Archivio mensile:dicembre 2016

Chi sono quelli che non restituiscono i prestiti al Mps?

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Perché una banca può andare a rotoli? Perché i soldi che ha prestato non sono tornati indietro e sono diventati  “sofferenze bancarie”, ossia crediti quasi inesigibili che probabilmente non rientreranno tutti o non rientreranno mai. Ma chi sono i furbetti che hanno preso i soldi in prestito dalla banca e poi non riescono o non intendono restituirli? E’ il sig. Mario che ha fatto un mutuo ma poi è stato licenziato e non riesce più a pagare le rate per la casa? Robetta!!  E’ la sig.ra Maria che ha chiesto un prestito per pagare il rifacimento della facciata del palazzo e sta saltando le rate? Bazzecole!! A mettere in crisi le banche sono soggetti che somigliano molto ai banchieri e spesso ci vanno a cena insieme: i prenditori.

Una analisi dei debitori del Monte dei Paschi di Siena, porta alla luce tanti nomi della imprenditoria italiana ai quali la banca ha prestato soldi e che da tempo non sono rientrati.

Fra i clienti che non hanno rimborsato il Mps troviamo ad esempio la Sorgenia della famiglia De Benedetti che ha lasciato un buco di 600 milioni e poi Don Verzè fondatore del l’ospedale San Raffaele portato al dissesto con un buco di duecento milioni. Fino all’anno scorso, risulta poi una fidejussione di 8,3 milioni di Berlusconi a favore della ex cognata Antonella Costanza,  prima moglie del fratello Paolo. La signora Costanza aveva acquistato, per nove milioni, una villa sfarzosa in Costa Azzurra e  aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.

Ma Mps opera anche attraverso altre banche come la Banca Agricola Mantovana in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha accumulato un’esposizione verso la banca di 1,6 miliardi..

Insomma da un primo screening viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti superiori ai 500mila euro, dunque molto ma molto di più del sig. Mario o della sig.ra Maria.  In totale si tratta di 9.300 posizioni debitorie in cui il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Si è scoperto poi che gran parte parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione della bannca Antonveneta da parte del Mps. I prestiti concessi nel 2008 sono diventati sofferenza nel 2014.

Dunque la crisi del Mps, per la quale lo Stato ha trovato subito e stanziato 8 miliardi di euro, dipende soprattutto dalla stessa classe alla quale appartengono i banchieri. E’ questo il motivo per cui chi sostiene che anche questa volta ci troviamo di fronte ad una “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”, ha ragioni da vendere. Una volta che si è deciso di intervenire con fondi pubblici, sarebbe meglio una nazionalizzazione della banca stessa, e non pre restituirla ai banditi di sempre dopo aver risanato i conti, ma per metterla a disposizione del paese e non dei soliti noti.

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Pezzi di guerra

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Si chiamano hot spot e sono l’ultima trovata, in ordine di tempo, per il contenimento degli stranieri poveri. Rispondendo ai richiami dell’Unione Europea per arginare quella che la propaganda definisce “emergenza sbarchi”, cinque centri del genere sono stati allestiti d’urgenza. Circondati da recinzioni e controllati a vista da organi militari e polizieschi, questi luoghi altro non sono che campi di detenzione provvisori nei quali gli immigrati che arrivano in Italia vengono trasferiti per essere censiti, schedati, incasellati. Dalle foto segnaletiche al prelievo forzato delle impronte digitali, l’iter è identico a quello che compie chi varca le porte di una prigione. Nel silenzio generale, l’equiparazione “immigrato uguale a criminale” si manifesta in tutta la sua cruda realtà, a compimento di un percorso ideologico e mediatico ormai ventennale.

 

Ma gli hot spot non sono delle carceri, sono molto di più. Rappresentano un pezzo di quel mondo in guerra che appare così distante da noi, ma che nella realtà è sempre più vicino. Se in altre zone del mondo i fuggiaschi si ammassano nei campi profughi, per fuggire da guerre, carestie, fame, quando provano a lasciarsi alle spalle tutto ciò ecco che vengono predisposti per loro nuovi campi, in cui un burocrate governativo decide chi può restare e chi invece non ne ha il diritto, aprendo per questi ultimi le porte dei centri di detenzione veri e propri – i CIE – in attesa di un volo di sola andata verso la terra da cui erano fuggiti; in alternativa li si rilascia con un decreto di espulsione dal territorio nazionale, rendendoli clandestini, quindi illegali e, come tali, costretti a nascondersi. Dichiarata per legge la loro inesistenza giuridica, se ne decreta anche l’inesistenza sociale. Il clandestino semplicemente non esiste, e quindi che scompaia inghiottito dalle acque che cerca di attraversare, o da un CIE con un rimpatrio o tra lo sfruttamento salariale in virtù della sua condizione di ricattabilità, non fa molta differenza.

 

Uno dei cinque hot spot istituiti in Italia, unico a non trovarsi su di un’isola (Lampedusa o Sicilia) è sorto a Taranto, nell’area del porto mercantile. La scelta della città ionica non appare per nulla casuale, anzi. Quello tra Taranto e la guerra è un rapporto di lunga durata e ormai consolidato, e l’istituzione dell’hot spot sembra confermare un vincolo sempre più stretto; se in passato le navi militari hanno salpato dal suo porto per andare a combattere in Afghanistan o Iraq, ora vi attraccano per sbarcare gli immigrati rastrellati in giro per il Mediterraneo. Gliuomini, donne e bambini che sbarcano e rinchiudono, rappresentano il bottino della stessa guerra, i prigionieri, l’effetto secondario della loro prima missione. Ecco perché gli hot spot rappresentano un pezzo di guerra; chi governa ne è cosciente, e tratta coloro che cattura in mare come sempre gli Stati hanno trattato i propri nemici. Internandoli.

 

Ma se per migliaia di esseri umani che fuggono e vengono intercettati e rastrellati l’Italia e l’Occidente si trasformano in un campo di internamento, per altri, che vivono già da questa parte del mondo, può tramutarsi in un campo di battaglia. Sebbene i primi siano vittime del complesso sistema di sfruttamento, ed i secondi si facciano carnefici massacrando indiscriminatamente, le cause che agiscono su entrambi sono le stesse: le guerre che l’Occidente scatena in giro per il mondo, per accaparrarsi risorse e trarre profitto. Tutti i recenti attentati, da Parigi a Berlino passando per Bruxelles e Nizza, sono anch’essi, come i rastrellamenti nel Mediterraneo, un effetto secondario, un effetto di ritorno delle guerre occidentali. Ecco cosa lega un CIE, un hot spot e gli attentati; opporsi ad un hot spot, contrastare la costruzione di un muro, attaccare le frontiere in qualunque modo si manifestino, significa opporsi, nello stesso modo e nello stesso momento, alla guerra santa del Capitale e alla guerra Santa della Religione.

Miserabili Uomini di Merda

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Solo poche settimane fa accennavamo all’apocalisse etica in atto all’interno di tutta la società. Atteggiamenti considerati un tempo ignobili avvengono ora sotto gli occhi di tutti senza provocare alcuna reazione, all’insegna della normalità. Non suscitano più lo sdegno generale, al massimo vengono notati con rassegnazione, con curiosità, con indifferenza. Talvolta riscuotono perfino successo. Come se nulla fosse. Questa degradazione è trasversale, non conosce isole felici poste al riparo, ma intacca ogni ambito. Dai reazionari ai rivoluzionari, nessuno si preoccupa più di cosa sia giusto, ma solo di cosa sia conveniente. E, pur di ottenere ciò che è conveniente, si è pronti a fare o a giustificare qualsiasi comportamento, anche quelli più ripugnanti. Il rigore — ci viene detto e ripetuto — fa diventare rigidi, fa perdere occasioni. Meglio essere elastici. E poi il futuro non esiste; ci si può anche rilassare, ci si può anche sbracare. «Se le cose non possono migliorare», diceva qualcuno anni fa, «possono però pur sempre peggiorare». Oggi se le cose non possono peggiorare è solo perché il peggio si è già verificato. Deve semplicemente passare un certo lasso di tempo prima che tutti vengano a saperlo.

Noi, ad esempio, pensavamo che all’interno di quel letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento il punto più basso fosse stato raggiunto due anni fa in quel del Piemonte. Ma ci sbagliavamo, doppiamente. Una settimana fa abbiamo appreso da un testo apparso in rete — Circa i fatti di Parma nella sede della RAF — che un punto ancora più basso era già stato toccato nel 2010 in Emilia. La lettura di questo testo ci ha lasciato storditi, increduli, nauseati. I fatti che vi vengono riportati sono talmente gravi ed enormi da non permettere sfumature mediatrici: qualcosa di infame è accaduto, in un senso o nell’altro, «fra compagni». O un disgustoso abuso sessuale o una terribile calunnia. Abbiamo trascorso intere giornate con l’animo incarognito, in attesa di una smentita parziale o totale di quanto scritto. I giorni sono passati e nessuno ha smentito. Ne deduciamo quindi che le affermazioni di quel testo siano vere, se non nel minimo dettaglio, quanto meno nella sostanza.
Ciò che è accaduto a Parma a partire dal settembre del 2010 la si potrebbe definire la tempesta perfetta dell’infamia umana. Più comportamenti aberranti si sono incontrati in un unico punto e nello stesso momento, si sono incrociati, alimentati a vicenda, scatenati reciprocamente contro un’unica persona, spazzando via ogni minima decenza. All’interno della sede della Rete Antifascista — si dice in questo documento — è avvenuto uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza priva di sensi. Per compiere questo stupro è stato usato anche un fumogeno. Questo stupro, a cui hanno assistito alcuni spettatori, è stato filmato con un telefono cellulare. Il video è circolato fra molti compagni. Nonostante parecchi ne fossero a conoscenza, nessuno ha detto niente, nessuno ha fatto nulla. La ragazza vittima dello stupro è stata poi battezzata con un nomignolo spregevole. Alcuni anni dopo, il ritrovamento del video nel corso di una inchiesta giudiziaria relativa ad altri fatti ha causato l’apertura di una nuova inchiesta, questa volta per stupro. La ragazza, che in tutto quel tempo non aveva mai denunciato nessuno, è stata prelevata e sottoposta a interrogatorio. Sono i carabinieri a mostrarle per la prima volta il video, a metterle sotto gli occhi quel che aveva subito. Alla fine, sotto immaginabili pressioni, la ragazza ha firmato una deposizione e alcune persone sono finite sotto processo. E lei è stata insultata, minacciata e messa al bando da certi spazi di movimento perché considerata un’infame che ha permesso alla magistratura di incriminare alcuni compagni.
Noi non conosciamo questa ragazza, come non conosciamo le persone coinvolte a Parma. Ci fu un tempo in cui il nome di questa città era per noi abbinato agli occhietti vispi del Monello, il partigiano anarchico che non depose mai le armi contro il fascismo. Ma oggi il Monello non c’è più, la morte gli ha risparmiato l’affronto di venire a sapere cosa sia successo ad un passo da casa sua, in quella Parma che rischia oggi di acquisire la nomea della città in cui «gli antifascisti stuprano». Noi non abbiamo amici da difendere o non-amici da attaccare. Abbiamo solo la nostra coscienza, sgomenta per quanto è accaduto. Incapace (e senza alcuna intenzione) di stare zitta davanti a tale infamia. Una infamia inconcepibile fino allo scorso millennio, ma possibile e già in atto oggi, allorquando ogni rapporto viene vissuto in maniera strumentale, ogni idea viene considerata un orpello usa-e-getta, ogni etica viene percepita come limite ed impedimento da superare.

Una ragazza in stato di ebbrezza, priva di coscienza. Collassata per un eccesso di alcool o di droghe. Incapace di rendersi conto di quanto le sta accadendo attorno. È l’obiettivo preferito di certi maschi in fregola, vogliosi solo di sfogarsi biologicamente, senza dover aspettare che scocchi la reciproca scintilla, senza dover perdere tempo in corteggiamenti dall’esito incerto. Per costoro, una ragazza priva di sensi è la preda perfetta. Se non dice di sì, non dice nemmeno di no. E questo è un particolare importante, perché ci sono maschi in fregola che hanno perfino una coscienza delicata e degli scrupoli morali. Non vogliono passare per stupratori, non si considerano stupratori. Poiché non fanno domande, non hanno bisogno di ricevere risposte. «No» è sinonimo di stupro, lo sanno tutti, il silenzio invece apre quella zona franca che permette loro di usare un essere umano come se fosse una bambola di carne per poi dormire in pace con se stessi. Quando un «No» inequivocabile non viene pronunciato, loro si sentono a proprio agio. Non è stupro, perché non ci sono urla e singhiozzi. Non è stupro, perché non c’è resistenza fisica.

«Noi non siamo stupratori», dicono i diretti interessati. «Non sono stupratori», ribadiscono i loro compagni e amici (e avvocati). Tutti pronti a ricordare il detto secondo cui chi tace, acconsente. Per sbirri e magistratura, invece, non ci sono dubbi: quegli «antifascisti» sono stupratori. Che trionfo, per tutti i reazionari! Quante risate, per i fascisti! Quale scoop, per i giornalisti! Che batosta, per il movimento! Secondo alcuni, ciò costituisce un motivo in più per non usare la parola stupro, un motivo in più per difendere gli imputati, un motivo in più per prendersela con quella ragazza. Chi può dire, in tutta onestà, che prima di svenire lei non abbia lanciato sorrisi complici e sguardi maliziosi? Chi sa davvero cosa è accaduto quella notte? Ciò che è certo è che tre «antifascisti» sono alla sbarra: non uniamoci alla canea che li vorrebbe veder marcire in galera, non chiamiamoli stupratori.
Sì, è vero, non è piacevole ripetere il ritornello dei magistrati in aula di tribunale. Motivo per cui noi chiameremo i non-chiamiamoli-stupratori nell’unico modo che ci viene in mente, ciò che hanno dimostrato di essere al di là di ogni possibile dubbio: Miserabili Uomini di Merda. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per scaricare il proprio testosterone sul corpo inanimato di una ragazza priva di sensi. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per usare un fumogeno come sex toy (ricordate i parà italiani in Somalia nel 1993, quelli che stupravano le «belle abissine» usando un proiettile di artiglieria? stessa pasta subumana). E bisogna essere dei Miserabili Uomini di Merda anche per fare da spettatori a quell’atto sessuale, filmandolo col telefonino. Infine — e ci teniamo qui a sottolinearlo — bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per venire a sapere quanto accaduto senza battere ciglio, per guardare quel video senza infuriarsi (magari ridacchiando e dandosi di gomito), per chiamare quella ragazza con quel nomignolo ripugnante, per tollerare e giustificare ciò che le è stato fatto, per continuare a respirare la stessa aria di chi si è macchiato di tale infamia, giungendo a minacciare la vittima per difendere i carnefici. E a noi non interessa affatto il verdetto che verrà pronunciato dal tribunale, non dobbiamo attendere di conoscerlo per esprimerci in merito. Non ci interessa cosa ne dirà la legge, sappiamo già cosa ci dice il nostro cuore.
Inoltre, bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per accusare quella ragazza di aver dato in pasto tre compagni alla magistratura con la sua deposizione. Al di là del fatto che Miserabili Uomini di Merda simili possano essere considerati compagni solo da altrettanto Miserabili Uomini e Donne di Merda, ma poi in realtà è accaduto l’esatto contrario: è la ragazza ad essere stata data in pasto agli inquirenti, grazie a quel video che nella testa di questi Miserabili Uomini di Merda doveva essere il trofeo da esibire in ricordo della loro notte da leoni. Da quanto abbiamo capito, nella deposizione firmata da quella ragazza i carabinieri hanno infilato anche nomi di persone del tutto estranee ai fatti, poi prosciolte da ogni accusa. Chi si è visto trascinato in questa vicenda infame ha senz’altro un buon motivo per avercela con lei e sarà la sua coscienza a decidere se ricordare con ostilità o se, viste le circostanze, dimenticare per pietà. Ma ciò non giustifica comunque la logica del «tutti colpevoli, nessun colpevole» a cui si aggrappano i Miserabili Uomini e Donne di Merda.
Spacca il cuore il pensiero di come la «mia bella anarchia» del Monello e degli anarchici del 900 si sia decomposta a tal punto da diventare la nostra putrida anarchia del terzo millennio. In mezzo ai cavalieri dell’idea che ci hanno preceduto, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile. E non ci riferiamo a quanto è accaduto quella notte in via Testi a Parma — che un pugno di Miserabili Uomini di Merda si possono trovare ovunque e in tutte le epoche —, ma a quanto non è accaduto dopo. Perché, considerato il luogo in cui è avvenuto quello scempio e la bandiera con cui si avvolgono i responsabili, non è stata solo una ragazza di diciotto anni a venire violentata e umiliata: anche l’idea, anche l’etica, anche la dignità di chi sogna un mondo senza autorità e potere sono state violentate e umiliate, con lei, quella sera. E questo è un fatto che nella «bella anarchia» avrebbe fatto salire il sangue agli occhi, avrebbe fatto gridare vendetta, avrebbe immediatamente spinto i compagni più generosi a fare colletta per regalare a questi Miserabili Uomini di Merda una lunga vacanza in qualche reparto ortopedico. Ma nella nostra putrida anarchia non c’è rimasta più nessuna idea, nessuna etica, nessuna dignità. Il letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento è composto per la stragrande maggioranza da compagni-per-caso, che si battono contro le forze dell’ordine come altri si buttano con il paracadute, che intonano slogan da corteo come altri intonano cori da stadio, che frequentano spazi occupati come altri frequentano discoteche, legati fra loro dal medesimo spirito di branco. Ecco perché non è successo niente dopo quella notte infame in via Testi a Parma. Perché chi non ha alcuna idea, alcuna etica, alcuna dignità da curare, ma solo un profilo Facebook, in quel video non ha visto alcun orrore — ci ha visto solo amici che se la spassavano con qualcuno di meno amico.
Eccola qui, l’apocalisse etica. Dopo la legittimazione della calunnia («un errore, una opinione non condivisibile, andiamo avanti») e prima della legittimazione della delazione («un errore, una pratica che non ci appartiene, riportiamo il discorso sui binari»), ci mancava solo questa. Cosa è avvenuto quella sera nella sede della Rete Antifascista? Un errore? Un eccesso di libidine, condivisa e informale, di cui pochi altri soffrono? Voltiamo pagina? In effetti, dopo una assemblea con dei delatori, un presidio in difesa di questi Miserabili Uomini Di Merda sarebbe anche logico. Si tratterebbe di un vero presidio di rivoluzionari, sia chiaro, mica di Miserabili Uomini e Donne di Merda che fra di loro si chiamano compagni. Gente capace di ricordarsi all’improvviso dell’etica per gettarla in faccia sia a questa ragazza, sia a chi l’ha difesa. Come si può de-responsabilizzare chi ha collaborato con gli inquirenti solo perché è stata vittima di un abuso? Già, fosse stata una leader di movimento, allora sì che la si poteva de-responsabilizzare. In quel caso l’etica sarebbe rimasta in tasca, tenuta ben nascosta sopra il culo. Questi Miserabili Uomini e Donne di Merda, a cui piace essere forti con i deboli e deboli con i forti, non smettono di rammentare che, avendo firmato la deposizione redatta dai carabinieri, questa ragazza è una infame (tecnicamente parlando). E questa per i Maramaldi dell’antifascismo è (tecnicamente parlando) una ottima occasione per sfoggiare tutto il loro coraggio e la loro coerenza.
Quanto a noi, ammettiamo la nostra viltà e la nostra incoerenza: quella ragazza non avrà il nostro disprezzo. La vita, sotto forma di Miserabili Uomini e Donne di Merda (prima senza e poi con uniforme), ha già infierito fin troppo su di lei. Il nostro disprezzo preferiamo riservarlo, e fino all’ultima goccia, a chi l’ha usata per una notte come latrina ormonale e a chi ha riso o taciuto per anni davanti ad una tale infamia.

Servitù e simulacro

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Jordi Vidal

Per sperare di condurre in porto una impresa di decostruzione del post-modernismo e sfuggire alla strana perversione dei suoi sofismi, bisogna analizzarlo non per ciò che dichiara d’essere e nemmeno per quel che sembra essere, ma per quanto dissimula; e molto più per ciò che condanna che per quel che difende. Si può constatare anzitutto che il post-modernismo non è un movimento omogeneo né unitario, e non possiede un programma specifico. Tuttavia la diversità delle sue tendenze, dagli antagonismi di facciata, la sua propensione per il mediatico, la moda, il travestimento fanno le veci — in maniera caotica ma molto “performante” — d’un programma culturale e politico. Sebbene sia così difficile definire il post-modernismo se non come un insieme evanescente dai contorni imprecisi, non per questo è una invenzione di qualche laboratorio specializzato nell’informazione o nella disinformazione, secondo l’attuale moda del complotto. Non è neanche una libera, indipendente e innocente riformulazione critica della modernità in seno all’università americana, tanto le tesi post-moderne risentono della loro collusione col potere politico, economico e militare.
Osservando i pensatori del post-modernismo con un certo distacco, si nota che si astengono dal rivendicare un approccio programmatico, condannano l’uso del pensiero logico e della dialettica per aver ispirato, a parer loro, il totalitarismo e la misogenia. Una così strana concezione del reale e una tale revisione della storia la dicono lunga sul loro bisogno di impostare una perizia dalle funzioni indefinite. Non ambiscono nemmeno a redigere un “programma comune” e non ricercano l’unità. Ciò che unifica il post-modernismo passa, molto sottilmente, attraverso la diversità delle sue tendenze e attraverso gli pseudo-conflitti che queste hanno fra loro. Provando solo disprezzo per le forme di autorganizzazione che non hanno inventato in tutto e per tutto, i «pomos» [abbreviazione tipicamente americana di post-moderni] sono in guerra aperta con chi, in modo universalista, considera l’ordine del possibile un reale movimento di liberazione di massa. È possibile percepire gli effetti di un simile conflitto nella loro maniera di essere solidali con gli esclusi, dal momento che questi non mettono in causa la concezione ipercapitalista del mondo. Ogni incarnazione collettiva appare loro immediatamente sospetta qualora si adoperi a una messa in discussione del dogma che cementa la post-modernità: la «fine della storia». Per il post-modernismo, una vittoria parziale su un soggetto falsamente polemico e senza pericolo gli assicura una sicurezza e lo garantisce dai rischi di una estensione generale della lotta.
La riscrittura post-moderna della storia europea è unilaterale e perverte ogni approccio al linguaggio attraverso la ragione: ricusa la libertà universale in nome del relativismo culturale e del pluralismo dei modelli d’oppressione. Ovunque viene imposta l’idea aberrante che i fatti valgono solo in quanto linguaggio. Il post-modernismo può discorrere su tutto ma giudicare nulla; può confondere il memorabile e l’effimero, da tanto il suo uso della neolingua dominante non ha più bisogno di riferirsi al reale. Chi conduce la sua ricerca o la sua critica in nome della ragione; chi considera che nulla è provato senza la convalida dei fatti e che esiste verità relativa dei concetti solo nel movimento che dissolve le condizioni esistenti, viene trattato da fascista. Il “differenzialismo”, che impone l’idea che si può giustificare qualsiasi cosa nel nome dell’ignoranza, conduce di fatto al ghetto e a nuove forme di razzismo. Nell’universo di simulacri del post-modernismo, la relazione umana si limita al “facchinaggio” concorrente di merci e la storia registra soltanto la superficie che riflette gli avvenimenti, così come l’insieme della vita quotidiana riflette solo l’elogio mercantile. Non solo il lavoratore è separato dal frutto del suo lavoro ma, in quanto consumatore culturale, è da quel momento in poi scartato dalla propria storia. Tutto ciò che lo circonda è menzognero e non trova nulla in questo mondo che venga a denunciare il suo sfruttamento o ad informarlo dei mezzi per mettervi fine. I modelli che gli vengono proposti risultano, da studi specialistici, valorizzare i comportamenti più alienati e le attitudini più passive. L’immaginario post-moderno è sotto controllo: più fa appello alla differenza, nel nome della libertà e della singolarità, più aspira a legittimare durevolmente il modello dell’economia mercantile. È un immaginario la cui funzione simbolica integra una forte dose di fondamentalismo religioso e qualche vaga sperimentazione sessuale riservata a privilegiati che pagano così la loro sottomissione. Su immagine dell’insieme dei rapporti sociali della vita quotidiana colonizzata, questa libertà accordata al godimento è una libertà condizionata.
In un universo così perfettamente disumano, i pensatori post-moderni possono dichiarare in tutta impunità — senza mai essere smentiti né dalla sinistra né dalla estrema sinistra — che il linguaggio rivoluzionario è sessista, che la rivoluzione conduce inevitabilmente al colonialismo; possono giudicare obsoleta la lotta di classe e inventare un nuovo e fittizio meta-racconto che giustifichi le loro affermazioni; possono dichiarare che esistono solo obiettivi parziali sempre limitati e generalmente senza effetto sul corso mercantile della società. Per loro, i rapporti sociali sono essenzialmente evanescenti e indistinti e nulla giustifica che si trasformino in rapporti di forza. Al centro inconfessabile della politica post-moderna si trova la decostruzione, non delle procedure dell’alienazione ma dei motivi della rivolta. L’ombra gettata dal Maggio 68 viene così esorcizzata dalla manipolazione degli scritti dei teorici francesi di questo periodo. Attraverso una falsificazione della storia, tipica delle società totalitarie, si fa radicalmente in modo che la storia degli uomini non sia mai più confusa con quella della loro rivolta.
Osservando il post-modernismo più da vicino, si constata che assume la forma d’un flusso di disinformazione critica la cui apparenza e i cui centri d’interesse, di continuo mutevoli, nascondono veri obiettivi che non è possibile analizzare se non per difetto finché non si ha accesso ai riferimenti e agli strumenti indispensabili per decriptarli. Questo principio permanente e fluttuante di disinformazione sembra voler preservare gli uomini dall’altrove. Le variazioni della sua forma gli danno una coloritura da circo e da luna-park con i suoi mostri che chiedono solo di essere amati. La facoltà di rendere credibili tutte le chimere conferisce al post-modernismo una specie di monopolio quanto a padronanza dei processi di derealizzazione degli esseri umani. Questa sorprendente qualità ci consente di capire meglio perché il post-modernismo resiste a una critica centrata sulla sua assenza di coerenza: nei paesi della menzogna sconcertante, importano solo la qualità delle illusioni e la creduloneria degli spettatori.
Su tutte le loro varianti, le tendenze emblematiche del post-modernismo sono altrettanto mutevoli di un “primetime” televisivo. La loro diversità, che si vanta di essere ribelle, contribuisce ad una medesima visione reazionaria del mondo e intende, sulla moda dell’accumulazione e dell’accostamento intempestivo, «fissionare il reattore repubblicano attivando a catena teorizzazioni e pratiche culturali e politiche venute dai margini: studi postcoloniali, postfemministi, etnici, gay, lesbici e trans; studi queer, disabilities studies, beur studies, whiteness studies e gender studies…». Più il post-modernismo si approprierà delle rivendicazioni dei militanti antirazzisti, degli omosessuali e delle femministe, fino a sostituirsi ad esse, e più le devalorizzerà, riducendole a banale apologia della differenza per la differenza. Ciò che era espressione di una lotta si è disgregato al punto da apparire come un nuovo attributo d’un mondo sempre più virtuale. Valorizzando l’eterogeneità di questi movimenti, il post-modernismo maschera il carattere comune delle loro rivendicazioni e si oppone alla loro federazione. Qui il culto della differenza non è che un diversivo alla moda del giorno dello scambio mercantile più violento: quello che condanna ogni pratica solidale, disprezza la verità dei fatti e si dà da fare a separare ciò che era unito. Per il post-modernismo ogni evocazione della libertà maschera una pratica liberticida. È condannando il passato rivoluzionario ed appoggiandosi sulla fabbricazione di qualche simulacro (sotto forma di meta-racconti complementari) che i “pomos” sono giunti a legittimare il modello di società ipercapitalistica come se fosse il solo possibile. La loro argomentazione poggia su un paradosso: dando l’impressione di opporsi all’oppressione dominante (sui costumi, la difesa delle minoranze sessuali o culturali, ecc…), essi sembrano incoraggiare un vero cambiamento, ma è per giudicare presto ogni pratica effettiva come se fosse vana perché suscettibile di riprodurre il totalitarismo, il razzismo e la misogenia. Più prendono posizione per le minoranze contro la società mercantile e più perpetuano quest’ultima. Giustificano il regno della passività col pretesto che ogni idea di rivolta sia sinonimo di barbarie e di morte. La banalità del sofisma ci istruisce sul loro disprezzo per il pensiero storico e li colloca nella continuità dei pensatori della «fine della storia». La loro concezione dell’esistenza sociale, dove il morto prevale sempre sul vivo e dove la viltà è esaltata come una virtù, è di cattivo augurio.
Il post-modernismo appare simultaneamente come la pseudo-critica e la cattiva coscienza mediatica d’un potere di classe che tende a ridefinire tutte le poste sociali in gioco in termini di normalità e di religione, di derealizzazione e di pauperizzazione, di feudalesimo e di ipercapitalismo. Il suo discorso, che riduce l’essere umano a una indifferenziazione priva di storia, è subordinato alla messa in atto di una tecnoscienza che conduce irreversibilmente a forme sofisticate di eugenismo. L’amara vittoria del post-modernismo conferma l’oscillazione della società dello spettacolo in società del caos. In quanto simulacro culturale, il post-modernismo ha preso in prestito discorsi e atteggiamenti della sinistra e dell’estrema sinistra per giungere ad elaborare un progetto politico che coniuga e confonde, senza contraddizione possibile, il liberale, il libertario, il fanatico e il mediatico. Questa riduzione di tutta l’esistenza sociale ai soli valori del dominio segna la sua prima vittoria.
Per arrivare a un simile risultato, è occorso non solo impedire ogni velleità di pensiero critico ma costruire il post-modernismo come pensiero unico e farlo ammettere come tale. Aver raggiunto un certo numero di obiettivi parziali ma decisivi attraverso incessanti aggiornamenti (sul modello del mercato dell’informatica dove ogni nuovo aggiornamento squalifica il precedente senza per questo offrire un qualsiasi cambiamento) ha determinato una nuova epoca di regressione nella storia delle lotte di classe. Da allora in poi i nuovi strateghi della società del caos non hanno più bisogno di deturnare né di recuperare la teoria critica di coloro che mettono in discussione questa società e la combattono. Sono capaci di scrivere e diffondere essi stessi una simile teoria e farla ammettere come la sola teoria critica possibile.
È negli Stati Uniti, nel corso degli anni 80, che la teoria post-moderna è divenuta un sistema ideologico dalle ambizioni culturali poi politiche volontariamente indefinite ma chiaramente reazionarie. In meno di dieci anni, gli strateghi reaganiani hanno elaborato due modelli decisivi miranti a imporre durevolmente la loro concezione del mondo in sistema-mondo. Allo spettacolo della «guerra delle stelle», il cui reale obiettivo era d’asfissiare economicamente l’Urss per farla implodere, ha corrisposto in modo più discreto ma anche più efficace la messa in atto dell’ideologia post-moderna da parte dei cultural studies. Questi studi hanno orchestrato la propria concezione in quanto revisione della french teory degli anni 1960-70 fino all’occupazione egemonica del campo della critica contemporanea.
Alcuni affermano che esistono due cultural studies. I primi, sviluppati dalla scuola di Birmingham (Centro per Studi Culturali Contemporanei) negli anni 60, hanno tentato di allargare la nozione di cultura accordando agli stili di vita della classe operaia e ai media la stessa serietà accordata alla cultura ufficiale. I secondi, più recenti ma ben più efficaci in termini di notorietà, hanno abbandonato ogni riferimento alla classe operaia, fino a metterne in dubbio la stessa esistenza e, al ritmo dello sviluppo mondiale dell’ipercapitalismo negli anni 80, hanno privilegiato lo studio delle sottoculture giovanili, sostituito allo studio delle classi sociali quello dei generi, abbandonato la critica dei media per l’analisi della loro sola recezione e sviluppato gli studi postcoloniali e postfemministi per costruire una identità individuale ricomposta in funzione delle «appartenenze multiple»: affinché le minoranze diventino merci come le altre, altrettanto performanti. Ma questa logica strettamente economica è stata astutamente teorizzata dai cultural studies come il segno dell’irruzione dei margini nel «centro eteronormalizzato e postcolonialista». L’espansione di questa visione paranoica del mondo è scaturita da una frammentazione della ricerca e da un totale disimpegno politico. Nel nome della cultura si è passati in quarant’anni dall’analisi critica del destino dell’operaio inglese fatta a partire dal suo punto di vista, dalla sua parola e dalle sue condizioni di vita, allo studio comparato delle virtù della bambola Barbie e della cantante Madonna. Si può interpretare un simile impoverimento come il primo segnale forte che ci danno i cultural studies nella loro nuova forma: non si tratta più di criticare il mondo per trasformarlo ma di studiarlo così com’è, senza altro imperativo che lo studio in sé.
Come definire una corrente così inconsistente e così mutevole? Come analizzare dei cultural studies che non esistono in sé, si rinominano di continuo e operano all’interno delle discipline universitarie esistenti, sapendo che parassitano queste discipline le une dopo le altre, ricusano ogni interdisciplinarietà specifica e coltivano la promiscuità che consente loro di non sapere mai chi si ritroverà con chi? Sono riusciti a far ammettere quasi unanimemente il loro metodo d’analisi a una larga parte della sinistra e dell’estrema sinistra, senza che quest’ultima si accorgesse che quel metodo rafforza un sistema di sfruttamento che fino ad allora pretendeva di combattere. Per ottenere risultati così convincenti, i cultural studies hanno ripreso per proprio conto il dubbio metodologico sui meta-racconti per applicarlo tale e quale alle scienze umane prima, e alle scienze esatte poi.
La decostruzione, secondo Jacques Derrida, dubita della possibilità di descrivere attraverso una qualsivoglia teoria il fenomeno della comunicazione letteraria. Il significato che noi accordiamo ai fatti così come la nostra coscienza d’essere non esiste al di fuori del linguaggio che è temporaneo e relativo. Non è possibile trovare un significato originale che sia trascendente e concreto. Dio, la storia, l’uomo, la ragione non esistono al di fuori del sistema linguistico: sono invenzioni umane. Poiché il linguaggio è un prodotto culturale, il significato è per forza di cose una costruzione sociale e deve essere anch’esso decostruito. Derrida si oppone così al determinismo delle scienze umane che pretendono di rendere il mistero umano infine visibile. Giudica questa la loro debolezza, poiché il postulato d’una razionalità nascosta e irrefutabile non è scientifico ma rileva un partito preso metafisico, una credenza fra le altre.
Jean-François Lyotard paragona il mondo a un testo e osserva che gli esseri umani sono reclusi nella prigione del linguaggio. Governi, concezioni del mondo, tecnologie, storie, teorie scientifiche, costumi sociali e religioni sono tanto costruzioni linguistiche quanto realtà sociali. Li qualifica meta-racconti e considera che bisogna saperli decriptare prima di opporvisi. Per lui, ogni affermazione di verità è sospetta perché dipende dal modo di enunciazione. Essendo il vero senso della cultura sempre mascherato dalle istituzioni, i meta-racconti dissimulano le contraddizioni e le instabilità che sono inerenti a ogni forma di organizzazione sociale. Se ogni tentativo per creare dell’ordine presuppone la creazione d’un disordine equivalente, la funzione del meta-racconto è di dissimulare una simile interdipendenza opponendo il disordine, irrazionale e cattivo, all’ordine, sempre razionale e buono. Secondo Lyotard, solo una concezione e una pratica post-moderne possono mettere in discussione la dimensione totalitaria dei meta-racconti e favorire l’emergere di micro-racconti limitati ad azioni e avvenimenti locali. Il nuovo dispiegamento d’esperienze in fase con la vita quotidiana permette di resistere a un pensiero globale che, nel nome dell’universalismo astratto, sopprime ogni singolarità. Favorisce l’assunzione di ogni esperienza singolare all’interno d’un movimento generale che le contiene senza dissolverle: quello dell’universalismo concreto.
Quanto a Michel Foucault, analizza i sistemi ideologici e i meta-racconti come l’espressione d’una volontà di potere. A conclusione del suo studio sulla sessualità, osserva che non esiste normatività sessuale bensì l’ingiusta imposizione della volontà della maggioranza eterosessuale sulla minoranza omosessuale. Secondo lui, la norma ammessa è sempre imposta, che sia sessuale, economica, politica o culturale, e testimonia un mero logorio ideologico da parte di coloro che detengono il potere e vogliono conservarlo ad ogni costo.
I cultural studies sono notevoli, non per aver prodotto una teoria nuova e coerente, ma per la loro abilità di mantenere le questioni teoriche e politiche in una tensione permanente, senza risoluzione. […] Pretendendo di opporsi ai meta-racconti, hanno privilegiato dei micro-racconti che, sempre situazionali, contingenti e temporanei, non possono più aspirare — come affermava Lyotard — all’universalità, alla verità e alla ragione pratica, ma le combattono. […]
L’ambizione dei cultural studies non è mai stata quella di creare dei dipartimenti universitari che avessero il loro nome, ma — contestando il «vecchio modello universitario che struttura i pensieri recintandoli e impone il carattere bianco, eteronormato e dunque politico dei saperi trasmessi» — di deprezzare e poi sopprimere ogni pratica teorica che difende l’esistenza di saperi concreti. L’attacco contro ogni disciplina universitaria costituita sottende un attacco in regola alla concretezza dei fatti e all’esistenza di un reale verificabile. Del resto questo attacco è accompagnato, in un confusionismo assai politico, da una sovrapproduzione di metodi e approcci, tutti concepiti con il pretesto «di non gerarchizzare mai le procedure dell’oggetto studiato». Per giungere ai loro fini, i “culturalisti” hanno concepito un simulacro d’opposizione politica che mette in discussione l’insegnamento razionale delle scienze umane e delle scienze esatte accusandole d’essere organizzate su un modello gerarchico e colonialista. La loro lotta si è svolta su un terreno già conquistato. Tutte le loro battaglie sono state condotte contro illusioni che avevano loro stessi attivato precedentemente e che avevano già conferito loro pieni poteri.
Riprendendo per proprio conto la critica dell’autoritarismo e del mandarinato universitario degli anni 60, i cultural studies hanno preteso di abbattere le frontiere gerarchiche della divisione dell’insegnamento superiore in discipline per meglio distogliere, in meno di trent’anni, le università nord-americane e più recentemente quelle europee. Hanno contribuito attivamente a fare dell’università un laboratorio di cretinizzazione di massa. Vi si impara poco, ma si ripetono discorsi che non cercano d’essere compresi. Adesso è possibile fare carriera all’università diventando un esperto nell’arte di manipolare una lingua il cui senso è sempre meno determinante. […]
Il linguaggio dei cultural studies, che prende a prestito dalla rivolta la propria sintassi, tiene l’eterno discorso della servitù volontaria. […] Deturna modelli teorici concepiti in altri tempi e al servizio di lotte più universali, per imporre la propria visione della realtà: una visione da giornalista people. In questo universo senza punti di riferimento stabili, il filosofo ha lo stesso statuto del giornalista televisivo o della pornostar. La shoah dialoga con l’ultimo vibratore o l’ultimo reality-show. Sono diventati tutti i logos attivi di un universo mediatico in cui tutto si equivale.
Questo attacco in piena regola alla ragione e alla logica è una posizione eminentemente politica. L’indecisione dei concetti e la loro non-compiutezza, l’assenza di logica e di pertinenza, il rifiuto della sperimentazione e del comparatismo, il disprezzo per la prospettiva, l’odio per la dialettica e il negativo, ci istruiscono sul tipo di società che viene così prefigurata: una società senza contraddizioni, dove la cultura, la vita sociale e la storia sono ridotti a un gioco di ruoli […]. Di fronte a questa generalizzazione di affermazioni senza prove, predomina una sensazione di angoscia che rinvia a un sentimento di perdita di umanità. Le donne e gli uomini del XXI secolo sono separati dalla loro storia, come lo sono sempre più dalla mera realtà biologica del proprio corpo.

Per farla finita con la specie umana

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Pierre Drachline

Un’emorragia indolore. La disfatta degli anni mi ha allontanato da quello che pretendevo d’essere. Gli specchi hanno abbandonato ogni compiacimento. Invecchiare significa non sfuggire più alla propria immagine. Ostento ormai la maschera del mio cadavere.
Mi sono stancato di quasi tutto, da buffone inconsapevole. La lavagna, senza essere magica, cancellava da sé le mie smentite e rinunce. Il mio tracollo sarà stato il mio unico eccesso di velocità. Ma alleggerirsi delle proprie disillusioni non riconcilia con gli altri. Al contrario!
La misantropia non è una scelta o una postura. Ma una ovvietà. Una esigenza dell’amarezza. Questo capitale, non ho mai smesso di farlo fruttare. Vero è che i miei contemporanei sono stati esemplari. Hanno reso fertile questo deserto. Non è passato giorno senza che io non avessi di che rallegrarmi della loro mediocrità. Tutte le classi sociali mescolate. Una piramide di letame.
Il cinismo si è imposto rapidamente come una necessità per l’apprendista impostore che ero. Mi è servito a nascondere l’odio che rodeva perfino i miei sorrisi di piccolo truffatore quotidiano. Distillavo i miei veleni sotto un’acida ironia. Le vittime ne avrebbero voluti di più. Come pulcini in attesa dell’imbeccata. Alcuni, i più cretini, si stupivano che io non avessi preso in considerazione l’ipotesi di impegnarmi nella politica politicarda. «Governare scimmie! Che infamia!». Questa risposta, che non ho mai cambiato, ha strappato loro dei ghigni. Non uno vi ha visto l’espressione del mio disgusto per la specie umana.
I popoli privi di guerra sul loro suolo si consolano con le competizioni sportive. Disprezzo queste fiere del sudore e non faccio distinzioni fra competitori dilettanti e professionisti. Il peggio sono gli spettatori. Volgo così avido di spettacoli che verrebbe facilmente soddisfatto da quei giochi circensi dove tutte le scommesse sono possibili. Inoltre, chi non ha sognato in segreto di ruotare in basso il pollice come un imperatore romano per decretare una messa a morte? Il lancio di borghesi nella fossa dei leoni è il mio preferito. Povere belve costrette a mangiare bio!
Tutto può diventare possibile sotto questo tendone di Barnum: combattimenti fra disoccupati in cerca di impiego, fra solitari in mancanza di compagnia, fra poveri a secco di rivolta. Tutti gli umani sono disposti ad essere raccolti. Soli o alla rinfusa.
Non è più l’esca del guadagno a rodere il cuore degli uomini, ma il gusto della mancia. Lavorare o entrare in agonia. Quale differenza? Ogni secondo spoliato o venduto è irrecuperabile. Perso per sempre. L’oscenità chiamata «interessamento del personale per i benefici dell’impresa» non è che il dividendo della perdita di sé. Un’umiliazione in più.
Undici pallottole più una a salve. Il sopravvissuto al plotone di esecuzione saccheggerebbe le messe dei suoi defunti partner. Per gli appassionati di intimità, il ricorso alla roulette russa rappresenterebbe una soluzione confortevole.
Meno un’esistenza è autonoma, più si impone l’obbligo di comprare ricordi collettivi. Gli oggetti d’antiquariato della memoria.
Non bisogna mai proibirsi di spigolare nel vocabolario del nemico, foss’anche sportivo. Così, mi considero oggi sul punto di beffare le sospensioni del gioco o il prolungamento di una competizione persa dalla nascita. Non saprei spiegare perché mi sono concesso tanti rinvii successivi all’esecuzione. Solo in scena, non ho avuto tuttavia alcun richiamo da un pubblico immaginario.
Questo fine percorso mi permette tutte le libertà. Non ho più alcuna precauzione da prendere con chicchessia. Leggero e Libero come non sono mai stato prima. Finalmente l’ho fatta finita con la viltà e l’ipocrisia. Stampelle di ogni uomo che si muove nella melma sociale. Ormai il risentimento mi tiene caldo al cuore. Lo sento battere, questo vecchio muscolo inutile. La rabbia trasuda da ogni poro della mia pelle. Chiunque diventa un bersaglio consegnato al mio piacere. Prima distruggere, poi pensare. Ce ne ho messo di tempo per diventare un selvaggio!
La parola deve essere terrorista. Tra il grido e il silenzio, non c’è nulla. Solo aliti fetidi che, a forza di rutti e scoregge, instaurano la dittatura della normalità. Del numero. Come definire una tale oppressione? Le parole perdono la loro innocenza sotto gli stivali della massificazione. Sono condannate a scomparire nella polvere.
Il vocabolario si riduce come la pelle di zigrino. Non può essere altrimenti. Per gli intrallazzi commerciali o sessuali degli umani, un cinguettio onomatopeico sembra quasi di troppo.
Guardateli! Non si parlano più. Comunicano tra loro per mezzo delle loro protesi informatiche. Ostentano allora una beatitudine quasi mistica. La sensazione di esistere li sommerge. Per un attimo, ne diventerebbero guerrieri. Marciano col passo dell’oca in testa. Moltitudine il cui infinito si perde oltre l’orizzonte.
Sopravvissuto mio malgrado, ritorno da lontano. Il mio bisogno di consolazione era tale che a lungo ne sono stato vittima. Innamorato di una grande sera posseduta da altri, ho conosciuto il disamore di albe biancastre.
Le fogne seguono il tracciato delle strade. I rivoluzionari o presunti tali di oggi sono le pallide copie di quelli che pretendono di combattere. Testa o croce, il medesimo lerciume ricopre gli spiccioli.
Il principio d’imitazione porta i miserabili a scimmiottare in modo grottesco manie e ridicolaggini dei ricchi. Questi ultimi, che hanno rinunciato ad ogni verniciatura culturale, sono così tolleranti da accettare volentieri l’omaggio del numero. A condizione beninteso che i bisognosi sappiano rimanere a distanza. Il meticciato sociale, forse anche limitato alle apparenze, è diventato intollerabile ai possidenti. Questione di odorato, probabilmente!
Offrire la propria volgarità in condivisione non costa nulla ai fortunati. Da qui la loro generosità! I benestanti soffrono di una dipendenza alla gratuità. Sono posseduti dall’ossessione di accumulare ancora e ancora… Bulimici insaziabili, non sono mai pieni abbastanza. Nei ricconi, è il cervello a venire ricoperto di grasso. Beate le oche che sacrificano solo il loro fegato! Se fossi meno delicato, aprirei la volta cranica di un capitalista per consumarne il cervello col cucchiaino. Fino alla nausea liberatrice!
La Falciatrice, lei, non si lascia corrompere dalla modernità. La sua imparzialità ed il suo internazionalismo sono senza pecche. Né la vista, né l’olfatto, né l’udito, né il gusto, né il tatto possono influenzare il suo appetito. Falcia tutti i fiori — anche quelli appena sbocciati — alla sua portata. Orchidee o papaveri, rose o fiordalisi, non discrimina le eleganze. Qualsiasi carcassa soddisfa la sua indifferenza. Le fiamme di un crematorio o i vermi festosi in una carogna condividono la sua volontà di egualitarismo.
La morte è il comunismo infine compiuto.
La mia si avvicina. Scivola sotto la mia pelle e la buca. La sento in fondo ai miei soffocamenti. Abita questa pesantezza d’esistere in cui non mi perdo più. Mi piacerebbe che assumesse i tratti della singolarità che mi ha insegnato a colorare i giorni di rabbia.
Senza sovversione del reale, nulla è possibile.
Morire? Un obbligo dopo tanti altri. Né più né meno. L’istante magico in cui i sordi non si capiscono più. Sarei dispiaciuto solo nel non vedere più quelle e quelli che definisco la mia guardia di scorta.
Suicidi, incidenti e malattie hanno decimato le loro fila. Hanno bei volti, le mie ultime barricate umane. Così differenti gli uni dagli altri. Le loro insolenze e i loro sogghigni fanno eco ancora oggi alle mie capriole verbali.
Alcuni conformisti dalle idee fisse mi hanno rimproverato un uso smodato di cattiva fede. I miei fraterni compari, al contrario, lo apprezzano per ciò che è. Un rifiuto delle ovvietà. Una confutazione di ogni morale. Un calcio in faccia al politicamente corretto. Questa infezione che pretende di sottomettere gli individui alla regola comune.
Ormai, gli iloti ambiscono a morire in buona salute. Una mutanda sulla testa, l’altra sul culo. Da una materia fecale all’altra, tutte le fragranze mescolate, sono un incitamento al vegetarianismo. Non meritano nemmeno di essere finiti a colpi di tallone.
La peggiore delle punizioni è durare.
Ovviamente, orgoglio oblige, non mi sarebbe dispiaciuto finire il mio viaggio sotto forma di malattia contagiosa. Essere l’origine di una pandemia! Non conosco ambizione più bella. La legittima difesa di un assediato. Non sono già sei o sette miliardi?
Mi capita talvolta, per disperazione di causa, di desiderare che si compia una delle strambe profezie dei piscia-freddo del catastrofismo. La concorrenza è accanita, perfino implacabile, fra questi pelandroni. Sta a chi sbraiterà più forte.
La paura fa audience. Non è l’anticamera delle viltà collettive? Osservo questi insetti da lontano con un tedio da entomologo.
Gli uni si agitano per il surriscaldamento climatico, gli altri guaiscono sul buco dell’ozono. Certuni svengono davanti all’evocazione di incidenti nelle centrali nucleari. Alcuni, più classici, sono adepti dei valori sicuri. Terremoti, tornado, uragani, monsoni. Mi fermo qui. Una lista esaustiva sarebbe fastidiosa. Al palmares delle pubbliche imbecillità, i posti si vincono a forza di indignazione.
Una menzione tuttavia va a una setta di deliranti poco o tanto scientisti. Finiranno per entrare nella leggenda dei popoli come Tristano e Isotta, Penelope e Ulisse. Per di più comici? Il loro amore non ha nome, né volto né passato. Gli dedicano un culto esclusivo. Lo temono tanto quanto lo desiderano.
L’oggetto della loro ebbrezza collettiva è l’asteroide sconosciuto la cui caduta sul pianeta provocherà la fine della nostra civiltà. Inutile proporre loro di chiamarlo Adolf. La loro fifa li priva di ogni humour. A corto di argomenti, chiamano in aiuto al loro delirio l’annientamento dei rimpianti dinosauri. A quando l’inaugurazione di una stele in memoria della meteora ignota che ha partecipato alla fine del regno sulla terra di questi sauriani?
Proverei una qualche colpevole indulgenza per questi strampalati se essi concedessero come minimo che l’avvento della supremazia umana sulle altre specie animali è stato un disastro a null’altro paragonabile.
Tutti gli sforzi dell’uomo, tutta la sua immaginazione non sono serviti in definitiva che alla barbarie. L’industrializzazione dei massacri nel corso di due conflitti mondiali è da portare a suo credito.
La prossima tappa dovrebbe essere la psichiatrizzazione generalizzata. Corona della globalizzazione. Nessuna testa svetterà più. Le erbe cattive saranno trattate con la chimica. Lobotomia per tutti!
Al gran ballo degli scheletri, carnefici e vittime danzano il girotondo dei secoli. È tempo di stilare il bilancio della specie umana. Non c’è bisogno di un curatore fallimentare. Non ci sarà nulla da ricostruire.
La mia opinione è disinteressata. L’atto gratuito per eccellenza. Non ci sarò più al momento della felice conclusione. Le mie ceneri saranno state disperse da tempo. Possa il vento divertirsi con esse.

I politici passano, la Costituzione resta — Open Mind

Nell’epoca di internet, dei social dove Renzi e i suoi sono iper presenti la maggior parte di chi ha votato sì ha più di 55 anni. Il che vuol dire che in Italia c’è un enorme problema di informazione generalista che non fa il suo dovere. Chi attinge solo dai canali ufficiali, telegiornali, talk show, […]

via I politici passano, la Costituzione resta — Open Mind

Democrazia o libertà!

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Molto spesso si sente dire in giro: “Questa non è Democrazia!”.

Eppure, dalle guerre allo sfruttamento dei territori, fino allo spossessamento di milioni di individui nel mondo, sembra che tutto venga realizzato grazie anche alle regole democratiche che si adattano o si conformano alle necessità di cui l’Economia, di volta in volta ha bisogno. Prendiamo l’esempio dei diritti umani. Senza fare digressioni storiche o filosofiche che ci porterebbero a parlare, inevitabilmente, di inclusione ed esclusione, e prendendo per buona la loro essenza, essi – si dice a ragione – vengono calpestati in Paesi come Turchia o Israele che rappresentano delle perfette democrazie. Funge da esempio la più grande democrazia del mondo, gli USA dove, periodicamente, i neri vengono assassinati in strada dalla polizia. Fino ad arrivare all’elenco lunghissimo dei morti ammazzati nel Bel Paese per mano, anche qui, delle forze dell’ordine.

Certo, sono argomenti facili se vogliamo, ma il problema è che questi episodi non sono affatto errori o eccezioni opera di mele marce, sono parte intrinseca di un sistema di diritto in cui coloro che hanno il potere hanno il monopolio della violenza e governano sul resto dei sudditi, imponendo loro qualsiasi decisione: economica, ambientale, militare, sociale, ecc.

La farsa della partecipazione serve solo a consolidare il sistema.

Altre volte capita di sentire: “Questa non è Democrazia, ma Fascismo”. In effetti un controllo sempre più asfissiante, un azzeramento delle conoscenze e delle esperienze e una rappresentazione che sempre più si sostituisce alla realtà, sembra paventare un totalitarismo altrettanto insidioso e invadente. Eppure il Fascismo, almeno in Italia, lo si è conosciuto per quello che era: un regime autoritario, gerarchico e monopolizzante che non consentiva alcuno spazio al di fuori di esso e reprimeva il dissenso con la censura, la tortura e la morte. Le similitudini possono anche farsi, ma è bene considerare anche le differenze e grazie a ciò riconoscere coloro che, come i gruppi neo fascisti, vorrebbero ritornare a quell’epoca. Ad un certo punto, molti anni fa in Italia, alcuni decisero che quel monopolio della violenza doveva cessare e impugnarono le armi contro il regime fascista. E ciò avvenne da subito e oltre la fine di quell’esperienza. Proclamata la Repubblica, molti partigiani rimasero in carcere anche alcuni decenni oltre la fine della guerra, mentre tutti i fascistivennero liberati e tornarono a riprendere il posto che avevano occupato prima. La Costituzione che si dice nata dalla Resistenza, non ha difeso allora coloro che si erano battuti per eliminare la sopraffazione fascista; non è servita poi quando lo Stato ha messo le bombe sui treni e nellepiazze, non ha funzionato quando l’Italia è andata in giro per il mondo a esportare guerra e democrazia con torture e massacri come in Libia, non serve oggi, quando il Mediterraneo si riempie di morti. Il Si al Referendum vorrebbe accentrare il potere in mano al governo e rendere più difficile la partecipazione di altri poteri, il No vorrebbe difendere o aumentare la Democrazia.

Ma per aumentare la libertà non servono né l’uno né l’altro.

Serve l’autodeterminazione a spazzare via questo modello da sempre iniquo e totalizzante.

Lutti r-r-r-rivoluzionari

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Sono tutti in lutto, da giorni. Sapevano che prima o poi sarebbe successo, non si scampa alla morte, ma è duro sopportare tutto quel dolore. Fidel è morto. Morto, capite? E loro adesso sono soli, disperatamente soli. Orfani di un padre spirituale, privi di punti di riferimento, senza fulgidi esempi da seguire. Non stiamo parlando dei cubani, divisi fra chi piange e chi ride alla notizia della dipartita dell’uomo che li ha governati per oltre mezzo secolo, ma di loro. Loro, sì, i r-r-r-rivoluzionari occidentali, quelli che vanno talmente pazzi per le dittature esotiche da fare a gara con i cosiddetti turisti sessuali su chi va di più all’estero a fare ciò che non farebbe mai a casa propria.

Fidel era il loro campione, da sempre. Fidel c’era già quando gran parte di loro doveva ancora nascere. Fidel era tutto Stato & Rivoluzione (perché Rivoluzione è Stato, o non è niente). Fidel era il brivido dell’avventura al servizio del potere. Fidel era il mitra imbracciato che precede la legge decretata (perché — come amano ripetere — sono solo strumenti, bisogna saperli usare entrambi con pragmatismo e senza pregiudizi ideologici). E Fidel era anche il simbolo del trionfo sulla sfiga, era sinonimo di vittoria, non quella effimera, ma quella duratura. C’è una bella differenza! Sì, va bene, il Che era più bello di Fidel… Ma in fondo lo hanno anche steso da giovane. A 20/30 anni si può ben andare in giro con la maglietta del Che, dai 40 in poi si ha più occhi per Fidel. Vogliamo l’avventura, ma anche la pensione!
Ed ora lui è morto. Morto, capite? La sua scomparsa non sarebbe così terribile se almeno avesse lasciato un erede in grado di prenderne il posto nel cuore dei pasciuti r-r-r-rivoluzionari occidentali. Ma non è così. Il loro turismo sovversivo ha molte derive possibili, ma nessun comodo approdo. Chavez è schiattato e poi, diciamolo, gli mancava quell’aroma guerrigliero che dà sapore alla sinistra più insipida. Il sub-comandante mascherato andrebbe benissimo, vederlo a cavallo con il fucile in spalla è una meraviglia. Ma lui da anni resiste, resiste, resiste… gagliardo, davvero, ma resistere non è vincere! Il Messico non ha conosciuto alcuna rivoluzione, il Chiapas è sempre infestato da truppe governative. Quasi-Stato e Rivoluzione è ammirevole, ma non è ancora abbastanza!
Vero è che ora c’è un altro baffone a far girar la testa… Il dna della rivoluzione sembra essere passato dal sangue dei cubani a quello dei curdi (gli esami su quello dei valsusini hanno dato per ora esito negativo, ma finché c’è mitopoiesi c’è speranza). La lotta di questo popolo è in corso, aspra ed esaltante, contro un nemico feroce (nonché composto per metà da appartenenti a questo stesso popolo, ma tutto sommato è una sfumatura trascurabile: i traditori della razza esistono dappertutto). E finché dura, ogni speranza è lecita. Tant’è che non solo i soliti politicanti autoritari, ma anche i soliti minchioni libertari sospirano e gemono di voluttà a sentir pronunciare il nome del nuovo leader maximo e della regione dove è in corso l’esperienza di auto-governo dei suoi fedeli. Davanti a quei nomi-simbolo, ma quanto diventa nobile una bandiera? Quanto diventa bella una uniforme? Quanto diventa giustificata una autorità? Quanto diventa necessaria una polizia? Quanto diventa onorevole il martirio?
Già, ce lo chiediamo anche noi. Purtroppo il Kurdistan non è un’isola da cui basta buttare in mare i nemici — imperialisti e traditori del popolo — per poterla (auto)governare. Stretto fra l’Iran, la Siria e la Turchia, pedina facilmente sacrificabile sulla scacchiera della ragione di Stato, non sarà facile trionfare per quella lotta. Anche lì si rischia di prolungare all’infinito una situazione di dualità di potere. E come già detto, resistere non è vincere.
Ma il lutto degli orfani dei dittatori esotici non può durare all’infinito, la rivoluzione è il destino della Storia! Fidel vivrà ancora nell’uomo della provvidenza che viene (ancor meglio se in un altro continente)!