Sfide geologiche e geotecniche nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina
Il Ponte sullo Stretto di Messina impone un’analisi integrata di geologia e geotecnica, dalla microzonazione sismica alla dinamica costiera. L’articolo illustra differenze litologiche tra i due versanti, rischi di liquefazione e instabilità subacquee, e motiva scelte fondazionali e controlli in esercizio.
Lo Stretto di Messina è uno dei contesti geologici e geotecnici più complessi del Mediterraneo, caratterizzato da intensa sismicità, faglie attive e dinamiche tettoniche in atto. Il progetto del ponte richiede un’analisi dettagliata dei terreni e dei fondali, che presentano forti differenze tra il versante calabrese, dominato da rocce metamorfiche compatte, e quello siciliano, interessato da depositi sabbiosi e limosi meno stabili.
Gli studi di microzonazione hanno evidenziato fenomeni di amplificazione locale, rischio di liquefazione e instabilità dei terreni costieri. Particolare attenzione è rivolta alle frane sottomarine indotte dai terremoti, che rappresentano un potenziale fattore di criticità anche a scala regionale. Le condizioni idrodinamiche, con correnti elevate e batimetrie complesse, incidono ulteriormente sulla stabilità delle fondazioni.
La progettazione deve quindi basarsi su indagini geotecniche ad alta risoluzione, modellazioni numeriche avanzate e sistemi di monitoraggio permanente. Permane l’assenza di un’analisi mesostrutturale mirata sull’opera del Ponte, così come di un’indagine sistematica delle faglie di Scilla e di Palmi. Solo un approccio multidisciplinare, fondato sull’integrazione tra geologia, geotecnica, sismologia e ingegneria strutturale, può costituire la condizione necessaria per garantire la progettazione e la realizzazione di un’infrastruttura sicura e resiliente, in un contesto naturale contraddistinto da marcata complessità dinamica e intrinseca instabilità.

Figura 1 – Posizionamento pilone del ponte lato Calabria. Lato monte del pilone si vede il tunnel artificiale della variante ferroviaria di Cannitello completato nel 2012. (Foto Società Stretto di Messina.)
1. Inquadramento geografico e geodinamico
Lo Stretto di Messina rappresenta una delle aree geologicamente più complesse e dinamiche del Mediterraneo. Si colloca al confine tra la placca africana e la placca euroasiatica, all’interno della zona di convergenza caratterizzata da intense deformazioni tettoniche.
La presenza di un braccio di mare stretto e profondo tra la Calabria e la Sicilia è l’espressione di una incipiente separazione che avviene lungo un sistema di faglie collegato all’Arco Calabro, una regione geologicamente molto dinamica.
Lo Stretto di Messina è un’area cruciale dove diversi sistemi di faglie profonde convergono e interferiscono provocando terremoti, Grandi Frane sottomarine e Deformazioni Gravitative Profonde di Versante e vulcanesimo. È una zona di svincolo, una sorta di perno che assorbe i movimenti di diverse strutture geologiche, tra le più attive e pericolose di tutto il Mar Mediterraneo. Il contesto geodinamico è dominato da:
- Movimenti sismotettonici attivi, con faglie dirette e trascorrenti che attraversano lo Stretto;
- Sollevamenti e subsidenze differenziali che testimoniano la persistente attività neotettonica;
- Elevata sismicità storica, con eventi catastrofici come il terremoto del 28 dicembre 1908 (M 7.1), tra i più devastanti in Europa, senza dimenticare il terremoto del 1783 “delle Calabrie” (magnitudo stimata M>7).
L’Etna, il più grande e attivo vulcano europeo, si è formato proprio su una di queste strutture.
Questi aspetti rendono lo Stretto un’area di straordinaria complessità dal punto di vista ingegneristico e geotecnico.

Figura 2 – Rappresentazione schematica della Piana di Gioia Tauro tra il pilastro tettonico (horst) Palmi – S. Elia e il Massiccio dell’Aspromonte, con le faglie normali che tendono a ruotare verso il Mare Tirreno, prodotte dalle spinte (ai piedi dell’Aspromonte) e dalla forza di gravità (nella Piana e al bordo del pilastro tettonico di Palmi) (GUERRICCHIO A., BIAMONTE V., MASTROMATTEI R., PONTE M., 2008)
Nonostante l’area dello stretto sia stata negli anni molto studiata da un punto di vista geologico-geotecnico, servono ancora approfonditi studi e un’analisi mesostrutturale specifica per il progetto Ponte. I pochi dati disponibili, non basandosi su dati ad hoc sufficienti e dettagliati, non sono adeguati soprattutto in relazione alle faglie sottomarine ovvero, al rischio sismico associato a un’opera di tale complessità. Mi riferisco in particolare alla faglia di Scilla (vedi figura 4) che meriterebbe una trattazione approfondita e specifica mettendo in relazione la faglia stessa con le strutture del Ponte (soprattutto del pilone e del blocco di ancoraggio lato Calabria) interpretando, con modelli matematici avanzati, l’interazione della faglia stessa con le strutture in caso di rimobilitazione.
Un’analisi mesostrutturale consentirebbe di studiare anche elementi come faglie di piccola e media dimensione (mesofaglie), pieghe, foliazioni e lineazioni che si trovano su una scala intermedia, visibile a occhio nudo o con “l’aiuto di una lente”, e che forniscono informazioni sulla deformazione della roccia. Infatti, ciò è fondamentale per capire i processi di deformazione delle rocce e la storia tettonica anche regionale. Analizzando questi elementi, si possono interpretare:
- La direzione e il tipo di sforzi che hanno agito sulla roccia;
- Le relazioni tra le diverse unità rocciose e le loro interazioni durante la deformazione.
2. Caratterizzazione geologica lato Calabria
Il versante calabrese è costituito principalmente da:
- Unità cristallino-metamorfiche appartenenti all’arco calabro-peloritano, con gneiss, scisti, filladi e graniti;
- Strutture tettoniche attive, come la faglia di Scilla-Palmi e il sistema di faglie Messina–Taormina, che delimitano blocchi crostali con cinematica complessa;
- Versanti acclivi e instabili, soggetti a frane superficiali e profonde, colamenti detritici e fenomeni erosivi intensi, soprattutto in occasione di eventi meteorici estremi.

Figura 3 – Sezione geologica del versante calabrese dello Stretto di Messina, desunto dagli studi della Società Stretto di Messina SpA, che riporta la sola presenza di faglie dirette (linee spesse). Lungo le tratteggiate alcune rotture gravitative, ricostruite attraverso rilevamenti sul terreno e dall’esame di fotografie aeree stereoscopiche. (Guerricchio A., Ponte M. (2006))
Dal punto di vista geotecnico:
- Le rocce metamorfiche offrono una buona portanza per le fondazioni profonde, ma presentano discontinuità e anisotropie che richiedono indagini approfondite;
- Le zone alterate o fratturate hanno parametri meccanici sensibilmente ridotti, con rischio di cedimenti differenziali.
3. Caratterizzazione geologica lato Sicilia
Il versante siciliano si distingue per:
- Unità metamorfiche dei Monti Peloritani, con litologie simili a quelle calabresi (gneiss, micascisti, quarziti, anfiboliti);
- Depositi quaternari costieri, costituiti da sabbie, ghiaie e limi in corrispondenza della piana di Ganzirri e della zona portuale di Messina;
- Importanti faglie attive, tra cui la faglia di Messina–Giardini, che ha giocato un ruolo primario nel sisma del 1908.
Dal punto di vista geotecnico:
- Le rocce peloritane forniscono buone condizioni di resistenza, ma la fratturazione ne riduce localmente la qualità;
- I sedimenti alluvionali e costieri mostrano caratteristiche meccaniche variabili, con tratti di bassa compattezza e problemi di stabilità sismica (rischio di liquefazione in zone sabbiose sature).

Figura 4 – Profilo sub-fondale attraverso il versante meridionale della Valle di Scilla, che mostra la posizione dedotta del filone offshore della faglia di Scilla nel segmento occidentale. Nm = miglio nautico (1 nm = 1,853 km) (da Selli et al., 1978)
4. Aspetti geotecnici dello Stretto
La progettazione delle fondazioni del ponte richiede un’analisi dettagliata delle condizioni sottomarine e costiere. Tra i principali aspetti critici:
- Batimetria variabile, con profondità che raggiungono i 1200 m in prossimità del canale centrale, ma valori più modesti (fino a 100–150 m) nelle aree costiere dove verrebbero impostate le torri principali;
- Correnti marine intense, fino a 3 m/s, che influenzano la stabilità dei fondali e la dinamica dei sedimenti;
- Depositi marini quaternari di granulometria variabile, spesso sciolti e poco consolidati.
Le fondazioni devono tenere conto di:
- Profondità elevate di impianto, con necessità di pali trivellati o plinti su roccia sana;
- Risposta sismica locale, con possibilità di amplificazioni significative delle onde sismiche a causa dei depositi sciolti;
- Stabilità dei versanti sottomarini, soggetti a frane e scivolamenti sottomarini indotti sia da eventi sismici sia da dinamiche idrodinamiche.
5. Problematiche principali
Gli aspetti geologici e geotecnici pongono una serie di criticità da affrontare nella progettazione:
- Elevata sismicità: progettazione antisismica con criteri di resistenza e duttilità eccezionali;
- Instabilità dei versanti: monitoraggio e opere di consolidamento per prevenire frane;
- Caratteristiche eterogenee dei terreni: necessità di indagini geotecniche di dettaglio e modellazione 3D del sottosuolo;
- Interazione struttura–fondazione in condizioni dinamiche: analisi numeriche avanzate di risposta sismica e idrodinamica;
- Erosione e dinamica costiera: rischio di scalzamento delle fondazioni dovuto a correnti e vortici di marea.

Figura 5 – Foto del tratto di costa dove dovrà sorgere il pilone del ponte lato Calabria. (Foto Google Earth 2025)
L’aspetto evidenziato al punto 2, relativo all’instabilità dei versanti, richiede indagini di maggiore dettaglio e un sistema di monitoraggio continuo, in considerazione delle opere di elevata massa volumica e rilevanza che interesseranno principalmente il versante calabrese ma anche quello siciliano.
L’interazione tra tali interventi infrastrutturali e le condizioni geologico-strutturali locali potrebbe costituire un fattore di innesco per Movimenti Deformativi Gravitativi di Versante (DGV) e, in scenari più critici, determinare l’attivazione di processi di Deformazioni Gravitative Profonde di Versante (DGPV), come illustrato nelle Figure 3 e 7 per il versante calabrese.
Sarà necessario individuare con la massima precisione le superfici di scorrimento che, in profondità, delimitano i movimenti di massa (cfr. figura 3), al fine di garantire che le opere di fondazione delle principali strutture del ponte (blocchi di ancoraggio, piloni, pile dei viadotti di accesso, ecc.) siano progettate per bypassare tali discontinuità.
In questo modo si eviterà che le fondazioni risultino impostate su corpi o versanti caratterizzati da cinematismi gravitativi attivi, la cui evoluzione potrebbe essere accelerata, oltre che dalla grande massa volumica delle opere che vi insisteranno sopra, anche da futuri eventi sismici (Chiarelli, M. 2025).
Alla luce delle considerazioni esposte, la progettazione definitiva dell’opera di attraversamento non può prescindere dall’esecuzione di specifiche analisi di stabilità, integrate da un programma di monitoraggio strumentale finalizzato all’individuazione precoce di eventuali fenomeni deformativi.
La petizione popolare che chiede all’Italia di scegliere il welfare invece del riarmo
“Non armi ma pane”
Un miliardo per missili è un miliardo sottratto a scuola, sanità e trasporti. Il Coordinamento nazionale No Riarmo lancia una petizione basata sull’articolo 50 della Costituzione per invertire la rotta.
16 maggio 2026
Redazione PeaceLink

La petizione “Non armi ma pane” pone davanti a una scelta che è sia etica che matematica.
Ogni miliardo investito in missili o in piani di riarmo è un miliardo sottratto al futuro: alla scuola, alla salute, alla possibilità di avere un Paese giusto, moderno e coeso.
Il lancio della petizione è avvenuto nella seconda settimana di maggio e vede già le prime centinaia di firme dei promotori e sostenitori legati al Coordinamento nazionale NoRiarmo.
Nel cuore della nostra democrazia esiste uno strumento che trasforma la voce dei singoli in un atto istituzionale: la petizione popolare.
Disciplinata dall’Articolo 50 della Costituzione, essa rappresenta l’esercizio concreto della sovranità popolare.

La petizione “Non armi ma pane”, promossa da reti come il Comitato Articolo 11 e il Coordinamento nazionale NoRiarmo, nasce per chiedere un cambio di rotta sulla politica estera e di bilancio.
L’obiettivo è spingere il Parlamento a scegliere tra l’investimento in strumenti di distruzione e il sostegno al benessere sociale. Partecipare significa passare dal ruolo di “suddito” passivo a quello di cittadino attivo, capace di influenzare le scelte che determinano il nostro futuro economico.
Clicca qui per firmare la petizione online.
Clicca qui per i moduli raccolta firme.
Si allega la documentazione.
Note: Link al video della petizione
https://youtu.be/vGFw1RmECZ0?is=jjlbvGHEebH8czm3
Perché i pacifisti sono invisibili a livello globale?
Manca oggi un elenco internazionale aggiornato di organizzazioni pacifiste.
Serve una mappa mondiale del pacifismo contemporaneo.
Occorre un sistema che colleghi esperienze, segnali iniziative, traduca contenuti, favorisca collaborazioni, faccia emergere temi comuni, renda cercabile la pace.
30 aprile 2026
Redazione PeaceLink

È una domanda scomoda, ma necessaria.
Ed è forse la domanda più urgente da cui partire oggi per ripensare la missione di PeaceLink nell’epoca della rete globale, dei social media e dell’intelligenza artificiale.
Le organizzazioni pacifiste esistono.
Sono numerose, attive, diffuse nei continenti.
Operano nei territori, promuovono campagne contro le guerre, sostengono il disarmo nucleare, difendono i diritti umani, accompagnano le vittime dei conflitti, costruiscono educazione alla pace.
Eppure, cercandole sul web, sembrano scomparire.
Li trovi se li cerchi, ma dopo lunghi e tortuosi giri.
A volte trovi altro da ciò che cerchi.
Se poi ci si sposta a livello globale la situazione è imbarazzante.
Chi prova a cercare su un motore di ricerca parole chiave come “peace movement”, “pacifists”, “disarmament”, “nonviolence”, “antiwar organizations”, spesso non trova una rete viva e riconoscibile.
Trova risultati dispersi, frammentari, talvolta vecchi, marginali, scollegati tra loro.
È come se il movimento pacifista mondiale esistesse nella realtà ma non nello spazio digitale.
Questa invisibilità non è un dettaglio tecnico.
È un problema politico e culturale.
Nel tempo in cui la guerra comunica in modo potente, professionale e continuo, la pace appare muta, dispersa, poco indicizzata, quasi clandestina.
I soggetti armati hanno apparati mediatici, uffici stampa, reti istituzionali, strategie narrative.
I costruttori di pace, invece, spesso agiscono in ordine sparso.
Le domande da porsi sono molte e tutte legittime.
Le organizzazioni pacifiste si sono fatte intrappolare dentro i social network, affidando la propria presenza a piattaforme che privilegiano velocità, emozione e visibilità commerciale?
Vivono dentro bolle digitali?
Hanno progressivamente trascurato siti web autonomi, archivi accessibili, reti permanenti e strumenti indipendenti?
Molti siti sono poco aggiornati, difficili da navigare, privi di strategia editoriale, non ottimizzati per i motori di ricerca.
Molte campagne vivono qualche giorno su Instagram o Facebook e poi scompaiono nel flusso.
Molti contenuti restano confinati dentro bolle linguistiche nazionali o dentro ambiti locali.
In tanti casi manca un lavoro sistematico di collegamento reciproco: linkarsi, citarsi, tradursi, rilanciare contenuti comuni, costruire mappe condivise.
Il risultato è che il pacifismo globale era paradossalmente più visibile quando non c’era Internet.
Pensiamo alle grandi mobilitazioni contro i missili nucleari.
Oggi che c’è Internet e che quasi tutti sono connessi persino con i telefonini, proprio oggi la dimensione globale si perde.
Il movimento pacifista rischia di restare localmente attivo ma globalmente invisibile.
È una constatazione sorprendente.
E così abbiamo sperimentato, con triste stupore, che una buona piattaforma di intelligenza artificiale riesce oggi a individuare, aggregare e rendere visibili le realtà pacifiste internazionali meglio di una ricerca tradizionale sul web.
Questo significa che i contenuti esistono, ma sono dispersi.
Non manca la sostanza: manca l’ecosistema informativo.
Manca oggi un elenco internazionale di organizzazioni pacifiste, qualcosa di aggiornato e ben scritto.
Qui emerge una possibile nuova missione per PeaceLink.
PeaceLink è nata storicamente per colmare vuoti informativi.
Non ha semplicemente seguito tendenze: ha costruito strumenti di comunicazione e di conoscenza dove mancavano.
Ha creato link di connessioni. E non a caso PeaceLink sta a indicare, dal nome steso, “collegamento di pace”.
Oggi il nuovo vuoto informativo che constatiamo è questo: manca una infrastruttura digitale per la pace e il disarmo capace di rendere visibile ciò che già esiste.
Serve una nuova “Peace Directory”: una grande rete aperta, internazionale, multilingue, aggiornata, consultabile, intelligente.
Un luogo digitale che raccolga associazioni, campagne, media indipendenti, centri studi, educatori, movimenti giovanili, reti religiose, obiettori di coscienza, attivisti per il disarmo, esperienze locali e globali.
Serve una mappa mondiale del pacifismo contemporaneo.
Serve un sistema che colleghi esperienze, segnali iniziative, traduca contenuti, favorisca collaborazioni, faccia emergere temi comuni, renda cercabile la pace.
L’intelligenza artificiale può offrire un aiuto decisivo se usata in modo etico e cooperativo: classificare risorse, trovare connessioni nascoste, superare barriere linguistiche, organizzare archivi, facilitare la scoperta reciproca tra gruppi che oggi ignorano persino di esistere perché parlano lingue diverse.
Questa missioni informativa non sostituisce l’impegno sul territorio ma lo rende visibile e lo fa uscire dalla sola dimensione dei social commerciali, dalle bolle digitali che promettono la dimensione social salvo poi a confinarla in ambiti ristretti e a frustrarla, tanto che per per diffondere efficacemente i messaggi su Facebook, ad esempio, occorre pagare.
E’ paradossale ma gli algoritmi delle piattaforme commerciali conoscono di noi molto di più di quanto non conosciamo noi su noi stessi.
Organizzano l’informazione con efficienti criteri a noi invisibili mentre noi lasciamo al caso la propagazione della informazione che produciamo, ottenendo risultati spontaneistici e spesso inefficaci.
La vera domanda allora diventa: può la tecnologia essere sottratta alla logica del profitto e della guerra per essere messa al nostro servizio?
Riusciamo ad uscire dalla logica per cui ogni rete sociale e associativa raccoglie dati finalizzati solo alla propria comunicazione senza creare mappe fruibili da tutti?
La risposta sta nell’avvio di una rivoluzione prima di tutto cognitiva.
PeaceLink porta questa risposta già nel nome: collegamento di pace.
Trent’anni fa significava usare la telematica per connettere chi era separato.
Oggi può significare usare il web e l’intelligenza artificiale per rendere visibile chi è disperso a livello globale.
Tanti operano per gli stessi scopi ma non si conoscono e non comunicano.
I pacifisti non sono invisibili perché non esistono.
Sono invisibili perché nessuno ha ancora costruito abbastanza bene il modo di farli emergere insieme, ad esempio con Albert, il bollettino internazionale per la pace e il disarmo, e con un “peace repository” ad esso collegato.
Se poi la base su cui costruire velocemente il bollettino e il repository fosse una intelligenza artificiale open source allora il cerchio si chiuderebbe e la dipendenza dalle risorse esterne diminuirebbe a vantaggio della conquista di una nostra autonomia.
I dati ritornerebbero nelle nostre mani in tutti i sensi.
Forse la nostra nuova missione comincia da qui.
Chernobyl: le Alpi orientali ricevettero quantità di radioattività superiori rispetto a zone più vicine all’Ucraina e alla Bielorussia. Com’è stato possibile?
Cade oggi il quarantesimo anniversario del più grave disastro nucleare della storia: la tragedia di Chernobyl.
Il suo impatto sull’arco alpino fu significativo e, per certi versi, inatteso.
Le tracce più evidenti di quei giorni sono oggi custodite dai ghiacciai e lasciano un monito estremamente attuale.
Chi è favorevole, nonostante tutto ancora al nucleare, dovrebbe riflettere meglio, superando le dinamiche di favoritismi verso alcune lobby.

40 anni fa si verificava il più grave incidente nucleare della storia: la tragedia di Chernobyl.
In questa ricorrenza si tornerà a raccontare quei giorni terribili e il modo in cui cambiarono, sotto molti punti di vista, il corso degli eventi.
Verranno ripercorse cause, conseguenze e responsabilità, ricordate le vittime e i sacrifici compiuti da migliaia di persone nel tentativo di limitare i danni, spesso senza piena consapevolezza del rischio, come accadde ai pompieri accorsi per primi sul luogo del disastro.
In questo spazio, però, l’attenzione è rivolta alle terre alte e a tutto ciò che ad esse è legato.
Esiste una relazione tra l’incidente di Chernobyl e le montagne? Sì.
Il disastro ucraino ha lasciato un’impronta rilevabile su gran parte del continente europeo.
In Italia, soprattutto nel Nord, un qualunque campione di suolo superficiale conserva ancora oggi le deboli tracce radioattive di quei giorni di primavera del 1986.
Le Alpi non fanno eccezione: anzi, furono tra le aree più colpite dalle ricadute.
In particolare, la porzione orientale dell’arco alpino ricevette quantità di radioattività superiori rispetto ad altre zone anche più vicine all’Ucraina e alla Bielorussia.
Per capire come ciò sia stato possibile, è necessario approfondire i meccanismi di emissione, trasporto e deposizione dei radionuclidi che si innescano a seguito di un incidente nucleare.
Nei giorni successivi al disastro, il nocciolo del reattore rimase esposto all’atmosfera: la struttura che lo conteneva era stata distrutta dalle esplosioni.
L’incendio della grafite e le altissime temperature sviluppate a causa del mancato raffreddamento favorirono un rilascio massiccio di sostanze radioattive.
Per diversi giorni, sopra il reattore si innalzò una colonna di aria contaminata, spinta verso l’alto dal calore, in modo non dissimile da quanto avviene con una mongolfiera.
Le sostanze emesse erano numerose.
Frammenti di combustibile nucleare, uranio e altri attinidi come plutonio, nettunio, americio e i tanti e diversi prodotti di fissione, ovvero gli elementi generati dal funzionamento stesso del reattore attraverso la fissione dell’uranio.
Parte di queste sostanze, soprattutto le particelle più pesanti e i radionuclidi legati al particolato, si depositò entro poche decine di chilometri dal sito, al massimo poche centinaia.
Altre riuscirono invece a viaggiare per migliaia di chilometri prima di essere depositate al suolo.
Percorsero maggiori distanze i prodotti di fissione con caratteristiche chimiche che li rendono particolarmente mobili nell’ambiente.
Parliamo ad esempio di elevata volatilità, della capacità di sciogliersi in acqua e quella di legarsi a particelle molto fini.
Tra i radionuclidi che riuscirono a raggiungere le distanze maggiori ci furono isotopi del cesio, lo stronzio-90 e lo iodio-131. Sono elementi solubili, che una volta rilasciati nell’ambiente si diffondono con facilità grazie alla loro affinità con l’acqua.
E fu proprio con l’acqua che queste sostanze tornarono al suolo.
I pennacchi di aria contaminata da Chernobyl si sparsero verso mezza Europa, oltre alle regioni più vicine alla centrale, anche la Scandinavia, le Alpi orientali e la Germania meridionale furono particolarmente colpite, scaricarono la loro radioattività laddove le condizioni meteorologiche favorirono le precipitazioni.
Pioggia e neve sono infatti responsabili del cosiddetto scavenging (dilavamento): cadendo, pioggia e neve ripuliscono l’atmosfera, trascinando con sé le impurità.
Le aree più contaminate d’Europa furono quelle dove si verificò la sovrapposizione di due condizioni:
la presenza di radionuclidi nell’aria, distribuiti non casualmente, ma lungo traiettorie atmosferiche definite da direzione e velocità delle correnti di quei giorni e il verificarsi di precipitazioni.
Le Alpi, soprattutto nella loro porzione orientale, ricevettero una contaminazione significativa proprio per il verificarsi contemporaneo dei due fenomeni.
I venti spirarono in quella direzione e ci furono precipitazioni proprio durante la fase centrale del passaggio del pennacchio radioattivo.
Che proprio sulle Alpi si siano verificate precipitazioni in quei giorni non è casuale.
L’orografia favorisce lo sviluppo di correnti ascensionali e quindi la formazione di precipitazioni che sono spesso più abbondanti sui rilievi che nelle aree circostanti.

La deposizione, altamente eterogenea, di cesio-137 a seguito dell’incidente di Chernobyl.
La zona orientale delle Alpi, tra Italia e Austria, subì una delle contaminazioni più intense al di fuori delle zone limitrofe alla centrale nucleare.
Fonte: Atlas of caesium deposition on Europe after the Chernobyl accident.
Dal disastro sono passati quarant’anni e i livelli di contaminazione ambientale si sono ridotti in modo significativo, seguendo la legge del decadimento radioattivo.
Molti radionuclidi emessi in quei giorni sono scomparsi completamente.
Rimangono presenti nell’ambiente quelli che hanno tempi di dimezzamento lunghi, dai 30 anni di cesio-137 e stronzio-90, ai 24.000 anni del plutonio-239.
Tra questi, il più noto è sicuramente il cesio-137.
Il suo tempo di dimezzamento, pari a circa 30 anni, fa sì che oggi nell’ambiente si trovi ancora il 35% del cesio rilasciato dal reattore nel 1986.
La fama di questo radionuclide non è però solo una questione di tempo e quantità.
Anche il suo comportamento chimico è stato determinante.
Il cesio è un elemento mobile in atmosfera, ed è grazie a questa caratteristica che ha potuto raggiungere le Alpi.
Diventa però poco mobile non appena è depositato al suolo.
Quando è dilavato dalla pioggia e precipita al suolo, si lega in modo efficace alle particelle del terreno, in particolare alle argille, rimanendo bloccato nei primi centimetri di spessore del suolo.
Il cesio depositato è rimasto “cristallizzato” nel suolo più superficiale, senza essere significativamente diluito e distribuito.
Solo il lento decadimento radioattivo è capace di eliminarlo.
Altri radionuclidi con un tempo di dimezzamento simile, come lo stronzio-90, si comportano in modo molto diverso poiché restano mobili anche dopo la deposizione.
Queste sostanze, nel corso dei decenni, sono state disperse dalle acque e hanno potuto diluirsi nell’ambiente.
Non il cesio.

Concentrazione di cesio-137 in campioni di suolo alpino.
Si osserva l’accumulo di concentrazione nei primi centimetri di suolo. I valori scendono rapidamente a 0 non appena si attraversa lo strato più superficiali.
Dati non pubblicati (Giovanni Baccolo).
L’immobilità del cesio lo rende ancora oggi facile da rilevare.
Per farlo basta misurare la radioattività dei primi centimetri di un suolo che nel 1986 fu esposto alla ricaduta.
D’altra parte l’immobilità ha trasformato questa sostanza radioattiva artificiale in uno strumento prezioso per chi studia gli ambienti naturali.
Il cesio-137 è ampiamente utilizzato come marcatore cronologico:
individuando il suo picco in sedimenti lacustri, torbiere o carote di ghiaccio, è possibile associare con precisione lo strato dove è rinvenuta la contaminazione al 1986.
Per chi studia il passato attraverso gli archivi naturali e ha necessità di datarli, avere a disposizione marker così precisi è importante.
A 40 anni dal disastro di Chernobyl, forse vi sorprenderà scoprire che le tracce più evidenti di cesio-137 che oggi troviamo sull’arco alpino non si trovano nei suoli, ma sulla superficie dei ghiacciai.
Da alcuni anni si è scoperto che la crioconite, il sedimento scuro che si accumula sulla superficie di fusione dei ghiaccia, è il materiale naturale capace di accumulare le più alte concentrazioni di radioattività.
Esistono campioni di crioconite provenienti dai ghiacciai alpini che raggiungono concentrazioni di cesio-137 di alcune decine di migliaia di Bq per chilogrammo.
Il fenomeno è stato osservato sui ghiacciai dell’intero arco alpino, ma con un evidente gradiente che vede le concentrazioni massime verso est.
I valori record sono stati raggiunti sui ghiacciai austriaci.
Non è stato semplice comprendere quale meccanismo naturale abbia concentrato le tracce della radioattività di Chernobyl sulla superficie dei ghiacciai.
L’opinione comune vorrebbe anzi che i ghiacciai fossero un simbolo di natura selvaggia e incontaminata.
Il meccanismo ha a che fare con la capacità dei ghiacciai di accumulare informazioni sul clima e l’atmosfera.
Un ghiacciaio è un enorme deposito di sostanze emesse in atmosfera e questo vale anche per gli inquinanti.
In ogni ghiacciaio delle Alpi è presente, ormai in profondità, uno strato di ghiaccio debolmente radioattivo, corrisponde alla neve contaminata che si depositò nella primavera del 1986.
Ogni anno una parte di quella radioattività viene rimessa in circolo attraverso la fusione del ghiaccio.
Questo è il lavoro che i ghiacciai svolgono da tempo immemore, trasformarsi in memoria e infine rilasciare i frammenti di quelle testimonianze.
Vale per corpi antichi migliaia di anni, per gli ordigni della prima guerra mondiale e per le tracce radioattive di Chernobyl.

Depositi di crioconiti osservati sulla superficie dei ghiacciai. Immagine tratta da Zawierucha et al., 2020.
L’acqua di fusione che contiene le deboli tracce di radioattività scorre sulla superficie dei ghiacciai e mentre fluisce verso il basso interagisce con l’unico substrato presente in quel contesto così particolare: la crioconite.
Essa è ricca di sostanza organica e minerali fini, per cui il cesio-137 ha forte affinità.
Immaginatela come una spugna capace di assorbire anche le più deboli tracce radioattive trasportate dall’acqua di fusione.
Se il processo va avanti per lunghi periodi, la concentrazione delle impurità nella crioconite diventa elevata, raggiungendo i sorprendenti valori che sono stati osservati in questi anni.

Le barre azzurre mostrano la radioattività in campioni di crioconite proveniente dai ghiaciai dei Forni (Ortles-Cevedale) e del Morteratsch (Bernina).
In giallo sono riportati a confronto i dati relativi ad altre matrici ambientali (licheni, torba, suolo, sedimenti).
Si osserva come per tutti i radionuclidi osservati la concentrazione sia significativamente più elevata nella crioconite.
Da Baccolo et al. (2020).
Il legame del tutto inaspettato che unisce ghiacciai e radioattività di Chernobyl è un simbolo molto potente.
Questa storia rende evidente una verità che spesso perdiamo di vista.
Quando interagiamo troppo in profondità con i sistemi ambientali, perturbandone i meccanismi più essenziali, diventa estremamente difficile preveder le conseguenze che si svilupperanno.
Nei giorni successivi al disastro di Chernobyl nessuno immaginò che le tracce più evidenti della tragedia sarebbero state rinvenute sui ghiacciai delle Alpi, a distanza di 40 anni.
Post scriptum: Le tracce di radioattività associate al disastro di Chernobyl oggi rilevabili sull’arco alpino sono oggi ben al di sotto dei limiti di sicurezza.
Anche nel caso dei ghiacciai, dove la crioconite può mostrare concentrazioni elevate, si tratta di depositi di massa limitata ed estremamente localizzati.
La crioconite, una volta diluite nelle acque di fusione, non rappresenta un rischio ecotossicologico significativo.
In ginocchio dall’Islam a chiedere l’elemosina energetica mentre abbiamo il sole che non ci lascerebbe mai a secco
di Paolo Ermani
Politici, governanti ed esperti si dimostrano totalmente impreparati a qualsiasi emergenza, tra l’altro largamente prevedibile, perché chiunque capirebbe che dipendere dall’estero per un settore fondamentale come quello energetico, e quindi indirettamente anche quello alimentare, significa il suicidio assicurato in un mondo stravolto da guerre e tensioni internazionali.

Ci tocca penosamente assistere a governanti che vanno con il cappello in mano a chiedere l’elemosina energetica a paesi esteri come Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, implorandoli di non lasciarci a piedi e a secco, quando invece dovrebbero fare tutt’altro, visto le immense ricchezze energetiche rinnovabili, inesauribili che abbiamo noi in Italia.
Ancora più ridicolo e grottesco è inginocchiarsi all’Islam, quello che in ogni campagna elettorale e politica delle destre è il nemico terribile, il “feroce Saladino” che vuole, attraverso l’immigrazione, invaderci e renderci tutti schiavi del Corano.
E siamo così “padroni a casa nostra” che gli chiediamo noi di prenderci per il collo.
Paesi poi che sono tutt’altro che democratici, discriminano le donne, gli omosessuali, schiavizzano i lavoratori immigrati, perseguitano gli oppositori, ma tutto questo lo si dimentica subito (purtroppo anche da parte di chi solitamente si batte per i diritti) perché nell’automobile c’è bisogno della loro benzina e nel riscaldamento del loro gas.
Ennesimo esempio questo di quanto i politici (e non solo) abbiano una credibilità sotto zero.
Invece di fare queste pessime figure, i governanti dovrebbero incontrare chi si occupa in Italia di risparmio energetico, energie rinnovabili e farsi dare da loro le uniche vere soluzioni per uscire dalla crisi energetica.
Ma fare questo è impossibile, perché i padroni dei governanti sono quelli che vivono proprio della vendita dei combustibili fossili, sono le multinazionali, le banche, così come viene puntualmente confermato a ogni occasione.
Ed è anche una beffa della storia che gran parte dei governanti attuali, che provengono ideologicamente dal fascismo, non abbiano mai letto né studiato che forse l’unica cosa con un senso fatta da quel regime fu proprio cercare, anche in quel caso per cause di forza maggiore, l’unica soluzione da prendere in considerazione in situazioni simili, cioè rendere il paese il più possibile indipendente.
Si legga in proposito il libro Ecologia e Autarchia di Ruzzenenti e Mancini che di certo non sono ammiratori del fascismo, per farsi una idea di cosa si sarebbe potuto fare e ancora si potrebbe fare.
E in alcuni campi già all’epoca si ottennero risultati interessanti anche dal punto di vista energetico.
A prescindere dal fascismo, se si fosse proseguita quella strada dell’autodeterminazione, invece di diventare gli zerbini dell’impero americano, oggi saremmo indipendenti energeticamente e in tanti altri settori, compreso quello alimentare, senza chiedere l’elemosina a nessuno, a maggior ragione perché le risorse le abbiamo già in casa.
E a ciò si sarebbe aggiunta anche una quantità enorme di posti di lavoro.
Quindi senza aspettare impossibili prese di coscienza dalla cosiddetta classe dirigente, ognuno nel proprio piccolo/grande può fare la differenza, visto che né la sovranità, né la sicurezza energetica ci vengono garantite.
Ridurre gli sprechi energetici e idrici, installare sistemi di energie rinnovabili è fattibile da chiunque.
E visto che dall’alto le soluzioni non arriveranno, almeno da un punto di vista locale, oggi qualsiasi amministrazione comunale assennata e che veramente tiene ai suoi cittadini dovrebbe immediatamente fare un studio e poi metterlo in pratica su come rendere il più possibile indipendente il suo Comune dal punto di vista energetico e alimentare.
Questo significherebbe veramente darci la sicurezza di cui tanto si blatera invano, tutelare l’ambiente e quindi la nostra salute e dare tanti posti di lavoro pagati con i soldi che si risparmierebbero dall’acquisto dei combustibili fossili e eliminando gli sprechi.
Dal governo Meloni un solo grido: guerra!?
6 marzo 2026
Il Golfo è anche un’area cruciale per il nostro export.
Nel Mar Rosso transita tra Suez e il Mar Rosso circa il 40% del commercio marittimo italiano.
Mentre nel Parlamento si infiamma il dibattito guerra sì, guerra no, poco lontano, immerso in una nuvola azzurra, il premier sfoglia una margherita pensando al prode bullo: m’ama, non m’ama.
La guerra si fa confusamente esistenziale.

Il 28 febbraio 2026 l’asse USA-Israele sferra un “attacco preventivo” contro l’Iran, ovvero nel mentre proseguivano le trattative sul nucleare a Ginevra e in attesa di un nuovo vertice a Vienna.
Di fatto già a gennaio Trump aveva deciso di inviare la portaerei USS Abraham Lincoln nel Mar Arabico e la squadra della USS Gerald Ford al largo della coste d’Israele.
Gli obiettivi: per Israele non permettere a Teheran di avanzare le sue capacità nucleari e di consolidare la sua influenza militare attraverso gli alleati nella regione.
Per gli USA, come scrive il think tank per il clima Ecco, si tratta di controllare le risorse fossili mondiali secondo la dottrina della cosiddetta energy dominance, e dall’altra, indebolire la Russia e la Cina insieme ai paesi che mettono in discussione l’egemonia di Washington.
E’ fondamentale sottolineare che l’Iran possiede grandi riserve di petrolio e gas, ha strette relazioni con Russia e Cina, e infine detiene il controllo dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più strategici e contesi per i mercati energetici globali, da cui transita un quinto del petrolio e del gas globale.
Il 3 marzo, nel quarto giorno di guerra, l’Iran ha allargato il conflitto ai paesi del Medio Oriente che
ospitano sul proprio territorio basi aeree, navali e centri di addestramento.
Negli Emirati Arabi Uniti sono installati sistemi radar per batterie di difesa antimissile statunitensi THAAD con un proprio sistema di controllo centrale (CNN). Israele apre un fronte di terra nel Libano.
Nelle prime 48 ore Israele e USA hanno sganciato più di 3800 bombe (ANSA).
Il quotidiano Avvenire informa che ad oggi in Iran si contano già 1.230 morti, dei quali 175 solo nel bombardamento di una scuola femminile a Minab. In Libano 102 persone mentre 10 civili sono stati uccisi in Israele.
Ma fare chiarezza sui dati e sulle storie resta difficile e le inchieste si fanno con le immagini satellitari.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dichiara che il regime degli ayatollah considererà un “atto di guerra” qualunque azione militare messa in atto dagli europei.
Nello stesso giorno i media riportano le parole del ministro della Difesa Crosetto:
“Devo portare in Parlamento, e ben venga portarla in aula in Parlamento, la richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo.
Qual è la richiesta di aiuto?
Non l’intervento militare, ma sistemi di difesa aerea, sistemi di difesa anti missilistica, sistemi di difesa antidroni”.
Questa è una scelta che è “una valutazione politica, che è una valutazione economica, che personalmente mi vede totalmente a favore.
Andiamo in giro a vedere, coordinandosi con tutti gli europei, quanta massa di difesa possiamo mettere insieme, questa è la mia responsabilità”.
Sul Sole24ore il 3 marzo, si legge: “l’Italia verso un decreto aiuti, l’ipotesi di sistemi anti droni e Samp/T al Golfo.
Tra i primi a chiedere supporto all’Italia sono stati gli Emirati Arabi Uniti e nelle ultime ore anche il Kuwait.
L’Italia si prepara a fare la propria parte in supporto ai territori del Medio Oriente diventati bersaglio dei missili iraniani e annuncia un pacchetto che potrebbe arrivare con “un decreto legge o nel modo più veloce possibile”.
Due sistemi Samp/T sono stati dati a Kiev, uno è in Estonia e altri due sono a Sabaudia a difesa del nostro Paese, e un terzo è a Mantova.
Il 4 marzo il quotidiano Domani denuncia che un drone per il pattugliamento è partito dalla base dell’Us Navy di Sigonella, in Sicilia, fino ad arrivare ai confini con le zone di guerra, vicino all’Iran.
Il tracciamento del drone Mq-4c Triton è stato ricostruito attraverso il portale Flightradar.
il 28 febbraio un velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A Poseidon della Marina statunitense sarebbe decollato da Sigonella diretto verso il Mediterraneo orientale.
Il 3 marzo da Aviano sarebbe partito un Galaxy C5-M diretto verso la penisola del Golfo Medio Orientale.
Per il loro coinvolgimento sono state allertate le basi statunitensi di Aviano (Pordenone) e Sigonella (Siracusa).
In allerta anche l’aeroporto militare italiano di Trapani-Birgi, aperto anche al traffico civile, e si è attivato uno scudo aereo missilistico per il radar Muos di Niscemi decisivo per comunicazioni militari degli statunitensi.
Altre basi statunitensi sono a Vicenza, Napoli e Livorno.
Il 5 marzo vi sono state le comunicazioni dei ministri Crosetto e Tajani nelle aule parlamentari per riferire sulla richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo, e sulla situazione in Medio Oriente.
Le dichiarazioni del ministro della difesa sono state:
“Questa guerra ha trovato noi di fronte allo stesso scenario in cui si sarebbe trovato chiunque e qualunque Governo, perché non è stata una decisione condivisa da nessuno. Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale”.
“In questi giorni è stato criticato il Governo Meloni perché non era stato informato”, ma “nessun Governo al mondo e neanche la più alta catena di comando Usa sapeva della partenza degli aerei”.
“Vi sto dando verità e trasparenza: voi sapete benissimo che l’attacco israeliano che è partito nel momento in cui la posizione di Khamenei è diventata nota ed è partito senza che la programmazione di quello che sta avendo fosse neanche compiuta, come dimostrano gli spostamenti successivi che ci sono stati.
Quindi è una guerra che si è aperta all’insaputa del mondo che noi, come tutto il resto del mondo, ci troviamo a dover gestire”.
“Avevamo 2.576 persone nell’area interessata dalla crisi in Medi Oriente prima che iniziasse il conflitto e per effetto di questa situazione nei giorni scorsi abbiamo preso altre misure: in Kuwait è in atto un movimento di 239 militari verso l’Arabia Saudita: dei 321 ne rimarranno 82.“
“Massimo livello di protezione, può succedere di tutto”.
“Ho dato mandato al capo di Stato maggiore della Difesa di innalzare al massimo il livello di protezione della difesa aerea e anti balistica nazionale in coordinamento con gli alleati e con la Nato”.
“Eventuali decisioni sulla concessione di basi Usa sul territorio italiano per attacchi in Iran saranno condivise con il Parlamento”.
Dall’opposizione si chiedono chiarimenti sull’eventuale utilizzo delle basi italiane da parte degli Stati Uniti per operazioni militari nell’area del Golfo e dell’Iran.
In un testo si legge: “Vogliamo sapere dal governo se venga confermata la notizia riguardo all’utilizzo delle basi di Sigonella e Aviano in questi giorni da velivoli diretti per azioni nell’area del Golfo e dell’Iran.
E se intendano, con urgenza, comunicare al Parlamento ogni determinazione del Governo in ordine all’autorizzazione e all’utilizzo delle basi militari presenti su territorio italiano e all’eventuale partecipazione diretta o indiretta dell’Italia a operazioni militari nell’area del Golfo”.
Il ministro Crosetto ricorda: “L’utilizzo delle basi militari sul territorio nazionale, specie quelle Usa, avviene in aderenza ad accordi quali il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995”.
“Come si può facilmente notare, quindi, tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun governo ha avvertito l’esigenza di modificarle”.
Il ministro degli Esteri Tajani ricorda che “Il Golfo è anche un’area cruciale per il nostro export.
Nel Mar Rosso transita tra Suez e il Mar Rosso circa il 40% del commercio marittimo italiano.
Per questo l’Italia è in prima linea nelle missioni navali europee Aspides e Atalanta per proteggere il traffico commerciale in un’area cruciale per le nostre imprese.
Missioni che sono state rafforzate e che l’Unione Europea, come deciso nell’ultima riunione del Consiglio, andranno avanti.
La nostra priorità continua a essere la protezione del tessuto economico italiano e del potere d’acquisto delle famiglie, insieme alle agenzie per l’internazionalizzazione”.
Alla fine la maggioranza ha approvato una risoluzione che impegna il governo
“a partecipare allo sforzo comune in ambito Ue per sostenere, in caso di richiesta, stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana”.
“Confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti”.
“Il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali”.
La risoluzione sull’Iran di Pd, M5s e Avs, chiede un impegno preciso del governo su più punti:
*ad assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso, promuovendo con determinazione un cessate il fuoco immediato e un processo strutturato di de-escalation del conflitto, nel pieno rispetto del diritto internazionale e umanitario;
*ad adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri politici in Iran, a partire dalla premio Nobel Narges Mohammadi, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona e a chiedere la sospensione immediata di ogni esecuzione capitale, quale misura imprescindibile di civiltà giuridica e di tutela dei diritti umani fondamentali, e a favorire una transizione pacifica e democratica nelle mani del popolo iraniano;
*a porre in essere tutte le misure diplomatiche e operative necessarie per garantire il rientro in sicurezza dei connazionali attualmente bloccati nelle aree interessate dalla crisi, assicurando assistenza consolare costante e adeguata;
*a sostenere con fermezza il ritorno alla via negoziale, favorendo la riapertura di canali diplomatici e il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali competenti, al fine di pervenire a una soluzione politica e duratura della crisi, rilanciando in particolare il negoziato in corso a Ginevra, nella salvaguardia delle prerogative dell’AIEA a partire dal rispetto stringente degli impegni e dalle necessarie garanzie di trasparenza da parte dell’Iran;
*a non autorizzare l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze armate americane presenti sul territorio italiano per attacchi militari contro l’Iran e, comunque, a non fornire alcun tipo di supporto militare ad una guerra che viola il diritto internazionale e che la comunità internazionale deve fermare prima che sia troppo tardi;
*ad adoperarsi, in cooperazione con i partner europei, nel quadro di solidarietà prevista dai Trattati, per la protezione e la sicurezza del suolo europeo, e a tutelare, nei paesi dell’area con cui abbiamo relazioni consolidate e interessi strategici, la sicurezza dei nostri contingenti militari impegnati in missioni di pace e dei civili;
*a sostenere e supportare in sede europea la posizione del Governo spagnolo fermamente contraria alla guerra e in difesa del pieno rispetto del diritto internazionale, anche alla luce delle inaccettabili minacce commerciali da parte dell’Amministrazione degli Stati Uniti d’America;
*ad assumere urgenti iniziative per mettere in sicurezza il Paese rispetto a eventuali shock energetici e inflazionistici, con particolare riferimento alla tutela dei redditi delle famiglie e del loro potere d’acquisto, al sostegno delle imprese e delle filiere maggiormente esposte, nonché alle misure volte a rafforzare le scorte strategiche e a calmierare i prezzi dei beni essenziali, prevenendo fenomeni speculativi e garantendo la stabilità economica e sociale.
La posizione netta e chiara del presidente spagnolo Sanchez è stata: “No alla guerra”
Alcuni punti:
“La posizione del governo spagnolo di fronte a questa situazione è chiara e coerente.
È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza.
In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, specialmente i più indifesi, la popolazione civile.
In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con i conflitti e le bombe.
E infine, no al ripetersi degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo spagnolo si riassume in tre parole: no alla guerra”.
“Dalla guerra in Iran non nascerà un ordine internazionale più giusto, né ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. (…) Quello che per ora possiamo intravedere è una maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo motivo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone (…).
Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader che non sono in grado di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti noti.
Gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”.
“Collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale, che sono due facce della stessa medaglia. (…)
E continueremo a lavorare per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati.
“Infine, il governo continuerà a chiedere la cessazione delle ostilità e una risoluzione diplomatica di questa guerra.
E voglio anche specificarlo, perché sì, la parola giusta è chiedere.
Perché la Spagna è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della NATO e della comunità internazionale.
E perché questa crisi riguarda anche noi, gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. (…)
L’ho detto in molte occasioni e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità.
Dobbiamo imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone.
Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia.
E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo ora gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia.
Perché la questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah.
Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo e, ovviamente, nemmeno il governo spagnolo.
La domanda, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace.
“Noi ripudiamo il regime iraniano che reprime e uccide vilmente i propri cittadini, in particolare le donne.
Ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica.
Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma è ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza.
È ingenuo credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine.
O pensare che praticare un seguitarismo cieco e servile sia un modo di governare.
Al contrario, credo che questa posizione non sia affatto ingenua, è coerente e quindi non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno.
“Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è vero.
Il governo spagnolo è con chi deve essere.
È con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione.
La Spagna è con i principi fondanti dell’Unione Europea.
È con la Carta delle Nazioni Unite.
È con il diritto internazionale e quindi è con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi.
Siamo inoltre (…) con milioni di cittadini e cittadine che chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità.
Perché la prima cosa avvantaggia solo pochi, mentre la seconda avvantaggia tutti noi”.
Olimpiadi 2026: Turni da 12 Ore e Paghe da 3 Euro l’Ora Dietro il Grande Evento

Mentre sul palco olimpico si celebrano medaglie dal valore simbolico ed economico enorme, dietro le quinte delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina la realtà è molto diversa.
A mandare avanti cantieri, hotel, servizi di accoglienza e vigilanza sono migliaia di lavoratori che vivono una condizione fatta di turni estenuanti, salari bassi e contratti fragili.
Una distanza evidente tra la narrazione dei “grandi eventi” e ciò che accade ogni giorno nei luoghi di lavoro.
Le testimonianze raccolte dai sindacati e dai lavoratori restituiscono un quadro che merita attenzione.
Il lavoro negli hotel sottopagato durante le Olimpiadi
Nel cuore di Milano, città simbolo delle Olimpiadi, il settore alberghiero è già sotto pressione.
Le strutture lavorano a pieno regime, ma chi garantisce pulizia e servizi essenziali spesso è assunto tramite appalti esterni.
Il Fatto Quotidiano riporta la testimonianza di una cameriera ai piani in un hotel a quattro stelle, pagata tre euro netti l’ora per pulire una stanza venduta a 800 euro a notte.
Il lavoro è organizzato a “cottimo di fatto”, ossia:
- 12 camere da pulire in 6 ore;
- se non si riesce a completare il turno, si viene pagati a camera, non a ore;
- a fine mese lo stipendio medio oscilla tra 800 e 900 euro.
Vivere a Milano con queste cifre significa spesso abitare lontano, arrangiarsi, accettare ritmi sempre più serrati.
Inoltre, con l’arrivo delle Olimpiadi, i tempi di pulizia per una camera si sono ulteriormente ridotti, passando da 30 a 26 minuti.
Appalti e “cottimo integrale”: cosa denunciano i sindacati
Secondo la Cub Milano e provincia, nel settore alberghiero è ormai diffusa una pratica che viene definita “cottimo integrale”.
Le buste paga non riflettono le ore reali di lavoro, ma tempi standardizzati fissati al ribasso.
Il risultato è semplice:
- più lavoro in meno tempo;
- nessun aumento salariale legato all’evento olimpico;
- maggiore pressione fisica e psicologica sui lavoratori.
E mentre le strutture incassano grazie all’indotto dei Giochi, chi lavora “dietro le quinte” non vede benefici concreti in busta paga.
Cantieri e servizi: turni più lunghi per le Olimpiadi
Il problema non riguarda solo il turismo.
Secondo la Cgil, nei cantieri e nei servizi collegati alle Olimpiadi si sta già registrando un “record” poco celebrabile:
turni da 12 ore al giorno, di giorno e di notte, come standard operativo.
Le criticità segnalate riguardano soprattutto:
- contratti part-time usati per coprire mansioni full time;
- lavoratori impiegati in attività diverse da quelle previste dal contratto;
- carenze nelle tutele su salute e sicurezza.
Vigilanza, accoglienza, controllo accessi, edilizia e servizi informatici sono i settori più esposti.
Il caso del vigilante e le condizioni di sicurezza
A riaccendere i riflettori è stata la morte di un vigilante in un cantiere del Veneto, durante un turno notturno in condizioni climatiche rigide.
Un episodio che, secondo i sindacati, non può essere liquidato come un caso isolato.
Nei siti milanesi, raccontano i rappresentanti dei lavoratori, addetti assunti come hostess e steward vengono impiegati come:
- guardiani;
- vigilanza non armata;
- personale esterno per molte ore consecutive,
spesso senza dispositivi di protezione adeguati.
Come se non bastasse, le indicazioni operative arrivano via messaggio: portarsi i vestiti da casa, indossare una pettorina, evitare colori vistosi.
Le Olimpiadi come opportunità mancata per il lavoro di qualità
Come spiega Stefano Ruberto, sindacalista impegnato nei siti olimpici, parlare di lavoro precario e sfruttamento non è un’esagerazione, ma una descrizione dei fatti.
Contratti part-time, turni di 12 ore, mansioni non previste e strumenti di sicurezza insufficienti stanno deludendo le aspettative di chi aveva visto nelle Olimpiadi un’occasione, seppur temporanea, di reddito e stabilità.
Mentre gli atleti inseguono medaglie che valgono migliaia di euro, una parte del lavoro olimpico resta nascosta.
Ed è proprio lì, lontano dai riflettori, che si gioca una partita altrettanto importante: quella della dignità del lavoro.
L’oro degli italiani d’America
di Daniela Binello –

(Foto: Notizie Geopolitiche / GIACOMO DOLZANI).
Per grandezza la terza riserva aurea del mondo, dopo quella di Stati Uniti e Germania, è italiana: 2.452 tonnellate di oro fisico nazionale gestite da Bankitalia, il cui valore secondo le quotazioni di mercato è quantificato in 274 miliardi di euro, che però non si trovano in Italia, bensì custodite per oltre la metà nei caveau di Fort Knox e presso la Federal Reserve Bank di New York.
La parte fisica restante si trova nella sede della Banca d’Italia (a Roma in via Nazionale), a Londra presso Bank of England e infine a Berna presso la Banca Nazionale Svizzera.
Nell’attuale legge di bilancio c’è un emendamento di Fratelli d’Italia (Fdi), in ottemperanza delle norme stabilite dai trattati europei, che sancisce che le riserve auree gestite in piena autonomia da Bankitalia appartengono al popolo italiano e allo Stato, rafforzando così il principio di patrimonio pubblico, pur escludendo una tassazione agevolata sull’oro da investimento.
L’emendamento di Fdi, nella sua prima stesura, aveva suscitato da parte della Bce (Banca Centrale Europea) il timore che la definizione di “proprietà del popolo italiano” potesse autorizzare il governo di turno a utilizzare l’oro per finanziare la spesa pubblica o per emettere nuovo debito.
La norma è stata quindi riscritta specificando che l’oro è gestito in piena autonomia dalla Banca d’Italia e che qualsiasi modifica dovrà rispettare il Trattato e l’indipendenza del nostro Istituto centrale.
In tempi così instabili, però, dove ogni giorno l’ordine mondiale viene destituito dei principi cardine del diritto internazionale su cui abbiamo fondato le nostre convinzioni democratiche (perlomeno quelle che più si avvicinavano al concetto di democrazia, sebbene imperfetta), può essere lecito domandarsi se non sarebbe più “sano” che le nostre riserve auree fossero riportate a casa e pure di gran carriera.
Anche un gruppo di economisti di chiara fama la pensa così sul rimpatrio delle nostre riserve auree.
Lo hanno espresso in una lettera aperta, fra gli altri, il professore emerito della Sapienza Nicola Acocella, lo storico Luciano Canfora, Giovanni Dosi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Andrea Fumagalli dell’università di Pavia e Mauro Gallegati dell’università Politecnica delle Marche.
Va detto che questa immensa ricchezza, perlopiù in lingotti, non occuperebbe nemmeno tanto spazio: le 2.452 tonnellate potrebbero entrare in cubi con lati di circa 20 metri.
Diverso, invece, il discorso delle misure di sicurezza che dovrebbe avere il “super caveau” a prova di rapina.
Sia come non sia, allo stato dell’arte, il 43,29 per cento dell’oro degli italiani riposa nella fortezza militare americana di Fort Knox, nel Kentucky, 40 chilometri a sudovest di Louisville, sulla sponda sinistra del fiume Ohio.
Il resto è nel Regno Unito (5,76%), in Svizzera (6,09%) e a Roma (44,86% circa).
Si tratta di un patrimonio formatosi nel corso di oltre 120 anni di storia della Banca d’Italia, attraverso fusioni bancarie, durante il boom economico, e con una gestione oculata delle riserve.
Nel 1971, sotto l’amministrazione Nixon, gli Stati Uniti decisero di sganciare il dollaro dall’oro, abbandonando quindi il sistema del “gold standard”, il vincolo monetario che legava il valore della valuta a una quantità fissa d’oro, per garantirne la convertibilità.
Tuttavia, le riserve auree delle varie nazioni continuarono a rappresentare una garanzia di stabilità, e lo sono ancora oggi, dato che il metallo prezioso continua a essere il bene rifugio d’eccellenza.
Non è un caso che per ragioni di necessità nel 1976 l’Italia abbia utilizzato il suo oro come garanzia collaterale per un prestito vitale dalla Bundesbank tedesca, evitando così il default.
In situazioni estreme (guerre, sanzioni, crac finanziari), l’oro è un asset facilmente liquidabile e accettato ovunque come forma di pagamento affidabile, quando le valute correnti perdono valore o accessibilità.
Ma perché oltre la metà del nostro oro si trova negli Usa?
Il motivo è che l’Italia, con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, dovette ricostruire da zero la propria economia e secondo gli accordi di Bretton Woods del 1944 dovette trasferire una parte delle riserve auree negli Usa per ottemperare a una strategia comune, finalizzata a limitare le crisi economiche globali.
Contestualmente i tassi di cambio delle valute furono legati al valore del dollaro, che a sua volta era legato all’oro.
Con la sconfitta l’Italia, che doveva affrontare la ricostruzione e la mancanza di cibo, aderendo al Piano Marshall dovette dare garanzie di fedeltà agli alleati occidentali, consegnando una grossa parte delle proprie riserve auree.
Lo stesso fece la Germania, che trasferì un terzo delle sue riserve auree negli Stati Uniti, salvo rimpatriandone gran parte nel 2013 da Usa e Francia.
Ancora oggi, però, la Banca d’Italia spiega che la scelta di diversificare geograficamente le riserve auree risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e degli oneri. In pratica, un quantitativo delle riserve viene custodito in prossimità delle principali piazze dove viene negoziato l’oro al fine di avere la possibilità, in caso di necessità, di poterlo vendere rapidamente e di minimizzare i costi legati al trasporto del metallo.
Non sono d’accordo gli economisti firmatari dell’appello di cui abbiamo parlato.
«Riteniamo che non esista più alcuna valida ragione per la quale l’oro gestito dalla Banca d’Italia continui a essere stoccato in un paese straniero, anche se considerato amico e alleato» scrivono.
«La necessità di trasferire l’oro in Italia è tanto più urgente considerata la grande incertezza che esiste nella sfera economica e geopolitica globale, anche tra nazioni amiche e alleate.
E’ noto che l’indipendenza della Federal Reserve è sempre più contestata dall’attuale amministrazione americana, in una situazione in cui il prezzo dell’oro è salito rapidamente, tanto da diventare il secondo strumento di riserva delle banche centrali dopo il dollaro.
Nell’attuale contesto di complessiva incertezza e di negoziazione tra le parti riteniamo che sia compito di un governo responsabile riportare in patria l’oro attualmente stoccato negli Usa».
Bisogna anche ricordare che nel 2019 Giorgia Meloni, allora all’opposizione, chiedeva a gran voce il «rimpatrio immediato dell’oro italiano».
Oggi, da presidente del Consiglio, non lo dice più, ma la questione resta aperta.
Trump e la tragica dipendenza dai combustibili fossili
Continuano a farsi la guerra per i combustibili fossili in barba ai gravi problemi climatici che minacciano la sopravvivenza del pianeta.
#complimenti a questi idioti che governano alcuni Stati del mondo e a chi continua a sostenerli.
Dalla preistoria a oggi nessun vero progresso è stato fatto, anzi possibilmente si è tornati indietro perché dalla clava siamo passati agli ordigni nucleari…
di Paolo Ermani

Trattati internazionali, diritti dell’uomo, dichiarazioni universali, democrazie di cui tanto si vanta l’uomo moderno come grandi conquiste, alla prova dei fatti sono ininfluenti, il mondo è dominato da chi ha maggiore forza militare e fa esattamente quello che gli pare, come gli pare, quando gli pare:
rapisce presidenti, bombarda a piacimento questo o quel paese anche per ottenere materie prime, soprattutto petrolio, e così continuare ad avere la supremazia sui concorrenti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, incurante di qualsiasi trattato, diritto, democrazia, sovranità, volontà popolare, e senza nemmeno un minimo di pudore diplomatico, dichiara apertamente che all’America serve la Groenlandia per le sue ricchezze e se la prenderà;
che gli serve il petrolio del Venezuela e se lo prende.
In questo agghiacciante quadro, ci viene raccontato che il presidente degli Stati Uniti è stato regolarmente eletto e il paese è una democrazia.
Visto che siamo in piena epoca post Orwelliana, forse è il caso di coniare un nuovo termine del bispensiero, ovvero la democrazia dittatoriale.
Trump, pilotato anche dalle potentissime multinazionali dei combustibili fossili, sa perfettamente che le riserve di petrolio degli Stati Uniti non dureranno a lungo, considerato che è il paese al mondo con il più alto consumo energetico complessivo, determinato anche dagli immensi sprechi che sono una parte fondante del sistema della crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, che è il capitalismo.
Ma invece di trovare soluzioni adeguate, considerato anche il livello di alta tecnologia che ha il suo paese, imbraccia la clava e come un tossico petrolifero va in giro per il mondo a trovare petrolio; e guarda caso il Venezuela è uno dei paesi con le maggiori riserve.
Trump definisce i cambiamenti climatici una bufala e odia le energie rinnovabili e il perché è presto detto: sono democratiche, decentralizzate, diffuse, poco costose, convenienti, gestibili, non facilmente controllabili da poche multinazionali, cioè l’esatto contrario di tutto quello che Trump rappresenta e difende. Trump con l’aggressione al Venezuela si illude che mostrando ancora una volta i muscoli farà valere la sua prepotenza, ma oltre che determinare indignazione e orrore, si avvita ancora di più in una direzione energetica suicida.
I combustibili fossili sono in via di esaurimento, provocano inquinamento, diseguaglianze, militarizzazioni, guerre, catastrofici cambiamenti climatici, contribuiscono alla produzione di illimitati prodotti, sopratutto plastici, che stanno sommergendo, soffocando e intossicando il mondo, visto che ormai di plastica ne beviamo e mangiamo quotidianamente.
Se si vuole reagire alla politica preistorica, bisogna sicuramente ridurre gli sprechi ed emanciparsi il più possibile dai combustibili fossili, essere maggiormente autosufficienti dal punto di vista energetico e alimentare costruendo società che mettano al primo posto il rispetto della vita e quindi la tutela di persona e ambiente.
Chi ha bisogno della forza e della violenza per imporre il suo volere mostra solo la sua sconcertante debolezza e miseria di non avere nessun altro argomento che non siano appunto la forza e la violenza.
Carne scaduta da anni ma nessuna allerta nazionale
Il caso Bervini e il silenzio delle autorità

Finiva sulle navi da crociera, nei ristoranti e nel pet food parte della carne scaduta lavorata nei macelli Bervini di Mantova e Reggio Emilia.
È quanto emerge dalla nuova puntata di Report, andata in onda il 21 dicembre, con l’inchiesta curata da Giulia Innocenzi.
Secondo quanto ricostruito dalla trasmissione, il macello riforniva anche Simmenthal e Star, che hanno sospeso i rapporti in via precauzionale.
Bolton ha dichiarato a Report che solo il 6% della carne in scatola proveniva da Bervini;
Star parla di circa il 5%, precisando che non è stata utilizzata per il dado.
Un operaio intervistato riferisce che controllori Bolton erano presenti nello stabilimento di Trento durante la cottura.
L’aspetto preoccupante è che l’allerta sanitaria è scattata solo 40 giorni dopo la segnalazione alle autorità. Un tempo inconcepibile.
Dove è finita la carne scaduta
Le immagini mostrano l’assessore alla Salute dell’Emilia-Romagna, Massimo Fabi, mentre ricostruisce la destinazione dei lotti rintracciati:
1.500 kg destinati alla ristorazione su navi da crociera,
circa 100 kg finiti in un ristorante della provincia di Modena, già consumati al momento della notifica, circa 3mila kg destinati a un’azienda di pet food, anch’essi già utilizzati.
Una filiera opaca, che coinvolge alimenti destinati sia all’uomo sia agli animali.
Va detto che non è mai stata pubblicata una lista completa dei destinatari della carne.
Considerando che, secondo la trasmissione Report il comportamento di Bervini andava avanti da anni,
i numeri riferiti dall’assessore Fabi son ridicoli.
Dopo l’inchiesta, l’Ats Val Padana ha chiesto di rintracciare i lotti a partire dal 28 dicembre 2024.

L’azienda di macellazione Bervini è al centro di un grave scandalo alimentare segnalato da Report
Perché l’allerta è partita con 40 giorni di ritardo?
Il macello avrebbe inizialmente rifiutato di fornire i dati (una motivazione inconcepibile), parlando di problemi informatici, ma la spiegazione appare fragile.
In ogni caso non è stata diramata una comunicazione ufficiale su scala nazionale per informare consumatori, distributori e locali dei lotti effettivamente commercializzati.
Per la trasmissione, la pratica di scongelare e lavorare carne importata (soprattutto dal Sud America) era in corso già dal 2018.
Le testimonianze parlano di pezzi lasciati a scongelare all’aperto, fuori dal capannone, prima della lavorazione.
Etichette cambiate e il ruolo degli altri stabilimenti
Un altro impianto del gruppo, quello di Trento, sarebbe stato coinvolto nella cottura della carne scaduta. Secondo un operaio, ad alcune confezioni veniva sostituita l’etichetta, con una nuova scadenza spostata in avanti di due anni.
Su parte dei prodotti compariva il marchio Gj, riconducibile al gruppo della brasiliana Marfrig, il maggiore produttore mondiale di hamburger.
Sarebbe stato coinvolto anche lo stabilimento di Salvaterra (Reggio Emilia), da cui la carne veniva inviata a Mantova.

Secondo Report per anni Bervini scongelava carne scaduta importata dal Sud America e la rivendeva
Simmenthal e Star tra i clienti di Bervini
In consiglio regionale, l’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso ha chiarito che l’allerta ha riguardato solo i lotti “privi di evidenza di trattamento termico”, escludendo quindi la carne cotta.
Alla domanda diretta di Innocenzi, Bertolaso ammette: “Me l’hanno fatto dire i tecnici, verificherò”.
Un altro elemento critico sollevato dalla trasmissione riguarda la rintracciabilità dei lotti.
Secondo quanto dichiarato durante l’inchiesta, i dati sugli invii e sulle destinazioni degli stock di carne possono essere estratti dalle banche dati in poche ore: un processo rapido, ma che di fatto non si traduce in una comunicazione trasparente e pubblica.
Salute pubblica o faccenda privata
A rendere questa vicenda ancora più grave non è solo ciò che è accaduto nei macelli Bervini, ma il silenzio che l’ha circondata dopo.
Il Fatto Alimentare ha presentato una richiesta formale di accesso agli atti, respinta.
Ha chiesto due interviste sul caso all’Ats Val Padana respinte perché ” le indagini sono in corso”.
Abbiamo inviato alcune domande all’Ats Val Padana per chiarire il loro modo di operare e scui controlli senza successo.
Abbiamo chiesto chiarimenti all’azienda Bervini, senza riscontri.
Ha chiesto un’intervista all’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso rimasta lettera morta.
Un muro di silenzio che non può essere liquidato come una semplice difficoltà organizzativa.
Perché quando tonnellate di carne scaduta finiscono nella ristorazione, nelle navi da crociera e nel pet food, non si è più nel campo delle verifiche interne, ma in quello della tutela della salute pubblica.

Ratti infestano allevamenti di maiali dell’azienda La Pellegrina del gruppo Aia Veronesi (altro caso a carico dell’ATS val Padana)
Il sistema di allerta funziona, ma non sempre
Eppure, per oltre 45 giorni, non è arrivato alcun comunicato pubblico, alcuna allerta nazionale, alcuna lista dei clienti coinvolti.
Come se la questione riguardasse solo i rapporti tra un’azienda e l’autorità sanitaria locale.
Come se i cittadini non avessero diritto di sapere dove sia finito ciò che hanno mangiato – o dato da mangiare ai propri animali.
Eppure in Italia il sistema dei richiami alimentari funziona abbastanza.
Quest’anno il nostro sito ha rilanciato notizie su 266 richiami ufficiali, per un totale di 580 prodotti di aziende e marchi diversi.
Dunque lo strumento esiste, viene utilizzato ed è operativo.
Per Bervini però sembra che qualche cosa si sia inceppato.
Difficile considerare un incidente l’assenza di un’allerta completa e trasparente o di avvisi ufficiali nei due scandali emersi a carico di ATS Val Padana: Bervini e La Pellegrina.
Bervini e La Pellegrina: due scandali, lo stesso copione
| Bervini | La Pellegrina | |
|---|---|---|
| Irregolarità documentate | Carne scaduta scongelata, lavorata e commercializzata | Condizioni igieniche e sanitarie gravi |
| Destinazione dei prodotti | Ristorazione, navi da crociera, pet food | Filiera alimentare |
| Durata presunta delle pratiche | Fino a 5 anni, secondo testimonianze | Anni |
| Allerta nazionale completa | No | No |
| Lista pubblica dei clienti | Mai pubblicata | Mai pubblicata |
| Comunicazioni ufficiali ai cittadini | Assenti o tardive | Assenti |
| Risposte a richieste giornalistiche | Nessuna | Nessuna |
L’allerta mancata
La sensazione è che l’allerta scatti solo quando non crea problemi sistemici, mentre venga ridimensionata quando tocca filiere grandi, clienti numerosi e interessi rilevanti.
A questo punto la domanda non è più tecnica, ma politica e istituzionale:
chi decide quando un problema alimentare merita un’allerta pubblica e quando può restare confinata negli uffici?
E soprattutto:
perché, davanti a casi così gravi, la tutela dei consumatori sembra diventare un elemento secondario?
Finché a queste domande non verrà data una risposta chiara, il sistema di controllo alimentare resterà credibile solo a intermittenza.
E la sicurezza alimentare rischierà di dipendere non dalla gravità dei fatti, ma dal peso dei soggetti coinvolti.
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