I sindacati contro la rivoluzione

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Benjamin Péret
I. Gli antecedenti


Tutte le società che si sono avvicendate fino ai giorni nostri hanno conosciuto lotte intestine portate avanti dai ceti diseredati contro le classi o le caste che li mantenevano sotto il loro dominio. Queste lotte hanno potuto assumere una certa ampiezza solo a partire dal momento in cui gli oppressi, riconoscendo i loro comuni interessi, sono riusciti ad associarsi, sia con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni d’esistenza, sia in vista della sovversione totale della società. Nel corso dei secoli passati i lavoratori si trovavano davanti le corporazioni, comprendenti padroni e operai d’uno stesso mestiere (dove i primi facevano il bello e il cattivo tempo con l’aperta protezione dei pubblici poteri), e le associazioni delle gilde di soli operai hanno rappresentato, tra l’altro, i primi organismi permanenti della lotta di classe.
Ancor prima, verso il X secolo, erano già esistite delle «confraternite». Erano dei raggruppamenti che dovevano trovarsi in lotta contro i ceti superiori della società, dato che delle sentenze hanno più volte ordinato la loro dissoluzione. Non conosciamo tuttavia alcuna documentazione che possa illuminarci sulla costituzione e sugli scopi perseguiti da queste confraternite.
L’obiettivo delle gilde non era, come testimoniato dalle numerose sentenze di tribunale che le condannavano sistematicamente dal XVI al XIX secolo, di arrivare ad una trasformazione della società, del resto inconcepibile per l’epoca, ma di migliorare il salario dei propri membri, le condizioni di assunzione e, da qui, di elevare il livello di vita dell’intera classe operaia.
La loro vitalità, malgrado tutte le persecuzioni di cui furono fatte incessantemente oggetto, la loro rinascita dopo i numerosi scioglimenti disposti dai tribunali, mostrano che esse corrispondevano ad una pressante esigenza dei lavoratori di allora. Allo stesso tempo, il fatto che la loro struttura non sembra aver subìto importanti modificazioni nel corso dei secoli, indica che la loro forma e i loro metodi di lotta corrispondevano concretamente alle possibilità del momento. Notiamo per inciso che i primi scioperi registrati dalla storia siano attribuibili a queste organizzazioni dal XVI secolo. In seguito fecero ricorso anche al boicottaggio.
Durante tutto questo periodo, che va dal XVI secolo, in cui le gilde appaiono storicamente già del tutto costituite (il che indica che dovevano esistere già da tempo), fino alla metà del XIX secolo (in cui la nascente grande industria fa sorgere i sindacati), le associazioni delle gilde contribuiscono potentemente a mantenere la coesione tra i lavoratori davanti ai loro sfruttatori. Si deve ad esse la formazione di una coscienza di classe ancora embrionale, ma destinata a svilupparsi pienamente nel periodo successivo, con gli organismi di lotta di classe che succederanno. Questi ultimi — i sindacati — hanno ereditato da esse le funzioni rivendicative, riducendo così le gilde ad un ruolo secondario che da allora non ha cessato di diminuire. Sarebbe vano tuttavia pensare che i sindacati avrebbero potuto esistere prima. Le associazioni delle gilde hanno corrisposto ad un’epoca di produzione strettamente artigianale precedente la Rivoluzione francese e prolungatasi fino ai primi venti o trenta anni del XIX secolo, i sindacati ne costituirono il prolungamento nell’epoca successiva (quella del capitalismo ascendente, in cui i lavoratori hanno ancora bisogno di unirsi in corpi di mestieri), furono organizzazioni di gilde spogliate del segreto che le circondava e orientate verso la sola rivendicazione economica, verso la difesa dei lavoratori, e gli altri obiettivi passarono in secondo piano e finirono per scomparire.
D’altro canto le gilde, a causa della società feudale che non accordava loro il diritto all’esistenza, avevano il carattere di società segrete, con tutto l’apparato di riti para-religiosi che ciò comportava, mentre l’epoca successiva — soprattutto dopo il 1830 — dove le associazioni operaie si vedono accordare un minimo di diritti, permette la comparsa alla luce del sole di gruppi di gilde e mette presto in evidenza la loro incapacità di condurre contro il padronato la lotta energica imposta dalle circostanze. Il loro carattere restrittivo (non potendo farvi parte che operai qualificati) non permette loro di riunire la totalità, e neanche la maggioranza dei lavoratori, scopi che si prefiggono i sindacati fin dalla loro nascita.
Tuttavia la classe operaia non passa direttamente dalle gilde ai sindacati, d’altronde vietati sotto qualunque forma durante i primi decenni del capitalismo moderno. Essa cerca intuitivamente la sua strada. Le società di mutuo soccorso, nate poco prima della Rivoluzione del 1789, segnano il primo passo sulla via dell’unificazione di tutti gli operai di uno stesso mestiere. Esse si proponevano di soccorrere i loro aderenti malati o disoccupati, ma quando lo sciopero s’imporrà come migliore metodo di lotta contro il padronato, le società mutualiste operaie daranno talvolta il loro aiuto agli scioperanti, abbandonando tutte le distinzioni tra la disoccupazione forzata e l’interruzione volontaria del lavoro.
Queste «società mutualistiche», poco numerose, non radunavano che operai specializzati, relativamente ben pagati, poiché la quota che esigevano dai propri membri era onerosa. Erano quindi inadeguate alle condizioni della grande industria nascente, che aveva chiamato nella fabbrica grandi masse di lavoratori non qualificati, emigrati dalle campagne. Questo proletariato in formazione si trovava in una situazione tragica che esigeva imperiosamente un sensibile miglioramento, anche affinché il capitalismo stesso potesse continuare a svilupparsi.

Le società di «resistenza», il cui nome indica chiaramente gli scopi cui miravano, presero alloro il posto delle società «mutualistiche». Sono già raggruppamenti di lotta, ma concepiti sul piano difensivo. Si propongono di preservare il livello di vita dei lavoratori opponendosi alle diminuzioni di salario che il padronato potrebbe tentare di imporre, e sono generalmente queste riduzioni di salario che li fanno nascere. Non c’è bisogno di dire che, dalla difesa, si passa presto all’attacco e la rivendicazione operaia viene alla luce. 
Tuttavia, sebbene dopo il 1840 grazie alla diffusione delle idee socialiste compaiono nella classe operaia le prime rivendicazioni politiche, le «società di resistenza» e le «associazioni operaie» conservano innanzitutto un carattere di organizzazioni di lotta sul piano economico. Esse non mirano che incidentalmente, e su impulso di elementi politicizzati, alla sovversione dell’ordine costituito. Di fatto, il loro scopo essenziale è di ordine puramente economico. Se allora il proletariato prende coscienza della sua forza, pensa solo ad impiegarla per la soddisfazione delle sue rivendicazioni immediate.
II. I sindacati e la lotta di classe
Il primo sindacato sorge solo nel 1864. Ogni idea di lotta di classe ne è assente giacché nasce, al contrario, proponendosi di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni. Tolain stesso non gli riconosce altro scopo. Bisogna anche constatare che il movimento sindacale non sorge affatto dagli strati più sfruttati della classe operaia — dal nascente proletariato industriale — bensì dai lavoratori appartenenti alle professioni artigianali. Esso riflette quindi direttamente i bisogni specifici e le tendenze ideologiche di questi strati operai.
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entre i calzolai e i tipografi, artigiani per eccellenza, creano il loro sindacato rispettivamente nel 1864 e 1867, i minatori, che costituiscono il proletariato più duramente sfruttato, creano un proprio sindacato solo nel 1876, nella Loira (nel 1882 nel Nord e nel Pas-de-Calais) e i tessili, le cui condizioni di lavoro sono durissime, non sentono il bisogno d’un sindacato che nel 1877. Come mai, in quest’epoca di fermento, mentre le idee socialiste (e le idee anarchiche che si distingueranno dalle prime solo più tardi) si diffondono in tutta la classe operaia delle grandi città, i lavoratori più sfruttati respingono così esplicitamente l’organizzazione sindacale mentre quelli con il livello di vita più elevato la ricercano?
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isogna innanzitutto ricordare che i primi sindacati creati dagli operai di professioni artigianali sono solo organismi di conciliazione, e non di lotta di classe. Lo diventeranno solo in seguito. D’altro canto essi rappresentano la forma d’organizzazione che meglio conviene a professioni che riuniscono in molti laboratori un numero generalmente abbastanza esiguo di operai di uno stesso mestiere. Era il modo migliore per riunire operai di uno stesso mestiere disseminati nei laboratori di una città, di dare loro una coesione che le condizioni stesse del lavoro tendevano a distruggere.
Bisogna anche ricordare che il carattere artigianale di un mestiere ha spesso come conseguenza quella che padroni e operai lavorano fianco a fianco, conducendo lo stesso tipo di vita. Anche se la situazione economica del padrone è molto superiore a quella dell’operaio, il contatto umano che egli spesso mantiene con quest’ultimo impedisce che si crei il fossato che separa operai e padroni della grande industria.
 Tra padroni e operai dei mestieri artigianali permane un minimo di solidarietà di mestiere, totalmente assente e inconcepibile nella grande industria. Tutte queste ragioni concorrono il più delle volte a indurre alla conciliazione piuttosto che alla lotta.
L
a situazione degli operai tessili e dei minatori (per riprendere quest’esempio) era completamente diversa. Fra i minatori come fra i tessili, grandi masse di operai di professioni diverse erano raggruppate nelle fabbriche o nei pozzi, sottoposte a condizioni di lavoro inumane.
Se gli operai delle imprese artigianali sono i primi a organizzarsi per discutere dei propri interessi con i padroni, quelli delle grandi industrie, sottomessi alla più spietata pressione del capitale, sono i primi a percepire ciò che li oppone irriducibilmente al padronato, a ribellarsi contro la situazione che viene loro imposta, a praticare l’azione diretta, a reclamare il loro diritto alla vita, armi alla mano, per farla breve a orientarsi istintivamente verso la rivoluzione sociale. La rivolta dei setaioli lionesi del 1831, così come lo sciopero dei minatori del 1844, lo dimostrano a sufficienza. Mentre dal 1830 al 1845 i tipografi, per esempio, non figurano una sola volta su una lista di mestieri che sono incorsi nel più grande numero di condanne, i minatori vi appaiono tre volte (l’industria mineraria era allora in pieno sviluppo) e i lavoratori tessili quasi tutti gli anni.

La conclusione che si impone è che gli operai delle grandi industrie non avevano alcun interesse per una forma di organizzazione che si proponeva una conciliazione (che sentivano impossibile) fra le classi opposte. Essi non vi aderirono che più tardi e per così dire storcendo il naso, giacché erano spinti dalla loro condizione stessa verso forme di lotta aperta contro il padronato che il sindacato, almeno ai suoi esordi, non aveva considerato. Infatti, i lavoratori delle grandi industrie non giungeranno all’organizzazione sindacale che a partire dal momento in cui questo inserirà in cima ai suoi statuti il principio della lotta di classe. Sono questi operai del resto che, dal 1880 al 1914, condussero le più violente lotte sul piano rivendicativo. Mediante questa concessione alle loro aspirazioni, gli operai si rassegnarono ad aderire al sindacato per diverse ragioni. Innanzitutto perché nessun’altra forma d’organizzazione era concepibile in quell’epoca. Inoltre si prospettava una fase di lungo sviluppo progressivo del capitalismo, da qui la necessità di accrescere la coesione della classe operaia al fine di strappare al padronato condizioni di vita più soddisfacenti permettendo così una migliore preparazione dei lavoratori per l’assalto finale della società.
Fin dai suoi albori, il sindacato non si presenta dunque che come un ripiego per gli operai delle grandi industrie. Rimane tuttavia accettabile, per via delle sopravvivenze artigianali presenti nell’industria dell’epoca. Costituiva una soluzione positiva in quella fase di sviluppo continuo dell’economia capitalistica che si accompagnava ad un costante aumento della libertà e della cultura. Il riconoscimento del sindacato da parte dello Stato, e attraverso di esso il riconoscimento del diritto di riunione, d’associazione e di stampa, costituiva un’acquisizione considerevole.

Tuttavia, anche quando il sindacalismo adotta i principi della lotta di classe, non si propone in nessun momento, nella lotta quotidiana, il rovesciamento della società; esso si limita al contrario a radunare gli operai in vista della difesa dei loro interessi economici, nel seno della società capitalista. Questa difesa prende a volte un carattere di lotta accanita, ma non si propone mai, né implicitamente, né esplicitamente, la trasformazione della condizione operaia, la rivoluzione. Nessuna delle lotte di quell’epoca, anche le più violente, si propone questo scopo. Tutt’al più si pospone in un futuro indeterminato, che prende da questo momento il carattere della carota per l’asino, la soppressione del padronato e del lavoro salariato e, di conseguenza, della società capitalista che li produce. Ma nessuna azione sarà mai intrapresa a tal fine.
Il sindacato, nato da una tendenza riformista all’interno della classe operaia, è l’espressione più pura di questa tendenza. È impossibile parlare di degenerazione riformista del sindacato, esso è riformista dalla nascita. In nessun momento esso si oppone alla società capitalista ed al suo Stato per distruggere l’una e l’altro, ma unicamente con lo scopo di conquistarsi un posto in essi e installarvisi.
 Tutta la sua toria, dal 1864 al 1914, è quella dell’ascesa e della vittoria definitiva di questa tendenza integrazionista nello Stato capitalista, tant’è che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i dirigenti sindacali, nella loro grande maggioranza, si trovano naturalmente al fianco dei capitalisti ai quali sono uniti da interessi nuovi, sorti dalla funzione che i sindacati hanno finito per assumere nella società capitalista. Essi sono allora contro gli iscritti che volevano abbattere il sistema ed evitare la guerra, e lo resteranno ormai per sempre.
Nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale, i dirigenti sindacali non sono  stati affatto i rappresentanti legittimi della classe operaia se non nella misura in cui dovevano assumere tale ruolo per accrescere il proprio credito di fronte allo Stato capitalista. Al momento decisivo, allorché bisognò scegliere tra il rischio di compromettere una posizione acquisita (1) chiamando le masse a rifiutare la guerra e il regime che l’aveva generata, oppure rafforzare la propria posizione optando per il regime, essi scelsero la seconda alternativa e si posero al servizio del capitalismo. Non è stato solo il caso della Francia, poiché i dirigenti sindacali dei Paesi coinvolti nella guerra hanno adottato ovunque lo stesso comportamento. Se i dirigenti sindacali hanno tradito, non è forse perché la struttura stessa del sindacato e il suo posto nella società rendevano fin dall’inizio questo tradimento prima possibile, poi inevitabile nel 1914?
[…]
(

1) Jouhaux e la maggioranza confederale del 1914 hanno confessato esplicitamente che il timore della repressione li aveva spinti all’accettazione della guerra.
[Le Libertaire del 26 giugno e del 10 luglio 1952]

Contro il gasdotto TAP

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Nonostante le procedure farraginose e l’inadempimento alle prescrizioni, il 16 maggio il consorzio Tap ha inaugurato ufficialmente il cantiere, alla presenza di rappresentanti di tutte le multinazionali coinvolte e degli Stati che verranno attraversati dal gasdotto. La cerimonia si è svolta in Grecia, così padrone di casa è stato Tsipras.

E in Grecia e in Albania il cantiere sembra essere in uno stato un po’ più avanzato (seppur di poco) di quanto non lo sia in Italia dove Tap non è riuscito ad ottemperare alle prescrizioni preliminari all’inizio dei lavori. Sostanzialmente ha rimandato quasi tutto a ottobre. Chi si è adoperato per fermare questa grande opera a suon di carte bollate è soddisfatto del lavoro svolto e di fatto Tap si è scontrato con una burocrazia cavillosa – messa in piedi come strumento di opposizione – che probabilmente pensava di poter aggirare più facilmente.

Ma i grandi sostenitori del gasdotto Tap tuttavia, non sembrano demordere e dinanzi alla richiesta da parte dei cittadini del rispetto delle regole, rispondono facendosi creare nuove regole ad hoc, ritagliate su misura dell’opera e che quindi facilmente potranno essere rispettate.

E così leggendo e rileggendo articoli su articoli di media locali che ripetono ossessivamente più o meno sempre le stesse notizie ci sorge il dubbio che puntando il dito non si riesca più a vedere la luna.

È evidente che si tratta di una questione di prospettiva.

Il gasdotto Tap si inserisce a pieno regime nella ricerca spasmodica, da parte di questo sistema economico e dei governi che lo sostengono, di energia e risorse energetiche che possano continuare a reggerlo. Le ultime guerre che conosciamo, dal nord Africa all’Oriente, sono causate dal controllo di queste risorse e dagli interessi geopolitici ed economici che ne derivano.

Trasportando gas naturale dall’Azerbajgian, “il gasdotto Tap consentirebbe una diversificazione delle fonti energetiche”, dicono i suoi sostenitori, “e tale trasporto consentirebbe un affrancamento dalle risorse russe”; ma a parte l’opinabilità di tale fatto, smentito dagli accordi tra la russa Gazprom e l’azera Socar proprio sul gas naturale, a sentire le parole un po’ troppo accorate di esponenti del governo italiano, Tap risulta essere strategico.

Un termine ripetuto come un mantra decine di volte ma che ha ormai assunto un significato ben più ampio.

Tap non è solo strategico per via delle ragioni esposte sopra, ma perché la sua realizzazione è emblema del funzionamento dell’economia capitalista. La sua costruzione e funzionamento prevede un introito di miliardi di euro. Ad essere coinvolte nell’opera sono grandi multinazionali energetiche quali, tra le altre, British Petroleum (proprietaria insieme ad altri anche dei giacimenti nel Mar Caspio) e Eni, colossi responsabili di guerre, massacri, devastazioni in giro per il mondo, cioè alcune delle cause che costringono migliaia di persone a fuggire dalla propria casa e cercare una possibilità di sopravvivenza altrove.

Infine il gas naturale che questo grosso tubo trasporterà, servirà soprattutto alle esigenze delle industrie e quindi all’economia e ai suoi apparati, produttivi, repressivi, militari.

Proprio sul sito di Tap è reperibile uno studio sul sistema economico in Puglia, che naturalmente cita lo stesso gasdotto e tutte le fonti di produzione di energia presenti in questa regione. Dando uno sguardo ai numeri si evince che la Puglia produce il doppio dell’energia di cui ha bisogno, ma nelle province a maggiore concentrazione industriale, quali Brindisi e Taranto, quasi i due terzi di questa energia prodotta è consumata proprio dall’indotto industriale. Ciò accade nelle provincie in cui vi sono Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, e una raffineria di petrolio dell’Eni, produttrici di cancro e morte, e Cerano, grosso stabilimento di produzione di energia dal carbone, nonché di morte e cancro, e altri colossi industriali.

Ciò significa che chiudendo Ilva e Cerano, raffinerie dell’Eni e altri mostri simili qui presenti si potrebbe produrre meno energia, evitare di riempire le campagne di fotovoltaico e eolico (di cui la Puglia detiene il primato per quantità di impianti) e smettere di seminare guerre in giro per il mondo e chissà magari vivere meglio.

Ma questo non è un discorso al passo con i tempi. Infatti è un discorso senza tempo.

Non si può pensare di affrontare il discorso Tap senza tenere in considerazione tutta una serie di questioni che si concatenano l’una all’altra. A che serve tutta questa energia? Che ne facciamo di un’altra nocività? Quali conseguenze sociali, oltreché ambientali, produrrà questa opera nella nostra vita e in quella dei territori che attraverserà.

Da tutto ciò nascono delle considerazioni su come opporci a quest’opera e sui metodi che vogliamo usare.

Continuare ad alimentare un sistema rappresentativo e legalitario, come fanno alcuni gruppi che si oppongono alle grandi opere o alle nocività ambientali, come accade anche in Salento, affievolisce, depotenzia, smonta la possibilità di una protesta spontanea, autodeterminata, orizzontale e magari più ampia e più incisiva. Di fronte ad appelli di tali gruppi che si auto eleggono rappresentanti della protesta e si spingono a chiedere di non recarsi sul posto per evitare tensioni, – tanto ci sono loro a controllare -, è chiaro che non ci troviamo di fronte ad una lotta ma ad una sorta di vigilanza, un monitoraggio.

Evidentemente ognuno dovrebbe fare il suo e chiamare le cose col proprio nome.

Cosa si può fare allora?

Una ricerca ci ha portato a individuare coloro che hanno stipulato contratti con Tap per la realizzazione di tutte le parti del gasdotto e di seguito saranno indicati i loro indirizzi. Alcune di queste grosse aziende, a loro volta appalteranno a ditte locali i lavori. Nostro intento è quello di mettere i bastoni tra le ruote a coloro che parteciperanno a questo progetto e non è per niente scontata la possibilità di riuscirci o meno. Tuttavia ci proviamo con l’auspicio di trovare accanto a noi (o noi accanto ad altri) coloro che vorranno, per le ragioni più disparate, intralciare questa ennesima grande opera. Senza deleghe, in prima persona e dalla stessa parte, quella che ci separa da Tap e dai suoi sostenitori.

LAVORANO PER TAP

Bonatti Spa (impresa italiana) si è aggiudicata il contratto EPC – ingegneria, fornitura e costruzione – per la posa di circa 760 km di gasdotto in Grecia e in Albania.Si tratta di due lotti nel nord della Grecia e altri lotti che coprono circa 360 km di gasdotto, tra Kavala e Ieropigi (al confine con l’Albania). Bonatti Group è costituita da

Bonatti S.p.A.
Via Alfred Bernhard Nobel, 2/A, 43122 Parma  Tel: 0521 6091

Bonatti è presente in Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Kazakistan, Austria, Libia, Messico, Canada, Mozambico, Francia, Germania, Iraq, Romania, Spagna, Turkmenistan

Subsidiaries:

·                     Carlo Gavazzi Impianti S.p.A.
Marcallo con Casone (Milan), Italy

·                     Carlo Gavazzi Arabia
Jeddah, Saudi Arabia

·                     Carlo Gavazzi Egypt
Cairo, Egypt

·                     Carlo Gavazzi Alg
Algiers, Algeria

·                     Gavazzi Impianti Kazakhstan
Atyrau, Kazakhstan

·                     Eurl Bonatti Algérie
Hassi Messaoud, Algeria

·                     Bonatti Rohrleitungsbau Ges.mbH.
Klagenfurt, Austria

·                     Bonatti Al Dawsr
Tripoli, Libya

·                     Bonatti Mexico SA DE CV
Nuevo Leon, Mexico

·                     Bonatti Construction Canada Inc.
Calgary, Canada

·                     Joint Ventures and Special Purpouse Companies

Associated Companies:

·                     Proyecto Camargo Ramones, S.A.P.I. de C.V.
Distrito Federal – Mexico

·                     Enhl-Bonatti Limitada
Maputo – Mozambique

·                     Isker Bonatti Kazakhstan
Atyrau – Kazakhstan

J&P Avax S.Asi è aggiudicata insieme a Bonatti il contratto EPC: ingegneria, fornitura e costruzione per la posa di circa 760 km di gasdotto in Grecia e in Albania

16 Amarousiou-Halandriou Street, 151 25, Marousi, Greece
Switchboard: +30 210 6375000
Fax: +30 210 6104380, email: info@jp-avax.gr

Spiecapag S.A.Ssi è aggiudicata il contratto EPC per un lotto di 185 km in Grecia, tra Kipoi e Kavala, insieme ai due lotti in Albania (per un totale di 215 km). Spiecapag si occuperà anche dell’attraversamento del fiume alla frontiera greco-turca, dove TAP si connetterà aTrans Anatolian Pipeline (TANAP).

Immeuble Gershwin, 165 Boulevard de Valmy, 92707 Colombes Cedex – France
Phone : + 33 1 57 60 95 15, Fax : + 33 1 57 60 97 78

Salzgitter Mannesmann International GmBH si è aggiudicataun contratto per la fornitura di circa 270 km di tubi lineari per la sezione onshore e per le connessioni curvilinee necessarie sia per la sezione onshore che per quella offshore. Si occuperà della sezione del gasdotto attraverso l’Adriatico tra le coste dell’Albania e dell’Italia. Oltre ai tubi lineari, il contratto comprende anche la fornitura di dispositivi di arresto della propagazione delle deformazioni, rivestimenti e anodi per la sezione a terra del gasdotto. Si tratta in totale di più di 71 mila tonnellate di tubi lineari offshore.

Schwannstraße 12, 40476 Düsseldorf , Germany
Tel.: +49 211 43 00 – 1 Fax: +49 211 43 00 – 90  info@szmh-group.com

Corinth Pipeworks S.A. si è aggiudicata il contratto per la fornitura di circa 495 km di tubi lineari per un totale di circa 270.000 tonnellate.

2-4 Mesogeion Av, 11527, Athens, Greece, T.: (+30) 210 6787680, Fax.: (+30) 210 6787520
Email: info@cpw.gr

Industria Meccanica Bassi S.p.A: a questa impresa sono andati due contratti: il primo per la progettazione, fabbricazione e fornitura di giunti e curve saldate di varie caratteristiche e il secondo per le unità di ricezione dei dispositivi “intelligenti” di ispezione e pulizia del gasdotto.

Via Bassi Luigi 8, 26865 S. Rocco al Porto (LO)                                                                                              Phone +39 0377 56023 +39 0377 454300 – Fax +39 0377 569371 – E-mail: sales@bassiluigi.com

La Nuova Giungas s.r.l.è la vincitrice della gara per la progettazione, fabbricazione e fornitura di giunture isolanti.

Via Aldo Moro, 26, 41043 Formigine MO, Tel: 059 578611

Enereco S.p.a.  Si è aggiudicatail contratto per la posa del gasdotto. Si tratta della realizzazione del tratto a terra che collegherà la sezione offshore a quella onshore, coprendo il percorso del gasdotto dall’approdo al PRT.

Via Divisione Carpazi, 14 – 61032 Fano (PU), Italy – Via Einaudi 84/88 – 61032 Fano (PU), Italy
tel: +39 0721 8741- fax: +39 0721 861885 – email: info@enereco.com

Max Streicher S.p.a.Contratto per la posa del gasdotto (insieme a Enereco Spa).

Via Giovanni Keplero 5A, 43122 Parma  Italy, Phone: +39(0)521 16807-1, info@streicher.it

Renco S.p.a costruzione del PRT. Il terminale è l’elemento finale del gasdotto, attraverso il quale TAP si collegherà alla rete nazionale Snam. Oltre ad avere funzione di ricezione e misura fiscale del gas in entrata, il PRT ospiterà il centro di controllo e supervisione dell’intero gasdotto.

V.le Venezia, 53. 61121 Pesaro (PU)
Legal Representative Office: Via Bruxelles, 3/A. Pesaro 20097,  Email: rencospa@renco.it

Siemens: contratto di fornitura di sei unità di turbine turbocompressori. La metà di questa fornitura sarà istallata nella stazione di compressione vicino a Kipoi, in Grecia, la seconda metà nella stazione di compressione di Fier, in Albania.

Siemens Milano Bicocca Viale Piero e Alberto Pirelli, 10, 20126 Milano Tel. 02/243.1

Siemens S.p.A.Via Trattati Comunitari Europei 1957/2007 (n°9) – 940128 Bologna (BO)
Trench Italia S.r.l. Bragno, Strada Curagnata 37 – 17014 Cairo Montenotte (SV)
Siemens S.p.A. Scandicci, Via Don Lorenzo Perosi 4/A – 50018 Firenze (FI)
Siemens S.p.A.Via Enrico Melen, 83I-16152 Genova
Siemens VAI Metals Technologies S.r.l.Via Luigi Pomini  92 – 21050 Marnate (VA)
Siemens Healthcare Diagnostics S.r.l.Via Piero e Alberto Pirelli 10 – 20126 Milano (MI)
Siemens S.p.A.Via Piero e Alberto Pirelli 10 – 20126 Milano (MI)
Siemens S.p.A.Via Vipiteno 4 – 20128 Milano (MI)
Siemens S.p.A.Via delle Ortensie 16 – 70026 Modugno (BA)
HV-Turbo Italia S.r.l.Via Nino Bixio 3 – 21020 Mornago (VA)
Siemens S.p.A.Via F. Imparato 192 – 80146 Napoli (NA)
Siemens S.p.A.Via Prima Strada 35 – 35129 Padova (PD)
Siemens S.p.A.Via Laurentina 455- 00142 Roma (RM)
Siemens S.p.A.Strada del Drosso 40 – 10135 Torino (TO)
Siemens Transformers S.p.A.Via di Spini 9- 38121 Trento (TN)

Saipem SpA (gruppo ENI), contratto di ingegneria, fornitura, costruzione e istallazione (EPCI) della sezione offshore del progetto. Il gasdotto sottomarino che attraverserà il Mar Adriatico unendo le coste dell’Albania e dell’Italia meridionale, avrà una lunghezza di circa 105 km e raggiungerà la profondità massima di circa 820 metri sotto il livello del mare; prevista inoltre, l’installazione in mare del cavo in fibra ottica e le relative attività preparatorie e i sondaggi in mare

Saipem S.p.A. – Via Martiri di Cefalonia, 67 20097 San Donato Milanese (MI) Italy, tel 125201

Altre sedi:

via Luca Guarico 91, Roma 00143 t: 0645655886

via Toniolo 1, Fano 61032, Pesaro e Urbino t: 07211681

Località Facciolo –Frazione Triparni 89900, Vibo Valentia t: 09639611

Via Lungomare 11, Arbatax 08041, Nuoro t: 0782650900

Via delle Industrie 28, Marghera 30175, Venezia t: 0419650311

Sede croata: Alda Colomella 2, 51000 Rijeka Croatia t: +38551659700

Sede francese : Energies 1/7 avenue San Fernando, Montigny-le-Bretonneux 78884 Saint Quentin Yvelines Cedex, France t : +33161378888

Sede svizzera:

Global Projects Services AG Uetlibergstrasse 134, 8045 Zurich (CH) t: +41432102200

Sigurd Rück AG Badenerstrasse 9, 8004 Zurich (CH)

Sede spagnola: Saipem Ingenieria & Construcciones Av.da de Manoteras 10 Edificio C Planta n°3, 28050 Madrid España

Sede belga : Saipem SPA Belgium branch 11, rue des Colonies Bruxelles

Rma: contratto per la fornitura di valvole a sfera e attuatori di grande diametro. Si tratta di componenti fondamentali per il gasdotto che saranno installate dai contractors EPC per la costruzione onshore che Tap sceglierà in Grecia, Italia e Albania.

German, Oberkirc, Burg Str.

Gener 2 Sh.pK  contratto per la costruzione e la riqualificazione di strade di accesso e ponti in Albania.

Gener 2 è entrata nel settore retail in Albania grazie alla partnership con Gruppo Coin, leader nel mercato dell’abbigliamento retail italiano.Gener 2 gestisce due delle catene di vendita al dettaglio del gruppo, Coin e OVS Industry, che si trovano a ABA Business center

ABA Business Center, Piano 7, Rp Papa Gjon Pali II, Tirana, Albania, Tel +355 44501700, fax +35542248312, email: info@gener2.al

Sicilsaldo SpA: contratto per la costruzione e la riqualificazione di strade di accesso e ponti in Albania.

Zona Industriale II Strada   93012 Gela – Italy
tel. +39 0933 924448, fax. +39 0933 912533, info@sicilsaldo.it– P.IVA 01380260859

Terna SA: contrattoper la EPC (Engineering, Procurement and Construction) delle stazioni di compressione previste nel progetto in Grecia e Albania da realizzare insieme a Renco S.p.A (Italy), con cui costituisce una joint venture

85, MESOGEION AVE, ATHENS 115 26, GREECE, TEL: +30 210 6968000, FAX: +30 210 6968098-99
info@terna.gr

Himachal Futuristic Communications Ltd. (HFCL) è una grossa azienda indiana che ha la sua sede principale a New Dahli: ha ottenuto il contratto di fornitura di circa 1.550 chilometri di cavo a fibra ottica che permetterà la comunicazione bidirezionale tra il gasdotto e tutte le strutture ad esso associate, come le stazioni di compressione, le valvole di intercettazione e il centro di supervisione e controllo. Si occupa di tutto ciò che riguarda comunicazione e controllo: fibra ottica, telecamere, smart city. Collabora con le forze armate indiane.

Sme groupsoc. coop. – Dovrebbe provvedere allo spostamento degli alberi di ulivo disposti lungo il tracciato.

Via Eroi d’Italia 140 – 73056 – Taurisano (LE) +39 0833 1934111

Mello Lucio. Dovrebbe occuparsi dello spostamento degli alberi di ulivo disposti lungo il tracciato o della loro ricollocazione.

Via Prov.le per Novoli km.1 Carmiano (Le) Italia 73041

+39 3457264956   info@mellolucio.it

Alma Roma srl, agenzia di vigilanza

Sede legale ed amministrativa:
Via Prov.le per Melendugno
73029 Vernole (LE).
Uffici commerciali:
Via I. Adriano 9/E
73100 Lecce.

Luigi Quaranta, portavoceTap. Senior Media Advisor di Trans Adriatic Pipeline (TAP) AG, precedentemente è stato giornalista del Corriere del Mezzogiorno

Michele Mario Elia è l’attuale country manager di Tap in Italia. Nato a Castellana Grotte (Ba) nel 1946. Dal 2006 è stato Amministratore delegato di Rete Ferroviaria italiana. È noto per essere stato indagato per la strage alla stazione di Viareggio del 29 giugno 2009

L’AZIONARIATO di TAP

L’azionariato TAP è composto da BP (20%), Socar (20%), Snam S.p.A. (20%), Fluxys (19%), Enagás (16%), e Axpo (5%).

Snam

Snam è uno degli attori leader in Europa nella costruzione e gestione integrata delle infrastrutture di gas naturale. È costituita da:

Snam Rete Gas S.p.A., che è la principale società italiana di trasporto del gas naturale;

Gnl Italia S.p.A., che è il principale operatore di rigassificazione del gas naturale liquefatto in Italia (era l’unico fino all’entrata in esercizio del rigassificatore di Rovigo);

STOGIT S.p.A., che si occupa di stoccaggio del gas naturale;

Italgas S.p.A., che si occupa di distribuzione del gas naturale;

TIGF che si occupa di trasporto di gas naturale nel sud-ovest della Francia.

La nuova società è stata costituita per recepire il terzo pacchetto energia europeo

I principali azionisti di Snam sono CDP Reti con il 28,98%, seguita da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) con il 8,54%

Snam si organizza in distretti:

Distretto Nord Occidentale: Corso Taranto 61/a, 10154 Torino t: 0112429311

·                    Centro di Carmagnola, via Monteu Roero 26/1, 10022 Carmagnola (TO)

·                    Centro di Genova, vico Intermedio 1c, 16161 Genova, t: 0106981258

·                    Centro di Santhià, via Olivetti, 13048 Santhià (VC), t: 0142561303

·                    Centro di Tortona, S.P. per Viguzzolo 6, 15057 Tortona (AL), t: 0131861927

·                    Centro di verbania, via B. Intra 26, Località Trobaso 28923 Verbania (VB), t: 0323571651

Distretto Nord: via C. Zavattini 3, 20097 San Donato Milanese (MI), t: 0251872611

·                    Centro di Brescia, via Dalmazia 100, 25125 Brescia, t: 0303541702

·                    Centro di Castellanza, via Jucker 24, 21053 Castellanza (VA), t: 0331501000

·                    Centro di Cremona, via Milano 7, 26100 Cremona, t: 037223675

·                    Centro di Dalmine, via Locatelli 118, 24044 Dalmine (BG), t: 035561010

·                    Centro di Gorgonzola, via Verdi 55, 20064 Gorgonzola (MI), t: 0396084888

·                    Centro di Novedrate, via Provinciale Novedratese 1/b, 22060 Novedrate (CO), t: 0362501853

·                    Centro di Pavia, via Roma 18, 27028 San Martino Siccomario (PV), t: 0382498407

·                    Centro di Rho, via dello sport 19, 20010 Cornaredo (MI), t: 0294967707

Distretto Nord Orientale: largo Rismondo 8, 35131 Padova, t: 0498209111

·                    Centro di Codroipo, viale Veneto 1/a, 33033 Codroipo (UD), t: 0434360400

·                    Centro di Marghera, via Botterigo 111, 30175 Marghera (VE), t: 0415389424

·                    Centro di Montebelluno, via Feltrina Sud 137, 31044 Montebelluno (TV), t: 0423302700

·                    Centro di Rovigo, via delle Industrie 37, 45100 Rovigo, t: 0426324508

·                    Centro di Trento, via Negrelli 4, 38015 zona industriale Lavis (TN), t:0461246562

·                    Centro di Verona, via F. Tomba 13, 37061 Ca di David (VR), t: 0458550036

·                    Centro di Vicenza, via Battaglione Val Leogra 92, 36100 Vicenza, t: 0444563038

Distretto Centro Occidentale: via del Commercio 9/11, Palazzine 3-4 00154 Roma, t: 06524961

·                    Centro di Arezzo, via Delle Biole 18, 52100 Arezzo, t: 0575381366

·                    Centro di Avezzano, via Tiburtina Valeria km 112,5, 67060 Scurcola Marsicana (AQ), t: 086336207

·                    Centro di Guidonia, via Nomentana km 15, 00012 Guidonia Montecelio (RM), t: 0774570050

·                    Centro di Pisa, via Don Minzoni 3, 56010 Migliarino Pisano (PI), t: 050804081

·                    Centro di Scandicci, via delle Fonti, Località La Pieve 50018 Scandicci (FI), t: 055720516

·                    Centro di Spoleto, via Flaminia Vecchia 228, 06049 Spoleto (PG), t: 0746200292

·                    Centro di Terracina, S.S. 148 Pontina km 102, 04019 Terracina (LT), t: 0773753041

·                    Centro di Viterbo, strada Rinaldone 24, Località Poggino 01100 Viterbo, t: 0761251418

Distretto Centro Orientale: via M. E. Lepido 203/15, 40132 Bologna, t:051400114

·                    Centro di Civitanova Marche, via S. Pellico 34, 62012 Civitanova Marche (MC), t: 0733898100

·                    Centro di Fidenza, via Bologna 9, 43036 Fidenza (PR), t: 0521964034

·                    Centro di Forlì, via Cervese 23, 47100 Forlì, t: 0543720788

·                    Centro di Reggio Emilia, via Pasteur 10/a, 42100 Reggio Emilia, t: 0522558050

Distretto Sud Occidentale: via G. Ferraris 66/f, 80142 Napoli, t: 0815697111

·                    Centro di Benevento, contrada Piano Cappelle 41/a, 82100 Benevento, t: 0824834995

·                    Centro di Caserta, via G. De Falco 29, 81100 Caserta, t: 0815206535

·                    Centro di Lamezia Terme, S.S. 280 Bivio Aeroporto, Località S. Eufemia 88040 Lamezia Terme

(CZ), t: 096851732

·                    Centro di Palmi, via Felice Battaglia 42, 89015 Palmi (RC), t: 096646228

·                    Centro di Sala Consilina, S.S. 517 km 0,950, Località Voltacamino 84034 Padula (SA),

t: 0975574093

·                    Centro di Salerno, via T. Caruto 24, 84131 Fuorni zona industriale (SA), t: 089302095

·                    Centro di Tarsia, contrada Ferramonti, 87040 Tarsia (CS), t: 0981952061

Distretto Sud Orientale: vico Capurso 3, 70126 Bari, t: 0805919211

·                    Centro di Brindisi, via E. Fermi 5/d, 72100 Brindisi, t: 0805057390

·                    Centro di Foggia, via A. Gramsci 111, 71100 Foggia, t: 0881633411

·                    Centro di Matera, via del Commercio 83, 75100 Matera, t: 0835262812

·                    Centro di Vasto, zona industriale Porto di Vasto, 66054 Vasto (CH), t: 0873310110

Distretto Sicilia: contrada Mezzocampo via Florio 21, 95045 Misterbianco (CT), t: 0957574311

·                    Centro di Caltanissetta, contrada Decano 71/a, 93017 San Cataldo Scalo (CL), t: 093529596

·                    Centro di Giardini Naxos, traversa di via Chianchitta 186, 98035 Giardini Naxos (ME), t: 090621667

·                    Centro di Mazara del Vallo, contrada Capo Feto via Siccome Terrenove, 91026 Mazara del Vallo

(TP), t: 0923651213

·                    Centro di Ragusa, Contrada Croce Varino, 97100 Ragusa, t: 095471444

Socar

La Società Petrolifera di Stato della Repubblica dell’Azerbaijan (SOCAR) è attiva su più fronti: esplorazione di giacimenti di petrolio e gas naturale, produzione, lavorazione e trasporto di petrolio, gas, e condensato di gas, commercializzazione di petrolio e prodotti petrolchimici su mercati nazionali e internazionali e fornitura di gas naturale all’industria e al settore pubblico in Azerbaijan.
Joint venture (anche in Georgia e Turchia), consorzi e società operative istituite con la partecipazione di SOCAR, sono attive in diverse aree del comparto petrolifero. SOCAR ha uffici di rappresentanza in Georgia, Turchia, Romania, Austria, Svizzera, Kazakistan, Gran Bretagna, Iran, Germania e Ucraina e società commerciali in Svizzera, Singapore, Vietnam, Nigeria, ecc.

BP  British Petroleum

BP è una delle società petrolifere internazionali presente in tutto il mondo.

BP Italia SPA, BP Energy Europe Ltd

Milan Head Office

Via Anton Cechov, 50/2, 20151 Milan

Fluxys

Fluxys è un gruppo attivo nelle infrastrutture di trasporto del gas naturale nel mercato europeo con sede in Belgio. Costruisce e gestisce infrastrutture di trasporto e stoccaggio del gas naturale e terminal di gas naturale liquefatto. Tra le partecipazioni e partnership con società attive in tale settore figura l’Interconnettore e i gasdotti BBL che collegano il Regno Unito all’Europa continentale, il terminal di gas naturale liquefatto di Dunkerque in costruzione in Francia, i gasdotti NEL e TENP in Germania e il gasdotto Transitgas in Svizzera.

Sede Legale

Piazzetta M. Bossi, 3 20100 Milano

Enagás

Enagás è la società di trasporto del gas naturale leader in Spagna e responsabile della gestione del sistema di distribuzione del gas spagnolo. In Spagna la società gestisce 11 mila chilometri di gasdotti, cinque rigassificatori e tre impianti di stoccaggio. L’azienda è presente in Messico, Cile e Perù. In Messico possiede il 40% del rigassificatore TLA Altamira ed è coinvolta nello sviluppo di gasdotti e centrali di compressione, mentre in Cile è l’azionista di maggioranza nel terminale GNL Quintero. L’azienda è presente in Perù dal marzo 2014, con una quota del 20% in Transportadora de Gas del Perú (TGP) e il 30% di Compañía Operadora de Gas del Amazonas (Coga). Inoltre, il 30 giugno, al consorzio formato da Enagás e Odebrecht è stato assegnato il progetto Gasoducto del Sur Peruano, lungo circa 1.000 km.

Enagás S.A. Paseo de los Olmos, 19 28005 Madrid Tlf. 902 443 700 / (+34) 91 709 92 00

Axpo

Attiva nella produzione, distribuzione e vendita di elettricità, e nel trading su scala internazionale, La Axpo Italia S.p.A. è la consociata del gruppo svizzero Axpo, fino al 2012 conosciuta come EGL.Attiva dal 2000 sul mercato italiano, si posiziona tra i primi operatori del mercato libero  dell’energia elettrica e del gas naturale.

Sedi In Italia:

Sede Legale e Direzione Generale e Commerciale Axpo Italia S.p.A.

Via Enrico Albareto 21, IT – 16153 Genova

Presidenza & Relazioni Istituzionali

Via IV Novembre 149, IT – 00187 Roma

Sede Legale Axpo Gas Service Italia Srl

Via Enrico Albareto 21, IT – 16153 Genova

Sede Generale e Commerciale

Via Di Vittorio 41, IT – 20068 Peschiera Borromeo (MI)

LE IMPRESE AFFIDATARIE E I FORNITORI DI TAP

Per portare avanti lo sviluppo e la costruzione del gasdotto, TAP si avvale di una rosa di imprese affidatarie che, a loro volta, collaborano con società specializzate locali e internazionali cui subappaltano determinati incarichi. L’elenco riportato di seguito non è definitivo.

Statoil

Statoil, con sede in Norvegia, è il provider di servizi tecnici per il tratto offshore. È il secondo fornitore in Europa di gas e partner del consorzio di Shah Deniz. È anche il principale operatore petrolifero in Atlantico con 8000 km di condotte sottomarine.

Sede principale: Stavanger

Azionisti e finanziatori

Deutsche Bank

JP Morgan Chase Bank

E.ON Technologies GmbH, con sede in Germania, è il provider di servizi tecnici per il tratto onshore.

Il gruppo tedescoE.ON nato nel 2000, è oggi tra i più grandi gruppi energetici privati al mondo. Opera in vari settori: gas, olio, carbone, nucleare, idroelettrico, eolico, solare e biomasse. Fornisce annualmente circa 53 miliardi di metri cubi di gas con 11.600 km di condotte.

E.ON Italia spa

Via Amerigo Vespucci, 2

20124 Milano

Telefono: +39 02 89448001

E-mail: info.italia@eon.com

Piazza della Repubblica, 22, 20124 Milano

Telefono: 02 632 8181

E.ON Energy Trading spa

Via Andrea Doria 41/G

00192 Roma

Telefono: + 39 06 95056 001

Fax: + 39 06 95056 130

La E.ON ha stipulato un contratto con Feltrinelli Editore, per la fornitura di energia presso tutti i suoi punti vendita. Attualmente E.ON è ente fornitore nel mercato libero dell’energia elettrica e ha sportelli territoriali in tutta Italia.

E.ON SE, Brüsseler Platz, 145131 Essen, T phone number+49 2 01- 184-00

E.ON UK, Westwood Business Park, Coventry, England, T phone number+44 24 7642 4000, F fax number+44 24 7642 5432, www.eon-uk.com

E.ON Sverige, Carl Gustafs väg 1, 205 Malmö, Sweden, T phone number+46 4025 5000

E.ON Climate & Renewables GmbH, Brüsseler Platz 1, 45131 Essen, Germany, T phone number+49 2 01- 184-00

E.ON Italia S.p.A., Via Amerigo Vespucci 2, 20124 Mailand, Italy, T phone number+39 02 8944 800 1

Kantor

Kantor Management Consultants è una società di consulenza gestionale europea con sedi ad Atene e Bruxelles, ma anche Varsavia, Bucarest e Sofia

Omirou & Vissarionos 1, 10672 Athens,  Greece, Tel: +30 210 72 97 500
Fax: +30 210 72 49 528, E-mail: central@kantor-group.eu

Rue du Marteau 81, B-1000 Brussels, Belgium, Tel: +32 2 235 20 35, Fax: +32 2 280 07 74
E-mail: info@kantorqwentes.eu

8 Lysenko Street, Office 9, 01030 Kyiv, Tel/ Fax: +380 44 27 92 435

JV Topmaps

Joint venture delle società di consulenza greche MAKEDONIKI ETM EE, GAIA S.A.e GEOMATICS SA, ha ricevuto in subappalto da ETG l’incarico di aggiornare i dati relativi a titolarità e destinazione d’uso dei terreni dislocati lungo il tracciato di TAP, attraverso la Grecia.

Makedoniki Etm Ee

Greece Tel 2310888950, fax 2310888960

Gaia Sa

Indirizzo: Monastiriou 95, Thessaloniki 546 27, Grecia

Nea Smirni, Atene, Tel 2310516732, 2310540107, email: info@gaiasa.gr

Geomatics Sa  Zaimi 8-106 83 Athens

Tel. 210 3832 264 – 210 3302 514   Fax 210 3807 154   e-mail: info [at] geomatics.gr

 

C&M Engineering

C&M Engineering è una società indipendente di ingegneria e consulenza, leader in Grecia. Per TAP fornisce servizi di ingegneria per il tratto locale del gasdotto e sul fronte dell’Acquisizione e Asservimento dei Terreni per l’intero tratto greco, quale subfornitore di Royal HaskoningDHV.

C & M Engineering SA 99, Pratinou str.116 34 – Atene, Grecia Tel .: (+30 210) 72 20 014 Fax: (+30 210) 72 20 298 E-mail: mail@cmengineering.gr

Speed Sa

SPEED Development Consultants SA è una storica società greca di consulenza gestionale indipendente che partecipa al progetto TAP in qualità di subfornitore di Royal HaskoningDHV nel processo di Acquisizione e Asservimento dei Terreni in Grecia.

Indirizzo: Averof 30, Athina, Grecia, Telefono:+30 21 0821 4407

ABKons

ABKons è uno dei principali provider di servizi legali e finanziari in Albania. ABKons è altresì impegnata nella fase di Acquisizione e Asservimento dei Terreni sul fronte dei diritti di passaggio in Albania. Tra i clienti di AbKons anche il gruppo Ferrovie dello Stato Italiano

Ufficio principale: Themistokli Germenji, Tirana-Albania, info@abkons.com, tel: 35542258326, fax: 35542258326

UFFICI TAP

Svizzera

Trans Adriatic Pipeline AG
Lindenstrasse 2
6340 Baar, Switzerland
Telefono: +41 41 747 3400
Fax: +41 41 747 3401
enquiries@tap-ag.com

Albania

Trans Adriatic Pipeline AG Albania, Branch
Building No.12 (ABA Business Centre), 9th Floor, Office No.906
Papa Gjon Pali II street
1010 Tirana, Albania
Telefono: +355(4)4 306 937
Fax: +355(4)2 265 685
tapshqiperi@tap-ag.com

Ufficio locale di Korça
Blv. Fan Noli, edificio n. 4,
Secondo piano, 7000, Korça, Albania
Telefono: +355 (4)4 813 052
Alketa.Zallemi@tap-ag.com

Ufficio locale di Fier
Blv. Jakov Xoxa, Hotel Fieri,
Terzo piano, 9300, Fier, Albania
Telefono: +355 (4)4 813 052
Dhimitraq.Marko@tap-ag.com

Ufficio locale di Çorovoda
Distretto Çlirimi, Çorovoda, 5300, Skrapar, Albania
Telefono: +355 (4)4 813 053
Erjon.Piperku@tap-ag.com

Grecia

Trans Adriatic Pipeline AG Greece, Branch
5, Chatzigianni Mexi street
115 28 Athens, Greece
Phone: +30 213 0104500
Fax: +30 213 0104533
tapgreece@tap-ag.com

Ufficio di Progetto a Salonicco
43, 26th Octovriou & Kefalinias str
546 27 Thessaloniki
Tel: +30 2310 553926
Fax: +30 2310 513568

Ufficio locale di Salonicco
5 Ag. Georgiou Street, Pilaia  Thessaloniki, P.C. 57001
Tel: +30 231 6006 800
Fax: +30 213 0104 533

Ufficio locale di Komotini
17, Irinis Square & Papaflessa str
69132 Komotini
Tel:  +30 25310 72686
Fax: +30 25310 29577

Ufficio locale di Kozani
15, Μ. Alexandrou
50100 Kozani, Grecia
Τel: +30 246 105 0807
Fax: +30 246 105 0809

Italia

Trans Adriatic Pipeline AG Italy, Filiale
Via IV Novembre, 149
00187 Roma, Italia
Telefono: +39 06 697 6501
Fax: +39 06 6976 5032

Trans Adriatic Pipeline AG Italy, Ufficio Operativo
Via Templari 11
73100 Lecce, Italia
Telefono: +0039 0832 249721
tapitalia@tap-ag.com

 

PER CONTATTI:

Alcuni nemici delle nocività

c/o Biblioteca Anarchica Occupata Disordine

Via delle giravolte 19/a  73100 Lecce

disordine@riseup.net

 

Distruttore di macchine?

duffy-luddista

( Articolo Condiviso )

Günther Anders

I

Pensare, come avevano fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituire noi e il lavoro che svolgiamo, è assolutamente antiquato. Dove siamo rimasti noi stessi a lavorare, perlopiù lavoriamo non «ancora», bensì «nuovamente»: in questo caso infatti, noi sostituiamo le macchine. O perché talvolta queste difettano nel funzionamento, oppure perché – e qui parlare di «ancora» sarebbe legittimo – le macchine che ci dovrebbero «davvero» essere non sono ancora scandalosamente state inventate. In questo caso noi «sostituiamo» il non-ancora-esistente. Naturalmente la nostra prestazione sostitutiva è sempre miserabile. Se gli apparecchi che sostituiamo potessero osservare il nostro sforzo di sostituirli, riderebbero dei nostri goffi tentativi. Ma dico appunto «se», e «riderebbero» al condizionale. Perché ovviamente, in quanto apparecchi, sono orgogliosi della loro incapacità di ridere o addirittura del loro non poter essere orgogliosi di qualcosa.

 

II

Oggi sono stato di nuovo costretto a leggere che sarei un «reazionario distruttore di macchine». È il più stolto di tutti i rimproveri possibili. Perché la mia battaglia non riguarda affatto, come nel XIX secolo, i modi di produzione, bensì i prodotti. Non ho mai suggerito che i missili dovrebbero essere prodotti a mano fra le mura di casa anziché nelle fabbriche. Ma ho sempre detto che i missili non dovrebbero essere costruiti.

 

III

Quelli che ci definiscono «distruttori di macchine», li dovremmo chiamare «distruttori di uomini».

 

Fuori da questo mondo

4-28-14

( Articolo Condiviso )

Charles Baudelaire
Questa vita è un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiare letto. Questo vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, quello crede che guarirebbe accanto alla finestra.
A me sembra che starei sempre bene là dove non sono, e di questa questione di trasloco discuto di continuo con l’anima mia.
«Dimmi, anima mia, povera anima infreddolita, cosa ne diresti di andare ad abitare a Lisbona? Là deve fare caldo e tu ringagliardiresti come una lucertola. Quella città è sulla riva dell’acqua; si dice che sia costruita in marmo, e che la popolazione abbia un tale odio per i vegetali da sradicare tutti gli alberi. Ecco un paesaggio di tuo gusto; un paesaggio fatto di luce e minerali, e di acqua per rispecchiarli!».
L’anima non risponde.
«Visto che ami tanto la quiete, con lo spettacolo del moto, vuoi venire ad abitare in Olanda, terra beatificante? Forse ti divertiresti in quelle contrade di cui hai spesso ammirato l’immagine nei musei. Che ne diresti di Rotterdam, tu che ami le foreste di alberi maestri, e le navi ormeggiate ai piedi delle case?».
L’anima resta muta.
«Forse ti piacerebbe di più Batavia? Vi troveremmo, fra l’altro, lo spirito d’Europa sposato alla bellezza tropicale».
Nemmeno una parola. Che la mia anima sia morta?
«Sei dunque giunta a tal punto di intorpidimento da compiacerti solo del tuo male? Se è così, fuggiamo verso quei paesi che sono analogie di Morte.
— Ho quel che ci serve, povera anima mia! Faremo le valigie per Tornio. Andiamo ancora più lontano, all’estremo capo del Baltico; o ancora più lontano dalla vita, se possibile; installiamoci al Polo. Là il sole sfiora solo obliquamente la terra, e le lenti alternative della luce e della notte sopprimono la varietà e accrescono la monotonia, questa metà del nulla. Là potremo fare lunghi bagni di tenebre, mentre, per divertirci, le aurore boreali ci invieranno ogni tanto i loro rosei fasci, come riflessi di un fuoco d’artificio infernale!».
Finalmente l’anima mia esplode, e saggiamente mi grida: «Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!»

Il Pentagono non sa dove sono finiti $6.5 trilioni di dollari

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Le cifre pazzesche inghiottite dalla Casta più vorace del pianeta: il complesso militare-industriale USA. Sei milioni e mezzo di milioni di dollari senza tracciabilità.

( Articolo Condiviso )

di Maria Grazia Bruzzone.

con nota preliminare aggiunta da Pino Cabras

NOTA PRELIMINARE

L’articolo di Maria Grazia Bruzzone che vi proponiamo racconta di cifre pazzesche inghiottite dalla Casta più vorace del pianeta: il complesso militare-industriale nordamericano.

6,5 trilioni di dollari significa 6.500 miliardi o, se volete sei milioni e mezzo di milioni di dollari. Tutti non tracciati bene, dispersi in migliaia di rivoli opachi.

Nel quindicesimo anniversario dei mega-attentati dell’11/9, l’autrice ci ricorda un episodio che anche noi in passato avevamo segnalato.

Il 10 settembre 2001 il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld  fece sapere nel corso di una conferenza stampa che oltre duemila miliardi di dollari nei fondi del Pentagono non potevano essere rendicontati. Più precisamente Rumsfeld dichiarò che «in base ad alcune stime non possiamo rintracciare le transazioni relative a 2,3 trilioni di dollari».

Una tale rivelazione di norma avrebbe innescato un immenso scandalo. Tuttavia, l’inizio dell’attacco su New York e Washington la mattina seguente avrebbe garantito che la storia restasse sepolta.

2,3 trilioni di dollari corrispondevano allora a ottomila dollari per ciascun uomo, donna o bambino statunitense. Irrintracciabili. Segreti. Oggi, fatte le debite proporzioni, il conto sarebbe di circa 22mila dollari pro capite.

È curioso notare che uno degli uffici del Pentagono, il ‘Resource Services Washington’, perse nell’attentato 34 dei suoi 65 addetti, in gran parte analisti di budget. Era un mestiere pericoloso. Ma oggi i grandi giornali non fanno più domande scomode.

Buona lettura!

Pino Cabras

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Continua a rimbalzare sul web una storia che ha dell’incredibile. Una faccenda tutta americana venuta alla luce a fine luglio ma ignorata dai grandi media, sebbene appaia così enorme da far impallidire i nostri scandaletti domestici. E neppure nuova, scopriremo.

 

A rilanciarla con enfasi è William Engdhal su NEO , blog serio e autore altrettanto attendibile sia pure radical.  Che la prende come spunto per dissertare sulla decadenza degli Stati Uniti, anzi, dell’impero americano, paragonato a quello dell’antica Roma nel quarto secolo DC. Ma qui interessa la vicenda in sé, pur sintomo del malfunzionamento di un sistema economico e politico che riguarda anche noi, periferia estrema di quell’impero.   Il

 

In nocciolo della questione è presto detto, ben riassunto nel titolo di un post di wakingtimesmedia.com del 4 settembre scorso : “Un audit rivela che il Pentagono non sa dove siano andati a finire $6,5 trilioni di dollari”.  Letteralmente.  E $6.5 trilioni non sono esattamente bruscolini, si tratta di $6500 miliardi . Circa il 40% del PIL degli USA, osserva a sua volta Engdhal. “Disperso in azione”.   Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti.

 

L’incredulità scema davanti al testo originale dell’audit report– piatto e preciso, datato 26 luglio 2016, e ai precedenti: l’inchiesta di Reuters del 2013 di cui dà conto thefiscaltimes.com, il cui post del 27 luglio è il primo a dare la notizia con rilievo; un servizio CBS Evening News del gennaio 2002, che cita l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che ammette buchi neri da $2.5 trilioni. Ma lo  fa il 10 settembre 2001,  vigilia dell’11/9. Ripreso daBusiness Insider nel 2010 . I precedenti insomma non mancano.
 

Viene in mente un’altra esplosiva inchiesta del 2010  di Dana Priest (premio Pulitzer)  e William Arkin, giornalisti   investigativi del Washington Post, lanciata da molti siti e magazines, da Huffington Post a Democracy now, a New Republic (che peraltro la critica), ecc: Top Secret America, sul mondo iper-segreto dell’intelligence e dintorni creato dal governo americano dopo l’11/9 , diventato così segreto che nessuno sa esattamente quanto costa e quanta gente coinvolge.

Ma andiamo con ordine.

 

Il report dell’Ispettore Generale della Difesa. Il Defense Finance and Accounting Service (DFAS), agenzia basata a Indianapolis, svolge i servizi finanziari e di contabilità per i membri civili e militari del Pentagono ed è responsabile dei pagamenti di tutto il personale militare e non del Dipartimento della Difesa, dei pensionati e dei beneficiari di rendita, dei contractors e dei venditori del Pentagono. L’agenzia ha in carico anche le iniziative elettroniche del governo, compreso   l’Ufficio Esecutivo del Presidente, il Dipartimento dell’Energia e il Dipartimento degli affari dei Veterani.

 

Ebbene, “il report dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Difesa rilasciato il 26 luglio scorso ha reso noto che il Defense Finance and Accounting Service- DFAS  non ha potuto fornire una documentazione adeguata per ‘$6.5 trilioni di ‘aggiustamenti’  di fine anno al fondo generale per le transazioni e  i dati  dell’Esercito.

 

Il post di Engdhal  cita brani del report.

” L’Ufficio dell’Assistente segretario all’Esercito e il DFAS non hanno supportato adeguatamente $2.8 trilioni negli aggiustamenti del ‘journal Voucher’ del terzo trimestre 2015 e $6.5 trilioni in quelli di fine anno fatti durante l’anno fiscale 2015 . Ciò perché l’Ufficio dell’Assistente Segretario all’Esercito e il DFAS non hanno corretto le carenze del sistema.”

(“i Journal vouchers, spiega Engdhal, forniscono i numeri seriali, le date delle transazioni, l’ammontare delle spese – non molto complicato”).

Nel nuovo report dell’Ispettore Generale nulla indica che qualcuno abbia smarrito o si sia eclissato con grandi somme di denaro, osserva thefiscaltimes com. E però, scrive, le affermazioni che l’Ispettore Generale aggiunge quanto meno aprono un ulteriore mistero. Riferisce infatti l’IG:

“Inoltre il DFAS di Indianapolis non ha documentato o spiegato perché il sistema che si occupa del budget del Dipartimento della Difesa ( Defense Departmental Reporting System-Budgetary -DDRS, a budgetary reporting system) ha rimosso almeno 16.513 su 1.3 milioni di record durante il terzo trimestre del 2015. i dati usati per preparare i resoconti finanziari del terzo trimestre e quelli di fine anno sono inaffidabili e mancano di un adeguato tracciamento (audit trail)” .

Enghdal non ha dubbi che tali parole espongano  “la corruzione rampante al cuore del più grande Leviatano militare del mondo, il Pentagono”.

 

“Tradotto – spiega – significa che l’Esercito – che è solo una parte delle Forze Armate Usa – ha distrutto i documenti contabili, non ha provveduto un audit trail per rendicontare i fondi allocati dal Congresso e ha fatto aggiustamenti di fine anno apparentemente arbitrari  e non verificabili per un valore di $6.5 trilioni” [ un valore complessivo, non riferibile solo al 2015, par di capire].

“In altre parole, non solo hanno falsificato i libri, se li sono fritti, per trilioni, trilioni trilioni”.

 

FED e Pentagono da sempre senza controlli e rendiconti. “E’ interessante osservare – aggiunge Engdahl – che esistono due grandissime istituzioni con legami governativi o agenzie governative che non hanno mai sottostato a un audit indipendente. Una è la Federal Reserve [la banca centrale americana], istituto che ha proprietari privati ma è legato al Governo e si suppone sia monitorato dal Congresso . La seconda è il Pentagono.

[A richiedere un audit della Fed è stato più volte Ron Paul, l’anziano politico libertario Repubblicano membro del Congresso. A lungo senza esito, ndr.]

 

” Il Dipartimento della Difesa negli anni è stato ben noto per le sue pratiche contabili lasche . Il Pentagono non ha mai subito un audit su come spende i trilioni di dollari per guerre, equipaggiamenti, personale, alloggi, cure mediche e approvvigionamenti vari – scrive a sua volta thefiscaltimes.com.

E aggiunge che “un impaziente Congresso ha chiesto che l’Esercito si metta in grado di essere pronto a un audit da tenere per la prima volta il 30 Settembre 2017, cosicché i legislatori possano meglio maneggiare la spesa militare. Ma i ‘guardiani’ del Pentagono ritengono che sia una missione impossibile, e per buone ragioni”.  E’ la premessa del post, a seguire il racconto del report
 

Gli allarmi del passato: l’inchiesta Reuters del 2013. 

La seconda parte dell’inchiesta, pubblicata da t hefiscaltimesin un post precedente (Come il Pentagono falsifica i libri contabili per nascondere gli sprechi), comincia citando due testimoni-talpe ormai pensionati. “Linda W., 15 anni all’ufficio del DFAS di Cleveland preparava i report mensili che dovevano far combaciare i libri contabili della Marina con i dati del Tesoro.  Ogni mese gli stessi problemi: numeri mancanti, numeri sbagliati, numeri senza spiegazione su dove il denaro era stato speso. Numeri molto spesso inaccurati, senza dettagli.

 

“I dati arrivavano due giorni prima della chiusura dei conti . All’ultimo momento erano gli stessi superiori a ordinare di inserire cifre false, che chiamavano plugs, per far combaciare i totali con quelli del Tesoro.  Secondo Jeff Y., 17 anni nello stesso ufficio di Cleveland, ai supervisori veniva chiesto di approvare ogni plug, migliaia ogni mese.

 

“Agli uffici del DFAS che tengono la contabilità per Esercito, Marina, Aeronautica e altre agenzie della difesa, falsificare i conti con dati fasulli è una procedura operativa standard, ha trovato Reuters. E il ‘ plugging‘ non è confinato nel DFAS. Ex funzionari del servizio militare riferiscono che è prassi comune che le trascrizioni a livello operativo nei vari servizi vengano effettuate con numeri creati apposta per coprire le informazioni mancanti”.

 

“.Il Pentagono ha sistematicamente ignorato gli allarmi sulle sue pratiche contabili. “Gli aggiustamenti . possono mascherare problemi più grandi “, ha fatto presente il Government Accountability Office, braccio investigativo del Congresso, nel suo rapporto del 2011.   Ignorato, a quanto pare.

 

“I plugs sono anche il sintomo di un problema  maggiore: la cronica incapacità del Pentagono di tenere traccia del suo denaro: quanto ne ha, quanto paga, quanto viene sprecato o rubato”.

” Gli errori sono soltanto una piccola parte delle somme che annualmente spariscono nella vasta burocrazia che maneggia più della metà di tutte gli esborsi approvati dal Congresso . Il budget del Dipartimento della Difesa 2012 è stato di $565.8 miliardi, superiore ai budget della Difesa dei 10 paesi che spendono di più, compresi Cina e Russia.

 

“Il Pentagono non è neppure capace di tenere sotto controllo i suoi grandi magazzini di armi, munizioni, e altre forniture. ha accumulato arretrati per più di mezzo trilione di dollari in contratti mai verificati con venditori esterni .”. (Il Pentagono non ha idea di cosa facciano 108.000 contractors, è il titolo di un altro post)
Non è capace, non vuole o entrambe le cose?

 

‘Un amalgama di feudi’.  Reuters osserva come il Pentagono sia la sola agenzia federale a non aver ottemperato alla legge che prescrive audit annuali “Ciò significa che degli $8.5 trilioni di denaro pubblico elargiti dal Congresso dal 1996 –  il primo anno in cui si suppone che vi sia stata una verifica – non è mai stata data alcuna spiegazione”.

 

“Nel 2009 il Congresso passò una legge che chiede al Dipartimento della Difesa di essere pronto a un audit entro il 2017. Il Segretario alla Difesa Leon Panetta nel 2011 ha ordinato di predisporre i libri contabili principali entro il 2014.

Una scadenza che molto probabilmente non verrà rispettata”, scriveva Reuters nel 2013

 

E qui scopriamo l’aspetto forse più sorprendente, in una America che immaginiamo efficiente e tecnologicamente  avanzata – tanto più in un settore come quello della Difesa, e in una struttura,  il Pentagono,  che dovrebbe essere   la punta di diamante del sistema. La realtà è l’opposto.

 

“La ragione principale [del mancato rispetto della scadenza del 2017, che Reuters già prevedeva] è che il Pentagono continua ad affidarsi a un groviglio di migliaia di sistemi contabili e gestionali disparati, obsoleti, e largamente incompatibili fra loro. Molti risalgono agli anni ’70 e funzionano con linguaggi informatici sorpassati e vecchi computer mainframes. Questi utilizzano sistemi di file (di archiviazione) antiquati che rendono difficile se non impossibile la ricerca di dati. Molti dei loro dati sono corrotti e sbagliati.

 

“Nessuno è d’accordo su quanti di questi sistemi di contabilità e gestione siano in uso. Lo stesso Pentagono avanza la cifra di 2200, sparsi attraverso i servizi militari e altre agenzie della Difesa.   C’è chi avanza addirittura il numero di 5000.

‘Ci sono migliaia e migliaia di sistemi. Non sono sicuro che qualcuno sappia quanti ce ne siano’ ha detto una volta in un’intervista il vice Segretario alla Difesa Gordon England”.

 

Il Segretario alla Difesa Robert Gates in un discorso nel 2011 ha descritto il modo di operare del Pentagono come un amalgama di feudi senza un meccanismo centralizzato in grado di allocare le risorse, tracciare le spese e, soprattutto, misurare i risultati.  Una metafora che probabilmente spiega anche il perché ogni tentativo di razionalizzare le cose sia negli anni miseramente fallito. Come l’inchiesta di Reuters racconta più avanti.

 

Il Pentagono – riassumiamo – ha infatti speso decine di miliardi di dollari per   migliorare il sistema con nuove e più efficienti tecnologie così da renderlo pronto per i necessari audit.  Ma molti di questi nuovi sistemi hanno fallito, aggiungendo altri sprechi a quelli che si proponevano di fermare. Seguono esempi vari di insuccessi, ma ci fermiamo qui.

 

Il tutto avviene nell’apparente indifferenza dei media, e dello stesso Parlamento Usa. Dove non è forse un caso – aggiungiamo noi – che i due Committee on Armed Services  del Senato e del Congresso, che dovrebbero vigilare, siano da sempre presieduti da due repubblicani ultraconservatori e soprattutto falchi: il neocon John McCain (Senato), in prima fila in tutti i recenti regime change, e il texano William Mac Thornberry, a suo tempo firmatario del Contratto con l’America di Newt Gingrich. En passant, del Committee del Senato dal 2003 al 2009 ha fatto parte anche la senatrice Hillary Clinton, molto attiva, anche nello stringere legami con alti ufficiali, nonché nel ricevere donazioni dai militari (vedi qui Underblog ).

 

“Il Congresso nei confronti della Difesa è stato molto più indulgente che verso le corporations, le grandi imprese. A queste dopo lo scandalo Enron sono state imposte regole, con penali ai managers che certificano il falso.   Mentre i media tendono a focalizzarsi solo su dettagli scandalosi: come le tavolette per WC da $604 per la Marina o le macchine da caffè da $7600 per l’Aeronautica”, scrive ancora Reuters.

Qualche rara volta però è capitato che il tema lo si sia toccato, con testimonianze d’eccezione.

 

  La scandalosa ammissione di Rumsfeld nel 2001. Nel gennaio 2002 CBS Evening News, trasmette un servizio inconsueto, intitolato Guerra allo Spreco, che riprende  sue news di qualche mese prima.

 

“Il 10 settembre 2001 il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld [governo di G.W.Bush] ha dichiarato guerra.   Non ai terroristi stranieri, ma a ‘un avversario più vicino a casa. La burocrazia del Pentagono” . Ha detto che il denaro sprecato dai militari rappresenta una grave minaccia. ‘Si può dire che sia una faccenda di vita o di morte’ “- è arrivato ad affermare.

 

“Rumsfeld ha promesso grandi cambiamenti . Ma il giorno dopo – l’11 settembre – il mondo è cambiato e nella foga della guerra al terrorismo quella agli sprechi è stata dimenticata” osserva CBS . E aggiunge: “Giusto la settimana scorsa il presidente Bush ha annunciato un incremento di $48 miliardi al budget della Difesa”.

Sarà solo l’inizio, per un’amministrazione che con le guerre in Afghanistan e Iraq ha inaugurato una politica bellicista che continua ancora oggi, magari per procura, con varie giustificazioni (o pretesti): l’esportazione della democrazia, la sicurezza nazionale, la lotta al terrorismo, i nemici minacciosi in agguato, in testa Vladimir Putin, che Hillary Clinton è arrivata a paragonare a Hitler.

 

Più denaro al Pentagono mentre i suoi stessi revisori ammettono che la Difesa non riesce a tenere il conto del 25% di quanto spende? Controbatteva il corrispondente di CBS News.

“Seconde certe stime non possiamo tracciare $2.3 trilioni di transazioni” convenne Rumsfeld.  

 

“Vent’anni or sono – aggiunge CBS nel servizio del 2002 – un analista del Dipartimento Difesa, Franklin Spinney espose quelli che chiamò ‘giochi contabili’.  E’ ancora qui, e ritiene che il problema sia peggiorato. “Questi numeri sono pura fantasia . ” I libri contabili vengono falsificati di routine, anno dopo anno“.

 

“Sappiamo che i soldi sono andati . Ma non sappiamo per cosa sono stati spesi disse Jim Minnery, una talpa del Servizio Finanza e Contabilità della Difesa. ” Devono nascondere la faccenda”. Da qui parte la corruzione.Devono coprire il fatto che non sono in grado di svolgere il compito”, aggiunse dopo aver raccontato i suoi inutili tentativi di parlarne coi superiori.

 

[Segno di inefficienze e forse anche di corruzione, è l’F 35, il caccia di 5° generazione della Lockeed Martin che “potrebbe non essere  mai pronto a combattere”, come titola il più recente dei post dedicati all’argomento, di qualche giorno fa. Ed è il giudizio di un tecnico. Malgrado i miliardi che continuano ad essere profusi profusi nel progetto del 2001 Joint Stright Fighter più  dispendioso della storia  del Pentagono, i cui costi continuano a lievitare. Uno smacco per l’America,  il fatto che il nuovo fighter sia sempre nel limbo per ritardi e soprattutto abbia performances non soddisfacenti, mentre Putin ha cominciato la produzione in massa  del suo T-50, il jet di 5a generazione da vendere anche all’estero, raccontava The Fiscal Times l’anno scorso].

Chiusa parentesi. Torniamo al tema.

 

  1. Business Insider cita di nuovo Rumsfeld e punta il dito sulle guerre.“Essere il poliziotto del mondo non è soltanto incredibilmente costoso, è strategicamente suicida” scrive quello che allora era un sito di news economiche ‘alternativo, citando la pesante ammissione di Rumsfeld, in testa a un post che presenta 14 ‘fatti’ per dimostrare la tesi che una Difesa che si allarga così tanto nel globo non solo costa enormemente ma finisce per essere inefficiente, mettendo a rischio una risposta adeguata nel caso di una   seria minaccia.   Eccone qualcuno, le spese in primo piano:

 

Gli Usa hanno più di 700 basi (alcuni dicono più di 1000) in 130 paesi del mondo: con quale giustificazione?

Il budget 2010 del Pentagono è di $693 miliardi. Tuttavia considerando i ‘fuori bilancio ‘ e altre spese  nella categoria Difesa il totale arriva a $1.01-1.35 trilioni.

La spesa militare Usa è maggiore di quella di Cina, Russia, Giappone, India e resto della NATO messe insieme. Equivale al 44% di quella del globo.

Il Pentagono divora il 56% di tutta la spesa discrezionale del governo federale.

Le guerre in Iraq e Afghanistan costano più di $150 miliardi l’anno; $3.644 per ogni americano, uomo, donna o bambino.

 

Finora (fino al 2010) si stima che gli Usa abbiano speso per la guerra in Afghanistan $373 miliardi, per l’Iraq $745 miliardi.

 

Cifre sottostimate se a fine 2014 il Financial Times stimerà in $1trilione il costo dell’Afghanistan, la guerra più lunga mai combattuta, e in $2 trilioni quella in Iraq.

Secondo un rapporto del 2015 del Center of Strategic and International Studies il prezzo finale delle due guerre potrebbe raggiungere i $6 trilioni, “il 50% di più di quanto l’intero governo federale spende in un anno”.

 

Tenere conti precisi di tali entità non deve essere certo semplice. E infatti i costi lievitano.

 

Dall’11/9 le spese per la Difesa sono passate da $316 miliardi nel 2001 a $691 miliardi, per scendere dopo il sequester del 2013, fino a $583 nella proposta di Obama per il 2017, contestata da McCain e altri falchi . Cifre che includono le Overseas Contingency Operation (OCO), un capitolo a sé   stante che affianca il Basic Budget, solo apparentemente stabile.

 

Fatto sta che il debito pubblico americano, tra le nuove guerre e i salvataggi delle megabanche   post 2008 sta andando alle stelle, raddoppiando ogni decennio : $3.2 trilioni nel 1990, $5.6 nel 2000, $13.5 nel 2010, toccherà  i $20 trilioni nel 2016 e rappresenterà il 120% del PIL Usa nei prossimi anni. Nel 2013 il Congresso è costretto a varare una legge che consente lo sforamento del tetto previsto dalle norme vigenti, pur imponendo limiti alle spese federali – il cosiddetto sequester che tocca anche la Difesa. I media si affannano a tranquillizzare i lettori: vedi Time nel dibattito sul Budget 2017. 
 

  1. Top Secret America. Non solo Pentagono.Accanto all’opaco universo del Pentagono dall’11/9 insieme al nuovo Homeland Security Department ne è cresciuto un altro, che inghiotte altre centinaia di miliardi ed ancora meno trasparente, oggetto dell’inchiesta del Washington Post. Che inizia con queste parole:

 

“Il mondo top secret creato dal governo in risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 è diventato così grande, così poco maneggevole e così riservato che nessuno sa quanto denaro costa, quanta gente impiega e quanti programmi esistano al suo interno o esattamente quante agenzie fanno lo stesso lavoro”… Sono 1200 gli organismi governativi e circa 2000 le società private che lavorano su programmi di controterrorismo, sicurezza nazionale e intelligence. Una superstruttura capillare, che copre 10.000 località degli Stati Uniti in edifici quasi sempre mimetizzati, ma il cui cuore è nel distretto di Washington, dove dal 2001 sono stati costruiti 33 complessi per 17 milioni di mq, una superficie tre volte quella del già enorme Pentagono. Con una profusione di tecnologie da far impallidire James Bond.

Questo mondo parallelo è protetto da una straordinaria segretezza. “E’ una comunità chiusa” (dal post di Underblog, 2010, a cui rimandiamo, qui l’originale,qui un  documentario PBSqui intervista ad Arkinqui il libro).

 

Conclusione di Engdahl. “La rivelazione di un buco nero del Pentagono da $6.5 trilioni non è che un sintomo.  Una nazione che spende in guerre ovunque nel mondo ignorando il decadimento delle sue infrastrutture nazionali, per sistemare le quali si stima siano necessari $3.6 trilioni, la metà di quanto l’Esercito non riesce a rendicontare, è destinata al collasso. A meno che gli americani non siano disgustati dalla Sodoma e Gomorra che è oggi Washington e comincino ad agire al di fuori dallo schema (ouside the matrix, più suggestivo).

Già. Per Engdahl la corsa alla Presidenza fra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump è a sua volta un sintomo. Ma non aggiunge altro. Vediamo.
 

I candidati alla Presidenza e la Difesa . Entrambi per quanto riguarda la Difesa sono stati in un primo tempo vaghi, e apparentemente critici. Hillary, da sempre falco pro guerre da essere soprannominata Killary dai suoi critici, proponeva di istituire per prima cosa una commissione di saggi  (blue ribbon commission) per rivedere la politica e i livelli di spesa della Difesa.  Un’iniziativa che  ammiccava ai liberal, di cui però non c’è più traccia nel suo programma ufficiale. Dove propone di sottrarre il Budget della Difesa ai limiti del sequestro. Non diversamente da Trump.

 

Il candidato Rep va oltre. Inizialmente concentrato sui problemi interni, critico su spese statali inutili e costi militari eccessivi all’estero, proprio in questi primi giorni di settembre 2016 Trump ha rilanciato pesantemente in tutt’altra direzione. Abbracciando i piani dell’ Heritage Foundation, uno dei pensatoineocon, adesso vuole 50.000 soldati in più per l’Esercito, più di 70 nuove navi da guerra, 13 nuovi battaglioni per la Marina e circa 100 aerei per l’Aeronautica, proponendo un massiccio incremento della spesa a suo dire necessaria per essere meglio preparati per altre minacce globali. E però vuol far pagare di più a Germania, Giappone e Arabia Saudita per le basi Usa sul loro territorio (l’Italia non è citata).

Sarà per questo che gli Usa vedono con favore i piani per una Difesa Europea?

 

L’allarme di Eisenhower, 1961.  Non può non tornare alla mente l’allarme sui rischi del dilatarsi e rafforzarsi dell'”complesso militar-industriale” (sic) lanciato dal presidente Eisenhower, già comandante delle Forze Alleate nella II Guerra Mondiale, nel lontano 1961,  nel suo commiato alla nazione (e qui).

 

“Nell’amministrazione del governo dobbiamo guardarci dal dare per scontata un’influenza ingiustificata, cercata o non richiesta, da parte del complesso militar-industriale”.”La nostra organizzazione militare oggi ha poco a che vedere da quella che hanno conosciuto i miei predecessori in tempo di pace, o anche durante la II Guerra Mondiale e la Corea”.La congiunzione di un immenso establishment militare e di una grande industria bellica è nuova per l’America. La sua influenza totale – economica, politica, persino spirituale – è avvertita in ogni città, in ogni Stato, in ogni ufficio del governo federale”.”Eisenhower invitava i cittadini a “non lasciare che questa combinazione metta a rischio la libertà e i processi democratici” .

La guerra in Vietnam era appena iniziata.

 

Parole gravi e in qualche modo profetiche alla luce della forza acquistata da quello Stato profondo che da allora si è dilatato intrecciandosi col mondo dellafinanza. Tanto che si parla ormai di complesso militar-industriale-finanziario.

Fonte: http://www.lastampa.it/2016/09/12/blogs/underblog/il-pentagono-non-sa-dove-sono-finiti-trilioni-di-dollari-bKDB4PyqhMaxFWoC81tGeN/pagina.html.

Preferiamo il bordello

…è vero non si può migliorare col tuo schifo di educazione!

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( Articolo Condiviso )

Una occupazione a modo. Ordinata, pulita, fatta da cittadini diligenti e educati. Tanti bei servizi per i vicini. Educatrici dell’infanzia che seguono (?) bambini, orto sociale, burraco per gli anziani, biblioteca, università popolare con docenti dell’università che ci tengono tanto al loro titolo, mica ignoranti qualunque!
Mentre prima? Un posto abbandonato al degrado, al sesso mercenario e ai tossicodipendenti.
Ma sapete cosa c’è? Tutto ciò è insopportabile!
Al perbenismo che si indigna anche per una scritta su un muro PREFERIAMO IL BORDELLO!
Si continua a parlare di degrado o si lascia che i media parlino per gli altri e si disprezza chi si trova ai margini. Eh già! Ci sono persone che fanno uso di droghe fino alla dipendenza, che scoperta! E ci sono persone che vendono il proprio corpo per mangiare. A volte volontariamente, troppe volte dietro sfruttamento. Benvenuti nel mondo!
Ciò che non riusciamo a digerire è il giudizio, divenuto pregiudizio, l’atteggiamento da preti bacchettoni. Il presentarsi come persone per bene, utili alla società che si riappropriano di uno spazio per renderlo produttivo.
E noi invece? Preferiamo quello che viene definito degrado ad un mondo pulito e ordinato, ma pieno di contraddizioni.
Vogliamo parlare dei media usati per fare da cassa di risonanza, quei media che fomentano odio e razzismo verso i diversi, che mistificano la realtà e sono asserviti al padrone di turno? Quel quarto potere completamente prono ai potenti, che crea opinione. Come non definire questa una forma di prostituzione? E che dire delle istituzioni a cui ci si rivolge e che sono un gruppo di parassiti che sopravvivono grazie al consenso dei loro sudditi? Un’altra forma di prostituzione ben peggiore anch’essa. Vogliamo parlare della cultura, dell’Università, del ruolo che ha nel forgiare i prossimi tecnici di questo mondo, ai quali non sorgerà mai un dubbio ma che invece contribuiranno ad aumentare le gabbie del pensiero?
Ai nomi altisonanti con tanto di marchio PREFERIAMO IL BORDELLO!
All’egemonia politica preferiamo la sovversione di regole finalizzate a creare solo privilegi.
Vogliamo l’abbattimento di una morale opprimente tesa a classificare le persone e rinchiuderle in un pregiudizio (quando non in delle gabbie vere e proprie).
All’assistenza vogliamo sostituire la complicità.
Non vogliamo riempire il vuoto delle nostre vite con un modello edulcorato di felicità.
Non cerchiamo consenso, cerchiamo complici! Non cerchiamo ordine, cerchiamo rivolta!
Fa paura? Non è un problema, si può rimanere comodamente aggregati in un tiepido mondo pulito e colorato, ma per favore si lasci perdere ciò che non appartiene. Il conflitto e la rabbia contro questo Stato di cose lo si troverà in un bordello, in strada, nel disagio, oppure non si troverà.
Certo la consapevolezza è un’arma, la coscienza è uno strumento contro l’ingiustizia. Ma la libertà è ciò che vogliamo per noi e per gli altri, non un’alternativa più o meno istituzionalizzata che gestisca le vite delle persone. Meno brutale forse ma sempre carica di autorità!

 

Seditiones volant et manent

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Un nuovo consulente si aggira nei corridoi della Procura e della Questura di Torino. Più scheletrico di Fassino, più nauseabondo di Borghezio, più decrepito di Matusalemme, si aggira in quelle sale proprio come un fantasma. Anche perché è un fantasma. Quand’era in vita lo chiamavano Caio Tito ed officiava al Senato romano. Era lui, si vocifera, l’autore del detto «Verba volant scripta manent». Solo che — contrariamente a quanto si pensa — l’antico senatore non intendeva affatto consigliare di lasciare traccia di pensieri che altrimenti rischiano di svanire nel vento, tutt’altro! Il suo era piuttosto un invito alla cautela, alla prudenza, rivolto agli onorevoli colleghi di misfatti. Le parole pronunciate si possono sempre smentire, quelle impresse no.

C’è da domandarsi quale sia il senso attribuito alle sue celebri parole dalla sbirraglia savoiarda, la quale le ha appena riprese per battezzare l’operazione — Scripta Manent — che ha portato all’arresto di alcuni anarchici accusati di far parte della Federazione Anarchica Informale, responsabile nel corso degli ultimi anni di una serie di azioni dirette. Forse che il senso è proprio quello più moderno entrato nell’uso comune, come se fino ad oggi tutte le mega-inchieste contro anarchici ritenuti a vario titolo coinvolti nella Federazione Anarchica Informale si fossero dimostrate fallimentari perché basate su chiacchiere effimere, mentre questa volta la Procura torinese avrebbe in mano prove inconfutabili? Chissà, magari il riferimento è al significato che il motto latino ha posseduto per molti secoli: non un invito alla prudenza, né alla scrittura, bensì a parole alate in grado di andare lontano. Questo perché nell’antichità la scrittura era operazione lunga e faticosa, la cui attuazione e consultazione erano riservate a pochi eletti. Forse che le carte scritte dai magistrati, opera di anni ed anni di travaglio, sono riservate soltanto agli occhi di giornalisti e giudici, mentre sono soltanto le loro chiacchiere quelle che possano trovare un pubblico plaudente per le inchieste giudiziarie? Chissà, è un mistero.
Non è un mistero invece il fatto che a noi non interessa minimamente sapere se le parole e le carte della Procura di Torino siano più o meno attendibili. Così, di primo acchito, ci sembrano l’ennesima rimasticatura dei soliti vecchi teoremi finiti in un nulla di fatto (già formulati per l’operazione Cervantes nel 2004 o l’operazione Ardire nel 2012, segnate entrambe da alcuni arresti e decine di indagati), ritenuti presentabili solo perché conditi dalla Digos anziché ruttati dai Ros. La cosa non ci sorprende affatto, vista l’impossibilità congenita dei funzionari dello Stato di comprendere anche solo l’aria che si respira quando si è senza servi né padroni. Chi ha fatto dell’obbedienza una carriera non potrà mai capire chi ha fatto della libertà una vita. È condannato a vedere il mondo con gli stessi occhi con cui un pappone guarda l’amore. Per chi crede ancora nelle elucubrazioni dei magistrati, esse restano comunque tutte da dimostrare, fastidioso passaggio di cui gli uomini e le donne in toga farebbero volentieri a meno.
A fronte di quanto sta accadendo, diventano secondarie le eventuali differenze di prospettive, metodi ed obiettivi di lotta, perché non è questo ad essere in gioco. Oggi a venir presa di mira non è tanto una singola bandiera organizzativa con il suo colore particolare, quanto una possibile incarnazione di un’idea che è anche la nostra idea. Che è l’idea di ogni anarchismo orgoglioso di esserlo. Ovvero che la lotta contro lo Stato possa e debba essere condotta ovunque con furore, sempre e comunque, perché ovunque lo Stato impone il proprio ordine mortifero. Che passare alle vie di fatto contro i diretti responsabili dello sfruttamento e della alienazione della vita umana era significativo nel 1871, come nel 1919, come nel 1936, come nel 1945, come nel 1968, come nel 1977,… come lo è oggi nel 2016. Che lo Stato va abbattuto ad ogni longitudine e latitudine, sia a 3.400 chilometri di distanza che sotto casa, sia che tagli gole come quello islamico sia che prosciughi cervelli come quello democratico. Che l’attacco contro chi devasta e saccheggia non solo il pianeta ma la stessa esistenza umana è necessario e travalica ogni contesto sociale, essendo una urgenza che può essere sentita dai tanti come dai pochi.
È questa l’idea finita oggi nel mirino della repressione, un’idea che va difesa fino all’ultimo respiro.

«Ottenere molto a partire da poco»

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È lo slogan di presentazione dell’Istituto Nazionale di Criminalistica e Criminologia di Bruxelles, il suo obiettivo primario, il suo biglietto da visita. Sorta nel 1992, questa istituzione federale dipendente dal ministero della Giustizia è incaricata tra l’altro di analizzare, identificare ed archiviare le fibre tessili e le tracce biologiche presenti sulle scene dei crimini al fine di individuarne i responsabili. In poche parole, la scienza al servizio della polizia. Per molti malcapitati, le provette esaminate nei dieci laboratori ospitati da questo istituto aprono prima gli scantinati delle questure e poi le celle delle galere.
La sede dell’INCC è a Neder-Over-Heembeek, quartiere a nord della capitale europea. Protetti solo da un sistema di video-sorveglianza, gli edifici dell’istituto di notte vengono lasciati completamente deserti. Nessuna guardia giurata, nessun custode, nessuna pattuglia. Il particolare non deve essere sfuggito a qualche sguardo attento. Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 agosto, verso le due del mattino, una monovolume Peugeot rubata un mese fa ha sfondato uno dopo l’altro i cancelli di guardia. Percorsi alcune centinaia di metri, si è fermata sotto le finestre dell’ala che ospita sei laboratori di analisi. Due uomini mascherati sono usciti dal lato passeggeri. Mentre uno saliva sul tetto del veicolo per infrangere una vetrata, l’altro scaricava tre grossi boccioni issandoli sul tetto dell’auto. Dopo averli lanciati all’interno, l’uomo che si trovava in alto è penetrato a sua volta nell’edificio. Il secondo uomo ha deposto sul tetto del veicolo un sacco di plastica contenente del liquido o della polvere, che ha scagliato all’interno dei locali. In quel momento, sempre dal lato passeggeri è uscito un terzo uomo che ha piazzato una miccia. Risaliti tutti sull’auto, sono ripartiti con lo sportello posteriore sollevato per permettere alla miccia di srotolarsi per un centinaio di metri. Dopo averla accesa, gli uomini (tre o quattro, secondo gli inquirenti) si sono dileguati a piedi mentre il veicolo prendeva fuoco ed una esplosione provocava al pianterreno dell’edificio un incendio che si è ben presto esteso anche al piano superiore.
Non solo il fuoco, ma anche il fumo e l’acqua usata dai pompieri accorsi sul posto hanno contribuito a distruggere un numero imprecisato di «indizi» e di dossier. L’entità dei danni subiti dall’INCC è considerevole, forse l’ala colpita dovrà essere abbattuta del tutto, e ci vorranno molte settimane prima che tutti i suoi periti scientifici riescano a tornare al loro lavoro di sbirri.
Quanto ai responsabili dell’azione, c’è chi punta il dito contro il «terrorismo» e chi contro il «grande banditismo». Al portavoce della Procura di Bruxelles «sembra evidente che l’INCC non è stato scelto a caso. È ovvio che molti individui avrebbero interesse a far sparire elementi di prova dai loro dossier giudiziari». È altresì ovvio che questi signori hanno ben poco di cui lamentarsi. In fondo, sono loro stessi ad aver insegnato cosa fare agli ignoti incendiari. Con un po’ di ardire e di ardore, è possibile ottenere un buon risultato anche a partire da poco.

La rivoluzione anarchica

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Renato Souvarine
«È stata spesso ripetuta la frase: La rivoluzione sarà anarchica, o non sarà. L’affermazione può sembrare molto “rivoluzionaria”, molto “anarchica”, ma in realtà è una sciocchezza, quando non è un mezzo peggiore dello stesso riformismo per paralizzare le buone volontà ed indurre la gente a star tranquilla, a sopportare in pace il presente, aspettando il paradiso futuro».
Così E. Malatesta su Umanità Nova del 14 ottobre 1922.
Noi siamo di quelli che, durante l’emballement, l’infatuazione e il delirio dittatoriale di cui erano invasati non pochi anarchici partitisti, abbiamo insistito più che tutti gli altri, con ostinazione e convinzione, sulla Rivoluzione Anarchica, perché siamo convinti che missione degli anarchici, specialmente nei periodi rivoluzionari, è di predicare l’idea dell’Anarchia; e non, in attesa che le masse diventino anarchiche, allearsi coi partiti autoritari di governo per fare una rivoluzione purchessia, che, nel caso concreto, non essendo anarchica, sarà governativa. Ciò significa rinunziare alla nostra specifica funzione di anarchici: significa suicidarsi, tout court.
È gran tempo di apprendere dall’esperienza che i partiti autoritari non sono, per loro natura e definizione, rivoluzionari. Essi non vogliono la rivoluzione. Essi tendono alle rivoluzioni politiche, alla successione dei poteri. Ogni contatto o accordo con essi, per una rivoluzione purchessia, è una abdicazione dell’Anarchismo, a vantaggio dell’Autorità.
«Ma è impossibile realizzare l’Anarchia direttamente e immediatamente, perché le masse non sono anarchiche!», ci si obietta.
Ragione per cui gli anarchici devono far da anarchici fino alla realizzazione dell’Anarchia, dichiarandosi in rivoluzione in permanenza. Tale è il loro compito.
Il fallimento, o il riassorbimento di tutte le rivoluzioni da parte dell’Autorità, ci prova appunto che «all’infuori dell’Anarchia non c’è Rivoluzione»; ma cambiamento di basto e di padrone.
E le società umane hanno espresso appunto dal loro seno, attraverso queste terribili esperienza sanguinose, gli anarchici, perché convincano le grandi masse a cercar il pane e la libertà nell’Anarchia.
Solo gli anarchici sono rivoluzionari.
«Poiché la rivoluzione — scrive il filosofo Bovio — per compiere il suo ciclo destinato, si presenta come sociale, il partito rivoluzionario, per eccellenza, dev’essere anarchico. Si deve presentare non come avverso a questa o quella forma di Stato; ma a tutto lo Stato…».
Ecco in qual senso la Rivoluzione è Anarchica. Essa deve tendere a liberare le società umane dalle sovrastrutture statali.
«Noi intendiamo per rivoluzione — scrive P. Kropotkin — non già un cambiamento di governi; ma la presa di possesso di tutta la ricchezza e l’abolizione di tutti i poteri…».
E fu lui a proclamare altamente che «all’infuori dell’Anarchia, non v’è Rivoluzione».
Anche per Michele Bakunin la «rivoluzione è l’espropriazione del capitale sociale e la distruzione dello Stato».
E convinto che i partiti autoritari volevano una «rivoluzione di governo» per diventare a loro volta «classi dominanti e sfruttanti» non esitò a provocare una scissione cinquant’anni or sono a Saint-Imier. Perché mai dovremmo noi oggi riallearci ai partiti autoritari per far insieme una rivoluzionepurchessia — certamente governativa — la quale potrebbe segnare, date le infatuazione dittatoriali, anche un regresso sullo stesso regime borghese? Forse perché, non essendo le masse ancora anarchiche, non potremo realizzare l’Anarchia immediatamente all’indomani della rivoluzione?
Noi crediamo che i nostri compagni siano vittime del concetto contingentista immediatista ch’essi hanno dell’indomani della rivoluzione... Essi sono vittime dei fantasmi che si sono creati da loro stessi. Essi si sono buttati alla conquista delle masse. V’è del gregge anche anarchico. Furono fatte delle promesse. Si parlò loro di realizzazioni, di costruzioni immediate all’indomani della rivoluzione. E qualcosa bisogna ora ben dare. E siccome l’Anarchia non si può realizzare sic et simpliciter, così è necessario allearsi coi partiti autoritari per fare una rivoluzione purchessia, e per realizzare quel quantumch’è compatibile all’ombra del loro Stato operaio.
Noi abbiamo delle idee eterodosse sul ciclo della rivoluzione; sull’indomani della rivoluzione e sul compito specifico degli anarchici nel ciclo della rivoluzione.
Diciamo subito che il vasto e profondo processo di distruzione e di ricostruzione che usiamo chiamare «rivoluzione sociale» durerà tutta un’epoca storica, la quale, probabilmente, comprenderà dei secoli.
Il compito degli anarchici durante questo vasto ciclo storico è stato definito con efficacia, chiarezza e precisione da Eliseo Reclus: «Finché durerà l’iniquità, noi anarchici resteremo in rivoluzione in permanenza».
Convinti di questa profonda verità, noi andiamo scrivendo da parecchio che «siamo in rivoluzione in permanenza». e vi resteremo, finché non sarà scomparso l’ultimo vestigio di autorità statale e padronale.
Non solo; ma noi siamo pure convinti che siamo da molti anni in «periodo rivoluzionario» e crediamo quindi che la frase all’«indomani della rivoluzione» sia una frase molto lata ed elastica.
Che vuol dire «l’indomani della rivoluzione»? «L’indomani» può durare anche un secolo o alcuni secoli. E l’Anarchia trionferà non attraverso una, ma probabilmente attraverso una serie di rivoluzioni… E finché non trionferà l’Anarchia, i popoli non cambieranno che di basto e di padrone. Purtroppo, è battendo col naso nei «governi», cioè sanguinando, rimanendo delusi e amareggiati che le parti più intelligenti: le minoranze delle popolazioni, diventeranno anarchiche e s’uniranno agli anarchici per distruggere ogni governo.
Ma «è premessa salda e incrollabile dell’anarchismo, che una minoranza armata di audacia, di coraggio e di fede possa trascinare alle battaglie più cruente e più vaste il grosso dell’esercito proletario.
Perché la grande massa degli operai si persuaderà di tutta la grandezza della rivoluzione soltanto quando avrà potuto godere i benefici che essa ne apporterà» — ammoniva un noto compagno.
«E siccome una rivoluzione — precisava il mite Pietro Gori — sì vasta e profonda non si svolge e trionfa in un giorno, in un mese, od in un anno, ma riempie di sé tutta un’epoca, e sviluppa quasi in ogni istante della vita quotidiana i suoi singolari ed eloquenti fenomeni — così possiamo ben dire di esser già in piena rivoluzione sociale…».
E Luigi Galleani precisava bene e meglio ancora:
«Se oggi l’Anarchia non è, gli è evidentemente perché mancano le condizioni in cui possa stabilirsi e germogliare, donde la necessità della rivoluzione. Dalla quale non bisogna avere il criterio infantile che sia un lampo, una meteora. Se inseguendo il suffragio universale noi siamo sempre nel ciclo rivoluzionario della dichiarazione dei diritti, se è occorso cioè oltre un secolo perché si realizzassero i postulati della rivoluzione esclusivamente politica del 1789, bisognerà ritenere che il ciclo rinnovatore che sarà inaugurato dalla rivoluzione sociale duri anche più, e che durante questo lungo, attivo, incessante esperimento di forme e di rapporti l’umanità nuova troverà i mezzi di realizzare il sogno di libertà, di uguaglianza, di pace enunciato dall’aspirazione della rivoluzione anarchica».
Perché la questione è tutta qui: Noi sappiamo che, non essendo le popolazioni ancora anarchiche, non si potrà realizzare immediatamente, dopo una, due, tre, ecc. rivoluzioni nei differente paesi l’Anarchia. Noi sappiamo, purtroppo, che le rivoluzioni saranno riassorbite dalle Autorità, cioè dai partiti autoritari di governo. Ma è forse compito degli anarchici allearsi coi suddetti partiti autoritari e dar loro una mano a riassorbire la rivoluzione coll’illusione di realizzare… che cosa? O non è forse missione degli anarchici di «restar in rivoluzione in permanenza», di tendere l’arco di tutte le forze per mantenere il ciclo della rivoluzione il più lungamente aperto che sia possibile, e, soprattutto, denunziare subito ai lavoratori il «governo» come il distruttore della rivoluzione, perché essi, battendoci dentro col naso, imparino che la «rivoluzione è anarchica, o non è rivoluzione; ma cambiamento di governo e di governanti»?
Predicando poi la «rivoluzione anarchica» non è vero che «si fa il gioco della borghesia» perché si rinunzia alla… rivoluzione purchessia, fatta d’accordo coi grandi… rivoluzionari D’Aragona e Serrati. Nella fattispecie, cioè nel passato periodo rivoluzionario, noi abbiamo compiuto tutta la nostra parte. Ciò dovrebbe esser noto a U.N., ci pare.
Ma i nostri compagni ci pare che da quando hanno costruito un Partito rispettabile sian vittime del miraggio della ricostruzione! Essi, pur di ricostruire, si alleerebbero col diavolo per una rivoluzione purchessia. E sono tanto invasati da questa diabolica e grande illusione ricostruttoria di denunciare urbi et orbi che noi predichiamo la rivoluzione anarchica, perché non vogliamo neanche un tozzo di rivoluzione ottenibile con degli accordi coi Confederalisti e coi socialisti. Come se noi avessimo la potenza taumaturgica di evitare e scongiurare le rivoluzioni con questo cencio di carta! Hanno un bel e profondo concetto delle necessità storiche, davvero!
Ma giust’appunto perché le masse non sono anarchiche; perché sarà impossibile realizzare l’Anarchia subito all’indomani; noi domandiamo a codesti egregi compagni, se è già sorpassato il periodo demolitore e se siamo entrati nel periodo ricostruttore. E dovrebbero dirci che cosa precisamente vogliono e possono ricostruire d’accordo coi partiti autoritari colla loro rivoluzione purchessia, che non sia un governo con la relativa forca e lo sterminio degli anarchici!
Le rivoluzioni avvengono — bene e meglio — senza gli accordi coi socialisti di governo. E compito degli anarchici in esse è distruggere nella psicologia delle folle l’«idea» del governo e impedirne il «fatto»…
Alla vigilia del Congresso Anarchico di Bologna, luglio 1920, Luigi Galleani così ammoniva gli anarchici «ricostruttori» intenti a costruire i «piani di riorganizzazione» per l’imminente rivoluzione. Scriveva dunque Luigi Galleani:
«La prossima rivoluzione che dovrà sovvertire dalle fondamenta, nelle sue basi economiche, nei basistici privilegi di classe l’infame ordine sociale, non durerà dunque che dal sabato al lunedì, in cui i consigli di fabbrica accorreranno per adagiare sulle vecchie fondamenta la casa nuova che avranno arbitrariamente costruita pei redenti cittadini dell’ordine novo?
Non ci fate piangere!
La rivoluzione del 1789, la quale non investì che l’opera morta, che l’involucro esteriore dell’antico regime, non ha dopo centotrent’anni realizzato fino ad ora i postulati della Dichiarazione dei Diritti: i nostri buoni “cittadini” sono sempre a comizio per reclamare il suffragio universale.
Interpretata dai filosofi, da Gianbattista Vico o da Giuseppe Ferrari, la storia affida a ciascuna generazione la sua parte del compito rinnovatore. La generazione critica è superata? Ed è la volta allora della generazione che del vecchio, dell’irrazionale, dell’iniquo, deve iniziare la demolizione. È la nostra. Non vorrà, speriamo, eluderlo ipotecando la funzione ricostruttiva dei nipoti.
Distruggere deve! Scavare la fossa al passato, abbattere nell’ordine borghese ogni vestigia, sgombrare il terreno ai figli che, liberi, potranno soli riedificare la libera città dell’uguaglianza e della pace, della giustizia e dell’amore che è il nostro sogno, che sarà il loro orgoglio e la loro gloria».
Ed alcuni anni prima così precisava egli la missione degli anarchici nel periodo attuale:
«Non è dinnanzi a voi che una forma ed un patto di ricostruzione: distruggere! demolire, liberare il terreno dalle scorie e dai detriti del vecchio ordine;distruggere! senza scrupoli, senza pietà, senza riposo, senza paure: distruggere!
Penseranno i venturi, i figli ed i nipoti ad edificare la città nuova e felice, in cui tutti gli aneliti di libertà troveranno la consacrazione, il pensiero libero, il lavoro libero, l’amore libero, la libera integrale educazione dei figli ad ugual presidio della vita e della civiltà.
Distruggere!
Mano alla scure ed al piccone e menate sodo: non c’è altro rimedio!».
Allearsi coi partiti autoritari per aiutarli con una rivoluzione purchessia a rizzare la forca per gli… alleati anarchici è rinunziare al nostro compito di anarchici, è abdicare, è suicidarsi.
Bisogna rimanere in rivoluzione in permanenza sino alla distruzione dell’ultimo vestigio dell’Autorità, sino all’avvento dell’Anarchia. Perché l’Anarchia hanno da realizzarla gli anarchici. I governi fondarli gli autoritari. Nessun compromesso è possibile o utile, per nessuna ragione, tra libertari e autoritari.
Noi dobbiamo restare accampati perennemente contro i Governi, le Autorità e i partiti di autorità che sono gli embrioni di governo. Noi dobbiamo tendere con tute le energie alla Rivoluzione Anarchica, perché «all’infuori dell’Anarchia non v’è Rivoluzione». Non v’è che cambiamento di governo e di governanti.
«All’anarchia — intesa come società di liberi e d’uguali — non si passerà così, di punto in bianco. Avrà un’applicazione universale, per dir così, soltanto quando l’umanità tutta si sentirà capace di vivere senza le odierne forme di coercizione. E le rovescerà pel fatto stesso che non le ritiene necessarie, ma dannose. Però se l’anarchia potremo viverla in un lontano domani e la saluteranno certo le generazioni ora nascenti, l’anarchismo noi possiamo e dobbiamo viverlo oggi.
Perché l’anarchismo si propone di determinare la lotta che già esiste oggi latente nel seno della società in senso proficuo agli interessi di tutti, di svegliare lo spirito di ribellione innato nel popolo e spingerlo alla rivolta contro le classi dominanti.
Attraverso una serie di insurrezioni e di rivoluzioni, il proletariato giungerà alla sua integrale emancipazione dal triplice servaggio economico, politico e morale».
Gli anarchici devono lavorare per la rivoluzione anarchica.
[L’Avvenire Anarchico, 1922]

Chi ha preso i soldi del Belice

“bisogna assolutamente assicurare procedure trasparenti, controllate, semplici, soprattutto affidate a persone di comprovata onestà”. E’ questo l’appello lanciato oggi da Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. “Non basta, non è sufficiente, il super controllore, l’Anac. Ci vogliono le persone oneste sul campo, le persone preparate e capaci sul campo”, ha aggiunto, intervenendo al Festival delle Nuove…

via Chi ha preso i soldi del Belice… — La Malalingua