente nascosta, mutilata e trasformata dai media, possiamo solo tentare di mettere insieme i pezzi, di fare ipotesi, provare a resistere a questa mobilitazione delle menti e porsi la domanda: in quale direzione stiamo andando?
In Cina, poi in Italia, vengono imposte nuove misure repressive giorno dopo giorno, fino a raggiungere il limite che nessuno Stato aveva ancora osato varcare: il divieto di uscire di casa e di spostarsi sul territorio tranne che per motivi di lavoro o per stretta necessità. Nemmeno la guerra avrebbe potuto consentire l’accettazione di misure di tale portata da parte della popolazione.
Ma questo nuovo totalitarismo ha il volto della Scienza e della Medicina, della neutralità e dell’interesse comune.
Le aziende farmaceutiche, delle telecomunicazioni e delle nuove tecnologie troveranno la soluzione.
In Cina, l’ imposizione della geolocalizzazione per segnalare qualsiasi spostamento e ogni caso di infezione, il riconoscimento facciale e il commercio elettronico aiutano lo Stato a garantire la reclusione di ogni cittadino in casa propria.
Oggi gli stessi Stati che hanno fondato la loro esistenza su detenzione, guerra e massacro, anche del loro stesso popolo, impongono la loro «protezione» attraverso divieti, confini e uomini armati.
Quanto durerà questa situazione?
Due settimane, un mese, un anno?
È risaputo che lo stato di emergenza dichiarato dopo gli attentati è stato rinnovato più volte, fino all’ integrazione definitiva delle misure di emergenza nella legislazione francese.
Dove ci porterà questa nuova emergenza?
Un virus è un fenomeno biologico, ma il contesto in cui nasce, la sua propagazione e la sua gestione sono questioni sociali.
In Amazzonia, in Africa o in Oceania, intere popolazioni sono state sterminate dai virus portati dai coloni, mentre questi imponevano il loro dominio e il loro modo di vivere. Nelle foreste tropicali, gli eserciti, i commercianti e i missionari hanno spinto le persone — che prima occupavano il territorio in ordine sparso — a concentrarsi attorno a scuole, nei villaggi o nelle città.
Ciò ha notevolmente facilitato la diffusione di epidemie devastanti.
Oggi metà della popolazione mondiale abita in città, intorno ai templi del Capitale e si nutre dei prodotti dell’ agroindustria e dell’ allevamento intensivo.
Ogni possibilità di autonomia è stata sradicata dagli Stati e dall’ economia di mercato.
E finché la mega-macchina del dominio continuerà a funzionare, l’ esistenza umana sarà sempre più soggetta a catastrofi che non hanno granché di «naturale» e ad una gestione, da parte di coloro che ci privano di qualsiasi possibilità, di determinare la nostra vita.
A meno che… in uno scenario sempre più oscuro e inquietante, gli esseri umani decidano di vivere da esseri liberi anche se solo per poche ore, pochi giorni o pochi anni prima della fine — piuttosto che rinchiudersi in un buco di paura e sottomissione.
Come hanno fatto i prigionieri in 30 carceri italiane, di fronte al divieto di ricevere visite imposto a causa del Covid-19, ribellandosi ai propri sequestratori, devastando e bruciando le loro gabbie e, in alcuni casi, riuscendo a evadere.
Ora e sempre in lotta per la libertà!
[Volantino distribuito a Parigi il 14 marzo 2020, durante la manifestazione dei Gilet gialli]

Italia, terra dei morti!

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( Dal Web )

Alphonse de Lamartine
Monumento crollato, abitato solo dall’eco!

Polvere del passato, sollevata da un vento sterile!

Terra, dove i figli non hanno più il sangue degli avi!
Dove, su un suolo invecchiato gli uomini nascono vecchi;
Dove il ferro svilito colpisce soltanto nell’ombra;
Dove sulle fronti velate aleggia una nuvola oscura;
Dove l’amore non è che un inganno, e il pudore un belletto;

Dove l’astuzia ha alterato la dirittura dello sguardo;
Dove le parole irose non sono che un rumore sonoro,
Una nuvola esplosa che riecheggia ancora!
Addio! Piangi la tua caduta vantando i tuoi eroi!

Su rive ove la gloria ha rianimato le loro ossa,

Altrove vado a cercare (perdona, ombra romana!)

Uomini, e non polvere umana!

Politica e mafia

Schermata del 2020-03-05 15:47:20

Il rapporto tra politica e mafia è certamente uno degli aspetti più inquietanti e controversi del fenomeno mafioso e della storia delle forze politiche e delle istituzioni del nostro Paese.
Nonostante l’abbondante produzione di materiali sull’argomento, sotto forma di libri e servizi giornalistici di denuncia, di documenti politici, di relazioni di organi ufficiali, non possiamo dire che finora il tema sia stato adeguatamente affrontato in tutte le sue implicazioni.

I concetti impiegati per designare i rapporti tra politica e mafia e viceversa sono spesso generici o inadeguati: si parla di contiguità e di coabitazione, mentre rimangono in secondo piano o restano irrisolti o neppure affrontati problemi di fondo che riguardano la definizione di mafia e la configurazione dei rapporti di dominio e subalternità così come si sono determinati nello scenario politico-istituzionale italiano.

Nel tentativo di contribuire a chiarire questi temi di fondo propongo, per ragioni di ordine espositivo, un rovesciamento dei due termini. Prima affronteremo il tema dalla parte della mafia e dopo dalla parte della politica.


Dalla parte della mafia.
La mafia come soggetto politico e la produzione mafiosa della politica

Si è discusso se la mafia abbia una strategia politica o se intrecciando rapporti con soggetti dell’universo politico si limiti a stringere alleanze tattiche.

Secondo la relazione su mafia e politica della Commissione antimafia, Cosa nostra, che rappresenta il gruppo più consistente della mafia siciliana, “ha una propria strategia politica.

L’occupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autorità legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilità di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno un’organizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo.

La strategia politica di Cosa nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza” (Commissione antimafia 1993).

Resta da vedere se questa strategia non venga praticata anche in forza di convergenze di interessi e di accordi stipulati senza bisogno di ricorrere alle armi e alle minacce.

Per qualche studioso si tratterebbe solo di alleanze tattiche (Lupo 1993, p. 229).
Per avere una visione più adeguata bisognerebbe in primo luogo interrogarsi sulla natura dell’associazionismo mafioso.

Ad avviso di chi scrive, anche utilizzando la letteratura più avvertita, la mafia può considerarsi soggetto politico, in duplice senso:
“1) in quanto associazione criminale la mafia è un gruppo politico, presentando tutte le caratteristiche individuate dalla sociologia classica per la definizione di tale tipo di gruppo;
2) essa concorre come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa parte alla produzione della politica in senso complessivo, cioè determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse” (Santino 1994, pp. 12 s.).
Per la definizione di gruppo politico possiamo rifarci alla classificazione di Max Weber che nel primo volume della sua Economia e società, dedicato alla Teoria delle categorie sociologiche, comincia con il definire il gruppo sociale: “Una relazione sociale limitata o chiusa verso l’esterno mediante regole deve essere chiamata gruppo sociale quando l’osservanza del suo ordinamento è garantita dall’atteggiamento di determinati uomini, propriamente disposti a realizzarlo – cioè di un capo e, eventualmente, di un apparato amministrativo, che in dati casi ha anche potere di rappresentanza”.
Un gruppo sociale è sempre un gruppo di potere quando esiste un apparato amministrativo e per potere “si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”.

Segue la definizione di gruppo politico: “Un gruppo di potere deve essere chiamato gruppo politico nella misura in cui la sua sussistenza e la validità dei suoi ordinamenti entro un dato territorio con determinati limiti geografici vengono garantite continuativamente mediante l’impiego e la minaccia di una coercizione fisica da parte dell’apparato amministrativo”.

La riflessione viene perfezionata con la seguente definizione di Stato: “Per Stato si deve intendere un’impresa istituzionale di carattere politico nella quale – e nella misura in cui – l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima, in vista dell’attuazione degli ordinamenti” (Weber 1981, pp. 47 ss.).
Come associazione criminale con caratteri specifici (si possono richiamare gli elementi indicati dall’art. 416 bis della legge n. 646 del 13 settembre 1982, o legge antimafia: forza di intimidazione del vincolo associativo, condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti e per acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche, concessioni, appalti ecc. o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri) la mafia presenta i caratteri fondamentali dei gruppi politici: un ordinamento, cioè un insieme di norme, una dimensione territoriale, la coercizione fisica, un apparato amministrativo in grado di assicurare l’osservanza delle norme e mettere in atto la coercizione fisica.

Per designare sinteticamente questa pluralità di funzioni ho adoperato l’espressione signoria territoriale, una forma totalitaria di controllo all’interno e all’esterno, che va dalle attività economiche alla vita personale e relazionale.
La mafia concorre alla produzione della politica agendo all’interno del blocco sociale o sistema relazionale egemonizzato da soggetti illegali e legali (borghesia mafiosa), in vari modi: uso politico della violenza, formazione delle rappresentanze nelle istituzioni, controllo sull’attività politico-amministrativa.
L’uso politico della violenza si realizza attraverso l’ideazione e l’esecuzione dei cosiddetti delitti politico-mafiosi e delle stragi.

I delitti politico-mafiosi mirano a colpire non solo uomini politici o membri della magistratura e delle forze dell’ordine ma anche altri impegnati a vario titolo contro la mafia e l’illegalità e obbediscono a esigenze complessive di salvaguardia degli interessi delle organizzazioni mafiose e di altri soggetti ad esse collegate, interrompendo processi orientati in senso sfavorevole o innescando e rafforzando dinamiche socio-politiche favorevoli al perseguimento di determinati interessi.

Si tratta il più delle volte di atti di violenza mirata ma possono esserci anche atti di violenza diffusa, come nel caso delle stragi che hanno colpito indiscriminatamente militanti e partecipanti alle manifestazioni del movimento contadino.
A innescare questa vera e propria politica della violenza possono concorrere vari soggetti (gruppi criminali, gruppi terroristici, logge massoniche, servizi segreti ecc.) in nome di una convergenza di interessi e con la mobilitazione di una pluralità di autori; ma la corresponsabilità di più soggetti, ipotizzabile nella ricostruzione delle dinamiche che portano all’evento criminoso, è difficilmente dimostrabile in sede giudiziaria, non solo per difficoltà oggettive ma soprattutto per effetto di operazioni di nascondimento e di depistaggio quasi sempre portate a buon fine.

Non per caso gran parte delle stragi consumate nel nostro Paese, con o senza la partecipazione di soggetti mafiosi, è rimasta impunita.
La formazione delle rappresentanze istituzionali può avvenire attraverso la selezione dei quadri, il ruolo nelle campagne elettorali, il controllo del voto o anche attraverso la partecipazione diretta di membri delle organizzazioni mafiose o di soggetti ad essa legati alle competizioni elettorali e alle assemblee elettive.
Il controllo sull’attività politico-amministrativa si realizza attraverso rapporti con gruppi politici e apparati burocratici, dagli enti locali alle istituzioni centrali, e dà vita a una tipologia variegata che va dallo scambio, limitato o permanente, all’identificazione-compenetrazione, all’affinità culturale e alla condivisione degli interessi.
La produzione mafiosa della politica implica una visione della mafia che rifugge da stereotipi diffusi come quelli dell’antistato o del vuoto di Stato.

Si è parlato di mafia come antistato soprattutto in relazione ai delitti che hanno colpito uomini delle istituzioni e il vuoto di Stato è un luogo comune che attraversa la storia della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno, segnata dalla costituzione di una forma-Stato che ha istituzionalizzato i rapporti di forza esistenti.

In realtà la mafia ha un doppio volto.

Per un verso ha un suo ordinamento e un sua giustizia (l’omicidio per i mafiosi non è un reato ma una sanzione applicata a chi non si piega ai loro voleri o si contrappone ai loro interessi) e su questi terreni non riconosce il monopolio statale della forza, quindi è fuori e contro lo Stato.

Per un altro verso, per le sue attività legate al denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, la mafia è dentro e con lo Stato.

A questa doppiezza della mafia corrisponde, come vedremo, una doppiezza dello Stato, nel senso che esso rinuncia parzialmente al monopolio della forza, legittimando la violenza mafiosa attraverso l’impunità, tutte le volte che viene operata una delega di fatto alla mafia di compiti repressivi.
Abbiamo parlato di una variegata tipologia di rapporti ed espressioni come “contiguità” (impiegata, ad esempio, nella requisitoria del maxiprocesso: in Santino 1992, ma ampiamente diffusa) e “coabitazione” (impiegata nella Relazione su mafia e politica del 1993) colgono una parte di tali rapporti, mentre per altri è più adeguata l’espressione “compenetrazione organica” (impiegata sempre nella requisitoria del maxiprocesso). L’Ufficio Istruzione che ha preparato il maxiprocesso, nel commentare le affermazioni della requisitoria, riprendeva l’espressione “contiguità” ma a proposito degli omicidi politici ne sottolineava l’inadeguatezza: “Nella requisitoria del P.M. si fa riferimento alla “contiguità” di determinati ambienti imprenditoriali e politici con Cosa nostra.

Ed indubbiamente questa contiguità sussiste anche se è stata scossa, ma non definitivamente superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto della mafia.

Ma qui si parla di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa pubblica; fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente “voltare pagina”” (in Santino 1992).
La sentenza di primo grado riprendeva le varie espressioni impiegate per designare il rapporto tra mafia e politica e tracciava un profilo sintetico della natura istituzionale di Cosa nostra, che sarebbe insieme: contropotere, per la sua natura criminale; potere annidato nel contesto sociale, capace di adattarsi ai mutamenti delle condizioni storiche; ordinamento giuridico che ha in comune con la forma Stato i caratteri essenziali: un territorio, un codice, affiliati che vi si attengono e altri che vi si adattano; gruppo di pressione che programma e realizza piani di estensione geografica e di rafforzamento del ruolo a livello nazionale e internazionale (in Santino 1992,1994) Una rappresentazione che coglieva la complessità del fenomeno mafioso e l’articolazione dei ruoli che esso ha esercitato nei suoi rapporti con la politica e l’assetto istituzionale.


Il cosiddetto terzo livello

Negli ultimi anni, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, l’idea più diffusa è stata che il rapporto mafia-politica si sia concretato con l’operare del cosiddetto terzo livello. L’espressione veniva impiegata in una relazione del 1982 presentata al Consiglio superiore della magistratura da Giovanni Falcone e Giuliano Turone, dal titolo Tecniche di indagine in materia di mafia, in cui si parlava di tre livelli dei reati di mafia.

Reati del primo livello sono i reati rientranti “in attività criminali direttamente produttive di movimenti di denaro” (estorsioni, contrabbando di tabacchi, traffico di droghe ecc.);

Reati del secondo livello sono quelli “che si collegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative lotte fra le cosche per il controllo dei campi di attività” (omicidi interni);

Reati del terzo livello sono i delitti “che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (…si pensi ad esempio all’omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l’assetto di potere mafioso)” (Falcone 1994, pp. 221-255).
Successivamente, soprattutto ad opera dei mezzi di informazione, l’espressione “terzo livello” è stata usata non più con riferimento ai reati di mafia ma all’organizzazione mafiosa nel suo complesso, rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: al primo livello sono gli esecutori materiali dei delitti; il secondo livello è formato dai capimafia; il terzo livello da un vertice politico-finanziario, una sorta di supercupola, formata da uomini politici, finanzieri, esponenti della massoneria, uomini dei servizi segreti ecc., che sarebbe sovrapposta alla commissione o cupola mafiosa, cioè l’organo direttivo a livello provinciale di Cosa nostra, organizzazione unitaria, piramidale e verticistica.
Le polemiche che per vari anni hanno segnato il dibattito sui rapporti tra mafia e politica erano suscitate da due diverse visioni della mafia e della sua relazione con il mondo politico-istituzionale.

L’esistenza del terzo livello era sostenuta da quanti ritenevano che il rapporto mafia-politica fosse organico e pensavano che esso si materializzasse in un’entità sovraordinata all’organizzazione criminale; è stata negata da quanti ritenevano che il rapporto mafia-politica non andasse al di là dei collegamenti episodici fra qualche boss e qualche politico e consideravano la mafia come un’organizzazione criminosa chiusa in se stessa.

E siccome Falcone aveva usato quell’espressione solo per i reati di mafia e non per l’organizzazione mafiosa e sosteneva che non esisteva un terzo livello così come veniva rappresentato, qualcuno, più o meno interessatamente, gli ha rimproverato di ignorare il rapporto mafia-politica e ha avanzato il sospetto che tenesse nei cassetti le prove dell’esistenza di tale rapporto (cfr. Santino 1997a, pp.102-116).

Una pagina decisamente brutta nella storia della lotta alla mafia e del nostro Paese, frettolosamente dimenticata dopo la strage del 23 maggio 1992 in cui Giovanni Falcone cadeva assieme alla moglie e agli uomini della scorta.
In una relazione del 1989 Giovanni Falcone ribadiva la sua convinzione: “…al di sopra dei vertici organizzativi non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra”.

L’organizzazione mafiosa stringe rapporti con organizzazioni similari, ci sono convergenze di interessi fra mafia e altri centri di potere, ci sono uomini politici adepti della mafia ma non in posizione di potere.

“Insomma Cosa nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità”.

In ogni caso non c’è una “direzione strategica” occulta di Cosa nostra (in Santino 1994).
Tale visione non esclude affatto il rapporto mafia-politica, nega soltanto che esso sia configurabile come supercupola.

Già nel 1987, in un’ordinanza-sentenza contro 163 mafiosi, Falcone richiamava la criminalità dei colletti bianchi, le connivenze e le collusioni di rappresentanti delle pubbliche istituzioni, la convergenza d’interessi di vari soggetti col potere mafioso, per sottolineare l’esigenza di elaborare la fattispecie del concorso in associazione mafiosa per persone esterne all’organizzazione ma collegate con essa, nella convinzione che la convergenza di interessi “costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra” (Tribunale di Palermo 1987).

Su questa base l’elaborazione giurisprudenziale porterà all’uso della fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa per affrontare in sede giudiziaria il problema della responsabilità penale di uomini politici e di altri soggetti che fanno parte del sistema relazionale entro cui agiscono i gruppi criminali.


Mafia e forze politiche

La mafia non ha ideologia ma ha una spiccata e scaltrita cultura del potere.

Nei rapporti con le forze politiche la mafia siciliana ha mostrato una grande capacità di elasticità e di adattamento al mutare del quadro politico e al succedersi dei detentori del potere.

Così essa è stata, esclusivamente o prevalentemente, liberale, democristiana e ora è legata ai soggetti politici affermatisi negli ultimi anni.
Significativo il comportamento dei mafiosi nelle fasi di transizione, quando varie forze politiche sono in corsa per il potere.

Limitandoci al secondo dopoguerra, nei primi anni Quaranta del XX secolo, il ricorso al separatismo, a ridosso dei grandi proprietari terrieri, ebbe soprattutto il significato di un’operazione strumentale mirante ad ottenere un’autonomia regionale che salvaguardasse gli interessi e il potere degli strati dominanti.

Alcuni capimafia, come Calogero Vizzini, costituivano insieme la sezione del Partito separatista e quella della Democrazia cristiana, puntavano contemporaneamente su due cavalli, attivandosi per assicurare l’affermazione di quello che si presentava più favorito per vincere la corsa.
La vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947 stimola l’accentuazione della violenza, già messa in atto per fermare l’avanzata del movimento contadino, e si avrà la strage di Portella del primo maggio, che in concorso con altre scelte maturate a livello nazionale e internazionale, avrà una immediata valenza strategica con l’espulsione delle sinistre dal governo nazionale e con il divieto al loro ingresso in quello regionale.
La fase dei governi centristi vede la mafia solidamente attestata con il partito di maggioranza relativa e pronta a ricorrere ancora alla violenza, garantendosi il ruolo di forza armata e di baluardo contro il comunismo, fino alla sconfitta finale del movimento contadino (con una controriforma agraria che stimola gran parte del mondo contadino a scegliere la via dell’emigrazione) e all’assottigliamento della consistenza delle forze di opposizione, emarginate dall’assetto di potere costituito.
In questa fase che va dagli anni ’50 agli anni ’60 la mafia si assicura un canale privilegiato di accesso al denaro pubblico, estendendo e radicando il suo sistema relazionale con i rapporti intessuti con professionisti, imprenditori, amministratori e politici, configurandosi come una forma di borghesia di Stato (Santino – La Fiura 1990, pp. 111 ss.).
Il rapporto pattizio si incrina per il lievitare dell’accumulazione illegale e della richiesta di occasioni di investimento e di spazi di potere.

I delitti che colpiscono uomini del partito di maggioranza (Michele Reina nel 1979, Piersanti Mattarella nel 1980) hanno un preciso significato: la mafia non tollera le aperture politiche verso l’opposizione e in particolare verso il Partito comunista e considera un intralcio ai suoi interessi le azioni moralizzatrici che toccano terreni scottanti come quello degli appalti di opere pubbliche.

Il messaggio arriva a segno: le aperture vengono archiviate e al governo della regione vanno personaggi più affidabili (Santino 1989, pp. 287 ss.).
Il patto viene definitivamente sciolto con l’uccisione di Salvo Lima (12 marzo 1992), a cui si rimprovera di non aver cancellato gli effetti del maxiprocesso che si è concluso con pesanti condanne per una serie sterminata di omicidi, interni ed esterni, che hanno insanguinato gli anni ’80.

Il delitto, che colpisce uno dei personaggi più emblematici del rapporto mafia-politica per decenni, è una sorta di lastra tombale su un intero periodo storico.

La mafia ora è alla ricerca di nuovi interlocutori all’interno di un quadro politico profondamente mutato, in cui figurano forze politiche nate sulle ceneri di partiti storici, travolti dai processi per corruzione (la cosiddetta Tangentopoli).
Nel 1989 è caduto il muro di Berlino, il socialismo reale è imploso e la mafia ha perduto il suo ruolo storico di baluardo contro il comunismo, in un contesto formalmente aperto ma in realtà sbarrato alle forze di sinistra (quella che ho chiamato “democrazia bloccata”: Santino 1997b).

L’ondata di stragi del 1992 e ’93 è il frutto del delirio di onnipotenza criminale dei cosiddetti corleonesi o è suscitata anche da altri soggetti che mirano a condizionare le dinamiche in atto per determinare i nuovi assetti di potere?

La risposta giudiziaria, che ha colpito capi e gregari di Cosa nostra, ha lasciato irrisolto questo interrogativo che rischia di aggiungere un altro capitolo al libro dei cosiddetti misteri italiani.

Quel che è certo è che mafiosi hanno capito che per stringere nuove alleanze debbono controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso l’alto, e per gli ultimi anni si parla di “mafia sommersa” o inabissata, capace di controllare capillarmente il territorio, di inserirsi nella spartizione del denaro pubblico destinato alle grandi opere, sorretta da una borghesia mafiosa diffusa, forte di legami con personaggi del nuovo scenario politico.

Stando anche a inchieste giudiziarie in corso, le forze politiche a cui si rivolgono le maggiori attenzioni sono Forza Italia e l’Udc, che rappresenta nella realtà siciliana la linea di continuità con il sistema di potere democristiano.


Dalla parte della politica.
La criminalità del potere e la produzione politica della mafia

Abbiamo già accennato al ruolo della Democrazia cristiana, per quasi mezzo secolo partito di maggioranza relativo e architrave del sistema di potere.

Nella relazione di maggioranza che chiuse i lavori della Commissione parlamentare antimafia (1976) si dice che la mafia è un fenomeno di classi dirigenti (affermazione che valeva soprattutto per le origini), che la sua specificità è “costituita dall’incessante ricerca di un collegamento con i pubblici poteri”, che la DC presentava un indice di personalizzazione (rapporto tra voti di lista e voti di preferenze) più elevato di altri partiti e che il voto di preferenza favoriva l’infiltrazione mafiosa e si puntava il dito sul ruolo di Vito Ciancimino, dirigente democristiano, assessore comunale e per qualche tempo sindaco di Palermo.

La relazione di minoranza presentata dal PCI indicava nel gruppo dirigente democristiano siciliano, che avrebbe imbarcato forze liberali e monarchico-qualunquiste legate ai boss mafiosi, il referente politico di una mafia capace di adattarsi ai mutamenti del contesto (Commissione antimafia 1976).
Successivamente nella riflessione su fenomeni come la loggia massonica P2, i comportamenti dei servizi segreti cosiddetti “deviati”, il ricorso alle stragi per arrestare processi di rinnovamento del quadro politico che mettevano in forse l’assetto internazionale, si è utilizzato un concetto elaborato per l’analisi dello Stato nazista (Fraenkel 1983).

Mi riferisco alla teoria del “doppio Stato”, fondato su una duplice lealtà dei gruppi dirigenti, verso il proprio Paese e verso lo schieramento internazionale (De Felice 1989). Anche chi scrive ha parlato di una doppiezza dello Stato come schema teorico utilizzabile per analizzare fenomeni come la legittimazione della violenza mafiosa e l’uso illegale della violenza da parte di apparati istituzionali o di soggetti ad essi legati, senza però farne una sorta di dogma interpretativo multiuso (Santino 1994, 1997b)
In sintesi violenza e illegalità sono state una risorsa a cui si è fatto ricorso quando la normale dialettica non riusciva a governare il conflitto sociale o a controllare le dinamiche politiche.

Si può parlare di criminalità del potere, con riferimento a tutti quegli eventi che dimostrano che per salvaguardare un determinato assetto di potere, perpetuare l’egemonia di determinate forze politiche, garantire il rispetto dei limiti imposti dalla spartizione del mondo in grandi aree di influenza, non si è esitato ad ideare ed eseguire atti criminosi, come le stragi, o a tollerane il compimento, depistando o insabbiando le indagini per accertare le responsabilità.
Con l’espressione produzione politica della mafia si possono intendere le varie forme con cui forze politiche e istituzioni “contribuiscono a sostenere e sviluppare la mafia, dall’assicurazione dell’ impunità per i fatti delittuosi alle attività collegate con il funzionamento delle istituzioni stesse e con l’uso del denaro pubblico.

Tali forme possono arrivare fino a configurare un’ istituzionalizzazione formale o sostanziale della mafia (criminocrazia) e/o la mafiosizzazione delle istituzioni” (Santino 1994).

Questo non significa che tutto è mafia, ma che si sono realizzate forme di privatizzazione-clandestinizzazione-criminalizzazione delle attività politiche, configurabili come una sorta di forma-mafia, che ha visto soggetti come i gruppi neofascisti, legati a uomini di potere, i servizi segreti, le logge massoniche in cui figuravano vertici delle istituzioni, mettere in atto eventi criminosi che niente avevano a vedere con l’uso legittimo del monopolio della forza.
Per quanto riguarda più precisamente il rapporto con la mafia, la legittimazione della violenza con la garanzia dell’impunità ha comportato una demonopolizzazione, cioè una rinuncia al monopolio della forza, elemento costitutivo della moderna forma-Stato (Bobbio 1976).

Lo Stato ha recuperato il monopolio della forza per tamponare un’escalation di violenza che tracimava oltre i limiti consentiti, come nel caso della strage di Ciaculli (1963), in cui caddero sette uomini delle forze dell’ordine, dei delitti e delle stragi che hanno colpito personaggi come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino (sono questi i delitti che hanno scatenato rilevanti effetti boomerang).

E questo recupero è stato effettuato in una logica più emergenziale che strategica.

Questo è stato il limite di fondo delle politiche criminali del nostro Paese.
Anche per quanto riguarda più propriamente il terreno politico, cioè delle competizioni elettorali e della selezione delle rappresentanze, non si andati al di là dell’elaborazione di fattispecie inadeguate e parziali, come quella che prevede lo scambio elettorale politico-mafioso, limitato alla compravendita di voti, attraverso lo scambio tra somme di denaro e la promessa di voti (legge 7 agosto 1992 n. 356, art. 11 ter).

La formulazione iniziale era più ampia e più rispondente alla realtà, prevedendo l’acquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti ecc., ma è stata ristretta tanto da ridurne, se non cancellarne, l’efficacia.
La responsabilità politica, di cui parlava la relazione della Commissione antimafia del 1993, approvata in pieno clima di emergenza, che dovrebbe concretarsi in un giudizio di incompatibilità con l’esercizio di una funzione pubblica per le persone responsabili di fatti non necessariamente definibili come reati ma pur sempre gravi, è rimasta sulla carta e negli ultimi anni si è assistito a un fatto inedito nella storia dell’ Italia repubblicana: la candidatura e l’elezione di personaggi sotto processo per mafia, accompagnate da attacchi di inusitata violenza alla magistratura, responsabile di perseguire uomini di potere, in nome dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Un’altra forma di legalizzazione dell’illegalità che si aggiunge alle leggi a tutela di interessi personali e a salvaguardia dell’impunità di personaggi che si sono dati alla politica per sfuggire ai loro problemi giudiziari e che un elettorato non molto dotato di senso civico premia con valanghe di voti, anche come effetto di un sistema maggioritario che cancella e mortifica le minoranze.
In questo clima i processi ai politici e ai rappresentanti delle istituzioni incriminati per i loro legami con la mafia (da alcuni politici locali ad Andreotti, il cui processo si è concluso con un esito bifronte) hanno avuto risultati impari rispetto a quelli che riguardano l’ala militare, l’accertamento della verità sulle stragi segna il passo e l’intreccio tra il potere del crimine e la criminalità del potere vive una stagione di cui non si vede la conclusione.
Riferimenti bibliografici

Bobbio Norberto, voce Politica, in Dizionario di Politica, diretto da N. Bobbio e N. Matteucci, Utet, Torino 1976, pp. 728-737.
Commissione parlamentare antimafia, Relazione conclusiva (Carraro), Relazione di minoranza (La Torre e altri), VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Tipografia del Senato, Roma 1976.
Commissione parlamentare antimafia, Relazione su mafia e politica, Roma 1993, in Mafia e politica, Laterza, Roma-Bari 1993.
De Felice Franco, Doppia lealtà e doppio Stato, in “Studi storici”, n. 3, 1989, pp. 493-563.
Falcone Giovanni, Interventi e proposte (1982-1992), Sansoni editore, Milano 1994.
Fraenkel Ernst, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura, Einaudi, Torino 1983.
Lupo Salvatore, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1993. Santino Umberto, L’omicidio mafioso, in G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmataOmicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ’60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989, pp. 189-410; Mafia e maxiprocesso: dalla “supplenza” alla “crisi della giustizia”, in Autori Vari, Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992, pp. 97-178; La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994; L’alleanza e il compromessoMafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997a; La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997b.
Santino Umberto – La Fiura Giovanni, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1991.
Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, giudice Giovanni Falcone, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 162, Palermo 1987, vol. 2°, pp. 429 ss.
Weber Max, Economia e società, vol. I, Edizioni di Comunità, Milano 1981.

I polli preferiscono le gabbie

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( Dal Web )

Armand Farrachi
Ogni volta che il cuore o la ragione ci spingono ad indignarci per le crudeltà inflitte ad esseri senzienti per motivi che non hanno nulla a che fare con loro, economici, scientifici o politici, per fortuna c’è uno specialista, da qualche parte, che si alza in piedi per ristabilire la verità contro i pregiudizi.
In mancanza di lavori approfonditi o di studi specialistici, gli ignoranti, gli stupidi o gli ingenui, per esempio, tendono a credere spontaneamente che un pollo, un semplice pollo, preferisca scorrazzare al sole, razzolare, sbattere le ali, appollaiarsi, piuttosto che muovere appena le zampe in una gabbia di ferro in cui mai s’avventura la luce del giorno.
Per fortuna, però, gli scienziati, o meglio, «i membri della comunità scientifica», come amano definirsi, che hanno riflettuto sul problema con strumenti adeguati e metodi certi, sono qui per dire loro la verità.
Dopo «lunghi anni» di studi «relativamente sofisticati» (secondo l’espressione della rivista professionale La France agricole) sul comportamento «di diversi gruppi di polli», alcuni membri della comunità scientifica hanno constatato che quelli in semi-libertà manifestavano una tendenza all’aggressività e talvolta al cannibalismo, mentre quelli in gabbia si accontentavano di strapparsi le penne da soli.
I ricercatori, non avendo dunque mai trovato polli che non fossero in stato di conflitto o di stress, hanno rapidamente dedotto che il fattore libertà poteva essere eliminato d’ufficio, e hanno incominciato a chiedersi se i polli non provassero un maggior «benessere» in cattività.
Bisogna sapere che, tradotto nella loro lingua, «il benessere di un animale è giudicato soddisfacente se si sente in sicurezza, se non prova dolore, se non presenta sintomi di fastidio o frustrazione».
Dal paragone emerge, lampante, la constatazione che i polli preferiscono le gabbie.
Senza timore di esagerare, si può dire che l’interrogativo non sia neppure come può un pollo riuscire a sopravvivere ad una prigionia tanto dura, bensì provare scientificamente che fra l’aia e la batteria industriale il pollo preferisce la gabbia.
Non ci sarà dunque da stupirsi se all’alba del ventunesimo secolo, in una società “progredita”, di elevato livello culturale, scientifico e tecnico, ci si proporrà di provare e di scrivere nero su bianco, in pubblicazioni ufficiali destinate a informare e a convincere, che un essere vivente al quale la natura ha dato zampe per correre, ali per volare e un becco per beccare in terra, quando è posto davanti alla scelta fra la libertà e la detenzione, preferisce essere incarcerato.
Risultati di questo genere, nella loro ambizione di diventare autorevoli, sono innanzitutto la prova di una fiducia pressoché illimitata in un processo di istupidimento collettivo, sul quale ritorneremo in seguito.
Provano che lo scopo (malamente dissimulato) dell’economia su scala mondiale è di sottoporre ciò che vive alle condizioni dettate dall’industria.
Provano anche che la scienza è sempre più spesso chiamata alla riscossa per ridefinire la facoltà d’adattamento ottimale ai peggiori vincoli del produttivismo.
E certo non sarà la prima volta né, indubbiamente, l’ultima, che gli zelanti membri della comunità scientifica vorranno sapere fino a che punto si possono spingere con precisione i limiti del tollerabile, in una prospettiva di applicazioni razionali, sistematiche e normative a proposito delle quali si comincia a suggerire che potrebbero essere assimilate al «benessere».
In questo senso la sorte dei polli, che non vivono più in nessun luogo allo stato brado, che non hanno più un ambiente naturale che li accolga, è di buon auspicio per la nostra, se non altro a titolo simbolico: infatti l’infelice volatile figura qui, per poche pagine ancora, solo come metafora.
Agli occhi dell’economia fanatica, l’essere vivente in generale e l’umano in particolare, sono stati, sono o saranno relegati (e mai termine fu più adeguato) sotto la stessa etichetta, come ben presto, e anche troppo spesso, avremo occasione di verificare.
Giacché è dunque possibile provare che i polli preferiscono le gabbie, e anche, va precisato, che i vitelli preferiscono essere incatenati da soli nel buio (altrimenti si calpestano a vicenda), che i maiali preferiscono starsene con un cappio al collo nella sporcizia (altrimenti si mangiano tra di loro), vi è luogo di credere che, con un po’ di applicazione, si potrebbe provare altrettanto facilmente che le otarie preferiscono i circhi, le orche le piscine, i pesci gli acquari, i conigli selvatici o i lupi i recinti.
Ma, procedendo su questa linea, forse che con studi adeguatamente condotti e «relativamente sofisticati», non si troverebbe qualcuno pronto a sostenere che gli indiani preferiscono vivere nelle riserve, che gli ebrei o gli zingari preferiscono i campi di concentramento, che i neri preferiscono viaggiare nella stiva delle navi, con i ferri alle caviglie e la palla al collo, come peraltro si ostinano a provarci ancora oggi, preferendo ammucchiarsi a decine nelle carrette del mare per scappare da paesi dove, se lasciati in libertà e affidati a loro stessi, tendono a dilaniarsi reciprocamente?
Questa era, guarda caso, l’argomentazione degli schiavisti del diciannovesimo secolo: lo schiavismo «proteggeva i negri» dalle guerre tribali, dalle mutilazioni rituali e dal cannibalismo, e questo lo promuoveva al rango di missione «umanitaria», tanto per riprendere una delle espressioni più in voga oggi.
Poveri cannibali, così ansiosi di venire protetti dai loro simili!
Nel tempo in cui bastava chiamarli così per sentirsi autorizzati a sterminarli, Montaigne scriveva che gli indiani «cannibali», deportati e portati a spasso per le strade di Rouen, «avevano notato che c’erano fra noi uomini colmi d’ogni sorta di comodità, e che le loro metà (hanno nel loro idioma codesto modo di chiamar gli uomini «metà» gli uni degli altri) mendicavano alla loro porta, rese scarne dalla fame e dalla povertà, e trovavano strano come queste metà bisognose potessero patire una tale ingiustizia senza saltare alla gola degli altri o appiccare il fuoco alle loro case».
In quei tempi di oscurantismo scientifico, i selvaggi, nell’ignoranza propria dello stato di natura, non sapevano ancora che un giorno si sarebbe potuto provare che quelle «metà» preferivano la loro miseria all’opulenza altrui,  che al cannibalismo e alle lotte tribali si sarebbe opposta la panacea dei lavori forzati nelle miniere d’argento, assolutamente preferibile ai rischi e alle tensioni della vita comunitaria.
Se i polli preferiscono le gabbie (non lo ripeteremo mai abbastanza), non si vede infatti perché gli umani non dovrebbero preferire le condizioni, per quanto penose e oltraggiose possano essere, che limitano una libertà di cui non saprebbero far buon uso e che si ritorcerebbe contro loro stessi.
Basterebbe dunque spiegar loro (magari provare loro) che non c’è nulla di meglio delle regole imposte dagli altri, e che sarebbe molto più penoso volerle cambiare o addirittura tentare di liberarsene.
L’arruolamento della scienza
La vocazione della scienza moderna non è dunque (o perlomeno non solo) comprendere il mondo fisico o padroneggiarne il funzionamento, ma anche cercare di giustificare, e in modo obiettivo, la cattività , la violenza o l’oppressione. Insomma, provare, sempre e ancora, su un piano pressoché totemico, che i polli preferiscono le gabbie. […]
Che si creda o no nella solidarietà di tutto ciò che vive, non si tarderà a comprendere che nell’era industriale la condizione dei polli, come quella degli altri animali, prefigura o rivela in una luce sempre più cruda la nuova condizione umana.
Fin d’ora, alla «clientela prigioniera» viene ingiunto di preferire l’inquinamento e i prodotti nocivi piuttosto che essere privata di certi beni che il fanatismo consumistico ha reso obbligatori.
Le indagini demoscopiche, i sondaggi di opinione, gli studi di mercato provano statisticamente che un cittadino normale preferisce respirare l’anidride carbonica, bersi soluzioni di nitrati, ingoiare alimenti sintetici piuttosto che essere privato di una segreteria telefonica, di un detersivo con gli agenti sbiancanti o di un’automobile con la climatizzazione, e che preferisce rimbambire con i giochi televisivi e i parchi dei divertimenti per «sentirsi al sicuro, non provare dolore, non presentare sintomi di fastidio o frustrazione».
Secondo la scienza economica, non dobbiamo più definire il nostro benessere in funzione dei nostri bisogni o dei nostri sogni, ma in funzione delle necessità dell’industria e delle leggi di mercato.
Poco importa sapere come il pollame umano potrebbe svilupparsi all’aria aperta e alla luce del giorno, ma a quale prezzo preferirebbe una gabbia in cui sentirsi al sicuro, senza dolore, «senza sintomi di fastidio e frustrazione».
Là dove la tirannia impone una costrizione, la democrazia mercantile esige un consenso. E sa come ottenerlo. […]
I polli umani
Ogni volta che una foresta è rasa al suolo, un fiume canalizzato, gli animali selvatici scacciati o abbattuti, i prati resi sterili o trasformati in autostrade, in terreni edificabili e in edifici, si sostituisce alla natura libera un costrutto artificiale, arbitrario e autoritario; a mano a mano che veniamo privati di alberi, sorgenti e uccelli, veniamo spinti verso parcheggi, strade, parchimetri, pedaggi, «città-satellite», «spazi verdi» e «spazi-gioco», vasche di sabbia e programmi televisivi.
Tutto ciò che ci tolgono sul piano della natura, ci viene reso sotto forma di costrizioni.
Non siamo più indotti a trovare il nostro posto nel ciclo stagionale, nel succedersi degli orizzonti o nel concatenamento delle generazioni, bensì rinviati alla nostra individualità, al «ciascuno a casa propria» e al «ciascuno per sé», a spazi ristretti, all’immediato, al breve termine.
Già ora sono in vendita cuffie che coprono le orecchie ma anche gli occhi, limitando la portata sensoriale alla superficie degli organi ricettivi, e capaci di dare del mondo situato al di là della cornea o del timpano soltanto un’idea illusoria.
Non veniamo più invitati a trovare il nostro posto nell’ordine della natura, ma forzati a guadagnarcelo nei simboli della società, in una cuccia da prendere o lasciare, assegnataci dai funzionari del grande canile sociale.
In quest’universo tautologico che ci rimanda soltanto ai propri segnali, tutto ciò che va oltre l’individuo tende a diventare ansiogeno.
La minima presenza è percepita come fastidiosa o minacciosa, la città come un ambiente oppressivo e malsano, la strada come uno spazio pericoloso, saturo di frecce, segnaletica, direzioni obbligatorie e sensi vietati.
Privato di ogni rapporto con i ritmi del giorno e delle stagioni, con il ritorno dei migratori o il movimento della linfa, il tempo, ormai solo cronometrico, esercita una pressione ininterrotta.
Smarriti in un’infinita suddivisione dei compiti, separati dal proprio risultato, i gesti del lavoro assomigliano a rituali astratti, e le immagini tridimensionali offrono ormai, dell’esterno, soltanto una realtà di sintesi.
Passare dal lavoro al tempo libero significa passare dallo schermo del computer allo schermo della televisione.
E così, a poco a poco, si costituisce un universo di schermi, un universo-schermo, frapposto tra ciò che resta del mondo e ciò che resta di noi.
In questo sistema di segni, senza alberi, senza stelle e senza sole, l’informatizzazione del mondo continua ad operare sui suoi sudditi un’eseresi della realtà, una codificazione, una virtualizzazione del reale come se qualsiasi dimensione spazio-temporale si fosse all’improvviso trasformata in una rete materiale di griglie, codici, connessioni e interdipendenze.
Proprio come gli industriali hanno tutto l’interesse ad inquinare l’acqua per poi disinquinarla, vendercela e distribuirla come un prodotto, o a «sporcare di nafta» o «imbottire di amianto» per poi «ripulire dalla nafta» e «ripulire dall’amianto», ad avvelenare l’aria per venderci le maschere, a distruggere la natura per venderci le sue rappresentazioni, allo stesso modo hanno tutto l’interesse a rendere cannibalesca la società, selvaggia la concorrenza, aggressiva la città, favorendo così una preferenza per i gusci e i mini-universi abitabili, ossia equipaggiati di tutti quei beni funzionali che ci permetteranno di sopravvivere in essi «senza sintomi di fastidio e frustrazione», grazie alle immagini che essi avranno appositamente fabbricato per riversarle in quei mini-universi, e grazie agli ansiolitici che ce li renderanno sopportabili.
Grazie, cioè, alla «convivialità« delle città moderne, i sistemi di sorveglianza, di allarme e di sicurezza permetteranno di portare a compimento la fortificazione di quei rifugi, trasformandoli in bunker.
Dopo aver sottratto i cittadini alla natura per acclimatarli in gabbie di cemento, rimane ancora da sottrarli ai propri ritmi biologici per sottoporli al ritmo industriale.
Non manca certo la coerenza ai pianificatori dello spazio e del tempo: è già da un pezzo che il ritmo della macchina lotta vittoriosamente contro quello del pianeta e dei suoi abitanti; intere popolazioni si vedono ormai trascinate ad ottemperare ciò che la tecnica comanda.
Grazie all’energia nucleare, è la società intera a doversi tener pronta a reagire al funzionamento buono o cattivo di un macchinario, e grazie alla televisione sappiamo riconoscere con un solo colpo d’occhio ciò che non ha né realtà né esistenza: non lo si vede in televisione.
L’individuo ha già sviluppato comportamenti riflessi analoghi: costretto ad affidarsi alle necessità della produzione invece che al cosmico alternarsi del giorno e della notte, dell’inverno e dell’estate, e invece che al proprio metabolismo, l’operaio del settore edile è diventato un nomade che si sposta di cantiere in cantiere, da una roulotte all’altra.
Il custode di un’industria a fuoco continuo, di una produzione a flusso teso o di una catena di montaggio preferisce invertire i propri periodi di attività e riposo, accettare che il suo sonno sia contrariato dal ritmo della città in cui gli tocca abitare, e che la vita sentimentale, familiare e sociale sia compromessa o rovinata da un orario di lavoro che va controcorrente.
Il bisogno che lo spinge ad accettare un tale sconvolgimento lo induce a chiedere, in cambio della propria autodistruzione, solo un compenso finanziario, generalmente modesto.
A questa perturbazione endogena risponde un’angoscia esogena: adattatosi all’ambiente artificiale e perverso che, alla fin fine, gli offre solo una sicurezza illusoria, il soggetto industriale rischia di sentirsi vulnerabile appena si azzarda ad uscire dalla gabbia virtuale che si è allestito da sé, dalla quale, tuttavia, sogna soltanto di poter evadere.
Un po’ come i bambini che il campanello della scuola fa correre a rotta di collo e gridando nel cortile per la ricreazione, ogni vacanza rovescia sulle strade milioni di automobilisti ebbri di gas di scarico, molti dei quali, poco più tardi, saranno raccolti col cucchiaino dopo essere stati «liberati» dall’abitacolo della loro macchina dai pompieri. La maggior parte di quelli che sopravvivono non faranno altro che andare ad ammucchiarsi altrove, in luoghi meno inquinati e più aperti, fintantoché ce ne saranno. Questa frenesia, che certamente tradisce un’«acclimatazione» ancora imperfetta, assume ovviamente fra i volatili una dimensione estrema, che ancora risparmia gli umani: un pollo allevato in un ambiente da campo di concentramento, e poi reso improvvisamente alla libertà, subisce l’aria, la luce e lo spazio come un’aggressione.
L’animale, disorientato, si mette a correre a perdifiato, senza una meta, senza un punto di riferimento.
Abbagliato, confuso, spaventato, cade stecchito dopo poche decine di metri, vittima dell’iperventilazione o di un attacco di cuore.
Insomma, fuori dalla gabbia non c’è salvezza! […]
Rimbambimento collettivo
L’esperienza mostra che un individuo investito di autorità, dotato di una funzione ufficiale e di titolo universitario elevato, può affermare ad alta voce, con sguardo diretto e sorriso sulle labbra, che è meno pericoloso vivere vicino a una centrale nucleare piuttosto che su un terreno granitico, che la crescita demografica crea posti di lavoro, che l’AIDS colpisce soltanto omosessuali, che le nubi radioattive si fermano alla frontiera, che i bombardamenti sono effettuati nell’interesse dei bombardati, che radere al suolo una foresta la rigenera, che la «libera concorrenza» fra i contadini del Sahel e quelli del Midwest «ottimizza la produzione mondiale», che abbattere gli uccelli migratori che si riproducono non influisce sul loro numero, che la preservazione dello strato di ozono indispensabile alla vita della terra costa troppo cara per essere presa in considerazione, che la clonazione permetterà di salvare le specie minacciate, che la deportazione delle popolazioni viene fatta per uno scopo umanitario, che la distruzione del mondo è inerente al cammino del progresso oppure, ricordiamo ancora un volta, che i polli preferiscono le gabbie.
[…]
Queste manipolazioni che offendono gravemente l’intelligenza hanno senso soltanto se si rivolgono a una popolazione non soltanto ignorante o incerta, ma anche rimbambita, intellettualmente incapace di negoziare la fiducia cieca dovuta ai suoi mentori, truffatori e falsari.
Tutti fanno del loro meglio per rendere fittizio il reale oppure autentica la finzione, per confondere il falso e il vero, per dare rappresentazioni di un mondo naturale al quale non abbiamo più accesso se non per errore o per effrazione.
La valutazione non si fonda sui fatti, bensì sulle statistiche; non sulla realtà, ma su ciò che la misura o la rappresenta, in base a criteri facilmente arbitrari o parziali.
La simbologia non è più portatrice del reale; sta al reale adeguarvisi, e materializzare la dimensione simbolica.
Tutto sta nel rendere la sofferenza tollerabile, eventualmente nel persuaderci che  essa non esiste, oppure nel chiamarla «benessere».
Il consenso che la società industriale esige dalle sue vittime per trasformarle in sue complici implica che esse aderiscano a un discorso, a un’ideologia, o per meglio dire: a una verità scientifica.
Una volta private dell’accesso alla realtà, le vittime si trovano spossessate dei mezzi per analizzarla; la sofferenza, che nessuno vorrebbe, è resa necessaria, e quindi più tollerabile, quand’è giustificata da ragioni scientifiche indiscutibili come la legge di gravità, il teorema di Pitagora o il principio di Archimede.
La sperimentazione scientifica, che non può essere seriamente contestata se non per mezzo di una contro-sperimentazione, sfugge al controllo e al giudizio dei profani oltre che alla responsabilità degli iniziati.
Lo stesso sperimentatore, libero dal pensiero e dall’emozione per dovere professionale, contribuisce a rendere tollerabile, se non addirittura necessaria, la sofferenza che egli studia, infligge o raccomanda.
Per far ammettere il carattere inoffensivo o legittimo dell’oppressione, è essenziale occultare il dolore che l’oppressione provoca, rendere tale dolore indifferente o necessario per coloro che vi assistono e che, lasciati a se stessi, alla propria ignoranza o alla propria incertezza, potrebbero, per «antromorfismo», sentirsene profondamente toccati.
È rendendosi insensibili alla sofferenza altrui che riusciamo al meglio a dissociarci da essi, e a farne, più che estranei o nemici, semplici oggetti.
E certo non è l’economia che ci dissuaderà dal reificare il mondo e gli esseri viventi, dal considerare la Terra come un immenso negozio pieno di mercanzie, soprattutto quando la minaccia che queste si esauriscono permette di aumentarne i prezzi.
Il semplice fatto di guardare la natura come un oggetto invece che come un socio impone un rapporto di forze, una dominazione che non prevede scambi, come in particolare ci mostra, nel campo del genio genetico, il rifiuto di correggere con un principio precauzionale il principio dell’obiettività esente da responsabilità.
L’obiettività scientifica tanto evocata dai soldati in camice bianco del disastro planetario, l’oggettivizzazione senz’anima e senza morale, presenta tutte le apparenze di un principio di irresponsabilità o di una irresponsabilità di principio, tanto a priori quanto a posteriori.
Senza parlare delle frodi deliberate: plagi, dati mozzi o incompleti, a cui si dedicano alcuni poco scrupolosi membri della comunità scientifica in modo che la loro carriera e la loro smania di pubblicare passi prima della verità. […]
Il reale non è più soltanto arbitrario, è ormai falsificato anche nelle sue più infime manifestazioni: a Parigi, la piazza Saint-André-des-Arts è stata ristrutturata per assomigliare all’immagine che di essa offre il cinema americano, dal momento che altrimenti i turisti rimarrebbero delusi.
I dipinti e gli affreschi del Rinascimento italiano sono sistematicamente «restaurati» in modo che possano finalmente assumere i colori a cui ci hanno abituati i cartoni animati e le scatole di caramelle.
Come i doccioni di Notre-Dame, le statue dell’Eretteo, rose dall’inquinamento, sono state a poco a poco sostituite da stampi in resina sintetica; tutto ciò che è vero progressivamente verrà sostituito dal falso, oppure dall’illusione del vero, affinché il falso ci sia somministrato per vero, e la costrizione per benessere.
Per negare ciò che è stato stabilito o anche soltanto suggerito degli specialisti, bisogna abbandonarsi all’ignoranza, a una sensibilità subito definita leziosa, oppure all’«antropomorfismo».
Se gli «zoofili», nel loro «oltranzismo», si commuovono di fronte alle condizioni inflitte alle galline, ci spiega il cronista di Filières avicoles, è solo per analogia: «Non vorrei vivere così!».
«Per fortuna un comportamento di questo genere, privilegio dei paesi ricchi, non ha ancora toccato i paesi in via di sviluppo.
Perché allora davvero ci sarebbe da temere per la loro autosufficienza alimentare», aggiunge, con un cinismo che meritava questa citazione.
Chiamata alla riscossa per fare causa comune, la comunità scientifica si è così ben allontanata dall’analogia antropomorfica, che la natura, affidata a una penna esperta, appare ormai come una semplice metafora ricalcata sulle ultimissime tecnologie dell’uomo, ovunque disseminata di codici, griglie, marcatori, grammatiche o alfabeti.
Se si è riusciti a pensare che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio, il mondo fisico sembra ormai strutturato come un software, «il software della vita», per riprendere la felice immagine di Guy Paillotin, membro della comunità scientifica e direttore dell’Istituto Nazionale della Ricerca Agronomica.
Nell’attesa che questo avvenga, si farà il possibile per piegare il mondo fisico a questo confortevole modello, che così diventerà effettivamente reale.
Il sapere da laboratorio elimina a poco a poco il sapere sperimentale, derivato dal rapporto diretto con la materia, con una data realtà, e lascia campo libero e carta bianca ad una scienza sempre più lontana, sempre più astratta, oscura e astrusa, a sua volta così frammentata in saperi specifici che i membri della comunità scientifica specializzati in un campo della loro disciplina si dichiarano incompetenti su tutto quello che riguarda i campi immediatamente contigui.
I loro lavori sono d’altronde così orientati, o spesso eseguiti per incarico di enti commerciali, e per fini così eminentemente pragmatici, che la ricerca è sempre più partecipe di una scienza arruolata, e talvolta mercenaria.
Lobotomia
Più il reale è inaridito alla fonte, più è trasformato durante il suo corso, più è importante che non lo si possa giudicare all’arrivo.
Per farci inghiottire le «farine» ideologiche, piuttosto che per farci andar giù la spuntatura del becco, si impone un’asportazione del cervello, ma su grande scala, e con metodi tanto intensivi quanto quelli che si applicano all’industria, all’agricoltura, all’allevamento e al resto.
Mentre le nazioni «sviluppate» sembrano sul punto di rinunciare a trasmettere il loro sapere o la loro cultura grazie al fatto di trasformare le scuole in «luoghi di vita», una propaganda forsennata si incarica di ridurre le coscienze a livello zero, quello massimamente propizio alla libera circolazione delle merci inutili e dei concetti monchi. Mentre ha corso questa moneta falsa, il piacere, l’estetica o la morale non valgono più del dolore, della dignità o dell’emozione, parametri non significativi, valori non commerciabili che quindi non appariranno in nessun bilancio.
La tirannia, come abbiamo detto, non ha bisogno di convincere: si è dotata dei mezzi per costringere.
La democrazia invece si è condannata a persuadere e si dà da fare in tal senso.
La comunicazione, diventata la forma moderna della propaganda intensiva, si insegna all’università, come una tecnica.
Tutto ciò che si rivolge alla stampa e al pubblico passa dal filtro della comunicazione e, in primo luogo, la propaganda industriale, destinata a una popolazione clientelizzata per la quale tutto deve essere ricondotto all’immagine.
La qualità, l’eccellenza, l’adeguatezza, la competitività hanno tutte eguale risalto, ma nulla risalta più della menzogna.
Ogni processo che tenda a valutare la produzione in risultati senza alludere a ciò che li rende possibili, è menzogna.
Qualsiasi produzione che si astenga dal quantificare il costo di ciò che ha inizialmente distrutto per far bella mostra dei suoi profitti, e il costo di ciò che in seguito andrà pagato per controbilanciarne gli effetti, è una contabilità truccata, fraudolenta, e dunque ancora menzogna.
Tutto ciò che tende a cancellare le tracce, a confondere le piste, a impedire il paragone, a cancellare la memoria, è dissimulazione, e quindi, ancora, menzogna.
Tutto ciò che tende a valorizzare, a ottimizzare, a rendere positiva una realtà necessariamente complessa, a dare un’interpretazione o una distorsione di tale realtà al posto della realtà stessa, sa di falsificazione, e quindi di menzogna.
E non è altro che un mezzo per lobotomizzare la gente.
Deformare i fatti, nasconderli, inventarseli o contraffarli, gonfiarli o sgonfiarli in una prospettiva ideologica, annegarli sotto una marea di informazione indifferenziata è, anche questo, diventato una tecnica che ha un nome adeguato: la disinformazione. Un altro modo per lobotomizzare la gente.
Come la carne da cannone un tempo esposta alle mitragliatrici delle rivalità nazionali, il soggetto delle democrazie commerciali è diventato il bersaglio dell’economia su scala mondiale e dello spettacolo universale.
Confinato al domicilio coatto in casa sua, direttamente connesso agli schermi del potere, immerso nell’universo degli show, delle news, dei jingle, degli scoop, e delle star, con la totale libertà di passare da un canale all’altro, esposto inerme al fuoco di fila delle canzonette, dei melodrammi, degli imbonimenti ed ai funambolismi dei dibattiti, monitorato nella scelta dei programmi da istituti di statistica e da misurazioni di audience che ad ogni istante ravvivano la fiamma del telespettatore ignoto, tutto ci persuade che la realtà esista soltanto alla televisione, che il focolare domestico o la donna che rimane a casa possano essere assimilati, come dice la pubblicità, a un altro programma, tanto che il mondo esterno ben presto assomiglierà a un canale criptato.
Un altro mezzo per lobotomizzare la gente.

Entrare nel vivo

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( Dal Web )

La realtà che ci circonda è vasta.
La detestiamo, perché traspira oppressione e sfruttamento.
L’aborriamo, perché malgrado tutte le teorie e tutte le spiegazioni, malgrado l’odio che auspichiamo feroce tra le classi, malgrado le mille spiegazioni fornite per giustificare non solo l’acquiescenza ma perfino l’adesione al potere di grandi masse di oppressi, siamo costretti a constatare — mandando all’aria le mille mistificazioni vittimiste — che questa realtà è in gran parte il risultato della servitù volontaria.
A partire da questo, abbiamo davanti due strade.
O rinunciamo a qualsiasi interazione con questa realtà, cercando di forgiarci una vita — l’unica che abbiamo — che valga ancora la pena d’essere vissuta… sarebbe comprensibile.
Oppure cerchiamo di interagire con questa realtà, affrontandola con le nostre idee e i nostri desideri sovversivi, col rischio di venire fagocitati da essa e di finire per unirci alla grande marcia funebre dell’umanità.
In effetti, queste due strade non sono poi così distanti come si potrebbe pensare. Fuggendo, ci scontriamo comunque con la realtà; viceversa, anche intervenendovi, le consegniamo la nostra parte di un altro mondo, quello che creiamo in modo impreciso dentro di noi.
Solo la morte può porre fine a tutte le interazioni — per quanto, a ben guardare e senza cadere nel culto della carogna, anche la morte può avere un significato nella realtà. Lasciando da parte una prospettiva che vorrebbe «uscire» dal mondo, trovare o costruire un «al di fuori», quali sono le condizioni per un’interazione, per un intervento rivoluzionario nella realtà?
Dato che questo aggettivo ha perso molto del suo significato negli ultimi decenni, precisiamo fin d’ora che per «rivoluzionario» intendiamo la tensione trasformatrice, lo sconvolgimento dei rapporti sociali esistenti — cosa ben diversa dall’associarlo in modo semplicistico all’avvento di una «Grande Sera» in cui folle ebbre di rivolta uscissero in strada per cambiare tutto da un giorno all’altro.
Di fronte alla realtà che aborriamo, come possiamo dunque decidere di intervenirvi, consci di non essere stelle cadenti sbucate dal nulla, ma che le nostre idee, le nostre aspirazioni, per quanto differenti siano, sono pure influenzate da questa stessa realtà — in sostanza, che non siamo esseri caduti dal cielo, ma individui in carne e ossa cresciuti in questo mondo?
È sicuramente difficile cogliere tutti gli aspetti di quello che chiameremo «intervento rivoluzionario».
Invece di chiederci che cosa ne faccia parte, non potremmo cominciare con quanto non ne fa parte?
È una prima distinzione necessaria che caratterizza l’anarchismo, o perlomeno certi approcci all’anarchismo.
L’anarchico non vive due vite — anche se le condizioni di clandestinità, d’illegalità, di segretezza, inseparabili da qualsiasi lotta, possono talvolta portare ad uno stato di schizofrenia alquanto affliggente.
Non si è lavoratori al mattino quando ci si reca al lavoro e anarchici la sera quando si va ad incontrarsi coi compagni al locale vicino.
L’anarchico non è un «militante», nel senso che non può, a meno di trasformare il proprio anarchismo in un mero programma politico tra gli altri, dividere la sua vita, il suo tempo, tra attività dedicate alla «militanza» e attività dedicate alla sua «vita».
In lui alberga una tensione permanente, che talvolta può perfino diventare una vera lacerazione — che può condurlo, non di rado, a rinunciare a tutto e a ridiventare «una pecora in mezzo al gregge».
Poiché non crede nelle forze sotterranee che spingerebbero ineluttabilmente il mondo verso la libertà, né nei meccanismi economici che porterebbero all’emancipazione (cosa che rendeva compatibile, per un Friedrich Engels, essere al tempo stesso padrone di un cotonificio per vent’anni e, diciamo, lottare per la causa del proletariato), ha un rapporto innanzitutto etico con ogni aspetto della sua vita.
Le sue scelte, i suoi atti, le sue rinunce, lo definiscono anarchico, forse più delle idee di cui discute con i compagni o delle minacce apocalittiche che magari rivolge al dominio seduto in un bar.
Non «milita», «è» un anarchico, anarchico inteso non come acquisizione di certe idee e pratiche, ma, per l’appunto, in relazione alla tensione tra ciò che pensa, ciò che vuole, ciò che vive e ciò che fa.
Prima ancora di affrontare «l’intervento rivoluzionario», vediamo già una moltitudine di problemi aprirsi davanti a noi.
Non si può pensare all’intervento rivoluzionario esclusivamente come ad una battaglia d’idee.
Se l’approfondimento delle idee è importante, non è né immaginabile né possibile trasformare la realtà sulla base di un dibattito pubblico o di una contraddizione logica.
I libri, i testi, fanno certo parte dell’attività di un rivoluzionario, ma un libro non è un’arma.
Un libro può corrodere pregiudizi e ideologie (che contribuiscono, senza dubbio, a questa spaventosa «servitù volontaria» che conduce le masse, mentre cantano, verso il macello), ma non può abbattere un padrone o demolire una prigione .
Per abbattere un padrone occorre un’arma; per demolire una prigione occorrono strumenti di distruzione.
Ma prendere un’arma in mano non ci rende ancora capaci di abbattere un padrone: per far ciò, dovremmo essere convinti che è giusto, che è adeguato, che ha un senso abbattere il padrone.
Come vediamo, non si possono sbrogliare tutti gli aspetti dell’intervento rivoluzionario senza parlare di nuovo al vento.
Le nostre idee allora sono solo fortezze astratte?
Analizziamo questa società e comprendiamo come il padrone, tutti i padroni, debbano essere soppressi se vogliamo andare verso una società «senza Dio né padroni».
Ma nella realtà non s’incontrano «tutti i padroni», è un’astrazione che rende l’idea concepibile per la ragione, ma non immediatamente operativa nella realtà.
Quello che noi possiamo trovare è quel padrone, un padrone, diversi padroni riuniti magari attorno a un tavolo in una birreria parigina.
Per cui non c’è da stupirsi quando, traboccanti d’idee sanguinarie di vendetta contro «tutti i padroni», si rischia di ritrovarsi piuttosto disarmati di fronte ad un padrone concreto, pur avendo il coltello tra i denti.
Ecco perché tra le idee anarchiche e la realtà del dominio bisognerebbe immaginare e costruire un ponte, un’incursione.
Questa è forse la definizione più ampia da poter dare nel parlare di «progetto» e di «progettualità».
Mettendo assieme tutti gli aspetti dell’intervento rivoluzionario, è possibile superare una fase ancora più difficile: immaginarli insieme per costruire un progetto che ci consenta di intervenire nella realtà.
Ma attenzione, compagne e compagni che state leggendo, non è una chiacchiera o una masturbazione mentale.
Questo tipo di progetto, così inteso, è qualcosa di ben altro che fare questo o quello, pubblicare un giornale o scrivere un libro, fare una rapina o incendiare una industria, organizzare una riunione o far crescere un orto.
Cerca di includere, se non tutti, almeno quanti più aspetti è possibile dell’intervento rivoluzionario, per orientarli verso qualcosa da trasformare nella realtà.
Ovviamente si può argomentare che fare un bollettino anarchico come questo abbia senso di per sé, che è comunque interessante contribuire all’approfondimento delle idee e alla fermentazione della discussione.
Ovviamente si può dire che un attacco contro una struttura del dominio è sempre benvenuto ed è significativo, al di là di qualsiasi prospettiva più ampia in cui sia inserito (o meno).
È vero, però c’è un ma
Se si fanno le cose per nostra stretta soddisfazione personale, perché no, la riflessione può anche fermarsi là, senza il bisogno di sovraccaricarsi con altre domande.
Ma osiamo dire che un simile approccio corre il forte rischio di mordersi la coda, di svuotarsi dall’interno, perché la soddisfazione personale ne richiede sempre un’altra, più lontana, e così via fino a quando ci si rende conto o che non c’è più nulla da soddisfare (si è «vuoti»), o che non si è più capaci di soddisfare se stessi (e sopraggiungono la depressione e l’amarezza).
Se, viceversa, vogliamo caricare ciò che facciamo di un significato che vada oltre il nostro desiderio individuale, di un significato che possa parlare anche agli altri (e perché no, al mondo intero), si è portati a pensare le cose in modo diverso, occorre pensarle altrimenti.
Per riprendere l’esempio di questo bollettino, se fosse solo per la soddisfazione di scrivere qualche (bella, a seconda dei gusti) parola sull’anarchia, vi posso dire in tutta franchezza che smetterei subito.
Il mondo è già pieno di belle parole sull’anarchia, che sono là, alla portata di chiunque voglia afferrarle.
No, pubblicare questo bollettino ha senso per me perché partecipa, talvolta in modo adeguato e talvolta probabilmente meno, a una progettualità più ampia, che va ben oltre questi fogli mensili messi a disposizione.
Ed ecco il ma.
Io non posso, non voglio, sovraccaricare le cose fatte di un senso maggiore di quello che hanno.
D’altra parte posso, e voglio, dare alle cose da fare un significato più ampio quando sono collegate, quando si parlano, quando sono pensate in un insieme all’interno di un progetto, ovviamente provvisorio e certo non come un programma da realizzare.
Ogni cosa, presa singolarmente, assumerà allora un altro colore, un altro gusto, qualora venga pensata così.
La diffusione di volantini, ad esempio, che può diventare presto una routine deludente, può trasformarsi in altro se è pensata in relazione a un progetto.
L’incendio di un’antenna, cosa magari un po’ più complicata di una semplice passeggiata notturna, echeggia in modo diverso quando un simile attacco s’inserisce in un più ampio progetto che parta da un’analisi della società contemporanea, o dal ruolo della comunicazione digitale nella riproduzione dei rapporti sociali e nell’economia capitalista.
La pratica di questo genere di sabotaggi contro obiettivi sparsi un po’ dovunque, facilmente identificabili, aventi una funzione importante nel buon funzionamento della società, potrebbe quindi potenzialmente diffondersi come proposta concreta per opporsi alla duplicazione digitale del mondo e all’inaudita schiavitù di cui è portatrice.
Allo stesso modo, organizzarsi in base alle affinità assume ancor più significato se si inserisce in un progetto che tenda verso, o preveda, la possibilità di un coordinamento, di un’organizzazione informale tra diversi gruppi d’affinità, ovvero con altri individui uniti in forme organizzate miranti ad attaccare le strutture del dominio.
Molti di noi, ciascuna e ciascuno a modo proprio, ne hanno abbastanza di frequentare assemblee tenute da piccoli politicanti, di vedere le nostre aspirazioni frenate da un ambiente tendente alla mediocrità e al realismo, di partecipare a lotte e a cortei dove siamo chiamati a ricoprire il ruolo di «radicali di servizio» approntato per noi dai fautori della strategia dei «rapporti di forza», di ritrovarci al rimorchio di autoritari e gestori dei conflitti.
Se tu che stai leggendo non avverti questo e continui a vedere un senso nel possibilismo radicale, buona fortuna, queste righe ti saranno di ben poca utilità.
Perché ciò che stiamo proponendo è di farla finita con tutto questo, pur consapevoli che ciò che viene buttato fuori dalla porta potrebbe rientrare insidiosamente dalla finestra. Perché abbiamo bisogno di questa rottura.
Negli ultimi anni del resto sta emergendo un po’ dovunque in questo maledetto Esagono, ovviamente nei modi di volta in volta più disparati.
Stanchi di correre dietro all’ennesimo movimento sociale e di ritrovarsi in balìa di neo-blanquisti di ogni genere, parecchi anarchici, anti-autoritari, nichilisti, singoli individui agiscono, attaccano e cercano di intervenire da diversi anni nella realtà in mille modi differenti in tutto il territorio, coi propri tempi e in piena autonomia.
Sta così dipanandosi una profusione di azioni dirette, per di più in un contesto sociale (poco importa che sia più o meno apprezzato) agitato da cui scaturiscono anche riflessioni e pratiche nuove, a volte può darsi confuse, ma almeno non irreggimentate negli stretti recinti della «mobilitazione sociale» e delle sue corti di militanti.
È per questo che intendiamo qui esortare, suggerire, una riflessione su quella che definiamo «progettualità».
E precisiamo subito che non si tratta di una proposta per una progettualità, ma magari per delle progettualità, perché la ricchezza di approcci che si scorgono oggi nell’agire delle compagne e dei compagni non deve in nessun caso essere legata al letto di Procuste perché si adatti a un qualsivoglia «progetto unico».
Il confronto, lo scambio, la comprensione reciproca delle diverse progettualità è possibile solo qualora queste vengano enunciate, delineate — con la parola scritta o sussurrate all’orecchio, in maniera dettagliata o almeno abbozzate.
Lungi da ogni logora «professione di fede», perché non creare delle connessioni tra l’idea e l’intervento nella realtà, contro la realtà?
In questo, la discussione potrebbe diventare, ed è forse il momento, eminentemente operativa, vale a dire concernente prospettive concrete a breve e medio termine, con un elenco delle cose che si potrebbero fare, fino alle ipotesi di ciò che si ritiene di poter condurre in modo conflittuale in questa realtà, di come quest’ultima potrebbe svilupparsi, modificarsi, trasformarsi alla luce del nostro intervento.
Una vana chiacchiera?
Non credo.
Difficile?
Probabile.
Da «parte nostra», ovvero da questi fogli che escono ormai da due anni, potremmo enunciare un progetto maturato in maniera informale in quest’ultimo periodo (vale a dire, senza un centro e tramite contributi diretti e indiretti), attraverso numerosi scritti, scambi ed esperimenti.
Partendo da un approccio insurrezionale dell’anarchismo che ci è caro, da un anarchismo cioè basato sull’auto-organizzazione, l’autonomia, l’informalità e l’attacco, ci sembra che un tale progetto dovrebbe nel contempo continuare ad analizzare l’evoluzione dello Stato, la ristrutturazione tecnologica dell’economia e della società, e l’intreccio di questa ristrutturazione con le guerre, l’abbrutimento, la perdita del linguaggio e l’assalto all’interiorità degli esseri umani.
Tali analisi portano a considerare «la guerra sociale» non in base a criteri classici (scontro tra sfruttati e sfruttatori, più o meno mediati dalle diverse strutture di gestione come il partito o il sindacato), ma piuttosto come un insieme, contraddittorio e complesso, tra lotte specifiche che si articolano contro una precisa struttura o nocività del potere, esplosioni di rabbia — espressione di una diffusa ma molto effimera insofferenza —, mobilitazioni di massa che sfuggono alla mediazione politica classica (come i gilet gialli), o anche interventi più specificamente «anarchici» che tendono alla disorganizzazione, alla destabilizzazione della ristrutturazione tecnologica della società.
Mettendo da parte i primi tre ambiti — per il momento, anche perché altri sono probabilmente nella posizione migliore per farlo, in particolare per quanto riguarda le lotte specifiche in corso — possiamo abbozzare una possibile progettualità su questo quarto aspetto.
Essa consiste grosso modo nel proporre come campo d’intervento le infrastrutture, spesso facilmente identificabili, che oggi permettono in gran parte il funzionamento della società connessa: i trasporti, l’energia, la comunicazione.
Se solo l’insurrezione può aprire orizzonti veramente altri, rivoluzionari, si può comunque già agire senza attendere che rallenti la corsa del treno del dominio che avanza a tutta velocità verso l’abisso, o anche tentare di farlo deragliare.
L’eventualità che una proliferazione di attacchi contro queste infrastrutture possa portare ad una significativa destabilizzazione, ovvero ad una rivolta di massa, non può certo essere garantita (comunque sia, eterna diffidenza verso tutti coloro che ci invitano ad agire sbandierando garanzie), pur non essendo esclusa.
Lo si è potuto vedere di recente in Cile, dove il sabotaggio dei trasporti pubblici nella capitale all’interno di una contestazione, ci sia permesso di dirlo, piuttosto banale, contro l’aumento del prezzo dei biglietti, ha, se non scatenato, almeno fatto da scintilla o favorito una rivolta di grande ampiezza.
È un’ipotesi, né più né meno, ma che pone in ogni caso questioni operative immediate in ciò che c’è da pensare, preparare e fare.
Inoltre, al di là dei quattro gatti anarchici sparsi qui e là, si può constatare che anche diversi conflitti locali sono incentrati sulle infrastrutture.
Qui a venir contestata è la costruzione di un parco eolico, là è una linea dell’alta tensione; altrove, ci si oppone all’apertura di una miniera, all’installazione di un ripetitore o di un apparato 5G (questa mostruosità ancora sottovalutata per ciò che realmente inaugura: un’interconnessione di ogni oggetto, ossia una rete invisibile che collegherà tutto al dominio).
Molti di questi conflitti presentano certamente forti connotazioni cittadiniste, ma si vede anche come possano essere più inclini a favorire la pratica del sabotaggio che quella del pettegolezzo: non si discute con una struttura ostile, la si distrugge.
A chi ritiene che una tale progettualità sia extra-terrestre e, considerata l’adesione entusiasta delle masse alle protesi tecnologiche, che rimanga appannaggio volontarista di qualche illuminato, potremmo rispondere evidenziando i piccoli conflitti che brulicano un po’ dovunque, ma anche tutti quei piccoli gruppi che già hanno deciso di colpire questo tipo di strutture specifiche durante il movimento dei gilet gialli.
Tuttavia, la cosa più importante non è nemmeno questa.
La cosa più importante è che una tale progettualità (e — lo ripetiamo, perché sarebbe davvero un peccato essere fraintesi su questo punto — senza escluderne altre, a condizione che siano argomentate e discutibili, altrimenti riguardano solo chi le sviluppa, senza aggiungere altro), una tale progettualità, quindi, potrebbe contenere diversi aspetti dell’intervento rivoluzionario.
Essa ci permetterebbe di abbandonare nettamente dei percorsi che non sono i nostri e che possono solo condurre alla cogestione, alla politica, alla riproduzione di miti confortanti sulle «masse», gli «sfruttati», i «proletari», per imboccare una via che sia nostra, che ci appartenga, anche a costo di sbagliare (auspicando di avere la capacità di valutarlo  in maniera critica costantemente, ma andando fino in fondo alle cose piuttosto che a metà).
Su questa strada, tutto è da scoprire, anche se possiamo attingere a certe esperienze del passato e soprattutto cogliere i suggerimenti che la realtà ci lancia di continuo.
Infine, il fatto di rifiutare la centralizzazione e preferire la diffusione e l’ordine sparso all’accentramento, l’agire in pochi alla manifestazione di massa, l’autonomia materiale e mentale al programma da realizzare, offrirebbe a tale progettualità delle qualità non insignificanti.

Materiali per un «contro-manifesto individualista rivoluzionario»

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( Dal Web )

In questo testo (vecchio e dimenticato), alcuni ex consigliaristi avvicinatisi all’anarchismo sostengono senza mezzi termini l’esigenza di un individualismo rivoluzionario che prenda spunto non dalle condizioni materiali esterne, bensì dalle rotture che chiunque può operare nel corso della propria esistenza.
Non si tratta di applicare una scienza in grado di formulare il giusto programma politico, ossessione di tutti gli «amici del popolo» a caccia di manovalanza, ma di approfondire un’esperienza vitale in grado di elaborare un progetto personale.
Avventura umana che non esclude affatto gli altri, ma li ricerca nella loro potenziale originalità, non nella loro effettiva comunanza: puntare allo sviluppo di ciascuno, contro l’inerzia di tutti. 

Necessità di un anti-programma

Attraverso le mille propagande del socialismo — «critico», «utopico» o «scientifico» che sia — ogni uomo viene invitato a porsi la seguente domanda: «Quali vorresti che siano le circostanze esterne del tuo sviluppo?».

E la risposta assume la forma del rifiuto, del desiderio o dell’affermazione, ma sempre platonica e gratuita: «Vorrei che le circostanze fossero queste» — oppure «pretendo che siano necessariamente queste».

«Ne voglio altre rispetto a quelle che sono ora, qui in particolare».

«Vorrei un altro mondo, un universo differente, dove le mie aspirazioni siano soddisfatte».

Così ciascuno esce mentalmente fuori dalle condizioni in cui si pone la sua esistenza, e di conseguenza il suo pensiero, la sua volontà e la sua azione.
Il «socialismo» assume così il carattere di una evasione — di un’alienazione — di una mistica religiosa — di un nuovo oppio dei popoli.

E quando si vuole realizzare il sogno dell’altro mondo, c’è sempre una Chiesa a manifestarsi, a profetizzare, a dettar legge, a formulare imperativi universali, a pretendere di monopolizzare, ad arbitrare, ad escludere, e ad opporre un programma politico ad altri fantasmi dello stesso genere.
L’individualismo rivoluzionario rifiuta di prendere come base ed ipotesi un mondo «altro», un mondo che si presume adeguato all’individuo in quanto tale.

Si rivolge direttamente ad ognuno nella sua condizione attuale, e gli domanda: «Cosa vuoi diventare?».

«Cosa vuoi fare?».

E ancora: «Cosa aspetti per iniziare?».
Il «socialismo» assomiglia alle fantasticherie di un bambino che vorrebbe avere un altro padre, un’altra madre, un’altra casa, scuola, famiglia, occupazione o pensione, un’altra lingua o patria: progetta, inutilmente, a posteriori, di cambiare le condizioni di partenza della sua esistenza, di modificare il passato, di supporre una situazione omogenea alla sua essenza.

Nel contempo, vorrebbe restare ciò che questa situazione lo ha reso oggettivamente; non subire più, non crescere più, non lottare più.

Si accetta così com’è e rifiuta il mondo. Sogna un mondo che lo accetti così com’è, e in realtà vorrebbe morire.
La contraddizione insita in tutto il pensiero socialista è la seguente.

Esso proietta la condizione definitiva di qualsiasi cosa: vuole realizzarsi in un mondo dove non potrebbe vivere.

Ed ogni socialista fugge il più delle volte davanti alla realizzazione vitale immediata dei propri desideri, per costruire un mondo in cui non potrebbe vivere, o in cui si realizzi almeno il suo sogno di circostanze «non esterne», il suo sogno di contraddizioni «risolte», il suo sogno di un avvenire già passato.

Il socialista è «amico del popolo».

In astratto, nel futuro e nell’altrove, egli reputa abbastanza soddisfacente per il popolo, per gli «sventurati» — in genere per altri — una sicurezza, una fraternità, una unanimità da caserma o da cimitero; condizione gregaria che non accetterebbe neanche un istante per sé — a meno di rinunciare contemporaneamente al suo divenire attivo e particolare, qui e ora, alla sua stessa opera, alla sua vita; perché è in questo che consiste soprattutto il «sacrificio» socialista.
L’individualista rivoluzionario è «nemico del popolo».

È partigiano dello sviluppo di ciascuno, contro l’inerzia di tutti.

Rivendica l’individualità rivoluzionaria per gli altri come per se stesso.

Rifiuta qualsiasi programma politico: esige da se stesso e da ciascuno l’elaborazione di un progetto personale.
È programma politico quello che presuppone per la propria realizzazione l’esistenza di una «volontà comune» sempre fittizia, di un «concorso spontaneo di circostanze» sempre ipotetiche.

Ad esempio il maestro del villaggio, quando traccia un nuovo piano di istruzione pubblica da realizzare da parte di una qualsiasi entità sociale, fa un programma politico; ma quando, sulla base dei mezzi concreti a sua disposizione, della sua esperienza pratica, delle capacità che si riconosce — e della propria rivoluzione interiore — traccia una nuova linea di condotta, un ambito privato, un’opera diretta da compiere nella sua stessa classe, fa un progetto personale.
Il progetto personale non esclude gli altri: ma ne presuppone il concorso, la resistenza, l’esitazione, la risposta, la reazione personale all’esempio dato.

Al contrario, è il ​​programma politico ad escludere gli altri: esso presuppone di avere a che fare solo con esecutori docili, o con avversari impotenti.
È vero che il programma politico tiene conto degli altri, in quanto è spesso un compromesso inconciliabile, un’illusione, dove le volontà si annoiano o si perdono.
Il socialismo nella sua forma riformista o rivoluzionaria è quasi sempre una fuga alquanto vile davanti al progetto personale.

Ma d’altra parte il «progetto» di un estraneo all’idea di una riforma o di una rivoluzione possibile è quasi sempre limitato, egoista e meschino: è una scelta dell’arrivismo e del conformismo sociale che non merita d’esser chiamato progetto personale.
È individualista rivoluzionario colui che, fermamente impegnato nell’elaborazione di un progetto privato, misura le condizioni e le conseguenze immediate dell’avventura, e da lì si eleva verso visio più generali sul mondo e sulla società. L’individualista rivoluzionario è, innanzitutto, l’individuo di una esperienza vitale da cui trae insegnamenti partendo da se stesso e dal suo ambiente.

Prende dai libri solo ciò che chiarisce la propria scoperta.
Attribuisce poco valore alle speculazioni astratte.

Rifiuta inesorabilmente qualsiasi programma che «suppone il problema risolto». Constata che quasi tutti i teorici implicitamente reintroducono dalla finestra tutta l’ipotesi che hanno esplicitamente buttato fuori dalla porta.

Ad esempio:
Il materialista-determinista non crede nella forza propria delle idee e proclama fanaticamente in modo assoluto la sua, come se le idee-forza guidassero il mondo.
Il socialismo «libertario» scaccia col nome di Stato la finzione dell’ univolontarismo politico, per ricondurla subito col nome di proletariato, società senza classi, popolo lavoratore, rivoluzione sociale, ecc.

L’ateismo «anti-teologico» fa una prima conferenza su L’inesistenza di Dio; pretende di dimostrare ai credenti l’impossibilità di credere e professa una fede scientista e determinista.

Il pacifista mostra che la guerra è assurda, che nessuno vuole la guerra.

Poi predica la guerra alla guerra, recluta i combattenti della pace, preconizza il disfattismo insurrezionale, il sabotaggio, ecc.
L’ anticapitalista denuncia i trust privati, i monopoli commerciali i cui fragili edifici si basano tutti su di un potere politico — e li sostituisce con trust e monopoli pubblici, nazionali, sindacali, sociali e globali, che incorpora in una dittatura politica di cemento armato.
L’individualista sostenitore di ambienti liberi di vita in comune respinge la promiscuità e l’isolamento imposti dalla famiglia legale, dal lavoro, dalla caserma, ecc. ecc., e si appresta ad organizzare un’associazione di egoismi ancor più irrespirabile e che riassume tutte le costrizioni immaginabili.
Tutto ciò tende a dimostrare che i programmi non sono in grado di fare nessun passo in avanti, nemmeno fra le nuvole, rispetto ad un’esperienza consapevolmente vissuta e direttamente generalizzata degli individui attualmente vivi.
Noi affermiamo che i programmi sono tutti fallaci prospettive, che dal punto di vista individuale non corrispondono a nulla di concreto.

La più bella utopia del mondo può offrire solo quello che ha; è sempre una blanda schematizzazione di una qualche realtà ben nota, spesso consunta.

Un disegno politico è uno sputo in aria, che può cadere dal cielo solo sotto forma di restrizioni, regressioni e frustrazioni varie.

Intorno a queste brutture, a queste mostruosità minacciose — tutte sostenibili, purtroppo, giacché l’oppressione dell’uomo è infinita — la cristallizzazione passionale depone, è vero, i suoi diamanti di sogno.

La «rivoluzione futura» è un sogno ammirevole, tanto più bello e vicino quanto fuori portata, tanto più «nostro» quanto estraneo a tutte le vicissitudini della vita.

«Domani si raderà gratis» è l’insegna di mille botteghe d’illusioni in cui si spacciano biglietti circolari per il paese della cuccagna.
Noi proclamiamo vivacemente che nulla è gratuito, che nulla sarà mai gratuito, che tutto si paga con un qualche sforzo; che tutto ciò che va conquistato e difeso, deve esserlo da noi stessi e a nostre spese; che non c’è altra eredità umana se non quella del contadino della favola: «Lavorate, faticate, che tesoro immancabile è il lavoro».
È ancora necessario lavorare fin d’ora a qualcosa che ne valga la pena.
Ed è a questo che invitiamo i lettori di questi «materiali per un manifesto individualista rivoluzionario».
Nella stessa rubrica, pubblicheremo altri contributi, nati da riflessioni, esperienze, progetti personali elaborati da ciascuno.
E terminiamo con il testamento di un precursore (1) :

«No, nessun Partito  — Vivere o morire.
No, nessuna tesi — Vincere o perdere.
No, neanche esserlo
Tutto ha diritto alla verità»
J. P. Aubrée, George Boningue, Mireille Dufour, Georges Glaser, Georgette Kocher, Edmond Mazur,
André Prunier, Dora Ris, Jean-Jacques Rousset, Bernardo Tailly
(1)   Marinus Van der Lubbe. Poesia scritta prima della sua esecuzione e intitolata Lavoro!

[Bulletin du Cercle libertaire des étudiants, anno I, n. 3, 15 giugno 1949]

Ricordare, vomitare e distruggere

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( Dal Web )

Come ogni volta, anche quest’anno si festeggia la giornata della memoria.
Le istituzioni si danno un bel da fare nell’istituire i viaggi nei luoghi dell’orrore: i lager nazisti.
Un giorno santo per ritrovare un po’ di quella vomitevole purezza del dimenticato, la quale viaggia parallelamente con le atrocità contemporanee.
Visitare dei luoghi di tortura e di sterminio può impressionare: questo lo si può intuire. Far riaffiorare un passato funesto, dice qualcuno, è il miglior modo per non scordare.
A patto di chiudere gli occhi sui genocidi e le torture di oggi.
Tutto lo squallore democratico riesce a reinventarsi le menzogne più cruente. Sopravviviamo in una crudeltà continua, con un viaggio della memoria a portata di mano.
La manfrina ideologica di questa giornata è la seguente: dobbiamo ricordare questo passato perché è stato una parentesi atroce della storia.
Ecco che la menzogna si completa, il senso di vomito fa il resto.
Bisognerebbe essere sinceri ma non è possibile: difendere i privilegi del dominio è qualcosa di ecumenico.
Il sacrilegio è capire che il periodo dei lager nazisti non è una parentesi oscura della storia dell’umanità, ma una parte fondamentale della continuazione della storia dell’oppressione.
I lager nazisti vengono dopo i genocidi perpetrati dagli occidentali ai danni delle comunità indigene dell’America Latina.
Vogliamo parlare degli indiani d’America?
E dei buoni cristiani nelle Crociate e nelle Inquisizioni?
Cosa pensiamo della prima rivoluzione industriale dove il lager ha iniziato a chiamarsi fabbrica?
Ma non solo il passato terrorizza, anche il presente è la continuazione della civiltà del genocidio.
Cosa sono i CPR se non lager?
E i laboratori di sperimentazione fatti sugli animali, insieme agli allevamenti intensivi?
La storia è la storia di continue guerre.
Come disse Simone Weil:
«Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.»
La memoria è viva se riesce anche a vendicare le atrocità del passato dando respiro ad una possibilità che esse cessino definitivamente.
E allora come non ricordare le distruzioni delle carceri nelle rivolte di Londra di fine 800, l’abbattimento della Bastiglia nella rivoluzione francese o le sommosse che portarono tante carceri spagnole nel 1936, durante l’insurrezione contro il fascista Franco, ad essere, finalmente, un cumulo di macerie?
E come non sentire i battiti del cuore a mille quando qualche CPT/CIE/CPR viene distrutto dai prigionieri o quando gli animali vengono liberati dalle gabbie di qualche laboratorio scientifico messo a ferro e a fuoco?
Forse bisognerebbe porgere la propria sensibilità verso questi fatti, per distruggere i lager di oggi, come quelli di ieri.
La memoria, così, diventerebbe un profondo e continuo esercizio di gratitudine.