Proposizioni

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( Dal Web )

Tautologia:  una definizione illusoria che ripropone in termini formalmente diversi quanto dovrebbe essere oggetto di spiegazione. Una imbarazzante banalità che talvolta viene presentata per originale illuminazione. In ambito politico ne cadono puntualmente vittime le anime belle progressiste, quelle che un tempo facevano da base elettorale ai partiti di sinistra ed oggi fanno da manovalanza ai vari movimenti cittadinisti. Come si accorgono che la pioggia è bagnata, lanciano appelli contro i banchieri speculatori. Come capiscono che mettendo la mano sul fuoco ci si brucia, tuonano contro la guerra massacratrice di civili. In quest’ultimo periodo — dalla Catalogna al Salento — traboccano di indignazione. Hanno appena scoperto che lo Stato non è al servizio dei cittadini, che sono i cittadini ad essere al servizio dello Stato! Loro che tante volte hanno guardato con gratitudine i poliziotti, immaginandoli mentre aiutano la vecchietta ad attraversare le strisce pedonali, non si capacitano di vederseli davanti con scudi e manganelli mentre invadono un seggio referendario o un paesino sul mare per impedire agli elettori di votare o agli abitanti di circolare.
Finita l’estate con il suo afflusso di turisti da richiamare, far svagare, giammai spaventare, in Salento sono ripresi i lavori per la costruzione del Tap. E, trovandosi il cantiere in una zona isolata, gli onesti e alacri lavoratori al servizio di Tap hanno eretto in quattro e quattr’otto una robusta recinzione per delimitare la “zona rossa” da non più valicare, presidiata da forze dell’ordine pubbliche e private che hanno bloccato tutte le vie di accesso, anche quelle campestri. Poi, per maggiore sicurezza, i controlli serrati sono stati estesi anche al vicino paese di Melendugno e alle strade limitrofe, impedendo la libera circolazione. Le anime belle sono rimaste sbalordite, non se l’aspettavano (né loro né il signor sindaco che è dalla loro parte). Così hanno cambiato mantra, dalla denuncia di quest’opera pubblica «perché smantella lo stato sociale» sono passati alla denuncia della «sospensione dello stato di diritto».
È una fortuna che il Salento non sia dappertutto. Ed è una fortuna ancora maggiore il fatto che il Tap, invece, lo sia – eccome! Potranno anche tentare di «mettere in sicurezza» un cantiere, ma non potranno mai tenere sotto controllo tutte le sedi, tutti gli uffici, tutti i domicili, tutti i cantieri, tutti i depositi, tutte le strutture, tutte le ramificazioni… di tutti coloro che partecipano al progetto del Tap. E se alcuni di questi punti si trovano solo in qualche città sparsa per l’Italia o per l’Europa, altri invece sono sotto casa di chiunque (e se non sotto casa, in aperta campagna).
Loro vogliono dare gas a questo mondo. Noi, perché non diamo gas alla rivolta?
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Non molliamo

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( Dal Web )

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.
Per chi battersi?
Qui non è il caso di rifare la storia, già fatte tante volte e sempre con un forte fondo di verità anche quando monca e unilaterale per criteri e calcoli di parte, della genesi della scalata al potere […].
Ma è il caso invece di pensare, e seriamente, ai mezzi ed alle vie onde abbreviare i promessi anni di schiavitù ed uscire da sotto il peso del terrore, che abbrutisce ed umilia, liberandosi e liberando.
Certamente la bisogna non è facile ed è sommamente pericolosa. Troppo tempo è stato lasciato al fascismo per assicurarsi ogni difesa e tutte le complicità. Ha potuto crearsi anche una vasta clientela di gente che vive e lautamente perché vive il fascismo ed alle cui sorti è legata con tutti i cordoni ombelicali.
Ma bisogna volere, fortemente volere. Ed anzitutto scartare i mezzi termini e cessare dal prestare troppo facile orecchio a tutte le panzane fatte circolare da interessati, da ingenui e da perdigiorno […].
Il popolo d’Italia non potrà essere liberato da altri se non da se stesso. In nessun partito deve aver più fiducia. Deve volere la propria libertà; la libertà di tutti i singoli cittadini che compongono il suo complesso, e nient’altro.
E deve servire un’unica idea: quella della libertà che esclude ogni tirannia di partiti e di uomini provvidenza.
Il fascismo-governo nega, e di fatto, all’individuo ogni diritto ed ogni manifestazione personale (fisica o spirituale) che sfugga al controllo dello stato fascista e che non ne segua le prescrizioni. […]
Ora, se in Italia e tra gli italiani emigrati, vi sono ancora uomini che hanno pudore e amore di se sessi, che non vogliono servire la più folle, sanguinosa ed oscena di tutte le tirannie, sorgano in piedi e si battano per la loro libertà!
Sì, individuo del quale è stata decretata la morte ingloriosa o l’asservimento, mani e piedi legati e cervello castrato, alla tirannia, dello stato fascista, sì, uomo, e cittadino, in piedi! Tocca a te; è l’ora tua; in piedi!
Per la libertà!
Come battersi?
In quanto alle grandi masse popolari e proletarie esse sono ancora troppo terrorizzate e avvilite e troppo ancora risentono di tradimenti prossimi e lontani per poter rispondere al primo appello insurrezionale. Le ultime leggi repressive e il domicilio coatto hanno poi ancor di più indebolito le resistenze attive e intelligenti.
Conseguentemente il pensare oggi ad un assalto frontale è temerario e potrebbe risolversi in quella strage che il fascismo anela compiere per meglio assicurarsi il potere.
D’altra parte, contro il fascismo, solo l’azione può servire. Agire si deve per batterlo e per creare quelle condizioni di sgretolamento che renderanno possibili movimenti su più larga scala o generali.
Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili.
Nei diversi ambienti e tra i diversi ceti si formino ristretti comitati e gruppi d’azione. Non è detto che ognuno debba compiere necessariamente atti violenti; ognuno compia invece quegli atti, di offesa al nemico, possibili, date le attitudini le capacità e i mezzi dei componenti un determinato gruppo costituitosi per affinità e per reciproca fiducia. Che ciascun gruppo faccia e compia la sua parte di azione senza chiedersi quello che faranno altri gruppi.
Tutti dritti allo scopo unico. E poiché il nemico vigila attento e insidioso che ciascun comitato o gruppo di azione conosca e controlli i propri partecipanti. […]
Se una vasta intesa per una comune azione — e non certamente con quegli equivoci elementi che il fascismo cullarono e che vorrebbero a quel passato che del fascismo fu padre amorevole — dovrà realizzarsi essa maturerà automaticamente e logicamente quando gli avvenimenti matureranno.
Per oggi, ripetiamo, è raccomandabile che i gruppi d’azione si moltiplichino, non lasciando riposare il nemico, pronti alle necessarie rappresaglie, ma svolgendo un’azione autonoma.
[…]
Il Re prigioniero
E bisogna innanzitutto decidersi a prendere a calci nel sedere gli antifascisti di sua Maestà che all’antifascismo, fin da oggi, preparano imboscate e tradimenti per impedirgli di arrivare, o comunque avviarsi, alle sue logiche conclusioni, conclusioni che per essere logiche, dato gli scopi di assoluto accentramento statale e di completa soppressione dei diritti umani, civili e politici dell’individuo che il fascismo ha per meta — meta in gran parte raggiunta —, devono sfociare nell’antistato e nelle libere comuni. […]
L’azione antifascista non può dunque darsi per meta il perpetuare di situazioni che dopo lunghi turlupinamenti democratici, sfociano nella reazione, crispina ieri, fascista oggi… per poi tornare daccapo.
Essa deve colpire tutto l’insieme delle cause, degli interessi ed anche delle illusioni che ci hanno condotto all’attuale stato di schiavitù.
Colpire nell’insieme dunque bisogna, e colpire a fondo…
Agire!
In Italia e specialmente al di là delle Alpi si chiacchiera nuovamente di fronti unici antifascisti che bisogna ricostruire o rinsaldare tra elementi troppo diversi perché possano marciare insieme. Noi pensiamo che si perde del tempo e che forse anche tra i più prossimi la cosa potrà esaurirsi, come altre volte si è esaurita, in discorsi inutili e parate sterili.
Troppi retori e troppi politicanti prendono ancora in giro loro stessi ed il prossimo.
Certamente per un’azione d’insieme bisogna marciare in molti. Ma questi molti se cominciano col paralizzarsi tra di loro colle solite discussioni colla richiesta di reciproche rinunce che ognuno chiede al vicino, ma che nessuno vuole concedere o concede con tanto di restrizione mentale, non marceranno mai.
Del resto il fascismo già molto deve alla sterilità dei fronti unici sorti per combatterlo e che si risolvevano in una castrazione interna.
Il meglio sarebbe che ogni partito ed ogni corrente facessero tutto quello che loro fosse possibile di fare, senza preoccuparsi di quello che farebbero gli altri. L’accordo per una più vasta azione verrebbe più tardi da sé e sul campo dell’azione. Non dobbiamo perciò ridar vita al mito dei fronti unici rimettendoci a quello per ogni miracolo. S’invoca il mito per non credere in se stessi o per non chiedere a se stessi il massimo sforzo.
Che ogni antifascista educhi la propria volontà alla fiducia nell’azione individuale oggi la più urgente. Ognuno di noi, se vuole, molto può fare contro il fascismo e i fascisti.
Si sommino poi pure queste singole volontà, ma che la somma avvenga spontaneamente e tra elementi che si conoscono e si comprendono. Se più vaste intese, per forza di cose, dovranno poi maturare, matureranno.
Si agisca intanto come si può e come si sa.
Che ognuno di noi agisca come può e come sa.
Ma si agisca. In molti, in pochi, da soli si faccia tutto quello che è possibile ed anche più del possibile.
Ma si faccia. Tutto il resto è accademia. E l’accademia ci divide e paralizza.
L’azione invece unisce. E dal suo martellare incessante soltanto possiamo attendere salute.

La libertà, non le libertà

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( Dal Web )

Henrik Ibsen

La lotta per la libertà non è altro che l’appropriazione costante e attiva dell’Idea stessa di libertà.
Chi possiede la liberà altrimenti considerata che una aspirazione possiede solo una cosa morta, senza anima. Più si lotta per conquistare la libertà e più essa — tale è una delle sue qualità — si rivela vasta; perciò l’uomo che si trova in mezzo al combattimento e grida: «io la posseggo» dichiara semplicemente di averla perduta.
Ora, questa soddisfazione che si prova nel possesso d’una libertà morta è la caratteristica di ciò che si chiama Stato. E per quanto riguarda la questione della libertà, presumo si tratti di mettersi d’accordo sulle parole. Non accetterò mai di equiparare la libertà alla libertà politica. Ciò che Lei chiama libertà, sono per me le libertà; e ciò che io chiamo la lotta per la libertà altro non è se non la viva e costante dedizione all’idea di libertà. Colui che possiede la libertà, ma non come oggetto del proprio anelito, la possiede in un modo morto e senza spirito, poiché è proprio del concetto di libertà di ampliarsi man mano che vi si dedica; e se dunque qualcuno durante la lotta si ferma e dice: ora ce l’ho, costui dimostra così di averla persa. Proprio il ritenere di possedere un dato livello di libertà è tipico delle società organizzate in Stato; ed è questo che affermo non essere un bene.
Certo che è un bene possedere la libertà di voto, la libertà di tassazione ecc.; ma per chi è un bene? Per il cittadino, non per l’individuo. Ma non vi è alcuna ragione necessaria per cui l’individuo sia un cittadino. Anzi. Lo Stato è la maledizione dell’individuo.
Abbasso lo Stato! È una rivoluzione alla quale parteciperei volentieri. Distruggete integralmente lo stesso concetto di Stato, proclamate che la libera scelta e l’affinità spirituale sono le condizioni uniche e sole importanti di qualsiasi associazione e otterrete un principio di libertà che varrà la pena di godere. Le modificazioni nella forma dei governi sono bagattelle, ed è pura sottigliezza il cercare di sopportare un po’ più o un po’ meno di autorità!

Frangenti

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( Dal Web )

Progetto editoriale

Le parole e la vita. Il mondo in cui viviamo è come una polveriera: aspetta soltanto di essere messa a fuoco. Una critica radicale che incontra la sovversione, senza accontentarsi né della sublimazione dell’estetismo, né delle doverose prese di posizione, può suggerire la deriva. Per andare dove il piacere è materialmente tangibile, criticando le quotidiane cronache del dopobomba in modo irreversibile ed irrecuperabile: creando lo scarto con gli incubi lugubri dei bisogni donandoci ai sogni dell’azione. Dimenticare la mera sopravvivenza dedicandosi all’ebbrezza della sediziosa tentazione di vivere. Insomma, un giornale caratterizzato dall’esplorazione di zone ignote della sensibilità e del desiderio, perturbazioni dell’ordinato fluire e momenti attraversati anche da forme sovversive e irrazionali.
Consapevoli che non basta il lamentio di miserabili condizioni che costituiscono parte delle catene più forti mai forgiate dal potere: quelle della partecipazione e della schiavitù volontaria. Contro i corpi mostruosamente atrofizzati e separati, questi frangenti vogliono essere sacrilegio che imbratta fogli di sguardi e di echi non troppo lontani: sognare per agire, agendo così mentre il sogno lo si sta ancora vivendo. Il mondo della vita in quanto essenza viva è quello della qualità, dell’abbandonarsi al coinvolgimento tumultuoso nella ricerca spasmodica della libertà: non quello della quantità della produzione e delle statistiche di numeri incolonnati. Le fratture nel quotidiano stimolano il furore dell’azione.
La rivolta non dipende soltanto dal disgusto, ma sa anche parlare di gioia. La gioia di affermare che, malgrado tutto, siamo vivi. Che, malgrado l’oppressione totalitaria, la leggerezza del negativo -di non voler essere né fare- s’incontra con le possibilità di tessere delle relazioni reciproche di complicità. Preferendo raggiungere gli esseri umani parlando di critica al quotidiano, afferrando il rifiuto di esistere solo come servi disciplinati, coinvolgendoci in avvenimenti dai risvolti sconosciuti, facendosi sbalordire da incontri insospettabili, spezzando i limiti e rovesciando le esperienze, per raccontare e rendere l’impossibile una possibilità concreta.
Tutto scorre e questo tutto è l’incontro fra il tempo non più misurabile dal ticchettio degli orologi e lo spazio non più tracciato dai confini: l’insurrezione.

Fare e disfare, comporre e scomporre

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( Dal Web )

Nando (alla) De Riva
«Il pericolo è nell’istante che precede il salto, sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa,
ecco l’onestà: il resto è sotterfugio» 
Albert Camus 
Abbattere ogni chiesa 
La libertà non bisogna solo volerla. Saperla affrontare è questione tutt’altro che risolta, anzi questione dove una risoluzione non può esserci.

Oggi possiamo partire e sperimentare la meravigliosa idea di sovvertire l’esistente, per provare ad impattare contro l’assurdo. Ribelli che si dimenano in una zattera senza destino, la cui rotta è aperta a tutte le possibilità. Per andare contro ogni autorità e le sue relazioni obbligate e mercificate.
Nessuna chiesa potrà suonare le campane della fuoriuscita dal ghetto. Anche le chiese anarchiche. Negare qualunque chiesa è quel modo indissolubile per distruggere tutti i santuari e le cappelle. Per creare lo scarto con qualunque circostanza chiusa, con qualunque cornice. Alla larga. Soprattutto da quest’ultima chiesa, produttrice di bispensiero latente. Prendere le distanze anche, e in maniera irriducibile, dalle parrocchie anarchiche.
La rottura per sputare su questo mondo non è conoscibile. L’azzeramento di tutti i valori incancreniti prodotti da questo esistente può portare ad una condizione di caos, questione che può aspirare alla libertà. Sappiamo cogliere questa possibilità?
La distrazione dalla lotta della distruzione del mondo si incontra con i mostri che ci vivono accanto, quel cambiamento scenico tecnologico, il quale va a braccetto con la sua forma tollerante e democratica. Tutti questi orchi vorrebbero mutilarci, per governarci una volta per tutte e spegnere ogni passione danzante intorno al fuoco della rivolta.
La barbarie è già dentro le mura. La tecnica si è rivelata portatrice di barbarie. La cosiddetta modernità non ci libera dal dolore. La barbarie, purtroppo, viene alimentata e accettata dai più. La macchina del potere per progredire ha un estremo bisogno di gestire il suo stesso spirito che avanza inesorabilmente. E la guerra civile è l’eventualità in atto delle barbarie. Sarebbe ora di finirla con certi automatismi dei progetti per darsi ad una progettualità possibile, chiara e riproducibile che si tenga viva con la comunicabilità fra organizzazioni informali, gruppi di affinità e l’agire, cioè l’unione fra pensiero e azione.
Rompere anche con noi stessi 
Quali effetti hanno le nostre idee nella realtà in cui interagiamo? Riusciamo a sentire e a sentirci parte di una rottura? Appena si accende la critica infuocata, ecco che si cade sui malintesi, si percorrono ridondanze abissali, si cerca di trasmutare il proprio significato. E l’azione che dovrebbe parlare con se stessa tace, invece di creare. Individuare il nemico, le sue interazioni e i suoi rapporti, attaccandolo senza illudersi che sia una distruzione definitiva: ecco la riproducibilità dell’attacco. Ogni azione non è mai quella che non sottende l’agito, cioè semplicemente il desiderio di volere essere chiari: essa è quella che è. E la nostra intelligenza sovversiva non si nutre soltanto di sogni, ma anche di scarti, di diserzioni.
Bisogna distruggere il nemico prima che esso distrugga la possibilità di creare un mondo altro. La struttura dell’esistente non ha nubi e depressioni ma è fatto di autorità, produzione e tecnologie, letali per noi stessi e vitali per tutto ciò che è mercificato.
Scontro e comprensione attraversano tutti coloro che desiderano e vogliono continuare ad approfondire la conoscenza dei metodi per rompere conquesto noi, nella tortuosa strada ad ostacoli che l’esistente ci pone di fronte e a lato.

La coerenza è indigente perché non riceve che dichiarazioni di principio. Tutti coerenti. Quindi la coerenza non è da prendere con serietà perché la pratica sollecita e brulica di risposte differenti. Quando ci si fa coinvolgere dal desiderio di innestarsi nei tentacoli dell’obbedienza, tale desiderio è avvertito soltanto da animi in grado di sentirlo nella sua dirompente sedizione. Avere quella leggerezza del negativo fa rima con l’agilità di sapersi muovere, con la mente in continuo allenamento.
Metodi come scelta 
Oggi niente minaccia veramente lo stato di cose, nessun cedimento dell’amministrazione nel tempo dell’oppressione. Esistono però rumori nella notte, come pratiche più ampie di giorno, partecipazioni a (pochissime) lotte contro elementi specifici. Lotte che vanno contro ciò che ci impedisce di vivere come si vorrebbe, lotte che tentano di debellare l’accomodamento giornaliero. Da soli o insieme. È qui che entra in discussione il metodo, esso suggerisce valutazioni e riflessioni.
I metodi per portarsi ad una rottura con l’esistente richiedono applicazione pratica e teoria sovversiva come base. Il metodo è anche altro: è scelta di vita, non può essere avallato da un qualsiasi manuale rivoluzionario. Il metodo è scelta di vita di ognuno di noi perché le sue radici dovrebbero essere in continua mutazione ed espansione, non diventare miopia ideologica come luogo separato. Occorre che certe esperienze e certe emozioni divengano pratica quotidiana, con le proprie gioie e le proprie pene, rigettando ogni realismo politico.
Se non si aspettano scadenze militanti e tempi consequenziali del potere, se non c’è tregua nei momenti di lotta, si entra nella dimensione dell’attacco. Questa dimensione, quando entra nelle nostre vite, la possiamo vedere in qualunque faccia, anche nemica, e percepirla nei più disparati attimi: alla lettura di qualcosa e alla vista di una simbologia oppressiva, vedendo un rappresentante del mondo o nella sensazione sgradevole di un atto prevaricatore. Se entriamo nell’infinito della sovversione è molto più facile comprendere cosa possiamo definire attacco. Al contrario, non si guarda più alle questioni nude che emergono dal sottosuolo grazie all’idea della libertà e ci si angoscia in modo rancoroso. Ci si chiude in questo scantinato ritenuto prezioso e si pensa a come difenderlo. Come sovvertire all’ombra di una parrocchia militante?
Alla ricerca della gioia 
La vita è una fonte, il che non ha niente a che vedere con un’origine o un qualcosa di necessario. Il coraggio della risolutezza non è una questione consueta. Al coraggio, va di pari passo l’immaginazione. Il primo sentore del coinvolgimento in un’ipotesi di libertà è la facoltà singolare di immaginare. Questo modo fantasioso, suscitato dal ragionamento su cosa abbiamo intorno, non può essere slegato dall’azione.
Ecco che il primo moto di comprensione è quello del tutto spontaneo, quel bambinesco sentimento di fiducia nella vita. Senza di esso non tenteremmo teorie e pratiche conseguenti. Con questo metodo ci disponiamo criticamente verso ogni questione, accettando il nulla come un fatto. Il nostro metodo è progettato in modo limitato per natura, non ha nessun paradigma certo del futuro. Che tutte e tutti viviamo in un mondo conflittuale è una convinzione generalizzata fra le compagne e i compagni. Se pensassimo che tutto sia pacificato, il totalitarismo sarebbe già in fase di eccedenza.
Lo sfruttamento non è un fatto pacifico e i dominanti non sono sicuri di continuare a dominare, progettando armi di difesa a braccetto con la tecnologia di continuo.
Assumerci di essere parte di altro ci farebbe bene ed è per questo che risultare estranei ad ogni omologazione ha in seno la risolutezza dei nostri sforzi per liberarci.
Volere che la nostra tensione del tutto o niente sia fuori tempo e fuori ritmo, per non cadere nella logica dei piccoli passi comprensibili. Darsi una prospettiva senza limiti è il senso della passione dove la vita è o, altrimenti, non è. Come le rotture che affrontiamo nella vita. Un gioco continuo fra il comporre e lo scomporre.
L’azione è riflessione in atto perché i motivi della sua creazione sono diversificati. Anche la gioia è un motivo intrigante, spesso è il solo motivo a cui aspiriamo quando si agisce. È qui che entra in gioco la coscienza, che nell’azione brucia se stessa. Si inserisce nella realtà, ma tende al sogno, a quell’elemento distruttivo che la sottende. Provare gioia per quello che si fa è praticare la pienezza di un’idea.
Indispensabile è prendere coscienza della parzialità. Anche se noi agiamo, non abbiamo cognizione di quanto le nostre azioni siano dirompenti. Viviamo e ci sentiamo vivi, ma non sappiamo cosa significa vivere.
Saper osservare 
Oggi le enormità di trasformazioni in corso superano notevolmente le nostre capacità di immaginare. L’idea demenziale del progresso riempie gli scaffali dei negozi e produce le grida e le morti di migliaia di indesiderabili nel Mediterraneo e non solo, in mezzo al ronzio delle macchine, ai richiami incessanti di freddi schermi asettici, producendo una natura geneticamente modificata, contaminata da radiazioni nucleari che, malgrado la maggioranza delle persone aderisca al cosiddetto paradiso tecnologico, resta l’aspetto crudele del genocidio. Questo gelido mostro è reso possibile ed inesorabile dallo sviluppo enorme della tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico è legato profondamente ai rapporti esistenti: rapporti di oppressione e dominio. Oggi le tecnologie nascenti sono determinate dai rapporti che ne sono espressione, così come l’esistente è trasformato integralmente dall’introduzione delle tecnologie. Subiamo e produciamo tutto questo, non esiste un male di natura trascendentale. E questa idra si sviluppa in un contesto certo: una società autoritaria e mercificata. Se le classi non esistono più in modo ottocentesco e novecentesco, gli sfruttati e gli oppressi esistono eccome. Qua si presenta davanti ai sovversivi la prospettiva gioiosa della distruzione. Oltre all’attacco delle strutture del dominio e dei suoi propugnatori e difensori, è necessaria la distruzione delle credenze e della mentalità di stare insieme all’epoca della mega­macchina.
Il tempo diviene sempre più stretto, perché non è solo la schiavitù agli apparecchi la sola nemica, ma anche la trasformazione in atto di noi stessi attraverso queste macchine, il cui spirito razionale ci penetra. L’individuo che ne risulta è diventato somigliante alla macchina. Invece, la macchina non potrà mai diventare totalitaria contro l’imprevedibilità e l’unicità dell’individuo. Cadremmo in errore se lasciassimo scavare la trivella tecnologica in noi per un’attesa messianica del diluvio. E allora torna prepotente il tema della distruzione. Essa abbisogna di conoscenza e di coerenza di mezzi e fini per attaccare il nemico: questa è l’unica coerenza su cui vale la pena discutere ardentemente.
Sperimentare e condividere i modi per attaccare questo tecno­mondo potrebbe dare linfa alla distruzione di antenne, infrastrutture energetiche, strumenti di propaganda tecnica e le sue telecomunicazioni.
Anche se i tempi ci indicano più la calma che la rivolta, sabotare significa anche saper guardare meglio, per meglio crearci le nostre possibilità di azione. Non è detto che in una rivolta circoscritta in un luogo ben definito non si possano fermare le comunicazioni del nemico, come non è detto che in presenza di un movimento locale contro una nocività, essa non possa essere contestata ed attaccata altrove. Abbandonare lo scontro simmetrico per abbandonare ogni mediazione, anche con noi stessi, per portare un conflitto irreversibile dove il dominio non se lo aspetta.
Stringere per le mani la propria vita 
Essere determinati da quello che ci opprime, attraverso le vessazioni della società, ci porta a ritualizzare certi contesti. Tradizioni, identità collettive e riproduzioni di gesti programmati spremono il nostro tempo in maniera inesorabile. Tendiamo a parlare di qualità, ma la misurazione delle questioni che portiamo in superficie è sempre dietro l’angolo. Pensare e ripensare oltre l’abitudine sviluppa le nostre possibilità di immaginare una tensione all’agire che dà senso ad un altrimenti. Certe volte la superiorità numerica, soprattutto armata che mette in campo il potere, non può molto davanti all’intelligenza della sovversione. Se abbiamo chiaro che certe infrastrutture sono necessarie per far funzionare l’intera società attraverso il flusso di merci e informazioni, vediamo anche che esse risultano essere dovunque, lontano e sotto i nostri occhi. Con delle simili possibilità si è più liberi di volare con il pensiero che certi uccelli.
Per chi sa dove guardare e vuole rendere questo sguardo alla portata di chi ascolta, intrigato da certi spunti, si può dire che il Re, i suoi castelli e ciò che collabora alla sua esistenza siano difesi ma anche vulnerabili.
Senza saper mantenersi nella disponibilità di agire non ci può essere rivolta. Saper osare è anche superare il semplice disgusto e la semplice testimonianza di vivere in un mondo che ci inorridisce. Essere risoluti è un passo enorme da fare nella propria vita.
Questa risolutezza che si alimenta con il coraggio, non è quello di mostrare i muscoli, non è quella pulsione machista dello scontro frontale a tutti i costi. Questo coraggio è semplicemente avere l’accortezza di sapersi mantenere vivi, dove nessuno specchio ci possa far superare la nostra deformità. Al gregarismo che esegue gli ordini, anche quelli militanti, dovremmo opporre il coraggio delle nostre idee, l’ostinazione di rendere materialmente tangibile il nostro smisurato pensiero di libertà.
La sedizione non è possibile senza questa intransigenza, senza questa ostinazione che non ha niente a che vedere con il martirio e il sacrificio, ma entra in quel mondo meraviglioso della congiura e del saper stringere per le mani la propria vita. E questo splendido sentito lo trovo anche negli altri, quando i cuori si infiammano e non si lasciano mai andare alla litania del «non aver potuto farci niente».
Attaccare la nostra sottomissione è anche sapere che nessuna azione che tende alla libertà rimane mai sola. Al mondo esistono ancora anonime e anonimi in grado di farci sorridere e di darci suggerimenti. Sappiamo ancora creare cortocircuiti che diano forza ad una possibile interruzione del mondo?
Distruggere l’identità 
La paura di entrare nel vortice dell’ignoto può essere presente anche nella sovversione, ma ciò che potrebbe aiutarci ad aprire il proprio cuore verso qualcosa che non conosciamo è la tensione per l’imprevisto.
Nessuna certezza può rassicurare il fatto di sentirsi anarchici. Mettere in dubbio tutto e seminare questo dubbio nelle angherie sociali ci permette di dare continuità ai nostri sogni. Nessuna definizione dovremmo appiccicarci addosso. Il continuo fluire fra teoria e pratica, e il continuo rovesciarsi fra pratica e teoria è quello che non ci fa fare nessun passo definitivo ma ci mantiene nel salto di provare a cambiare radicalmente noi stessi, per liberarsi insieme ad altri. Saper rischiare è mantenere vive le nostre idee. Si ama senza riserve perché si odia infinitamente, vero?
Questo mondo attira tutta la nostra ostilità, ma se non sapessimo dare un senso nostro e differente a quell’elemento di unicità che fa nascere l’azione?
Precipitare nel nulla creatore può essere un buon modo per scansare da sé e da ciò che ci determina il movimento perpetuo dell’urgenza di situazioni, del fare delle cose. Preferire la bellezza qualitativa che è differenza anche col fine di sbarazzarsi delle identità collettive, le quali non sono altro che nauseanti portatrici dello schema dell’identico e del quantitativo nel cuore. Trovare la forza della diversità spinta all’infinito è molto più intrigante che perseguire la fede religiosa dell’essere tutti uguali, tutti identici. Scansare dai nostri incubi la manfrina militante del vincere o del perdere (o della lotta, a volte, paga…) per vivere la sola vita che si ha a disposizione, cercando di viverla nel modo giusto che riteniamo donarle.
In questo contesto si decide come assumersi nella vita agire organizzati, creare gruppi di affinità e rendere le azioni dirette dirompenti. Questa scelta si basa su cosa intendiamo per anonimato, informalità, essere affini con altre e altri, e quale progetto vogliamo darci, non dimenticando per strada l’irriverente spontaneismo che ha sempre attraversato l’anarchismo.
Se abbiamo a cuore la fine di ogni specialismo, creatore di capi e gregari, dobbiamo fare i conti con l’annoso problema dell’identità.
Ciò che intendiamo come nostro modo di lottare, prima di tutto, dovrebbe essere appagante con i nostri desideri. Darsi solo alla funzionalità e all’efficacia, trancia di netto il nostro agire. Considerare giusto ciò che è anonimo e informale è aprirsi con fierezza a noi stessi. Liberando l’azione e non dando nessuna proprietà ad essa, questa può divenire una pluralità. Se l’azione è di nessuno, potenzialmente può essere di tutti coloro che la guardano con simpatia. L’oscurità dell’anonimato ci protegge spesso da chi ci sorveglia e ci vorrebbe mettere la museruola, ma anche da una certa spettacolarizzazione di un mondo dominato dai mass­media. Essere senza mediazioni, vuol dire far parlare la selva oscura così com’è.
Se si pone fine all’anonimato, finiscono le potenzialità della diversità ed entra prepotentemente in gioco la rappresentazione, nemica di ogni tensione anarchica. Non fornire nessuna spiegazione al nemico, ci può fare uscire dalla rappresentazione mediatica e politica per darsi all’ebbrezza di un anarchismo anonimo, sedizioso e deciso ad attaccare. Questo può rendere più semplice anche la moltiplicazione di vari gruppi di affinità, senza produrre banalmente uno scontro fra ribelli e Stato, con una marea di spettatori in mezzo. Fra l’attore e lo spettatore dovremmo preferire la diffusione delle pratiche di distruzione e solidarietà, perché non esiste solidarietà senza rivolta.
Contro l’adesione militante 
Dei lampi di pensieri entrano in un universo mentale che cercano di praticare alcune idee rendendosi conto che esiste una conflittualità sociale più ampia, rifiutando con intransigenza qualunque sotterfugio politico. Il rifiuto della politica si basa anche sull’uso di strumenti per tenersi a galla; la rivendicazione combattente e la dichiarazione di intenti futuri hanno a che fare, in qualche modo, con la politica. Un esempio lampante sono stati gli anni 70 qui in Italia: centinaia di atti sono stati rivendicati, ma migliaia delle azione dirette non hanno avuto nessuna presunta paternità e sono diventati ricchezza della conoscenza dei sovversivi a venire. Abbattere la separazione della conflittualità latente con la negazione di tutti i ruoli sociali è una questione delicata ma che dovrebbe essere affrontata non solo fra azioni che si parlano, ma anche attraverso quello spazio senza confini che sono le relazioni attraversate da affinità e conoscenza reciproca.
L’informalità e l’anonimato distruggono parte di noi stessi e scavano anche in quello che abbiamo intorno: non c’è nulla che attanagli di più il dominio della possibilità che una distruzione anonima possa rendere incontrollabile l’oltrepassamento di un intero sistema.
Se le pratiche come l’autorganizzazione delle lotte, la conflittualità permanente e l’azione diretta diventassero concrete possibilità per gli sfruttati, cosa accadrebbe? Malgrado tutta la sua potenza, il potere teme proprio questo: la diffusione di una rivolta insubordinata, fuori da ogni mediazione e controllo.
Le prospettive di rottura non possono essere contate con il numero degli attacchi fatti al potere, ma dovrebbero essere pensate insieme alla rottura molteplice del tempo e dello spazio dell’oppressione. Questo potrebbe essere l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali esistenti.
La rivendicazione porta in seno anche il terribile problema del linguaggio. Nominare una realtà di cose significa intrinsecamente ridurla e questa riduzione va di pari passo con il tradimento. Il linguaggio non è solo sessista (enorme problema comunque), ma non è nemmeno neutro: spesso serve a celare la questione sollevata da un fatto accaduto.
Un salto nell’ignoto può essere anche fatto sbarazzandosi di tutte le abitudini militanti. Per questo è fondamentale non mutilare certi dibattiti.
Continuare a rimettere a fuoco la possibilità di come intervenire autonomamente nelle lotte, come incendiare le affinità e far generalizzare certe pratiche potrebbe essere il miglior modo per scontrarsi fra differenze, alterità e compagne e compagni che hanno a cuore il lungo ed impervio percorso di sovvertire l’esistente. Ognuno con il suo contributo e non per acuire le differenze per darsi ad un’adesione, ma per trovare i mille rivoli per sabotare il mondo.
Complici non sostenitori 
Oggi sappiamo che difficilmente le lotte sociali, portando in seno rivendicazioni parziali, possono aspirare fin da subito a ribaltare il tavolo delle contrattazioni con il potere per aneliti di rottura con pezzi importanti del dominio. Questa constatazione però non può spingerci nel baratro della rinuncia alle aspirazioni sovversive in contesti sociali. E qui ritorna in gioco la questione del metodo da vivere, non da usare. Un nodo da sciogliere: come porsi con chi ci ascolta e capisce (talvolta) quello che diciamo? Come sono le nostre relazioni con questo fantomatico altro? Questo altro, poi, non è da trovare solo nelle lotte specifiche, ma lo si affronta e ci si confronta anche in altri momenti delle proprie vite, anche quelli più fugaci.
Potrà sembrare una banalità, ma le possibilità che ci diamo per tessere relazioni di complicità con gli altri si basano tutte sulla chiarezza. Diffondere le proprie idee, le proprie tensioni, la propria visione dell’esistente, senza fermarsi alla particolarità contro cui si sta lottando per raccordare il proprio discorso contro il dominio. Questa presunta banalità di base, non può essere mascherata neanche dalla cosiddetta ragione di movimento, che assomiglia non poco alla ragione di Stato. Agire in libertà è sempre meglio del fare in modo forzoso.
Ecco perché è importante fare sempre richiamo alla conflittualità intransigente, quell’ostilità continuativa che crea delle distanze da aspiranti leader e possibilisti portaborse politici, per darsi ad un immaginario che renda palese l’odio per qualsiasi istituzione. Tenersi a distanza per tenere il mondo dello Stato e i suoi mediatori fuori dai nostri contesti relazionali. Un ottimo esempio storico lo si può recepire nella lotta contro il nucleare alla fine degli anni 80: tutto quello che le/i compagne/i hanno portato come contributo a quella lotta era chiaramente ostile ad ogni forma di sotterfugio. Questa irriducibilità non andava solamente contro i signori del nucleare, ma anche contro i signorotti che vedevano quella lotta solo come strumentale per fini politici (la cosiddetta opposizione fittizia di partiti di sinistra, ambientalisti antropocentristi e legalitari insieme a pacifisti, delle volte delatori) e contro anche chi metteva in discussione solo il nucleare, senza preoccuparsi del mondo che lo applaudiva e ne cantava l’avvento perché motore essenziale per la continuazione di guerre e oppressione.
La convinzione che si possa allargare e far deflagrare una lotta specifica anche con il coltello della libertà in mezzo ai denti, senza mai darsi al banchetto delle cariatidi politiche, è data dall’idea minimale che l’insurrezione è un fatto sociale. Non volere una vita diversa dentro gli schemi, ma rompere tutti gli schemi per far esplodere le forze eterogenee, quelle passioni sfrenate che danno senso alla trasformazione.
Questo modo di pensare ha le sue radici anche su un fatto del tutto consequenziale alla forma storica di convivenza sociale chiamata Stato: chi si sente cittadino non ha bisogno di riflettere ed agire, ma detiene la sua fortezza sicura nell’obbedire ed essere strumento funzionale della macchina statale. E allora se ribelli senza nessuna bandiera da difendere decidessero di sperimentare la dispersione nel tempo e nello spazio della sovversione, questa non andrebbe anche contro un certo modo di pensarsi cittadino qualunque e fruitore di servizi?
È la possibilità di incendiare i focolai, di soffiare sul fuoco per generalizzarli, che può farci sentire il calore dell’affinità. Oltre i traboccanti centri, esistono variegate periferie da attraversare e sperimentare. Ecco perché una lotta che indica i difetti di un progetto di morte, senza dare linfa al pensiero che sono gli stessi progetti di morte le protesi del totalitarismo della realtà, non vuole una rivolta contro quel progetto, ma una resistenza per attizzare gli istinti per la maggior parte di dissenso democratico, rimanendo nell’ordine del discorso di potere e contro­potere. Criticare la causa dei mostri creati dall’esistente è un ottimo modo per non essere contro questo modo di intendere il sistema, ma inoltrarsi nella lotta contro qualunque sistema. Rinunciare alla propria tensione utopica fa rima con alleanze, cioè quando il realismo della comunanza forzata ha fatto a pezzi l’eccesso per darsi alla misura della comprensibilità di possibili sostenitori. Altra cosa, diametralmente opposta, è darsi alla ricerca della complicità.
La distruzione di un intero edificio sociale non può essere opera di poche teste calde e sovversive. Nessuna azione, per quanto accurata e rivelatrice di sfruttamento, potrà riuscire a sovvertire interamente questo mondo. Il diluvio insurrezionale ha bisogno degli atti individuali come delle sommosse collettive. Tutte e due dovrebbero essere in cerca della miccia pronta ad esplodere.
Il rifiuto dell’altro è comprensibile e per molti aspetti anche onesto. E questo rifiuto non può essere debellato ritornando alle solite parrocchie militanti, ma facendo esondare le molteplici differenze. L’insurrezione non è una sommatoria di atti, ma come certi atti possono interrompere il potere, allora la ricerca di possibili complici è questione del tutto spontanea per fomentare l’attacco contro il dominio.
Reciprocità contro l’adesione 
Oggi abbiamo davanti a noi una doppia prospettiva: abbandonarci al disordine e al piacere o, in senso qualitativamente opposto, darsi al mondo del reale, alla sua visione utilitaristica delle cose.
Se gli esseri umani aspirano a diventare bravi cittadini, non facendo a meno del pragmatismo e della comunella politicante, allora solo l’esagerazione del desiderio può spezzare questo incubo latente.
La gente chiede a gran voce ordine, tranquillità davanti ad uno schermo e si movimenta solo se le circostanze del proprio orto la fanno sobbalzare. Difficile che mettano a soqquadro un intero modo di pensare. E quando aprono i propri cuori alla possibilità di essere altro, si fermano per paura della caduta.
Se non riusciamo ad avanzare una qualsiasi rivendicazione ragionevole, addio dialettica. Per questo è irragionevole contare sulla ragione delle proprie idee. Togliamoci dalla testa che l’anarchia sia qualcosa che verrà. Possiamo contare su dei complici perché la nostra sete di libertà è un crimine. Un crimine non solo contro lo Stato e il Capitale, ma anche contro la stessa contemporanea convivenza umana.
Ecco perché ricercare l’altra/o porta con sé il desiderio dell’affinità, della conoscenza reciproca, della disponibilità dello scontro relazionale e della comprensione pensante, senza mediatori di mezzo e senza gregari al seguito. La vicinanza dell’altro può avere la forza del riverbero. La singolarità, l’unicità, l’irripetibilità è ostile in ogni istante all’idolo sociale chiamato società. Non si può programmare di imbattersi nell’assurdo, non si può esorcizzare la paura di esso, bisognerebbe solo sperimentarlo. La gioia sta nel pensare e nell’agire, contro il dominio ma anche distante da chi riduce le tensioni in becere divisioni militanti perché, citando Zo D’Axa, non c’è vita ma c’è lotta per la vita.

Lucrosum et decorum est pro patria facere?

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( Dal Web )

In Belgio non lo conoscono il latino.
Verso le due del mattino di lunedì 25 settembre gli abitanti di Malines (una cittadina a metà strada fra Bruxelles ed Anversa) sono stati svegliati da una serie di detonazioni. Affacciatisi alla finestra, hanno visto un enorme fuoco divampare negli stabilimenti di una impresa locale. Nonostante l’intervento di molti veicoli dei pompieri, non c’è stato niente da fare. Dei 5.000 metri quadrati dell’azienda, non è rimasto nulla. Tutto distrutto. Un duro colpo per la Varec, ditta che produce cingolati per carri armati e pneumatici per mezzi militari, fornitrice ufficiale delle Forze Armate degli Stati Uniti.
Se in un sogno asfissiante anche tu potessi marciare
Dietro al vagone dove lo abbiamo buttato,
Guardando gli occhi bianchi dimenarsi nel volto,
il volto penzolante di un diavolo schifato dal vizio…
Alle 5.40 del mattino di giovedì 28 settembre è scattato l’allarme in una ditta di Genk (una cittadina delle Fiandre, non lontana dal confine con i Paesi Bassi). Anche qui, il fuoco ha devastato completamente due stabilimenti dell’impresa. I danni sono enormi. I laboratori e gli uffici sono inagibili, i prodotti finiti distrutti. I 40 tecnici che vi lavoravano sono senza lavoro. Un duro colpo per la Teksam Company, ditta che produce pali telescopici pneumatici e pali tattici di comunicazione a fini militari, venduti agli eserciti di mezzo mondo.
Se potessi sentire, a ogni sobbalzo, il suo sangue
Gorgogliare nei polmoni corrosi di schiuma,
Osceno come un cancro, amaro come il bolo
Di piaghe incurabili sulle lingue innocenti…
Verso le 8 del mattino di giovedì 28 settembre è stata fatta una strana scoperta dagli operai di una ditta di Zeebrugge (una cittadina in provincia di Liegi, in Vallonia). Hanno intravisto un po’ di fumo alzarsi dal tetto della loro fabbrica. Saliti a dare una occhiata, hanno trovato delle bombolette di gas unite tra loro e collegate a una miccia. Sul posto è intervenuto il servizio di sminamento dell’esercito, che ha neutralizzato l’ordigno. La procura ha aperto una inchiesta. Una brutta sorpresa per la Forges, ditta facente parte della multinazionale Thales, specializzata nella produzione di materiale bellico come munizioni, granate, missili.
Amico mio, tu non ripeteresti con tanto fervore
Ai figli assetati di disperata gloria,
La vecchia menzogna: «Dulce et decorum est
Pro patria mori»
In Belgio non conosceranno il latino, ma almeno si inizia a sapere che chi prepara la guerra avrà la guerra.

La cucina antropofaga

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( Dal Web )

Julio Camba

Non esiste cucina più maltrattata della cucina antropofaga. I suoi detrattori si dividono in due grandi categorie, e cioè:
Prima: quella di coloro a cui, obiettivamente, ripugna l’idea di mangiarsi un amico;
Seconda: quella degli altri, ai quali, se questa idea ripugna, è soltanto per l’idea complementare che un amico possa mangiar loro.
Gli uni e gli altri si basano su ragioni morali e politiche; in questo studio, però, l’unica cosa che ci interessa dell’antropofagia è il suo aspetto gastronomico.
«Sono davvero saporite le costolette di missionario?»
Un buon fritto di studioso, uno di quei cervelli eccellenti frollati da trenta o quarant’anni di numismatica o di archeologia, che gusto avrà?
That is the question, caro lettore, tutto il resto lasciamolo alla Società delle Nazioni.
Per conto mio, ritengo che esista una umanità da ingrasso, che ha lo stesso compito, tra noi, che il bue toscano ha, tra i bovini, rispetto ai buoi da tiro; una umanità che noi tutti, con grande fatica, ingrassiamo da quando nasce a quando muore, e che, se non è destinata alla cucina, non so davvero a cosa potrà servire.

Delle capacità rivoluzionarie

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( Dal Web )

Free-lancer [Luigi Galleani]


Una volta, quando un anarchico parlava di sciopero generale, soleva aggiungere anche l’aggettivo rivoluzionario o insurrezionale.
Ora non più.

Ora invece c’è fra gli anarchici chi si sforza a far risaltare che lo sciopero generale per avere un risultato pratico (è la parola preferita) deve essere immune da velleità rivoluzionarie.

Una volta la “barricata” era il simbolo e il segno della lotta anarchica, era il nostro grido di guerra, il nome augurale dei nostri fogli di propaganda e di battaglia, il sogno delle nostre anime rosse.
Ora non più.
Ora c’è fra gli anarchici chi mette in ridicolo la barricata, come una pazzia d’altri tempi; c’è chi nega alla lotta armata aperta piazzaiola, ogni e qualsiasi valore.
Una volta si diceva alle classi dominanti: voi squillerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Ai vostri cannoni, noi opporremo la nostra dinamite.

Oggi non più.

Oggi si esagera la potenzialità delle armi guerresche, per concludere che alla lotta petto a petto col nemico è inutile pensarci più.
Per essere più spicci: una volta si esaltava l’insurrezionismo e tutti s’era d’accordo nel ritenere che soltanto l’urto violento fra le folle armate e i giannizzeri dell’ordine poteva aprire il varco alla libertà ed al benessere. Ora invece si cerca da alcuni di sviar la mentalità anarchica da quella concezione, e si rivestono a nuovo i vecchi e stantii argomenti del socialismo… scientifico; per dimostrare l’inanità dell’atto violento.
Il diavolo s’è fatto frate.
È il vecchio problema delle capacità rivoluzionarie che si riaffaccia più impellente che mai.
Si dice anzitutto: la folla è apatica, codarda, o per lo meno incosciente. Non ci seguirebbe nell’attacco contro le nuove bastiglie borghesi. È quanto dire: la folla è incapace di fare la rivoluzione.

L’angolo visuale, il caposaldo del programma anarchico — se così volete chiamarlo — è la necessità assoluta della rivoluzione sociale. Dente per dente noi diciamo. Sbarra contro sbarra. Alla violenza statale, risponda la violenza plebea.
Una volta ammessa la necessità della rivoluzione, bisogna vedere se c’è nelle masse la capacità a compierla. E se non ci fosse bisognerebbe crearla.
Chi giunge a negare che questa capacità ci sia, che sia possibile crearla, che quando vi fosse sarebbe presso che inutile in quanto che rimarrebbe sterile ed impotente dinanzi alle straboccanti forze nemiche; non può fare a meno di concludere che non c’è via di scampo fuori della riforma.
E in verità, riformisti della più bell’acqua posson chiamarsi coloro fra gli anarchici, i quali rimpiccioliscono e snaturano l’anarchismo negando la possibilità dell’insurrezione armata.
Fra questi ce n’è di quelli che per avvalorare la loro tesi, giungono a sentenziare che i governanti per meglio soffocare le insurrezioni fanno costruire le vie più larghe che sia possibile.

C’è chi crede che le sommosse piazzaiole, le guerriglie, le «jacqueries» non facciano né caldo, né freddo al governo.
 Basterebbe un plotone di fanteria per sedarle…
È strano che gli anarchici italo-americani che la pensano in quel modo, sostenevano e sostengono che una banda di rivoluzionari armati di rivoltelle ammazzacani, potevano impadronirsi del
 Messico, quant’è largo e lungo, e instaurarvi il comunismo.
Quali che siano i moventi e il fine delle guerriglie messicane, una cosa esse dimostrano: che non è così facile come a prima vista si pensa disperdere e sopprimere delle bande armate, quando non sian poche, e mettano in fiamme tutto un paese.
Si dirà che il Messico ha una topografia speciale. Ma l’America non è tutta in New York, né la Francia in Parigi, né l’Italia in Milano.

Chiunque sia passato in un campo minerario e abbia girato gli occhi intorno, ha potuto constatare che un centinaio di minatori armati, appostati negli anfratti delle colline, costringerebbero alla fuga un reggimento di soldati.
C’è chi dice: la massa non comprende l’atto audace dei generosi che si lanciano primi nella mischia. Rimarrebbe indifferente. La massa, rispondiamo noi, si muove sotto gli impulsi dei bisogni e delle emozioni del momento.
Carlo Pisacane e i suoi compagni furono trucidati dai contadini che avevan chiamati alla rivolta contro la tirannide borbonica. Ma qualche anno dopo, Garibaldi e i suoi mille, sbarcando a Marsala furono acclamati e seguiti dal popolo, e poterono compiere quello che era follia sperare.
Altri dicono: gli insorti non sarebbero capaci di tener fronte alla orde poliziesche. Ebbene io, sia detto fra parentesi, non ho il più pallido entusiasmo per la guerra regia, ma sono abbastanza sincero da riconoscere che la guerra, fra tanti mali, avrà recato questo po’ di bene: i superstiti alla strage torneranno ai focolari e all’officina meno torpidi, più audaci, sprezzanti del pericolo.

È stato detto ed a ragione, che colui il quale ha per milioni di volte sfidato la morte durante due… o tre anni di vita di trincea, non scapperà più davanti al randello del poliziotto o alla lancia del cosacco. Egli saprà fabbricare bombe e granate a mano, e saprà farne uso.

C’è di più: dopo tre anni di guerra, il novantanove per cento dei soldati, saranno convinti antimilitaristi. E se è vero che anche oggi si ribellano e si ammutinano di fronte al nemico d’oltre frontiera, è lecito supporre che quegli ammutinamenti e quelle ribellioni si ripeteranno quando si comanderà loro di sparare contro i fratelli, i figli e le madri.
E poi in fin dei conti la rivoluzione non è la guerra su un unico fronte o intorno ad una fortezza. 
È tutto un popolo che insorge, è tutta una nazione che va in fiamme.
 Quei che considerano l’insurrezione come una bagologia giacobina, ripongono tutte le loro speranze nello sciopero generale, e dal modo che parlano lasciano supporre che lo sciopero generale basta a se stesso.
È auto-sufficiente ha detto qualcuno. Noi, — lo abbiamo detto altra volta — senza togliere allo sciopero generale il suo valore, pensiamo che di per se stesso e da solo, non basta a scardinare il regime attuale e che il proletariato dovrà sempre ricorrere all’insurrezione per liberarsi sia dall’oppressione statale, sia dallo sfruttamento economico. Lo sciopero generale non deve essere un sostituto della insurrezione: ecco tutto.
Qualcuno, commentando il recente sciopero generale in Spagna, dice che ogni volta che gli operai minacciano uno sciopero generale la paura s’impossessa della borghesia, (chi lo nega?) e soggiunge che ricorre alle misure estreme: alla legge marziale con le uccisioni per le strade, ai consigli di guerra, alle fucilazioni, per rompere lo sciopero ed assassinare gli scioperanti.
Chiunque non sia abbarbagliato da preconcetti, concluderà che se il governo ricorre alle misure estreme contro gli scioperanti, questi a loro volta, se vorranno preservare la vita e raggiungere 
la vittoria, dovranno ricorrere agli estremi rimedi. Lo sciopero generale, in altre parole, deve essere simultaneo all’insurrezione. Contro la violenza, la violenza: è legge di suprema salute.
La nostra salute, dicono gli altri, è in seno alle organizzazioni operaie.
E da un certo punto di vista non han tutti i torti, perché non son pochi quelli che, una volta oscuri lavoratori, dal seno delle organizzazioni hanno succhiato tanto latte da far della loro pancia una capanna.
La nostra salute, quella degli anarchici essi insistono, è nelle organizzazioni operaie che riescono a produrre movimenti tali da far traballare il regime capitalista governativo.
 Si tratta quindi di domandarsi se nella sola questione economica risieda la forza rivoluzionaria che dovrà cambiare gli attuali ordinamenti sociali.
E ciò potrà essere argomento di un prossimo articolo.
*
Ci siamo domandati nello scorso numero, se — come opinano taluni — nella sola questione economica sta la forza rivoluzionaria capace a travolgere le istituzioni sociali imperanti oggidì.
Noi, pur non negando al fattore economico la sua parte, crediamo di poter affermare che i movimenti ed i rivolgimenti sociali non sono determinati soltanto dai bisogni economici, ma da motivi di ordine politico, morale e sociale, e anche da ragioni di dignità nazionale.
Ad avvalorare questa tesi s’è spesse volte citato il caso della Comune di Parigi, e s’è detto — e certo non a torto — che il popolo parigino insorse forse più di tutto, perché punto dal sentimento patriottico mortificato ed offeso.
Ed anche nelle rivolte del 98 in Italia c’era un po’ di sdegno e di rabbia contro disinganni e i tradimenti del re, della camarilla di corte, e dei generali da vedova allegra.

Del resto anche fra il prossimo sovversivo c’è chi s’augura una disfatta delle armi italiane, perché spingerebbe alla rivolta il popolo disilluso e contrito per immane sacrificio di sangue e di ricchezze, inutilmente compiuto.
E l’unica ragione che induceva Malatesta ad augurarsi la débacle dell’impero teutonico, era la speranza che i sudditi di Guglielmaccio, in tal caso, morsi dal più atroce dei disinganni, avrebbero gridato al traditore e rivoltate le armi contro coloro che li hanno trascinati alla guerra.
Ci torna sempre a mente la frase di Guglielmo Ferrero: «I destini futuri delle nazioni europee dipenderanno dall’impressione che la guerra lascerà sull’animo del popolo».
Il fragore della guerra ha infatti svegliato dal loro lungo letargo le popolazioni più apatiche e ha fatto nascere in loro un pungente interessamento per le questioni ed i problemi della vita nazionale, ed internazionale anche.

Sicché non è azzardato supporre che, per via della grande esaltazione dello spirito nazionale operatasi prima e durante la guerra europea, il problema maggiore e più pressante del dopo-guerra — che potrà acuire la lotta di classe e spingerla verso la sua fase risolutiva — non sarà una pura e semplice questione di aumenti di salari e di diminuzione di ore di lavoro.
Ecco perché noi non crediamo che la salute degli anarchici e dei rivoluzionari sia solo e soltanto nelle organizzazioni economiche, le quali per loro natura rimpiccioliscono la questione sociale ad una gretta questione di stomaco.

Né tampoco siamo portati a credere che soltanto le organizzazioni economiche siano capaci di provocare dei grandiosi movimenti che facciano traballare le colonne della società borghese.
Se il movimento operaio dovesse improntarsi ed informarsi ad una tale credenza — e per molti è una vera e propria superstizione, addirittura un dogma — sarebbe davvero un grande malanno per le sue future sorti. Perché ci condurrebbe ad escludere a priori l’imprevisto od il fortuito storico, che pure hanno tanta parte nello sviluppo delle nazioni e dei popoli, in quanto che precipitano le latenti crisi sociali.
Per le organizzazioni europee la guerra è stata un «imprevisto». Ed è principalmente perciò che sono andate a rifascio; dimostrandoci quanto avessero malcontato sulle loro «forze numeriche», sull’«educazione sindacale» e sulla «coscienza di classe» degli organizzati, nonché sulla onestà politica e la fede… incrollabile dei pastori.

Dal solco della guerra spunteranno nuovi, molteplici ed urgenti problemi, che le organizzazioni politiche ed economiche, ormai sbaragliate, demoralizzate, sfiduciate, non potranno e non sapranno risolvere. E le risolverà la folla anonima, punta dal disinganno e spinta dalla disperazione, opponendo ad estremi mali, estremi rimedi.

Ma v’è di più. C’è ancora da vedere se la questione dei miglioramenti economici, che informa l’attività delle organizzazioni, non possa essere sfruttata dalle classi dominanti; se cioè, per la preservazione del loro privilegio, non possano accondiscendere alle proposte di sedicenti riforme sociali, ed in tal modo acquietare gli animi e addormentare lo spirito di rivolta.
Scriveva Bovio nel 1883, nella prefazione alla terza edizione ad Uomini e tempi, e sembran parole scritte di questi giorni, da un osservatore profondo della convulsa ora storica che volge al tramonto: «Avviene sempre così, le reazioni si appiattano dietro il cartello delle riforme sociali e lì immolano la libertà e l’onore delle nazioni alla idea Fame.
Ma è vero poi che le nazioni fecero conto più del pane, che dell’indipendenza, della libertà e dell’onore? Niente costano alle nazioni i titoli della loro dignità? Innanzi a questi problemi si scopre più tardi il socialismo della reazione».
Già sin d’ora la borghesia comincia a mettere, come suol dirsi, le mani innanzi per non cascare.

Per bocca di Asquith il governo inglese ci fa sapere che sta studiando alcune riforme «per una più equa distribuzione dei frutti dell’industria fra le varie classi della popolazione».
In occasione del minacciato sciopero generale dei ferrovieri in America, ne abbiam visto e sentite delle belle. Abbiamo letto nei giornali conservatori la proposta della statizzazione delle ferrovie. Abbiamo sentito Wilson dichiararsi entusiasticamente favorevole alle 8 ore di lavoro.
La tattica ambigua ed ipocrita dei lodi arbitrali di Wilson, il Giolittismo, e la «politica dei compensi» in Italia, il sindacalismo cattolico, e il neo-sindacalismo nazionalista in Europa, fanno davvero dubitare molto che la forza e la capacità rivoluzionaria trovino asilo nel seno delle organizzazioni economiche.

I più ardenti sostenitori della quadruplice intesa e perciò i nemici più acerrimi dell’impero teutonico, riconoscono che, malgrado tutto, qualcosa han dovuto imparare dalla Germania, e servirà loro d’ammaestramento pel futuro. Essi han riconosciuto cioè che quell’attaccamento rigido e quella fede cieca delle classi lavoratrici di Germania verso i loro governanti ed i loro padroni, ne veniva dalle molte riforme ad esse concesse, e dal miglior trattamento ch’esse godono, in paragone degli altri paesi dove l’industrialismo è più o meno sviluppato.
La vasta legislazione sociale dell’impero era informata appunto allo storico motto di Bismarck: «Lo Stato più forte è quello che dà di più».
I giornali più conservatori lardellano i loro articoli di propaganda bellica con frasi come queste: «La guerra ha messo in valore le grandi energie e la generosa abnegazione delle classi lavoratrici, che nessuno dovrà più mai disconoscere».
«Primo e più urgente compito del governo, all’indomani della guerra, sarà quello di riparare all’incuranza con cui ha trattato pel passato gli interessi più vitali del proletariato, con una più vasta e più equa legislazione sociale».

In una parola l’attuale momento politico in Europa è caratterizzato da un maggiore interessamento delle classi dirigenti per i problemi operai, e tutto fa prevedere che i governi, in nome e per conto dei capitalisti, non disdegneranno di scendere a patti con le organizzazioni operaie, sospingendo il movimento di classe nei tortuosi viottoli della riforma e della collaborazione.
Concludo: l’aggruppamento corporativo anche quando fosse una necessità per raggiungere qualche miglioramento immediato, (che in ultima analisi si risolve in un bel nulla) non sarà mai uno strumento di rivoluzione sociale, poiché per sua stessa natura e pel modo con cui è costretto a svolgere la sua azione, ammansisce anziché irrobustire le capacità rivoluzionarie della massa.

Se fossi mendicante

Copia di 278H

( Dal Web )

Ernest Lecocq

Se la fortuna, che m’ha dato l’anima fiera, mi facesse un giorno divenir mendicante, io non andrei colla fronte nella polvere ad avvilirmi dinanzi a ognuno che passa; non andrei cogli occhi ripieni di lacrime, in pieno giorno, a supplicare un uomo, ma tutte le notti, irridendomi degli agenti armati, mendicherei col pugnale in mano.

Quando la mancanza di lavoro in un giorno di miseria vi getta senza appello alcuno sul lastrico, quanti obliando il loro sdegno non se ne vanno a stendere la mano o a cantare nei corsi!
 Io, al vostro posto, o vigliacchi morti di fame, fuggendo il sole, perduto nelle tenebre, nei quartieri lussoreggianti mendicherei col pugnale in mano.

Quante volte, passeggiando immerso nella tristezza, con uno sguardo irritato ho fatto fuggire questi accattoni caduti nella più ignobile abiezione, che sui miei passi oltraggiavano la mia fierezza.
 Indietro! Lungi da me! Il povero è assai infame per elemosinare dovunque nel suo cammino: se io fossi miserabile, lo proclamo a voce alta, mendicherei col pugnale in mano.

Proletari! Voi tutti che siete disprezzati e dappertutto perseguitati con furore, ascoltatemi! L’ira mi acceca ed io voglio parlarvi ed aprirvi il mio cuore:
Noi abbiamo diritto, tutti quanti siamo, al pane per oggi, al pane per domani… Ebbene, alzatevi se siete uomini: non l’avremo che con un pugnale in mano!


Fra i molti

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( Dal Web )

Mi ricordo che una volta stavo parlando con mio fratello – persona perbene, gran lavoratore, cittadino democratico, rispettoso delle leggi in maniera maniacale. Ad un certo punto lui, sconfortato dalle mie idee, mi disse: «Ho capito. Tu odi i politici, odi i magistrati, odi i poliziotti, odi gli industriali. Insomma, odi tutti quanti. Tutti tranne te». Mi misi a ridere divertito, facendogli notare che non mi ero mai accorto di vivere in una famiglia, e in un paese, e in un mondo, in cui tutti quanti erano politici, magistrati, poliziotti e industriali — tutti tranne me. E poiché da quanto mi risultava egli non apparteneva a nessuna di queste categorie, lo accusai di avermi tenuto nascosto così a lungo quale fosse il suo vero mestiere. Si arrabbiò e mi disse che con me era inutile discutere.
Ogni tanto mi capita di ripensare a quella inutile discussione. Ho l’impressione che l’abbaglio in cui era caduto mio fratello sia molto più diffuso di quanto si possa immaginare. Pensare che i pochi, i pochissimi che esercitano il potere siano un tutt’uno con i molti, i moltissimi che lo subiscono, non è per forza di cose un sintomo di stupidità. Purtroppo, talvolta è anche una scorciatoia dell’intelligenza allorquando, incapace o impossibilitata di rivolgersi ai rappresentati, si indirizza esclusivamente verso i rappresentanti. Se i primi obbediscono ai secondi, tanto vale discutere solo con questi ultimi. Se li persuadiamo, gli altri seguiranno a ruota. È su questo presupposto che si basano tutti i vari aspiranti interlocutori e mediatori politici.
Sì, può essere vero. Ma io non sono d’accordo comunque. La logica della rappresentanza a mio avviso va scardinata, non coltivata. Quindi non l’accetto, sia che mi venga ricordata da un amico di questo mondo quasi fosse un fatto naturale, sia che mi venga propinata da un nemico di questo mondo come se si trattasse di una astuta strategia. Per cominciare, io non ho proprio alcun motivo di rivolgermi a politici, magistrati, poliziotti e industriali, in quanto li considero parte fondamentale del problema, non una possibile soluzione: per quel che mi riguarda vanno eliminati, non alimentati. In secondo luogo, costoro non sono affatto tutti quanti. Mettendo da parte i loro tirapiedi, la stragrande maggioranza delle persone subisce le loro decisioni, ne è vittima, tanto quanto me. D’altra parte, spostando lo sguardo dalle nostre parti, forse che il ceto politico di un movimento esprime tutta quanta la base? Forse che i pochi che parlano in assemblea e al megafono, o scrivono comunicati, sono un tutt’uno con i tanti che partecipano alle iniziative ed hanno a cuore le questioni per cui si battono? Ma quando mai!
Se disprezzassi tutti quanti – tentazione nichilista assai forte in quest’epoca – non avrei motivo di prendere mai la parola. A chi potrei rivolgermi? Agli altri tre gatti che la pensano più o meno come me? Con loro basterebbero gli incontri privati, non varrebbe certo la pena di perdere tempo ed energie per comunicare pubblicamente. Meglio il silenzio, che per altro permette di rimanere in una confortevole ombra. Ma se invece diffondo volantini o manifesti, se pubblico giornali o libri, se curo trasmissioni radio o siti internet, evidentemente è perché credo nella possibilità che esistano altre persone che potrebbero essere colpite dalle mie parole, in un senso o nell’altro. Altri da me lontani che possono vedere incrinate le proprie certezze e travolti i propri luoghi comuni, ad esempio quelli sulle presunte virtù dello Stato. Oppure altri a me vicini che si possono riconoscere, anche parzialmente, nei miei pensieri e che un giorno potrei incontrare. In fondo, come diceva un poeta, «si pubblica per prendere appuntamento».
Già, ma con chi? Ho già escluso politici, magistrati, poliziotti e industriali. E all’elenco degli interlocutori sgraditi ho aggiunto leaderini aspiranti parlamentari e militanti aspiranti consiglieri del Re. Se mi si risparmiano gli strali contro il settarismo ed i pregiudizi di chi non intende sedersi allo stesso tavolo dei propri nemici, in cambio io risparmio gli insulti contro l’opportunismo ed il collaborazionismo di chi gira con una sedia sotto braccio ed è pronto a stringere la mano a chiunque. Bisogna saper tenere certe distanze. Bisogna saper marcare certe differenze. Bisogna cercare teste calde fra i molti che subiscono, è vero, ma non è affatto un obbligo passare attraverso i pochi che impongono o che vorrebbero imporre. Quest’ultima è una scelta politica, nefasta come tutte le scelte politiche. Non sono fra quelli che credono che dopo un periodo di transizione gli squali diventino vegani.
Consideratela pure una questione di gusti, ma per me il ceto politico del basso non vale più di quello dell’alto. Se non è così palesemente nocivo, è solo perché non ne ha (ancora) l’opportunità e i mezzi per diventarlo. Ma gli intrighi e le ambizioni sono i medesimi. Esiste solo una cosa infame tanto quanto il potere, ed è la sete di potere. A chi comanda, bisogna scavare la fossa. A chi vorrebbe comandare, pure.