Adesso tocca a noi

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Dal Web

Il tempo della mediazione è finito.
L’avvio dei lavori di Tap, con l’espianto dei primi quattro alberi dall’area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un’opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi, era chiaro fin dall’inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un’opera considerata «di interesse strategico nazionale».
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all’ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai.  Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell’ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d’occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un’opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?
[volantino distribuito il 21/3/17 davanti al cantiere TAP e a Melendugno]

Legittima difesa

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( Dal Web )

Si sono introdotti in locali altrui, forzando la serratura, al fine di mettere le mani su una proprietà privata che non apparteneva loro. Ma chi ha dedicato la propria vita a quella proprietà, costruendola giorno dopo giorno, se n’è accorto. Furibondo, ha afferrato un fucile e li ha colti sul fatto. Cosa sia successo dopo è fin troppo chiaro, una fucilata ha abbattuto uno degli intrusi. Mentre i burocrati della giustizia passano il comportamento del derubato al vaglio dei loro tristi commi, chi sente scorrere il sangue nelle vene non ha dubbi: si è trattato di difesa, di legittima difesa. Un padano fa bene a fare fuoco su un rumeno, se questi gli entra in casa senza essere invitato e con le peggiori intenzioni!

Il fatto sta accendendo gli animi e facendo discutere.
Noi non amiamo le frontiere, per cui la nazionalità delle parti in causa ci lascia del tutto indifferenti. Non amiamo nemmeno la proprietà privata, per cui non proviamo alcuno sdegno davanti al tentativo dello sfortunato rumeno. Ma, in tutta sincerità, non possiamo fare a meno di ammettere che le ragioni avanzate dalla canea reazionaria non sono affatto peregrine.

Prendersi una fucilata da chi si sta derubando è uno dei rischi del mestiere. Se quel rumeno voleva rubare senza correre rischi doveva farsi eleggere al Parlamento Europeo, mica fare il ladro!

Se voleva lavorare in tutta sicurezza all’interno di quel ristorante poteva farsi sfruttare come lavapiatti, mica svaligiarlo!
È giusto, sì, è giusto così. Se l’è tentata e gli è andata male, inutile sollevare tanto polverone.

I signori reazionari hanno ragione, pienamente ragione: si è trattato di legittima difesa. Stare ad arzigogolare sul fatto che la fucilata sia arrivata alle spalle del ladro sporco rumeno e da distanza ravvicinata (in contraddizione con la versione data dal legittimo-proprietario-pulito-padano) è pretesto da miserabili. Siate uomini, per Dio! Un essere umano ha trovato degli intrusi in casa propria ed ha fatto fuoco, punto e basta.

Chi può negare il senso universale di un simile comportamento?
Già, chi? Noi no di certo, per cui ci uniamo al coro leghista: il padano ristoratore ce lo ha insegnato, abbattere gli estranei intrusi non è reato! Adesso tutti sapranno cosa fare nel caso in cui trovassero dei ficcanaso in casa. Sì, se riuscite a cogliere sul fatto chi forza la serratura della vostra abitazione al fine di impadronirsi della vostra intimità privata, non abbiate remore: fate fuoco! Forse non sarà un ladro dell’est, forse sarà uno sbirro dell’ovest, ma che differenza fa? Comunque sia, è entrato in casa vostra senza essere invitato e con le peggiori intenzioni. Se il sangue vi scorre nelle vene, non ci sono dubbi: ammazzatelo, è legittima difesa.
E se ciò è valido per la difesa della propria proprietà ed intimità, figuratevi in difesa della propria vita!

Mai più casi Aldovrandi,  Uva,  Cucchi o Magherini!

Se degli estranei si avvicinano a voi, pretendendo di sapere i fatti vostri, pronti a devastarvi il corpo e a farvi la pelle, non abbiate esitazione: fate fuoco! Se degli estranei vogliono mettere le mani sulla vostra esistenza, avvelenando il cibo che mangiate, inquinando l’aria che respirate, devastando le terre che abitate, speculando sul lavoro che fate, svaligiando i vostri sogni, impossessandosi dei vostri desideri, prosciugando le vostre aspirazioni, non abbiate alcuna pietà: fate fuoco!
Come direbbe senz’altro il signor Salvini, si tratta di legittima difesa.

Domus ecologiche

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( Dal Web )

Nuovo modello presentato nella riunione della commissione Ambiente dal dg di Ama, Stefano Bina. «Creeremo aree confinate ed accessibili solo ad utenze predefinite pubbliche o private mediante tesserini e micro chip»

Un nuovo modello sperimentale di raccolta differenziata partirà presto a Roma. Nella Capitale infatti saranno lanciate, partendo dal X municipio, le Domus ecologiche, spazi riservati e recintati per privati e condomini, dove conferire rifiuti differenziati. Il nuovo modello è stato presentato durante una riunione della commissione Ambiente dal dg di Ama, Stefano Bina. «L’idea – ha detto il dg – è quella di creare aree confinate ed accessibili solo ad utenze predefinite pubbliche o private o di condomini singoli e associati. Saranno aree di accesso controllato con serrature in possesso solo degli utenti abilitati e al cui interno saranno posti cassonetti con misuratori del comportamento di chi conferisce i rifiuti. L’obiettivo a regime, infatti, è quello di arrivare alla tariffa puntuale».

Il virtuoso risparmia

Ovvero una tariffa applicata ai singoli condomini in base alla reale quantità di rifiuti conferiti e differenziati correttamente. Secondo la logica che chi sarà più virtuoso spenderà di meno. L’obiettivo delle Domus, in altre parole, è creare un modello non alternativo ma parallelo a quello della raccolta porta a porta. Il modello sarà prevalentemente condominiale e la misurazione del comportamento degli utenti sarà misurata con tesserine con chip e sacchetti con codici a barre. Ama ovviamente si occuperà della raccolta fornendo i cassonetti adeguati alle singole situazioni. Le Domus saranno facoltative. Avranno un costo che oscilla tra i 10.000 ed 20.000 euro l’una in base al modello scelto dal condominio. Ma gli utenti non pagheranno tasse di occupazione di suolo pubblico.

Tre le modalità previste

Le utenze private potranno avere Domus collocate all’interno degli spazi condominiali. Ma le proprietà private potranno anche avere spazi in aree pubbliche decise in collaborazione con il Municipio. Infine, le strutture pubbliche di Roma Capitale avranno Domus le cui spese saranno totalmente a carico di Ama. A Roma, ha concluso Bina, «l’impatto di questo nuovo modello potrebbe essere molto importante. Potrebbe diventare la modalità principale di raccolta. Naturalmente seguiranno campagne di comunicazione per la cittadinanza mentre stiamo pensando ad un concorso di idee per trovare la forma architettonica migliore alle future Domus».

La guerra e la «fatalità storica»

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( Dal Web )

Rudolf Rocker

Noi conosciamo gli argomenti con cui i sostenitori dell’attuale ordine di cose cercano di giustificare la necessità della guerra. Agli uni essa appare come l’espressione della collera di Dio, perché gli uomini si rendano conto dei propri peccati. Gli altri considerano la guerra come un portato della natura umano. Recentemente si è giunti a vedere nella guerra la manifestazione inevitabile delle differenze razziali. E siccome, secondo questa nuovissima teoria, razza è destino, la guerra è perciò una cosa del destino e non può essere soppressa nel mondo per mezzo di argomenti umanitari.
I socialisti di tutte le correnti non danno a tali affermazioni importanza alcuna, poiché esse non resistono ad nessuna critica seria. Però la maggioranza di loro non si accorgono che essi non fanno altro che sostituire il fatalismo dei loro avversari con un altro fatalismo, inculcando nei propri seguaci la convinzione che la guerra è unicamente un risultato del sistema capitalista mondiale, e solo scomparirà con questo. In che si differenzia questo fatalismo economico dal fatalismo razzista dei Gobineau, Chamberlain, Woltmann, Guenther, ecc.? Solo nella forma, e non negli effetti pratici. Anche in questo caso si tratta di una credenza cieca accettata tacitamente come verità.
Quando i capi delle truppe coloniali francesi, nelle loro crudeli e sanguinose lotte coi popoli asiatici, arrivarono fino a rubare ad essi le ossa dei loro padri nei campi di riso per costringerli alla sottomissione, non fecero che approfittare di un cieco fatalismo per raggiungere una più facile vittoria. Pure nessuna persona ragionevole sosterrà che ci fosse realmente in quelle ossa imputridite una forza determinante il destino, e che la loro perdita fosse effettivamente funesta agli indigeni tonchinesi. Tutti capiscono benissimo che funesta non fu quella supposta forza, bensì la credenza cieca degli indigeni nella sua esistenza. Più d’uno ride della scarsa intelligenza dei «barbari gialli», senza sospettare d’essere egli stesso vittima di una illusione consimile. Che cos’è, infatti, la credenza nella inevitabilità del divenire storico e di tutti i fenomeni sociali, se non una nuova teoria del destino, le conseguenze della quale paralizzano l’azione umana come qualsiasi altra credenza nel destino?
I difensori delle idee socialiste avrebbero dovuto capire per primi che le «necessità storiche» ed il «divenire ineluttabile» non hanno ragion d’essere se non finché gli uomini le accettano come fatti positivi e non oppongono loro alcuna resistenza. Invece cessano dall’essere necessità storiche dal momento in cui l’uomo si leva contro tali supposte necessità e tenta di dirigere in altro senso la sua vita. È vero ch’egli nelle sue aspirazioni è influenzato dall’ambiente che lo circonda, ma questa influenza è sempre legata al suo riconoscimento spirituale, e decresce man mano che il suo spirito penetra le cose e riesce a sottoporle alla propria volontà.
Considerando la guerra semplicemente come una ineluttabilità del sistema attuale, si appoggia coscientemente o incoscientemente questo sistema e i suoi difensori e si presta un servizio alla guerra e al militarismo. Un sistema sociale non è qualche cosa di assolutamente rigido, legato in tutte le forme della sua evoluzione a ferree necessità. La storia ci mostra, piuttosto, che alla lotta contro l’esistenza di un sistema determinato precede sempre una innumerevole serie di piccole e grandi lotte contro certe istituzioni di quello stesso sistema, che portano pure a modificazioni inevitabili.
Così, per esempio, l’attuale giurisprudenza si radica intimamente in tutto il sistema vigente; pure, malgrado tutto, certi metodi di tortura medioevale sono stati abbandonati, ed il ritorno ad essi produce una indignazione generale, come vedemmo a suo tempo quella contro gli inquisitori di Montjuich. Anche la guerra e li militarismo sono possibili soltanto in quanto sono accettati dalle masse come necessità ineludibili. Quando, invece, sparisca in esse la credenza in quelle supposte necessità, nessun ordine capitalista e nessun modo di produzione potranno esser capaci di forzare i popoli alla guerra.
Giustamente per questa ragione noi dovremmo conformare tutta la nostra propaganda contro la guerra, ponendo al primo piano dovunque la mostruosità e criminalità della strage umana organizzata e l’interpretazione del militarismo come la scuola dell’assassinio e dell’abbrutimento. Anzitutto bisogna creare la convinzione che la guerra potrebbe essere impedita oggi stesso e che i produttori, specialmente, tengono nelle loro mani i mezzi per riuscirvi. Quanto più riusciremo a stimolare il senso di giustizia delle masse contro l’assassinio organizzato dei popoli, tanto meglio potremo inculcare in loro il rispetto della libertà e della vita umana, e tanto più piene di promesse ci si presenteranno le lotte future.
Il fatalismo è sempre un risultato di ideologie autoritarie. E appunto perché abbiamo riconosciuto che il principio d’autorità trova la sua espressione più brutale e vergognosa nel militarismo, dobbiamo procurar sempre di minare il rispetto per l’autorità, che in realtà è il vero ostacolo che separa gli uomini dalla possibilità della loro liberazione.
A tal proposito, accenneremo anche a un metodo che può essere utile nella lotta contro la guerra e il militarismo.
Molti dei nostri si erano abituati, al tempo della guerra mondiale passata, a trascurare facilmente i sistemi e i fatti di violenza dei «vincitori», segnalando quelli dei «vinti», quando questi erano ancora un fattore della sanguinosa contesa. Tale atteggiamento poteva giustificare da solo il pensiero della rivincita nei secondi, e non corrisponde certo alle idee della libertà e del socialismo. I piani dei grandi industriali tedeschi durante la guerra mondiale non sono un salvacondotto per lo aspirazioni di Poincaré ed altri mandatari del “Comité des Forges”; l’invasione delle truppe tedesche nel Belgio, ecc. non è una giustificazione delle repressioni contro le popolazioni del Tirolo da parte dei carabinieri di Mussolini; l’esistenza in Germania del Hackenkreuzlern e dei Caschi d’acciaio non dà ragione al fascismo in Italia.
Siamo avversari di ogni sfruttamento e di ogni oppressione, tanto se realizzati da tedeschi o francesi, da inglesi o russi. Il militarismo che ha per suo rappresentante il generale Foch non è migliore del militarismo di Ludendorff e di Hindenburg. La guerra, il militarismo ed il nazionalismo sono flagelli dell’umanità, e debbono esser combattuti dovunque con la stessa energia. Lo sviluppo del militarismo in paesi come gli Stati Uniti ed il Canada, dove oggi invade tutte le scuole e le università, è la prova migliore che lo spirito militarista non è attributo speciale di alcuni popoli soltanto, ma che esso penetra in ogni luogo in cui non gli si opponga resistenza da parte del popolo medesimo.
Non si tratta qui di disposizioni nazionali speciali, bensì di una determinata tendenza dello spirito umano, che non può non produrre dovunque gli stessi terribili effetti. Combattere tale tendenza, provocare negli uomini la repulsione per le sue conseguenze, e aprire iI cammino alla libertà e alla giustizia — questa è la nostra missione in tutti i paesi. E non dobbiamo dimenticare che la nostra lotta contro la guerra e il militarismo è al tempo stesso una lotta anche contro ogni forma di sfruttamento economico e di oppressione statale.

Fasci di riflessi condizionati

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(  Dal Web )

Dwight Macdonald

Per quanto lasci perplessi, sembra che le cose stiano come scrive Hannah Arendt: «Invece sia in Russia che nella Germania nazista il terrore era aumentato in proporzione inversa all’esistenza di un’opposizione politica interna, come se questa fosse stata non il pretesto per l’impiego della violenza (come ritenevano gli accusatori liberali dei regimi), ma l’ultimo impedimento al suo infuriare».
Ovvero: i nazisti non hanno ucciso sei milioni di ebrei mentre combattevano per consolidare il proprio potere nel 1933-36, ma nel 1942-44, quando avevano da tempo distrutto ogni opposizione reale, quando gli ebrei non costituivano alcuna minaccia per loro, e quando il popolo tedesco era costretto a sostenerli in guerra per una questione di sopravvivenza nazionale. E cioè: il Terrore rosso di Lenin del 1918-20, quando l’opposizione interna era ancora forte e l’Armata Rossa stava combattendo per difendere il suolo russo da una mezza dozzina di eserciti invasori, fu minimo se paragonato al terrore che Stalin scatenò nel 1937-39 — anni dopo che i contadini venissero modellati dalla collettivizzazione forzata, gli operai dal primo Piano Quinquennale, e i vecchi bolscevichi dalle tattiche infra-partito di Stalin (i processi di Mosca furono solo la ratifica giuridica di un fatto da tempo compiuto).
In forme di società più normali o almeno familiari, persino in dittature come quella di Peron o di Mussolini, la repressione viene scatenata per sopprimere la resistenza. Nel mondo irrazionale del totalitarismo viene usata talvolta allo stesso modo (vedi l’aumento di esecuzioni dopo l’attentato a Hitler del 1944), ma in generale la repressione aumenta allorché l’opposizione si indebolisce, dato che la principale preoccupazione dei governanti non è solo quella di mantenere il proprio potere ma di portare avanti un laboratorio di sperimentazione per cambiare gli uomini in fasci di riflessi condizionati.

Il “bel” paese…

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( Dal Web )

Che paese, l’Italia. Non c’è opera che possa venire realizzata senza che si alzi qualche voce contraria; non passa giorno senza che si sappia di qualche movimento di protesta verso questo o quel progetto. Non c’è cantiere che possa iniziare senza che qualcuno contesti, o lavori che possano partire senza che nessuno si metta in mezzo ad intralciare. Ognuno ha un motivo per lamentarsi: lo scempio ambientale, il deturpamento del paesaggio, il depauperamento delle risorse, l’inquinamento della terra, dell’aria, del mare… E poi, come se non bastasse, tutti a lamentarsi – anche loro, i responsabili delle proteste – a lamentarsi, dicevamo, che il paese non cresce, il PIL neanche, la Borsa crolla, l’Unione Europea ci sanziona, lo spread sale e le tasse pure, mentre l’occupazione diminuisce…

Prendete il Salento, per esempio. Un  luogo del sud, retrogrado come tutto il sud, in cui lo Stato, d’accordo con dei galantuomini, ha deciso di portare finalmente lavoro, innovazione, sviluppo: in una parola, la civiltà! E senza neanche troppe conseguenze per i suoi abitanti, bensì mediante un piccolo, insignificante tubo d’acciaio attraverso cui dovrà passare del gas, peraltro naturale, il cui destinatario finale dovrebbe essere non solo l’italica nazione, ma parte dell’Unione Europea. E loro che fanno? Anziché essere contenti dell’opportunità riservatagli, non solo si lamentano e tentano di bloccare la realizzazione di questo tubo, ma addirittura hanno iniziato a far dispettucci a coloro che dovrebbero realizzarlo. E allora, dovremmo dire che hanno ragione a farlo? In fondo, come aveva affermato l’allora senatore PDL Giovanardi, sono “cinque persone” che vorrebbero “tornare alla civiltà agro-silvio-pastorale dove si campava 32-33 anni”.

Pensate che l’altro giorno qualcuno ha avuto la faccia tosta di lanciare due bottiglie incendiarie contro una struttura adibita a sede di TAP – Trans Adriatic Pipeline, così si chiama il consorzio di gentiluomini. Per fortuna solo una è esplosa, ed in fondo i danni sono stati irrilevanti: solo un muro un po’ annerito, ma il problema è un altro: che messaggio passa con un gesto del genere, nei confronti di tutte le ditte impegnate a portare progresso e sviluppo? Il Salento è conosciuto come terra d’accoglienza, tanto che anni fa qualcuno parlava di proporre al Nobel per la pace un prete che accoglieva gli immigrati, anch’esso peraltro fortemente contestato. Che sia l’ineffabile destino di tutti i benefattori?

Non si sa chi sia stato a compiere il vile gesto, e tutte le piste sembrano aperte. Si è parlato di atto vandalico o di criminalità organizzata, o magari è stato proprio uno di quegli arboricoli retrogradi che bene aveva individuato Giovanardi. Vandali, criminali, arboricoli… tutta gente lontana dal comprendere e saper stare correttamente al mondo, tutta gente condannata dalla maggioranza delle persone dabbene.

Dalla maggioranza, ma non proprio da tutti. Si, perché ad esempio noi non siamo riusciti a rammaricarci per quel gesto. Ci abbiamo provato, ci siamo anche sforzati.

Ma, davvero, non ci siamo riusciti…

L’invidia del penale

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( Dal Web )

P. M.

Di questo legiferare galoppante, di questa piaga giustizialista che investe l’epoca a tutta velocità, come è possibile che nessuno sia terrorizzato? Come è possibile che nessuno si preoccupi per questa smania di legge che cresce senza sosta? Ah! La Legge! La marcia implacabile delle nostre società al passo della Legge! Nessun essere vivente in questa fine di secolo è ritenuto in grado di ignorarla. Nulla di ciò che è legislativo ci deve essere estraneo. «C’è un vuoto giuridico!» — non è soltanto un grido accorato dagli schermi. Dalla pappa di tutti i dibattiti emerge solo una voce, un clamore: «Dobbiamo colmare il vuoto giuridico!». Sessanta milioni di ipnotizzati cadono in estasi tutte le sere. La natura umana contemporanea ha orrore del vuoto giuridico, vale a dire delle zone d’ombra dove rischia di infiltrarsi ancora un po’ di vita, quindi di disorganizzazione. Un giro di vite in più ogni giorno! Progetti! Commissioni! Gruppi di studio! Proposte! Decisioni! Elaborazione di decreti nei gabinetti! Bisogna colmare il vuoto giuridico! Tutto ciò che viene annoverato come associazione familiare applaude con le sue chele di granchio. Colmiamo! Colmiamo! Colmiamo ancora! Prendiamo misure! Legiferiamo!
Sante Leggi, pregate per noi! Insegnateci il salutare terrore del vuoto giuridico e l’invidia perenne del tappo! Tratteneteci, bloccateci sull’orlo del baratro dell’ignoto! Il minimo spazio che non controllate nel nome della neo-libertà giuridicamente garantita è diventato per noi un buco nero invivibile. Il nostro mondo è alla mercé di una lacuna nel Codice! I nostri pensieri più sordi, i nostri minimi gesti corrono il rischio di non essere stati previsti da qualche parte, in un paragrafo, protetti da una appendice, sorvegliati da una giurisprudenza. «Bisogna colmare il vuoto giuridico!». È il nuovo grido di battaglia del vecchio mondo ringiovanito grazie al transfert integrale dei suoi elementi nella spazzatura mediatica.
Ce ne son voluti di sforzi e di tempo, ce n’è voluta di tenacia, di abilità, di buoni sentimenti e di cause filantropiche per piantare bene in profondità, in tutte le menti, il chiodo del dispotismo legalitario. Ma adesso ci siamo, è fatta, tutti lo vogliono di loro sponte. La cronaca quotidiana è diventata, in buona parte, il romanzo autentico delle conquiste della Legge e degli entusiasmi che suscita. Nuovi capitoli della storia della Servitù volontaria si accumulano. L’orgia cavillosa non conosce più alcun limite…
Dura lex, sed lex! Ci sono serate in cui la televisione, per chi la guarda con la ripugnanza dovuta, assomiglia a una specie di fiera dei leoni. È il mercato dei regolamenti. Un lex-shop a cielo aperto. Ognuno arriva col suo progetto di decreto. Fare un qualsiasi dibattito significa scoprire un vuoto giuridico. La conclusione è presto detta. «C’è un vuoto giuridico!». Il sogno consiste ovviamente nel finire col proibire, poco alla volta e senza intoppi, tutto ciò che non è ancora del tutto morto. «Bisogna riempire il vuoto giuridico!»… A Bruxelles, sinistri sconosciuti preparano l’Europa delle normative. Tutte le repressioni vanno bene, dal divieto di fumo nei luoghi pubblici fino alla soppressione di certi piaceri definiti preistorici… Sarà definita preistorica qualsiasi occupazione che non trattiene o non riconduce il vivente, in un modo o nell’altro, al suo schermo televisivo: lo Spettacolo ha organizzato un numero sufficiente di distrazioni da poter finalmente decretare obbligatorie senza che tale decreto risulti scandaloso. Qualsiasi altro genere di divertimento è un irredentismo da cancellare, una perdita di tempo e di audimat…
«La più grande sventura degli uomini è di avere delle leggi e un governo», scriveva Chateaubriand. Non credo che si possa ancora parlare di sventura. I giochi circensi giustizialisti sono il nostro surrogato di erotismo. La nuova polizia pattuglia fra le acclamazioni, legittimando le sue ingerenze, coprendole con le parole «solidarietà», «giustizia», «redistribuzione». Tutte le propagande virtuose concorrono a ricreare un genere di cittadino ben devoto, ben abbrutito dall’ordine costituito, ben inebetito di ammirazione per la società così come viene imposta, ben deciso a non ricercare più altri godimenti che non siano quelli che gli vengono indicati.
Eccolo, l’eroe positivo del totalitarismo odierno, il modello ideale della nuova tirannia…

L’obiettore

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( Dal Web )

Roger Martin du Gard

La città era calma: di una calma tragica. Le nubi che da mezzogiorno s’andavano accavallando, formavano una scura coltre che immergeva la capitale in una specie di crepuscolo. I caffè, i negozi avevano acceso; e la luce che proiettavano attraversava di strisce livide le strade semi buie, dove la folla, privata dei mezzi di trasporto, si pigiava, inquieta e frettolosa. Gli ingressi della metropolitana traboccavano sino ai marciapiedi di gente in attesa sui gradini.
Rinunziando ad aspettare, Jacques e Jenny raggiunsero a piedi la riva destra.
Ad ogni cantonata, strilloni di giornali: le edizioni straordinarie venivano strappate di mano, scorse con avidità. Ognuno suo malgrado vi cercava ostinatamente la grande notizia: che tutto s’era aggiustato; che, rinsaviti, i governanti avevano di comune accordo trovato una soluzione pacifica; che l’assurdo incubo s’era finalmente dissipato.
All’Humanité, da che era stata decretata la mobilitazione, non si vedeva più nessuno; come, del resto, dappertutto. Ognuno, si sarebbe detto, trovava più solo il tempo di pensare ai casi propri. L’ingresso, le scale, deserti. Dall”unico usciere di servizio nel corridoio, Jacques seppe che Stefany non s’era ancora vista; e che Gallot, di turno al giornale, non riceveva nessuno, avendo da preparare il numero dell’indomani. Jacques non insistette.
«Andiamo al Progrés» disse a Jenny; ed uscì con la ragazza che, stanca morta, lo seguiva come la sua ombra.
A pianterreno, nessuno; neppure il proprietario; sola alla cassa, la moglie; aveva gli occhi rossi di pianto; non diede segno di vederli.
Salirono al mezzanino.
Un tavolo solo occupato: tutti giovani che Jacques non conosceva. Fatta sedere Jenny vicino all’ingresso, Jacques scese a prendersi una mezza bottiglia di birra: aveva sete.
«E che altro vuoi, imbecille? Aspettare che ti vengano a prendere i gendarmi? Farti mettere al muro come un cretino?». Chi parlava era un giovanotto sui venticinque, scuro di pelle, il berretto buttato sulla nuca. Il tono era aggressivo e lo sguardo, con cui andava da viso a viso, duro. «E poi vuoi che ti dica?» riprese con crescente irritazione. «Per noi, per quelli che come noi han seguito da vicino come sono andate le cose, un fatto è sicuro, che basta da solo: noi apparteniamo ad un paese che la guerra non la voleva e che non ha nulla da rimproverarsi!».
«Questo, sì, lo dicono tutti» ammise il più anziano della compagnia: un uomo sulla quarantina, che vestiva la divisa d’impiegato al metrò. «I tedeschi, questo, non lo possono dire! La pace dipendeva da loro. Dieci volte, in questi ultimi giorni, hanno avuto l’occasione di sbarrar la strada alla guerra!».
«Anche noi! avremmo potuto dire chiaro “merda” alla Russia!».
«Questo, non sarebbe servito a nulla! Vediamo bene, oggi in che sporco modo i tedeschi avevano montato il colpo! L’han voluta? Ebbene, la paghino! La Francia è attaccata: ha il dovere di difendersi! E la Francia sei tu, sono io, siamo tutti!».
Meno l’impiegato al metrò, tutti parevano consentire.
Jacques rivolse a Jenny un’occhiata piena di sconforto. Ricordava le parole di Studler, il suo sguardo che accattava comprensione: « lo ho bisogno di credere alla colpevolezza della Germania!». Già quel bisogno stava diventando generale.
Senza bere la birra che s’era versata, fece segno alla ragazza e s’alzò. Ma prima d’andarsene s’avvicinò al gruppo:
«La guerra difensiva, la guerra legittima, la guerra giusta!… Non vi accorgete dunque che è sempre la solita trappola? Anche voialtri ci cadete. Non sono tre ore che la mobilitazione è stata decretata, ed ecco a che punto di cecità siete già arrivati! Chi resisterà a questa ventata di pazzia, se voi socialisti siete tra i primi a mollare?».
Parlando, non si rivolgeva in particolare a nessuno; ma ad uno ad uno li guardava tutti; e le labbra gli tremavano. Il più giovane, un garzone di panettiere, da com’era infarinato, alzando il viso di Pierrot:
«lo la penso come Chataignier» disse, calmo. «Devo partire domani, io… Detesto la guerra; ma sono francese; il mio paese è attaccato. Mi chiamano, e io vado. Parto con la morte nell’anima, ma parto!».
E il suo vicino: «Anch’io la penso così. Il mio giorno è martedì. Sono di Bar-le-Duc… Non avrei alcun piacere che il paese dove son nato diventasse territorio tedesco».
Ascoltando, Jacques, tra sé: «Come questi, i nove decimi dei francesi! Unicamente preoccupati di assolvere il loro paese d’ogni colpa! E a questo non s’aggiungerà, in questa gioventù, una certa torbida compiacenza di sentirsi improvvisamente parte d’una comunità oltraggiata, di respirare l’aria ubriacante d’un rancore collettivo?». Nulla era mutato dal tempo in cui il cardinale Retz ardiva scrivere: « Il n’est rien de si grande conséquence dans les peuples, que de leur faire paroître, même quand l’on attaque, que l’on ne songe qu’à se défendre ».
«Pensateci bene!» riprese con voce sorda. «Se mollate domani sarà troppo tardi. Non capite che quel che accade qui, accade punto per punto anche in Germania? Le stesse esplosioni d’ira, la montatura di notizie false, di false accuse, gli stessi antagonismi… Non capite che tra noi e la Germania si sta ripetendo in grande la scena, né più né meno, cui tutti i giorni assistete per strada; dei due monelli che, con gli occhi fuori della testa, si buttano l’uno sull’altro per poi darsi a vicenda la colpa: “È stato lui a cominciare!”».
«Sia; ma allora, secondo te, che devo fare io, precettato?».
«Che devi fare? Se pensi che la violenza non può essere giustizia, che la vita umana è sacra, se pensi che di morali non ve ne possono essere due: una, in tempo di pace, che ti manda in galera se uccidi; l’altra, in tempo di guerra, che ti impone di uccidere, rifiutati di partire! Tieni fede a te stesso! All’Internazionale!».
Jenny, ch’era rimasta in disparte, vedendo che si accalorava, istintivamente lo raggiunse.
Il garzone panettiere s’era alzato e incrociando le braccia:
«Per farmi mettere al muro? No, ma di’, vieni fuori con delle belle!… Almeno, al fronte, ognuno corre il suo rischio; se non è proprio scalognato, può portar via la pelle!».
Jacques, alzando la voce:
« Ma non sentite che è da vili svestirsi della propria responsabilità per rimetterla nelle mani di chi è più forte? Voi dite: “Disapprovo, ma non ci posso far niente”. Obbedire, sottomettervi vi costa; ma tacitate con poca spesa la vostra coscienza col dirvi che la vostra sottomissione è penosa e meritoria… Non v’accorgete dunque di essere vittime d’un giochetto criminale? Vi siete scordati che i governi non ci sono per asservire i popoli e mandarli al macello; ma per servirli, proteggerli e renderli felici?».
Un moro, sui trenta, battendo il pugno sul tavolo:
«No e no! Non hai ragione… Dio sa se son mai andato d’accordo col governo. Sono socialista al pari di te. Ebbene, io son pronto a battermi per il governo, come ogni altro!».
Jacques fece per parlare, ma quello non lo lasciò:
«E questo non ha nulla da vedere con le mie convinzioni! Con i nazionalisti, con i capitalisti, con tutti i capoccioni, ci ritroveremo dopo! e regoleremo i conti, se te lo dico, puoi star certo. Ma in questo momento, non si tratta di pensarla in un modo o in un altro. Il primo conto da regolare è con i tedeschi! Sono stati quei porci lì, a volere la guerra! L’avranno! E ti dico: per quel che dipende da me, d’averla voluta s’avranno a pentire!».
A Jacques caddero le braccia. Fece spallucce e presa per il braccio Jenny si diresse alla scaletta.
«E con tutto questo, evviva la Sociale! » una voce alle loro spalle.
Procedettero per un tratto in silenzio. Sordi brontolii annunziavano imminente un temporale.
«Vede» disse Jacques. «Ho creduto, ripetuto tante volte, che le guerre non nascono da motivi sentimentali; che sono effetto unicamente di cause economiche. Ebbene, oggi, a vedere con che spontaneità la frenesia nazionalista si propaga in tutti i ceti indistintamente, arrivo quasi a chiedermi… se le guerre non sarebbero piuttosto il risultato d’un oscuro conflitto di irrefrenabili passioni, al quale il cozzo d’interesse servirebbe solo d’occasione, di pretesto…». E dopo una pausa, sempre come pensando ad alta voce: «E la peggiore derisione è la preoccupazione che essi hanno, non solo di giustificarsi, ma di proclamare ben alto che il loro consenso è ragionato e “libero”. Sì, libero! Tutti questi disgraziati, che ieri ancora lottavano accanitamente per tener lontana la guerra, oggi che vi si trovano dentro, a niente tengono quanto ad aver l’aria di agire di loro spontanea volontà!».
E dopo una pausa: «Tragico, poi, il fatto, che tanti uomini di buon fiuto, diffidenti, possono diventare da un momento all’altro creduli a tal punto, non appena si fa vibrare la corda patriottica! Forse dipende semplicemente da questo: che l’uomo medio s’identifica ingenuamente con la patria, con la nazione cui appartiene, con lo Stato… L’abitudine di dire “noi francesi…”, “noi tedeschi…”. E visto che ogni cittadino, preso a sé, desidera sinceramente la pace, gli è impossibile ammettere che lo Stato, che lo rappresenta, voglia la guerra. Dal che verrebbe di concludere: più il singolo è amante della pace, più è portato a discolpare il proprio paese; e più facile diventa convincerlo che la minaccia della guerra viene dall’esterno, che il governo non è responsabile, che lui fa parte d’una collettività iniquamente minacciata e che ha il dovere di difendersi con il difenderla…».
Goccioloni di pioggia lo interruppero. Attraversavano in quel momento place de la Bourse. «Corriamo, se no ci si infradicia…».
Fecero appena in tempo a ripararsi sotto i portici di rue des Colonnes. Il temporale, che tutto il giorno aveva pesato sulla città, scoppiava con inaudita violenza. I lampi si susseguivano senza respiro, sferzando i nervi; e il rullare incessante del tuono si ripercuoteva tra i palazzi con un fragore che ricordava i temporali in montagna.
« Andiamo a rifugiarci là» propose Jacques, indicando in fondo al portici una trattoria male illuminata e già invasa di gente.
«In attesa che passi, mangeremo un boccone».
                                                                                                                               I Thibault, Estate 1914

Che cos’è l’anarchismo?

primomaggio

Dal Web

L’anarchismo è una teoria politica, con l’obiettivo di creare l’anarchia:

“l’assenza di un padrone, di un sovrano”              

(Pierre-Joseph Proudhon – 1969, P.264) 

In altre parole, l’anarchismo è una teoria politica che cerca di creare una società di cui ogni individuo collabora liberamente con i suoi simili.

Per questo, l’anarchismo indica tutte le forme di controllo gerarchico, che sia controllo statale o capitalista, come non necessarie e dannose all’individuo e alla sua individualità:

mentre la conoscenza popolare dell’anarchismo è di un violento movimento antistatale, l’anarchismo è molto più sottile, con varie sfumature, che un semplice oppositore di potenza governativa. 

Gli anarchici oppongono l’idea che il potere e la dominazione siano necessari per una società, ed invece chiedono più cooperazione, e forme d’organizzazioni sociali politici ed economici non gerarchici”. 

(Susan Brown – 1993, p.106)

Ma l’anarchismo e l’anarchia sono indubbiamente le idee peggio rappresentate tra le numerose teorie politiche.

Generalmente, le parole sono usate per significare “caos” o “disordine”, e cosi per implicazione, gli anarchici desiderano disordine sociale con un ritorno alla “legge della giungla”.

Il processo di travisamento non è senza paralleli storici.

Per esempio, in nazioni dove esistono governi di una persona (monarchia), le parole “repubblica” o “democrazia” sono state usate precisamente come “anarchia” per indicare disordine e confusione.

Quelli che desiderano mantenere lo stato attuale, ovviamente useranno quest’opposizione, ad una nuova proposta di società, indicando come questa porterà solo caos:

“siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l’anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d’ordine.”    

(Errico Malatesta – 1974, p.12)

Bisognerebbe cambiare questa “idea comune” dell’anarchia, allorché la gente possa vedere che un governo ed altre strutture gerarchiche non sono necessari, e che l’anarchia non significa “caos”.

La mia speranza per questo scritto è dimostrare logicamente quanto sono ridicole le frasi buttate al vento sull’anarchia.

Non sto cercando di “creare” anarchici con questo scritto, ma voglio soltanto aprire qualche porta a chi non conosce ed a chi parla di sproposito:

“cambia opinione, convinci il pubblico che il governo, non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà dentro completa solidarietà.”              

   (Errico Malatesta – 1974, p.12-13)

Questa prima domanda fa parte del processo di cambiamento, delle idee comuni, che riguardano l’anarchismo ed il significato dell’anarchia.

 

 

 

 

Che  cosa  significa “Anarchia”?

 

La parola “anarchia” viene dal greco. An significa “non”, “assenza di” o “mancanza di”, più archos che significa “un regnante”, “direttore”, “capo”, “persona al comando” o “autorità”.

“anarchia viene dalle parole greche significando

contrari all’autorità”.

(Petr Kropotkin – 1970, p.284)

Mentre le parole greche, Anarchos ed anarchia sono spesso prese come “non avere nessun governo” o “essere senza governo”, come possiamo vedere, il significato originale dell’anarchismo non era semplicemente “non governo”.

“An-archia” significa “senza regnante” o più generalmente “senza autorità”, ed è in questo senso che gli anarchici hanno sempre usato la parola. Per esempio, Kropotkin sosteneva che l’anarchismo:

“non solo attacca il capitale, ma anche le maggiori fonti della potenza capitalistica: legge, autorità e stato”.

(Petr Kropotkin-1970, p.150)

L’anarchia significa,

“non necessariamente assenza d’ordine, com’è

generalmente presunto, ma assenza di governo”.

(Benjamin Tucker – 1969, p.13)

Dunque, l’eccellente sommario di David Weick:

“l’anarchismo può essere capito come un’idea generica sociale e politica, che esprime negazione per ogni potere, sovranità, dominazione e divisione gerarchica, e una volontà di dissoluzione…l’anarchismo è quindi più che contro lo stato…anche se lo stato…è giustamente, il fulcro centrale della critica anarchica.”

(David Weick – 1978, p.139)

Per questo motivo, piuttosto che essere solamente contro lo stato o governo, l’anarchismo è prima di tutto un movimento contro la gerarchia.

Perché? Perché la gerarchia è la struttura organizzativa che incarna l’autorità. Siccome lo stato è la forma più “alta” di gerarchia, gli anarchici sono, per definizione, contro lo stato, ma questo non è una spiegazione sufficiente dell’anarchismo.

Significa che l’anarchismo si oppone a tutte le forme d’organizzazione gerarchica, non soltanto allo stato:

“il termine anarchia viene dal greco, ed essenzialmente significa, “nessun padrone”.

Gli anarchici sono persone che rifiutano tutte le forme di governo o d’autorità coercitiva, tutte le forme di gerarchia e dominazione.

Sono dunque contrari a quello che l’anarchico messicano, Flores Magon, chiamò “l’oscura trinità”-lo stato, il capitale e la chiesa.

Gli anarchici sono dunque oppositori del capitalismo e dello stato, oltre che di tutte le forme d’autorità religiosa.

Ma gli anarchici desiderano anche stabilire o fare sì che avvenga, con vari metodi, una condizione d’anarchia, che è, un decentramento della società senza istituzioni coercitive, una società organizzata tramite una federazione d’associazioni volontarie.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p.38)

Il riferimento alla “gerarchia” in quest’ambiente è uno sviluppo abbastanza recente.

Gli anarchici “classici” come Proudhon, Bakunin e Kropotkin usavano la parola raramente (preferivano usare la parola “autorità”).

In ogni caso, è chiaro dai loro scritti che la loro è una filosofia contro la gerarchia, contro ogni disuguaglianza di potere o privilegio tra individui. Bakunin parlò di questo quando attaccò “l’autorità ufficiale”, ma difese “l’influenza naturale”. Poi disse,

“vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere.”

(Michail Bakunin – 1953, p272)

Quest’opposizione alla gerarchia non si può limitare allo stato o al governo. Include tutte le relazioni autoritarie, economiche e sociali, oltre a quelle politiche, particolarmente quelle associate alla proprietà capitalista ed al lavoro stipendiato.

Questo si può vedere dall’argomentazione di Proudhon:

“il capitale nel capo politico è analogo al governo. L’idea economico del capitalismo e la politica del governo o dell’autorità sono identici e collegate in vari modi. Quello che il capitale fa al lavoro, lo stato fa alla libertà.”

(citato da Max Nettlau – 1996 p.43-44)

Cosi troviamo Emma Goldman opporsi al capitalismo, perché questo sistema obbliga la gente a vendere il proprio lavoro e cosi assicurava che:

“l’inclinazione e giudizio del lavoratore sono

subordinate al volere del padrone.”

(Emma Goldman – 1979, p.36)

Quarant’anni prima, Bakunin evidenziò il solito punto quando affermava che con il sistema attuale:

“il lavoratore vende se stesso e la sua libertà per un tempo definito al capitalista in cambio di uno stipendio.”

(Michail Bakunin – 1953, p.187)

Dunque, “anarchia” significa più che solo “assenza di governo”.

Significa opposizione a tutte le forme d’organizzazione autoritarie e gerarchiche. Come disse Kropotkin:

“l’origine del principio anarchico della società, sta nella critica delle organizzazioni gerarchiche e della concezione autoritaria della società, e nelle analisi delle tendenze annotate nei movimenti progressivi dell’umanità.”

(Petr Kropotkin – 1970, p158)

Dunque, il tentativo di affermare che l’anarchia è puramente contro lo stato, è una sbagliata rappresentazione della parola:

“quando si esamina gli scritti degli anarchici, oltre al carattere del movimento anarchico, è evidente che non hanno mai avuto una visione limitati ad essere solo contro lo stato.

Hanno sempre contrastato tutte le forme d’autorità e sfruttamento, e sono critici del capitalismo e della religione tanto quanto allo stato.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p40)

Solo per citare l’ovvio, l’anarchia non vuol dire caos, e nemmeno vuol affermare che gli anarchici vogliono creare caos e disordine.

Invece, desiderano una società basta sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria.

In altre parole, una società “dal basso in alto”, e non imposta “dall’alto in basso” dalle autorità.

 

 

 

Che cosa significa “anarchismo”?

 

Citando Petr Kropotkin, l’anarchismo è:

“il sistema non-governativo del socialismo.”

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

In altre parole:

“l’abolizione dello sfruttamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, vale a dire l’abolizione della proprietà privata e dello stato.” 

(Malatesta citato da M.Graham -1974, p.75)

L’anarchismo, dunque, è una teoria politica con l’obiettivo di creare una società con l’assenza di gerarchie politiche, economiche e sociali.

Ritengo che l’anarchia sia una forma vitale di sistema sociale e bisogna lavorare per incrementare la libertà individuale e l’uguaglianza sociale.

Vedo l’obiettivo della libertà ed uguaglianza come fattori di sostegno reciproco.

Oppure come disse la famosa massima di Bakunin:

“siamo convinti che la libertà senza il socialismo sia privilegio ed ingiustizia, che socialismo senza la libertà sia schiavitù e brutalità.”       

(Michail Bakunin – 1953, p269)

La storia dell’umanità dimostra un principio.

La libertà senza uguaglianza è soltanto libertà per i potenti, ed uguaglianza senza libertà è impossibile, una giustificazione per la schiavitù.

Mentre ci sono molti tipi d’anarchismo, ci sono sempre state due posizioni comuni, opposizione allo stato ed opposizione al capitalismo. Nelle parole dell’anarchico individualista, Benjamin Tucker, l’anarchismo insiste per:

“l’abolizione dello stato e l’abolizione dell’usura; nessun governo dell’uomo sull’uomo e nessun sfruttamento dell’uomo sull’uomo.”    

 (Citato da Eunice Schuster – 1970, p.140)

Gli anarchici vedono profitti, interessi ed affitto come usura e sfruttamento, e cosi si oppongono alle condizioni che li creano, tanto quanto allo stato.

Generalmente, nelle parole di Susan Brown, l’anello unificantetra le forme d’anarchismo:

“è la condanna universale della gerarchia e della dominazione, e la volontà di lottare per la libertà individuale.”                      

(Susan Brown – 1993, p.108)

Una persona non può essere libera, se è soggetta allo stato o all’autorità capitalista.

La teoria dell’anarchismo sostiene la creazione dell’anarchia, una società basata sulla massima “nessun dominatore.”  

Per ottenere questo:

in comune con tutti i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà privata della terra, del capitale e dei macchinari è sorpassata; che è condannata a sparire: e che tutti i requisiti di produzione devono diventare proprietà comune della società, gestita in comune dai produttori del benessere. 

E sostengono che l’ideale di un’organizzazione politica della società, è una condizione dove le funzioni del governo sono ridotte al minimo, e che l’obiettivo definitivo della società è la riduzione delle funzioni del governo al nulla, in pratica, alla società senza governo; all’anarchia.

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

Cosi, l’anarchismo è negativo e positivo. Analizza e critica la società attuale, mentre al solito momento offre una visione della nuova società potenziale, una società che rende al massimo certi bisogni umani, che il sistema attuale non offre.

Questi bisogni, molto semplici, sono la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

L’anarchismo unisce l’analisi critica con la speranza, perché, come indicò Bakunin, lo stimolo di distruzione è uno stimolo creativo.”  

Uno non può costruire una società migliore senza capire cos’è sbagliato in quella presente.

 

 

 

 

Da  dove  deriva l’anarchismo? 

 

Non posso fare meglio che citare “The Organisational Platform of the Libertarian Communists” prodotto dai partecipanti del movimento makhonovista durante la rivoluzione russa:

“la lotta di classe, creata dalla schiavitù dei lavoratori e le loro aspirazioni di libertà partorì, durante l’oppressione, le idee dell’anarchismo: l’idea della negazione totale del sistema sociale basato sui principi di classe e dello stato, e rimpiazzarli con una società libera non-statale di lavoratori autogestiti. 

Cosi, l’anarchismo non deriva da riflessioni astratti di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dai bisogni e necessità dei lavoratori, dalle aspirazioni di libertà ed

uguaglianza, aspirazioni che diventarono particolarmente vive nel miglior momento della vita e lotto delle masse lavoratrici. 

I grandi pensatori anarchici, Bakunin, Kropotkin ed altri, non inventarono l’idea dell’anarchismo, ma, avendolo scoperto nelle masse, semplicemente aiutarono, con la forza dei loro pensieri e sapienza, per specificarla e divulgarla.”                                 

(Nestor Makhno – 1989, p.15-16)

Come il movimento anarchico in generale, i makhnovisti erano un movimento di massa della classe operaia, che resisteva alle forze dell’autorità, vale a dire, quelle rosse comuniste e quelle bianche zariste/capitaliste nell’Ucraina dal 1917 al 1921.

Come annotò Peter Marshall:

“l’anarchismo trovò tradizionalmente i suoi sostenitori principali tra lavoratori e contadini.”

(Peter Marshall – 1993, p.652)

L’anarchismo fu creato dalla lotta degli operai per la libertà (certi “anarchici” dovrebbero ricordarsi da dove deriva!!).

Deriva dalla lotta liberatrice e dai desideri di vivere una completa vita umana.

Non fu creato da poche persone distanti dalla vita comune, in qualche torre d’avorio, che vedeva la società in un modo staccato e distante, per poi decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato.

In altre parole, l’anarchismo è l’espressione della lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, un’analisi delle esperienze della gente, di cosa non funziona nel sistema attuale, e un’espressione di come potrebbe essere un prossimo avvenire migliore.

Il socialismo di stato, il comunismo autoritario ed il liberalismo parlano di un’umanità astratta, che nulla ha a che fare con gli individui reali e concreti.

Credendo di aver compreso per via filosofica la natura dell’uomo, si ritengono poi di conseguenza legittimate a prescrivere un codice morale, un’etica di comportamento che implica doveri e diritti per tutti gli uomini.

 

 

Che cosa rappresental’anarchismo?  

 

Le parole di Percy Bysshe Shelley danno un’idea di cosa l’anarchismo rappresenta in pratica e quali ideali lo spingono:

 

L’uomo

D’anima virtuosa non comanda, né obbedisce:

Potere, come una pestilenza desolante,

Inquina tutto ciò che tocca, e l’obbedienza,

 Rovina d’ogni genio, virtù, libertà, verità,

Rende schiavo gli uomini, e della struttura umana

Un automa meccanizzato

 

Come suggerisce Shelley, una priorità alta va concessa alla libertà, per se stessi e per gli altri.

Io considero l’individualità l’aspetto più importante dell’umanità.

Riconosco però, che l’individualità non può esistere in un vuoto, ma è un fenomeno sociale.

Fuori della società, l’individualità è impossibile, in quanto, lo sviluppo e la crescita avvengono attraverso il confronto.

Inoltre, tra lo sviluppo individuale e quello sociale, c’è un effetto reciproco: le individualità crescono interiormente e sono formate dall’ambiente della società, e contemporaneamente, l’individuo aiuta a formare e a cambiare aspetti della società tramite azioni e pensieri.

Una società non basata su individui liberi, su i loro sogni, le loro speranze e le loro idee, sarà vuota e morta:

la crescita di un essere umano è un processo collettivo, un processo nella quale partecipano sia la comunità sia l’individuo.”     

(Murray Bookchin – 1986, p.79)

Di conseguenza, qualunque teoria politica basata solamente sulla scienza o puramente sull’individuo, è una falsità.

Per lo sviluppo dell’individuo al massimo delle sue potenzialità, è essenziale creare una società basata su tre principi: libertà, uguaglianza e solidarietà, che sono dipendenti l’uno dall’altro.

La libertà è essenziale per la massima espansione possibile dell’intelligenza, creatività e dignità dell’uomo.

Essere dominato da un altro, vuol dire essere privato della possibilità di pensare ed agire per se stesso, che è l’unica strada che conduce alla crescita e sviluppo dell’individualità.

La dominazione blocca anche l’innovazione e responsabilità personale, creando il conformismo e la mediocrità.

La società deve necessariamente essere basata sull’associazione volontaria, e non sulla coercizione o l’autorità, per elevare la crescita dell’individualismo al massimo livello.

Citando Proudhon, tutti associati e tutti liberi.”

Oppure, come disse Luigi Galleani, l’anarchismo è:

 “l’autonomia dell’individuo dentro la libertà

d’associazione.”

  (Luigi Galleani – 1982, p.35)

Se la libertà è essenziale per uno sviluppo maggiore dell’individualità, allora, è fondamentale l’uguaglianza per l’esistenza di libertà genuina.

Non ci può essere libertà vera in una società gerarchica, dove esistono diversi tipi di classe, e pieno di divergenze di potere, ricchezza e privilegio.

In una tale società, soltanto pochi, alti nella scala gerarchica, sono relativamente liberi, mentre gli altri no.

Senza l’uguaglianza, la libertà è solo una derisione, dove al limite siamo “liberi” di scegliere il nostro padrone.

Anche l’èlite, in queste condizioni, non è veramente libera, perché deve vivere in una società resa brutta e sterile dalla tirannia e dall’alienazione della maggioranza.

Siccome l’individuo si sviluppa al suo massimo soltanto con il più ampio contatto con altri individui liberi, i membri dell’èlite sono ristretti nelle loro possibilità di sviluppo, data la scarsità di liberi individui con la quale possono interagire.

Per ultimo, la solidarietà significa mutuo appoggio: lavorare volontariamente ed in collaborazione con altri che condividono gli stessi obiettivi ed interessi.

Ma senza la libertà e l’uguaglianza, la società diventa una piramide di classe in competizione.

In una società tale, come per altro la nostra, esiste il “dominare o essere dominato” e “ognuno per se”. Cosi, “l’individualismo brutale” è promosso alle spese del “sentimento della comunità”.

In queste condizioni, non può esistere solidarietà sociale, ma soltanto una forma di solidarietà tra classi con interessi opposti, o forme di carità, indebolendo la società stessa.

La solidarietà non vuol dire sacrifici personali o auto-negazione, perché le ricchezze vere sono i nostri simili ed il nostro pianeta.

L’individualità e le idee crescono e si sviluppano dentro la società, rispondendo ad interazioni materiali ed intellettuali, ed esperienze analizzate ed interpretate dall’uomo.

L’anarchismo, dunque, è una teoria materialista, che si sviluppa e cresce fra interazioni sociali ed attività mentali individuali.

L’anarchismo è un’aspirazione, la cui urgenza è storica e politica, ma non scientifica.

Come tale, assume una valenza universale che va oltre ogni contingenza storica, e perciò nessuna teoria scientifica può influenzarla.

Questo significa che una società anarchica sarebbe una creazione d’esseri umani, non qualche principio divino oppure qualche condizione dell’evoluzione:

“nulla si sistema da solo, tantomeno le relazioni umane.

Sono gli uomini che organizzano, e lo fanno secondo le loro attitudini e conoscenza delle cose.”

(Alexander Berkman – 1977, p.42) 

L’anarchismo si basa sul potere delle idee e l’abilità degli uomini di agire e trasformare le loro esistenze, basandosi su ciò che loro considerano giusto per un miglioramento.

In altre parole, libertà, uguaglianza e solidarietà.

Un’illusione: il dominio senza nessuno

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( Articolo Condiviso )

Cosa significa dire qualcosa? Cosa significa esprimere le proprie idee? Quali sono le conseguenze, per noi stessi, per il nostro agire?
Facciamo un esempio: su un palco una donna politica di destra si pronuncia a favore dell’ordine di fare fuoco alle frontiere esterne. Indignazione, furia, scandalo. Ovviamente si vuole fermare il flusso di rifugiati, ma non certo così. Un’altra politica, avvantaggiata dal prestigio di ricoprire una più alta carica, famosa per le sue decisioni prosaiche e da esperta, firma un trattato che mira all’internamento, all’espulsione e alla ripartizione di migliaia di migranti. Qualche tempo dopo si viene a sapere che alcuni militari hanno sparato su persone che tentavano di passare la frontiera del paese con cui è stato concluso questo trattato. Una notizia a margine — che è anche la conseguenza diretta di una decisione politica. Una politica che pone il fatto di sparare in legame diretto con la sua politica è una provocazione; ma per quell’angelica innocente sparare non è che un danno collaterale mortale appena percepibile.
Quando un politico prende delle decisioni, queste vengono applicate — da altri. Quando un soldato spara, lo fa su ordine di qualcuno. Tuttavia responsabile della pallottola, della morte, è chi preme il grilletto. Una cosa è ciò che si dice e un’altra è ciò che si fa, ecco cosa ci viene ripetuto. Una linea di condivisione è tracciata fra l’atto e i pensieri che l’hanno preceduto. Nell’ambito delle opinioni è possibile sostenere qualsiasi punto di vista, è consentito dare il proprio parere. Sì, grazie alla possibilità offerta a tutti di esprimersi, ovvero confrontarsi — o fare una tavola rotonda — con posizioni «estreme», la politica mostra il funzionamento della democrazia. Le parole sono astrazioni e vengono tollerate in quanto tali. Ma quando implicano la possibilità dell’azione diretta, non sono più opinioni, allora diventano idee e portano in sé lo slancio verso la loro realizzazione. Chiunque agisca direttamente e metta in atto le proprie idee senza aver bisogno dell’accordo né del permesso, commette un crimine contro la democrazia. Contro la politica della maggioranza desiderosa di negoziare, di intrigare, di trovare compromessi. Contro la politica della separazione e della gerarchia, in cui solo gli specialisti e chi riceve ordini sono autorizzati ad agire. Un crimine contro la legge che permette solo di parlare di idee, non di metterle in pratica.
Coloro che non hanno legge si assumono la responsabilità delle proprie idee e le mettono in atto con dei complici e con i mezzi necessari. Superano la separazione fra la politica e la realtà perché possono parlare e discutere senza dover trovare parole erudite, senza dover convincere la maggioranza con norme da esperti o con petizioni. Per passare all’azione non hanno bisogno di eserciti docili, di lacchè e servitori, no, li disprezzano tanto quanto la loro sottomissione di gregge che affida costantemente l’onere di pensare ad altri. Essi mettono assieme le parole e l’azione. Non solo nel proprio pensiero e nel proprio agire, ma anche nella ricerca e nel fatto di collegare elementi e responsabilità che a prima vista non li riguardano.
Noi non abbiamo solo la responsabilità di ciò che pensiamo, facciamo e ordiniamo, ma anche di ciò che omettiamo, ciò che non facciamo e ciò che taciamo. Il giornalista per cui il salvataggio di un relitto con centinaia di cadaveri di migranti non merita che un trafiletto assume una posizione chiara, una posizione che ha come conseguenza il rifiuto di voler agire. L’esperto che afferma che il numero di rifugiati è diminuito sa che le statistiche non tengono conto di quanti migranti dell’Africa nera sono rinchiusi e perseguitati senza motivo nell’Africa del nord. Ciò denota un calcolo politico di cui si rende responsabile. Quanto ai cittadini degli Stati Uniti che nel corso degli ultimi anni sono venuti a sapere per 2640 volte dell’omicidio di neri da parte della polizia senza la minima reazione, essi sono responsabili anche del fatto che l’omicidio del 2641° nero appaia come del tutto normale e abituale. Una normalità che ci dà l’illusione di non avere la responsabilità di agire, che ci abitua ad essere degli incapaci, buoni solo a ricevere ogni giorno su un piatto d’argento il loro boccone di realtà ben premasticato con l’elenco di ciò che bisogna fare e il relativo conto.
Possiamo spezzare l’illusione secondo cui il dominio sarebbe mantenuto dal semplice corso delle cose, da un qualche Dio o dalle quotazioni in borsa, ovvero un dominio impersonale, assumendoci la responsabilità di sabotare permanentemente gli affari dei responsabili del suo funzionamento. Sia che la loro responsabilità consista nel dare l’ordine di sparare, nel giustificarlo, nel non parlarne, nel dissimularlo, o nel ricavarne profitto con la produzione o l’elaborazione di armi. Per non parlare della responsabilità di chi fa la guerra come l’esercito tedesco che, con la sua propaganda, tenta di soffocare ogni legame fra la realtà e le parole che la descrivono, spiegando per esempio sui loro manifesti pubblicitari in color mimetica di battersi per la libertà e contro dei folli in guerra. La responsabilità risiede nel fatto di mostrare, con la forza distruttrice delle parole e delle azioni, che la libertà può esistere solo qualora si tratti da nemico chi fa la guerra, sia essa di Dio o dello Stato. E nell’immediato, come risultato persistente di intense relazioni, la libertà può esistere solo laddove nessuno attende che altri si incarichino al proprio posto di mettere i suoi pensieri in atto per attaccare senza tregua chi fa la guerra, nel nome di Dio o dello Stato.