Archivio mensile:novembre 2015

Viva la Muerte!

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È noto come uno dei vezzi delle avanguardie storiche francesi sia stato quello di spruzzarsi addosso il profumo del crimine. Da bravi artisti con aspirazioni radicali e desiderosi di fuggire dall’estetismo, molti loro esponenti non esitavano ad esprimere pubblicamente la propria ammirazione nei confronti di chi spargeva sangue. L’esempio più celebre rimane la descrizione di Breton dell’«azione surrealista più semplice», quella consistente «rivoltella in mano, nell’uscire in strada e sparare a caso, finché si può, tra la folla». Era il 1930 ed i surrealisti — nonostante questo slancio verbale favorevole ad una violenza indiscriminata, frutto del «desiderio di farla finita a questo modo col piccolo sistema di mortificazione e d’incretinimento oggi in vigore» — si distingueranno per prendere le difese di anarchiche che avevano abbattuto politici reazionari, figlie che avevano avvelenato il padre incestuoso, cameriere che avevano liquidato i loro padroni, nonché mostri alla Landru.
Ma a differenza dei surrealisti e dei situazionisti, affascinati da un Lacenaire drappeggiato di romanticismo, oggi chi pensa di superare i loro passi nel frusto giochetto della provocazione d’avanguardia ha ben altri punti di riferimento. Il tono lo lanciarono anni fa i redattori della rivista Tiqqun, che nel loro lascito chiamato Appel si vantavano di intravedere «serenamente il carattere criminale della nostra esistenza, e dei nostri gesti» e di «non distinguere più fra economia e politica. La prospettiva di formare delle gang non ci spaventa; quella di passare per una mafia ci diverte piuttosto». Strizzare l’occhio ad un Totò Riina ed al suo racket, che matte risate, vero?
Ebbene, dopo il massacro avvenuto a Parigi lo scorso 13 novembre questo stesso milieu di movimento transalpino ha diffuso un delizioso testo sullaautentica guerra in corso. Facendosi scudo con citazioni filosofiche e letterarie, vi canta la bella morte tanto cara ai fascisti e rende omaggio sia alla libertà conquistata da chi ha saputo affrancarsi dalla paura di morire, sia all’aspetto anti-economico di un simile carnaio (aspetto, quest’ultimo, ripreso anche da alcuni tenutari italioti del medesimo franchising). Il primo brivido è in fondo comprensibile da parte di chi al massimo può condividere l’ebbrezza di sfidare libri contabili, occupare scranni comunali e battagliare sui mass media. Ma il secondo applauso è invero imbarazzante. Davvero si può pensare che i soldati di uno Stato Islamico dal bilancio stimato in 2 miliardi di dollari siano anti-economici quando obbediscono agli ordini di compiere un’incursione militare in terra nemica?
Miseria dei tempi, anche le rodomontate teoriche non sono più quelle di una volta. A differenza di un Breton o di un Debord che non nascondevano la propria ammirazione per quegli individui pronti a sfidare la legge pur di soddisfare le proprie (più nere) passioni, oggi c’è chi ha occhi solo per leorganizzazioni di potere che usano la forza militare per realizzare i propri interessi — e disprezza la guerra sociale per inneggiare alla guerra civile o a quella santa. Dall’apologia della violenza dell’individuo in rivolta si passa così a quella del terrorismo di Stato.
Ma gli autori di questo capolavoro dell’abiezione etica, se non vogliono invecchiare tremolanti nella servitù del calcolo, cosa aspettano ad unire idea e azione?
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Contro la guerra, contro la pace: a fuoco i progetti del potere!

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Siamo in tempo di pace? Ufficialmente, sì. Ma ormai è da tempo che l’espressione stessa «dichiarare guerra» è diventata obsoleta. Le guerre contemporanee non vengono più «dichiarate», fanno parte della quotidianità della gestione degli Stati e delle varie potenze. Così sono state dotate di nuovi aggettivi, gli uni più ingannevoli degli altri. Operazioni umanitarie. Missioni di pace. Operazioni anti-pirateria. Colpi chirurgici. Neutralizzazioni mirate. Protezione delle frontiere. Lotta anti-terrorismo. Per cui oggi sarebbe più giusto parlare di «guerra permanente».
Le missioni militari non si contano più. Tranne qualche eccezione, non si tratta più di conflitti fra Stati, ma di operazioni rivolte contro «ribelli», «terroristi» o «criminali» che per un motivo o per l’altro minacciano l’economia capitalista e gli equilibri dei poteri in carica. È bastato qualche vero e proprio sollevamento rivoluzionario alle porte dell’Europa (Tunisia, Egitto, Libia, Siria) e la macchina da guerra europea è passata ad una velocità superiore. E questo, non solo all’«esterno» delle frontiere. La militarizzazione riguarda anche l’«interno», ovvero tutto ciò che concerne la repressione e la gestione delle contraddizioni sociali (ricchi e poveri, oppressi e oppressori, inclusi ed esclusi). A furia di «minacce terroristiche», il color cachi è riapparso nelle strade. Gli oggetti tecnologici, trangugiati freneticamente dalla grande maggioranza della società, così come i dispositivi di sicurezza, hanno mostrato il vero volto anche a coloro che si ostinano a non voler né vedere né capire: strumenti estremamente diffusi per il controllo  della popolazione. La propaganda mediatica contro i terroristi, i devianti, i clandestini, i criminali, si intensifica. Le aziende di sicurezza privata vanno alla grande, d’altronde vengono effettuate sempre maggiori funzioni di sorveglianza e di guerra dalle imprese private che forniscono mercenari. I laboratori di ricerca, lo sviluppo di nuove armi, i coordinamenti a livello internazionale per far fronte alla «minaccia» hanno il vento in poppa. Per parlare ancora di pace, bisogna proprio essere ciechi come un giornalista.
La guerra non è soltanto questione di massacri e di omicidi su scala industriale. Essa richiede una «mobilitazione permanente» della popolazione per difendere gli interessi del potere in carica. Due sono le scelte: o si è con il potere, o si è coi «terroristi». Chi non ha potere da difendere o da conquistare, chi rifiuta il terrore contro la popolazione (che questo terrore provenga dallo Stato e dal Capitale sotto forma di guerra, inquinamento industriale o sfruttamento, o che provenga da coloro che aspirano a erigere un nuovo potere oppressivo, come i «jihadisti») senza tuttavia farsi disarmare, si ritroverà presto con le spalle al muro. La guerra permanente trasforma le persone in «uomini in guerra» con pensieri uniformi quanto i loro comportamenti, obbedienti ciecamente ai propri comandanti, insensibili e crudeli.
«Se volete la pace, preparatevi alla guerra», si diceva nella Roma antica. E noi, amanti della libertà, non possiamo che essere contro la guerra e contro la pace. La pace a cui aspirano gli Stati oggi – e probabilmente non c’è mai stata differenza – è la pace dello sfruttamento capitalista e dell’oppressione sulla stragrande maggioranza delle persone del pianeta. A tal fine, si preparano non solo ad annegare in un bagno di sangue ogni tentativo di insurrezione liberatrice contro il loro ordine, ma operano in permanenza secondo una logica militare, qui e altrove. Un bell’esempio di quanto affermiamo – che le sfere militari, poliziesche e civili si fondono insieme nelle dottrine di «sicurezza» di questo mondo iper-tecnologizzato e interamente al servizio degli interessi del potere e del denaro – è la continuità che si può scoprire fra la recente intensificazione delle operazioni militari, la militarizzazione delle società europee e il sensibile rafforzamento della repressione. Se nelle acque del Mediterraneo la gestione dell’immigrazione denota ormai apertamente un carattere da operazione militare, a Bruxelles il potere vorrebbe costruire la più grande prigione della storia belga. Ovviamente, il potere cerca di presentare questi due esempi come del tutto separati, perché un piatto disgustoso diviso in piccole porzioni s’ingoia più facilmente. Tuttavia, nella guerra che gli Stati stanno conducendo, che il capitalismo conduce, che qualsiasi potere conduce, non dobbiamo farci trarre in inganno circa i loro autentici obiettivi: le potenziali rivolte popolari e le aspirazioni a una rivoluzione sociale che si propone di spazzare via per sempre ogni potere. E la maxi-prigione di Bruxelles non fa eccezione: servirà non solo a rinchiudere sempre più persone che lo Stato ritiene nocive ai suoi interessi e alla società, ma anche a fare da spauracchio nei confronti di tutti coloro che pensassero di rivoltarsi contro lo Stato.
È per questo che riteniamo che oggi la lotta contro la costruzione della maxi-prigione sia una lotta importante. Perché, se attacca un esempio concreto del rafforzamento della repressione statale, essa dà battaglia anche alla stessa ragione di Stato. Rimanere spettatori, subire la militarizzazione della società, assistere passivamente (collaborando di fatto all’opera devastatrice e omicida dello Stato) alla trasformazione delle città in vasti campi di concentramento a cielo aperto, è triste come le pecore che si lasciano condurre al mattatoio. Lottare affinché la maxi-prigione vada in fumo prima che possa rinchiudere una sola persona, è perciò un primo passo per riarmarsi di fronte allo Stato, con pensieri, con sentimenti. E con atti.

La spada e il fodero

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Ogni spada ha il suo fodero, cosa succede quando i foderi superano di gran lunga le spade?

Le spade sono i leader, divenuti tali attraverso circostanze fortunose e per meriti personali,  i quali cercano di acquisire il maggior numero di foderi possibile, chi arriva ad essere spada attraverso un potere acquisito, cerca di assicurarsi il maggior numero di foderi, bacino protettivo per difendere il proprio status.

I foderi sono inermi, aspettano di ricevere la propria spada e non lesinano comportamenti da fan delle spade per esaudire il proprio desiderio, ignorando che solo pochi di essi potranno accogliere le grazie delle spade.

I foderi delusi cercheranno allora altre spade, con la speranza di riceverle nella propria custodia.
Il mondo di chi decide della vita di tutti è composto da poche spade e molti foderi, altri si allontanano da questa sfida e decidono di essere ne spada ne
fodero, ma solo di rimanere se stessi.

HDM

L’ ESPERTO

esperto

THIS IS ITALY

Ogni volta che che ci ritroviamo dinnanzi a eventi tremendi che ci lasciano sgomenti, angosciati, disorientati e scombussolati, puntualmente ecco fiorire la solita platea di consumati esperti, tuttologi di vita, del passato, del presente e del futuro.

Personaggi che non si fanno mai mancare nulla.

Opinionisti delle opinioni, sulle opinioni, contro le opinioni con processi alle opinioni.

Ognuno ha la sua verità “pret a porter”, il suo verbo personale.

Ma là fuori, in strada, l’uomo comune, il passante, il cittadino ha una sola percezione : preoccupazione, timore, paura, per sé e per la sicurezza dei suoi figli, dei suoi cari.

E sa che all’orizzonte non ci sono soluzioni.

Perciò poco gliene cala della saccenteria servita, condita e speziata con strilli una nota sopra, per fare più rumore del vicino.

Perché chi urla più forte ha sempre ragione e l’ultima parola.

Silvanetta

Entanglement Quantistico

Escher-grillo

Da oggi il 99% dei media, o che stavano al gioco, non dovrebbero ripetere ogni 4 secondi “ Beppe dice , Beppe fa , Beppe dispone ; Beppe cambia le regole” , Beppe …..
Tutti sanno che nella divisione dei compiti, in modo tacito da sempre e via via crescente, Beppe si è ritagliato un ruolo di amplificatore non di gestore.
Quindi, o abbiamo di fronte un 99% di giornalisti imbecilli, o tira di piu’ “Grillo dice, fa, dispone“, che chi decide veramente o media.
Abbiamo quindi un simbolo dove sparisce il nome di Beppe, mentre ( a parte l’unico statuto vero dove è capo politico ), abbiamo un profilo facebook con Grillo , twitter con Grillo , il blog dove escono i comunicati politici e regole M5S ….BLOG dI GRILLO …..non è fantastico….???
Un mondo al contrario , un incantesimo….
Beppe è come la funzione d’onda nella meccanica quantistica, una particella contemporaneamente presente in più posti, sarà simpatico mentre fa il suo spettacolo dal vivo, mentre parla …..e riesce contemporaneamente ed allo stesso tempo a fare post sul blog, condivisioni in rete!  Ma appena lo osservi non collassa , ti manda a fan culo ….
Magia dell’entanglement quantistico.
Ma lui è oltre , oltre la relatività generale e speciale.

Gruppo878

Né la loro guerra, né la loro pace!

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«Noi dobbiamo annientare i nemici della Repubblica… e privare della nazionalità
coloro che si fanno beffe dell’anima francese»
Manuel Valls, Primo Ministro, 14 novembre 2015
Se c’è da riconoscere una qualche continuità alla Repubblica francese, è proprio quella degli omicidi di massa. Dal Terrore dello Stato del 1793-94 che ha appunto generato la parola terrorismo fino alla repressione degli insorti del 1848 e di quelli della Comune del 1871; dalla colonizzazione e la deportazione degli ebrei permessa dalle schedature precedenti fino al massacro dei manifestanti algerini nel 1961 nel cuore di Parigi, tutte le Repubbliche francesi hanno massacrato generosamente affinché i potenti continuassero a dominare e a sfruttare. La repubblica francese è una montagna di cadaveri la cui sconcezza che ne costituisce l’apice ha potuto preservarsi schiacciando i suoi veri nemici, i rivoltosi e i rivoluzionari che hanno lottato per un mondo di giustizia e di libertà. L’«anima francese», se mai questa stronzata senza nome esistesse, sarebbe un cartello rigurgitante voci che gridano vendetta contro i borghesi, i politici, gli sbirri, i militari e i preti che le hanno calpestate per affermare il proprio potere.
Ah, ma tutto questo è il passato. O no? Decenni di partecipazione cittadinista, d’integrazione mercantile e di spossessamento generalizzato hanno davvero fatto dimenticare a chi conserva ancora un briciolo di sensibilità che sparare nel mucchio non è esclusività di lontani terroristi? Che da qualche anno lo Stato francese ha fatto il suo grande rientro sulla scena internazionale del terrorismo statale, moltiplicando i suoi attacchi militari in tutto il pianeta (Libia, Mali, Afghanistan, Costa d’Avorio, Somalia, Africa Centrale, Iraq, Siria). Cambia il pretesto di volta in volta, ma le ragioni restano le stesse: mantenere il controllo di risorse strategiche, guadagnare nuovi mercati e zone d’influenza, preservare i propri interessi davanti ai concorrenti, impedire che delle insurrezioni si trasformino in sperimentazioni di libertà. E se ce ne fosse bisogno, alcuni moniti vengono anche lanciati per avvertire gli indolenti che questa logica di guerra non avrà limiti territoriali: la morte di un manifestante lo scorso anno a Sivens o i corpi crivellati di schegge di quelli di Notre-Dame-des-Landes e di Montabot servono a ricordare che non si esiterà, anche qui, a scagliare granate offensive in cachi contro le folle per seminare il terrore.
Perché, cos’è il terrorismo se non colpire nel mucchio in modo indiscriminato per cercare di conservare o conquistare il potere? Un po’ come fanno i ricchi uccidendo e mutilando quotidianamente milioni di esseri umani al lavoro nel nome del danaro che guadagnano con lo sfruttamento. Un po’ come fanno gli industriali e i loro lacché in camice bianco avvelenando permanentemente la vita sulla terra. Un po’ come tutti gli Stati che rinchiudono e torturano a fuoco lento gli esclusi dal loro paradiso mercantile e i ribelli alle loro leggi imprigionandoli per anni fra quattro mura. Un po’ come quei grrrandi democratici che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero popolato da migliaia di indesiderabili col solo torto di essere sprovvisti di un valido pezzetto di carta. Ma la pace dello Stato e del capitalismo ha questo prezzo. La pace dei potenti è la guerra contro i dominati, all’interno come all’esterno delle frontiere.
Il 13 novembre a Parigi, le regole del gioco sono state rispettate. Si proclami islamico o repubblicano, califfato o democrazia, lo Stato resta lo Stato, ovvero una potenza autoritaria la cui violenza di massa viene esercitata contro tutti coloro che non si sottomettono al suo ordine sovrano. Uno dei principi di ogni Stato è di riconoscere solo sudditi. Sudditi che devono obbedire a leggi dettate dall’alto, cioè l’opposto di individui liberi che possano autorganizzarsi senza essere diretti né dirigere. Dai bombardamenti di Dresda e Hiroshima fino ai villaggi vietnamiti passati al napalm o a quelli della Siria sotto barili di tritolo, gli Stati non hanno mai esitato nelle loro luride guerre a sacrificare una parte della propria popolazione, o quelle dei propri avversari. Colpendo i passanti parigini a caso per punire il loro Stato, i soldatini del Daech [Isis] non hanno fatto che riprodurre l’implacabile logica dei loro avversari. Una logica terribile, terribile come qualsiasi potere statale.
Lo stato d’emergenza decretato in Francia da ieri, misura di guerra interna di un governo che adegua il paese alla sua politica di terrorismo internazionale, non è che un ulteriore passo nella pratica di base di qualsiasi governo, mirante alla normalizzazione forzata della vita, alla sua codifica istituzionale, alla sua standardizzazione tecnologica. Perché, se lo Stato guarda il futuro, cosa vede? Crac economici, disoccupazione di massa, esaurimento delle risorse, conflitti militari internazionali, guerre civili, catastrofi ecologiche, esodo di popolazioni… Vede cioè un mondo sempre più instabile, in cui i poveri sono sempre più numerosi e concentrati, un mondo fradicio di disperazione, che si trasforma in un’enorme polveriera, in preda a tensioni di ogni genere (sociali, identitarie, religiose). Un mondo in cui l’accensione della minima scintilla, quale essa sia, non può essere tollerata da una democrazia sempre più totalitaria. Allora, proprio come «cittadino» ha il significato di «sbirro», «guerra al terrorismo» significa soprattutto guerra contro tutti coloro che rompono i ranghi del potere. A tutti i non sottomessi alla pacificazione sociale, a tutti i disertori delle guerre tra potenti e autoritari, sabotiamo l’Unità nazionale…
Un cattivo suddito,
nemico della Repubblica e di tutti gli Stati
Parigi, 14 novembre 2015

MIE POVERI GIOVANI

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Stretti da una politica marcia, da un imperialismo bancario e finanziario inter lobbistico, da una giustizia che scende a patti con il sistema ed è casta, un regime blindato impera senza alcuna opposizione, essendo esso stesso governo e opposizione.
*****
Mestizia, rabbia e tenerezza vanno verso i giovani SOLI che ci provano ad impegnarsi in una partita persa ma per sentirsi VIVI.

Nuovi schiavi oppressi da una economia cinese mercantile verso lo sfruttamento totale della merce umana, che poi strozza anche la piccola impresa, disturbo dell”asse grande capitale -industria delocalizzata.

Verso la contaminazione pestilenziale totale, stretti fra infami, venduti e maiali, risorse vive oggi manifestano in tutta italia con qualche insegnante.

Ed io qui’ seduto come un vecchio inutile e rincoglionito.

Tinazzi

Un accorato appello

Capoccione

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«Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare il cattivo esempio».

È intervenuto pubblicamente, dalle pagine dei quotidiani locali, Sergio D’Elia, presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, che si occupa di diritti dei detenuti e si batte per l’abolizione della pena di morte. Lo ha fatto a proposito della fuga di un ergastolano leccese, evaso dall’ospedale dove era stato portato per essere sottoposto ad un esame, dopo aver sottratto la pistola di ordinanza ad uno degli agenti della scorta ed essersi aperto la strada sparando. Lo ha incitato a lasciare l’arma e consegnarsi, garantendo che la sua associazione si farà carico affinché i suoi diritti di detenuto vengano riconosciuti e tutelati.
Sono strani tempi quelli in cui un uomo, con un trascorso di lotta armata alle spalle, come dirigente di una organizzazione che non esitava a sparare ai secondini e a pianificare e realizzare evasioni dalle carceri, si rivolge ad un altro uomo, appena evaso sparando sui secondini, per chiedergli di ritornare, di sua sponte, al di là delle sbarre, dove lo attende un roseo futuro in un cubicolo di due metri per quattro fino alla fine dei suoi giorni… Ci si sente autorizzati a credere che l’avere abdicato in prima persona ai sogni di libertà, significhi la scomparsa di qualunque orizzonte di libertà per chiunque, fosse anche solo quella di un uomo condannato al carcere a vita, magari per avere commesso anche delle nefandezze. Ma la libertà possono auspicarla solo coloro che lottano contro uno Stato di cose liberticida, o è invece istinto insito in ogni essere vivente, e che si manifesta in maniera più intensa quando si viene rinchiusi? E in tal caso, non è forse giusto, ed auspicabile, che ognuno provi a guadagnarsela?
La dichiarazione di Sergio D’Elia è apparsa come quella di un uomo che non teme il senso del ridicolo, ma forse questa è una soglia che aveva già varcato quando, dopo aver dichiarato guerra allo Stato, ha giurato fedeltà alla Repubblica Italiana, passando da rivoluzionario a parlamentare.
Forse è stato proprio in quel momento che quest’uomo ha preso la decisione di battersi per il diritto ad un vitto decente in carcere e per il diritto a possedere una radiolina in cella, ma ha dimenticato quello che è il diritto principale di ogni essere rinchiuso. Il diritto di fuga.

Una paralisi della coscienza

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Georges Bernanos

Milioni di persone nel mondo appaiono vittime della propaganda, allorché ne sono complici. Credono a tutto per lo stesso motivo per cui non credono a niente. Se andate a fondo della loro apparente credulità, troverete che essa è solo una forma di rifiuto di giudicare, che soffrono di una paralisi della coscienza. Quando a costo di grandi sforzi riuscirete a risvegliare un attimo di sensibilità in questo organo, esse accettano così facilmente di essere state abbindolate che non si potrebbe mettere in dubbio il fatto che siano state delle vittime volontarie. Vi dicono: “Allora! Cosa? Che volete? Tutto va bene pur di finire la guerra”. Sì, tutto va bene pur di finire la guerra, ma tutto va bene anche pur di guadagnare denaro, come dimostra abbastanza la spaventosa moltiplicazione di piccoli e grandi speculatori, la corruzione quasi totale e probabilmente definitiva dei costumi commerciali. Tutto va bene pur di vivere tranquilli, tutto va bene, anche la servitù, se dispensa da ogni sforzo, anzitutto dal più doloroso, quello di scegliere fra il vero e il falso, il Bene e il Male. Allora! A cosa serve distruggere i dittatori, se con il pretesto della disciplina sociale e per facilitare il compito dei governi si continua a formare esseri fatti per vivere in mandrie?

L’attico di Tarcisio Bertone

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“L’attico di Tarcisio Bertone ristrutturato con i soldi destinati ai bambini”. Le anticipazioni del libro “Avarizia”

Il superattico del cardinale Tarcisio Bertone è stato ristrutturato con i soldi destinati ai giovani dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Lo scrive il giornalista dell’Espresso, Emiliano Fittipaldi, nel suo libro “Avarizia” in uscita da Feltrinelli. Lo riporta un’anticipazione pubblicata dal quotidiano “la Repubblica”.

Partiamo dal Bambin Gesù. O meglio da una fondazione controllata, nata nel 2008 per raccogliere denaro per i piccoli pazienti. Gli investigatori della società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC) nella bozza del rapporto consegnata al Vaticano il 21 marzo 2014 dedicano alla onlus italiana con sede in Vaticano alcuni passaggi della loro due diligence. Nel focus si evidenzia l’affitto di un elicottero, nel febbraio 2012, per la bellezza di 23 mila e 800 euro. Pagati sull’unghia dalla fondazione Bambin Gesù “a una società di charter per trasportare monsignor Bertone dal Vaticano alla Basilicata per alcune attività di marketing svolte per conto dell’ospedale”. Ma c’è un’altra spesa della fondazione non pubblicata sul rapporto PwC che rischia di imbarazzare il Papa e il Vaticano.

Quella che riguarda il pagamento dei lavori della nuova casa di Bertone a palazzo San Carlo. La fondazione, definita da PwC come “un veicolo per la raccolta di fondi volti a sostenere l’assistenza, la ricerca e le attività umanitarie del Bambin Gesù” ha saldato le fatture dei lavori per un totale di circa 200mila euro, pagati all’azienda Castelli Real Estate dell’imprenditore Gianantonio Bandera. “Gentile dottor Fittipaldi, alle sue domande” precisa Bertone, “rispondo che il sottoscritto ha versato al medesimo governatorato la somma richiesta come mio contributo ai lavori di ristrutturazione. Non ho nulla a che vedere con altre vicende “.

Profiti, fino al 2015 presidente sia del Bambin Gesù che del consiglio direttivo dell’omonima fondazione conferma invece la spesa autorizzata a favore dell’appartamento di Bertone, già finito nella bufera per la sua ampia metratura. La parcella, spiega Profiti, sarebbe stata giustificata dal fatto che la casa del cardinale sarebbe stata poi messa a disposizione della fondazione stessa per finalità “istituzionali”: “È vero: con i soldi stanziati da noi è stata ristrutturata una parte della casa di Bertone. Cercando di ottenere in cambio la disponibilità di potere mettere a disposizione l’appartamento”.