Sui misfatti del lavoro

0e1d24e6e5c9647942f0e039a4d525bec2134000_m

( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005

Dall’occultamento alla catastrofe

Copia di vaxxed_0

( Dal Web )

Il film che non vogliono tu veda

La libertà che non vogliono tu possieda

La nuova norma che decreta l’obbligo dei vaccini dimostra in modo inequivocabile quale sia la sola libertà apprezzata, concessa e tutelata dallo Stato: quella di obbedire.
Attraverso il ricatto di privare della patria potestà (i genitori) e di radiare dall’albo professionale (i medici), chiunque non veda di buon occhio l’indiscriminata vaccinazione di massa si ritrova con le spalle al muro.
Costretto ad accettare il fatto che i bambini, prima di essere figli o creature fragili bisognose di sviluppare un sistema immunitario naturale, devono essere cittadini sottoposti alle leggi delle istituzioni e devono essere consumatori delle merci dell’industria farmaceutica (la più ricca e potente del mondo, dopo quella degli armamenti).
La coscienza deve solo tacere, per timore o per ignoranza, davanti alla ragione politica e agli interessi dell’economia?
Davanti all’arroganza del potere è sempre più urgente ribellarsi, urlare il proprio «No!» a chi vuole soltanto udire «Signorsì!».
La visione di questo documentario, boicottato dai media e messo al bando dalle autorità per le rivelazioni che contiene, ce ne fornisce l’occasione.
Domenica 18 giugno ore 20,30
in P.zza delle Giravolte
Lecce

Formaldeide

tumblr_l118id8kwf1qa9b8ro1_500

( Dal Web )

’77, e poi…
Oreste Scalzone
Mimesis, 2017
«Per ricordare la mia coccarda
mi sono dipinto il naso di rosso
e ho del prezzemolo nel naso
per la croce di guerra
Sono un vecchio combattente
guardate come sono bello»
Benjamin Péret
È la disgrazia degli anniversari. Incitano i reduci a salire sulla ribalta. Chi ha vissuto certe esperienze del passato ed è ancora vivo nei suoi desideriusa la memoria come arsenale per il presente ed il futuro. Non ha tempo né interesse per le pacche sulle (proprie) spalle, per le (auto)congratulazioni. I contratti con le case editrici, soprattutto se commerciali, lo ripugnano. Lo si vuole chiamare per questo un sopravvissuto solitario e sperduto? E sia. Ma ad ogni modo non va confuso con il reduce medagliettato, ovvero con chi è morto da tempo ed usa la memoria come strumento di imbalsamazione. Per i reduci lo scopo della memoria non è l’affinamento di ciò che si è e si può diventare, è la celebrazione di ciò che si è stati. E più quel passato è stato abbandonato e tradito, più ci si accanisce a farvi ritorno per pretendere onori postumi e onorari immediati.
Ecco perché si potrebbe liquidare questo libro di Oreste Scalzone con la formula d’uso: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Io infatti lascio che questo saltimbanco della contestazione se la canti e se la suoni, con o senza fisarmonica, per conto della Rizzoli o della Mimesis. Non intendo immergermi nella bava del suo super-io logorroico, che tracima da queste pagine annegando ogni cosa. Però siamo alle solite. Il silenzio di disprezzo davanti alla narrazione più fanfarona è più che comprensibile, ma è davvero sempre saggio? Me lo chiedo in continuazione.
Per capire questo libro bisogna capire il suo autore, e per riuscirvi bastano due piccoli aneddoti. Il primo è lui stesso a fornirlo quando riporta il testo di Rossana Rossanda in merito all’omicidio Custrà, testo che si apre così: «Nella immagine di Oreste Scalzone, che disperatamente grida al suo corteo, sabato sera a Milano, “Andiamo avanti, andiamo avanti, se no succede un casino” e non riesce a impedire che una ventina di ragazzi mascherati escano dalle sue file, rovescino l’autobus, e tirino una palla in fronte al disgraziato agente Custrà, sta la tragedia di Autonomia operaia”». Contrariamente a quanto pensava la rossa corista dell’immondo ritornello pasoliniano sugli sbirri-figli-del-popolo, in quella immagine magnifica sta solo e soltanto la risibile irrilevanza dei pettoruti leaderini rappresentanti di niente e di nessuno, la cui nomea è data dall’aria pompata da mass-media a perenne caccia di portavoce da intervistare. Sulla panca che gli è piovuta addosso all’università di Roma nel 68, scaraventandolo al tempo stesso in ospedale ed in prima pagina, Scalzone ci è poi salito sopra. Nei panni del tribuno cercato e fotografato si è trovato talmente bene da non volerli più abbandonare, nemmeno quando nessuno prestava più orecchio ai suoi deliranti sproloqui.
Il secondo aneddoto, invece, non lo troverete in questo libro. Nel rammentare il convegno di Bologna la sua «prodigiosa memoria a lungo termine» riporta solo i fischi a Boato, ma non ricorda le urla, gli insulti, i fischi e i panini che si abbatterono sulla sua testa qualche minuto dopo aver iniziato la propria affabulazione. «Chi è quello?», chiesi ai compagni che avevo accanto. «Oh, niente, è solo quel coglione di Scalzone», fu la risposta. Nonostante fino a quel periodo (prima di scoprire l’anarchismo) avessi frequentato l’area dell’Autonomia milanese, partecipando a manifestazioni, assemblee e quant’altro, e nonostante Senza tregua venisse stampata a Milano, non lo avevo mai incontrato in alcuna iniziativa. Ciò non significa che non fosse presente, significa solo che era anche lui una goccia nell’oceano. A Milano c’erano appuntamenti ogni giorno e tutti i fine settimana c’erano cortei a cui partecipavano migliaia e migliaia di persone. E la rabbia che esplodeva non aveva alcun pastore. Di leaderini ce n’erano, fin troppi, ma influenzavano solo chi stava loro accanto. I cani sciolti erano più di quelli al guinzaglio.
Quanto a Scalzone, il suo nome era noto ai più come «quello che parla sempre»; null’altro. Non per niente quando vede il microfono di un giornalista, Scalzone si eccita. In lui calcolo politico e vanità umana coincidono perfettamente, con risultati spesso tragicomici agli occhi dei suoi stessi… familiari. Già nel 1979, su un supplemento a Corrispondenza Internazionale, veniva criticata La realpolitik di Oreste Scalzone e si irrideva chi «ormai ha deciso di valorizzare l’uso “alternativo” dei mass-media borghesi come tribuna non-parlamentare». Assai meno divertita doveva essere invece la figlia di Guido Rossa quando confidava ad un sodale di Scalzone, Paolo Persichetti, che tutti gli sforzi compiuti nel corso degli anni in silenzio per ottenere un indulto a favore dei detenuti politici venivano puntualmente neutralizzati dal giornalista di turno, il quale andava a Parigi, raccoglieva la bava del super-io logorroico e la spargeva poi in prima pagina, turbando gli animi e congelando le mediazioni. Cosa alquanto ridicola in chi vanta una perizia da alto stratega.
È un errore assai diffuso, che andrebbe corretto, quello di confondere il ceto politico di un movimento con la sua base vivente. Il primo, ridotto e più o meno dotto, intriga e rappresenta; il secondo, esteso e più o meno grezzo, vive e si diverte. Nel 1977 il magma ribollente della cosiddetta Autonomia era assai più attratto dal godere proletario che dal potere operaio, le cui poche teste ideologizzanti ammorbavano l’aria più che depurarla. Gli innumerevoli compagni che allora scendevano per le strade e si battevano contro le forze dell’ordine non lo facevano perché davano ascolto ai vari Negri, Scalzone, Piperno… ma perché erano spinti dalla loro tensione vitale, dai loro sogni, dai loro desideri. Il ceto politico parassita il movimento, non lo fa diventare rigoglioso. Il ceto politico porta il movimento alla morte, non alla vittoria. Bisognoso di manovalanza malleabile alle sue strategie, pretende obbedienza. C’è chi lo fa apertamente, invocando la disciplina di un partito guidato dall’autorità di un Comitato Centrale, e c’è chi lo fa indirettamente, spronando lo spontaneismo di un movimento indirizzato dall’autorevolezza di un Comitato Invisibile. Ma nel primo come nel secondo caso, si sollecitano gli altri ad agitarsi senza pensare con la propria testa.
È il cruccio di tutti i politicanti: il potere. Quel potere che Scalzone ha sempre inseguito, poco importa se per conquistarlo o per consigliarlo. Dalla suascheda rossa a favore del PCI degli anni 60, alle sue liste Arcobaleno per le elezioni europee degli anni 80, fino ai suoi recenti rimbrotti al PD, è sempre lo stesso filo marrone-merdifico della politica che continua a dispiegare. Uno dei fondatori di Potere Operaio, nonché principale sostenitore della desistenza, pensa davvero di essere credibile oggi quando dice di collocarsi «nel variegato campo “comun’autonom’acratico”, “anarcocomunista”, “del comunismo radicale libertario”»? È perché ha scoperto il «pluriverso anarchico col relativo “immaginario”» che ha trasformato i suoi ricordi sul 1977 in merce editoriale venduta prima alla Rizzoli e poi alla Mimesis? O magari perché, come affermava, «bisogna abituarsi a convivere con il contraddittorio e l’ambiguo»?
Sarebbe questo il «funambolismo» mitopoietico apertamente teorizzato su questo libro? Da un lato Scalzone che se la tira a insurrezionalista libertario e dall’altro Casamassima che nel ricordare le difficoltà in cui si venne a trovare nel 77 l’ala più radicale del Movimento osserva che «Non gioca a suo favore il non essere dotata di un centro organizzativo, di una struttura gerarchica»? Ma queste sono cialtronerie opportuniste buone solo nei saloni radical-chic della sinistra, nei centri sociali di infamelli che pensano di essere untorelli, o al limite nelle sedi di anarlecchini che fanno da badanti alle mummie autoritarie nella speranza di ricavarne qualche lascito (speranza giustificata, considerata la carezza con cui si conclude questo libro). Solo in posti simili si possono trovare lettori capaci di apprezzare una simile opera, che finalmente ci svela chi sia stato ad aver fermato l’assalto al cielo avvenuto in Italia nel 1977: John Travolta! Infatti, scrive senza imbarazzo Casamassima, «È del 1977 La febbre del sabato sera, il film che trascina migliaia di giovani fuori dai Circoli del Proletariato rinchiudendoli nelle discoteche» (sic!).
In effetti ha una sua logica; agitarsi per agitarsi, per dar sfogo agli ormoni senza sprecare neuroni è meglio sgambettare seguendo il ritmo di una canzone che correre a gambe levate inseguiti dalla polizia. Massì, dopo il cattivo maestro Toni Negri, il buon maestro Tony Manero! Dalla banda Bellini ai Bee Gees!
Sarebbe questa la «memoria attiva»? Attiva in cosa, nello scalare le classifiche di vendita? Bah, è inutile prendersela. In fondo me lo avevano già detto quarant’anni fa: non è niente, solo quel coglione di Scalzone.

Lettera aperta al 
dr Giuseppe Serravezza

2ca3f8f0d754f8511e394e8380a6f6da5df48d02_m

( Dal Web )

Nemici di Tap

Melendugno (Lecce), 27 maggio 2017
Egregio Dottor Serravezza [*],
questa nostra non è una lettera per elogiarLa, ma siamo certi che vorrà scusarci e capirà, avendo già schiere di ammiratori ed essendo riuscito a conquistare ulteriori simpatie per il suo impegno contro il gasdotto Tap che si vorrebbe realizzare nel Salento.
In effetti è proprio in merito a questo suo impegno che abbiamo deciso di scriverLe, ed in particolare in riferimento ad un Suo appello pubblico, in cui chiedeva a tutti i partiti e movimenti – da Casapound agli anarchici – di fare un piccolo passo indietro, nel nome di una battaglia comune contro Tap. Ora, a parte il fatto che in una lotta i passi da fare sono, secondo noi, sempre in avanti e mai indietro, la questione è anche un’altra, ben più importante. Perché a nostro avviso la lotta contro Tap non è, come Lei afferma, una lotta per la salvezza del territorio, dell’ambiente e della salute delle persone, bensì una lotta di libertà e per la libertà, e come tale non può essere portata avanti con coloro che della libertà sono nemici, come i fascisti di Casapound che Lei forse ammira e con i quali si è già trovato a collaborare in pubbliche iniziative, e come i democratici che Lei stesso rappresenta.
Vede, Dottore, i fascisti saranno anche disponibili a manifestare per la difesa dell’ambiente e del territorio, nel nome della loro lurida ideologia fondata su «sangue e suolo», ma si tratta delle stesse spregevoli persone che inneggiano all’eliminazione del diverso, alla caccia all’«uomo di colore», alle guerre nel nome di una presunta superiorità occidentale… Lei è disposto ad accettare tutto questo? Lei crede che le cose possano essere separate e si possano portare avanti delle lotte dividendole in compartimenti stagni? Noi crediamo di no.
Noi crediamo anzi che il suo pensiero, caro Dottore, sia dannoso, perché affermando che la lotta contro Tap è una lotta per la difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, spalanca le porte ai fascisti che forse saranno suoi amici, ma di cui noi siamo irriducibili nemici.
Non solo; Lei spalanca la porta ad altri – come Lei – eminenti scienziati, che confutano le sue tesi sulla cancerogenicità delle emissioni del gasdotto, avallandone di fatto la costruzione. Lei ha permesso, caro Dottore, con i suoi scioperi della fame e della sete, il riaffermarsi della politica all’interno della protesta, una politica che era stata scavalcata dalla rabbia spontanea di centinaia di persone comuni; lo ha permesso incontrando sindaci, governatore di Puglia ed esponenti di Governo coi quali ha dialogato amorevolmente. Lei ha espresso l’idea di spostare altrove l’approdo del gasdotto, intendendo quindi devastare in un altro luogo il territorio e l’ambiente, e compromettere la salute di altre persone un po’ più in là. Lei, caro Dottore, ha assunto in una parola il ruolo del recuperatore, provando a mediare con la politica ciò che per noi non è mediabile: la nostra libertà.
Una libertà che non andrebbe sminuita e contenuta, bensì difesa e aumentata; una libertà che affonda le sue radici nei motivi profondi per cui opporsi al gasdotto, ad un’opera di colonialismo energetico che non si limita solo a devastare il giardino fuori dalle nostre case, ma è causa ed effetto di guerre sparse in giro per il mondo con tutto il loro corollario di morti, devastazioni, esodo di milioni di persone, annegamenti nei mari…
Opporsi al gasdotto Tap, egregio Dottore, significa volersi opporre a tutto ciò, e significa anche volersi opporre agli Stati che queste condizioni creano ed alimentano, agli Stati che impongono e difendono, manu militari, opere come Tap. Agli Stati che, proprio come i fascisti, sono nemici della libertà.
Per questo, caro Dottor Serravezza, se vuole collabori pure coi fascisti e con la politica, ma lo faccia sempre a titolo strettamente personale, e sia anche disposto ad affrontarne le conseguenze. Ad alcuni può anche bastare l’autorevolezza o il digiuno di un uomo per considerarlo proprio complice.
A noi no.
Cordiali saluti
[volantino distribuito a Melendugno in occasione di una iniziativa organizzata da
Lega Italiana Lotta Tumori, Comitato No Tap e Terra Mia]
* Giuseppe Serravezza, oncologo, responsabile scientifico della LILT di Lecce, salito alla ribalta delle cronache per lo sciopero della fame e della sete intrapreso in segno di protesta contro la costruzione del gasdotto Tap.

Figuri e figure

0502ea11948c10d9fc91ed2279cb23fbbb6a65bb_m

( Dal Web )

La sala era gremita della peggior “decrepitudine”:
Sindaco in uscita ed aspiranti sindaci in entrata, presidente della provincia, prefetto, rettore, viceministro allo sviluppo economico, assessori, notabili, funzionari di partito, imbrattacarte dell’amministrazione, giornalisti di vario pelo, bipedi incravattati o ingioiellati dell’alta società di Lecce e dintorni…
Erano tutti là, a presenziare ad un evento sulle «dimore storiche» del capoluogo salentino. Ma quanto, quanto, quanto sono belle le case dei ricchi? E quanto meritano di essere conservate ed ammirate? Ansiosi di scoprirlo, siamo andati all’ appuntamento.
Varcato l’ingresso nella sala alcuni di noi sono stati subito abbordati ed importunati da chi pretendeva di sapere cosa avessimo dentro le borse, cosa ci fosse scritto nello striscione piegato e portato sotto braccio. Mai rispondere all’ indiscrezione degli sconosciuti, si rischia di contrarre brutte malattie e pessime abitudini.
Così ci siamo seduti diligentemente ed abbiamo atteso l’inizio dell’evento, sordi alle reiterate domande altrui.
Dopo un video di pochi minuti giudicato talmente «emozionante» dall’ officiante della serata che a suo dire si sarebbe anche potuto concludere tutto lì (in effetti…), e dopo un salutino del sindaco uscente, la parola è stata data al prefetto.
Data, sì; presa, no. Perché a quel punto la parola ce la siamo presa noi, ricordando ai presenti le responsabilità della peggior decrepitudine nella costruzione del gasdotto Tap, ennesima abiezione di un mondo già prodigo di guerre, massacri, deportazioni, devastazioni ecologiche e quant’altro. Cuori generosi, abbiamo anche accontentato la curiosità dei questurini dispiegando lo striscione:
No Tap né qui né altrove.
L’oggetto è stato talmente apprezzato dagli uomini e donne della questura che alcuni di loro si sono subito lanciati alla sua conquista (mentre altri si lanciavano a protezione della signora viceministra allo sviluppo economico). Ne è nato un rumoroso parapiglia, al termine del quale lo striscione è rimasto ai suoi creatori.
Rovinata la bella serata mondana, siamo usciti in cerca di aria non senza prima ricordare più volte agli illustri presenti che cosa fossero: ecoterroristi!
Nella corte, la stessa organizzatrice dell’evento ci ha suggerito di fare ciò che stavamo già per fare, ovvero appendere lo striscione al cancello d’ingresso («vi do io il permesso ma non urlate, vi prego, ci fate fare brutta figura»), con grande sconcerto dei questurini. Dalle borse sono usciti i volantini che sono stati distribuiti ai passanti. I guastafeste in uniforme hanno iniziato a proliferare pur tenendosi a distanza. Alla fine ce ne siamo andati indisturbati, continuando a volantinare per le vie del centro.
Altre occasioni non mancheranno.
La peggior “decrepitudine” è avvisata.
Ogni qualvolta si radunerà pubblicamente per brindare ai propri profitti e ruttare i propri privilegi, dovrà stare attenta alla porta di ingresso.
Qualche ospite indesiderato potrebbe in qualsiasi momento far capolino.

L’ignoranza delle masse

6116077636_b92f327279_z

( Dal Web )

Jean Grave

Sotto il pretesto di essere più pratici, molte persone si accaniscono a predicare certe riforme pur confessando che il loro effetto non può essere che momentaneo.
La maggior parte della folla è ignorante, essi dicono, chiusa alle idee astratte; essa vuol cose positive e immediate, curandosi ben poco di ciò che si realizzerà dopo di lei; se ci si vuole fare ascoltare, bisogna saperle parlare il suo linguaggio e sapersi mettere alla sua portata.
Certo la folla è ignorante; ma perché non sa che il male di cui soffre è la conseguenza di un’organizzazione sociale difettosa, da lei tollerata; perché non ha coscienza della propria forza e si lascia tosare invece da una minoranza di oziosi; perché la si è abituata a credere agli uomini provvidenziali, cosicché, senza essere stanca delle delusioni subite, essa continua sempre a farsi rimorchiare da tutti coloro che la abbagliano con belle promesse.
Le rivoluzioni passate sono abortite perché i lavoratori erano ignoranti, perché essi non vedevano che il presente e si lasciavano mistificare sull’avvenire, non avendo saputo prevederlo.
La rivoluzione sociale che si prepara deve avere un domani. Non bisogna che la vecchia società, la quale sarà stata scossa dalle sue basi, possa su nuove basi ricostituirsi. Accanto alla propaganda che dice agli individui di ribellarsi, occorre la propaganda ardente e continua che ne insegna loro il perché.
Una rivoluzione la quale non avesse altro obiettivo — e ciò accadrebbe se la propaganda si limitasse a semplici appelli alla rivolta — che di saccheggiare i prodotti accumulati, di godere di tutto ciò di cui si è stati per lungo tempo privi, correrebbe il grande pericolo di non riuscire che un’orgia immensa, senza essere una rivoluzione; imperocché, una volta riempito il ventre, gli incoscienti si lascerebbero ancora minchionare dai chiacchieroni e dagli ambiziosi.
Occorre che la prossima rivoluzione arrechi ai morti di fame delle realtà immediate; ma, perché essa duri, bisognerà che la fase preparatoria abbia messo delle idee nel cervello del popolo. Se noi non vogliamo che dopo un’orgia di alcune ore o di alcuni giorni ci troviamo ancora incatenati per lungo tempo, bisogna esercitarsi ad essere coscienti.
Rendere gli individui capaci di comprendere le cause del loro sfruttamento, spiegar loro il perché essi non debbono subirlo, far loro conoscere le istituzioni da cui derivano i loro mali, dimostrar loro che, finché esse esisteranno, produrranno sempre gli stessi effetti, ecco il nostro compito; mostrar loro col nostro esempio a spiegare le proprie iniziative, a combinare i loro sforzi senza lasciarsi dominare da chicchessia, ecco l’opera nostra, la quale deve produrre il fermento sociale donde si sprigionerà la rivoluzione.

Coppie sterili

3540968fbb2dbeb8a0dd8f7f5538a116ef4f7090_m

( Dal Web )

In attesa nell’anticamera di uno studio medico, per passare il tempo mi ritrovai a sfogliare le pubblicazioni del settore ammucchiate sul tavolino. In una di esse compariva l’accorata lettera di una coppia che, nonostante ripetuti tentativi, non era ancora riuscita ad avere figli e domandava suggerimenti: cosa dovevano fare? In cosa sbagliavano? Dovevano sottoporsi ad esami medici specifici? La risposta del medico era piena di ironia e saggezza. Sì, certo, avrebbero potuto effettuare dei test di fertilità, ma lui li sconsigliava. Non li avrebbero aiutati a mettere al mondo dei figli ed il solo risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato quello di rovinare il loro rapporto, facendolo precipitare dall’amore al rancore («è tutta colpa tua!»). Per il resto, proseguiva il medico, la procreazione non è una scienza esatta. Non è il risultato di una giusta posizione, effettuata nel momento giusto e nel luogo giusto. Non ci sono prescrizioni da seguire. Ciò che si conosce è solo il modo attraverso cui avviene. Quindi il consiglio del medico era quello di mettere in pratica quel modo, di provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza porsi troppi problemi. Anche perché i «tentativi» erano quanto di più piacevole esista. Se nel loro caso la procreazione era possibile, i figli prima o poi sarebbero venuti. Se invece non era possibile, pazienza. In fondo l’amore, per vivere e durare, non ha bisogno di figli e loro almeno si sarebbero divertiti follemente.
Ecco, a me viene sempre in mente quella risposta quando sento le lamentele sulla difficoltà o impossibilità di un cambiamento sociale, di un’insurrezione, di una rivoluzione che porti il segno del nostro amore. Anarchismo e insurrezione sono una coppia sterile? Abbandoniamo l’anarchismo, dicono gli uni, basta con idee poco pratiche! Abbandoniamo l’insurrezione, dicono gli altri, basta con le lotte sociali! Fate, fate pure. Ma per quanto mi riguarda senza quell’amore io non so e non voglio stare: lo squallore dei postriboli mi disgusta, la mestizia dell’eremo mi annoia. Sia chiaro che non li confondo, a mio avviso la solitudine ha una dignità perduta per sempre da chi si offre a destra e manca. Ma anziché fare i conti con il realismo e pretendere un risultato ai miei sforzi, preferisco provarci il più spesso possibile, di giorno e di notte, in casa e fuori casa, senza pormi troppi problemi (preferendo le vie potenzialmente feconde a quelle per forza di cose sterili, ma senza per questo precludermi nulla).
Anche perché i tentativi sono quanto di più piacevole esista.

In tempo di elezioni…

61644548c0beffdaad16840ce974f72e086545b6_m

( Dal Web )

Octave Mirbeau
Una domenica mattina mi recai con un amico a Norfleur, una cittadina normanna molto pittoresca e che ha conservata, quasi intatta, la sua fisionomia medioevale.
Norfleur non ha nulla sacrificato al progresso che, a poco a poco, trasforma tutto attorno i borghi e le città. Ad eccezione di una povera segheria meccanica che, del resto, riposa per una buona metà dell’anno, nessuna industria è venuta a turbare l’esistenza monotona e silenziosa di quei piccoli proprietari astiosi e testardi.
Quel mattino era in piazza una grossa folla di contadini vestiti a festa scesi in città per la messa e per discorrere dei loro interessi. La folla si mostrava più agitata e più rumorosa del solito perché eravamo in pieno periodo elettorale. Soltanto le elezioni, per le passioni che risvegliano, per gli interessi che accarezzano o che combattono, potevano dare alla città l’effimera illusione del movimento e della vita. I muri erano tappezzati di manifesti azzurri, gialli, rossi, verdi; e dinnanzi ai manifesti, gli elettori si raccoglievano a gruppi, sostando, col mento alzato, le mani incrociate dietro la schiena, senza una parola, senza un gesto che esprimesse una opinione o una decisione…
L’amico che mi accompagnava mi indicò in mezzo ad un gruppo più numeroso ed animato, uno dei candidati che perorava e gestiva, il marchese di Portpierre, grosso proprietario di terre, celebre in tutta la Normandia per la sua vita fastosa, e a Parigi per l’eleganza squisita delle sue livree e delle sue carrozze. Membro del Jockey-Club, cavallerizzo, amante dei cani e delle belle fanciulle, valoroso nel tiro al piccione, noto antisemita e realista militante, rappresentava, come dicono i gazzettieri, ciò che vi è di meglio nella società francese…
Caddi dalle nuvole vedendolo vestito con una lunga blusa celeste e con in testa un berretto di pelle di coniglio. Mi si disse che era quella la sua uniforme elettorale, che lo dispensava da ogni altra professione di fede… Sembrava del resto un vero sensale. Nulla, nel suo fare, faceva dubitare che fosse quello un abito d’occasione; né la sua fisionomia, rubiconda e volgare, ma scaltra e maliziosa, lo distingueva dagli altri, e rivelava in lui quella che gli antropologi da giornali chiamano «la razza».
Lo studiai con curiosità.
Nessuno doveva essere più di lui duro e maligno negli affari, nessuno doveva saper meglio di lui contrattare un cavallo o una vacca.
Passandogli vicino lo udii gridare, fra le risa: — Ma sì!… ma sì!… il governo è un porco… Lo faremo trottare!… Ve lo garantisco!… Ah mio dio! figlioli miei!
Era veramente a suo agio sotto la blusa da contadino e affettava una cordialità chiassosa, un meraviglioso cinismo da lieta brigata, rideva di questo, si indignava per quest’altro… e prodigava strette di mano e faceva una larga distribuzione di «tu», e batteva sulle spalle e sulle pance e andava e veniva come una spola, sulla piazza, espandendosi in chiacchiere e si prodigava al caffè in bicchierini… Brandiva fieramente un grosso bastone normanno di corniolo, legato al polso con una forte correggia di cuoio nero.
— Ah!… sacramento!
Aveva così ben conquistato il paese, che nessuno si stupiva delle improvvise trasformazioni che egli operava nella sua toilette durante i periodi elettorali. Tutti, invece, ne erano contenti e dicevano di lui:
— Ah, è davvero un buon figliolo il marchese!… Ah, non è superbo, lui!… Ed ama il contadino!
Nessuno brontolava perché egli aveva conservato i privilegi e gli onori d’altri tempi. Per esempio questo. Tutte le domeniche all’ite missa est il sacrestano veniva a piantarsi all’entrata della piccola cappella «riservata al castello» e, quando il marchese usciva seguito dalla famiglia e dai domestici, il sacrestano superbo, col suo cappello piumato e nel suo corsetto di raso vermiglio, lo precedeva solennemente e lo accompagnava fino alla vettura urtando uomini e seggiole, battendo il pavimento della chiesa col suo bastone dal pomo d’oro e gridando.
— Su!… largo… largo… al signor marchese!
E tutti erano contenti: il marchese, il sacrestano e la folla…
— Ah, per trovare un marchese come questo bisogna far molti passi!…
Nel suo collegio si trovava un mandamento molto lontano dal castello, dove meno diretta era la sua influenza… Bisognava anche dire che in questo mandamento una forte corrente si era formata contro di lui, corrente che, per quanto non minacciasse in nulla la situazione politica, era abbastanza noiosa…
Egli aveva vinto l’opposizione, promettendo solennemente d’ottenere dal governo la costruzione di una fermata ferroviaria, che quelli del capoluogo domandavano invano da lungo tempo.
Gli anni passavano e le legislature anche, ma la fermata non veniva… la qual cosa non impediva al marchese di essere rieletto.
Una volta, poiché il loro deputato non ne parlava più, i contadini si recarono in rispettosa delegazione a domandar notizia della fermata ferroviaria, soggiungendo che da parte sua il candidato avversario ne aveva promessa un’altra.
— La fermata? — gridò il marchese. — Come?! Non lo sapete?… Ma è ottenuta, miei cari!… Cominceranno i lavori la prossima• settimana!… Ho sudato però!… Con questo animale di governo che non vuol far niente per i contadini!
La Commissione obiettò che tutto ciò non era troppo naturale, che non erano ancora tracciati i piani… che nessun ingegnere era stato veduto in paese…
Ma il marchese non si sgomentò.
— Una fermata, capirete bene, è una sciocchezza… E gli ingegneri non si disturbano per così poco… Essi hanno i piani e fanno i tracciati in ufficio… Ma ve lo assicuro: la settimana prossima…
Infatti, cinque giorni dopo, all’alba, i contadini videro arrivare un carro pieno di pietre, poi un altro pieno di sabbia…
— Ah… è la nostra fermata! — dissero. — Non c’è da dubitarne: il marchese aveva ragione…
E deposero nell’urna la solita scheda.
Due giorni dopo le elezioni venne un carrettiere che ricaricò la sabbia… e mentre se ne andava:
— Ma è la nostra fermata! — gridarono i contadini.
Il carrettiere rispose frustando i cavalli:
— Sembra che si tratti di un errore…
Era per un altro Comune…
Alle elezioni seguenti gli elettori ridomandarono la loro fermata con maggiore energia. Allora il marchese ebbe un gesto grandioso…
— Una fermata? — gridò. — Chi parla ancora di fermata?… Che cosa volete far voi di una vile fermata?… Perché le fermate non sono all’altezza dei bisogni moderni… A voi occorre una stazione… una bella stazione… una stazione con la tettoia di vetri e l’orologio elettrico… ristoranti… biblioteche… Viva la Francia! E se volete nuovi tronchi ferroviari, ditemelo… Viva la Francia!
I contadini si dissero:
— Una grande stazione?… Certo che sarebbe meglio…
E rielessero ancora una volta il signor marchese.

Catturati nella rete

c63ad75981338c7800c27b6897d68fcc-d4b7fgg

( Dal Web )

In pochi decenni, l’intero globo è stato ricoperto da differenti nuove reti: Internet, rete di telefonia mobile & Co… Con quale rapidità questa rete si sia sviluppata, e fino a che punto essa si sia intessuta in modo sempre più capillare, quasi nessuno avrebbe osato predirlo. I cavi di fibre ottiche che solcano come vene il sottosuolo delle città, i segnali che vibrano nell’aria a frequenze sempre più alte, le antenne, i modem, i telefoni portatili, il wifi, l’home monitoring, l’internet delle cose, le Smart City.
Oggi si parla in modo inflazionistico di social network, di collegamento in rete, di networking, di rete, etc… Questi concetti si fanno strada nel vocabolario delle imprese, della politica, dei gruppi di interesse e delle cerchie di amici… in realtà ne sentiamo parlare praticamente dappertutto. Si tratta di una trasformazione totale delle teorie sull’organizzazione, cosa che non dovrebbe sorprendere, perché nello stesso tempo l’insieme della società si sta ristrutturando su nuove basi.
Ma qual è lo scopo di una rete? È chiaro: un ragno tesse la sua rete per catturare insetti che in seguito divorerà vivi. Un pescatore ha bisogno della rete per catturare i pesci. Allora, a cosa serve la nuova magnifica rete che si estende sul mondo intero, elaborata da diverse imprese e da istituzioni statali, il cui sviluppo sembra essere senza fine? Ebbene, coloro che la tessono e la finanziano mirano prima di tutto a una cosa: il Capitale. Tutto ciò che viene catturato da questa rete viene trasformato in informazioni sotto forma di uno e zero, in informazioni potenzialmente sfruttabili che per i più “aggiornati“ significano più capitale.
Questa rete viene intessuta già da qualche decennio, e molti ci vedono ancora un potenziale di sviluppo. Perche non intensificare la sua estensione al di sopra dell’architettura urbana, farla penetrare negli appartamenti o persino nel corpo umano? Questo fornirebbe ancora più informazioni. Informazioni dettagliate, informazioni forse suscettibili di riflettere l’insieme della realtà, cosa che significherebbe: ancora più capitale. Capitale sotto forma di sicurezza, di controllo, di velocità, di previsione e prevedibilità.
L’attuale ristrutturazione destinata a perpetuare il capitalismo, provoca anche dei cambiamenti nei rapporti sociali. Questo si delinea da molto tempo. Si rinuncia sempre di più a certe cose che oggi sembrano passate di moda, che hanno causato troppo malcontento, anche se questo potrebbe sicuramente cambiare di nuovo in futuro. Perlomeno, nella famiglia, a scuola, al lavoro, il comportamento diretto, personale e apertamente autoritario si indebolisce man mano che la relazione umana diretta e non mediata passa progressivamente in secondo piano. Questo comportamento cede regolarmente il passo alla logica delle reti collaborative, delle reti “trasparenti“, che nel migliore dei casi costituiscono una ulteriore maglia produttiva nella grande rete. La dominazione diventa sempre più impersonale e diventa sempre più difficile vedere secondo quale algoritmo stiamo danzando, come è stato programmato e chi lo controlla… Come mosche eccoci ben invischiati nella ragnatela, con la differenza che apparentemente sembriamo essere stati privati dell’istinto di dibatterci e semplicemente di volar via. Spesso non sappiamo più nemmeno cosa significhi volare.
Secondo me, come anarchici, non dovremmo accettare così facilmente il discorso delle reti eccetera. Una rete è qualcosa che viene usato per catturare, nella quale ci si impiglia e da cui difficilmente si riesce ad uscire. Dovremmo basare le nostre lotte piuttosto su una organizzazione agile, una libera associazione che possa essere dissolta in qualsiasi momento dai suoi partecipanti quando questi lo giudichino opportuno, e preferire rapporti non mediati, rifiutando le norme sociali e tutte le gerarchie, al di là degli algoritmi e dei programmi.
E mentre risulta evidente che gli esseri umani cadono letteralmente come mosche nella ragnatela, adescati da immagini scintillanti, comodità e passatempi fino alla nausea, faremmo meglio a riflettere su come passare attraverso le maglie della rete, come tagliarne i fili per fare in modo che tutto l’insieme della rete si spezzi.

Che cosa è il fascismo?

d0d99aac2a48f7d27ca47537dc2174b717025642_m

( Dal Web )

André Prudhommeaux

«Il fascismo non passerà!». Questo slogan, rilanciato dal Cremlino con una potente orchestrazione e ripetuto in coro dai Partiti Comunisti di tutti i paesi, a quanto pare è tanto più efficace quanto più rimane vago. L’avversario non viene designato con un nome, il che permette ad ognuno di raffigurarselo con l’immaginazione in base ai propri interessi, i propri pregiudizi, o le proprie concezioni ideologiche.
Non viene nemmeno definito, e ci si guarda bene dal dire che cosa è il fascismo, sia attraverso l’analisi di esempi concreti presi dal passato, sia in funzione di una teoria politico-sociale del mondo odierno. Infatti, la divisione del lavoro è la seguente: le masse vagamente spaventate o irritate manifestano «contro il fascismo», intendendo in tal senso tutto ciò che possono temere o detestare (guerra, dittatura poliziesca, «reazione», cesarismo, politica anti-operaia, violenze, insicurezza del lavoro, avventure coloniali, esplosioni scioviniste, tallone di ferro del grande capitale, influenza del padronato, delle banche, dell’esercito, del clero, della «bottega», della piccola proprietà rurale, della burocrazia, ecc.). Quanto ai comunisti, si riservano di dare a tutta questa espressione ambigua di sentimenti politici estremamente diversi, un orientamento e un punto d’applicazione di cui essi rimangono i soli giudici. Per loro è implicitamente «fascista» tutto ciò che non rientra nella linea attuale del Partito, ed è esplicitamente «fascista» ciò che l’Agit-Prop, nella sua ultima circolare, stigmatizza come il nemico numero uno del luogo e del tempo.
È così che in passato tutte le potenze, tutti i partiti, tutti i politici, tutte le filosofie, tutte le tendenze che deviavano anche leggermente dalla linea ufficiale del Partito Comunista in uno qualsiasi dei suoi più stravaganti zig-zag hanno meritato di volta in volta l’etichetta di fascista. Al contrario, non esiste una potenza, non un politico, non un partito, non un regime, anche se si richiama apertamente a Hitler, a Mussolini o ai loro emuli, che non abbia trovato grazia in occasione di una alleanza provvisoria o di un tentativo di «fronte unico», allorquando il termine «fascista» scompariva come per magia. In definitiva, in ogni momento e in ogni ambiente infiltrato da un Partito-capo, è fascista ciò che al Partito piace definire così; e purtroppo, a questo arbitrio terminologico, gli oppositori al bolscevismo e al fascismo non hanno saputo opporre un pensiero e un vocabolario di una certa precisione. Si contrappone comunemente fascismo e democrazia, fascismo e progressismo, fascismo e rivoluzione, fascismo e proletariato, fascismo e socialismo.
Di recente in una dotta rivista della Sinistra non stalinista negli Stati Uniti, Contemporary Issues, L.W. Hedley definiva il fascismo, nello stesso articolo, come centralismo assoluto, come estremismo sciovinista, come immobilismo sociale, come contro-rivoluzione, come aristocrazia, come disfattismo (!) e come individualismo forsennato.
È ovvio che queste contraddittorie equiparazioni non fanno che alimentare la confusione più totale, e riducono l’«antifascismo» ad un arbitrio verbale.
Lungi dall’essere equivalente al «centralismo» assoluto, il fascismo si adatta perfettamente al potere locale arbitrario (ovvero, extra-legale) di un podestà, di un Gauleiter, di uno Statthalter qualsiasi, spalleggiato da una cricca alla maniera di un capobanda. Lungi dall’essere necessariamente «sciovinista», è spesso accompagnato da una xenofilia quasi delirante nei confronti di un modello straniero dominante con la forza e incondizionatamente venerato.
Lungi dall’essere «immobilista», il fascismo è dinamico e futurista al più alto livello, e insiste per abolire tutto ciò che si oppone alla sua utopia totalitaria. Lo spirito della «contro-rivoluzione», vale a dire il ritorno ad uno stato storico precedente, gli è sconosciuto; al contrario, è un’avventura senza freni verso la potenza industriale, militare, statale, ideologica, demografica: una volontà di rottura nichilista. Per tutti questi motivi, esso è ciò che di meno «aristocratico» ci sia al mondo: un movimento dell’uomo massa, una rivincita brutale dell’ignoranza, della volgarità, della bassa demagogia e dell’arrivismo in tutte le sue forme, un maremoto sociale che mette all’apice dei sotto-uomini e degli analfabeti, idoli di un proletariato alla romana — composto, a loro immagine, da disoccupati politicizzati e mantenuti.
Il fascismo non sostiene né i «valori» tradizionali di casta, che sono un insulto al suo carattere plebeo; né il contatto dell’«intelligenza», ai suoi occhi sospetta e decadente; né soprattutto «l’individualismo», in quanto nega ferocemente l’individuo e la vita privata. La sua visione del mondo non è storica, ma leggendaria e mitica. Erige lo Stato o la Razza ad assoluto davanti al quale tutti i diritti, tutte le libertà, tutte le particolarità devono sacrificarsi nell’unità. Esalta la passione collettiva della potenza e della violenza del Popolo, considerato come realtà trascendente dalle persone che lo compongono, e si sforza di realizzare questa trascendenza attraverso l’irreggimentazione politico-militare del popolo intero.
In breve, il fascismo è pura democrazia (nel senso etimologico ed assoluto del termine): la democrazia sfrenata e senza limiti morali o costituzionali — la dittatura della democrazia o ancora (se ci si riferisce ad una accezione negativa) la democrazia SENZA TOLLERANZA NÉ LIBERALISMO, la legge di Lynch, la democrazia popolare (e popolana).
Una democrazia assoluta e diretta, come quella concepita da J.- J. Rousseau nel Contratto Sociale, non ha in effetti nulla a che fare con le garanzie legali di separazione dei poteri, di rispetto delle minoranze; l’habeas corpus gli è estraneo, come le nozioni di interiorità e di vita privata. Essa proclama fittizio e nemico del popolo non solo chiunque agisca — ma anche chiunque parli o pensi «a margine degli altri». Essa non ammette altro atteggiamento che l’entusiasmo permanente, altro comportamento che lo sfoggio continuo della virtù civica e dello spirito di sacrificio per lo Stato. Infine non conosce altra gerarchia che quella che sanziona la legge del numero e del successo.
Il fascismo è di essenza plebea e plebiscitaria — gregaria, cesariana, leghista e giacobina.
L’antipodo e l’antidoto del fascismo è lo spirito liberale e libertario — vale a dire il senso della responsabilità, della reciprocità, dell’equilibrio e dell’autonomia delle persone — così come si sviluppa all’interno di una società di individui uomini e donne cresciuti fuori dagli appetiti volgari del potere, nella libertà e per la libertà. L’anarchismo ben concepito tende naturalmente a generalizzare all’umanità intera i costumi e i diritti di questa élite d’individualità pensanti ed agenti. Il fascismo tende precisamente ad annientarla, ed a costruire l’edificio sociale sul più grande comun denominatore dell’essere umano non evoluto — la volontà di potenza alienata e socializzata in volontà collettiva di servitù.