Comprendere l’ascesa globale del populismo

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Di Saint Simon – Luglio 15, 2018

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

Lo spettro del populismo

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

Chi è un populista?

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

Comprendere i populisti

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

Che cos’è il populismo?

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

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L’impatto del neoliberalismo?

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

La fine del comunismo

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

Impotenza

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

Gli spostamenti della potenza globale

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

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Breve storia del neoliberismo (con alcuni antidoti)

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( Dal Web )

Di Margherita Russo – Luglio 7, 2018

Una acuta analisi storica del neoliberismo traccia le tappe dell’affermazione di questa teoria economica elitistica, che contro ogni logica sostiene politiche rivelatesi disastrose. Godendo, nonostante questo, di uno status privilegiato nel dibattito scientifico, al punto che i suoi esponenti ormai lo considerano l’unico approccio legittimo. Il neoliberismo non è sempre stato l’unico modo di concepire la realtà: la sua prepotente affermazione è in realtà il frutto di deliberate scelte politiche da parte di specifiche classi sociali. Oggi è sempre più evidente che le ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile cambiare prospettiva?

di Jason Hickel, 9 aprile 2012

Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neiliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.

Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia. Come scrive Susan George, “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà, che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non maggiore, protezione sociale – queste idee erano del tutto estranee allo spirito del tempo”.

E allora, come sono cambiate le cose? Da dove viene il neoliberismo? I paragrafi seguenti offrono un semplice schema della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo oggi. Si dimostra come la politica neoliberista sia direttamente responsabile del declino della crescita economica e dell’aumento rapido dei tassi di disuguaglianza sociale – sia in Occidente che a livello internazionale – e vengono avanzate alcune idee su come affrontare questi problemi.

Il neoliberismo nel contesto occidentale

La storia inizia con la Grande Crisi degli anni ’30, che fu una conseguenza di ciò che gli economisti chiamano una “crisi di sovrapproduzione”. Il capitalismo si era sviluppato aumentando la produttività e diminuendo i salari, ma ciò generò profonde disuguaglianze, erose progressivamente la capacità di consumo delle persone e creò un eccesso di beni che non riuscivano a trovare un mercato. Per risolvere queste crisi e prevenirle in futuro, gli economisti del tempo – guidati da John Maynard Keynes – suggerirono che lo stato avrebbe dovuto impegnarsi nella regolamentazione del capitalismo. La tesi era che abbassando la disoccupazione, aumentando i salari e stimolando la domanda di beni da parte dei consumatori, lo stato poteva garantire una crescita economica continua e un benessere sociale – una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro, che avrebbe impedito ulteriori volatilità.

Questo modello economico è noto come “embedded liberalism” – una forma di capitalismo incorporato nella società, limitato da opzioni politiche e finalizzato al benessere sociale. Si trattava di garantire un salario familiare dignitoso in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, fornendo alla classe media i mezzi per consumare beni essenziali di produzione industriale. Questi principi furono ampiamente applicati dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. I politici pensavano che applicando i principi keynesiani si potessero garantire stabilità economica e benessere sociale in tutto il mondo, e quindi prevenire un’altra guerra mondiale. Furono a tale scopo create le istituzioni di Bretton Woods (che in seguito sarebbero diventate la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio), al fine di risolvere i problemi di bilancia dei pagamenti e promuovere la ricostruzione e lo sviluppo di un’Europa lacerata dalla guerra.

Il liberalismo incorporato portò alti tassi di crescita negli anni ’50 e ’60 – soprattutto nell’Occidente industrializzato, ma anche in molte nazioni postcoloniali. All’inizio degli anni ’70, tuttavia, il liberalismo incorporato si trovò davanti ad una situazione di “stagflazione”, ossia una combinazione di alta inflazione e stagnazione economica. Negli Stati Uniti e in Europa i tassi di inflazione salirono da circa il 3% nel 1965 a circa il 12% dieci anni dopo. Gli economisti hanno dibattuto sulle ragioni della stagflazione durante questo periodo. Studiosi progressisti come Paul Krugman indicano due fattori. In primo luogo, l’alto costo della guerra del Vietnam lasciò gli Stati Uniti con un deficit di bilancia dei pagamenti – il primo del XX secolo – al punto che gli investitori internazionali, preoccupati, iniziarono a liberarsi dei loro dollari, il che aumentò i tassi di inflazione. Nixon aggravò l’inflazione quando, nel disperato tentativo di coprire gli esorbitanti costi della guerra, sganciò il dollaro dal gold standard nel 1971: il prezzo dell’oro salì alle stelle mentre il valore del dollaro crollava. In secondo luogo, la crisi petrolifera del 1973 fece salire i prezzi e rallentare la produzione e la crescita economica, portando a una stagnazione. Ma gli studiosi conservatori rifiutano queste ragioni. Preferiscono invece la spiegazione che vede la stagflazione come una conseguenza delle onerose tasse sui ricchi e dell’eccessiva regolamentazione economica, e sostengono che questa è  l’inevitabile fine del liberalismo incorporato, giustificando così la demolizione dell’intero sistema.

All’epoca, quest’ultima argomentazione venne accolta con favore dai ricchi, che – secondo David Harvey [1] – stavano cercando un modo per ripristinare il loro potere di classe dopo il liberalismo incorporato. Negli Stati Uniti, la quota del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco era scesa dal 16% all’8% durante i primi decenni del dopoguerra. Fintanto che la crescita economica rimaneva elevata, ciò non li danneggiò molto, perché ottenevano una fetta ancora molto grande di una torta che continuava a crescere rapidamente. Ma quando la crescita si fermò e l’inflazione esplose, negli anni ’70, la loro ricchezza iniziò a diminuire in un modo molto più evidente. Come reazione, cercarono non solo di invertire gli effetti della stagflazione sul loro reddito, ma anche di sfruttare la crisi come scusa per smantellare lo stesso liberalismo incorporato.

La soluzione si è presentata sotto la forma del “Volcker Shock”. Paul Volcker divenne presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti nel 1979, nominato dal presidente Carter. Seguendo le raccomandazioni di economisti della Scuola di Chicago, come Milton Friedman, Volcker sosteneva che l’unico modo per fermare la crisi fosse calmare l’inflazione innalzando i tassi di interesse. L’idea era di limitare la disponibilità di denaro, incentivare il risparmio e quindi aumentare il valore della valuta. Quando Reagan subentrò, nel 1981, Volcker venne riconfermato per continuare ad aumentare i tassi di interesse fino al 20%. Ciò provocò una massiccia recessione, tassi di disoccupazione superiori al 10% e di conseguenza decimò il potere dei sindacati, che – nel sistema del liberalismo incorporato – era stato il contrappeso cruciale agli eccessi capitalisti che avevano portato alla Grande Crisi. Il Volcker Shock ebbe effetti devastanti sulla classe lavoratrice; ma fu efficiente per far scendere l’inflazione.

Se la politica monetaria del rigore (cioè, mirata alla bassa inflazione) fu la prima componente del neoliberismo a essere messa in atto nei primi anni ’80, la seconda fu la teoria economica dal lato dell’offerta. Reagan riteneva che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica, partendo dall’ipotesi che li avrebbero investiti in maggiore capacità produttiva, creando così profitti che sarebbero gradualmente “gocciolati” verso il resto della società (che non aveva lavoro, come vedremo). A tal fine, diminuì l’aliquota d’imposta marginale superiore dal 70% al 28% e ridusse l’imposta più alta sui capitali al 20%, il livello più basso dalla Grande Depressione. Un effetto meno noto correlato a questi tagli è che Reagan ha anche aumentato le tasse sui salari della classe lavoratrice, spostandosi verso l’obiettivo repubblicano di una “flat tax” generalizzata. Un terzo componente del piano economico di Reagan consisteva nel deregolamentare il settore finanziario. Poiché Volcker rifiutava di sostenere questa politica, Reagan nominò al suo posto Alan Greenspan nel 1987. Greenspan – un monetarista fautore di tagli fiscali e della privatizzazione della sicurezza sociale – è stato riconfermato da una serie di presidenti sia repubblicani sia democratici fino al 2006. La deregolamentazione da lui avviata ha finito per scatenare la crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale a milioni di persone sono state pignorate le case.[2]

 

Nel complesso, queste politiche (che durante lo stesso periodo venivano simmetricamente applicate da Margaret Thatcher in Gran Bretagna, insieme alle privatizzazioni selvagge) hanno portato la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti a livelli senza precedenti, come dimostrano i seguenti grafici. Il grafico 1 mostra come la produttività abbia continuato ad aumentare costantemente durante questo periodo mentre i salari sono crollati dopo il Volcker Shock del 1973, spostando effettivamente una percentuale crescente di plusvalore dai lavoratori al capitale. Illustrando ulteriormente questa tendenza, gli stipendi dei CEO sono aumentati in media del 400% durante gli anni ’90, mentre i salari dei lavoratori sono aumentati di meno del 5% e il salario minimo federale è diminuito di oltre il 9%[3]. Il grafico 2 mostra come la quota del reddito nazionale accaparrata dagli strati più alti della società sia aumentata a un ritmo allarmante: la quota che va all’1% superiore è più che raddoppiata dal 1980, dall’8% al 18% (lo stesso vale per la Gran Bretagna, con un balzo dal 6,5% al ​​13% durante questo periodo), ripristinando livelli che non si vedevano dall’epoca vittoriana. Secondo i dati del censimento, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% [4].

 

Figura 1. L’attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti, 1960-2000

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Fonte: R. Pollin, Contours of Descent (New York, Verso, 2005).

Altro che effetto cascata; come ha giustamente affermato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, “rendere più ricchi i ricchi non rende più ricco il resto di tutti noi”. Né stimola la crescita economica, che è l’unica giustificazione per le politiche economiche dal lato dell’offerta. In realtà, è vero il contrario: dall’inizio del neoliberalismo, il tasso di crescita medio pro capite dei paesi industrializzati è sceso dal 3,2% al 2,1%.[5] Come mostrano questi numeri, il neoliberismo ha completamente fallito come strumento di sviluppo economico, ma ha funzionato brillantemente come espediente per ripristinare il potere della ricca élite.

Se la politica neoliberista è stata così distruttiva per la maggior parte della società, com’è possibile che i politici siano riusciti a farla passare? In parte ciò ha a che fare con la disfatta delle organizzazioni dei lavoratori dopo il Volcker Shock, la demonizzazione dei sindacati come “soffocanti” e “burocratici”, i tentativi della sinistra di prendere le distanze dal socialismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e l’ascesa del “consumatore” come figura chiave della cittadinanza, particolarmente in America. Potremmo anche indicare la crescente influenza delle lobby corporative nel sistema politico statunitense e i conflitti di interesse recentemente venuti alla luce tra gli economisti accademici finanziati da Wall Street. Ma forse, cosa più importante, a livello ideologico il neoliberismo è stato commercializzato con successo atteaverso il tipico valore americano della “libertà individuale”[6]. Think-tank conservatori come la Mont Pelerin Society, la Heritage Foundation e la Business Roundtable hanno dedicato gli ultimi quarant’anni a spacciare l’idea che la libertà individuale possa essere realmente raggiunta solo attraverso la “libertà” del mercato. Per loro, qualsiasi forma di intervento statale può condurre al totalitarismo. Questa visione ha acquisito credito quando le due icone della teoria neoliberista – Frederich Von Hayek e Milton Friedman – hanno vinto il Premio Sveriges Riksbank negli anni ’70, un premio comunemente indicato come “il Premio Nobel per l’Economia”, nonostante sia in realtà assegnato da banchieri svedesi e non dalla Fondazione Nobel.

Il Neoliberismo sulla scena internazionale

Non solo i paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato il neoliberismo nelle proprie economie, ma lo hanno anche aggressivamente – e spesso violentemente – imposto al mondo post-coloniale, addirittura in modo ancora più estremo.

La storia del neoliberismo sulla scena internazionale inizia nel 1973. In risposta all’embargo petrolifero dell’OPEC di quell’anno, gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro gli Stati arabi a meno che questi non accettassero di investire i loro petrodollari eccedenti attraverso le banche di investimento di Wall Street, cosa poi avvenuta. Le banche dovettero quindi capire cosa fare con tutto questo denaro e, dal momento che l’economia nazionale era stagnante, decisero di spenderlo all’estero sotto forma di prestiti ad alto interesse ai Paesi in via di sviluppo, che avevano bisogno di fondi per superare lo shock dell’aumento dei prezzi del petrolio, soprattutto in considerazione degli alti tassi di inflazione del tempo. Le banche pensarono che si trattasse di un investimento sicuro perché presumevano che i governi non potessero fallire.

Ma si sbagliavano. Poiché i prestiti erano effettuati in dollari statunitensi, erano per questo vincolati alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. Quando nei primi anni ’80 il Volcker Shock esplose e i tassi di interesse salirono alle stelle, i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili – a cominciare dal Messico – scivolarono sull’orlo del default, dando il via alla cosiddetta “crisi del debito del Terzo mondo“. Sembrava che la crisi del debito avrebbe distrutto le banche di Wall Street e quindi minato l’intero sistema finanziario internazionale. Per prevenire una simile crisi, gli Stati Uniti sono intervenuti per mettere il Messico e altri Paesi in condizione di rimborsare i loro prestiti. Lo hanno fatto riproponendo il FMI. In passato, il FMI aveva utilizzato i propri fondi per aiutare i paesi a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, ma ora gli Stati Uniti avrebbero usato il FMI per assicurarsi che i paesi del Terzo mondo rimborsassero i loro prestiti alle banche di investimento private. Secondo David Harvey, durante questo stesso periodo – a partire dal 1982 – le istituzioni di Bretton Woods furono sistematicamente “epurate” dalle influenze keynesiane e divennero portavoce dell’ideologia neoliberista.

70 milioni di euro al giorno spesi dall’Italia in armi. E tutti tacciono

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( Dal Web )

di Alex Zanotelli
“Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili-tante volte corrotti-stiamo zitti, se il mondo tace, vi domando: ‘Voi griderete?’ Per favore, decidetevi prima che gridino le pietre”. E’ con queste parole che Papa Francesco sfidò i giovani presenti in Piazza S. Pietro il 26 marzo, per la Giornata Mondiale dei giovani.

Quasi contemporaneamente a questo appello di Papa Francesco rispondevano milioni di giovani e giovanissimi americani scendendo in piazza, con la scritta “Never Again” (Mai più !), in ottocento città americane (a Washington erano ottocentomila!) per dire ‘No alle armi’, armi che uccidono negli USA migliaia di ragazzi.
E con un chiaro impegno politico di mandare a casa, nelle prossime elezioni di novembre, tutti quei deputati e senatori che appoggiano la potente lobby delle armi, la NRA .Una straordinaria reazione nell’America di Trump!

 Mentre noi italiani “anziani e responsabili” stiamo in silenzio davanti alla follia degli armamenti, delle guerre, del razzismo e della distruzione del Pianeta. Almeno voi giovani italiani avrete il coraggio di urlare e di gridare? L’Istituto SIPRI di Stoccolma ha rivelato che nel 2017, a livello mondiale, abbiamo investito in armi ben 1.739 miliardi di dollari , pari a 4.5 miliardi al giorno. Il nostro paese, l’anno scorso ha speso in armi 26 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. E nel 2017 l’Italia ha esportato armi pesanti per oltre dieci miliardi di euro. Armi e bombe vendute, per esempio, all’Arabia Saudita con cui bombarda lo Yemen, ma vendute al Qatar e agli Emirati arabi, che le usano per finanziare i gruppi jihadisti e qaedisti (Tutto questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo di vendere armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani!). Abbiamo assistito in silenzio al massacro dei palestinesi a Gaza da parte di Israele, armato fino ai denti anche con armi nucleari. E la corsa al nucleare è sempre più intensa nonostante il Trattato per la Proibizione delle armi nucleari (2017) che il governo italiano non ha firmato. Gli USA da soli, investiranno nei prossimi decenni mille miliardi di dollari per modernizzare le proprie armi atomiche. Queste armi atomiche (“illegali, immorali e illogiche” secondo Papa Francesco) stanno portando il mondo sull’orlo del baratro di una guerra nucleare. Ma non meno grave è la corsa alle armi convenzionali sempre più sofisticate che portano a sempre nuove e spaventose guerre dalla Siria all’ Afghanistan, dallo Yemen all’Ucraina, dalla Somalia al Congo, dal Sud Sudan al Mali, dal Centrafrica alla Libia, dal Sudan alla Nigeria. E’ l’Africa oggi il continente più infestato da guerre e questo proprio per la sua ricchezza soprattutto mineraria. La conseguenza di queste guerre sono i rifugiati che arrivano sulle nostre spiagge chiedendo asilo e che noi respingiamo.
L’Europa, la patria dei diritti umani, ha infatti dato sei miliardi a Erdogan per bloccare in Turchia chi fugge dalla Siria o dall’Afghanistan ed ha spinto l’Italia a fare un accordo con l’uomo forte di Tripoli, El Serraj, per bloccare nell’inferno libico un milione di rifugiati, torturati e stuprati. L’Europa ha già sulla coscienza oltre 50.000 migranti sepolti nel Mediterraneo. Ora il portavoce del nuovo governo, il ministro degli Interni, Salvini, urla: “Basta ONG nel Mediterraneo per salvare i naufraghi”, e nessun “vice-scafista deve attraccare nei porti italiani”. E vuole espellere dall’Italia 500.000 irregolari. E’ il trionfo del razzismo, della xenofobia e non solo in Italia, ma anche in Polonia, in Ungheria, in Croazia, in Austria. E non solo a parole, ma con muri, con filo spinato e barriere metalliche con lama di rasoio. Il vecchio continente ha perso la sua umanità! I nostri nipoti diranno di noi quello che noi oggi diciamo dei nazisti. E’ la nostra Shoah! Il tutto nell’indifferenza e nel silenzio di noi “anziani e responsabili”. La mia generazione, quella nata dalla II Guerra Mondiale e vissuta fino a oggi, sarà tra le generazioni più maledette della storia umana, perché nessuna altra generazione ha talmente violentato il Pianeta Terra come l’abbiamo fatto noi. Vi consegniamo un mondo malato, ora tocca a voi giovani! Tocca a voi, giovani, gridare, urlare, protestare contro un sistema economico-finanziario che impoverisce e affama così tante persone e che violenta il Pianeta Terra, contro la follia degli enormi investimenti in armi che portano sempre a nuove guerre, contro questa onda xenofoba e razzista che mina la UE e il nostro paese. Noi anziani e corrotti abbiamo fatto questo disastro. Ora tocca a voi giovani! “Per favore, decidetevi, prima che gridino le pietre!”.

Fonte: Articolo 21

L’Unione Europea intende approvare la controversa legge-bavaglio sul copyright di Internet

Schermata del 2018-06-26 16:27:03

( Dal Web )

Di Margherita Russo

Per un governo sovranazionale, che non sia emanazione dei cittadini, e saldamente “al riparo dal processo elettorale”, permettere l’esistenza di una struttura aperta e democratica come Internet è pericoloso, perché rende impossibile controllare l’informazione. E il controllo è indispensabile, per convincere i cittadini che tutto va bene e che hanno il migliore dei governi possibili. Per questo motivo da anni la Commissione Europea tenta di calare sulla rete una struttura di controllo che permetta un accesso selettivo sia ai contenuti sia agli utenti.

Per anni una visione così orwelliana dei canali di comunicazione sarebbe sembrata da relegare a regimi autoritari e non democratici, ma dopo le rivelazioni di Snowden dovrebbe essere chiaro che non è affatto così: in Occidente censura e controllo non vengono, per scelta, esercitati direttamente dai governi, ma sono affidati direttamente alle grandi multinazionali del web come Facebook, Twitter, Google, Amazon, in cambio di lucrative opportunità di affari e pubblicità grazie ai dati degli utenti.

Oggi, con la nuova direttiva europea sulla protezione del diritto d’autore, siamo di fronte a una nuova, ancora più pericolosa minaccia per la libertà d’informazione. Se approvata, questa nuova legislazione rischierebbe di silenziare a tutti gli effetti qualsiasi voce indipendente, fuori dal coro e dissidente. Incoraggiamo dunque vivamente i lettori a firmare l’appello lanciato da Byoblu per sensibilizzare gli Eurodeputati ad opporsi a questa direttiva.

Di James Vincent, 20 giugno 2018

L’Unione europea ha compiuto il primo passo verso l’approvazione di una nuova legislazione sul diritto d’autore che secondo i suoi critici rischia di distruggere Internet.

Lo scorso 20 giugno la commissione per gli affari giuridici dell’UE (JURI) ha votato a favore della legislazione, denominata “Direttiva sul diritto d’autore”. Se buona parte del testo della direttiva non è altro che un aggiornamento del linguaggio tecnico per la legge sul copyright nell’era di Internet, al suo interno include due disposizioni molto controverse. Si tratta dell’articolo 11 che introduce una “tassa sui link”, che costringerebbe piatteforme online come Facebook e Google ad acquistare licenze da società di media prima di poter linkare qualsiasi contenuto; e l’articolo 13 sul “filtro di caricamento”, che richiederebbe il controllo di violazione del copyright su tutto ciò che è stato caricato online nell’UE. (Lo si può immaginare come il sistema Content ID di YouTube, ma per l’intero Internet.)

I legislatori europei critici verso la legislazione affermano che, nonostante le iniziali buone intenzioni – come la protezione dei diritti d’autore – questi articoli sono formulati in modo vago e passibili di abuso. “Le misure per risolvere il problema sono catastrofiche e finiranno col danneggiare proprio le stesse persone che intendono proteggere”, ha detto ai giornalisti l’eurodeputata verde Julia Reda questa settimana. Dopo il voto di stamattina, Reda ha dichiarato a The Verge: “È una giornata triste per internet… ma la lotta non è ancora finita”.

“È già successo che, in vista delle elezioni, cattive proposte di legge siano state rigettate”, afferma McNamee, riferendosi alla legislazione ACTA del 2012, anch’essa volta a regolamentare la violazione del copyright online con disposizioni formulate in modo oscuro. “Sappiamo che i cittadini potrebbero essere scoraggiati, ma le loro opinioni vengono ascoltate e prese in considerazione”, dice. “JURI non è il Parlamento”.

 

Il melting pot dell’Unione Europea sta crollando

Schermata del 2018-06-19 21:57:42

( Dal Web )

Sul Times Niall Ferguson sostiene chiaramente che il problema dell’immigrazione si pone oggi in tutta la sua drammaticità a causa delle disastrose politiche passate, promosse dalla Merkel in Germania e dai governi mainstream in Italia, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi. Le conseguenti tensioni politiche dicono che il futuro dell’Europa non sarà di maggiore integrazione, ma di divisione, talmente esplosiva da far sembrare la Brexit solo un piccolo segnale premonitore.

 Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018

Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.

“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.

È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].

Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.

Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.

Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. A sinistra si insiste nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).

Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare  poloverni,iticamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.

I centristi europei hanno le idee molto confuse sulla immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.

In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia.

La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.

In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.

E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.

Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.

Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.

Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.

Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.

La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.

Il “movimento” è morto, viva la… riforma!

Copia di copmorte

( Dal Web )

https://finimondo.org/sites/default/files/definitivo-vivalariforma.pdfhttps://finimondo.org/sites/default/files/definitivo-vivalariforma.pdf

Questo testo è stato scritto nell’autunno 2017 nella ZAD di Notre-Dame-des-Landes. In seguito, la situazione è stata sconvolta dall’annuncio del 17 gennaio 2018 dell’abbandono del progetto dell’aeroporto da parte del governo.
Potrebbe sembrare fuori tempo massimo pubblicarlo dopo la “vittoria”.
Ma, malgrado l’importanza che riveste per me questa lotta, si dà il caso che io non abbia mai festeggiato questa vittoria.
Probabilmente sono troppo diffidente e puntiglioso sulle magagne che vi si nascondono dietro.
In questo periodo, difficile per le lotte sociali, la battaglia contro l’aeroporto ha preso i contorni di un simbolo contro l’offensiva capitalista, un po’ una lotta da non perdere in un oceano di disfatte.
Allora, nel tentare un approccio critico, è facile imbattersi nel riflesso difensivo di una visione idealizzata.
Eh beh, tanto peggio…
Questo testo è per chi vuole mettere in discussione la vittoria e scavare un po’ più in profondità su quella che è la posta in gioco.
Da un lato perché la fine della battaglia contro l’aeroporto lascia il movimento orfano, anzi morto, e quindi in una situazione nuova.
Ma quand’anche fosse nuova, resterà conseguenza di questi lunghi anni di mescolanze e di conflitti tra varie tendenze politiche, con diversi obiettivi e mezzi.
Dall’altro lato perché gli ultimi mesi che hanno preceduto questa “vittoria storica” hanno molto da raccontare per contribuire a una cultura di lotta in generale.
E perché già si può immaginare l’alone glorioso ed eterno che molti vogliono conferire a questa vittoria.
Novembre 2017

Sarà l’irriformabilità dell’Europa, non l’Italia, a distruggere l’eurozona

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( Dal Web )

Sul Financial Times, Wolfgang Münchau chiarisce che l’attuale rivolta italiana contro l’eurozona non è da attribuire a un governo populista non ancora insediato, ma ai vent’anni di economia stagnante nel Paese. Se questa rivolta dovesse portare a una dissoluzione dell’eurozona, sarà a causa dell’impossibilità di cambiare le assurde regole dell’area valutaria, e non della normale reazione di un popolo che non ha più alcun motivo per rimanere in essa.

Di Wolfgang Münchau, 3 giugno 2018

È un peccato che così tanti europei trattino l’integrazione europea come una questione di fede. Il dibattito sulla Brexit mette a confronto i veri credenti eurofili contro gli scettici atei, e questo è il motivo per cui si sta parlando di due cose ugualmente assurde: un secondo referendum e una Brexit “hard”. Gli italiani considerano la loro appartenenza all’euro in maniera simile. O sei in questo campo, o in quello. Se sei, come me, in una terra di mezzo, le persone si confondono. Ritengo che sia ragionevole per un paese in difficoltà come l’Italia rimanere nell’eurozona fintantoché esiste una minima speranza che la relazione sia sostenibile. È stato l’incondizionato pro-europeismo della passata leadership italiana ad aver causato l’attuale reazione nazionalista. I governi precedenti hanno accettato la legislazione europea, che era profondamente contraria agli interessi italiani. Per esempio la regola di calcolare i contributi italiani al Meccanismo Europeo di Stabilità, il paracadute di salvataggio dell’area, all’interno del deficit massimo ammesso. Poi l’accettazione delle regole di risoluzione delle crisi bancarie che ha lasciato migliaia di correntisti italiani senza protezione. E, peggio di tutti, l’adesione del 2012 al fiscal compact, che richiede di fatto all’Italia di avere il pareggio di bilancio. Se i precedenti primi ministri fossero stati più combattivi, la reazione anti-europea sarebbe stata minore. Trovo ugualmente stupido da parte del M5S e della Lega aver sollevato la questione di uno scontro totale e serrato con l’UE come hanno fatto. L’idea di chiedere alla BCE di cancellare il debito italiano acquistato nell’ambito del QE era folle. L’idea è apparsa in una bozza dell’accordo di governo ed è poi scomparsa. Per cominciare, il debito italiano è detenuto per la maggior parte dalla Banca d’Italia non dalla BCE (e quindi a maggior ragione… NdVdE). Se vogliono far la guerra all’eurozona, devono farsi furbi. Il mio primo consiglio sarebbe di abbandonare l’unilateralismo e iniziare un percorso transazionale – porre condizioni che permettano all’Italia di rimanere e prosperare nell’eurozona. Come prima priorità, Giuseppe Conte, il Primo Ministro italiano, dovrebbe prendere una dura posizione al Consiglio Europeo di questo mese nel dibattito sulla governance dell’eurozona. Angela Merkel ha rifiutato praticamente tutte le riforme proposte da Emmanuel Macron.

 

Conte dovrebbe considerare di sostenere il presidente francese per far capire alla cancelliera tedesca l’enorme costo del “no” tedesco. Pedro Sanchez, il leader del partito socialista che ha giurato sabato come Primo Ministro spagnolo, potrebbe aiutare a cementare l’alleanza.

 

Conte dovrebbe far capire che un’eurozona non riformata non ha possibilità di sopravvivenza. Finora, la migliore ragione per l’Italia di rimanere nell’eurozona era la speranza di un’eventuale riforma. Se sappiamo per certo che questo non succederà, le cose cambiano. Non è la politica italiana che uccide l’euro, ma la mancanza di riforme e l’enorme disavanzo commerciale della Germania. La maniera migliore per opporsi alle politiche dell’eurozona è dall’interno. L’Italia potrebbe usare il suo peso nelle prossime nomine dei principali attori UE: il presidente della Commissione Europea, il Consiglio Europeo e la BCE. Ci sono accordi e compromessi da fare. Non mettetevi a parlare di un’uscita unilaterale (dall’eurozona, NdVdE) finché tutto il resto non è fallito. In secondo luogo, la spinta fiscale keynesiana prospettata dal governo di coalizione italiano è ben fatta, ma troppo ambiziosa. Dovrebbero smorzarla e accompagnare una politica fiscale moderatamente espansiva con alcune riforme strutturali focalizzate, nel settore bancario, nel sistema giudiziario e nell’mministrazione pubblica. In terzo luogo, non c’è niente di sbagliato ad avere un buon piano B, una lista di misure da mettere in atto se una crisi dovesse rendere insostenibile la permanenza nell’eurozona. Sarei sorpreso se il precedente governo non avesse un piano del genere nascosto in un cassetto (si sorprenda pure, caro Munchau… NdVdE). Ma bisogna resistere al piano A: creare una situazione che porterebbe inesorabilmente a un’uscita dall’eurozona. Era il sospetto di questo piano che ha indotto Sergio Mattarella, il Presidente italiano, a mettere il veto su Paolo Savona come ministro delle Finanze. E infine, non pensate nemmeno di chiedere all’elettorato di esprimersi sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona. Sarebbe un autogol per qualsiasi politico che ponesse la domanda. L’uscita dall’eurozona è un incidente per cui essere preparati, non un risultato da perseguire. Dubito che un governo italiano gli sopravviverebbe. E quanto a noi, dovremmo smetterla di trattare questo nuovo governo come uno shock inaspettato. Il governo populista è la logica conseguenza di vent’anni di fallimenti economici dei governi dei partiti di centrosinistra e centrodestra. Questo è quel che ha causato tutto il caos. Se siete realmente favorevoli all’euro, il mio consiglio è di smetterla di considerarlo come un oggetto di fede, e di combattere per la sua sostenibilità. La battaglia non può essere vinta dall’Italia da sola. Richiede anche grandi cambiamenti di politiche a Bruxelles.

Il Mondo potrebbe finire per la più stupida delle ragioni

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( Dal Web )

DI DMITRY ORLOV

cluborlov.blogspot.com

Noi umani amiamo credere che le cose avvengano per qualche ragione e detestiamo pensare che una cosa così importante come la fine del mondo potrebbe arrivare senza ragione alcuna. Ciò che noi dovremmo detestare di più, è l’idea che il mondo potrebbe finire per una ragione veramente stupida, talmente stupida che fa venire voglia di piangere. Ed è proprio questo invece che potrebbe verificarsi. È una lunga storia, dunque cominciamo.

C’era una volta una tribù nomade chiamata “Ebrei” che per i tempi erano molto avanzati. Hanno messo a punto una prima versione di alfabeto, per lo più partendo dall’alfabeto fenicio, e l’hanno utilizzato per scrivere tutte le cose che avevano sentito raccontare da altre tribù o che venivano dalla loro propria storia. I miti, le cronache, la poesia, i discorsi allucinati, parti di legislazione e di dibattiti politici sono stati tutti raccolti in un solo documento ingannevolmente chiamato “Il Libro” (in realtà “i libri” ,τά βιβλία in greco antico- N.d.T.) . Come opera letteraria è molto discontinua e in generale molto noiosa anche se alcune parti hanno veramente valore.

Poichè erano parecchio dominati dalla loro “hybris”, gli Ebrei si sono proclamati “popolo eletto da Dio” e hanno organizzato un culto centrato su questo “Libro” come testo sacro. In varie epoche sono riusciti ad organizzare una piccola dominazione locale, che aveva centro in Gerusalemme in Palestina, che loro hanno chiamato Israele, ma la loro indipendenza politica è definitivamente terminata verso il 930 A.C. Poi a metà del primo secolo gli Ebrei sono stati obbligati a disperdersi e a tornare al nomadismo. I Romani avevano distrutto il loro tempio a Gerusalemme, che era il punto focale del loro culto suprematista, e anche se alcune parti di questo culto sono sopravvissute, la nazione ebraica non è sopravvissuta.

Circa alla stessa epoca, un nuovo culto prendeva forma all’interno dell’impero romano, centrato sul concetto di un Dio Martire chiamato Gesù. Gesù mostrava una curiosa somiglianza con diverse divinità precedenti, compreso il dio egizio Horus ma non solo con quello; non era stato concepito nel modo ordinario, aveva 12 discepoli; era morto e risuscitato, eccetera. Particolari simili si erano diffusi in diversi altri culti per migliaia di anni, e questo nuovo culto, che era sostanzialmente un movimento politico ed anarchico, è diventato popolare tra gli schiavi e i liberti dell’impero romano, che lo avevano abbracciato in molti. Per dargli uno spessore supplementare, serviva un libro sacro. Fortunatamente gli Ebrei erano stati espulsi dalla Palestina, e i loro libri sacri erano stati messi in vendita. I cristiani allora li hanno presi e rivendicati come loro.

Poi hanno cominciato a fare delle aggiunte. Le prime aggiunte sono stati gli Atti degli Apostoli, e alcuni tentativi timidi letteratura sacra, ma poi sono diventati più seri ed hanno arruolato degli eccellenti scrittori ombra (Ghost writers) per scrivere i quattro Vangeli, che sono stati alquanto subdolamente inseriti nel testo prima degli Atti degli Apostoli. Lo schema geometrico di questo Nuovo Testamento evoca i vari culti degli Dei del Sole precedenti: 12 Apostoli – i segni dello zodiaco; quattro evangelisti – i punti cardinali; proprio al centro, il dio sole unico figlio di Dio (in inglese, la differenza non sta che in una sola lettera da sun a son).

Per coronamento hanno inserito nelle Scritture il libro dell’Apocalisse, una filippica a metà allucinatoria e a metà politica (i cui eufemismi e perifrasi sono al momento indecifrabili), chiaramente scritto da qualcuno completamente fuori di senno. Cavallette con la testa di leone che saltano fuori da squarci nel terreno? Ohibò… Ma questo piccolo testo pazzesco si è rivelato importante, perché tra le altre cose ha parlato della seconda venuta di Cristo e dell’Apocalisse. Per questa ragione ha occupato un posto centrale nell’escatologia Cristiana, la teoria che cerca di spiegare come andrà a finire tutto.

Alcuni secoli più tardi, sotto l’imperatore romano Costantino, il cristianesimo è diventato la religione di stato. In quel periodo la sede dell’impero si era spostata verso est a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, mentre l’ ovest si apriva un faticoso cammino attraverso gli anni bui sotto la direzione di una sequela di papi rinchiusi in ciò che restava di Roma. Mentre dentro la Costantinopoli urbana e illuminata, che si doveva allegramente sviluppare ancora per 1123 anni, i Testi Sacri erano tradotti in tutte le lingue vernacolari dell’impero d’Oriente, nell’occidente che attraversava periodi oscuri, questi testi sono rimasti in latino, lingua che il popolo non comprendeva più, e che solo i preti potevano leggere. I preti li cantavano sotto forma di incantesimo come una filastrocca santa incomprensibile e nel tempo dovevano poi giustificare la comparsa di tesori poco ortodossi come l’inquisizione, la messa al rogo degli eretici e la vendita di indulgenze per il perdono dei peccati.

Alla fine il popolo si è ribellato e il risultato è stata la Riforma, con la quale le popolazioni hanno preteso di sapere che cosa c’era nel Libro, per poter decidere da soli. A quell’epoca, i concetti di caratteri mobili a stampa si aprivano il cammino dalla Cina attraverso la Mongolia fino alla Germania, dove intorno all’anno 1450, Gutenberg stampa la prima Bibbia in tedesco. La tecnologia della stampa si è rapidamente diffusa in tutta l’Europa, le traduzioni della Bibbia hanno incominciato ad apparire in altre lingue locali, compreso l’inglese, e le persone hanno incominciato a cercare di dare un senso a questi testi.

Purtroppo è accaduta una cosa veramente terribile: hanno scoperto il Libro dell’Apocalisse e hanno cominciato a pensare seriamente alla fine dei tempi, com’è descritta nell’Apocalisse. In se stesso questo non era necessariamente negativo; dopotutto i primi cristiani, insediati nelle catacombe romane, hanno anche riflettuto molto sulla fine del mondo e hanno immaginato che la seconda venuta del Cristo avrebbe potuto essere molto vicina, ma secolo noioso dopo secolo noioso, Cristo non si è manifestato, e l’effetto è svanito.

Ma questa volta era diverso. I protestanti hanno preso la Bibbia letteralmente come parola di Dio. Fin nei più piccoli dettagli, e non affatto come una raccolta eterogenea di miti, di poemi e di scarabocchi burocratici che non possono essere interpretati se non metaforicamente con una buona conoscenza del contesto sociale e culturale dell’epoca in cui sono stati scritti. Poi hanno incominciato a dedurne quella che pensavano fosse la ricetta perfetta per favorire la seconda venuta del Cristo.

Il risultato è stata una dottrina chiamata dispensazionalismo (1), che separa la storia umana in epoche distinte basate principalmente sul libro della Genesi e sul libro dell’Apocalisse con altri vari pezzi assortiti in funzione delle necessità. Secondo quella dottrina, per favorire la seconda venuta del Cristo, gli Ebrei devono ricostituire il Regno di Israele, e una grande guerra deve aver luogo nella parte settentrionale di questo Regno, in Libano e in Siria. Una volta che queste condizioni preliminari saranno soddisfatte, avverrà qualcosa chiamato Estasi, nel corso della quale i buoni, i veri credenti, saranno trasportati in cielo mentre tutti gli altri saranno lasciati dove sono.

Ci saranno poi esattamente 7 anni di tribolazioni (non sei, non otto), che metteranno a dura prova i superstiti. Ma se questi riescono a sopravvivere senza ricevere il marchio della bestia (Satana) sulle loro fronti e sulle loro mani, alla fine di questo periodo saranno anche essi assunti in cielo. Il Cristo apparirà nell’aria. Poi ci sarà un millennio (esattamente 1000 anni) di pace durante il quale il Cristo in persona governerà la terra dalla sua capitale Gerusalemme. Alla fine di questo millennio, Satana apparirà brevemente, si batterà ma sarà vinto. A questo seguirà la risurrezione di tutti i morti e Cristo siederà per il Giudizio Universale.

Con questa ricetta in mano, le sette protestanti che hanno abbracciato questo dogma dispensazionalista si sono messe a cercare di portare a termine la profezia. Per fare questo dovevano radunare degli Ebrei, ricostituire il Regno di Israele e dare inizio a una guerra gigantesca. Era una grande sfida, perché fino ad allora i Giudei europei (considerati i discendenti dei vecchi Ebrei) erano considerati come dei pagani ed espulsi, da tutti i paesi, compresa l’Inghilterra. Ma ora che si sono rivelati un ingrediente chiave nella ricetta dell’Apocalisse (questo è avvenuto in Inghilterra sotto Cromwell), sono stati autorizzati a tornare e sono stati trattati gentilmente.

Ci sono dei seri problemi nella la logica di questo dogma dispensazionalista. Prima di tutto assimilare i Giudei europei moderni agli Ebrei del passato biblico equivale un po’ a dire che il sovrano del Regno Unito è una nave da crociera dismessa, attraccata a Dubai e utilizzata come hotel, dato che tutti e due si chiamano Queen Elizabeth II. Secondariamente assimilare il regno di Israele teorico a partire dal quale Gesù Cristo governerà la terra per 1000 anni allo Stato moderno di Israele non è affatto politicamente astuto: la Knesset potrebbe non approvare questa soluzione. Terzo: la Bibbia ha manifestamente torto in quanto a cronologia stretta. Se, come si indica nel libro della Genesi, Dio ha creato Eva partendo da una costola di Adamo, allora questa costola dovrebbe contenere diversi elementi come per esempio il carbonio ( Adamo ed Eva sono delle forme di vita a base di carbonio). Ma il carbone non si genera se non quando una stella diventa una Nova, e le stelle impiegano un milione di anni a diventarlo. Allora, come s’è potuto creare questo angolo di Universo in soli 7 giorni?

L’assurdità apocalittica è passata dall’Inghilterra all’America del Nord con i puritani. La si è radicata tra i cristiani fondamentalisti ed evangelici degli Stati Uniti e del Canada. Nel corso del cammino, sono state fatte numerose predizioni riguardanti il momento esatto di questa Estasi. I millenaristi hanno avuto il torto di predire che si sarebbe verificata nell’aprile del 1843; più tardi, la paura dell’anno 2000 ha indotto a credere che l’Estasi fosse prevista per il primo gennaio 2000. Molti avvenimenti, dallo scoppio delle guerre al naufragio del Titanic, sono stati interpretati come segnali che la fine dei tempi era vicina. Grazie agli sforzi di diversi dispensazionalisti ben organizzati, il dogma dispensazionalista si è radicato nella cultura popolare americana.

Perché questo è importante ? Considerate questo: i due soli gruppi più della metà dei membri dei quali sostengono sistematicamente lo Stato di Israele sono gli Ebrei e i protestanti evangelici, mentre invece solo il 35% degli americani esprime un sostegno a Israele e il 37% alla Palestina. Tenendo conto del margine di errore è poco (fonte: Gallup). È facile immaginare perché gli Ebrei sostengono Israele (in fondo è lo stato ebraico); ma perché i protestanti evangelici? Ecco la risposta: quando si è posta loro la domanda “Israele soddisfa la profezia biblica della seconda venuta?”, solo la maggioranza dei bianchi evangelici e dei neri hanno risposto “sì” (63% di bianchi e 51 % dei neri) mentre il 76% dei non credenti ha detto “no” (fonte Pew Forum). Un sondaggio Harris ha determinato che su circa 89 milioni di persone che negli Stati Uniti sostengono Israele, circa 32 milioni lo fanno in ragione delle credenze dispensazionaliste, escatologiche. Quando si è chiesto loro quali avvenimenti nel mondo fossero segno della fine dei tempi, era molto citato il conflitto arabo-israeliano (fonte: Tarrance Group).

Questi dati ci portano a concludere che negli Stati Uniti, il dispensazionalismo non è in nessun modo un fenomeno marginale, e che il letteralismo biblico è un fattore molto importante del sostegno politico di cui beneficia Israele. Anche se questo è più concentrato nel Sud, non è circoscritto lì e non è neanche riconducibile a un solo partito: in tutto il paese, il 40% dei repubblicani il 38% dei democratici e il 33% degli indipendenti hanno affermato che Israele era quello che facilitava il Secondo Avvento. Per il Sud i numeri sono il 53% dei Repubblicani, 50% dei Democratici e 44% degli Indipendenti .

Dal punto di vista dell’establishment di Washington, la predominanza del dispensazionalismo è una facilitazione. Dopo tutto il congresso americano è stato cooptato dalle lobby israeliane e il dispensazionalismo fornisce una copertura politica per le loro azioni al servizio di una potenza straniera e crea l’apparenza che essi seguano i desideri degli americani piuttosto che rispondere alle esigenze degli Israeliani. Così da un punto di vista politico, i protestanti evangelici non sono altro che degli utili idioti che servono ad un programma politico israeliano.

E’ piuttosto pericoloso far cooptare la propria classe politica da una potenza straniera minore che si trova in una regione instabile e fortemente militarizzata, piena di conflitti e di contrasti cronici. Questo pericolo è esacerbato dal fatto che l’esercito americano è stato permeato ugualmente dal pensiero dispensazionalista. A partire dallla guerra del Vietnam, contro la quale numerose confessioni religiose hanno protestato, gli evangelici hanno cominciato a trattare l’esercito con un campo fertile per il loro lavoro di missionari. Attualmente più di due terzi dei cappellani militari sono affilati delle confessioni evangeliche o pentecostali. La prospettiva che mettono avanti ai militari e agli ufficiali di tutti i ranghi è che il loro compito è servire “il disegno di Dio” piuttosto che fare semplicemente il loro dovere. E qual è “il disegno di Dio”? Sicuramente quello di realizzare la profezia biblica della fine dei tempi !

Ciò che rende ulteriormente pericolosa questa situazione già pericolosa, è che la finestra di opportunità per scatenare quel tipo di guerra che secondo loro darebbe inizio all’Apocalisse, si chiude rapidamente. Il Pentagono ha annunciato che le grandi operazioni di combattimento in Iraq sono finalmente terminate. La Siria è stata quasi persa dagli Stati Uniti, con quei pochi avamposti nel deserto che non servono a niente, ora che l’Isis è quasi cancellata. Assad ha consolidato il suo territorio, la Turchia distrugge i sogni curdi di autonomia, e l’esercito Russo controlla una grande parte dello spazio aereo. Neanche Israele spinge con tutto il suo peso per dare inizio all’Armageddon. La sua ultima esperienza con l’invasione del Libano nel 2006 non è andata bene, e i suoi attacchi aerei sporadici sulla Siria stanno per finire dopo che la Russia avrà aggiornato i sistemi di difesa aerea della Siria con la sua tecnologia recente (S-300).

Mentre comincia a mancare la speranza, tutto ciò che servirebbe sarebbe un battitore libero al quale l’Estasi fa prudere le mani, che metta in pista una sequenza di avvenimenti che potrebbe teoricamente degenerare in guerra totale. In pratica tutte le grandi potenze, guardando agli Stati Uniti, comprendono molto bene che stanno esaminando un paziente mentalmente disturbato e non sono suscettibili di rispondere alle provocazioni con una escalation aperta. Una provocazione è tutto ciò che un battitore libero sarebbe capace di produrre: un missile o due persi. Lo scenario complessivo del dottor Stranamore non è semplicemente possibile: ci sono troppe chiusure e troppe misure di salvaguardia perché un solo operatore possa farlo scattare. Ci vorrebbe una cospirazione più grande, ma più la cospirazione è grande, più diventa facile scoprirla. Aggiungete a questo che dare inizio a un qualunque tipo di confronto militare diretto tra le grandi potenze è sostanzialmente un’operazione suicida per tutte le parti coinvolte, combinatelo col fatto che per i veri credenti il suicidio è vietato e dunque la probabilità di fare iniziare una guerra totale per adempiere la profezia biblica scende quasi a zero.

Infine, facendo una carrellata all’indietro per guardare la situazione con una prospettiva molto più ampia, la vera religione che opera negli Stati Uniti non è il cristianesimo ma il culto di Mammona. Più precisamente, il compito dell’esercito americano è stato di difendere il petrodollaro, attaccando in modo vendicativo e con rabbia furiosa tutti quelli che cercavano di sfuggire a questo sistema, perché è lui che permette agli Stati Uniti di imporre continuamente un debito ridicolmente enorme al resto del mondo a tassi di interesse artificialmente bassi. Se non ci fosse questo sistema gli Stati Uniti si troverebbero rapidamente in fallimento. Saddam Hussein ha cercato di uscirne ma è stato impiccato; anche Muhammar Gheddafi è morto in un modo orribile. Ora però la Cina ha lanciato con successo il suo petro-Yuan basato sull’oro, e l’esercito americano non sarà in grado di fare alcunchè al proposito. L’epoca in cui gli Stati Uniti potevano regolare i loro problemi finanziari con dei mezzi militari sta per finire.

Il culto americano di Mammona non è considerato una religione, perché il posto è già tenuto da diverse altre credenze, e poi “Nessuno può servire due padroni: perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure terrà le parti di uno e criticherà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona.” [Matteo 6.24] Ma gli americani giudicano un po’ tutto in termini di valore venale e in pratica adorano i ricchi e i potenti perché nella loro considerazione il denaro è la bontà, e malgrado tutta questa bontà e senza voler infierire troppo, c’è un bel giro di stronzi. Il dollaro super potente è un elemento chiave di questo rituale della fiducia e costituisce il collante che tiene unita l’America. Quando questo sistema alla fine farà fallimento, basterà un Crepuscolo degli Dei per soddisfare anche i più apocalittici.

Bloccare i populisti servirà solo a renderli più forti.

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( Dal Web )

L’autorevole economista Ashoka Mody osserva su Bloomberg che, al di là delle polemiche di diritto costituzionale, la scelta di Mattarella di impuntarsi sull’esecutivo M5S-Lega è folle. Gli elettori italiani vogliono incidere sui processi decisionali, mentre l’insediamento di un nuovo governo “tecnocratico” non farebbe che aumentare il consenso per i partiti euroscettici (che potrebbero invece ottenere concessioni sacrosante dai partner UE). D’altra parte, questa situazione era inevitabile dopo che – in media – gli italiani sono meno ricchi oggi rispetto a quando, quasi vent’anni fa, aderirono alla moneta unica. Senza nemmeno averlo scelto.

Di Ashoka Mody, 29 maggio 2018

Il Presidente italiano Sergio Mattarella può anche pensare di avere difeso una posizione di principio ponendo il veto sul ministro delle finanze euroscettico Paolo Savona, e di fatto impedendo la formazione di un governo guidato da Movimento 5 Stelle e Lega. Ma rigettando la scelta di una coalizione dotata di consenso popolare, può aver messo in moto una crisi finanziaria dalla quale sarà dura uscire, e che potrebbe mettere a rischio l’intero progetto europeo.

 

La mancanza di considerazione da parte di Mattarella delle recenti vicende politiche mette in luce una ostinazione scioccante. Nell’ottobre 2011, il cancelliere tedesco Angela Merkel fece una telefonata all’allora Presidente italiano Giorgio Napolitano, in seguito alla quale Napolitano colse al volo l’opportunità di rimpiazzare Silvio Berlusconi con il tecnocrate non eletto Mario Monti, gradito a Bruxelles. Nonostante la Merkel e Napolitano negassero di avere complottato per favorire l’uscita di scena di Berlusconi, questa fu l’impressione prevalente. L’Economist applaudì sfacciatamente la Merkel per “essersi sbarazzata di un clown come l’italiano Silvio Berlusconi”. Molti italiani si infuriarono, convinti che la Germania avesse violato la loro sovranità nazionale.

 

Non stupisce che il movimento euroscettico M5S abbia guadagnato consenso popolare. Nelle elezioni di febbraio 2013, i 5 Stelle emersero con più di un quarto dei voti, umiliando politicamente Monti e diventando il più grande partito del parlamento. Anche se il Partito Democratico di centrosinistra rimase al potere (con tre differenti presidenti del consiglio), il sentimento antieuropeo in Italia crebbe. Nelle elezioni di marzo 2018, i 5 Stelle e la Lega, un altro partito euroscettico, hanno ottenuto il consenso degli elettori e insieme hanno formato una maggioranza assoluta.

La semplice verità è che i partiti tradizionali mainstream – Forza Italia guidata da Berlusconi e il centrosinistra del Partito Democratico – hanno fallito per troppo tempo. In media, gli italiani sono più poveri oggi di quando l’Italia entrò nell’eurozona nel 1999. Il peso si è scaricato in maniera particolare sui giovani italiani, moltissimi dei quali sono o disoccupati o così scoraggiati che hanno deciso di non registrarsi neppure tra chi cerca lavoro. Mattarella e gli osservatori europei a lui simili osservano con orrore l’euroscetticismo del M5S e della Lega. Ma gli italiani hanno chiarito che vogliono un cambiamento.

 

Senza dubbio, Savona era una scelta controversa: il suo “piano B” per una eurexit era impraticabile e allarmista, e quindi avrebbe potuto apportare gravi danni all’Italia. Ma al di là dei loro roboanti proclami, la coalizione Lega-M5S ha alcune proposte intelligenti: la BCE dovrebbe dare più importanza alla disoccupazione quando definisce la politica monetaria (come fa la Federal Reserve negli USA); le regole fiscali dovrebbero essere più elastiche nei confronti delle spese per investimenti. Invece di dare agli euroscettici un’opportunità di confrontarsi con le difficoltà del governare – e di riconoscere la futilità di alcune loro proposte – Mattarella sta tentando di assemblare un altro governo tecnocratico.

 

Il monito della storia è chiaro. Il M5S e la Lega manterranno il loro peso elettorale e potrebbero addirittura uscirne rafforzati. Nel frattempo, l’incombente crisi politica e finanziaria potrebbe avere conseguenze molto gravi. La follia di Mattarella non si sarebbe potuta manifestare in un momento peggiore. Il buon andamento dell’economia globale nella seconda metà del 2017 sta peggiorando, e l’economia italiana fa ancora fatica a riprendersi. Negli ultimi mesi, il commercio globale è diminuito, e lo slancio economico europeo si è affievolito.

 

L’aritmetica economica per l’Italia è davvero deludente. Pur avendo la BCE che sta di fatto acquistando praticamente ogni nuovo bond emesso dal governo, il rendimento delle obbligazioni era a circa l’1,8% in aprile. Ora, si avvicina al 3%. Con un’inflazione annua di appena lo 0,6%, ciò significa un interesse reale (scorporato dell’inflazione) superiore al 2%. L’Italia non può sostenere un tasso di interesse così alto: la crescita della produttività è praticamente nulla, e il suo potenziale di crescita economica a lungo termine è ben sotto l’1%.

 

La crisi provocata da Mattarella potrebbe autoalimentarsi: i tassi reali potrebbero salire ancora, mentre gli interessi nominali applicati ad aziende e consumatori aumentano e un’economia in frenata smorza l’inflazione. Tassi così alti distruggerebbero l’economia. Il peso del debito governativo, testardamente fermo sopra il 130% del PIL, diventerebbe più difficile da ripagare mentre le entrate fiscali scenderebbero. Le banche italiane, già in difficoltà sotto il peso dei crediti deteriorati, dovrebbero affrontare un nuovo ciclo di insolvenze.

 

La BCE ora si trova tra l’incudine e il martello. Se prende l’iniziativa di prolungare il suo programma QE, presto raggiungerà il limite che si è autoimposta di non comprare più di un terzo del totale dei bond italiani. La Germania e altri paesi “del Nord” dell’eurozona si preoccuperebbero giustamente su chi dovrebbe sostenere il peso di un’eventuale default del governo italiano su questa grande massa di obbligazioni detenute dalla BCE. Se per la pressione dei paesi del Nord la BCE dovesse ridurre gli acquisti di bond, i tassi di interesse reali italiani salirebbero ancor più rapidamente, aumentando le probabilità di una recessione dell’Italia.

 

Mattarella e i suoi consiglieri sono intrappolati in un pensiero di gruppo europeo, che nega ai cittadini italiani il diritto di dire la loro opinione su come gestire il proprio paese ed esclude compromessi ragionevoli. Nel tentativo di preservare l’ortodossia europea, possono scatenare forze distruttive che non sono in grado di controllare.

Nessuna comica senza risata

«Se parla come un comunista, pensa come un comunista, si comporta come un comunista,
allora non è un anarchico: è un comunista»
un anarchico statunitense del XX secolo
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Così ci diceva lo scorso millennio un compagno a noi caro, mentre stavamo ridendo insieme a crepapelle dei continui tentativi da parte di alcuni rivoluzionari autoritari a corto di manovalanza per fare breccia nei cuori degli anti-autoritari (tentativi che trovano puntualmente sponda fra certi anti-autoritari a corto di riconoscimento politico, sempre pronti a fare numero fra e con gli autoritari). Lungo lo scorso secolo è stato infatti uno stagionale fiorire di anarco-bolscevichi (Stato e Rivoluzione, che libro! È contro lo Stato, sapete?) e di anarco-trotskisti (la rivoluzione permanente, che concetto! È contro lo Stato, sapete?), di marxisti libertari (il libro sullo Stato mai scritto da Marx, che opera! Sarebbe stata contro lo Stato, sapete?) e di ecologisti sociali (il municipalismo libertario, che strategia! È contro lo Stato, sapete?), passando per certi maoisti (lo spontaneismo, che attivismo! È contro lo Stato, sapete?) fino ad arrivare a certi blanquisti (la destituzione, che potenza! È contro lo Stato, sapete?). E più gli anni passavano, più le esperienze rivoluzionarie venivano liquidate dallo Stato e dalla sete di potere, più i loro beniamini si rivelavano una bella accolita di dittatori, ministri, parlamentari, consiglieri comunali, più il corpo della loro teoria scientifica andava in decomposizione, e più gli autoritari meno ingessati si davano arie libertarie, arrivando spesso e volentieri a pretendere di essere più anarchici degli stessi anarchici. Perché la Storia con cui si riempiono la bocca questi antistatalisti più o meno in erba con un secolo di ritardo, è solo la storia della loro personale ideologia.
È una questione matematica. I quattro gatti rossi si sono accorti all’improvviso che la loro amata dialettica storica si è rivelata una idiozia colossale, vera e propria apologia della reazione, e che il proletariato, la classe operaia, la massa, il popolo — scegliete voi il feticcio collettivo che preferite — non si unisce più alle avanguardie, al massimo si abbona allo stadio o a Netflix. Non se ne capacitano. Avessero un minimo di dignità, darebbero infine un grande contributo alla rivoluzione suicidandosi (un biglietto di scuse sarebbe un pensiero carino). Ma disponendo solo di uno smisurato opportunismo, si ritrovano a guardarsi attorno in cerca di qualcuno da arruolare, scorgendo così gli anarchici.
I quattro gatti neri hanno sopportato con minori problemi il tracollo di un’epoca, in parte perché tendono a partire da se stessi anziché da qualche fantasma, in parte perché in fondo sono abituati alla solitudine — ma c’hanno una tale voglia di applausi, ma una voglia, ma una voglia…
L’affare è presto fatto ed un nuovo organismo politicamente modificato viene lanciato sul mercato della militanza. I sei gatti color cacca (mescolando rosso e nero si ottiene il marrone, ed un irriducibile settario rimane sempre, da una parte come dall’altra) possono ora fare iniziative comuni, gonfiate a botte di mitopoiesi al fine di farsi passare per incontrollabile branco di pericolosi lupi che assediano e terrorizzano gli sporchi capitalisti. Ora nel fronte uni… ops, no… nella allean… ops, no… nella composizione di gatti cacca, i quali una volta superati i «pregiudizi ideologici» sono diventati culo (nero) e camicia (rossa), è tutto un cinguettare di amorosi sensi, è tutto un congratularsi a vicenda. C’è chi passa con mestizia da Gramsci a Malatesta e chi passa in letizia da Stirner a Bordiga, ma tutti si buttano senza malizia su Ocalan.
Ad infrangere questo edificante quadretto, i soliti settari, i soliti ideologi, i soliti pontefici: quelli che fanno notare come l’anarchismo si caratterizzi proprio per la sua negazione di ogni forma di potere e di autorità, e che quindi in quanto tale non possa essere assimilato a una qualche forma di autoritarismo. Non si combatte lo Stato accettando di farvi parte. Non si combatte il potere tentando di costituirne uno nuovo. O con la libertà o con l’autorità.
L’odio per lo Stato di un sostenitore del potere operaio centralizzato è credibile tanto quanto l’amore per gli animali di un vivisettore. Ecco, basta annotare questa banalità di base per far andare i gatti cacca su tutte le furie. Perdono le staffe, diventano paonazzi, cominciano a contorcersi, tuonano e ostentano pedigree accademici nella convinzione di incutere timore e ottenere rispetto. Un vero spettacolo. Poveretti, non riescono nemmeno a concepire che si possa disprezzare il potere dal basso tanto quanto quello dall’alto.
È una comica che va avanti da un secolo e riesce a strappare sempre grasse risate. Ma, detto tra noi, non bisogna perderci più di tanto tempo. A furia di risentirla, se ne perde il gusto.