Per farla finita con la specie umana

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Pierre Drachline

Un’emorragia indolore. La disfatta degli anni mi ha allontanato da quello che pretendevo d’essere. Gli specchi hanno abbandonato ogni compiacimento. Invecchiare significa non sfuggire più alla propria immagine. Ostento ormai la maschera del mio cadavere.
Mi sono stancato di quasi tutto, da buffone inconsapevole. La lavagna, senza essere magica, cancellava da sé le mie smentite e rinunce. Il mio tracollo sarà stato il mio unico eccesso di velocità. Ma alleggerirsi delle proprie disillusioni non riconcilia con gli altri. Al contrario!
La misantropia non è una scelta o una postura. Ma una ovvietà. Una esigenza dell’amarezza. Questo capitale, non ho mai smesso di farlo fruttare. Vero è che i miei contemporanei sono stati esemplari. Hanno reso fertile questo deserto. Non è passato giorno senza che io non avessi di che rallegrarmi della loro mediocrità. Tutte le classi sociali mescolate. Una piramide di letame.
Il cinismo si è imposto rapidamente come una necessità per l’apprendista impostore che ero. Mi è servito a nascondere l’odio che rodeva perfino i miei sorrisi di piccolo truffatore quotidiano. Distillavo i miei veleni sotto un’acida ironia. Le vittime ne avrebbero voluti di più. Come pulcini in attesa dell’imbeccata. Alcuni, i più cretini, si stupivano che io non avessi preso in considerazione l’ipotesi di impegnarmi nella politica politicarda. «Governare scimmie! Che infamia!». Questa risposta, che non ho mai cambiato, ha strappato loro dei ghigni. Non uno vi ha visto l’espressione del mio disgusto per la specie umana.
I popoli privi di guerra sul loro suolo si consolano con le competizioni sportive. Disprezzo queste fiere del sudore e non faccio distinzioni fra competitori dilettanti e professionisti. Il peggio sono gli spettatori. Volgo così avido di spettacoli che verrebbe facilmente soddisfatto da quei giochi circensi dove tutte le scommesse sono possibili. Inoltre, chi non ha sognato in segreto di ruotare in basso il pollice come un imperatore romano per decretare una messa a morte? Il lancio di borghesi nella fossa dei leoni è il mio preferito. Povere belve costrette a mangiare bio!
Tutto può diventare possibile sotto questo tendone di Barnum: combattimenti fra disoccupati in cerca di impiego, fra solitari in mancanza di compagnia, fra poveri a secco di rivolta. Tutti gli umani sono disposti ad essere raccolti. Soli o alla rinfusa.
Non è più l’esca del guadagno a rodere il cuore degli uomini, ma il gusto della mancia. Lavorare o entrare in agonia. Quale differenza? Ogni secondo spoliato o venduto è irrecuperabile. Perso per sempre. L’oscenità chiamata «interessamento del personale per i benefici dell’impresa» non è che il dividendo della perdita di sé. Un’umiliazione in più.
Undici pallottole più una a salve. Il sopravvissuto al plotone di esecuzione saccheggerebbe le messe dei suoi defunti partner. Per gli appassionati di intimità, il ricorso alla roulette russa rappresenterebbe una soluzione confortevole.
Meno un’esistenza è autonoma, più si impone l’obbligo di comprare ricordi collettivi. Gli oggetti d’antiquariato della memoria.
Non bisogna mai proibirsi di spigolare nel vocabolario del nemico, foss’anche sportivo. Così, mi considero oggi sul punto di beffare le sospensioni del gioco o il prolungamento di una competizione persa dalla nascita. Non saprei spiegare perché mi sono concesso tanti rinvii successivi all’esecuzione. Solo in scena, non ho avuto tuttavia alcun richiamo da un pubblico immaginario.
Questo fine percorso mi permette tutte le libertà. Non ho più alcuna precauzione da prendere con chicchessia. Leggero e Libero come non sono mai stato prima. Finalmente l’ho fatta finita con la viltà e l’ipocrisia. Stampelle di ogni uomo che si muove nella melma sociale. Ormai il risentimento mi tiene caldo al cuore. Lo sento battere, questo vecchio muscolo inutile. La rabbia trasuda da ogni poro della mia pelle. Chiunque diventa un bersaglio consegnato al mio piacere. Prima distruggere, poi pensare. Ce ne ho messo di tempo per diventare un selvaggio!
La parola deve essere terrorista. Tra il grido e il silenzio, non c’è nulla. Solo aliti fetidi che, a forza di rutti e scoregge, instaurano la dittatura della normalità. Del numero. Come definire una tale oppressione? Le parole perdono la loro innocenza sotto gli stivali della massificazione. Sono condannate a scomparire nella polvere.
Il vocabolario si riduce come la pelle di zigrino. Non può essere altrimenti. Per gli intrallazzi commerciali o sessuali degli umani, un cinguettio onomatopeico sembra quasi di troppo.
Guardateli! Non si parlano più. Comunicano tra loro per mezzo delle loro protesi informatiche. Ostentano allora una beatitudine quasi mistica. La sensazione di esistere li sommerge. Per un attimo, ne diventerebbero guerrieri. Marciano col passo dell’oca in testa. Moltitudine il cui infinito si perde oltre l’orizzonte.
Sopravvissuto mio malgrado, ritorno da lontano. Il mio bisogno di consolazione era tale che a lungo ne sono stato vittima. Innamorato di una grande sera posseduta da altri, ho conosciuto il disamore di albe biancastre.
Le fogne seguono il tracciato delle strade. I rivoluzionari o presunti tali di oggi sono le pallide copie di quelli che pretendono di combattere. Testa o croce, il medesimo lerciume ricopre gli spiccioli.
Il principio d’imitazione porta i miserabili a scimmiottare in modo grottesco manie e ridicolaggini dei ricchi. Questi ultimi, che hanno rinunciato ad ogni verniciatura culturale, sono così tolleranti da accettare volentieri l’omaggio del numero. A condizione beninteso che i bisognosi sappiano rimanere a distanza. Il meticciato sociale, forse anche limitato alle apparenze, è diventato intollerabile ai possidenti. Questione di odorato, probabilmente!
Offrire la propria volgarità in condivisione non costa nulla ai fortunati. Da qui la loro generosità! I benestanti soffrono di una dipendenza alla gratuità. Sono posseduti dall’ossessione di accumulare ancora e ancora… Bulimici insaziabili, non sono mai pieni abbastanza. Nei ricconi, è il cervello a venire ricoperto di grasso. Beate le oche che sacrificano solo il loro fegato! Se fossi meno delicato, aprirei la volta cranica di un capitalista per consumarne il cervello col cucchiaino. Fino alla nausea liberatrice!
La Falciatrice, lei, non si lascia corrompere dalla modernità. La sua imparzialità ed il suo internazionalismo sono senza pecche. Né la vista, né l’olfatto, né l’udito, né il gusto, né il tatto possono influenzare il suo appetito. Falcia tutti i fiori — anche quelli appena sbocciati — alla sua portata. Orchidee o papaveri, rose o fiordalisi, non discrimina le eleganze. Qualsiasi carcassa soddisfa la sua indifferenza. Le fiamme di un crematorio o i vermi festosi in una carogna condividono la sua volontà di egualitarismo.
La morte è il comunismo infine compiuto.
La mia si avvicina. Scivola sotto la mia pelle e la buca. La sento in fondo ai miei soffocamenti. Abita questa pesantezza d’esistere in cui non mi perdo più. Mi piacerebbe che assumesse i tratti della singolarità che mi ha insegnato a colorare i giorni di rabbia.
Senza sovversione del reale, nulla è possibile.
Morire? Un obbligo dopo tanti altri. Né più né meno. L’istante magico in cui i sordi non si capiscono più. Sarei dispiaciuto solo nel non vedere più quelle e quelli che definisco la mia guardia di scorta.
Suicidi, incidenti e malattie hanno decimato le loro fila. Hanno bei volti, le mie ultime barricate umane. Così differenti gli uni dagli altri. Le loro insolenze e i loro sogghigni fanno eco ancora oggi alle mie capriole verbali.
Alcuni conformisti dalle idee fisse mi hanno rimproverato un uso smodato di cattiva fede. I miei fraterni compari, al contrario, lo apprezzano per ciò che è. Un rifiuto delle ovvietà. Una confutazione di ogni morale. Un calcio in faccia al politicamente corretto. Questa infezione che pretende di sottomettere gli individui alla regola comune.
Ormai, gli iloti ambiscono a morire in buona salute. Una mutanda sulla testa, l’altra sul culo. Da una materia fecale all’altra, tutte le fragranze mescolate, sono un incitamento al vegetarianismo. Non meritano nemmeno di essere finiti a colpi di tallone.
La peggiore delle punizioni è durare.
Ovviamente, orgoglio oblige, non mi sarebbe dispiaciuto finire il mio viaggio sotto forma di malattia contagiosa. Essere l’origine di una pandemia! Non conosco ambizione più bella. La legittima difesa di un assediato. Non sono già sei o sette miliardi?
Mi capita talvolta, per disperazione di causa, di desiderare che si compia una delle strambe profezie dei piscia-freddo del catastrofismo. La concorrenza è accanita, perfino implacabile, fra questi pelandroni. Sta a chi sbraiterà più forte.
La paura fa audience. Non è l’anticamera delle viltà collettive? Osservo questi insetti da lontano con un tedio da entomologo.
Gli uni si agitano per il surriscaldamento climatico, gli altri guaiscono sul buco dell’ozono. Certuni svengono davanti all’evocazione di incidenti nelle centrali nucleari. Alcuni, più classici, sono adepti dei valori sicuri. Terremoti, tornado, uragani, monsoni. Mi fermo qui. Una lista esaustiva sarebbe fastidiosa. Al palmares delle pubbliche imbecillità, i posti si vincono a forza di indignazione.
Una menzione tuttavia va a una setta di deliranti poco o tanto scientisti. Finiranno per entrare nella leggenda dei popoli come Tristano e Isotta, Penelope e Ulisse. Per di più comici? Il loro amore non ha nome, né volto né passato. Gli dedicano un culto esclusivo. Lo temono tanto quanto lo desiderano.
L’oggetto della loro ebbrezza collettiva è l’asteroide sconosciuto la cui caduta sul pianeta provocherà la fine della nostra civiltà. Inutile proporre loro di chiamarlo Adolf. La loro fifa li priva di ogni humour. A corto di argomenti, chiamano in aiuto al loro delirio l’annientamento dei rimpianti dinosauri. A quando l’inaugurazione di una stele in memoria della meteora ignota che ha partecipato alla fine del regno sulla terra di questi sauriani?
Proverei una qualche colpevole indulgenza per questi strampalati se essi concedessero come minimo che l’avvento della supremazia umana sulle altre specie animali è stato un disastro a null’altro paragonabile.
Tutti gli sforzi dell’uomo, tutta la sua immaginazione non sono serviti in definitiva che alla barbarie. L’industrializzazione dei massacri nel corso di due conflitti mondiali è da portare a suo credito.
La prossima tappa dovrebbe essere la psichiatrizzazione generalizzata. Corona della globalizzazione. Nessuna testa svetterà più. Le erbe cattive saranno trattate con la chimica. Lobotomia per tutti!
Al gran ballo degli scheletri, carnefici e vittime danzano il girotondo dei secoli. È tempo di stilare il bilancio della specie umana. Non c’è bisogno di un curatore fallimentare. Non ci sarà nulla da ricostruire.
La mia opinione è disinteressata. L’atto gratuito per eccellenza. Non ci sarò più al momento della felice conclusione. Le mie ceneri saranno state disperse da tempo. Possa il vento divertirsi con esse.

I politici passano, la Costituzione resta — Open Mind

Nell’epoca di internet, dei social dove Renzi e i suoi sono iper presenti la maggior parte di chi ha votato sì ha più di 55 anni. Il che vuol dire che in Italia c’è un enorme problema di informazione generalista che non fa il suo dovere. Chi attinge solo dai canali ufficiali, telegiornali, talk show, […]

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Democrazia o libertà!

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Molto spesso si sente dire in giro: “Questa non è Democrazia!”.

Eppure, dalle guerre allo sfruttamento dei territori, fino allo spossessamento di milioni di individui nel mondo, sembra che tutto venga realizzato grazie anche alle regole democratiche che si adattano o si conformano alle necessità di cui l’Economia, di volta in volta ha bisogno. Prendiamo l’esempio dei diritti umani. Senza fare digressioni storiche o filosofiche che ci porterebbero a parlare, inevitabilmente, di inclusione ed esclusione, e prendendo per buona la loro essenza, essi – si dice a ragione – vengono calpestati in Paesi come Turchia o Israele che rappresentano delle perfette democrazie. Funge da esempio la più grande democrazia del mondo, gli USA dove, periodicamente, i neri vengono assassinati in strada dalla polizia. Fino ad arrivare all’elenco lunghissimo dei morti ammazzati nel Bel Paese per mano, anche qui, delle forze dell’ordine.

Certo, sono argomenti facili se vogliamo, ma il problema è che questi episodi non sono affatto errori o eccezioni opera di mele marce, sono parte intrinseca di un sistema di diritto in cui coloro che hanno il potere hanno il monopolio della violenza e governano sul resto dei sudditi, imponendo loro qualsiasi decisione: economica, ambientale, militare, sociale, ecc.

La farsa della partecipazione serve solo a consolidare il sistema.

Altre volte capita di sentire: “Questa non è Democrazia, ma Fascismo”. In effetti un controllo sempre più asfissiante, un azzeramento delle conoscenze e delle esperienze e una rappresentazione che sempre più si sostituisce alla realtà, sembra paventare un totalitarismo altrettanto insidioso e invadente. Eppure il Fascismo, almeno in Italia, lo si è conosciuto per quello che era: un regime autoritario, gerarchico e monopolizzante che non consentiva alcuno spazio al di fuori di esso e reprimeva il dissenso con la censura, la tortura e la morte. Le similitudini possono anche farsi, ma è bene considerare anche le differenze e grazie a ciò riconoscere coloro che, come i gruppi neo fascisti, vorrebbero ritornare a quell’epoca. Ad un certo punto, molti anni fa in Italia, alcuni decisero che quel monopolio della violenza doveva cessare e impugnarono le armi contro il regime fascista. E ciò avvenne da subito e oltre la fine di quell’esperienza. Proclamata la Repubblica, molti partigiani rimasero in carcere anche alcuni decenni oltre la fine della guerra, mentre tutti i fascistivennero liberati e tornarono a riprendere il posto che avevano occupato prima. La Costituzione che si dice nata dalla Resistenza, non ha difeso allora coloro che si erano battuti per eliminare la sopraffazione fascista; non è servita poi quando lo Stato ha messo le bombe sui treni e nellepiazze, non ha funzionato quando l’Italia è andata in giro per il mondo a esportare guerra e democrazia con torture e massacri come in Libia, non serve oggi, quando il Mediterraneo si riempie di morti. Il Si al Referendum vorrebbe accentrare il potere in mano al governo e rendere più difficile la partecipazione di altri poteri, il No vorrebbe difendere o aumentare la Democrazia.

Ma per aumentare la libertà non servono né l’uno né l’altro.

Serve l’autodeterminazione a spazzare via questo modello da sempre iniquo e totalizzante.

Lutti r-r-r-rivoluzionari

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Sono tutti in lutto, da giorni. Sapevano che prima o poi sarebbe successo, non si scampa alla morte, ma è duro sopportare tutto quel dolore. Fidel è morto. Morto, capite? E loro adesso sono soli, disperatamente soli. Orfani di un padre spirituale, privi di punti di riferimento, senza fulgidi esempi da seguire. Non stiamo parlando dei cubani, divisi fra chi piange e chi ride alla notizia della dipartita dell’uomo che li ha governati per oltre mezzo secolo, ma di loro. Loro, sì, i r-r-r-rivoluzionari occidentali, quelli che vanno talmente pazzi per le dittature esotiche da fare a gara con i cosiddetti turisti sessuali su chi va di più all’estero a fare ciò che non farebbe mai a casa propria.

Fidel era il loro campione, da sempre. Fidel c’era già quando gran parte di loro doveva ancora nascere. Fidel era tutto Stato & Rivoluzione (perché Rivoluzione è Stato, o non è niente). Fidel era il brivido dell’avventura al servizio del potere. Fidel era il mitra imbracciato che precede la legge decretata (perché — come amano ripetere — sono solo strumenti, bisogna saperli usare entrambi con pragmatismo e senza pregiudizi ideologici). E Fidel era anche il simbolo del trionfo sulla sfiga, era sinonimo di vittoria, non quella effimera, ma quella duratura. C’è una bella differenza! Sì, va bene, il Che era più bello di Fidel… Ma in fondo lo hanno anche steso da giovane. A 20/30 anni si può ben andare in giro con la maglietta del Che, dai 40 in poi si ha più occhi per Fidel. Vogliamo l’avventura, ma anche la pensione!
Ed ora lui è morto. Morto, capite? La sua scomparsa non sarebbe così terribile se almeno avesse lasciato un erede in grado di prenderne il posto nel cuore dei pasciuti r-r-r-rivoluzionari occidentali. Ma non è così. Il loro turismo sovversivo ha molte derive possibili, ma nessun comodo approdo. Chavez è schiattato e poi, diciamolo, gli mancava quell’aroma guerrigliero che dà sapore alla sinistra più insipida. Il sub-comandante mascherato andrebbe benissimo, vederlo a cavallo con il fucile in spalla è una meraviglia. Ma lui da anni resiste, resiste, resiste… gagliardo, davvero, ma resistere non è vincere! Il Messico non ha conosciuto alcuna rivoluzione, il Chiapas è sempre infestato da truppe governative. Quasi-Stato e Rivoluzione è ammirevole, ma non è ancora abbastanza!
Vero è che ora c’è un altro baffone a far girar la testa… Il dna della rivoluzione sembra essere passato dal sangue dei cubani a quello dei curdi (gli esami su quello dei valsusini hanno dato per ora esito negativo, ma finché c’è mitopoiesi c’è speranza). La lotta di questo popolo è in corso, aspra ed esaltante, contro un nemico feroce (nonché composto per metà da appartenenti a questo stesso popolo, ma tutto sommato è una sfumatura trascurabile: i traditori della razza esistono dappertutto). E finché dura, ogni speranza è lecita. Tant’è che non solo i soliti politicanti autoritari, ma anche i soliti minchioni libertari sospirano e gemono di voluttà a sentir pronunciare il nome del nuovo leader maximo e della regione dove è in corso l’esperienza di auto-governo dei suoi fedeli. Davanti a quei nomi-simbolo, ma quanto diventa nobile una bandiera? Quanto diventa bella una uniforme? Quanto diventa giustificata una autorità? Quanto diventa necessaria una polizia? Quanto diventa onorevole il martirio?
Già, ce lo chiediamo anche noi. Purtroppo il Kurdistan non è un’isola da cui basta buttare in mare i nemici — imperialisti e traditori del popolo — per poterla (auto)governare. Stretto fra l’Iran, la Siria e la Turchia, pedina facilmente sacrificabile sulla scacchiera della ragione di Stato, non sarà facile trionfare per quella lotta. Anche lì si rischia di prolungare all’infinito una situazione di dualità di potere. E come già detto, resistere non è vincere.
Ma il lutto degli orfani dei dittatori esotici non può durare all’infinito, la rivoluzione è il destino della Storia! Fidel vivrà ancora nell’uomo della provvidenza che viene (ancor meglio se in un altro continente)!

Usi a reprimer terrorizzando

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Fedeli nei secoli, si fanno un vanto di essere usi ad obbedir tacendo. Il padrone che servono in modo incondizionato è lo Stato ed il loro lavoro consiste nel fare la guerra a chi turba l’ordine nelle strade e la pace nei mercati, il potere dei governanti e il profitto dei banchieri. Se il loro padrone ordina di bastonare, loro bastonano. Se ordina di torturare, loro torturano. Se ordina di ammazzare, loro ammazzano. Non importa chi (manifestanti o scalmanati), non importa dove (a Genova o a Kabul). Loro non si pongono domande e non sanno cosa siano gli scrupoli di coscienza. Non sono nemmeno poliziotti, sono soldati dell’esercito! E come ama ripetere ogni buon militare con l’intelligenza di un militare: gli ordini si eseguono, non si discutono. Se poi capita che qualcuno di loro si lasci prendere la mano nella foga del momento, nessun problema. Il loro padrone li capisce, li sostiene, li protegge. In guerra gli eccessi sono inevitabili, la battaglia fa salire il sangue alla testa. Che le anime pie se ne stiano chiuse in casa a pregare sottovoce.
E le anime non pie? Ecco, quelle talvolta si incazzano davanti a questi manovali del terrore di Stato. Quando ciò accade, le parti si invertono. Non è la repressione a bussare alla porta di chi si è preso qualche libertà, è chi si prende qualche libertà a bussare alla porta della repressione. I politici potranno anche chiamarlo «atto vile» — da non confondere con l’atto coraggioso di massacrare persone inermi godendo dell’impunità di Stato — ma che volete farci? Ci sarà sempre chi non si rassegna davanti alle minacce, all’arroganza e alle violenze dell’Arma tanto orgogliosa di reprimer terrorizzando. Non importa chi (sovversivi o teste calde), non importa dove (anni fa a Nassiriya, mesi fa a Firenze, la scorsa notte a Bologna,…).

#IodicoEsticazzi?!

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Allora, vi siete decisi? Vi siete chiariti le idee? Dopo aver seguito per bene tutte le discussioni e le diatribe, dopo aver ascoltato il vostro leader(ino) preferito — quello che parla bene, quello che sa cosa dire, quello che è proprio una brava persona — avete fatto la vostra scelta in vista del prossimo referendum? Avete infine stabilito a chi andrà il vostro voto, se preferite crepare di peste reazionaria o di colera progressista?
Lo speriamo davvero, perché noi non sapremmo proprio come aiutarvi. Figuratevi che più veniamo sommersi dal chiacchiericcio referendario, e più ci viene in mente il dottor Goebbels. Personaggio ripugnante, già, ma non certo un cretino. Altrimenti non sarebbe mai riuscito a far fare il passo dell’oca e a far lanciare rutti di battaglia a milioni di persone, per altro abitanti di una nazione celebre per la filosofia e la poesia. Motivo per cui le sue considerazioni sulla propaganda, anziché liquidarle con una smorfia di disgusto, sarebbe bene conoscerle e tenerle sempre presente giacché non sono affatto morte e sepolte nel maggio del 1945.
Nel suo discorso tenuto a Norimberga nel 1934, ad esempio, egli sottolineava come «oggi in tutto il mondo la gente sta iniziando a vedere che uno Stato moderno, sia esso democratico o autoritario, non può resistere alle forze sotterranee dell’anarchia e del caos senza la propaganda», la quale era definita «un mezzo verso un fine. Il suo scopo è di condurre il popolo a una comprensione che gli permetterà di dedicarsi volentieri e senza resistenza interiore ai compiti e agli obiettivi di una dirigenza superiore». È quindi questa élite dirigente, quale che sia il suo colore, a decidere quali sono i compiti che tutti devono assolvere, gli obiettivi che tutti devono perseguire (ovvero la vita che tutti devono fare). Ma come è possibile che i molti si mettano al servizio dei pochi? L’ingegnere di anime nazista — laureato in filosofia e grande affabulatore — lo spiegava in maniera impeccabile: «Il popolo deve condividere le preoccupazioni e i successi del suo governo. Queste preoccupazioni e questi successi devono quindi venire presentati e martellati nel popolo di continuo in modo che esso consideri le preoccupazioni e i successi del suo governo come se fossero i propri. Solo un governo autoritario, legato fermamente al popolo, può farlo nel lungo periodo. La propaganda politica, l’arte di ancorare le cose dello Stato alle larghe masse in modo che l’intera nazione si sentirà parte di esse, non può quindi rimanere solo un mezzo per la conquista del potere. Deve diventare un mezzo per costruire e mantenere il potere».
Ecco, quando voi milioni di sfruttati, umiliati, bastonati, delusi, schedati, derubati, truffati, sfrattati, inquinati, avvelenati, sorvegliati, affamati, imprigionati, ammazzati dalle istituzioni venite invitati a decidere se approvare «il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione»; quando, anziché dire ai vostri (e nostri) padroni dove possono infilarsi i loro inviti, vi date tanto da fare per vagliare le ragioni del sì e quelle del no; quando, anziché darvi alle passioni più singolari, vi mettete in fila davanti alle urne tutti impettiti ed orgogliosi di adempiere al vostro dovere civile — non state forse confermando le parole di herr Goebbels? «Volentieri e senza resistenza interiore», vi siete lasciati ancorare alle cose dello Stato. Vi preoccupate del successo dello Stato, ne condividete i problemi, vi affannate a risolverli per farlo funzionare. Avete introiettato lo Stato a tal punto da reputarlo parte di voi stessi, come se fosse un fatto del tutto naturale. In questa maniera vi siete così abituati al dolore e alla morte da aver scordato cosa siano il piacere e la vita.
E allora, cittadini democratici di un popolo sovrano, avete deciso cosa volete che il futuro vi riservi? Bubbone o diarrea?

Alcune buone ragioni per fare la guerra

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Georges Henein

Quaranta guerre in venti anni rappresentano un bilancio del tutto onorevole. Altre epoche hanno forse conosciuto di meglio, benché non avessero né l’ONU, né i caschi blu, né la colomba di Picasso, né le poesie di Neruda. Avendo tutti questi ingredienti di pace reso solo un modesto servizio, c’è da domandarsi se non esista una vocazione guerriera profondamente radicata (e spesso camuffata) nel profondo dell’essere umano. Davvero abbiamo sotto pelle dei galloni interni che aspettano soltanto l’occasione per emergere alla luce del sole delle battaglie? Questa ipotesi è verificabile solo a metà. Di fatto, la guerra non deve giustificarsi; giustifica troppe persone e troppe attività per avere essa stessa bisogno di un alibi.

Se escludiamo dal quadro le guerre di liberazione nazionale, restiamo in presenza di un numero alquanto impressionante di operazioni marziali che suggeriscono le seguenti riflessioni:
1) Le guerre minori sono un mezzo per smaltire a buon mercato la ferraglia dei grandi conflitti: carri armati fuori moda, aerei asmatici, cacciatorpediniere arrugginiti, ecc.
2) Nel contesto dell’attuale mondo politico, la guerra è al tempo stesso un terreno di promozione accelerata e una scuola di potere. La partita si gioca in due maniere: in caso di sconfitta, i militari annunciano di essere stati traditi dai governi equivoci o ignavi, il che consente loro di mandar via questi ultimi e di trasformare lo Stato in caserma privata; in caso di vittoria, reclamano la naturale ricompensa pattuita e che consiste nel farla finita col regime dei civili.
3) La guerra è la risorsa nazionale dei paesi poveri. Questi, scoraggiati dalle prospettive di uno sviluppo tanto lento quanto incerto, sono inclini a credere volentieri che se non facessero un po’ di guerra non potrebbero fare nient’altro. Il ragionamento può apparire specioso ma in qualche caso redditizio. Un piccolo paese che comincia una guerra fa conto che i grandi paesi gli offriranno del denaro per rinunciarvi. Con questo denaro, raddoppieranno la puntata, acquistando armi in vista di un secondo episodio più azzardato del primo. Non appena il cannone tuonerà di nuovo, prepareranno il conto da inviare agli Stati più fortunati affinché lo regolino sotto forma di crediti, finanziamenti di ogni genere, ecc.
4) In ultimo luogo, la guerra rivela un interesse educativo su cui raramente si pone l’accento: essa serve ad informare certe popolazioni rimaste ai margini del progresso che i loro paesi contengono, o potrebbero contenere, petrolio, magnesio, cobalto, uranio e tante altre cose indispensabili alla produzione industriale delle potenze davvero moderne. Queste rivelazioni non compensano forse l’emozione che può suscitare uno sbarco imprevisto su un tranquillo litorale o un lancio di paracadutisti su un orto?
Come si può pretendere che la guerra possa cessare quando esistono così tante buone ragioni perché si perpetui all’infinito?…

Noi stiamo zitti…

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Alcuni giorni fa il tribunale di Genova ha condannato a 14 mesi un anarchico di quella città reo di aver diffuso attraverso internet un testo critico nei confronti di chi, all’indomani della rivendicazione da parte della Federazione Anarchica Informale della gambizzazione di un tecnocrate, aveva messo i puntini sulle i delle parole idiozia, codardia, politica e dissociazione. Quattordici mesi di carcere per aver espresso un’idea. Decisamente nessuno potrà più vantarsi di vivere in un paese dove chiunque è libero di esprimere il proprio pensiero, quale esso sia, basta non passare ai fatti. No, certe idee sono pericolose perché incitano di per sé all’azione. Possono essere magari formulate sui libri che nessuno più distribuisce e nessuno più legge, ma non devono serpeggiare senza freni nella rete alla portata di tutti gli occhi. Lo Stato sta quindi cominciando a mettere bene in chiaro le cose: da ora in poi, davanti agli atti di rivolta, o il silenzio o la condanna. Altrimenti…

Va bene, non ci lasciano scelta. Di scomunicare ribelli non se ne parla nemmeno, ovviamente. E quindi noi stiamo zitti. Stiamo zitti, sì, perché l’abbiamo capita.
In mezzo ad una società paralizzata da uno sciopero generale, come quella francese del maggio 68, potrà essere solo qualche emulo del “Gruppo di liberazione surrealista” a lanciare appelli quali: «Disperati, morti di noia, cessate di agire contro voi stessi. Volgete la vostra collera contro i responsabili della sorte che vi viene riservata. Bruciate le chiese, le caserme, i commissariati! Saccheggiate i grandi magazzini! Dinamitate la Borsa! Abbattete i magistrati, i padroni, i potentati sindacali, i poliziotti, i capi zelanti! Vendicatevi alfine di quelli che si vendicano su di voi della loro impotenza e del loro servilismo». Ma noi no.
All’indomani di un tiro a segno sull’ingresso del Parlamento potrà essere solo uno scrittore e giornalista quale Gilbert Keith Chesterton a ricordare che: «dicevo giustamente l’altro giorno che ciò di cui la maggior parte della gente ha bisogno è di essere un po’ assassinata; soprattutto quelli che hanno una situazione di responsabilità politica». Ma noi no.
Di fronte ad un mondo sottomesso al potere e al denaro, dove lo scontro fra chi possiede tutto e chi non ha niente rischia di assumere i contorni della guerra civile, potrà essere solo un artista maledetto come Antonin Artaud ad osservare che «l’attuale stato sociale è iniquo e va distrutto. Se è compito del teatro preoccuparsene, lo è ancor più della mitragliatrice». Ma noi no.
Davanti al Partito delle Persone Oneste, a questa minoranza che comanda sempre in maniera sbraitante e democratica, a questa maggioranza che obbedisce sempre in maniera silenziosa e compiaciuta, a questa bella gente che vorrebbe farci trascorrere l’esistenza scodinzolando fra selfie e massacri, potrà essere solo un Guy Debord nella sua giovinezza lettrista a sostenere che «ciò che manca a questi signori, è il Terrore». Ma noi no.
Noi stiamo zitti perché l’abbiamo capita.

Bring zombies home!

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Talvolta mi domando se ostinarsi a disseppellire dotte riflessioni per dare un senso a quanto accade sotto i propri occhi non sia una perdita di tempo, facilmente evitabile ricorrendo a reazioni istintive più immediate. Prendete ad esempio l’eccitata esaltazione di un glorioso passato — di cui si è in piena consapevolezza non solo rimosso gli aspetti peggiori, ma anche tradito e rinnegato quelli migliori — pur di fare affari con questo miserabile presente. Ecco, davanti a simili patetici espedienti vale davvero la pena di scomodare le riflessioni di Nietzsche sulla cattiva coscienza («Considero la cattiva coscienza come quella grave malattia in balìa della quale doveva cadere l’uomo sotto la pressione della più radicale tra tutte le metamorfosi che egli abbia mai vissuto — quella metamorfosi in cui si venne a trovare definitivamente incapsulato nell’incantesimo della società e della pace»)? Non basterebbe sputare di passaggio sul paraculismo bottegaio? L’ennesima occasione per pormi questo interrogativo me l’ha fornita l’arrivo qui in Italia di Bill Ayers e della sua consorte Bernardine Dohrn.

Quando erano esseri umani, vivi, pieni di sogni e di desideri (seppur pesantemente infestati dall’ideologia più sinistra), erano due rivoluzionari assai celebri negli United States of America degli anni 70. Dal 1969 al 1981 parteciparono ai Weather Underground, ovvero la più famosa organizzazione armata di sinistra (composta da soli bianchi, essendo all’epoca i neri attratti per lo più verso il Partito delle Pantere Nere) attiva nella roccaforte del capitalismo, autori di alcune delle più notevoli azioni di guerra (di classe) contro lo Zio Sam. La loro vita finì nel momento in cui si arresero e si consegnarono all’FBI, nel 1981, ovvero quando — riuscendo ad evitare la prigione grazie allo smascheramento degli imbrogli degli agenti del governo — iniziarono la loro carriera all’interno di questa società. Il motivo della visita di questi due zombie è il lancio dell’edizione italiana dell’autobiografia di Ayers intitolata Fugitive Days, già pubblicata alcuni anni da Cox 18 ed ora ristampata da Derive & Approdi. Non ho letto il libro, che già sono allergico alle memorie dei reduci indigeni, ma ho purtroppo letto alcune delle recensioni che lo hanno osannato e…
Ecco, non so bene cosa dire. Fra l’autore, gli editori e i recensori, dovrei pensare anch’io all’«uomo che in mancanza di nemici esterni e di resistenze, rinserrato in una opprimente angustia e normalità di costumi, faceva impazientemente a brani se stesso, si perseguitava, si rodeva, si aizzava, si svillaneggiava, quest’animale che si vuole “ammansire” e dà di cozzo alle sbarre della sua cella fino a coprirsi di piaghe, questo essere che manca di qualcosa, che si strugge nella nostalgia del deserto e che deve far di se stesso un’avventura, una camera di supplizi, una selva insicura e perigliosa – questo giullare, questo desioso e disperato prigioniero divenne l’inventore della “cattiva coscienza”»? Oppure no, troppa inutile fatica, meglio lasciar perdere simili toccanti citazioni che in fondo interessano a ben pochi e limitarmi a sghignazzare senza ritegno davanti all’ultimo «evento» pompato ad arte da tutti questi veri e propri cazzari della memoria?
Quindi, un ex rivoluzionario di nome Bill Ayers ha scritto un libro sul suo trapassato remoto clandestino trascorso a combattere la società borghese, anche a rumor di bombe. Io non so se quanto da lui narrato sia vero o meno (c’è anche un’altra ex militante dei Weathermen che lo ha definito una «carnevalata»). Ciò che so è che Ayers lo ha scritto durante i suoi Accademic Days, cioè dopo che le marachelle giovanili hanno lasciato posto alle lezioni universitarie. Non piazza più cariche di dinamite negli uffici governativi, collabora con le autorità di Chicago con tale dedizione da venire eletto nel 1997 «uomo dell’anno» dall’amministrazione comunale! Dall’amore per Bob Dylan all’odio contro la guerra del Vietnam, e da Bring war home a Sweet home Chicago, insomma. Nemmeno sua moglie è rimasta una fuorilegge d’America, anzi, al contrario! Da molti anni la «pasionaria della sinistra fuori di testa» si è ravveduta, ed essendo rientrata nella sua testa da militante di sinistra si è messa a insegnare legge in una istituzione universitaria. I loro avversari repubblicani li danno per amici di un’altra coppia celebre, Barack&Michelle, mentre i loro amici democratici li danno per semplici vicini di casa e conoscenti? Mah, chissà se è vero. Resta il fatto che Ayers dei suoi giorni clandestini ha conservato solo la fedeltà alla meteorologia, infatti indossa sempre gli abiti indicati dal barometro: estremisti in tempi di burrasca, moderati in tempi di quiete.
Con una tale preistoria da rivoluzionario di cui vantarsi ed una simile storia da cattedratico con cui rassicurarsi, non c’è da stupirsi che Ayers abbia così tanti spasimanti fra la sinistra radical-chic e becero-shock, la quale va ghiotta per le mutazioni da estetizzare, commerciare e propagandare. Ma quanto è bella la lotta armata fatta una quarantina di anni fa? Si può anche fare a meno di chiederlo ai suoi editori, a chi voleva trasformare i centri sociali in imprese commerciali (e di tanto in tanto fa lo strillone elettorale per la sinistra) o a chi si compiace della rima fra dissociazione e rivoluzione, dato che lo spiegano fin troppo bene gli esaltati recensori di Fugitive Days. Sandro Moiso su Carmilla, in piena botta di mitopoiesi, definisce i Weathermen «un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi» partiti «sulle orme di Hukleberry Finn e di Ishmael, l’io narrante di Moby Dick». Ma certo che sì, cazzo! I loro maestri erano Mark Twain ed Herman Melville, mica Mao e Ho Chin Min! D’altra parte, è risaputo che Stalin era Robin Hood e Kamo il suo fido Little John, mentre Renato Curcio era Lancillotto e le Brigate Rosse niente meno che i Cavalieri della Tavola Rotonda. Tutta questa bella gente non lottava per conquistare il potere, naaaaa, bensì l’amore di Lady Marian e Ginevra! E la dittatura del proletariato altro non era che una ingenua e candida metafora per indicare il Sacro Graal (e Sergio Segio, ma quanto è stato bravo ad ispirare il bel tenebroso Scamarcio?). Valerio De Simone, su Alfabeta2, ci assicura che «il libro di Ayers interessa in particolar modo per lo spaccato di un’America in cui i giovani criticavano il sistema capitalistico, con accenti talora non distanti da quelli infuocati che usa oggi il candidato alla leadership democratica, il socialista Bernie Sanders». Ma è ovvio, come ho fatto a non pensarci? Chi voleva distruggere l’imperialismo americano non è talora distante da chi ambisce alla Casa Bianca… vai Bernie, fai saltare anche tu il Pentagono e il Campidoglio! Anzi, aprili dall’interno come una scatola di sardine! In fondo, è quasi la stessa cosa. Il docente di Scienze politiche Fabrizio Tonello, sfidando il senso del ridicolo, ci assicura che Guy Debord sarebbe «stato entusiasta di analizzare un gruppo che produceva manifesti politici di 80 pagine in perfetto gergo marxista-leninista ma al tempo stesso riscriveva i testi del musical West Side Story in chiave terzomondista». Altro che, tanto quanto avrebbe votato per Grillo e il Movimento 5 Stelle! E l’ex militante di Potere Operaio e portavoce di Rifondazione Comunista al Senato, Andrea Colombo, dalle pagine del quotidiano dei pompieri della rivolta Il Manifesto ci esorta anche lui a buttare sempre e comunque la rivoluzione in pura letteratura: «Ma per chi a un libro di questo genere chiede invece di restituire il senso, le emozioni e quasi le sensazioni fisiche di un’epoca, Fugitive Days è impareggiabile», essendo «anche scritto benissimo, tanto da poterlo leggere come un romanzo avvincente».
Davvero, davanti a questa apoteosi di ipocrisia è impossibile stupirsi se a Bologna il pensionato cattedratico americano sarà introdotto dal nonno dei recuperatori italioti, l’insulso Bifo. È il minimo che potesse capitare ad entrambi. Mah, sempre meglio che trascorrere la vita dietro alle sbarre come il suo ex compagno David Gilbert, quel povero fesso che non si è mai arreso e che è stato arrestato all’inizio degli anni 80 dopo una rapina (Bill & Bernardine ne hanno poi adottato il figlio appena nato, ma non chiamatela coscienza sporca…).
Ma perché rimuginarci sopra, mi domando… In fondo è lo stesso Ayers a ricordare che «Dall’inizio del 1969, fino alla primavera del 1970, negli USA ci furono più di 40 mila minacce o attentati e 5 mila esplosioni riuscite contro obiettivi governativi o imprenditoriali, una media di sei attentati al giorno. Salvo due o tre casi, l’intera orgia di esplosioni era rivolta contro le proprietà, non contro le persone […] Cinquemila esplosioni, circa sei attentati al giorno, e i Weather Underground ne avevano rivendicate sei, in tutto. Sono cifre che fanno riflettere». Già, sull’inutilità delle vedette della rivoluzione e sulla miseria degli interessati badanti della loro vecchiaia.

L’atto più autoritario

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Non molto tempo fa una persona mia amica ha definito l’omicidio «l’atto più autoritario». Certo, se uccidi qualcuno che non ha chiesto il tuo aiuto per porre fine alla sua vita, stai usando la forza contro quella persona per imporle la tua volontà… E se definisci l’autorità come l’uso della forza per imporre una volontà su altri, uccidere qualcuno contro la sua volontà può essere di fatto un atto autoritario. Ma «l’atto più autoritario»? Non penso.

Prima di proseguire, voglio chiarire che io non definisco l’autorità come l’uso della forza per imporre la propria volontà su un altro. L’autorità, per come l’intendo io, richiede un passo ulteriore. Ovvero l’istituzionalizzazione di questo uso della forza al fine di imporre una volontà. Tale istituzionalizzazione consente a un gruppo particolare di monopolizzare l’uso della forza in modo di mantenere una continua imposizione della propria volontà su altri. Senza la creazione di una struttura istituzionale, l’autorità non può coagularsi. Gli stronzi che si impongono possono avere la meglio finché gli altri non li battono, non li intruppano, o magari… non li uccidono… qualora sia il solo modo per fermare la loro stronzaggine.
Ma, anche allargando la definizione di autorità a qualsiasi uso della forza per imporre una volontà, non penso che l’omicidio sia l’atto più autoritario. Se uccidi un altro essere vivente che non ha chiesto il tuo aiuto per morire, stai di fatto prendendo la sua vita, togliendogliela contro la sua volontà. Ma stai anche togliendo la sua vita da te stesso. Una volta che è morto, non hai più potere su di lui. Non è rimasto più nulla su cui puoi esercitare l’autorità.
Tuttavia esiste un altro modo per togliere la vita a qualcuno. Mi riferisco alla schiavitù, cioè all’addomesticamento. Gli schiavi hanno perso la propria vita mentre sono ancora vivi. Colui che in un dato momento ne reclama il possesso, li usa per i propri scopi. Ma un simile rapporto può essere instaurato solo se viene istituzionalizzato in relazioni sociali basate su ruoli sociali e se tutte le persone coinvolte accettano questi ruoli e rapporti istituzionalizzati. Finché la schiavitù, l’addomesticamento, la sottrazione della vita degli altri mentre sono ancora vivi richiedono l’istituzionalizzazione della forza per sussistere, considero questo furto della vita del vivente come l’atto più autoritario, perché è l’atto attraverso cui l’autorità viene instaurata. E può durare solo finché coloro che vengono così derubati si rassegnano a questa rapina. In altre parole, l’autorità non può vivere senza obbedienza. Un ordine sociale autoritario è composto da padroni e da schiavi. Affinché un padrone eserciti l’autorità, ha bisogno di vittime viventi disposte a rinunciare alla propria vita per appartenere a un altro.
Ovviamente, chi possiede l’autorità spesso uccide e qualche volta (ad esempio, in guerra o in caso di genocidi) in massa*. Ma il più delle volte uccide chi non può controllare. Il genocidio delle popolazioni indigene dei continenti americani avvenne prima di tutto perché non intendevano essere schiave dei conquistatori europei e dei loro discendenti. Gli sbirri giustiziarono Jacques Mesrine per strada perché era incontrollabile. Se i nativi avessero voluto essere schiavi, se Jacques Mesrine avesse voluto avere un normale lavoro da schiavo, le autorità avrebbero potuto lasciarli vivere.
Uno schiavo può essere costretto ad uccidere per porre fine alla propria schiavitù. Una persona libera può dover uccidere per evitare la schiavitù. In entrambi i casi, l’omicida usa la forza per imporre la propria volontà (non essere schiavo), ma così facendo attacca l’autorità che si impone su di lui, distruggendone la capacità di imporre la propria volontà. No, uccidere non è affatto l’atto più autoritario. L’atto più autoritario è comandare, rivendicare il controllo sulla vita di un altro. Il secondo atto più autoritario è obbedire, perché un comando è inutile senza obbedienza.

* Sebbene sia un errore definire questo un omicidio indiscriminato, in quanto chi ha il potere in questi casi discrimina eccome, per ragioni ideologiche, per ragioni di propaganda, per manipolare ulteriormente le proprie pecore obbedienti…