Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Pierre Rabhi, contadino e filosofo Algerino, trapiantato in Francia dai tempi del colonialismo francese, che sostiene, giustamente, che occorre un ritorno alla terra per cambiare realmente le nostr…

Sorgente: Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Difendo Anarchia

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Katerina Gogou
Come attrice, Katerina Gogou (1940-1993) non ha fatto parlare molto di sé nell’ambiente del cinema, avendo recitato sì in numerosi film ma (quasi) sempre con ruoli da comparsa. Ma come poetessa, era e rimane la bestia nera della letteratura moderna greca. Nata sotto l’occupazione nazista, passata attraverso il regime dei colonnelli e la Resistenza, ha dato voce all’anima nera del quartiere Exarcheia di Atene, vivendone e cantandone la rivolta anarchica e la disperazione umana. Nelle sei raccolte di poesie da lei pubblicate c’è spazio solo per questo suo mondo, il sottobosco fatto di prostitute, drogati, pazzi, fuorilegge, sovversivi. Dopo aver a lungo contribuito alla rinascita del movimento anarchico greco, Katerina Gogou trascorse i suoi ultimi anni dentro e fuori le cliniche psichiatriche. Morì per una overdose di pillole e alcol; ai suoi funerali parteciparono migliaia di persone.
***
25 maggio
Un mattino aprirò la porta
e uscirò per strada
come ieri.
E non penserò a nulla se non
a un pezzo di padre
e un pezzo di mare
— quello che m’hanno lasciato — e la città.
La città che hanno fatto decomporre.
E i nostri amici che si persero.
Un mattino aprirò la porta
dritta dritta nel fuoco
e come ieri entrerò
urlando «fascisti!»
alzando barricate e tirando pietre
con una bandiera rossa a splendere nel sole.
Aprirò la porta
ed è ora che ti dica
— non che abbia paura —
ma ecco, vorrei dirti di come non ho fatto in tempo
e di come tu debba imparare
a non scendere in strada
senza armi come me
— perché io non ho fatto in tempo —
perché allora ti perderai, come me
«indeterminata»
fatta a pezzi
di mare, infanzia
e bandiere rosse.
Un mattino aprirò la porta
mi perderò con il sogno della rivoluzione
nella sconfinata solitudine delle strade
che bruceranno,
nella sconfinata solitudine di barricate di carta
con il solito titolo — non gli credere! —
di «provocatore».
*
Non rimane nessuno in questa città

Non rimane nessuno in questa città!
Non rimane nessuno?
Cos’è successo che i suoi abitanti se ne sono andati via di fretta
e hanno lasciato le porte aperte,
le luci accese…
Grossi uccelli ciechi si scontrano
con le ali spiegate
terrorizzati
Il mare entra dentro in città
sommerge la terraferma metodicamente
una nave di lebbrosi dementi
naviga fuori dalle porte
e si dispiega lentamente… piano…
lentamente…
Gli anni della mia infanzia
bambini inflessibili, induriti
dissepolti da un cane giallo
che di continuo me li riporta
salgono le acque
le mie mani si mettono in croce da sole
come morte.
Non c’è nessuno qui?
Nessuno?
Nessuno
Guardo davanti una strada bianca di sabbia
Di nuovo la fosca barca con la fenice di pietra
e il barcaiolo di marmo
In questo posto non c’è neanche un bambino
BZZZZUNBBBZZZUNNN
un bambino?
Vieni che giochiamo alle automobiline. Vieni bambino!
Vieni, uccellino? Cip cip cip cip cip, vieni!
Vieni, uccellino…
Quale ricordo umano mi trattiene qui?
Giorgos…
Myrtò…
Di quale terrore il segno mi trattiene qui,
cui non è stata resa giustizia?
Giorgos…
Myrtò…
Di quale pianeta la fine vergognosa
m’hanno lasciato come spauracchio perché qui io morissi di paura…
Perché non passo oltre,
dove il vento ferisce i fuochi a baionetta?
Sono rimasta come goccia da una stalagmite.
Dentro questa bottiglia vuota,
l’hanno gettata via un’estate di tanto tempo fa
i miei amici.
E ci rimango dentro.
Altri tempi lontani
che ritorneranno,
l’ultimo SOS di solidarietà
da decifrare.
*
La solitudine


La solitudine…
non ha il colore triste degli occhi
di un’amante rannuvolata.
Non gironzola indolente
ancheggiando in sale da ballo
e gelidi musei.
Non è fatta di gialle cornici dei «buoni» tempi andati
e di naftalina nei bauli della nonna
di nastri viola e cappelli di paglia a larga tesa.
Non allarga le gambe con risolini soffocati
sguardo bovino sospiri trattenuti
e biancheria intima assortita.
La solitudine.
Ha il colore dei pakistani la solitudine
e si misura a piatti
insieme ai loro cocci
sul fondo di un pozzo di luce.
Sta paziente in piedi in coda
Bournazi – Aghìa Varvàra – Kokkinià
Toumba – Stavropoli – Kalamarià
Con ogni tempo
le suda la testa.
Eiacula urlando cala la saracinesca incatenata
occupa i mezzi di produzione
accende fuochi nella proprietà privata
di domenica è una visita parenti ai carcerati
nel cortile hanno lo stesso passo sia i criminali che i rivoluzionari
la si vende e la si compra soldo a soldo respiro a respiro
nei mercati degli schiavi della terra — qui vicino c’è piazza Klotziàs —
svegliati di buon’ora
Svegliati per vedere.
È una puttana nelle case di malaffare
è il «turno tedesco» per il fante in sentinella
e gli ultimi interminabili chilometri della strada nazionale — centro
per le carni appese a un gancio dalla Bulgaria.
E quando il suo sangue è strozzato e non ha altro in mano
perché stanno svendendo la sua gente
balla scalza uno zeibekiko sopra il tavolo
reggendo nelle sue mani tumefatte
una scure bene affilata.
La solitudine
la nostra solitudine dico.
Della nostra sto parlando
è una scure nelle nostre mani
che rotea sopra le vostre teste
rotea rotea rotea.
*

Verrà un tempo
Verrà un tempo in cui le cose cambieranno.
Ricordatelo Maria.
Ricordi, Maria, durante gli intervalli quel gioco
in cui correvamo tenendo in mano il testimone
— non guardare me — non piangere.
Sei tu la speranza,
ascolta, verrà un tempo
in cui saranno i figli a scegliersi i genitori
non usciranno a vanvera
non ci saranno porte chiuse
con persone curve al di fuori
e il lavoro saremo noi a sceglierlo
non saremo dei cavalli a cui si guardano i denti.
Le persone — pensaci! — parleranno con colori,
altre con note.
Conserva soltanto
in una grande bottiglia d’acqua
parole e significati come questi
disadattati – oppressione – solitudine – prezzo – guadagno – umiliazione
per la lezione di storia.
Maria — non voglio dire bugie —
sono tempi difficili.
E ne verranno altri.
Non lo so — non aspettarti troppo da me —
questo ho vissuto, questo ho imparato, questo dico
e di tutto quello che ho letto una cosa ho trattenuto bene:
«L’importante è rimanere umani»
La cambieremo, la vita!
Nonostante tutto, Maria.
*
Qualche volta


Qualche volta si apre la porta piano piano, ed entri.
Porti un vestito tutto bianco e scarpe di lino.
Ti chini e mi infili affettuosamente nel palmo della mano
settantadue dracme e te ne vai.
Ho aspettato dove mi hai lasciata
affinché tu mi ritrovassi.
Però dev’essere passato molto tempo
perché mi si sono allungate le unghie
e i miei amici hanno paura di me.
Ogni giorno mi cucino patate,
non ho più un briciolo di fantasia.
E quando sento chiamarmi  Katerina, mi spavento.
Bisogna, credo, che denunci qualcuno.
Ho conservato dei ritagli di giornale con sopra
qualcuno che, dicono, sei tu.
So che i giornali mentono,
perché hanno scritto che ti hanno sparato alle gambe.
Lo so che non mirano mai alle gambe.
Il Bersaglio è il cervello.
Stai attento, eh?
*
Gli amici per quanto mi riguarda
Gli amici per quanto mi riguarda sono neri uccelli
che fanno l’altalena sulle terrazze
di case sgarrupate
Exarchìa via Patissia Metaxourghìo Mets.
Fanno quello che gli capita.
Rappresentanti di ricettari ed enciclopedie
aprono strade e uniscono deserti
interpreti al cabaret di via Zenone
rivoluzionari professionisti
messi spalle al muro hanno mollato
ora prendono pasticche e alcol per
addormentarsi
ma sognano e stanno svegli.
Le mie amiche per quanto mi riguarda sono fili di ferro tesi
sulle terrazze di case vecchie
Exarchìa Victoria Concaki Grizi.
Ci avete conficcato milioni di mollette di ferro
le vostre colpevoli decisioni congressuali
sottane in prestito
bruciature di sigarette
strane emicranie
silenzi minacciosi leucorree
s’innamorano di omosessuali
tricomoniasi ritardo mestruale
il telefono il telefono il telefono
gli occhiali rotti l’ambulanza nessuno.
Fanno quello che gli capita.
Sono sempre in giro i miei amici
perché gli state col fiato sul collo.
Tutti i miei amici dipingono col nero
perché gli avete distrutto il rosso
scrivono in una lingua nota solo a loro
perché la vostra è buona solo per leccare.
I miei amici sono uccelli neri
e fili di ferro
sulle vostre mani e alla vostra gola.
I miei amici.
*
Col rosso

Con la testa in frantumi
per la morsa delle vostre contrattazioni
nell’ora di punta
e contromano
darò fuoco a un gran falò.
E lì ci butterò
tutti i libri di marxismo
in modo che Mirtò non sappia mai
le cause della mia morte.
Potete dirle
che non ho retto alla primavera
o che sono passata col rosso
sì… questo è più credibile.
Col rosso questo dovete dire
col rosso…col rosso
questo dovete dire…
Questo è più credibile
col rosso… questo dovete dire
col rosso, col rosso
questo dovete dire.
Col rosso, col rosso,
col rosso.
*
Come fa presto ad andarsene la luce


Come fa presto a andarsene la luce dalla nostra vita, fratello mio…
Dentro le nostre palpebre allergiche
lentamente la vita preme con le unghie
sta’ a vedere che le scopriamo il gioco
si allontana si dilegua… guarda è diventata un puntino gira l’angolo… sparita.
Buuuuuio!
Guardo dei negativi fotografici e sembrano persone
tizzoni rossi nei loro occhi di lupi in trappola
unghie in prestito — come si sono ridotti così — dentiere straniere
sanguisughe si attaccano alla nostra laringe tirano i nostri bottoni
sta’ a vedere che tiriamo avanti ancora un po’.
Sono quelli del treno — li ricordo bene
che quando decidemmo il nostro primo sogno di metterci in viaggio
ci scaraventarono sulle rotaie dell’elettrificata
come sacchi vuoti in un passaggio incustodito
come peso superfluo.
Quelli che: «siamo vissuti» — scritto tra virgolette
con mille canne ci tengono sotto tiro
dalla terrazza della compagnia telefonica
freddo freddo e melò nelle nostre magliette di cotone
facciamo come se avessimo il cappotto
e un nervo viola — hai visto, tutti noi l’abbiamo —
colpisce ancora sotto il nostro occhio.
Quanto è cara la vita, fratello mio
quant’è scaduta la qualità, coraggio.
Parecchie volte — ma io non mollo
vanno in testa-coda gli antidepressivi
e la bilancia oscilla
davanti non c’è altro
allora piego il collo e mi prendo tra i denti
il mio cervello sanguinante e vado indietro indietro
torno indietro
per salvarmi
e poi non trovo la strada
perché anche là è tutta merda — come se non lo sapessi —
dappertutto cancelli sfondati e crateri di obice
mi spavento mi confondo per un nonnulla non ho dove andare
solo la porta del SUPERMERCATO è aperta
e mi ci piazzo dentro
come un avvoltoio guardo dove vanno a finire i soldi
e il valore d’uso
delirium tremens lo chiaman loro IO HO VOGLIA DI RUBARE
Allora mi metto davanti tutti gli stereo a suonare tutti insieme
ogni marca una musica diversa
e gli altoparlanti al massimo a spaccare le orecchie
e poi con una buona forbicina Singer
taglio in tondo le loro bocche le allargo
sopra ci incollo la mia anima bacio della morte
e ci svuoto dentro gli psicofarmaci
le loro farmacie e insieme i loro farmacisti.
Morte a Bisanzio e al diavolo le dinastie
il diaframma della mia etnia le pacifiche invasioni
le Kodak e le G. Stavru in vendita allettanti
che vadano a morire.
Morte agl’Immortali
bandiere nere e rossa la luce si apre
— SI APRIRÀ — la strada la bocca
gli occhi il cuore e il cervello.
Così si deve fare cadrà la porta.
E la macchina con l’antico rullino. No. No sempre e sempre gli uomini
negativi neri e noi BRUCIATURE DI SOLE.
*
9 anni
Quando la mattina ti sveglierai
e non troverai sul pavimento
pillole maglione e reggiseno
e busserai forte alla porta
senza sentire dietro te il mio isterico «piantala»
non scoppiare a piangere ma vieni a cercarmi
nella foto di me bambina che ti guarda.
Io non ho mai veduto.
Nemmeno nel mio stupido scrivere. Ti ho mentito.
Ti dicevo sempre com’erano belli gli uomini i colori e la musica.
Tu conteggia solo il cottimo che ho fatto
e con quello saprai come sono vissuta.
Conteggia poi l’affitto
mai ci bastavano a pagarlo.
E quanta luce ho bruciato
cercando un modo.
E va’ avanti, e va’ a chiedere a tuo padre
per l’ultima volta i soldi
e digli che sono in debito.
Poi sciacquati la faccia
e non lasciare che nessuno ti dica
cosa è successo a tua madre.
Solamente con queste
prove stupide
costruisci un sole di quelli che solo tu hai in mente
e sotto questo sole
scrivi con le tue divertenti lettere infantili
HA SALDATO! SALDATO! SALDATO! HA SALDATO!
*
Chiuso. Questo era.
Chiuso. Questo era.
Vedi, mi s’è perduta la vita
fra uomini gialli
vetri sporchi
e compromessi indicibili.
Comincio a invecchiare
come quel piccolo salice
che t’avevo mostrato all’angolo della strada.
E non è che voglio vivere.
È, cazzo, che non sono vissuta.
E che non ti rivedrò.
*
Antropogonia
Perché ombre sono gli dèi, inumani,
fra chi è sepolto.
Dentro le nubi e in monti e statue della notte
si conficcano
invidiarono l’uomo hanno, invidiano
e hanno paura.
E gli intermediari
goffi, zoppi e superbi
portatori d’acqua
in anfore bucate
con l’amore
e con i sogni
portarono ai mortali
il terrore
per follia o per morte
di voler essere immortali
alla terra inchiodati.
E incisero dovunque
in corpo, in anima e mente
con il mito
che malattia offensiva è la solitudine
e non libertà.
E sulla malattia in suppurazione
mentirono molto
perché imparassero a correre
così da smarrire la visione
dell’invisibile e della politica
perché è il tempo più veloce
che agisce immobile.
E ancora peggio
della pena e del nutrimento
della loro autodistruzione
con grande inganno chiamarono «eroi»
i nostri beneamati mortali
derivato dell’eroina.
E gli dei come sommo violento potere
resero onore ai cortigiani
chiamandoli con ironia semidei.
E gli intermediari — semidei
che si nascondono dietro le muse
e con alti calzari
definirono il nome
di sé poeti e consolatori
ma è sempre con loro la nostra guerra
e loro — se sono — sono utili
nelle pause di pace.
Tanto hanno sofferto i mortali
che al giacinto
avevano unito l’anima
e puri, belli e splendenti
non sapevano
il tradimento
e gli avevano creduto.
Ma ora muoviti
curiamo con calma
le nostre ali lucenti
cominciamo daccapo la strada
usciamo nella radura
non capiti che altri di noi
bevano un’acqua d’oblio
e così pur essendoci uguali
soffrano di grandi passioni
e così come noi maledicemmo
loro ci maledicano.
*
[Bianca]
Bianca è
la razza ariana,
il silenzio,
i globuli bianchi,
il freddo,
i camici dei dottori,
gli abiti dei morti,
l’eroina.
… Queste poche parole per restituire il nero.
*
[Ciò che temo di più…]
Ciò che temo di più
è di diventare «un poeta»…
Chiudermi in una stanza
ad ammirare il mare
e dimenticare…
Ho paura che i punti sulle vene possano cicatrizzare
e, invece di avere ricordi confusi sulle notizie alla televisione,
mi metto a scarabocchiare fogli e a vendere «le mie opinioni»…
Ho paura che quelli che ci hanno scavalcato possano accettarmi
in maniera da usarmi.
Ho paura che le mie urla possano diventare un mormorio
utile a far addormentare la mia gente.
Ho paura che potrei imparare ad usare la metrica e il ritmo
finendo intrappolata dentro di essi
desiderando che i miei versi diventino canzoni popolari.
Ho paura che potrei comprare binocoli per far avvicinare
le azioni di sabotaggio a cui non prendo parte.
Ho paura di diventare stanca — facile preda per preti e accademici —
e trasformarmi così in una «femminuccia»…
Loro hanno le loro maniere…
Loro possono utilizzare la routine a cui sei abituato,
ci hanno trasformato in cani:
ci guardano mentre ci vergogniamo di non lavorare…
ci guardano essere orgogliosi di essere disoccupati…
Ecco com’è.
Psichiatri entusiasti e schifosi poliziotti
ci stanno aspettando all’angolo.
Marx…
Ho paura di lui…
La mia mente va anche oltre a lui…
Quei bastardi… è loro la colpa…
Merda, non riesco nemmeno a finire di scrivere…
Forse… eh?… forse un altro giorno…
*
[n. 17]
Ero un albero che si è spezzato
Hanno spezzato tutti i miei rami
Perché tutti i bambini perduti vi trovavano rifugio
Per giocare all’impiccato
*
Difendo ANARCHIA
Non mi fermare. Sto sognando.
Abbiamo vissuto a capo chino secoli di ingiustizia.
Secoli di solitudine.
Ora no. Non mi fermare.
Ora e qui, per sempre e ovunque.
Ho un sogno di libertà.
Facciamo sì che la bellissima unicità
di ciascuno
ripristini
l’Armonia dell’Universo.
Avanti, giochiamo. Conoscenza è gioia.
Non è una mobilitazione scolastica.
Io sogno perché amo.
Grandi sogni nel cielo.
Gli operai delle fabbriche occupate
produrranno cioccolata per il mondo.
Io sogno perché SO e POSSO.
I banchieri generano i «rapinatori»
Le prigioni i «terroristi»
La solitudine gli «emarginati»
Il prodotto il «bisogno»
I confini gli eserciti.
La proprietà tutto.
Violenza genera violenza.
Non domandare. Non mi fermare.
È il momento di ristabilire
la sublime prassi dell’etica.
Facciamo della Vita una poesia.
E della Vita una prassi.
È un sogno possibile possibile possibile.
TI AMO
e non mi fermare, non sto sognando. Sto vivendo.
Tendo le mani
all’ Amore alla solidarietà
alla Libertà.
Quante volte sarà necessario e sempre dal principio
Difendo ANARCHIA

Il 9 giugno a Santiago del Cile…

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«L’idea di Dio implica l’abdicazione della ragione e della giustizia umana;
essa è la più decisiva negazione della libertà umana, e finisce necessariamente
nella schiavitù del genere umano, sia in teoria che in pratica».
Bakunin, Dio e lo Stato, 1882
Giovedì 9 giugno 2016 a Santiago si è svolta una manifestazione di 150.000 studenti e liceali, preparata da settimane e organizzata dalla Confederazione degli Studenti del Cile (Confech) per rivendicare miglioramenti al sistema educativo. Quella che doveva essere solo l’ennesima protesta riformista è stata però segnata da un evento imprevisto, il gioioso contributo di alcuni incontrollabili che hanno colto l’occasione per dare il loro piccolo tocco qualitativo. Negozi saccheggiati lungo tutto il percorso? No, non si è trattato di questo, nonostante un tentativo contro una farmacia. Devastazioni incendiarie degli autobus di Transantiago, come accade quando degli arrabbiati si invitano al ballo? No, nemmeno. Allora forse qualche barricata in fiamme a protezione di manifestanti incappucciati armati di fionde e molotov, come accade regolarmente? No, magari un’altra volta. Nonostante tutto, non si è trattato solo di una grande manifestazione con la sua piccola parte di sommossa che si è messa con gioia a lanciare pietre contro i carabinieri. Qualcosa di un po’ diverso è successo quel giorno, una figura mitica e simbolica è stata distrutta pubblicamente, grazie ad un semplice passo di lato improvvisato.
Giovedì 9 giugno 2016, nel bel mezzo di uno dei viali centrali di Santiago chiamato Libertador Bernardo O’Higgins, all’incrocio tra Alameda e Cumming, è tutto un altro scenario che ha colpito gli animi, scatenando commenti indignati a catena e provocando l’apertura di un’immediata inchiesta giudiziaria. Allorché tutto avrebbe potuto continuare tranquillamente, tra slogan di sinistra e folklore scolastico, un piccolo gruppo di persone incappucciate è entrato da una porta laterale nel vecchio edificio dichiarato Monumento Nazionale nel 1989, vale a dire la venerabile Chiesa della Gratitudine Nazionale. I più attenti ricorderanno forse che il 25 agosto 2011, durante una manifestazione di migliaia di persone indetta dalla principale confederazione sindacale del paese (CUT), è proprio la porta di quella chiesa ad essere data alle fiamme per lunghi minuti sotto lo sguardo attonito della folla lavoratrice, mentre molte sue finestre andavano in frantumi e le sue pareti venivano abbellite con slogan anarchici. Più di recente, il 28 maggio 2015, a seguito di una manifestazione di liceali, alcuni anonimi avevano riprodotto quel gesto (molotov contro la porta e lancio di pietre alle vetrate), prima che un piccolo gruppo lo ripetesse ancora una volta e di notte, un anno dopo, ossia lo scorso 29 maggio.
È forse con l’idea in testa che la ripetizione degli stessi gesti sugli stessi obiettivi durante le stesse occasioni rischia fortemente di trasformare la rivolta in spettacolo, che una quindicina di giovani curiosi hanno deciso di andare a guardare dall’altro lato del portale. Qui, nessuna sorpresa, almeno all’inizio: un confessionale dove lavare i panni sporchi prima di poter ricominciare, un altare davanti a cui inginocchiarsi per sottomettersi, ma anche… un grosso rospo di Nazareth che sta lì a fissarti per giudicarti dall’alto della sua morale e delle sue leggi. Poi è successo quello che dovremmo chiamare un autentico piccolo miracolo di determinazione antireligiosa: e hop, né uno né due, ed ecco lì che una parte degli intrusi è riuscita a tirare il crocifisso di tre metri fuori dal suo supporto (molti l’hanno sognato, pochi ci hanno provato), poi l’hanno trascinato con il suo carico fittizio nella strada! Nessun fuoco esterno questa volta alla Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma una magnifica frantumazione del suo feticcio in pieno giorno a colpi di sbarre e sedie. Oh, non ha resistito a lungo, il tapino, nella sua missione d’incarnare l’ordine. Non ha strillato più di una vetrina che si spacca, lui che esiste solo nell’immaginario di esseri umani in cerca di spiegazioni facili per rassegnarsi ad una vita di sofferenze. Ma che altro poteva fare, quel grosso Gesù Cristo in croce, di fronte a un simile piacere iconoclasta senza fede né legge?
Alcune ore dopo la reazione è stata unanime da parte di tutti, fino alla Presidenza, per difendere la parte del potere che era stata attaccata. Padre Marek Burzawa, vicario della “zona centro” dell’arcidiocesi di Santiago, ha predicato per la sua cappella: «come Chiesa siamo d’accordo con le manifestazioni pacifiche, ma la violenza non è il cammino adeguato», ha spiegato tappandosi il naso, per nascondere sotto il tappeto la sanguinosa colonizzazione del territorio Mapuche con la benedizione della sua setta (territorio in cui dall’inizio del 2016 sei chiese cattoliche e due templi evangelisti sono stati dati alle fiamme, perché legati agli interessi fondiari statali). Poi è stato il turno di Mario Fernández Baeza, leader dei picchiatori in uniforme di sinistra memoria, subito accorsi sul posto del crimine sacrilego (Fernández, membro del partito democratico-cristiano senza interruzioni dal 1966, ha fatto la sua carriera accademica di giurista sotto Pinochet, diventando poi ministro della guerra nei governi di transizione dal 1990 al 2002). Dritto nel suoi stivali poliziesco-clericali, ne ha fatto una questione morale di interesse nazionale: «Non parlo qui come cattolico, ma come ministro degli Interni del Cile e, detto questo, tutti i cileni devono lavorare insieme per evitare che comportamenti simili si diffondano nella nostra gioventù». Infine è toccato al buffone di servizio, portavoce del Coordinamento Nazionale Studentesco (Cones), Marcelo Correa, che ha denunciato questo attacco «selvaggio e inaccettabile», precisando che «nulla è più lontano dal movimento studentesco di una tale bassezza».
Alla fine, dopo 58 giorni di un’indagine condotta dalla DIPOLCAR (Dirección de Inteligencia Policial de Carabineros), sette poi otto persone sono state perquisite e arrestate nei quartieri di Quinta Normal, Las Condes, Quilicura, Renca, Lo Prado, Estación Central, Rancagua e all’aeroporto, il 6 e 7 agosto, sulla base delle analisi delle telecamere di sorveglianza, di quelle dei video-amatori e dei capi di abbigliamento. Cinque sono minorenni (tra i 14 e 17 anni) e tre maggiorenni: Bairon, Marlon e Eduardo (dai 18 ai 20 anni). Sono accusati di «danneggiamento di un monumento nazionale» (scritte e rottura della porta laterale della chiesa), «oltraggio a oggetto di culto» (distacco del crocifisso e sua distruzione), «furto semplice» (uno scatolone e vari oggetti colà rinvenuti) oltre che di «pubblico disordine» (scontri durante la manifestazione). I maggiorenni sono stati assegnati agli arresti domiciliari a stretto regime, e i minorenni hanno il divieto di avvicinarsi alla chiesa, devono timbrare il cartellino in classe alla loro scuola durante le manifestazioni e saranno seguiti dal Servizio Nazionale per i Minori (SENAME). Il procuratore ha anche annunciato che i suoi servizi stanno ancora cercando di identificare altre 23 persone, ed ha ottenuto per questo una proroga delle indagini di altri due mesi.
L’indomani, l’8 agosto, è apparso un manifesto anarchico che chiama «alla solidarietà attiva e all’azione insorgente con i detenuti per l’attacco anticlericale» al fine di «estendere l’attacco contro la morale religiosa».
Non si sa da quanto tempo quella terribile statua rappresentante l’autorità si trovasse nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, ma siamo sicuri che, anche qualora apprezzassero meno le leggi di gravità di quelle delle favole bibliche, i Padri Salesiani non avranno bisogno di cambiarla molto spesso. Forse ogni cinquanta anni, cosicché il suo marciume non contamini troppo quelli che baciano con devozione i suoi piedi di gesso e stucco. In questo caso, l’esemplare gioiosamente distrutto il 9 giugno 2016 ha visto un altro gruppo protendersi su di esso, un gruppo con intenzioni diametralmente opposte. Mentre migliaia di persone venivano arrestate, torturate e uccise, è proprio nella Chiesa della Gratitudine Nazionale, piuttosto che nella cattedrale dove si svolgeva solitamente, che la giunta cilena di Pinochet aveva scelto di far celebrare l’annuale Te Deum per la patria. Era il 18 settembre 1973, sette giorni dopo il suo colpo di Stato militare.
Due raggruppamenti, due mondi agli antipodi: quello dell’ordine consacrato dalla religione, ieri come oggi, e quello della sua necessaria distruzione per restituire ad ognuno una libertà che può essere solo senza misura.

Antipolitica

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Volin
Esiste un’idea che non è stata uccisa nella rivoluzione russa: ed è la circostanza della sopravvivenza di quell’idea che noi consideriamo come la causa fondamentale dello scacco subito dalla rivoluzione. Questa è l’idea della «politica». La sua essenza è che la politica — il partito politico; la lotta politica; il metodo politico (la conquista del potere); l’organizzazione politica (stato, governo); e così via — possa anzi debba essere la leva principale della rivoluzione sociale. Fu questa l’idea fondamentale che guidò la rivoluzione russa. E questa idea uccise la rivoluzione.
Perché? Che cos’è la politica?
Noi pensiamo che politica è l’agire entro un sistema d’istituzioni e di attività che dà agli uni (minoranza) il diritto formale e la facoltà materiale di sfruttare gli altri (maggioranza).
Se «la proprietà è un furto», la politica è la sanzione del furto.E se una rivoluzione si mette per la via della politica, se essa affida all’una o all’altra minoranza (qualunque sia la sua denominazione) il diritto e la facoltà di agire politicamente, essa permette con ciò a codesta minoranza di restaurare il sistema del furto (dello sfruttamento), di sanzionare nuovamente questo sistema. E allora la rivoluzione sociale è radiata dalla realtà.
Inevitabilmente, la politica riconduce la rivoluzione, socialmente parlando, al suo punto di partenza: alla ricostruzione, con nuovi personaggi e sotto nuovi nomi, della sostanza stessa del vecchio ordine di cose. È ciò che è avvenuto per la rivoluzione russa.
Questo risultato è chiaro per qualcuno fin da ora, alla fine dei primi dieci anni. Esso diverrà chiaro agli occhi di molti un po’ più tardi. Sarà una verità acquisita per tutti in un avvenire abbastanza vicino.
Allora i lavoratori comprenderanno che sola potrà «scuotere il mondo» una rivoluzione che elimini ogni politica, ed agisca esclusivamente con altri metodi, metodi di libertà, economici e sociali.
Allora soltanto diverrà possibile una rivoluzione che effettivamente rimuoverà il mondo.
[La Lotta Umana, 3/12/1927]

Una religione di merda e morte

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Sadegh Hedayat
Noi che non eravamo abituati a seppellire vive le nostre figlie neonate! Noi che un tempo avevamo la nostra cultura, il nostro benessere e la nostra libertà. Li abbiamo visti arrivare, e sono venuti per toglierci tutto ciò. In cambio ci hanno fatto dono di povertà, penitenza, culto dei morti, lamenti, mendicità, rimpianti ed obbedienza a un Dio perfido e sanguinario, oltre alle istruzioni su come pulirci il culo e come andare al cesso. Tutto ciò che fanno è pieno di sporcizia, o macchiato di bassezza, avarizia, morte e miseria.
Perché hanno sempre la faccia triste e l’aria sorniona? Perché le loro canzoni assomigliano a gemiti? Perché sono di natura frignona, vivono con il rimorso e non fanno che adorare i morti.
A causa di quest’arabo mangia-lucertole, che secoli fa si è fatto ammazzare mentre cercava di essere Califfo, gli esseri viventi devono cospargersi il capo di letame e piangere. Quando andate alla moschea la prima cosa che vi colpisce è la puzza di cesso, come se fosse per diffondere la fede e convertire gli infedeli affinché vengano a gustare i fondamenti di questa religione. Poi si lavano mani e piedi sporchi nella fetida bacinella e, al ritmo delle urla del Muezzin, s’inchinano su luridi tappeti davanti al loro Dio assetato di sangue borbottando incantesimi.
La loro cerimonia del sacrificio è dedicata al massacro e alla tortura di animali, in mezzo al terrore e alla sporcizia, per compiacere il loro Dio misericordioso e clemente. Il loro Dio ebreo è oppressore, geloso e vendicativo: ordina stragi e saccheggi e, prima che finisca l’Universo, manderà il suo Imam occulto a guidare l’Umma in una tale carneficina che il sangue raggiungerà le ginocchia del suo cavallo.
Dopo tutto il vero credente è colui che mette da parte tutte le passioni terrene, lascia il piacere lascivo per il mondo futuro e trascorre la sua vita in povertà, facendo felici i sacerdoti della sua religione con donazioni. Costoro vivono sotto il dominio dei morti. Le persone di oggi sono costrette a seguire le sinistre regole di migliaia di anni fa, cosa che nemmeno gli animali più infimi farebbero.
Invece di dedicarsi alle cose dello spirito e alla filosofia e all’arte, le loro preoccupazioni quotidiane consistono nel discutere da mane a sera dei loro dubbi in merito al numero di volte che bisogna immergersi in acqua dopo un orgasmo.
La legge islamica è stata creata per le parti basse del corpo. Sembra che prima dell’Islam nessuno si riproducesse e che Dio abbia mandato il suo ultimo messaggero per chiarire tutto ciò! Tutto l’Islam si basa su ciò che è Haram [proibito] e cosa è Halal [lecito]. Se togliessimo gli organi sessuali del corpo e il culo, allora non rimarrebbe nulla di questa Religione. I sacerdoti sarebbero costretti a farfugliare per tutto il giorno qualche frase o strofa assurda in arabo per ingannare le masse.
Ovunque arrivi la loro conquista, essi trascinano le persone nella miseria e nella disgrazia, rendendole vittime sventurate di ignoranza, pregiudizio, povertà, delazione, ipocrisia, pronte al furto e al servilismo… peggio, a leccare il culo ai mullah. Hanno trasformato le terre occupate in terreni incolti e deserti.
Ma, come il bastone di Mosé che si è trasformato in drago facendolo indietreggiare, anche questo mostro a sette teste sta divorando il mondo intero. La pratica di prostrarsi cinque volte al giorno davanti al dio onnipotente, il cui nome è obbligatorio pronunciare in arabo, basta a rendere le persone servili, patetiche e ignobili.
Cosa ci hanno portato i musulmani? Solo un disgustoso miscuglio di precetti e di opinioni contraddittorie prese a prestito da antiche sette, religioni e superstizioni, un miscuglio fatto in fretta senza alcun senso, ostile ad ogni ingegnosità di spirito e contrario ad ogni sorta di progresso e illuminazione umana, cacciato a forza in gola alla gente con la spada! L’Islam significa solo una cosa: la spada o l’accattonaggio. O pagate qualche tributo agli islamici oppure dovrete affrontare la vostra distruzione definitiva. Essi portano via tutto il vostro benessere, alimentano il fuoco con i vostri libri, e buttano in acqua e distruggono tutta la vostra arte. E se voi glielo permettete, loro continueranno a farlo, non smetteranno finché tutto ciò che esiste degli esseri umani civilizzati non sarà distrutto. Ovunque sono andati, hanno fatto lo stesso!
 (1948)

Distruzione

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Louise Michel
In altri tempi, la massa popolare che crede nei possibili aggiustamenti delle vecchie leggi gridava arrabbiata: Revisione! Revisione! Avevamo un bel dire che, pur cambiando i vestiti usati con altri alla moda, non sarebbe cambiato il manichino, e che la vecchia cara Costituzione sarebbe rimasta la stessa, bardata da Cornelia — eravamo troppo nel vero per essere creduti, e chi stava al governo si era fatto carico di procedere a vele spiegate.
Già da domani più nulla sarà possibile se non la Rivoluzione — Tutte le riforme ruminate affinché diventino opportunamente possibili; tutte le cose mostruosamente rivestite di bava di rettile perché si possano inghiottire — fanno orrore; ciò che reclamano tutte le miserie, tutte le indignazioni, è la Distruzione!
Non vi è nulla da conservare delle maledette leggi che permettono di imbottire di mitraglia il ventre dei lavoratori, e di biglietti di banca le casse degli illustri truffatori che legiferano.
Che esseri umani in questa società capitalista! Vi brulicano con agio le larve più immonde!
Ma anche in questo letamaio germinano per futuri raccolti i forti semi innaffiati perennemente dalla rossa rugiada del sangue.
Distruzione! per tutte le infamie. Rivoluzione! se l’umanità vuole vivere.
Ci si rammarica per i neri d’Africa mancanti della lebbra della nostra civiltà.
Aspettiamo a portar loro i nostri costumi che varrebbero più dei loro!
Sarà la Rivoluzione a passare sul mondo, seminando la libertà, la giustizia, la vita; è la Distruzione che occorre alla società attuale.Le passeggiate alla ghigliottina e al potere, le coalizioni di sovrani ed affamatori, le fucilate sugli scioperanti, è questo che sarà riabilitato di nuovo con una revisione!
Fuoco alle leggi che ci fanno ciò che siamo, largo a una fase umana o alla morte!

Rifiuto della leggenda

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Louis Mercier
Costruita sugli uomini, la Rivoluzione spagnola non è né una costruzione perfetta né un castello leggendario. Il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari.
La mania di vantare i nostri atti d’eroismo e le nostre capacità d’improvvisazione è fatale, perché riduce al solo piano personale la ricerca di soluzioni sociali e cancella con un artificio della propaganda le situazioni a cui non fummo in grado di far fronte. La tendenza a magnificare i militanti della CNT e della FAI maschera la nostra incapacità di operare in modo efficace laddove ci troviamo, laddove lavoriamo e siamo in grado di intervenire. Troppo spesso è una evasione dal nostro tempo e dal nostro mondo. Senza contare che gli stessi militanti spagnoli si ritrovano sollevati dalle loro responsabilità, si vedono sospesi come immagini di santi che non sanno d’esserlo, e cristallizzati in atteggiamenti mentre occorre che agiscano con gli occhi aperti.
Non possiamo vivere nel disprezzo del presente per sostenere che ciò che è stato non sarà più, con l’orgoglio che copre la ritirata. La Spagna non fu solo offerta dal caso delle mute societarie; così come non è stato soltanto il crogiolo in cui andarono a fondersi i destini individuali. Evitiamo quindi le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito.
Nel 1956 la speranza di un ritorno e di una rivincita assume, forse in maniera più chiara che nel 1936, la forma del lieto fine e non dell’impegno nella realtà. Per molti rivoluzionari accorsi nella Spagna di fuoco e di lotta, non era una speranza ma la fine della speranza, l’estremo sacrificio gustato come una sfida ad un mondo complicato e assurdo, come il tragico risultato di una società in cui la dignità umana viene ogni giorno calpestata. Completamente dediti alla realizzazione del loro destino individuale in una situazione che permettesse il dono totale, pochi di loro pensarono al domani.
È così che, nel segreto dei cuori, nell’isolamento che risponde al vomito e alle promiscuità della vita banale, si coltiva il ritorno al luglio 1936 come l’attesa di una grande festa barbara e religiosa. Guardiamoci da questa attesa, se non vogliamo finire nell’amarezza e nella delusione. La dinamite cerebrale della Spagna del 1936 era asciugata dal sole delle miserie e delle rivolte. Esplose e si perse troppo ai quattro orizzonti della penisola e del mondo, lasciando in piedi miseria e fabbriche in rivolta. Il coraggio non era seduto solo sul treppiedi della mitragliatrice. L’eroismo non fu riservato solo agli assalti. L’uno e l’altro scavavano nella roccia dell’esistenza di ogni giorno e fornivano un’armatura alle velleità episodiche delle masse. Ieri come oggi, esse dovevano affrontare l’assurdo provocato dalle equazioni economiche e dai clamori di folle mutevoli.
Questa consapevolezza delle situazioni sociali duramente pagata con un doloroso apprendimento non possiamo perderla, né in Spagna né altrove. La passione libertaria assume valore solo in funzione dei problemi da risolvere; non può perdersi nelle apocalissi di circostanza o consumarsi in cupe esaltazioni. Certo, trova alimento nell’esperienza del miliziano che stringe il suo fucile a garanzia della propria indipendenza, ma anche nello sforzo dell’operaio anonimo che stimola correnti lucide e prepara futuri meno desolanti.
Nello strano universo in cui viviamo, le false speranze che permettono di dimenticare i cento metodi che contribuiscono a fabbricare i totalitarismi non sono né coraggiose né eroiche. La volontà e l’audacia individuali possono intervenire anch’esse sugli schemi, le statistiche e i fatti. Tanto quanto l’azione della comunità volontarie può influenzare il destino del mondo, a condizione di prevedere e misurare.
Nelle buche scavate lungo le colline d’Aragona, gli uomini vissero fraternamente e pericolosamente, senza bisogno di speranza perché vivevano pienamente, consapevoli di essere ciò che avevano voluto essere. È un dialogo con loro, un dialogo con i morti che abbiamo tentato affinché della loro verità rimanga di che aiutare i sopravvissuti e i vivi.
Bianchi, il ladro che offrì il prodotto dei suoi furti per comprare armi.
Staradolz, il vagabondo bulgaro che morì da signore.
Bolchakov, il machnovista che, sebbene senza cavallo, perpetuò l’Ucraina ribelle.
Santin il bordolese, i cui tatuaggi rivelavano l’ossessione di una vita pura.
Giua, il giovane pensatore di Milano venuto a bruciarsi all’aria aperta.
Jimenez dai nomi multipli che dimostrò la potenza di un corpo debole.
Manolo, il cui coraggio ci fece misurare le nostre ridicole audacie.
Di tutti questi, e di mille altri, non rimangono che tracce chimiche, residui di corpi bruciati con la benzina, e il ricordo di una fratellanza. Ci è stata data prova di una vita collettiva possibile, senza dio né padrone, quindi con gli uomini così come sono e nelle condizioni di un mondo così come gli uomini lo fanno.
Perché questo esempio dovrebbe essere valido solo per ore di alta tensione? Perché il destino non si potrebbe forgiare tutti i giorni?

Quel che è stato, è Stato

Come diceva Pasolini “i diritti civili sono i diritti degli altri”, quelli difficili da comprendere ma che però esistono e chi si definisce persona civile deve tenere in considerazione …

Sorgente: Quel che è stato, è Stato

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”

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Foto: Mad Magazine

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La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth  College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby,  senza il favore e i soldi della quale  nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni  in Usa.  La  nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu)  all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi,  alzando la voce e scandendo le parole:

Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi  stressare  da un evento  traumatico “prima”  che accada,  che probabilmente non si verificherà,  e spesso del tutto immaginario, onde giustificare  l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica.  Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se  essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà  la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”.  Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele.  Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa  e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa.  Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.).  Io sono profondamente  preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino d i chi è colpito da  Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e  più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino  che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran.  Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta –  non più per interposto ISIS  –  come Washington ardeva di fare dal 2011, e  in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e  il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla  Russia.  Guerra preventiva,  e guerranucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s.

 

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Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti  questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna  per forza mettere  gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank,  creando “zone di sicurezza”  che  le truppe speciali  americane terranno con le armi; zone ripulite  per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone –  recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio  di cui godono in rapporto all’ISIS”.  Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione  Usa  è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.

http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi,   il progetto ha una copertina ancora più bella:

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Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050.  Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti  esercitazioni militari in corso  da settimane  fra Ucraina, Polonia e Germania  per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate  nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati  sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di   sperimentare   dal vivo i gioiellini nuovi  che ha trovato al Pentagono:   come dice il CSIS, “ bombe atomiche  più utilizzabili,   meno potenti ma precise e con effetti spoeciali  (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”.   Nella certezza  che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è  la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina  va armata fino ai denti  per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia   carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente  (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini  – e tutto qui, in Europa – uno  ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di  demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura  e del buon senso.

L’Europa.  Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est  e nella R ussia stessa.  “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare.  L’Unione Europea   partecipa alla guerra contro  la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a  mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”.  Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino  per  mettere a punto i preparativi  per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico.  “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania  e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran  Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono   in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America?  Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano,  la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate  che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta  – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est  Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

(Gazprom’s Dangerous New Nord Stream Gas Pipeline to Germany, The Trumpet)

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che  tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington.  Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno  infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico.  La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini.  Ma almeno è consolante vedere che  noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide;  sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere  degnato  da loro di pagare i  cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia.   Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito  dalla NATO,   finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia.  Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Dopo il vento, la tempesta

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Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».
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