Fra i molti

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( Dal Web )

Mi ricordo che una volta stavo parlando con mio fratello – persona perbene, gran lavoratore, cittadino democratico, rispettoso delle leggi in maniera maniacale. Ad un certo punto lui, sconfortato dalle mie idee, mi disse: «Ho capito. Tu odi i politici, odi i magistrati, odi i poliziotti, odi gli industriali. Insomma, odi tutti quanti. Tutti tranne te». Mi misi a ridere divertito, facendogli notare che non mi ero mai accorto di vivere in una famiglia, e in un paese, e in un mondo, in cui tutti quanti erano politici, magistrati, poliziotti e industriali — tutti tranne me. E poiché da quanto mi risultava egli non apparteneva a nessuna di queste categorie, lo accusai di avermi tenuto nascosto così a lungo quale fosse il suo vero mestiere. Si arrabbiò e mi disse che con me era inutile discutere.
Ogni tanto mi capita di ripensare a quella inutile discussione. Ho l’impressione che l’abbaglio in cui era caduto mio fratello sia molto più diffuso di quanto si possa immaginare. Pensare che i pochi, i pochissimi che esercitano il potere siano un tutt’uno con i molti, i moltissimi che lo subiscono, non è per forza di cose un sintomo di stupidità. Purtroppo, talvolta è anche una scorciatoia dell’intelligenza allorquando, incapace o impossibilitata di rivolgersi ai rappresentati, si indirizza esclusivamente verso i rappresentanti. Se i primi obbediscono ai secondi, tanto vale discutere solo con questi ultimi. Se li persuadiamo, gli altri seguiranno a ruota. È su questo presupposto che si basano tutti i vari aspiranti interlocutori e mediatori politici.
Sì, può essere vero. Ma io non sono d’accordo comunque. La logica della rappresentanza a mio avviso va scardinata, non coltivata. Quindi non l’accetto, sia che mi venga ricordata da un amico di questo mondo quasi fosse un fatto naturale, sia che mi venga propinata da un nemico di questo mondo come se si trattasse di una astuta strategia. Per cominciare, io non ho proprio alcun motivo di rivolgermi a politici, magistrati, poliziotti e industriali, in quanto li considero parte fondamentale del problema, non una possibile soluzione: per quel che mi riguarda vanno eliminati, non alimentati. In secondo luogo, costoro non sono affatto tutti quanti. Mettendo da parte i loro tirapiedi, la stragrande maggioranza delle persone subisce le loro decisioni, ne è vittima, tanto quanto me. D’altra parte, spostando lo sguardo dalle nostre parti, forse che il ceto politico di un movimento esprime tutta quanta la base? Forse che i pochi che parlano in assemblea e al megafono, o scrivono comunicati, sono un tutt’uno con i tanti che partecipano alle iniziative ed hanno a cuore le questioni per cui si battono? Ma quando mai!
Se disprezzassi tutti quanti – tentazione nichilista assai forte in quest’epoca – non avrei motivo di prendere mai la parola. A chi potrei rivolgermi? Agli altri tre gatti che la pensano più o meno come me? Con loro basterebbero gli incontri privati, non varrebbe certo la pena di perdere tempo ed energie per comunicare pubblicamente. Meglio il silenzio, che per altro permette di rimanere in una confortevole ombra. Ma se invece diffondo volantini o manifesti, se pubblico giornali o libri, se curo trasmissioni radio o siti internet, evidentemente è perché credo nella possibilità che esistano altre persone che potrebbero essere colpite dalle mie parole, in un senso o nell’altro. Altri da me lontani che possono vedere incrinate le proprie certezze e travolti i propri luoghi comuni, ad esempio quelli sulle presunte virtù dello Stato. Oppure altri a me vicini che si possono riconoscere, anche parzialmente, nei miei pensieri e che un giorno potrei incontrare. In fondo, come diceva un poeta, «si pubblica per prendere appuntamento».
Già, ma con chi? Ho già escluso politici, magistrati, poliziotti e industriali. E all’elenco degli interlocutori sgraditi ho aggiunto leaderini aspiranti parlamentari e militanti aspiranti consiglieri del Re. Se mi si risparmiano gli strali contro il settarismo ed i pregiudizi di chi non intende sedersi allo stesso tavolo dei propri nemici, in cambio io risparmio gli insulti contro l’opportunismo ed il collaborazionismo di chi gira con una sedia sotto braccio ed è pronto a stringere la mano a chiunque. Bisogna saper tenere certe distanze. Bisogna saper marcare certe differenze. Bisogna cercare teste calde fra i molti che subiscono, è vero, ma non è affatto un obbligo passare attraverso i pochi che impongono o che vorrebbero imporre. Quest’ultima è una scelta politica, nefasta come tutte le scelte politiche. Non sono fra quelli che credono che dopo un periodo di transizione gli squali diventino vegani.
Consideratela pure una questione di gusti, ma per me il ceto politico del basso non vale più di quello dell’alto. Se non è così palesemente nocivo, è solo perché non ne ha (ancora) l’opportunità e i mezzi per diventarlo. Ma gli intrighi e le ambizioni sono i medesimi. Esiste solo una cosa infame tanto quanto il potere, ed è la sete di potere. A chi comanda, bisogna scavare la fossa. A chi vorrebbe comandare, pure.
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Come risolvere la crisi in soli 100 giorni

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( Dal Web )

DI FABIO CONDITI

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Molti mi chiedono : “Cosa faresti per uscire dalla crisi se tu fossi al Governo ?”.

Bella domanda, perché è facile parlare di soluzioni finchè sai che non sarai tu a doverle attuare, altra cosa è essere lì ed avere la responsabilità della vita di 60 milioni di persone. Noi italiani.

Tutti sanno che il problema dell’attuale crisi economica è la mancanza di soldi nell’economia reale, ma nessuno lo dice.

Tutto il resto sono solo chiacchiere e distintivo.

Ci dicono sempre che le cause sono la corruzione, l’evasione fiscale, il debito pubblico, gli sprechi, l’automatizzazione, la globalizzazione, ma noi sappiamo che non sono il problema principale. Ci distraggono in continuazione con discussioni su temi diversi come i vaccini, l’immigrazione, i cambiamenti climatici, gli attentati terroristici, gli stupri e qualsiasi altra cosa riesca a distogliere la nostra attenzione dall’unico e vero problema.

La crisi economica deriva dalla mancanza di soldi nell’economia reale.

Ma i problemi dovrebbero essere la scarsità di risorse umane e materiali, certamente non i soldi che si possono creare e vengono anche oggi creati in grandi quantità e senza alcun limite. Solo che finiscono nelle mani di pochi privilegiati, che si arricchiscono a scapito di tutti gli altri.

Siamo una delle nazioni al mondo più ricche di risorse materiali, con un patrimonio artistico, culturale ed ambientale che tutti ci invidiano, ma soprattutto abbiamo risorse umane di qualità, perché abbiamo cultura, capacità, genio ed inventiva come nessun altra popolazione al mondo.

Tuttavia, siamo incapaci di trovare l’unica risorsa che può essere creata dal nulla senza alcun problema : i soldi.

Supponiamo che ci sia un Governo illuminato che voglia seguire la nostra strada, questi dovrebbero essere gli interventi legislativi nei primi cento giorni :Simbolo dei SIRE

1) Istituire una moneta fiscale elettronica chiamata SIRE, che gira su un circuito fiscale indipendente dalle banche, che fa capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Stampare anche biglietti di Stato in SIRE e monete metalliche da 5 e 10 euro in SIRE. Essendo materia fiscale, né la BCE  né l’UE non possono dire niente; l’importante è che siano ad accettazione volontaria ed utilizzabili per pagare le tasse. Per approfondimenti >>> QUI

2) Lo Stato diventa istituto di moneta elettronica come prevede l’art.114bis del TUB, per cui con la stessa carta di credito fiscale posso anche effettuare pagamenti in euro, magari con tecnologia blockchain.

3) Riprendere il pieno controllo della Banca d’Italia da parte dello Stato, procedendo al rinnovo delle cariche direttive e riacquistando le quote di partecipazione attualmente detenute da privati, per rispettare quanto previsto dall’art.47 della nostra Costituzione.

4) Procedere al consolidamento dei titoli di debito pubblico dello Stato attualmente detenuto da Banca d’Italia, circa per 400 mld di euro, in modo che il famigerato rapporto Debito/PIL possa scendere vicino al 100%.

5) Creare un sistema di banche pubbliche sul modello tedesco, nazionalizzando ed acquisendo il controllo di quelle in difficoltà, trasferendo tutte le sofferenze che gravano sul settore bancario presso la Banca d’Italia.

6) Disporre il pagamento immediato di tutti i debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende private e finanziare, con denaro creato direttamente dallo Stato, il sostegno ai cittadini in difficoltà, la ricostruzione del terremoto, gli investimenti produttivi ed innescare lo sviluppo economico in tutti i settori strategici dell’economia reale.

Mentre diventano operativi questi n.6 punti, viene contemporaneamente inoltrata al Parlamento Europeo ed alla Corte di Giustizia Europea, una denuncia per il mancato rispetto dei Trattati da parte della BCE e della Commissione Europea, citando nello specifico gli obiettivi dell’art.3 del TUE e dell’art.127 del TFUE, oltre a tutte le altre norme a favore degli Stati che non sono state rispettate : l’accusa è di aver adottato politiche monetarie solo a favore di banche e mercati finanziari, mentre i Trattati hanno ben altri obiettivi.

Nell’eventualità la BCE adottasse provvedimenti di blocco del sistema bancario, tenere pronto un decreto legge con il quale trasformare il sistema “fiscale” SIRE già utilizzato negli scambi, in un sistema monetario vero e proprio, dichiarandone la validità a corso legale e l’accettazione obbligatoria.Incontro a Roma il 9 ottobre 2017 su sovranità monetaria

In questo caso si usce dall’euro, ma senza traumi e con un sistema monetario pronto e già funzionante.

Parleremo di questo e di molto altro a Roma il 9 ottobre 2017, presso il VII Municipio in un incontro pubblico con Nino Galloni e Paolo Tintori. Siete tutti invitati.

Perchè se vogliamo davvero un cambiamento radicale e profondo delle politiche economiche e monetarie, dobbiamo aumentare la consapevolezza di tutti su questi temi fondamentali ed essere capaci di immaginare un sistema diverso, altrimenti saremo noi stessi un freno al cambiamento.

Ho anche realizzato n.6 video brevissimi e chiari, che potete trovare sul mio profilo pubblico su Facebook da condividere con i vostri amici >>> QUI.

Avete rotto il cazzo

Sorgente: Avete rotto il cazzo

Torino, arriva la prima scuola no-vax

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( Dal Web )

In provincia di Torino, a Orbassano, c’è una scuola che da oggi può venir definita la prima scuola in Italia “no-vax”, la Scuoletta Montessori.

Fatta la legge, trovato l’inghippo. Inizia in queste ore il nuovo anno scolastico e a tenere banco sui banchi di scuola non è tanto l’istruzione, quando la questione vaccini. Presidi che cercano di spiegare ai genitori tempi e leggi, mentre c’è chi si vuole mettere di traverso. I cosiddetti “genitori no-vax”, contrari a far vaccinare i propri figli e che da quest’anno avranno vita dura a scuola. Da per tutto, ma non a Orbassano.

In provincia di Torino, infatti, c’è una scuola che da oggi può venir definita la prima scuola in Italia “no-vax”. Un nome che la Scuoletta Montessori non vuol sentire, sottolineando che il 30% dei bambini è vaccinato (ma il 70% no!), ma che di fatto è ciò. E tutto secondo la legge. E l’inghippo trovato. Il decreto Lorenzin che ha introdotto le vaccinazioni obbligatorie per poter frequentare la scuola si riferisce solo alle scuole tradizionali, pubbliche o private che siano. Non riguarda, invece, il cosiddetto home schooling, cioè chi educa i figli a casa. Da soli, o in gruppo.

Secondo l’ultimo censimento del ministero dell’Istruzione in Italia un migliaio di famiglie ha optato per l’educazione fai da te. Alcuni tengono i figli a casa, educandoli tra le loro mura, altri invece hanno organizzato gruppi di studio, che però non sono delle vere e proprie scuole, ma delle associazioni culturali. Che, quindi, esulano dal decreto Lorenzin.

Orbassano, dunque, da cinque anni esiste la Scuoletta Montessori che, come dice il nome, si rifà al metodo educativo montessoriano. Niente  lezioni frontali, libri di testo e compiti a casa, ma da quest’anno anche niente certificati vaccinali. Almeno per ora, perché la Regione Piemonte è pronta al pugno duro e ieri ha chiarito che l’obbligo di vaccinare i bambini è tassativo per quelli con più di sei anni, in età da scuola dell’obbligo. Tutti, non sfuggono alle regole: riceveranno la lettera dell’Asl che li invita a vaccinare i figli e, se non provvederanno, saranno soggetti a controllo e sanzioni.

Lo Stato nelle vene

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( Dal Web )

«Se l’individuo non fosse, come è, sopraffatto, se il diritto non nascesse, come in effetti avviene, dalla moltiplicazione dell’unità, come sarebbe possibile costringere le masse a piegare anche solo un poco il capo davanti a questa morale senza fondamento, davanti a questa cosa astratta che esiste per se stessa e grazie alla forza della stupidità? Ecco perché è necessario livellare, formare una società (che parola ridicola!) a furia di colpi assestati con l’aspersorio o col calcio del fucile. L’aspersorio può anche essere laico, questo mi è indifferente, dal momento che è obbligatorio. Obbligatorio! Oggi, tutto è obbligatorio, dall’istruzione al servizio militare: domani lo sarà anche il matrimonio. E non basta: c’è la vaccinazione. La mania dell’uniformità, dell’uguaglianza davanti all’assurdo, spinta fino all’avvelenamento fisico! Del pus inoculato a forza, di cui l’uomo non avrebbe nessun bisogno se la morale non gli imponesse di disprezzare il proprio corpo, della bava infetta iniettata nel sangue a rischio di uccidervi (chi può contare i cadaveri dei bambini assassinati a colpi di ago?) del veleno che vi introducono nelle vene per uccidere i vostri istinti, per intossicare il vostro essere, per fare di voi, per quanto è possibile, una delle tante particelle passive che costituiscono la banalità collettiva e morale…»
Georges Darien
Un piccolo passo indietro. Lo scorso maggio la ministra della Salute Lorenzin ha annunciato la sua proposta di legge sull’obbligatorietà dei vaccini. I mass media hanno dato ampio risalto alla notizia, riportando come in base alla nuova normativa tutti i genitori avrebbero dovuto sottoporre i loro figli (da 0 a 16 anni) a ben 12 vaccinazioni, pena il divieto di frequentare asili nido e scuole, nonché l’applicazione di sanzioni pecuniarie rinnovabili ogni anno fino a 7.500 euro, fino alla paventata perdita della patria potestà. Fra i vaccini ovviamente era incluso anche quello infame contro l’epatite B, virus trasmesso principalmente per via sessuale, voluto nel 1991 dall’allora ministro De Lorenzo dietro sollecitazione di una tangente di seicento milioni di lire versati dalla multinazionale GlaxoSmithKline.
Ebbene, questa proposta di legge — non indecente, semplicemente a-b-e-r-r-a-n-t-e — ha suscitato più perplessità che rabbia. Lo stesso è accaduto per la radiazione dall’albo professionale di quei pochi medici che hanno osato criticare pubblicamente l’obbligo dei vaccini. Davanti a questo plateale ed arrogante attacco alla libertà e alla coscienza individuale da parte dello Stato, la reazione è stata di… un po’ di indignazione e tante discussioni. Ci sono state alcune manifestazioni contro la proposta di legge, certo, ma nemmeno tanto partecipate. Ai cortei nazionali di Roma e Milano hanno sfilato poche migliaia di persone, infinitamente meno di quanti si rovesciano per le strade in occasione di qualche scudetto vinto dalla propria «squadra del cuore». In generale ha predominato il solito fatalismo: è la dittatura della merda, passerà anche questa.
Eppure fino a non molto tempo fa una legge di tal fatta non sarebbe stata solo improponibile, sarebbe stata impensabile. C’era da non credere ai propri occhi nel vedere il modo in cui veniva creato artificialmente il clima di panico ed astio nei confronti dei bambini non vaccinati, messi alla berlina in quanto untori dell’epidemia del morbillo. Morbillo? Ma stiamo scherzando? La quasi totalità della popolazione italiana ultraquarantenne ha avuto il morbillo, e non è morta. Il vaccino contro il morbillo è stato introdotto qui in Italia nel 1984. Fino ad allora ammalarsi di morbillo da bambini era considerata una cosa del tutto normale, un piccolo fastidio da sbrigare il più in fretta possibile. Di più, un fastidio necessario perché rendeva immuni per sempre alla malattia. Quando un bambino si ammalava di morbillo, le mamme dei suoi amici mandavano i propri figli a fargli visita allo scopo di farli ammalare a loro volta — meglio togliersi subito il pensiero. Le malattie esantematiche sono molto pericolose da adulti, ma per lo più innocue se capitano nel corso dell’infanzia. Il bambino sta a casa alcuni giorni da scuola, guarisce, dopo di che non ha più nulla da temere da quella malattia.
Ora, non è affatto difficile capire che l’immunizzazione è mille volte meglio della vaccinazione. Che la prima è un fenomeno naturale che protegge per sempre dalla malattia e non ha controindicazioni, mentre la seconda è un espediente scientifico che in linea di massima protegge per un lasso di tempo e può causare danni collaterali. Che vaccinarsi significa diventare dipendenti dall’industria farmaceutica giacché i vaccini, per essere considerati efficaci, hanno bisogno di essere ripetuti nel tempo. Le persone vaccinate, superata una certa soglia di età, non potranno più ammalarsi senza incorrere in grossi rischi e quindi saranno costrette a vaccinarsi periodicamente per tutta la loro vita adulta. Cosa che farà la gioia dell’industria farmaceutica, la quale non ha interesse né ad uccidere né a guarire i propri clienti, ma a renderli pazienti cronici in fila davanti agli sportelli delle farmacie per acquistare le sue merci fino al loro ultimo respiro.
Questo la ministra Stronzolin, classe 1971, lo sa bene. Quasi sicuramente anche lei è immune al morbillo, si sarà anche lei ammalata da piccola. Lo stesso dicasi per la stragrande maggioranza dei politici, degli esperti, dei commentatori e dei giornalisti che hanno pompato la sua proposta di legge senza battere ciglio, in nome della salute pubblica che deve essere tutelata e garantita dallo Stato. Anche qui, c’è da rimanere sbalorditi. Secondo le statistiche ufficiali, la prima causa di mortalità è il fumo che provoca qui in Italia oltre 200 vittime al giorno. Ma poiché i tabacchi sono monopolio di Stato, questi morti non fanno scalpore. Non ce ne vogliano i fumatori, ma come non constatare che ottimo affare sia per lo Stato, incassare 15 miliardi di euro all’anno per la vendita di sigarette e spenderne la metà per la cura del cancro ai polmoni. Già, ma in questo caso c’è il libero arbitrio da rispettare!
Lo hanno dimenticato, lorisgnori? Forse neanche loro ricordano più bene contro chi siano in guerra, se contro l’Eurasia o l’Oceania… ah, già, contro il morbillo! Quel morbillo che, a detta della ministra Stronzolin, nel 2013 avrebbe fatto strage di bambini in Inghilterra, provocando ben 270 vittime. Oppure sono in guerra contro la meningite, di cui viene denunciata una epidemia in corso su tutto il territorio nazionale, ma solo a partire dal 2015. Nulla di vero, sono pure menzogne. Nel 2013 è morto solo un venticinquenne per morbillo in Inghilterra, quanto alla meningite si è registrato un incremento di casi nella sola Toscana (guarda caso, la regione in cui hanno sede le multinazionali che producono i vaccini anti-meningite), pochi mesi dopo l’incarico affidato all’Italia nel corso del Global Health Security Agenda, di guidare per i prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. Perfino alcuni esperti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno dovuto pubblicamente riconoscere che quella della meningite è «solamente una “epidemia mediatica”, il cui patogeno, che si sta moltiplicando a dismisura, contagiando giornali e lettori, è semplicemente la notizia giornalistica».
Ma la propaganda bellica, è notorio, si nutre di menzogne. E la guerra in corso, una guerra spietata che si combatte su tutti i campi, quotidianamente, è quella contro la libertà, contro la possibilità di dire, fare, amare, vivere come si vuole, senza dover adattarsi alla norma. Gli esseri umani, così diversi tra loro per via di quella ormai obsoleta caratteristica che è la singolarità, devono essere trasformati in cittadini omologati nell’obbedienza. Devono essere vaccinati, schedati, marchiati — a vita. Nel totalitarismo democratico l’erosione della libertà avviene poco alla volta, non è il risultato immediato di un colpo di Stato militare notturno. Giorno dopo giorno vengono prese misure che limitano e vietano i movimenti e l’autonomia, misure che partono in sordina — per permettere di renderle sopportabili, in modo di abituarvisi — e poi aumentano, si moltiplicano, si incrociano. Avete notato come i politici che vogliono far passare proposte di leggi particolarmente liberticide assomiglino ai magistrati accusatori che vogliono ottenere sentenze di condanna? Entrambi chiedono tanto per ottenere qualcosa.
Così, i cambiamenti subiti dalla proposta di legge originale sui vaccini (prima la riduzione del numero di vaccini obbligatori e delle sanzioni economiche in caso di inadempimento, nonché la conferma dell’inviolabilità della patria potestà, poi la possibilità dell’autocertificazione della richiesta di effettuare le vaccinazioni) sono stati accolti dal pubblico quasi come se si fosse trattato di un passo indietro da parte del potere, laddove in realtà costituiscono un balzo in avanti vertiginoso. Pensate, all’inizio ci volevano sprangare in testa ma poi per fortuna hanno deciso di spezzarci solo una gamba… Meno male, che sollievo! C’è da essere riconoscente a chi si cura tanto di noi.
Dopo aver incatenato i nostri corpi, dopo aver colonizzato la nostra mente, adesso lo Stato vuole anche scorrere nelle nostre vene.

Vecchi e nuovi padroni

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( Dal Web )

Jan Waclav Makhaïski
Da giovane studente nazionalista, il polacco Jan Waclav Makhaïski (1866-1926) è stato prima socialista, poi marxista, infine anarchico. Se lo zarismo punì il suo amore per la libertà con undici anni di galera, la storiografia militante punì la sua critica al «socialismo degli intellettuali» con l’oblio. Makhaïski è stato uno spietato nemico dell’intellighenzia e tutta la sua opera mirava a dimostrare come lo scopo dei partiti rivoluzionari, di qualsiasi colore fosse la loro bandiera, era servire da trampolino da lancio per intellettuali assetati di potere. 
Qui presentiamo uno stralcio da una sua opera apparsa nel 1905, anno della prima rivoluzione russa, in cui Makhaïski ribadisce la propria diffidenza nei confronti di teorie che considerano la rivoluzione non come un obiettivo immediato, ma come il risultato lontano dell’azione degli intellettuali. A finire nel suo mirino è la «scienza socialista», tanto inaccessibile agli sfruttati quanto utile al predominio dei suoi dotti servitori.
Qualsiasi libro, opuscolo, programma o giornale si consulti, sia esso socialdemocratico o anarchico, vecchio o recente, dovunque i socialisti si sforzano di suggerire ai lavoratori che i loro soli sfruttatori, i loro soli oppressori sono i detentori del capitale, i proprietari dei mezzi di produzione. Eppure, in tutti i paesi e in ogni Stato, esiste una immensa classe di persone che non possiedono né capitale mercantile né capitale industriale, eppure vivono da autentici padroni. Questa è la classe delle persone colte, la classe dell’intellighenzia.
Non possiedono terra né fabbriche, tuttavia beneficiano di redditi paragonabili a quelli dei capitalisti, medi o grandi. Non possiedono nulla, ma proprio come i capitalisti grandi e medi sono delle «mani bianche», esentati pure loro per tutta la vita dal lavoro manuale; e se partecipano alla produzione, è solo in qualità di ingegneri, direttori, amministratori. Essi risultano quindi nei confronti dei lavoratori, schiavi del lavoro manuale, come padroni e dirigenti identici in tutto e per tutto ai capitalisti-imprenditori.
I socialisti di tutte le epoche hanno diffuso tra gli operai un’enorme menzogna: solo i capitalisti vivrebbero di sfruttamento e saccheggio. Perché questa menzogna? Cosa apporta ai socialisti? Essa preserva tutta la società colta del mondo dagli attacchi degli schiavi insorti, poiché gli operai socialisti che ne sono vittime se la prenderebbero solo con la vecchia classe dei saccheggiatori. Così questa menzogna garantisce la sopravvivenza parassitaria della società dominante, prendendo di mira solo l’antico modo di rapina.
Si vede bene in che modo i socialisti aspirino alla soppressione dell’oppressione secolare dei lavoratori. Non fanno che promettere l’emancipazione agli operai, pregare per il suo avvento, proprio come i cristiani promettono, credono e sognano il paradiso. Cosa che non impedisce loro affatto, nella vita reale, di sviluppare e consolidare il saccheggio permanente. […]
Gli eruditi socialisti amano spiegare in modo particolareggiato che i capitalisti non sempre sono stati dei buoni a nulla come oggi. Al contrario, quando la borghesia non aveva ancora rovesciato il dominio degli aristocratici, l’intera industria doveva il proprio successo solo alla febbrile attività dei capitalisti, solo alla loro incessante lotta contro il vecchio ordine, lotta che ha portato alla libertà. Inoltre, i dotti socialisti spiegano che nella storia le cose sono avvenute nella stessa maniera con tutte le classi privilegiate. Proprio come i capitalisti, i nobili e anche gli schiavisti dell’antichità diventarono superflui, inutili alla società, solo alla fine del loro dominio, quando degenerarono; vennero allora sostituiti da nuovi padroni. All’inizio del loro ingresso nella storia, tutte queste classi dominanti fecero avanzare l’umanità su nuove vie e la società non poté fare a meno di loro. Le rivoluzioni, dicono ancora i socialisti, scoppiano soltanto nelle epoche di degenerazione del modo di produzione capitalista.
Non è evidente che i socialisti insorgano solo contro le forme arcaiche di dominio, e non contro il saccheggio secolare? Non fanno che attendere il rinnovamento di queste forme superate. Non si sollevano contro i padroni in generale, ma solo contro quelli che sono degenerati, che non sono più capaci di dirigere e portano l’economia alla rovina con la loro incuria, la loro inattività e la loro ignoranza. I socialisti non vedono nemmeno l’opportunità di lottare contro il sistema di saccheggio, nel caso in cui questo si sviluppi e progredisca, e ritengono che non sia possibile provocare una rivoluzione finché il capitalismo è, come dicono loro, «in grado di svilupparsi».
Quelli che, come i socialisti, si ribellano solo perché il secolare regime di saccheggio s’è aggravato, quelli non fanno che pretendere il suo rinnovamento, il suo sviluppo, e non fanno nulla di decisivo per la sua soppressione. È per questo che i socialisti, che avevano promesso per tutto il XIX secolo la caduta del regime borghese, in realtà hanno solo accelerato la sua evoluzione, spingendolo a progredire e a rinnovarsi. Mentre alla vigilia preconizzavano una morte immediata del capitalismo, furono costretti a spiegare che questa forma arcaica di produzione si era rivelata, contrariamente alle loro aspettative, assai capace di sopravvivere e di durare e che, nonostante tutto, nei paesi occidentali questo regime offriva una libertà crescente.
Quindi coloro che si ribellano soltanto contro padroni degenerati e inattivi, non più in grado di dirigere, non fanno che esigerne di nuovi più capaci, non fanno che facilitare il loro avvento e, di conseguenza, non indeboliscono ma rafforzano il dominio secolare dell’uomo sull’uomo. […]
Nel suo insegnamento la scienza socialista si è adoperata a ben dissimulare il futuro padrone di cui prepara la liberazione ed il dominio totale. Gli eruditi socialisti hanno agito, in questo caso, come i politici e gli apostoli della borghesia del tempo della sua lotta contro i nobili. All’epoca della rivoluzione francese del 1789, la scienza spiegava che gli unici saccheggiatori della società erano rappresentati da un piccolo numero di aristocratici debosciati e degenerati. Tutto il resto della popolazione apparentemente costituiva solo un popolo omogeneo, solidale e laborioso, al quale in fin dei conti sarebbe bastato rovesciare il pugno di parassiti per ottenere «libertà, uguaglianza e fratellanza» per tutti.
Tuttavia, in mezzo a quel «popolo» laborioso e solidale si trovava la classe già abbastanza numerosa di borghesi, capitalisti e industriali che si erano moltiplicati e sviluppati nel corso dei secoli. Questa classe costringeva le masse operaie a combattere gli aristocratici per farle ottenere diritti uguali a quelli dei vecchi privilegiati, così come il diritto di disporre senza limiti delle ricchezze del paese.
È per questo motivo che, alla fine della lotta, gli operai compresero di essere caduti in una servitù ancora maggiore di quella sotto i nobili.
In modo del tutto identico, i socialisti contemporanei assicurano alle masse operaie di essere sfruttate solo da «un piccolo pugno di magnati del capitale» e da «grandi proprietari terrieri» che si impadroniscono dei frutti del loro lavoro. Questo presunto pugno di saccheggiatori sfrutterebbe «tutta la società», tutte «le masse lavoratrici», tutto il resto della popolazione che verrebbe privata ogni giorno di più dei suoi beni, venendo in questo modo assimilata al proletariato sfruttato. I socialisti compiono qui, con la loro definizione di «proletariato», lo stesso gioco di prestigio dei democratici borghesi con il loro popolo.
I profeti del capitalismo equiparavano i milionari all’«intero popolo lavoratore»; i socialisti fanno lo stesso mescolando spudoratamente ai ranghi del «proletariato operaio e sfruttato» un’intera classe di autentici «padroni con le mani bianche», che vive la vita agiata dei padroni recitando il ruolo onorevole e dominatore di comandante di schiavi, di lavoratori manuali. Questo esercito di colletti bianchi si serve delle rivolte operaie per contrattare con i padroni i propri redditi sempre più cospicui; e in caso di sgombero della classe capitalista – quello di cui sognano i socialisti – questo esercito di colletti bianchi non tarderebbe ad occupare i posti degli imprenditori privati, a comandare direttamente e per conto proprio i lavoratori, e ad appropriarsi senza condividerle di tutte le ricchezze del mondo. Proprio come i capitalisti si sono riconciliati con gli aristocratici, l’intellighenzia, tutto il mondo colto, si riconcilierebbe rapidamente con i vecchi padroni, per un ordine socialista, e la servitù dei lavoratori non farebbe che rafforzarsi.
[La révolution bourgeoise et la cause ouvrière, 1905]

La notte dei morti viventi

Ferrio

( Dal Web )

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant’anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell’anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell’apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.
Più di un recensore ha sottolineato la forte critica sociale presente nei film di Romero, le cui creature grigie, putride, dagli occhi spenti, dal passo strascicato e dalla bocca piena di resti di carne umana, ben rispecchiano i membri dell’odierna civiltà occidentale. Lo zombie è la metafora dell’essere umano moderno, privo di ragione e dignità, morto nella propria individualità, presente sulla terra unicamente sotto forma di consumatore di merci, brancolante davanti alle vetrine dei negozi.
Ebbene, l’orda di morti viventi come metafora sociale è perfettamente calzante a indicare tutti coloro che vagano a bocca aperta attraverso le sale del tempio del capitale, siano essi clienti di mercati o sovversivi di Stato. Gli zombie di Romero che in Dawn of the Dead del 1978 si accalcano davanti ad un centro commerciale sono come gli zombie di Autonomia Operaia del 1977 che si accalcano davanti all’immagine sbiadita della «rivoluzione qui ed ora». Gli uni e gli altri seguono semplicemente la loro memoria muscolare, il riflesso condizionato che li porta laddove un tempo avveniva per loro qualcosa di importante. Ma se da morti si atteggiano a vivi, è perché da vivi si comportavano come già morti. Una vita trascorsa all’insegna della merce o della politica (ancorché rivoluzionaria) è una non-vita.
Morti viventi sono i consumatori di merci, morti viventi sono i consumatori di militanza. Gli zombie di Romero che si muovono tra i manichini dei grandi magazzini sono come gli zombi dell’Autonomia Operaia che si muovono tra i funzionari delle istituzioni, persone che quando erano in vita erano solo ingranaggi della macchina economica e politica. A differenza di vampiri e licantropi, a differenza di teste calde e cani sciolti — tutti solitari rei di individualismo, costretti alla macchia dalla società — gli zombie rappresentano la massa, l’enorme maggioranza annichilita e annichilente, comune, identica, tutta uguale malgrado qualche sfumatura, senza eccezioni. Quella che parte insieme e torna insieme dopo aver deciso insieme cosa fare insieme (e che è pure orgogliosa di condividere questa omologazione forzata). Lo scopo di questa orda vuota e insensata, senza cuore né anima, composta di pura materia senza spirito, biascicante gingle commerciali o slogan di piazza, è di sterminare la singolarità umana per creare un mondo abitato esclusivamente da zombie.
E poiché anche all’orrore capita talvolta di incontrare il comico, ecco spuntare il grottesco. L’obiettivo dichiarato del dibattito padovano era «quello di fare riemergere un sentire comune, un sentire che allora permeava il corpo sociale, un “feeling di parte” si direbbe, che i militanti del 77 trasmettono ancora, a quarant’anni di distanza… Questo feeling, questa sensazione di sentirsi sull’orlo della rivoluzione, di sentirsi la rivoluzione addosso, è ciò che rende il 77 straordinario». Ma da dove proveniva quella sensazione in grado di rendere straordinario il 77, se non dall’azione insurrezionale che la suscitava? La «terribile bellezza» di quell’anno non è forse data da un movimento che andava all’assalto senza rivendicare alcun diritto, che non voleva conquistare affatto lo Stato (aspirazione coltivata solo dal suo ristretto ceto politico), intendendo solo distruggerlo? Un movimento vasto e molteplice composto da decine e decine di migliaia di persone, che sfidavano l’ordine costituito in ogni ambito della vita, e di cui la ventina di sigle che in quell’anno rivendicarono duecento attentati non furono che una mera espressione.
E chi dovrebbe rievocarlo, il «feeling» che permeava quel movimento, chi più di tutti si diede da fare per rinnegarlo e vederlo sparire sotto la melma del compromesso politico?
Gli zombi di Autonomia Operaia sono affiorati nei primi anni 80. Prima, quando erano vivi morenti, volevano instaurare il nuovo potere proletario. Dopo, da morti viventi, volevano rinnovare il vecchio potere borghese. Il passaggio da prima a dopo, la loro mutazione, ha un nome storico preciso: si chiama dissociazione (la «desistenza» di Scalzone non ne è che la variante scaltra perché timida). Gli zombi di Autonomia Operaia sono coloro che vorrebbero vivere il comunismo, ma senza fare la rivoluzione; vorrebbero tornare al 77, ma senza passare per l’insurrezione. Ma senza rivoluzione ed insurrezione, cosa resta se non il riformismo?
Se ci si prendesse la briga di leggere i documenti redatti dal professore padovano e dai suoi sodali nei primi anni 80, si capirebbe meglio l’origine di ciò che spinge in avanti le odierne schiere di zombi rivoluzionari. È il maestro della dissociazione ad aver sostenuto che la necessaria fine delle ostilità deve lasciare spazio solo alle lotte sociali di massa, prescrizione che ai giorni nostri ha infettato persino molti anarchici: «La lotta politica proletaria deve distruggere l’immagine della guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terribile il sentimento della disperazione, la frenesia dell’omicidio, l’ottusità della coerenza combattente. Oggi, la lotta politica è al primo posto, di nuovo agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità ed alla sua energica effettualità…. Respingo l’accusa che l’esplicita dissociazione dal terrorismo sia un’operazione minimale. Anzi. Essa rappresenta l’inizio di un nuovo progetto politico, che deve di nuovo rappresentare l’identità culturale e sociale del movimento. La sua prospettiva è questa: raccogliere la storia delle lotte, volendone dare una rappresentazione politica e una rappresentazione operativa. Tagliando, in maniera definitiva – sulla base di una censura che già storicamente (ma finora in maniera spontanea) s’è data sul livello di massa – con il terrorismo e con tutte le deviazioni militaristiche del movimento…. Riaprire un terreno di speranza comunista, significa, oggi, dissociarsi, e fare della dissociazione un programma di vittoria della lotta di massa».
Già!… Ed è sempre il maestro della dissociazione ad aver teorizzato l’urgenza pratica dell’oblio, quando ai suoi «fratellini» che lo criticavano rispondeva con stizza che «la vostra memoria è diventata la vostra galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere felici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria». Senza memoria si è più rivoluzionari, perché il movimento può crescere ed allargarsi: infatti oggi anche i delatori possono partecipare alle assemblee, i collaboratori di giustizia possono mettere piede in spazi occupati ed i magistrati possono essere invitati alle iniziative di lotta. Senza memoria, alle cene popolari c’è posto per tutti.
È il maestro della dissociazione ad aver insegnato come la condanna della violenza rivoluzionaria e la partecipazione alle lotte sociali consentano di confrontarsi con le istituzioni in qualità di interlocutori, aiutandole a migliorarsi: «una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti “combattenti” o terroristici, come primo passaggio per sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo e propositivo con quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione… La soluzione della questione dei prigionieri politici è una condizione centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per una loro modernizzazione. Ed una radicale riforma delle istituzioni è momento significativo della crescita di nuovi movimenti». Perché le istituzioni non vanno più abbattute, vanno riformate.
È il maestro della dissociazione ad aver proposto la strategia della conflittualità alternata, oggi dilagante in tutta Italia: «Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità dei suoi contenuti. Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della “lotta armata” (di cui non c’è una versione “buona”, alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo Stato deve fare i conti, anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione».
La miseria del presente sta già tutta lì, annunciata a chiare lettere da chi da tempo aveva deciso di fare il più ignobile dei mercimoni con lo Stato.
Da vivi morenti come da morti viventi, i cantori della dissociazione e della desistenza da molti decenni diffondono la lebbra della servitù volontaria. Quando sostengono che il comunismo è il felice esito del capitalismo — il quale non deve perciò essere ostacolato e sabotato, bensì attraversato ed aiutato a compiersi — non fanno altro che scavare la fossa alla rivolta. Quando rincorrono l’uso dei mezzi di produzione in quanto sinonimo di progresso, non fanno altro che contribuire all’espansione del dominio tecnologico. Quando fanno delle istituzioni l’unico orizzonte a disposizione degli esseri umani — non a caso sono tutti allievi di quella gran testa di Tronti, quello che proprio nel 1977 scriveva che «Lo Stato moderno risulta, a questo punto, niente meno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia» — non fanno altro che addomesticare gli individui, trasformandoli in cittadini. Quando esaltano la centralità del lavoro, non fanno altro che ammirare la fatica al servizio dello sfruttamento. Quando ambiscono ad organizzarsi in partito, non fanno altro che giustificare la gerarchia e la disciplina.
Fossero vivi, si batterebbero contro questo mondo mortifero. Essendo morti, si battono per riproporre lo stesso mondo mortifero, limitandosi a riconfigurarlo, garantendo così al potere e all’obbedienza un eterno presente. Fossero vivi, si guarderebbero attorno e vedrebbero a quali disastri umani, sociali ed ecologici ha portato il culto dell’autorità. Si accorgerebbero di come e quanto la ristrutturazione del capitale nel corso di questi ultimi decenni abbia fatto avanzare il deserto emozionale.
Ma sono morti, seppur viventi. E continuano ad aggirarsi fra i vivi, per divorarli.

Chiacchiere e distintivo

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( Dal Web )

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un’aula di tribunale.
È questo il pensiero di ogni filisteo: dalla presunzione di innocenza fino a prova contraria si deve passare alla presunzione di colpevolezza fino ad alibi contrario. Ed invece, da Bruxelles a Firenze, pavidi giudici si nascondono dietro alla giurisprudenza anziché lanciarsi in avanti verso la giuristracotanza.
Lo scorso 1 agosto la Camera di Consiglio di Bruxelles si è espressa in merito alla richiesta della procura di mandare sotto processo un buon numero di anarchici accusati di «terrorismo» per una serie di azioni loro attribuite. Nella sua requisitoria il procuratore ha sfoggiato una logica impeccabile: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, gli imputati non sono contrari all’uso della violenza, quindi sono colpevoli di alcuni attentati avvenuti nel corso degli ultimi anni. Come si vede, non occorrono prove, è sufficiente un po’ di logica. Non occorre dimostrare cosa hanno fattogli imputati, basta dimostrare cosa pensano.
A quanto pare il sillogismo non è riuscito però a convincere i giudici che compongono la Camera di Consiglio — quei parrucconi! — i quali hanno sì rinviato a giudizio 12 anarchici, ma facendo cadere l’aggravante di «terrorismo», sopprimendo non pochi capi d’imputazione (fra cui quelli relativi ad un attacco ad un commissariato, e all’incendio di parecchie automobili di secondini parcheggiate fuori da una prigione), nonché ridefinendo le imputazioni. Nove imputati non hanno affatto partecipato «a un gruppo terrorista», però avrebbero fatto parte «di una associazione costituita allo scopo di colpire persone o proprietà, attraverso la perpetrazione di crimini o delitti». Altri tre imputati non sono più «dirigenti di un gruppo terrorista», ma sarebbero «provocatori o capi banda». Quanto ai reati loro attribuiti, sarebbero quasi tutti accaduti nel corso di manifestazioni di protesta. Il processo che si terrà rinverdirà una vecchia tradizione nella repressione degli anarchici, i quali andranno alla sbarra per aver costituito un’«associazione di malfattori».
Mesi ed anni di pedinamenti, intercettazioni, tentativi di infiltrazione, angherie varie… il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco. Mesi ed anni di articoli sensazionalistici, con titoli a caratteri cubitali, di mostri sbattuti in prima pagina, di allarmi sociali indotti… eh sì, il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco.
Pochi giorni dopo, ad oltre 1200 chilometri più a sud, la storia si ripete. Centinaia di poliziotti & carabinieri vengono sguinzagliati a Firenze, Roma e in provincia di Lecce per procedere all’arresto di otto anarchici, accusati di essere gli autori di due attentati avvenuti nel capoluogo toscano negli scorsi mesi: alcune molotov lanciate nell’aprile del 2016 contro una caserma dei carabinieri poco dopo una ostentazione di muscolosa arroganza da parte di quei guastafeste, e un pacco esplosivo lasciato sulla soglia di un centro culturale fascista la notte dello scorso capodanno (la cui detonazione ferì lo spavaldo artificiere che intendeva disinnescare l’ordigno). Due azioni dirette contro alcuni manovali del potere, con e senza uniforme d’ordinanza, avvenute per di più nel feudo del nuovo volto della classe dirigente, non potevano e non dovevano rimanere senza reazione. Qualcuno doveva pagare per un simile affronto alle istituzioni, per aver dato il cattivo esempio e dimostrato che non è affatto obbligatorio «obbedir tacendo» alle autorità — ma che è possibile anche ribellarsi e passare all’azione, in qualsiasi luogo e momento.
L’operazione repressiva ha suscitato un certo entusiasmo nelle alte sfere, scatenando la foia dei soliti forcaioli. Fra questi, vale la pena soffermarsi un attimo sulle parole del ministro dell’Interno Minniti, secondo cui questa operazione «rappresenta un successo di alto livello conseguito attraverso una complessa e articolata attività investigativa». A parte il fatto che, secondo la stessa teoria giuridica classica, il «successo di alto livello» lo dovrebbe sancire una condanna in tribunale, non il tintinnio delle manette. Ma poi queste complesse indagini in cosa consisterebbero? In intercettazioni ambientali che raccolgono frammenti di conversazioni? Qui si ripropone ancora il solito sillogismo questurino: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, ecc. ecc… No, decisamente non occorre dimostrare cosa hanno fatto gli arrestati, basta dimostrare cosa pensano. Ad ogni longitudine e latitudine, uno sbirro resta uno sbirro.
Passano solo due giorni dagli arresti ed ecco che il giudice per le indagini preliminari di Firenze, forse amante del latino ed ammiratore di Pietro Leopoldo, rimette in libertà cinque dei sei anarchici arrestati in quella città. Insufficienza di prove (per il sesto, la discutibilissima prova del dna viene ritenuta sufficiente per tenerlo al fresco). Ed ora, quali assi nella manica tireranno fuori gli inquirenti? Per il momento sostengono senza vergogna di avere in mano… niente. Niente, nulla, zero. Non hanno invocato il classico «riserbo sulle indagini», né hanno ostentato le classiche «prove granitiche», che il più delle volte si sono rivelate di sabbia. «Intercettazioni» — riportano le veline della stampa — solo e soltanto «intercettazioni». Ovvero parole carpite al volo, stralci di discussioni, battute, frammenti di vocaboli che non è possibile stabilire né se siano stati effettivamente pronunciati, né il contesto in cui sarebbero stati pronunciati, né la credibilità di chi li avrebbe pronunciati. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un indizio tutto da verificare, oggi è diventata una prova che basta evocare per decretare la faccenda risolta. Davanti all’euforia del procuratore Creazzo, o del dirigente dell’antiterrorismo Spina, o del generale dei Ros Governale, ci viene in mente la celebre frase rivolta ad uno sbirro in un film: «Tu non hai niente… sei solo chiacchiere e distintivo, sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo». Ma nella realtà ancor più che nella fantasia, un po’ di chiacchiere bastano e avanzano per dare lustro a quel distintivo.
Alla fin fine, tutto quel clamore per un fiasco di basso rango? Temiamo di no. Oltre al fatto che due degli arrestati sono ancora dietro alle sbarre, non riusciamo a toglierci di dosso la spiacevole sensazione di essere davanti ad un ennesimo esperimento di massa volto a far accettare l’inaccettabile.

Non aggiustate ciò che vi distrugge

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( Dal Web )

Pamphlet per il buon vivere

1.
La politica non può creare alternative. Il suo scopo non è quello di aiutarci a realizzare le nostre possibilità e capacità: attraverso la politica, facciamo solo valere gli interessi legati al nostro ruolo all’interno dell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni suo passo ed ogni sua azione fa sempre riferimento allo Stato e al mercato. La politica è l’animatrice della società, il suo medium è il denaro. Le regole a cui obbedisce sono simili a quelle del mercato. Da una parte come dall’altra, al centro c’è la pubblicità; da una parte come dall’altra, il punto è la valorizzazione e le sue condizioni necessarie.
Il borghese modello moderno ha completamente interiorizzato le costrizioni del valore e del denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È davvero «padrone» di se stesso, signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa null’altro se non l’auto-controllo del ruolo sociale che viene imposto. Siccome siamo sia contro il potere che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere favorevoli al potere del popolo?
Essere favorevoli alla democrazia — questo è il consenso totalitario, il credo collettivo della nostra epoca. La democrazia è al tempo stesso appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia; può essere solo perfezionata poiché oltre la quale non vi è nulla. La democrazia è parte integrante del regime del denaro e del valore, dello Stato e della nazione, del capitale e del lavoro. Essendo una parola vuota, tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta semplicemente di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa azione degli esseri umani contro i ruoli sociali che vengono loro imposti.
2.
Capitale e lavoro non sono antagonisti, al contrario costituiscono un blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La religione del lavoro di cui siamo i praticanti è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. L’addestramento al lavoro è stato — e rimane — uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.
Mentre la prigione del lavoro crolla, la sua influenza cresce e diventa fanatismo. È il lavoro a renderci stupidi e sempre più malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni legali di distruzione. Le stimmate del lavoro, le vediamo ogni giorno sui volti e sui corpi.
Il lavoro è la voce principale all’interno del consenso. È considerato una necessità naturale, ma non è altro che l’addomesticamento capitalista dell’attività umana. L’attività è tutt’altra cosa, quando non viene svolta per i soldi e il mercato, ma sotto forma di dono, regalo, contributo, creazione a beneficio di noi stessi o della vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.
Una parte considerevole di tutti i prodotti e servizi è esclusivamente in funzione della moltiplicazione del denaro, ci costringe a tormenti non necessari, spreca il nostro tempo e minaccia le basi fondamentali della vita. Certe tecnologie possono essere considerate solo come apocalittiche.
3.
Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non esiste nessuno che non voglia averne. Così è, anche se non lo abbiamo mai deciso noi. Il denaro è un imperativo sociale, non è uno strumento manipolabile. In quanto potenza che ci costringe costantemente a calcolare, spendere, risparmiare, indebitarci o fare credito, il denaro ci umilia e ci domina ora dopo ora. Il denaro è una sostanza nociva senza pari. La coazione a comprare e vendere ostacola ogni liberazione ed ogni autonomia. Il denaro fa di noi dei concorrenti, ovvero dei nemici. Il denaro divora la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.
Non solo è assurdo il fatto che una miriade di professioni abbiano il denaro come unico oggetto, ma anche che tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali siano continuamente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette calcolatrici. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, permette solo ciò che è redditizio in termini di economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.
Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, natura e ambiente; in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici.
Liberazione significa che gli esseri umani ricevono i loro prodotti e i loro servizi liberamente, a seconda dei loro bisogni. Che essi si rapportino direttamente gli uni con gli altri e non si oppongano, come avviene ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (in quanto capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari, ecc.). Già ora esistono nelle nostre vite dei rapporti non monetari: nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto reciproco. Qui doniamo qualcosa agli altri, attingiamo insieme alle nostre energie esistenziali e culturali senza presentare fatture. Si tratta di istanti in cui sentiamo che potremmo fare a meno di matrici.
4.
La critica è più di un’analisi radicale, essa esige la sovversione delle condizioni esistenti. La prospettiva cerca di formulare un progetto in cui le condizioni umane non abbiano più bisogno di una tale critica; un’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. La trasformazione è un’esperienza che ha la critica come fondamento, e la prospettiva come orizzonte. «Aggiusta ciò che ti distrugge» non può essere il nostro motto.
Si tratta niente meno che dell’abolizione del dominio, che esso si manifesti attraverso dipendenze personali o attraverso costrizioni oggettive. È inaccettabile che degli esseri umani siano sottomessi ad altri esseri umani, o che siano impotenti davanti al loro destino o a strutture. Non vogliamo né autocrazia né auto-dominio. Il dominio è più del capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata che riproduciamo capitalismo ogni giorno, e ci comportiamo come se non esistesse alcuna alternativa.
Siamo bloccati. Il denaro e il valore bloccano il nostro cervello e intasano le nostre emozioni. L’economia di mercato funziona come una grande matrice. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita bella e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Nessuna trasformazione delle strutture sociali è possibile senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle nostre basi mentali senza la soppressione delle strutture sociali.
5.
Noi non protestiamo, abbiamo già superato questa fase. Noi non vogliamo reinventare né la democrazia né la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non reclamiamo alcun libero arbitrio. Non vogliamo nemmeno puntare sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare «valori».
È facile rispondere alla domanda su quali siano i valori di cui abbiamo bisogno: nessuno!
Noi siamo per il totale annullamento dei valori, per la rottura con i ritornelli degli schiavi — generalmente denominati «cittadini». Questa categoria è da respingere. Mentalmente abbiamo già rinunciato al rapporto di dominazione. La sollevazione che abbiamo in mente assomiglia ad un salto paradigmatico.
Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma statale ed economica. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominio. Per la trasformazione non possiamo fare affidamento su nessun partito, nessuna classe, nessun soggetto e nessun movimento.
6.
Ad essere in gioco è la liberazione del tempo della nostra vita. Essa sola permetterà più agio, più piacere, più soddisfazione. Buon vivere significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o per oziare, ma anche di più tempo per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per l’espansione totale del godimento.
Una vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto dormire in compagnia più spesso e più intensamente. Lo scopo di questa vita — l’unica che possediamo — è quello di vivere bene, di unire esistenza e piaceri, di far indietreggiare i bisogni e moltiplicare le gioie. Il gioco, in tutte le sue varianti, richiede tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande occasione persa.
Non vogliamo più essere quello che siamo costretti ad essere.

Puzza di marcio

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( Dal Web )

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio: ieri era la minaccia dei rivoluzionari che volevano distruggere la società delle merci, oggi sono gli jihadisti, che rispondono ai massacri perpetrati nel mondo intero dagli Stati con altri massacri, domani sarà la catastrofe ecologica, nascondendo che le sue origini si trovano nel modello stesso della società industriale attuale con la sua produzione di nocività, di tossicità, di cancro.
Ma il naso dei nostri contemporanei è stato ben tappato affinché non possano più sentire che c’è qualcosa di marcio. La loro capacità di parlarsi, di riflettere autonomamente, è stata gravemente compromessa dalla propaganda del migliore dei mondi e dall’onnipresenza di apparecchi tecnologici, dotati di propri valori, interposti come passaggi obbligati fra individui. Le idee critiche sono quasi scomparse dalla scena, restano solo i discorsi vuoti degli Stati, si chiamino essi democratici o islamici, repubblicani o nazionalisti. Il totalitarismo è implicito nel discorso politico o religioso, ma la realtà viene già resa ogni giorno più totalitaria con l’avanzata delle tecnologie, che sottomettono il mondo, i rapporti fra le persone, le sensibilità, l’immaginario, i sogni, alle macchine e agli algoritmi. Laggiù si demolisce un sito archeologico millenario per rendere lo spazio compatibile con l’ideologia; altrove si demoliscono montagne per costruire miniere di rame, di oro e di cobalto al fine di accrescere la produzione di oggetti tanto nocivi quanto dannosi. Laggiù si mutila e si massacra affinché l’Altro non esista più; altrove si massacra perché nient’Altro possa esistere accanto al capitalismo. Laggiù gli abiti venduti qui nei negozi vengono prodotti da milioni di schiavi; qui si rinchiudono sempre più indesiderabili in prigioni, in campi di ogni genere, oppure li si tiene sotto controllo tramite le catene tecnologiche.
D’altronde, non è «l’informazione» che manca. I fatti sono sotto gli occhi di ciascuna e ciascuno. A difettare è la capacità di comprensione. È una situazione paradossale: più veniamo bombardati di informazioni, meno ci capiamo qualcosa — nel senso in cui comprendere è una delle anticamere dell’azione. Politici corrotti che si arricchiscono con fondi destinati ai senza-tetto, poliziotti che fanno regnare la legge del manganello e del pestaggio in cella, dirigenti di banche che le lasciano con paracaduti dorati dopo aver distrutto la vita di chi aveva comprato una casa ipotecata, imprenditori che se ne fregano sovranamente di avvelenare il mondo intero con le loro produzioni, capi sindacalisti che preferiscono — è quella la loro vera funzione — amabili cene coi padroni al vociare dei rivoltosi per le strade… l’elenco è lungo. Ma il problema è che per essere realmente indignati, bisogna possedere già una dignità — ovvero un carattere proprio, con qualche convinzione che non sia mercanteggiabile o adattabile in funzione del contesto e dell’interesse. È questa dignità umana, o coscienza se si vuole, ad aver subito attacchi feroci da parte del dominio, accostandoci sempre di più alla sorte di semplici ingranaggi. Siamo come detenuti in una prigione a cielo aperto che non sanno più nemmeno distinguere il filo spinato che trattiene il loro corpo, fra mura che impediscono di vedere l’orizzonte e guardiani che li controllano. E così, quando questa prigione deve essere ristrutturata per diventare più redditizia, come avviene oggi con l’economia capitalista mondiale, c’è chi si adopera in ogni modo per far balenare ai prigionieri false opposizioni, impedendo efficacemente l’ammutinamento generale che potrebbe radere al suolo la prigione stessa. È esattamente ciò che è successo, su vasta scala, in Siria. Minacciato da un sollevamento generale e popolare, il regime (in accordo con i suoi alleati e tutti gli altri Stati) ha preferito favorire l’emergere di un nemico abietto; un ruolo che ha ben svolto lo Stato Islamico. Allo stesso modo, le democrazie occidentali preferiscono di gran lunga un pugno di jihadisti che ripetono alla rinfusa quattro sure su youtube piuttosto che un movimento di rivoltosi che si appropriano della facoltà di pensare da sé, liberamente, fuori dall’ombra di una qualsiasi chiesa religiosa, politica o tecnologica. Questa situazione genera una confusione incredibile che non farà che favorire l’avanzata del totalitarismo. La degenerazione di una lotta contro lo Stato in lotta tra clan etnici come in Libia, le guerriglie anti-imperialiste che accettano il sostegno degli Stati Uniti come nei territori a maggioranza curda nel nord della Siria, i movimenti di collera contro questo o quel progetto dello Stato che si richiamano a quella «democrazia» che hanno comunque davanti agli occhi, gli oppositori all’ingiustizia che invocano più tecnologie per «liberarci»… È su questo guazzabuglio di tutto e di qualsiasi cosa, della menzogna abbigliata di verità, dell’abbandono di ogni idea veramente critica, che fiorisce il totalitarismo, ovvero il culto del potere.
E l’odore fetido proviene da là. C’è decisamente qualcosa di marcio in questo mondo: è il potere, in tutte le sue forme.